mercoledì 15 marzo 2017

IL PESO DELLE PAROLE E LE LORO CONSEGUENZE


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Qualche tempo fa giravano sui social video inerenti le dichiarazioni ignoranti di un giornalista eurodeputato per la Polonia,eletto nel partito Korwin che porta il suo stesso nome,e di come offendevano tutte le donne dando loro appellativi sgraditi e soprattutto irreali.
Secondo Janusz Korwin-Mikke le donne guadagnano meno perché più deboli,meno intelligenti e più piccole ed è giusto che sia così:in Italia si sarebbe gridato allo scandalo per una mezza giornata,altri avrebbero riso e altri ancora sarebbero stati dalla parte del sessista polacco con una buona parte dei politici che potevano affermare che aveva avuto il diritto di dire la sua.
E naturalmente con una censura da parte di qualche alta carica dello Stato e nulla più,mentre in Europa gli si è dato il massimo della punizione(30 giorni senza diaria),con dieci giorni senza poter partecipare ai lavori europarlamentari e un anno senza poterlo rappresentare al di fuori di Strasburgo.
Giusto per sottolineare la differenza del peso delle parole che si ha in Italia e all'estero,e delle conseguenze che possono portare:se i politici razzisti,sessisti e xenofobi potesse parlare al Parlamento Europeo(c'è chi come Salvini che potrebbe farlo ma da bravo assenteista lo fa solo da noi)durerebbero ben poco;articolo preso da Left(dare-peso-alle-parole ).

Dare peso alle parole (e pagarle care): l’esempio dell’eurodeputato polacco sessista.

Giulio Cavalli 15 marzo 2017
Sì lo so, che mettere in un titolo “l’esempio dell’Europa” di questi tempi provoca gastriti e rischi di sincopi sgomente ma la sanzione comminata ieri a Janusz Korwin-Mikke (eurodeputato, ahinoi, famoso per le provocazioni razziste che l’hanno reso “macchietta” buona per il percolato degli intolleranti) da parte del Parlamento Europeo ci riporta a un senso della misura (e delle regole, anche verbali) che da noi appare ancora piuttosto lontano.
Nel corso di un dibattito sulla disuguaglianza salariale qualche settimana fa Korwin-Mikke aveva dichiarato testualmente: «Giusto che le donne guadagnino meno, perché sono più deboli, più piccole e meno intelligenti» citando come esempio probante della sua squinternata tesi il fatto che «tra i primi cento giocatori di scacchi non c’è nemmeno una donna.»
Provate a immaginare la scena qui: da una parte ci sarebbe stato il darsi di gomito divertito sottovoce di qualcuno che avrebbe sminuito il tutto parlando di una provocazione, dall’altra ci sarebbe stato il coro d’indignazione e nel mezzo quelli del “diritto di opinione”. Un gran chiasso in televisione, pance solleticate e qualche nota di censura.
Lì invece hanno deciso che le parole di Korwin-Mikke meritano una punizione esemplare: trenta giorni senza diaria (solo perché è il massimo previsto dal regolamento), dieci giorni di sospensione dai lavori parlamentari, e un anno senza poter rappresentare il Parlamento europeo in qualsiasi delegazione, conferenza o foro interistituzionale. Perché le parole pesano, costano e sono (soprattutto in politica) uno strumento di lavoro di cui avere cura.
E “la libertà di espressione”? Ha risposto il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani: «il comportamento dei deputati è improntato al rispetto reciproco, poggia sui valori e i principi definiti nei trattati, e in particolare nella Carta dei diritti fondamentali, e salvaguarda la dignità del Parlamento (….) i deputati si astengono dall’utilizzare o dal tenere un comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo durante le discussioni parlamentari e dall’esporre striscioni.»
Le regole. Chiare. Precise. Non interpretabili. Appunto.
Buon mercoledì.

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