martedì 28 marzo 2023

IL GIGANTE

Il grave lutto che Gianni Minà ha arrecato alla storia del giornalismo italiano ed internazionale è un vuoto del quale ce ne accorgeremo solamente nei prossimi anni anche se l'eco della sua dipartita attraverso gli attestati di stima che stanno riempiendo i notiziari ed i social ci fanno capire fin da subito la caratura dell'uomo prima ancora del professionista.
Sempre meno infatti sono i giganti della professione del giornalista,dove troppo spesso essi si presentano imbellettati davanti alle telecamere,venduti,prezzolati al soldo del padrone,leccapiedi, imbarazzanti nei loro commenti carichi d'inettitudine e d'ipocrisia.
Grazie al ricordo dell'Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba(italiacuba.it ci-ha-lasciato-il-piu-grande-giornalista-italiano )voglio lasciare una piccola immagine ed un resoconto minimo di tutto quello che Gianni Minà ha dato al mondo in fatto di storia,cultura,musica, società e sport,un intellettuale eclettico ed uno spirito libero da qualsiasi forma di deviazione e di controllo,sempre alla ricerca della verità e non dello scandalo e dello scoop basato su gossip e voci distratte e distorte.
Minà ci ha fatto capire tanto di Cuba e in generale di tutto il centro e sud America ostaggio e alla mercé degli Stati Uniti che tanto hanno contribuito per soffocare i movimenti di lotta contro le ingerenze yankee in tutto il territorio(vedi ad esempio:madn chavismonuoce-gravemente-al-capitalismo e al neoliberismo )
Non voglio nominare i personaggi di rilievo mondiale che Gianni Minà nella sua carriera pluridecennale ha intervistato e raccontato attraverso le sue celeberrime interviste ed i suoi libri,fatto sta che era conosciuto ed apprezzato a livello nazionale.
Nel suo lavoro ci ha sempre messo passione ma anche rispetto per l'interlocutore,allacciando in alcuni casi rapporti di amicizia sincera,operando sempre con un'immensa onestà intellettuale e cercando di dare la voce anche agli ultimi che sosteneva con trasporto.
Ci mancherà Gianni Minà,ci manca già adesso.

Ciao Gianni, che la terra sia lieve.

Ci ha lasciato il più grande giornalista italiano.

Un grande amico di Cuba e della sua Rivoluzione. 

Per un lungo periodo ha fatto parte della Presidenza onoraria dell'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

Lo ricordiamo sempre al nostro fianco nelle battaglie per la difesa della sua amata Cuba. 

Durante il nostro ultimo congresso nazionale ci aveva inviato un suo particolare saluto.

L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si unisce al dolore della sua compagna Loredana Macchietti e di tutta la sua famiglia.

Grazie per tutto quello che hai dato al nostro paese ed a #Cuba.

Hasta la victoria siempre! 

Nato a Torino, trascorse parte della sua infanzia a Brusasco, sempre sito nella provincia torinese, per via dei bombardamenti che interessarono la città durante la seconda guerra mondiale.

Incominciò la carriera giornalistica nel 1959 a Tuttosport, di cui fu poi direttore dal 1996 al 1998. Nel 1960 ha esordito alla RAI come collaboratore dei servizi sportivi per le Olimpiadi di Roma. Nel 1965, dopo aver esordito al rotocalco televisivo di genere sportivo Sprint, diretto da Maurizio Barendson, iniziò a realizzare reportage e documentari per rubriche che hanno evoluto il linguaggio giornalistico della televisione, come Tv7, AZ, un fatto come e perché, i Servizi speciali del TG, Dribbling, Odeon. Tutto quanto fa spettacolo, Gulliver.

Minà seguì otto mondiali di calcio e sette olimpiadi, oltre a decine di campionati mondiali di pugilato, fra cui quelli, diventati storici, dell'epoca di Muhammad Ali.

Realizzò una Storia del Jazz in quattro puntate, programmi sulla musica popolare centro e sudamericana (come ad esempio "Caccia al bisonte" con Gianni Morandi) e una storia sociologica e tecnica della boxe in 14 puntate, intitolata Facce piene di pugni.

Fu tra i fondatori dell'altra domenica con Maurizio Barendson e Renzo Arbore. Nel 1976, dopo 17 anni di precariato, venne assunto al Tg2 diretto da Andrea Barbato e iniziò a raccontare la grande boxe e l'America dello show-business, ma anche i conflitti sociali delle minoranze. In quegli anni ebbero inizio anche i reportage dall'America Latina che hanno caratterizzato la sua carriera. Nel 1978, mentre seguiva come cronista il campionato mondiale di calcio 1978, venne ammonito e poi espulso dall'Argentina per aver fatto domande sui desaparecidos al capitano di vascello Carlos Alberto Lacoste (capo dell'ente per l'organizzazione del mondiale) durante una conferenza stampa, e aver cercato poi di raccogliere informazioni.

Nel 1981 il presidente Sandro Pertini gli consegnò il Premio Saint Vincent come miglior giornalista televisivo dell'anno. Nello stesso periodo, dopo aver collaborato a due cicli di Mixer di Giovanni Minoli, dal 1981 al 1984 esordì come autore e conduttore di Blitz, un programma innovativo di Rai 2 che occupava tutta la domenica pomeriggio e nel quale intervennero fra gli altri Federico Fellini, Giulietta Masina, Sergio Leone, Eduardo De Filippo, Muhammad Ali, Robert De Niro, Jane Fonda, Betty Faria, Gabriel García Márquez, Enzo Ferrari, Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Léo Ferré e Tito Schipa Jr.

Nel 1987 intervistò una prima volta per 16 ore il presidente cubano Fidel Castro, in un documentario dal quale fu tratto un libro pubblicato in tutto il mondo. Da quello stesso incontro fu ricavato Fidel racconta il Che, un reportage nel quale il leader cubano per la prima e unica volta raccontò l'epopea di Ernesto Guevara. L'intervista fu ripetuta nel 1990, dopo il tramonto del comunismo. I due incontri furono riuniti nel libro Fidel. Il prologo alla prima intervista con Fidel Castro fu scritto da Gabriel García Márquez; quello alla seconda, dallo scrittore brasiliano Jorge Amado.

Nel 1991 realizzò il programma Alta classe, una serie di profili di grandi artisti come Ray Charles, Pino Daniele, Massimo Troisi e Chico Buarque de Hollanda. Nello stesso anno presentò La Domenica Sportiva e ideò il programma di approfondimento Zona Cesarini, che seguiva la tradizionale rubrica riservata agli eventi agonistici.

Tra gli altri programmi realizzati: Un mondo nel pallone, Ieri, oggi... domani? con Simona Marchini ed Enrico Vaime e due edizioni di Te voglio bene assaje, lo show ideato da Lucio Dalla e dedicato un anno alle canzoni di Antonello Venditti e l'altro a quelle di Zucchero Fornaciari. Fra i documentari di maggior successo, alcuni di carattere sportivo su Nereo Rocco, Diego Maradona e Michel Platini, Ronaldo, Carlos Monzón, Nino Benvenuti, Edwin Moses, Tommie Smith, Lee Evans, Pietro Mennea e Muhammad Ali, che Minà ha seguito in tutta la sua carriera e al quale ha dedicato un lungometraggio intitolato Cassius Clay, una storia americana.

Nel 1992 incominciò un ciclo di opere rivolte al continente latinoamericano:

Storia di Rigoberta sul Nobel per la pace Rigoberta Menchú (premiato a Vienna in occasione del summit per i diritti umani organizzato dall'ONU),

Immagini dal Chiapas (Marcos e l'insurrezione zapatista) presentato al Festival di Venezia del 1996;

Marcos: aquí estamos (un reportage in due puntate sulla marcia degli indigeni Maya dal Chiapas a Città del Messico con un'intervista esclusiva al subcomandante realizzata insieme allo scrittore Manuel Vázquez Montalbán);

Il Che quarant'anni dopo ispirato alla vicenda umana e politica di Ernesto "Che" Guevara.

Nel 2001 Minà firmò Maradona: non sarò mai un uomo comune un reportage-confessione di 70 minuti con Diego Maradona alla fine dell'anno più sofferto per la vita dell'ex calciatore. Nel 2004 realizzò un progetto inseguito per undici anni e basato sui diari giovanili di Ernesto Guevara e del suo amico Alberto Granado quando, nel 1952, attraversarono in motocicletta l'America Latina, partendo dall'Argentina e proseguendo per il sud del Cile, il deserto di Atacama, le miniere di Chuquicamata, l'Amazzonia peruviana, la Colombia e il Venezuela. Dopo aver collaborato alla costruzione del film tratto da questa avventura e intitolato I diari della motocicletta diretto da Walter Salles e prodotto da Robert Redford e Michael Nozik, Minà diresse il lungometraggio In viaggio con Che Guevara, ripercorrendo con l'ottantenne Alberto Granado quell'avventura mitica. L'opera, invitata al Sundance Festival, alla Berlinale e ai Festival di Annecy, di Morelia (Messico), di Valladolid e di Belgrado, vinse il Festival di Montréal e in Italia il Nastro d'argento, il premio della critica.

Collaboratore per anni di la Repubblica, l'Unità, Corriere della Sera e il manifesto, Minà realizzò dal 1996 al 1998 il programma televisivo Storie, dove intervennero tra gli altri il Dalai Lama, Jorge Amado, Luis Sepúlveda, Martin Scorsese, Naomi Campbell, John John Kennedy, Pietro Ingrao; programma dal quale furono tratti due libri. Un suo saggio Continente desaparecido, realizzato con interviste a Gabriel García Márquez, Jorge Amado, Eduardo Galeano, Rigoberta Menchú, mons. Samuel Ruiz García, Frei Betto e Pombo e Urbano, compagni sopravvissuti a Che Guevara in Bolivia, ha dato il titolo a una collana di saggi sull'America Latina edita dalla Sperling & Kupfer.

Nel 2003 Minà scrisse Un mondo migliore è possibile, un saggio sulle idee germogliate al Forum sociale mondiale di Porto Alegre che hanno cambiato l'America Latina. L'opera fu tradotta in lingua spagnola, portoghese e francese.

Il suo penultimo lavoro editoriale, edito sempre dalla Sperling & Kupfer, si intitolò Politicamente scorretto, un giornalista fuori dal coro, raccolta di suoi articoli e saggi pubblicati tra il 1990 e il 2007 su la Repubblica, l'Unità, il manifesto, Latinoamerica, costituenti un autentico esercizio di controinformazione sugli avvenimenti più diversi e controversi dei primi anni del terzo millennio. Nel 2007 Minà, per la GME Produzioni S.r.l., Rai Trade e La Gazzetta dello Sport, fece uscire Maradona, non sarò mai un uomo comune, la storia del mitico calciatore argentino in 10 DVD. L'opera, con 1 200 000 copie vendute si è rivelata record di vendite negli ultimi dieci anni.

Nel 2008 produsse il film documentario Cuba nell'epoca di Obama, un viaggio nella Cuba del passato con interviste a personaggi storici dell'Isola come Roberto Fernandez Retamar o la ballerina classica Alicia Alonso, e in quella del futuro, con interviste alle nuove generazioni nelle scuole d'avanguardia. Questo documentario fece vincere a Minà il suo secondo Nastro d'argento nel 2012. Sempre nel 2008 andò in onda su Rai 3 La stagione di Blitz, un programma in 10 puntate, parziale rivisitazione del primo anno del programma di Minà Blitz, della stagione televisiva 1983-85.

Nel 2014, con Rai Eri, distribuito dalla Rizzoli, uscì Il mio Alì, un libro-raccolta di articoli scritti da Minà su Muhammad Alì dal 1971 a oggi. Minà ebbe sempre una attenzione particolare per campioni complessi come Maradona, Pietro Mennea, Tommie Smith, Lee Evans, Roberto Baggio, Alberto Tomba, Marco Pantani.

Nel 2015 Minà produsse Papa Francesco, Cuba e Fidel, un reportage sulla storica visita del Pontefice argentino avvenuta a Cuba nel settembre del 2015 e con il quale vinse, nel 2016, l'Award of Excellence all'ICFF di Toronto, Canada. Infine, nel 2016, Minà produsse L'ultima intervista a Fidel Castro, della durata di 40 minuti, effettuata alcuni mesi prima della scomparsa dello storico leader cubano. Dal 2000 al 2015 Minà diresse con Alessandra Riccio la storica rivista letteraria Latinoamerica e tutti i sud del mondo, un trimestrale di geopolitica dove hanno scritto gli intellettuali più prestigiosi del continente americano.

Nel 2017 uscì il libro-intervista Così va il mondo, con Giuseppe De Marzo, dove Minà raccontò cinquant'anni di giornalismo con un'attenzione particolare ai diritti dei più deboli e a chi si ribella alle ingiustizie in Italia, negli Stati Uniti, in America latina, ovunque.

Nel 2020 Minà pubblicò il libro autobiografico Storia di un boxeur latino, edito da Minimun fax.

È morto dopo una breve malattia cardiaca il 27 marzo 2023 a Roma, presso la clinica Villa del Rosario, a 84 anni.

martedì 21 marzo 2023

LA FIGURACCIA DELLA CGIL

Non è la prima volta che cerco di rendere l'idea differenza tra il sindacalismo italiano e quello francese,
sia dal punto di vista dirigenziale che di quello della platea degli iscritti,(vedi ad esempio:madn la-francia-insorge-e-noi-abbiamo-dormito )e bastano le immagini dell'ultimo congresso della Cgil e le manifestazioni di protesta in Francia contro l'aumento dell'età pensionabile che il divario è enorme e soprattutto allarmante.
Il primo articolo(contropiano limmagine-del-disastro-del-lavoro )parla del surreale invito del segretario Landini,che ha bissato l'incarico,della premier Meloni,che di fatto è stata la prima leader di governo che ha potuto presenziare e parlare ad un congresso,non ad un incontro o durante una manifestazione o qualsiasi altro evento.
Una scelta disastrosa che ha lasciato basiti numerosi addetti al lavoro che in minima parte hanno protestato,mentre la maggioranza dietro l'allargata democrazia che nulla ha che vedere con personaggi come la Meloni e con quelli della sua specie che sono da trattare come ciò che sono,fascisti.
Quest'altro articolo(contropiano cgil-ultimo-atto )parla degli ultimi decenni di un sindacato confederale che lentamente ha visto dissolvere tutto quello che di buono con della sana lotta era riuscito ad ottenere per i lavoratori,visto che da troppi anni c'è stato un servilismo de facto verso il padronato e verso il capitalismo,con conseguente emorragia di iscritti e di un deciso abbassamento di sapere cogliere i desideri di chi lavora.
Il secondo contributo(contropiano francia-la-motion-ou-le-pave )parla dell'ennesima ondata degli scioperi che andranno avanti certamente visto che le due mozioni di sfiducia contro la premier Borne e il Presidente Macron per soli nove voti(molta polemica su franchi tiratori repubblicani)non sono passate.
Le manifestazioni di piazza che si sono svolte in tutto il paese e non solo a Parigi per l'aumento dell'età pensionabile da 62 a 64 anni,volendo vedere confrontando la situazione francese con quella italiana neanche così tragica come la nostra,ha scatenato l'ira dei lavoratori che per un soffio non hanno visto l'esecutivo cadere.

L’immagine del disastro del lavoro.

di Giorgio Cremaschi

Ci sono immagini che sono il lampo di un momento storico. Le lotte operaie , le vittorie e le sconfitte, dai comizi di Di Vittorio al luglio del 1960, dall’autunno caldo alla marcia dei quarantamila, dalla difesa della scala mobile alla rivolta operaia contro i dirigenti sindacali del 1992. Tutti i momenti fondamentali delle lotte con le quali il mondo del lavoro ha conquistato diritti e dignità, che poi ha cercato di difendere, sono stati immortalati in immagini potenti.

Questi ultimi trent’anni, quelli della lunga ritirata del lavoro sotto l’aggressione della precarietà e dello sfruttamento, hanno tante immagini, di resistenze e di cedimenti. Ma finora non ce ne era una che da sola cogliesse l’ultimo trentennio. Alla fine del quale l’Italia è il solo paese ricco a subire la riduzione dei salari.

Ora l’immagine del disastro che da noi ha colpito il lavoro c’è. È quella di Giorgia Meloni che comizia sicura e sprezzante al congresso della CGIL, riscuotendo persino qualche applauso da una sala, che tranne una piccola minoranza, è attonita e in fondo dominata.

La Presidente del Consiglio del più reazionario dei governi che, quando non ubbidisce all’agenda Draghi e agli ordini della NATO, scatena odio di classe contro i lavoratori, i poveri, i migranti. La leader di un partito che vanta la fiamma neofascista nel suo simbolo, ha potuto parlare da padrona al congresso della CGIL perché anni di passività e complicità dei dirigenti sindacali le hanno aperto la via.

Giorgia Meloni fa il suo mestiere, Landini ed i suoi da anni non fanno il loro. Fanno i furbetti , spiegano che la visita di Meloni è un riconoscimento della loro forza, aiutati in questo dalla stampa di regime che ne amplifica gli inesistenti ruggiti, ma la sostanza di tutto è solo subalternità.

Landini e i suoi hanno trasformato il congresso della Cgil in una succursale di Porta a Porta, mentre in Francia i lavoratori danno l’assalto ai centri del potere. Non vinceranno, come mormorano tutti i sindacalisti crumiri? Può essere, ma ci provano e se ci si prova qualcosa a casa si porta sempre. Se invece ci si arrende prima ancora di cominciare, si perde sempre tutto.

Di Vittorio si rivolta nella tomba, dalla quale invece sorge l’immagine di D’Aragona, che nel 1927 sciolse la CGL in ossequio al Presidente del Consiglio di allora.

Che paragoni sento subito dire, Landini non ha certo intenzione di sciogliere la CGIL. Certo che no, però l’ha resa come minimo inutile per i lavoratori che vogliano risalire la china da dove sono precipitati.

Se i lavoratori vorranno cancellare questi trent’anni di umiliazioni, dovranno farlo senza e contro i dirigenti sindacali che hanno dato legittimazione e forza a Giorgia Meloni.

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Francia: “La motion ou le pavé”.

di Giacomo Marchetti

La mobilitazione contro la riforma pensionistica proseguirà questa settimana. L’agenda politica istituzionale non ha “esaurito” il suo corso. Vediamolo da vicino.

Come abbiamo raccontato, il governo Macron ha deciso di far passare il progetto della riforma licenziato dalla Commissione Mista Paritaria (CMP) senza farlo votare all’Assemblea Nazionale, utilizzando per l’undicesima volta l’artico 49.3 della Costituzione.

Oggi, lunedì, saranno discusse le due mozioni di sfiducia depositate venerdì dal gruppo LIOT e co-firmata dalla NUPES. Se questa non passasse si discuterà anche quella proposta dal Rassemblement Nationale di Le Pen.

Stando ai numeri, servono 30 voti – la metà di quelli dei gollisti di LR – oltre a quelli dei tre gruppi che si oppongono alla riforma (LIOT, NUPES e RN).

Questi gli scenari possibili.

Una delle due “motion de censure” viene votata dalla maggioranza: la legge viene rigettata ed il governo cade.

In questo caso, ipoteticamente, il progetto di legge potrebbe essere riesaminato all’Assemblea Nazionale e al Senato con un nuovo esecutivo, ma appare improbabile che dopo uno smacco del genere un futuro governo provi immediatamente a portare avanti tale progetto.

In caso di sfiducia il Presidente non è obbligato a sciogliere l’Assemblea Nazionale, ma può nominare un nuovo governo. Ne ha però la facoltà, prerogativa attribuitagli dall’articolo 12 della Costituzione previa consultazione del Primo Ministro e dei due presidenti delle Camere.

In questo caso le elezioni politiche devono svolgersi  entro 20/40 giorni.

Non è detto che tale decisioni possano portare, in questo momento, a numeri in Parlamento più favorevoli  per l’attuale Presidente.

Se nessuna delle due “mozioni di sfiducia” ottiene la maggioranza assoluta, in questo caso la riforma può diventare operativa.

Che  la riforma diventi legge non vuol dire comunque che non possa essere ritirata ed annullata, come è avvenuto nel 2006 con il “contratto primo impiego” (CPE), che creava un Contratto a Tempo Indeterminato con un periodo di prova di 2 anni.

Allora il braccio di ferro ingaggiato dal governo di Dominique de Villepin – che anche in quel caso era ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione – è stato perso di fronte ad un possente movimento sociale che si è espresso con il blocco delle università e degli istituti superiori, 3 milioni di manifestanti nelle strade, ripetuti scontri di pizza tra oppositori e forze dell’ordine, e – proprio come oggi – un’opinione pubblica fortemente contraria al governo.

Dopo quell’episodio, nessun movimento sociale in Francia – a parte il movimento dei gilet jaunes – è riuscito a far fare marcia indietro ad un governo su un progetto di legge importante.

Entro quattordici giorni dall’approvazione definitiva di una legge può essere interpellato il Consiglio Costituzionale, se almeno 60 parlamentari lo chiedono – la NUPES da sola ne ha 149. In questo caso l’applicazione della legge viene sospesa per un mese. L’articolo 61.3 della Costituzione permette di accelerare – su richiesta del governo – un pronunciamento di tale organo in otto giorni.

Che tale legge possa essere ritenuta non conforme alla Costituzione non è una ipotesi peregrina. E non per questioni di merito ma di metodo. E come si sa, nel diritto, la forma è sostanza.

L’Esecutivo è ricorso a tutto l’arsenale legislativo utilizzabile per “azzoppare” la discussione parlamentare: l’articolo 47.1 per ridurre i tempi di dibattito, il rifiuto della ricezione degli emendamenti grazie all’articolo 44.2, l’articolo 38 del regolamento del Senato per limitare il dibattito sugli emendamenti, di fatto costringendo – ad un certo punto – ad un voto unico sull’intero pacchetto con l’articolo 44.3. Ed infine l’articolo 49.3, che ha eliminato anche il voto sulla “riforma”.

Se questi singoli articoli sono costituzionalmente utilizzabili per “forzare” il dibattito parlamentare, la loro sommatoria può essere giudicata contraria all’esigenza costituzionale della “chiarezza e sincerità del dibattito parlamentare”.

Un dibattito che, ricordiamo, si è concluso con la prima ministra Elisabeth Borne che annunciava il ricorso all’articolo 49.3 tra le urla dei banchi dell’estrema destra, mentre i deputati della NUPES che intonavano la Marsigliese (con tutto l’immaginario giacobino che l’accompagna).

Se la riforma delle pensioni passasse anche il giudizio del Consiglio, è comunque attivabile la consultazione referendaria attraverso un référendum d’iniziative partagée (RIP), già depositata da 252 tra deputati e senatori della Nupes (ne sarebbero stati sufficienti 185).

Il referendum abrogativo è previsto però solo per le leggi in vigore da almeno un anno. Il Consiglio Costituzionale, se convalida il RIP prima dell’entrata in vigore della riforma, concede nove mesi per la raccolta dei consensi necessari: almeno il 10% degli elettori, una cifra assolutamente raggiungibile per i suoi promotori, visto il clima nel paese.

Un iter complesso, quindi, che non esaurirebbe le possibilità istituzionali di lotta contro la riforma nel caso fallisse il voto di sfiducia all’Assemblea nazionale, e altrettanto avvenisse al Consiglio Costituzionale.

Vista la “contrarietà” della stragrande maggioranza della popolazione, è dunque ipotizzabile la tenuta di un referendum che potrebbe bocciarla “ora” o dopo un anno della sua promulgazione.

Ma è chiaro che il movimento sindacale e non si è già preparato ad intensificare la mobilitazione.

Come ha dichiarato il segretario uscente della CGT Philippe Martinez a BFM-TV, parlando degli incidenti nelle manifestazioni che continuano ogni giorno in diverse città ed in differenti forme più o meno sauvages, “è responsabilità di Macron se la collera è a questo livello”.

Martinez accusa il governo di non avere ascoltato alcun monito e di “giocare con il fuoco”, contestando il divieto di manifestare imposto dalla Prefettura da venerdì sera a Place de La Concorde, a Parigi, dove i manifestanti si erano spontaneamente radunati per la seconda serata consecutiva.

Oramai è ripresa la pratica delle forze dell’ordine messa in opera durante durante le mobilitazioni dei Gilets Jaunes, ossia il ricorso spropositato ai fermi – garde à vue – senza che nella stragrande maggioranza dei casi abbiano alcun seguito giudiziario.

Sabato a Parigi, sono state fermate 122 persone, 169 in tutta la Francia. Come nelle serate precedenti, sabato  si sono svolte manifestazioni in diverse città: Marsiglia, Lille, Amiens, Caen, Saint-Etienne, Roanne, Bensançon, Digione, Grenoble, Gap, Annecy, Lodève, ecc.

SNES-FSU – il principale sindacato nella scuola media inferiore (collège) e superiore (lycées) – ha depositato un preavviso di sciopero per questo lunedì e martedì insieme a CGT, FO e SUD, che potrebbe rendere problematica la tenuta delle prime prove della maturità (BAC). Con una presa di posizione sul quotidiano Libération il personale di diverse scuole ha chiarito il senso di questa scelta inedita.

Le tre maggiori raffinerie della Francia stanno per fermare la produzione di carburante. Altre 6 su 7 hanno scelto questa delicata procedura che tecnicamente ha bisogno di 3/4 giorni di tempo per essere realizzata e due settimane per ripristinarne poi l’operatività. In generale il settore petrolchimico sarà fortemente impattato, dopo aver già fermato la consegna di carburante nelle settimane precedenti.

Il governo ha detto che procederà a delle “requisizioni”, ma non è affatto detto che riuscirà ad effettuarle.

La capitale vede circa 10 mila tonnellate di rifiuti non raccolti e tutti gli impianti di trattamento fermi, dopo 14 giorni sciopero dei 7.000 operatori ecologici di Parigi che sciopereranno almeno fino a martedì. Ma anche in diverse altre città va avanti lo sciopero.

Come ha detto uno scioperante parigino a Francetvinfo: “Se Macron abbandona la riforma, riprenderemo il lavoro”.

E’ stata disposta la requisizione da parte del Ministero dell’Interno, ma anche qui l’esito è incerto.

Intanto aumenta vertiginosamente il numero delle stazioni che soffrono di penuria di carburanti: 306 non hanno più completamente carburante e 465 ne scarseggiano.

Un terzo dei voli saranno cancellati questo lunedì negli scali parigini e a Marsiglia; anche i ferrovieri continuano le mobilitazioni e si annuncia una “giornata nera” per i trasporti questo giovedì, ma non è detto che non ci siano scioperi selvaggi decisi dalle Assemblee Generali locali.

72 ore di sciopero e diverse “operazioni porti morti” sono state proclamate dalla federazione Ports et Docks della CGT per le giornate del 21, 22 e 23. Diverse Assemblee Generali di lavoratori hanno votato per prolungare lo sciopero fino al ritiro della riforma.

Numerose “azioni dirette” si sono svolte in questo weekend. Tra queste le operazioni di “pedaggio gratuito” delle autostrade, blocchi stradali e  “invasioni” dei centri commerciali. Ma anche azioni più “decise”, come l’incendio della Prefettura di Die e l’attacco alla sede di Eric Ciotti, capo dei dei gollisti a Nizza.

La settimana che viene si annuncia ancora più calda nelle giornate che precedono lo sciopero inter-professionale e la mobilitazioni nazionali di giovedì 23.

Come è stato vergato sui muri: “o la sfiducia, o il sanpietrino”.