sabato 4 luglio 2009

SOLO IN ITALIA


Solo da noi poteva accadere che chi debba garantire l'adeguatezza e la legittimità di far approvare una norma importante,ovvero il Lodo Alfano che para il culo giuridicamente alle più alte cariche dello Stato,intrattenga rapporti intimi di conoscenza con le personalità in questione.
Ed in più il giudice costituzionale sotto accusa,Luigi Mazzella,esterni ed ostenti la propria amicizia con il più grande corruttore degli ultimi anni l'attuale premier Silvio Berlusconi cui il Lodo Alfano è stato cucito su misura,un pluri imputato salvato solo da queste norme o da atti caduti in prescrizione...ricordiamoci che in parecchi processi non è stato incarcerato solo per decorrenza dei termini in quanto ritenuto comunque colpevole!
E sia ben chiaro che è una cosa scandalosa con qualsiasi uomo politico al potere,sia di destra che di centro o di sinistra,ed il giudice Mazzella deve stare attento a non evocare troppo la polizia fascista del ventennio perchè sta facendo la figura dell'israeliano medio che non riesce a capacitarsi di essere diventato carnefice da vittima,sulla storia non si scherza soprattutto sul fascista che dà del fascista ad altri.
Lo stato totalitario cui si riferisce il giudice costituzionale è quello che pure lui sta contribuendo a plasmare sempre meglio assieme ai complici in camicia nera,ai ciellini ed ai piduisti,e la gente non riesce a credere come una figura così importante a livello giuridico nazionale possa asserire certe affermazioni come se fosse stato ipnotizzato o in maniera più facile essere stato messo sull'imponente libro paga del padrone.
L'articolo appena al di sotto della vignetta di Vauro è la cronaca tratta da"Repubblica.it"mentre appena sotto c'è un commento di un utente sempre scritto sul sito della stessa testata giornalistica che spiega come questo sia assurdo che possa accadere in un paese democratico.

Articolo 51 codice di procedura civile: "Il giudice ha l'obbligo di astenersi se egli stesso o la moglie è commensale" (pranza insieme, ndr) "abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori", se "egli stesso o la moglie ha grave inimicizia" (o amicizia, ndr) "con una delle parti o alcuno dei suoi difensori", e "in ogni altro caso in cui esistono gravi ragioni di convenienza". Analogo l'art. 36 codice di procedura penale. Non ha alcuna rilevanza il contenuto delle conversazioni, ma i rapporti che intrattiene un Giudice (a maggior ragione un Giudice Costituzionale). Il Giudice Mazzella scrive "caro Silvio...Ho sempre intrattenuto con te rapporti di grande civiltà...Vederti...e conversare...in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto...non era la prima volta che venivi a casa mia e non sarà certo l'ultima". Giudicare il lodo Alfano è giudicare la sorte del "caro Silvio". Manca solo chi abbia il potere di far rispettare elementari regole di civiltà giuridica (che ci sono).
Polemica su un incontro a cena fra il membro della Consulta e il premier alla vigilia della decisione sul Lodo Alfano. "La polizia fascista è ancora all'opera".
Il giudice Mazzella scrive a Berlusconi"Siamo oggetto di barbarie".
Pd e Idv all'attacco in Parlamento: "Infangata la sacralità della Corte, si dimetta".

ROMA - "Caro Silvio, siamo oggetto di barbarie ma ti inviterò ancora a cena", firmato Luigi Mazzella. Il giudice costituzionale, dopo le polemiche, scioglie le riserve e sceglie la strada dello scontro aperto con i critici. Motivo del contendere una cena a casa del giudice costituzionale, cui hanno partecipato Silvio Berlusconi, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, insieme ad un altro giudice costituzionale, Paolo Maria Napolitano, e al senatore Carlo Vizzini che ha scatenato polemiche feroci sull'opportunità che due giudici dell'Alta Corte si incontrino alla vigilia di una importante decisione sul Lodo Alfano che la Consulta dovrà giudicare a settembre. E la lettera arriva nel giorno dello scontro il Aula fra Antonio Di Pietro e il ministro Sandro Bondi a colpi di "vergogna". Il leader dell'Idv: "Mazzella è reo confesso, si dimetta".

La lettera.

"Caro Presidente, caro Silvio, ti scrivo una lettera aperta perché sto cominciando seriamente a dubitare del fatto che le pratiche dell'Ovra (la polizia segreta fascista, ndr) siano definitivamente cessate con la caduta del fascismo". "Ho sempre intrattenuto con te - scrive Mazzella - rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto. A casa mia, come tu sai per vecchia consuetudine, la cena è sempre curata da una domestica fidata (e basta!). Non vi sono cioè possibili 'spioni', come li avrebbe definiti Totò. Chi abbia potuto raccontare un fantasioso contenuto delle nostre conversazioni a tavola inventandosi tutto di sana pianta - è sottolineato nella lettera - resta un mistero che i grandi inquisitori del nostro Paese dovrebbero approfondire prima di lanciare accuse e anatemi. La libertà di cronaca è una cosa, la licenza di raccontare frottole ad ignari lettori è ben altra! Soprattutto quando il fine non è proprio nobile".
"Caro Silvio, a parte il fatto che non era quella la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l'ultima fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali, mi sembra doveroso dirti per correttezza che la prassi delle cene con persone di riguardo in casa di persone perbene non è stata certo inaugurata da me ma ha lunga data nella storia civile del nostro Paese. Molti miei attuali ed emeriti colleghi della Corte Costituzionale hanno sempre ricevuto nelle loro case, come è giusto che sia, alte personalità dello Stato e potrei fartene un elenco chilometrico". "Caro presidente - conclude la lettera -, l'amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani che entrambi nutriamo ci consente di guardare alla barbarie di cui siamo fatti oggetto in questi giorni con sereno distacco. L'Italia continuerà ad essere, ne sono sicuro, il Paese civile in cui una persona perbene potrà invitare alla sua tavola un amico stimato. Con questa fiducia, un caro saluto".

La polemica.

"Non si è parlato di Lodo Alfano", ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito, durante il question time alla Camera, rispondendo così ad un'interrogazione del leader dell'Idv. "Tranquillizzo gli onorevoli interroganti: le iniziative del governo in materia di Giustizia - conclude Vito - saranno rispondenti al programma presentato al corpo elettorale e che gli elettori hanno premiato". Eppure le polemiche non si placano e la spiegazione non convince l'opposizione, mentre crescono le adesioni - un migliaio di email sono arrivate a Repubblica - all'appello che circola su Internet per le dimissioni dei due giudici costituzionali. Il Pd continua a definire "gravissimo" l'incontro nella residenza privata del giudice Mazzella. "Può dire ciò che vuole, ma io trovo che decisamente non stia bene invitare qualcuno a casa propria, sul quale si è chiamati a decidere. Un magistrato, soprattutto se sta alla Corte Costituzionale, non dovrebbe mai farlo'', dice Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Partito Democratico. E il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, illustrando alla Camera la sua interpellanza, parla di toghe spregiudicate che con la loro condotta hanno "infangato la sacralità della Corte Costituzionale" e giudica la risposta di Vito "insoddisfacente e inaccettabile". Poi, presa visione della lettera, il capo dell'Idv è ancora più duro: "Se ne deve andare". ''Con la sua lettera Mazzella è reo confesso. Infatti - afferma dice Di Pietro - egli ammette di essere un amico di vecchia data e di avere rapporti di frequentazione e di intimità con il plurimputato Silvio Berlusconi, senza rendersi conto che egli e' anche giudice della Corte Costituzionale che deve esprimersi sulla legittimità del Lodo Alfano, cioé proprio su quella legge che Berlusconi si e' confezionare per non farsi processare. Anche uno studente di giurisprudenza capirebbe l'abnormità di questo caso, e lo stesso Mazzella non può non capirlo. Insistiamo con la richiesta di dimissioni e ci appelliamo al presidente della Corte Costituzionale e al presidente della Repubblica affinché intervengano su un fatto così grave che mortifica la credibilità, la sacralità e l'autonomia della Consulta''.

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