domenica 14 giugno 2020

COLONIALISMO,RAZZISMO E LORO SIMBOLI

La contrapposizione tra quelli dell' "italiani brava gente" e chi contesta nuovamente il periodo colonialista italiano in Africa alla luce dei fatti di Minnepolis e della statua di Montanelli è tornata in auge e fa discutere,ma sono diatribe che non avrebbero nemmeno il modo essere considerando il periodo un male senza alcuna possibilità di replica.
Non bastano le frasi"ma allora era così","tanto lo facevano tutti":sono una menzogna storica e lo dimostra il fatto che menti illuminate da sempre hanno lottato contro lo schiavismo ed il colonialismo,che sono strettamente legati al razzismo,un problema storico che ha radici molto profonde.
Nel primo articolo odierno proprio un riassunto del periodo colonialista italiano cominciato ancor precedentemente al primo conflitto mondiale con l'occupazione della Libia e proseguita col fascismo a spron battuto,quando c'era l'Impero di mussoliniana memoria(vedi:madn quelli-dellimpero )accompagnati da personaggi come il torturatore ed assassino Graziati,nome che spunta su tutti(vedi:madn e-adesso-arriveranno-le-ruspe? )per atrocità ed ignominia.
Nel secondo un rimando a Montanelli(pure lui avrà fatto anche cose buone?),noto giornalista servo del sistema capitalista ed anticomunista che nel periodo dell'usurpazione dei territori e degli abitanti delle colonie comprò per 350 Lire una bambina dodicenne per averla come sposa,la cui statua a Milano è stata imbrattata da vernice,non la prima volta,e da scritte che affermano la verità:razzista e stupratore(contropiano montanelli-un-po-di-vernice-ci-sta ).
Rimarcando il fatto che in periodo globale di sollevazioni popolari legati al Black Live Matter con l'abbattimento di personaggi legati allo sfruttamento schiavista di personaggi tanto decantati,questi che definire simboli è fin troppo vomitevole,certo bisogna pensare ad un cambiamento della toponomastica della città e magari eliminare questi monumenti,ma bisogna agire direttamente contro chi è razzista e che incita al razzismo,senza paura e senza mezzi termini

Colonialismo italiano, un’eredità fetida da mettere in discussione.

di  Emilio Banchetti 
In questi giorni, sulla scorta delle immagini che arrivano dagli USA e dal Regno Unito, si è aperto un dibattito su statue e toponomastica coloniale.

Si è tornati a parlare ad esempio della statua di Montanelli a Milano, già giustamente sanzionata qualche tempo fa per la nota storia della sposa bambina etiope comprata dal “grande giornalista”, mentre questo partecipava ad una delle più sanguinarie avventure coloniali dell’Italia fascista. Varrebbe la pena parlare anche del monumento dedicato ai caduti della battaglia di Dogali a Roma, oppure del sacrario allo stragista Graziani, ad Affile, inaugurato nel 2012.

Esiste una nutrita toponomastica coloniale in Italia. Basti pensare alle tante piazze, strade e viali che in tutto il paese portano il nome di località africane dove trovò sfogo la folle proiezione imperiale nostrana: Libia, Adua, Addis Abeba, Amba Aradam… E così via fino ad arrivare a piazze dedicate, come quella ai “caduti di Nassirya”.

Gli italiani si sono sempre cullati in un immaginario mondo che li vede come “brava gente” a prescindere, quelli che alla fine sono sempre stati nel giusto della storia.

Anche la stessa colonizzazione brutale e violenta di Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia viene raccontata troppo spesso come un processo positivo: come se i “nostri” in fondo volessero bene a coloro che stavano conquistando.

Per non parlare poi delle aggressioni fasciste ad Albania e Grecia, dove i cattivi furono i tedeschi, non gli italiani che in fondo quella guerra la stavano perdendo perché bonaccioni che fraternizzavano con i locali.

Italiani quindi certo truffaldini, furbi, bonariamente disonesti, ma comunque “brava gente”. L’autoassoluzione passa direttamente dall’autocommiserazione nella narrazione nazionale italiana, anche quella ufficiale.

Non ci possiamo assolutamente limitare, però, a parlare delle avventure portate avanti dai nostri progenitori fuori dai confini della penisola: l’Italia è un paese che delle colonie “interne” ha fatto la sua fortuna.

Basti pensare alla cosiddetta “questione meridionale”, apertasi con la predazione delle risorse industriali, naturali e finanziarie del fu Regno delle Due Sicilie operato nel periodo post-unitario. Un processo che ha poi visto protagonisti delle sue conseguenze migliaia di migranti interni, che da un territorio reso depresso ad hoc sono dovuti partire per a cercare lavoro nelle zone maggiormente industrializzate.

Un destino di predazione ed emigrazione forzata che ha vissuto anche la Sardegna, che con l’Italia non aveva mai assolutamente avuto nulla a che fare fino a che il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, in seguito alla guerra di successione spagnola e al trattato di Utrecht del 1713, non ne ottenne la corona nel 1720, per potersi fregiare di un titolo regio.

La storia coloniale d’Italia continua fino ad oggi, con forme ovviamente diverse ma comparabili: le dinamiche di frammentazione dell’amministrazione pubblica e il regionalismo differenziato, proposto sia da destra che “da sinistra”, possono essere lette anche in questo senso.

Favorire, in definitiva, le regioni core dell’accumulazione capitalista, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, andrebbe a inasprire ulteriormente quel processo di impoverimento e scientifica sottoproletarizzazione di intere aree del paese.

La questione è certo da esplorare con maggiore attenzione rispetto a queste poche righe, che vogliono essere, soprattutto, una provocazione ed uno stimolo alla riflessione. Il colonialismo italiano non è, infatti, il grande rimosso soltanto della retorica ufficiale: anche sinistra e movimenti troppo spesso hanno scientemente ignorato questi temi fondamentali.

Esistono, ad esempio, forze indipendentiste e genuinamente comuniste in Sardegna, ma a parte poche significative eccezioni (come a suo tempo la Democrazia Proletaria Sarda) gli italiani si sono rifiutati di dare anche il minimo riconoscimento a queste sensibilità.

Uno degli esempi più chiari viene di certo dalle dichiarazioni di Marco Rizzo che, durante la campagna elettorale delle ultime politiche, disse che la formula per rilanciare la Sardegna era una maggiore industrializzazione1.

Ma le industrie in Sardegna ci sono, basti pensare alla Sarlux di Moratti, oppure alla tristemente famosa fabbrica di bombe Rmw della tedesca Rheinmetal. Sono le industrie che mancano o è l’estroversione verso il continente di tante risorse produttive ad essere il problema?

La protesta dei pastori e gli sversamenti del latte, nel 2019, hanno messo sotto gli occhi di tutti proprio quel meccanismo neocoloniale che è la vendita di risorse a prezzi vantaggiosi soltanto per una parte, alla faccia di chi sostiene che i prezzi “si autoregolano nel libero mercato”.

Il processo di rimozione della questione coloniale italiana da parte della sinistra risale alla storia del PCI, vittima in parte anche di quella graduale socialdemocratizzazione che culminò nel compromesso storico berlingueriano.

Oggi ciò che resta dei movimenti italiani è decisamente esterofilo; si guarda a decine di esempi sparsi per il mondo di lotte e di modelli, ma non si guarda quasi mai in casa propria.

Questo momento in cui fioriscono le lotte antirazziste, mentre ci troviamo a dover riflettere su che tipo di Stato vogliamo poter costruire, dopo che l’epidemia di Covid-19 ha mostrato l’inadeguatezza del sistema vigente, è forse il miglior punto di partenza per rimettere in dubbio anche questi aspetti.

È fondamentale poter rimettere al centro, quindi, parole d’ordine di classe e che possano aggredire con forza anche la questione delle disparità interne, stimolare i movimenti affinché pongano un’alternativa di sistema forte, agire per confrontarsi con le forze dei territori. In questo modo sarà, forse, possibile mettere in campo percorsi che parli di pianificazione economica e sociale fuori dalle pastoie coloniali del passato.

È una questione di volontà politica che l’attuale classe dirigente non può e non vuole raccogliere: troppi sono gli interessi economici, troppo importante anche da un punto di vista militare tenere sotto ricatto la popolazione di intere aree del paese e poter rifornire in questo modo esercito, polizia e carabinieri di giovani senza alternative lavorative.

Cambiare tutto significa anche aggredire le dinamiche coloniali interne italiane, senza dimenticare il ruolo giocato anche dall’Unione europea in questo gioco perverso di impoverimento ed emigrazione tramite la policy del pareggio in bilancio e di tagli, cha hanno ulteriormente massacrato la popolazione e aggravato la situazione di estroversione delle risorse.

Rompere con questo sistema oggi è una necessità, proposte come l’Alba Euromediterranea rappresentano alternative credibili, basandosi sulla solidarietà tra i popoli e non sulla competizione sfrenata.

Una sfida tutta da costruire e da cui non possiamo esimerci: rompere con il colonialismo italiano significa anche rompere con l’Unione europea che di queste dinamiche si è fatta interprete, significa dire basta all’emigrazione, significa costruire un’alternativa sociale ed economica vera.

Per fare questo serve un’alternativa politica reale contro e fuori dalla mentalità coloniale che, anche a sinistra, ha fatto tanti e troppi danni.

1 https://www.ansa.it/sardegna/notizie/2018/02/07/rizzo-in-sardegna-nuovo-corso-industria_e329bb32-fed1-4db4-a368-2d072860b801.html

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Montanelli… Un po’ di vernice ci sta.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)   
Indro Montanelli, quando aveva venticinque anni, partecipò come ufficiale nel 1935-36 alla criminale guerra di conquista e sterminio, anche coi gas, del fascismo italiano in Etiopia. In questa veste di oppressore coloniale acquistò una bambina di dodici anni, ne abusò sessualmente e la tenne come finta moglie – in realtà schiava – finché rimase in Africa. 

Nel mondo di oggi tutto questo si chiama razzismo, schiavismo, stupro e pedofilia e molti di coloro che oggi difendono Indro Montanelli spesso sono in prima fila nella denuncia e nel ripudio del costume dei matrimoni combinati con spose bambine, un orrore che ancora esiste in alcuni paesi del nostro mondo attuale.

Costoro. Montanelli, lo giustificano con due argomenti. Il primo è che allora non si era veramente consapevoli dell’infamia che si commetteva. 

È vero il fascismo era un regime, razzista, sessista, violento e la maggioranza del popolo italiano ne era coinvolto, ma anche allora c’era chi rifiutava quel regime e i suoi ignobili costumi e ne pagava tutti i prezzi. 

Ad esempio in Etiopia c’era il comunista Ilio Barontini che ebbe un ruolo determinante nell’organizzazione della resistenza armata del popolo etiopico agli invasori fascisti. 

Anche allora si poteva scegliere, ma certo una scelta antifascista era costosa e rischiosa e si può anche capire chi allora non la fece. 

E qui infatti scatta la seconda argomentazione a difesa di Indro Montanelli: dopo fu sempre antifascista e antirazzista. 

A parte il fatto che fino alla sua rottura con Berlusconi un solo “anti” fu continuo, esplicito, persino ossessivo in Indro Montanelli: l’anticomunismo. 

A parte questo, che naturalmente rientra nei legittimi punti di vista, c’è un fatto incontrovertibile, Montanelli MAI si scusò, pentì, mostrò orrore per aver comprato come schiava sessuale una bambina di dodici anni. 

“Era l’usanza e poi in quei paesi si diventa donne molto giovani e la mia schiava mi era fedele, mi voleva bene e io la trattavo bene”. Queste le parole ripugnanti con cui Indro Montanelli spiegò poi i suoi comportamenti, non molto diverse da quelle dei nazisti che si giustificavano dicendo io obbedivo agli ordini. 

Per Montanelli erano i tempi ad essere cambiati e lui era stato semplicemente – banalmente direbbe Hannah Arendt – un uomo, anzi un maschio, dei suoi tempi. 

Che gran parte del mondo politico e intellettuale italiano rifiuti di capire che la mostruosità dei comportamenti passati di Indro Montanelli vada respinta senza giustificazioni, non è solo un problema di cattiva coscienza storica, ma riguarda il nostro mondo attuale. 

Senza l’orrore per il passato non si è immuni contro l’orrore del presente. 

Per questi di fronte alla ottusa e vomitevole comprensione del Palazzo per i crimini contro l’umanità mai ammessi da Montanelli, un po’ di vernice ci sta.

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