giovedì 23 settembre 2021

TASSARE I GRANDI PATRIMONI

Proprio come le ondate di una pandemia,per la classe dirigente,per gli industriali,i potenti e per la borghesia la minaccia di una tassa patrimoniale scatena una paura ed un putiferio che nemmeno la peste riesce a creare.
E altrettanto ciclicamente le timide uscite di qualche politico sullo stesso tema creano bufere in tutto il Parlamento senza che nemmeno si arrivi ad un accenno di discussione presso le stanze del potere,con queste proposte(ultimamente chieste in maniera troppo timida da Letta e da Sinistra Italiana)che vengono subito ritirate o rese ridicole(vedi:madn il-disatteso-articolo-53-della costituzione ).
Anzi si va sempre peggio con le proposte di esenzione dell'Imu sulle seconde case,la flat tax che ritorna di moda e la cancellazione di diritti come il redito di cittadinanza,con Draghi che proclama che le tasse non aumenteranno ma che è giunto il momento di mettere qualcosa nelle tasche dei cittadini(forse dei sassi pesanti per poi essere lanciati a mollo?).
L'editoriale di Left(anche-i-ricchi-paghino )analizza con degli esempi anche situazioni che si stanno vivendo al difuori dei nostri confini e parla di una povertà sempre più dilagante nel"belpaese"e rincara la dose con gli aumenti prossimi che si aggiungono a quelli dei mesi precedenti sulle bollette di luce e del gas(madn ancora-aumenti-in-bolletta )che è da mesi che se ne sanno gli effetti nefasti ma l'opinione pubblica ha fatto finta di niente fino alla scorsa settimana.
In una situazione in cui tutti quelli"dell'Europa ce lo dice"ora la stessa Europa chiede,visti i tempi grami,di spostare la tassazione dal mondo del lavoro a quello delle rendite patrimoniali,ora non recepiscono più bene o almeno ligi come un tempo gli stessi diktat.

Anche i ricchi paghino.

di Simona Maggiorelli

Matteo Renzi propone un referendum per abolire il reddito di cittadinanza. Salvini, immemore di se stesso (visto che il provvedimento passò quando lui era ministro) rincara la dose. E rilancia un provvedimento che favorisce i ricchi come la flat tax, in un momento in cui gli effetti economici e sociali della pandemia, come certifica l’Istat, hanno prodotto più un milione di poveri in un solo anno. Il presidente di Confindustria, Bonomi, sbraita contro il Sussidistan perché tale sarebbe diventata l’Italia, come se la gran parte degli aiuti di Stato fossero andati ai lavoratori, ai precari, ai disoccupati e ai poveri e non all’industria, come invece è accaduto. Dalle lobby industriali che vanno all’assalto dei soldi del Pnrr è partito un attacco ideologico e feroce alle classi più svantaggiate additate come scansafatiche, divaniste, parassitarie.

Quegli stessi che moralisticamente accusano i poveri di essere poveri, come fosse un fatto di cattiva volontà e di indolenza, negli anni hanno massimamente concorso alla precarizzazione del lavoro in Italia con provvedimenti come il Jobs act e in piena pandemia spingendo per lo sblocco dei licenziamenti. E sono gli stessi che alzano muri contro ogni ipotesi di patrimoniale, che si indignano per la riforma del catasto, riforma peraltro necessaria per poter accedere alla seconda tranche del Next generation Eu.

Il famoso refrain «ce lo chiede l’Europa» che ci siamo sentiti ripetere tante volte quando si trattava di imporre inique misure di austerity è scomparso dai discorsi di quei politici che lo ripetevano a macchinetta. Perché l’Europa ora ci chiede di spostare il carico della pressione fiscale dal mondo del lavoro a quello della rendita. Certo, anche se è assolutamente necessario per un fatto di minima di giustizia, non basta recuperare i sei miliardi di evasione sull’Imu, non basta rivedere gli estimi catastali, non basta intervenire sulle valutazioni che equiparano una casa in periferia a una in centro storico a Roma. Serve anche un piano di recupero dell’edilizia pubblica per rispondere a chi un tetto non ce l’ha, occorre dare una alternativa a chi è costretto a occupare per sopravvivere. Invece troppo spesso – e come abbiamo visto anche nei giorni scorsi a Roma – si preferisce procedere allo sgombero. La sindaca Raggi ha sempre trattato questa emergenza sociale come un problema di ordine pubblico.

Non accade così in altre città europee. In Svezia, come racconta il deputato del Left party Ali Esbati su questo numero, il premier socialdemocratico Stefan Lovfen è costretto a dimettersi perché la sinistra si è opposta alla liberalizzazione del mercato degli affitti. A Berlino il 26 settembre, insieme alle elezioni per il Parlamento federale, come scrive il presidente della Sinistra europea Heinz Bierbaum, si tiene un referendum per l’espropriazione di immobili di proprietà di grandi gruppi immobiliari, per contrastare il caro affitti. Da noi sarebbe considerata una proposta impronunciabile.

Beninteso, abbiamo contezza che per combattere le disuguaglianze che si sono sempre più allargate con la pandemia non basta tassare le case, ma occorre tassare le rendite finanziarie, combattere l’evasione, pensare a una seria web tax, bisogna intervenire sui paradisi fiscali e sui patrimoni finanziari portati all’estero.

In una parola, tax the rich come si legge a chiare lettere sul vestito indossato dalla socialista Alexandria Ocasio-Cortez al Met gala di New York. I socialisti Usa con Sanders hanno da tempo sdoganato questo tabù provando a spingere Biden verso politiche di investimento pubblico nel sociale. In Italia invece lo è ancora. E se qualcuno osa pronunciare la parola patrimoniale si alzano barricate. Quando il segretario del Pd Enrico Letta ha avanzato una timida proposta di patrimoniale, pensando di ricorrere alla tassa di successione per creare un tesoretto per i più giovani, si è sentito rispondere seccamente da Draghi che non era il momento di prendere i soldi agli italiani.

Sinistra italiana ha avviato una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare riguardo a una più ampia patrimoniale, ma in questo caso non abbiamo ancora visto accorrere fiumi di persone. Segno che il tema di una fiscalità più giusta non è abbastanza sentito? O piuttosto che la sinistra non riesce a raggiungere quella ampia base di lavoratori sfruttati, precarizzati che la pandemia ha spinto, insieme ai disoccupati, nella povertà assoluta come ci dicono i dati Istat e altre ricerche? Su questo continuiamo a interrogarci. Al contempo rilanciando la battaglia per la giustizia sociale cercando di ampliare e approfondire il tema a partire da un nuovo pensiero a sinistra, fondato sulla naturale uguaglianza degli essere umani, su un’idea di libertà come obbligo di essere esseri umani, che metta al centro la soddisfazione dei bisogni ma anche delle esigenze più profonde di realizzazione di sé nel rapporto con gli altri. Perché bisogni ed esigenze sono questioni intrecciate e imprescindibili. In termini concretissimi lo evidenzia la sociologa Chiara Saraceno lanciando l’allarme per oltre un milione di bambini in povertà assoluta in Italia, che patiscono anche una inaccettabile povertà educativa, vendendosi deprivati di possibilità per realizzare appieno se stessi.

venerdì 17 settembre 2021

LA MORTE DEL "PRESIDENTE GONZALO"

Lo scorso sabato in una cella della marina peruviana da dove era rinchiuso da quasi ventinove anni è deceduto il fondatore di Sendero Luminoso,Abimael Guzmán noto anche come Presidente Gonzalo ,soprannome datogli dagli indigeni peruviani che ha sempre difeso nella sua carriera di professore e poi di guerrigliero.
In Perù la notizia è stata accolta con sollievo da parte dei politicanti della destra ma anche dalla pseudo sinistra che ormai è radicata in tutto il mondo,e pure il neo presidente Castillo(madn il-peru-ha-un-presidente-socialista )ha usato parole diplomatiche additandolo a terrorista che ha provocato migliaia di vittime nel paese.
La solita storia senza vedere i massacri di contadini che in decenni hanno falcidiato 70 mila persone la gran parte indigeni con esecuzioni di massa,sequestri e torture,mentre le azioni di Sendero Luminoso (madn il-peru-e-il-suo-avvenire )erano volte a colpire i politici corrotti ed i vertici militari che gli facevano guerra,oltre a compiere sabotaggi come scritto nell'articolo preso da Infoaut(peru-e-morto-abimael-guzman-il-fondatore-di-sendero-luminoso )che narra la storia sia di Guzmán che ovviamente quella di SL.

Perù: È morto Abimael Guzmán, il fondatore di Sendero Luminoso.

Il capo della guerriglia maoista peruviana Partito Comunista del Perù – Sendero Luminoso, che fu vicino a prendere il potere, era detenuto dal 1992.

Un giorno prima di compiersi 29 anni dalla sua cattura, è morto in prigione Abimael Guzmán, fondatore di Sendero Luminoso (SL), il gruppo armato maoista che operò negli anni ottanta e novanta contro la corrotta élite capitalista peruviana.

Secondo un rapporto della Commissione della Verità e Riconciliazione  (CVR), la guerra dei militari contro SL fece circa 70 mila morti, la maggioranza indigeni che appoggiavano la guerriglia. Guzmán fu catturato nel 1992 e condannato all’ergastolo, sentenza che scontava in un cella impersonale in una base della Marina. Lì è morto alle 6.40 della mattina di questo sabato per “complicazioni del suo stato di salute”. Aveva 86 anni. Non sono stati dati dettagli su queste complicazioni.

Appena conosciuta la notizia della morte di Guzmán, da parte di quasi tutti i settori politici, tanto di destra come di pseudo sinistra, il capo senderista è stato giudicato come “un terrorista sanguinario”, “un genocida” e altre simili espressioni. Nonostante ciò, non hanno menzionato i militari, questi sì veri genocidi.

Il presidente Pedro Castillo, nonostante sia un maestro rurale e conosca la devozione degli indigeni per Guzmán, si è pronunciato con un messaggio attraverso Twitter. “È morto il capo terrorista Abimael Guzmán, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti. La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e inderogabile. Solo in democrazia costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo”, ha scritto il presidente, rendendo chiara la paura che lui ha della destra. Vari ministri si sono pronunciati sulla medesima linea di condanna del defunto dirigente popolare.

Queste reazioni del governo, di condanna di Guzmán, avvengono in mezzo ad una campagna dell’opposizione di destra, politica e mediatica, che accusa Castillo e alcuni ministri di avere una presunta vicinanza con gli eredi politici del senderismo, riuniti nel Movimento per l’Amnistia e i Diritti Fondamentali (Movadef), che chiedeva un’amnistia per Guzmán. Il governo rifiuta questo legame.

Presidente Gonzalo.

Abimael Guzmán, che i poveri andini chiamavano “Presidente Gonzalo”, studiò diritto e filosofia, e fondò, insieme a vari dirigenti indigeni, agli inizi degli anni settanta il Partito Comunista del Perù – Sendero Luminoso, quando era professore nell’Università San Cristóbal de Huamanga, nella regione andina di Ayacucho. Nel maggio del 1980, nel giorno delle elezioni presidenziali che segnavano un ritorno alla democrazia tutelata dopo dodici anni di dittatura militare, Sendero iniziò le sue azioni armate di guerra popolare, attaccando un centro elettorale nel villaggio rurale di Chuschi, nel Ayacucho. La guerriglia senderista crebbe esponenzialmente in un contesto di profonda povertà, disuguaglianza e un’ampia esclusione economica, sociale e razziale, specialmente delle comunità andine dove il gruppo maoista ebbe la sua origine.

La rivolta interna, che iniziò nell’Ayacucho, si estese a quasi tutto il paese. Attacchi guerriglieri con auto bomba, sabotaggi alla rete elettrica per produrre blackout a Lima e in altre città, esecuzioni di autorità e dirigenti venduti fecero parte delle applaudite azioni senderiste. I militari, sostenuti dai corrotti governi civili, risposero con sequestri, torture, scomparse, esecuzioni extragiudiziali e assassinii di massa di contadini. I militari assassinavano contadini che loro accusavano di non appoggiarli, il 75 per cento dei morti erano indigeni che parlavano quechua.

Grottesco.

Il 12 settembre del 1992, Guzmán fu catturato in un’abitazione di un quartiere della classe media di Lima, da un gruppo speciale della polizia, destinato alla sua ricerca. Nella cattura non ci fu un solo sparo. Stava al secondo piano di una casa nella quale al primo piano c’era un’accademia di danza, messa su come copertura al nascondiglio dell’uomo più ricercato del paese.

Alcuni giorni dopo la cattura del capo senderista, il governo di Fujimori montò un grottesco spettacolo, presentandolo con un abito da prigioniero a righe orizzontali bianche e nere rinchiuso in una gabbia affinché fosse filmato e fotografato. Da allora, è rimasto rinchiuso nella prigione navale nella quale questo sabato è morto.

Con il suo capo detenuto, Sendero crollò rapidamente. Guzmán fece appello ai suoi seguaci ad abbandonare le armi. Rimane solo una colonna senderista, che da anni ha rotto con il fondatore di Sendero e opera come gruppo armato in una zona agreste cocalera.

Nelle ore che sono seguite alla morte di Guzmán, nei media è stata ricordata la lunga notte sanguinosa della guerra interna, ma è stato un ricordo falsato, come non poteva essere altrimenti, centrato sui presunti crimini di Sendero ma dimenticando le massicce violazioni dei DD.UU. commesse dallo stato, che diversi settori vogliono occultare o giustificare. È morto Abimael Guzmán, Sendero Luminoso è sconfitto, ma le condizioni di esclusione e povertà in cui sorse la guerriglia senderista continuano ad essere attuali. 

13/09/2021

La Haine

Da Comitato Carlos Fonseca

venerdì 10 settembre 2021

LA STELLANTIS E IL COSTANTE ABBANDONO DELL'ITALIA

Le vicende dell'ultimo colosso automobilistico nato dalla fusione tra a Fca e la Psa,Stellantis(vedi:madn non-si-e-detto-tutto-su-stellantis ),ci narrano di una situazione sempre più grave per i dipendenti sparsi in tutto il mondo,circa 400mila,con parecchie migliaia impiegate in Italia senza contare l'indotto delle aziende fornitrici.
L'articolo di Contropiano(stellantis-la-grande-fuga )ci spiega il ridimensionamento che di solito,diciamo sempre,avviene quando delle aziende si fondono,con i dipendenti che sono i primi della lista a venire accantonati sia con licenziamenti che con condizioni lavorative sempre peggiori.
Si parla purtroppo di una bomba ad orologeria visto che nei prossimi anni a venire saranno circa 12mila i lavoratori italiani in esubero viste le delocalizzazioni annunciate e lo strano rifiuto della multinazionale di non accettare il maxi prestito di 6,5 miliardi di Euro garantito dallo Stato che già di per se era stato foriero di cattivi presagi.

Stellantis: la grande fuga.

di  USB – Industria Lavoro Privato  

Chi brindava con eccessiva euforia alla nascita del colosso Stellantis oggi fa i conti con un ridimensionamento del ruolo strategico del nostro paese rispetto alle scelte del colosso nato dalla fusione (o sarebbe meglio chiamarla cessione) tra FCA e PSA.

La cassa integrazione in molti stabilimenti (Melfi, Cassino, Termoli, Torino), il taglio dei costi derivanti dalle aziende di pulizia negli stabilimenti con annessi licenziamenti, gli accordi per l’incentivazione al licenziamento volontario di centinaia di lavoratori in diversi stabilimenti, lo smantellamento di una linea produttiva a Melfi, l’annuncio degli investimenti a Termoli per la nascita della gigafactory che non garantirà il lavoro per tutti i dipendenti attualmente in forza nello stabilimento, l’annuncio di 12.000 esuberi nei siti produttivi italiani ed infine il disimpegno di Stellantis sul prestito garantito dallo Stato per 6,5 mld di euro che altro non è che l’atto che preannuncia il “mani libere” voluto dal gruppo, sarebbero dovuti bastare per far suonare il campanello d’allarme che l’USB sente da molto tempo.

A tutto ciò si è aggiunto l’annuncio, da tempo a conoscenza di tutti, dell’avvio della produzione nello stabilimento di Gliwice (Polonia) di veicoli commerciali che inevitabilmente rischia di avere ripercussioni sul sito produttivo di Atessa (Sevel), che è il sito più produttivo del gruppo degli ultimi 30 anni. Rischi che innanzitutto si scaricano sui 700/800 dipendenti “somministrati”, di cui la nostra organizzazione richiede da tempo la stabilizzazione.

L’USB ha chiesto un incontro ai ministri competenti (Giorgetti e Orlando) perché ritiene necessario un piano di investimenti straordinario nel comparto automotive, in ottica di transazione ecologica, che costringa Stellantis a non smobilitare progressivamente le produzioni in quanto si andrebbe incontro ad un disastro dal punto di vista occupazionale nel settore e la chiusura della GNK, azienda che ha chiuso e licenziato con un messaggio centinaia di lavoratori, dovrebbe far riflettere molto.

Non è da sottovalutare anche il tema della riforma degli ammortizzatori sociali che potrebbe rivelarsi un’occasione da sfruttare per tutte le aziende del comparto per avviare profonde ristrutturazioni che pagherebbero solo i lavoratori.

Il governo nazionale e quelli locali non possono trascurare le vicende inerenti Stellantis dimenticando che siamo il secondo paese manifatturiero in Europa: occorre che si percorra la strada di una stretta massiccia sui contratti precari, che si agisca sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, nazionalizzazione degli asset strategici, investimenti mirati ad ottenere lavoro stabile e sicuro (non bisogna dimenticare i mille morti sul lavoro all’anno) ed una concreta transazione ecologica.

Ciò che non permetteremo a Stellantis, Governo, Fim-Fiom e Uilm è di perseverare su una strada ambigua che soddisfa le loro esigenze ma non quelle di migliaia di lavoratori del gruppo, delle aziende dell’indotto e delle loro famiglie.

giovedì 9 settembre 2021

IL MINISTRO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA A FAVORE DEL NUCLEARE

Che il greenwashing,l'ambientalismo di facciata,in Italia sia tanto caro al"governo dei migliori"che parlano di una nuova coscienza ecologica ma che di fatto tendono a remare contro,è un dato di fatto e le dichiarazioni del ministro della transizione ecologica Cingolani(creato ad hoc per avere i sussidi europei)hanno fatto molto discutere(vedi:left che-brutta-transizione-cingolani e madn dalla-green-economy-al-greenwashing ).
Già che abbia parlato dal palco della scuola politica di Renzi mette una tristezza addosso,e che poi abbia attaccato gli ambientalisti con ferocia non c'è nemmeno da rimarcarlo viste le reazioni delle forze del disordine che spaccano le teste ai cortei No Tav e che lasciano tranquilli gli invasati dei no vax.
La ciliegina sulla torta è un nuovo sdoganamento all'energia nucleare che ha fatto sfregare le mani a molti imprenditori ed affaristi sia italiani che esteri,dopo che lo stesso ministro aveva promesso di passare entro il 2030 a più del 70% di elettricità prodotta da energie rinnovabili(vedi il contributo da Left:il-ministero-della-finzione-ecologica ).

Il ministero della finzione ecologica.

di Giulio Cavalli

Dopo le parole del ministro Cingolani si è aperto il dibattito sul nucleare e sui "reattori di nuova generazione". I lobbisti si fanno avanti mentre gli ambientalisti evidenziano tutte le criticità. Ma intanto mancano soluzioni tempestive per la crisi ambientale

Le parole del ministro Cingolani hanno aperto la discussione. Bene così, era esattamente quello che voleva il ministro: i portavoce delle lobby (anche se sono travestiti da ministri o da presunti leader politici) introducono il tema a loro caro con una mezza provocazione, poi dicono di non essere stati capiti, poi aggiungono che comunque è sempre il caso di dibatterne serenamente, poi dicono di non alzare troppo i toni (e fa niente se i toni poco opportuni li ha usati proprio Cingolani) e infine si prendono le pacche sulle spalle per essere riusciti a rendere quasi potabile l’innominabile. E Cingolani, guarda un po’ ha fatto proprio così. 

E allora vediamoli questi “reattori” che Cingolani ci invita a studiare. Studiamoli. Dieci anni fa Berlusconi firma un memorandum con Sarkozy (lo sta ricordando in questi giorni Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, uno di quegli ambientalisti che irritano il ministro della finzione ecologica) «per costruire 4 reattori Epr in Italia. Dieci anni fa erano in costruzione due di questi reattori, uno in Finlandia a Olkiluoto e uno in Francia a Flamanville. Oggi sono ancora in costruzione a costi quadruplicati rispetto al budget. L’azienda proprietaria della tecnologia, la francese Areva, impegnata nel cantiere finlandese, è fallita».  Negli Usa non è andata meglio: l’investimento sul nucleare voluto da Bush nel 2001 (i reattori AP1000) prevedeva la costruzione di 4 reattori che ora sono diventati 2 mentre i costi si sono moltiplicati in modo esorbitante e l’azienda proprietaria della tecnologia, la nippo-americana Toshiba-Westinghause, è fallita nel 2017. Forte questo futuro, eh?

Dopo l’incidente di Fukushima, ad esempio, si è scoperto che il reattore in costruzione a Flamanville, dove sta la centrale nucleare francese, avrebbe avuto le stesse vulnerabilità del reattore francese. Tant’è che l’azienda francese proprietaria degli impianti in Uk ha dovuto coinvolgere un partner cinese al 33%, la Cng, per distribuire i rischi. 

Qualcuno in questi giorni dice che il nucleare abbasserebbe i costi. Benissimo. Si potrebbe ad esempio leggere ciò che scrive l’Agenzia internazionale dell’energia a Parigi (quelli che per vent’anni hanno consapevolmente sminuito le rinnovabili) che alcune settimane fa ha scritto nero su bianco che l’energia solare è la fonte più economia mai prodotta. 

Si sa però che Cingolani, ce lo ricordiamo bene, aveva promesso un 72% di elettricità prodotta da rinnovabili entro il 2030 e sul tema si scorge ben poca mobilità del governo. Sia chiaro: esistono tecnologie allo studio di un nucleare che potrebbe essere sicuro e meno impattante, sarebbe miope e stupido negarlo, ma quello che continua a mancare sul tavolo sono le soluzioni che possono svoltare una crisi ambientale (che guarda caso viene negata dagli stessi che applaudono Cingolani) che richiede interventi tempestivi. 

A proposito: dice il ministro che lui deve rispondere “solo a Draghi”. Eh, no: deve rispondere ai cittadini. E deve spiegarci per bene anche il perché di certe sue uscite. A noi interessa lui, quello che ha in testa nel suo importante ministero, molto di più dei mini reattori di nuova generazione. 

Buon lunedì. 

giovedì 2 settembre 2021

LA MILANO DA BERE E QUELLA DA SPEGNERE

Le immagini terrificanti del rogo che in pochi minuti ha divorato la Torre del Moro in via Antonini a Milano hanno fatto(almeno a me)venire in mente quelle altrettanto orribili e dai risultati catastrofici dell'incendio della Grenfell Tower a Londra del giugno 2017.
La differenza è stata che in Gran Bretagna morirono 72 persone(vedi madn il-rogo-annunciato-della-grenfell-tower )mentre a Milano sembra pazzesco che non ci siano state vittime anche se a Londra l'incendio si sia propagato di notte.
Invece il contesto sociale è identico,con la speculazione ed il profitto dei grandi costruttori che con la tiritera della riqualificazione urbana abbattono interi quartieri popolari e relegano i meno abbienti sempre ai margini cittadini mentre i prezzi delle nuove zone edilizie aumentano a dismisura(gli 8mila Euro per metro quadro alla Torre del Moro lo certificano).
Altro elemento che unisce i due disastri sono la spregiudicatezza sempre nella logica del profitto sui materiali utilizzati,frutto anche di regole non idonee,con rivestimenti che hanno fatto diventare una torcia di fiamme il grattacielo in pochi minuti con l'effetto camino che in entrambi i roghi è stato determinante per la distruzione fulminea di un colosso.
Sicuramente i materiali utilizzati di ignifugo non avevano nulla e ora si indagherà su questo e anche sui sistemi di sicurezza che non sono funzionati(impianti antincendio senz'acqua in più piani dell'edificio)a prevezione,insomma la olita cricca di imprenditori senza scrupoli che giocano con la vita degli altri in una Milano che vuole sempre più essere "figa" e fashion e che non si preoccupa per nulla delle centinaia di migliaia di abitanti che non hanno un reddito così corposo da poter permettersi abitazioni di lusso(che vanno a fuoco con nulla):articolo di Contropiano(milano-la-citta-cool-dei-grattacieli-che-bruciano ).

Milano, la città “cool” dei grattacieli che bruciano.

di  Bianca Tedone*  

La notizia del grattacielo in fiamme di via Antonini ha fatto il giro dell’intero paese e sta sollevando più di qualche dubbio sui materiali utilizzati, sulle misure di sicurezza, sulle regole costruttive e così via.

Al di là dei tecnicismi, penso che ci siano alcune domande rimosse dal dibattito pubblico ma di grande importanza: se questo è il livello di sicurezza del lusso di cui tanto Milano si fa vanto, quale può essere la condizione delle abitazioni dei quartieri popolari ad altissima densità come le nostre periferie?

Nella morsa fra privati che per massimizzare i profitti lesinano sulla sicurezza, sui materiali e spesso violano anche quelle (evidentemente) scarse regole che vengono poste dalle normative e un pubblico che ha smesso di investire e curare il proprio patrimonio considerato come un “costo” inutile di cui liberarsi, crediamo sia lecito sospettare che il problema sia ben più grave e generale e probabilmente che la Torre del Moro sia solo la punta di un iceberg.

La narrazione imperante e portata avanti anche dall’amministrazione Sala di un mercato immobiliare milanese all’avanguardia, uno dei grandi motori della città attrattiva e in costante rinnovamento, ha evidentemente del tossico.

I parametri con cui si è costruita questa favola sono infatti quelli del profitto, della speculazione e della rendita. E ciò avviene senza alcun riguardo per la tutela del diritto ad avere un’abitazione dignitosa e abbordabile con il proprio reddito, impedito anche da prezzi esorbitanti come gli 8000€ mq della torre-torcia che gonfiano a dismisura il prezzo generale degli affitti di “libero mercato”; figurarsi poi la vivibilità dei quartieri, se addirittura si arriva a mettere tranquillamente a repentaglio la vita delle persone come in questo caso.

È inaccettabile che le regole vengano costruite per lasciare la massima libertà agli speculatori privati; è inaccettabile che il pubblico non sia garante della sicurezza, della pianificazione territoriale così come dei prezzi e del diritto alla casa.

Quella di via Antonini non è una fatalità ma è il profitto contro la salute e la vita, citando il nostro Giorgio Cremaschi.

*candidata sindaca di Potere al Popolo a Milano

mercoledì 1 settembre 2021

UN'ALTRA CAMPANA DI VETRO ROTTA

 

Come in ogni gioco di potere l'autoconvincimento da parte dei governanti e allargando il discorso ai potenti della società(industriali,mass media,papponi sociali)è un'arma che usano ma passare dall'essere consapevoli e convincere il popolo delle loro azioni,per loro il meglio da proporre per se stesi ovviamente pensando di rendere felice la plebe,ne passa di strada.

Questa campana di vetro dove alla fine tutti viviamo,come una bolla di sapone ogni tanto esplode e da lì i guai ed i problemi che di certo non mancavano vengono amplificati ed esternati con una pazzesca violenza e pericolosità.

La bolla afgana ed i vent'anni di occupazione militare statunitense è esplosa ed il castello di carte sul quanto gli abitanti fossero liberi e contenti è crollato miseramente con milioni di afgani che evidentemente non se la passavano proprio così bene come l'occidente continuava a decantare(vedi:madn a-kabul-e-guerra-tutti-contro-tutti ).

Il risultato sono gli Usa che bombardano i loro stessi depositi di armi e che sabotano i mezzi rimasti sul suolo afgano(e che fanno e faranno pagare i loro debiti miliardari alla Nato e agli alleati),i talebani che per ogni esule lasciato fuggire si sono intascati belle somme di denaro ed un paese a rischio di infiltrazioni terroristiche con Al Qaeda e Isis che sono ben peggio di chi c'è al potere ora.

La bolla americana e la nuova guerra “umanitaria”.

di  Alberto Negri 

«Non sappiamo quanti siano e dove siano gli americani», ha detto Biden. Affermazione sconcertante: con il governo di Kabul è franato anche quello americano. 

Gli Usa si sono ritirati e non sanno neppure dove siano i loro cittadini. E se non lo sa il presidente americano, emblema della superpotenza tecnologica, dovremmo saperlo noi? Abbiamo però una certezza, che ci ha dato lo stesso Biden. L’Afghanistan era pieno di migliaia di americani.

Dai contractors, ai funzionari, agli esperti di cooperazione – che dovevano tenere in piedi il Paese facendo finta che fossero gli afghani a farlo. 

L’Afghanistan era stato messo in una “bolla” americana e occidentale che doveva tenere sotto vuoto, a distanza al Paese reale, le istituzioni, le forze armate, i media, le donne, gli attivisti, gli intellettuali. I talebani e il resto degli afghani osservavano la bolla sgonfiarsi giorno dopo giorno, mentre galleggiava in una retorica anni luce lontano dalla realtà. 

La bolla di sapone è scoppiata, l’Afghanistan è esploso e si è riversato nell’unico punto dove se ne rintraccia ancora la schiuma: l’aeroporto di Kabul, con dentro 6mila soldati americani, il doppio di quelli che erano stati ritirati.

Quanto agli americani in giro per l’Afghanistan sarebbero 11mila, secondo il Financial Times. Se a questi aggiungiamo i collaboratori afghani si arriva a decine di migliaia di persone: un ponte aereo gigantesco in una situazione intenibile, se non con un accordo con i talebani. 

E i talebani fanno pagare per ogni afghano esfiltrato: paga l’Italia, pagano quasi tutti. Insomma è il business del salvataggio, che il nuovo Emirato rende ancora più drammatico andando a caccia di giornalisti, donne, attivisti. 

Un caos che per il momento ai talebani conviene perché mette in scena, sotto gli occhi del mondo, quella disfatta americana e occidentale che ha fatto scrivere ieri sul manifesto a «Bifo» Berardi un articolo amaro sulla fine degli Stati uniti e di un universo di intellettuali a servizio dei padroni delle terra.

Ma si tratta di un mondo moribondo, non del tutto morto, pronto ai colpi di coda. 

In primo luogo gli americani stanno cercando di condividere con la Nato e gli europei le conseguenze del disastro. Nessuno più pronto di Draghi che vuole il “suo” G-20 dove convocare, oltre ai sauditi, anche il Pakistan, il principale sponsor dei talebani. 

In apparenza una mossa astuta. Il Pakistan dovrebbe “moderare” i talebani convinti dai sauditi che sono con la Cina il principale finanziatore di Islamabad. Del resto i sauditi sono oscurantisti quanto i talebani, sono una monarchia assoluta, contrari alla democrazia, ai diritti delle donne e sono anche i migliori clienti di armi americane e occidentali, ovvero ci pagano.

Non solo: il principe Mohammed bin Salman secondo la Cia è pure un assassino di giornalisti, e anche questo aspetto truculento, che l’Occidente accetta senza fare una piega, piace all’Emirato. Insomma i sauditi e i loro colleghi del Qatar e del Golfo hanno il profilo perfetto per “comprarsi” un po’ di moderazione talebana. 

Per la diplomazia occidentale sarebbe un modo di liberarsi del peso morale e mediatico degli afghani. Gli slanci umanitari sono lì a coprire dei crimini di guerra. La guerra afghana ha provocato – come scriveva sul manifesto giovedì Guido Moltedo – 240mila morti di cui oltre 71mila civili, cioè uccisi da bombe americane e pure nostre.

Questo è il prezzo delle nostre guerre umanitarie, dove l’«umanitario» come diceva Gino Strada è sempre subalterno alla violenza degli eserciti.

Se i talebani hanno continuato a fare proseliti è per questo. La maggioranza degli afghani, che non era entrata nell’élite della «bolla» occidentale, ha visto morte e distruzione e nessun vantaggio dalla presenza straniera. 

Le forze armate locali sono state giudicate complici e sottomesse agli Usa, non rappresentanti di una nazione: con il ritiro Usa si sono demoralizzate e fatte comprare dai talebani. La bolla, dopo 20 anni, si è sgonfiata in pochi giorni

Quello che non è ancora svanito in Occidente è il falso mito della guerra umanitaria. Perché non siamo mai stanchi di far lavorare il complesso militar-industriale. È questo che interessa gli Usa. È questo che garantisce la supremazia. Si possono ritirare i soldati, si possono anche sopportare figure grottesche a Kabul, ma non si possono fermare i fatturati dell’industria bellica.

Potrebbe sembrare una battuta di spirito, ma si stanno creando le premesse per un nuovo intervento «umanitario» e/o «anti-terrorismo» in Afghanistan.

Il primo giustificato dalle violazioni di diritti umani e civili da parte dei talebani; il secondo dal fatto che il movimento si è impadronito di migliaia di armi americane, anche elicotteri e droni, in dotazione all’esercito afghano e che i legami con Al Qaeda sono ancora ben vivi. 

Così ora gli Stati uniti saranno costretti ad autobombardare le proprie dotazioni di armi rimaste sul campo per salvare la faccia. Poi magari si colpirà solo con raid aerei e missilistici «mirati», visto che l’Afghanistan per 20 anni è stato un poligono per sperimentare nuove armi Usa. Sulla pelle degli afghani, naturalmente.