La Befana porta al blog una dura critica verso chi dovrebbe almeno numericamente guidare l'opposizione al regime di destra instaurato in Italia,ovvedo il Pd ed i suoi uomini più importanti e visibili.
Partendo da Fassino e passando da Veltroni e D'Alema quest'armata Brancaleone messa su alla bella e buona dai cadaveri dei DS e dell'Ulivo e prima ancora dal glorioso PCI(quello di Berlinguer ultimo grande statista di sinistra visto che l'ultimo Bertinotti s'è sputtanato alla grande)vacilla in un momento in cui basterebbe dare solo una spallata per far crollare il governo fascista:sta implodendo come il Pdl e ricerca aiuti al cattolico integralista Casini ed all(ex??)fascista Fini.
Di quello che pensa e dice e attua Fassino c'è un articolo postato su Indymedia Lombardia con qualche bel commentino caustico che ho voluto lasciare,mentre dell'affaire Lula-Battisti che comprende tutto il Pd ho scelto un bel pezzo di Gennaro Carotenuto preso da"Senza Soste".
Con un'opposizione come quella odierna(compreso Di Pietro e le minoranze presenti in Parlamento)la speranza di una lotta al governo scema sempre meno,in una deprimente giostra che se pure passassero i cinque anni di legislazione non sembra che gliene importi molto.
Chi è Fassino?
Ma chi è Fassino?
Di fronte all'accordo-capestro FIAT, dichiara che se fosse lui un operaio (sic!) accetterebbe il piatto di lenticchie (senza fiatare e magari baciando la mano a chi glielo porge)).
Di fronte al braccio di ferro Battisti-Lula-governoitalico, chiede a Lula di decidere per l'estradizione (perché chi ha fatto la lotta armata, anche se non ha ucciso nessuno, deve pagare sempre e comunque).
Uno che ha bluffato per decenni dicendosi non dico "comunista", ma almeno "marxista", facendo carriera sotto l'ombrello di un partito maneggione come è sempre stato il PCI, prima, e i suoi cloni liberisti, si permette di autodefinirsi "democratico" senza specificare nient'altro (tutti, ufficialmente, sono democratici in una democrazia parlamentare, al di là delle leggi elettorali, più o meno truffaldine, che regolano le modalità "elettive").
Infatti non è né carne, né pesce. Coi suoi compari insegue fette di popolazione qualunquista (e quindi di destra) e non ha il coraggio (ma forse nemmeno la capacità) di chi è fornito di onestà intellettuale.
Io credo che si meriti dei gran calci nel culo.
Commenti.
Ben detto! Fassino è una.
Ben detto! Fassino è una merda tal quale i compari suoi del PD...però scusa...ti aspettavi dell'altro da lui??? Guarda che Fassino è uno che và in giro già da un po' e che già in numerose altre occasioni ci ha regalato le sue perle di saggezza paraculiana e genuflessoide. E' un leccaculo servo di merda e non credo che ci serva sapere altro. Saluti!
Puntualizzo.
Non mi sono aspettato mai niente, né da Fassino, né dai suoi soci (e per la verità nemmeno da chi si proclama "a sinistra" del PD: troppo facile essere "a sinistra" del PD!)
Semplicemente è bene sputtanare sempre e comunque 'sti stronzi che si permettono di sproloquiare in pubblico. È bene dare il senso che costoro abbiano sempre il fiato sul collo, anche se - come in questo caso - su questo sito.
Comunque, penso, invece, che ci serva sapere altro, e come! per quando presenteremo il conto!
Certo, certo...dicevo per
Certo, certo...dicevo per dire...nel senso che non mi sorprende piu' nulla di quella gente. D'accordo anch'io nello sputtanare sempre e comunque i pezzi di merda!
Il PD e Lula .
Fa letteralmente gridare di stupore l’appellarsi del Partito Democratico a Luiz Inácio da Silva.
Indimenticabile (Lula non l’ha dimenticato sicuramente) è il Massimo d’Alema che, pochi mesi prima dell’elezione a presidente del dirigente del partito dei lavoratori (PT), scelleratamente ripeteva che “il nostro referente in Brasile è Fernando Henrique Cardoso”. Era convinto D’Alema che Cardoso non fosse l’ultimo presidente neoliberale e che Lula e il PT fossero solo una minoranza vetero-sinistrese che mai e poi mai avrebbe potuto vincere le elezioni in un mondo che andava altrove.
Non solo le previsioni di D’Alema dimostravano sua totale ignoranza di America latina ma, in questi otto anni, Lula, e il suo governo, hanno rappresentato un sassolino nella scarpa del cammino del PD oltre e fuori la sinistra. Mentre i D’Alema, i Veltroni, i Rutelli erano convinti che non fosse possibile pensare, dire e fare “cose di sinistra”, per dirla alla Nanni Moretti, gli otto anni di Lula hanno dimostrato esattamente l’opposto: che anche in un contesto liberaldemocratico è possibile concepire idee di sinistra e metterle in pratica.
Così corre un brivido nella schiena a leggere che Piero Fassino, politico favorevole ai respingimenti dei migranti voluto da Calderoli e Gentilini e che hanno messo l’Italia sotto accusa in tutto il mondo civile per flagrante violazione del diritto internazionale, abbandonando solo parzialmente il linguaggio e le gabbie mentali italo-italiane di questi anni, firmi una dichiarazione che ha come incipit: “ci rivolgiamo a Lula, uomo di sinistra”. Erano anni che Fassino non pronunciava la parola “sinistra”. Perché mai si rivolgerà a me in quanto “uomo di sinistra”, deve essersi domandato Lula se qualche funzionario troppo solerte gli ha passato anche quelle inutili righe propinate in queste ore agli italiani in ogni pastone politico a cercare di dimostrare che il PD esiste ancora.
Per il PD, in questi anni, Lula e gli altri governi integrazionisti latinoamericani hanno rappresentato un problema da rimuovere, una seccatura, un’eccezione che conferma la regola della “fine della storia” per la quale non è il berlusconismo ma l’intera cultura politica italiana ad essere arretrata. Lo dimostra il fatto che in questi anni, a livello internazionale, i cuori del PD non solo non hanno battuto per la sinistra latinoamericana ma nemmeno per altri casi di pallida socialdemocrazia come quello dello spagnolo José Luís Rodríguez Zapatero, troppo laico o del tedesco Gerhard Schröder, troppo legato ai sindacati. Solo il guerrafondaio Tony Blair, rottamatore del laburismo e più tardi Barack Obama, non meno esotico per l’Italia di vari presidenti latinoamericani, hanno scaldato i cuori del centro-sinistra italiano.
Il PD (e prima di questo i DS) ha quindi deliberatamente scelto in questo decennio non solo di ignorare ma di contribuire a demonizzare il cammino dei governi latinoamericani che si sono allontanati dall’ortodossia neoliberale e dal fondomonetarismo. Ciò non perché questi potessero essere calco o copia per l’Italia, ma perché la loro stessa esistenza rivelava l’incapacità di offrire un’alternativa a quello che i DS hanno sempre considerato come il migliore dei mondi possibili: un berlusconismo liberato appena delle sue caratteristiche circensi e delle peggiori asprezze e inefficienze.
Non è perché la politica latinoamericana, il centro-sinistra di Lula, il peronismo dei Kirchner, il riformismo del socialismo del XXI secolo di Hugo Chávez, il “buon vivere” di Evo Morales, possano essere importati nella cultura politica europea. E’ perché il centro-sinistra italiano è incapace di pensare alternative al modello vigente (il Fassino che “se fossi un operaio starei con Marchionne” è un’altra perla) che “con questi dirigenti non vinceremo mai” e viviamo nella palude attuale. Al contrario l’America latina ha dimostrato che il concetto di “battaglia delle idee” sia più centrale che mai e proprio perciò vive una delle più vivaci stagioni della sua storia. Cosa ne sapete voi del PD di uomini di sinistra?
Gennaro Carotenuto
tratto da http://www.gennarocarotenuto.it/
giovedì 6 gennaio 2011
martedì 4 gennaio 2011
TESTE DECAPITOLINATE
Poche righe direttamente in romanesco per commentare le ennesime collusioni mafioso-fascistoidi che il podestà Alemanno intrallazza coi suoi picchiatori-servi-merdoratti scambiando ambite posizioni lavorative pubbliche in cambio di rinnovate amicizie che si prolungano nel tempo ben oltre l'Alemagno che faceva bella mostra di celtiche e fasci littori prima che non si nascondesse dietro l'ipocrito-burocrazia che la fascia tricolore richiede.
Sto pezzo di merda ha infarcito come detto precedentemente in questo blog(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/12/la-nera-coerenza-di-alemanno.html) di nera presenza le cariche più ambite della pubblica amministrazione comunale capitolina:una testa già è saltata per orridi riferimenti nostalgici su facebook,e le altre che non cadranno per mano(forzatissima)politica speriamo che rotolino causa insurrezione popolare...si può fare!
Articolo targato Indymedia Lombardia.
Fascistopoli e pezzi di merda.
Li vedete sti coglioni? Hanno fatto bingo. Un posto fisso all'Ama e senza manco fa un concorso, fosse pure pe' finta. Ce credo che poi ridono e ad Alemagno glie stringono la mano. So' cortesie fra merdaioli.
Questi qua so' stati presi che a 18 anni e un giorno già dicevano che c'avevano la patente. E sapevano già tutto loro, che poi se li assumevano.
Com'è che lo sapevano? Ma li leggete i giornali? E dai! A Roma ce lo sanno pure i serci che se li so' spartiti a destra e sinistra, ma non dico chi l'ha fatto che sennò qua qualche difensore del buon nome di certe strutture s'incazza e me nasconne.
Voi state a pensare a Francesco Bianco, quello è uno solo, questi so' a centinaia e stanno per strada a presidiare il territorio per quel boia del sindaco loro.
Adesso c'è un bel polverone, sembra che sta per succedere chissà che cosa. La magistratura indaga... E invece lo sapete come finirà. Ste merde ormai il lavoro l'hanno preso e se lo tengono e noi, come al solito, ce lo pigliamo n'altra volta nel culo. E credetelo nun ce se abitua mai...
Sto pezzo di merda ha infarcito come detto precedentemente in questo blog(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/12/la-nera-coerenza-di-alemanno.html) di nera presenza le cariche più ambite della pubblica amministrazione comunale capitolina:una testa già è saltata per orridi riferimenti nostalgici su facebook,e le altre che non cadranno per mano(forzatissima)politica speriamo che rotolino causa insurrezione popolare...si può fare!
Articolo targato Indymedia Lombardia.
Fascistopoli e pezzi di merda.
Li vedete sti coglioni? Hanno fatto bingo. Un posto fisso all'Ama e senza manco fa un concorso, fosse pure pe' finta. Ce credo che poi ridono e ad Alemagno glie stringono la mano. So' cortesie fra merdaioli.
Questi qua so' stati presi che a 18 anni e un giorno già dicevano che c'avevano la patente. E sapevano già tutto loro, che poi se li assumevano.
Com'è che lo sapevano? Ma li leggete i giornali? E dai! A Roma ce lo sanno pure i serci che se li so' spartiti a destra e sinistra, ma non dico chi l'ha fatto che sennò qua qualche difensore del buon nome di certe strutture s'incazza e me nasconne.
Voi state a pensare a Francesco Bianco, quello è uno solo, questi so' a centinaia e stanno per strada a presidiare il territorio per quel boia del sindaco loro.
Adesso c'è un bel polverone, sembra che sta per succedere chissà che cosa. La magistratura indaga... E invece lo sapete come finirà. Ste merde ormai il lavoro l'hanno preso e se lo tengono e noi, come al solito, ce lo pigliamo n'altra volta nel culo. E credetelo nun ce se abitua mai...
lunedì 3 gennaio 2011
PUBBLICITA'(REGRESSO)SUL NUCLEARE
Davvero strana e subito sospetta m'era sembrata la pubblicità che reclamizza un forum sull'uso dell'energia nucleare in Italia e dalla prima visione l'idea che mi ero fatto a proposito si è rivelata giusta avendo indagato un poco in internet,ovvero che si tratti di una palese campagna pro-nucleare.
Grazie all'interessante articolo di"Senza Soste"ecco che si dipana davanti agli occhi una reclame studiata a tavolino e finanziata da importanti imprese che lavorano a sostegno dell'energia nucleare(ma non solo e leggendo il contributo si avranno cattive sorprese)utilizzando un linguaggio di marketing al limite del messaggio subliminale facendo un uso metodico di parametri come colori,gesti e voce.
Inutile ribadire che la scelta di utilizzare l'energia di tale tipo si possa rivelare una forte perdita economica e ambientale per il paese,per svariati motivi come l'esaurimento delle scorte di uranio,la sempre presente pericolosità degli impianti(in barba a tutte le rassicurazioni del caso nessuno le vuole fuori casa!)ed il problema delle scorie in un paese che non sa gestire nemmeno l'immondizia normale.
Per altre informazioni ecco un post di un paio d'anni fa con un contributo del Nobel per la fisica Carlo Rubbia:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2009/02/nuclearegia-tutto-deciso.html.
Al termine la pubblicità incriminata by you tube.
Quella pubblicità ingannevole sul nucleare.
In questi giorni, leggendo i quotidiani e guardando la televisioni, sarà capitato a molti di “incocciare” la pubblicità a favore del nucleare. Travestita da campagna informativa, la pubblicità contrappone due giocatori di scacchi che fanno precedere ogni mossa da un loro punto di vista su alcune questioni legate all’utilizzo dell’energia elettronucleare. La prima mossa è del giocatore antinucleare a cui segue sempre la risposta del filonucleare e per 30 secondi, la durata dello spot, si susseguono affermazioni contrarie e favorevoli: "Sono contrario all'energia nucleare, perché mi preoccupo per i miei figli. Io sono favorevole, perché tra 50 anni non potranno contare solo sui combustibili fossili... Il nucleare è una mossa azzardata per il paese. O forse è una grande mossa”. Fino all'epilogo in cui si scopre che il giocatore sta giocando con se stesso e si congeda lo spettatore con una domanda: "E tu sei a favore o contro l'energia nucleare? O non hai ancora una posizione?"
La pubblicità, come si è detto, è insidiosa perché ad un ascolto superficiale parrebbe bilanciata e informativa. Ma se si fa attenzione basta poco per accorgersi che si tratta solo di un'abile mossa propagandistica. Innanzitutto i colori, il contrario muove il nero, il favorevole il bianco ed è a lui che viene lasciata sempre l’ultima parola, e poi il "contro" trascina le pedine e fa mosse "banali" (sembra anche incerto nei movimenti), mentre il "pro" è deciso e poggia con fermezza i pezzi sulla scacchiera; il tono di voce del contrario appare debole, mentre la risposta del favorevole è sempre determinata. E così via, per concludere con l'epilogo in cui si scopre che "pro" e "contro" sono la stessa persona, altro messaggio diretto a far credere che bisogna superare i pregiudizi che ci sono in noi stessi. Se dal piano delle modalità con cui è stata costruita la pubblicità si passa poi a quello dei contenuti, si vede che siamo di fronte ad un’opera di vera disinformazione. Così il problema delle scorie viene liquidato dicendo che una volta stoccate sono sicure e, in fondo, sono anche poche (salvo dimenticare che nessuno è ancora riuscito a trovare un modo per stoccarle in sicurezza nonostante in 60 anni gli stati nucleari vi abbiamo investito somme ingenti) mentre le fonti rinnovabili vengono liquidate sostenendo che fra 50 anni potrebbero non essere sufficienti (in realtà esiste il rischio che nel giro di poche decine di anni sia il combustibile per le centrali nucleari, l’uranio, ad essere in via di rapido esaurimento). Per non parlare dei problemi accuratamente evitati come gli enormi costi dello smantellamentio delle centrali chiuse e gli effetti sulla salute delle radiazioni emesse dagli impianti atomici durante il loro funzionamento.
Secondo Il sole-24 ore la pubblicità sarebbe costata 6 milioni di euro, sborsati dalla lobby raccolta attorno al forum nucleare, che firma la pubblicità. Dal sito di questo raggruppamento, facilmente raggiungibile con una semplice ricerca su Internet, si apprendono chi sono i finanziatori della campagna: si tratta di 17 gruppi industriali più due sindacati (naturalmente CISL e UIL che ormai non hanno più alcun senso della decenza). Ci troviamo l’ENEL, gruppi nucleari ed energetici francesi (Alstom, Areva, EDF, GDF-Suez, Technip), un altro gigante dell’industria energetica, la Edison, che sembrerebbe italiana ma in realtà è controllata dalla francese EDF, la tedesca E.On, l’americana Westinghouse, gli italo-russi della StratinvestRu, gli italiani Tecnimont e Federprogetti. Fa parte della compagnia anche l’Ansaldo, di proprietà della multinazionale di guerra italiana, la Finmeccanica.
Presidente del forum è l’ineffabile Federico “Chicco” Testa, dal 1980 al 1987 segretario e successivamente presidente di Legambiente, deputato PCI-PDS dal 1987 al 1993 e ora managing director della banca Rotschild, presidente di TELIT, vicepresidente di Intecs, presidente di EVA, consigliere di amministrazione di Allianz e di Idea Capital Funds. Un manager passato nel giro di pochi anni dalle battaglie antinucleari ai molto più confortevoli salotti della finanza filonucleare.
Tutto lascia intendere che quella attuale sia solo la prima fase di una campagna pubblicitaria che ci martellerà occhi e timpani nei prossimi mesi, visto che come ha rivelato Il fatto quotidiano la sola ENEL ha investito 20 milioni di euro nella promozione del nucleare. Ne vedremo delle belle.
Per Senzasoste, Indagator
Grazie all'interessante articolo di"Senza Soste"ecco che si dipana davanti agli occhi una reclame studiata a tavolino e finanziata da importanti imprese che lavorano a sostegno dell'energia nucleare(ma non solo e leggendo il contributo si avranno cattive sorprese)utilizzando un linguaggio di marketing al limite del messaggio subliminale facendo un uso metodico di parametri come colori,gesti e voce.
Inutile ribadire che la scelta di utilizzare l'energia di tale tipo si possa rivelare una forte perdita economica e ambientale per il paese,per svariati motivi come l'esaurimento delle scorte di uranio,la sempre presente pericolosità degli impianti(in barba a tutte le rassicurazioni del caso nessuno le vuole fuori casa!)ed il problema delle scorie in un paese che non sa gestire nemmeno l'immondizia normale.
Per altre informazioni ecco un post di un paio d'anni fa con un contributo del Nobel per la fisica Carlo Rubbia:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2009/02/nuclearegia-tutto-deciso.html.
Al termine la pubblicità incriminata by you tube.
Quella pubblicità ingannevole sul nucleare.
In questi giorni, leggendo i quotidiani e guardando la televisioni, sarà capitato a molti di “incocciare” la pubblicità a favore del nucleare. Travestita da campagna informativa, la pubblicità contrappone due giocatori di scacchi che fanno precedere ogni mossa da un loro punto di vista su alcune questioni legate all’utilizzo dell’energia elettronucleare. La prima mossa è del giocatore antinucleare a cui segue sempre la risposta del filonucleare e per 30 secondi, la durata dello spot, si susseguono affermazioni contrarie e favorevoli: "Sono contrario all'energia nucleare, perché mi preoccupo per i miei figli. Io sono favorevole, perché tra 50 anni non potranno contare solo sui combustibili fossili... Il nucleare è una mossa azzardata per il paese. O forse è una grande mossa”. Fino all'epilogo in cui si scopre che il giocatore sta giocando con se stesso e si congeda lo spettatore con una domanda: "E tu sei a favore o contro l'energia nucleare? O non hai ancora una posizione?"
La pubblicità, come si è detto, è insidiosa perché ad un ascolto superficiale parrebbe bilanciata e informativa. Ma se si fa attenzione basta poco per accorgersi che si tratta solo di un'abile mossa propagandistica. Innanzitutto i colori, il contrario muove il nero, il favorevole il bianco ed è a lui che viene lasciata sempre l’ultima parola, e poi il "contro" trascina le pedine e fa mosse "banali" (sembra anche incerto nei movimenti), mentre il "pro" è deciso e poggia con fermezza i pezzi sulla scacchiera; il tono di voce del contrario appare debole, mentre la risposta del favorevole è sempre determinata. E così via, per concludere con l'epilogo in cui si scopre che "pro" e "contro" sono la stessa persona, altro messaggio diretto a far credere che bisogna superare i pregiudizi che ci sono in noi stessi. Se dal piano delle modalità con cui è stata costruita la pubblicità si passa poi a quello dei contenuti, si vede che siamo di fronte ad un’opera di vera disinformazione. Così il problema delle scorie viene liquidato dicendo che una volta stoccate sono sicure e, in fondo, sono anche poche (salvo dimenticare che nessuno è ancora riuscito a trovare un modo per stoccarle in sicurezza nonostante in 60 anni gli stati nucleari vi abbiamo investito somme ingenti) mentre le fonti rinnovabili vengono liquidate sostenendo che fra 50 anni potrebbero non essere sufficienti (in realtà esiste il rischio che nel giro di poche decine di anni sia il combustibile per le centrali nucleari, l’uranio, ad essere in via di rapido esaurimento). Per non parlare dei problemi accuratamente evitati come gli enormi costi dello smantellamentio delle centrali chiuse e gli effetti sulla salute delle radiazioni emesse dagli impianti atomici durante il loro funzionamento.
Secondo Il sole-24 ore la pubblicità sarebbe costata 6 milioni di euro, sborsati dalla lobby raccolta attorno al forum nucleare, che firma la pubblicità. Dal sito di questo raggruppamento, facilmente raggiungibile con una semplice ricerca su Internet, si apprendono chi sono i finanziatori della campagna: si tratta di 17 gruppi industriali più due sindacati (naturalmente CISL e UIL che ormai non hanno più alcun senso della decenza). Ci troviamo l’ENEL, gruppi nucleari ed energetici francesi (Alstom, Areva, EDF, GDF-Suez, Technip), un altro gigante dell’industria energetica, la Edison, che sembrerebbe italiana ma in realtà è controllata dalla francese EDF, la tedesca E.On, l’americana Westinghouse, gli italo-russi della StratinvestRu, gli italiani Tecnimont e Federprogetti. Fa parte della compagnia anche l’Ansaldo, di proprietà della multinazionale di guerra italiana, la Finmeccanica.
Presidente del forum è l’ineffabile Federico “Chicco” Testa, dal 1980 al 1987 segretario e successivamente presidente di Legambiente, deputato PCI-PDS dal 1987 al 1993 e ora managing director della banca Rotschild, presidente di TELIT, vicepresidente di Intecs, presidente di EVA, consigliere di amministrazione di Allianz e di Idea Capital Funds. Un manager passato nel giro di pochi anni dalle battaglie antinucleari ai molto più confortevoli salotti della finanza filonucleare.
Tutto lascia intendere che quella attuale sia solo la prima fase di una campagna pubblicitaria che ci martellerà occhi e timpani nei prossimi mesi, visto che come ha rivelato Il fatto quotidiano la sola ENEL ha investito 20 milioni di euro nella promozione del nucleare. Ne vedremo delle belle.
Per Senzasoste, Indagator
domenica 2 gennaio 2011
ACCANIMENTO TERAPEUTICO-GIUDIZIARIO
Prima di parlare direttamente sul blog del caso di Cesare Battisti ho voluto documentarmi per questa che è stata negli anni passati e prima delle polemiche degli ultimi anni sulla sua possibile estradizione in Italia una brutta storia di pentiti,torture,magistrati protagonisti e di indagini e processi farsa.
Il tutto elencato in una sorta di domanda e risposta riproposto da"Senza Soste"che ha ripreso dal sito"Carmillaonline.com":leggermente lungo ma molto interessante documento,con un elenco di nomi,fatti,testimonianze e accadimenti che spulciano in questi trent'anni di vicende di una storia tutta italiana.
Comunque vada la vicenda,che Battisti sia o meno colpevole(ma un'idea me la sono fatta),questo è un caso di accanimento terapeutico-giudiziario di un regime che cerca disperatamente di cercare punti e spunti per non parlare della propria profonda crisi interna,uno specchio per le allodole per fuorviare l'attenzione verso problemi ben più pressanti e opprimenti.
Spero che il regime possa chiedere con la stessa veemenza pure l'estradizione di altri presunti(ma anche appurati)assassini di italiani sparsi per il mondo,non solo compagni perseguitati ma militari stranieri(vedi Calipari e Cermis)e fascisti nostrani(Zorzi...ah è stato assolto per la strage di Brescia,mi dimenticavo),vergogna a tutti i nostri zelanti politici di tutti gli schieramenti e per tutte le istituzioni statali!
Caso Battisti: ecco perchè Lula nega l'estradizione. I dubbi su processi e condanne .
Riproponiamo un articolo di Carmillaonline dove si ripercorre tutti le contraddizioni e le ambuiguità delle condanne e dei processi avvenuti contro Battisti fra pentiti smentiti e sentenze "politiche". red. 30 dicembre 2010
Caso Battisti tutti i dubbi su processi e condanne. Perchè il Brasile ha accolto il "mostro"
Perché Cesare Battisti fu arrestato, nel 1979?
Fu arrestato nell’ambito delle retate che colpirono il Collettivo Autonomo della Barona (un quartiere di Milano), dopo che, il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani.
Perché il gioielliere Torregiani fu assassinato?
Perché, il 22 gennaio 1979, assieme a un conoscente anche lui armato, aveva ucciso Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d’assalto il ristorante Il Transatlantico in cui cenava in folta compagnia. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Chi uccise Torregiani intendeva colpire quanti, in quel periodo, tendevano a “farsi giustizia da soli”.
Cesare Battisti partecipò all’assalto al Transatlantico?
No. Nessuno ha mai asserito questo. Si trattò di un episodio di delinquenza comune.
Cesare Battisti partecipò all’uccisione di Torregiani?
No. Anche questa circostanza – affermata in un primo tempo – venne poi totalmente esclusa. Altrimenti sarebbe stato impossibile coinvolgerlo, come poi avvenne, nell’uccisione del macellaio Lino Sabbadin, avvenuta in provincia di Udine lo stesso 16 febbraio 1979, quasi alla stessa ora.
Eppure è stato fatto capire che Cesare Battisti abbia ferito uno dei figli adottivi di Torregiani, Alberto, rimasto poi paraplegico.
E’ assodato che Alberto Torregiani fu ferito per errore dal padre, nello scontro a fuoco con gli attentatori.
I media insistono nell'indicare Cesare Battisti come l'uccisore di Torregiani, spesso addirittura dicono che è stato lui a ferire Alberto e a ridurlo in sedia a rotelle. Alberto non rettifica mai, nemmeno per amore di precisione. Non rettifica mai nemmeno Spataro. Perché?
Ciò è inspiegabile. Gli assassini reali (Sebastiano Masala, Sante Fatone, Gabriele Grimaldi e Giuseppe Memeo) furono catturati poco tempo dopo l’agguato, e hanno scontato condanne più o meno lunghe.
Il procuratore Armando Spataro, ne Il Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, dice che Battisti “giustiziò” Luigi Pietro Torregiani, reo di avere reagito con le armi a una rapina che aveva subito.
Anche questo è inspiegabile. La dinamica dei fatti è molto diversa, Spataro stesso la spiegò altre volte: Torregiani e un collega fecero fuoco, con revolver di grosso calibro, su chi stava rapinando la cassa del ristorante Transatlantico in cui cenavano con amici.
Perché dunque Cesare Battisti viene collegato all’omicidio Torregiani?
Anzitutto perché, per sua stessa ammissione, faceva parte del gruppo che rivendicò l’attentato, i Proletari Armati per il Comunismo. Lo stesso gruppo che rivendicò l’attentato Sabbadin.
Cos’erano i Proletari Armati per il Comunismo (PAC)?
Uno dei molti gruppi armati scaturiti, verso la fine degli anni ’70, dal movimento detto dell’Autonomia Operaia, e dediti a quella che chiamavano “illegalità diffusa”: dagli “espropri” (banche, supermercati) alle rappresaglie contro le aziende che organizzavano lavoro nero, fino, più raramente, a ferimenti e omicidi.
I PAC somigliavano alle Brigate Rosse?
No. Come tutti i gruppi autonomi non puntavano né alla costruzione di un nuovo partito comunista, né a un rovesciamento immediato del potere. Cercavano piuttosto di assumere il controllo del territorio, spostandovi i rapporti di forza a favore delle classi subalterne, e in particolare delle loro componenti giovanili. Questo progetto, comunque lo si giudichi (certamente non ha funzionato), non collimava con quello delle BR.
Il procuratore Spataro ha detto che gli aderenti ai PAC non superavano la trentina.
Gli indagati per appartenenza ai PAC furono almeno 60. La componente maggiore era rappresentata da giovani operai. Seguivano disoccupati e insegnanti. Gli studenti erano tre soltanto. La sigla PAC fu comunque usata da altri raggruppamenti.
Trenta o sessanta fa poca differenza.
Ne fa, invece. Cambiano le probabilità di partecipazione alle scelte generali dell’organizzazione, e anche alle azioni da questa progettate. Teniamo presente che, se le rapine attribuite ai PAC sono decine, gli omicidi sono quattro. La partecipazione diretta a uno di questi diviene molto meno probabile, se si raddoppia il numero degli effettivi.
Cesare Battisti era il capo dei PAC, o uno dei capi?
No. Questa è una pura invenzione giornalistica. Né gli atti del processo, né altri elementi inducono a considerarlo uno dei capi. Del resto, non aveva un passato tale – come ex ladruncolo e teppista di periferia, privo di formazione ideologica - da permettergli di ricoprire un ruolo del genere. Era un militante tra i tanti.
In sede processuale Battisti fu però giudicato tra gli “organizzatori” dell’omicidio Torregiani.
In via deduttiva. Secondo il dissociato Arrigo Cavallina, avrebbe partecipato a riunioni in cui si era discusso del possibile attentato, senza esprimere parere contrario. Solo con l’entrata in scena del pentito Mutti – dopo che Battisti, condannato a dodici anni e mezzo, era evaso dal carcere e fuggito in Messico – l’accusa si precisò, ma ancora una volta per via deduttiva. Poiché Battisti era accusato da Mutti di avere svolto ruoli di copertura nell’omicidio Sabbadin, e poiché gli attentati Torregiani e Sabbadin erano chiaramente ispirati a una stessa strategia (colpire i negozianti che uccidevano i rapinatori), ecco che Battisti doveva essere per forza di cose tra gli “organizzatori” dell’agguato a Torregiani, pur senza avervi partecipato di persona.
Eppure, di tutti i crimini attribuiti a Battisti, quello cui si dà più rilievo è proprio il caso Torregiani.
Forse si prestava più degli altri a un uso “spettacolare” (si veda l’impiego ricorrente nei media di Alberto Torregiani, non sempre pronto, per motivi anche comprensibili, a rivelare chi lo ferì). O forse – visto chi ci governa e le proposte formulate qualche anno fa dal ministro Castelli, in tema di autodifesa da parte dei negozianti – era l’episodio meglio capace di fare vibrare certe corde nell’elettorato di riferimento.
Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.
Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.
La simultaneità fra il delitto Sabbadin e quello Torregiani dimostra un’unica ideazione.
Ma andrebbe provato che Battisti partecipò effettivamente all’uccisione di Sabbadin. Inizialmente, il pentito Mutti incolpò Battisti di avere sparato al macellaio, e disse di non avere partecipato all’azione. Purtroppo per lui, il militante dei PAC Diego Giacomin si dissociò e rivelò di essere stato lui stesso a uccidere il negoziante, in compagnia di Mutti. A quel punto – solo a quel punto – Mutti dovette ammettere la sua presenza e declassò Battisti al ruolo di complice (2).
Comunque, quello a Cesare Battisti e agli altri accusati del delitto Torregiani fu un processo regolare.
No, non lo fu, e dimostrarlo è piuttosto semplice.
Perché il processo Torregiani, poi allargato all’intera vicenda dei PAC, non fu regolare?
Precisiamo: non fu regolare se non nel quadro delle distorsioni della legalità introdotte dalla cosiddetta “emergenza”. Sotto il profilo del diritto generale, il processo fu viziato da almeno tre elementi: il ricorso alla tortura per estorcere confessioni in fase istruttoria (3), l’uso di testimoni minorenni o con turbe mentali, la moltiplicazione dei capi d’accusa in base alle dichiarazioni di un pentito di incerta attendibilità. Più altri elementi minori.
I magistrati torturarono gli arrestati?
No. Fu la polizia a torturarli. Vi furono ben tredici denunce: otto provenienti da imputati, cinque da loro parenti. Non un fatto inedito, ma certo fino a quel momento insolito, in un’istruttoria di quel tipo. I magistrati si limitarono a ricevere le denunce, per poi archiviarle.
Forse le archiviarono perché non si era trattato di vere torture, ma di semplici pressioni un po’ forti sugli imputati.
Uno dei casi denunciati più di frequente fu quello dell’obbligo di ingurgitare acqua versata nella gola dell’interrogato, a tutta pressione, tramite un tubo, mentre un agente lo colpiva a ginocchiate nello stomaco. Tutti denunciarono poi di essere stati fatti spogliare, avvolti in coperte perché non rimanessero segni e poi percossi a pugni o con bastoni. Talora legati a un tavolo o a una panca.
Se i magistrati non diedero seguito alle denunce, forse fu perché non c’erano prove che tutto ciò fosse realmente accaduto.
Infatti il sostituto procuratore Alfonso Marra, incaricato di riferire al giudice istruttore Maurizio Grigo, dopo avere derubricato i reati commessi dagli agenti della Digos da “lesioni” a “percosse” per assenza di segni permanenti sul corpo (in Italia non esisteva il reato di tortura, e non esiste nemmeno ora), concludeva che la stessa imputazione di percosse non poteva avere seguito, visto che gli agenti, unici testimoni, non confermavano. Dal canto proprio il PM Corrado Carnevali, titolare del processo Torregiani, insinuò che le denunce di torture fossero un sistema adottato dagli accusati per delegittimare l’intera inchiesta.
Nulla ci dice che il PM Carnevali avesse torto.
Almeno un episodio non collima con la sua tesi. Il 25 febbraio 1979 l’imputato Sisinio Bitti denunciò al sostituto procuratore Armando Spataro le torture subite e ritrattò le confessioni rese durante l’interrogatorio. Tra l’altro, raccontò che un poliziotto, nel percuoterlo con un bastone, lo aveva incitato a denunciare un certo Angelo; al che lui aveva denunciato l’unico Angelo che conosceva, tale Angelo Franco. La ritrattazione di Bitti non fu creduta, e Angelo Franco, un operaio, fu arrestato quale partecipante all’attentato Torregiani. Solo che pochi giorni dopo lo si dovette rilasciare: non poteva in alcun modo avere preso parte all’agguato. Dunque la ritrattazione di Bitti era sincera, e dunque, con ogni probabilità, anche le violenze con cui la falsa confessione gli era stata estorta. Sisinio Bitti riportò lesioni permanenti ai timpani. Se le era procurate da solo?
Ammesso il ricorso alle sevizie in fase istruttoria, ciò non assolve Cesare Battisti.
No, però dà l’idea del tipo di processo in cui fu implicato. Definirlo “regolare” è a dir poco discutibile. Tra i testi a carico di alcuni imputati figurarono anche una ragazzina di quindici anni, Rita Vitrani, indotta a deporre contro lo zio; finché le contraddizioni e le ingenuità in cui incorse non fecero capire che era psicolabile (“ai limiti dell’imbecillità”, dichiararono i periti) (4). Figurò anche un altro teste, Walter Andreatta, che presto cadde in stato confusionale e fu definito “squilibrato” e vittima di crisi depressive gravi dagli stessi periti del tribunale.
Pur ammettendo il quadro precario dell’inchiesta, c’è da considerare che Cesare Battisti rinunciò a difendersi. Quasi un’ammissione di colpevolezza, anche se, prima di tacere, si proclamò innocente.
Può sembrare così oggi, ma non allora. Anzi, è vero il contrario. A quel tempo, i militanti dei gruppi armati catturati si proclamavano prigionieri politici, e rinunciavano alla difesa perché non riconoscevano la “giustizia borghese”. Battisti vi rinunciò perché disse di dubitare dell’equità del processo.
Tralasciate violenze e testimonianze poco attendibili in fase istruttoria, il processo fu però condotto a conclusione con equità.
Non proprio. Accusati minori furono colpiti con pene spropositate. Il già citato Bitti, riconosciuto innocente di ogni delitto, fu ugualmente condannato a tre anni e mezzo di prigione per essere stato udito approvare, in luogo pubblico, l’attentato a Torregiani. Era scattato il cosiddetto “concorso morale” in omicidio, direttamente ispirato alle procedure dell’Inquisizione. Il già citato Angelo Franco, pochi giorni dopo il rilascio, fu arrestato nuovamente, questa volta per associazione sovversiva, e condannato a cinque anni. Ciò in assenza di altri reati, solo perché era un frequentatore del collettivo autonomo della Barona.
Secondo Luciano Violante, una certa “durezza” era indispensabile a spegnere il terrorismo. E Armando Spataro sostiene che, a questo fine, l’aggravante delle “finalità terroristiche”, che raddoppiava le pene, si rivelò un’arma decisiva.
Spezzò anche le vite di molti giovani, arrestati con imputazioni destinate ad aggravarsi in maniera esponenziale nel corso della detenzione, pur in assenza di fatti di sangue.
Ciò non vale per Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per avere partecipato a due omicidi ed eseguito altri due.
Di Torregiani e Sabbadin si è detto. Veniamo a Santoro e Campagna. Mutti accusa Battisti di essere l’omicida di Santoro, ma poi le prove lo costringono ad ammettere di essere stato lui, l’assassino. L’uccisione dell’agente Campagna avviene dopo che i PAC sono stati sciolti, e un gruppetto di quartiere ne perpetua le gesta. L’assassino si chiama Giuseppe Memeo, reo confesso. Ha sparato con la stessa pistola che aveva ucciso Torregiani. Mutti ne parla per sentito dire. Memeo aveva un complice biondo, altro 1,90. Battisti? Ne parleremo tra poco.
Al termine del processo di primo grado Battisti, arrestato in origine per imputazioni minori (possesso di armi, che peraltro risultarono non avere mai sparato), si trovò condannato a dodici anni e mezzo di prigione. Le condanne all’ergastolo giunsero cinque anni dopo la sua evasione dal carcere. Ma qui è tempo di parlare dei “pentiti” e, soprattutto, del principale pentito che lo accusò. Per poi entrare nel merito degli altri tre delitti.
Vediamo di capire che cos’è un “pentito”.
Se ci riferiamo ai gruppi di estrema sinistra, vengono così chiamati quei detenuti per reati connessi ad associazioni armate che, in cambio di consistenti sconti di pena, rinnegano la loro esperienza e accettano di denunciare i compagni, contribuendo al loro arresto e allo smantellamento dell’organizzazione. Di fatto una figura del genere esisteva già alla fine degli anni ’70, ma entra stabilmente nell’ordinamento giuridico prima con la “legge Cossiga” 6.2.1980 n. 15, poi con la “legge sui pentiti” 29.5.1982 n. 304. Manifesta i pericoli insiti nel suo meccanismo sia prima che dopo questa data.
Quali sarebbero i “pericoli”?
La logica della norma faceva sì che il “pentito” potesse contare su riduzioni di pena tanto più elevate quante più persone denunciava; per cui, esaurita la riserva delle informazioni in suo possesso, era spinto ad attingere alle presunzioni e alle voci raccolte qui e là. Per di più, la retroattività della legge incitava a delazioni indiscriminate anche a distanza di molti anni dai fatti, quando ormai erano impossibili riscontri materiali.
Esistono esempi di questi effetti perversi?
Il caso più clamoroso fu quello di Carlo Fioroni, che, minacciato di ergastolo per il sequestro a fini di riscatto di un amico, deceduto nel corso del rapimento, accusò di complicità Toni Negri, Oreste Scalzone e altre personalità dell’organizzazione Potere Operaio, sgravandosi della condanna. Ma anche altri pentiti, quali Marco Barbone (oggi collaboratore di quotidiani di destra), Antonio Savasta, Pietro Mutti, Michele Viscardi ecc. seguitarono per anni a spremere la memoria e a distillare nomi. Ogni denuncia era seguita da arresti, tanto che la detenzione diventò arma di pressione per ottenere ulteriori pentimenti. Purtroppo ciò destò scandalo solo in un secondo tempo, quando la logica del pentitismo, applicata al campo della criminalità comune, provocò il caso Tortora e altri meno noti.
Pietro Mutti fu l’accusatore principale di Cesare Battisti. Chi era?
Fu, per sua stessa confessione, il fondatore dei PAC. Figurò tra gli imputati del processo Torregiani, sebbene latitante, e l’accusa chiese per lui otto anni di prigione. Fu catturato nel 1982 (dopo che Battisti era già evaso), a seguito della fuga dal carcere di Rovigo, il 4 gennaio di quell’anno, di alcuni militanti di Prima Linea. Mutti fu tra gli organizzatori dell’evasione. Era stato compagno di cella di Battisti, quando questi era in carcere per reati comuni, e autore della sua politicizzazione (un ruolo curiosamente poi rivendicato dal dissociato Arrigo Cavallina).
Di quali delitti Mutti, una volta pentito, accusò Battisti?
Tralasciando reati minori, per tre omicidi. Battisti (con una complice e con lo stesso Mutti, che sulle prime cercò di negare la sua presenza) avrebbe direttamente assassinato, il 6 giugno 1978, il maresciallo degli agenti di custodia del carcere di Udine Antonio Santoro, che i PAC accusavano di maltrattamenti ai detenuti. Avrebbe direttamente assassinato a Milano, il 19 aprile 1979, l’agente della Digos Andrea Campagna, che aveva partecipato ai primi arresti legati al caso Torregiani. Tra i due delitti avrebbe preso parte, senza sparare direttamente ma comunque con ruoli di copertura, al già citato omicidio del macellaio Lino Sabbadin di Santa Maria di Sala. Di tutto ciò si è già discusso.
L’omicidio Sabbadin è tra quelli di cui più si è parlato. In un’intervista al gruppo di estrema destra francese Bloc Identitaire, il figlio di Lino Sabbadin, Adriano, ha dichiarato che gli assassini del padre sarebbero stati i complici del rapinatore da questi ucciso.
O la sua risposta è stata male interpretata, o ha dichiarato cosa che non risulta da alcun atto. Meglio tralasciare le dichiarazioni dei congiunti delle vittime, la cui funzione, nel corso degli ultimi quattro anni, è stata essenzialmente spettacolare.
Cesare Battisti è colpevole o innocente dei tre omicidi di cui lo accusò Mutti?
Lui si dice innocente, anche se si fa carico della scelta sbagliata in direzione della violenza che, in quegli anni, coinvolse lui e tanti altri giovani. Qui però non è questione di stabilire l’innocenza o meno di Battisti. E’ invece questione di vedere se la sua colpevolezza fu mai veramente provata, nonché di verificare, a tal fine, se l’iter processuale che condusse alla sua condanna possa essere giudicato corretto. In caso contrario, non si spiegherebbe l’accanimento con cui il governo italiano, con il sostegno anche di nomi illustri dell’opposizione, ha cercato di farsi riconsegnare Battisti prima dalla Francia e oggi dal Brasile.
A parte le denunce di Mutti, emersero altre prove a carico di Battisti, per i delitti Santoro, Sabbadin (sia pure in ruolo di copertura) e Campagna?
No. Quando oggi i magistrati parlano di “prove”, si riferiscono all’incrocio da loro effettuato tra le dichiarazioni di un pentito (nel nostro caso Mutti) e gli indizi indirettamente forniti dai “dissociati”, tipo Cavallina.
Armando Spataro continua ad asserire che prove e riscontri vi sarebbero.
Continua a dirlo, ma non specifica mai quali.
Cosa si intende per “dissociato”?
Chi prenda le distanze dall’organizzazione armata cui apparteneva e confessi reati e circostanze che lo riguardino, senza però accusare altri. Ciò comporta uno sconto di pena, anche se ovviamente inferiore a quello di un pentito.
In che senso un dissociato può fornire indirettamente indizi?
Per esempio se afferma di non avere partecipato a una riunione perché contrario a una certa azione che lì veniva progettata, pur senza dire chi c’era. Se nel frattempo un pentito ha detto che X partecipò a quella riunione, ecco che X figura automaticamente tra gli organizzatori.
Cosa c’è che non va, in questa logica?
C’è che sia la denuncia diretta del pentito, che l’indizio fornito dal dissociato, provengono da soggetti allettati dalla promessa di un alleggerimento della propria detenzione. La loro lettura congiunta, se mancano i riscontri, è effettuata dal magistrato che la sceglie tra varie possibili. Inoltre è comunque il pentito, cioè colui che ha incentivi maggiori, a essere determinante. Tutto ciò in altri paesi (non totalitari) sarebbe ammesso in fase istruttoria, e in fase dibattimentale per il confronto con l’accusato. Non sarebbe mai accettato con valore probatorio in fase di giudizio. In Italia sì.
Nel caso di Battisti mancano altri riscontri?
Vi sono solo dei riconoscimenti di testi che lo stesso magistrato Armando Spataro ha definito poco significativi.
Eppure dice che “le confessioni di Mutti (…) sono state convalidate da molte testimonianze e dalle successive dichiarazioni di altri ex terroristi” (Il Corriere della Sera, 23 gennaio 2009).
Si tratta sempre di Mutti e di Cavallina. Quanto ai testi, basti dire che l’autore del delitto Santoro aveva la barba (e qui ci siamo, Mutti parla di una barba finta), era biondo (Battisti avrebbe potuto tingersi i capelli) ed era alto 1,90 (qui non ci siamo più: Battisti supera di poco l’1,60).
Ma il pentito Pietro Mutti non può essere ritenuto credibile? Vi sono motivi per asserire che sia mai caduto nel meccanismo “Quanto più confesso, tanto meno resto in prigione”?
Lo asserisce una sentenza di Cassazione del 1993. Citiamo testualmente:
“Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone (…) o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi”.
Più sotto:
“Del resto, Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”.
Teniamo inoltre conto che Mutti, colpevole di omicidi e rapine, ha scontato solo otto anni di prigione. Un privilegio condiviso con l'uccisore di Walter Tobagi (anche quel caso, su cui permangono molti dubbi, fu istruito da Armando Spataro), con il pluri-omicida Michele Viscardi e con molti altri pentiti.
Ci sono altri motivi per dubitare della sincerità di Mutti?
Sì. Le denunce di Pietro Mutti non riguardarono solo Battisti e i PAC, ma furono a 360 gradi, e si indirizzarono nelle direzioni più svariate. La più clamorosa riguardò l’OLP di Yasser Arafat, che avrebbe rifornito di armi le Brigate Rosse. In particolare, elencò Mutti, “tre fucili AK47, 20 granate a mano, due mitragliatrici FAL, tre revolver, una carabina per cecchini, 30 chilogrammi di esplosivo e 10.000 detonatori” (mica tanto, a ben vedere, a parte il numero incongruo dei detonatori; mancava solo che Arafat consegnasse una pistola ad aria compressa). Il procuratore Carlo Mastelloni poté, sulla base di questa preziosa rivelazione, aggiungere un fascicolo alla sua “inchiesta veneta” sui rapporti tra terroristi italiani e palestinesi, e chiamò persino in giudizio Yasser Arafat. Poi dovette archiviare il tutto, perché Arafat non venne e il resto si sgonfiò.
Ciò ha a che vedere con le armi, provenienti dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, mercanteggiate nel 1979 da tale Maurizio Follini, che Armando Spataro dice essere stato militante dei PAC?
Questo Follini era mercante d’armi e, secondo alcuni, spia sovietica. Fu tirato in ballo da Mutti, ma in relazione ad altri gruppi. Meglio stendere un velo pietoso. Dopo avere notato, però, quanto le rivelazioni di Mutti tendessero al delirio.
Mutti non sarà attendibile per altre inchieste, ma nulla ci garantisce che, almeno sui PAC, non dicesse la verità.
Nulla ce lo dice, infatti, se non un dettaglio. Nel 1993, la Cassazione ha mandato assolta una coimputata di Battisti (nel delitto Santoro), anche lei denunciata da Mutti. Parlo del 1993. Per dieci anni la magistratura aveva creduto, a suo riguardo, alle accuse del pentito. Ciò dovrebbe commentarsi da solo.
Anche ammesso che il processo che ha portato alla condanna di Cesare Battisti sia stato viziato da irregolarità e imperniato sulle deposizioni di pentiti poco credibile, è certo che Battisti ha potuto difendersi nei successivi gradi di giudizio.
Non è così, almeno per quanto riguarda il processo d’appello del 1986, che modificò la sentenza di primo grado e lo condannò all’ergastolo. Battisti era allora in Messico e ignaro di ciò che avveniva a suo danno in Italia.
Il magistrato Armando Spataro ha detto che, per quanto sfuggito di sua iniziativa alla giustizia italiana, Battisti poté difendersi in tutti i gradi di processo attraverso il legale da lui nominato.
Ciò è vero solo per il periodo in cui Battisti si trovava ormai in Francia, e dunque vale essenzialmente per il processo di Cassazione che ebbe luogo nel 1991. Non vale per il processo del 1986, che sfociò nella sentenza della Corte d’Appello di Milano del 24 giugno di quell’anno. A quel tempo Battisti non aveva contatti né col legale, pagato dai familiari, né con i familiari stessi.
Questo lo dice lui.
Be’, lo dice anche l’avvocato Giuseppe Pelazza di Milano, che si assunse la difesa, e lo dicono i familiari. Ma certamente si tratta di testimonianze di parte. Resta il fatto che Battisti non ebbe alcun confronto con il pentito Mutti che lo accusava. Si era sottratto al carcere, d’accordo; però il dato oggettivo è che non poté intervenire in un procedimento che commutava la sua condanna da dodici anni di prigione in due ergastoli (nessun altro imputato nel processo ebbe una condanna simile, inclusi gli assassini di Torregiani!), e gli attribuiva l’esecuzione di due omicidi, la partecipazione a svariato titolo ad altri due, alcuni ferimenti e una sessantina di rapine (cioè l’intera attività dei PAC). Questo era ed è ammissibile per la legge italiana, ma non per la legislazione di altri paesi che, pur prevedendo la condanna in contumacia, impone la ripetizione del processo qualora il contumace sia catturato.
Ma Battisti sottoscrisse delle deleghe ai suoi legali, perché lo rappresentassero, lui contumace.
E’ stato ampiamente dimostrato, dai periti di parte, però scelti tra quelli della Corte di Parigi, che le firme furono falsificate (forse a fin di bene). Le deleghe erano in bianco, e furono redatte nel 1981.
Battisti asserisce la propria innocenza, salvo fatti minori attribuibili ai PAC, senza fornire prove concrete.
Ma Battisti non è tenuto a provare nulla! L’onere della prova spetta a chi lo accusa. Quanto alla sostanza della questione, vediamo di ricapitolarla: 1) un’istruttoria che nasce da confessioni estorte con metodi violenti; 2) una serie di testimonianze di elementi incapaci per età o facoltà mentali; 3) una sentenza esageratamente severa; 4) un aggravio della stessa sentenza dovuta all’apparizione tardiva di un “pentito” che snocciola accuse via via più gravi e generalizzate. Il tutto nel quadro di una normativa inasprita e finalizzata al rapido soffocamento di un sommovimento sociale di largo respiro, più ampio delle singole posizioni.
Ciò non toglie che gran parte della sinistra sia compatta nel sostegno a un magistrato come Armando Spataro, e sia unanime nel richiedere al Brasile l’estradizione.
Questo è un problema della sinistra, appunto. C’è da chiedersi se sia a conoscenza di ciò che non il solo Spataro, ma altri magistrati che come lui furono tra i protagonisti della repressione dei movimenti degli anni ’70 e dei primi anni ’80, pensano dei casi di Adriano Sofri o di Silvia Baraldini. Immagino – o forse spero – che non pochi esponenti della “sinistra” (chiamiamola così) ne resterebbero un po’ scossi. Per non parlare del “malore attivo” (?) a cui Gerardo D’Ambrosio ha attribuito la morte di Giuseppe Pinelli. O del rimbalzo di un proiettile contro un sasso volante che ha ucciso Carlo Giuliani. La denigrazione dei magistrati ha il suo contraltare nella santificazione dei magistrati.
Inutile menare il can per l’aia. Cesare Battisti non ha mai manifestato pentimento.
Il diritto moderno – l’ho già detto - reprime i comportamenti illeciti e ignora le coscienze individuali. Reclamare un pentimento qualsiasi era tipico di Torquemada o di Vishinskij. Il rigetto da parte di Battisti dell’ipotesi di lotta armata è esplicito nei suoi romanzi Le cargo sentimental e Ma cavale, non tradotti in Italia. Essendo uno scrittore, si esprime tramite la scrittura.
Ha persino esultato quando, in Francia, è stato momentaneamente liberato.
Lo farebbe chiunque.
Da perfetto vigliacco, si è sottratto all’estradizione ed è riparato in Brasile, dove è andato a vivere nientemeno che a Copacabana.
Chi conosca Copacabana, sa che oltre la spiaggia e gli alberghi si estendono caseggiati popolari. Lì viveva Battisti. Ma adesso basta con queste stronzate. Battisti è stato tutto ciò che volete, salvo una cosa: non è mai stato ricco. Non è mai stato il prediletto dei salotti di cui favoleggia Panorama. Era il portinaio dello stabile in cui abitava. Si permetteva ogni tanto un caffè al bar di immigrati sotto casa.
Armando Spataro dice, sul numero citato del Corriere della Sera, che Battisti non è mai stato un criminale politico, bensì un delinquente comune, assetato di denaro.
Spataro sovrappone il percorso di Battisti prima della politicizzazione, quando era un semplice delinquente di periferia, a quello successivo. Nessuna delle azioni che gli sono attribuite quale “terrorista”, vere o fasulle, obbediva a fini di lucro personale. Battisti fu un militante dei settori armati di quella che era chiamata “autonomia operaia”. Lo sanno tutti, Spataro incluso. Negare la natura politica dei suoi atti, per indurre il governo brasiliano a concedere l’estradizione, è la menzogna più colossale che circondi la vicenda Battisti. Un delinquente comune non rivendica la sua affiliazione ai “Proletari Armati per il Comunismo”. Del resto, i fascisti, i parafascisti, i post-fascisti dell’Italia odierna citano di continuo la sua posizione di “comunista” quale aggravante. Mentre gli ex-comunisti manifestano nei confronti di Battisti identico orrore, visto che incarna le idee che hanno rinnegato. Non c’è mai stato caso più “politico”, da Valpreda a oggi.
Non si può liquidare così, in una battuta, un problema più complesso.
Esatto. Non si può liquidare così il problema più generale dell’uscita, una buona volta, dal regime dell’emergenza, con le aberrazioni giuridiche che ha introdotto nell’ordinamento italiano. Ma ciò può essere oggetto di altre FAQ, che prescindano dal caso specifico fin qui trattato. Quanto agli accusatori, che gridano a squarciagola “dagli all’assassino!”, osservino le proprie mani. Sono abbondantemente macchiate di sangue. Hanno applaudito un poco tutto, a cominciare dai bombardamenti su Belgrado, fino ad arrivare alle stragi in Libano e a Gaza. Si sono arrossate negli applausi a “missioni umanitarie” condite da massacri. Hanno dato il via libera all’eliminazione sociale dei soggetti deboli, sul mercato del lavoro. Davvero, oggi, i “nemici dell’umanità” si chiamano Battisti o Petrella?
NOTE
1) Cfr. I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa. Sorvegliare e punire, l’Inquisizione come modello di violenza legale, Bompiani, 1988.
2) Cfr. F. Vargas, Postface, in C. Battisti, Ma cavale, Grasset-Rivages, Paris, 2006, p. 265.
3) L’uso della tortura, nei processi contro i terroristi di sinistra fra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, è scrupolosamente documentato nel volume Le torture affiorate, coll. Progetto Memoria, ed. Sensibili alle foglie, 1998.
4) Su Panorama del 25 gennaio 2009 il giornalista Amadori, sentita la famiglia, mette in dubbio la labilità della memoria di Rita Vetrani - chiamata a testimoniare, lei minorenne, contro lo zio. I referti dei periti, poco contestabili, sono riportati testualmente in L. Grimaldi, Processo all’istruttoria, Milano Libri, Milano, 1981.
tratto da http://www.carmillaonline.com/
Il tutto elencato in una sorta di domanda e risposta riproposto da"Senza Soste"che ha ripreso dal sito"Carmillaonline.com":leggermente lungo ma molto interessante documento,con un elenco di nomi,fatti,testimonianze e accadimenti che spulciano in questi trent'anni di vicende di una storia tutta italiana.
Comunque vada la vicenda,che Battisti sia o meno colpevole(ma un'idea me la sono fatta),questo è un caso di accanimento terapeutico-giudiziario di un regime che cerca disperatamente di cercare punti e spunti per non parlare della propria profonda crisi interna,uno specchio per le allodole per fuorviare l'attenzione verso problemi ben più pressanti e opprimenti.
Spero che il regime possa chiedere con la stessa veemenza pure l'estradizione di altri presunti(ma anche appurati)assassini di italiani sparsi per il mondo,non solo compagni perseguitati ma militari stranieri(vedi Calipari e Cermis)e fascisti nostrani(Zorzi...ah è stato assolto per la strage di Brescia,mi dimenticavo),vergogna a tutti i nostri zelanti politici di tutti gli schieramenti e per tutte le istituzioni statali!
Caso Battisti: ecco perchè Lula nega l'estradizione. I dubbi su processi e condanne .
Riproponiamo un articolo di Carmillaonline dove si ripercorre tutti le contraddizioni e le ambuiguità delle condanne e dei processi avvenuti contro Battisti fra pentiti smentiti e sentenze "politiche". red. 30 dicembre 2010
Caso Battisti tutti i dubbi su processi e condanne. Perchè il Brasile ha accolto il "mostro"
Perché Cesare Battisti fu arrestato, nel 1979?
Fu arrestato nell’ambito delle retate che colpirono il Collettivo Autonomo della Barona (un quartiere di Milano), dopo che, il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani.
Perché il gioielliere Torregiani fu assassinato?
Perché, il 22 gennaio 1979, assieme a un conoscente anche lui armato, aveva ucciso Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d’assalto il ristorante Il Transatlantico in cui cenava in folta compagnia. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Chi uccise Torregiani intendeva colpire quanti, in quel periodo, tendevano a “farsi giustizia da soli”.
Cesare Battisti partecipò all’assalto al Transatlantico?
No. Nessuno ha mai asserito questo. Si trattò di un episodio di delinquenza comune.
Cesare Battisti partecipò all’uccisione di Torregiani?
No. Anche questa circostanza – affermata in un primo tempo – venne poi totalmente esclusa. Altrimenti sarebbe stato impossibile coinvolgerlo, come poi avvenne, nell’uccisione del macellaio Lino Sabbadin, avvenuta in provincia di Udine lo stesso 16 febbraio 1979, quasi alla stessa ora.
Eppure è stato fatto capire che Cesare Battisti abbia ferito uno dei figli adottivi di Torregiani, Alberto, rimasto poi paraplegico.
E’ assodato che Alberto Torregiani fu ferito per errore dal padre, nello scontro a fuoco con gli attentatori.
I media insistono nell'indicare Cesare Battisti come l'uccisore di Torregiani, spesso addirittura dicono che è stato lui a ferire Alberto e a ridurlo in sedia a rotelle. Alberto non rettifica mai, nemmeno per amore di precisione. Non rettifica mai nemmeno Spataro. Perché?
Ciò è inspiegabile. Gli assassini reali (Sebastiano Masala, Sante Fatone, Gabriele Grimaldi e Giuseppe Memeo) furono catturati poco tempo dopo l’agguato, e hanno scontato condanne più o meno lunghe.
Il procuratore Armando Spataro, ne Il Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, dice che Battisti “giustiziò” Luigi Pietro Torregiani, reo di avere reagito con le armi a una rapina che aveva subito.
Anche questo è inspiegabile. La dinamica dei fatti è molto diversa, Spataro stesso la spiegò altre volte: Torregiani e un collega fecero fuoco, con revolver di grosso calibro, su chi stava rapinando la cassa del ristorante Transatlantico in cui cenavano con amici.
Perché dunque Cesare Battisti viene collegato all’omicidio Torregiani?
Anzitutto perché, per sua stessa ammissione, faceva parte del gruppo che rivendicò l’attentato, i Proletari Armati per il Comunismo. Lo stesso gruppo che rivendicò l’attentato Sabbadin.
Cos’erano i Proletari Armati per il Comunismo (PAC)?
Uno dei molti gruppi armati scaturiti, verso la fine degli anni ’70, dal movimento detto dell’Autonomia Operaia, e dediti a quella che chiamavano “illegalità diffusa”: dagli “espropri” (banche, supermercati) alle rappresaglie contro le aziende che organizzavano lavoro nero, fino, più raramente, a ferimenti e omicidi.
I PAC somigliavano alle Brigate Rosse?
No. Come tutti i gruppi autonomi non puntavano né alla costruzione di un nuovo partito comunista, né a un rovesciamento immediato del potere. Cercavano piuttosto di assumere il controllo del territorio, spostandovi i rapporti di forza a favore delle classi subalterne, e in particolare delle loro componenti giovanili. Questo progetto, comunque lo si giudichi (certamente non ha funzionato), non collimava con quello delle BR.
Il procuratore Spataro ha detto che gli aderenti ai PAC non superavano la trentina.
Gli indagati per appartenenza ai PAC furono almeno 60. La componente maggiore era rappresentata da giovani operai. Seguivano disoccupati e insegnanti. Gli studenti erano tre soltanto. La sigla PAC fu comunque usata da altri raggruppamenti.
Trenta o sessanta fa poca differenza.
Ne fa, invece. Cambiano le probabilità di partecipazione alle scelte generali dell’organizzazione, e anche alle azioni da questa progettate. Teniamo presente che, se le rapine attribuite ai PAC sono decine, gli omicidi sono quattro. La partecipazione diretta a uno di questi diviene molto meno probabile, se si raddoppia il numero degli effettivi.
Cesare Battisti era il capo dei PAC, o uno dei capi?
No. Questa è una pura invenzione giornalistica. Né gli atti del processo, né altri elementi inducono a considerarlo uno dei capi. Del resto, non aveva un passato tale – come ex ladruncolo e teppista di periferia, privo di formazione ideologica - da permettergli di ricoprire un ruolo del genere. Era un militante tra i tanti.
In sede processuale Battisti fu però giudicato tra gli “organizzatori” dell’omicidio Torregiani.
In via deduttiva. Secondo il dissociato Arrigo Cavallina, avrebbe partecipato a riunioni in cui si era discusso del possibile attentato, senza esprimere parere contrario. Solo con l’entrata in scena del pentito Mutti – dopo che Battisti, condannato a dodici anni e mezzo, era evaso dal carcere e fuggito in Messico – l’accusa si precisò, ma ancora una volta per via deduttiva. Poiché Battisti era accusato da Mutti di avere svolto ruoli di copertura nell’omicidio Sabbadin, e poiché gli attentati Torregiani e Sabbadin erano chiaramente ispirati a una stessa strategia (colpire i negozianti che uccidevano i rapinatori), ecco che Battisti doveva essere per forza di cose tra gli “organizzatori” dell’agguato a Torregiani, pur senza avervi partecipato di persona.
Eppure, di tutti i crimini attribuiti a Battisti, quello cui si dà più rilievo è proprio il caso Torregiani.
Forse si prestava più degli altri a un uso “spettacolare” (si veda l’impiego ricorrente nei media di Alberto Torregiani, non sempre pronto, per motivi anche comprensibili, a rivelare chi lo ferì). O forse – visto chi ci governa e le proposte formulate qualche anno fa dal ministro Castelli, in tema di autodifesa da parte dei negozianti – era l’episodio meglio capace di fare vibrare certe corde nell’elettorato di riferimento.
Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.
Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.
La simultaneità fra il delitto Sabbadin e quello Torregiani dimostra un’unica ideazione.
Ma andrebbe provato che Battisti partecipò effettivamente all’uccisione di Sabbadin. Inizialmente, il pentito Mutti incolpò Battisti di avere sparato al macellaio, e disse di non avere partecipato all’azione. Purtroppo per lui, il militante dei PAC Diego Giacomin si dissociò e rivelò di essere stato lui stesso a uccidere il negoziante, in compagnia di Mutti. A quel punto – solo a quel punto – Mutti dovette ammettere la sua presenza e declassò Battisti al ruolo di complice (2).
Comunque, quello a Cesare Battisti e agli altri accusati del delitto Torregiani fu un processo regolare.
No, non lo fu, e dimostrarlo è piuttosto semplice.
Perché il processo Torregiani, poi allargato all’intera vicenda dei PAC, non fu regolare?
Precisiamo: non fu regolare se non nel quadro delle distorsioni della legalità introdotte dalla cosiddetta “emergenza”. Sotto il profilo del diritto generale, il processo fu viziato da almeno tre elementi: il ricorso alla tortura per estorcere confessioni in fase istruttoria (3), l’uso di testimoni minorenni o con turbe mentali, la moltiplicazione dei capi d’accusa in base alle dichiarazioni di un pentito di incerta attendibilità. Più altri elementi minori.
I magistrati torturarono gli arrestati?
No. Fu la polizia a torturarli. Vi furono ben tredici denunce: otto provenienti da imputati, cinque da loro parenti. Non un fatto inedito, ma certo fino a quel momento insolito, in un’istruttoria di quel tipo. I magistrati si limitarono a ricevere le denunce, per poi archiviarle.
Forse le archiviarono perché non si era trattato di vere torture, ma di semplici pressioni un po’ forti sugli imputati.
Uno dei casi denunciati più di frequente fu quello dell’obbligo di ingurgitare acqua versata nella gola dell’interrogato, a tutta pressione, tramite un tubo, mentre un agente lo colpiva a ginocchiate nello stomaco. Tutti denunciarono poi di essere stati fatti spogliare, avvolti in coperte perché non rimanessero segni e poi percossi a pugni o con bastoni. Talora legati a un tavolo o a una panca.
Se i magistrati non diedero seguito alle denunce, forse fu perché non c’erano prove che tutto ciò fosse realmente accaduto.
Infatti il sostituto procuratore Alfonso Marra, incaricato di riferire al giudice istruttore Maurizio Grigo, dopo avere derubricato i reati commessi dagli agenti della Digos da “lesioni” a “percosse” per assenza di segni permanenti sul corpo (in Italia non esisteva il reato di tortura, e non esiste nemmeno ora), concludeva che la stessa imputazione di percosse non poteva avere seguito, visto che gli agenti, unici testimoni, non confermavano. Dal canto proprio il PM Corrado Carnevali, titolare del processo Torregiani, insinuò che le denunce di torture fossero un sistema adottato dagli accusati per delegittimare l’intera inchiesta.
Nulla ci dice che il PM Carnevali avesse torto.
Almeno un episodio non collima con la sua tesi. Il 25 febbraio 1979 l’imputato Sisinio Bitti denunciò al sostituto procuratore Armando Spataro le torture subite e ritrattò le confessioni rese durante l’interrogatorio. Tra l’altro, raccontò che un poliziotto, nel percuoterlo con un bastone, lo aveva incitato a denunciare un certo Angelo; al che lui aveva denunciato l’unico Angelo che conosceva, tale Angelo Franco. La ritrattazione di Bitti non fu creduta, e Angelo Franco, un operaio, fu arrestato quale partecipante all’attentato Torregiani. Solo che pochi giorni dopo lo si dovette rilasciare: non poteva in alcun modo avere preso parte all’agguato. Dunque la ritrattazione di Bitti era sincera, e dunque, con ogni probabilità, anche le violenze con cui la falsa confessione gli era stata estorta. Sisinio Bitti riportò lesioni permanenti ai timpani. Se le era procurate da solo?
Ammesso il ricorso alle sevizie in fase istruttoria, ciò non assolve Cesare Battisti.
No, però dà l’idea del tipo di processo in cui fu implicato. Definirlo “regolare” è a dir poco discutibile. Tra i testi a carico di alcuni imputati figurarono anche una ragazzina di quindici anni, Rita Vitrani, indotta a deporre contro lo zio; finché le contraddizioni e le ingenuità in cui incorse non fecero capire che era psicolabile (“ai limiti dell’imbecillità”, dichiararono i periti) (4). Figurò anche un altro teste, Walter Andreatta, che presto cadde in stato confusionale e fu definito “squilibrato” e vittima di crisi depressive gravi dagli stessi periti del tribunale.
Pur ammettendo il quadro precario dell’inchiesta, c’è da considerare che Cesare Battisti rinunciò a difendersi. Quasi un’ammissione di colpevolezza, anche se, prima di tacere, si proclamò innocente.
Può sembrare così oggi, ma non allora. Anzi, è vero il contrario. A quel tempo, i militanti dei gruppi armati catturati si proclamavano prigionieri politici, e rinunciavano alla difesa perché non riconoscevano la “giustizia borghese”. Battisti vi rinunciò perché disse di dubitare dell’equità del processo.
Tralasciate violenze e testimonianze poco attendibili in fase istruttoria, il processo fu però condotto a conclusione con equità.
Non proprio. Accusati minori furono colpiti con pene spropositate. Il già citato Bitti, riconosciuto innocente di ogni delitto, fu ugualmente condannato a tre anni e mezzo di prigione per essere stato udito approvare, in luogo pubblico, l’attentato a Torregiani. Era scattato il cosiddetto “concorso morale” in omicidio, direttamente ispirato alle procedure dell’Inquisizione. Il già citato Angelo Franco, pochi giorni dopo il rilascio, fu arrestato nuovamente, questa volta per associazione sovversiva, e condannato a cinque anni. Ciò in assenza di altri reati, solo perché era un frequentatore del collettivo autonomo della Barona.
Secondo Luciano Violante, una certa “durezza” era indispensabile a spegnere il terrorismo. E Armando Spataro sostiene che, a questo fine, l’aggravante delle “finalità terroristiche”, che raddoppiava le pene, si rivelò un’arma decisiva.
Spezzò anche le vite di molti giovani, arrestati con imputazioni destinate ad aggravarsi in maniera esponenziale nel corso della detenzione, pur in assenza di fatti di sangue.
Ciò non vale per Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per avere partecipato a due omicidi ed eseguito altri due.
Di Torregiani e Sabbadin si è detto. Veniamo a Santoro e Campagna. Mutti accusa Battisti di essere l’omicida di Santoro, ma poi le prove lo costringono ad ammettere di essere stato lui, l’assassino. L’uccisione dell’agente Campagna avviene dopo che i PAC sono stati sciolti, e un gruppetto di quartiere ne perpetua le gesta. L’assassino si chiama Giuseppe Memeo, reo confesso. Ha sparato con la stessa pistola che aveva ucciso Torregiani. Mutti ne parla per sentito dire. Memeo aveva un complice biondo, altro 1,90. Battisti? Ne parleremo tra poco.
Al termine del processo di primo grado Battisti, arrestato in origine per imputazioni minori (possesso di armi, che peraltro risultarono non avere mai sparato), si trovò condannato a dodici anni e mezzo di prigione. Le condanne all’ergastolo giunsero cinque anni dopo la sua evasione dal carcere. Ma qui è tempo di parlare dei “pentiti” e, soprattutto, del principale pentito che lo accusò. Per poi entrare nel merito degli altri tre delitti.
Vediamo di capire che cos’è un “pentito”.
Se ci riferiamo ai gruppi di estrema sinistra, vengono così chiamati quei detenuti per reati connessi ad associazioni armate che, in cambio di consistenti sconti di pena, rinnegano la loro esperienza e accettano di denunciare i compagni, contribuendo al loro arresto e allo smantellamento dell’organizzazione. Di fatto una figura del genere esisteva già alla fine degli anni ’70, ma entra stabilmente nell’ordinamento giuridico prima con la “legge Cossiga” 6.2.1980 n. 15, poi con la “legge sui pentiti” 29.5.1982 n. 304. Manifesta i pericoli insiti nel suo meccanismo sia prima che dopo questa data.
Quali sarebbero i “pericoli”?
La logica della norma faceva sì che il “pentito” potesse contare su riduzioni di pena tanto più elevate quante più persone denunciava; per cui, esaurita la riserva delle informazioni in suo possesso, era spinto ad attingere alle presunzioni e alle voci raccolte qui e là. Per di più, la retroattività della legge incitava a delazioni indiscriminate anche a distanza di molti anni dai fatti, quando ormai erano impossibili riscontri materiali.
Esistono esempi di questi effetti perversi?
Il caso più clamoroso fu quello di Carlo Fioroni, che, minacciato di ergastolo per il sequestro a fini di riscatto di un amico, deceduto nel corso del rapimento, accusò di complicità Toni Negri, Oreste Scalzone e altre personalità dell’organizzazione Potere Operaio, sgravandosi della condanna. Ma anche altri pentiti, quali Marco Barbone (oggi collaboratore di quotidiani di destra), Antonio Savasta, Pietro Mutti, Michele Viscardi ecc. seguitarono per anni a spremere la memoria e a distillare nomi. Ogni denuncia era seguita da arresti, tanto che la detenzione diventò arma di pressione per ottenere ulteriori pentimenti. Purtroppo ciò destò scandalo solo in un secondo tempo, quando la logica del pentitismo, applicata al campo della criminalità comune, provocò il caso Tortora e altri meno noti.
Pietro Mutti fu l’accusatore principale di Cesare Battisti. Chi era?
Fu, per sua stessa confessione, il fondatore dei PAC. Figurò tra gli imputati del processo Torregiani, sebbene latitante, e l’accusa chiese per lui otto anni di prigione. Fu catturato nel 1982 (dopo che Battisti era già evaso), a seguito della fuga dal carcere di Rovigo, il 4 gennaio di quell’anno, di alcuni militanti di Prima Linea. Mutti fu tra gli organizzatori dell’evasione. Era stato compagno di cella di Battisti, quando questi era in carcere per reati comuni, e autore della sua politicizzazione (un ruolo curiosamente poi rivendicato dal dissociato Arrigo Cavallina).
Di quali delitti Mutti, una volta pentito, accusò Battisti?
Tralasciando reati minori, per tre omicidi. Battisti (con una complice e con lo stesso Mutti, che sulle prime cercò di negare la sua presenza) avrebbe direttamente assassinato, il 6 giugno 1978, il maresciallo degli agenti di custodia del carcere di Udine Antonio Santoro, che i PAC accusavano di maltrattamenti ai detenuti. Avrebbe direttamente assassinato a Milano, il 19 aprile 1979, l’agente della Digos Andrea Campagna, che aveva partecipato ai primi arresti legati al caso Torregiani. Tra i due delitti avrebbe preso parte, senza sparare direttamente ma comunque con ruoli di copertura, al già citato omicidio del macellaio Lino Sabbadin di Santa Maria di Sala. Di tutto ciò si è già discusso.
L’omicidio Sabbadin è tra quelli di cui più si è parlato. In un’intervista al gruppo di estrema destra francese Bloc Identitaire, il figlio di Lino Sabbadin, Adriano, ha dichiarato che gli assassini del padre sarebbero stati i complici del rapinatore da questi ucciso.
O la sua risposta è stata male interpretata, o ha dichiarato cosa che non risulta da alcun atto. Meglio tralasciare le dichiarazioni dei congiunti delle vittime, la cui funzione, nel corso degli ultimi quattro anni, è stata essenzialmente spettacolare.
Cesare Battisti è colpevole o innocente dei tre omicidi di cui lo accusò Mutti?
Lui si dice innocente, anche se si fa carico della scelta sbagliata in direzione della violenza che, in quegli anni, coinvolse lui e tanti altri giovani. Qui però non è questione di stabilire l’innocenza o meno di Battisti. E’ invece questione di vedere se la sua colpevolezza fu mai veramente provata, nonché di verificare, a tal fine, se l’iter processuale che condusse alla sua condanna possa essere giudicato corretto. In caso contrario, non si spiegherebbe l’accanimento con cui il governo italiano, con il sostegno anche di nomi illustri dell’opposizione, ha cercato di farsi riconsegnare Battisti prima dalla Francia e oggi dal Brasile.
A parte le denunce di Mutti, emersero altre prove a carico di Battisti, per i delitti Santoro, Sabbadin (sia pure in ruolo di copertura) e Campagna?
No. Quando oggi i magistrati parlano di “prove”, si riferiscono all’incrocio da loro effettuato tra le dichiarazioni di un pentito (nel nostro caso Mutti) e gli indizi indirettamente forniti dai “dissociati”, tipo Cavallina.
Armando Spataro continua ad asserire che prove e riscontri vi sarebbero.
Continua a dirlo, ma non specifica mai quali.
Cosa si intende per “dissociato”?
Chi prenda le distanze dall’organizzazione armata cui apparteneva e confessi reati e circostanze che lo riguardino, senza però accusare altri. Ciò comporta uno sconto di pena, anche se ovviamente inferiore a quello di un pentito.
In che senso un dissociato può fornire indirettamente indizi?
Per esempio se afferma di non avere partecipato a una riunione perché contrario a una certa azione che lì veniva progettata, pur senza dire chi c’era. Se nel frattempo un pentito ha detto che X partecipò a quella riunione, ecco che X figura automaticamente tra gli organizzatori.
Cosa c’è che non va, in questa logica?
C’è che sia la denuncia diretta del pentito, che l’indizio fornito dal dissociato, provengono da soggetti allettati dalla promessa di un alleggerimento della propria detenzione. La loro lettura congiunta, se mancano i riscontri, è effettuata dal magistrato che la sceglie tra varie possibili. Inoltre è comunque il pentito, cioè colui che ha incentivi maggiori, a essere determinante. Tutto ciò in altri paesi (non totalitari) sarebbe ammesso in fase istruttoria, e in fase dibattimentale per il confronto con l’accusato. Non sarebbe mai accettato con valore probatorio in fase di giudizio. In Italia sì.
Nel caso di Battisti mancano altri riscontri?
Vi sono solo dei riconoscimenti di testi che lo stesso magistrato Armando Spataro ha definito poco significativi.
Eppure dice che “le confessioni di Mutti (…) sono state convalidate da molte testimonianze e dalle successive dichiarazioni di altri ex terroristi” (Il Corriere della Sera, 23 gennaio 2009).
Si tratta sempre di Mutti e di Cavallina. Quanto ai testi, basti dire che l’autore del delitto Santoro aveva la barba (e qui ci siamo, Mutti parla di una barba finta), era biondo (Battisti avrebbe potuto tingersi i capelli) ed era alto 1,90 (qui non ci siamo più: Battisti supera di poco l’1,60).
Ma il pentito Pietro Mutti non può essere ritenuto credibile? Vi sono motivi per asserire che sia mai caduto nel meccanismo “Quanto più confesso, tanto meno resto in prigione”?
Lo asserisce una sentenza di Cassazione del 1993. Citiamo testualmente:
“Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone (…) o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi”.
Più sotto:
“Del resto, Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”.
Teniamo inoltre conto che Mutti, colpevole di omicidi e rapine, ha scontato solo otto anni di prigione. Un privilegio condiviso con l'uccisore di Walter Tobagi (anche quel caso, su cui permangono molti dubbi, fu istruito da Armando Spataro), con il pluri-omicida Michele Viscardi e con molti altri pentiti.
Ci sono altri motivi per dubitare della sincerità di Mutti?
Sì. Le denunce di Pietro Mutti non riguardarono solo Battisti e i PAC, ma furono a 360 gradi, e si indirizzarono nelle direzioni più svariate. La più clamorosa riguardò l’OLP di Yasser Arafat, che avrebbe rifornito di armi le Brigate Rosse. In particolare, elencò Mutti, “tre fucili AK47, 20 granate a mano, due mitragliatrici FAL, tre revolver, una carabina per cecchini, 30 chilogrammi di esplosivo e 10.000 detonatori” (mica tanto, a ben vedere, a parte il numero incongruo dei detonatori; mancava solo che Arafat consegnasse una pistola ad aria compressa). Il procuratore Carlo Mastelloni poté, sulla base di questa preziosa rivelazione, aggiungere un fascicolo alla sua “inchiesta veneta” sui rapporti tra terroristi italiani e palestinesi, e chiamò persino in giudizio Yasser Arafat. Poi dovette archiviare il tutto, perché Arafat non venne e il resto si sgonfiò.
Ciò ha a che vedere con le armi, provenienti dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, mercanteggiate nel 1979 da tale Maurizio Follini, che Armando Spataro dice essere stato militante dei PAC?
Questo Follini era mercante d’armi e, secondo alcuni, spia sovietica. Fu tirato in ballo da Mutti, ma in relazione ad altri gruppi. Meglio stendere un velo pietoso. Dopo avere notato, però, quanto le rivelazioni di Mutti tendessero al delirio.
Mutti non sarà attendibile per altre inchieste, ma nulla ci garantisce che, almeno sui PAC, non dicesse la verità.
Nulla ce lo dice, infatti, se non un dettaglio. Nel 1993, la Cassazione ha mandato assolta una coimputata di Battisti (nel delitto Santoro), anche lei denunciata da Mutti. Parlo del 1993. Per dieci anni la magistratura aveva creduto, a suo riguardo, alle accuse del pentito. Ciò dovrebbe commentarsi da solo.
Anche ammesso che il processo che ha portato alla condanna di Cesare Battisti sia stato viziato da irregolarità e imperniato sulle deposizioni di pentiti poco credibile, è certo che Battisti ha potuto difendersi nei successivi gradi di giudizio.
Non è così, almeno per quanto riguarda il processo d’appello del 1986, che modificò la sentenza di primo grado e lo condannò all’ergastolo. Battisti era allora in Messico e ignaro di ciò che avveniva a suo danno in Italia.
Il magistrato Armando Spataro ha detto che, per quanto sfuggito di sua iniziativa alla giustizia italiana, Battisti poté difendersi in tutti i gradi di processo attraverso il legale da lui nominato.
Ciò è vero solo per il periodo in cui Battisti si trovava ormai in Francia, e dunque vale essenzialmente per il processo di Cassazione che ebbe luogo nel 1991. Non vale per il processo del 1986, che sfociò nella sentenza della Corte d’Appello di Milano del 24 giugno di quell’anno. A quel tempo Battisti non aveva contatti né col legale, pagato dai familiari, né con i familiari stessi.
Questo lo dice lui.
Be’, lo dice anche l’avvocato Giuseppe Pelazza di Milano, che si assunse la difesa, e lo dicono i familiari. Ma certamente si tratta di testimonianze di parte. Resta il fatto che Battisti non ebbe alcun confronto con il pentito Mutti che lo accusava. Si era sottratto al carcere, d’accordo; però il dato oggettivo è che non poté intervenire in un procedimento che commutava la sua condanna da dodici anni di prigione in due ergastoli (nessun altro imputato nel processo ebbe una condanna simile, inclusi gli assassini di Torregiani!), e gli attribuiva l’esecuzione di due omicidi, la partecipazione a svariato titolo ad altri due, alcuni ferimenti e una sessantina di rapine (cioè l’intera attività dei PAC). Questo era ed è ammissibile per la legge italiana, ma non per la legislazione di altri paesi che, pur prevedendo la condanna in contumacia, impone la ripetizione del processo qualora il contumace sia catturato.
Ma Battisti sottoscrisse delle deleghe ai suoi legali, perché lo rappresentassero, lui contumace.
E’ stato ampiamente dimostrato, dai periti di parte, però scelti tra quelli della Corte di Parigi, che le firme furono falsificate (forse a fin di bene). Le deleghe erano in bianco, e furono redatte nel 1981.
Battisti asserisce la propria innocenza, salvo fatti minori attribuibili ai PAC, senza fornire prove concrete.
Ma Battisti non è tenuto a provare nulla! L’onere della prova spetta a chi lo accusa. Quanto alla sostanza della questione, vediamo di ricapitolarla: 1) un’istruttoria che nasce da confessioni estorte con metodi violenti; 2) una serie di testimonianze di elementi incapaci per età o facoltà mentali; 3) una sentenza esageratamente severa; 4) un aggravio della stessa sentenza dovuta all’apparizione tardiva di un “pentito” che snocciola accuse via via più gravi e generalizzate. Il tutto nel quadro di una normativa inasprita e finalizzata al rapido soffocamento di un sommovimento sociale di largo respiro, più ampio delle singole posizioni.
Ciò non toglie che gran parte della sinistra sia compatta nel sostegno a un magistrato come Armando Spataro, e sia unanime nel richiedere al Brasile l’estradizione.
Questo è un problema della sinistra, appunto. C’è da chiedersi se sia a conoscenza di ciò che non il solo Spataro, ma altri magistrati che come lui furono tra i protagonisti della repressione dei movimenti degli anni ’70 e dei primi anni ’80, pensano dei casi di Adriano Sofri o di Silvia Baraldini. Immagino – o forse spero – che non pochi esponenti della “sinistra” (chiamiamola così) ne resterebbero un po’ scossi. Per non parlare del “malore attivo” (?) a cui Gerardo D’Ambrosio ha attribuito la morte di Giuseppe Pinelli. O del rimbalzo di un proiettile contro un sasso volante che ha ucciso Carlo Giuliani. La denigrazione dei magistrati ha il suo contraltare nella santificazione dei magistrati.
Inutile menare il can per l’aia. Cesare Battisti non ha mai manifestato pentimento.
Il diritto moderno – l’ho già detto - reprime i comportamenti illeciti e ignora le coscienze individuali. Reclamare un pentimento qualsiasi era tipico di Torquemada o di Vishinskij. Il rigetto da parte di Battisti dell’ipotesi di lotta armata è esplicito nei suoi romanzi Le cargo sentimental e Ma cavale, non tradotti in Italia. Essendo uno scrittore, si esprime tramite la scrittura.
Ha persino esultato quando, in Francia, è stato momentaneamente liberato.
Lo farebbe chiunque.
Da perfetto vigliacco, si è sottratto all’estradizione ed è riparato in Brasile, dove è andato a vivere nientemeno che a Copacabana.
Chi conosca Copacabana, sa che oltre la spiaggia e gli alberghi si estendono caseggiati popolari. Lì viveva Battisti. Ma adesso basta con queste stronzate. Battisti è stato tutto ciò che volete, salvo una cosa: non è mai stato ricco. Non è mai stato il prediletto dei salotti di cui favoleggia Panorama. Era il portinaio dello stabile in cui abitava. Si permetteva ogni tanto un caffè al bar di immigrati sotto casa.
Armando Spataro dice, sul numero citato del Corriere della Sera, che Battisti non è mai stato un criminale politico, bensì un delinquente comune, assetato di denaro.
Spataro sovrappone il percorso di Battisti prima della politicizzazione, quando era un semplice delinquente di periferia, a quello successivo. Nessuna delle azioni che gli sono attribuite quale “terrorista”, vere o fasulle, obbediva a fini di lucro personale. Battisti fu un militante dei settori armati di quella che era chiamata “autonomia operaia”. Lo sanno tutti, Spataro incluso. Negare la natura politica dei suoi atti, per indurre il governo brasiliano a concedere l’estradizione, è la menzogna più colossale che circondi la vicenda Battisti. Un delinquente comune non rivendica la sua affiliazione ai “Proletari Armati per il Comunismo”. Del resto, i fascisti, i parafascisti, i post-fascisti dell’Italia odierna citano di continuo la sua posizione di “comunista” quale aggravante. Mentre gli ex-comunisti manifestano nei confronti di Battisti identico orrore, visto che incarna le idee che hanno rinnegato. Non c’è mai stato caso più “politico”, da Valpreda a oggi.
Non si può liquidare così, in una battuta, un problema più complesso.
Esatto. Non si può liquidare così il problema più generale dell’uscita, una buona volta, dal regime dell’emergenza, con le aberrazioni giuridiche che ha introdotto nell’ordinamento italiano. Ma ciò può essere oggetto di altre FAQ, che prescindano dal caso specifico fin qui trattato. Quanto agli accusatori, che gridano a squarciagola “dagli all’assassino!”, osservino le proprie mani. Sono abbondantemente macchiate di sangue. Hanno applaudito un poco tutto, a cominciare dai bombardamenti su Belgrado, fino ad arrivare alle stragi in Libano e a Gaza. Si sono arrossate negli applausi a “missioni umanitarie” condite da massacri. Hanno dato il via libera all’eliminazione sociale dei soggetti deboli, sul mercato del lavoro. Davvero, oggi, i “nemici dell’umanità” si chiamano Battisti o Petrella?
NOTE
1) Cfr. I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa. Sorvegliare e punire, l’Inquisizione come modello di violenza legale, Bompiani, 1988.
2) Cfr. F. Vargas, Postface, in C. Battisti, Ma cavale, Grasset-Rivages, Paris, 2006, p. 265.
3) L’uso della tortura, nei processi contro i terroristi di sinistra fra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, è scrupolosamente documentato nel volume Le torture affiorate, coll. Progetto Memoria, ed. Sensibili alle foglie, 1998.
4) Su Panorama del 25 gennaio 2009 il giornalista Amadori, sentita la famiglia, mette in dubbio la labilità della memoria di Rita Vetrani - chiamata a testimoniare, lei minorenne, contro lo zio. I referti dei periti, poco contestabili, sono riportati testualmente in L. Grimaldi, Processo all’istruttoria, Milano Libri, Milano, 1981.
tratto da http://www.carmillaonline.com/
martedì 21 dicembre 2010
DOMANI SI STACCHERA' LA SPINA ALLA SCUOLA IN COMA?
Per placare la situazione pesante che si respira già da giorni in vista del dibattimento per la definitiva approvazione del decreto Gelmini con la morte per la scuola pubblica a favore di quella privata e che taglierà di netto le risorse alle università italiane,ecco un placebo divertente ed irriverente firmato Anacleto Mitraglia che gira in Indymedia da un paio di giorni.
Con le polemiche tirate in piedi ad arte da Gasparri(un"uomo"tanti perché),Maroni,Alfano e per ultimo un'ordigno esplosivo(che puntualmente l'esperto in materia Alemanno ha detto che non poteva esplodere)trovato all'indomani della data prefissata in metrò a Roma c'è bisogno di sdrammatizzare,poiché sinceramente non credo che domani ci siano scontri violenti come quelli accaduti lo scorso martedì.
Comunque non c'è da disperare in quanto avendo poi a disposizione altri 364 giorni di possibili rivolte altri scossoni contro lo Stato-regime-dittatura criminale sono molto possibili e senza tanti controlli e menate da parte dei poliziotti fascisti...anche perché non ci sono più soldi oper poterli pagare per tutto l'anno per proteggere le merde parlamentari da attacchi più o meno preciosi e mirati.
E come ha insegnato ieri il pensionato milanese che ha menato De Corato in un bar di Milano tutte questi stronzi non devono essere tranquilli da nessuna parte,in nessun luogo in quanto la gente incazzata tira fuori la rabbia e altro sempre più disperatamente e sempre più facilmente...occhio ai crani!
Per dare una rinfrescata sul ministro Gelmini,la nostra"Beata ignoranza"integralista cristiano-fascista al soldo del regime,vergognati per quello che stai facendo alle migliaia di studenti e non solo italiani)ecco due links del blog:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/06/la-maturita-firmata-dal-regime.html
e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/03/donne-nere.html.
Tredici modi non violenti per manifestare contro la Gelmini.
Avendo preso in seria considerazione le riflessioni espresse da Roberto Saviano sul pericolo di degenerazione delle proteste contro la legge Gelmini, ho pensato di proporre agli studenti alcuni metodi non violenti di sicuro effetto per contestare l’approvazione del provvedimento.
Il girotondo temporale
Circondando la zona rossa nel centro di Roma con una catena umana di migliaia di manifestanti ed iniziando un girotondo in senso contrario all’asse di rotazione terrestre, è possibile riportare indietro nel tempo le leggi sulla pubblica istruzione. Il problema è quando fermarsi, perché nel troppo entusiasmo si rischia di tornare a prima della legge Casati, con ovvi effetti negativi sul fronte del diritto allo studio.
La negazione ontologica
E’ il metodo più radicale di contrapposizione politica, che spinge all’estremo la negazione dell’esistente: occorre negare non solo ogni valore ma anche ogni consistenza ontologica alla legge Gelmini, all’attuale governo ed al sistema capitalista nel suo insieme, fino a convincersi che essi semplicemente non esistono. Malgrado sia tacciato di estremismo inconcludente, il metodo è stato adottato nella sua versione positiva (affermazione ontologica) anche dal Partito Democratico, che da tempo sostiene contro ogni evidenza di esistere ed essere di sinistra.
Lo specchietto per le allodole
Prendendo spunto dai noti episodi di Roma, occorre arrivare quanto più possibile vicino al Parlamento ed urlare a squarciagola di fronte ai poliziotti schierati “sono una minorenne, sono una minorenne”; c’è la forte possibilità che il presidente del Consiglio, sentite queste parole, non resista alla tentazione di venire a dare un’occhiata, interrompendo le votazioni ed esponendosi alla giusta ira dei manifestanti.
Quel mazzolin di fiori
Arrivare a Roma con un carico di diecimila profumatissime gardenie da donare ai poliziotti che circondano la zona rossa, attirandosi così la benevolenza dell’opinione pubblica progressista; dopodiché, liberare uno sciame di centomila calabroni affamati, lasciando a loro il compito di liberare le strade di accesso al Parlamento.
La società dello spettacolo
Acquistare trecentomila copie di Gomorra, da bruciare o recitare in piazza a seconda che si condividano o meno le recenti posizioni dell’autore (metodo suggerito dall’Ufficio Reminders della Mondadori).
De te fabula narratur
Contrapporre alla Narrazione del Potere una Narrazione di insussumibile alterità al Codice Dominante, che sappia ricomporre la radicalità dell’Essere sociale così come espresso dall’azione Biopolitica della Moltitudine in un immaginario vittorioso di Eversione dell’Esistente. Nessuno sa cosa significa ma scatenerà nelle assemblee e sui media di Movimento un furioso dibattito che farà dimenticare a tutti cos’è la Gelmini e perché bisognava bloccarla.
Le Trombe di Gerico
Accatastare di fronte alle barriere della zona rossa tutti i sound system delle situazioni occupate italiane, aprendo un bombardamento sonoro di un trilione di watt a base di techno, ska, reggae, rap estremo, etc.; anche se non crolla Montecitorio e rimane qualche celerino in piedi, sarà difficile che le operazioni di voto possano procedere secondo programma.
Il ricatto
Appartarsi in un posto telefonico isolato con una scorta di schede telefoniche e chiamare al cellulare tutti i parlamentari, sussurrando al microfono “la troia ha parlato, so tutto di quell’affare e se ti azzardi a votare la Gelmini spedisco foto e documenti ai giornali, poi sono cazzi tuoi”, quindi buttare giù; la percentuale di successo, dati la qualità dei parlamentari e l’attuale consistenza della maggioranza, sono discretamente alte.
Il nostro agente all’Avana
Dividersi in gruppi di due-tre persone e presentarsi ai varchi della zona rossa brandendo una tessera dell’Atac e un santino con la faccia di Cossiga, grugnendo “sono un collega in borghese, devo portare questo stronzetto teppista in caserma per fargli il terzo grado”; dopodiché sgattaiolare dentro e filarsela per ritrovarsi tutti sotto Montecitorio a protestare.
Protesta globale
Seguendo le leggi della complessità ed il principio del “pensare globale, agire locale”, è stato ipotizzato che la dispersione di cinquecentomila macaoni in Tasmania dovrebbe creare a Roma una potente tromba d’aria che si porterebbe via Montecitorio, palazzo Madama e palazzo Chigi; data l’estrema complessità delle simulazioni metereologiche su base stocastica, c’è una forte probabilità che il tentativo fallisca e si scateni un altro nubifragio sul Veneto. Ma in tal caso, oltre ad aver rotto simpaticamente i coglioni alla Lega, si sarà fornito un lieto diversivo estetico agli aborigeni australiani.
N.I.M.B.Y.
Organizzare a Roma una manifestazione di un milione di persone, che però passano prima per Napoli e si prendono un sacchetto di spazzatura da deporre per protesta davanti alla zona rossa; anche se non ferma la Gelmini, questa opzione ci leva dalle palle un poco di immondizia (metodo suggerito da alcuni compagni napoletani con tendenze opportuniste).
Bleat Block
Detto anche “fronte del piagnisteo”, il Bleat Block agisce piazzandosi in massa davanti agli schieramenti di polizia e salmodiando a squarciagola slogans che, a seconda dell’orientamento politico dei manifestanti, possono ispirarsi alla Bibbia, alla Costituzione o a Mao Tse Tung; si va quindi da “siamo tutti fratelli, anche voi poliziotti siete sfruttati” a “ogni cittadino ha diritto alla libera espressione del suo pensiero” fino a “coi Maestri vinceremo, costruiamo un governo di Fronte popolare”. Malgrado la sua apparente pacificità, il Bleat Block è quello che maggiormente rischia di far degenerare le manifestazioni, perché è difficile che di fronte ad una tale geremiade di cazzate qualche pulotto non perda la tesa e parta una pericolosa carica di silenziamento.
La numero tredici
E’ l’unica praticabile e quella con più possibilità di riuscita; purtroppo nessuno la conosce, perché ognuna delle milioni di persone che vorrebbero cambiare questa baracca ne possiede solo un pezzetto e non c’è verso di metterle tutte insieme per decifrare il messaggio. Inoltre la sinistra istituzionale si oppone al suo utilizzo perché sostiene che il tredici porta sfiga.
Con le polemiche tirate in piedi ad arte da Gasparri(un"uomo"tanti perché),Maroni,Alfano e per ultimo un'ordigno esplosivo(che puntualmente l'esperto in materia Alemanno ha detto che non poteva esplodere)trovato all'indomani della data prefissata in metrò a Roma c'è bisogno di sdrammatizzare,poiché sinceramente non credo che domani ci siano scontri violenti come quelli accaduti lo scorso martedì.
Comunque non c'è da disperare in quanto avendo poi a disposizione altri 364 giorni di possibili rivolte altri scossoni contro lo Stato-regime-dittatura criminale sono molto possibili e senza tanti controlli e menate da parte dei poliziotti fascisti...anche perché non ci sono più soldi oper poterli pagare per tutto l'anno per proteggere le merde parlamentari da attacchi più o meno preciosi e mirati.
E come ha insegnato ieri il pensionato milanese che ha menato De Corato in un bar di Milano tutte questi stronzi non devono essere tranquilli da nessuna parte,in nessun luogo in quanto la gente incazzata tira fuori la rabbia e altro sempre più disperatamente e sempre più facilmente...occhio ai crani!
Per dare una rinfrescata sul ministro Gelmini,la nostra"Beata ignoranza"integralista cristiano-fascista al soldo del regime,vergognati per quello che stai facendo alle migliaia di studenti e non solo italiani)ecco due links del blog:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/06/la-maturita-firmata-dal-regime.html
e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/03/donne-nere.html.
Tredici modi non violenti per manifestare contro la Gelmini.
Avendo preso in seria considerazione le riflessioni espresse da Roberto Saviano sul pericolo di degenerazione delle proteste contro la legge Gelmini, ho pensato di proporre agli studenti alcuni metodi non violenti di sicuro effetto per contestare l’approvazione del provvedimento.
Il girotondo temporale
Circondando la zona rossa nel centro di Roma con una catena umana di migliaia di manifestanti ed iniziando un girotondo in senso contrario all’asse di rotazione terrestre, è possibile riportare indietro nel tempo le leggi sulla pubblica istruzione. Il problema è quando fermarsi, perché nel troppo entusiasmo si rischia di tornare a prima della legge Casati, con ovvi effetti negativi sul fronte del diritto allo studio.
La negazione ontologica
E’ il metodo più radicale di contrapposizione politica, che spinge all’estremo la negazione dell’esistente: occorre negare non solo ogni valore ma anche ogni consistenza ontologica alla legge Gelmini, all’attuale governo ed al sistema capitalista nel suo insieme, fino a convincersi che essi semplicemente non esistono. Malgrado sia tacciato di estremismo inconcludente, il metodo è stato adottato nella sua versione positiva (affermazione ontologica) anche dal Partito Democratico, che da tempo sostiene contro ogni evidenza di esistere ed essere di sinistra.
Lo specchietto per le allodole
Prendendo spunto dai noti episodi di Roma, occorre arrivare quanto più possibile vicino al Parlamento ed urlare a squarciagola di fronte ai poliziotti schierati “sono una minorenne, sono una minorenne”; c’è la forte possibilità che il presidente del Consiglio, sentite queste parole, non resista alla tentazione di venire a dare un’occhiata, interrompendo le votazioni ed esponendosi alla giusta ira dei manifestanti.
Quel mazzolin di fiori
Arrivare a Roma con un carico di diecimila profumatissime gardenie da donare ai poliziotti che circondano la zona rossa, attirandosi così la benevolenza dell’opinione pubblica progressista; dopodiché, liberare uno sciame di centomila calabroni affamati, lasciando a loro il compito di liberare le strade di accesso al Parlamento.
La società dello spettacolo
Acquistare trecentomila copie di Gomorra, da bruciare o recitare in piazza a seconda che si condividano o meno le recenti posizioni dell’autore (metodo suggerito dall’Ufficio Reminders della Mondadori).
De te fabula narratur
Contrapporre alla Narrazione del Potere una Narrazione di insussumibile alterità al Codice Dominante, che sappia ricomporre la radicalità dell’Essere sociale così come espresso dall’azione Biopolitica della Moltitudine in un immaginario vittorioso di Eversione dell’Esistente. Nessuno sa cosa significa ma scatenerà nelle assemblee e sui media di Movimento un furioso dibattito che farà dimenticare a tutti cos’è la Gelmini e perché bisognava bloccarla.
Le Trombe di Gerico
Accatastare di fronte alle barriere della zona rossa tutti i sound system delle situazioni occupate italiane, aprendo un bombardamento sonoro di un trilione di watt a base di techno, ska, reggae, rap estremo, etc.; anche se non crolla Montecitorio e rimane qualche celerino in piedi, sarà difficile che le operazioni di voto possano procedere secondo programma.
Il ricatto
Appartarsi in un posto telefonico isolato con una scorta di schede telefoniche e chiamare al cellulare tutti i parlamentari, sussurrando al microfono “la troia ha parlato, so tutto di quell’affare e se ti azzardi a votare la Gelmini spedisco foto e documenti ai giornali, poi sono cazzi tuoi”, quindi buttare giù; la percentuale di successo, dati la qualità dei parlamentari e l’attuale consistenza della maggioranza, sono discretamente alte.
Il nostro agente all’Avana
Dividersi in gruppi di due-tre persone e presentarsi ai varchi della zona rossa brandendo una tessera dell’Atac e un santino con la faccia di Cossiga, grugnendo “sono un collega in borghese, devo portare questo stronzetto teppista in caserma per fargli il terzo grado”; dopodiché sgattaiolare dentro e filarsela per ritrovarsi tutti sotto Montecitorio a protestare.
Protesta globale
Seguendo le leggi della complessità ed il principio del “pensare globale, agire locale”, è stato ipotizzato che la dispersione di cinquecentomila macaoni in Tasmania dovrebbe creare a Roma una potente tromba d’aria che si porterebbe via Montecitorio, palazzo Madama e palazzo Chigi; data l’estrema complessità delle simulazioni metereologiche su base stocastica, c’è una forte probabilità che il tentativo fallisca e si scateni un altro nubifragio sul Veneto. Ma in tal caso, oltre ad aver rotto simpaticamente i coglioni alla Lega, si sarà fornito un lieto diversivo estetico agli aborigeni australiani.
N.I.M.B.Y.
Organizzare a Roma una manifestazione di un milione di persone, che però passano prima per Napoli e si prendono un sacchetto di spazzatura da deporre per protesta davanti alla zona rossa; anche se non ferma la Gelmini, questa opzione ci leva dalle palle un poco di immondizia (metodo suggerito da alcuni compagni napoletani con tendenze opportuniste).
Bleat Block
Detto anche “fronte del piagnisteo”, il Bleat Block agisce piazzandosi in massa davanti agli schieramenti di polizia e salmodiando a squarciagola slogans che, a seconda dell’orientamento politico dei manifestanti, possono ispirarsi alla Bibbia, alla Costituzione o a Mao Tse Tung; si va quindi da “siamo tutti fratelli, anche voi poliziotti siete sfruttati” a “ogni cittadino ha diritto alla libera espressione del suo pensiero” fino a “coi Maestri vinceremo, costruiamo un governo di Fronte popolare”. Malgrado la sua apparente pacificità, il Bleat Block è quello che maggiormente rischia di far degenerare le manifestazioni, perché è difficile che di fronte ad una tale geremiade di cazzate qualche pulotto non perda la tesa e parta una pericolosa carica di silenziamento.
La numero tredici
E’ l’unica praticabile e quella con più possibilità di riuscita; purtroppo nessuno la conosce, perché ognuna delle milioni di persone che vorrebbero cambiare questa baracca ne possiede solo un pezzetto e non c’è verso di metterle tutte insieme per decifrare il messaggio. Inoltre la sinistra istituzionale si oppone al suo utilizzo perché sostiene che il tredici porta sfiga.
sabato 18 dicembre 2010
ALEMANNO TACI CHE E' MEGLIO.PER SEMPRE!
Purtoppo post quasi fotocopia rispetto a quello precedente dedicato con tutto l'odio a La Russa,stavolta tratto sempre un altro ratto di fogna il fascistissimo e molto più periocoloso podestà di Roma Gianni Alemanno.
Pure lui ha avuto il coraggio assieme a Maroni di aver criticato i giudici che hanno scarcerato la ventina di giovani arrestati per i fatti del 14 dicembre,visto che anch'egli da buon picchiatore è stato a più riprese denunciato,arrestato e incarcerato per otto mesi per violenze contro tutto e tutti(soprattutto compagni).
Anche lui ex ministro ed ora sindaco della capitale non ha perso occasione di spandere merda su chi giustamente protestava in maniera civile o più rivoluzionaria,paventanto tessere dei manifestanti o intere interdizioni di aree e addirittura di interi cortei.
L'articolo tratto da"Senza Soste"riassume sia i fatti romani recentissimi che quelli un poco più datati quando il pezzo di merda fascista era segretario provinciale del Fronte della Gioventù,una di quelle sette di estrema destra che hanno tentato sporadicamente di mettere fuori i loro musetti appuntiti dalle fogne.
Le amnesie di Alemanno: tre arresti e tre assoluzioni. Ma oggi è contro le scarcerazioni altrui .
Alemanno: "VIOLENZA VERGOGNOSA" "Non dobbiamo tornare agli anni '70".
Forse il sindaco di Roma, ex appartenente alla formazione di matrice fascista 'Fronte della gioventù' ha poca memoria del suo non tanto lontano passato di militante fascista (alcuni direbbero 'picchiatore'), e dei suoi trascorsi nei tribunali.
Questo il dubbio che ci è venuto ieri quando non riusciva a capacitarsi delle decisioni motivate dei giudici sulle scarcerazioni degli studenti arrestati al corteo del 14 dicembre:"Sono costretto a protestare a nome della città contro le decisioni assunte dalla sezioni II e V del tribunale di rimettere in libertà in attesa di giudizio quasi tutti imputati degli incidenti del giorno 14".
E ancora: "C'è una profonda sensazione di ingiustizia perché i danni provocati richiedono ben altra fermezza nel giudizio della magistratura sui presunti responsabili di questi reati. Non è minimizzando la gravita di certi fatti che si dà il giusto segnale per contrastare il diffondersi della violenza politica nella nostracittà".
"E' evidente che queste persone hanno dimostrato di essere soggetti molto pericolosi per la nostra città", ha detto ancora Alemanno ieri.
Ma invece, cosa ha dimostrato, più volte, Alemanno a questa città?
Piccolo pro-memoria per il sindaco:
Alemanno entra da giovanissimo in politica, nelle organizzazioni giovanili del MSI-DN diventando segretario provinciale romano del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile missino.
Ha al suo attivo 3 arresti:
nel novembre 1981 per aver partecipato insieme ad altri quattro componenti del Fronte della Gioventù all’aggressione di uno studente di 23 anni. (Ansa, 20/11/1981)
Nel 1982 viene fermato per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica a Roma, scontando poi 8 mesi di carcere a Rebibbia. (Ansa, 15/05/1988)
Il 29 maggio 1989 viene arrestato a Nettuno per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti, in occasione
della visita del Presidente Usa George H. W. Bush (Ansa 29 e 30/05/1989).
Un po' strana allora la sua reazione di ieri. Soprattutto se si tiene conto che gli arresti ai danni di Alemanno non avvenivano nei confronti di un giovane studente (incensurato, casomai importasse) che protestava in piazza. Avvenivano nei confronti di un militante di un'organizzazione post fascista che faceva della violenza (fisica,verbale, potendo anche armata) il proprio segno di riconoscimento, soprattuto (e chissa' quanti episodi non sono agli atti) verso i ragazzi di sinistra, i migranti, e tutti coloro giudicati 'non conformi', si direbbe oggi usando il linguaggio squadrista. Cosa che accomunava il Fronte a tante altre associazioni di estrema destra
dell'epoca ma anche più recenti. Come per esempio il Foro753, figlio di An e di Alemanno, i cui picchiatori 6 anni fa presero di mira gli studenti di Roma3 ai tempi in cui Alemanno era ministro dell'agricoltura e, oltre alla scorta ufficiale, si portava dietro la 'scorta nera'.
Quel giorno i fascisti di Foro753 che proteggevano l'allora ministro mandarono in ospedale 5 studenti che lo contestavano in un sit-in fuori dall'università.
Ma Alemanno non si indignava...
tratto da ateneinrivolta.it
Pure lui ha avuto il coraggio assieme a Maroni di aver criticato i giudici che hanno scarcerato la ventina di giovani arrestati per i fatti del 14 dicembre,visto che anch'egli da buon picchiatore è stato a più riprese denunciato,arrestato e incarcerato per otto mesi per violenze contro tutto e tutti(soprattutto compagni).
Anche lui ex ministro ed ora sindaco della capitale non ha perso occasione di spandere merda su chi giustamente protestava in maniera civile o più rivoluzionaria,paventanto tessere dei manifestanti o intere interdizioni di aree e addirittura di interi cortei.
L'articolo tratto da"Senza Soste"riassume sia i fatti romani recentissimi che quelli un poco più datati quando il pezzo di merda fascista era segretario provinciale del Fronte della Gioventù,una di quelle sette di estrema destra che hanno tentato sporadicamente di mettere fuori i loro musetti appuntiti dalle fogne.
Le amnesie di Alemanno: tre arresti e tre assoluzioni. Ma oggi è contro le scarcerazioni altrui .
Alemanno: "VIOLENZA VERGOGNOSA" "Non dobbiamo tornare agli anni '70".
Forse il sindaco di Roma, ex appartenente alla formazione di matrice fascista 'Fronte della gioventù' ha poca memoria del suo non tanto lontano passato di militante fascista (alcuni direbbero 'picchiatore'), e dei suoi trascorsi nei tribunali.
Questo il dubbio che ci è venuto ieri quando non riusciva a capacitarsi delle decisioni motivate dei giudici sulle scarcerazioni degli studenti arrestati al corteo del 14 dicembre:"Sono costretto a protestare a nome della città contro le decisioni assunte dalla sezioni II e V del tribunale di rimettere in libertà in attesa di giudizio quasi tutti imputati degli incidenti del giorno 14".
E ancora: "C'è una profonda sensazione di ingiustizia perché i danni provocati richiedono ben altra fermezza nel giudizio della magistratura sui presunti responsabili di questi reati. Non è minimizzando la gravita di certi fatti che si dà il giusto segnale per contrastare il diffondersi della violenza politica nella nostracittà".
"E' evidente che queste persone hanno dimostrato di essere soggetti molto pericolosi per la nostra città", ha detto ancora Alemanno ieri.
Ma invece, cosa ha dimostrato, più volte, Alemanno a questa città?
Piccolo pro-memoria per il sindaco:
Alemanno entra da giovanissimo in politica, nelle organizzazioni giovanili del MSI-DN diventando segretario provinciale romano del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile missino.
Ha al suo attivo 3 arresti:
nel novembre 1981 per aver partecipato insieme ad altri quattro componenti del Fronte della Gioventù all’aggressione di uno studente di 23 anni. (Ansa, 20/11/1981)
Nel 1982 viene fermato per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica a Roma, scontando poi 8 mesi di carcere a Rebibbia. (Ansa, 15/05/1988)
Il 29 maggio 1989 viene arrestato a Nettuno per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti, in occasione
della visita del Presidente Usa George H. W. Bush (Ansa 29 e 30/05/1989).
Un po' strana allora la sua reazione di ieri. Soprattutto se si tiene conto che gli arresti ai danni di Alemanno non avvenivano nei confronti di un giovane studente (incensurato, casomai importasse) che protestava in piazza. Avvenivano nei confronti di un militante di un'organizzazione post fascista che faceva della violenza (fisica,verbale, potendo anche armata) il proprio segno di riconoscimento, soprattuto (e chissa' quanti episodi non sono agli atti) verso i ragazzi di sinistra, i migranti, e tutti coloro giudicati 'non conformi', si direbbe oggi usando il linguaggio squadrista. Cosa che accomunava il Fronte a tante altre associazioni di estrema destra
dell'epoca ma anche più recenti. Come per esempio il Foro753, figlio di An e di Alemanno, i cui picchiatori 6 anni fa presero di mira gli studenti di Roma3 ai tempi in cui Alemanno era ministro dell'agricoltura e, oltre alla scorta ufficiale, si portava dietro la 'scorta nera'.
Quel giorno i fascisti di Foro753 che proteggevano l'allora ministro mandarono in ospedale 5 studenti che lo contestavano in un sit-in fuori dall'università.
Ma Alemanno non si indignava...
tratto da ateneinrivolta.it
LA RUSSA IL VIGLIACCO
Come democratico e degno rappresentante della libertà,alla pari dei suoi simili che quando incalzati e messi alle corde prendono e scappano,il gerarca Ignazio La Russa ministro della difesa del regime neofasicsta italiano ha fatto l'ennesima figuraccia nella trasmizzione di ieri di"Annozero"insultando pubblicamente e gratuitamente uno studente intervenuto per esprimere la propria idea.
A mò di un provetto Sgarbi non conto nemmeno le volte che pronuncia l'epiteto"vigliacco-vigliacchi"rivolto allo studente ed al pubblico presente in sala durante il battibecco:non è la prima occasione in cui il ministro sclera con dei giovani per motivi politici e non(pure a Barcellona ebbe un diverbio con dei ragazzi partendo dalla sua amatissima Inter).
Che paese democratico conosciamo con rappresentanti così indegni di una popolazione(anche se infelicemente incapace occasionalmente d'intendere e volere)che davvero si ritiene civile:solo noi abbiamo personaggi(e parlo solo di ministri!)come Calderoni,Bossi,Brambilla,Brunetta,Maroni ed altri.
Ah,aggiungo concludendo che la ministra fascista sovracitata è stata indagata per favoreggiamento al suo partito tramite false consulenze pagate da noi e che ancora Verdini è risultato iscritto nel registro degli indagati per lo scempio del post terremoto de L'Aquila.
Articolo preso da Indymedia Lombardia che fa riferimento al sito"100cosecosi",dove si parla di La Russa quando partecipava a manifestazioni di ratti e maiali fascisti non ancora in parlamento ma per strada,col link a piè pagina.
Dimenticavo,un post dello scorso marzo sul ministro buttafuori:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/03/regime-ridicolo.html.
IGNAZIO LA RUSSA QUANDO TIRAVA LE BOMBE ....CORREVA L'ANNO 1973 !
Vedere il Ministro della Difesa Ignazio La Russa che aggredisce uno studente al grido di “Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco!“, con una prepotenza,una arrogante irrefrenabile protervia,una vera aggressione che preclude e incita allo scontro fisico con argomentazioni nulle, tra grida, e minacce con il rifiuto all'ascolto dell'altro e un solo spazio aperto:quello della provocazione,dell'insulto in cui l'altro idiotizato dal fiume di parole e dalla veemenza dovrebbe precipitare (VittorioSgarbi ha fatto scuola) beh, è uno spettacolo banale,rivoltante e da brividi.
Qui sotto un esempio della tecnica con cui è uso affrontare le contestazioni vissute come una lesa maestà all'icona (lui) che vuole incarnare e interpretare il diffuso risentimento degli sfigati marginali di una terza età con un piede nella tomba,incarnare il risentimento verso il ribellismo come lesivo del privilegio " dell'età della ragione " e si,il giovanilismo gagliardo irrita da sempre certe classi (...)
Mi permetto di ricordare a lui che dà del vigliacco a uno studente con tanta veemenza (...) quando lui partecipava a cortei che lanciavano bombe che ammazzavano poliziotti !
Si granate (è storia ufficiale ormai) facendo vittime (sotto l'episodio storico in cui è coinvolto Ignazio La Russa) dapprima incoraggiando il suo partito di allora (...) la violenza nelle sue forme più estreme e sovversive e poi con la delazione strumentale più ignobile consegnando gli autori alle forze dell'ordine sperando di salvare la faccia ad un partito armato,complottista,antidemocratico e terrorista !
Anche questa è storia!
L'EPISODIO,LA MANIFESTAZIONE IN CUI ERA PRESENTE IGNAZIO LA RUSSA E CHE COSTO LA VITA AD UN AGENTE DI POLIZIA !
L'agente Antonio Marino ucciso nel 1973 da una bomba a mano lanciata dai cordoni di una manifestazione dell'Msi a cui partecipava anche il giovane Ignazio La Russa. Altro che "meno vigliacchi" erano degli assassini
Milano si svolge una manifestazione (non autorizzata) del Msi. Il corteo, guidato dai dirigenti nazionali Servello e Petronio, si scontra con la polizia. Nel corso degli scontri, violentissimi, vengono lanciate alcune bombe a mano contro le forze dell'ordine, provocando la morte dell'agente di polizia Antonio Marino.
L'immagine legalitaria e di forza d'ordine del Msi è irrimediabilmente incrinata. I dirigenti missini, nel tentativo di recuperare un'immagine rispettabile per il movimento, denunciano i presunti autori dell'attentato (riconosciuti poi colpevoli), sperando di dimostrare, in tal modo, l'estraneità del partito alle violenze. Tuttavia, ciò contribuirà ancor di più a sottolineare i legami tra estremisti violenti e Msi. I colpevoli (Murelli e Loi), infatti, appartengono al gruppo milanese La Fenice, che risulterà avere piena legittimità all'interno del Msi.
FONTE : http://100cosecosi.blogspot.com/2010/12/ignazio-la-russa-quando-tirava-l...
A mò di un provetto Sgarbi non conto nemmeno le volte che pronuncia l'epiteto"vigliacco-vigliacchi"rivolto allo studente ed al pubblico presente in sala durante il battibecco:non è la prima occasione in cui il ministro sclera con dei giovani per motivi politici e non(pure a Barcellona ebbe un diverbio con dei ragazzi partendo dalla sua amatissima Inter).
Che paese democratico conosciamo con rappresentanti così indegni di una popolazione(anche se infelicemente incapace occasionalmente d'intendere e volere)che davvero si ritiene civile:solo noi abbiamo personaggi(e parlo solo di ministri!)come Calderoni,Bossi,Brambilla,Brunetta,Maroni ed altri.
Ah,aggiungo concludendo che la ministra fascista sovracitata è stata indagata per favoreggiamento al suo partito tramite false consulenze pagate da noi e che ancora Verdini è risultato iscritto nel registro degli indagati per lo scempio del post terremoto de L'Aquila.
Articolo preso da Indymedia Lombardia che fa riferimento al sito"100cosecosi",dove si parla di La Russa quando partecipava a manifestazioni di ratti e maiali fascisti non ancora in parlamento ma per strada,col link a piè pagina.
Dimenticavo,un post dello scorso marzo sul ministro buttafuori:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/03/regime-ridicolo.html.
IGNAZIO LA RUSSA QUANDO TIRAVA LE BOMBE ....CORREVA L'ANNO 1973 !
Vedere il Ministro della Difesa Ignazio La Russa che aggredisce uno studente al grido di “Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco!“, con una prepotenza,una arrogante irrefrenabile protervia,una vera aggressione che preclude e incita allo scontro fisico con argomentazioni nulle, tra grida, e minacce con il rifiuto all'ascolto dell'altro e un solo spazio aperto:quello della provocazione,dell'insulto in cui l'altro idiotizato dal fiume di parole e dalla veemenza dovrebbe precipitare (VittorioSgarbi ha fatto scuola) beh, è uno spettacolo banale,rivoltante e da brividi.
Qui sotto un esempio della tecnica con cui è uso affrontare le contestazioni vissute come una lesa maestà all'icona (lui) che vuole incarnare e interpretare il diffuso risentimento degli sfigati marginali di una terza età con un piede nella tomba,incarnare il risentimento verso il ribellismo come lesivo del privilegio " dell'età della ragione " e si,il giovanilismo gagliardo irrita da sempre certe classi (...)
Mi permetto di ricordare a lui che dà del vigliacco a uno studente con tanta veemenza (...) quando lui partecipava a cortei che lanciavano bombe che ammazzavano poliziotti !
Si granate (è storia ufficiale ormai) facendo vittime (sotto l'episodio storico in cui è coinvolto Ignazio La Russa) dapprima incoraggiando il suo partito di allora (...) la violenza nelle sue forme più estreme e sovversive e poi con la delazione strumentale più ignobile consegnando gli autori alle forze dell'ordine sperando di salvare la faccia ad un partito armato,complottista,antidemocratico e terrorista !
Anche questa è storia!
L'EPISODIO,LA MANIFESTAZIONE IN CUI ERA PRESENTE IGNAZIO LA RUSSA E CHE COSTO LA VITA AD UN AGENTE DI POLIZIA !
L'agente Antonio Marino ucciso nel 1973 da una bomba a mano lanciata dai cordoni di una manifestazione dell'Msi a cui partecipava anche il giovane Ignazio La Russa. Altro che "meno vigliacchi" erano degli assassini
Milano si svolge una manifestazione (non autorizzata) del Msi. Il corteo, guidato dai dirigenti nazionali Servello e Petronio, si scontra con la polizia. Nel corso degli scontri, violentissimi, vengono lanciate alcune bombe a mano contro le forze dell'ordine, provocando la morte dell'agente di polizia Antonio Marino.
L'immagine legalitaria e di forza d'ordine del Msi è irrimediabilmente incrinata. I dirigenti missini, nel tentativo di recuperare un'immagine rispettabile per il movimento, denunciano i presunti autori dell'attentato (riconosciuti poi colpevoli), sperando di dimostrare, in tal modo, l'estraneità del partito alle violenze. Tuttavia, ciò contribuirà ancor di più a sottolineare i legami tra estremisti violenti e Msi. I colpevoli (Murelli e Loi), infatti, appartengono al gruppo milanese La Fenice, che risulterà avere piena legittimità all'interno del Msi.
FONTE : http://100cosecosi.blogspot.com/2010/12/ignazio-la-russa-quando-tirava-l...
mercoledì 15 dicembre 2010
RIPARTIRE DA QUESTI PRESUPPOSTI

Senza entrare nel vergognoso (de)merito politico che la giornata di ieri ha apportato alla storia della repubblica delle banane(ovvero nulla di nuovo sotto il sole),vorrei soffermarmi sulla grande riuscita della protesta popolare che si è avuta ieri a Roma nei dintorni dei palazzi del potere.
Tralasciando polemiche su zone rosse,infiltrati,accuse e denunce il fatto vero e reale che politicanti ed imprenditori,chiunque dentenga un relativo potere socio-econiomico in Italia deve sentirsi costantemente sotto tiro,minacciato in modo da venire svegliato e col pensiero sul dove e sul come cagarsi addosso,perchè le azioni di ieri che da anni non si vedevano da noi sono la prova che la gente(e per fortuna degli sfruttatori la maggior parte erano solo studenti)se s'incazza veramente è capace di ogni cosa,in faccia ad arresti e denunce e percosse e torture.
Perchè dopo un arrestato,un denunciato,un percosso o un torturato ne nasceranno dieci altri,e così fino a quando si arriverà ad uno scontro aperto rivoluzionario oppure chi detiene il potere la capisce di levarsi fuori dai coglioni lasciando la dittatura ed aprendo la strada verso la vera democrazia e la vera libertà.
Per tutto questo appoggio le azioni di ieri,solidarizzo con i manifestanti ed i fermati e gli arrestati,alla faccia di Berluscojoni,Alemanno,Maroni,La Russa e non solo,anche in culo all'opposizione che lancia messaggi di vicinanza alle forze del disordine che ieri qualche calcata vera l'hanno presa,la paura vera l'hanno vista e che a tratti sono stati in grosse difficoltà davanti ad un avversario molto meno preparato ed armato.
Per un futuro migliore bisogna partire da questi presupposti,articolo tratto da"Senza Soste".
Da Roma uno spiraglio di luce.
La giornata di ieri a Roma è stata per molti una liberazione. Era da molto tempo, forse da Genova 2001 che non si vedeva tante persone veramente incazzate in piazza dopo ormai più di un anno di mobilitazione capillare e di massa sulla riforma Gelmini che consegna definitivamente scuola e università in mano a mercato e aziende impoverendola in misura tale da non poter che guardare ai privati e lavorare in funzione loro.
Ieri a Roma non c'erano i Black Bloc. In Italia non sono mai esistiti perchè rappresentano una modalità di stare in piazza e di creare disordini che proviene storicametne dal nord europa. In Italia le organizzazioni politiche e la maniera di stare in piazza ha sempre preso poco spunto dal nord europa e ha sempre fatto ferimento più che altro ad altre pratiche: quella più politica e inquadrata che viene dagli anni '70 oppure quella più di massa e improvvisa "da stadio". Tuttavia i quotidiani, con in testa i falsi amici di Repubblica e del Fatto Quotidiano hanno eseguito l'ordine del ministero degli interni di definire i manifestanti Black Bloc. D'altra parte Repubblica rappresenta il potere precostituito della famiglia De Benedetti mentre il Fatto Quotidiano è espressione di una cultura che mette ordine e legalità davanti a tutto. Nel bene e nel male.
Ieri a Roma invece c'erano migliaia di giovanissimi, una generazione abbandonata e frustrata che per un giorno ha scelto un protagonismo diverso. E non si venga a parlare di infiltrati, centri sociali o altri fantasmi. Ieri a Roma è esplosa una rabbia collettiva di chi si vede fuori dalla storia mentre le generazioni che hanno creato uno dei debiti pubblici più alti del mondo sono in parlamento a fare teatrini alle spalle di tutti e vivono da garantiti su tutto: dalla casa, al lavoro, alle liquidazioni d'oro fino ad indennità di carica che fanno rabbrividire.
Per anni in Italia si è sempre pensato che alla fine qualcuno avrebbe rimesso a posto tutto, tra un finanziamento pubblico e un posticino da qualche altra parte. Oggi la sfera pubblica non può più rispondere a queste esigenze diffuse ne' dare soluzioni clientelari di massa come prima. Oggi il futuro va conquistato palmo a palmo e lo si può fare solo col protagonismo di queste generazioni.
Il disordine e la paura sono fattori che nella storia hanno fatto svegliare le classi dirigenti e che spesso le hanno fatte crollare. Speriamo che questo sia solo l'inizio. Ricordandosi che questa era solo una battaglia, per vincere la guerra serve molto di più e non solo in termini di piazza, da parte di tutti e a partire da domattina.
p.s: il governo si è salvato con il voto di Catia Polidori che da buona fascista ha tradito all'ultimo secondo. La signora Polidori e la sua famiglia detengono il Cepu, la famosa scuola privata che regala esami universitari a chi paga. Sembra che abbia votato la fiducia sotto il ricatto del governo circa la sua attività economica. Probabilmente se in questo mese le scuole Cepu fossero state assaltate dagli studenti in rivolta, a questo punto la signora Polidori avrebbe avuto più paura della rabbia studentesca che delle mincce di Berlusconi. Invece hanno vinto le minacce di Berlusconi. Avere coraggio politico spesso significa essere lungimiranti...
Link: Il fuoco della conoscenza
per Senza Soste, Franco Marino
martedì 14 dicembre 2010
MORTE DI UN CLANDESTINO
Ennesima morte sospetta quella avvenuta a Brescia in un comando dei carabinieri dove a rimetterci la vita è stato un cittadino senegalese di 36 anni,Elhdy Seyou Gadiaga in Italia da quindici e che ultimamente causa la perdita del posto di lavoro non aveva più potuto ottenere il permesso di soggiorno e quindio rientrato come altre migliaia di persone nella famigerata rete dei clandestini della legge Bossi-Fini.
Brescia negli ultimi mesi è sempre stata nell'occhio del ciclone perché di fatto è una delle città italiane con maggior presenza di immigrati,con relativi controlli severi e con proteste sia collettive che personali che hanno avuto risalto nella cronaca nazionale.
Elhdy non rientrava nelle categorie lavorative definite"indispensabili"come colf e badanti,salvate dall'indulto riguardante alcune classi lavorative piuttosto che altre e quindi come tanti altri è risultato da un giorno all'altro clandestino e quindi passibile di arresto ed espulsione.
La morte avvenuta sabato notte pone più di un interrogativo sulle cause di questo decesso visti i precedenti ben poco edificanti nei confronti delle forze del disordine che in più casi si sono resi protagonisti negativi di pestaggi,torture e della morte di fermati e carcerati:contributo odierno tratto da Radio onda d'urto.
MUORE IN UNA CELLA DEL COMANDO DEI CARABINIERI UN GIOVANE SENEGALESE: PERCHE’?
Brescia, domenica 12 dicembre. Attorno alle 8.45 del mattino presso l’ospedale civile viene constatato il decesso di Elhdy Seyou Gadiaga, 36 anni, cittadino del Senegal, in Italia da circa 15 anni. In ospedale era arrivato da poco. Da venerdì pomeriggio Elhdy era trattenuto presso la caserma dei carabinieri di piazza Tebaldo Brusato.
In base alla legge Bossi-Fini e al “pacchetto sicurezza” del 2009, si trovava in stato d’arresto soltanto perché era stato trovato privo dei documenti per il soggiorno regolare in Italia e mesi fa era stato colpito da un provvedimento di espulsione per “immigrazione clandestina”. Come previsto dalla legge, Elhdy non aveva più il permesso di soggiorno che ha avuto per molti anni perché aveva perso il lavoro.
Sono in corso accertamenti da parte della magistratura sulle cause del decesso di Elhdy, che secondo la versione dei carabinieri ha avuto un malore improvviso e inspiegabile.
L’Associazione Diritti per Tutti sta seguendo il caso con la massima attenzione. Stiamo raccogliendo tutte le informazioni necessarie a capire che cosa sia successo all’interno della caserma dei carabinieri di piazza Tebaldo Brusato. Non desisteremo finché tutto non sarà chiarito.
Certo è, già ora, che Elhdy in quella caserma è entrato vivo e ne è uscito morente, o forse addirittura già morto, dopo poco più di 24 ore.
Certo è che i carabinieri non potevano non sapere che Elhdy soffriva di una forma d’asma cronica, per la quale portava sempre con se’, oltre ad un’apposita bomboletta, anche la necessaria documentazione medica.
Certo è che Elhdy è stato condotto in quella caserma grazie all’applicazione della legge Bossi-Fini e del “pacchetto sicurezza” (L 94/09) che trasforma in colpevoli di reato gli immigrati irregolari.
Certo è che nella giornata e nella serata di venerdì 10 dicembre, guarda caso alla vigilia della manifestazione dei migranti per i permessi di soggiorno del giorno successivo, le forze dell’ordine, in particolare i carabinieri, hanno intensificato nelle strade le massicce azioni di controllo dei documenti che soprattutto da novembre, per rappresaglia contro la battaglia della gru per la regolarizzazione, hanno reso Brescia città blindata dalla polizia, territorio di caccia aperta agli immigrati cosiddetti clandestini e non solo, un vero laboratorio dell’autoritarismo padano e del razzismo, voluto direttamente da Maroni.
Elhdy è incappato in questi controlli, come del resto anche Lai, giovane immigrato senegalese molto conosciuto fra i partecipanti alla lotta per la regolarizzazione. Entrambi venerdì 10 dicembre sono stati condotti nelle caserme dei carabinieri. Lai ne è uscito soltanto sabato pomeriggio. Elhdy non ne è più uscito, se non per un’ormai tardiva corsa verso l’ospedale.
Vogliamo sapere. Perchè quel che già sappiamo è inquietante, oltre che doloroso soprattutto per i familiari e gli amici di Elhdy Seyou Gadiaga.
Le testimonianze che abbiamo raccolto soprattutto tra le persone più vicine a Elhdy avvalorano e rendono meritevole di accertamenti molto approfonditi l’ipotesi che si tratti di un caso di grave omissione di soccorso, tanto più inammissibile perché ad esserne responsabili sarebbero i carabinieri che avevano in custodia Elhdy dopo averlo arrestato e trattenuto per più di 24 ore in una cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di piazza Tebaldo Brusato.
Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Aldo Bianzino, Carlo Giuliani… Omicidi di Stato. Impossibile non domandarsi chi sarà il prossimo. Non siamo affatto sicuri che la riposta non sia già arrivata, che non venga da Brescia, che non abbia il nome di un uomo senegalese di 36 anni. (Dal sito dell’Associazione Diritti per tutti).
Oggi pomeriggio l’associazione “Diritti per Tutti”, l’Associazione senegalesi di Brescia e provincia e diversi esponenti della comunità senegalese hanno tenuto una conferenza stampa nella sede di Radio Onda d’Urto per chiedere che sia fatta piena luce sulla morte di Elhdj Seyou Gadiaga nella caserma dei carabinieri del comando di Piazza Tebaldo Brusato.
Brescia negli ultimi mesi è sempre stata nell'occhio del ciclone perché di fatto è una delle città italiane con maggior presenza di immigrati,con relativi controlli severi e con proteste sia collettive che personali che hanno avuto risalto nella cronaca nazionale.
Elhdy non rientrava nelle categorie lavorative definite"indispensabili"come colf e badanti,salvate dall'indulto riguardante alcune classi lavorative piuttosto che altre e quindi come tanti altri è risultato da un giorno all'altro clandestino e quindi passibile di arresto ed espulsione.
La morte avvenuta sabato notte pone più di un interrogativo sulle cause di questo decesso visti i precedenti ben poco edificanti nei confronti delle forze del disordine che in più casi si sono resi protagonisti negativi di pestaggi,torture e della morte di fermati e carcerati:contributo odierno tratto da Radio onda d'urto.
MUORE IN UNA CELLA DEL COMANDO DEI CARABINIERI UN GIOVANE SENEGALESE: PERCHE’?
Brescia, domenica 12 dicembre. Attorno alle 8.45 del mattino presso l’ospedale civile viene constatato il decesso di Elhdy Seyou Gadiaga, 36 anni, cittadino del Senegal, in Italia da circa 15 anni. In ospedale era arrivato da poco. Da venerdì pomeriggio Elhdy era trattenuto presso la caserma dei carabinieri di piazza Tebaldo Brusato.
In base alla legge Bossi-Fini e al “pacchetto sicurezza” del 2009, si trovava in stato d’arresto soltanto perché era stato trovato privo dei documenti per il soggiorno regolare in Italia e mesi fa era stato colpito da un provvedimento di espulsione per “immigrazione clandestina”. Come previsto dalla legge, Elhdy non aveva più il permesso di soggiorno che ha avuto per molti anni perché aveva perso il lavoro.
Sono in corso accertamenti da parte della magistratura sulle cause del decesso di Elhdy, che secondo la versione dei carabinieri ha avuto un malore improvviso e inspiegabile.
L’Associazione Diritti per Tutti sta seguendo il caso con la massima attenzione. Stiamo raccogliendo tutte le informazioni necessarie a capire che cosa sia successo all’interno della caserma dei carabinieri di piazza Tebaldo Brusato. Non desisteremo finché tutto non sarà chiarito.
Certo è, già ora, che Elhdy in quella caserma è entrato vivo e ne è uscito morente, o forse addirittura già morto, dopo poco più di 24 ore.
Certo è che i carabinieri non potevano non sapere che Elhdy soffriva di una forma d’asma cronica, per la quale portava sempre con se’, oltre ad un’apposita bomboletta, anche la necessaria documentazione medica.
Certo è che Elhdy è stato condotto in quella caserma grazie all’applicazione della legge Bossi-Fini e del “pacchetto sicurezza” (L 94/09) che trasforma in colpevoli di reato gli immigrati irregolari.
Certo è che nella giornata e nella serata di venerdì 10 dicembre, guarda caso alla vigilia della manifestazione dei migranti per i permessi di soggiorno del giorno successivo, le forze dell’ordine, in particolare i carabinieri, hanno intensificato nelle strade le massicce azioni di controllo dei documenti che soprattutto da novembre, per rappresaglia contro la battaglia della gru per la regolarizzazione, hanno reso Brescia città blindata dalla polizia, territorio di caccia aperta agli immigrati cosiddetti clandestini e non solo, un vero laboratorio dell’autoritarismo padano e del razzismo, voluto direttamente da Maroni.
Elhdy è incappato in questi controlli, come del resto anche Lai, giovane immigrato senegalese molto conosciuto fra i partecipanti alla lotta per la regolarizzazione. Entrambi venerdì 10 dicembre sono stati condotti nelle caserme dei carabinieri. Lai ne è uscito soltanto sabato pomeriggio. Elhdy non ne è più uscito, se non per un’ormai tardiva corsa verso l’ospedale.
Vogliamo sapere. Perchè quel che già sappiamo è inquietante, oltre che doloroso soprattutto per i familiari e gli amici di Elhdy Seyou Gadiaga.
Le testimonianze che abbiamo raccolto soprattutto tra le persone più vicine a Elhdy avvalorano e rendono meritevole di accertamenti molto approfonditi l’ipotesi che si tratti di un caso di grave omissione di soccorso, tanto più inammissibile perché ad esserne responsabili sarebbero i carabinieri che avevano in custodia Elhdy dopo averlo arrestato e trattenuto per più di 24 ore in una cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di piazza Tebaldo Brusato.
Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Aldo Bianzino, Carlo Giuliani… Omicidi di Stato. Impossibile non domandarsi chi sarà il prossimo. Non siamo affatto sicuri che la riposta non sia già arrivata, che non venga da Brescia, che non abbia il nome di un uomo senegalese di 36 anni. (Dal sito dell’Associazione Diritti per tutti).
Oggi pomeriggio l’associazione “Diritti per Tutti”, l’Associazione senegalesi di Brescia e provincia e diversi esponenti della comunità senegalese hanno tenuto una conferenza stampa nella sede di Radio Onda d’Urto per chiedere che sia fatta piena luce sulla morte di Elhdj Seyou Gadiaga nella caserma dei carabinieri del comando di Piazza Tebaldo Brusato.
venerdì 10 dicembre 2010
LA NERA COERENZA DI ALEMANNO
Una"bella"lista quella pubblicata dall'Espresso in un articolo-dossier dove sono elencati nomi,cognomi ed incarichi di parecchi fascisti entrati nel tessuto politico ed amministrativo della città di Roma,tutti amici o meglio dire affiliati(da il senso più criminoso del termine)di Gianni Alemanno,il sindaco nero della capitale.
Una congrega di delinquenti pluripregiudicati e pluricondannati,come del resto la merda fascista di Alemagno,appartenenti alla malavita romana e a gruppi estremisti di destra come Terza Posizione e dei Nar o"semplici"naziskin legati alla sfera degli ultrà.
Nomi più o meno noti,legati a stragi,pestaggi,spaccio di droga oppure accomunati ai più svariati reati quelli proposti da Alemanno per avere incarichi anche molto in vista per quanto riguarda la sua personale gestione dal posto più alto di chi guida una città.
E poi una schiera di persone di merda che dagli ultimi vent'anni partendo da Fini e Storace arrivando all'ultima camerata Polverini fa sì che Roma sia diventata un ricettacolo tra i più vergognosi e puzzolenti d'Italia,che è riuscita a sdoganare il fascismo nonostante le belle parole ed i funesti fatti che la cronaca quotidiana riempie con notizie di aggressioni,minacce e pestaggi contro compagni,immigrati ed omosessuali i giornali ed i notiziari.
E'proprio vero che gli amici non si abbandonano nel momento del bisogno(a spese della collettività!).
Vedi anche: http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2009/04/alemanno-fascista-di-merda.html
e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/02/gli-amici-della-polverini-e-di-alemanno.html.
Roma, poltrone ai fascisti.
Ex di Avanguardia Nazionale, esponenti di Terza Posizione, perfino naziskin vicini a Mokbel. Così Alemanno ha piazzato nei posti che contano della Capitale i suoi amici estremisti neri.
Boia chi molla, gridava a fine anni Ottanta il giovane Gianni Alemanno, al tempo capo del Fronte della Gioventù e fedelissimo di Pino Rauti, leader dell'ala movimentista dell'Msi e futuro suocero.
Vent'anni dopo, nessuno può accusarlo di incoerenza: Gianni, diventato sindaco di Roma, non ha mollato nessuno. Non ha tradito, non ha lasciato per strada i vecchi camerati, nemmeno quelli finiti in galera per banda armata e atti terroristici, neppure i personaggi più discussi della galassia d'estrema destra protagonista degli anni di piombo. Anzi.
Nell'anno di grazia 2010 Roma è sempre più nera, con fascisti ed ex fascisti che spuntano dappertutto. Nei posti cardine dell'amministrazione comunale e nell'entourage ristretto del nuovo Dux, nell'assemblea capitolina e nelle società controllate dal Comune, passando per enti regionali e ministeri.
Vecchie conoscenze sono comparse anche nella parentopoli che ha investito l'Atac, dove lavorano - come ha scritto Ernesto Menicucci sul "Corriere" - l'ex Nar Francesco Bianco (in passato arrestato e processato per rapine e omicidi insieme ai fratelli Fioravanti, fu scarcerato per decorrenza dei termini) e l'ex di Terza posizione Gianluca Ponzio. Ponzio oggi è a capo del Servizio relazioni industriali della municipalizzata del Comune, negli anni Ottanta fu protagonista di arresti plurimi per rapina e possesso d'armi.
La sinistra ha gridato allo scandalo, ma i due sono sono solo la punta dell'iceberg di un gruppo di potere sempre più radicato in città, cementato dagli ideali e dall'antica appartenenza, da interessi (anche economici) e da relazioni amicali e familiari. La lista comprende ex militanti di Terza posizione e dei Nuclei armati rivoluzionari, uomini di Forza nuova, naziskin vicini alla cricca di Gennaro Mokbel, capi storici di Avanguardia nazionale, ultrà e combattenti delle battaglie degli anni Settanta e Ottanta. Battuto a sorpresa Francesco Rutelli, disintegrati i potentati di Forza Italia (già messi a dura prova durante la giunta regionale guidata da Francesco Storace) ora sono nella cabina di controllo e, nella nerissima capitale, comandano loro.
Uomini d'oro.
I due personaggi più influenti dell'amministrazione non sono assessori, ma due amici del sindaco: Franco Panzironi e Riccardo Mancini. Del primo, a capo dell'Ama, si sa praticamente tutto. Meno noti, invece, sono i trascorsi dell'uomo che Alemanno ha voluto alla guida di Eur spa, società controllata dal Campidoglio e dal ministero dell'Economia che ha nel suo portafoglio immobili per centinaia di milioni. Mancini, classe 1958, ha finanziato la campagna elettorale del 2006 e ha fatto da tesoriere durante quella del 2008.
È un imprenditore di successo: erede di parte del patrimonio della famiglia Zanzi (energia e riscaldamento), ha comprato nel 2003 la Treerre, società di bonifiche e riciclaggio che fattura oltre 6 milioni di euro l'anno. Anche lui, che ha sempre vissuto all'Eur, è stato vicino ai camerati di Avanguardia nazionale: nel 1988 è stato processato - insieme ai leader del movimento Stefano Delle Chiaie e Adriano Tilgher, che oggi lavora in Regione con Teodoro Buontempo - e la Corte d'Assise lo condannò a un anno e nove mesi per violazione della legge sulle armi. Ora, dopo vent'anni, Alemanno gli ha dato le chiavi di un quartiere che conosce bene, quello del "mitico" bar Fungo, dove un tempo si ritrovavano quelli di Terza posizione, i ragazzi di Massimo Morsello e il gruppo di Giusva Fioravanti.
Una curiosità: un socio in affari di Mancini, Ugo Luini (amministratore della holding del gruppo, la Emis) è pure tra i consiglieri della fondazione del sindaco, Nuova Italia.
Mancini e Panzironi, ovviamente, si conoscono bene. A novembre il capo dell'Eur Spa ha assunto Dario, il figlio di Franco, già portaborse al Comune e ora funzionario con contratto a tempo indeterminato. La scelta ha fatto gridare allo scandalo il centrosinistra, ma sono altre le indiscrezioni che preoccupano Alemanno.
Mancini, l'uomo che dovrebbe gestire la Formula 1, è infatti amico di Massimo Carminati, tra i fondatori dei Nar e leader della sezione dell'Eur, simpatizzante di Avanguardia nazionale e sodale della Banda della Magliana: il personaggio del "Nero" del film "Romanzo Criminale" è ispirato alla sua storia. I due sono spesso insieme, tanto che qualcuno sospettava che l'ex estremista (incriminato per vari delitti efferati ma assolto - quasi sempre - da ogni accusa) fosse stato assunto dalla municipalizzata. «Una sciocchezza» chiosano a "L'espresso" gli uomini del sindaco «Mancini lo vede solo perché si conoscono da anni. Nessun rapporto di lavoro».
Naziskin & C.
Un lavoro ben retribuito Alemanno e Panzironi l'avevano invece trovato a Stefano Andrini, assurto agli onori delle cronache perché insieme a un gruppetto di naziskin picchiò selvaggiamente, nell'estate del 1989, due "compagni" davanti al cinema Capranica. Andrini, 40 anni, fa parte di una generazione successiva a quella dei movimenti storici degli anni di piombo. La rissa costò a lui e al fratello gemello una condanna a quattro anni e otto mesi (poi ridotti a tre) per tentato omicidio.
La carriera criminale continua anche dopo la reclusione: entrato nell'orbita del gruppo di Delle Chiaie, Stefano nel 1994 viene arrestato per alcuni scontri con gli autonomi. Un passato burrascoso che nel 2009 non gli impedisce di sedersi sulla poltrona di amministratore delegato di Ama Servizi Ambientali. Andrini, ultrà della Lazio, non c'è rimasto molto. Lo scorso febbraio è stato travolto dall'inchiesta sugli affari della banda capeggiata da Gennaro Mokbel. Secondo i magistrati sarebbe stato proprio lui a organizzare - tramite i suoi agganci a Bruxelles - la falsa candidatura di Nicola Di Girolamo, il senatore tanto caro a Mokbel («Sei il mio servo», gli diceva) e alle famiglie 'ndranghetiste di Isola Capo Rizzuto.
Il sindaco, si sa, non molla mai nessuno. E perdona tutti, forse perché anche lui è stato sfiorato da vicende giudiziarie, come aggressioni e lancio di bombe molotov (sempre assolto). Non bisogna sorprendersi, così, che abbia provato a sistemare anche altri ex skin protagonisti del pestaggio al cinema Capranica. Così Mario Andrea Vattani (arrestato con gli Andrini ma poi assolto al processo), figlio del potente presidente dell'Ice Umberto, è diventato capo delle relazioni internazionali e del cerimoniale del Campidoglio. Assunto fino al 2013, costerà ai contribuenti 488 mila euro tra stipendio e oneri previdenziali.
Anche Demetrio Tullio, pure lui arrestato e prosciolto, ha ottenuto un posto fisso. Stavolta al ministero delle Politiche agricole: è entrato grazie a un concorso bandito nel 2006, quando Alemanno era titolare del dicastero. Tullio lavora alla direzione generale della Pesca marittima, ma nel tempo libero si occupa anche di manifestazioni culturali. Il mensile di Ostia "Zeus" lo indica come «presidente dell'associazione Minas Tirith», dal nome della città assediata del Signore degli Anelli, che qualche giorno fa ha organizzato un convegno intitolato "Serate dannunziane". Secondo il giornale, la tre giorni è stata un successo.
Mi manda Mokbel.
Non sappiamo se Alemanno ha perdonato anche Mokbel, che si è vantato di averlo preso a schiaffi durante una manifestazione (era il 1998) in cui Gennaro organizzava il sevizio d'ordine. Di sicuro l'inchiesta sul faccendiere che ha messo in piedi la più colossale truffa dal dopoguerra non gli fa dormire sonni tranquilli.
Mokbel (in passato «destinatario», scrive il gip Aldo Morgigni nell'ordinanza, «di provvedimenti cautelari per fatti omicidiari collegati ad azioni di gruppi terroristici di estrema destra unitamente a soggetti - quali ad esempio Carminati Massimo - ancora oggi oggetto di ricerche da parte delle forze di polizia») ha infatti complici assai vicini al mondo di quella che fu Alleanza nazionale. In primis l'avvocato Paolo Colosimo, finito anche lui in galera per associazione a delinquere: fino a qualche tempo fa tra i suoi clienti c'era Nicolò Accame, l'ex portavoce di Francesco Storace alla Regione Lazio. Rampollo della dinastia Accame (il papà Giano, "fascista di sinistra", fu un intellettuale influente, la sorella Barbara è la moglie del leader carismatico di Terza posizione Peppe Dimitri, morto tragicamente nel 2006) è stato condannato per corruzione, rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta "Lazio-gate".
Non solo. Del gruppo Mokbel fa parte anche Silvio Fanella, considerato dagli inquirenti il cassiere della banda. Il suo nome è spuntato a sorpresa nella compravendita di una società, la Mondo Verde, fondata anni fa dal capo della segreteria di Alemanno, Antonio Lucarelli, e da due suoi cugini. A "L'espresso" risulta che Fanella rilevi il 50 per cento delle quote nel luglio del 2000, quando Antonio ha già lasciato l'impresa. Dopo pochi mesi, Fanella e il suo socio Teodolo Theodoli vendono le azioni a una ditta amministrata da tal Fabrizio Moro. Sarà un caso, ma Moro è un amico di Lucarelli. Sarà una coincidenza, ma per la Mondo Verde targata Moro lavorerà in alcuni progetti - come ha rivelato "Repubblica" - il cognato di Gennaro Mokbel.
I fedelissimi.
Lucarelli, classe 1965, imprenditore, è uno dei fedelissimi di Alemanno. Con l'estrema destra ha sempre avuto grande feeling: il segretario del sindaco nel 2000 era il portavoce romano di Forza Nuova, movimento di estrema destra fondato nel 1997 dai latitanti Massimo Morsello, ex Nar, e Roberto Fiore, ex Terza posizione, che sfuggirono a una retata.
Era il 1980, l'anno della strage di Bologna. I due scapparono a Londra, e tornarono solo quando le condanne per banda armata furono prescritte o, nel caso di Morsello gravemente malato, inapplicabili. Lucarelli si dà da fare: con i suoi organizza sit in inneggianti al leader dell'ultradestra austriaca Haider, manifestazioni contro il gay pride (i volantini lo definivano «la saga del pervertito») e risse davanti al Campidoglio (Marcello Fiori, vicecapo di gabinetto di Rutelli, denunciò di essere stato spintonato da Lucarelli).
Nel who's who della cerchia di Alemanno ci sono anche altri ex camerati di rango. Vincenzo Piso, ex militante di Terza posizione e di Ordine nuovo, siede oggi in Parlamento ed è coordinatore del Pdl regionale. Venne arrestato nel 1980, restò in carcere per quattro anni con l'accusa di banda armata, venne poi prosciolto.
Influente consigliere di Piso e del sindaco è poi Marcello De Angelis, anche lui di Terza posizione, cinque anni di carcere alle spalle e una carriera come cantante del gruppo musicale 27Obis, riferimento all'articolo del codice penale sulle associazioni con finalità di terrorismo. Fratello del leader di Terza posizione Nanni, morto in circostanze misteriose in carcere, Marcello ora è senatore e direttore di Area, la rivista fondata da Alemanno e Storace.
Duri e puri.
Da un anno al Comune lavora anche Loris Facchinetti (nell'ordinanza del 31 dicembre 2009 si specifica che la collaborazione è «a titolo gratuito»), ex leader di Europa civiltà, un movimento neopagano e paramilitare di estrema destra nato nel 1969 che aveva rapporti pure con la massoneria. Fermato «per reticenza nell'inchiesta di piazza Fontana», come ricorda Ugo Maria Tassinari nel suo libro "Fascisteria", Facchinetti - sposato con la sorella di Fabio Rampelli - oggi è delegato del sindaco di Roma per il Mediterraneo, ed esperto di "Politiche internazionali" della fondazione di Alemanno.
Che ha voluto vicino a sé pure Claudio Corbolotti, aiutante di Lucarelli al Comune, arrestato nel 2004 per gli scontri avvenuti fuori l'Olimpico durante il derby Lazio-Roma. A proposito di ultrà, anche Guida Zappavigna, ex dei Boys della Roma ed ex Fuan, arrestato come presunto Nar e prosciolto in istruttoria, ha avuto un incarico dalla Polverini: ora è presidente del parco del Lago Lungo e Ripa. Grande tifoso di Totti e compagni è anche Mirko Giannotta.
Le cronache ricordano che è stato arrestato nel 2003 insieme al fratello perché accusato di rapine ai danni di banche e gioiellerie, e che dal 2008 è diventato capoufficio del decoro urbano del gabinetto del sindaco. Già. Alemanno, cuore nero, non molla mai nessuno.
tratto da http://espresso.repubblica.it/
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