mercoledì 7 ottobre 2009

IL PERCHE' SIAMO IN AFGHANISTAN A FARE LA GUERRA

Ecco alcuni motivi plausibili che solo al termine della guerra potremmo sapere quale abbia prevalso sugli altri,perchè in percentuali diverse un pò tutte le ipotesi elencate nell'articolo di Enrico Piovesana di Peacereporter sono lecite e probabili sulle cause per cui da otto anni gli Usa e i loro alleati hanno invaso l'Afghanistan combattendo una sporca guerra(se ne esistesse una pulita).
Cerco di riassumere il perchè del"nostro"coinvolgimento(perchè alla fine i mercenari che vanno a guerreggiare li pago pure io)nel conflitto che ha già portato enormi perdite,soprattutto civili afgani,su entrambe i fronti.
Come già segnalato più volte in questo blog in Afghanistan ci siamo andati a braccetto degli americani non per liberare la loro nazione dai talebani già foraggiati da Cia e Usa durante la guerra contro l'Urss ma bensì per evidenti tornaconti economici,e vedremo quali.
Le risorse energetiche sono sì presenti ma non in maniera così tali da giustificare otto anni di conflitto ininterrotto(non vorrei più rimarcare la missione di pace),almeno stando a dei dati di vent'anni fà:più auspicabile da questo lato la ricca presenza tenuta ancora semi nascosta di giacimenti di uranio.
Più plausibile l'ipotesi di un condotto internazionale per il trasporto del gas dal Turkmenistan attraverso la zona occidentale afgana fino in Pakistan in quanto un'importante azienda petrolifera Usa per cui lavoravano Karzai e Khalizad cooperando coi talebani,(e qui eravamo nel 1996 ed il progetto vacillò per poi essere ripreso in considerazione negli ultimi mesi)ha investito parecchio per portare a termine tale opera.
Anche la posizione strategica dello stato asiatico è molto importante in quanto confinante o comunque molto vicino alle potenze nucleari indiane,pachistane,russe e cinesi nonchè possibile stantuffo per imbrigliare e tenere impegnato l'Iran su due fronti assieme all'Iraq sul fronte ovest;
tuttavia sembrerebbe più interessante l'ipotesi di un controllo più diretto della Cina in quanto a capo di un'organizzazione asiatica pericolosa per l'egemonia su territorio mondiale degli Stati Uniti.
Pure il capitolo droga ha un'enorme importanza economica in quanto la Cia,così come aveva già fatto in Indocina e successivamente in America Latina col controllo del traffico internazionale di eroina e cocaina,può ottenere un grande tornaconto in dollari da reinvestire nell'azione bellica.
E'da sottolineare come nel 2000 i talebani avevano proibito la coltivazione di eroina e che da quando gli Usa controllino parte dell'Afghanistan lo stato asiatico produca da solo il 93% di oppio al mondo.
Sempre legato al traffico di droga è da tener presente che parte dei soldi riciclati siano stati usati per salvare banche in quanto in un periodo di forte recessione il denaro liquido in pratica non circoli o faccia molta fatica ad essere utilizzato come investimento.
L'articolo spiega più dettaglitamente quello che ho scremato in poche righe fornendo citazioni e numeri da tenere ben presenti per una reale analisi del conflitto che sta insanguinando l'Afghanistan da otto anni.
Afghanistan, 8 anni dopo: cosa si nasconde dietro la guerra?

Le miniere d'uranio? Il gasdotto trans-afgano? Il posizionamento geostrategico? O forse il controllo del narcotraffico?

Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare.

Risorse energetiche.
Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan). Risorse troppo esigue per giustificare un'invasione militare costata finora, ai soli Stati Uniti, quasi 230 miliardi di dollari. Molti in Afghanistan parlano di giacimenti di uranio nel deserto della provincia meridionale di Helmand, il cui controllo e sfruttamento sarebbe al centro di un'aspra contesa tra forze britanniche e statunitensi. Ma per ora questa storia non avuto alcuna conferma.

La pipeline Trans-Afgana.
Questa è considerata da molti la vera motivazione che ha spinto gli Stati Uniti ad invadere l'Afghanistan nel 2001. Il progetto di costruire una condotta lunga 1.680 chilometri per portare il gas turkmeno di Dauletabad fino in Pakistan attraverso l'Afghanistan occidentale (Herat e Kandahar) viene avviato nel 1996 dalla compagnia petrolifera statunitense Unocal (per la quale lavoravano sia Hamid Karzai che Zalmay Khalizad) in cooperazione con il regime talebano (nel 1996 la Unocal apre una sede a Kandahar e l'anno dopo esponenti del governo talebano vengono ricevuti negli Usa).L'idea viene accantonata alla fine degli anni '90 in attesa che "la situazione politica e militare dell'Afghanistan migliori" (fonte Eia, dicembre 2000). Vista l'impraticabilità del corridoio sud-asiatico, l'Occidente decide di puntare su quello sud-caucasico, aprendo nel 2006 un gasdotto che porta il gas turkmeno in Turchia via Mar Caspio, Azerbaigian e Georgia (e che dal 2015 verrà collegato al gasdotto Nabucco).Il progetto della pipeline trans-afgana, però, non viene abbandonato. I tre paesi coinvolti riprendono a discuterne dal 2002 in poi, e nell'aprile 2008 firmano un accordo, anche con l'India, che prevede l'apertura del gasdotto entro il 2018 (previsione eccessivamente ottimistica secondo gli analisti di settore). A finanziare il progetto (7,6 miliardi di dollari) è la Banca per lo Sviluppo Asiatico (di cui gli Stati Uniti sono i maggiori azionisti assieme al Giappone). Le compagnie petrolifere interessate sono quelle statunitensi, britanniche e canadesi.Per quanto importante, appare azzardato individuare in questo progetto - di difficilissima realizzazione e surclassato da altre rotte gasifere - la ragione della prosecuzione dell'occupazione occidentale dell'Afghanistan.

Posizione strategica.
L'Afghanistan ha la sfortuna di trovarsi nel cuore del continente asiatico, in una posizione strategica che consente a chi lo controlla di monitorare da vicino tutte le potenze nucleari della regione, Cina, Russia, India e Pakistan, e di completare l'accerchiamento dell'Iran, che in caso di guerra con gli Usa si troverebbe a fronteggiare un attacco su due fronti: quello iracheno e quello afgano.Secondo molti analisti militari la volontà statunitense di controllare l'Afghanistan va però letta soprattutto in chiave di contrapposizione alla Cina, considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all'egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina. Una minaccia divenuta più reale dopo la creazione, nel giugno 2001, dell'alleanza politico-militare guidata da Pechino: l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco), che riunisce la Cina, la Russia, le repubbliche centroasiatiche e presto, forse, anche l'Iran. E che in futuro, vista la sua progressiva integrazione con l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Csto), l'alleanza politico-militare a guida russa, potrebbe estendere la sua influenza fino all'Europa orientale (Bielorussia) e al Caucaso (Armenia), diventando a tutti gli effetti un'alleanza contrapposta alla Nato a guida Usa. Un Afghanistan sotto controllo statunitense rappresenta una spina nel fianco per la Cina, in particolare per la sua prossimità allo Xinjang, regione ricchissima di petrolio destabilizzata dal nazionalismo uiguro (tradizionalmente sostenuto dalla Cia).La rilevanza geostrategica dell'Afghanistan è innegabile e ha certamente giocato un ruolo importante nella decisione statunitense di occupare l'Afghanistan e di impiantarvi basi militari permanenti.

Il business della droga.
Ma forse dietro la guerra in Afghanistan si nascondono interessi ancor più grandi e inconfessabili: quelli legati al controllo del traffico mondiale dell'eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d'affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l'anno.Non è un mistero che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni '70 nel cosiddetto Triangolo d'Oro (Laos, Birmania e Cambogia) sia stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è altrettanto risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni '80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) la guerriglia antisandinista dei ‘Contras' in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell'eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin. In Afghanistan il business continuò anche negli anni '90 e si incrementò con l'avvento al potere dei talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia. Fino a quando nel 2000 il mullah Omar, allo scopo di guadagnare sostegno internazionale al suo regime, decise di vietare la produzione di oppio, che infatti nel 2001 crollò a livelli prossimi allo zero. Produzione che nell'Afghanistan ‘liberato' e controllato dalle forze armate e dall'intelligence Usa è ripresa a pieno ritmo fin dal 2002 (quando ancora i talebani non erano tornati) polverizzando ogni record storico e trasformando in pochi anni il paese sud-asiatico nel principale produttore mondiale di eroina (93 per cento della produzione mondiale). Una situazione che le forze Usa presenti in Afghanistan si sono sempre rifiutate di contrastare dicendo che questo "non era compito loro" e lasciando che se ne occupasse il governo-fantoccio di Kabul. Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate', la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato' guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all'estero.

Una nuova Air America?
Secondo un'inchiesta televisiva condotta dal canale russo Vesti l'eroina afgana viene portata fuori dall'Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia. Spesso, ha scritto sul Guardian la giornalista afgana Nushin Arbabzadah, nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga al posto dei cadaveri."Penso che sia possibile che questo avvenga, anche se non lo posso provare", ha diplomaticamente commentato l'ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov.Il giornalista russo Arkadi Dubnov di Vremya Novostei, riportando informazioni fornitegli da una fonte all'interno dei servizi afgani, ha scritto che "l'85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all'estero dall'aviazione Usa".Quest'estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a Russia Today: "Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all'anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all'estero con i loro aerei militari.".Il giornalista statunitense Dave Gibson di Newsmax ha citato una fonte anonima dell'intelligence Usa secondo la quale "la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam".L'economista russo Mikhail Khazin in un'intervista ha dichiarato che "Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali"."Gli Stati Uniti non contrastano il narcotraffico afgano per non minare la stabilità di un governo sostenuto dai principali trafficanti di droga del Paese, a cominciare dal fratello di Karzai", scrive il noto giornalista statunitense Eric Margolis sull'Huffington Post. "Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all'estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan. Quando la storia della guerra sarà stata scritta, il sordido coinvolgimento di Washington nel traffico di eroina afgana sarà uno dei capitoli più vergognosi".

Narcodollari per salvare le banche in crisi?
Antonio Maria Costa, direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), in un’intervista al settimanale austriaco Profil ha dichiarato: “Il traffico di droga è l'unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell'economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno (a causa della crisi finanziaria globale, ndr). Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E' ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

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