sabato 21 marzo 2020

GIANNI MURA


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Gianni Mura è stato e rimane uno dei pilastri del giornalismo italiano,non solo sportivo,categoria del suo mestiere cui ha lavorato intensamente e con grande garbo e passione fin dagli albori della sua lunga carriera,ma è stato anche pensatore e coscienza scritta,firma onesta e senza padroni in un mondo dove lo spostamento dei propri ideali attratti dai denari purtroppo è sempre più in voga.
E'stato anche uno scrittore ed una firma sia di romanzi che di rubriche presso varie testate italiane,ma il suo principale impegno professionale lo si è avuto con La Repubblica:erede di Gianni Brera,altro giornalista dei bei tempi che furono,prese da lui l'intelligenza e la competenza,dietro quell'aspetto da burbero e brontolone.
L'articolo preso da Linkiesta di qualche anno fa(il-problema-del-giornalismo-e-che-non-si-occupa più della realtà )ne descrive in una lunga intervista il carattere forte,a volte testardo ma sempre lucido e votato alla verità e alla schiettezza della cronaca,e il grande amore per i due sport che ha sempre amato più degli altri,il calcio ed il ciclismo.
L'ho sempre considerato un grande del giornalismo italiano,uno dei migliori assieme a Gianni Minà e paragonarlo con un'altra immensa figura del giornalismo mondiale,Eduardo Galeano(madn eduardo-galeano-e-il-mercato ),che pure lui scrisse pezzi indimenticabile sul calcio e sulla società,mi sembra un giusto riconoscimento per omaggiarlo:ecco cosa pensava della morte"morire è come aprire una porta e chiudersela dietro:chi è senza chiave non entra".

«Il problema del giornalismo è che non si occupa più della realtà»

01 luglio 2015
Ad arrivarci in bicicletta, poco dopo l’ora di pranzo di un giorno bollente di giugno inoltrato, la sede milanese di Repubblica sembra una specie di avamposto in un territorio ostile e alieno. A poche centinaia di metri da piazzale Lodi, i suoi due palazzi di vetro — un parallelepipedo slanciato per Manzoni, un cubo tozzo per il gruppo L’Espresso — sono sormontati da una decina di parabole che captano il mondo, lo stesso mondo che le diverse decine di giornalisti che in quel cubo ci lavorano ogni giorno, cercano, chi più chi meno, di raccontare e interpretare.

Nel labirinto di stanze e corridoi di quel cubo c’è anche una stanza occupata quasi per intero da una scrivania affollata di documenti, libri, appunti, con un pacchetto di MS light che spunta in mezzo alle carte. È un disordine che lascia al computer soltanto il minimo spazio vitale. Un’emarginazione del digitale che forse è casuale, anche se, dopo aver parlato con il proprietario, viene da pensare che in qualche modo non lo sia, ma che sia piuttosto una sorta di psicosomatismo dello spazio che reagisce e si adegua a chi lo occupa.

Dietro alla scrivania c’è un signore di 70 anni dallo sguardo limpido, un’espressione vagamente malinconica e una barba grigia, tranquillizzante come il tono di voce, i cui sporadici scatti si manifestano a livello lessicale. Si chiama Gianni Mura ed è uno dei più bravi giornalisti sportivi italiani di sempre. Anzi, meglio, è tra le migliori penne del giornalismo italiano di tutti i tempi, punto.

Gianni Mura vive di giornalismo da quando non aveva ancora vent’anni e, uscito dalle aule del liceo classico, entrò nella redazione della Gazzetta dello Sport come praticante. Era la metà degli anni Sessanta. Milano era un’altra città, come l’Italia era un’altra Italia e il giornalismo un altro mestiere. Da professionista della parola e del racconto, di un modo di stare al mondo, di fare giornalismo, nonché dell’arte di condividere un tavolo mangiando e bevendo — come dimostra, da ultimo, il suo Non c’è gusto, pubblicato da Minimum Fax — Gianni Mura sa bene quanto sia importante, nelle chiacchiere, non fare troppi giri di parole: «Quando mi chiedi “Cosa ci siamo persi” intendi dire cosa vi siete persi, voi che avete trent’anni, vero?», chiede sorridendo appena prima di iniziare, senza lasciare il tempo alla domanda retorica di agire.

«Vi siete persi l’umanità di una città che era considerata la più umana del Nord, se non d’Italia»

«Vi siete persi l’umanità di una città che era considerata la più umana del Nord, se non d’Italia. Vi siete persi le osterie, i bar e tutti i posti dove, da studente, andavi e parlavi con chi trovavi e, se ci arrivavi la sera tardi, avevi a che fare con una clientela borderline, soprattutto nella zona della vecchia Gazzetta, in via Galilei. Ci trovavi anche delle vecchie battone, cordialissime e, almeno per un po’, rilassate, perché erano lì a mangiare con i loro protettori. Mi ricordo che una volta una mi disse che facevamo lo stesso mestiere (ride) e in fondo non è del tutto sbagliato».

Cosa c’era a quei tempi che ora è sparito?
C’era un clima di non forzata mescolanza sociale, anzi, direi spontanea, anche se era una Milano in cui le differenze tra ricchi e poveri esistevano eccome. Ma c’erano posti come le piole notturne, osterie come il Moncucco, il Meazza, la Magolfa, che a una cert’ora si riempivano di una clientela variegata e interclasse. Alcuni erano anche dichiarati ladri e malfattori, ma tra quella clientela variegata c’era anche la cosiddetta “borghesia illuminata” che frequentava quei posti per sentire le canzonacce. Mi chiedi cosa è sparito, ti rispondo non solo che sono spariti quei posti, ma che, ben più grave, è sparita quella borghesia illuminata.

«Negli anni 60 si avvertiva l’importanza di questa classe di operai, gente che si era fatta un culo pazzesco, ma che però ci teneva a far studiare i figli»

Milano era una città operaia a quei tempi, in che cosa si vede che quel mondo è scomparso?
Se si parla di quello che si è perso seriamente qui a Milano, non si può non dire che si è persa quella civiltà incredibile che era la cultura operaia. Come dice il proverbio Chi ghe volta il cul a Milan ghe volta il cul al pann, e infatti Milano, da qualunque parte si arrivasse, era fasciata da grandi fabbriche. E non era soltanto una questione di posti di lavoro, che all’epoca si trovavano con facilità, anche dalla mattina alla sera, ma era anche altro. Intorno ai primi anni Sessanta, quando io scoprivo la città venendoci al ginnasio, si avvertiva l’importanza di questa classe di operai, gente che si era fatta un culo pazzesco, ma che però ci teneva a far studiare i figli. Pensa a quel verso di Contessa “anche l’operaio vuole il figlio dottore”: all’epoca era vero, era possibile che l’operaio si comprasse una casetta perché gli stipendi erano buoni e il lavoro era sicuro.

Era una città più ricca anche a livello culturale?
Quando parlo di cultura non intendo dire soltanto che c’erano molte più librerie, cinema, teatri, recite, concerti, cabaret, fino ai canti andini, ma che c’era anche un’abitudine che oggi si è persa: dire ai giovani che bisognava studiare e avere molto rispetto sia per il lavoro che per gli altri. Questa era la Milano operaia, ma, prima ancora, era la Milano delle case di ringhiera, che c’erano in Ticinese come a Lambrate prima che arrivassero i loft. Abitazioni molto lontane da quelle dei quartieri residenziali e anonimi di oggi, veri e propri luoghi di convivenza e di solidarietà umana, in cui era normalissimo che se una famiglia finiva la legna il 20 del mese quelli del piano gliela davano, che tanto poi ci si metteva a posto.

«Quello che rovina la gente a Milano oggi è un senso di profonda solitudine»

Che cosa è rimasto di quel tessuto sociale?
Quasi nulla. Quello che rovina la gente a Milano oggi è un senso di profonda solitudine. Una volta era una città diversa che, seppur si poteva odiare per il clima terribile e grigio, le si doveva riconoscere che quel senso di solitudine non te lo faceva provare mai. Ci si sentiva in compagnia e non ci voleva molto a trovarla. Questo spirito è sparito insieme ad altre cose che sono scomparse anche nel resto d’Italia, e che fondamentalmente sono due: la prima è il tempo libero, che praticamente non esiste più, la seconda è un’abitudine ai rapporti umani, che oggi sono devastati, confinati ai margini della vita dall’invasione degli smartphone e di tutte le altre trappole tecnologiche che ti danno l’illusione di essere connesso con il mondo, di avere 1753 amici, ma che in verità ti nascondo la verità: che non hai un cazzo. Se provi a chiedere 50 euro in prestito a uno di questi 1753 amici non credo che li avresti.

«Quello che vedo io a Milano è una sorta di fretta incazzata, che non è neanche una fretta consapevole, è una fretta senza senso»

E questa evoluzione, o involuzione, a che cosa ha portato?
Ha portato a un girare frenetico di criceti sulla ruota, quello che vedo io a Milano è una sorta di fretta incazzata, che non è neanche una fretta consapevole, è una fretta senza senso, da quando ci si sveglia e si cerca di saltare la fila per il caffè a quando si litiga per il parcheggio. Tutto questo una volta non c’era o, se c’era, c’era molto di meno, perché era attutito dalla presenza di un forte tessuto sociale e da una radicata educazione all’altro da sé. E non sto parlando di galateo, ma di un’educazione e un rispetto verso gli altri che ormai si è perso. Molto più delle trattorie fuori porta, anche perché qualche trattoria a Milano la puoi ancora trovare.

«Questa vita di relazione di strada o di quartiere si è persa nel mare immenso degli ipermercati. Non c’è più ed è difficilmente ricreabile»

Su cosa si basava quel tessuto sociale?
Era sia quello delle grandi fabbriche, sia quello dei piccoli artigiani. Era formato da tutto ciò che nei quartieri definiva degli stati di relazione: una rete di ruoli che ognuno aveva all’interno della strada o del quartiere, dal fruttivendolo al macellaio, fino al panettiere, negozi che formavano un tessuto commerciale, ma anche sociale. Quando mi sono sposato avevo sei salumieri e due fruttivendoli nel raggio di 150 metri. Non ce n’è più uno. Ha resistito solo un panettiere. Questa vita di relazione di strada o di quartiere si è persa nel mare immenso degli ipermercati. Non c’è più ed è difficilmente ricreabile.

Quando sparisce l’umanità di un tessuto sociale così forte, che cosa resta?
Subentra qualcosa di molto vicino al nulla, subentrano dei locali d’acchiappo che si assomigliano tutti uno con l’altro, dietro a cui ci sarà uno studio di mercato: si rivolgono tutti più o meno alla stessa fascia di pubblico ed è tutto appiattito, anche in una zona che era uno dei luoghi alti della letteratura milanese come i Navigli. Perfino Simenon, che era preoccupato solo di scopare, aveva chiesto che gli affittassero un appartamento sopra il vicolo dei lavandai. Anche Vittorini abitava là vicino. Insomma, si è perso moltissimo, e dubito che si sia guadagnato qualcosa. Ormai alla mia età c’è una certa tendenza al reducismo, ma a me non viene voglia molto di uscire la sera in questa città, che è comunque popolata da una fauna in larga parte poco nota e che sinceramente non so se ho voglia di conoscere.

«Era una Milano così, ma talmente naturale che qualcuno è riuscito anche a scriverla, raccontarla nell’immediato, come Beppe Viola, mentre qualcuno l’ha cantata, come Jannacci»

Che gente si incontrava a quei tempi?
C’erano attori, come la Melato, che era spesso al Jamaica. C’erano intellettuali come Bianciardi, Viola, cantautori come Jannacci, e poi pittori, fotografi, artisti. Si conoscevano tutti. Beppe Viola aspettava Trintignant che usciva dal set e che, se non andava a giocare ai cavalli, gli portava un paio di bottiglie di Borgogna. Era una Milano così, ma talmente naturale che qualcuno è riuscito anche a scriverla, raccontarla nell’immediato, come Beppe Viola, mentre qualcuno l’ha cantata, come Jannacci.

E Bianciardi?
Bianciardi anche, però lui più che un amore verso questa città provava un rancore profondo e quindi la viveva da esule, da incazzato e si ancorava ad alcune amicizie, ma il suo non era il modo migliore di vivere Milano, per quanto gli abbia ispirato un grandissimo libro come La vita agra, in cui però il lottare non esce particolarmente bene.

Perché la cultura oggi sembra non avere più questa attrattiva?
Forse all’epoca si parlava meno di cultura, eppure le si riconosceva un valore molto più importante, un valore che non le si riconosce più. La cultura era importante per quelli che facevano politica, per quelli che scrivevano sui giornali — perché all’epoca bisognava essere soprattutto bravi a scrivere — era importante per chi faceva spettacolo, sia teatro che cabaret. C’era una vita culturale vivacissima a Milano che secondo me è quasi completamente sparita, così come hanno chiuso tanti teatri, tanti cinema, tante librerie. Ma non solo, Milano era anche una città di musicisti, pensa che arrivavano i più grandi dall’America a cercare Sellani o Cerri, facevano jam session, cantava Billie Holiday al Puccini, o anche i Beatles al Vigorelli, era esattamente 50 anni fa.

Quando ha iniziato a cambiare?
Questa non è mia, ma di Giacomo di Aldo, Giovanni e Giacomo, che diceva: «ho cominciato a spaventarmi quando a Milano chiudevano le librerie e aprivano solo centri d’abbronzatura». È qualcosa di più di una battuta, perché è vero che hanno aperto un sacco di centri d’abbronzatura e che oltre alle librerie stanno chiudendo anche molte edicole.

Però stanno rinascendo un po’ di questi posti, in particolare librerie, ma anche panetterie e altre attività legate all’artigianato. E proprio a partire dalla mia generazione, quella che ora ha trent’anni e che ci sta provando...
Sì, ma con che soldi li aprono questi posti? Io non ho le idee chiarissime, e poi non considero i giovani una categoria immutabile, ma per aprire una libreria servono dei soldi alle spalle...

«Questa è una delle grandi problemi sociali di oggi: la dipendenza, spesso forzata, dei figli dai genitori.»

Spesso sono soldi dei genitori immagino...
Immagino anch’io, e devo dire che certamente preferisco che aprano una libreria piuttosto che un centro per le unghie. Però mi fa pensare a una cosa: al fatto che il conflitto sociale non sia più percepito come interclasse ma che venga dipinto sempre di più come conflitto intergenerazionale. Ma far credere ai più giovani che basta far fuori i più vecchi per subentrare loro nelle stesse posizioni è una presa per il culo. Purtroppo di questi tempi molti giovani hanno bisogno dei più vecchi, se no come si comprerebbero il telefonino, dove dormirebbero, cosa mangerebbero? Ecco questo è una delle grandi problemi sociali di oggi: la dipendenza, spesso forzata, dei figli dai genitori.

«Era possibile conquistarsi la vita, come si diceva allora, oggi invece è molto più difficile»

Negli anni Sessanta come funzionava?
Negli anni del famoso ’68, che io ho fatto poco perché già stavo lavorando alla Gazzetta, la tendenza era uscire di casa il prima possibile, oggi invece è quasi restarci il più a lungo possibile, con tutti i casini che ne possono derivare. Allora si poteva fare, anche perché era possibile affittare un appartamento grande a prezzi onesti e andarci a vivere insieme ad amici, a far la famosa “comune”. Io avevo amici che andavano a scaricare le casse al mercato per poter affrancarsi dai propri genitori. Era possibile conquistarsi la vita, come si diceva allora, oggi invece è molto più difficile. Se io penso a cos’era il mondo a quei tempi devo dire che sono stato molto fortunato, sono stato fortunato per Milano, ma anche per il mio mestiere.

Finisce la frase, guarda il pacchetto di sigarette appoggiato tra la montagna di carte, poi fa: «quando vuoi ce ne fumiamo un’altra eh?» E così, fermata la registrazione, continuiamo a parlare su un terrazzino del secondo piano di quel cubo di vetro. Il posacenere pieno e la posizione tattica di una sedia ne fanno il luogo ideale del lavoratore tabagista. Sembra un dettaglio superfluo, ma non lo è. Cambiare per un attimo luogo e condividere un gesto — cose che nelle interviste succedono di rado — fa muovere l’intervista oltre il recinto delle domande previste. Cinque minuti, il tempo di una sigaretta, ma sono sufficienti per continuare a parlare di Milano, di Lambrate, in verità, — «quei viali mi ricordano Parigi ogni tanto» dice Mura — e arrivare al nostro lavoro, al giornalismo, al senso che ancora hanno, o non hanno, le scuole, fino a che approdiamo al tu — «facciamo lo stesso lavoro, dai, non darmi del lei».

Le chiacchiere sul terrazzino continuano nel corridoio e arrivano fino alla scrivania disordinata, sulla quale ritorna anche il pacchetto di MS Light: «La fatica oggi è valutare le notizie», continua Mura, «perché ora sono dovunque e in un numero incommensurabile rispetto a prima».

Prima com’era?
Una volta per i giornali c’era solo l’ANSA, France Press e la Reuters che ti arrivavano in redazione. Ora arriva di tutto, e non solo, perché in questo momento le notizie privilegiate sembrano spesso essere le peggiori. Non so, c’è un assessore da qualche parte in provincia che scrive un commento razzista contro la Kyenge e va in prima pagina.

«La cosa grave è che questa apertura al pettegolezzo è generalizzata, come se ogni giornale dovesse averla per forza»

Sì, ma quello è gossip...
Eh sì, è gossip, che da quando non si chiama più pettegolezzo è stato sdoganato completamente. Tanto è vero che, quella che una volta chiamavi roba da Oggi o da Gente o, peggio, Novella2000, Eva Express eccetera, adesso le trovi regolarmente su Repubblica o sul Corriere, magari scritte in un modo leggermente più sfuggente, ma resta sempre un “chi scopa con chi”, o un “come finisce l’Isola dei famosi”. La cosa grave è che questa apertura al pettegolezzo è generalizzata, come se ogni giornale dovesse averla per forza.

Perché?
Trent’anni fa non se lo ponevano il problema. Pensa che Repubblica per anni è andata avanti senza una pagina sportiva. A un certo punto però tutti i giornali sono diventati come la vetrina della Standa, cioè più roba hai dentro e più gente attiri. Una vetrina...

Alla prova dei fatti però non sembra vero. Tutti i giornali perdono lettori...
Eh sì, e questo dovrebbe fare riflettere i direttori dei quotidiani, perché, se tutti perdono, qualcosa che non va c’è, e anche molto grosso.

Che futuro hanno, o meglio quanto futuro hanno?
Leggevo che per gli americani il termine di estinzione dei quotidiani è tra il 2025 e il 2028. Vuol dire avere avanti una decina d’anni. Io sentimentalmente sono dalla parte della carta, è evidente. Non posso essere dall’altra per motivi anche solo di frequentazione e di conoscenza. Però mi rendo conto che la carta crea sempre più problemi, soprattutto per quel che dicevamo prima sulla mancanza di tempo libero, e che c’è sempre meno gente che ha voglia di leggere un giornale stampato.

«Quasi tutti i cambiamenti grafici o restyling si risolvono in una diminuzione dei testi e un ampliamento dei titoli e delle foto. È sempre più difficile capire che c’è anche qualcosa da leggere»

Anche perché ogni tanto sembra che ci sia sempre meno da leggere...
Sì, esatto, quasi tutti i cambiamenti grafici o restyling si risolvono in una diminuzione dei testi e un ampliamento dei titoli e delle foto. È sempre più difficile capire che c’è anche qualcosa da leggere, anche perché se quel qualcosa — che sia la bomba atomica o uno stupro in metropolitana — è sotterrato da un titolo alto così o da una foto gigante e da leggere ci sono solo cinquanta righe. È poco. Per dire che ho ragione, almeno su questo, basta che andare in emeroteca e guardare le prime pagine dei maggiori quotidiani di vent’anni fa — Repubblica, Corriere, La Stampa, Il Giornale, quelli che c’erano insomma — e confrontarli con quelli di adesso. Lo si capisce al volo: il testo, che dovrebbe essere la parte più importante in un giornale scritto, è quasi sempre sacrificato. A meno che non ci sia il pezzo della grande firma di turno, o la grande inchiesta. Ma altrimenti, su cose per cui prima ci facevi un taglio basso, ora ci fai una pagina.

Perché tendiamo a vedere carta e digitale come due nemici e non cerchiamo di vederne una possibile alleanza?
Non è detto, certo. Ma la tendenza è questa. Tu sei pratico di scoiattoli? Immagino di no. Ma avrai visto che da quando sono stati importati gli scoiattoli americani — quelli grigi — i nostri scoiattoli europei, quelli rossi, sono stati sterminati. Perché hanno delle abitudini e anche una grandezza differente rispetto a quelli americani, che sono molto più aggressivi. Grossolanamente secondo me gli scoiattoli americani nel mondo dell’informazione di oggi sono il web, mentre quelli rossi siamo noi, la carta stampata. Ripeto, non è detto che ci estinguiamo entro i dieci anni di cui sopra, ma certamente è vero che da un po’ di anni abbiamo una vita sempre più difficile.

Però in natura esiste anche il meticciato...
Sì, ma in questo caso mi riesce difficile immaginare una qualsiasi intesa, per non dire un flirt o un matrimonio. Individuare una strada comune tra quello che è il mondo dell’informazione web e quello della carta è complesso anche da immaginare. Sono molto diversi i concetti fondanti, concetti che in parte la carta ha smarrito. Ma sta di fatto che il web sta vincendo, sta conquistando sempre più pubblico. E non è, credo, una questione di novità, ma piuttosto di velocità con cui tutto ti arriva davanti. Dei due quello che resta indietro è certamente la carta.

«Se dirigessi un giornale, non farei una pagina sui pomodori nell’agro campano, ne farei dieci. Manderei qualcuno per tre settimane, gli darei molte più pagine, ci manderei quattro giornalisti e un fotografo»

In molti pensano però che la carta non sia morta. Come potrebbe riprendere terreno?
La carta potrebbe riguadagnare un po’ del terreno che ha perso se i giornali fossero fatti diversamente. Ma invece non lo sono. Vedo che si continua a fare una pagina di intervista a questo o quel politico del tutto ininfluente, semplicemente per riempire una pagina e tenersi buono il politico, che tra l’altro, il più delle volte, non ha un cazzo da dire. Mentre credo che oggi, soprattutto in una situazione di crisi, al lettore medio, alla gente, interessi molto di più quello che succede intorno a lui. Non dico di fare il giornale di quartiere, dico però di occuparsi molto più di vite vere andando in giro e raccontandole. O facendo delle inchieste molto serie che non durino un giorno. Perché l’autorevolezza di un giornale la misuri dalla sua capacità di impegnarsi nel tempo, ed è così che fidelizzi i lettori. E gli esempi possono essere mille. Se io dirigessi un giornale, non farei una pagina sulla raccolta dei pomodori nell’agro campano, ne farei dieci. Manderei qualcuno per tre settimane di seguito, gli darei molte più pagine, ci manderei quattro giornalisti e almeno un fotografo, magari da difendere come si fa in Iraq con una pattuglia davanti e una dietro, visto che lì non amano molto chi ficca il naso nei loro affari. Però lì c’è la notizia: è il capire come è possibile che in Italia succeda che il 64 per cento di tutti quelli che lavorano in quelle situazioni non hanno accesso all’acqua, non possono lavarsi, non hanno un bagno, e hanno una paga da fame.

«È questo che mi stupisce, che i grandi della terra, in un periodo in cui le comunicazioni sono diventate facilissime e potrebbero parlarsi con Skype quando vogliono, si debbano ritrovare fisicamente in un posto»

Perché i giornali non ne parlano abbastanza?
Immagino che sia perché non sono convinti sia interessante, ma anche perché sono sempre più prevedibili, inseguono i riti. Io ho una ribellione per tutto ciò che ormai è diventato un rito. Mi danno fastidio. La cosa che mi dà più fastidio è il G8. Io non ho capito, da cittadino, perché debba riunirsi ogni 15 giorni, per fare le foto di rito, farsi riprendere mentre si stringono le mani — Renzi possibilmente senza giacca — e non concludono un cazzo. E si rivedono da lì a quindici giorni. Che la Grecia sia sull’orlo del fallimento è mesi che lo sappiamo. Ora è un po’ più in qua, ora un po’ più in là, ma non è una cosa seria. Ed è questo che mi stupisce, che i grandi della terra, in un periodo in cui le comunicazioni sono diventate facilissime e potrebbero parlarsi con Skype quando vogliono, si debbano ritrovare fisicamente in un posto, mettere su il teatrino dove poi si radunano di fronte tutti i black bloc a far casino — un altro rito — e non ne esce mai niente. Il problema dei migranti, per esempio, sono anni che se ne parla e si dicono sempre le stesse cose. Ma soprattutto non cambia nulla, non succede niente. È c’è una opinione pubblica che viene costantemente manovrata.

Da questo punto di vista quanto conta la presenza costante dei politici in televisione?
Mi son sempre chiesto perché Salvini deve essere sempre in televisione quando il fenomeno Lega nasce con Bossi, che non aveva toni troppo diversi da Salvini, ma che aveva più voti. E in televisione non ci andava mai. Che ci sia così tanto Salvini in televisione a me francamente preoccupa, anche se ormai mi sembra appurato che la politica non la facciano tanto i politici quanto la grande finanza mondiale. È come se qualcuno avesse deciso che l’Europa deve andare verso gli Orban, verso le Le Pen, verso i Salvini, perché questo rappresenterà non so cosa, la purezza o la salvezza dell’Europa, o meno rotture di coglioni. Però l’impressione è che questi siano politici letteralmente imposti dalla televisione.

«Cosa decidono tutti questi grandi statisti? Il nulla. Sono il nulla. Ma il nulla che i giornali, con la loro enfasi, dipingono come il tutto. Ma non sono niente»

Il ruolo del giornalismo sarebbe quello di mettere in discussione il potere e smascherare le manipolazioni, perché lo fa sempre di meno?
Si, in effetti il giornalismo, almeno quello dei grandi giornali e delle televisioni, si sta limitando a dare la vetrina a questi incontri — le classiche foto da terza media — ma da questi incontri cosa viene fuori? Cosa decidono tutti questi grandi statisti? Il nulla. Sono il nulla. Ma il nulla che i giornali, con la loro enfasi, dipingono come il tutto. Ma non sono niente.

Perché non si oppongono?
Forse perché sono pigri, o forse semplicemente perché sono vecchi, mentre forse occorrerebbe un giornale nuovo, o quantomeno con un po’ di fantasia. Quando Zavattini, che è stato un grandissimo, dirigeva mi pare Confidenze, in piazza Carlo Erba, il giorno delle nozze reali di Elisabetta uscì con una prima pagina con titolo Le nozze di Elisabetta. Solo che quella Elisabetta era una Elisabetta Rossi di Crema. Cioè, era andato al matrimonio di una che si chiamava Elisabetta e lo aveva trattato come se fosse il royal wedding. Una cosa geniale. Cazzo, queste cose le faceva cinquantanni fa.

«Il mio ideale è un giornale che racconti storie vere, in prima persona, che faccia delle inchieste che non abbia paura di scrivere pezzi da 10-12 pagine. Il problema è che se vengono a mancare i fondi questa cosa non la fai»

Questa verve si è persa?
Queste idee ci possono ancora essere, il problema sono i fondi. Io ti parlo ancora sanguinando dalla ferita di E, il mensile di Emergency. Quello credevo che fosse il giornale che somigliava di più al mio ideale di informazione: un giornale che racconti molte storie vere, in prima persona, che faccia delle inchieste che non abbia paura di scrivere pezzi da 10-12 pagine. Il problema è che se vengono a mancare i fondi questa cosa non la fai.

E il finanziamento dal basso, il crowdfunding?
Io non credo molto nella raccolta dei fondi dal basso. Il problema è che non esiste più una borghesia illuminata, perché probabilmente una Giulia Maria Crespi trent’anni fa un giornale o un mensile che puntava in alto ma partendo dal basso, lo avrebbe finanziato. Ma questi di oggi assolutamente no...

Cosa è successo alla borghesia “illuminata”?
Semplicemente credo che i figli siano diversi dai genitori e che abbiano — intendiamoci, con tutti i diritti — interessi diversi dal giornalismo. Non è detto che uno debba essere un coglione, basta anche che sia convinto che investire sulla carta stampata sia buttare i soldi e che decida così di investire su altro. Tu che vai in bici lo puoi capire: quello che sta attraversando il giornalismo oggi sembrano gli ultimi venti chilometri di una tappa di montagna. Non vedi quella freschezza necessaria per fare uno scatto, ma nemmeno per copiare quelle vecchie idee alla Zavattini, anzi direi che l’immaginazione, che una volta si sperava andasse al potere, non sia mai stata nemmeno vicina ad andare al potere nel mondo del giornalismo.

E chi è andato al potere, e chi è al potere oggi è tutto fuorché immaginativo, anche in Italia...
Esatto...

«Ce ne fumiamo un’altra?», fa, e si alza, proseguendo il discorso, che scivola verso altri argomenti: il suo rapporto con Gino Veronelli e con gli anarchici — «io mi mi definirei un anarchico pigro», dice a un certo punto — e poi di nuovo Lambrate. Si parla di cibo, poi a un certo punto di certe birre che da quelle parti si chiamano in dialetto — Ghisa, Ligera, Magutt, Ortiga — ma soprattutto della fantastica varietà umana che si raduna intorno a quelle birre, una fauna che forse somiglia a quella di cui si parlava prima — «io come sai preferisco il vino, la birra la bevo solo in Belgio, ora ci vado a seguire il Tour, però una volta ci organizziamo e me ne fai assaggiare una di quelle birre».

Poi si continua, spenta la prima MS Light, Mura ne accende un’altra. Parliamo di internet, di smartphone, di social network, di confronti generazionali — «quando mi arrivò lo stipendio per la prima volta lo passai a mio padre, che quella sera si alzò dal tavolo senza mangiare. Guadagnavo più di lui, che aveva combattuto, aveva fatto la resistenza, era un maresciallo dei Carabinieri». Poi spegne la sigaretta e si torna al registratore, al giornalismo, alla stanza e alla scrivania disordinata.

«Sono cambiate tante cose nei giornali», riattacca appena riparte la registrazione. «Parliamo dell’uso degli intellettuali, visto che in qualche modo siamo partiti da lì, da Bianciardi, da Viola e gli altri. Io credo che sia molto interessante questo discorso, anche per capire cosa sia successo nei giornali. Prendi Bianciardi, che se è vero che scriveva soprattutto di calcio, scriveva anche di spettacolo, società, televisione. O Pasolini, uno che scriveva di politica, di costume, di società».

«Una volta gli scrittori scrivevano sui giornali in quanto scrittori, ora lo fanno in quanto tifosi, il che equivale a chiedere a chiunque, basta entrare in un bar, perché i tifosi sono tutti uguali in fondo»

Ora invece?
Ora se cerchi un pezzo di un intellettuale su un giornale trovi ben poco. Ogni tanto Veronesi scrive sulla Gazzetta, ma scrive della Juve in quanto juventino, non perché ha delle cose da dire sul calcio, solo perché è un tifoso. Questo è un salto in basso, esattamente come Gramellini, che le cose peggiori le scrive quando scrive del Toro. Moravia faceva il diario d’Africa sul Corriere perché si chiamava Moravia, esattamente come a fare la Russia ci andava Biagi. Una volta gli scrittori scrivevano sui giornali in quanto scrittori, ora lo fanno in quanto tifosi, il che equivale a chiedere a chiunque, basta entrare in un bar, perché i tifosi sono tutti uguali in fondo. Soprattutto nello sport c’è stato un afflusso di penne buone, perché servivano, perché all’epoca popolare non era abbinato a nazionalpopolare. Il popolare non era ancora una cosa da guardare come si guarda una medusa morta, per me non lo è nemmeno adesso. Però una volta Buzzati andava al giro d’Italia, o pensa ad Alfonso Gatto, Pratolini, Anna Maria Ortese, Mosca, Montanelli, ci andavano quelli bravi. Esattamente come ai mondiali dell’82, che non sono cent’anni fa, la prima firma di Repubblica era Gianni Brera, la prima firma del Corriere era Mario Soldati, la prima del Giornale era Arpino e la prima de La Stampa era ODB, al secolo Oreste Del Buono. Capisci che siamo un po’ lontani. E il problema è che questi non sono stati sostituiti da persone all’altezza. Avere un racconto di gente come Soldati e Brera non è la stessa cosa di avere gente come Cazzullo o Riotta, con tutto il rispetto per Cazzullo e Riotta. E poi il problema non sono gli scrittori sono i giornalisti.

venerdì 20 marzo 2020

GLI ITALIANI UNITI,NELL'ODIO


Rimango senza parole guardando qua e là nei social tutto il fervore d'odio creato da una gran quantità di vendicatori,di giustizieri della notte e del giorno che sono pronti ad accanirsi contro i presunti untori,gente che starebbe bene storicamente e socialmente diciamo seicento anni fa,dove di tiranni ce n'erano a bizzeffe e avere solo in mano un piccolo potere li facevano sentire con la pancia piena.
Anche i recenti appelli del Presidente Mattarella all'unità(a distanza)sembrano parole preconfezionate della categoria delle solite solfe trite e ritrite degli italiani che danni il meglio(!?)di loro stessi nei momenti di difficoltà e altre presunte leggende simili.
Gli italiani sono uniti veramente quando c'è l'odio a fare da collante,quando c'è da puntare il dito contro i più deboli ed indifesi,un bullismo di massa dove il branco più è numeroso e più è spietato,ma c'è da fare un bel distinguo,perché tutto finisce a parole.
Non che questo sia un fatto di poco conto,come si dice a volte la parola ferisce più della spada,ma l'italiano standardizzato abbaia tanto e tendenzialmente non morde,è la caricatura di se stesso e in un periodo dove chi fa la sua corsetta e porta fuori il cane e se ne sta a distanza più che di sicurezza dagli altri è un bersaglio fin troppo facile.
Un giorno è l'immigrato,l'altro l'omosessuale e una altro ancora chi ha un cane o vuole fare jogging,e lo schema squadrista è sempre lo stesso sia che l'attacco sia di violenza fisica che verbale,ed in un tempo dove la gente non sa letteralmente cosa fare,si annoia,ecco che l'ignoranza e la cattiveria diventano virali(vedi:madn verso-il-coprifuoco ).
Gli italiani,popolo di naviganti,poeti e santi,ma anche di delatori e belatori(pecore),tutti dietro ad un leit motiv che è quello dello stanare il presunto trasgressore,il possibile untore scegliendo la strada più breve e non attaccando la politica ed il giornalismo che su questo càmpano distogliendo verso la vera attenzione di questo periodo,l'incubo contagio,il terrore di questo che continuerà ad espandersi se non si chiuderanno le fabbriche,e di conseguenza gli spostamenti di massa di milioni di persone.
Nell'articolo di Contropiano(per apprezzare le tabelle in dettaglio suggerisco il collegamento al link lipocrisia-borghese-nella-crisi-sanitaria e anche l'esplicativo coronavirus-troppa-gente-in-giro )si mostrano i nessi tra l'apertura voluta da Confindustria di volere proseguire con la produzione e l'espandersi del virus in modo sistematico nelle aree più industrializzate d'Italia.
Perché ancora una volta il vero nemico da combattere è il capitalismo ed il padronato e non chi va in giro da solo magari in campagna a portare fuori il cane e a correre:come diceva Sciascia ne"Il giorno della civetta"nel colloquio tra il mafioso Mariano e il capitano Bellodi:"Io,proseguì poi Don Mariano,ho una certa pratica del mondo;e quella che diciamo l'umanità,e ci riempiamo la bocca a dire umanità,bella parola piena di vento,la divido in cinque categorie:gli uomini,i mezz'uomini,gli ominicchi,i(con rispetto parlando)pigliainculo e i quaquaraquà.Pochissimi gli uomini;i mezz'uomini pochi,ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini.E invece no,scende ancor più giù,agli ominicchi:che sono come i bambini che si credono grandi,scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.
E ancora più giù: i pigliainculo,che vanno diventando un esercito.E infine i quaquaraquà:che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere,ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.Lei,anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo,lei è un uomo.»

Fabbriche aperte, parchi chiusi: l’ipocrisia borghese nella crisi sanitaria.

di  Giulio Macilenti
Da qualche giorno, ormai, il leitmotiv di giornalisti e politici sulla crisi sanitaria in corso è l’attacco nei confronti di una percentuale di italiani “irresponsabili”, che non si adeguano alle misure di contenimento proposte. La difficoltà di fermare il virus, ci dicono e ci ripetono, dipenderebbe proprio da questi comportamenti individuali incuranti della salute pubblica. Dalla Gruber a Briatore (Briatore!) il coro è unanime e accalorato, il virus si continua a diffondere perché gli italiani vanno al parco!

Qui non vogliamo assolutamente difendere un diritto “al parco” o ad uscire di casa nel nome di un’idea astratta di libertà individuale. Se l’emergenza impone di chiudersi in casa e non uscire, pensiamo che sia giusto farlo, per tutelare la salute di tutti. Né vogliamo invitare chicchessia ad infrangere i decreti: lo ripetiamo, è giusto stare a casa per tutelare la collettività.

Il punto, però, è la schifosa ipocrisia di un sistema mediatico, economico e politico che fa la voce grossa contro i suoi cittadini e non ha il coraggio di imporre il blocco della produzione alle industrie non essenziali. Opinionisti da due soldi, che trovano sempre il tempo di sbraitare contro il cittadino che fa una corsetta ma che stanno muti di fronte alla colossale ingiustizia insita nel tenere aperte le fabbriche: il profitto di pochi industriali, difeso da Confindustria, vale sempre di più della salute collettiva. Poi, se le cose vanno male, c’è sempre la possibilità di prendersela contro il popolo “irresponsabile”.

Tutto questo ci sembra tanto più sgradevole se ci si rende conto che, a livello scientifico, l’effetto sulla diffusione del virus portato dalle attività produttive potrebbe essere decisamente più grande di quello delle uscite individuali, e che quindi, se si vuole veramente contenere l’epidemia, giornali e politicanti nostrani forse dovrebbero svegliarsi e far valere le ragioni collettive nei confronti di Confindustria.

Proviamo a quantificare, con un modellino idealizzato, l’importanza relativa dei due effetti. Questo chiaramente non è un vero modello della diffusione del virus, ma ci serve semplicemente a confrontare l’importanza relativa di due fattori in termini numerici. Supponiamo che, quando due persone interagiscono a distanza minore di 2 metri per un tempo superiore ai 5 minuti, ci sia una certa probabilità P di contagiarsi. Questa probabilità cresce linearmente con il tempo, quindi se siamo in contatto con una persona per 5 minuti la probabilità di contagio sarà P, per 10 minuti sarà 2P, per 15 minuti 3P e così via.

Bene, vediamo alla luce di questo conto quanto pesa la famigerata corsetta. Immaginiamo che una persona corra per un’ora e, pur mantenendo le distanza, non possa fare a meno di incrociare almeno una persona a distanza minore di 2 metri per cinque minuti (ci sembra già una sovrastima, sia chiaro!). Supponendo che tutte le persone, vadano a fare una corsetta di un’ora, il contributo totale all’infezione in un giorno sarebbe:

Ma, lavorando, ogni persona che è costretta in una fabbrica tendenzialmente deve a stare a contatto minore di 2 metri con almeno una decina di persone. Ed è costretta a farlo per otto ore. Questo senza contare gli spostamenti inevitabili per raggiungere il luogo di lavoro, per i quali molti devono prendere i mezzi pubblici, o della pausa pranzo in mensa. Ora non abbiamo il dato esatto di quanti italiani stiano lavorando non in forma di telelavoro oggi, ma solo gli operai che lavorano nell’industria in senso stretto, sono circa 4,5 milioni, che su una popolazione di 60 milioni significa (approssimando) il 7,5% del totale!

Il rischio dovuto dal tenere aperte le fabbriche è 6 volte più grande rispetto al rischio che si correrebbe se TUTTI gli italiani (vecchi, giovani, malati compresi) corressero per un’ora al giorno.

La conclusione che dovrebbe essere chiara a livello numerico è che misure più dure di quelle che già applichiamo sulla mobilità dei singoli cittadini NON possono avere un effetto serio nell’arginare il virus se non sono accompagnate da una chiusura delle attività produttive non essenziali.

Se ci si vuole preoccupare della diffusione del coronavirus, questo è il dato da cui partire, con buona pace di Confindustria e del mondo del giornalismo e della politica italiana.

giovedì 19 marzo 2020

VERSO IL COPRIFUOCO


Risultato immagini per chiudere tutto lombardia
A pochi minuti da consueto bollettino di guerra che la protezione civile manderà agli italiani,le linee indicative che il Governo sta studiando nelle ultime ore danno quasi per certa una chiusura totale delle attività in Lombardia,ma se questo accadesse solo in una regione sarebbe una soluzione non efficace del tutto se non si dovesse attuare in tutto il paese.
Staremo a vedere se Confindustria(vedi:madn il-capitalismo-comandasoluzioni.alternative esistono )in un ultimo sussulta farà prevalere ancora la sua potenza e il suo cinismo costringendo la gente a contagiarsi uscendo da casa per andare a lavorare,visto che per ora l'organizzazione presieduta da Boccia(vedi:madn produciconsumacrepa )non viene per nulla attaccata così come viene accusato uno che va in giro a correre o a portare fuori il cane.
Due attività che rientreranno nel novero del coprifuoco,perché di questo si tratta e non di una quarantena,e la soluzione più che suggerita dai cinesi arrivati per dare una mano(loro sì che non scherzano)è già stata fatta dalla regione Lombardia e dal governatore Fontana,che chiede una chiusura totale all'esecutvo.
I due articoli di Contropiano(milano-lombardia-almeno-non-prendeteci-per-il-culo con i relativi grafici e la-privatizzazione-dellemergenza-coronavirus-in-lombardia-una-ipoteca-sul-futuro-da-battere )raccontano dell'ambiguità e dell'inefficacia proprio del stare a casa in quanto in Lombardia spiati dalle celle telefoniche si è constatato che il 40% dei lombardi è in giro,e credo proprio perché molti di essi obbligati a lavorare in un periodo dove la grande maggioranza dei lavoratori potrebbe starsene a casa previe misure eccezionali sugli ammortizzatori sociali con la tutela e la garanzia del posto e quella dello stipendio.
Si discute anche su quell'incapace di Bertolaso(madn protezione-incivile )che più volte ha dimostrato la sua inettitudine in situazioni critiche in Italia(una su tutte il terremoto in Abruzzo,lo volevano anche sindaco di Roma poi...)e che ora hanno accoppiato ad un sempre più scoppiato Fontana che assieme a Gallera in tempi meno bui avranno molto da spiegare al popolo lombardo.
Se davvero dovesse esserci la serrata totale delle attività,una soluzione terribile ed eccezionale ma anche indispensabile visti i precedenti efficaci in Cina,sarebbe una duro banco di prova per gli italiani,sperando che le poche categorie lavorative obbligate a svolgere le proprie mansioni vengano rispettate ed aiutate per essere meno esposte ai rischi del contagio.

Milano/Lombardia. Almeno non prendeteci per il culo.

di  S.C. 
In questi giorni media e influencer di ogni ordine, grado e degrado, stanno martellando gli abitanti di Milano e della Lombardia sui comportamenti irresponsabili  di chi va in giro mentre l’indicazione esplicita è quella di stare dentro casa per contenere la pandemia di coronavirus.

Gli appelli a stare in casa sono sensati e vanno rispettati, rigorosamente, ma diventano ipocriti quando vanno esplicitamente in contrasto con lo stato delle decisioni prese e i dati di fatto.

Il top di questa ipocrisia – e un brivido sul piano dell’abitudine al controllo sociale di massa – c’è stato qualche giorno fa, quando l’assessore regionale della sanità della Lombardia, Gallera ha dichiarato:  “Vi controlliamo attraverso le celle telefoniche, non uscite di casa è assolutamente importante perché questa battaglia la vinciamo noi”, ha tuonato l’assessore in diretta Facebook.

E non è stato il solo: “Con l’aiuto delle compagnie telefoniche, abbiamo potuto verificare gli spostamenti dei lombardi, in questi giorni di emergenza coronavirus. In base ai movimenti tracciati attraverso il monitoraggio delle celle telefoniche risulta, in base alle prime stime che dal 20 febbraio a oggi il calo dei movimenti è stato del 60%. Ci sono ancora troppe persone che si spostano, corrispondenti al 40% del totale: il consiglio è e resta di rimanere a casa”, ha aggiunto il vicepresidente della Regione Lombardia Fabrizio Sala.

L’appello, a questo punto assai ipocrita, è stata rilanciato anche dall’altro Sala, Giuseppe, attualmente sindaco di Milano.

Allora se attraverso il controllo attraverso le celle telefoniche si è scoperto che il 40% dei milanesi se ne va in giro mentre non dovrebbe farlo, viene da chiedersi: a che ora avete fatto le rilevazioni sulle celle telefoniche in spostamento?

Come è ormai drammaticamente documentato, la mattina alle 6 e il tardo pomeriggio intorno alle 18, la metropolitana milanese è “invasa” dalle persone che vanno o tornano dal posto di lavoro. In condizioni in cui è totalmente impossibile mantenere la distanza di sicurezza. E la gente che si ammassa nelle metropolitane lo fa forse per divertimento o irresponsabilità? Vediamo alcuni dati.

A Milano sono censite 306.552 imprese che diventano 385.171 se comprendiamo Lodi, Monza/Brianza. In esse lavorano 2.224.162 addetti che salgono a 385.171 se si comprendono Lodi, Monza/Brianza. (i dati sono quelli ufficiali della Camera di Commercio di Milano, Lodi, Monza/Brianza).

A Milano i lavoratori nella sola industria sono 391.504 che salgono a 1.058.117  in tutta la Lombardia, nel commercio a Milano lavorano 414.259 addetti che salgono a 729.707 nell’intera regione ed infine ci sono ben 1.300.917 addetti nelle imprese di servizi a Milano e 2.018.342 a livello di Lombardia.

La domanda è semplice ed è stata posta con nettezza ormai da giorni: quante di queste imprese possono essere considerate essenziali? Le aziende rimaste aperte sono di più o di meno del 40%? Quanti delle lavoratrici e lavoratori che sono tuttora costretti ad andare al lavoro, ammassarsi nelle metropolitane e nei luoghi di lavoro, potrebbero e dovrebbero invece rimanere chiusi in casa come ipocritamente invocato da assessori e governatore della Regione o dal sindaco di Milano? O si pensa che quel 40% che si sposta per Milano e la Lombardia sono tutti runner e scriteriati?

Eppure, per coprire la realtà vergognosa di non aver voluto fermare il lavoro lì dove non era necessario mantenerlo (sanità, distribuzione generi alimentari etc.) si cerca di indicare il nemico e il responsabile in coloro che non restano chiusi dentro casa.  E adesso si invocano i militari per strada, maggiori controlli, repressione. Una furbata ipocrita e irricevibile davanti ai fatti.

Lo sappiamo che vedere i militari nelle strade piace molto all’establishment perché funziona da deterrente, lo sappiamo che emettere ammende o esercitare poteri coercitivi in un clima di consenso è il sogno di ogni grande o piccolo tiranno, anche di quelli di provincia.

Sappiamo che lo pensate e lo auspicate, sappiamo anche che una queste di sere ci verrete a dire in televisione che non si potrà uscire da casa se non in ristrette fasce orarie per fare la spesa. Si chiama coprifuoco. Almeno siate onesti in questo, almeno non veniteci a prenderci per il culo.

Adesso questa emergenza pandemica è la priorità di tutti, di chi ha grandi responsabilità e di chi ha piccole responsabilità.

Questo nemico è invisibile e letale, lo sta dimostrando nei numeri del quotidiano bollettino delle 18.00. Altri nemici sono però meno invisibili, anzi si stanno palesando.

Sappiamo distinguere cose diverse tra loro e priorità alle quali adeguarsi. Ma finita questa emergenza faremo ogni cosa affinchè non siano rapidamente dimenticate le ipocrisie che abbiamo ascoltato, il cinismo della Confindustria che ha voluto tenere le fabbriche aperte, le responsabilità pregresse nella devastazione del sistema sanitario nazionale e delle reti di protezione sociale, ed anche le ambizioni ad una società competitiva, subalterna ed autoritaria che sono state palesate in queste settimane. Abbiamo una memoria prodigiosa.

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La privatizzazione dell’emergenza coronavirus in Lombardia. Un’ipoteca sul futuro, da battere.

di  Sergio Cararo 
Su quanto sta accadendo in questi giorni in Lombardia, facciamo così. Noi segnaliamo alcuni fattori, voi collegate i punti e insieme tiriamo fuori una chiave di lettura.

Il 10 marzo il governatore della Lombardia riapre il fuoco contro il governo sulla gestione dell’emergenza coronavirus e annuncia che gli interventi della Protezione Civile in Lombardia saranno affidati a Guido Bertolaso, creando così uno sdoppiamento su base “regionale” della struttura nazionale guidata da Borrelli e che ha il compito di coordinare gli interventi da Trento a Siracusa

Il 16 marzo Bertolaso rientra in Italia e viene spammato come uomo della provvidenza da tutto il sistema massmediatico vicino alla Lega e dai network Mediaset. La Rai fa buon viso a cattivo gioco. Alle 16.30 dello stesso giorno del suo rientro, Bertolaso insieme a Fontana e agli assessori regionali Gallera (sanità) e Caparini (bilancio) fa un sopralluogo ai padiglioni della Fiera di Milano dove l’establishment lombardo ha deciso che dovrà prendere corpo l’ospedale ex novo definito come il “miracolo italiano”, anzi, pardòn, lombardo. “Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni” scrivevamo alcuni giorni fa.

Il 17 marzo si rende pubblico che il capo di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha effettuato una donazione da 10 milioni di euro alla Regione Lombardia per l’acquisto di materiale sanitario per affrontare l’emergenza sanitaria della Covid-19. I soldi di Berlusconi, ovviamente, andranno a contribuire alla realizzazione del reparto di 400 posti di terapia intensiva presso la Fiera di Milano “o, eventualmente, per altre emergenze”. “Grazie Presidente per questo gesto d’amore per la sua città e per il suo Paese”, ha twittato immediatamente Bertolaso sul suo profilo.

A distanza di poche ore anche un altro boss del capitalismo “lombardo”, il patron di Esselunga Giuseppe Caprotti (figlio del fondatore Bernardo), ha annunciato donazioni da 10 milioni ma sempre per il padiglione alla Fiera di Milano. Altri 10 milioni sono arrivati dal marchio multinazionale della moda Moncler. Della partita di finanziamenti a questa vera e propria regionalizzazione e privatizzazione della Protezione Civile e dell’emergenza sanitaria in Lombardia, hanno deciso di far parte anche altri soggetti privati come Fondazione Invernizzi, Allianz e Sapio.

La Regione Lombardia ha invece respinto al mittente la proposta venuta da un gruppo di medici per una soluzione alternativa al padiglione Covin 19 alla Fiera di Milano ossia ripristinare un padiglione indisuso dell’ospedale di Legnano. “È tutto pronto, non ci sarebbero sprechi” hanno scritto in una lettera. L’ospedale già esistente si trova a poca distanza dalla zona fiera ed è in possesso di due padiglioni realizzati e predisposti 10 anni fa con tutte le attrezzature che oggi sarebbero utili per l’emergenza Coronavirus. Nella lettera si legge che sono già disponibili camere attrezzate per l’ossigeno, una rianimazione e reparti di terapia intensiva che sono chiusi da tempo, “mentre resta aperto e funzionante in una struttura nuovissima un prezioso laboratorio di analisi”. In serata l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera ha fatto però sapere di aver già eseguito nei giorni scorsi i dovuti controlli, a suo avviso, per essere pronta, la struttura avrebbe bisogno di almeno 6 mesi.

Prevedibile come la pioggia in autunno l’immediato endorsement della Lega all’operazione messa in piedi in Lombardia. “Attilio Fontana sta lavorando e sarebbe un miracolo italiano aprire un ospedale da 500 posti letto nei padiglioni della Fiera di Milano in poco tempo” ha detto il leader della Lega Matteo Salvini

Allora provate a collegare tra loro tutti questi fattori. Quella messa in piedi alla Fiera di Milano si sta rivelando una iniziativa tutta gestita dai privati, in aperta competizione con la gestione centralizzata dell’emergenza coronavirus sia sul piano sanitario che della protezione civile, con il pieno avallo della Regione Lombardia e del mondo del business lombardo. E’ una operazione che cercherà sin da ora da ipotecare lo scenario del post emergenza sulla base di un criterio molto nitido e molto cinico: “nessuno pensi di rimettere in discussione il modello di aziendalizzazione e privatizzazione della sanità costruito in Lombardia in questi anni, né le ambizioni di piena autonomia della regione più ricca dallo Stato (autonomia differenziata, ndr) che in queste settimane ha subito dei duri rovesci.

Nonostante l’emergenza coronavirus abbia dimostrato tutta la fallacità sia del modello sanitario che della regionalizzazione ossessiva della Lombardia.

Ma questa aggiunta è farina del nostro sacco, cioè la nostra tesi. Fatevi la vostra.

Infine, per non dare l’impressione di essere prevenuti, segnaliamo  che nel resto del paese e in particolare nel Lazio, il magnate romano Caltagirone (costruzioni, editoria, Acea etc.) si è rivelato più democristiano e con le braccine più corte, come da tradizione. Infatti ha donato “solo” 1 milione di euro per il contrasto dell’epidemia di coronavirus ma ripartito esattamente. Nel dettaglio si tratta di due distinte donazioni da 500 milioni.
La prima verrà eseguita da Immobiliare Caltagirone (Ical), società personale della famiglia al cui capitale partecipano il Cavaliere del lavoro Francesco Gaetano Caltagirone e i figli Azzurra, Alessandro e Francesco junior, è andrà a favore del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma (ospedale religioso). La seconda donazione è stata deliberata, invece, dal cda del del Gruppo Caltagirone, guidato da Francesco Gaetano Caltagirone, e prenderà la via dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma (ospedale pubblico).

La donazione di Caltagirone al Gemelli si aggrega al combinato disposto messo in piedi dalla Regione Lazio che, per prepararsi all’emergenza coronavirus,  ha preferito finanziare con soldi pubblici l’ospedale privato Columbus (di proprietà del Gemelli e pieno di debiti) invece che strutture pubbliche. Ma questa è un’altra misera storia. Ne parleremo presto. Abbiamo fatto la promessa di non fare sconti a nessuno, anche ai tempi del coronavirus, perchè se qualcuno pensa che tutto possa o debba tornare come prima, sta commettendo un grosso errore.

mercoledì 18 marzo 2020

IL DISCORSO DI CONTE


Risultato immagini per conte premier coronavirus
Nel giro di pochi giorni si è passati dagli slogan del "Milano non si arrende,non si ferma"al"io resto a casa",è bastato tornare un attimo con i piedi per terra per capire che la situazione è sfuggita di mano e che a breve saremo tutti in un regime di coprifuoco,basta corse,passeggiate e giretti col cane.
Il decreto"Cura Italia"già effettivo nel giro di poche ore,ha stanziato una cifra che basterà forse per dieci giorni o al massimo due settimane,stanziamenti ben lontani da quelli iniziali tedeschi per fare un esempio,con ospedali al collasso e gentaglia come Fontana che passa per l'appunto dalla Milano non si arrende ad una sorta di preghiera in cui invita gli"amici"lombardi a starsene a casa con le buone,sennò ci saranno le cattive(beh su questo non ha tutti i torti verrebbe da dire),dimenticandosi che il suo partito regna indisturbato assieme al centrodestra da trent'anni in Lombardia con una lista d'indagati,processati e carcerati da riempire un intero carcere.
Per non parlare delle ladrerie e dei soldi destinati al settore privato,qui sotto la lente d'ingrandimento è la sanità ma anche la scuola non è stata da meno,con una situazione di quella pubblica azzoppata dai continui tagli di denaro investito,di strutture,di posti letto e personale.
Conte ieri ha fatto un discorso(vedi:www.rainews.it Coronavirus-Conte )prettamente basato sulla teoria e su un senso di unità e di appartenenza che dal punto di vista sanitario non rassicura per niente,sventolare le bandiere e cantare l'inno d'Italia non combatte l'assenteismo dello Stato che negli ultimi anni ha privilegiato grandi ed inutili opere,le banche,Confindustria e tutto quello che si è potuto privatizzare.
E la tristezza sta nel fatto che la gran maggioranza degli italiani questo non lo ha ancora capito,la stagnazione cerebrale attuata dai mass media ha fatto sì che chi ha sfruttato i lavoratori privandoli dei più basilari diritti,chi ha aumentato l'età pensionabile,chi ha rubato per se stesso e per i partiti di appartenenza,sta ancora governando impunemente e poi chiamano questo democrazia e dovremmo dimenticare tutto questo,intanto basta andare sui balconi ed essere responsabili.
Fortunatamente quando ci sono queste pagliacciate per il momento sono stato al lavoro,perché dovessi vedere qualcuno poi ne discuterei assieme alla fine di questa pandemia,in un territorio dove le pagine necrologi sono più piene di quelle che parlano della cronaca del Covid-19.
Il discorso di Conte è assurdo e irrispettoso per le migliaia di famiglie che hanno il morto in casa o che hanno amici,parenti e conoscenti in difficoltà di salute per usare un eufemismo,è oltraggioso al lavoro che migliaia di operatori sanitari stanno svolgendo in situazioni di merda con tassi di contagio nella loro categoria spaventosi.
E'stato un discorso che potrebbe essere paragonato a quelli della chiesa cattolica,un discorso da Papa alla"volemose bene",basta pregare e benedire un ospedale o le strade e poi magicamente tutto passa e l'alone di mistero santificante agisce come un disinfettante più nelle anime che nei corpi,per quelli intanto non c'è nemmeno il funerale.
Vorrei pure che una volta finita pandemia tutti gli striscioni e i cartelli con le scritte"andrà tutto bene"rimangano ancora appese per farci capire che la situazione di delirante disagio che si sta affrontando è il frutto di politiche miopi di tutti i partiti e i politici che si sono avvicendati,dando al privato togliendo al pubblico,rendendo il ricco sempre più ricco ed il povero sempre più povero.
L'Italia forse potrà anche risollevarsi,ma non con le preghiere e la gente ai balconi e nemmeno con l'inno di Mameli ma con il lavoro e gli appelli per ora alquanto inascoltati dei medici e degli scienziati,perché siamo nel 2020 e non nel Medioevo.
Perché alla fine di tutto si sa che ci saranno processi sia mediatici che nelle aule di giustizia(chissà quanta gente sta mangiando sopra questa tragedia)e chi ha sbagliato dovrà pagare,chi ha mandato a puttane la sanità pubblica deve marcire in galera ma purtroppo siamo ancora fermi al"fatta l'Italia bisogna fare gli italiani",sono passati 159 anni ma la cura sembrerebbe essere andare sul balcone col tricolore e cantare l'inno.


Coronavirus, Conte: "Adesso l'Italia ha bisogno di unità, responsabilità e coraggio".

Intervento del premier in occasione del 159° anniversario dell'Unità d'Italia: "Sconfiggiamo insieme il nemico invisibile. Gli italiani, con orgoglio e determinazione, hanno sempre saputo rialzarsi e ripartire". Casellati: "Italia riscopre solidarietà, collante del Paese". Fico: "Indispensabile essere solidali e responsabili". D'Incà: "Parlamento non è chiuso, riunione online dei parlamentari per esaminare testi".

17 marzo 2020"Lo Stato non è solo strutture e istituzioni. Lo Stato siamo noi: 60 milioni di cittadini che lottano insieme, con forza e coraggio, per sconfiggere questo nemico invisibile". Lo scrive su Facebook il premier Giuseppe Conte in occasione del 159° anniversario dell'Unità d'Italia. "Mai come adesso l'Italia ha bisogno di essere unita. Sventoliamo orgogliosi il nostro Tricolore. Intoniamo fieri il nostro Inno nazionale. Uniti, responsabili, coraggiosi". Il premier esprime poi riconoscimento e gratitudine ai cittadini che stanno attraversando questa difficile fase e danno il loro contributo. "Grazie a coloro che stanno donando il sangue. Grazie ai medici e agli infermieri, ai volontari della protezione civile, ai vigili del fuoco, alle donne e agli uomini delle forze armate e delle forze dell’ordine, per gli sforzi straordinari che stanno compiendo. Grazie ai farmacisti, a chi continua ad andare in fabbrica, a chi lavora nei supermercati, grazie ai tassisti che in queste ore accompagnano gratuitamente i medici in ospedale. Grazie a chi rispetta le regole". In occasione di questo importante anniversario Conte A proposito di quanto sta attraversando il Paese in queste settimane ha sottolineato: "Oggi stiamo affrontando una nuova prova. Difficilissima. Sono tanti gli italiani che in queste ore versano lacrime per la perdita di un familiare, che vivono l'angoscia di un ricovero, che soffrono per la lontananza dei propri cari, per la chiusura della propria attività commerciale, per l'incertezza del futuro. E' bene, che tutti sappiano che lo Stato è al loro fianco, non li lascerà soli". Nel suo intervento il premier ha ricordato: "159 anni fa veniva proclamata l'Unità d'Italia. Da allora il nostro Paese ha affrontato mille difficoltà, guerre mondiali, il regime fascista. Ma gli italiani, con orgoglio e determinazione, hanno sempre saputo rialzarsi e ripartire. A testa alta".

Casellati: "Italia riscopre solidarietà, collante del Paese" "L’Italia oggi vive una delle crisi più difficili di questo secolo: un’emergenza sanitaria che si è giorno dopo giorno trasformata in un’emergenza economica, finanziaria, sociale. Ma proprio in queste drammatiche giornate, gli italiani stanno riscoprendo la ricchezza di quei valori di solidarietà, di fratellanza e di spirito di sacrificio che sono stati, sono e saranno sempre il collante della nostra Nazione”. Lo ha dichiarato il Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, in occasione del 159° anniversario dell’Unità d’Italia. Il Presidente Casellati ha aggiunto: “Il coraggio dei nostri medici, degli infermieri, del personale sanitario, delle forze dell’ordine e di tutti gli italiani che con enormi sacrifici personali si stanno battendo per curare chi è ammalato e per contenere l’epidemia da coronavirus è lo stesso coraggio dei cittadini che si sono sacrificati per l’ideale dell’Unità nazionale”. “Il coraggio di un popolo che nell’Inno d’Italia cantato dai balconi delle case e nelle quotidiane manifestazioni di vicinanza a chi soffre situazioni di grande difficoltà, rinnova la sua unità, la sua identità, la sua forza morale”, ha concluso il Presidente del Senato.

Fico: "Indispensabile essere solidali e responsabili" "Il 17 marzo è un giorno significativo per il Paese. Il 17 marzo del 1861 veniva infatti proclamata l'Unità d'Italia. Il nostro Paese ha affrontato nel tempo innumerevoli difficoltà, periodi bui, che hanno segnato la strada verso la conquista della libertà e della democrazia. E gli italiani hanno combattuto per affermare e rafforzare quei valori di solidarietà, uguaglianza, libertà, quei valori di cittadinanza che sono fondamento della convivenza civile e il faro da seguire in ogni momento". Lo afferma il presidente della Camera, Roberto Fico, in occasione dell'anniversario dell'Unità d'Italia."È importante mantenere vive nella memoria e nella coscienza di tutti noi le ragioni di quell'unità e indivisibilità - sottolinea -. In questi giorni il Paese è alle prese con una grave emergenza. E riscoprire il nostro essere comunità, il lavorare insieme per superare un momento delicato e impegnativo, essere uniti, responsabili, solidali è indispensabile. Grazie a tutti coloro che sono in prima linea, a chi sta facendo enormi sacrifici, a chi lavora notte e giorno con responsabilità e abnegazione. Grazie a chi compie gesti piccoli o grandi per contribuire a superare questo momento, per aiutare l'altro, per regalare un sorriso. Uniti, ce la faremo", conclude il presidente della Camera.

Sileri: "Restiamo uniti, l'Italia ha bisogno di forza e fiducia" "In questo momento di difficoltà sta emergendo tutto il nostro senso di unità nazionale. L'augurio che faccio a tutti noi, oggi, è: restiamo uniti, mai come adesso l'Italia ha bisogno di darsi forza, fiducia, e responsabilità". Lo scrive su Facebook il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, in quarantena a casa perché positivo. "Dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani e di come stiamo affrontando questa situazione - ha aggiunto - Oggi, 17 marzo, 159esimo anniversario dell'Unità d'Italia, il mio augurio va a tutti gli italiani ma in particolar modo agli uomini e alle donne del Servizio sanitario nazionale, impegnati in prima linea per far fronte all'emergenza sanitaria e agli uomini e alle donne delle Forze dell'ordine, anch'essi impegnati in questi giorni per garantire la sicurezza e il rispetto delle regole". Anche la politica ricorda la ricorrenza. "Siamo un grande Paese che, unito e combattendo insieme, ce la fara'!", dice il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, mentre Matteo Salvini, leader della Lega, è certo "che gli Italiani dimostreranno di essere un grande Popolo, che condivide sofferenza, impegno, ingegno, speranza e che non si arrende". Giorgia Meloni, infine, invita tutti a comprare prodotti italiani e "a postare una foto con ciò che li rende più fieri: un libro, la bandiera Tricolore, uno scorcio, un prodotto, qualunque cosa faccia parte dell'orgoglio tricolore".
D'Incà: "Parlamento non è chiuso, riunione online dei parlamentari per esaminare testi" "Il Parlamento non è chiuso, è in condizione di fare il suo compito così come stanno facendo il loro medici, infermieri e prime linee contro il #coronavirus. I parlamentari si riuniscono online per lavorare su testi. Poi decisioni vengono prese in commissioni e aule parlamentari". Così il ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D'Incà in un tweet.

Catalfo: "Ad aprile altro decreto con rinnovo indennità" "Sicuramente ci sarà il rinnovo delle indennità previste a ora solo per il mese di marzo, e poi ci saranno altre misure per il sostegno dei nostri cittadini e delle nostre imprese". Lo ha detto il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo su Radio Tre, rispondendo alla domanda se il decreto legge varato ieri dal Governo per 25 miliardi sarà seguito da un altro provvedimento analogo ad aprile.

Castelli: "Non escludiamo parziale cancellazione tributi" Parziale cancellazione dei versamenti fiscali, ma anche la cantierizzazione degli investimenti e sostegno economico a chi ha perso fatturato, come nel caso del terremoto.Sono alcune delle anticipazioni che la viceministra all'Economia Laura Castelli ha rilasciato in un'intervista al Corriere della Sera in merito al decreto aprile, su cui il Governo sarebbe già al lavoro, come dichiarato dallo stesso ministro Roberto Gualtieri. Se nel maxi-decreto di marzo c'è la sospensione di adempimenti e versamenti fiscali , " non è escluso che nel prossimo, quello di aprile, l'esecutivo valuterà se potrà essere approvata una parziale cancellazione", spiega Castelli. "È una cosa sulla quale ragionare. L'Unione Europea ha inserito anche il capitolo fiscale tra le possibili misure di sostegno", ricorda la viceministra. Ad aprile, spiega Castelli, ci sarà una seconda fase. "Quando saremo finalmente fuori dalla fase dell'emergenza, il primo tema da affrontare sarà quello della riduzione del fatturato nei singoli settori produttivi", dichiara, anticipando "misure importanti per far ripartire l'economia, a partire dall'immediata cantierizzazione degli investimenti".

Di Maio: "Il modello Italia salva le vite" 'Come governo e come ministero degli Esteri siamo impegnati notte e giorno per gestire questa crisi e ormai è assodato che in tutto il mondo esiste un modello Italia, che viene citato da capi di Stato come Macron''. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio alla Farnesina, a proposito delle misure adottate dall'Italia per fronteggiare la diffusione del coronavirus. ''Il modello che stiamo elaborando -ha sottolineato - può servire agli altri Paesi a salvare le vite dei loro cittadini".

martedì 17 marzo 2020

LA SANITA' INTEGRATIVA(OBBLIGATORIA)


Risultato immagini per sanità pubblica privata
In tempi ben lontani dalla drammatica situazione sanitaria attuale un po tutti nel caso di necessità e di particolari urgenze,disponibilità economica permettendo,abbiamo cercato e trovato facilmente nel settore della sanità privata convenzionata con lo Stato una scorciatoia per evitare le lungaggini tempistiche della sanità privata.
Ed i lavoratori dipendenti ben sanno che da più di dieci anni si sono ritrovati nelle buste paga una quota mensile obbligatoria per contribuire ai vari fondi della sanità integrativa(la si chiama ancora così anche se è sostitutiva e per l'appunto forzata)chiamai diversamente a seconda delle categorie lavorative ma con lo stesso fine unico.
Quello di allargare il portafoglio non solo di soldi alle varie società private della salute ma anche quello fatto di persone,che sempre più trovano maggiori garanzie presso queste strutture a scapito del decrepito privato che arranca nonostante le maestranze si prodighino stoicamente col loro impegno,(e dove comunque i medici possono abbreviare le attese ricevendo in libera professione per i più abbienti,ricevendo sempre nella struttura pubblica)è diventato ormai assodato con termini come welfare contrattuale e sanità integrativa.
L'articolo di Left(il-business-nascosto-della-sanita-integrativa )del maggio 2018,che poteva essere tranquillamente redatto dici anni prima agli albori di questo arricchimento del privato speculando sul pubblico,fornisce dichiarazioni e conferme su come si possa essere arrivati a queste condizioni attuali dove i governi che si sono succeduti,dal centrosinistra al centrodestra passando per i misti e quelli tecnici,arrivando a tagli di 37 miliardi di Euro di denaro e 70000 posti letto in dieci anni(vedi anche:madn lemergenza-annunciata-della-sanita pubblica ).
Un abominio che stiamo pagando e di cui dovremmo ricordarci nella prossima campagna elettorale quando tutti i governi sovra citati e i partiti complici come avvoltoi parleranno di copiosi interventi per finanziare la sanità pubblica e dove ovviamente milioni di pecoroni dimenticheranno il passato e li voteranno ancora.

Il business nascosto della sanità integrativa.

di Leonardo Filippi
Hanno cominciato i metalmeccanici e questo è pazzesco, perché tra i firmatari di quel contratto c’è anche la Fiom che consideravamo tutti come un’avanguardia nella difesa dei diritti dei lavoratori» denuncia, fuori dai denti, il medico e attivista Vittorio Agnoletto. «Il pericolo è che venga seppellito nei fatti il Servizio sanitario nazionale (Ssn)» rincara la dose Luca Benci, giurista esperto in diritto sanitario, autore di Tutela la salute (Imprimatur, 2017), lanciando un vero e proprio allarme. La minaccia a cui fanno riferimento è un fenomeno in forte crescita, caratterizzata da nomi all’apparenza tutt’altro che spaventosi: viene detta sanità integrativa, o welfare contrattuale. Si tratta di fondi di assistenza sanitaria per i lavoratori che hanno bisogno di cure, garantendo l’accesso a terapie e servizi – in teoria – non «passati dalla mutua», che si possono fruire anche in strutture private convenzionate.

Non sono polizze opzionali, bensì assicurazioni obbligatorie stipulate per contratto da tutti gli occupati di un particolare settore. Questi strumenti infatti, sempre più spesso, vengono inseriti direttamente in numerosi accordi collettivi nazionali, a spese dei datori di lavoro. La Cgil, in un documento del 2017 stilato dall’Area contrattazione e welfare, ne ha censiti circa 40, per una platea di sei milioni di lavoratori iscritti. «Dopo il caso dei metalmeccanici di due anni fa, adesso i fondi sanitari sono stati aggiunti praticamente in tutti gli accordi in fase di rinnovo», spiega Benci. Dalle Poste al commercio, dal turismo ai chimici. Strumenti del genere sono chiamati anche «secondo pilastro del welfare» (dando per scontato che il primo sia quello pubblico), ormai uno dei mantra dei giornali economici house organ del neoliberismo, e vengono presentati come la soluzione al dramma delle liste d’attesa infinite. «Alleggerisce il peso sugli ospedali pubblici e rende l’accesso alle cure più efficiente», si dice, giustificando l’esistenza dei fondi.

E allora, perché tanta preoccupazione per un sistema che sembra tutto sommato agevolare la vita quotidiana di milioni di italiani? Per capirlo, è necessario rimuovere la patina di propaganda che avvolge questi dispositivi, e tuffarsi nelle loro contraddizioni. «Prendiamo il caso degli operai metalmeccanici: si parla di fondi sanitari integrativi», chiarisce Benci. «Ma in realtà, informandosi sulle caratteristiche del fondo in questione chiamato MetaSalute, più che di sanità integrativa si scopre la presenza di tanta sanità sostitutiva. Se uno cerca quali sono le cure offerte, difatti, c’è ad esempio il ricovero, poi il parto cesareo e la procreazione medicalmente assistita: tutte prestazioni già coperte dal Ssn!».

«Possiamo dunque dedurre che tali fondi assicurativi siano concorrenti rispetto alla sanità pubblica. Non forniscono infatti solo odontoiatria, per dire, realtà martoriata e messa in un angolo dal Ssn. Stiamo parlando di trapianti, eco color doppler, tutto», gli fa eco Agnoletto. Sulla carta, però, questi fondi non escludono la libera scelta di rivolgersi alle strutture pubbliche, di pagare il ticket, e poi richiedere il rimborso. Ma perché aspettare fino – talvolta – a qualche mese per farsi rendere una cifra che viene direttamente anticipata dai fondi se ci si rivolge al privato convenzionato (il quale, per giunta, ha tempi di erogazione dei servizi generalmente più brevi)?

«La stessa Fiom, che ha presentato questi strumenti come una conquista portata a casa al momento della firma dell’accordo, li difende a spada tratta – spiega Agnoletto -. Sostiene che siano una cosa positiva per lavoratori e famiglie, e ribadisce l’impegno a fare in modo che i fondi indirizzino i pazienti verso le strutture pubbliche. Ma la situazione, al momento, è esattamente opposta. Nel programma che conduco (37.2, su Radio popolare, ndr) abbiamo ricevuto in diretta la testimonianza di un operaio, che in buona sostanza diceva: “Io dovevo fare delle visite, potevo farle nel pubblico, ma avrei dovuto attendere tre mesi per il rimborso, mentre nel privato non dovevo sborsare nulla; scusate, ma ho scelto il privato”». Fino a qui, dunque, sono chiari gli interessi per i big della sanità privata italiana, che in questo modo mettono in tasca un gigantesco portafoglio di clienti, che assai difficilmente (per usare un eufemismo) si sarebbero riusciti a procurare, in modo autonomo, sul mercato. Invece, per lavoratori ed imprese, come stanno realmente le cose?

«I sindacati si sono trovati stretti sull’offerta di trasferire 100 (una cifra del tutto simbolica, ndr) di aumento salariale in termini di welfare contrattuale, piuttosto che in termini di retribuzione», puntualizza con cura Marco Geddes da Filicaia, oncologo ed ex vice presidente del Consiglio superiore della sanità. «Ma in questo modo – prosegue -, i vantaggi più consistenti sono per i datori di lavoro, perché se avessero dovuto aggiungere quei 100 in busta paga, a quella cifra avrebbero dovuto sommare la quota per le trattenute, i contributi per la pensione, ecc. Mentre dall’altro lato, per il lavoratore, l’agevolazione è soltanto apparente. Perché se quei soldi li ricevesse nella forma di un semplice aumento, oltre ad avere 100 in più in tasca, otterrebbe maggiori oneri riflessi che si sarebbero poi riversati nella liquidazione e nella pensione». «Senza considerare inoltre – insiste il medico, autore de La salute sostenibile (Pensiero scientifico editore, 2018) – che di questo 100 versati al fondo, una buona parte finisce speso per l’intermediazione amministrativa di questi fondi, e poi che il mancato aumento salariale si traduce in un minor gettito fiscale. Risultato? Il dipendente vedrà la sanità pubblica restringersi ulteriormente».

Le carte in mano ai giocatori della partita, a questo punto, sono scoperte. «È chiaro – riprende Benci – che, col definanziamento del Ssn, non si riesca a fornire adeguate risposte di salute. Chi paga (di fatto, col prezzo di un mancato aumento, ndr) un fondo sanitario trova sì una alternativa nel privato, ma in tal modo egli paga due volte, perché continuerà con la fiscalità generale a sostenere il diritto a ricevere cure prestate dalle strutture pubbliche». E in tutto questo lo Stato, oltre a fare tagli, come si muove? Per averne una idea, è necessario aggiungere un elemento. A fianco di questi fondi sanitari, negoziati a livello nazionale, esiste una lunga fila di enti, casse e società di mutuo soccorso. Sono circa 300 in tutto, stando alle stime dell’anagrafe del ministero della Salute, comunicate l’anno scorso alla Cgil. Una parte dei quali figli di una contrattazione di secondo livello, cioè quella fatta in azienda. Per la quale, l’erario, riserva un «trattamento di cortesia».

«Io ho coniato un termine, lo chiamo welfare contrattuale a partecipazione statale – ironizza amaramente Franco Martini, segretario confederale della Cgil -, perché questi strumenti godono dal 2008 di una detassazione e, più recentemente, dal 2016 di una decontribuzione». All’interno del più antico sindacato italiano, si percepisce una diffusa consapevolezza dei rischi di questo trasferimento soft di utenti verso il privato. Consapevolezza che non porta però ad una inversione di rotta, visto che Cgil, Cisl e Uil stanno continuando a firmare contratti che prevedono questi strumenti. «È vero, le prestazioni previste dai singoli fondi, hanno iniziato ad invadere l’ambito dei livelli essenziali di assistenza», ammette Martini. «Noi su questo non siamo molto d’accordo».

Ma, prosegue, «è chiaro che il welfare contrattuale e la sanità integrativa non li puoi più fermare, ormai esiste una spesa privata per la salute che è notevolissima». Per questo, il sindacalista rilancia l’urgenza di mettere in pratica almeno alcuni correttivi: «Chiedere il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, una battaglia tutta da rimettere in piedi», dopodiché, aggiunge, «convenzionare il “secondo pilastro” col pubblico» e poi fare attenzione alle prestazioni assicurate, perché «lampada abbronzante e buono per la benzina, per fare alcuni esempi, non sono welfare contrattuale, sono benefit, e non possono essere sostenuti dallo Stato».

Correttivi, questi, che il sindacato propone nella speranza di scongiurare ciò che considera come «il rischio più grande». Ossia che la popolazione italiana si spacchi ancora di più, tra pazienti coperti dalle assicurazioni e gli altri, precari o lavoratori che non hanno polizze in contratto, sempre meno tutelati. «Il pericolo – chiosa Martini – è che se non governiamo questo processo, allarghiamo le disuguaglianze tra chi potrà difendersi e chi non potrà difendersi dalla crisi». Nel frattempo, la sanità integrativa va a gonfie vele. E la sensazione è il pericolo in questione sia già realtà. Se i confederali, finalmente, avessero voglia di opporsi con serietà e coraggio a questo business, dovrebbero sbrigarsi.

lunedì 16 marzo 2020

IL DENARO CONTA SEMPRE PIU' DELLA PERSONA,ANCHE NELL'EMERGENZA


Risultato immagini per lavorare fino alla morte
Non è passato nemmeno un mese dal primo caso accertato di coronavirus Covid-19 in Italia che ne abbiamo viste e sentite di cotte e di crude,i numeri sono sempre più altri per quanto riguarda i contagiati ed i morti ma anche le persone guarite grazie all'incessante lavoro del personale sanitario fanno sperare nel meglio.
Il primo articolo di Contropiano(il-pil-o-la-vita )nonostante abbia già cinque giorni(in questo momento storico può apparire già vecchio)parla sì di numeri ma anche di situazioni che sono cristallizzate e che faranno storia anche dopo la fine della pandemia,con una nazione che quando si parla di vite umane lo fa palando di carne da macello mentre quando si discute di soldi lo sia fa mostrando denti e tirando calci.
I politici si scannano sulle tasse da pagare o meno,sull'andamento disastroso della Borsa e sul prezzo del petrolio in forte diminuzione(non così come il prezzo della benzina ovviamente),e questo si riflette sulla percezione attuale degli italiani sull'apporto insufficiente dei politicanti,aumentando lo scetticismo e la vera e propria fiducia se si va a parlare dell'Unione Europea(vedi il secondo contributo:contropiano la-politica-affondata-dal-virus-i-sondaggi-bocciano-tutti ).
Fin quando si predilige,come sta accadendo in queste settimane nonostante le buone parole cui i fatti oggettivamente non fanno seguito,l'aspetto economico a quello sanitario,il risultato non potrà che essere devastante(vedi:madn il-capitalismo-comandasoluzioni.altenative esistono ).

Il Pil o la vita.

di  Dante Barontini 
Piccolo esercizio matematico: i casi positivi di Covid-19, alla sera di lunedì 10 marzo (10.149), a parità di popolazione tra Italia e Cina, sarebbero stati circa 236.500. Come dovrebbe esser noto, i dati ufficiali di Pechino riferiscono 80.735 casi. Da noi sono dunque il triplo, per ora.

Basterebbe questo per qualificare l’efficacia con cui il governo italiano ha affrontato l’epidemia fin dal suo primo manifestarsi. E naturalmente, al contrario della sua esplosione in Cina, qui il fenomeno era ormai atteso, non ignoto.

Ora si sta discutendo di misure ancora più ferree su tutto il territorio nazionale, ma alcune cose vanno dette subito.

Se tutto il territorio è “zona rossa”, allora non c’è nessuna “zona rossa” .

Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.

Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, “per motivi di lavoro”. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria “messa al sicuro” a forza di messaggi “io resto a casa”.

Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava “zona rossa” tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute “focolaio” per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva “liberato” il virus su un’area eccezionalmente vasta.

La logica sanitaria del confinamento è stringente: da, o in, un focolaio nessuno deve uscire o entrare. Se si alza la sbarra prima che “l’influenza” si sia esaurita, si facilita la diffusione del contagio. In un Paese di queste dimensioni, esistono certamente molte zone da “blindare” per un periodo di quarantena e altre di media rischiosità, in cui le misure di profilassi sono meno drastiche. Rendere tutto “uguale” sembra una cosa radicale, ma in realtà rende impossibile dei controlli seri. Ci si affida insomma alla “responsabilità” degli individui, piuttosto che alla gestione generale della situazione secondo un approccio scientifico.

Non è una nostra illazione da profani, ma la critica feroce mossa dal prof. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, giustamente considerato uno delle massime autorità tra gli infettivologi italiani. “E’ una sciocchezza che si apra la zona rossa iniziale. Sono 16 giorni [domenica 8, ndr] dal primo caso in quella zona, ma c’è stato almeno un mese di diffusione dell’infezione, è evidente che ci sono ancora dei problemi e non è finito il tracciare necessario dei contatti. Rimescolare le carte è una mezza follia, non ha senso”.

Con il decreto di lunedì sera, questo errore tragico è stato esteso a tutta l’Italia.

Il Pil o la vita.

Se si vuole davvero fermare il contagio, imitando la Cina, bisogna prendere misure politiche di ben altro impatto.

La Cina, a Wuhan e in altre zone, ha chiuso l’attività economica e convinto la gente a restare chiusa in casa, limitando ad un minimo vitale le uscite per gli approvvigionamenti alimentari e medicinali. Laggiù, insomma, “a lavorare” è andato soltanto il personale sanitario, la quota di forze dell’ordine ritenuta necessaria, i lavoratori di alcuni supermercati (riforniti dall’esercito), farmacie e pochi altri servizi indispensabili (rete elettrica, acqua, ecc).

La Cina ha insomma rinunciato volontariamente alla quota di Pil prodotta in quelle zone in alcuni mesi – e Wuhan è la “Detroit cinese”, per la concentrazione di fabbriche automobilistiche – pur di battere in tempi rapidi il virus.

La popolazione e le imprese private hanno “capito” l’impostazione governativa senza troppi sforzi, perché a tutti i soggetti economici è stata garantita la copertura statale delle perdite, salariali o di profitto che siano. Nessun licenziamento, niente “ferie forzate”, tasse bloccate, banche che non chiedono “il rientro” dai prestiti concessi, ecc.

Qui si è invece cercato, stolidamente e fin dall’inizio, di “contemperare” le esigenze sanitarie (chiusura drastica di alcune zone) con la priorità considerata assoluta: continuare a produrre, a qualsiasi costo. Qui il governo ha promesso “aiuti”, con cifre risibili (adesso si comincia a parlare di 10 miliardi, ma si è partiti con 3,6) rispetto alla dimensione del problema. Ma nessuna garanzia per chi stava perdendo il salario o addirittura il posto di lavoro. Senza garantire alle imprese niente altro che i soliti “incentivi”, già dimostratisi inefficaci in situazioni di crisi assai meno drammatiche. La sintesi infelice è in un titolo del Corriere della Sera (“Battere la paura del caos in Borsa: soldi alle imprese, fiducia a famiglie”), dove la differenza di trattamento è esplicita.

Il risultato è facilmente prevedibile: il virus arriverà ovunque, magari un po’ più lentamente grazie allo stop alle manifestazioni pubbliche della movida (ma chi potrà mai limitare quelle private?), e anche il Pil subirà egualmente colpi durissimi.

Chi ha voluto la botte piena e la moglie ubriaca resterà quindi dolorosamente deluso dal calo del Pil. Ma il prezzo del dolore, in massima parte, sarà sulle spalle della popolazione che lavora, tra periodi di malattia, quarantene, ricoveri, morti, perdite di salario o anche del posto.

Una classe politica indecente.

Nell’analisi di questa crisi, ripetiamo, occorre separare nettamente – sul piano degli obbiettivi e della logica – l’aspetto sanitario e quello economico, stabilendo una decisa priorità per la salute della popolazione. Se si continua a privilegiare invece la produzione, sarà un disastro. Anche per la produzione.

Possibile che nessuno, tra gli attuali decisori, sia in grado di capirlo?

Vista da fuori le decisioni del governo sembrano la risultante tra almeno tre ordini di mediazioni differenti, in alcuni casi tra interessi apertamente “antagonisti”.

Quella tra scienziati e politici è palese già nella citazione del prof. Galli. Si comprende che gli scienziati stanno prospettando “misure eccezionali”, ma che i politici provvedono a stemperarle, per “salvaguardare la produzione” sotto la pressione di Confindustria e non solo. Invece di aumentare il numero delle zone rosse vere e proprie, per esempio, incrementando anche i controlli per impedire “fughe”, si è preferito allargarle, fino a farle coincidere con tutto il territorio nazionale, rendendole così sanitariamente inutili.

Il secondo ordine riguarda invece i rapporti tra le diverse cordate pomposamente chiamate “partiti”. Qui ormai è stata selezionata una “classetta dirigente” capace di tener d’occhio i sondaggi e gli umori popolari, sparando slogan acchiappeschi a ogni occasione; ma senza più un briciolo di visione autonoma, tantomeno di grande respiro. In questa “classetta” ognuno tiene d’occhio i gruppi di interesse che lo hanno sollevato a un ruolo visibile, e se ne fotte degli interessi generali, perché non è in grado nemmeno di comprenderli.

In questo lugubre gioco si distinguono nettamente i leghisti, vero formicaio impazzito di grida ogni giorno diverse, anzi opposte, col passare delle ore. Si ricorda giustamente il Salvini che passa in due giorni dal “chiudiamo tutto” (intendendo le frontiere, all’inizio della crisi) al “riapriamo tutto” (le attività economiche, anche nelle “zone rosse”).

E si potrebbero citare quei sindaci di paesini che “non trovavano motivo” di veder finire il proprio Comune nella lista delle “zone rosse” neanche quando i loro compaesani finivano uno dietro l’altro in ospedale oppure al cimitero.

O si potrebbero citare Fontana e Zaia, tra sceneggiate con la mascherina e proteste per tre province (venete) messe in lista “rossa”; salvo poi accettare senza fiatare l’estensione a tutto il territorio nazionale.

Ma non è sembrato più brillante, diciamo, quel sindaco piddino di Bologna che domenica “rifletteva” sull’opportunità di chiudere anche la sua città per “solidarietà” con le altre province dell’Emilia Romagna (come se le misure di profilassi sanitaria si potessero valutare col metro della “piacioneria”).

Ora molti di questi personaggetti, sotto la spinta delle notizie tragiche provenienti dagli ospedali, sotto la pressione di imprese locali che scelgono di chiudere temporaneamente i battenti per abbassare i costi vivi, cominciano a chiedere la sospensione anche delle attività produttive. Cosa che fino a qualche ora fa consideravano “una follia”. Ognuno può dunque valutarne la serietà…

A un secolo di distanza, insomma, ci ritroviamo ancora una volta in una “guerra” guidati da generali che ordinano “offensive” ad capocchiam, ognuna più catastrofica della precedente, ma prontissimi a fucilare i propri soldati se non obbediscono a ordini sconclusionati.

La preoccupazione per i conti pubblici.

Ma il terzo ordine di mediazioni, altamente presente all’interno della compagine governativa, riguarda la “tenuta dei conti pubblici” alla luce dei trattati di Maastricht. Si capisce, insomma, che il freno tirato sulla chiusura di tutte le attività produttive – il gigantesco “buco” in tutti i vari decreti in materia – dipende in ogni fase dalla discussione con la Commissione Europea sul quanto si possa sforare il deficit rispetto alle prescrizioni/previsioni per l’anno in corso.

E’ stato fin dall’inizio questo il vero faro nella notte di un governo senza statisti, incapace di decisioni autonome e impossibilitato – per una scelta quasi trentennale che ha prodotto solo disastri – finanche a pensare di rompere alcuni vincoli scritti sulla sabbia.

Fin quando quella scelta – l’adesione all’Unione Europea e al sistema di trattati che ne è derivato – ha inciso molto negativamente sulla capacità di crescita economica del Paese, sulle condizioni di vita e di lavoro della sua popolazione, compresi la perdita di diritti pagati col sangue e salari al di sotto del livello di sopravvivenza, qualcuno poteva forse dire che questo era il prezzo da pagare per diventare liberale come gli altri. Tutti sulla stessa via dell’austerità.

Ora però un’epidemia si sta incaricando di dimostrare che quella scelta è suicida non solo sul piano economico-industriale, ma in senso stretto. Stronca la salute di una popolazione di 60 milioni, determinerà la morte di un numero per ora imprecisabile di persone, riporterà la sua economia indietro di decenni.

Rompere la gabbia, restare vivi

Se vogliamo che questo paese abbia un futuro occorre separare nettamente il momento della lotta al coronavirus da quello del rilancio economico.

Il confinamento del contagio, sull’esempio cinese, impone il fermo di tutte le attività pericolose perché facilitano la diffusione del contagio. Dunque anche le attività economiche.

Per rassicurare tutti – lavoratori ed imprese – che il “fermo” non diventerà l’impossibilità di sopravvivere, lo Stato deve garantire l’erogazione dei salari e il ripiano delle perdite d’impresa per il periodo strettamente necessario a combattere l’epidemia.

Ciò comporta ovviamente una spesa in deficit di dimensioni al momento non precisabili, al livello di un Piano Marshall, ma assolutamente necessaria per restare in vita come Paese, popolo e singoli individui. Si deve fare quel che serve, non quello che ci viene consentito da regole scritte per altre epoche e altri interessi.

Un sistema di alleanze diseguali, di trattati pensati per aumentare la competizione interna anziché la “solidarietà continentale”, non consente questa decisione vitale?

E allora quel sistema va rotto, prima che ci finiamo di rompere tutti noi.

Tra i “meriti” dell’epidemia c’è infatti anche quello di dimostrare che o un sistema economico serve per far star meglio le popolazioni che ci vivono dentro, oppure è bene che venga definitivamente rotto.

E’ nelle emergenze vere che il vecchio muore e il nuovo prende vita. Il sistema neoliberista sta tirando le cuoia, dall’Europa agli Stati Uniti. E’ ora di aiutarlo nel trapasso, altrimenti ci trascina tutti a fondo.

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La politica affondata dal virus. I sondaggi bocciano tutti.

di  Redazione Contropiano 
Stiamo vedendo in questi giorni come, anche in caso di pandemia dichiarata dall’OMS, le strategie per affrontare questo momento di estrema difficoltà siano diverse, e tutte riconducibili ad un unico grande approccio: la salvaguardia del sistema economico previgente.

In alcuni casi, come nel Regno Unito e negli Stati Uniti, la vita scorre come se questa non fosse una vera pandemia, si cerca di impartire qualche indicazione di massima, si preserva il mercato, e ognuno per sé. La pandemia passerà con strascichi più o meno pesanti in termini di vite umane, il sistema sanitario farà quel che potrà, curando i primi malati, e lasciando morire chi arriva dopo.

La produzione andrà avanti, e chi contrarrà il virus restando escluso dalle cure “libererà” un posto di lavoro pronto ad essere rimpiazzato con un membro qualsiasi di quell’enorme esercito di riserva costituito da giovani e precari, che oramai in tutto il mondo è comunque sempre in cerca di un lavoro.

In altri casi, come in Cina, e anche qui in Italia, la vita scorre a suon di provvedimenti emergenziali e fortemente restrittivi come quelli che stiamo vivendo. Il Sistema Sanitario è messo a dura prova nella gestione dell’emergenza, tutto si trasforma in funzione delle necessità sanitarie, e tutti impariamo a vivere sotto coperta.

Le attività sono chiuse, fatto salvo per i “lavoratori di serie B”, comunque obbligati di andare a lavorare, e rischiare la propria salute per il “bene” dell’economia del Paese. È questa la strategia che il nostro Paese ha scelto, perché sebbene i provvedimenti ci indichino la quarantena volontaria, Confindustria ha intimato che il lavoro, anche quello non necessario per la gestione dell’epidemia, continui.

E mentre si stilano direttive disattese per regolare la sicurezza nei luoghi di lavoro “in caso di pandemie”, ancora nulla è stato definito con chiarezza per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali per tutti quelli che, se non ci pensa il virus a spazzarli via, hanno perso/stanno perdendo/perderanno il reddito da qui e nei prossimi mesi.

Le voci ufficiose, rispetto al maxi-decreto che dovrebbe uscire in giornata, parlano di uno stop ai pagamenti delle aziende e di 5 miliardi per la cassa integrazione in deroga, estesa cioé anche alle aziende con meno di 5 dipendenti. Interventi ridicoli, invece, per tutti i lavoratori autonomi, che potrebbero usufruire di una sola indennità di 600 €, come anche le famiglie che avrebbero a disposizione un bonus di 600€ per il baby-sitter, e un “premio” di 100 € ai lavoratori che scelgono di andare al lavoro ai tempi del coronavirus, come se la propria salute avesse un costo di risarcimento pari a qualche spicciolo.

Nel frattempo i sondaggi danno la Lega in calo di consensi rispetto al PD, che recupera uno 0.5% rispetto a una settimana fa, sebbene in Emilia Romagna Stefano Bonaccini si sia deciso solo ieri a imporre lo stop a tutte le prestazioni mediche ordinarie, preludio (si spera) della requisizione (o per lo meno la messa a disposizione) delle strutture sanitarie private per coadiuvare il sistema pubblico alla gestione dell’emergenza.

Nonostante l’interventismo di Luca Zaia, che in Veneto ha dato il via alla riorganizzazione di quasi 400 ulteriori posti di terapia intensiva in tutta la regione, non paga il politicismo cinico di Attilio Fontana che in Lombardia, tra una bega e l’altra con l’assessore alla sanità Gallera, chiama rinforzi da ogni dove mentre il sistema sanitario è al collasso e la popolazione è stremata.

Nessun premio rilevante, dunque, né alla Lega né al PD di fatto, confermando l’indecenza di una classe politica incapace di gestire davvero gli interessi del Paese. La Lega di Matteo Salvini viene infatti stimata al 28,7%, in calo dell’1,1% rispetto al 15 febbraio. A guadagnare indirettamente è il Partito Democratico che, pur senza crescere, vede scendere il distacco a 7,5 punti a quota 21,2% (+0,4%). Il Movimento 5 Stelle cala di altri due decimali, con Bidimedia che lo stima del 14%. Fratelli d’Italia purtroppo prosegue il suo trend positivo: guadagna lo 0,9% nell’ultimo mese e arriva all’11,9%, ormai a due punti dai grillini.

Dall’altro lato, in un contesto di caos e di paura come quello che si sta diffondendo legittimamente tra la gente, cresce la fiducia al governo Conte (+4% rispetto a febbraio), che si prende tutti i meriti dello “sbirro buono”, che dice di impartire misure “severe ma giuste” per tutelare la popolazione e il sistema sanitario pubblico, al collasso dopo anni di mazzate.

Mentre interessante è la crescita della sfiducia verso l’UE (+20% rispetto a un anno fa); lo “sbirro cattivo”, ormai si vede, che non supporta affatto il nostro Paese in questo momento di emergenza. Ma si sa: lo schema dei due sbirri è ormai noto in tutto il mondo, ma in questo caso non ci si può permettere di stare ad aspettare fin dove si spingerà lo “sbirro buono”, e vedremo se dopo le manovre a sostegno delle imprese e delle famiglie che dovrebbe essere varato oggi, la fiducia nel governo rimarrà tale.

Da giorni ormai gli scioperi spontanei nelle fabbriche ci restituiscono l’immagine di una classe lavoratrice che prova ad alzare la testa. Questo sciopero va sostenuto ed esteso a tutte quelle categorie di lavoratori già ricattati in condizioni ordinarie e tanto più in questa situazione emergenziale.

domenica 15 marzo 2020

DOMANDE E RISPOSTE IN TEMPI DI PANDEMIA


Risultato immagini per dittatura democratica
Quando la pandemia attuale sarà finita ci saranno libri da scrivere e documentari,saggi,speciali televisivi e non che spiegheranno come si è potuti arrivare a questo punto e come sia stato necessario o meno arrivare a limitazioni personali che hanno modificato chi più e chi meno,chi nel bene e nel male,la propria quotidianità.
Per il momento che siamo ancora all'inizio,almeno in Italia,ognuno può e deve farsi una propria idea in base alla propria educazione,alla propria collocazione politica ed ideologica e ovviamente alla capacità d'intendere e di volere che ci è data sia dall'istruzione ricevuta(ed appresa o meno)che dall'ambiente sociale di appartenenza.
I due articoli proposti parlano di filosofia e di disciplinamento sociale,si scava nel profondo dell'intelletto umano estirpando riflessioni che variano dalla lotta di classe alla capacità di adattamento collettivo ed individuale,dallo stato di percezione del cambiamento della propria libertà personale alla capacità ed alla predisposizione ad avere dei limiti imposti dall'alto.
Nel primo articolo prettamente esistenziale(contropiano unepidemia-e-il-sogno-del-tiranno )è l'obbedienza ad essere il principale oggetto del breve contributo(alimentato da un'intervista di mezz'oretta)dove la differenza tra individualismo e collettività si muovono a fisarmonica in periodi di imposizioni.
Nel secondo(contropiano virus-emergenza-disciplinamento-sociale )una serie di ragionamenti e deduzioni condivisibili o meno riguardo il terrorismo mediatico che di giorno in giorno assume nuove forme e diverse reazioni che vanno dall'incoscienza all'allarmismo,dall'ipocondria alla paura reale ed oggettiva in un discorso più ampio di notizie che fanno a pugni tra di loro anche all'interno dello stesso mondo scientifico,una realtà che dovrebbe avere solamente certezze e che invece si è visto non coeso e a volte di difficile interpretazione.
Perché in fondo dobbiamo decidere in casi di emergenza come questa se è meglio una dittatura democratica o una democrazia dittatoriale.

“Un’epidemia è il sogno del tiranno. Tutti diventano obbedienti per propria volontà”.

di  Miguel Benasayag 
Miguel Benasayag, è un filosofo e psicoanalista di origine argentina trapiantato da molti anni a Parigi.  Sarebbe dovuto venire in Italia per una serie di conferenze promosse dalla Fondazione Feltrinelli ma l’epidemia di coronavirus lo ha tenuto bloccato a Parigi.

In questa intervista Benasayag affronta il tema della paura e della complessità nell’epoca del coronavirus e  sottolinea come l’emergenza di una epidemia sia il sogno di ogni tiranno, una fase in cui tutti diventano obbedienti per propria volontà.

In un’altra intervista ha spiegato come “L’individualismo estremo è l’ultimo lusso che si possono permettere i mega-ricchi dei paesi ricchi”. E ribadisce la necessità del conflitto per una ridefinizione dello spazio comune, perché “se le persone non trovano quel che desiderano, si accontentano di desiderare quello che trovano”. Il dibattito è aperto.

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Virus, emergenza e disciplinamento sociale.

di  Pier Franco Devias * 
Continuo a pensare che la situazione, oltre che essere grave dal punto di vista sanitario, abbia delle importantissime (e molto sottovalutate) implicazioni politiche.

Certamente il momento in cui è più difficile ragionare freddamente è proprio quello in cui la società è in preda a un’isteria di massa. Ma resta la cosa più utile e importante da fare per non lasciarsi travolgere dagli eventi.

Premessa.

So bene che battaglioni di analfabeti funzionali o avversari politici mossi da malafede cercheranno di accusarmi di cose non dette o di minimizzare un pericolo. Perciò cercherò di spiegarmi al meglio, confidando in chi ha la pazienza di capire il significato di ciò che resta scritto.

Il problema.

A mio parere non è spiegabile dal punto di vista esclusivamente scientifico l’enorme importanza data alla diffusione di questo virus. Esso infatti ha una contagiosità e una resistenza importante, ma non ha una mortalità eccessiva (pare sia ancora attestata intorno al 2-3%).

Va d’altra parte precisato che un’alta contagiosità, anche se unita a una bassa mortalità, può comunque determinare tantissimi morti, per cui non si può certamente dire che il Covid-19 “non sia pericoloso”. E’ pericoloso, è potenzialmente mortale specialmente per le persone più deboli o con problemi di salute pregressi, è estremamente contagioso e non deve essere assolutamente sottovalutato.

Un precedente simile.

Per fare un esempio, la cosiddetta influenza spagnola che si diffuse dopo la prima Guerra mondiale uccise decine di milioni di persone, eppure aveva un tasso di mortalità intorno al 2%. La pericolosità quindi non è legata solo alla percentuale di mortalità, quanto dalla capacità di diffondersi.

Ma considerate che a quel tempo c’erano milioni di persone che stavano a stretto contatto senza alcuna norma igienica, con milioni di soldati di ritorno dal fronte, famiglie numerose che vivevano in locali angusti, condizioni che fecero contagiare centinaia di milioni di persone, con 50 milioni di morti.

A causare l’enorme strage fu dunque non l’alto tasso di mortalità, ma l’inosservanza di norme igieniche e la promiscuità dei contatti, che permisero al virus di avere un grandissimo numero di contagiati e, di conseguenza, di morti.

Per il Covid-19, similmente, la vera pericolosità non è data dalla sua mortalità percentuale, ma dalla possibilità che si diffonda su un alto numero di persone. In un’epoca come la nostra, con grandi velocità di spostamenti e enormi inurbamenti metropolitani, il pericolo di una grande diffusione è concreto.

Ma allora perché parlo di erronea percezione del problema?

Vediamo come è iniziato tutto ciò.

L’origine.

Sin dalla sua nascita lo sviluppo di questo virus ha avuto aspetti oscuri.

E’ nato in Cina in un momento di forti tensioni commerciali tra Usa e Cina e ha creato più di un sospetto sul fatto che potesse essere un’arma di guerra economica.

Attenzione: non sto dicendo che qualcuno abbia creato o sparso il virus in Cina per fare una guerra economica; sto dicendo invece un’altra cosa, e insisto a dirla dai primi di febbraio, quando il problema sembrava meno grave: probabilmente i media occidentali hanno dato una percezione spropositata del problema, con l’intento di spaventare l’opinione pubblica e danneggiare il commercio cinese.

E il sospetto è aumentato quando i media occidentali hanno iniziato a citare un fantomatico e mai identificato “agente israeliano” che asseriva che il virus fosse “sfuggito a un laboratorio militare cinese”. Classica esca per scatenare isteria incontrollata contro uno Stato avversario.

Ma mentre i media italiani bombardavano panico a piene mani, in Italia non è corrisposto da nessuna parte una seria operazione di filtraggio sanitario e contenimento della diffusione del virus.

Perché?

Se per due mesi i media italiani hanno presentato quotidianamente questo virus come pericolosissimo, perché porti e aeroporti non sono stati adeguati a tale livello di pericolosità?

La Cina ha cercato da subito e in ogni modo di chiudere – con tutti i crismi della scienza – le vie di fuga del virus. Purtroppo il virus che è riuscito ad eludere i controlli cinesi, all’arrivo in Europa ha trovato quasi un comitato d’accoglienza.

Appena arrivato in Europa e in Italia (come prevedibile) i media italiani hanno decuplicato il panico, parlando di pericolo apocalittico… ma a ciò continuava a non corrispondere alcuna misura valida per arginarlo.

La chiusura della zona di Codogno era una misura ridicola che faceva acqua da tutte le parti, con cittadini e giornalisti che andavano e tornavano. Per capire il livello di gestione all’italiana, basti ricordare che gli abitanti andavano a offrire il caffè agli agenti che dovevano tenerli isolati da tutto e tutti. Dopo questa chiusura colabrodo alla Sergente Garcia ovviamente il virus è arrivato a zone più popolose fino a Milano, uno dei principali crocevia dell’Occidente.

La notizia passata alla CNN sull’intenzione di chiudere tutta la Lombardia, atto criminale su cui stranamente pare che nessun magistrato stia procedendo, ha determinato come sappiamo il panico e il fuggi fuggi di migliaia di persone che hanno inconsapevolmente portato a spasso anche il virus, determinando la situazione che ben conosciamo.

Il pericolo.

Certo è che tutta questa situazione sta creando una carica sociale di incertezza che, in quanto tale, sente il bisogno di certezze e rassicurazioni. Una situazione potenzialmente pericolosa, visto che è sotto molti aspetti simile alle situazioni pre-autoritarie.

Sto dicendo che c’è qualcuno che sparge il virus per causare una strategia della tensione e arrivare a una svolta autoritaria? NO! Neanche per idea!

Così come non credo che sia stato creato appositamente e tantomeno sparso dai “poteri forti” per ottenere svolte autoritarie.
 Dico però che c’è qualcuno che da questa situazione di incertezza e preoccupazione potrebbe approfittare e giocare la sua carta “ordine e disciplina”.

Dico, e lo dico senza mezzi termini, che penso che alcune aree politiche intendano approfittare della paura, e anzi la fomentino ad arte, per fare passare misure che in altre condizioni probabilmente non passerebbero.

Ma giustamente tu potresti dire: “Ma se uno ha bisogno di un’epidemia per terrorizzarti, non potrebbe farlo con un’influenza stagionale, visto che fa ottomila morti all’anno?”.

Giusta osservazione.

Ma a parte la maggiore mortalità di questo virus, c’è un fattore psicologico: a te fa più paura un pericolo che conosci sin da bambino o un pericolo ignoto?

Io sospetto che d’ora in poi lo “spettro del virus”, magari agitato anche oltre la sua reale pericolosità, diventerà sempre più un motivo sufficiente per normalizzare il controllo capillare della società.

Lo scenario ipotetico.

Oramai l’abbuffata del “terrorismo globale” è andata verso una digestione lenta ma completa, è una paura oramai assimilata e diventata parte del vivere quotidiano. Paura che ha causato tacite accettazioni di controllo informatico generale, ma che ha perso la capacità di suscitare panico animalesco. Probabilmente la distorsione mediatica sulle epidemie diventerà la nuova carta del panico e del conseguente controllo sociale.

E’ molto probabile che faremo abitudine al controllo totalizzante e alle emergenze che sospendono tutto nel nome della sicurezza, questa volta sanitaria.

Oggi la società vive costantemente impaurita da un bombardamento mediatico su terrorismi, presunte invasioni, impoverimento, mutamento climatico, persino un’ossessionante “allerta meteo” che ci tiene col fiato sospeso ad ogni nuvoletta o raggio di sole. La nostra è una società terrorizzata.

Capirete che effetto possono avere, su una società già normalmente terrorizzata, tre mesi di quotidiano bombardamento mediatico su un virus che non si riesce a fermare e che uccide le persone a centinaia e a migliaia.

Non ci dovranno imporre sistemi politici basati sull’emergenzialità: li chiederemo noi, guidati manina-manina dal bombardamento mediatico che stiamo assorbendo 24 ore su 24 da due mesi e per un altro mese ancora, mentre siamo chiusi in casa impauriti.

Non ci dovranno imporre sospensioni di diritti democratici, condizionamenti dei rapporti sociali, drastiche riduzioni degli assembramenti tra persone (ad esempio, la manifestazione di piazza è un assembramento): li chiederemo noi in cambio di “più sicurezza”.

Ci sarà una crisi sociale devastante, seguita alle misure di compensazione per i mancati introiti di milioni di lavoratori. E quindi servirà “decisionismo”, che spesso fa rima con “autoritarismo”, per tagliare tutti i diritti sociali possibili, per togliere soldi allo Stato sociale e affidarli all’economia. Ogni misura verrà giustificata come “misura socialmente necessaria”, anche se a beneficiarne saranno come sempre banche e capitalisti, e chi non sarà d’accordo sarà tacciato di essere un volgare egoista, insensibile a ciò che sta vivendo la nostra “comunità nazionale sopravvissuta alla catastrofe”.

Ma se queste ipotesi sono fantasiose oppure verosimili lo si vedrà alla fine di questo tunnel.

– Ci ritroveremo una società che non è disposta a rinunciare ai suoi diritti?

– Lo Stato vorrà rinunciare all’occasione di una stretta autoritaria all’uscita del tunnel?

– E noi all’uscita avremo ancora gli stessi diritti e garanzie sociali di quando ci siamo entrati?

Se la risposta a queste domande è SI, allora vorrà dire che queste erano solo paure infondate, o al limite troppo anticipate, su scenari verso cui il mondo pare dirigersi da tempo.

Se la risposta a queste domande è NO allora vorrà dire che, facendo leva sulla paura generata col terrorismo mediatico, saranno riusciti a fare l’ennesimo passo avanti nella lenta ma continua trasformazione in senso autoritario delle democrazie occidentali.

In ogni caso quando usciremo di casa spetterà a noi decidere se come dice Conte “ci abbracceremo con più calore” in preda alla paura indotta, alla distrazione mediatica e alla lagna mielosa e qualunquista della “comunità condivisa”, oppure se rivendicheremo con forza la salvaguardia e il rigoroso ripristino di tutti i diritti sociali duramente conquistati dai lavoratori!

* Liberu – Lìberos Rispetados Uguales