venerdì 19 maggio 2023

SINDROME CINESE

Nel giro di poche ore ci sono stati due attacchi nemmeno troppo velati da parte dell'occidente nei confronti della Cina,uno dell’Alto rappresentante Ue per Esteri e Sicurezza Borrell e uno meno di portata globale ma altrettanto minaccioso della premier italiana donna mamma Meloni.
Nel primo caso(www.avantionline.it/borrell-la-vera-sfida-per-leuropa-e-la-cina/ )l'ennesima sfida occidentale da parte europea,visto che gli attacchi statunitensi sono praticamente quotidiani,le parole di Borrell tendono ad un inasprimento dei rapporti con la Cina in quanto i cinesi vogliono sovvertire l'attuale ordine mondiale che vedono gli esportatori di civiltà(e guerre)degli Usa al potere.
Come giustamente detto la Cina parla di bullismo statunitense ed il cagnolino Europa approva tutto quello che in materia geopolitica,sociale ed economica i cinesi sono pronti a portare al mondo,senza attaccare nessuno con la violenza dei conflitti.
Per quanto riguarda la Meloni(www.affaritaliani.it g7-hiroshima-biden-arruola-contro-russia-cina-pressing-su-meloni )proprio durante il vertice G7 di Hiroshima parla di voler sopprimere il patto siglato dal governo Conte(Via della seta)proprio con la Cina.
La notizia era nell'aria da settimane ma proprio durante l'incontro in Giappone e d'accordo con i partner occidentali la premier italiana parla della paura di Mosca e Pechino unite,e alla faccia di accordi economici ma anche culturali che apportano un mucchio di soldi già siglati vuole interrompere questa collaborazione che porta frutti ad entrambe i paesi.

Borrell: “La vera sfida per l’Europa è la Cina”.

di Salvatore Rondello

Un nuovo equilibrio geopolitico non è possibile raggiungerlo nel breve senza fare i conti con la Cina. Questo si è capito da tempo come è stato scritto sulle pagine di questo giornale.

Oggi se ne è accorto anche Borrell, l’Alto rappresentante Ue per Esteri e Sicurezza che a “La Repubblica” ha dichiarato: “La vera sfida per Ue è la Cina. Come rapportarsi alla Cina è questione di cruciale importanza per l’Ue, persino più complessa del tema Russia. Pechino vuole costruire un nuovo ordine mondiale e diventare entro la metà secolo la prima potenza. L’Ue deve ricalibrare la sua politica

per 3 motivi: i cambiamenti in atto nel Paese,sempre più nazionalista e ideologizzato, l’inasprimento della competizione strategica tra Usa e Cina,l’ascesa della Cina quale attore chiave”.

In vista del G7 in Giappone, il portavoce del ministero degli esteri cinese, Wang Wenbin, ha detto: “Se i Paesi del G7 si preoccupano davvero della sicurezza economica, dovrebbero chiedere agli Usa di smettere immediatamente di sopprimere e contenere gli altri Paesi in nome della sicurezza nazionale, fermare il bullismo unilaterale indiscriminato, smettere di costringere gli alleati a formare cricche esclusive e di sconvolgere il mondo”.

Così la Cina ha messo le mani avanti in merito alle indiscrezioni secondo cui il documento finale che i leader del Gruppo dei Sette Paesi più industrializzati diffonderanno alla fine del summit di Hiroshima (19-21 maggio), in Giappone, potrebbe menzionare la sicurezza economica e sottolineare le contromisure contro la coercizione economica della Cina.

Infatti, Wang ha aggiunto: “Quando si tratta di coercizione economica, questo cappello è più adatto agli Stati Uniti. In quanto vittima degli accordi del Plaza degli anni ’80, il Giappone (che accettò di svalutare la sua valuta) dovrebbe avere la comprensione più profonda di ciò”.

Dunque, le principali minacce all’economia mondiale, nella necessità di assicurare la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento, sono quelle di dividere il mondo in due grandi mercati e due grandi sistemi.

Mentre nel fine settimana a Hiroshima il G7 cercherà di trovare un accordo sulle misure contro la “coercizione” economica cinese invocate da Washington, che intende portare la discussione sull’export di tecnologia e di software per impedire a Pechino di accelerare sulla strada dell’intelligenza artificiale, a Xi’an viene inaugurata ufficialmente una nuova era di cooperazione tra la Cina e un’Asia centrale nella quale diminuisce il peso degli Usa, ormai limitato all’assistenza finanziaria, e decresce, seppur ancora fortemente persistente, l’autorità russa.

Ieri e oggi, Xi Jinping riceve a Xi’an, nella provincia dello Shaanxi, i capi di stato di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan con cui spera di lavorare per costruire insieme una nuova Belt and Road Initiative (Bri),  in modo da promuovere lo sviluppo e la prosperità di tutti i paesi interessati dall’iniziativa.

I cinque paesi ex sovietici, rimasti nella sfera d’influenza di Mosca dopo il crollo dell’Urss, temono che, prima o poi, potrebbero essere costretti a fare i conti con l’imperialismo di Vladimir Putin.  Non a caso, i paesi dell’Asia centrale hanno mostrato una certa irritazione nei confronti dell’azione russa in Ucraina.

Yu Jun, vicedirettore generale del dipartimento Europa-Asia del Ministero degli Esteri cinese, durante il primo briefing al centro di stampa del summit, ha dichiarato che, attualmente, la situazione in Asia centrale è influenzata da diversi fattori e sta affrontando nuove sfide, per cui i paesi della regione desiderano rafforzare la cooperazione con la Cina a favore dello sviluppo e della sicurezza comune.

A Xi’an i leader delle cinque repubbliche presidenziali si riuniranno per definire lo sviluppo futuro e costruire insieme una più stretta comunità. Inoltre, ufficializzeranno il loro sostegno al tentativo di mediazione basato sul piano cinese per una “soluzione politica della crisi ucraina”, mal digerito da Mosca.

Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan hanno visto l’economia del loro ex protettore indebolirsi per effetto delle sanzioni internazionali, perciò le repubbliche centroasiatiche si stanno riavvicinando a Pechino per poter prendere più agevolmente le distanze da Mosca.

La scelta di Xi’an come sede dell’evento è simbolica. L’ex capitale imperiale era, difatti, il punto di partenza dell’antica via della seta, oltre duemila anni fa e la Cina ha gli occhi puntanti all’Asia Centrale dal lontano 2013, quando dalla capitale kazaka Nur-Sultan Xi Jinping annunciò la nascita della Bri, la nuova via della Seta.

Secondo il quotidiano Domani: “Pechino sta rafforzando le relazioni con i cinque paesi dell’Asia centrale anzitutto perché essi rappresentano indispensabili partner di sicurezza. Il Tagikistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan hanno frontiere in comune con l’Afghanistan, che a sua volta confina con il Xinjiang popolato dalla minoranza musulmana degli uiguri”.

La cooperazione nella stabilizzazione dell’Afghanistan è fondamentale per la Cina. Difatti, questo è uno dei temi al centro dell’agenda di Xi’an. L’area, per Pechino, è strategica anche per le sue risorse energetiche, che hanno un potenziale enorme, ma che sono poco sfruttate, a causa della scarsa capacità produttiva locale.

Negli ultimi anni la Cina ha costruito un oleodotto di 2.200 km che porta il petrolio dal Kazakistan al Xinjiang e, nel 2009, ha lanciato il gasdotto Asia centrale-Cina che la collega a Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. Nel settembre scorso, Pechino ha annunciato l’avvio dei lavori per un quarto gasdotto tra il Xinjiang e il Turkmenistan attraverso il Kirghizistan e l’Uzbekistan.

Il commercio bilaterale tra i cinque ‘stan’ e la Cina è in costante aumento. Durante il vertice della Shanghai cooperation organization (SCO), tenutosi a settembre 2022. Sempre su Domani si legge: “Xi ha annunciato che la Cina avrebbe fornito 150 milioni di yuan (24,37 milioni di dollari) in aiuti umanitari ai membri della “Nato dell’est” (di cui fanno parte i paesi dell’Asia Centrale), e “le compagnie di stato cinesi hanno avviato tanti progetti infrastrutturali molto rilevanti, come la nuova ferrovia che collegherà la Cina al Kirghizistan e all’Uzbekistan. L’offerta di Pechino è irrinunciabile: la connettività della nuova via della Seta, che promette di sviluppare le economie dei cinque vicini, e il mercato cinese, pronto ad accogliere le loro esportazioni di materie prime”.

Gli Stati Uniti ed il G7 rincorrono e nel frattempo, hanno rinnovato le loro promesse di assistenza finanziaria all’Asia centrale, che però “vuole continuare a guardare a Mosca, senza disdegnare il sostegno occidentale, ma avvicinandosi di più alla Cina”.

Il mondo è sempre più diviso in due con la Russia che, ormai, con la guerra in Ucraina, esce di scena per essere rimpiazzata dalla Cina.

Così, da una parte gli Stati Uniti a rischio default e dall’altra una Cina opulenta con ingenti risorse di liquidità. In questa situazione non dovremmo stupirci se la Cina potrebbe diventare tra pochi anni la prima potenza mondiale come sostiene Borrell.

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G7, piano Biden contro Russia e Cina. Meloni e il nodo Via della Seta

Via al vertice di Hiroshima. Pechino denuncia: "Un circolo chiuso. divide invece di unire". Gli Usa vogliono nuovi steccati economici, Italia sotto osservazione.

di Redazione Esteri

Giorgia Meloni è alla prova del suo primo G7 da presidente del Consiglio. Un G7 ad alto contenuto strategico, visto che si svolge nel bel mezzo della guerra in Ucraina e della contesa a tutto campo tra Stati Uniti e Cina. Non a caso proprio Mosca e Pechino saranno i due temi principali di un vertice che nella prospettiva di Cina e Russia "divide", invece di unire. "Un circolo chiuso", lo definiscono in particolare i media di stato cinesi. 

Meloni è impegnata a mostrare l'affidabilità dell'Italia ai principali partner, Stati Uniti compresi, che si aspettano rassicurazioni sulla partecipazione italiana alla Belt and Road Initiative di Pechino. La premier ha più volte manifestato l'intenzione di uscire dall'accordo firmato dal governo Conte nel 2019, ma non ha ancora preso una decisione definitiva. Secondo indiscrezioni, Joe Biden avrebbe "concesso" qualche altro mese per prendere e soprattutto comunicare la decisione. Forse per consentire a Meloni di annunciare la decisione durante un colloquio con Xi Jinping o una visita in Cina, mossa che potrebbe garantire meno problemi nelle relazioni bilaterali con Pechino. Ma resta improbabile pensare a una permanenza dell'Italia nell'accordo, anche perché nel 2024 raccoglierà il testimone del Giappone per l'organizzazione del summit.

mercoledì 17 maggio 2023

LECCACULISMO

Mi diverte l'alzata di scudi a favore di Fabio Fazio,da molti osannato non so proprio per cosa,forse per essere uno zerbino,perché è un bravo giornalista,perché il suo salotto buono di Raitre è costato milioni di Euro per i suoi ospiti da tappeto rosso?
La Rai da sempre è politicizzata,è un dato di fatto palese e con l'avvento di donna Giorgia al governo le cose cambiano e cambieranno,in peggio s'intende,ma le dimissioni di Fazio che comunque avviso i suoi cari estimatori di certo non si ritroverà in strada a fare l'elemosina,sono un bene per una rete di Stato sovvenzionata da denaro pubblico.
Nell'articolo sotto(https://www.capital.it/fabio-fazio-addio-rai-intervista )se ne tessono le lodi e si parla dello strappo tra Fazio e la Rai,degli introiti pubblicitari che ha portato a mamma Rai senza parlare dei cachet d'oro per gli ospiti,tutti elencati o almeno quelli più famosi e potenti.
Fazio fa parte di quel radicalismo chiccosissimo come ad esempio Saviano,Benigni e Jovanotti per elencarne qualcuno,che sono personaggi propaggine di una classe politica che da più di un decennio ha perso il senso della realtà come si vivesse dentro una bolla e che ha smarrito il minimo approccio verso milioni di persone che sopravvivono a fatica(ogni riferimento al Pd è puramente casuale).
Questi autoproclamati progressisti di cui Fazio è uno dei leader,ed uso un termine forte ma alquanto realistico se dico che è il classico culo per tutti i cazzi,hanno a cuore solo il proprio tornaconto e mi lascia basito che molte persone parlino come primo argomento riguardo la sua uscita dalla Rai del mancato ritorno pubblicitario legato alle sue trasmissioni in cui la Rai(mica noi poveri cristi) guadagnava un sacco di milioni(senza parlare dei compensi milionari agli ospiti)proprio come i più biechi capitalisti,altro che compagni e progressisti.
Che poi la televisione pubblica che ormai sopravvive di pubblicità come una qualsiasi altra rete commerciale non ci piove(ho appena finito di vedere la tappa del Giro d'Italia che si vedevano più spot che biciclette),semmai io toglierei il pagamento del canone,e poi ognuno è padrone del suo tempo e del suo spazio e se vuole cambia canale,o meglio spegne la televisione e va in strada a fare la rivoluzione.

PERCHÉ FABIO FAZIO LASCIA LA RAI

di Capital Web

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Dopo 40 anni, l’addio di Fabio Fazio alla Rai: Riccardo Quadrano e Andrea Lucatello ne parlano con la giornalista di Repubblica Silvia Fumarola.

COME SI È ARRIVATI ALLO STRAPPO

“Erano settimane che si ipotizzava questo addio. Chiaramente con il governo Meloni, sin dall’inizio l’aria era cambiata. Hanno cominciato a spiegare che avrebbero cambiato il servizio pubblico della Rai. Il contratto di Fazio era in scadenza a fine giugno ed era nelle mani dell’ex amministratore delegato Carlo Fuortes ma non era ancora stato firmato. Dopodiché il 5 maggio Fuortes va in consiglio di amministrazione ed espone la questione del rinnovo per Fabio Fazio, senza entrare troppo nel merito, ma due giorni dopo si è dimesso. Erano mesi che il suo manager Beppe Caschetto aspettava di essere chiamato per il rinnovo ma ciò non è mai avvenuto, era evidente che sarebbe successo qualcosa.”

I COMUNICATI DELLA RAI

“La cosa più divertente, per non dire triste, è che ieri sera è cominciato uno scaricabarile tra i vertici della Rai: due comunicati a distanza di poche ore, il primo dell’amministratore delegato Roberto Sergio in cui è stato spiegato il fatto del contratto in scadenza e dopo quello della Presidente Marinella Soldi che chiarisce che l’AD aveva comunque il potere per portare avanti il contratto.”

GLI OSPITI INTERNAZIONALI DI "CHE TEMPO CHE FA"

Nel corso di tutte le sue edizioni la trasmissione di Fazio ha avuto ospiti di enorme importanza in tutti i campi, dalla politica al cinema, dai diritti civili alla musica. Eccone alcuni fra i più importanti:

Michail Gorbačëv

Papa Francesco

Barack Obama

Bill Gates

Bono Vox

Robbie Williams

Liliana Segre

Glenn Close

Susan Sarandon

Woody Allen

Brian May

Annie Lennox

Robert Plant

Phil Collins

Lady Gaga

Quentin Tarantino

Emmanuel Macron

Tom Hanks

Madonna

Daniel Pennac

Roberta Metsola

Novak Djokovic

Diego Armando Maradona

Jane Fonda

Greta Thunberg

Coldplay

Russell Crowe

Ryan Gosling

Charlize Theron

George Clooney

Adele

IL RITORNO ECONOMICO E DI IMMAGINE

“Il ritorno pubblicitario per l’azienda per “Che tempo che fa“, il programma di Fabio Fazio, c’è sempre stato ed è sempre stato enorme. Il programma non solo si è sempre ripagato da solo ma ha sempre portato nelle casse della Rai svariati milioni di euro. Inoltre c’è da dire che Rai Tre si è accesa con questa trasmissione, in questa stagione alcune prime serate di Rai Tre sono state addirittura il secondo ascolto dell’intera programmazione. Il programma di Fazio ha portato ospiti che nessuno ha mai avuto come Meryl Streep, Papa Francesco, quelli che tutti ricordiamo. Ma soprattutto Fazio si è inventato una trasmissione meravigliosa per il Giorno della Memoria con la Senatrice Liliana Segre, “Binario 21“, che rimarrà nella storia della televisione. Lui può piacere o non piacere ma è sempre stata una grande risorsa e quando ne perdi una così, come fai? Non si è fatto un discorso strategico, mandandolo via perché magari avevano un’ottima carta in mano, no. È un autogol clamoroso e le modalità sono veramente tristi.”

IL PASSAGGIO DI FAZIO A DISCOVERY

“Già da ottobre Fazio prenderà tutto il pacchetto e andrà sul 9, su Discovery. Noi siamo dei grandi abitudinari ed è strano per noi cambiare canale, però ad esempio il calcio trasmesso su TV8 è cresciuto molto negli ascolti fa…”

UN PROGRAMMA CHE NON PIACE AL GOVERNO

“Ieri sera c’era Maurizio Landini che parlava dei problemi del lavoro e diceva che su questo tema il governo non sta facendo niente. In quali altre trasmissioni trovi un ospite che apertamente e liberamente dice quello che pensa? La cosa che ha dato più fastidio, a parte quello che si può pensare di Fazio, sono stati tutti quei giornalisti che sono andati in quello spazio di confronto sui temi di attualità a parlare, di immigrazione, di diritti. Era stata ventilata l’ipotesi di modifiche in certi punti del programma, ma ovviamente non poteva andare bene.”

martedì 16 maggio 2023

L' EURO PUTTANTOUR DI ZELENSKY

Il marchettaro presidente ucraino Zelensky negli ultimi giorni ha battuto le principali capitali europee nella sua ricerca non della pace ma in una guerra sempre più cruenta richiedendo di tutto e di più da carri armati a caccia passando per armi e munizioni,e le puntate a Parigi,Roma,Berlino e Londra però non hanno sortito gli effetti sperati o almeno in parte.
Nell'articolo della propagandista Rai(www.rainews.it zelensky-chiude-il-tour-europeo )sempre vicina fin dall'inizio alla nazista Ucraina c'è un breve resoconto di quello che è riuscito o meno a portare a casa in nome della difesa del popolo che sta ammazzando i suoi abitanti oltre a quelli russi,ed in fondo sono sempre i poveretti a rimetterci la pelle e non i Zelensky,Meloni,Macron,Sunak,Steinmeier per non parlare delle Lagarde e Von der Leyen o degli Stoltenberg.
Il mio pensiero sul conflitto tra Russia e Ucraina è pesantemente dalla parte russa come già spiegato più volte(vedi:madn parteggiare )e di certo tutto l'intrallazzo parlamentare italiano dove la stragrande parte dei parassiti che siedono sugli scranni del potere sono dalla parte dei nazisti ucraini fa sempre più schifo e vergogna.
Nessuno che parla di pace ma tutti pronti ad armare questo folle puttaniere che fa i suoi giretti per l'Europa ripeto come una lurida mercenaria alla ricerca di sangue e di vendetta,e solo pochi protagonisti a livello internazionale tentano di imbastire seri progetti di pace,non quella"giusta"che vuole Zelensky ovvero con l'annientamento della Russia.

Le forze ucraine avanzano a Bakhmut.

Zelensky chiude il tour europeo: “Più armi e più potenti di prima. La vittoria si avvicina”

Inghilterra e Francia frenano sulla fornitura di aerei da caccia ma garantiscono la formazione agli ucraini

“Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna. Torniamo a casa con nuovi pacchetti di difesa. Più armi nuove e potenti per la prima linea, più protezione per il nostro popolo dal terrore russo, più sostegno politico”. Lo scrive su Twitter il presidente ucraino Volodymyr Zelensky postando un video a bordo di un aereo. “In tutti gli incontri abbiamo discusso della nostra formula di pace, e ora c'è più disponibilità da parte dei nostri partner a seguirla. C'è più sostegno alla nostra adesione all'Ue, più comprensione sul fatto che l'adesione dell'Ucraina alla Nato sia inevitabile”, ha aggiunto. 

E conclude il video dicendo “Quindi i principali risultati di questi giorni sono: nuove armi per l'Ucraina, rispetto per gli ucraini e la nostra vittoria si è avvicinata. Complimenti a tutti coloro che aiutano!». L'incontro con Papa Francesco è stato “abbastanza incoraggiante”, ha aggiunto il presidente ucraino.

Ma intanto la Gran Bretagna esita a consegnare all’Ucraina i jet militari, ripetutamente richiesti da Zelensky, anche nella visita di oggi a Londra per ottenere il controllo dei cieli e prende tempo. “Oggi abbiamo parlato di jet. Tema molto importante per noi perché non possiamo controllare il cielo”, rivela il presidente ucraino, al termine del suo incontro con il premier britannico nella sua residenza di campagna. Ucraina e Regno Unito sono “veri partner”, ha aggiunto Zelensky precisando che Sunak viene informato degli sviluppi sul terreno, secondo quanto scrive il Guardian. “Vedo che in tempi brevi sentirete, credo, decisioni molto importanti, ma dovremo lavorarci un pò di più”, avrebbe sempre detto Zelensky al Guardian prima di lasciare i Chequers, la residenza di campagna del premier di Londra, a bordo di un elicottero aggiungendo di aver parlato di “coalizione dei caccia” con Rishi Sunak. Il Regno Unito sarà pronto a contribuire all’addestramento dei piloti ucraini all’uso di caccia “in tempi relativamente brevi”, ha successivamente detto Rishi Sunak. “Saremo una componente chiave della coalizione di paesi che fornisce quel sostegno a Volodymyr e all’Ucraina” ha dichiarato il premier britannico al termine dei suoi colloqui con Zelensky ammettendo, tuttavia, che “non è una cosa semplice, come io e Volodymyr abbiamo detto, dotarsi di una capacità aerea di combattimento. Non è solo la fornitura degli aerei, è anche l’addestramento dei piloti e tutta la logistica connessa, e il Regno Unito può svolgere in tutto questo un grande ruolo. Una cosa che inizieremo a fare relativamente presto è addestrare i piloti ucraini e di questo abbiamo parlato oggi e siamo pronti a mettere in pratica questi piani in tempi relativamente brevi”. Poco dopo, tuttavia, un portavoce del premier Rishi Sunak, citato da SkyNews, ha spiegato che il governo britannico non ha piani per l’invio di caccia in Ucraina in quanto i militari ucraini hanno indicato che preferirebbero usare gli F-16: “Saprete che la Raf non li usa”, ha concluso il portavoce di Suniak , alludendo all’uso di Typhoon e F-35 da parte delle forze britanniche. “Ovviamente, credo, stanno trattando con altri paesi che usano gli F-16, e noi lavoriamo con quei paesi”, ha aggiunto.

Anche Emmanuel Macron ha detto che la Francia non fornirà aerei caccia all'Ucraina ma garantirà "la formazione di piloti" all'Ucraina. Lo ha precisato lo stesso presidente in un'intervista trasmessa stasera durante il telegiornale di TF1.

"La nostra strategia - ha detto Macron rispondendo al giornalista che lo intervistava sull'incontro di ieri sera all'Eliseo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky - è quello di aiutare l'Ucraina a resistere" e l'obiettivo è sostenere una "controffensiva per riportare tutti al tavolo dei negoziati". 

Un tour fatto quindi di accordi, di annunci, di una realtà che passa attraverso i social  e di una diplomazia silenziosa e nell’ombra ma che continua a tessere la sua tela.

martedì 28 marzo 2023

IL GIGANTE

Il grave lutto che Gianni Minà ha arrecato alla storia del giornalismo italiano ed internazionale è un vuoto del quale ce ne accorgeremo solamente nei prossimi anni anche se l'eco della sua dipartita attraverso gli attestati di stima che stanno riempiendo i notiziari ed i social ci fanno capire fin da subito la caratura dell'uomo prima ancora del professionista.
Sempre meno infatti sono i giganti della professione del giornalista,dove troppo spesso essi si presentano imbellettati davanti alle telecamere,venduti,prezzolati al soldo del padrone,leccapiedi, imbarazzanti nei loro commenti carichi d'inettitudine e d'ipocrisia.
Grazie al ricordo dell'Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba(italiacuba.it ci-ha-lasciato-il-piu-grande-giornalista-italiano )voglio lasciare una piccola immagine ed un resoconto minimo di tutto quello che Gianni Minà ha dato al mondo in fatto di storia,cultura,musica, società e sport,un intellettuale eclettico ed uno spirito libero da qualsiasi forma di deviazione e di controllo,sempre alla ricerca della verità e non dello scandalo e dello scoop basato su gossip e voci distratte e distorte.
Minà ci ha fatto capire tanto di Cuba e in generale di tutto il centro e sud America ostaggio e alla mercé degli Stati Uniti che tanto hanno contribuito per soffocare i movimenti di lotta contro le ingerenze yankee in tutto il territorio(vedi ad esempio:madn chavismonuoce-gravemente-al-capitalismo e al neoliberismo )
Non voglio nominare i personaggi di rilievo mondiale che Gianni Minà nella sua carriera pluridecennale ha intervistato e raccontato attraverso le sue celeberrime interviste ed i suoi libri,fatto sta che era conosciuto ed apprezzato a livello nazionale.
Nel suo lavoro ci ha sempre messo passione ma anche rispetto per l'interlocutore,allacciando in alcuni casi rapporti di amicizia sincera,operando sempre con un'immensa onestà intellettuale e cercando di dare la voce anche agli ultimi che sosteneva con trasporto.
Ci mancherà Gianni Minà,ci manca già adesso.

Ciao Gianni, che la terra sia lieve.

Ci ha lasciato il più grande giornalista italiano.

Un grande amico di Cuba e della sua Rivoluzione. 

Per un lungo periodo ha fatto parte della Presidenza onoraria dell'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

Lo ricordiamo sempre al nostro fianco nelle battaglie per la difesa della sua amata Cuba. 

Durante il nostro ultimo congresso nazionale ci aveva inviato un suo particolare saluto.

L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si unisce al dolore della sua compagna Loredana Macchietti e di tutta la sua famiglia.

Grazie per tutto quello che hai dato al nostro paese ed a #Cuba.

Hasta la victoria siempre! 

Nato a Torino, trascorse parte della sua infanzia a Brusasco, sempre sito nella provincia torinese, per via dei bombardamenti che interessarono la città durante la seconda guerra mondiale.

Incominciò la carriera giornalistica nel 1959 a Tuttosport, di cui fu poi direttore dal 1996 al 1998. Nel 1960 ha esordito alla RAI come collaboratore dei servizi sportivi per le Olimpiadi di Roma. Nel 1965, dopo aver esordito al rotocalco televisivo di genere sportivo Sprint, diretto da Maurizio Barendson, iniziò a realizzare reportage e documentari per rubriche che hanno evoluto il linguaggio giornalistico della televisione, come Tv7, AZ, un fatto come e perché, i Servizi speciali del TG, Dribbling, Odeon. Tutto quanto fa spettacolo, Gulliver.

Minà seguì otto mondiali di calcio e sette olimpiadi, oltre a decine di campionati mondiali di pugilato, fra cui quelli, diventati storici, dell'epoca di Muhammad Ali.

Realizzò una Storia del Jazz in quattro puntate, programmi sulla musica popolare centro e sudamericana (come ad esempio "Caccia al bisonte" con Gianni Morandi) e una storia sociologica e tecnica della boxe in 14 puntate, intitolata Facce piene di pugni.

Fu tra i fondatori dell'altra domenica con Maurizio Barendson e Renzo Arbore. Nel 1976, dopo 17 anni di precariato, venne assunto al Tg2 diretto da Andrea Barbato e iniziò a raccontare la grande boxe e l'America dello show-business, ma anche i conflitti sociali delle minoranze. In quegli anni ebbero inizio anche i reportage dall'America Latina che hanno caratterizzato la sua carriera. Nel 1978, mentre seguiva come cronista il campionato mondiale di calcio 1978, venne ammonito e poi espulso dall'Argentina per aver fatto domande sui desaparecidos al capitano di vascello Carlos Alberto Lacoste (capo dell'ente per l'organizzazione del mondiale) durante una conferenza stampa, e aver cercato poi di raccogliere informazioni.

Nel 1981 il presidente Sandro Pertini gli consegnò il Premio Saint Vincent come miglior giornalista televisivo dell'anno. Nello stesso periodo, dopo aver collaborato a due cicli di Mixer di Giovanni Minoli, dal 1981 al 1984 esordì come autore e conduttore di Blitz, un programma innovativo di Rai 2 che occupava tutta la domenica pomeriggio e nel quale intervennero fra gli altri Federico Fellini, Giulietta Masina, Sergio Leone, Eduardo De Filippo, Muhammad Ali, Robert De Niro, Jane Fonda, Betty Faria, Gabriel García Márquez, Enzo Ferrari, Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Léo Ferré e Tito Schipa Jr.

Nel 1987 intervistò una prima volta per 16 ore il presidente cubano Fidel Castro, in un documentario dal quale fu tratto un libro pubblicato in tutto il mondo. Da quello stesso incontro fu ricavato Fidel racconta il Che, un reportage nel quale il leader cubano per la prima e unica volta raccontò l'epopea di Ernesto Guevara. L'intervista fu ripetuta nel 1990, dopo il tramonto del comunismo. I due incontri furono riuniti nel libro Fidel. Il prologo alla prima intervista con Fidel Castro fu scritto da Gabriel García Márquez; quello alla seconda, dallo scrittore brasiliano Jorge Amado.

Nel 1991 realizzò il programma Alta classe, una serie di profili di grandi artisti come Ray Charles, Pino Daniele, Massimo Troisi e Chico Buarque de Hollanda. Nello stesso anno presentò La Domenica Sportiva e ideò il programma di approfondimento Zona Cesarini, che seguiva la tradizionale rubrica riservata agli eventi agonistici.

Tra gli altri programmi realizzati: Un mondo nel pallone, Ieri, oggi... domani? con Simona Marchini ed Enrico Vaime e due edizioni di Te voglio bene assaje, lo show ideato da Lucio Dalla e dedicato un anno alle canzoni di Antonello Venditti e l'altro a quelle di Zucchero Fornaciari. Fra i documentari di maggior successo, alcuni di carattere sportivo su Nereo Rocco, Diego Maradona e Michel Platini, Ronaldo, Carlos Monzón, Nino Benvenuti, Edwin Moses, Tommie Smith, Lee Evans, Pietro Mennea e Muhammad Ali, che Minà ha seguito in tutta la sua carriera e al quale ha dedicato un lungometraggio intitolato Cassius Clay, una storia americana.

Nel 1992 incominciò un ciclo di opere rivolte al continente latinoamericano:

Storia di Rigoberta sul Nobel per la pace Rigoberta Menchú (premiato a Vienna in occasione del summit per i diritti umani organizzato dall'ONU),

Immagini dal Chiapas (Marcos e l'insurrezione zapatista) presentato al Festival di Venezia del 1996;

Marcos: aquí estamos (un reportage in due puntate sulla marcia degli indigeni Maya dal Chiapas a Città del Messico con un'intervista esclusiva al subcomandante realizzata insieme allo scrittore Manuel Vázquez Montalbán);

Il Che quarant'anni dopo ispirato alla vicenda umana e politica di Ernesto "Che" Guevara.

Nel 2001 Minà firmò Maradona: non sarò mai un uomo comune un reportage-confessione di 70 minuti con Diego Maradona alla fine dell'anno più sofferto per la vita dell'ex calciatore. Nel 2004 realizzò un progetto inseguito per undici anni e basato sui diari giovanili di Ernesto Guevara e del suo amico Alberto Granado quando, nel 1952, attraversarono in motocicletta l'America Latina, partendo dall'Argentina e proseguendo per il sud del Cile, il deserto di Atacama, le miniere di Chuquicamata, l'Amazzonia peruviana, la Colombia e il Venezuela. Dopo aver collaborato alla costruzione del film tratto da questa avventura e intitolato I diari della motocicletta diretto da Walter Salles e prodotto da Robert Redford e Michael Nozik, Minà diresse il lungometraggio In viaggio con Che Guevara, ripercorrendo con l'ottantenne Alberto Granado quell'avventura mitica. L'opera, invitata al Sundance Festival, alla Berlinale e ai Festival di Annecy, di Morelia (Messico), di Valladolid e di Belgrado, vinse il Festival di Montréal e in Italia il Nastro d'argento, il premio della critica.

Collaboratore per anni di la Repubblica, l'Unità, Corriere della Sera e il manifesto, Minà realizzò dal 1996 al 1998 il programma televisivo Storie, dove intervennero tra gli altri il Dalai Lama, Jorge Amado, Luis Sepúlveda, Martin Scorsese, Naomi Campbell, John John Kennedy, Pietro Ingrao; programma dal quale furono tratti due libri. Un suo saggio Continente desaparecido, realizzato con interviste a Gabriel García Márquez, Jorge Amado, Eduardo Galeano, Rigoberta Menchú, mons. Samuel Ruiz García, Frei Betto e Pombo e Urbano, compagni sopravvissuti a Che Guevara in Bolivia, ha dato il titolo a una collana di saggi sull'America Latina edita dalla Sperling & Kupfer.

Nel 2003 Minà scrisse Un mondo migliore è possibile, un saggio sulle idee germogliate al Forum sociale mondiale di Porto Alegre che hanno cambiato l'America Latina. L'opera fu tradotta in lingua spagnola, portoghese e francese.

Il suo penultimo lavoro editoriale, edito sempre dalla Sperling & Kupfer, si intitolò Politicamente scorretto, un giornalista fuori dal coro, raccolta di suoi articoli e saggi pubblicati tra il 1990 e il 2007 su la Repubblica, l'Unità, il manifesto, Latinoamerica, costituenti un autentico esercizio di controinformazione sugli avvenimenti più diversi e controversi dei primi anni del terzo millennio. Nel 2007 Minà, per la GME Produzioni S.r.l., Rai Trade e La Gazzetta dello Sport, fece uscire Maradona, non sarò mai un uomo comune, la storia del mitico calciatore argentino in 10 DVD. L'opera, con 1 200 000 copie vendute si è rivelata record di vendite negli ultimi dieci anni.

Nel 2008 produsse il film documentario Cuba nell'epoca di Obama, un viaggio nella Cuba del passato con interviste a personaggi storici dell'Isola come Roberto Fernandez Retamar o la ballerina classica Alicia Alonso, e in quella del futuro, con interviste alle nuove generazioni nelle scuole d'avanguardia. Questo documentario fece vincere a Minà il suo secondo Nastro d'argento nel 2012. Sempre nel 2008 andò in onda su Rai 3 La stagione di Blitz, un programma in 10 puntate, parziale rivisitazione del primo anno del programma di Minà Blitz, della stagione televisiva 1983-85.

Nel 2014, con Rai Eri, distribuito dalla Rizzoli, uscì Il mio Alì, un libro-raccolta di articoli scritti da Minà su Muhammad Alì dal 1971 a oggi. Minà ebbe sempre una attenzione particolare per campioni complessi come Maradona, Pietro Mennea, Tommie Smith, Lee Evans, Roberto Baggio, Alberto Tomba, Marco Pantani.

Nel 2015 Minà produsse Papa Francesco, Cuba e Fidel, un reportage sulla storica visita del Pontefice argentino avvenuta a Cuba nel settembre del 2015 e con il quale vinse, nel 2016, l'Award of Excellence all'ICFF di Toronto, Canada. Infine, nel 2016, Minà produsse L'ultima intervista a Fidel Castro, della durata di 40 minuti, effettuata alcuni mesi prima della scomparsa dello storico leader cubano. Dal 2000 al 2015 Minà diresse con Alessandra Riccio la storica rivista letteraria Latinoamerica e tutti i sud del mondo, un trimestrale di geopolitica dove hanno scritto gli intellettuali più prestigiosi del continente americano.

Nel 2017 uscì il libro-intervista Così va il mondo, con Giuseppe De Marzo, dove Minà raccontò cinquant'anni di giornalismo con un'attenzione particolare ai diritti dei più deboli e a chi si ribella alle ingiustizie in Italia, negli Stati Uniti, in America latina, ovunque.

Nel 2020 Minà pubblicò il libro autobiografico Storia di un boxeur latino, edito da Minimun fax.

È morto dopo una breve malattia cardiaca il 27 marzo 2023 a Roma, presso la clinica Villa del Rosario, a 84 anni.

martedì 21 marzo 2023

LA FIGURACCIA DELLA CGIL

Non è la prima volta che cerco di rendere l'idea differenza tra il sindacalismo italiano e quello francese,
sia dal punto di vista dirigenziale che di quello della platea degli iscritti,(vedi ad esempio:madn la-francia-insorge-e-noi-abbiamo-dormito )e bastano le immagini dell'ultimo congresso della Cgil e le manifestazioni di protesta in Francia contro l'aumento dell'età pensionabile che il divario è enorme e soprattutto allarmante.
Il primo articolo(contropiano limmagine-del-disastro-del-lavoro )parla del surreale invito del segretario Landini,che ha bissato l'incarico,della premier Meloni,che di fatto è stata la prima leader di governo che ha potuto presenziare e parlare ad un congresso,non ad un incontro o durante una manifestazione o qualsiasi altro evento.
Una scelta disastrosa che ha lasciato basiti numerosi addetti al lavoro che in minima parte hanno protestato,mentre la maggioranza dietro l'allargata democrazia che nulla ha che vedere con personaggi come la Meloni e con quelli della sua specie che sono da trattare come ciò che sono,fascisti.
Quest'altro articolo(contropiano cgil-ultimo-atto )parla degli ultimi decenni di un sindacato confederale che lentamente ha visto dissolvere tutto quello che di buono con della sana lotta era riuscito ad ottenere per i lavoratori,visto che da troppi anni c'è stato un servilismo de facto verso il padronato e verso il capitalismo,con conseguente emorragia di iscritti e di un deciso abbassamento di sapere cogliere i desideri di chi lavora.
Il secondo contributo(contropiano francia-la-motion-ou-le-pave )parla dell'ennesima ondata degli scioperi che andranno avanti certamente visto che le due mozioni di sfiducia contro la premier Borne e il Presidente Macron per soli nove voti(molta polemica su franchi tiratori repubblicani)non sono passate.
Le manifestazioni di piazza che si sono svolte in tutto il paese e non solo a Parigi per l'aumento dell'età pensionabile da 62 a 64 anni,volendo vedere confrontando la situazione francese con quella italiana neanche così tragica come la nostra,ha scatenato l'ira dei lavoratori che per un soffio non hanno visto l'esecutivo cadere.

L’immagine del disastro del lavoro.

di Giorgio Cremaschi

Ci sono immagini che sono il lampo di un momento storico. Le lotte operaie , le vittorie e le sconfitte, dai comizi di Di Vittorio al luglio del 1960, dall’autunno caldo alla marcia dei quarantamila, dalla difesa della scala mobile alla rivolta operaia contro i dirigenti sindacali del 1992. Tutti i momenti fondamentali delle lotte con le quali il mondo del lavoro ha conquistato diritti e dignità, che poi ha cercato di difendere, sono stati immortalati in immagini potenti.

Questi ultimi trent’anni, quelli della lunga ritirata del lavoro sotto l’aggressione della precarietà e dello sfruttamento, hanno tante immagini, di resistenze e di cedimenti. Ma finora non ce ne era una che da sola cogliesse l’ultimo trentennio. Alla fine del quale l’Italia è il solo paese ricco a subire la riduzione dei salari.

Ora l’immagine del disastro che da noi ha colpito il lavoro c’è. È quella di Giorgia Meloni che comizia sicura e sprezzante al congresso della CGIL, riscuotendo persino qualche applauso da una sala, che tranne una piccola minoranza, è attonita e in fondo dominata.

La Presidente del Consiglio del più reazionario dei governi che, quando non ubbidisce all’agenda Draghi e agli ordini della NATO, scatena odio di classe contro i lavoratori, i poveri, i migranti. La leader di un partito che vanta la fiamma neofascista nel suo simbolo, ha potuto parlare da padrona al congresso della CGIL perché anni di passività e complicità dei dirigenti sindacali le hanno aperto la via.

Giorgia Meloni fa il suo mestiere, Landini ed i suoi da anni non fanno il loro. Fanno i furbetti , spiegano che la visita di Meloni è un riconoscimento della loro forza, aiutati in questo dalla stampa di regime che ne amplifica gli inesistenti ruggiti, ma la sostanza di tutto è solo subalternità.

Landini e i suoi hanno trasformato il congresso della Cgil in una succursale di Porta a Porta, mentre in Francia i lavoratori danno l’assalto ai centri del potere. Non vinceranno, come mormorano tutti i sindacalisti crumiri? Può essere, ma ci provano e se ci si prova qualcosa a casa si porta sempre. Se invece ci si arrende prima ancora di cominciare, si perde sempre tutto.

Di Vittorio si rivolta nella tomba, dalla quale invece sorge l’immagine di D’Aragona, che nel 1927 sciolse la CGL in ossequio al Presidente del Consiglio di allora.

Che paragoni sento subito dire, Landini non ha certo intenzione di sciogliere la CGIL. Certo che no, però l’ha resa come minimo inutile per i lavoratori che vogliano risalire la china da dove sono precipitati.

Se i lavoratori vorranno cancellare questi trent’anni di umiliazioni, dovranno farlo senza e contro i dirigenti sindacali che hanno dato legittimazione e forza a Giorgia Meloni.

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Francia: “La motion ou le pavé”.

di Giacomo Marchetti

La mobilitazione contro la riforma pensionistica proseguirà questa settimana. L’agenda politica istituzionale non ha “esaurito” il suo corso. Vediamolo da vicino.

Come abbiamo raccontato, il governo Macron ha deciso di far passare il progetto della riforma licenziato dalla Commissione Mista Paritaria (CMP) senza farlo votare all’Assemblea Nazionale, utilizzando per l’undicesima volta l’artico 49.3 della Costituzione.

Oggi, lunedì, saranno discusse le due mozioni di sfiducia depositate venerdì dal gruppo LIOT e co-firmata dalla NUPES. Se questa non passasse si discuterà anche quella proposta dal Rassemblement Nationale di Le Pen.

Stando ai numeri, servono 30 voti – la metà di quelli dei gollisti di LR – oltre a quelli dei tre gruppi che si oppongono alla riforma (LIOT, NUPES e RN).

Questi gli scenari possibili.

Una delle due “motion de censure” viene votata dalla maggioranza: la legge viene rigettata ed il governo cade.

In questo caso, ipoteticamente, il progetto di legge potrebbe essere riesaminato all’Assemblea Nazionale e al Senato con un nuovo esecutivo, ma appare improbabile che dopo uno smacco del genere un futuro governo provi immediatamente a portare avanti tale progetto.

In caso di sfiducia il Presidente non è obbligato a sciogliere l’Assemblea Nazionale, ma può nominare un nuovo governo. Ne ha però la facoltà, prerogativa attribuitagli dall’articolo 12 della Costituzione previa consultazione del Primo Ministro e dei due presidenti delle Camere.

In questo caso le elezioni politiche devono svolgersi  entro 20/40 giorni.

Non è detto che tale decisioni possano portare, in questo momento, a numeri in Parlamento più favorevoli  per l’attuale Presidente.

Se nessuna delle due “mozioni di sfiducia” ottiene la maggioranza assoluta, in questo caso la riforma può diventare operativa.

Che  la riforma diventi legge non vuol dire comunque che non possa essere ritirata ed annullata, come è avvenuto nel 2006 con il “contratto primo impiego” (CPE), che creava un Contratto a Tempo Indeterminato con un periodo di prova di 2 anni.

Allora il braccio di ferro ingaggiato dal governo di Dominique de Villepin – che anche in quel caso era ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione – è stato perso di fronte ad un possente movimento sociale che si è espresso con il blocco delle università e degli istituti superiori, 3 milioni di manifestanti nelle strade, ripetuti scontri di pizza tra oppositori e forze dell’ordine, e – proprio come oggi – un’opinione pubblica fortemente contraria al governo.

Dopo quell’episodio, nessun movimento sociale in Francia – a parte il movimento dei gilet jaunes – è riuscito a far fare marcia indietro ad un governo su un progetto di legge importante.

Entro quattordici giorni dall’approvazione definitiva di una legge può essere interpellato il Consiglio Costituzionale, se almeno 60 parlamentari lo chiedono – la NUPES da sola ne ha 149. In questo caso l’applicazione della legge viene sospesa per un mese. L’articolo 61.3 della Costituzione permette di accelerare – su richiesta del governo – un pronunciamento di tale organo in otto giorni.

Che tale legge possa essere ritenuta non conforme alla Costituzione non è una ipotesi peregrina. E non per questioni di merito ma di metodo. E come si sa, nel diritto, la forma è sostanza.

L’Esecutivo è ricorso a tutto l’arsenale legislativo utilizzabile per “azzoppare” la discussione parlamentare: l’articolo 47.1 per ridurre i tempi di dibattito, il rifiuto della ricezione degli emendamenti grazie all’articolo 44.2, l’articolo 38 del regolamento del Senato per limitare il dibattito sugli emendamenti, di fatto costringendo – ad un certo punto – ad un voto unico sull’intero pacchetto con l’articolo 44.3. Ed infine l’articolo 49.3, che ha eliminato anche il voto sulla “riforma”.

Se questi singoli articoli sono costituzionalmente utilizzabili per “forzare” il dibattito parlamentare, la loro sommatoria può essere giudicata contraria all’esigenza costituzionale della “chiarezza e sincerità del dibattito parlamentare”.

Un dibattito che, ricordiamo, si è concluso con la prima ministra Elisabeth Borne che annunciava il ricorso all’articolo 49.3 tra le urla dei banchi dell’estrema destra, mentre i deputati della NUPES che intonavano la Marsigliese (con tutto l’immaginario giacobino che l’accompagna).

Se la riforma delle pensioni passasse anche il giudizio del Consiglio, è comunque attivabile la consultazione referendaria attraverso un référendum d’iniziative partagée (RIP), già depositata da 252 tra deputati e senatori della Nupes (ne sarebbero stati sufficienti 185).

Il referendum abrogativo è previsto però solo per le leggi in vigore da almeno un anno. Il Consiglio Costituzionale, se convalida il RIP prima dell’entrata in vigore della riforma, concede nove mesi per la raccolta dei consensi necessari: almeno il 10% degli elettori, una cifra assolutamente raggiungibile per i suoi promotori, visto il clima nel paese.

Un iter complesso, quindi, che non esaurirebbe le possibilità istituzionali di lotta contro la riforma nel caso fallisse il voto di sfiducia all’Assemblea nazionale, e altrettanto avvenisse al Consiglio Costituzionale.

Vista la “contrarietà” della stragrande maggioranza della popolazione, è dunque ipotizzabile la tenuta di un referendum che potrebbe bocciarla “ora” o dopo un anno della sua promulgazione.

Ma è chiaro che il movimento sindacale e non si è già preparato ad intensificare la mobilitazione.

Come ha dichiarato il segretario uscente della CGT Philippe Martinez a BFM-TV, parlando degli incidenti nelle manifestazioni che continuano ogni giorno in diverse città ed in differenti forme più o meno sauvages, “è responsabilità di Macron se la collera è a questo livello”.

Martinez accusa il governo di non avere ascoltato alcun monito e di “giocare con il fuoco”, contestando il divieto di manifestare imposto dalla Prefettura da venerdì sera a Place de La Concorde, a Parigi, dove i manifestanti si erano spontaneamente radunati per la seconda serata consecutiva.

Oramai è ripresa la pratica delle forze dell’ordine messa in opera durante durante le mobilitazioni dei Gilets Jaunes, ossia il ricorso spropositato ai fermi – garde à vue – senza che nella stragrande maggioranza dei casi abbiano alcun seguito giudiziario.

Sabato a Parigi, sono state fermate 122 persone, 169 in tutta la Francia. Come nelle serate precedenti, sabato  si sono svolte manifestazioni in diverse città: Marsiglia, Lille, Amiens, Caen, Saint-Etienne, Roanne, Bensançon, Digione, Grenoble, Gap, Annecy, Lodève, ecc.

SNES-FSU – il principale sindacato nella scuola media inferiore (collège) e superiore (lycées) – ha depositato un preavviso di sciopero per questo lunedì e martedì insieme a CGT, FO e SUD, che potrebbe rendere problematica la tenuta delle prime prove della maturità (BAC). Con una presa di posizione sul quotidiano Libération il personale di diverse scuole ha chiarito il senso di questa scelta inedita.

Le tre maggiori raffinerie della Francia stanno per fermare la produzione di carburante. Altre 6 su 7 hanno scelto questa delicata procedura che tecnicamente ha bisogno di 3/4 giorni di tempo per essere realizzata e due settimane per ripristinarne poi l’operatività. In generale il settore petrolchimico sarà fortemente impattato, dopo aver già fermato la consegna di carburante nelle settimane precedenti.

Il governo ha detto che procederà a delle “requisizioni”, ma non è affatto detto che riuscirà ad effettuarle.

La capitale vede circa 10 mila tonnellate di rifiuti non raccolti e tutti gli impianti di trattamento fermi, dopo 14 giorni sciopero dei 7.000 operatori ecologici di Parigi che sciopereranno almeno fino a martedì. Ma anche in diverse altre città va avanti lo sciopero.

Come ha detto uno scioperante parigino a Francetvinfo: “Se Macron abbandona la riforma, riprenderemo il lavoro”.

E’ stata disposta la requisizione da parte del Ministero dell’Interno, ma anche qui l’esito è incerto.

Intanto aumenta vertiginosamente il numero delle stazioni che soffrono di penuria di carburanti: 306 non hanno più completamente carburante e 465 ne scarseggiano.

Un terzo dei voli saranno cancellati questo lunedì negli scali parigini e a Marsiglia; anche i ferrovieri continuano le mobilitazioni e si annuncia una “giornata nera” per i trasporti questo giovedì, ma non è detto che non ci siano scioperi selvaggi decisi dalle Assemblee Generali locali.

72 ore di sciopero e diverse “operazioni porti morti” sono state proclamate dalla federazione Ports et Docks della CGT per le giornate del 21, 22 e 23. Diverse Assemblee Generali di lavoratori hanno votato per prolungare lo sciopero fino al ritiro della riforma.

Numerose “azioni dirette” si sono svolte in questo weekend. Tra queste le operazioni di “pedaggio gratuito” delle autostrade, blocchi stradali e  “invasioni” dei centri commerciali. Ma anche azioni più “decise”, come l’incendio della Prefettura di Die e l’attacco alla sede di Eric Ciotti, capo dei dei gollisti a Nizza.

La settimana che viene si annuncia ancora più calda nelle giornate che precedono lo sciopero inter-professionale e la mobilitazioni nazionali di giovedì 23.

Come è stato vergato sui muri: “o la sfiducia, o il sanpietrino”.

venerdì 24 febbraio 2023

AMBIENTALISMO PER RICCHI

Nel fracasso dove quotidianamente veniamo coinvolti nei notiziari,con un leit motive che ci accompagna esattamente da un anno e altri che vanno e vengono indirizzati dai giornalisti prezzolati,quello che riguarda l'ambientalismo e l'ecologia va a braccetto con la politica in maniera sempre più legata.
Da un lato la decisione di non prorogare il superbonus del 110%(anomalia matematica)legata all'efficientamento energetico delle abitazioni che ha provocato un innalzamento vertiginoso dei costi dei materiali edili e della manodopera e che adesso,dopo mesi di pance piene da parte di imprenditori e palazzinari vede un futuro tracollo fatto di fallimenti e di perdite di posti di lavoro(vedi il primo contributo di Contropiano: la-lotta-di-classe-tra-i-padroni-mette-in-crisi-il-governo-meloni ).
Dall'altro la notizia della fine della produzione di auto a combustione benzina e diesel in Europa a partire dal 2035,una decisione nata per fare crollare le emissioni di anidride carbonica(vedi il secondo articolo:www.fanpage.it stop-auto-benzina-e-diesel-dal-2035-via-libera-definitivo-delleuropa-cosa-cambia ).
La prima norma per il supebonus negli ultimi mesi ha favorito,comunque con dei costi minimi per l'utente finale anche se non riconducibili ovviamente alla spesa totale,le classi più abbienti e che hanno la proprietà dell'immobile,con occasioni sprecate da parte delle Aler che potevano ottenere dei benefici quasi gratis e che non hanno avuto nulla.
Per quanto riguarda il discorso delle auto elettriche o ibride la rilevanza che solamente i più ricchi abbiano la possibilità di guadagnarci è ancora più lampante con autovetture che hanno costi minimi di ventimila Euro(per auto solo elettriche)inclusi bonus di rottamazione e incentivi statali,ma il discorso ormai è andato sui produttori cinesi e con quelli "italiani" che fin da subito hanno chiesto valangate di soldi per essere ancora aiutati(vedi Fiat-Stellantis che elemosina allo Stato,pronto a foraggiare).
Un vero e proprio regalo all'elite del paese(e dell'Europa)pensata non per i poveri che sono la grande maggioranza della platea di chi può permettersi il lusso ormai di possedere un'auto,che tra assicurazione,costo del carburante e bollo è davvero un'impresa mantenere dopo averla comprata.
E' questo l'ambientalismo dei ricchi,dove si protesta perché i palazzinari e gli imprenditori edili(non quelli onesti)sfruttano manovalanza anche in nero e in condizioni di sicurezza pari a zero,e quelli della "transizione ecologica"(vedi:madn una-spennellata-di-verde-sul-nero )vogliono farci credere che il problema dell'inquinamento e del cambiamento climatico si possa fare senza che si combatta il capitalismo.

La lotta di classe tra i padroni mette in crisi il governo Meloni.

di Dante Barontini

In assenza di una mobilitazione di massa di dimensioni adeguate, ci pensano i problemi economici concreti a minare l’egemonia (post?)fascista sul nostro paese.

Sembra quasi paradossale, ma il primo inciampo serio è arrivato su un terreno che appariva socialmente blindato: i costruttori edili. La decisione presa dal ministro leghista dell’economia, Giancarlo Giorgetti, ha seguito più la logica di Mario Draghi e dell’Unione Europea (ridurre il deficit previsto e quindi il debito pubblico futuro) che non quella caratteristica di tutto il centrodestra (favorire con soldi pubblici i settori sociali di riferimento).

La materia è parecchio intricata, visto che le norme che regolano il settore edilizio sono in gran parte antiche, derivanti da innumerevoli stratificazioni di provvedimenti susseguitisi nell’arco di 80 anni, ed in buona parte “nuovissime”, dopo la legge che istituiva il “superbonus” del 110% per le ristrutturazioni di case miranti a migliorarne l’efficienza energetica di almeno due “classi”.

Già Mario Draghi aveva minato questa parte della normativa, riducendo l’entità del superbonus per alcune tipologie di lavori, allo scopo di ridurre anche il carico per i conti pubblici. Generando così una marea di incertezze su quali meccanismi restavano praticabili, in un ginepraio di codicilli che inchiodavano nell’incertezza proprietari di immobili, imprese edili, banche, fiscalisti, commercialisti, geometri, Comuni.

Giorgetti, e quindi, il governo ha ora decretato lo stop totale alla cessione dei crediti e allo sconto in fattura (restano attive solo le detrazioni fiscali), anche se non sarà un blocco immediato, perché i lavori già avviati avranno ancora a disposizione la possibilità di liquidare i bonus. Il che ovviamente rischia di far fermare tutti i progetti ancora sulla carta, che però hanno messo in moto impegni, contratti, indebitamenti, fatturato prevedibile, assunzioni, ordinativi. Con altrettanto ovvie ricadute sull’occupazione e le previsioni sulla crescita del Pil. Un bel casino…

Immediate le ricadute sindacali e politiche. Con Forza Italia che minaccia di non votare il provvedimento in aula neanche con la minaccia della “fiducia” (significherebbe far cadere il governo, o comunque comprometterne pesantemente la credibilità politica a soli quattro mesi dalla nascita).

Leghisti e fascisti sono più cauti ma comunque “malpancisti”, visto che rappresentano socialmente gran parte delle categorie danneggiate dallo stop al superbonus. I “Grillini” – principali fautori del superbonus, quando erano al governo – sono ovviamente all’attacco per rivendicare la “positività” del provvedimento in termini di Pil e occupazione.

E infine i sindacati complici – CgilCislUil – che si sono improvvisamente ridestati dal coma profondo che li caratterizza da decenni, al punto da minacciare scioperi accuratamente evitati per ogni altro tipo di problemi del lavoro.

La materia è complessa, dicevamo, ma rappresenta un primo test sui problemi innumerevoli posti dalla “transizione ecologica” ed energetica. Pochi giorni fa l’Unione Europea ha approvato definitivamente una cosiddetta “direttiva green” che obbligherà a migliorare l’efficienza energetica degli immobili portandoli tutti alla classe energetica “E” entro il 2030 e a quella “D” entro il 2033.

Uno sforzo e costi enormi per paesi come il nostro, caratterizzati da un patrimonio immobiliare “storico” (la grande tradizione medioevale e rinascimentale dei centri storici), oppure semplicemente sciatto (l’autocostruzione di necessità) o speculativo (i palazzinari” italiani non hanno nulla da invidiare a quelli turchi, alla prova-terremoto).

Per di più, la folle politica edilizia seguita negli ultimi 40 anni (annullare l’edilizia popolare, liberalizzare il mercato degli affitti, “costringere” chiunque lavorasse a comprare almeno la casa di abitazione) ha creato una situazione in cui quasi l’80% della popolazione risulta ormai proprietario almeno di un appartamento.

Lavoratori, insomma, ma “proprietari”. Un dato che ha favorito certamente anche l’identificazione di tanti di loro con la “classe media”, i suoi valori reazionari, le sue fisime “securitarie”, il suo individualismo di m….

Lavoratori, comunque, con i salari fermi a 30 anni fa, o addirittura diminuiti. Che dunque non hanno poche o nessuna possibilità di realizzare i lavori di ristrutturazione edilizia necessari a raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea. E che, non mettendosi al passo, si ritroveranno con immobili pesantemente svalutati o addirittura invendibili per legge (ci sono ancora incertezze, sul punto).

Ergo: come si fa a ristrutturare tutto questo immenso patrimonio?

La pensata grillina del superbonus sembrava un accenno alla soluzione, addirittura in anticipo sulla tempistica europea (se ne parlava da anni, in quelle sedi), ma con il “piccolo difetto” di scaricare quasi per intero il costo dell’operazione sul debito pubblico.

Non entriamo ora nei complessi calcoli richiesti dagli “effetti di ritorno” su quegli stessi conti in termini di tasse derivanti dall’aumento del fatturato delle imprese e dai salari dei nuovi occupati, e che riducono anche in modo consistente gli importi per le casse dello Stato.

Ma è certo che a breve termine sforamenti anche pesanti ci sarebbero stati. Magari non i 110 miliardi sbandierati dal ministro leghista dell’economia, ma cifre grosse sì…

Non a caso la seconda mossa decisa da Giorgetti ha riguardato il divieto per le pubbliche amministrazioni ad acquistare crediti derivanti dai bonus edilizi. In pratica, proprio per colpa delle “mine” piazzate sotto il superbonus dal governo Draghi, i Comuni – dalla Regione Sardegna a Treviso – stavano cominciando ad acquistare i crediti che le banche non ritenevano più così sicuri, in modo da garantire che le imprese potessero eseguire i lavori già contrattualizzati ma non partiti.

Anche questo, naturalmente, avrebbe aumentato il deficit pubblico, anche perché molti Comuni – che hanno subito tagli drastici nei trasferimenti dallo Stato centrale – hanno bilanci già disastrati.

Un caos esponenziale, dunque, che i fascisti di governo hanno cercato di risolvere alla loro maniera: bloccare tutto.

Sarebbe da ridere se la rivolta sociale partisse grazie alla frantumazione del “blocco sociale reazionario” e piccolo borghese. Ma la Storia fa di questi scherzi…

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Stop auto benzina e diesel dal 2035, via libera definitivo dell’Europa: cosa cambia.

Il Parlamento europeo ha approvato definitivamente la misura che prevede che, dal 2035, sarà vietato in Europa vendere nuove auto con motore a benzina o diesel. Il voto è arrivato dopo mesi di trattative. Ecco cosa dice la norma e cosa cambierà per gli automobilisti.

A cura di Luca Pons

Dal 2035 non si potranno più vendere auto e furgoni con motori a benzina o diesel, in Europa. Il Parlamento europeo ha dato oggi il via libera definitivo alla misura, che ha l'obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 e fa parte del pacchetto di misure ‘green' chiamato Fit for 55. I voti sono stati 340 a favore, 279 contrari e 21 astenuti.

La nuova norma stabilisce il percorso che si dovrà seguire per azzerare le emissioni di CO2 delle nuove auto e i nuovi furgoni. È previsto anche un obiettivo intermedio: entro  il 2030 le emissioni complessive dovranno essere ridotte del 55% per quel che riguarda le auto e de 50% per i furgoni, rispetto ai livelli del 2021. Entro il 2025, sarà compito della Commissione europea presentare un metodo per valutare e comunicare i dati sulle emissioni di CO2 da misurare. Entro il dicembre 2026, poi, sarà monitorata la differenza tra i valori-limite e i dati reali di consumo di carburante.

La legge era in lavorazione da tempo, ma l'accordo nella sua forma attuale è stato definito lo scorso ottobre. Il governo italiano di Giorgia Meloni si è detto più volte contrario alla misura, specialmente con il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, che in diverse occasioni ha affermato che la misura sarebbe stata "un regalo alla Cina". Eliminare le auto con motore a combustione entro 12 anni, per Salvini, sarà un "suicidio economico e sociale" che porterà a "distruggere lavoro e industrie europee e italiane per regalarle alla Cina". In campagna elettorale Salvini aveva anche promesso un referendum per bloccare la norma, che poi è sparito.

martedì 14 febbraio 2023

LA VERITA' DI BERLUSCONI

Con la sua dichiarazione al di fuori del seggio elettorale per le regionali Berlusconi ha esternato il pensiero della maggior parte degli italiani che vogliono la parola fine alla guerra in Ucraina con lo stop immediato dell'invio di armi e di denaro al boia Zelensky e lo fa conoscendo quello che è accaduto in quelle zone sin dal 2014.
Se poi prezzemolino vuole proseguire la guerra bisognerà costringerlo a sedere al tavolo delle trattative accantonando le sue ambizioni e agendo anche contro il suo parere:nell'articolo di Contropiano(sulla-guerra-in-ucraina-berlusconi-dice-quello-che-il-paese-pensa )il piano dell'ex premier puttaniere che stavolta ci ha visto giusto,e quando si parla di Putin raramente parla a vanvera.
Un governo tutto coeso tranne rare e sporadiche eccezioni vuole l'impoverimento degli italiani che già da quindici anni subiscono una recessione infinita,e quando si era visto uno spiraglio in fondo al tunnel dopo la faccenda pandemia ecco l'illogica difesa degli interessi ucraini che per anni hanno massacrato i russi nel proprio territorio costretti al guinzaglio dell'Ue e dalla Nato.
E' comunque uno dei pochi politici europei di un certo potere(anche la Merkel)a dire il vero sugli accordi di Minsk e su quello che la contro informazione cerca di portare alla luce nonostante il muro del giornalismo di regime sia nostrano che europeo.
Lo stesso Zelensky,cocainomane conclamato,continua  a fare ribaltoni settimanali nel proprio governo silurando ministri e stretti collaboratori come cambia le mutande,e i recenti sondaggi vedono gli italiani sempre più convinti a porre fine al conflitto senza scendere alle sue condizioni.
Da far notare che stavolta i guerrafondai,o almeno chi punta di più sull'invio di armi e soldi al burattino ucraino,sono i seguaci del Pd che a braccetto dei loro amici democratici statunitensi sono per i massacri e per l'inasprimento del conflitto,con l'elettorato della destra che nonostante i loro capoccia sbraitino per la vittoria completa dell'Ucraina vedono molto bene la fine della guerra e da ora.

Sulla guerra in Ucraina Berlusconi dice quello che il paese pensa.

di S.C.

“Parlare con Zelensky? Se fossi stato il presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché stiamo assistendo alla devastazione del suo paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili. Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto, quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Le parole di Berlusconi all’uscita dai seggi elettorali, sono piovute come una pietra sull’imbalsamato e compulsivo dibattito politico in Italia sulla guerra in Ucraina.

A pochi giorni dall’incontro, a Bruxelles, tra la premier Meloni e il presidente ucraino, il Cavaliere avanza una chiave di lettura e una via d’uscita completamente diversa da quella fin qui indicata dal “Partito trasversale della guerra”.

Secondo Berlusconi nel conflitto russo-ucraino “per arrivare alla pace penserei che il presidente americano dovrebbe prendersi Zelensky e dirgli che è a sua disposizione dopo la fine della guerra con un piano Marshall per ricostruire l’Ucraina. Un piano Marshall dai 6 ai 9mila miliardi di dollari, a una condizione: che tu (Zelensky, ndr) domani ordini il cessate il fuoco, anche perché noi da domani non vi daremo più dollari e non ti daremo più armi. Soltanto una cosa del genere potrebbe convincere questo signore ad arrivare a un cessate il fuoco”.

Di fronte a queste dichiarazioni che hanno circolato abbondantemente in tutta la sonnecchiosa domenica elettorale, i primi a imbizzarrirsi sono stati i guerrafondai del Pd e della banda Calenda &c.

La presidente dei senatori democratici, Simona Malpezzi, si è rivolta alla Meloni chiedendole se è d’accordo con le parole pronunciate da Berlusconi sulla guerra in Ucraina. Poi è arrivato anche Carlo Calenda secondo cui “Berlusconi ricomincia con i suoi vaneggiamenti putiniani, in totale contrasto con Ue, il governo di cui fa parte e il ministro degli Esteri che è anche espressione del suo partito. Pessimo“.

A metterci una pezza ci ha provato il ministro degli Esteri Tajani il quale ha ribadito che: “Forza Italia è da sempre schierata a favore dell’indipendenza dell’Ucraina, dalla parte dell’Europa, della NATO e dell’Occidente. In tutte le sedi – assicura Antonio Tajani – continueremo a votare con i nostri alleati di governo rispettando il nostro programma”. Diversamente da Tajani che nel governo è ministro e vicepresidente, i capogruppo di Forza Italia alla Camera e al Senato hanno sostenuto le dichiarazioni del loro Berlusconi. M5s e Lega invece hanno preferito non commentare. Un silenzio che non è rimasto inosservato.

Ma perché Berlusconi – ed è la terza volta – è intervenuto così apertamente contro la guerra in Ucraina e lo stesso Zelenski? Tra l’altro affermando alcune verità sugli accordi di Minsk sabotati da Kiev e dall’Occidente ribadite poi anche dalla Merkel.

Se è noto il feeling con Putin da parte di Berlusconi, occorre ammettere, diversamente dal resto del ceto politico di destra o del Pd, che il Cavaliere ha dimostrato e dimostra di conoscere meglio degli altri il senso comune prevalente nel paese, anche verso la guerra in Ucraina in cui i governi Draghi e Meloni ci hanno trascinato da un anno.

Tutti i sondaggi, con una straordinaria continuità da un anno a questa parte, confermano che la maggioranza della popolazione non vuole che l’Italia sia coinvolta nella guerra, non vuole che l’Italia invii armi all’Ucraina e vuole invece che si persegua la strada del negoziato, anche contro il parere di Zelenski.

Il Cavaliere si vede che i sondaggi li legge ed è più scaltro degli altri nell’adeguarsi al sentiment della società. Una spina in più sul terreno del governo ma anche l’occasione, dopo un anno, per invertire la corsa all’escalation militare in cui l’esecutivo sta trascinando il paese.

Anche per questo il 25 febbraio saremo in piazza contro a Genova per la manifestazione nazionale chiamata dai portuali che alla guerra si sono opposti concretamente.

martedì 31 gennaio 2023

QUANTO FA PAURA UN SOLO UOMO

La grande spettacolarizzazione mediatica che sta avendo la vicenda di Alfredo Cospito suona come un'ostinata campagna di propaganda di odio da parte dello Stato contro gli anarchici e contro le proteste che si stanno allargando non solo in Italia ma nel resto dell'Europa.
A farne da megafono un giornalismo quasi tutto schierato dalla parte del governo e della magistratura che hanno gli occhi iniettati di sangue e di vendetta,con discorsi diffamatori e a senso unico in difesa delle istituzioni senza se e senza ma.
Questo "leader" degli anarchici(già solo questa dichiarazione ci fa capire dell'idiozia di troppi giornalisti)è diventato il mostro da sbattere in prima pagina dopo Messina Denaro,è un simbolo che fa paura e molta allo Stato,perchè se ci si accanisce così tanto contro un uomo devastato nel fisico ma non nello spirito un motivo c'è,ed è che lo Stato si caga in mano perché se ci si unisce tutti questi tracollano.
L'altro lato della medaglia ampiamente indicato dall'esecutivo Meloni non solamente nei primi cento giorni di vergogna e di accanimento contro i più deboli ma anche durante tutta la campagna elettorale,sta nel fatto che questi ci vanno e ci andranno giù pesante con le manifestazioni poiché ogni protesta sarà giudicata come un atto terroristico con tutto quello che ci sta dietro in fatto di denunce e di condanne.
Nell'articolo di Contropiano(alfredo-cospito )un'analisi corretta sulla sete di rivalsa dello Stato in primis contro gli anarchici,facendo tornare la cronaca indietro non di decenni ma anche di un secolo e più dove non si tratta nulla e non si concede niente,con il regime carcerario del 41 bis che ben presto si allargherà per reati decisamente non gravi e pericolosi come lo faranno percepire sia i servi dello Stato che il giornalisti che gli fanno da stampella.

Alfredo Cospito: il supplizio invisibile della tecnocrazia carceraria.

di Vincenzo Morvillo

Alfredo Cospito, in sciopero della fame oramai da mesi, è giunto ad un punto quasi irreversibile per le sue condizioni di salute.

Una morte lenta ed autoinflitta per inedia, che si sta consumando nel silenzio e nell’indifferenza pressoché totale della maggior parte della comunità e dei media.

Una morte assurda, direi addirittura quasi grottesca – come quella descritta nel finale de Il Processo da Kafka – causata da una legislazione spietata, tenuta in piedi, per ignobili principi di ragion politica, da un Parlamento e una Magistratura, trasversalmente di destra e di sedicente sinistra, assetati di sangue e vendetta.

E assurdo, grottesco, cinico – ancor più improntato al godimento sadico che caratterizza, da sempre, la microfisica del potere liberale, con il suo disciplinamento biopolitico – appare il trasferimento di Alfredo, dal Bancali di Sassari all’Istituto detentivo milanese di Opera, predisposto ieri dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Una decisione maturata a seguito dell’allarme, lanciato dalla dottoressa di fiducia di Cospito, Angelica Milia, la quale aveva sostenuto che il detenuto «è a forte rischio fibrillazione», e che ha il solo scopo di monitorarne le condizioni di salute, per poi rispedirlo, sano, al carcere duro.

Dietro le mura di quella cella nella quale consumarsi. Solo, senza relazioni, senza umanità!

Lo hanno ribadito, tronfi ed orgogliosi della loro spietatezza, il Ministro degli esteri Antonio Tajani, il quale si augura «che venga confermato il carcere duro a Cospito» e il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, il quale rigetta l’ipotesi di clemenza per l’anarchico detenuto in regime 41 bis nel carcere di Sassari.

«Per quanto riguarda l’aspetto politico – ha detto Delle Vedove – non si arretra sul 41 bis e sull’ergastolo ostativo. Sono strumenti speciali per affrontare mafia e terrorismo anarchico L’applicazione attiene alla magistratura, ma noi non la priveremo mai di questo strumento».

Una riedizione aggiornata, ma ben più meschina e surreale – considerate le forze in campo – di quel fronte della fermezza, andato in scena quarant’anni or sono, e che condannò a morte il Presidente della Dc, Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse.

Le parole sono le stesse: “Senza condizioni”, “Lo Stato non tratta”. Salvo poi averli fatti per tutto il ‘900 e oltre, le trattative e i patti, quando tornava comodo. Con la criminalità organizzata o coi fascisti.

Cospito insomma, rappresenta – che muoia o meno – l‘ennesima barbarie di uno Stato italiano di matrice ottocentesca che, ergendosi ad entità etica, concepisce sé stesso come un dio infallibile e implacabile, la cui mano belluina può decidere della vita e della morte di chiunque.

E, come qualunque squallida divinità, si ritiene in diritto di distribuire pene e assoluzioni, costrizioni e libertà, secondo codici che promanano dalla sua stessa empirea crudeltà.

Per di più, nell’ipocrita presunzione del “rispetto dei diritti umani”. Diritti divenuti sofismi linguistici vuoti e praticati solo secondo opportunismo e convenienza.

Astrusa cultura giudaico-cristiana, vindice e oscura, modella l’inconscio collettivo di questo Paese. Che parla di amore e compassione, ma si nutre di odio!

Cultura e codici definiti, ça va sans dire, per garantire e proteggere i soli sacerdoti di questo Stato. Ovverosia, le classi privilegiate e dominanti.

Un Leviatano hobbesiano che, abbandonate oramai le sue velleità liberali, s’impone come entità assoluta, il cui discorso assume, irrimediabilmente ad ogni pronuncia, incontrovertibile “forza di legge”.

Kantiana e imprescindibile legge moloch. Ma ciò che più conta, immutabile ed eterna.

E così, chiunque contesti questa presunta entità spirituale, finisce per essere assimilato, hic et nunc, ad un assassino di dio. Un eretico da punire secondo le più fanatiche norme dell’Inquisizione di Stato.

Norme scritte sulle tavole in pietra del Capitale, del Mercato, del Profitto. Norme dettate da autoproclamati padroni del cielo, di cui solo i servitori del consumo e il clero in camicia bianca, potranno godere.

Accolti così, nella luce accecante che emana oltre le Porte della Legge.

Gli altri, gli eretici, i contestatori, i marginali, gli inadeguati, gli scarti del sistema, gli ultimi, i proletari, sono destinati a rimanerne esclusi e a perire nell’anonimato di classe. O, qualora osassero alzare la voce e bestemmiare, ad essere rinchiusi nelle sacre prigioni del Castello.

Qui, tra le ombre oscure delle celle, neanche più la rieducazione, la riprogrammazione della coscienza è consentita.

Solo l’abbrutimento umano e la cancellazione di ogni dignità. Se va bene, naturalmente. Altrimenti, si viene murati vivi.

Come in un racconto di Edgar Allan Poe, infatti, lo Stato borghese, infallibile e implacabile, ama l’orrore. Dell’orrore fa la sua forza e il suo credo.

Non espone più, come ci raccontava Foucault in “Sorvegliare e Punire”, il corpo del condannato in pubblica piazza, per lasciare assistere la popolazione al supplizio, quale monito di pena possibile.

Oggi, “più civilmente”, la tecnocrazia carceraria nasconde agli occhi della comunità, dietro le sbarre di un penitenziario speciale, la carne e la psiche del condannato alla morte in vita.

Si preserva la società dall’orribile dolore del supplizio, inflitto con sadico piacere benpensante. Attribuendo a quest’orrore, un asettico simbolo matematico: 41Bis.

Vergogna di un dio raziocinante e scientifico, progredito e tecnologicamente avanzato. La cui bava fetida emana rancido odore di sangue antico. Rappreso sulle mura di ogni Panopticon, di ogni Bastiglia, di ogni Alcatraz, di ogni Asinara.

Monumenti alla Pena liberale, eretti nel democratico occidente da inquietanti architetti del supplizio, del tormento, dello strazio. Della Morte.

Alfredo Cospito lotta e lentamente muore oggi, nell’Italia del mantra “democraticista”, in ragione di un reato la cui veste giuridica i tecnici del diritto hanno cucito e confezionato per il suo solo corpo.

Strage contro lo Stato – e dunque contro dio – laddove strage non vi è stata.

Quel corpo che lui, in piena coscienza, sta lasciando morire. Tra gli spazi claustrofibici e inumani del 41bis.

Alfredo -eucarestia non voluta su un territorio culturale sospeso tra laicità mai realizzata e teologia imperante- è un corpo sacrificale che i farisei nazionali stanno immolando sull’altare di un efferato e iniquo senso di giustizia.

Alfredo s’immola come un “capro che canta” -τράγος ᾄδω- la sua tragedia. Una tragedia non solo personale, ma di tutti i condannati all’ergastolo ostativo e al carcere duro. Senza distinzione di sorta.

Perché anche Riina, Provenzano, Cutolo, Matteo Messina Denaro hanno diritto ad essere considerati esseri umani.

L’aver commesso dei reati, anche efferati, non può eliminare lo status di umanità. Uno status che vige a prescindere dal principio di legalità che informa un qualunque Stato.

Altrimenti, a seconda dei casi, ciascuno può disumanizzare a piacere il proprio presunto nemico. Un criterio di discrezionalità che ha un nome ben preciso. Nazismo.

Un nazismo tecnocratico, che oggi sembra permeare l’intera società occidentale.

Per questo, continuiamo ad invocare la libertà per Alfredo Cospito. E continuiamo ad opporci fieramente – marxisti, comunisti o anarchici che sia – al 41 bis. Senza distinguo di sorta!

Alfredo Cospito Libero. No al 41 bis. No all’ergastolo ostativo. No alle carceri