lunedì 23 novembre 2020

23 NOVEMBRE 1980:LA CAMORRA RINGRAZIA

Il disastro che il terremoto in Irpinia di quarant'anni fa fece al paese non si limitò solamente alle tremila,migliaia di feriti e 280mila sfollati,un caro prezzo dovuto alla forza devastante che la natura può creare,ma cui si aggiunse una forte crescita della camorra nelle zone colpite ed in particolare in tutta la Campania.
Che prima aveva un ruolo marginale legato soprattutto al retaggio agricolo ma che assieme ad un inconcludente intervento statale non tanto per investimenti ma per ruberie politiche riuscì ad entrare nel cuore e nelle tasche di una vasta fetta della popolazione colpita direttamente dal terremoto o abitante nelle zone marginali.
In una regione dove i vari De Mita,Cirino Pomicino,Gava e Scotti per citare i più influenti di quella Democrazia Cristiana che dominava e si divideva con i propri feudatari tutta un territorio,riuscirono ad indirizzare i cospicui fondi(un analisi conferma che fino al 2010 sono stati ben 66 miliardi di Euro)che le zone terremotate hanno ricevuto sulla carta.
Ben sappiamo che dopo le inchieste,la più importante quella presieduta da Scalfaro,sulle dispersioni di denaro pubblico e le collusioni con i camorristi,che gran parte di quell'enorme somma non finirono per la ricostruzione delle abitazioni e dei posti di lavoro o le implementazioni di essi,ma finirono come accade in Italia nei conti degli amici degli amici.
L'articolo di Contropiano(una-scossa-mai-terminata )parla della lentezza dei soccorsi di allora anche per le difficoltà logistiche con le vie di comunicazione stradali interrotte,dello scandalo dei terremotati che dopo decenni abitano ancora in baracche ed ovviamente degli sperperi e delle implicazioni politiche e cui si aggiungono le ingerenze capitalistiche e criminali sul piano di una ricostruzione che non ha ancora avuto una fine dopo ben quaranta anni.

Terremoto del 23 novembre 1980: una scossa mai terminata.

di  Michele Franco   

Era una domenica – precisamente le 19,34 – del 23 novembre ’80, quando il sisma si scatenò entrando, prepotentemente, nella vita, negli affetti, nel lavoro e nell’insieme delle relazioni sociali di una ampia area del meridione d’Italia. Dalle zone del Sud Pontino laziale fino giù verso la costa Tirrenica Calabrese, passando per l’intera Campania – con particolare virulenza in quel “cratere” localizzato nel cuore dell’Irpinia – ed allargando il suo raggio di morte fino ai paesi del versante potentino della Lucania. Un’ampia zona, quindi, dal mare alla catena appenninica, attraversata da un sisma che provocò – secondo le cifre ufficiali – 2914 morti, 8848 feriti e circa 280000 sfollati e senza tetto. Un disastro di proporzioni enormi i cui effetti, ad ampio raggio, sono riverberati fino ai giorni nostri. 

Basta interloquire con una persona campana o lucana – che ha superato di poco i 40 anni – e si coglie subito che nei ragionamenti generali, nei modi di interpretare il tempo andato, O’ Terremoto costituisce un prima ed un dopo, una sorta di frattura temporale e di originale parametro di periodizzazione della propria ed altrui esistenza. Insomma – senza scomodare sociologi o altre figure accademiche – posso affermare che O’ Terremoto è stato un evento totalizzante, spalmato per decenni lungo diverse generazioni ed entrato, di fatto, nei comportamenti e nelle modalità di vita e di riproduzione sociale di milioni di persone nella più importante area del Meridione d’Italia.

Ma il Terremoto è stato – soprattutto – un potente fattore di accelerazioni politiche e strutturali che hanno profondamente modificato (..in peggio!) la composizione di classe, il tessuto produttivo, le forme di comando e controllo della governance capitalistica e l’intera forma della società. Un processo poderoso, lungo nell’arco dei decenni e profondamente permeante in tutti gli interstizi della società napoletana, campana e – per larghi tratti – meridionale.

40 anni in cui le molteplici forme dell’Intervento Statale (eravamo ancora nel pieno della cosiddetta Prima Repubblica, quella dei Gava, Scotti, De Mita ma anche dei Napolitano e Chiaromonte) da quelle economiche a quelle legislative fino alle politiche repressive hanno piegato – agli interessi del capitale, dell’imprenditoria e del sistema parassitario che sosteneva l’impalcatura politica/partitica che allignava in quella congiuntura politica – un evento naturale, e catastrofico, come un Terremoto.

A distanza di 40 anni nelle aree interne della Campania e della Basilicata poco è cambiato in termini di polarizzazione sociale, di squilibrio economico e di nuove e vecchie forme di emarginazione salariale (neanche lo stabilimento Fiat a Melfi ha modificato il dramma occupazionale esistente). 

Tale condizione è una diretta – anche se non lineare – conseguenza del complesso delle scelte economiche e di pianificazione che furono adottate all’indomani del sisma attraverso quell’articolato sistema di potere che è riuscito a far dialettizzare tra loro la politica, l’impresa e i piccoli/grandi interessi criminali vigenti nei territori. 

Parimenti, invece, nelle aree metropolitane e lungo la fascia costiera questa dinamica – magari ammantata da un alone di presunta modernità – ha squadernato l’insieme della patologie antisociali che connaturano le tipologie prevalenti delle metropoli imperialistiche collocate nei punti topici dello sviluppo capitalistico.

Infatti l’area metropolitana partenopea – la più grande d’Italia – anche a seguito degli sconvolgimenti indotti dal sisma del 23 novembre 1980 si è andata configurando, sempre più, con le caratteristiche antipopolari e fortemente polarizzanti che certificano la natura di un enorme agglomerato urbano in cui tutti gli indicatori statistici e materiali sono rilevatori di questa funzione antisociale e del suo costante imbarbarimento.

Da questo punto di vista non a caso – alla fine degli anni Ottanta – la città di Napoli fu sede di significativi momenti di discussione tra le varie teste d’uovo capitalistiche in materia di trasformazione architettonica ed urbanistica delle metropoli. Tali apprendisti stregoni provavano le loro alchimie nel vivo di una composizione sociale e di una città che si disponeva ad autentico laboratorio dove sperimentare queste forme di manomissione e di vivisezione antiproletarie. 

Basti tornare alle elaborazioni ed agli studi di Confindustria, della Fondazione Agnelli, di alcune multinazionali statunitensi e di molte facoltà universitarie di quegli anni ed è possibile riscontrare progetti, idee/pilota e quant’altro che scaturì da quelle terribili progettazioni.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disparità sociali, incrudimento di tutte le questioni afferenti lo stato delle periferie, distruzione di ciò che residuava della vecchia industria di stato e frantumazione/polverizzazione del tessuto economico ed occupazionale con un aumento a dismisura delle tipologie di lavoro povero, nero, grigio e completamente deregolamentato. 

Insomma O’ Terremoto servì a completare l’integrazione e la sussunzione a pieno titolo dell’area metropolitana napoletana nei dispositivi del capitalismo tricolore e dell’azienda/Italia che proprio alla fine degli anni Ottanta si predisponeva ad un cambio di passo con la fine della Prima Repubblica, il dissolvimento dei partiti storici (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista) e l’avvio del percorso dentro il processo continentale di costruzione del polo imperialista europeo.

La stessa dinamica storica, economica e sociale della dicotomia Nord/Sud conobbe una strozzatura ed un riadeguamento strutturale verso nuove definizioni materiali. 

Il progetto di Ricostruzione Post Terremoto fu uno degli ultimi atti di una politica d’intervento statale che guardava, comunque, al Sud come ad un territorio che necessitava di atti straordinari e di un surplus di attenzione. Infatti, di lì a poco, nell’ambito del risanamento economico nazionale, fu abolita la Cassa per il Mezzogiorno e le altre forme di sussidiarietà verso il Sud facendo riemergere – di nuovo – una storica ma mai risolta Questione/Contraddizione Meridionale.

In questo contesto non mancò, anzi fu un soggetto attivo dentro i processi politici e le forme della ristrutturazione capitalistica il conflitto di classe e numerosi fenomeni di autorganizzazione popolare.

 A seguito del Terremoto presero corpo lotte durissime, variamente articolate e diffuse in tutto il territorio. Dalla denuncia del criminale sistema dei soccorsi, alle lotte per il lavoro e per il diritto alla casa fino ad un significativo protagonismo attorno ai temi ed alle scelte del processo di Ricostruzione post sisma. 

Per molti anni – dopo il 23/11/1980 – vasti movimenti di lotta hanno attraversato la metropoli partenopea ponendo il sacrosanto tema del diritto a vivere, finalmente, con dignità. 

Movimenti di lotta e Vertenze che hanno conquistato migliaia di posti di lavoro, che hanno conseguito il raggiungimento dell’obiettivo del diritto all’abitare per decine di migliaia di famiglie e che sono stati una spina nel fianco alle diversificate esperienze di comando politico ed amministrativo che si sono succedute a Napoli e in Campania. 

Ma questa è un’altra storia che andrebbe affrontata con una trattazione specifica e seriamente documentata. In rete e in libreria esistono molti lavori di riflessione ed altri sono in gestazione e saranno pronti nei prossimi mesi per cui rimandiamo a questi elaborati.

Ora, in occasione di questo particolare quarantennale – in piena crisi pandemica globale – abbiamo voluto ricordare questa pagina di storia della nostra vita e del nostro Sud.

venerdì 20 novembre 2020

IL REGIONAL COMPREHENSIVE ECONOMIC PARTNERSHIP

Mentre il resto del mondo arranca sulla pandemia e ci s'ingegna alla bella e meglio sul come procurare i soldi per affrontare le catastrofiche perdite dovute ad un crollo verticale dei Pil tra magie sui bilanci e recovery fund,in Asia la scorsa domenica è stato firmato un trattato che riguarda un terzo degli abitanti della popolazione mondiali con poco meno di un terzo del suddetto Pil.
I 15 Stati asiatici dell'Oceania che geograficamente hanno uno sbocco sul Pacifico hanno siglato un accordo che è stato preparato da anni con diversi incontri internazionali e che ha visto la nascita del Rcep(Regional Comprehensive Economic Parternship)col fine di sviluppare al meglio l'import-export tra le varie nazioni firmatarie con previsioni economiche vantaggiose ed un abbattimento di dazi tra di esse che favoriranno sia gli scambi che nuove forze lavorative.
Effettivamente come evidenziato dall'articolo di Contropiano(il-secolo-dellasia )per la prima volta la Cina non vara accordi solamente bilaterali,ultimo dei quali con gli Usa a gennaio dopo anni di battaglie proprio per i dazi imposti dalle due super potenze economiche(madn le-conseguenze-sullaccordo-tra-pechino e washington ),con possibili sviluppi visto che negli ultimi mesi un altro colosso emergente come l'India si era tirata fuori ma potrebbe essere integrata alla lista.
Altra conseguenza è la perdita sempre più evidente dell'Unione Europea in questo contesto geopolitico che a parte accordi siglati tra le nazioni per scambi commerciali e di sviluppo economico vede la propria forza ed il potere contrattuale venire sempre meno con possibili ulteriori strascichi nefasti per i conti.

Il Secolo dell’Asia.

di  Giacomo Marchetti   

Domenica 15 novembre è stato firmato in Vietnam l’accordo di libero scambio più importante della storia mondiale.

Per il Regional Comprehensive Economic Parternship sono i numeri a parlare. I 15 paesi asiatici che l’hanno sottoscritto costituiscono un terzo circa della popolazione globale e producono poco meno di un terzo del PIL mondiale.

Tra questi vi sono tre “pezzi da novanta” del capitalismo avanzato: Cina, Giappone e Corea del Sud. Tre Paesi che tra l’altro, in maniera parzialmente differente, hanno affrontato relativamente con successo la pandemia e che ora stanno conoscendo una significativa ripresa economica, a differenza dell’Occidente.

Il Financial Times riporta le previsioni di due economisti esperti in commercio internazionale – Peter Petri e Michael Plummer – secondo i quali l’accordo porterà ad un incremento dello 0,2% dei paesi firmatari, ed una quota aggiuntiva dell’economia mondiale di 186 miliardi.

L’accordo – che potrebbe già partire il prossimo anno – è il frutto di 8 anni di trattative, con 49 incontri negoziali e 19 meeting ministeriali, comprende 10 Paesi dell’Asean e 5 non-Asean, e dovrà essere ratificato per essere valido da 6 Paesi dell’Associazione dei Paesi del Sud Est Asiatico e da 3 che non ne fanno parte.

L’India era uscita improvvisamente dai negoziati il 4 novembre dell’anno scorso, principalmente per due ordini di motivi.

Il primo di natura “protezionistica” rispetto ad alcuni settori chiave della sua economia (anche se l’agricoltura ed una parte dei servizi sono in parte esclusi dal RCEP), soffrendo già di un significativo deficit commerciale nei confronti della Cina, da cui importa merci per parecchi miliardi in più di quanto ne esporti.

Il secondo di natura geopolitica, visto il suo avvicinamento all’amministrazione statunitense in funzione anti-cinese all’interno della cornice strategica dell’Indo-Pacifico.

I 15 Paesi lasciano però la porta aperta all’India, e non è detto che non rientri in un secondo tempo.

Il RCEP è la cornice di rapporti multilaterali che potrebbe fare da incubatrice di relazioni bilaterali e trilaterali importanti.

La Cina, che ai tempi non fu l’artefice di questo accordo, ne diventa ora uno dei pivot, vista la maggiore possibilità per la Repubblica Popolare di investimenti regionali e, dall’altro, la possibilità di maggiore accesso al mercato cinese da parte degli altri firmatari.

In generale si va verso un mercato integrato a livello regionale, e allo stesso tempo esportazioni più competitive nel resto del mondo per i Paesi che lo compongono, come riporta Channel Asia.

Sébastien Jean, direttore del Centro Studi CEPII, ha giustamente affermato a «Le Monde»: “commercialmente questo accordo dovrà facilitare molto il funzionamento delle catena del valore della zona”.

Questo aspetto è centrale in un momento in cui, da un lato, si stanno ridisegnando le filiere produttive ed il commercio mondiale, con una maggiore de-connessione tra Cina ed USA, e la riconfigurazione delle rotte commerciali del traffico marittimo secondo linee diverse da quelle sviluppate durante la globalizzazione neo-liberista a guida USA.

Kentaro Iwamoto su «Asia Nikkei» mette in luce alcuni tratti significativi dell’accordo.

“È la prima volta” – scrive Iwamoto – “che la Cina entra in un trattato di libero scambio non bilaterale”.

Inoltre “l’Asia sembra prendere la guida nel dare forma alla nuova architettura del commercio globale”.

Cioè a dare forma a quello che sarà il mondo post-pandemico, aggiungiamo noi.

L’eliminazione delle tariffe  – uno dei cardini dell’accordo, insieme ai servizi e all’e-commerce – cambierà in parte i rapporti tra Giappone e Cina, per esempio, visto che erano sottoposte a dazi l’86% delle merci nipponiche in direzione della Repubblica Popolare.

Un vantaggio notevole per l’industria giapponese in generale, ed in particolare per il comparto delle forniture automobilistiche; ed una maggiore integrazione produttiva che sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata dall’ex premier nipponico Abe, recentemente uscito di scena.

Per altri attori, come le Filippine, le cui esportazioni sono dirette già per oltre il 50%  verso questa regione, è un vantaggio notevole.

Per tornare alla Cina, le parole del vice-ministro al commercio Qian Keming sono significative: “continueremo a ridurre la lista negativa che sbarra l’accesso agli investimenti stranieri”.

Due sono le destinazioni principali prefigurate: i settori high tech che sono il perno della strategia cinese, cristallizzate nelle linee guida del nuovo Piano Quinquennale (2020-25), ed i progetti di sviluppo delle regioni centrali ed occidentali cinesi.

Da un lato, quindi, settori in grado di far fare il salto di qualità tecnologica alla Repubblica Popolare; dall’altra le regioni “più arretrate”, per promuovere un più equilibrato sviluppo ed una maggiore coesione all’interno di un processo di integrazione regionale.

È chiaro – come riporta «Asia Nikkei» – che quest’accordo potrebbe essere foriero di ulteriori sviluppi, come un possibile accordo di libero scambio tra Cina ed UE, od un più stretto accordo “a tre” tra Cina, Giappone e Corea del Sud. 

Bisogna ricordare che proprio in questo contesto la valuta cinese, che sta sperimentando la sua versione digitale, potrebbe giocare un ruolo ed utilizzare quest’area come base di partenza per una sua affermazione come moneta internazionale di scambio.

Il Financial Times mette in evidenza due punti del RCEP: da un lato l’importanza delle “rules of origin”, che permetteranno ad un singolo componente prodotto in un Paese della regione di entrare nella filiera produttiva dei firmatari con un solo pezzo di carta, come afferma un operatore economico, senza che sia necessaria nessuna certificazione aggiuntiva una volta assemblato in un altro prodotto.

Il secondo punto – al pari dell’«Asia Nikkei» – è il rapporto che si instaura tra Cina, Giappone e Corea del Sud. 

Ma è la cifra geopolitica che quest’accordo di integrazione economica ha per gli ulteriori sviluppi delle relazioni internazionali quella che il quotidiano britannico coglie meglio: “ciò significa che né l’UE né gli USA, le tradizionali super-potenze mondiali, avranno voce in capitolo quando l’Asia Porrà le sue regole commerciali”.

Un nuovo benchmark, quindi.

Qui sta il punto, come ha giustamente affermato Sébastien Jean, direttore del Centro Studi CEPII, a Le Monde: “pone una vera crisi strategica agli Stati Uniti”.

L’amministrazione Obama aveva infatti sottoscritto nel febbraio 2016 uno dei perni di quello che doveva essere il Pivot to USA – il TPP (Trans-Pacific Partnership) – da cui Trump uscì  meno di un anno dopo, nel gennaio 2017, e che venne poi firmato comunque da 11 Paesi nel 2018; 7 dei quali hanno firmato poi domenica il Regional Comprehensive Economic Parternship.

Come ha chiosato il New York Times: “ad alcuni esperti del commercio, questo nuovo accordo mostra che il resto del mondo non aspetterà gli Stati Uniti”.

Ed il mondo non aspetta né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea, che dovranno moltiplicare gli sforzi per uscire dall’emergenza pandemica in una situazione economica catastrofica ed un corpo sociale indebolito, senza uno straccio di strategia che non sia il “”convivere con il virus”.

Nessuno aspetta USA e UE viene confermato anche dall’incontro dei Brics.

Questo martedì è iniziato il 12simo incontro tra Brasile, Russia, Cina, India, Sud Africa, che ha tre assi: la risposta al Covid-19, la facilitazione della ripresa economica ed il miglioramento della “governance” economica.

Uno degli strumenti di intervento economico dei BRICS è la New Development Bank, creata nel 2015, con sede a Shangai, che era inizialmente destinata al finanziamento dei progetti infrastrutturali e di sviluppo, ma che a marzo di quest’anno ha allargato il suo raggio al sostegno dei Paesi che lo compongono, colpiti dal Covid, per affrontare meglio la situazione pandemica.

Un segno di duttilità, contrariamente ai rigidissimi trattati infra-europei, che pochi osservatori hanno colto.

Sono stati erogati prestiti a Cina, India, Sud Africa e, a luglio, al Brasile, anche con l’emissione in due tranches di bond, a giugno ed a settembre, per un totale di 3 miliardi di dollari.

Le modalità concessione dei prestiti li ha resi più celeri (un mese per essere approvati) e la mole si è ampliata fino a 10 miliardi di dollari.

Una discreta potenza di fuoco, alternativa allo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, o ai meccanismi suicidi della UE.

60 aziende dei Brics hanno esposto i propri prodotti al China International Import Expo, giunto alla terza edizione e che ha come fine principale sviluppare l’import ed i consumi interni. Si è conclusa con un volume d’affari maggiore rispetto al prossimo anno: più 2,1%, con contratti firmati per più di 70 miliardi di dollari.

Un abisso rispetto ai valori in picchiata del commercio occidentale.

Un altro segnale importante di come il baricentro dello sviluppo mondiale si è spostato ad oriente e che solo una pessima informazione non ci permette di capire.

giovedì 19 novembre 2020

VESPA E L' ENNESIMO TENTATIVO DI REVISIONISMO STORICO

 


Quando il servo del palazzo e dei potenti in generale Bruno Vespa promuove un suo libro le sue comparse televisive,bastano e avanzano già quelle del suo"salotto buono" di Porta a porta pagato dal canone di tutti i contribuenti,è sempre uno spettacolo pietoso con i vari intervistatori che si prostrano verso questo volpone del giornalismo italiano,prima di cronaca ora di leccaculismo patetico(vedi:madn vespa-siano ).

Nell'articolo di Contropiano(le-fake-news-di-bruno-vespa )l'ennesimo esempio della sua ammirazione verso il Dvce(lui stesso vanta di esserne il figlio),protagonista del suo ultimo racconto dove gli errori sia su carta che via etere che sciolina durante le suddette presentazioni(soprattutto in campo lavorativo,sindacale e pensionistico)abbondano e non si possono relegare a posizioni di simpatia o meno verso Vespa ma attenendosi a fatti storici sono molti e gravi gli errori che continua a predicare.

Un altro di quelli del partito del"Mvssolini ha fatto anche cose buone"(tipo morire e venire appeso a piazza San Loreto)che negli ultimi anni ma anche più hanno rivalutato la sua figura con un'opera di revisionismo storico colmo di falsità raccapriccianti così come lo è stato il regime dittatoriale fascista con uno sdoganamento delle ideologie di odio che hanno fatto sì al ritorno anche a livello istituzionale della feccia che ha mandato a gambe all'aria l'Italia durante il ventennio dello scorso secolo.

Le fake news di Bruno Vespa.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)  

Di queste affermazioni di Bruno Vespa, diffuse dalla TV pubblica che promuove il suo libro, non ce ne è una vera. 

1) Il primo contratto nazionale dei metalmeccanici fu firmato 1919, mentre il golpe del Re che portò al potere Mussolini fu nel 1922. 

2) L’INPS nacque nel 1898 e nella forma attuale nel 1919. 

3) Le 40 ore settimanali in Italia furono raggiunte dopo l’autunno caldo del 1969. Nel 1923 una legge già voluta da Giolitti, a seguito dei contratti nazionali già firmati stabilì orario giornaliero di 8 ore per 6 giorni, cioè 48 ore settimanali più gli straordinari 

4) Nel 1925 Mussolini ABOLÌ la contrattazione nazionale libera, vietò i sindacati indipendenti e obbligò tutti i lavoratori ad aderire ai sindacati fascisti, di cui facevano parte anche i padroni.

5) Nel 1927 Mussolini stabilì per legge che le donne prendessero solo il 50% della paga di un uomo. 

6) Nel 1929 per sostenere la quotazione della lira (austerità monetaria, insomma) Mussolini decise il taglio dal 15 al 30% delle retribuzioni nominali. 

Potremmo aggiungere tanto altro sullo sfruttamento da parte dei padroni, verso un lavoro cui il fascismo aveva tolto il diritto di sciopero. Ma questo basta per chiarire che il consenso del fascismo era fondato prima di tutto sulla menzogna. 

Le fake news di Bruno Vespa, il giornalista ufficiale del palazzo, lo confermano.

mercoledì 18 novembre 2020

IL CONFUSO,IL NEGAZIONISTA E LA MOGLIE NON VUOLE

La Calabria ha sempre avuto un grande problema con la legalità e con l'omertà di troppi suoi abitanti e la rappresentanza politica che la regione ha avuto negli ultimi anni non ha aiutato molto ad avere delle basi dove una democrazia possa attecchire,vuoi per la 'ndrangheta che è strettamente legata ad un territorio dove il lavoro latita e per la classe politica che è praticamente l'emanazione della criminalità portata avanti da questi delinquenti(vedi gli esempi di arresti eccellenti:madn calabriaforza-italiafratelli-ditalia-e la 'ndrangheta e madn un-carcere-intero ).
E' quindi comprensibile la fatica ed allo stesso tempo il lavoro inefficace del governo centrale che non riesce a trovare un commissario straordinario della sanità in una regione che per casi di contagi non se la passa neanche male ma a fronte della scarsità di posti letto ospedalieri e di terapie intensive fa scattare l'allarme diventando zona rossa.
I vari personaggi presentati su quello scranno rovente sono l'ex generale dei carabiniere Cotticelli in totale confusione tanto che ha affermato di essere stato drogato(!?),Zuccatelli quello dell'inutilità della mascherina e dal contagio che può esserci solo col limone duro ed infine Gaudio,indagato a Catania e con la moglie che non vuole trasferirsi a Catanzaro.
Già di per loro persone impresentabili,e qui Conte parando il culo al ministro Speranza ha recitato il mea culpa,in una situazione al di là del paradosso dove forse non si sanno ancora bene i contorni della faccenda come ipotizzato nell'articolo sotto(left due-tre-cose-sul-macabro-balletto-calabrese ).
Dopo avere accettato quasi subito si sono dimessi tutti e tre,vuoi forse per un compito che possa precludere altri incarichi futuri per via di una oggettiva difficoltà a gestire l'ingestibile in una regione dove le infrastrutture praticamente non esistono?
La possibilità che Emergency possa dare una concreta mano col suo cofondatore Gino Strada,che darebbe il meglio al posto direttamente di Speranza,è già stata vagliata,ricordandoci che questa associazione umanitaria opera prevalentemente in zone di guerra,ma forse è quello che si deve combattere non solo in Calabria ma anche in altri territori italiani.

Due, tre cose sul macabro balletto calabrese.

Giulio Cavalli 

Ma il governo si rende conto di non essere in grado di nominare un commissario della sanità per la Calabria senza incorrere in figuracce?

Tre commissari nel giro di dieci giorni. Roba da fantascienza di quart’ordine, sembra un filmato horror di quelli con il pomodoro visibilissimo al posto del sangue, solo che qui ci si gioca la salute di una regione intera come la Calabria e ci si gioca la credibilità di un governo, anche se lassù fanno finta di niente.

Siamo partiti con il prode Cotticelli, l’ex generale dei Carabinieri che è riuscito nella mirabile impresa di umiliarsi in televisione intervistato da un giornalista, quasi come un ladro beccato con le mani nel sacco. Ha cominciato a balbettare discorsi sconclusionati e poi si è accorto seduta stante di dover essere lui a occuparsi del piano Covid. Un servizio in cui la sua segretaria e l’usciere del palazzo sono apparsi come degli scienziati nei confronti di quel commissario (così lautamente pagato) che sembrava essere invece passato lì per caso. Cotticelli è riuscito a fare ancora di più: si è immolato poi ospite da Giletti dicendo che era «in uno stato confusionale», forse era stato drogato e di non riconoscersi più. Uno schifo.

Poi arriva Zuccatelli. Una nomina lampo, non c’è che dire: giusto il tempo di essere nominato (ovviamente come “grande professionista” con la solita liturgia che accompagna ogni nomina politica, anche quando si tratta di amici di partito). Parte forte Zuccatelli, perfino Nicola Fratoianni di Leu ne contesta la nomina. Basta qualche minuto e ecco Zuccatelli in un bel video in cui ci dice che le mascherine «non servono a un cazzo» e che per ammalarci dobbiamo baciarci per almeno 15 minuti. Caos, figuraccia. Arriva il ministro Speranza che dice che Zuccatelli non si può giudicare da un video e che la sua esperienza è fuori discussione. Quindi uno pensa che rimarrà al suo posto. E invece si dimette e ci dice che gliel’ha chiesto Speranza. Quindi? C’è qualcosa di più di quel video che non sappiamo? Boh, niente di niente.

Infine in pompa magna viene nominato Eugenio Gaudio, che intanto ha a che fare con un’indagine della Procura di Catania probabilmente presto archiviata, e qualcuno dal governo parla di tandem con Gino Strada. Gino Strada li sbugiarda dicendo che non esiste alcun tandem. Ieri Gaudio ci dice che non può accettare perché, dice proprio così, sua moglie non vuole trasferirsi a Catanzaro. Ieri pomeriggio a Tagadà il ministro Boccia dice addirittura che non vero che il governo l’aveva nominato, che ci stava pensando, poi ci ripensa, balbetta che il ruolo del commissario straordinario per la sanità non sia un ruolo “importante”, poi ci ripensa, poi esce una nota stampa in cui si scopre che Gaudio si è dimesso senza nemmeno confrontarsi con il ministro Speranza. Niente di niente. Finisce così. Che poi Gaudio abbia accettato un ruolo così delicato senza avvisare a casa è una roba che farebbe ridere, se non facesse piangere.

A questo punto la domanda è una secca: ma il governo si rende conto di non essere in grado di nominare un commissario per la Calabria senza incorrere in figuracce? E poi: il governo si rende conto della delicatezza del ruolo soprattutto in questo momento? E poi: ma c’è qualcosa che non sappiamo?

Sullo sfondo, agitato come una reliquia, quel grande uomo che è Gino Strada e Emergency.

Che pena.

Buon mercoledì.

martedì 17 novembre 2020

IL BUSINESS DELLA PAURA


L'informativa dell'ospedale San Raffaele di Milano,struttura in prima linea e all'avanguardia nel settore sanitario privato(foraggiato da denaro pubblico)riguardo la possibilità di consulti e visite domiciliari per chiunque abbia dubbi o debba aggiornare il proprio stato di salute riguardo al Covid-19,può farlo sborsando la cifra minima di 90 Euro per il solo consulto telefonico o videotelefonico e nel caso che il medico interpellato reputi eseguire esami diagnostici approfonditi con 450 Euro a domicilio forniscono il servizio di prelievo ematico,radiografia toracica,rilevamento della saturazione con il referto finale.

Non è pubblicità ma anzi la denuncia dell'ennesimo scippo della sanità privata nei confronti di quella pubblica,con la primi sempre più ricca e la seconda con le pezze al culo,risultato di una lunga serie di scelte e decisioni mirate a favorire un concetto di sanità all'americana:ti curi se te lo puoi permettere.

Nei due articoli(left san-raffaele-visite-covid-a-pagamento-peggio-di-come-sembra e contropiano lombardia-gli-ammalati-affidati-a-san-raffaele )le giuste proteste riguardo il business della paura con medici come Zangrillo che dalle affermazioni estive di una pandemia ormai alla fine con tutti i malati asintomatici all'ingrasso attuale nel posto dove lavora come primario,casualmente anche facente parte del gruppo San Donato dove lavorano due nomi altisonanti della politica di ieri come Alfano e Maroni.

Senza contare che l'ATS milanese ormai in palla visti i risultati delle tante positività di malati ospedalizzati che lasciati al proprio domicilio non riesce a fare tamponi sia per individuare i soggetti contagiati che per quelli che hanno avuto il coronavirus ed hanno bisogno di quello per tornare al lavoro.

San Raffaele, visite Covid a pagamento? Peggio di come sembra.

di Giulio Cavalli

Ha fatto molto discutere ieri la notizia che il San Raffaele di Milano ha un vero e proprio servizio, a pagamento, per i pazienti positivi al Covid-19 in isolamento a casa. Il costo di una visita specialistica a domicilio è di 450 euro, mentre per un più semplice e immediato consulto video o telefonico da parte del medico il costo è di 90 euro. 90 euro per un consulto telefonico, avete letto bene.

Ha centrato il punto il consigliere regionale Matteo Piloni che dice: «Sei positivo al Covid e in isolamento? Le Usca non funzionano come dovrebbero? Tranquilli, ci pensa il privato. Se Ats o il vostro medico non vi chiamano o non rispondono, ci pensa il San Raffaele. Con un consulto video o telefonico a 90 euro e, se il medico lo riterrà, con 450 euro per un servizio di diagnostica a domicilio. Il pubblico arranca e il privato ingrassa».

Vale la pena rileggere anche quello che disse Alberto Zangrillo, primario guarda caso proprio al San Raffaele: «È indubbio che la diga del terrorismo ha ceduto e le persone sono disorientate e spaventate. Il malato va seguito a domicilio dall’esordio della prima sintomatologia». La frase, di per sé giusta, risulta un po’ risibile se detta da chi il Covid questa estate lo giudicava “clinicamente morto”, da quello del “sono tutti asintomatici” e dallo stesso che lavora nell’ospedale che lucra proprio sulla paura.

Per inciso l’Ospedale San Raffaele fa parte del Gruppo San Donato, sì sì proprio quello dove lavora Angelino Alfano e dove lavora Roberto Maroni. Incredibile, vero?

Per capire sempre del Gruppo San Donato conviene anche rileggersi una nota del consigliere regionale in Lombardia del M5S Fumagalli che l’8 agosto scrisse: «In data 5 agosto, la Giunta Regionale (con la delibera 3518 dall’anonimo oggetto: (‘Determinazioni in ordine alla gestione del servizio sanitario e sociosanitario per l’esercizio 2020-1°provvedimento’) stabilisce di farsi carico del 50% dei costi del rinnovo contrattuale della sanità privata con interventi relativi alle tariffe e ai budget nei limiti delle risorse disponibili. Questo significa (come già segnalato sul sito di Business Insider Italia) che, ad esempio, un ospedale come il San Donato che nel 2019 ha fatto un fatturato di 170 milioni di euro con un utile netto di quasi 34 milioni di euro, riceverà dei fondi extra per pagare i propri dipendenti. 5 milioni di euro solo per i mesi restanti del 2020. Se Regione Lombardia ha così a cuore i dipendenti degli Ospedali privati, perché non impone a questi imprenditori (il San Donato è guidato da Angelino Alfano) di applicare il Ccnl della sanità pubblica? Perché non impone di assumere i medici anziché tenerli a partita Iva? Il San Donato ha solo un medico assunto. Perché impegnarsi ad aumenti di tariffa e di budget nei confronti di chi fa già enormi utili per pagare i dipendenti? Non possono usare i margini che hanno per pagare i dipendenti e diminuire gli utili? Ma ai lavoratori delle cooperative che stanno nella sanità con uno sfruttamento enorme, i soldi dell’aumento di stipendio lo passa Regione Lombardia? No, perché in queste cooperative, non ci sono Alfano e Maroni a fare i presidenti».

Insomma, è molto peggio di come sembra.

Buon martedì.

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Lombardia: gli ammalati affidati a… San Raffaele.

di  Redazione Contropiano   

La Regione Lombardia ha, di fatto, abbandonato le persone positive costrette a casa. Infatti, tra l’assistenza telefonica offerta dai medici di base, oberati di lavoro, e la corsa al Pronto Soccorso se ci si sente male, c’è il deserto. 

Infatti, tra medico di base e ospedale dovrebbero esistere le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), strutture territoriali dedicate a seguire i pazienti a domicilio. Però in Lombardia le USCA sono nemmeno un terzo delle 200 che costituirebbero il numero minimo per garantire un intervento efficace. 

A colmare questa assenza della sanità pubblica ci ha pensato il ben noto ospedale privato San Raffaele. Chi desidera, può avere una consulenza in telemedicina “per soli 90 euro”. 

Se il medico ne constata la necessità, il paziente è indirizzato all’acquisto di un pacchetto di diagnosi a domicilio, costituito da un prelievo di sangue, da una radiografia del torace e da un controllo della saturazione. Segue referto finale. Il tutto “per soli 450 euro”.

Tutte cose che, nella sanità pubblica, sono semi-gratuite perché la spesa sanitaria è coperta dalle tasse…

Un altro grande favore ai privati è stato offerto dalla ATS di Milano, ormai incapace di gestire i tamponi, fatto che è una resa totale di fronte alla pandemia. 

Per quanti hanno superato il periodo di quarantena o nei casi peggiori la malattia vera e propria, non è possibile prenotare il tampone di guarigione che, dopo 10 giorni di confino, può garantire la ripresa della vita lavorativa qualora risulti negativo. Il sito della ATS per prenotare i tamponi risulta “in manutenzione” e non si sa quando sarà riattivato. 

Del resto l’ATS era stata chiara già diversi giorni orsono, quando aveva invitato i pazienti a sottoporsi al tampone presso le strutture private. Purtroppo anche queste strutture cominciano ad avere difficoltà a tenere il passo, e molti pensano a quanto indicato dal Ministero della Salute, vale a dire rientrare al lavoro senza tampone dopo 21 giorni dall’accertamento di positività e una settimana senza sintomi. 

Tuttavia, le imprese chiedono il certificato medico di negatività, quindi i lavoratori sono costretti a cercarsi il primo tampone possibile tra i privati. Costo tra 75 e 125 euro. 

Intanto a Milano è stato aperto un centro per i tamponi rapidi presso il parcheggio della metro di Trenno, alloggiato in tende fornite dall’esercito e in cui lavora personale militare e degli ospedali San Paolo e San Carlo. 

La presenza del personale di questi due ospedali è importante e smentisce ancora una volta il progetto a lungo sostenuto dalla Regione – chiudere queste due strutture – che coprono invece un bacino importante della città e contro la dismissione delle quali si è costituito un partecipato comitato di cittadini. 

Infine, non vogliamo immaginare quali conseguenze potrebbe avere l’estensione alla Lombardia della sentenza del TAR del Lazio che decreta che i medici di base non devono seguire i pazienti Covid, poiché ciò sottrae tempo a chi ha altre patologie. 

Per chi ha contratto il Covid, secondo il TAR del Lazio, esistono le USCA, appositamente concepite per assistere tali pazienti. Tuttavia, come detto all’inizio, in Lombardia le USCA sono quasi introvabili, quindi a chi si ammala resterebbero solo i Pronto Soccorso, che sono già ben oltre il limite di guardia. 

lunedì 16 novembre 2020

DA CAJAMARCA A LIMA

Le sollevazioni popolari nelle piazze e nelle strade in Perù che hanno portato prima alle dimissioni della maggior parte dei ministri seguite a breve da quelle del presidente Merino in carica solamente per cinque giorni,non devono far pensare che la protesta sia nata per la rimozione di quello precedente Vizcarra in quanto quello che ha infiammato i peruviani è la voglia che il filotto di rappresentanti politici dell'ultima generazione passando da Fujimori e Kuczynski(vedi:madn e-qui-da-noi? )arrivando proprio a Maunel Marino,tutti servi dell'imperialismo che ha creato enormi danni in Perù,possa finire.
Dopo i due studenti(forse tre)morti per la repressione poliziesca nella capitale Lima c'è stata la svolta con le dimissioni di Merino del partito di Azione Popolare(un Pd peruviano che dal centrosinistra allegramente è finito a centrodestra)che era salito al potere per successione(nello Stato andino in mancanza di elezioni avanza il Presidente del Congresso):a tal punto migliaia di peruviani sono scesi in strada per protestare contro questo regime che dovrebbe andare avanti ancora per sei mesi,per staccargli la spina al più presto(vedi il primo contributo:contropiano peru-si-dimette-il-presidente-merino-dopo-la-brutale-repressione )
Da anni il Perù è alla mercé delle multinazionali che sfruttano le risorse e la manodopera,in un clima di dilagante corruzione che è il male del paese oltre alle solite infiltrazioni statunitensi che fanno ciò che vogliono,sappiamo che non è una novità per tutto il Sudamerica,con politicanti fantoccio al potere.
Il secondo articolo(infoaut la-fine-degli-incas )parla di storia ed in particolar modo di uno degli episodi più infami accaduti durante la conquista spagnola in tutto il continente latino americano con i fatti di Cajamarca il cui anniversario cade proprio oggi dove il sanguinario conquistador Pizarro con l'inganno(gli iberici dissero astuzia)rapì l'imperatore Inca Atahualpa massacrando migliaia di indigeni e dopo avere ottenuto un riscatto di 80 metri cubi d'oro lo uccise ugualmente.
Si può affermare che i vari Pizarro della storia stiano ancora rubando e usurpando sia il territorio che il popolo peruviano,che d'altro canto non molla e cerca di lottare contro delle forze più forti e potenti di loro con la certezza di riuscire prima o poi a sovvertire e ripristinare il giusto ordine della storia.

Perù. Si dimette il “presidente” Merino, dopo la brutale repressione.

di  Corriente Socialista de las y los Trabajadores  

Qua di seguito riportiamo la dichiarazione della Corrente Socialista dei lavoratori CST di fronte alla crisi politica che si vive in Perú, che ha fatto un salto nelle ultime ore a seguito dell’assassinio dei due giovani studenti da parte della polizia nazionale, questo ha obbligato Manuel Merino a rinunciare alla presidenza della Repubblica.

Corriente Socialista de las y los Trabajadores – CST

In strada! La CGTP deve convocare uno sciopero nazionale ora!

Bisogna lottare per buttare giù tutto il marcio regime del ‘93!

Dopo l’assassinio dei due giovani per mano della polizia, c’è stata una sequela di dimissioni dal gabinetto appena nominato da Merino. Le mobilitazioni, nella grande maggioranza auto-convocate e spontanee si estendono in tutto il Perù. 

La gioventù nelle strade sta dando mostra di una forte disposizione alla lotta e di coraggio di fronte alla brutale repressione che c’è a Lima e nelle principali città del paese. 

È urgente che la Confederazione Generale dei Lavoratori del Perù (CGTP) chiami a uno sciopero nazionale contro la brutale repressione poliziesca e statale, e, per demolire dalle fondamenta la costituzione fujimorista che ha permesso e promosso il sorgere di una casta politica completamente corrotta e separata dagli interessi della grande maggioranza del popolo lavoratore.

È questa casta politica dei Kuczynski, i Fujimori, i Vizcarra, i Merino e tutta questa confraternita di politici al servizio dell’imperialismo che ha approfittato della pandemia per arricchirsi a costo delle vite, del dolore e della sofferenza del popolo peruviano. 

Il Fronte Amplio, oltre alla sua burocratizzazione, non si è distinto da questa casta politica e oggi riceve il rifiuto delle migliaia dei mobilitati. Questo è prodotto del carattere del suo programma di collaborazione di classe, e di una strategia rispettosa dell’ordinamento giuridico fujimorista.

Nelle ultime ore le mobilitazioni hanno fatto un salto e si intensificano. L’odio dei/le lavoratori/trici, la gioventù e il popolo nelle strade fa sentire il suo averne le tasche piene di questa casta politica e di una “democrazia” che sta al servizio del saccheggio delle risorse naturali e dell’aggravare lo sfruttamento dei lavoratori della campagna e della città, e dell’esclusione e oppressione dei popoli indigeni e delle grandi maggioranze popolari.

E invece, il Congresso oggi si appresta ad approvare un’uscita reazionaria alla grave crisi dopo le dimissioni di Merino. Il nome di Gino Costa, rappresentante dei seggi del Partido Morado, comincia a risuonare come possibile rimpiazzo di Merino. Niente di più e niente di meno che un altro rappresentante di quella casta politica profondamente corrotta e al servizio dei padroni e dell’imperialismo. 

Queste misure disperate stanno cercando di prolungare la vita di questo regime moribondo nel tentativo di arrivare alle elezioni generali di aprile del 2021 che possano decomprimere la bollente atmosfera politica e ricondurre le aspirazioni democratiche di milioni di persone dietro una qualche variante del regime politico attuale.

È urgente sconfiggere questo piano reazionario del congresso. È urgente dare impulso alla lotta per un’Assemblea Costituente Libera e Sovrana, per discuter di che paese hanno bisogno e vogliono i lavoratori e il popolo, per farla finita con l’ingerenza imperialista e il saccheggio delle risorse naturali da parte delle transnazionali, farla finita con le leggi e disposizioni antioperaie e antipopolari implementate durante tutti questi anni di neoliberismo esagerato, per discutere la proprietà della terra e i diritti agrari di milioni di contadini e popoli indigeni. 

La lotta per questa ACLS permetterà che milioni di lavoratori comprendano che questa [Assemblea] si potrà realizzare solo imponendola con la mobilitazione generalizzata di tutto il popolo, mediante lo sciopero generale politico e convocato da un governo provvisorio delle organizzazioni operaie, contadine e popolari in lotta.

Per questo noi della Corrente Socialista delle Lavoratrici e dei Lavoratori CST, facciamo appello ad esigere alla CGTP e alle altre organizzazioni sindacali e popolari l’immediata convocazione alla mobilitazione generale dei lavoratori e allo sciopero generale per espellere questa casta corrotta e profondamente antidemocratica e antipopolare, perché quello che c’è in gioco è [la possibilità di] approfondire questa crisi per aprire e imporre, dal basso, un processo costituente non a misura delle caste parassitarie che litigano per il controllo dello Stato, bensì un processo costituente libero e sovrano per chiudere con la reazionaria Costituzione del 1993 e con il regime politico che su questa si sostiene.

In questa lotta, la gioventù ha un gran posto di combattimento, come sta dimostrando nelle strade durante gli ultimi giorni. Davanti alla brutalità poliziesca repressiva è urgente dare impulso all’organizzazione dell’autodifesa, del diritto alla protesta per le libertà democratiche oggi minacciate da questa casta politica corrotta.

Bisogna dare impulso a tutte le forme di autorganizzazione dei lavoratori e del popolo, basate sulla più ampia e profonda democrazia di quelli che lottano per impedire che tutti gli sforzi per buttare giù questa costituzione fujimorista siano nuovamente traditi e negoziati dalla burocrazia sindacale e dai movimenti sociali come è successo con la marcia dei 4 Suyos che ha espulso Fujimori però ha aperto la strada a Toledo. 

La gioventù mobilitata insieme ai lavoratori e al popolo deve forgiare oggi un’uscita diversa e al servizio delle grandi maggioranze lavoratrici.

https://www.laizquierdadiario.com/Tras-la-brutal-represion-renuncio-Merino-Hay-que-luchar-por-tirar-abajo-todo-el-podrido-regimen-del?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter

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16 Novembre 1532: La fine degli Incas.

Il 16 novembre 1532 Il generale spagnolo Francisco Pizarro incontra nella città andina di Cajamarca l’imperatore Inca Atahualpa.

Rappresentante dell’imperatore Carlo V – nel suo regno (si vantava) «non tramontava mai il sole» – Pizarro era accompagnato da 168 soldati, 62 cavalieri e 106 fanti, forniti di spade e armature d’acciaio, 12 archibugi (spettacolari ma difficili da caricare). Atahualpa aveva con sé un esercito di 80.000 soldati, armati solo di bastoni, mazze e asce di pietra, legno e bronzo, fionde e armature di tessuto.

La sproporzione fra il numero degli spagnoli e quello dell’esercito di Atahualpa era tale che in una delle cronache redatte da testimoni spagnoli, fra cui i due fratelli di Francisco Pizarro, Hernando e Pedro, si racconta: «Noi spagnoli (..) eravamo nascosti nei cortili vicini, colmi di terrore. Molti di noi, dal gran spavento, orinarono senza volerlo».

L’esercito di Atahualpa occupava tutte le alture che circondavano Cajamarca. Pizarro era entrato in città e aveva nascosto nei cortili vicini alla piazza centrale i suoi uomini, pronti a uscire dai loro nascondigli a un suo segnale. Il generale mandò a incontrare l’inca Frate Vincente de Valverde, che con una croce in una mano e la Bibbia nell’altra arrivato di fronte ad Atahualpa gli disse: «Sono un Ministro di Dio e ammaestro i Cristiani nella Santa dottrina ed in tale veste giungo a te. Le mie parole sono le parole che Dio ci ha dato in questo Libro. Pertanto, in nome di di Dio e dei Cristiani, ti prego di accoglierli in amicizia, perché tale è la volontà di Dio e tale sarà il tuo interesse».

Atahualpa gli chiese di fargli vedere il libro, ma non sapeva come aprirlo, perché gli amerindi non conoscevano la scrittura, e lo gettò via, rosso in volto. Allora Fra Vincente si rivolse a Pizarro invitandolo a fare uscire i soldati che spararono sugli indiani disarmati e poi iniziarono a ucciderli con le loro spade. Sette o otto cavalieri rovesciarono la lettiga su cui viaggiava Atahualpa e lo catturarono, uccidendo tutti gli indiani della scorta . Il resto dell’esercito, terrorizzato dai cavalli, che non avevano mai visto, dagli spari e dalle armi luccicanti, si disperse e in breve tempo i 168 spagnoli uccisero almeno settemila amerindi.

Pizarro tenne in ostaggio Atahualpa per otto mesi, durante i quali si fece consegnare 80 metri cubi d’oro e poi , nonostante le sue promesse di amicizia, lo fece uccidere. Dopo la morte di Atahualpa, utilizzando i rinforzi che intanto erano arrivati da Panama, Pizarro iniziò la guerra di conquista di tutta la regione andina che, precedentemente, faceva parte dell’impero Inca.

Questa ovviamente è la versione dei fatti di parte spagnola; la verità dei perdenti al solito è stata cancellata.

Fonte: La Bottega del Barbieri

domenica 15 novembre 2020

ALTRO CHE UNITA' ,SEMPRE PIU' DIVISI

La sete di protagonismo oltra ad un'eterna campagna elettorale che stanno contraddistinguendo il belpaese negli ultimi anni hanno portato l'Italia divisa molto di più di quello che lo è amministrativamente con regioni e province,arrivando più in un'epoca medievale con gli attuali governatori che si atteggiano ai signorotti che governavano un paese ancora diviso in principati,regni e staterelli.
Col risultato,raffrontato all'emergenza pandemica,di averne accelerato la diffusione ed i contagi,convinti ognuno di fare del bene col risultato contrario e parlo di presidenti di tutti i colori politici che guerreggiano ultimamente sul colore loro assegnato dal governo centrale.
Nell'articolo di Contropiano(mettere-fine-al-regionalismo-una-ragionevole-follia )alcuni esempi di come la visibilità personale di taluni abbiano scatenato polemiche per evitare di attirarsi addosso le colpe di una gestione disastrosa della pandemia(Lombardia con Fontana su tutti per grande distacco)aggiungendo gli esempi dei commissari in Calabria e le avventate scelte che si sono compiute in Sardegna e in tutte le regioni che hanno sdoganato le vacanze pur sapendo che la seconda ondata era lì dietro l'angolo.
Gli interessi economici e personali,anche qui la Lombardia eccelle nella condotta criminale dell'emergenza Covid-19(madn i-camici-del-clan-fontanauna-donazione tardiva? )hanno sorpassato quelli sulla salute e la sicurezza delle persone.
Mentre c'è chi parla di annullare addirittura le regioni,ricordandoci del pasticcio delle province,oppure di avere una maggiore autonomia che non vuol dire poi avere delle genialate di decisioni e neppure poi avere l'opportunità di scegliere qualcosa(madn la-guerra-tra-il-governo-e-le-regioni )creando confusioni ed un nulla di fatto(a volte meglio di decisioni scellerate).

Mettere fine al regionalismo. Una ragionevole follia.

di  Angelo D'Orsi*   

Grande è la confusione sotto il cielo d’Italia. Gli organi istituzionali pubblici in forte polemica tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus. 

Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, e Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura”.

Il quadro è stato tracciato efficacemente da Francesco Pallante (il manifesto, 8 novembre). Ma davvero si resta basiti davanti allo spettacolo a dir poco inverecondo cui stiamo assistendo, se possibile aggravato dalla sovraesposizione mediatica dei personaggi sulla scena: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show.

Lasciamo stare i casi surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”); o infine il caso, di cui si sta occupando giustamente la magistratura, della Regione Sardegna, con la riapertura delle discoteche per Ferragosto, e la immediata chiusura finiti i festeggiamenti, ma con lo strascico di contagi procurato.

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi dobbiamo chiederci, seriamente, se l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica non sia stato un errore dei Costituenti. Errore, se tale fu (come ritengo) compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta. 

E le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale. 

Ma come ricordava Pallante, i guai sono poi arrivati a valanga, negli ultimi vent’anni, soprattutto gli effetti della manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità, innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato.

Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benché a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando. 

Allora, perché non prendere il toro per le corna? Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i guastatori, i Renzi, e i Salvini e compagnia cantante: perseguiamo due obiettivi.

Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, e invece, piuttosto, rivitalizziamo le Province, che d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza. 

Restituiamo loro competenze e prerogative, con juicio, naturalmente. Per porre fine al cosiddetto “regionalismo”, alla destrutturazione della Repubblica, alla distruzione della stessa unità nazionale.

 Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

*storico, professore emerito dell’Università di Torino, Articolo pubblicato su Il manifesto

sabato 14 novembre 2020

QUANDO FINIRANNO GLI AIUTI DI STATO

E' lampante che tutti gli aiuti economici che stanno e dovranno essere utilizzati per cercare di mantenere a galla un'economia provata da una lontana crisi ed accentuata dalla pandemia avranno un termine temporale,con l'auspicio che le restrizioni con la conseguente contrazione dei redditi e del lavoro terminino al più presto.
Ma si devono fare i conti con l'oste,nel dettaglio il coronavirus,che non accenna a fermare la sua onda lunga di contagi e di decessi e che ci accompagnerà ancora per qualche mese come minimo:nel futuro immediato lo Stato sovvenzionerà con decreti parte di questa economia che finirebbe a gambe all'aria nel giro di poche settimane,ma nel nostro(italiano ed in larga parte riguardante l'occidente)sistema capitalista si entra in contrasto con la salute dei cittadini e con il loro sostentamento per mezzo dell'occupazione.
L'articolo di Contropiano(la-cinica-sincerita-di-de-bortoli )riporta il riassunto di un'analisi di De Bortoli,una firma del giornalismo italiano tra le più illustri ma non esente da un certo servilismo verso i poteri forti ma che dice una verità sacrosanta per quanto riguarda la società italiana:la salute conta meno dell'economia.
Rispondendo alle leggi di mercato,ivi comprese la concorrenza più o meno sleale e le tutele sempre meno presenti quando si parla di rapporti di lavoro,quella italiana come detto è destinata a implodere se la situazione pandemica si protrarrà oltre un certo limite che sta per essere raggiunto,con un potere ancora maggiore nelle mani di associazioni come Confindustria che viste le percentuali a caduta libera dell'economia non vedrà un secondo lockdown delle imprese(non che il primo sia stato massiccio soprattutto in alcune zone italiane).

La salute? Conta meno dell’economia. La cinica sincerità di De Bortoli.

di  Carlo Formenti   

Viva la sincerità. Onore a Ferruccio de Bortoli che sul Corriere della Sera di ieri (“Il dovere di parlare chiaro”) non le manda a dire e spiega qual è il punto di vista delle élite economiche nostrane. 

Dice soprattutto tre cose: 

1) in questa seconda ondata del covid19, dopo che abbiamo visto quanto costa il lockdown, va detto a chiare lettere che LA SALUTE CONTA MENO DELL’ECONOMIA e che quindi toccherà combattere ,senza se e senza ma, per difendere la tenuta dei mercati, consapevoli che ciò significa pagare un prezzo salato in termini di morti e feriti (come in guerra a morire saranno gli sfigati e non quelli che li spediscono al fronte);

2) si sappia che gli aiuti di Stato sono pannicelli caldi, ma soprattutto non possono essere illimitati (leggi: nel sistema neoliberista lo Stato, a differenza di quanto avviene nei regimi “dittatoriali” come la Cina, non gode di alcuna sovranità e autonomia nei confronti delle “leggi” del mercato, quindi non ha il potere di tutelare illimitatamente la salute, la vita e il lavoro dei cittadini);

3) si sappia che le crisi come quella in corso non sospendono le sacre leggi della concorrenza, per cui va dato per scontato che molte delle imprese che oggi chiudono non potranno riaprire né potranno (al pari dei cittadini) pretendere sostegni pubblici illimitati. 

Detto altrimenti: le crisi sono anche (per i più forti) opportunità, nel senso che accelerano il processo di concentrazione dei capitali, e le caste giornalistiche al servizio delle caste economiche è da anni che tuonano contro il “nanismo” delle imprese nostrane chiedendo a gran voce di spazzare via quei settori dove hanno trovato rifugio i lavoratori espulsi dal mercato del lavoro a causa di ristrutturazioni tecnologiche, delocalizzazioni, e precedenti ondate di concentrazione produttiva e finanziaria (così si potrà “affamare la bestia” e costringerla a vendere la propria forza lavoro a prezzi ancora più bassi di quelli già imposti da decenni di “guerra di classe dall’alto”, e che nessuno si illuda di sopravvivere con aiuti di Stato perché il contenimento della spesa pubblica è un dogma talmente intoccabile che è stato introdotto nella nostra Costituzione, in palese contrasto con lo spirito e la lettera della Carta del ’48);

4) per offrire un contentino a quelli che invita a crepare senza rompere i coglioni sul fronte del profitto, il nostro ci dice infine (bontà sua) che anche i ricchi dovranno rassegnarsi a pagare le tasse in proporzione alla loro ricchezza (non gli costa nulla perché sa che questo auspicio resterà come sempre lettera morta). 

Che altro dire? Quando la crisi lo addenta ai garretti il sistema capitalista (e i suoi fedeli portavoce) fanno la faccia feroce e la voce grossa esprimendo cinicamente e senza giri di parole i propri interessi e spiegando ai sudditi che non resta loro altro che piegare la testa e servire. 

Ma quando si dichiara la guerra, caro de Bortoli, non si è mai sicuri di vincerla: a volte capita di fare la fine di Mussolini.

venerdì 13 novembre 2020

PATRIMONIALE SUBITO...E NON SOLO

Mentre in Europa alcuni paesi non solo hanno già pensato ad una tassa patrimoniale sui grandi redditi ma ad esempio la Spagna ha già deciso sulla praticabilità dell'ipotesi,l'Italia ha una sorta di repulsione verso questo termine e per tutte le forze al governo è un tabù.
Già innumerevoli volte si è discusso su questo blog di tale direi naturale e giusta tassa per chi è ricco e che fondamentalmente deve redistribuire la propria ricchezza sottoforma di contributo in rapporto percentuale a quello che guadagna,senza entrare nel merito del come abbia ottenuto tale ricchezza:discorso ancor più ampio includendo le grandi aziende del web che non pagano il dovuto all'erario italiano(vedi:madn 46-miliardi-di-eurotanto-per-cominciare )
Nell'articolo di Contropiano(tassazione-dei-grandi-patrimoni-una-modesta-proposta )oltre a fare il discorso dai più conosciuto ed appurato da numeri sulla grande differenza che porta ad una diseguaglianza tra il numero di persone di chi detiene il patrimonio maggiore rispetto a quelle che non guadagnano le stesse cifre(vedi a livello globale:madn essere-l1-o-il-99 ),si pone la differenza enorme tra le tasse che riguardano il reddito da lavoro e quelle sulle attività finanziare.
Modificando in maniera decisa gli scaglioni in base al reddito alla faccia delle auspicate flat tax,combattendo in maniera costante ed efficace l'evasione fiscale e facendo tornare i patrimoni che finiscono verso paradisi fiscali esteri oltre a quello riportato sopra,sarebbe non solo un buon inizio ma quasi certamente la fine dell'oppressione fiscale soprattutto verso la grande maggioranza della popolazione italiana.

Tassazione dei grandi patrimoni. Una modesta proposta.

di  Sergio Cararo   

In tempi di crisi e di necessità di reperimento delle risorse per far sì che gli effetti della pandemia e delle misure “contro” la pandemia non riducano alla miseria milioni di persone, occorre fare due conti su chi avrebbe perdere da una tassazione sui patrimoni privati che consentirebbe di avere a disposizione consistenti risorse economiche per le casse pubbliche e per e esigenze sociali. 

E qui viene la prima domanda. In Italia chi avrebbe da temere da una “patrimoniale” sui grandi patrimoni? Solo 400mila ricchi su ben 60 milioni di persone, è molto meno dell’1% della popolazione.

E’ impressionante però che, appena si senta evocare la parola “patrimoniale”, la mano di alcuni corra subito alla pistola ed inizi un fuoco di sbarramento senza precedenti.

E’ vero che in passato il criterio della tassa patrimoniale ha avuto un estensione che l’ha arbitrariamente resa erga homnes, colpendo un po’ tutti e non solo i possessori di patrimoni rilevanti.

E’ stato il caso dell’ISI (Imposta Straordinaria sugli Immobili) nella Legge Finanziaria di Amato nel 1992, la stessa che in una notte fece il prelievo forzato su tutti i conti correnti. E’ stato il caso dell’Ici (Imposta Comunale sugli Immobili), introdotta sempre da Amato, per onorare la prima stangata “lacrime e sangue” in nome del Trattato di Maastricht. Poi c’è stata l’Imu, prima su tutte le abitazioni, poi escludendo le abitazioni di residenza.

Tutte imposte a loro modo patrimoniali (cioè sul patrimonio rappresentato dalle proprietà immobiliari), che però in passato hanno colpito anche chi aveva solo una casa dove abitava o aveva ancora un mutuo in corso, ovvero non era ancora pienamente proprietario dell’abitazione. Se avesse cessato di pagarne le rate, la proprietà diventava automaticamente della banca.

Nel corso degli anni, questa imposta “patrimoniale” sulle abitazioni si è riconvertita più saggiamente, esonerandone le prime case, quelle in cui si abita.

Poi c’è la tassazione sui prodotti finanziari (azioni, obbligazioni, titoli di Stato) che va da un minimo del 12,5% ad un massimo del 23%. Nulla a che vedere con la tassazione imposta sui redditi di lavoro che nella parte superiore ai 18mila euro, supera già questo ultimo livello.

Il reddito da lavoro oggi è più tassato di quello derivante da attività finanziarie. Chiaro?

Da questo punto di vista, per paradosso, sarebbe sufficiente equiparare la tassazione sui prodotti finanziari a quella sui redditi da lavoro per scaglioni (cioè la stessa aliquota su 30.000 euro da lavoro come su 30.000 euro da rendita finanziaria)  per avere soldi a palate nella fiscalità generale.

Ma anche da una “patrimoniale” mirata sui grandi patrimoni, in Italia chi è che avrebbe qualcosa da temere? Non tutti, non tanti, ma pochi. Andiamo a vedere.

L’edizione 2019 dello studio di Boston Consulting Group sulla ricchezza nel mondo, monitora anche quanti e quanto siano ricchi i ricchi in Italia. Il nostro paese figura al nono posto nel mondo per numero di milionari, con ben 5 mila miliardi di ricchezza finanziaria personale (prevista in crescita a 5,6 mila miliardi entro il 2023) sulla ricchezza privata complessiva (finanziaria e immobiliare al 95%) che si aggira sui 9mila miliardi di euro.

In pratica quasi il 60% della ricchezza privata è in mano ad un ristretto numero di persone. Non solo. Nella graduatoria dei Paesi in cui vivono persone dotate di un patrimonio superiore ai 100 milioni, l’Italia passa dalla ventiduesima alla quinta posizione, con il 4% dei super ricchi di tutto il pianeta.

Nella ricerca di Boston Consulting, si rileva che nel mondo le persone con un patrimonio compreso tra i 250 mila e 1 milione di dollari sono circa 76 milioni. Questi soggetti vengono definiti come “affluent”. Nel nostro Paese, gli affluent sono 1,4 milioni di persone, mentre i milionari veri e propri costituiscono un gruppo ristretto di 400mila persone su 60 milioni di abitanti, molto meno dell’1%.

In Italia ci sono dieci persone che da sole possiedono una ricchezza di 100 miliardi di euro. All’estero risultano depositati 174,9 miliardi di euro di ricchezza privata di soggetti italiani, ma sono solo quelli che si è riusciti ad individuare.

Nel nostro paese, mentre il 10% più ricco della popolazione (più o meno 5 milioni di adulti) ha aumentato la sua quota di reddito nazionale guadagnando il 30% del totale, la metà più povera degli italiani guadagna una quota sempre minore, circa il 24%. Il reddito totale italiano, così come riportato nei conti nazionali, è più o meno 1.500 miliardi di euro, quindi i 5milioni di italiani più ricchi hanno mediamente un reddito di 90 mila euro annui e i 25milioni di italiani più poveri, invece, si accontentano (in media) di circa 15mila euro lordi annui.

Poi ci sono gli ultra-ricchi, cioè circa 500mila adulti, che detengono il 7,5% del reddito nazionale nel 2016, cioè circa 225.000 euro a testa. Naturalmente annui.

La classe media invece, cioè i 20 milioni di adulti, in mezzo tra i più poveri ed i più ricchi, dopo un lungo trend decrescente ha visto negli ultimi tre anni un lieve aumento del reddito e nel 2016 il reddito medio di questa fascia della popolazione era, in media, circa 34.500 euro lordi annui, ovvero il 46% del reddito nazionale.

Si può quindi concludere che anche in Italia è presente una forte disuguaglianza dei redditi, che oltretutto non accenna a ridursi. Anzi.

Tuttavia, questo è solo uno dei vari aspetti delle disuguaglianze nel nostro paese. Uno studio della Banca d’Italia, ad esempio, riscontra una forte disuguaglianza di opportunità dovuta ad un’alta persistenza delle condizioni economiche di partenza degli individui. L’ascensore sociale, in altri termini, è bloccato; se nasci povero, difficilmente puoi cambiare il tuo status.

Se invece del reddito guardiamo poi alla ricchezza accumulata, un altro studio della Banca di Italia ha misurato una distribuzione del patrimonio italiano fortemente concentrata, per cui il 10% della popolazione con più ricchezza detiene il 46% del patrimonio totale.

Distribuzione di reddito e distribuzione di ricchezza sono molto differenti, ma sono fortemente correlate. La distribuzione della ricchezza è maggiormente diseguale ed a maggior concentrazione. La strettissima relazione tra le due comporta che ad aumenti della disuguaglianza nella distribuzione patrimoniale seguano aumenti nella disuguaglianza dei redditi.

Se i redditi da lavoro, unica fonte di reddito per la maggioranza delle famiglie, non crescono, è evidente come il capitale (la ricchezza patrimoniale, immobiliare e finanziaria) continua ad avere sempre maggiore importanza generando crescenti livelli di disuguaglianza.

I redditi delle sempre maggiori attività finanziarie aumenteranno lo stock di ricchezza patrimoniale anno dopo anno, e in un contesto con scarsi investimenti produttivi questa accumulazione non fa che aumentare la rendita finanziaria, ancor prima dei profitti.

La disuguaglianza inaccettabile è che, ad esempio, le imposte sul lavoro sono mediamente più alte di quelle sulla ricchezza dovuta a prodotti finanziari.

Quando si vende un titolo azionario con un guadagno, viene tassata la differenza tra il prezzo di vendita (al netto delle commissioni pagate all’istituto bancario) e il cosiddetto prezzo di carico, o fiscale, ossia il valore di acquisto comprensivo delle commissioni. Su questa differenza si applica un’imposta del 26%. La stessa aliquota del 26% è applicata ai dividendi staccati dal titolo.

Per le obbligazioni societarie l’imposta, su interessi e plusvalenze, è passata dal luglio 2014 dal 20% al 26%. In questa categoria sono comprese obbligazioni italiane ed estere. Anche le plusvalenze sui derivati (opzioni, future, swap, certificati o cfd) sono tassate al 26%.

I guadagni da titoli di stato come BTP (e BTP indicizzati), BOT, CCT e CTZ sono invece tassati al 12,5%.

Sugli stipendi da lavoro dipendente sono attualmente previsti 5 scaglioni di reddito, pagando le imposte alla fonte (qui nessuna evasione è possibile per il salariato) in base alla relativa aliquota Irpef, collocata in un range tra il 23% e il 43%.

A questa si sommano le addizionali Irpef comunali e regionali da versare agli enti locali, in base alla residenza. Le Regioni possono applicare l’imposta entro il tetto massimo di 3,3% mentre i Comuni entro lo 0,8%, tranne casi particolari (a Roma ad esempio è dello 0,9%).

Le imposte sui redditi da lavoro, appena si superano i 15mila euro lordi l’anno (tassati a 23%, ad esclusione della no tax area), vedono balzare le imposte ad una aliquota del 27%, superiore di un punto a quella sui prodotti finanziari. Se poi si superano i 28mila euro lordi – nei redditi da lavoro – si salta subito al 38%, ben 12 punti in più della tassazione sui prodotti finanziari.

Possiamo dirlo allora che nel nostro paese il vero problema della crescente disuguaglianza sociale, della mancata redistribuzione sia del reddito che della ricchezza, sono proprio i ricchi? In questi anni di crisi –ed ora con la pandemia di Covid – si sono arricchiti ancora di più a discapito del resto della popolazione.

Ma i soldi – come abbiamo visto – ci stanno eccome, stanno solo e ancora nelle mani sbagliate, invece di essere messi a disposizione lì dove servono. Jonathan Swift, l’autore di Gulliver, fece scalpore nel Settecento con la sua provocatoria “modesta proposta”: quella di far mangiare ai poveri i propri figli. Oggi potremmo rispondere con il suo contrario: Eat the rich!! Mangiamoci i ricchi e ce ne sarà per tutti. Se non vorranno essere mangiati aprano i cordoni della borsa e partecipino allo sforzo generale del paese in questa fase di crisi globale.

Il problema della enorme appropriazione privata della ricchezza in Italia e delle accresciute disuguaglianze sociali che ne derivano, verrà acutizzata spaventosamente dalla recessione accentuata dalla pandemia in corso. Il problema della redistribuzione della ricchezza si pone e si pone concretamente, già nel breve periodo. E sarà una lotta feroce.

giovedì 12 novembre 2020

IL RITORNO DI MORALES DALL'ESILIO

E' tornato ieri all'aeroporto di Chimoré dopo l'esilio di un anno tra il Messico e l'Argentina l'ex Presidente boliviano Evo Morales,laddove era partito perché cacciato dal suo legittimo posto a causa di un golpe organizzato dalla destra dello Stato andino supportato dagli Usa.
La transizione verso la democrazia è avvenuta senza spargimento di sangue con le ultime elezioni dove il successore Arce(madn la-bolivia-torna-socialista )ha vinto con largo margine sui golpisti che misero al potere la Añez.
Un paese che ha ritrovato i propri legittimi rappresentanti alla guida del paese dopo un solo anno,dico solamente uno poiché nel sudamerica situazioni simili si sono protratte per decenni,ed il ritorno di Morales ha chiuso il cerchio di questa storia dove i boliviani devono stare sempre all'erta perché i nemici del popolo sono sempre pronti a sovvertire l'ordine democratico delle cose.
Articolo di Contropiano(morales-torna-in-bolivia-da-vincitore )dove c'è un'intervista all'ex Presidente e il tragitto della grande carovana popolare che lo ha accompagnato dal confine argentino in Bolivia.

Evo Morales torna in Bolivia da vincitore.

di  TeleSur  

Torneremo e saremo milioni”, ha detto l’ex presidente durante il suo esilio in Argentina, citando la profezia del leader indigeno aimara, Túpac Katari.

Ieri, lunedì 9 novembre 2020, l’ex presidente della Bolivia Evo Morales ha appena attraversato il passo di frontiera La Quiaca-Villazón, per rientrare finalmente nella sua terra dopo l’esilio di quasi un anno prima in Messico, dove è stato accolto per circa un mese dal presidente Andrés Manuel López Obrador e successivamente in Argentina, dove ha trovato la calorosa accoglienza del presidente Alberto Fernández, che oggi ha voluto accompagnarlo fino al passo di frontiera.

Con questo passo Evo dà inizio alla cosiddetta Grande Carovana Popolare, con la quale vuole condividere con la popolazione il ritorno alla democrazia. 

La carovana è composta da circa 800 veicoli, e percorrerà oltre 1.100 km attraversando tre dipartimenti (Potosí, Oruro e Cochabamba), fino ad arrivare all’aeroporto di Chimoré, il prossimo mercoledì 11 novembre. Evo ha scelto questa data per arrivare all’aeroporto perché proprio da lì, un anno fa, era dovuto fuggire e ora, simbolicamente, da lì rientra. 

Migliaia di persone hanno accolto Evo alla frontiera. Qui di seguito l’articolo di Telesur che riassume questo evento.

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Evo Morales in Bolivia: “Abbiamo recuperato la democrazia senza violenza”.

L’ex presidente d detto che in un anno sono stati recuperati per il popolo boliviano la democrazia, la patria e il Governo.

L’ex presidente della Bolivia e leader del Movimiento Al Socialismo (MAS), Evo Morales, ha detto nel suo primo discorso nella città di Villazón, Bolivia, appena rientrato questo lunedì nel suo paese dall’esilio, “Abbiamo recuperato la democrazia senza violenza. Abbiamo recuperato la Patria“.

Durante l’affollata cerimonia di benvenuto, tenutasi nella piazza Bolívar della città alla frontiera con l’Argentina, nel dipartimento di Potosí, Morales ha definito il momento come storico. “Nel mondo si fanno golpe contro Governi rivoluzionari, antimperialisti, che non recuperano rapidamente la democrazia e il Governo per il popolo“, ha aggiunto.

In un altro momento del suo intervento, il leader del MAS ha commentato le ragioni del colpo di Stato di novembre 2019. “Il golpe non è solo prodotto della lotta di classe, non è solo perché non accettano che gli indigeni possano governare, è stato un golpe al nostro modello economico, perché il nostro modello economico viene dal popolo“, ha aggiunto.

Morales ha pure detto che il colpo di Stato è stato fatto contro l’azione del suo Governo per il recupero delle risorse naturali. “Non l’accettano né l’imperialismo né il FMI“, ha precisato l’ex governante alludendo alla responsabilità del Governo degli Stati Uniti nel golpe.

“L’impero, il Fondo, non l’accettano. La lotta di tutta l’umanità, nelle nuove generazioni, è di chi sono le risorse naturali (…) Quando gli imperi vogliono prendersi le nostre risorse naturali, ci dividono, ci dominano. In Bolivia, con i movimenti sociali uniti abbiamo deciso che devono essere boliviane sotto l’amministrazione dello Stato“, ha aggiunto.

Il dirigente del MAS ha poi analizzato l’importanza della lotta elettorale e politica. “Solo con il potere sindacale, comunale, sociale, non potevamo nazionalizzare. Era importante dare impulso al potere politico, andare a elezioni nazionali e passare dalla lotta organica alla lotta politica“, ha precisato.

In relazione alle attività dell’amministrazione statunitense nelle passate elezioni del 18 di ottobre, in cui risultò vincitrice la formula Luis Arce-David Choquehuanca del MAS, ha detto: “(…) qual’era la meta dell’impero nordamericano? Proscrivere il MAS. Non hanno potuto“.

“Quando il MAS ha partecipato, hanno detto che il MAS non poteva tornare al Governo né Evo in Bolivia. Oggi il MAS è al Governo e Evo in Bolivia grazie al popolo boliviano“, ha detto. Morales ha pure richiamato all’unità e menzionato azioni recenti per minare la sicurezza interna. 

Riferendosi alla vittoria elettorale di Luis Arce per la Presidenza, e David Choquehuanca per la Vicepresidenza, che si sono insediati in carica questa domenica, ha chiesto alle attuali autorità dell’organo giudiziario della Bolivia “che facciano un atto di giustizia con gli ex membri del Tribunale Supremo Elettorale e i Tribunali dipartimentali per le accuse di frode nelle elezioni” di ottobre del 2019.

Quasi alla fine del suo discorso, Evo Morales ha detto che esistono tre motivi di festeggiamento per i boliviani: la vittoria elettorale di Luis Arce e David Choquehuanca, il ritorno al paese di Evo Morales, dell’ex vicepresidente Álvaro García Linera e altri esiliati, e la sconfitta nelle elezioni statunitensi del repubblicano Donald Trump.

L’ex presidente boliviano ha ringraziato il benvenuto in massa datogli dal popolo di Villazón e ha inviato un saluto ai presidenti di Argentina, Alberto Fernández, Messico, Andrés Manuel López Obrador, Venezuela, Nicolás Maduro, Cuba, Miguel Díaz-Canel e “a tutti quelli che sono stati permanentemente preoccupati e occupati” per la sua situazione.

Durante l’affollato concentramento di Villazón, ha preso la parola anche il presidente della Federazione delle Associazioni Municipali della Bolivia, Álvaro Ruiz. Il dirigente ha detto: “Torna alla sua terra, alla sua patria, un leader nazionale; un uomo che ha rappresentato crescita per la nostra patria. Lo riceviamo a braccia aperte“.

https://www.telesurtv.net/news/evo-morales-bolivia-dice-hemos-recuperado-democracia-sin-violencia-20201109-0017.html

martedì 10 novembre 2020

GIUSTO ESULTARE PER BIDEN?

Le elezioni statunitensi,i cui strascichi legali potrebbero andare avanti per settimane se non per mesi,hanno visto imporsi per poco Joe Biden su Donald Trump,quest'ultimo davvero un pessimo presidente non solo per gli Usa ma soprattutto per il mondo intero.

Ma da qui a dire che l'avvento dei democratici alla casa bianca sarà tutto rose e fiori ce ne vuole,lasciamo lavorare il neopresidente ma già le dichiarazioni in campagna elettorale che da Presidente lasciano adito ad un futuro non incoraggiante almeno su alcuni temi.

Ne trarrà giovamento,sempre nel campo delle ipotesi e dai punti cardine del programma,l'ambiente ed i rapporti diplomatici col resto delle nazioni,anche perché sinceramente danneggiare oltremodo questo sarebbe davvero quasi impossibile da fare.

Del resto dal punto di vista militare si potrebbe solo peggiorare visto che storicamente i dem sono molto più interventisti rispetto ai repubblicani che da parte loro sono guerrafondai,e difficilmente le"missioni umanitarie",a parte almeno quelle che hanno un termine già stabilito,subiranno un drastico stop.

La sanità potrebbe migliorare così come tutte le questioni sociali legate in primis al razzismo e poi alla povertà dilagante,alla sanità ed all'istruzione:non dimentichiamoci che qualche settimana fà gli Usa erano sull'orlo di una guerra civile a macchie,senza tener conto di alcuni fatti(vedi aborto)legati alla religiosità quasi da integralismo di Biden.

L'articolo di Infoaut(vittoria-biden-quali-prospettive-per-l-impero-diviso )ci fa ricordare che il capitalismo e l'imperialismo made in Usa continuerà a prosperare,ed anche all'interno del paese i contrasti emersi con la politica e l'economia dettate da Trump saranno come braci ardenti sotto la cenere,insomma cambiamenti sicuramente ci saranno,molti positivi ma alcuni saranno anche peggiorativi,d'altronde la precedente presidenza Obama(madn un-nobel-acerbo )ce l'ha insegnato,e proprio Biden è stato il suo vice durante il suo doppio mandato.

Un Presidente che nel suo discorso d'insediamento(per ora ancora teorico)ringrazia dio e i soldati non è che sia un buon biglietto di presentazione.

Vittoria Biden, quali prospettive per l’impero diviso? 

Il candidato democratico Biden, senatore dagli anni ’70 e vice di Obama tra il 2008 e il 2016, è il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Dopo giorni di testa a testa in attesa del lungo conteggio dei voti postali, ieri pomeriggio la Pennsylvania è stata dichiarata vinta dai Dem, attribuendo a Biden 20 ulteriori grandi elettori che lo hanno proiettato oltre la soglia dei 270 necessari alla Presidenza.

L’establishment democratico guidato da Joe Biden e Kamala Harris, ex procuratrice generale della California, ha davanti a sé moltissime sfide interne ed internazionali.

La campagna elettorale democratica, così come i discorsi tenuti stanotte, è stata carica di retorica ‘progressista’, dalla giustizia climatica alla fine del razzismo sistemico, dalla riduzione delle disuguaglianze al Covid-19 sono tante le promesse, ma altrettante le omissioni e le contraddizioni.

Partendo dal quadro elettorale ‘spiccio’ proviamo a fornire delle prime considerazioni sulle prospettive di un impero sempre più confuso e polarizzato, ma non per questo meno soverchiante e ‘pericoloso’.

Le ultime fasi dello scrutinio. 

In attesa della mappa ufficiale dei risultati di tutti e 50 gli Stati federali, i 46 aggiudicati attribuiscono 279 grandi elettori a Biden e 214 a Trump.

I 4 Stati che mancano all’appello dovrebbero dividersi tra i due candidati: Arizona e Georgia (27 electoral votes), due Stati storicamente repubblicani passano ai Dem, mentre North Carolina e Alaska (18) rimangano di colore repubblicano.

Se così finisse la vittoria di Biden potrebbe definirsi sostanziale e di ampio margine: 306 a 232.

Come avevano scritto nell’ultimo aggiornamento sull’evoluzione elettorale, il conteggio del voto postale ha lentamente frantumato il ‘miraggio rosso’ del primo giorno di scrutinio.

Wisconsin e Michigan, stati storicamente democratici e simbolo della ribalta Trump del 2016, sono stati ottenuti da Biden, seppur con un vantaggio totale tra i due collegi di ‘appena’ 170 mila voti.

Tuttavia il simbolo della rimonta ‘postale’ di Biden è sicuramente la già citata Pennsylvania.

Nel keystone State che ospita due grandi metropoli come Pittsburgh e Philadelphia Trump è stato in vantaggio di ben 13 punti e 700 mila voti che ora dopo ora sono stati erosi fino al sorpasso democratico conclusosi con 137 mila voti di vantaggio.

Brevi considerazioni sul voto e la sua distribuzione.

Il primo dato che salta all’occhio in questa tornata elettorale statunitense è quello sull’affluenza che, con una partecipazione del 66,7% degli aventi diritto, registra il dato più alto dalle elezioni del 1900. Hanno votato in 160 milioni e, a causa della pandemia, ben il 63% ha utilizzato il voto postale o anticipato.

Biden è il Presidente eletto con il maggior numero di voti della storia: 74 milioni e 566 mila.

L’altra faccia di questo dato è che Trump ha ottenuto 70 milioni e 396 mila voti, 7,4 milioni in più del 2016, per intenderci Obama nel 2008 ne aveva presi 69,5.

Biden ha vinto e ha vinto bene, ma Donald Trump, tacciato da mezzo mondo di essere uno squilibrato, senza senso delle istituzioni, apertamente negazionista verso i cambiamenti climatici, il Covid, il sessismo ed il razzismo ha ottenuto una marea di consensi.

Ancora in attesa dei dati ufficiali, donne, neri e ispanici hanno votato come mai in precedenza, la vittoria Dem in Georgia ne è forse il manifesto. La reazione dal ‘basso’ a Trump c’è stata, la capacità dei democratici di cooptare, non interiorizzare, un rinnovato protagonismo delle minoranze semplificate nelle espressioni crude e dure di piazza del movimento Black Lives Matter, anche.

Le stars dall’arte al basket, da Hollywood all’NBA si sono pesantemente esposte verso il duo Biden-Harris ed ha pesato.

I discorsi dei vincitori sono pregni di questa cooptazione, parole di giustizia razziale e climatica si sono mescolate con il supporto alle diversità di genere. Kamala Harris, prima vice-presidente donna, figlia di un Jamaicano e di un’immigrata indiana, procuratrice ferrea nel combattere lo spaccio di droghe leggere, è l’emblema della strategia democratica.

In conclusione è necessario citare due episodi che sembrano essere il metro della contradditorietà di questa tornata presidenziale. In Florida, Stato vinto da Trump, sembra con un apporto fondamentale del ‘voto latino’, contemporaneamente alle presidenziali si è svolto un referendum sull’elevazione del salario minimo a 15 dollari. Il risultato è stato 60 a 40 in favore dell’aumento salariale.

Dall’altra parte del paese nella California stravinta dai dem (65 a 33), c’è stato un altro quesito referendario sull’inquadramento contrattuale nella gig economy.

In questo caso la vicenda merita più parole. Nel gennaio del 2020 è entrata in vigora una legge federale che costringeva aziende come Uber ad inquadrare i propri autisti come lavoratori dipendenti meritevoli quindi di diritti e prestazioni sociali quali assistenza sanitaria, indennizzo di disoccupazione, ferie, malattia e compensi aggiungitivi per gli straordinari.

Uber e Lyft hanno promosso un referendum, votato il 3 novembre, per abolire tale legge e vi sono riusciti ottenendo il 58% dei consensi.

Questi due episodi sono emblematici nel restituire la complessità del voto americano e le molteplici faglie sulle quali si muovono le istanze sociali così come le loro controparti.

Fine del Trumpismo? e sfide democratiche.

“L’eccezione” Trump, o il più in voga termine Trumpismo, rappresenta secondo noi l’immagine più plastica della crisi della rappresentanza e del patto sociale statunitense. Il “non sacrificabile american way of life” (parole di Obama) fondato su estrazione di ricchezza dal resto del mondo attraverso dollaro e armi sta facendo i conti con le rigidità di un modello di sviluppo socio-economico insostenibile sia internamente sia all’estero. Le disuguaglianze prodotte dalla miscela di monopoli hi-tech e finanziarizzazione incontrano i limiti della crescita di un pianeta al collasso ambientale.

“La nazione indispensabile” dopo aver scaricato i costi della sua egemonia sugli ‘alleati’ europei e asiatici non può più rimandare il problema ‘sistemico’ dell’ascesa cinese. Lo spazio del ‘soft power’ è finito, Trump ne è stato l’incarnazione.

Queste proiezioni esterne sono tutt’altro che slegate da una società statunitense dove la povertà, l’esclusione sociale e sanitaria sono sempre più marcate. La gerarchizzazione di genere e razziale della divisione del lavoro e dell’appropriazione della ricchezza prodotta è un asse portante del capitalismo statunitense (e globale of course). Un’impalcatura che non si scalfisce con le retoriche, per quanto vincenti sul piano elettorale, di un gruppo di potere democratico che ha fatto tesoro dell’errore ‘Hillary Clinton’ ma che non è assolutamente disposto a ripensare il sistema di potere e dominio sia esso interno o esterno.

Quale sarà la Bideneconomics? Quale sarà la spinta interna dell’asse Sanders-AOC (Alexandra Ocasio-Cortez)? Come evolverà il rapporto costitutivo tra gli Usa e la guerra?

La finanza e le lotte salariali, i movimenti femministi e di Black Lives Matters come influenzeranno i primi anni ’20 statunitensi?

La persistente egemonia Usa attribuisce a questi interrogativi un portato globale nonché di nostro interesse collettivo come agenti del cambiamento radicale. Invitiamo tutt* a porcele insieme nel primo webinar organizzato da Infoaut e Radio Onda D’urto che si terrà sabato 14 novembre alle ore 21: L’impero diviso: gli Usa di Biden tra pandemia, conflitti sociali e dilemmi internazionali.

Un’informazione di parte, non solo per conoscere il mondo ma per trasformarlo.

venerdì 6 novembre 2020

LA GUERRA TRA IL GOVERNO E LE REGIONI

Il marasma generale creato dal nuovo lockdown,perché di questo si tratta senza stare lì tanto a girarci intorno,è reso più complicato dall'ennesimo scaricabarile dei governatori di più regioni che accusano il governo di essere stati estromessi dalle scelte ultime e se vengono responsabilizzati non vogliono assumersi scelte dolorose.
Sia per motivi politici che economici,con Confindustria che ancora detta legge e alla fine i soliti che chiuderanno e non percepiranno stipendi(aspettando i ristori)saranno sempre gli stessi,così come gli untori che verranno riesumati dall'esperienza di marzo con un paese che non ha saputo trarre nessun insegnamento dalla prima chiusura.
Il caos delle regioni classificate con colori diversi rispetto all'emergenza sanitaria con la possibilità(per il momento)di cambiare ma solamente in peggio ha fatto sparlare molti leader regionali,da Fontana a De Luca passando da Zaia e Emiliano e Musumeci,tutti che non vogliono assumersi le responsabilità di attuare le restrizioni,per quello c'è sempre il governo brutto e cattivo.
Il primo articolo parla proprio delle esternazioni di alcuni governatori che si arrampicano sui vetri pur di giustificare la necessità di misure più o meno restrittive(contropiano i-presidenti-e-le-regioni )mentre il secondo è un omaggio solamente per quello lombardo che nuovamente se ne sta seduto sul suo scranno pacifico ed indifferente alle migliaia di vittime che ha contribuito a mietere durante i primi mesi dell'anno(left fontana-bifronte ).

I presidenti e le Regioni sono parte del problema, non della soluzione.

di  Sergio Cararo  

Abbaiano come cani alla luna nel tentativo, contraddittorio, di allontanare da sé le proprie responsabilità. Sono i presidenti delle Regioni, soprattutto di quelli finiti in zona rossa, ma anche di quelle colorate in modo diverso da quanto atteso (o temuto) e quindi sottoposte a maggiori o minori restrizioni.

Quello che sicuramente non ha diritto di parola è Fontana. Le sue responsabilità sullo smantellamento della sanità pubblica ancora prima della pandemia, sono evidenti e totali. C’è da augurarsi che la Procura di Milanno prima o poi prenda in esame il dettagliato esposto presentato ad aprile da Giorgio Cremaschi e Viola Carofalo, i due portavoce di Potere al Popolo.

Fontana, con senso del ridicolo, si appella al fatto che “L’ultima valutazione della Cabina di Monitoraggio del Cts con l’analisi dei 21 parametri – ha argomentato Fontana – risale a circa 10 giorni fa”. Dati non aggiornati quindi, secondo Fontana che parla di “schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”. E poi rincara la dose: “A rendere ancor più incomprensibile questa decisione del Governo sono i dati attraverso i quali viene adottata: informazioni vecchie di dieci giorni che non tengono conto dell’attuale situazione epidemiologica”. Gli fa eco il presidente del Piemonte Cirio (Lega) finito anch’esso in zona rossa.

Eppure tutti sanno che sul piano sanitario le cose con il passare dei giorni sono peggiorate e non migliorate.

Il più scandaloso di tutto, ma sul piano politico, è il presidente della Regione Sicilia Musumeci che ha parlato di “decisione immotivata” ricordando la possibilità di ricorrere alla giustizia amministrativa. “Eravamo assolutamente convinti che saremmo stati inseriti nella fascia gialla – ha detto – altre regioni che potevano stare al posto nostro e questo alimenta sospetti. Tutte le zone penalizzate sono regioni che appartengono al  centrodestra: non ho la certezza, ma il sospetto sì”.

Il ricorso contro il Dpcm accennato come ipotesi da Musumeci, viene invece annunciato ufficialmente dalla  Calabria. “Impugneremo la nuova ordinanza del ministro della Salute che istituisce la zona rossa in Calabria. Questa regione non merita un isolamento che rischia di esserle fatale”, ha affermato il presidente facente funzioni Nino Spirlì​ che parla di volontà preconcetta di chiudere una regione i cui dati epidemiologici, di fatto, non giustificano alcun lockdown.  Ovviamente Spirli tace completamente sulla situazione disastrosa della sanità pubblica in Calabria smantellata e commissariata da anni e non assolutamente in grado di fare fronte ad una emergenza pandemica anche largamente inferiore di quella in altre regioni.

Al momento fanno i pesci in barile Michele Emiliano, presidente dell’altra regione ‘arancione’, la Puglia, e quello del Veneto Luca Zaia che dispensa anche pillole di saggezza. “L’area gialla non è ‘area verde’ – ha sottolineato – il virus c’è e il giallo al semaforo dura poco e poi c’è il rosso. Non è un gioco a premi né c’è da vantarsi di essere i primi della classe perché può accadere di tutto da qui ad una settimana. Non ci deve essere entusiasmo oltre misura e bisogna ricordare che c’è una componente che ci fa passare da giallo ad arancione o a rosso che dipende solo dai cittadini”.

Preso in contropiede e contraddittorio come sempre è il presidente della CampaniaVincenzo De Luca che si è detto “convinto della necessità di misure nazionali unitarie, anche più rigorose, per una azione più efficace di contrasto al Covid, a fronte di una diffusione sostanzialmente omogenea del contagio”. Secondo De Luca “si rischia ora un paradosso, che chi è in zona rossa o arancione fra un mese riapre tutte le attività, avendo frenato il contagio; e chi oggi chiude gli occhi, dovrà bloccare tutto nel periodo natalizio”.

Allineati al governo invece Nicola Zingaretti per la Regione Lazio e il presidente toscano Eugenio Giani, entrambe zona gialla. apprezza il provvedimento del governo. Allineato anche Stefano Bonaccini. “Non esistono zone verdi – ricorda il presidente dell’Emilia Romagna – la priorità ovunque nel Paese è una sola: invertire la curva pandemica, frenare il contagio, perché la situazione e’ peggiorata nelle ultime settimane. Dobbiamo evitare che nelle prossime settimane le strutture sanitarie e ospedaliere subiscano una pressione tale da mettere in discussione servizi e prestazioni ordinarie, per tutelare la salute di ogni persona”.

Insomma, ancora una volta, i presidenti delle Regioni hanno dato dimostrazione della loro inaffidabilità, anzi della loro dannosità nella gestione di una emergenza nazionale come la pandemia. Non solo. Le loro responsabilità sullo stato disastroso con cui la sanità pubblica (di loro competenza) si è trovata a far fronte all’emergenza, sono apparse evidenti indipendentemente dalla collocazione politica dei presidenti e delle giunte.

La filosofia delle Regioni in questi decenni è stata quella di tagliare la sanità pubblica, smantellare la sanità territoriale e dare spazio alla profittabilità della sanità privata. Ormai si impone un cambio di passo sull’esistenza delle Regioni come istituzioni di governo. Cinquanta anni dopo la loro istituzione il bilancio che se ne trae è pesantemente negativo e l’idea di scioglierle non deve più essere un tabù. In primo luogo occorre i poteri interdittivi della Conferenza Stato-Regioni e ridurla a mero organismo consultivo. Il secondo segnale da inviare subito è quello di seppellire immediatamente ogni discorso sull’autonomia differenziata che queste contraddizioni vorrebbe aumentarle per scelta.

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Fontana bifronte.

di Giulio Cavalli    
Prima ribadisce che il lockdown è competenza del governo. Poi si lamenta della zona rossa istituita da Palazzo Chigi. È molto confuso, il presidente della Regione Lombardia

Fontana guida la schiera di presidenti di Regione che se la prendono con il governo per le misure adottate, considerate troppo severe. Bello fare il presidente di Regione in Italia se si è di un colore politico diverso rispetto al governo: si urla per giorni “non decidono! non decidono!” e poi quando decidono ci si lamenta che hanno deciso. Tanto a loro cosa interessa, gli basta fare un po’ di caciara, c’è sempre un potere superiore su cui scaricare le responsabilità.

Fontana dice che va tutto bene.

Fontana dice che va bene anche se ormai il tracciamento è completamente saltato.

Fontana dice che va bene anche se in Lombardia il dato dei positivi sulla base dei tamponi eseguiti è pari al 26,6%. In aumento costante.

Fontana dice che va bene anche se ci sono 1.075 letti di Terapia intensiva, il tasso di occupazione è del 40%. La soglia di criticità è identificata al 30%. Il tasso di occupazione dei posti letto per i ricoveri ordinari è al 37%, al limite della soglia critica fissata al 40%.

Fontana diceva che bisognava chiudere, e che la competenza di farlo spetta al governo, e adesso dice che tutto va bene.

Fontana ha scritto una lettera a medici e infermieri in cui scrive: «Mi rivolgo a voi, un nemico invisibile è tornato a condizionare le nostre vite, ad esercitare pressioni sui nostri ospedali. […] Oggi dobbiamo lavorare insieme e rapidamente per piegare la curva epidemiologica e più di ieri siamo nelle vostre mani». «A voi – continua Fontana -, cui noi rimettiamo la difesa della vita, faccio appello per continuare questa lotta».

Fontana ieri ai giornalisti: «Non riusciremo per ora a chiedere alcun allentamento delle misure decise dal Dpcm».

È molto confuso, Fontana. Esattamente Fontana come la pensa?

Buon venerdì.