giovedì 7 novembre 2013

LA DECISIONE DI MONI OVADIA

La notizia di una manciata di giorni fa dell'autoesclusione di Moni Ovadia,artista poliedrico di religione ebraica che mai ha nascosto simpatie di sinistra e che ha sempre tenuto separati il semitismo ed il sionismo,dalla comunità ebraica di Milano,ha fatto notizia almeno in Internet in quanto vi è una denuncia chiara e netta contro questa organizzazione che ormai è solo strumento di propaganda del governo d'Israele.
Si parla degli insulti e delle minacce avute da altri ebrei evidentemente meno ottusi di lui,parlando ormai di Tel Aviv simbolo non dell'ebraismo ma di uno Stato che opprime da anni una popolazione,quella palestinese,e che ha tra i propri seguaci e fan gente che fino a pochi anni orsono inneggiavano agli sterminatori degli ebrei stessi(tipo i fratelli La Russa).
L'articolo è preso da Infoaut.

'Non c'è niente di più degradante che fare lo sbirro a un altro popolo'.

E' uno dei passaggi salienti dell'intervista concessa da Moni Ovadia al Fatto Quotidiano (oggi nella versione cartacea) sulla sua scelta di lasciare la Comunità Ebraica di Milano, dopo la sua esclusione dalla partecipazione alla rassegna "Jewish and the city".
«Non voglio più stare – spiega Ovadia – in un posto che si chiama comunità ebraica ma è l’ufficio propaganda di un governo. Sono contro quelli che vogliono ‘israelianizzare’ l’ebraismo. Ho deciso di lasciare, come ha fatto Gad Lerner a causa della mancata presa di posizione dei vertici milanesi dopo l’uscita di Berlusconi al binario 21, nel Giorno della Memoria».
L'attore punta il dito contro la blindatura di ogni possibile dibattito in seno alla Comunità ebraica: «Io esprimo opinioni, non sono depositario di nessuna verità. Penso però che questa situazione sia tossica [...] Appena scrivo qualcosa, sul mio sito arriva di tutto: minacce, insulti, parolacce. I termini sono sempre ‘rinnegato’, ‘traditore’, ‘nemico del popolo ebraico’. Ho criticato l’episodio del bimbo palestinese di cinque anni che aveva lanciato una pietra ed era stato portato via da undici militari israeliani. Mi hanno scritto: ‘Avesse potuto quella pietra arrivare sul tuo cervello marcio’. Questi sono i termini, mai risposte nel merito».
Non sopporta in particolare l'identificazione di ogni aspetto dell'ebraismo con le scelte politiche dello stato d'Israele, sempre più data per scontato: «L’ebraismo è una cosa, lo Stato d’Israele un’altra. Qualcuno ha sostituito la Torah con Israele. Il buon ebreo, dunque, non è quello che segue la Torah, ma quello che sostiene Tel Aviv. I sinceri democratici, tipo La Russa, sono amici d’Israele. E non importa se fino a poco tempo fa facevano il saluto romano inneggiando a quelli che hanno sterminato la nostra gente».

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