giovedì 8 novembre 2018

UN ANNO DALL'INDIPENDENZA UNILATERALE CATALANA,MADRID PRESENTA IL CONTO


Risultati immagini per condanne indipendentisti catalani
Sono passati poco più di dodici mesi dalla proclamazione di indipendenza unilaterale della Catalunya(madn e-repubblica ),mai accettata dalla Spagna e mai ufficializzata dall'Unione Europea,che Madrid sta chiedendo pesanti condanne per gli imputati al processo che vedono parecchi leader del movimento di autodeterminazione catalano alla sbarra.
Si parla di pesanti condanne che arrivano fino ai 25 anni per la guida di Esquerra Republicana Junqueras e altre di decine di anni oltre a multe,e che comprendono anche i vertici dei mossos d'esquadra(la polizia autonoma catalana),con accuse che vanno dalla ribellione al tradimento.
Nell'articolo di Marco Santopadre,uno dei più profondi ed attenti conoscitori della questione catalana,(contropiano.org/news/internazionale-news )tutto quello che c'è da sapere su questo momento storico di vendetta del governo spagnolo nei confronti di Barcellona oltre al nuovo profilo politico del governo iberico in un periodo d'ingovernabilità con le forze politiche basche e catalane che possono essere l'ago della bilancia per il futuro dell'esecutivo stesso.

Madrid chiede condanne tombali per gli indipendentisti catalani.

di  Marco Santopadre 
Entra nel vivo il processo contro i leader indipendentisti catalani e si manifesta quello spirito di vendetta nei confronti della dirigenza di Barcellona che ha contraddistinto l’operato degli organismi e delle istituzioni spagnole negli ultimi due anni.

Venerdì scorso la Procura Generale dello Stato guidata dalla ‘progressista’ Maria José Segarra (indicata dal governo socialista) ha infatti chiesto una raffica di condanne draconiane, per un totale di 210 anni di reclusione, nei confronti di 18 leader politici e sociali promotori del referendum per l’indipendenza del Primo Ottobre e della dichiarazione unilaterale di indipendenza del 27 ottobre 2017.

L’accusa ha chiesto 25 anni di carcere e l’inabilitazione per l’ex vicepresidente e leader di Esquerra Republicana Oriol Junqueras, 16 anni e l’inabilitazione per l’ex ‘ministro’ degli Interni Joaquim Forn e per altri quattro ex consiglieri del governo catalano: Josep Rull, Jordi Turull, Raül Romeva e Dolors Bassa.
 Il pubblico ministero accusa del gravissimo reato di ribellione anche l’ex leader dell’Assemblea Nazionale Catalana Jordi Sànchez e il presidente di Òmnium Cultural, Jordi Cuixart, e l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, e chiede per tutti loro una condanna a 17 anni di carcere e l’inabilitazione. La tesi accusatoria è che avrebbero incitato la popolazione a ribellarsi contro lo Stato e le forze dell’ordine. “Il piano secessionista contemplava – dicono i procuratori dello stato – l’utilizzo di tutti i mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo, incluso, di fronte alla certezza che lo Stato non avrebbe accettato la situazione, l’uso della violenza necessaria per assicurare il risultato criminale preteso” anche attraverso l’utilizzo dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma catalana che nelle settimane precedenti il voto venne commissariata e i cui vertici sono anch’essi sotto processo per il loro atteggiamento tollerante nei confronti di un referendum dichiarato illegale e duramente represso dalle istituzioni statali.

Per ovviare al fatto che il delitto di “ribellione” dovrebbe essere utilizzato soltanto contro i promotori di una protesta violenta (il che ha spinto la magistratura tedesca e di altri paesi dell’UE a respingere le richieste di estradizione dell’ex presidente Puigdemont e di altri esponenti catalani rifugiatisi all’estero), la Procura parla dell’uso di una “forza intimidatrice” esercitata attraverso le continue e massicce mobilitazioni promosse in particolare dalle due grandi associazioni indipendentiste, l’ANC e Òmnium. A riprova di questo “uso violento delle masse” la Procura cita il fatto che il presidente di Omnium Cultural, Jordi Cuixart chiese, ai manifestanti “la stessa determinazione mostrata durante la guerra civile attraverso l’uso dell’espressione ‘¡no pasarán!” nel corso delle proteste popolari contro l’ondata di arresti realizzati il 20 settembre dalle forze di sicurezza statali e dai militari.

Una pena di un anno e otto mesi di reclusione, l’inabilitazione e una multa di 30 mila euro vengono richieste dalla Procura dello Stato nei confronti dei componenti della Presidenza del Parlament sciolto d’autorità dal governo centrale dopo la proclamazione d’indipendenza. Lluís Corominas, Anna Simó, Lluís Guinó, Joan Josep Nuet e Ramona Barrufet sono accusati di disobbedienza per aver messo in votazione o permesso la discussione di provvedimenti legislativi sospesi dal Tribunale Costituzionale. Analoga richiesta nei confronti dell’ex deputata della CUP (sinistra indipendentista) Mireia Boya.

Un’altra tranche del processo riguarda i vertici della polizia autonoma catalana. La Procura dell’Audiencia Nacional di Madrid ha chiesto 11 anni di carcere per Josep Lluis Trapero, l’ex comandante dei Mossos, accusato anch’egli del delitto di ‘ribellione’. La stessa pena – fino a venerdì il reato contestato era quello di sedizione, meno grave – chiesta per l’ex direttore dei Mossos Pere Soler e per l’ex segretario generale del Dipartimento alla Sicurezza della Generalitat César Puig. Quattro anni vengono richiesti per l’intendente Teresa Laplana, accusata invece di ‘sedizione’. Anche in questo caso i fatti più gravi, insieme alla tolleranza dimostrata dai Mossos nei confronti del referendum illegale, risalirebbero alle manifestazioni di massa del 20 e 21 settembre, quando gli agenti della polizia autonoma avrebbero agito in complicità con i “capi della ribellione contro le legittime autorità statali”.

Alla fine del processo la Procura dovrà confermare il mantenimento o meno delle accuse rese note venerdì, il cui alleggerimento è stato invano chiesto da vari cattedratici di diritto e da alcuni esponenti politici. Nel caso di una conferma, i leader catalani sarebbero accusati di “ribellione” così come avvenne nel caso dei golpisti guidati nel 1981 dal colonnello della Guardia Civil, il fascista Tejero.
 Da parte sua l’Avvocatura Generale dello Stato ha comunicato che non accuserà i leader indipendentisti catalani di “ribellione” ma “solo” di sedizione e malversazione di fondi pubblici. L’organismo che difende gli interessi dello Stato ha comunque chiesto la condanna di Oriol Junqueras a 12 anni di reclusione, e pene inferiori per gli altri ex ministri dell’esecutivo catalano. Comunque una enorme sproporzione rispetto al fatto che oggetto del procedimento penale sono decisioni politiche adottate da esponenti politici ed istituzionali nell’esercizio delle loro funzioni e sostenuti da un’ampia maggioranza parlamentare (in territorio catalano, ovviamente) ma che hanno scatenando le ire dell’estrema destra spagnola (PP. Ciudadanos, Vox) oggi mobilitata nelle località basche di Pamplona e Altsasua per ‘sostenere le forze dell’ordine’ in quella che appare l’ennesima provocazione nazionalista spagnola.

Il fatto che a governare a Madrid da alcuni mesi siano i socialisti, sostenuti da Podemos, e non più la destra postfranchista, non sembra cambiare molto gli equilibri, dimostrando per l’ennesima volta che il problema della Spagna non è il Partito Popolare ma il “regime del ’78” (il sistema politico, istituzionale e ideologico partorito dal processo di autoriforma del franchismo) nel suo complesso.

Le accuse dell’avvocatura dello Stato, pur meno ingenti di quelle della Procura, sembrano esplicitare la posizione di un esecutivo socialista che non può e non vuole rinunciare a considerare le rivendicazioni catalane una questione di ordine pubblico piuttosto che una richiesta politica da affrontare e risolvere attraverso il negoziato.

La posizione del governo e degli organi giudiziari da esso dipendenti potrebbe chiudere definitivamente la strada all’approvazione della legge di bilancio varato dal PSOE e da Podemos. Le due formazioni non hanno infatti la maggioranza in Parlamento e almeno per quanto riguarda il Congresso i voti dei partiti baschi e catalani sono fondamentali. Ma né ERC né il PdeCAT del President Torra potranno facilmente tenere in piedi Sanchez in mancanza di una inversione di rotta sul tema dei prigionieri politici. Al Senato saldamente in mano al Partito Popolare (149 seggi su 266 totali) l’asse PSOE-Podemos non ha invece alcuna speranza di affermarsi. Da questo punto di vista la bozza di Finanziaria varata dall’esecutivo Sanchez e contenente alcune misure economiche e sociali in controtendenza con la logica dell’austerity e dei sacrifici a senso unico degli ultimi dieci anni potrebbe essere letta come un bluff. Il provvedimento si troverebbe la strada sbarrata ma concederebbe alle due formazioni attualmente al governo di potersi presentare alla prossima tornata con un “ci abbiamo provato”, nella speranza di aumentare i propri consensi.

Ma tutti gli istituti demoscopici indicano che la più o meno consistente ascesa dei socialisti avverrà a scapito di Podemos, con una parte dell’elettorato del movimento guidato da Iglesias che tornerà alla casa madre socialista. Nel campo avverso si registra una sfrenata competizione tra il Partito Popolare, in discesa netta, e l’altro movimento liberista e nazionalista Ciudadanos, che invece dovrebbe aumentare nettamente il proprio peso. Ma anche qui il saldo sembra essere vicino alla zero: i voti persi dal PP andrebbero quasi tutti a C’s, e per la prima volta un partito esplicitamente neofascista come Vox potrebbe ottenere abbastanza voti da fare il suo ingresso alle Cortes. E questo nonostante il netto spostamento a destra del Partito Popolare, guidato ora da quel Pablo Casado che rappresenta le pulsioni più reazionarie della formazione nata dall’ala dura del franchismo, quella che alla fine degli anni ’70 rifiutò la cosiddetta “Reforma”.

Un generale spostamento a destra, in senso nazionalista, liberista e autoritario, del panorama politico spagnolo, che i socialisti non sembrano in grado di controbilanciare, e che potrebbe costringere le attualmente disorientate e sparpagliate formazioni catalane a ricompattarsi di fronte alla mancanza di un qualsiasi spiraglio di trattativa da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

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