mercoledì 11 gennaio 2017

CON LA CODA TRA LE GAMBE

Risultati immagini per torna a casa grillo lassie
Il ritorno del Movimento 5 stelle tra le fila dell'Efdd magari verrà fatto passare come un successo della diplomazia di Grillo e Casaleggio,ma anche i più stupidi ed ignoranti sanno bene che così non è,che il ritorno in ginocchio da Farage è l'ennesima sconfitta in pochi giorni dei pentastellati che collezionano figuracce in Europa dopo averne fatto incetta in Italia ed in modo sostanzioso a Roma(vedi madn due-di-picche e madn non-avrai-altro-dio-allinfuori-di-me ).
Questo ritorno con la coda tra le gambe è l'immagine tragicomica dei musi lunghi di alcuni europarlamentari,in primis del trombato Borrelli che dovrà rinunciare alla cadreghina di copresidenza dell'Efdd.
Questo far politica che era proprio di Berlusconi,del cambiare idea un giorno sì e l'altro pure,è proprio l'eredità di personaggi che si somigliano tra di loro,sempre pronti alla battuta chi da professionista e chi no,è la spettacolarizzazione della politica e conseguentemente dello svuotamento dei contenuti.
L'articolo preso da Il corriere della sera(grillo-torna-condizioni-farage )parla dei duri paletti posti da Farage per il ritorno dei grillini nella loro casa più attuale ed adatta,con l'obbligo primo di ritornare all'idea che l'Euro è una cosa brutta e che pure l'Europa lo sia,mentre il successivo preso da Senza Soste(grillo-sistema-tremato-via )parla nuovamente della sfrontatezza,della supponenza e dell'arroganza della classe dirigente di un partito(una persona e mezza)ormai allo sbando e di come la classe dirigente del Pci prese in giro la militanza sulla questione della rivoluzione decine di anni fa.

Grillo torna, le condizioni di Farage .Tre eurodeputati vogliono lasciare

Il leader deve scusarsi per essere riaccolto nello Ukip. Sacrificato Borrelli, in ascesa Pittarello. Come segnale di pace il blog rilancia il referendum sull’euro. Di Maio: voterei per l’addio.

di Emanuele Buzzi
Bruxelles Ancora insieme, raccogliendo i cocci. I Cinque Stelle continueranno a far parte del gruppo Efdd al Parlamento europeo. Una giornata convulsa, quella dei pentastellati, che non comincia sotto i migliori auspici. A Bruxelles la riunione degli eurodeputati M5S si trasforma in un confronto più che acceso. Volano accuse, prese di posizione. I malumori sono altissimi, si rincorrono voci di strappi clamorosi. Tre parlamentari del Movimento — tra cui Dario Tamburrano che su Facebook scrive un post durissimo — minacciano un possibile addio (con lo scoglio della penale da 250mila euro prevista dal codice di comportamento). Il triumvirato che in questi ultimi mesi ha deciso la linea, quello composto da David Borrelli, Fabio Massimo Castaldo e Laura Ferrara viene preso d’assalto. Nel mirino c’è soprattutto Borrelli (assente alla riunione), l’uomo della trattativa con Alde, il braccio destro di Davide Casaleggio (finito anche lui sulla graticola dei falchi) a Bruxelles. I deputati chiedono che non sia più lui a dettare linea e condizioni, vogliono un ridimensionamento. Qualcuno (anche tra gli attivisti sui social) medita addirittura di chiedere le dimissioni o il recall, ossia la possibilità su richiesta della base di sostituire un deputato. Nel gioco degli equilibri interni salgono le quotazioni di Piernicola Pedicini, ma è soprattutto il plenipotenziario di Grillo in Europa, Filippo Pittarello, il capo del personale, che pare beneficiare della vicenda.

Parallelamente in mattinata si svolgono trattative con lo Ukip per evitare di finire nel gruppo dei non iscritti e diventare irrilevanti in Europa. E non è un caso che sia proprio il nucleo guidato da Pittarello e Cristina Belotti (ex dipendente della Casaleggio associati, da anni a Bruxelles, etichettata dal blog come capo della comunicazione europea) quello a cui tocca presenziare nel summit via Skype con gli inglesi e i vertici del Movimento. Nigel Farage ha già sondato il terreno per una tregua con diversi eurodeputati pentastellati — quelli più vicini alle sue posizioni — lunedì: vuole capire i margini dell’incontro e chiede che dalla delegazione sia escluso Borrelli. Grillo e Davide Casaleggio si confrontano con lui intorno alle 14. il leader Ukip detta le condizioni: chiede che Borrelli lasci la co-presidenza del gruppo e che da parte del Movimento ci sia una sorta di pubblico ritrattamento delle posizioni anti-Farage, con una conferma della battaglia contro l’euro. Solo dopo pranzo la trattativa è data in discesa e i Cinque Stelle possono tirare a malincuore un sospiro di sollievo.
Ma alla riunione del gruppo Efdd in programma alle 15 la tensione rimane alta. «Questa era l’unica opzione possibile secondo me è avevo avvertito i miei colleghi in privato perché non amo fare le dichiarazioni su Facebook come tanti, io voglio bene al Movimento», attacca Marco Valli prima di entrare in sala. «Questo gruppo ha le nostre stesse posizioni in materia economica: per condurre davvero le nostre battaglie non basta un po’ di flessibilità». Arriva anche Tamburrano che dribbla chi gli chiede di un eventuale addio: «Sono questioni che vanno discusse collegialmente, non sono solo opinioni personali». Dopo trentun minuti dalla sala parte un applauso liberatorio. In serata il blog annuncia con un post la fumata bianca: Grillo propone di nuovo il referendum sull’euro e a dar man forte al garante ci pensa Luigi Di Maio: «Io voterei per un’uscita».

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Grillo: “Il sistema ha tremato”. Ma via…

Credevamo che l’istituto delle verità raccontate ai militanti fosse scomparso con il vituperato ‘900.Per chi, legittimamente, si fosse dimenticato qualche capitolo del passato, o per i millennials, ricordiamo un attimo questa pratica che appare riscoperta come il pane fatto in casa o le virtù delle erbe medicinali. Le verità per i militanti altro non erano che lo storytelling, le narrazioni, le verità adattate per i militanti di un partito che, con il lavoro volontario, mandavano avanti l’organizzazione. Erano verità che non avevano molto a che fare con quanto era accaduto in un momento difficile ma, in compenso, rincuoravano i militanti nei momenti più critici.
Celeberrime sono state le verità per i militanti del Pci ai quali veniva raccontato di essere in fase di preparazione della rivoluzione mentre, nella propria cerchia interna di discussione, la dirigenza sapeva benissimo di andare in ben altra direzione. Erano verità custodite bene, non c’erano i social a velocizzare i tempi di logoramento delle versioni di comodo, tanto che le ammissioni del gruppo dirigente che praticava questa gestione delle narrazioni sono arrivate ben dopo lo scioglimento del Pci di Occhetto. Addirittura si è trattato di verità per militanti utili, per quanto il potenziale eversivo del Pci fosse spento da decenni prima della Bolognina, anche agli avversari della sinistra. Tanto che Berlusconi, facendo finta che fossero vere, se ne è servito per molti anni. Parlando di una Italia piena di comunisti pronti a fare chissà cosa nel paese a partire dai primi anni ’90.  Per non parlare delle sceneggiate di replica dello spettacolo originale di Occhetto, a partire dagli anni 2000, delle prese di distanza dal “comunismo”, mimando temi di congresso da anni ’50, di diversi partiti della sinistra. Partiti, sempre più piccoli, che ripetevano riti di esecuzione di un simulacro di radicalismo che sui media, comunque, funzionavano bene. La riposta del blog di Beppe Grillo, alla mancata accettazione nel gruppo dei liberali europei del movimento 5 stelle, ha ricordato proprio l’epopea della verità per militanti.
Parlare di quanto accaduto a Strasburgo come del momento in cui “il sistema ha tremato”, per poi colpire i pentastellati, è infatti il classico processo di insettarimento della base, in modo che si chiuda in sé stessa contro il mondo esterno grazie alla narrazione di un mondo ostile. E si tratta di una base alla quale si racconta pure di essere andata vicino al bersaglio del colpo al cuore del sistema. E’ un modo consolidato per mangiarsi il consenso costruito attorno al proprio progetto: gli strati di militanti più critici e intelligenti capiscono subito che qualcosa non va e arretrano, mentre avanzano coloro che sono disposti, per vari motivi, a credere a qualsiasi versione militante della verità. Per un gruppo dirigente la cosa funziona nell’immediato, i militanti riflessivi vengono sconfitti dalla massa di chi accetta la verità militante anche solo per conservare l’organizzazione, poi il tutto finisce per disgregarsi. E’ solo questione di tempo. Farlo lentamente, per un gruppo dirigente, può essere oro. Perché permette, al gruppo dirigente, di posizionare i propri interessi di ceto a prescindere dai motivi per cui è stato eletto dalla base. Ad ogni momento critico ci saranno comunque sempre meno persone a credere alle verità militanti.
Certo, cercare di mantenere il potere raccontando qualcosa alla base rafforza tendenze oligarchiche degli aggregati politici già oggetto di pubblicazioni consolidate nel ’12. Ma non intendiamo il 2012, quanto il 1912. Quando Robert Michels aggiornò, con nuove annotazioni, il suo celebre saggio, stampato a Roma e in italiano, “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia” del 1910. E qui, ci venga perdonata la franchezza, qualcuno, prima di proclamarsi straordinariamente nuovo magari non farebbe male a evitare di somigliare a qualcosa di straordinariamente vecchio.
Certo, ci sarebbe anche un’altra strada: quella di crescere, ed innovare nelle difficoltà, diventando qualcosa di più robusto perché in grado di sintetizzare il nuovo con elementi tradizionali che permangono nelle società. Strada, anche quella già praticata anche con successo. Ma il movimento 5 stelle, per adesso, sta scegliendo abbondantemente la strada della produzione di verità militanti, come già visto nella saga romana, per preservare la propria struttura al presentarsi di ogni seria difficoltà o controverso atto amministrativo. Il problema è che i media conoscono l’arte di macinare nel ridicolo la costruzione di queste verità da qualche decennio. Oggi, con l’aggiunta dei social, questo processo di macinazione della verità militante si fa anche più incisivo.
Andando ai fatti, quanto accaduto nei giorni scorsi ha dell’incredibile, anche per una politica italiana rotta a tante vicende. Nel fine settimana dal blog di Grillo era stata annunciata la votazione sul cambio di gruppo parlamentare all’europarlamento di Strasburgo. Votazione da farsi espresso, dalle 10 alle 12 del lunedì sulla piattaforma per iscritti Rousseau (sulla quale non mancherà, in futuro, una nostra analisi).  Orario e tempi di votazione per iniziati, quando il processo politico di adesione al gruppo dei liberali europei era tutto, come è naturale, fuorché solo un fatto meramente tecnico. E tantomeno una cosa da assimilare in poche ore. In politica, per cambiare linea così vistosamente, si fanno i congressi. Si coinvolgono, in discussioni lunghe e documenti di analisi, decine di migliaia di persone se il partito è di massa. Altrimenti con le votazioni online da fare in poco tempo, non si convincono le persone, si alimentano le polemiche e si perdono pezzi.
Il movimento grillino non ha, invece, mai fatto un congresso, dove la centralità della presenza è degli iscritti che si confrontano entro un processo politico, ma solo convention, riunioni di cerchie e democrazia da meetup. Entro una concezione ufficiale della politica da primi anni ’90 quella un po’ grossolana da visionari degli incubatori di impresa, che poi è l’ideologia da venture capitalism milanese della Casaleggio, che voleva la democrazia online come sostituto, e liquidatore, delle altre forme di democrazia. Insomma l’idea grezza dell’immateriale che si sostituisce al reale, anche in democrazia, quando invece, con l’avvento delle tecnologie digitali la politica è diventata un’altra cosa: un processo dove si sono intrecciate forme fisiche, sul campo, di democrazia e forme digitali, a distanza, di informazione e deliberazione. Sottrarre a questo intreccio le forme digitali è produrre una procedura archeologica di democrazia inadatta all’oggi; sottrarre invece le forme fisiche, e simboliche, dell’agonismo democratico a tutto questo significa riprodurre una sterile, solitaria deliberazione plebiscitaria digitale. Infatti, come è avvenuto per il mancato cambio di gruppo parlamentare a Strasburgo, alcuni gruppi in assoluta discrezione trattano con i nuovi referenti, neanche tutti i parlamentari sanno e poi, a cose fatte, arriva internet a dover decidere se bere o affogare. Quando Grillo dice “decide la rete” è questo il processo che accade. Non proprio la realizzazione dell’utopia digitale, insomma.
Diciamoci poi la verità: qualcuno di questa redazione ha frequentato, a suo tempo, Indymedia. E ha conosciuto in prima persona il funzionamento della democrazia digitale, l’assoluta trasparenza dei passaggi tecnici, di produzione di contenuti e decisionali, persino nella confusione e negli scazzi. Una piattaforma, come Rousseau dei grillini, dove domina la gestione discrezionale di una azienda, la Casaleggio, in questo senso assomiglia alla gestione democratica dal basso di Indymedia quanto un Big Mac ad un panino fresco direttamente comprato dal norcino.
E la prova del nove, di questi ragionamenti, la si ha quando si osserva che mai, nel movimento 5 stelle, la “rete” ha portato avanti una proposta, un progetto che conta, in autonomia da Grillo facendoselo votare e praticandolo. Solo qualche voto contrario, come per l’immigrazione, poi riarrangiato dai vertici pentastellati entro la loro versione di come devono essere fatte le espulsioni dei profughi. Onestamente, siamo ad un deficit di democrazia pesante, in una società italiana già messa sotto silenzio per anni. Se poi si pensa che la democrazia sia la polemica su Facebook, ovvero una produzione di dati ricca di informazioni per i mercati del profiling, magari questa concezione la si può vendere ai renziani. Ma nel mondo reale certe cose sono sempre più difficili da vendere.
E’ naturale che il tentativo di svolta dei pentastellati in Europa preluda a qualcosa in Italia. Qualcosa che assomiglia a un tentativo, per adesso fallito, di accreditamento nel continente come partito di governo. E’ bene ricordare che nelle retoriche del movimento 5 stelle si accavallano continuamente, anche nelle stesse persone fisiche, argomenti ultraliberisti di destra e temi peronisti di sinistra. E’ l’ala liberista, che ha promosso, in accordo con la Casaleggio e con Grillo, questo tentativo di scalata a Bruxelles. Si tratta dell’ala, oggi rappresentata dall’assessore alle partecipate del comune di Roma, delle piccole e medie imprese che, in qualche modo, in “Europa” si vogliono adattare. E il ceto politico che le rappresenta non ha alcun interesse, e tantomeno voglia, di trovarsi un domani a dover fare un frontale con la Ue come quello fatto a suo tempo da Varoufakis.
Il tentativo di accordo con i liberali europei viene da quest’ala, a diretto contatto con la Casaleggio e con Grillo. E non si tratta di roba che arriva all’improvviso. Gli elogi di Grillo al modello Germania, compreso Hartz IV, non sono di oggi. Si sposano con un’idea della piccola e media impresa che venga avanti tutto, figuriamoci dello stato sociale, e che viene a patti con tutti a qualunque costo. Basta lasciarla al governo. E se questo significa un patto con i liberisti tedeschi va benone. Eppure le cose non sono andate nel modo desiderato. Grillo non è mai piaciuto sui media tedeschi, l’intervista di Di Battista a Die Welt è stata un boomerang e i pentastellati sono stati respinti, all’europarlamento, proprio dai tedeschi.
Ieri erano stati quelli del gruppo verde, oggi i liberali. Il tentativo di mostrarsi, per galleggiare politicamente, più realisti del re, quello di Berlino, al momento è fallito. Il ritorno che Nigel Farage, dopo essere stati respinti dai liberali, per i grillini ha il sapere del mesto ritorno nella baracca. Evitiamo di parlare dei costi, in termini di finanziamenti diretti persi dal M5S in caso di confluenza nel gruppo misto, che hanno suggerito il ritorno a Farage. Ci fermiamo ad un dato politico: la mancata ammissione nel gruppo dei liberali europei è, in Europa e in Italia, una severa sconfitta per il movimento 5 stelle. Il tempo ci dirà se questa sconfitta, apre una crisi di crescita o una strutturale. Certo che se continuerà la prassi di affrontare le crisi raccontando verità militanti, il movimento pentastellato si avvierà a rimanere una parentesi nella storia della politica italiana. Facendo la fine dei tanto vituperati partiti “ideologici” del ‘900.
redazione, 10 gennaio 2017

Nessun commento: