giovedì 14 aprile 2016

GEOLOGI CONTRO

 
Come promesso ecco un articolo che parla specificamente delle motivazioni che ci aiuteranno a votare secondo coscienza e competenza al prossimo quesito referendario di domenica prossima.
Con due articoli firmati da due geologi diversi e che hanno fatto ragionamenti differenti che sono qui sotto da leggere e da studiare per informarsi meglio,uno voterà sì nel primo artico preso da Senza Soste(http://www.senzasoste.it/ambiente/io-geologo-voto-si--in-risposta-a-michela-costa ) e scritto da Fabio Giusti,che è la risposta a quello preso da Meridionews(http://meridionews.it/articolo/41627/trivelle-ecco-perche-non-votero-al-referendum-le-motivazioni-in-8-punti-di-una-giovane-geologa/ )a firma di Michela Costa che non voterà nemmeno ma che è evidente che sia per il no ma molto più antidemocraticamente ha scelto di non avvalersi di questo strumento civico.
Che è stato ottenuto nei decenni e nei secoli scorsi con sacrifici e sangue,e che da parti diverse negli ultimi referendum prima gli uni(Forza Italia e Lega)e poi gli altri(Pd)cercano in maniera vergognosa ed ipocrita di inficiare.
Nel mezzo delle due argomentazioni ce n'è uno che spiega che cosa succede e perché è importante votare sì contrastando con giuste repliche tutte la fandonie che il governo Renzi ci vuol fare credere se dovesse essere abrogata la legge sulle trivellazioni,sempre preso da Senza Soste(http://www.senzasoste.it/speciali/vademecum-referendum-17-aprile-ecco-perche-e-importante-votare-si-contro-le-trivellazioni-in-mare ).
 
"Io, geologo, voto sì". In risposta a Michela Costa.
 
Cara Michela Costa, dopo aver letto il tua appello a boicottare il referendum, invitando le persone ad non andare a votare mi è venuta voglia anche a me di scrivere qualcosa.

Anch’io sono Geologo ed a differenza di te mi dichiaro ambientalista, a me non fanno paura le desinenze, le – ista in fondo e non penso che siano segno di fondamentalismo.  Pensa un po’ io sono, oltre ad ambientalista, comunista, femminista, internazionalista, ecosocialista. Quest’ultima forse ti mancava.
In piu sempre a differenza di Te ho lavorato, come Geologo, sui pozzi petroliferi, sia in mare che in terra, sia in Basilicata che in Adriatico, in Italia ed all’estero, per circa 12 anni. Tutti quei nomi di giacimenti, da Angela, a Barbara, da Corleto Perticara a Pisticci a Viaggiano, ebbene si li conosco tutti perche c’ho lavorato.
E’ vero la maggior parte dei pozzi in produzione nell’Adriatico sono a Gas, ma l’oggetto del referendum non mi sembra faccia una distinzione tra gas ed olio, non capisco questa puntualizzazione cosa c’entra con la domanda referendaria. Il quesito chiede di abolire una frase all’interno di un articolo dell’ultima legge di stabilità, per permettere a chi sta estraendo di sapere che la sua concessione ha un limite e che non si ritenga il padrone assoluto del suolo e sottosuolo ma che debba richiedere la Valutazione ambientale. Forse non sai che attualmente siamo in contrasto con le leggi Europee e precisamente con la Direttiva 94/22/CE, recepita dall’Italia con d.lgs n.625 del 25/11/1996 e che mantenendo tale norma si va incontro ad una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Forse dovresti informarti meglio, sui report di GreenPeace o del WWF ad esempio.
Certo , come dici Te, la vittoria del SI non bloccherà l’installazione di nuovi impianti di ricerca o produzione al di fuori delle 12 miglia, ma sicuramente lo bloccherà all’interno ed potrà fare da disincentivo anche per quelli oltre le 12 miglia, un po’ come è successo negli ultimi mesi sia in Sicilia che in Adirato su Ombrina dove le Compagnie petrolifere hanno rinunciato a nuove perforazioni.

Poi, forse anche qui non ti sei informata abbastanza, quando parli di fabbisogno energetico. Lo sai che il gas estratto all’interno delle 12 miglia è poco meno del 3% del gas necessario al fabbisogno nazionale e che il petrolio è solo lo 0,95%. Insomma usando quello potremmo andare avanti si e no 6 mesi. Non c’è bisogno di andarlo a cercare altrove basterebbe una politica di risparmio energetico funzionante. In Italia l’energia prodotta dalle rinnovabili è gia al 38% e che il contributo di energia elettrica alla produzione nazionale ,derivante da fonti rinnovabili supera quella di origine fossile.
Un’altra cosa veramente da populismo di bassa lega è dire che se non perforano gli Italiani, scordandoti di dire o forse non sei informata che il gas o il petrolio estratto anche se in acque italiane non è più dell’Italia ma è della Compagnia che lo estrae, senza sapere che proprio nell’ultimo mese la Croazia e la Francia hanno chiesto lo stop delle perforazioni in Adriatico  e nel Mediterraneo. E poi i posti di lavoro persi, ma dai, qui si vede che proprio non sai come funzionano le perforazioni. Sulle piattaforme adriatiche, tralasciando il fatto che la maggior parte sono compagnie di perforazione straniere con equipaggio non Italiano, dove sono stato di Italiani saremo stati a dire tanto 15,  mentre sulle piattaforme di produzione, a parte il periodo delle prove generalmente non rimane nessuno o pochissime persone. Se le piattaforme interessate da questo referendum chiudessero il 18 aprile i posti di lavoro persi non penso che supererebbero le 100/200 persone. Tenendo presente se vincesse il Si le prime piattaforme a cui scade la concessione sarebbe tra 5 anni, tutto il catastrofismo sui posti di lavoro mi sembra veramente esagerato.
Ma devo dire che quello che di più mi ha spinto a scrivere questa lettere è quando si dice che il referendum è illegittimo. Ma come, una forma di consultazione alla quale possono partecipate tutte/i le/i Cittadine/i, dove possono una volta tanto esprimere la propria opinione lo definisci illegittimo? Qui se c’è qualcosa di illegittimo è il Governo, i mass.media suoi complici che non hanno permesso la corretta informazione su cosa si va a votare. Meno male che oggi esiste internet dove almeno una parte della popolazione riesce ad informarsi perche se si aspettava la tribune elettorali di una volta si poteva morire di vecchiaia.

Certo le trivellazioni, la ricerca petrolifera è servita alla geologia per studiare il nostro sottosuolo, e la geologia è stata sfruttata per le ricerche petrolifere. Molti geologi lavorano in quel campo anche se sempre di meno, la mia ditta ha chiuso poco dopo gli anni 2000 cosi come altre Ditte simili , e qui del referendum non c’era nemmeno il sentore.
Come geologi dovremmo invece far capire che il nostro lavoro è importante per molte altre cose, dalla pianificazione urbana, alla salvaguardia e al ripristino ambientale, il nostro paese è sommerso da frane , alluvioni, abbiamo una cementificazione del territorio paurosa, tutte situazioni che potrebbero essere evitate o ridotte se dei buoni geologi, e ce ne sono tanti disoccupati,  fossero interpellati  su dove costruire o su come gestire le risorse naturali ed ambientali. Forse dovresti scrivere una lettera su questo. 

Ok , Fabio va bene posso non essermi informata bene ma non mi hai ancora detto perche devo votare Si, potresti pensare. Già veniamo al punto.

Hai detto che non sei “ambientalista” ma hai molto a cuore l’ambiente, già e chi non ce l’ha? Quindi ti dovresti essere accorta che il problema del clima è ormai il problema ecologico principale e sul quale tutti gli Stati stanno discutendo come affrontare l’innalzamento della temperatura avvenuta negli ultimi 150 anni, a partire dall’industrializzazione. Per parlare in un linguaggio geologico, nell’Antropocene. Non mi dire che sei una negazionista, cioè una che crede che l’allarme sul clima sia tutto uno montatura,  e che tutto questo allarmismo sia fuoriluogo perche la terra ha sempre avuto dei cicli e cambiamenti climatici,  ome i periodi glaciali, e interglaciali, i Wurm, i Riss, i Mindel, che abbiamo studiato.

Ci sono centinaia di scienziati che ormai hanno stabilito che negli ultimi 150 la temperatura si è alzata almeno di 0,7°C e che ormai siamo al limite di queglia soglia che è stata individuata di 2 °C oltre la quale la sopravvivenza della nostra specie e delle altre è a rischio.

Anche la COP21 di dicembre 2015 , con i suoi limiti, ha deciso che le emissioni di CO2 devono ridursi entro i prossimi 30/50 anni del 70% per evitare che in atmosfera si raggiungano quei 450ppm di CO2 eq. che porterebbero al risultato che ho precedentemente detto.

Come vedi, come geologa, avresti dovuto aver presente questi dati e trarre le conseguenze.
Questo innalzamento della temperatura già oggi crea disastri ambientali, violente tempesti e nubifragi, inondazioni, acidificazione del mare tanto per dirne qualcuno e anche in Italia abbiamo esempi di come la natura è stata ridotta dovuto anche in parte alle variazioni climatiche.
Il passaggio alle fonti rinnovabili è necessario e non più rimandabile e la vittoria del Si nel  referendum, che non creerà disagi nell’approvvigionamento del nostro fabbisogno energetico e né tanto meno disastri da un punto di vista lavorativo , è una spinta perché  il nostro Governo scelga la direzione di una uscita dal carbon fossile per andare verso le rinnovabili.

Vedi come Geologa dovresti interrogarti, come mai Noi geologi siamo così bistrattati che ormai è a rischio la stessa disciplina universitaria. Forse su questo dovresti scrivere un’altra lettera.

A questa società  del profitto , del consumo di tutto e il più veloce possibile  non importa in quale modo raggiungere il suo scopo che è quello del guadagno, non certo quello di permettere a più persone possibili di raggiungere un buon livelli di qualità della vita.

Io penso che sia necessario cercare di modificare questo paese e per tutto questo che ti ho scritto ho fatto propaganda per votare  SI il 17 aprile ed invito anche te a riflettere bene e poi andare a votare SI.

Fabio Giusti, Geologo
14 aprile 2016
 
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Vademecum referendum 17 aprile: ecco perché è importante votare Sì contro le trivellazioni in mare.
 
Perché questo referendum? Quando, dove e su cosa si vota? È vero che se vincesse il “Sì” si perderebbero posti di lavoro? È opportuno lasciare sotto terra il gas e il petrolio italiani quando importiamo dall’estero? Le risposte in un vademecum del “Comitato nazionale Vota Sì per fermare le trivelle”. Il referendum abrogativo non è scaturito come in passato da una raccolta firme dei cittadini, ma perché lo hanno chiesto 10 Consigli Regionali (quasi tutti a guida Pd) come previsto dalla Costituzione. Il Pd a livello nazionale ha dato indicazione di astensione per non far raggiungere il quorum del 50% più 1 degli aventi diritto di voto.
Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016. Con il referendum del 17 aprile si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso, non avrebbero più scadenza certa. Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.
Il testo del quesito. Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».
Il risultato non può essere tradito. A seguito di un esito positivo del referendum la cancellazione della norma che al momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe immediatamente operativa. L’obiettivo del referendum è chiaro e mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte Costituzionale ha più volte precisato, il Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria.
Se vincesse il Sì, si perderebbero moltissimi posti di lavoro? Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso. Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione. Oggi, di fatto, non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può - in virtù di quella norma - estrarre fino a quando lo desideri.
La dipendenza dell’Italia da importazioni di petrolio e gas dall’estero. L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale. Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private - per lo più straniere - la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano.
Quanto incassa lo Stato. Poco. Allo Stato le società sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.
Occasione persa per la crescita? No. Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 7 settimane. Le riserve di gas per appena 6 mesi. Le ricchezze dell’Italia sono altre:
- Il turismo. Si stima che le presenze complessive nelle destinazioni marine italiane siano state circa 253 milioni nel corso del 2013, con un impatto economico stimato in oltre 19 miliardi e 149 milioni di euro. Importante sottolineare anche come secondo il rapporto “Impresa Turismo 2013” (Unioncamere, 2013) il patrimonio naturalistico delle nostre destinazioni balneari è la prima motivazione di visita per i turisti stranieri.
- La pesca, che si esercita lungo i 7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce circa il 15% del Pil marittimo e dà lavoro a circa 60.000 persone (dati Isfol).
- Il patrimonio culturale, che vale il 5,4% del Pil e che dà lavoro a circa 1,5 milioni di persone (dati Federculture), con un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro.
- Il comparto agroalimentare, che vale l’8,7% del Pil, dà lavoro a 3 milioni e 300.000 persone con un fatturato annuo di 119 miliardi di euro e che nel solo 2014 ha conosciuto l’esportazione di prodotti per un fatturato di circa 34,4 miliardi di euro (dati Nomisma).
- La piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di piccole e medie “industrie” (e, cioè, il 99,8% del totale delle industrie italiane), e che costituisce il vero motore dell’intero sistema economico nazionale: tali imprese assorbono l’81,7% del totale dei lavoratori del nostro paese, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e contribuiscono al 70,8% del Pil. Il solo comparto manifatturiero, che conta circa 530.000 aziende, occupa circa 4,8 milioni di addetti, fattura 230 miliardi di euro l’anno, equivalente al 13% del Pil nazionale, e contribuisce al totale delle esportazioni del Made in Italy nella misura del 53,6% (dati Confapi).
Basta idrocarburi. Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta a disposizione degli italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del nostro paese. Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 194 paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione. Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo. È necessario, nel frattempo, affrontare il problema della transizione energetica, puntando anche sul risparmio e sull’efficienza energetica e investendo da subito nel settore delle energie rinnovabili, che potrà generare progressivamente migliaia di nuovi posti di lavoro. Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo.
Perché questo referendum? Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali - dal fitoplancton alle grandi balene - produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche. La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare. Le attività di routine delle piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, come dimostrano i dati del Ministero dell’Ambiente relativi ai controlli eseguiti nei pressi delle piattaforme in attività oggi nel mare italiano. Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica  dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica possono elevare il livello di stress dei mammiferi marini, modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Possono provocare inoltre danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini - cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei - e alterare la catena trofica. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale incidente - nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio - sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.
(A cura del Comitato nazionale Vota Sì per fermare le trivelle)
Pubblicato sul numero 114 (aprile 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste
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Trivelle, «ecco perché non voterò al referendum»
Le motivazioni in 8 punti di una giovane geologa
Salvo Catalano
Cronaca – In 24 ore il post della palermitana Michela Costa è stato condiviso oltre quattromila volte. «È facile restare impressionati da una campagna di Greenpeace. Ma siccome mi piace pensare con la mia testa, ho deciso di prendermi del tempo per informarmi. Chi vota Sì è pronto a diventare un integralista energetico?»

«Mi rendo conto di quanto possa essere facile restare impressionati da una campagna di Greenpeace che ci fa vedere le immagini del povero gabbiano tutto sudicio di petrolio che tenta disperatamente di aprire le ali. Ci vengono le lacrime agli occhi, vero? Ma siccome sono chiamata a dare un voto e mi piace pensare e agire con la mia testa, ho deciso di prendermi del tempo per informarmi e andare oltre le immagini e le informazioni che fonti “orientate” ci propinano in rete». E alla fine Michela Costa ha deciso che a votare per il referendum sulle trivelle del 17 aprile non ci andrà. «E se proprio fossi costretta voterei no». Michela, 32enne geologa palermitana, con un dottorato in Vulcanologia e un master in Ambiente, ha sintetizzato le sue ragioni in un post su Facebook che in poco più di 24 ore è stato condiviso oltre quattromila volte. Senza contare le decine di messaggi privati che le sono arrivati.
«Dal ragazzino di 13 anni che era arrabbiato con me perché dice di amare il mare e di tenerci al suo futuro, fino a chi mi accusava di lavorare per qualche compagnia petrolifera, ma io sono disoccupata», racconta la geologa. La maggior parte dei commenti, tuttavia, arrivano da persone che hanno trovato nel post le parole per sostanziare le loro argomentazioni. «Molte condivisioni sono state accompagnate da frasi come "informiamoci bene e decidiamo", o "quasi quasi cambio idea". Questo perché finora l'informazione è stata molto sbilanciata verso chi è a favore del referendum». Il 17 aprile si voterà per abrogare una norma contenuta nel decreto cosiddetto Sblocca Italia che consente l’estrazione «per la durata di vita utile del giacimento». Secondo il provvedimento del governo, cioè, sarà possibile estrarre petrolio o gas naturale dai giacimenti, fino all’ultima goccia di combustibile. Mentre se il referendum raggiungesse il quorum e prevalessero i , le ricerche si fermerebbero al momento della scadenza delle concessioni date.
Michela argomenta la sua posizione in otto punti. Il primo: 1) lo stop che prevede il referendum riguarda più il gas metano che il petrolio; 2) la vittoria del Sì porterà alla costruzione di altri impianti oltre il limite delle 12 miglia; 3) la vittoria del Sì non scongiura un rischio ambientale, anzi, contribuisce ad aumentare l’export petrolifero e quindi anche l’inquinamento; 4) la vittoria del Sì non si traduce in una politica immediata a favore delle energie rinnovabili che a conti fatti da sole non possono ancora bastare; 5) il referendum è inopportuno, fa leva sulla disinformazione dei cittadini e sulla cattiva immagine che una trivella ha nell’immaginario comune; 6) non è vero che la presenza degli impianti abbia ostacolato il turismo. A supporto di questa tesi la geologa cita il litorale romagnolo, meta di migliaia di visitatori; 7) non è vero che l’estrazione di combustibili dal sottosuolo può innescare terremoti come quello avvenuto anni fa in Emilia; 8) la vittoria del Sì contribuirà allo sfruttamento dei Paesi in via di sviluppo, come «le estrazioni di gas dell'Eni in Mozambico».
«Anziché informare si fa leva sulle emozioni delle persone - sottolinea la geologa - è chiaro che sto dalla parte della tartaruga che nuota libera in un mare cristallino e solidarizzo col gabbiano pieno di petrolio». Michela racconta di avere «partecipato attivamente alle campagne di Greenpeace, ma gli studi che ho fatto sulle rinnovabili e sull'ambiente - precisa - mi hanno fatto cambiare idea su molte cose. Prima non avevo le conoscenze tecniche per prendere posizione e mi limitavo a essere contraria con superficialità». Nelle scorse settimane alcuni suoi amici, conoscendo le sue competenze, le hanno chiesto la sua posizione rispetto al referendum. «Rimanevano stupiti di fronte alle mie riposte, da lì ho capito che c'era bisogno di approfondimento».
La gran parte degli argomenti sostenuti da Michela hanno a che fare con la coerenza negli stili di vita. «Il motore di questo articolo non era politico ma ideologico - spiega - non contesto il sì di qualcuno, ma lo invito a essere coerente, a cominciare da un comportamento ineccepibile dal punto di vista energetico. Non posso dire di voler essere indipendente dal petrolio, senza fare nessuno sforzo per adeguare il mio stile di vita, che non significa andare in bici o fare la differenziata, ma rinunciare a qualsiasi forma di utilizzo dei combustibili fossili. Significa non possedere né auto né moto che non siano elettriche; significa non viaggiare né in aereo né in nave; significa avere una casa totalmente sostenuta da rinnovabili, con stufe a pellet o i raggi infrarossi; significa non comprare tantissimi prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana e per la produzione dei quali vengono usati combustibili fossili. Insomma, significa essere degli integralisti energetici, avere uno stile di vita molto più che green. Ma quanti - conclude - tra quelli che voteranno SI hanno una condotta del genere?».

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