E'cominciato lo scorso 25 marzo il processo che vede implicati otto celerini del reparto di Bologna accusati di avere massacrato il tifoso bresciano Paolo Scaroni,che ha rischiato seriamente la morte le sera del 24 settembre del 2005.
La paura degli avvocati del ragazzo è che si arrivi ad un'archiviazione del caso dovuta alla prescrizione degli atti,cosa che non darebbe la giustizia più volte invocata dal mondo ultrà di tutta Italia e non solo di quelli bresciani:e pensare che se non fosse stato per l'interessamento di una poliziotta che ha indagato sui suoi colleghi che non solo hanno martirizzato Paolo ma hanno insabbiato ed inquinato delle prove per far sì che la colpa ricadesse sui tifosi questa storia sarebbe già nel dimenticatoio.
Fatto che durante le indagini è stato rovesciato in quanto sia gli agenti della Polfer della stazione di Verona(gli incidenti sono avvenuti nella città scaligera)che i macchinisti dei treni hanno testimoniato a favore dei tifosi del Brescia in quanto non ci sono stati scontri con la tifoseria opposta ma c'è stato un vero e proprio accanimento dei celerini verso il gruppo di ultrà che stavano salendo pacificamente sui vagoni del treno.
E come evidenziato da filmati che eranio stati fatti sparire e intercettazioni sulla digos di Brescia si è potuto imbastire un processo contro gli otto bastardi in divisa:Paolo è stato in coma per parecchio tempo,non ha più ricordi dei suoi primi vent'anni di vita e rimarrà invalido per il resto dei suoi giorni.
Per un tragico gioco del destino appena sei ore dopo il suo pestaggio a Ferrara moriva Federico Aldrovandi,pure lui un martire della folle violenza assassina della polizia che quasi mai paga per gli errori commessi:l'articolo de"L'Espresso"è tratto dal sito di Senza Soste.
Parla Paolo, ultrà bresciano massacrato come Aldovrandi.
"Così la polizia mi ha massacrato".
Le cariche dopo una partita. Le manganellate alla testa. Un mese di coma. Poi il risveglio, ma con un'invalidità che durerà tutta la vita. Poi lui trova la forza di parlare e un'agente coraggiosa fa scoppiare il caso.
Un giovane tifoso del Brescia massacrato a manganellate che finisce in coma. I medici lo danno per spacciato: se ce la farà a sopravvivere, dicono ai genitori, "sarà un vegetale". Dopo più di un mese di buio, invece, il ragazzo si risveglia. Parla, anche se con molta fatica. E' ancora intubato quando, alla fine del 2005, comincia a raccontare tutto a una poliziotta, che ha il coraggio di aprire un'inchiesta sui colleghi. La commissaria indaga in solitudine. Scopre verbali truccati. Testimonianze insabbiate. Filmati spariti. Poi altri poliziotti rompono l'omertà e sbugiardano le relazioni ufficiali di un dirigente della questura. Un giudice ordina di procedere. E adesso, a Verona, sta per aprirsi un processo simbolo contro otto celerini del reparto di Bologna. Una squadraccia, secondo l'accusa, capace non solo di usare "violenza immotivata e insensata su persone inermi", ma anche di inquinare le prove fino a rovesciare le colpe sulle vittime. "L'Espresso" ha ricostruito i retroscena di quella misteriosa giornata di guerriglia tra tifosi e polizia, con testimonianze e filmati inediti, scoprendo un filo nero che collega tanti casi in apparenza separati di degenerazione delle divise. Un viaggio nel male oscuro che contamina e divide le nostre forze di polizia.
"La mia storia è simile a quella di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani... La differenza è che io sono ancora vivo e posso parlare". Paolo Scaroni oggi ha 34 anni e il 100 per cento d'invalidità civile. Cammina per Brescia, la sua città, strascicando un piede rimasto paralizzato. La voce esce spezzata e lui se ne scusa ("Sono i postumi del trauma"): "Sono molto legato ai familiari di Aldovrandi. Suonava il clarinetto come me, nelle nostre vicende ci sono coincidenze incredibili. Io sono stato massacrato alle otto di sera, lui è stato ammazzato la stessa notte, sei ore dopo. Ora vogliamo fondare un'associazione: familiari delle vittime della polizia". Suo padre, bresciano di Castenedolo, capelli bianchi e mani callose, riassume il problema scuotendo la testa: "Ho sempre avuto rispetto delle forze dell'ordine. Ma adesso, quando vedo un'uniforme, non ho più fiducia". Quello di Paolo è un dolore speciale: "Oggi la cosa che mi fa più male è che mi hanno cancellato l'infanzia e l'adolescenza. Ho perso tutti i ricordi dei miei primi vent'anni di esistenza".
La vita del ragazzo senza memoria è cambiata il 24 settembre 2005. Paolo, allevatore di tori, fisico da atleta, è in trasferta a Verona con 800 tifosi. Il suo gruppo, Brescia 1911, è il più popolare e radicato. Hanno un loro codice: botte sì, ma solo a mani nude. "Niente coltelli, no droga", scrivono sugli striscioni. In quei giorni si sentono scomodi: tifosi di provincia che protestano contro "i padroni del calcio-tv" e "le schedature". Dopo la partita, i bresciani vengono scortati in stazione. E qui si scatena l'inferno: tre cariche della celere, violentissime. L'inchiesta ha identificato 32 tifosi feriti, quasi tutti colpiti alla schiena. Foto e video recuperati da "l'Espresso" mostrano, tra gli altri, una ragazza con il seno tumefatto e altri due giovani con trauma cranico e mani fratturate. Paolo ha la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialza, vomita, sviene. Alle 19,45 entra in coma. L'ambulanza arriva con più di mezz'ora di ritardo.
Secondo la relazione ufficiale firmata da F. M., dirigente della questura di Verona, la colpa è tutta dei tifosi. Il funzionario dichiara che gli ultras bresciani "occupavano il primo binario bloccando la testa del treno", con la pretesa di "far rilasciare due arrestati". Appena le divise si avvicinano, giura il pubblico ufficiale, "il fronte dei tifosi assalta i nostri reparti con cinghie, aste di ferro, calci, pugni e scagliando massi presi dai binari". La celere li carica "solo per prevenire violenze sui viaggiatori". Paolo non è neppure nominato: una riga nella penultima pagina del rapporto cita solo "un tifoso colto da malore a bordo del treno". Chi lo ha picchiato? "Scontri con gli ultras veronesi", è la prima versione, che crolla subito: la stazione era vuota, dentro c'erano solo i bresciani scortati dagli agenti. Quindi un celerino ne racconta un'altra: Paolo sarebbe stato ferito da "uno dei massi lanciati dagli ultras" suoi amici.
Da quel giorno, per tre mesi, i tifosi di Brescia 1911 smettono di andare allo stadio: la domenica vanno a Verona in ospedale a tifare per Paolo. Che il 30 ottobre, quando ogni speranza sembra spenta, improvvisamente si risveglia durante un prelievo di sangue. In novembre la poliziotta Margherita T. riesce a interrogarlo. Mozziconi di frasi, che ricostruiscono il pestaggio: "Erano almeno quattro celerini, con i caschi. Mi urlavano: bastardo. Picchiavano con i manganelli impugnati al contrario per farmi più male". E non volevano solo immobilizzarlo: i referti medici confermano che Paolo è stato colpito "sempre e solo alla testa".
La poliziotta interroga il personale del treno. E scopre che la storia dei binari occupati dagli ultras era una balla. "I tifosi erano assolutamente tranquilli, noi eravamo pronti a partire: non ho visto nessun atto di violenza, provocazione o lancio di oggetti", dichiarano i macchinisti. Ma chi ha scatenato il caos? Quattro agenti della polizia ferroviaria testimoniano che "i disordini sono cominciati solo quando la celere ha lanciato lacrimogeni dentro uno scompartimento dove c'erano tante donne e bambini piangenti". Particolare importante: "Prima non avevamo visto nulla che giustificasse il lancio del gas". Solo allora "un centinaio di tifosi, arrabbiati e lacrimanti, ci hanno minacciato, chiedendoci come fosse possibile lanciare lacrimogeni su un treno con bambini". Ma subito, dicono gli stessi agenti, "i capi ultras si sono messi in mezzo, facendo da pacieri, per calmare gli altri tifosi dicendo che noi della Polfer non c'entravamo". In quel momento la celere carica l'intera tifoseria. Seguono 30 minuti di macelleria da Stato di polizia.
La verità dei fatti è confermata anche dai funzionari presenti della Digos di Brescia, che la stessa notte cominciano a raccogliere testimonianze e referti dei tifosi feriti. Quindi la poliziotta di Verona scopre che i filmati dei suoi colleghi, che in teoria dovrebbero aver ripreso tutti gli scontri, si interrompono proprio nei minuti in cui Paolo è stato massacrato. Peggio: nella versione consegnata ai magistrati è stato tagliato il commento finale di due agenti. "Adesso il questore ci incarna...". "Ascolta, tu prova a guardare subito le immagini di quando il...". Fine del filmato della polizia.
Mentre Scaroni passa altri 64 giorni in rianimazione, i suoi amici di Brescia 1911 si tassano per pagargli le spese legali e imbandierano la curva con uno striscione mai visto: "Giustizia per Paolo". Il tam tam unisce decine di tifoserie rivali. In febbraio Brescia è invasa da ultras di mezza Italia. Un corteo con migliaia di tifosi, preceduto da uno storico abbraccio tra i capi delle curve "nemiche" del Brescia e dell'Atalanta. "Non ci interessa che i poliziotti finiscano in galera, noi vogliamo la verità", dice ora Diego Piccinelli, il responsabile di Brescia 1911. "Nessuno potrà ridarmi la memoria o il lavoro", aggiunge Paolo, "ma il mio processo deve fermare i poliziotti violenti: a scatenare la parte peggiore è la sicurezza di farla franca".
Come molti altri processi contro uomini della legge, però, anche questo naviga conrocorrente. Solo la ricostruzione dei fatti, cioè la demolizione delle bugie ufficiali, è durata quattro anni. Il pm di turno a Verona aveva chiesto per due volte l'archiviazione, sostenendo che i caschi impedivano di riconoscere gli agenti picchiatori. Il rinvio a giudizio è stato imposto da un ex giudice istruttore, Sandro Sperandio. Ora finalmente si va in aula: prima udienza il 25 marzo. Ma l'avvocato di parte civile, Alessandro Mainardi, teme un finale all'italiana: "Rischiamo una prescrizione che sarebbe vergognosa. Se non c'è certezza della pena per le forze di polizia, come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella giustizia? Sulle responsabilità individuali siamo tutti garantisti. Ma qui, dopo tante menzogne, una cosa è certa: un ragazzo inerme è stato ridotto in fin di vita da una squadraccia che indossa ancora la divisa. Uno Stato civile avrebbe almeno risarcito i danni. Invece, dopo cinque anni, il ministero dell'Interno non si è ancora degnato di offrire un soldo". Tre mesi fa Paolo ha scritto al ministro Roberto Maroni: "La violenza va condannata e l'omertà va combattuta prima di tutto da chi rappresenta la legge". Da Roma nessuna risposta.
Paolo Biondani
tratto da http://espresso.repubblica.it
marzo 2011
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domenica 10 aprile 2011
venerdì 20 gennaio 2012
NON CI CREDE NESSUNO!
Non ci crede davvero nessuno che un ragazzo caduto a terra praticamente da altezza zero con uno sbirro abbia la testa rotta e un polmone seriamente danneggiato così come la polizia ha comunicato tramite il personale medico del policlinico di Milano(medici e sbirri a braccetto come al San Paolo caso Dax per sputtanare gente e insabbiare fatti).
Non ci crede davvero nessuno che questo tifoso genoano non sia stato massacrato di botte da un gruppo di merde in divisa che avendo avuto freddo ieri sera non hanno trovato di meglio che scaldarsi picchiandolo selvaggiamente.
L'unica cosa positiva pare che Massimo Moro ora non sia in pericolo di vita e speriamo che possa parlare di questa vicenda e che non possa subire danni permanenti come per il bresciano Paolo(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/search?q=paolo+tifoso+brescia )pur essendo quasi certo che chi ha sbagliato anche per questa volta non sarà nè processato e quindi tantomeno condannato.
Optando in una giustizia del popolo contro questi infami che spadroneggiano sempre e comunque.
L'articolo riportato cui non condivido molti punti lo posto per mero dovere di cronaca:un tifoso(forse)ubriaco e quindi già colpevole,un allenatore che caga merda dalla bocca e il solito paraculismo di giornalisti che all'estero non firmerebbero neppure cambiali è tratto da Indymedia riprendendo Repubblica.
Vicino al tifoso ferito e a tutta la tifoseria genoana soprattutto con il G.A.V. unitamente ai ragazzi della Certosa auguro una pronta guarigione a Massimo ed una lunga degenza ai colpevoli in divisa.
Sbirri,merde siete e merde resterete.
Rissa con poliziotto durante controllo grave tifoso del Genoa.
L'uomo è in stato di fermo. La prognosi, secondo quanto fa sapere la Questura, è riservata, ma non sarebbe in pericolo di vita. I sanitari hanno comunicato al cognato - che era arrivato da Genova con lui in un pullman con altre 25 persone ma ha saputo della colluttazione solo alla fine della partita - che l'uomo era stato sedato allo stadio, ma ha avuto una reazione allergica. Inoltre sarebbe stato intubato perché stava soffocando nel suo vomito.
La ricostruzione. Intorno alle 20.15 Moro, è stato trattenuto al varco 9 dello stadio Meazza, prima dell'inizio della partita, perché ubriaco. Dopo avergli impedito l'ingresso, le forze dell'ordine lo hanno portato a un vicino posto di Polizia mobile per un controllo. Qui è stato separato dal cognato e da due amici, che hanno chiesto agli agenti quando l'avrebbero rilasciato. "Dopo la partita", avrebbero detto i poliziotti.
A quel punto - secondo quanto racconta la Questura - Moro, non si sa se per un motivo in particolare o solo perché aveva bevuto troppo, ha dato in escandescenze cercando di aggredire un agente. Un altro poliziotto è intervenuto per cercare di bloccarlo e durante la colluttazione entrambi sarebbero caduti a terra.
Ad avere la peggio sarebbe stato l'uomo che ha picchiato la testa e ha riportando un trauma. Soccorso in stato di semi-incoscienza, è stato trasportato d'urgenza al Policlinico. Non è chiaro in quale momento gli sia stato somministrato il sedativo che - secondo i sanitari - ha causato la reazione allergica né quando abbia iniziato a respirare il proprio vomito.
L'unica cosa che appare certa è che non è in pericolo di vita. La questura ha assicurato che in mattinata saranno resi noti ulteriori dettagli sulla vicenda.
Le reazioni. All'ospedale, oltre al cognato e ai due amici, è arrivato anche un gruppo di 15 tifosi rossoblu, giunti dopo la fine della partita a San Siro. "Era con noi - hanno raccontato i suoi amici - e forse ha reagito male. Gli agenti lo hanno portato via di peso, strattonato, ma nulla faceva pensare che la situazione degenerasse. Infatti noi siamo entrati comunque dentro lo stadio e abbiamo seguito tranquillamente la partita. In mattinata cercheremo di capire cosa è successo e magari chiameremo un avvocato. Soprattutto vogliamo sapere se ha lesioni interne".
Amaro il commento di Claudio Ranieri, tecnico dell'Inter. "E' il brutto del nostro calcio e della nostra società", dice il tecnico nerazzurro. "Quello di stasera è un episodio che non va bene. Bisogna andare allo stadio come al cinema o al teatro. Chissà se mai ci riusciremo".
Non ci crede davvero nessuno che questo tifoso genoano non sia stato massacrato di botte da un gruppo di merde in divisa che avendo avuto freddo ieri sera non hanno trovato di meglio che scaldarsi picchiandolo selvaggiamente.
L'unica cosa positiva pare che Massimo Moro ora non sia in pericolo di vita e speriamo che possa parlare di questa vicenda e che non possa subire danni permanenti come per il bresciano Paolo(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/search?q=paolo+tifoso+brescia )pur essendo quasi certo che chi ha sbagliato anche per questa volta non sarà nè processato e quindi tantomeno condannato.
Optando in una giustizia del popolo contro questi infami che spadroneggiano sempre e comunque.
L'articolo riportato cui non condivido molti punti lo posto per mero dovere di cronaca:un tifoso(forse)ubriaco e quindi già colpevole,un allenatore che caga merda dalla bocca e il solito paraculismo di giornalisti che all'estero non firmerebbero neppure cambiali è tratto da Indymedia riprendendo Repubblica.
Vicino al tifoso ferito e a tutta la tifoseria genoana soprattutto con il G.A.V. unitamente ai ragazzi della Certosa auguro una pronta guarigione a Massimo ed una lunga degenza ai colpevoli in divisa.
Sbirri,merde siete e merde resterete.
Rissa con poliziotto durante controllo grave tifoso del Genoa.
Massimo Moro, 38 anni, era ubriaco. Fermato per un controllo, avrebbe dato in escandescenze venendo alle mani con un agente e poi, cadendo, avrebbe battuto la testa. Secondo i sanitari, avrebbe avuto anche una reazione allergica a un sedativo. È ricoverato al Policlinico nel reparto di neurorianimazione, ma non è in pericolo di vita. E' in stato di fermo
MILANO - Un tifoso del Genoa è ricoverato all'ospedale in gravi condizioni, a Milano, al seguito di uno scontro con un agente di Polizia. L'incidente sarebbe avvenuto, secondo la Questura, durante una colluttazione con un agente che cercava di riportarlo alla calma durante un controllo. Ma l'uomo - Massimo Moro, 38 anni di Genova - ha battuto la testa ed è stato ricoverato nel reparto di neurorianimazione del Policlinico. L'uomo è in stato di fermo. La prognosi, secondo quanto fa sapere la Questura, è riservata, ma non sarebbe in pericolo di vita. I sanitari hanno comunicato al cognato - che era arrivato da Genova con lui in un pullman con altre 25 persone ma ha saputo della colluttazione solo alla fine della partita - che l'uomo era stato sedato allo stadio, ma ha avuto una reazione allergica. Inoltre sarebbe stato intubato perché stava soffocando nel suo vomito.
La ricostruzione. Intorno alle 20.15 Moro, è stato trattenuto al varco 9 dello stadio Meazza, prima dell'inizio della partita, perché ubriaco. Dopo avergli impedito l'ingresso, le forze dell'ordine lo hanno portato a un vicino posto di Polizia mobile per un controllo. Qui è stato separato dal cognato e da due amici, che hanno chiesto agli agenti quando l'avrebbero rilasciato. "Dopo la partita", avrebbero detto i poliziotti.
A quel punto - secondo quanto racconta la Questura - Moro, non si sa se per un motivo in particolare o solo perché aveva bevuto troppo, ha dato in escandescenze cercando di aggredire un agente. Un altro poliziotto è intervenuto per cercare di bloccarlo e durante la colluttazione entrambi sarebbero caduti a terra.
Ad avere la peggio sarebbe stato l'uomo che ha picchiato la testa e ha riportando un trauma. Soccorso in stato di semi-incoscienza, è stato trasportato d'urgenza al Policlinico. Non è chiaro in quale momento gli sia stato somministrato il sedativo che - secondo i sanitari - ha causato la reazione allergica né quando abbia iniziato a respirare il proprio vomito.
L'unica cosa che appare certa è che non è in pericolo di vita. La questura ha assicurato che in mattinata saranno resi noti ulteriori dettagli sulla vicenda.
Le reazioni. All'ospedale, oltre al cognato e ai due amici, è arrivato anche un gruppo di 15 tifosi rossoblu, giunti dopo la fine della partita a San Siro. "Era con noi - hanno raccontato i suoi amici - e forse ha reagito male. Gli agenti lo hanno portato via di peso, strattonato, ma nulla faceva pensare che la situazione degenerasse. Infatti noi siamo entrati comunque dentro lo stadio e abbiamo seguito tranquillamente la partita. In mattinata cercheremo di capire cosa è successo e magari chiameremo un avvocato. Soprattutto vogliamo sapere se ha lesioni interne".
Amaro il commento di Claudio Ranieri, tecnico dell'Inter. "E' il brutto del nostro calcio e della nostra società", dice il tecnico nerazzurro. "Quello di stasera è un episodio che non va bene. Bisogna andare allo stadio come al cinema o al teatro. Chissà se mai ci riusciremo".
Related Link: http://bit.ly/yCoJFu
giovedì 14 febbraio 2013
LA SENTENZA SCARONI
Sono passate alcune settimane ma causa una lontananza dall'Italia ho appreso solo ultimamente della scandalosa sentenza del tribunale di Verona,dove tutto si è compiuto(vedi per i dettagli:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2011/04/celerini-bastardi.html )in quel nefasto giorno di settembre del 2005 dove i celerini massacrarono di botte Paolo Scaroni,è il risultato di cui sopra è stata l'assoluzione delle otto merde in divisa accusati di lesioni gravissime.
Il proscioglimento è avvenuto non come pensavano i legali della difesa,ovvero l'archiviazione per la prescrizione degli atti,ma per insufficienza di prove,cosa che volendo fa ancora più male.
Dai filmati"dicono"che non si è riusciti ad identificare correttamente i poliziotti coinvolti,nel senso che si vede benissimo la mattanza compiuta sul giovane bresciano ma che ancora una volta l'assenza di numeri identificativi su quelle divise di merda ha portato ad un altro grave episodio criminale impunito.
Nell'articolo preso da Senza Soste è citata una lettera aperta che Paolo ha scritto sulla sua vicenda e su quello che queste botte insistenti ed ingiustificate hanno portato sulla sua esistenza,che se non rovinata del tutto purtoppo penalizzata in maniera molto rilevante.
Un abbraccio forte a lui,ai familiari e ai suoi amici che da anni combattono per avere giustizia...per quello che concerne la verità e i colpevoli quelli li sappiamo da tempo.
Pestarono un tifoso del Brescia a Verona, assolti otto celerini.
Il proscioglimento è avvenuto non come pensavano i legali della difesa,ovvero l'archiviazione per la prescrizione degli atti,ma per insufficienza di prove,cosa che volendo fa ancora più male.
Dai filmati"dicono"che non si è riusciti ad identificare correttamente i poliziotti coinvolti,nel senso che si vede benissimo la mattanza compiuta sul giovane bresciano ma che ancora una volta l'assenza di numeri identificativi su quelle divise di merda ha portato ad un altro grave episodio criminale impunito.
Nell'articolo preso da Senza Soste è citata una lettera aperta che Paolo ha scritto sulla sua vicenda e su quello che queste botte insistenti ed ingiustificate hanno portato sulla sua esistenza,che se non rovinata del tutto purtoppo penalizzata in maniera molto rilevante.
Un abbraccio forte a lui,ai familiari e ai suoi amici che da anni combattono per avere giustizia...per quello che concerne la verità e i colpevoli quelli li sappiamo da tempo.
Pestarono un tifoso del Brescia a Verona, assolti otto celerini.
Sono stati assolti dal Tribunale di Verona gli otto poliziotti accusati di lesioni gravissime nei confronti del tifoso del Brescia Paolo Scaroni, ferito nel 2005 dopo una partita al Bentegodi, durante una carica a freddo sui binari della stazione. La sentenza è stata accolta con cori di disapprovazione da parte di decine di ultras bresciani assiepati fuori del tribunale, gli stessi amici che lo hanno sostenuto finora con iniziative anche clamorose come lo sciopero del tifo.
Uno dei poliziotti, che si trovava alla guida del pullman della ps, è stato assolto per non aver commesso il fatto, gli altri sette per insufficienza di prove. Un delitto impunito per via dell’impossibilità di identificare i celerini travisati in servizio di ordine pubblico e anche perché qualche collega degli imputati potrebbe aver tagliato i dieci minuti cruciali del filmato di quella sera. «E’ una sentenza tartufesca, alla don Abbondio: il coraggio chi non ce l'ha non se lo dà - ha detto l'avvocato Alessandro Mainardi, legale di parte civile - il giudice ha inviato gli atti alla Procura della Repubblica per il taglio di 10 minuti nel filmato in cui il mio assistito viene massacrato di botte». «Quella è la prova regina - ha aggiunto Mainardi - ora mi chiedo: chi risponderà di questa manipolazione che ha sottratto una prova fondamentale?». Che sarebbe stata durissima era chiaro già al momento del rinvio a giudizio, due anni fa: «Se pensiamo a quanto accaduto a Genova al processo per il G8, quando ci si scontrò contro una reticenza scandalosa, penso che sarà durissima», aveva detto il legale.
«Dobbiamo andare avanti, non dobbiamo mollare», dice Paolo Scaroni dopo aver udito la sentenza. Trentasei anni, deve al 7/o reparto «Celere» di Bologna la sua invalidità del 100%. Suo padre, nel sentire il dispositivo, è scoppiato in lacrime.
«Dobbiamo andare avanti, non dobbiamo mollare», dice Paolo Scaroni dopo aver udito la sentenza. Trentasei anni, deve al 7/o reparto «Celere» di Bologna la sua invalidità del 100%. Suo padre, nel sentire il dispositivo, è scoppiato in lacrime.
I giornali del posto riferirono imbarazzati di una «vicenda intricata» ma fu una carica a freddo. «Finita la partita - scrisse Paolo Scaroni proprio su Liberazione - siamo stati scortati in stazione dalla polizia senza nessun intoppo o tensione. Dopo essermi recato al bar sottostante la stazione, stavo tornando con molta serenità al treno riservato a noi tifosi portando dell'acqua al resto della compagnia (era stata una giornata molto calda ed eravamo quasi tutti disidratati). Tutti gli altri tifosi erano già pronti sui vagoni per fare velocemente ritorno a Brescia. Mancavano pochi minuti ed i binari della stazione erano completamente deserti. Cosa alquanto strana ...Improvvisamente, senza alcun preavviso o motivo apparente, sono stato travolto da una carica di "alleggerimento" del reparto celere e picchiato a sangue, senza avere nemmeno la possibilità di ripararmi. Sottratto al pestaggio dagli amici (colpiti loro stessi dalla furia delle manganellate), sono entrato in coma nel giro di pochissimo e quasi morto. Dopo circa venti minuti sono stato caricato su un'ambulanza, osteggiata, più o meno velatamente, dallo stesso reparto che mi aveva aggredito e trasportato all'ospedale. Lì sono stato operato d'urgenza. Lì sono stato salvato. Lì sono tornato dal coma dopo molte settimane. Lì ho passato alcuni mesi della mia nuova vita. Una vita d'inferno. Nel frattempo la mia famiglia, in uno stato d'animo che fatico ad immaginare, subiva pressioni e minacce affinché la mia vicenda mantenesse un basso profilo.
Ai miei amici non andava certo meglio, nonostante tutti gli sforzi per far uscire la verità».
Ai miei amici non andava certo meglio, nonostante tutti gli sforzi per far uscire la verità».
Il giovane di Castenedolo, allevatore di tori, non sarebbe mai tornato come prima. «Ho perso il lavoro, sebbene abbia un padre caparbio che insiste nel mandare avanti la mia ditta, sottraendo tempo e valore ai suoi impegni.
Ho perso la ragazza. Ho perso il gusto del viaggiare (il più delle volte quelli che erano itinerari di piacere si sono trasformati in veri e propri calvari a causa delle mie condizioni fisiche), nonostante mi spinga ancora molto lontano. Ho perso soprattutto molte certezze, relative alla Libertà, al Rispetto, alla Dignità, alla Giustizia e soprattutto alla Sicurezza». La procura aprì un fascicolo contro ignoti e le indagini portarono all'individuazione di otto agenti del reparto mobile di Bologna che quel giorno, insieme ai colleghi di Verona e di Padova, aveva l'incarico di mantenere l'ordine pubblico. Nel febbraio 2009 fu lo stesso gip a iscrivere gli otto nel registro degli indagati due anni dopo che la procura aveva chiesto l'archiviazione. Il pubblico ministero presentò ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte riconobbe al gip la possibilità di procedere. La procura nel mese di ottobre ha chiesto la seconda archiviazione. Nel 2010 l'ordine di formulare il capo di imputazione coatta.
Ho perso la ragazza. Ho perso il gusto del viaggiare (il più delle volte quelli che erano itinerari di piacere si sono trasformati in veri e propri calvari a causa delle mie condizioni fisiche), nonostante mi spinga ancora molto lontano. Ho perso soprattutto molte certezze, relative alla Libertà, al Rispetto, alla Dignità, alla Giustizia e soprattutto alla Sicurezza». La procura aprì un fascicolo contro ignoti e le indagini portarono all'individuazione di otto agenti del reparto mobile di Bologna che quel giorno, insieme ai colleghi di Verona e di Padova, aveva l'incarico di mantenere l'ordine pubblico. Nel febbraio 2009 fu lo stesso gip a iscrivere gli otto nel registro degli indagati due anni dopo che la procura aveva chiesto l'archiviazione. Il pubblico ministero presentò ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte riconobbe al gip la possibilità di procedere. La procura nel mese di ottobre ha chiesto la seconda archiviazione. Nel 2010 l'ordine di formulare il capo di imputazione coatta.
Checchino Antonini
Tratto da http://www.liberazione.it
18/01/2013
domenica 27 ottobre 2013
REPRESSIONE PREVENTIVA
Che la repressione del tifo negli stadi sia sempre più accanita è una fatto appurato da anni,con leggi speciali,decreti vari,intere branche legislative nate apposta per quello che succede dentro e fuori gli stadi,prima ,durante e dopo le partite.
Ma i casi ultimi accaduti a Livorno e a Sarzana sono l'apice dell'interferenza della sbirraglia che sconfina dal mero rapporto legge-ultrà e invade la vita quotidiana:infatti fioccano Daspo e denunce nei confronti di persone che si organizzano viaggi e trasferte e che vengono fermate da pattuglie intere anche a distanza di chilometri dagli impianti sportivi.
E'quanto accaduto ai tifosi della Sampdoria e del Brescia nelle ultime settimane,con complessivamente più di cento persone daspate in quanto la repressione preventiva permette tutto questo e molto di più,con la possibilità di arresti differiti nel tempo e una sorta di accanimento atto ad ammansire il tifoso per tenerlo a casa al comodo davanti alla televisione.
Del caso dei cori discriminatori sia per motivo razziale che territoriale non ne parlo ora,ci vorrebbe più tempo,anche se le conclusioni mi sembrano ovvie tenendo conto le enormi differenze tra offese e offese.
L'articolo è preso dal sito di Radio Onda d'Urto(http://www.radiondadurto.org/2013/10/22/36-diffide-a-bs-1911-leggi-speciali-ieri-e-oggi-per-gli-ultras-oggi-e-domani-in-tutte-le-citta/ ).
36 DIFFIDE A “BS 1911″: LEGGI SPECIALI, (IERI E) OGGI PER GLI ULTRAS…(OGGI E) DOMANI IN TUTTE LE CITTA’.
Non certo per i numeri (eravamo al massimo una quarantina); e nemmeno per l’attesa della partita, giacché ci eravamo ripromessi di ascoltarla alla radio nel caso in cui non fosse andato tutto per il verso giusto; bensì per il semplice fatto di avere affrontato questa avventura in piena Libertà, senza scorta e -soprattutto- senza subire la tipica arroganza delle guardie di turno (almeno per metà percorso).
Una autonomia che ha moltiplicato le nostre sensazioni e le nostre emozioni, nonché la tensione, aumentata a dismisura al solo pensiero di arrivare dove volevamo con le nostre gambe (paura di nessuno, ma rispetto per tutti!, sempre); sebbene -sia chiaro- il nostro traguardo non fosse la Curva dello Spezia o i suoi tifosi (certe “illusioni” le lasciamo agli internauti).
Eh sì, perché spesso anche le trasferte “perfette” possono avere un punto debole.
A volte basta un errore di percorso; altre la solerzia dei funzionari di turno; altre ancora un battito di ali di farfalla.
Nel nostro specifico caso, possiamo affermare che sia stato un avvistamento “fortuito” avvenuto in autostrada per mano della DIGOS bresciana che -probabilmente- seguiva da lontano il resto della tifoseria.
Morale della favola: siamo stati intercettati, fermati, prontamente schedati, tenuti in ostaggio per alcune ore da una ventina di solerti poliziotti, e per finire accompagnati fin quasi alle porte della nostra splendida città da ben cinque pattuglie.
E tutto ciò proprio quando eravamo giunti a un passo dal nostro obiettivo (il mare e la spiaggia, ovviamente).
Una sconfitta? Forse per chi non sa cogliere il valore di certe scelte, ma di certo non per noi.
Infatti, il sapore di questa trasferta (a metà) ci ha ricordato -per l’ennesima volta- la vera essenza Ultras, quella secondo cui la Dignità, l’Amicizia e la Libertà vengono prima di tutto, anche della partita stessa.
E non importa quante trasferte ancora saranno -nostro malgrado- interrotte.
Non importa nemmeno se i nostri tentativi ci dovessero costare anche più cari.
La cosa importante è non arrendersi.
La cosa importante è sbattere le ali, per sentirsi vivi, e per dare un futuro migliore ai nostri figli.
Fino alla prossima diffida!
Diciamo quel che pensiamo, facciamo quel che diciamo, sempre – Ora, se qualcuno avesse letto questa prima parte del resoconto senza la dovuta preparazione o la giusta Mentalità, potrebbe di certo pensare che siamo dei pazzi incoscienti e poco maturi, oppure dei coglioni irrecuperabili, poiché è ormai prassi comune andare in trasferta con la tessera del tifoso, senza la quale i rischi di denunce e diffide sono inversamente proporzionali al grado di “simpatia” che ci riservano gli sbirri di turno (a questo punto, per avere il quadro completo si deve considerare anche la nostra innata refrattarietà a certi sistemi/personaggi).
Naturalmente, a tutti quelli che ci giudicano con una sistematica superficialità abbiamo già risposto in mille maniere e in tempi non sospetti, quando cioè vi erano ancora i margini per una lotta comune contro i codici etici, i ricatti istituzionali, i divieti, le discriminazioni e gli abusi di potere (perché la tessera del tifoso, non lo dimenticate mai, è uno degli strumenti repressivi peggiori mai sviluppati sulla pelle di tifosi e cittadini, un tempo liberi).
Perciò, lasciate da parte i vostri malsani giudizi e facciamoci tutti un bell’esame di coscienza.
La Libertà non ha prezzo, la Dignità nemmeno!
Ma i casi ultimi accaduti a Livorno e a Sarzana sono l'apice dell'interferenza della sbirraglia che sconfina dal mero rapporto legge-ultrà e invade la vita quotidiana:infatti fioccano Daspo e denunce nei confronti di persone che si organizzano viaggi e trasferte e che vengono fermate da pattuglie intere anche a distanza di chilometri dagli impianti sportivi.
E'quanto accaduto ai tifosi della Sampdoria e del Brescia nelle ultime settimane,con complessivamente più di cento persone daspate in quanto la repressione preventiva permette tutto questo e molto di più,con la possibilità di arresti differiti nel tempo e una sorta di accanimento atto ad ammansire il tifoso per tenerlo a casa al comodo davanti alla televisione.
Del caso dei cori discriminatori sia per motivo razziale che territoriale non ne parlo ora,ci vorrebbe più tempo,anche se le conclusioni mi sembrano ovvie tenendo conto le enormi differenze tra offese e offese.
L'articolo è preso dal sito di Radio Onda d'Urto(http://www.radiondadurto.org/2013/10/22/36-diffide-a-bs-1911-leggi-speciali-ieri-e-oggi-per-gli-ultras-oggi-e-domani-in-tutte-le-citta/ ).
36 DIFFIDE A “BS 1911″: LEGGI SPECIALI, (IERI E) OGGI PER GLI ULTRAS…(OGGI E) DOMANI IN TUTTE LE CITTA’.
36 diffide – praticamente, tutto il pullman – ai danni del gruppo ultras “Brescia 1911 – ex curva nord”, lo stesso che da anni porta avanti la battaglia per la verità e giustizia sul massacro di Paolo Scaroni, pestato e spedito in coma dalle manganellate dei “soliti ignoti” alla stazione Fs Verona Porta Nuova nel settembre 2005, al termine di Hellas Verona – Brescia.
La messe di provvedimenti repressivi, non ancora ufficializzati ai diretti interessati, arriva dal lavoro “congiunto” delle Questure di La Spezia e Brescia.
Sabato 12 ottobre 2013, a La Spezia, era in programma la partita La Spezia – Brescia. Per accedere allo stadio, come da alcuni anni a questa parte, era necessario possedere la famigerata “tessera del tifoso”, uno strumento di schedatura preventiva da sempre rifiutato da molti gruppi ultras, fra cui i “Brescia 1911″.
Nel tardo pomeriggio di sabato 12 ottobre, i 36 ultras sono stati bloccati dalle “forze dell’ordine” mentre si trovavano a Sarzana, cioè a ventidue chilometri di distanza dallo stadio “Picco” di La Spezia.
Tanto è bastato per procedere alla loro identificazione e, ora, anche all’emissione del cosiddetto “Daspo“, ossia la diffida dall’entrare in qualsiasi impianto sportivo per un tempo che può andare fino a tre anni.
Stessa sorte, a quanto parte, riguarderà 80 ultras della Sampdoria, fermati sabato 19 ottobre 2013 prima del match contro il Livorno.
Il tutto, senza alcun processo o accusa specifica: basta in sostanza la (presunta) “intenzione”, trattandosi di un dispositivo di “repressione preventiva” imposto a partire dal 1989 (e poi ulteriormente indurito dal cosiddetto “Decreto Amato” del 2007).
Oltre trent’anni di repressione hanno purtroppo esteso questo provvedimento liberticida dall’ambito delle curve a quello del dissenso tout court, come dimostrano fin troppo ampiamente gli ultimi fatti di cronaca: dal fioccare di “fogli di via”, dalla val di Susa fino a Brescia (clicca qui), oppure ai compagni e compagne rispediti indietro da Roma prima della giornata di #sollevazionegenerale dello scorso 19 ottobre.
Di seguito, invece, il resoconto della trasferta di sabato 12 ottobre 2013 fatto dagli stessi ultras sul loro sito internet:
Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo…”
Le ali della Libertà – Non dovevamo esserci. Non potevamo andare. Eppure, se non fosse stato per una mera coincidenza, probabilmente oggi vi potremmo raccontare una delle più belle trasferte vissute dal nostro gruppo.Non certo per i numeri (eravamo al massimo una quarantina); e nemmeno per l’attesa della partita, giacché ci eravamo ripromessi di ascoltarla alla radio nel caso in cui non fosse andato tutto per il verso giusto; bensì per il semplice fatto di avere affrontato questa avventura in piena Libertà, senza scorta e -soprattutto- senza subire la tipica arroganza delle guardie di turno (almeno per metà percorso).
Una autonomia che ha moltiplicato le nostre sensazioni e le nostre emozioni, nonché la tensione, aumentata a dismisura al solo pensiero di arrivare dove volevamo con le nostre gambe (paura di nessuno, ma rispetto per tutti!, sempre); sebbene -sia chiaro- il nostro traguardo non fosse la Curva dello Spezia o i suoi tifosi (certe “illusioni” le lasciamo agli internauti).
Al contrario, poiché i rischi di questa trasferta non autorizzata erano già molto elevati, l’obiettivo minimo era quello di spingersi fino ai confini della Liguria senza troppi intoppi e senza fare cazzate (siamo Ultras, non kamikaze impazziti).
Purtroppo, per quanto uno possa credere nelle proprie convinzioni, non sempre ciò che si desidera si realizza automaticamente, in particolare quando si ha contro tutto e tutti, perfino la sorte.Eh sì, perché spesso anche le trasferte “perfette” possono avere un punto debole.
A volte basta un errore di percorso; altre la solerzia dei funzionari di turno; altre ancora un battito di ali di farfalla.
Nel nostro specifico caso, possiamo affermare che sia stato un avvistamento “fortuito” avvenuto in autostrada per mano della DIGOS bresciana che -probabilmente- seguiva da lontano il resto della tifoseria.
Morale della favola: siamo stati intercettati, fermati, prontamente schedati, tenuti in ostaggio per alcune ore da una ventina di solerti poliziotti, e per finire accompagnati fin quasi alle porte della nostra splendida città da ben cinque pattuglie.
E tutto ciò proprio quando eravamo giunti a un passo dal nostro obiettivo (il mare e la spiaggia, ovviamente).
Una sconfitta? Forse per chi non sa cogliere il valore di certe scelte, ma di certo non per noi.
Infatti, il sapore di questa trasferta (a metà) ci ha ricordato -per l’ennesima volta- la vera essenza Ultras, quella secondo cui la Dignità, l’Amicizia e la Libertà vengono prima di tutto, anche della partita stessa.
E non importa quante trasferte ancora saranno -nostro malgrado- interrotte.
Non importa nemmeno se i nostri tentativi ci dovessero costare anche più cari.
La cosa importante è non arrendersi.
La cosa importante è sbattere le ali, per sentirsi vivi, e per dare un futuro migliore ai nostri figli.
Fino alla prossima diffida!
Diciamo quel che pensiamo, facciamo quel che diciamo, sempre – Ora, se qualcuno avesse letto questa prima parte del resoconto senza la dovuta preparazione o la giusta Mentalità, potrebbe di certo pensare che siamo dei pazzi incoscienti e poco maturi, oppure dei coglioni irrecuperabili, poiché è ormai prassi comune andare in trasferta con la tessera del tifoso, senza la quale i rischi di denunce e diffide sono inversamente proporzionali al grado di “simpatia” che ci riservano gli sbirri di turno (a questo punto, per avere il quadro completo si deve considerare anche la nostra innata refrattarietà a certi sistemi/personaggi).
Naturalmente, a tutti quelli che ci giudicano con una sistematica superficialità abbiamo già risposto in mille maniere e in tempi non sospetti, quando cioè vi erano ancora i margini per una lotta comune contro i codici etici, i ricatti istituzionali, i divieti, le discriminazioni e gli abusi di potere (perché la tessera del tifoso, non lo dimenticate mai, è uno degli strumenti repressivi peggiori mai sviluppati sulla pelle di tifosi e cittadini, un tempo liberi).
Perciò, lasciate da parte i vostri malsani giudizi e facciamoci tutti un bell’esame di coscienza.
La Libertà non ha prezzo, la Dignità nemmeno!
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