venerdì 20 gennaio 2017

SEMPRE PIU' DIFFERENTI,L'ODIO DI CLASSE AUMENTA


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Le cifre fornite dal rapporto Oxfam stilato dettagliatamente e quelle più gossippare di Forbes hanno il fine ultimo di evidenziare la sempre più elevata distinzione tra le classi sociali con il trend degli ultimi anni di avere al mondo sempre più ricchezza in denaro nelle mani di poche persone.
Pochissime se il dato riguardante l'Italia,come ripreso da Contropiano(news-economia ),vede il 30% della ricchezza del paese nelle tasche di sette persone(Rosa Anna Magno Garavoglia,Giorgio Armani, Gianfelice Rocca,Silvio Berlusconi,Giuseppe De Longhi,Augusto e Giorgio Perfetti),un distacco e una forbice che se si allarga ancora un po si rompe.
Gli articoli successivi di Left(ci-accaniamo-con-i-diversi e benvenuti-a-davos )parlano anche della cattiveria e dell'indifferenza di questi potenti che sono anche prepotenti,che si riuniscono a Davos per il World economic forum 2017 e dall'alto della loro strafottenza decidono le mosse strategiche di governi e dell'economia globale a tavolino rassicurati dai loro miliardi.
Spero non per molto visto che l'odio di classe cresce proporzionalmente alla loro sete di denaro e di sangue:vedi anche madn essere-l1-o-il-99% .

Odio di classe? In Italia sette persone possiedono il 30% della ricchezza del paese.

di Stefano Porcari
Secondo Forbes, la patinata rivista per Vip, gli otto super miliardari nel mondo detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. A rivelarlo è il quotidiano La Repubblica che è andato a spulciare le pagine di una delle riviste più esclusive del "mondo di sopra globale".
Nel boom delle disuguaglianze sociali, l'Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri nel nostro paese. "La novità di quest' anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito", commenta Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. In Italia il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell' 1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero.
Ma le differenze non si sentono solo nella ineguale distribuzione della ricchezza, si sentono anche sul reddito, che ormai sale solo per gli strati più alti della popolazione mentre resta al palo o diminuisce per quelli medi e bassi. Fino alla fine degli anni '80, l' aumento della produttività si traduceva in un aumento salariale. Oggi, e la tendenza è in corso da anni – almeno dal maledetto 1992 del Trattato di Maastricht – non è più così. Il legame tra crescita e benessere è svanito. L'ascensore sociale si è bloccato. La ricchezza ormai si ferma solo ai piani alti. E' un processo in corso in tutto il mondo ma ha segnato ferite profonde anche in Italia.

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Ci accaniamo con i diversi mentre irrancidiamo diseguali.

Se avessimo lo stesso nerbo che sprechiamo con le diversità anche nel combattere le diseguaglianze saremmo un mondo con un’equa distribuzione di diritti e di doveri; smetteremmo di accanirci sulle terre, come cani a difendere gli spazi, e potremmo alzare lo sguardo per discutere di possibilità. Se riuscissimo a ragionare per uguaglianza piuttosto che sottrazione sarebbe facile separare le tesi politiche (così diverse, anche opposte) dalle imposture e forse ci distoglieremo dall’autopreservazione imparando la cura.
I dati del rapporto Oxfam non sono diversi dall’anno scorso (e, secondo il rapporto, non saranno troppo diversi negli anni a venire) ma nascondono sotto i numeri una sceneggiatura quotidiana e diffusa: mentre filosofeggiamo di democrazia, autoritarismo e post verità continuiamo a non renderci conto che la stortura è quella di avere una classe dirigente (questa sì non eletta, non controllata, non responsabilizzata e difficilmente controllabile) che si riunisce intorno a un tavolo, una classe dirigente di poche tasche in cui sta la ricchezza del mondo e che potrebbe rovesciare intere economie decidendolo al tavolino di un caffè.
Un sistema politico post-pubblicitario che ha bisogno di denaro per comprarsi la necessaria visibilità e per costruirsi consenso ha poche porte a cui bussare per ottenere i mezzi indispensabili alla partita delle elezioni. Facile immaginare chi serviranno una volta preso il potere.
Dentro i numeri di quel rapporto c’è scritto a chiare lettere che dalle nostre parti il mantenimento dello status quo è la partita economica più rilevante. Gli altri, tutti gli altri, possono sperare di vincere la guerra nei bassifondi per giocarsi una realizzazione che è poco più della sopravvivenza. Dentro i numeri di quel rapporto c’è scritto che la politica  è saltata perché i numeri non pesano tutti allo stesso modo.
E quel rapporto ci dice che anche quest’anno forse l’abbiamo sprecato a inseguire urgenze irrilevanti. Forse.
Buon martedì.

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Benvenuti a Davos, dove i potenti si preoccupano del futuro del mondo.

di Martino Mazzonis
Tre giorni, circa 3mila invitati – che solo così si entra – e membri che pagano 585mila dollari l’anno per far parte del club della élite mondiale che si riunisce una volta l’anno sulle Alpi svizzere di Davos. L’appuntamento del World Economic Forum 2017 ha come titolo “Leadership responsabile ed efficiente” ed è interessante che il primo ospite sia Xi Jinping, il presidente cinese e che partecipa per la prima volta al Forum e che è presente con una folta delegazione commerciale. Tra gli altri ci sono anche Theresa May, che dovrà in qualche modo rassicurare i giganti della finanza sulla sua Brexit (oggi a Londra presenterà il suo piano, solo poi sarà in Svizzera), Joe Biden, che saluta presenta la sua campagna per la ricerca anti cancro, Bill Gates, Matt Damon e mille altri. Nei panel c’è una forte presenza di donne, molto meno tra gli ospiti. Segno che nelle grandi imprese – che la gran parte degli ospiti sono investitori e amministratori delegati – i piani alti sono ancora forti le discriminazioni.
A Davos ci sono investitori e clienti, leader e giornalisti e tutti si interrogano, nel lusso di una stazione sciistica, su dove stia andando il mondo. Si tratta di un club esclusivo che per anni è stato l’oggetto della protesta dei movimenti globali contro la globalizzazione e che, da qualche tempo a questa parte mette l’accento sui grandi problemi del pianeta in maniera più critica – una caratteristica in comune con diverse altre istituzioni transnazionali che hanno spinto la globalizzazione così come la conosciamo per poi scoprirne i difetti. Negli ultimi anni si è parlato di cambiamento climatico e di quarta rivoluzione industriale – i robot.
Se le tendenze di lungo periodo, gli scenari, sono una forza di Davos, le previsioni a breve termine non sembrano esserlo: lo scorso anno il tema non era la crescita delle forze politiche populiste. Eppure, nella conferenza stampa di apertura, il fondatore del club, Klaus Schwab ha sentito il bisogno di citare se stesso in un articolo di 21 anni fa per dire che la globalizzazione non può essere solo a vantaggio di alcuni e che. altrimenti, ci sono pericoli per la tenuta del sistema democratico. «Senza progresso sociale e responsabilità non c’è futuro. È nostro scopo originario connettere la responsabilità con la crescita. E speriamo che il mondo ascolti il nostro messaggio e per questo abbiamo parlato di leadership efficace e capace di ascoltare», ha detto Schwab.
Il meeting si articola su 4 piani: rilanciare la crescita economica mondiale, assicurare una maggiore capacità di inclusione del mercato capitalistico – «senza solidarietà tra perdenti e vincenti il sistema non si tiene» – il terzo pilastro è la quarta rivoluzione industriale, la reinvenzione delle corporations globali «forse il più importante di tutti». Le corporations, ci fanno insomma sapere che è giunta l’ora di ripensare il proprio modello di business.
Vedremo e capiremo cosa vuol dire in questi quattro giorni. Certo è che la globalizzazione è in gran ritirata e che al World Economic Forum, che difende l’idea della globalizzazione e teme la ritirata dell’economia dei confini nazionali, prova a ripensarsi. L’invito a Xi Jinping, che con un’economia pensata per l’esportazione, teme la chiusura delle frontiere tanto molto più di Schwab e per certo teme la presidenza Trump, è un segnale di come gli equilibri del 2017  siano già mutati.

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