martedì 16 ottobre 2018

UNA MANOVRA DI PROPAGANDA PIU' CHE DI CAMBIAMENTO


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Allo scadere della mezzanotte di ieri in linea con la scadenza fissata dall'Europa,il governo italiano ha presentato la proposta del decreto fiscale e del disegno di legge sul bilancio approvate dal consiglio dei ministri dopo un lungo braccio di ferro tra leghisti e grillini.
Si è arrivati ad un compromesso un poco su tutte le questioni più importanti di questa manovra più di propaganda che dei reali contenuti che andranno a fare tirare un sospiro di sollievo agli evasori fiscali e alle piccole imprese ed ai professionisti(coloro che maggiormente fanno a guerra col fisco e che spesso si dimenticano di adempiere ai loro obblighi e doveri),che tra l'altro sono la base dell'elettorato leghista e pentastellato.
Il redazionale di Contropiano(una-manovra-di-cosette-e-tanta-propaganda )in poche righe spiega bene che cosa si è approvato e a che cosa andrà incontro questa manovra,partendo dal giudizio della commissione europea con la concreta possibilità di drastiche modifiche fino all'iter parlamentare successivo.
Inoltre sono spiegate una ad una le voci più significative di questo decreto:pensioni,taglio delle pensioni d'oro,la flat tax,il reddito di cittadinanza e il condono,scusate,la pace fiscale e le conseguenti problematiche attuative,in linea con un sostanziale discostamento dalle linee di austerità precedenti ma con i possibili fruitori che non sono la base povera della popolazione ma bensì non proprio i ricchissimi ma il ceto medio alto degli italiani.

Una manovra di “cosette”, e tanta propaganda.

di  Redazione Contropiano 
Una manovra di piccole cose, che nel loro insieme muovono grandi cifre, ma che non incideranno in modo sostanziale nella vita delle diverse fasce sociali cui si è venduta una “rivoluzione” o un “grande cambiamento”. L’unica cosa vera, per il momento – il testo della legge di stabilità è per definizione un canovaccio sempre modificabile, dalle obiezioni dell’Unione Europea fino al consueto “assalto alla diligenza” in Parlamento – è un lieve scostamento dalla direzione fin qui imposta dalle politiche di austerità. Ma anche questo più enfatizzato che reale.

Ieri sera il consiglio dei ministri ha approvato il decreto fiscale, e il disegno di legge sul bilancio, trovando alla fine la “quadra” tra le ambizioni leghiste e quelle grilline, entrambe sorvegliate dalla necessità di “mantenere in ordine i conti”, come vuole la Ue e il suo garante Tria.

E’ utile non tenere conto, nell’analisi delle varie misure, di quanto declamato dai singoli protagonisti, almeno in prima istanza. Le esigenze della propaganda, infatti, superano di gran lunga i fatti concreti. Vediamo perciò i vari punti, misurando successivamente la distanza con le promesse.

Pensioni

La “legge Fornero” viene ritoccata introducendo la “quota 100”, ovvero la possibilità di uscire dal lavoro a 62 anni di età e 38 di contributi (o altre combinazioni possibili, ma sempre a partire dai 62 anni). E’ una misura che viene incontro in primo luogo alle esigenze delle imprese – soprattutto quelle del Nord, base elettorale leghista, dove forte è la necessità di “svecchiare” la manodopera, sostituendo lavoratori anziani con buon salario e contratto con giovani precari e pagati una miseria – molto meno a quelle dei lavoratori. Nel testo inviato a Bruxelles non c’è alcun dettaglio ulteriore, ma tutte le indiscrezioni fatte circolare di proposito nei giorni scorsi indicano una forte penalizzazione per i lavoratori che sceglieranno di utilizzare questa “finestra”. In alcuni casi – IlSole24Ore – è stato calcolato che potrebbe essere imposta una riduzione del 25% dell’assegno pensionistico. Non proprio un regalo…

Pensioni d’oro

Il taglio riguarderà gli assegni mensili superiori ai 4.500 euro netti e il governo pensa di ricavarne 1 miliardo. Si tratta di uno dei cavalli di battaglia pentastellati, osteggiata a lungo dalla Lega (e infatti prima si parlava di un tetto intorno ai 3.500 euro), ma esposta a ricorsi quasi certamente vincenti davanti ai giudici e davanti alla Corte Costituzionale. A seconda della formula che sarà scritta per realizzarla, infatti, c’è il rischio che violi il principio della “non retroattività” di ogni legge. Anche se molto popolare tra i non addetti ai lavori, una violazione di questo tipo – se diventasse la normalità – sarebbe un’arma micidiale in mano a qualsiasi governo, anche il più folle. Solo due esempi: a) le pensioni già erogate, anche al di sotto dei 4.500 euro mensili, potrebbero domani venire tagliate per “esigenze di bilancio”; b) una riformulazione ancora più reazionaria del “decreto Pillon” potrebbe dichiarare reato l’aborto, anche se praticato durante i decenni in cui era legale. Chiaro?

La pace fiscale

Alla fine il maxi-condono anche per i grandi evasori (fino a 1 milione, voleva la Lega) non è passato. L’accordo raggiunto stabilisce un’aliquota al 20% per sanare il pregresso di chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi. Potrà esser fatto emergere fino ad un massimo del 30% in più rispetto alle somme già dichiarate e comunque con un tetto di 100.000 euro per periodo d’imposta. Inoltre, potranno essere sanate le liti con il fisco pagando senza sanzioni o interessi il 20% del non dichiarato in 5 anni in caso di vittoria del contribuente in secondo grado (o il 50% in caso di vittoria in primo grado). In arrivo anche la rottamazione ter delle cartelle Equitalia, che cancella come in precedenza sanzioni e interessi, dilazionando i pagamenti in 20 rate in 5 anni. Per eliminare milioni di micro-provvedimenti arriverà lo stralcio delle minicartelle sotto i mille euro, dal 2000 al 2010. In pratica le multe stradali e altra piccole infrazioni.

Il reddito di cittadinanza

E’ la grande incognita della manovra. L’attivazione della misura scatterà nei primi tre mesi del 2019. L’assegno da 780 euro – per quelli che lo percepiranno, ma la platea non è affatto chiara – verrà caricato sul bancomat, e ci sarà anche l’annunciato “monitoraggio sugli acquisti”. Ci dovrebbe essere anche l’obbligo di frequentare corsi di formazione, nonché quello di prestare 8 ore a settimana di “lavoro socialmente utile”. La revoca della misura scatterà al terzo rifiuto di un’offerta di lavoro. La temuta “deportazione regionale” resta, ma limitatamente alla seconda o terza offerta di lavoro. In pratica si prepara uno spopolamento delle aree “depresse” del paese, con l’obbligo di andare a lavorare altrove, a qualsiasi salario ti venga offerto e quindi nell’impossibilità di sopravvivere tra affitto, bollette, costo dei mezzi di trasporto, ecc. A un passo dallo schiavismo, insomma.

Flat Tax

Come avevamo già scritto, questa non c’è. Viene esteso invece il forfait al 15% per i professionisti che dichiarano fino a 30.000 euro e per le altre categorie che arrivano a 50.000 euro. Potrebbe essere estesa ad autonomi, Sas, Snc e Srl con ricavi fino a 65.000 euro. Per chi guadagna dai 65.000 ai 100.000 euro è previsto un 5% in più. Start up e imprese avviate dagli under 35 avrebbero invece un ulteriore al 5%. Un “forfettone”, insomma, che serve soprattutto alle piccole imprese e ai professionisti, base portante dell’elettorato leghista e in parte anche di quello grillino.

E anche il “decreto semplificazioni” conferma che al centro dell’attenzione anche di questo governo ci sono soprattutto le imprese, non lavoratori e disoccupati. Rinominato «taglia scartoffie e leggi inutili», questo decreto-bis cancella oltre 100 “adempimenti per le imprese”. Manca un passo al “fate un po’ come ca..o vi pare”…

Molta propaganda intorno all’aumento della tassazione sul gioco d’azzardo, «una piaga sociale da combattere», dimenticando le decine di miliardi di mancata riscossione nel settore.

Queste le parti essenziali, in attesa di vedere i dettagli. Ma soprattutto il “voto” della Commissione Europea, che potrebbe costringere a veloci riscritture, anche drastiche.

lunedì 15 ottobre 2018

IL VOTO BAVARESE


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Il più importante Land tedesco,la Baviera,è il più grande e ricco,ed è pure il più vicino geograficamente ed economicamente all'Italia,ed il voto espresso ieri ha avuto come risultato molte affinità al nostro ed alle ultime tornate elettorali europee.
Infatti pure qui i partiti sostenitori dell'austerità e dell'Europa a tutti i costi hanno avuto una brusca frenata ed in alcuni casi un vero e proprio crollo come capitato ai socialdemocratici che hanno visto la loro percentuale più che dimezzata,frutto anche della Grosse Koalition di Germania dopo un lungo periodo di stallo politico(madn e-se-accadesse-ancora-pure-in-italia ).
Perché il partito gemello del Cdu,quello della Merkel,i democratici del Csu,che è sempre stato il dominatore in Baviera e pur essendo il primo partito votato ha perso oltre il 10%dei consensi,mentre i veri vincitori sono stai i verdi(dal 7,6 al 17,5%)mentre i neonazisti dell'Afd all'esordio nel Land hanno superato appena il 10% e non hanno sfondato come temuto.
La Linke pur guadagnando qualcosina è fuori dai giochi ed il partito dei Liberi Elettori,molto vicini ai democratici hanno un buon gruzzolo con l'11,6 % e facilmente si alleeranno con i conservatori del Csu.
L'articolo preso da Infaut(voto-in-baviera-crollano-i-partiti-della-grosse-koalition )parla di sigle e numeri con le possibili e quasi obbligate alleanze per il governo della Baviera,allargando il contesto di queste elezioni non sono all'Italia ma a tutta Europa,con i socialdemocratici(qui il Pd)in un crollo sempre più verticale mentre le sinistre tengono se unite allontanandosi dai partiti dell'austerità così come pure la destra guadagna soprattutto grazie all'odio verso i migranti senza avere politiche sociali ed economiche degne di nota.

Voto in Baviera: crollano i partiti della Grosse Koalition.

Il voto regionale di ieri in Baviera ha confermato anche nel land più ricco di Germania una tendenza ormai diffusa in tutto il mondo occidentale: quella della diffusa ostilità elettorale verso i partiti ritenuti responsabili e artefici dell'attuale assetto politico ed economico.

L'Unione dei Cristiano-Sociali, da sempre al governo nel land e alleato della CDU su scala nazionale, ha ottenuto uno dei peggiori risultati della sua storia a livello locale, fermandosi intorno al 35%.

Il voto più che una sconfitta per la Merkel lo è per il suo ministro dell'Interno Seehofer, propugnatore di una linea più oltranzista sul tema dei movimenti migratori al punto tale di minacciare negli scorsi mesi la tenuta del fragile governo di Grosse Koalition.

La debacle dell'opzione di Seehofer, che sembra aver più che altro spostato voti verso l'Afd, porterà probabilmente ad un rafforzamento della linea Merkel verso le elezioni europee. Ovvero, tenuta dei confini e controllo delle migrazione, ma nell'ottica degli accordi vigenti come quelli di Dublino e senza toni alti e respingimenti al confine come preannunciato da Seehofer.

Sul lungo periodo e dati questi numeri è facile immaginare però che la possibilità di nuove forme di accordo di governo tra CSU e SPD scricchioleranno: la SPD non ha raggiunto neanche il 10% dei consensi.

Molto positivo il risultato dei candidati dei Verdi, trainati da una campagna giocata invece a favore dei migranti oltre che sui classici temi ambientali, che hanno sfiorato il 20% risultando i vincitori della consultazione. Buon risultato, ma senza sfondamento, degli xenofobi dell'Afd. Fuori invece la Linke, mentre per il governo l'esito più probabile sarà una coalizione tra CSU, i Demcoratici-Liberali e il movimento dei Liberi Elettori.

Hanno sicuramente giocato un ruolo nelle elezioni le centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro il razzismo sabato a Berlino, così come le proteste popolari contro i progetti di devastazione territoriale della foresta di Hambach, che hanno messo in luce e fatto discutere in maniera forte nelle ultime settimane sui temi ambientali cari ai Verdi.

Ma soprattutto il tema migratorio sembra essere risultato decisivo, divenendo spartiacque della competizione politica in linea con quanto avvenuto in tante altre parti d'Europa. A pochi giorni dal Consiglio sulla Brexit che si occuperà anche di difesa dei confini e sicurezza comune, su questa frontiera si ridefiniscono le opzioni politiche anche in Germania, e in questo caso sembra non con l'esito a cui siamo stati abituati nelle recenti consultazioni italiane, austriache e svedesi.

I fatti di Chemnitz delle scorse settimane sembrano avere avuto un impatto sociale ben oltre la dimensione locale, cosi come le mobilitazioni che ne sono seguite in tante città tedesche. Le prossime elezioni locali, in programma tra due settimane, diranno di più sulle tendenze in corso nel principale Stato dell'Unione.

domenica 14 ottobre 2018

TRENT'ANNI PER SEDICI ATTIVISTI NO TAV


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Le pesanti sentenze per gli attivisti No Tav nel processo per i fatti accaduti in Val di Susa il 28 giugno 2015(madn la-rappresaglia-di-rinaudo )sono frutto della persecuzione prima poliziesca e poi della magistratura di decine di persone che hanno cercato di difendere la loro terra dall'invasione autoritaria e criminale di un progetto inutile e che ha attirato l'interesse di mafiosi.
Il breve redazionale di Contropiano(no-tav-condanne-per-30-anni )che comprende una nota del Movimento No Tav scritta prima della sentenza,parlano della distribuzione di trent'anni di condanne a sedici persone per reati certamente di lieve entità ed amplificati dai piagnistei di politici attaccati alle gonnelline delle forze del disordine.
Ed i grillini,nati e cresciuti anche grazie ai No Tav,ora che sono seduti sugli scranni al governo assieme ai leghisti,stanno zitti e lasciano che questi progetti vadano avanti e che le persone imputate vengano condannate.

No Tav: condanne per 30 anni. “Avanti No Tav!”.

di  Redazione Contropiano 
Sedici condanne e 3 assoluzioni hanno chiuso a Torino un processo ad attivisti e simpatizzanti No Tav per le manifestazioni contro i cantieri della Tav in Val di Susa del 28 giugno 2015, in cui ci furono anche cariche e scontri tra polizia e manifestanti. L’accusa era quella di resistenza aggravata, lesioni, lancio di artifizi pirotecnici e materiale esplodente.
L’ammontare complessivo delle pene inflitte dal tribunale si aggira intorno ai 30 anni di reclusione. Il pubblico ministero Antonio Rinaudo ne aveva chiesti più del doppio, circa 70.
La condanna più alta e di 3 anni 10 mesi e 10 giorni. A Nicoletta Dosio, 73 anni, storica attivista No Tav, sono stati inflitti un anno, 8 mesi e 10 giorni. Un’altra attivista storica del movimento, Marisa Meyer, è stata assolta.  Alla lettura del dispositivo in aula erano presenti numerosi compagni degli imputati.

Qui di seguito una nota del Movimento No Tav emessa alla vigilia della sentenza sui fatti del 28 giugno 2015:

“Di quella giornata di lotta, ricordiamo con piacere il presidio fisso messo dalla questura a protezione dell’accesso al cantiere venire giù con pochi tiri di fune e la reazione orgogliosa con cui tanti No Tav tra cui Andrea, Nicoletta, Luca, Giuliano, Eddi, Gianluca, Fulvio ecc hanno deciso si sottrarsi alle misura cautelari per mesi, in alcuni casi finendo anche in carcere.

Il Movimento si strinse subito attorno agli imputati, sostenendoli nella loro evasione organizzando presidi diurni e notturni, accompagnamenti ed iniziative di protesta. Da tutta Italia arrivò forte la solidarietà dei tanti che riconobbero l’orgoglio di un popolo che non accetta di inginocchiarsi ai propri carcerieri.

Oggi questa bellissima storia di coraggio e solidarietà No Tav c’è chi vorrebbe riscriverla nelle aule di tribunale, il pm Rinaudo ha infatti richieste pene che superano i 70 anni complessivi, arrivando addirittura a pretendere per due No Tav ben 7 anni e 8 mesi di reclusione.

Una delle ultime possibilità del pm con l’elmetto Rinaudo di battere un miserevole colpo, poiché oramai vicinissimo alla pensione e l’ennesima del Tribunale di Torino per dimostrare che la Giustizia, quella vera, non risiede in quelle fredde aule.

L’udienza durerà poco poiché dev’essere solo letta la sentenza e invitiamo chi potesse a sostenere gli imputati in aula.

Possiamo già dire che i No Tav usciranno dal tribunale condannati, ma sicuramente a testa alta!

Avanti No Tav!

giovedì 11 ottobre 2018

NEL PROCESSO CUCCHI SPUNTA UN COLLABORATORE DI GIUSTIZIA


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La notizia di uno dei tre carabinieri imputati per il reato di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità che ha accusato gli altri due colleghi di avere massacrato Stefano Cucchi e di averne provocato il decesso,sta rimbalzando sui media con un forte impatto emotivo e con la speranza di mettere la parola fine a questa vergognosa vicenda(madn i-ragazzi-del-paese-al-contrario ).
Il redazionale di Contropiano(processo-cucchi-confessa-uno-dei-carabinieri )ci spiega della svolta nelle indagini parlando anche degli altri due imputati con accuse di calunnia e falso,in quanto il depistaggio fin da subito attuato dalla"benemerita"è stato accertato in quanto la nota di servizio scritta dal carabiniere pentito è stata fatta sparire per magia.
Proprio come un mafioso ha deciso di usufruire degli sconti di pena denunciando i suoi colleghi diventando un collaboratore di giustizia,in due ambienti che hanno in comune molto,partendo dall'omertà che da sempre contraddistinguono i mafiosi e alcuni carabinieri.

Processo Cucchi. Confessa uno dei carabinieri e accusa due “colleghi”.

di  Redazione Contropiano 
A colpi di testardaggine, competenza giuridica e volontà di arrivare alla verità, il processo a cinque carabinieri per l’uccisione di Stefano Cucchi è arrivato al momento decisivo.

Stamattina, all’inizio dell’udienza, il pm  Giovanni Musarò ha reso nota “un’attività integrativa di indagine” nata dalla denuncia di Francesco Tedesco, uno degli imputati. Il militare – evidentemente ormai convinto di non avere più scampo – ha deciso qualche tempo fa di “cantarsela” e cercare di cavarsela con il minimo della pena per i “collaboratori di giustizia”. Il carabiniere Francesco Tedesco ha infatti accusato i colleghi  Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio che ha provocato le lesioni fatali per Stefano.

I due erano coimputati di Francesco Tedesco per l’identico reato (omicidio preterintenzionale e abuso di autorità), mentre Roberto Mandolini è sotto processo per calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi solo per calunnia.

Tedesco, il 20 giugno scorso, ha presentato una denuncia in procura sulla vicenda. Per questo è stato poi sentito tre volte dai magistrati. Il magistrato ha spiegato che il carabiniere sostiene che “quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio”. Come accade quasi sempre nelle casi di omicidio in caserma o commissariato, quella nota è poi scomparsa.

“In sintesi – ha spiegato il pm – Tedesco ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto“. La procura non si è ovviamente limitata a registrare la confessione, ma ha svolto indagini al termine delle quali ha potuto verificare che “è stata redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta, e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.

martedì 9 ottobre 2018

PERICOLO DITTATURA ISTITUZIONALE IN BRASILE


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La grande differenza di voti tra i due candidati alla presidenza del Brasile,quello di estrema destra Bolsonaro e il rappresentante del Partito dei Lavoratori(PT)Haddad,fa tremare la democrazia non solo brasiliana ma di un continente intero,in un periodo storico che vede le forze della destra appoggiate dagli Usa conquistare sempre più nazioni.
Il ballottaggio del 28 ottobre vede come gran favorito Bolsonaro con un vantaggio enorme rispetto ad Haddad,addirittura quasi 17 punti percentuali,che la sinistra,presentatasi frammentata al primo turno elettorale vista l'impossibile candidatura di Lula con Haddad che ha corso in campagna elettorale solo un mese,ha già annunciato un'unione per il secondo turno.
L'articolo di Left(elezioni-in-brasile )parla di un rischio evidente di una dittatura istituzionale dopo anni di incisiva lotta contro i singoli personaggi della sinistra progressista del Brasile,con Lula capro espiatorio totale,ma comunque una linea politica che non ha pagato e che ha fatto sì che altri partiti fondamentali nel bene e nel male nella storia del paese siano praticamente scomparsi dalle scelte degli elettori.

Elezioni in Brasile: il volto “nuovo” del cesarismo e un vecchio mondo che cade in frantumi.

di Gianni Fresu.
Una svolta politica in tre atti: il primo è stato un Golpe istituzionale il secondo un Golpe giudiziario, ora siamo al terzo momento, quello elettorale, con il quale si è data parvenza di legittimità democratica ai primi due, dopo aver utilizzato ogni mezzo necessario a raggiungere questo scopo. La mobilitazione di tutti i gli organi di formazione dell’opinione pubblica funzionale a una sola narrazione possibile, dunque la lotta furibonda per garantirne il controllo monopolista, è paradigmatica. Nei Quaderni Gramsci ci ha spiegato che di fronte all’equilibrio di forze «a prospettiva catastrofica», il cesarismo è una soluzione arbitrale, la cui natura progressiva o regressiva può essere compresa con lo studio storico della realtà concreta e non con astratti schemi sociologici: è del primo tipo quando aiuta, seppur attraverso compromessi e temperamenti, la forza progressiva a trionfare; è di senso opposto quando il suo intervento aiuta a far trionfare la forza regressiva.

Se il Brasile del 1964-68 rientrava nelle forme classiche del “cesarismo tradizionale”, che necessità dei “colpi di Stato militare in grande stile”, quello di oggi fa parte a pieno titolo del cesarismo di tipo moderno, nel quale le complicazioni date dalla presenza di mezzi nuovi a disposizione e la maggior complessità della società civile, rendendo il fenomeno molto diverso da quello tradizionale. Lo sviluppo del parlamentarismo, l’affermarsi dell’associazionismo attraverso i partiti e i sindacati, con ampie burocrazie pubbliche e private trasformano la stessa funzione della polizia non più solo mobilitata dallo Stato nella repressione della delinquenza, ma posta a servizio della società politica e della società civile per garantire il dominio politico ed economico delle classi dirigenti.

Nel Quaderno 13 Gramsci rafforza ancora questo concetto, al punto da sostenere che gli stessi partiti politici e le organizzazioni economiche delle classi dominanti vanno considerati «organismi di polizia politica, di carattere preventivo e investigativo». Nel mondo moderno l’equilibrio a prospettive catastrofiche non si verifica tra forze in grado di fondersi e unificarsi, nemmeno dopo un processo «faticoso e sanguinoso», ma tra forze il cui contrasto risulta insanabile e destinato ad approfondirsi con le forme cesaree di controllo della società. Nonostante ciò, anche una forma sociale in crisi («il vecchio muore») ha margini di sviluppo e perfezionamento organizzativo potendo contare sulla debolezza relativa della «forza progressiva antagonistica» che ne rappresenterebbe la negazione. In tal senso il cesarismo moderno sarebbe più poliziesco che militare, proprio perché utilizza tutti quegli strumenti preventivi e investigativi necessari a mantenere le forze ostili in condizione di minorità.

Andando oltre le categorie analitiche, analizzando in controluce il voto, emergono alcuni segnali molto evidenti. Al di là di un contesto generale avverso e difficile da affrontare, il Pt ha sbagliato tattica e prospettiva, imponendo la candidatura di Lula pur sapendo che mai avrebbero reso possibile la sua competizione. Così Haddad ha fatto praticamente un mese di campagna elettorale, avendo tutti i media contro, mentre Bolsonaro è in corsa da anni. Questa scelta, che si spiega come atto di riconoscenza verso Lula contro un provvedimento illegittimo, ha però impedito alla sinistra di presentarsi unita al primo turno, annullando al contempo qualsiasi segnale di novità e rinnovamento, che pure era necessario.

Le uniche note positive sono due: 1) tutto il fronte progressista si è rapidamente posizionato ed è già mobilitato su una linea unica rispetto al secondo turno; 2) il Pt, nonostante la sconfitta di alcuni dirigenti storici, ottiene il gruppo parlamentare più consistente alla camera con 57 deputati. Ma nessuna illusione, la destra ha il vento in poppa. La peggior droga in questi casi è confondere i propri desideri con i rapporti di forza, ossia, credere che alla fine la realtà ti darà ragione.

In Brasile è già iniziata un’altra era politica nuova e totalmente imprevedibile, sia perché del tutto inedita, sia per la natura prepolitica delle nuove forze alla testa di questo processo. Una conferma viene dal risultato disastroso del partito della destra liberale tradizionale, che da sempre incarna lo spirito nazionale dell’antipetismo. Il Psdb (al ballottaggio alle precedenti presidenziali) partito di potere incredibilmente influente, capace di eleggere presidenti e governatori in tutto il Paese si è presentato con il suo uomo più forte, il governatore uscente dello Stato di São Paulo Geraldo Alckmin, prendendo appena il 5% dei voti. Bolsonaro ha saputo unificare e centralizzare il fronte della destra (da quella più estrema alla moderata), esattamente quel che invece non è riuscito (fino a ora) alla sinistra.

sabato 6 ottobre 2018

TRAINI HA AGITO PER ODIO RAZZIALE,OLTRE CHE AD UN PALESE RINCOGLIONIMENTO


La sentenza per il fascista Luca Traini che a febbraio fece il tiro al bersaglio con gente di colore a Macerata,episodio che ha avuto emulazioni dopo ma anche prima ce n'erano stati di atti simili,ha avuto l'aggravante dell'odio razziale per"crimini d’odio commessi da persone schierate per le loro scelte ideologiche di estrema destra e di orientamento razzista"come asserito dal Procuratore della città marchigiana.
I 12 anni sono pochi e dovuti al rito abbreviato per questa sentenza cui giungeranno ricorsi e appelli ovviamente,ma sono pochi se confrontati ad altre sentenze emanate verso antifascisti come nei casi di Piacenza e Cremona dove sono stati fermati durante manifestazioni antirazziste.
Gli articoli di Left(a-macerata-fu-strage-razzista )e Contropiano(scusate-volevo-solo-ammazzare-qualche-nero )parlano di questa sentenza scaturita dopo i fatti del 3 febbraio(madn pazzi-e-imbecillibenvenuti-nel-nuovo terrorismo italiano )mentre l'imputato,chiaramente appartenente all'estrema destra e già candidato per la Lega,un rincoglionito fatto e finito,sparava come ha detto per giustificarsi,contro ai pusher in un delirio di rabbia dopo la morte di Pamela Mastropietro.

A Macerata fu strage razzista. L’attentatore Luca Traini condannato a 12 anni con rito abbreviato.

di Checchino Antonini
Dodici anni di carcere per strage, tre anni di libertà vigilata che dovrà eventualmente scontare dopo il periodo di reclusione, riconosciuta l’aggravante dell’odio razziale e del porto abusivo d’armi, la pena tiene tuttavia conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato e delle attenuanti generiche visto che, in apertura di udienza, Luca Traini, aveva letto una dichiarazione spontanea in cui ha dichiarato di non essere razzista e di essere pentito. «Non provo nessun odio razziale – ha riferito – volevo fare giustizia contro i pusher per il bombardamento di notizie sullo spaccio diffuso anche a causa dell’immigrazione». Successivamente ha chiesto scusa alle vittime a cui dovrà comunque un risarcimento con somme da quantificare in sede civile. La Corte di Assise di Macerata ha sentenziato, dunque, nel pomeriggio che Luca Traini è uno stragista razzista, capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Il 29enne è l’autore, lo scorso 3 febbraio, del tiro a segno, a Macerata, contro diversi migranti in cui rimasero ferite sei persone.

Gli spari di Traini, a Macerata, risuonarono per ore in un sabato di febbraio, all’inizio della campagna elettorale per le politiche che, da Minniti a Salvini, in troppi vollero giocare sulla criminalizzazione dei migranti. Da subito il dilemma fu: ordinaria follia oppure ordinario fascismo? Quando lo catturarono si fece portar via avvolto in un tricolore, ostentando il saluto romano. Nel 2017, Luca Traini, è stato candidato della Lega Nord alle amministrative. È armato, con regolare licenza, e tatuato con un simbolo nazista teoricamente illegale. Il Comune, dai social network, invitò a rimanere chiusi in casa, nei luoghi di lavoro e nelle scuole, i mezzi pubblici fermati fino a nuovo ordine. Salvini – coda di paglia – provò a smarcarsi puntando l’indice su chi avrebbe riempito l’Italia di clandestini. Forza nuova, in evidente affanno rispetto all’aggressività di Salvini, si offrì di pagare le spese legali al razzista avvolto nella bandiera italiana che dice di aver voluto vendicare la giovane uccisa da un pusher nigeriano. No, non fu ordinaria follia: per il Procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, si tratta di «crimini d’odio commessi da persone schierate per le loro scelte ideologiche di estrema destra e di orientamento razzista». «Comunque – ha aggiunto il pm – le dichiarazioni spontanee dell’imputato dimostrano che è in corso un processo di ravvedimento». Quanto al verdetto, ha osservato: «Non si può essere soddisfatti quando si eroga una pena comunque la Corte ha accolto tutte le richieste del nostro ufficio». Il magistrato ha poi espresso soddisfazione invece per «una sentenza emessa in un tempo ragionevole in presenza di un fatto grave» e cioè otto mesi dagli eventi oggetto del processo.

Troppo poco 12 anni di carcere è stato il filo conduttore di alcune arringhe difensive delle 13 parti civili (sei le persone ferite) al processo in Corte d’assise: le richieste di risarcimento danni avanzate nei suoi confronti vanno dai 20mila ai 750mila euro chiesti da Jennipher Otiotio, nigeriana, una delle persone rimaste ferite più gravemente. Il suo legale, l’avvocato Raffaele Delle Fave, ha contestato l’entità della richiesta di condanna e il parere favorevole dell’accusa alla concessione delle attenuanti generiche: «L’imputato merita il massimo della pena» ha detto l’avvocato che ha ricordato poi una pronuncia del presidente di Corte d’assise Claudio Bonifazi, innescando un dibattito e il richiamo dallo stesso giudice. Anni fa inflisse dieci anni di carcere per possesso di 75 grammi di droga, ha affermato, rimarcando per Traini la necessità di una pena molto più alta. Ricordando i vari sconti di pena previsti nel corso della detenzione, calcolati per ogni sei mesi in carcere e la successiva semidetenzione, secondo Delle Fave, «si rischia che entro cinque anni l’imputato torni in libertà». «La pena deve servire come espiazione ma anche come opportunità di ravvedimento – ha affermato Gianfranco Borgani (per due parti civili) chiedendo una “pena equilibrata” – in modo che il condannato capisca la gravità del reato commesso».

Luca Traini «non ha avuto una particolare reazione ed è rimasto tranquillo» alla lettura del verdetto in quanto «avevamo valutato anche tra le altre cose una sentenza di questo tipo», dice il suo legale, Giancarlo Giulianelli, dopo la decisione dei giudici che depositeranno la motivazione entro 90 giorni. Già da ora la difesa annuncia il ricorso in appello la cui impostazione dipenderà da come l’Assise motiverà la condanna. «La sentenza – ammette il legale che contesta però la configurazione giuridica di tutti gli addebiti, a patire dall’accusa di strage aggravata dall’odio razziale – ci sta per questo tipo di reati». «La cosa più importante – ha proseguito – sono le sue dichiarazioni (di Traini; ndr): ha espresso idee con le quali conferma di avere sbagliato. Quello che ha scritto – ha aggiunto Giulianelli sui fogli letti in aula dal suo assistito -, lo ha fatto per se stesso e per i suoi cari». Anche per le parti civili sarà importante leggere le motivazioni per tirare le conclusioni.

«Ci auguriamo che si arrivi a una sentenza equa, giusta come in qualsiasi processo. Non ci interessa e non sappiamo nulla di questo processo, lo seguiamo come ne seguiamo altri sui giornali e qualsiasi accostamento con Pamela, fin dall’inizio, non ci piace», aveva detto all’Adnkronos Marco Valerio Verni, zio e legale della famiglia di Pamela Mastropietro, la 18enne romana che dopo essersi allontanata da una comunità di recupero fu uccisa e fatta a pezzi a Macerata. «Riteniamo che l’accostamento con la vicenda di Pamela – ha proseguito l’avvocato – all’inizio sia servito a qualcuno per far parlare di meno di quanto accaduto a Pamela». «Noi siamo concentrati sulle indagini» sull’omicidio di Pamela, ha continuato l’avvocato spiegando di non avere aggiornamenti ufficiali dalla procura. «Confidiamo nel lavoro della procura – ha concluso Verni – e speriamo che abbia fatto indagini a 360 gradi e che continui a svolgerle perché crediamo che Oseghale non possa aver fatto tutto da solo».

Prima e dopo Traini, il tirassegno al migrante, gli episodi di discriminazione e violenza razzista sono continuati. Il sindaco Pd di Macerata provò a far vietare la quantomai opportuna manifestazione antifascista convocata per il sabato successivo, il 10 febbraio. Invece, nonostante la città blindata, alcune migliaia di persone manifestarono, fuori dalle mura medievali perché quel sindaco pavido aveva ordinato negozi, teatri, musei e scuole chiusi, niente autobus, c’erano posti di blocco, elicotteri fare da rumore di fondo, i preti hanno interrotto anche messe e catechismo. Il corteo dai giardini di piazza Diaz, farà il giro delle mura e tornerà ai giardini, senza entrare in centro storico. Una manifestazione (fiancheggiata da decine di appuntamenti del genere in città lontane) che non s’è fermata nemmeno di fronte alle feroci minacce del ministro Pd dell’Interno, Minniti, di vietare i cortei e alla sconcertante “scioglievolezza” di Anpi, Arci, Libera e Cgil, di fronte all’equiparazione tra razzisti e antirazzisti, tra fascisti e antifascisti compiuta dal primo cittadino della città marchigiana. Dentro le organizzazioni coinvolte i dissensi furono evidenti, molti circoli e attivisti dell’Anpi e dell’Arci hanno aderito al corteo.

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“Scusate, volevo solo ammazzare qualche nero”.

Arriva con rito abbreviato la sentenza in primo grado del processo a Luca Traini: condanna a 12 anni. Il 2 febbraio scorso l’uomo sparò su un gruppo di stranieri a Macerata ferendone sei e celebrando poi il suo gesto con un saluto a braccio teso. Avvolto nel tricolore. Davanti al monumento ai caduti.

In aula ha letto le sue giustificazioni: “nessun odio razziale”. Difficile dire quello che non ti appartiene. Bisogna leggere gli appunti su un foglio per ricordarsi cosa è giusto dire per far finta che non sia successo niente. Per far tornare tutto come prima. Perché questa sentenza produce un po’ questo effetto: rimuove la realtà del razzismo di questo paese, sacrifica Traini per salvare la normalità del razzismo come nuova promessa politica nella forma dello scambio vantaggioso tra la sopraffazione esercitata e quella subita. Da marzo all’estate si sono contate più di trenta aggressioni a sfondo razziale. Botte, pestaggi, fucilate, tiri al bersaglio. Soumaila Sacko sarebbe ancora vivo se non fosse stato quel nero bracciante di Soumaila Sacko.

I tribunali ristabiliscono l’ordine dando a ciascuno il suo ma senza dare all’ordine ciò che gli è proprio, ovvero le forze che lo rendono vivo. L’ordine della giustizia cela l’ordine della realtà per continuare a governarlo in una forma astratta. Questa sentenza rimuove la realtà dello scontro sul razzismo in questo paese, un po’ come quell’altra sentenza del tribunale di Piacenza emessa martedì nei confronti di tre antifascisti scesi in piazza insieme a migliaia di altri tra il 2 febbraio e il 4 marzo per fermare le mani di altri fascisti e di chi le armava. I dodici anni e svariati mesi della sentenza di Piacenza equiparano la condanna democratica degli antifascisti alla condanna del fascista Traini, esattamente come i più di 13 anni comminati in cassazione ai quattro antifascisti condannati per la manifestazione di Cremona del 24 febbraio del 2015 dopo il tentato omicidio di Emilio da parte dei militanti di Casa Pound. Nessuna differenza alla luce della legalità democratica. A ognuno il suo. La giustizia opera a somma – quasi – zero.

È un'aritmetica del governo dei conflitti. Lo standard di garanzia democratica di cui l'antifascismo di sinistra è rimasto ostaggio lo ha sempre assunto come principio di tutela universale. Che inganno, lo stesso che Mimmo Lucano con parole chiare ha provato sempre a scartare ma al quale vorrebbe inchiodarlo una sinistra innamorata della legalità che in queste ore corre in soccorso del sindaco di Riace portando la bandiera dei suoi inquisitori. La tenuta di quest'ordine democratico oggi esige un razzismo strutturale. La legalità difenderà quest'ordine colpendone gli eccessi che lo turberanno: sia “la follia” di Traini o la ribellione all'ingiustizia di un facchino, un cuoco e un portapizze insieme a migliaia e migliaia di altre persone. Pari e patta. Oppure no. Oppure no perché restiamo antifascisti contro il regime di segregazione razziale e sociale su cui specula la politica, su cui si arricchisce il sistema legalizzato dell'accoglienza. Perché nonostante la legalità ci sarà sempre spazio per affermare che giustizia sociale e legge sono due cose distinte. Altro che scuse, altro che condanna. Il conto con Luca Traini è ancora aperto.

venerdì 5 ottobre 2018

L'ARRESTO DI GIANFRANCO CASTELLOTTI IN TURCHIA


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La notizia degli ennesimi arresti da parte della polizia turca comandata dal sultano Erdogan,di persone che fanno opposizione al suo regime,stavolta è passata anche da noi in quanto è stato arrestato un italiano,Gianfranco Castellotti che fa parte dell'Anti-Imperialist Front Italia.
E Contropiano ha ripreso il comunicato dell'associazione(gianfranco-castellotti-arrestato-dalla-polizia-di-erdogan )che denuncia questo arresto assieme ad altri sette turchi che sono finiti in galera(vedi anche:madn contro-ogni-legge )durante una retata in un centro culturale:Castellotti era a Istanbul per seguire il processo al gruppo musicale Grup Yorum reo di avere espresso il proprio dissenso,che in Turchia equivale a terrorismo.
E proprio grazie allo stato d'emergenza dopo il discusso golpe del luglio 2016 gli arrestati non possono vedere i propri avvocati per un tempo indeterminato(l'ambasciatore italiano dice che Castellotti dovrebbe rimanere in carcere sicuramente fino a lunedì)come succede nei Paesi Baschi d'altronde,e soprattutto non può ricevere i medicinali cui è costretto a vivere.

Libertà per Gianfranco Castellotti arrestato dalla polizia di Erdogan.

di  Anti-Imperialist Front Italia 
Il nostro amico e compagno Gianfranco Castellotti, instancabile attivista internazionalista impegnato per molti anni nella difesa dei militanti della sinistra turca, è stato fermato stamattina nel Centro Culturale Idil di Okmeydani / Istanbul insieme ad altri sette oppositori turchi.

Era in Turchia per seguire il processo ai nove musicisti del leggendario gruppo musicale Grup Yorum in prigione da quasi un anno.

Nonostante i suoi problemi di salute e nonostante l’inasprimento della repressione in Turchia, Gianfranco Castellotti è sempre stato al fianco dei suoi compagni turchi: negli incontri di sostegno alle famiglie dei manifestanti uccisi durante la rivolta di Gezi, nei sit-in degli insegnanti colpiti dalle purghe del regime, al processo agli avvocati dell’Associazione dei giuristi progressisti e dell’Ufficio degli avvocati per il popolo, ai concerti e ad altre attività politiche e culturali organizzate da Grup Yorum.

Conosceva i rischi che avrebbe corso recandosi in Turchia, ma tirarsi indietro era per lui fuori discussione. Aveva bisogno a tutti i costi di trasmettere il suo calore umano e il suo spirito combattivo ai militanti rinchiusi nelle fredde celle delle prigioni di tipo F.

Al momento, Gianfranco Castellotti è stato privato della libertà e delle medicine. La sua detenzione potrebbe durare diversi giorni a causa del regime d’emergenza attualmente in vigore in Turchia.

Noi, firmatari di questa lettera, chiediamo al governo italiano di mettere in atto ogni sforzo possibile per ottenere l’immediato rilascio del nostro amico Gianfranco Castellotti e il suo rimpatrio nelle migliori condizioni.

ANTI – IMPERIALIST FRONT – ITALIA

Le compagne e i compagni solidali di Massa Carrara e della Toscana

giovedì 4 ottobre 2018

29 MARZO 2019


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Il congresso dei conservatori britannici di Birmingham conclusosi ieri ha lasciato un partito intero in un caos totale in quanto c'è una guerra intestina sugli accordi che la Gran Bretagna sta stipulando con l'Unione Europea per la data importante del 29 marzo dell'anno prossimo,l'ufficializzazione della Brexit.
Il tempo scorre in fretta e in questi poco più di cinque mesi potrebbe accadere pure che vi siano elezioni anticipate,magari già a novembre,se la premier May avesse la sfiducia in Parlamento,viste anche le uscite di luglio un giorno dopo l'altro dei ministri Davis(per la Brexit)e Johnson(degli esteri)che hanno fatto tanto scalpore nella politica britannica.
Al punto che Corbyn,il leader dei labour,da semplice spina nel fianco si sta trasformando in un serio antagonista della premier May se ma dovessero esserci elezioni anticipate,fermo restando che anche una buona fetta dei laburisti aveva votato a favore dell'uscita dell'Uk dall'Ue.
Infatti Corbyn,uscito trionfalmente dal proprio congresso di Liverpool,non sarebbe propenso ad un altro referendum che potrebbe inficiare quello di due anni fa(madn vince-il-leave-in-uk )anche se la soluzione resterebbe in stand by,tanto ad una profonda revisione degli accordi stipulati con l'Europa,un'uscita più a sinistra.
Dato che il principale antagonista che la May ha in casa,proprio il dimissionario ministro degli esteri ed ex sindaco di Londra Johnson,vorrebbe una Brexit molto più dura di quella proposta dall'attuale premier,con pesanti ripercussioni su lavoratori sia extra Ue che dell'Unione,sull'immigrazione e sullo scambio di merci e capitali verso l'estero come spiegato nell'articolo preso da Contropiano(internazionale-news ).

Londra. Lo spettro delle elezioni anticipate e la partita geo-politica della Brexit.

di  Giacomo Marchetti 
Questo mercoledì si conclude a Birmingham il congresso dei Tories, i conservatori britannici.

Tutti i commentatori politici hanno rivelato il clima da “guerra civile” consumato in questi giorni attorno al tema della Brexit, che vede opposti i sostenitori dell’ipotesi d’accordo proposto dalla Premier Theresa May, sottoposta a Salisburgo ai 27 Paesi europei che l’hanno bocciata all’unanimità, e l’ala degli hard brexiters alla testa della quale vi è il caustico ex sindaco di Londra Boris Johnson, che a luglio si è dimesso dal suo incarico di Ministro degli Esteri.

Come da tradizione Shakespeariana, Johnson aspira al “Golden Round” fino ad ora sulla testa della sua “collega” di partito.

In sintesi, l’obiettivo del governo May sarebbe quello di mantenere una unione doganale e mercato unico solo per i prodotti agricoli e industriali, escludendo capitali e servizi, nonché la libera circolazione delle persone. La premier vorrebbe rimandare la soluzione del problema irlandese, per non mettere a rischio l’unità della Gran Bretagna. L’Europa difende l’integrità del mercato unico, e rilancia per Londra due opzioni secche, scegliendo o un “modello norvegese”, cioè quello di un Paese che seppur restando fuori dalla UE rispetta tutte le regole del mercato unico e versa la sua quota nel bilancio UE, o quello canadese, un Paese terzo a tutti gli effetti che ha stipulato con Bruxelles un accordo di libero scambio.

Se l’UE ha fatto sapere che non si dà una terza opzione, Theresa May ripete che “nessun accordo è meglio di un pessimo accordo”.

La crisi del partito su questo argomento non sembra avere possibili mediazioni, se non un muro contro muro che, in caso di sfiducia della Premier in sede parlamentare riguardo al giudizio sull’esito del braccio di ferro con la UE, porterebbe a elezioni anticipate.

Le Snap election sarebbero una grande opportunità per i laburisti, nonostante la strada in salita, viste le caratteristiche del sistema elettorale della Gran Bretagna.

Se si confrontano i due Congressi, quello del Labour da poco concluso a Liverpool e quello dei Tories, salta agli occhi la capacità all’interno della formazione di Jeremy Corbyn di essere riusciti a formulare una posizione sulla Brexit in grado di accogliere le istanze della parte del Partito favorevole ad un secondo referendum, guidata dal collettivo People’s Vote. Questa porzione ha sostenuto con una ovazione l’intervento di Keri Starmer, ministro ombra della Brexit, che ha dichiarato: “Nessuno esclude la possibilità di restare”, senza però ipotecare alcuna decisione, evitando così lo scontro fratricida e l’ipotesi altrettanto pericolosa di andare contro la volontà popolare democraticamente espressa.

La questione è complessa. Una parte del partito ritiene poco opportuna una riedizione del referendum (tra cui Corbyn, il suo consigliere economico e importanti leader sindacali), un’altra propende invece per questa ipotesi, sebbene i tempi piuttosto stretti la rendano molto improbabile – la data programmata per la Brexit è il 29 marzo -, e preferibile l’opzione delle elezioni anticipate a Novembre.

È comprensibile chi all’interno del Labour vuole rimettere in discussione non tanto l’esito del voto popolare, quanto il risultato dei negoziati che sono stati condotti dai conservatori in maniera decisamente perdente, vista la loro litigiosità e inconcludenza, e tutti improntati ad una “uscita da destra” dalla UE, anche in termini di immigrazione.

Secondo un sondaggio l’86% dei membri dei Labour sono a favore di un nuovo voto popolare, mentre è certo che il 37% di coloro che hanno votato per il partito laburista alle precedenti edizioni, poco prima si erano espressi per il Leave al referendum.

Intanto, proprio tra le file del Labour, sta prendendo piede una ala che alimenta una discussione su come l’uscita “a sinistra” dalla UE sia una ipotesi auspicabile, e trovano spazio tesi fin qui abbastanza marginalizzate: lo riporta Lerry Elliott in un recente articolo del “The Guardian” citando l’ultimo libro di Costas Lapavitas: The Left Case Against the UE.

Scrive Elliott: “L’Ue, sostiene Lapavitsas, non è uno stato-nazione per cui la sinistra possa combattere al fine di conquistarlo e quindi modellare il modo in cui viene gestito. Piuttosto, è un colosso transnazionale orientato verso il neoliberismo. L’attaccamento della sinistra europea alla UE, vista nel suo ipotetico sviluppo intrinsecamente progressivo, le impedisce di essere radicale, anzi la integra nelle strutture neoliberali del capitalismo europeo. In questo modo la sinistra è stata sempre più tagliata fuori dal suo storico blocco sociale, dagli operai e dai poveri d’Europa, che naturalmente hanno cercato una voce altrove“.

Il Labour raccoglie i frutti della fine della capacità attrattiva dell’ideologia liberista, della sua incapacità di essere in grado di costruire nuovamente una narrazione efficace attorno al “capitalismo del XXI Secolo”, che è l’idea-forza dei Tories così come è stata da loro definita al Congresso, e di rilanciare su un ambizioso progetto politico per “ricostruire” la Gran Bretagna su basi differenti, senza che a beneficiare della ricchezza sia solo uno strato sottile della società: “for the many” come recita il suo slogan.

Il suo programma, checché ne pensano i laburisti è “oggettivamente” incompatibile con il dispositivo della UE.

Ma veniamo a come l’UE vede la Brexit.

Con l’inasprirsi del confronto tra differenti attori e aree geo-politiche, l’Unione Europea teme “compattamente” quali possano essere per lei gli effetti negativi di un possibile cuneo che la minacci da vicino, e preferisce che la Gran Bretagna cerchi “le grande large”, per citare De Gaulle, piuttosto che il Continente, qualora potesse anche solo velatamente in una minaccia.

In che senso?

Vediamolo nel dettaglio grazie alla lucida analisi fattane da Adriana Cerretelli, sul Sole 24 Ore del 25 settembre.

L’articolo s’intitola “il muro contro muro fra Londra e Bruxelles”:

“L’Europa teme la nascita di una nuova Singapore sulle rive del Tamigi, a un passo dalle sue frontiere: non può impedirla, ma non intende favorirla con un atteggiamento accomodante sul rispetto delle regole del mercato unico. (…) Concedere alla May di far circolare le merci britanniche liberamente nel mercato unico, svincolandola però da tutti gli obblighi di contorno, cui invece devono attenersi le industrie concorrenti della UE, significherebbe di fatto regalare alla Gran Bretagna la possibilità di diventare un grande hub di produzione e/o assemblaggio per americani, cinesi o qualunque altro paese terzo, che avrebbe il vantaggio di far entrare i prodotti finiti sul mercato europeo senza barriere da superare né dazi da pagare. Non sarebbe un buon servizio all’industria né alla tenuta del mercato interno”.

La Brexit quindi è un vero e proprio rompicapo politico per i Conservatori in lotta tra di loro, con un Labour in ascesa – non più solo competitor, come all’epoca di Tony Blair, ma risolutamente antagonista rispetto ai Tories – ed una UE che, conscia dell’esacerbarsi della competizione internazionale, si sta velocemente attrezzando a riguardo contro vecchi e nuovi nemici.

Impossibile stabilire quale sarà l’esito finale della lunga crisi della governance del neo-liberismo in Gran Bretagna, ma suona come una beffarda nemesi storica il fatto che le parole pronunciate da un minatore, durante la durissima lotta che i miners ingaggiarono con la Lady di Ferro a metà degli anni Ottanta, ora potrebbero adattarsi fatalmente dalla bocca dell’attuale Premier: to the bitter end!

mercoledì 3 ottobre 2018

LA POLITICA DEL BALCONE


Risultati immagini per di maio mussolini annuncio balcone
Di annunci dai balconi l'Italia francamente ne farebbe anche meno,ma l'ideologia di fondo del governo ricalca perfettamente quella di Mussolini e della sua epoca che quasi cent'anni fa diede una bella spinta indietro al belpaese con l'avvento della dittatura fascista.
Ma l'articolo proposto oggi(left festeggiare-i-risultati-piuttosto-che-gli-annunci )parla della manovra economica futura,con l'indebitamento e la sfida all'Ue,cose per carità fattibili ed anche sognate ma il fine ultimo di questo,cioè i soldi del debito che saranno riversati agli italiani,lasciano perplessi.
In primo luogo la Lega,da sempre contro l'assistenzialismo,per motivi d'interesse politico vedi la flat tax e una maggior violenza nella campagna contro l'immigrazione,accetta di buon grado il reddito di cittadinanza che non risolve nessun problema lavorativo e che aumenterà il numero dei disoccupati.
Ma fa specie anche la levata di scudi contro questa manovra del Pd e di Forza Italia assieme,un controsenso direbbero in molti ma io direi il proseguo delle linee politiche e soprattutto economiche e di materia fiscale che i due partiti che si sono alternati al potere nell'ultimo ventennio,hanno sempre portato avanti.

Festeggiare i risultati, piuttosto che gli annunci.

di Giulio Cavalli
Non sono un economista e non discetto di economia con la presunzione di essere la voce esatta di una scienza (che tra l’altro esatta non è) ma da osservatore, preferibilmente da sinistra, assisto con un certo sgomento alla ripetizione di una scena già vista che non mi pare abbia portato molta fortuna in tempi recenti: sfidare la manovra del governo facendo leva sugli scenari apocalittici declamati dai mercati (parola che si svuota e diventa feticcio ogni giorno di più) è il modo migliore per accelerare la distanza tra opposizione e persone e opposizione e realtà.

Per rapporto deficit-pil la manovra di questo governo rischia addirittura di essere austera: è superiore al 2,3% del governo Gentiloni ma è addirittura più bassa di quella dell’austerissimo Monti. Il tema non è l’indebitamento (e insistere su questo risulta piuttosto patetico, tristemente goffo) ma come si intende utilizzarlo per eliminare le disuguaglianze e rilanciare il Paese. Contrarre un debito per comprarsi una fuoriserie che non riuscirò mai nemmeno a mantenere o per acquistare una casa in cui invecchiare con tranquillità può essere uguale nei numeri ma profondamente diverso per senso di responsabilità.

Risulta poco credibile, sinceramente, assistere per l’ennesima volta alla gara di volume dei catastrofisti da una parte e dei salvatori della patria dall’altra: leggere i giornali in questi ultimi giorni ci riporta a un mondo che dovrebbe disintegrarsi nel prossimo futuro (ma ve le ricordate le invasioni di cavallette che avrebbero dovuto seppellirci per il referendum costituzionale?) oppure che addirittura ha cancellato la povertà senza che ce ne accorgessimo (e chissà quando ricominceremo a parlare responsabilmente, tra la classe dirigente).

Così accade che quelli festeggino gli annunci dal balcone e questi altri chiedono di fidarsi delle loro valutazioni del disastro prossimo venturo dopo averne sbagliate parecchie negli ultimi mesi. Una guerra tutta sugli annunci: lì si festeggia o si dispera. I risultati sono un particolare che sembra non interessare a nessuno. Il fallimento (o il successo) è solo una questione di narrazione. E così perfino i numeri finiscono per diventare solo un altro campo su cui sgolarsi.

Avanti così.

Buon lunedì.

martedì 2 ottobre 2018

IL PRIGIONIERO POLITICO MIMMO LUCANO


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Che l'arresto effettuato dalla guardia di finanza del sindaco di Riace Mimmo Lucano sia politico non vi è dubbio alcuno,in una delle zone d'Italia a maggior controllo della criminalità con troppi sindaci ammanettati perché rappresentanti diretti o meno della 'ndrangheta.
Il suo arresto spiccato dal Gip di Locri su ordine della Procura della Repubblica,quindi direttamente da quel coglione di Salvini,è dovuto per il favoreggiamento all'immigrazione clandestina e per illeciti nella gara per la gestione del servizio di raccolta dei rifiuti.
L'articolo preso da Contropiano(arrestato-mimmo-lucano-sindaco-di-riace )parla di questo clamoroso atto di sfida dello Stato contro chi ha fatto della propria cittadina un simbolo che ha fatto il giro del mondo per quello che è riuscito a fare con i migranti,un'integrazione e una cooperazione tra abitanti e diverse persone di svariate culture e paesi che vivono fianco a fianco senza le esasperazioni di altri luoghi.
E' questo che evidentemente non è andato già al ministro dell'interno che grazie alla sua posizione ha svolto un suo privato interesse,non come quello del sindaco che se ha saltato passaggi burocratici o organizzato matrimoni di convenienza a lui non è entrato in tasca nulla.
C'è chi dice che questa sia la fine del mito del sindaco dei migranti e del"modello Riace",ma se riuscisse a venircene fuori potrebbe diventare un personaggio ancora più scomodo per questo governo razzista e reazionario.

Arrestato Mimmo Lucano, sindaco di Riace.

di  Redazione Contropiano 
Ci sono arresti che non possono proprio sembrare “normali”.

La Guardia di finanza stamattina ha arrestato e posto ai domiciliari il sindaco di Riace, Domenico Lucano, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. L’arresto é stato fatto in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica. Disposto anche il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem.

Domenico Lucano è diventato più conosciuto di quanto non lo è qualsiasi sindaco di un paese del Mezzogiorno per una ragione semplice: ha proposto, con le modeste risorse di cui dispone quel comune e quel territorio, un autentico laboratorio dell’integrazione. Un modello che funziona, toglie l’humus ai conflitti su base etnica o “di colore”, fa non solo “convivere” ma cooperare persone con culture ed esperienze molto, ma molto diverse.

Il reato di “immigrazione clandestina” è un’invenzione di Bossi e Fini, ed è il classico reato che produce “crimine” là dove non c’è. Fuggire da un paese in guerra o alla fame per i mutamenti climatici (o per le ruberie di “classi dirigenti”, complici servizievoli delle imprese occidentali) non è infatti un “reato”, ma una eventualità esplicitamente ammessa dalla legislazione internazionale.

Come fa una legge a creare criminali? Rendendo le persone “colpevoli” per il solo fatto di esistere e vivere, a prescindere dai comportamenti che terranno una volta entrati in un paese. Creando dei “colpevoli” quella legge impedisce che le persone possano trovare lavoro, ospitalità, attività regolari. Le costringe a stare in mezzo a una strada, creando così problemi di convivenza che altrimenti non esisterebbero o avrebbero dimensioni quasi irrilevanti.

Il “modello Riace” ha rotto questo schema, suggerendo così possibilità di integrazione – oltretutto a costo quasi zero! – e suscitando l’odio implacabile dei fasciorazzisti ora al governo. Lucano è così entrato spesso in polemica anche con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che è arrivato a definirlo “uno zero”.

Attacchi e indagini  non sono nati oggi. Una fiction Rai sul “modello Riace” (con Beppe Fiorello nei panni del sindaco) non è mai stata mandata in onda, nonostante Mimmo fosse stato inserito nella lista delle personalità “più influenti al mondo”. Un anno fa la stessa procura aveva iscritto Lucano nel registro degli indagati con le ipotesi di concussione e truffa: in quel caso gli veniva contestato il sistema dei bonus e delle borse lavoro assegnati “al di fuori delle regolari procedure”.

Lo sappiamo, molti di voi penseranno: “ma una procura come quella di Locri, in un territorio dove da decine di anni i sindaci finiscono in galera perché espressione diretta della ‘ndrangheta, dove latitanti e faide non mancano, non ha proprio nulla di più importante da indagare?” Evidentemente le “pressioni dall’alto” vanno in altra direzione…


E’ naturalmente sempre possibile che un amministratore locale costretto a fare i salti mortali alle prese con un bilancio asfittico – il “patto di stabilità” europeo scende a catena da Bruxelles fino all’ultimo municipio di montagna – possa sbagliare in qualche passaggio burocratico; ma non sfugge che in questo caso non si sta parlando di “arricchimento personale”. Proprio l’accensione dei riflettori sull’esperienza di Riace, del resto, ha reso quell’amministrazione una “casa di vetro” (cosa che invece non si può certo dire per la Lega, partito del ministro).

Questa “operazione Xenia” – anche i nomi scelti a volte sono rivelazioni – somiglia insomma più a un attacco politico che non a una vera inchiesta “al di sopra di ogni sospetto”.

giovedì 27 settembre 2018

LA FAMIGLIA PERFETTA DEI TIMORATI DI DIO


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La proposta di legge del leghista Pillon in materia di famiglia,dalle separazioni all'affidamento dei figli arrivando alle adozioni e agli assegni familiari,è frutto di una mente retrograda di uno dei primi aderenti ai Family day(madn lipocrisia-del-mondo-cattolico-nel giorn della famiglia ),l'orgia insulsa degli integralisti cattolici come Adinolfi,il ministro Fontana,Gasparro e compagnia cantante.
L'articolo di Left(ddl-pillon-dove-stato-fa-rima-con-patriarcato )parla di questo clima puritano di timorati di Dio che altri non sono che i rappresentanti di estrema destra dei falsi diritti della famiglia tradizionale,un riemergere dal passato di vecchie chimere come il patriarcato e la conseguente mortificazione della donna all'interno della famiglia stessa,donna fattrice e muta come volevano i fascisti.
In questo articolo(espresso il-ddl-pillon-e-la-strategia-del-governo-per-svuotare-i-diritti )invece tutti i temi trattati come la privatizzazione anche del sistema giudiziario,con il ruolo del mediatore obbligatorio e a pagamento,l'impossibilità di una donna maltrattata di uscire fuori fisicamente dal matrimonio con i propri figli,soprattutto per quelle con difficoltà economiche.
Inoltre si parla di un sballottamento tra genitori in maniera equa e dell'abolizione degli assegni familiari in quanto questo sistema dividerebbe proprio a metà,un poco come minacciò Salomone,i figli avuti assieme.

Ddl Pillon, dove Stato fa rima con patriarcato.

di Carla Corsetti 
Quando nel nostro ordinamento è stato introdotto il principio della bigenitorialità, si era inteso sostenere che il progetto educativo del minore dovesse essere condiviso da entrambi i genitori i quali avrebbero dovuto mantenere entrambi un rapporto equilibrato con la prole, pur nella disgregazione del rapporto matrimoniale o di convivenza.

Il principio della bigenitorialità avrebbe dovuto declinarsi nella consapevolezza, da parte di entrambi i genitori, di dover sostenere una eguale responsabilità nella crescita dei figli.

Molti padri, ma anche molte madri, hanno invece interpretato il principio di bigenitorialità come una nuova spranga da usare contro l’altro genitore, una nuova arma per strumentalizzare i figli ad uso delle proprie frustrazioni.

Il modello patriarcale di famiglia, già fallimentare di per sé, attraverso il consumismo capitalistico è esploso in tutta la sua pericolosità.

La famiglia tradizionale, veicolata dalla favolistica religiosa, ha avuto una corrispondenza nei modelli consumistici pubblicitari, i quali hanno contribuito ad introdurre nell’immaginario collettivo, una idea di modello familiare inesistente e utopico.

Le famiglie perfette sono aspirazioni illusorie, la realtà è fatta in gran parte di genitori che non si sopportano, che si tradiscono, che si odiano.

I figli, anche se amati, sono spesso vissuti come l’ostacolo alla propria affermazione e alla propria “felicità”.

Separazioni e divorzi sono la soluzione agli incubi permanenti.

I politici italiani, spalmati su tutto l’arco parlamentare, hanno sempre ostentato il proprio impegno a dare “sostegni alle famiglie”, ma poi è sempre prevalsa una riserva mentale di fondo che relegava il problema al femminile e dunque, un bonus, un contributo assistenziale, una mancetta governativa potevano ritenersi sufficienti, senza impegnarsi più di tanto per elaborare politiche di ampie prospettive rivolte alla genitorialità.

La deriva pentafascioleghista, nella incapacità di cogliere gli aspetti più delicati delle dinamiche familiari, si è diretta ora verso il diritto di famiglia con il preciso scopo di devastare quelle tutele, spesso inattuate e solo teoriche, che tuttavia le leggi consentivano.

Attraverso il senatore Pillon è approdato in Parlamento un disegno di legge ispirato al fondamentalismo religioso, nel quale si prevede che i coniugi che intendono separarsi debbano passare attraverso un procedimento a pagamento di mediazione obbligatoria.

La obbligatorietà della mediazione è un altro tassello verso la privatizzazione del sistema giudiziario, ma ciò che rileva in questo contesto è che la disparità di reddito tra uomini e donne, diventerà ostacolo alla scelta di separarsi da parte del soggetto economicamente più debole, che generalmente è la donna.

Se è vero che molti femminicidi si verificano dopo che le mogli sono scappate da mariti e compagni violenti, il senatore Pillon ha trovato una soluzione per impedir loro di scappare, ed ha ideato una moltitudine di ostacoli pratici ed economici per paralizzare la via di fuga alle donne malmenate, compresa una valutazione sulla capacità reddituale al fine di consentire l’affidamento dei figli.

Le madri, pur di non essere separate dai figli a causa del basso reddito, accetteranno di restare con i mariti violenti.

La centralità del progetto educativo, quale presupposto della bigenitorialità, viene sostituito dalla divisione identica dei tempi di permanenza presso entrambi i genitori.

I figli diventano palline da ping pong, rimbalzati da una casa all’altra, senza continuità abitativa, in una condizione di destabilizzazione permanente.

A queste condizioni, una donna sana di mente può solo decidere di farsi sterilizzare.

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Carla Corsetti, avvocato, è segretario nazionale di Democrazia atea e fa parte del coordinamento nazionale di Potere al popolo

martedì 25 settembre 2018

UN DECRETO FIGLIO DI QUELLO DI MINNITI


Risultati immagini per decreto salvini
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge sulla sicurezza e l'immigrazione fortemente voluto da Salvini e che il premier Conte non ha tardato ad accontentare mandando avanti l'iter burocratico che potrebbe avere slittamenti temporali per l'autorizzazione definitiva vuoi per la presentazione degli emendamenti da parte dell'opposizione ma anche per decidere la costituzionalità del decreto stesso.
Perché in primis questo è solamente il proseguimento naturale del decreto Minniti(madn minnitiluomo-del-manganello-e-dellolio di ricino )osannato dal Pd ora dall'altra parte della barricata,e anche perché vi sono degli articoli che vanno contro la carte dei diritti dell'uomo come l'impossibilità del richiedente asilo di essere giudicato nei tre gradi previsti dalla legge(ora ne basta uno).
Una legge molto razzista,sono in gioco le cittadinanze,saranno aboliti i permessi di soggiorno per motivi umanitari,le permanenze nei lager dei centri per il rimpatrio raddoppieranno di tempo,ci sarà una politica dei rimpatri stessi massiccia e che farà aumentare il numero dei clandestini e non di certo diminuirlo,insomma un decreto dettato dalla rabbia e dall'odio usando poco o niente il cervello ed il ragionamento.
Sono stati inseriti anche articoli riguardo il decoro urbano almeno dei salotti buoni delle città,anche questo figlio del decreto Minniti,punizioni per i poveri e per chi occupa le case anche se in stato di necessità,taser anche alla polizia locale e Daspo ai senza tetto.
Gli articoli sono di Contropiano(decreto-salvini-guerra-ai-poveri-e-leggi-razziali )e Left(la-sicurezza-che-manca-in-italia )dove in quest'ultimo si puntualizzano veramente i fatti salienti riguardo la sicurezza che manca in Italia,quella delle infrastrutture e nel caso delle situazioni di emergenza che si ripropongono quotidianamente.
SSuggerisco anche questo articolo di Infoaut(ddl-immigrazione-la-spettacolarizzazione-del-razzismo-istituzionale )scritto ancor prima dell'approvazione al CdM che analizza dettagliatamente i nuovi punti di questo decreto.

Decreto Salvini: guerra ai poveri e leggi razziali.

di  Sergio Scorza 
Qualche minuto dopo che il Consiglio dei Ministri aveva approvato all’unanimità il decreto legge in materia di “sicurezza e immigrazione”, ovvero, il provvedimento che modifica la normativa in materia di accoglienza dei richiedenti asilo – abolendo i permessi umanitari – ed inasprisce ulteriormente la guerra ai poveri inaugurata dal precedente governo Gentiloni, Matteo Salvini era già su Facebook a scrivere: «#DecretoSicurezza, alle 12,38 il Consiglio dei Ministri approva all’unanimità! Sono felice. Un passo in avanti per rendere l’Italia più sicura ».

I due decreti legge su “immigrazione e sicurezza” sono stati unificati in un solo testo di 42 articoli. Quasi a cercare di attenuare la portata del decreto il presidente del consiglio Conte, subito dopo, ha detto ai cronisti «Non cacciamo nessuno dall’Italia dall’oggi al domani, ma rendiamo più efficace il sistema dei rimpatri. In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei trattamenti, creiamo un intervento per una disciplina più efficace ». Ed aggiunge che in quel Decreto legge «ci sono pure norme contro la mafia e il terrorismo». Poi Salvini e Conte, insieme, hanno esibito sorridenti un cartello con l’hashtag #decretoSalvini e la scritta «sicurezza e immigrazione».

Le associazioni umanitarie, l’Anci e lo stesso ufficio legislativo della Presidenza della Repubblica, nei giorni scorsi, avevano espresso molte perplessità tanto sui contenuti del provvedimento quanto sulla effettiva sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione per i decreti legge. Lo stesso Conte ha ammesso a denti stretti che c’è stata un’interlocuzione, al livello massimo di esponenti e tra le strutture tecniche, e che il Presidente della Repubblica “avrà tutto l’agio, quando riceverà formalmente il testo, per fare eventuali rilievi. Cortesia vuole che al Quirinale si preannuncino i contenuti e si anticipi un testo. Ed è stato fatto anche in questo caso. Sarebbe stato un fuor d’opera che il testo circolasse nelle redazioni e al Quirinale non fosse stato mandato nulla”.

Ma cosa c’è nel Decreto? È già detto, innanzitutto, l’abolizione dei permessi umanitari ed una serie di modifiche sostanziali al sistema di accoglienza SPRAR, ovvero, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del Ministero che in Italia gestisce i progetti di accoglienza, di assistenza e di integrazione dei richiedenti asilo a livello locale.

Gli articoli dall’1 al 16 contengono le misure in materia di permessi di soggiorno, di protezione internazionale e di cittadinanza. “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari” è sostituito dai “permessi speciali”, per “motivi di salute”, “violenza domestica”, “calamità nel paese d’origine”, “cura medica” ” ed “atti di particolare valore civile”. SPRAR sarà riservato semplicemente ai titoli di protezione internazionale ed ai minori non accompagnati. I richiedenti asilo saranno collocati nei CARA (Centri di accoglienza per I richiedenti asilo). Sarà molto più facile negare o revocare la protezione internazionale, sospendere la domanda d’asilo e revocare la cittadinanza italiana.

La durata massima di permanenza negli orridi CPR (Centri per il rimpatrio) passa da 3 a sei mesi al fine di conseguire l’espulsione. Oltre a quelli già presenti sul territorio è previsto la «costruzione» di altri CPR. Ai fini del “potenziamento delle attività di rimpatrio” il decreto stanzia 500mila euro per il 2018 e 1,5 milioni per il 2019 e 2020.

Il ministro dell’Interno ha sostenuto davanti ai cronisti parlamentari la bontà del “suo decreto” con la consueta sensibilità e profondità di pensiero: «Non lediamo nessuno diritto fondamentale: se sei condannato a casa mia e spacci ti accompagno da dove sei arrivato … Se sei condannato in via definitiva è di buon senso toglierti la cittadinanza.”.

Dunque niente più SPRAR per richiedenti asilo ma solo per “rifugiati e minori non accompagnati”. Nel decreto è prevista per i richiedenti asilo la sospensione della domanda “in caso di pericolosità sociale” con invio ai CPR in caso di condanna in primo grado. Dunque il richiedente asilo non ha più diritto ai tre gradi di giudizio ed una  condanna in primo grado sarà inappellabile e definitiva, ciò in aperta violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge mediante l’introduzione di una giustizia speciale per i migranti lasciati in quel limbo in cui restano per lunghi periodi di tempo in attesa di essere riconosciuti come esseri umani e, come tali, detentori di diritti fondamentali, tra i quali, quello di avere una giustizia giusta ed un processo equo.

Ai ministri gialli e verdi andrebbe ricordato che quel principio è fondamentale quando si parla di diritti umani  e che sta dentro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 7,  laddove si dice che “Tutti sono eguali davanti alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.

A fugare ogni residuo dubbio sul carattere repressivo e reazionario dell’esecutivo gialloverde c’è la parte del Decreto Legge dedicata alla “sicurezza” che estende il “Daspo” ai senza tetto; introduce la  dotazione del taser anche alla polizia locale e prevede un inasprimento delle pene fino  a 4 anni di carcere per chi occupa stabili, anche se in stato di necessità.

Il ministro dei Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro (M5S) sul decreto ha dichiarato: «In Consiglio dei ministri non c’è stato alcuno scontro», aggiungendo che, in ogni caso, «saranno Camera e Senato a vedere di migliorare il testo. Ora sarà centrale il lavoro del Parlamento”. Ma ha poi aggiunto che, a suo parere, ”non vi è nessun dubbio sulla costituzionalità del decreto “.

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La sicurezza che manca in Italia.

di Simona Maggiorelli
Il crollo del viadotto Morandi ha messo dolorosamente davanti agli occhi di tutti qual è la sicurezza che davvero manca al nostro Paese. A minacciare il diritto all’incolumità di chi vive in Italia non sono certo i migranti come vogliono far credere politici xenofobi che hanno costruito il proprio successo elettorale sulla paura di invasioni (inesistenti). È inaccettabile il braccio di ferro che, ancora una volta, i ministri Salvini e Toninelli hanno ingaggiato sulla pelle di chi scappa da guerre e dalla povertà, cercando un futuro altrove. Nel mirino del governo giallonero questa volta sono finiti 177 migranti che, mentre scriviamo, non hanno ancora un approdo sicuro benché si trovino a bordo della Diciotti della guardia costiera italiana! . (Sabato 25 agosto il Viminale ha dato il via agli abarchi). In un colpo solo sono stati calpestati i valori della Costituzione e l’articolo 33 della convenzione di Ginevra. Negati i diritti umani fondamentali, come hanno denunciato Magistratura democratica e Asgi (Sempre domenica è arrivata la notizia che Salvini è indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio nda).

Il governo legastellato si accanisce sulle persone più vulnerabili, additandole come nemici del popolo italiano e intanto pensa a imporre l’iniqua flat tax che premia i più ricchi invece di rimboccarsi le maniche, mettendosi a lavorare ad un massiccio piano di messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture. In quella stessa drammatica settimana di ferragosto scosse di magnitudo 5.1 sono state registrate in Molise e successivamente in Emilia (3.9). Sono già trascorsi due anni dal terremoto che devastò regioni del centro Italia e ancora oggi lo scenario è quello di paesi bombardati con la popolazione locale che vive in condizioni precarie, come raccontano Federica Tourn e Stefano Stranges in un ampio reportage dalla Valle del Tronto. I terremoti sono eventi naturali difficili da prevedere. Ma si può fare prevenzione per evitare crolli di case, ponti, infrastrutture.

Non è stata una fatalità naturale a far crollare il 14 agosto il ponte genovese di cui erano ben note le fragilità dovute all’usura del tempo e dei materiali. Un’opera all’avanguardia quando fu costruita, ma che aveva bisogno di manutenzione, di un monitoraggio moderno e scientifico, come gran parte dei 50mila ponti sparsi per l’Italia. Sulle cause del disastro di Genova costato vite umane indaga la magistratura. Emergeranno le responsabilità. Ma pensando alle vittime, insieme al dolore, cresce la nausea per il comportamento di una classe dirigente italiana composta da politici e industriali irresponsabili. È agghiacciante la leggerezza con cui sono stati svenduti a privati beni pubblici, essenziali, come le autostrade, senza imporre ai gestori, che ne ricavano lauti profitti, adeguati investimenti per la manutenzione e la modernizzazione delle strutture.

Dall’Italia spa ideata da Andreotti nel 1991 per arrivare alla stagione delle svendite e delle cartolarizzazioni, politici di centrosinistra e di centrodestra si sono dati man forte in questa operazione scellerata di messa all’incanto di beni comuni, per fare cassa nell’immediato, senza peraltro nemmeno ricavarci cifre consistenti. La storia chiama in causa i governi Berlusconi e il provvedimento salva Benetton votato anche da Salvini nel 2008. Ma chiama in causa pesantemente anche Prodi che dette il via alla stagione dei saldi e poi, D’Alema, Amato, Di Pietro ecc. È stata la sagra delle privatizzazioni all’italiana. Anche per colpa di un centrosinistra sedotto dal neoliberismo alla Blair, che considerava la Borsa l’ombelico del mondo. Correre ai ripari oggi pensando a un piano di ri-nazionalizzazioni non è facile, ma è un tema che merita una discussione pubblica, è un tema che la sinistra dovrebbe riproporre con forza, come sta facendo Corbyn che è riuscito a risollevare il Labour rifiutando l’ideologia liberista della Terza via. E non basta.

Poco prima che si verificasse il dramma di Genova su Left cercavamo di riflettere sul futuro delle città, (le mani sulla città) strette nella morsa della speculazione finanziaria e della corsa al cemento. Tema centrale, ineludibile. A Genova c’erano  studi per spostare su rotaia parte del traffico di merci. Ma si parla da anni della Gronda e di altri progetti e ha continuato a prevalere un modello di sviluppo legato al traffico su gomma. Il caso del capoluogo ligure purtroppo non è unico e isolato. Anche grazie a provvedimenti come lo Sblocca Italia  sostenuto dal ministro Lupi durante il governo Renzi, un Paese fragile dal punto di vista idrogeologico come l’Italia è sempre più a rischio. È quanto mai urgente aumentare il livello di sicurezza. Serve un gigantesco piano di monitoraggi con sensori e tecnologie satellitari, per fare la tac alle infrastrutture, come suggerisce l’urbanista Paolo Berdini, che insieme all’architetto e docente di Scienza delle costruzioni Ugo Tonietti e al giurista Mario Sentimenti, da diversi punti di vista, offrono importanti spunti di riflessione e proposte per rimettere al centro la questione del controllo pubblico, della prevenzione e della conoscenza. Tema chiave, perché il Paese possa uscire dallo stato di arretratezza in cui versa.

Proprio per questo proponiamo oltre alla storia di copertina, un’ampia contro copertina dedicata alla scuola.