venerdì 20 gennaio 2017
SEMPRE PIU' DIFFERENTI,L'ODIO DI CLASSE AUMENTA
Le cifre fornite dal rapporto Oxfam stilato dettagliatamente e quelle più gossippare di Forbes hanno il fine ultimo di evidenziare la sempre più elevata distinzione tra le classi sociali con il trend degli ultimi anni di avere al mondo sempre più ricchezza in denaro nelle mani di poche persone.
Pochissime se il dato riguardante l'Italia,come ripreso da Contropiano(news-economia ),vede il 30% della ricchezza del paese nelle tasche di sette persone(Rosa Anna Magno Garavoglia,Giorgio Armani, Gianfelice Rocca,Silvio Berlusconi,Giuseppe De Longhi,Augusto e Giorgio Perfetti),un distacco e una forbice che se si allarga ancora un po si rompe.
Gli articoli successivi di Left(ci-accaniamo-con-i-diversi e benvenuti-a-davos )parlano anche della cattiveria e dell'indifferenza di questi potenti che sono anche prepotenti,che si riuniscono a Davos per il World economic forum 2017 e dall'alto della loro strafottenza decidono le mosse strategiche di governi e dell'economia globale a tavolino rassicurati dai loro miliardi.
Spero non per molto visto che l'odio di classe cresce proporzionalmente alla loro sete di denaro e di sangue:vedi anche madn essere-l1-o-il-99% .
Odio di classe? In Italia sette persone possiedono il 30% della ricchezza del paese.
di Stefano Porcari
Secondo Forbes, la patinata rivista per Vip, gli otto super miliardari nel mondo detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. A rivelarlo è il quotidiano La Repubblica che è andato a spulciare le pagine di una delle riviste più esclusive del "mondo di sopra globale".
Nel boom delle disuguaglianze sociali, l'Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri nel nostro paese. "La novità di quest' anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito", commenta Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. In Italia il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell' 1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero.
Ma le differenze non si sentono solo nella ineguale distribuzione della ricchezza, si sentono anche sul reddito, che ormai sale solo per gli strati più alti della popolazione mentre resta al palo o diminuisce per quelli medi e bassi. Fino alla fine degli anni '80, l' aumento della produttività si traduceva in un aumento salariale. Oggi, e la tendenza è in corso da anni – almeno dal maledetto 1992 del Trattato di Maastricht – non è più così. Il legame tra crescita e benessere è svanito. L'ascensore sociale si è bloccato. La ricchezza ormai si ferma solo ai piani alti. E' un processo in corso in tutto il mondo ma ha segnato ferite profonde anche in Italia.
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Ci accaniamo con i diversi mentre irrancidiamo diseguali.
Se avessimo lo stesso nerbo che sprechiamo con le diversità anche nel combattere le diseguaglianze saremmo un mondo con un’equa distribuzione di diritti e di doveri; smetteremmo di accanirci sulle terre, come cani a difendere gli spazi, e potremmo alzare lo sguardo per discutere di possibilità. Se riuscissimo a ragionare per uguaglianza piuttosto che sottrazione sarebbe facile separare le tesi politiche (così diverse, anche opposte) dalle imposture e forse ci distoglieremo dall’autopreservazione imparando la cura.
I dati del rapporto Oxfam non sono diversi dall’anno scorso (e, secondo il rapporto, non saranno troppo diversi negli anni a venire) ma nascondono sotto i numeri una sceneggiatura quotidiana e diffusa: mentre filosofeggiamo di democrazia, autoritarismo e post verità continuiamo a non renderci conto che la stortura è quella di avere una classe dirigente (questa sì non eletta, non controllata, non responsabilizzata e difficilmente controllabile) che si riunisce intorno a un tavolo, una classe dirigente di poche tasche in cui sta la ricchezza del mondo e che potrebbe rovesciare intere economie decidendolo al tavolino di un caffè.
Un sistema politico post-pubblicitario che ha bisogno di denaro per comprarsi la necessaria visibilità e per costruirsi consenso ha poche porte a cui bussare per ottenere i mezzi indispensabili alla partita delle elezioni. Facile immaginare chi serviranno una volta preso il potere.
Dentro i numeri di quel rapporto c’è scritto a chiare lettere che dalle nostre parti il mantenimento dello status quo è la partita economica più rilevante. Gli altri, tutti gli altri, possono sperare di vincere la guerra nei bassifondi per giocarsi una realizzazione che è poco più della sopravvivenza. Dentro i numeri di quel rapporto c’è scritto che la politica è saltata perché i numeri non pesano tutti allo stesso modo.
E quel rapporto ci dice che anche quest’anno forse l’abbiamo sprecato a inseguire urgenze irrilevanti. Forse.
Buon martedì.
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Benvenuti a Davos, dove i potenti si preoccupano del futuro del mondo.
di Martino Mazzonis
Tre giorni, circa 3mila invitati – che solo così si entra – e membri che pagano 585mila dollari l’anno per far parte del club della élite mondiale che si riunisce una volta l’anno sulle Alpi svizzere di Davos. L’appuntamento del World Economic Forum 2017 ha come titolo “Leadership responsabile ed efficiente” ed è interessante che il primo ospite sia Xi Jinping, il presidente cinese e che partecipa per la prima volta al Forum e che è presente con una folta delegazione commerciale. Tra gli altri ci sono anche Theresa May, che dovrà in qualche modo rassicurare i giganti della finanza sulla sua Brexit (oggi a Londra presenterà il suo piano, solo poi sarà in Svizzera), Joe Biden, che saluta presenta la sua campagna per la ricerca anti cancro, Bill Gates, Matt Damon e mille altri. Nei panel c’è una forte presenza di donne, molto meno tra gli ospiti. Segno che nelle grandi imprese – che la gran parte degli ospiti sono investitori e amministratori delegati – i piani alti sono ancora forti le discriminazioni.
A Davos ci sono investitori e clienti, leader e giornalisti e tutti si interrogano, nel lusso di una stazione sciistica, su dove stia andando il mondo. Si tratta di un club esclusivo che per anni è stato l’oggetto della protesta dei movimenti globali contro la globalizzazione e che, da qualche tempo a questa parte mette l’accento sui grandi problemi del pianeta in maniera più critica – una caratteristica in comune con diverse altre istituzioni transnazionali che hanno spinto la globalizzazione così come la conosciamo per poi scoprirne i difetti. Negli ultimi anni si è parlato di cambiamento climatico e di quarta rivoluzione industriale – i robot.
Se le tendenze di lungo periodo, gli scenari, sono una forza di Davos, le previsioni a breve termine non sembrano esserlo: lo scorso anno il tema non era la crescita delle forze politiche populiste. Eppure, nella conferenza stampa di apertura, il fondatore del club, Klaus Schwab ha sentito il bisogno di citare se stesso in un articolo di 21 anni fa per dire che la globalizzazione non può essere solo a vantaggio di alcuni e che. altrimenti, ci sono pericoli per la tenuta del sistema democratico. «Senza progresso sociale e responsabilità non c’è futuro. È nostro scopo originario connettere la responsabilità con la crescita. E speriamo che il mondo ascolti il nostro messaggio e per questo abbiamo parlato di leadership efficace e capace di ascoltare», ha detto Schwab.
Il meeting si articola su 4 piani: rilanciare la crescita economica mondiale, assicurare una maggiore capacità di inclusione del mercato capitalistico – «senza solidarietà tra perdenti e vincenti il sistema non si tiene» – il terzo pilastro è la quarta rivoluzione industriale, la reinvenzione delle corporations globali «forse il più importante di tutti». Le corporations, ci fanno insomma sapere che è giunta l’ora di ripensare il proprio modello di business.
Vedremo e capiremo cosa vuol dire in questi quattro giorni. Certo è che la globalizzazione è in gran ritirata e che al World Economic Forum, che difende l’idea della globalizzazione e teme la ritirata dell’economia dei confini nazionali, prova a ripensarsi. L’invito a Xi Jinping, che con un’economia pensata per l’esportazione, teme la chiusura delle frontiere tanto molto più di Schwab e per certo teme la presidenza Trump, è un segnale di come gli equilibri del 2017 siano già mutati.
giovedì 19 gennaio 2017
LA STRANA SCELTA A FAVORE DELL'NPD
E' tutto a parte di rientrare nei canoni del diritto costituzionale la scelta della Corte che in Germania,con una decisione politica,di non mettere al bando il partito neonazista dell'Npd(Nationaldemokratische Partei Deutschlands)presente in suolo teutonico da più di cinquant'anni e diretto discendente delle ideologie da Terzo Reich che ha devastato l'Europa e parte del mondo durante la sua dittatura e la seconda guerra mondiale.
In pratica è stata riconosciuta al partito di estrema destra il perseguimento di obiettivi anticostituzionali ma allo stesso tempo è stato anche dedotto che tale movimento non possa accogliere molti consensi.
Come dire che la politica contro la democrazia,tirannica,razzista,xenofoba e di chiaro riferimento a Hitler può essere autorizzata fino a quando non riesca ad ottenere un proselitismo maggiore e rilevante tra la popolazione.
Una scelta assurda in un paese che ha pagato pesantemente lo strazio dell'ideologia nazista e che oggi si erge a simbolo di un'Europa dei diritti per tutti,evidentemente anche dei nazisti.
Il redazionale è di Contropiano(neonazisti-tedeschi )suggerendo questo(madn le-stragi-dei-neonazisti-in-germania ).
Neonazisti tedeschi benedetti dalla Corte Costituzionale.
La Germania, come faro giuridico dell'Unione Europea, è da notte senza luna. Per la seconda volta la Corte Costituzionale tedesca ha respinto una richiesta di mettere al bando – e quindi perseguire legalmente – il Partito nazionaldemocratico tedesco (Npd). Neonazisti dichiarati, protagonisti di centinaia di aggressioni e diversi omicidi (almeno tre membri di un gruppo collaterale, Nsu, sono stati riconosciuti colpevoli di aver ucciso degli immigrati), con un programma “politico” esplicitamente antidemocratico, razzista e nostalgico del Terzo Reich hitleriano.
La prima volta, nel 2003, aveva respinto una analoga richiesta dle governo federale. Stavolta lo ha fatto rispetto a una decisione del Bundesrat (il secondo ramo del Parlamento tedesco, su base regionale).
I nazisti dell'Npd partecipano da decenni anche alle elezioni, e attualmente – con 5.000 militanti censiti – non superano in genere l'1%.
La questione più stupefacente è comunque la motivazione della sentenza della Corte Costituzionale. "La richiesta è stata respinta – ha detto il presidente della Corte, Andreas Vosskuhle – in quanto l'Npd persegue obiettivi anticostituzionali, ma non ci sono elementi concreti tali da suggerire che l'azione del partito possa avere successo".
In pratica, fare propaganda nazista è un diritto “costituzionalmente garantito”, ma solo fino a quando non riesce a far presa su una quota rilevante della popolazione.
Non c'è bisogno di essere fini giuristi per capire che questa sentenza non ha nulla a che fare con il diritto costituzionale, ma è semplicemente politica.
La notte tedesca si infittisce, ma i danni – come sempre – attraverseranno tutta l'Europa.
mercoledì 18 gennaio 2017
VERSO UN RINNOVO DELL'ALLEANZA RENZI E BERLUSCONI
Da più fonti giornalistiche ma anche osservando gli ultimi anni del tragico governo Renzi,i sentori di un prossimo e rinnovato inciucio tra il Pd e Forza Italia sembra essere già stato sottoscritto dai due premier che verosimilmente,nonostante le promesse di ritirarsi dalla vita politica del giullare fiorentino e dell'incandidabilità e dei trascorsi criminali di quello di Arcore,si presenteranno come possibili primi ministri alle prossime elezioni.
Che sembrano ancora distanti nonostante il fomento creatosi all'indomani del referendum dicembrino che ora sembra essersi raffreddato,aspettando la decisione della Consulta sulla legge elettorale,ed i possibili accorpamenti tra le altre fazioni.
L'articolo di Contropiano(un-governo-renzi-berlusconi-obbedire-pienamente-alla-ue )traccia un quadro di passioni per gli italiani tra possibili cure alla greca e la voglia e necessità di questo orribile matrimonio tra Pd e Forza Italia per accontentare l'Ue in caso di eventuali ballottaggi che vedrebbe in corsa anche i grillini,cosa sgradita a Bruxelles così come qualsiasi altra formazione euroscettica che sia di destra o di sinistra,prima di parlare seriamente di un'uscita dall'Europa.
Perché l'alleanza tra Renzi e Berlusconi,ovviamente non in campagna elettorale,diventerebbe eventuale per mantenere lo status quo di rimanere nell'Ue e prostrarsi agli obblighi di Strasburgo e Bruxelles rinnovando e rilanciando austerità e povertà.
Un governo Renzi-Berlusconi per obbedire pienamente alla Ue.
di Dante Barontini
Tre interviste nello stesso giorno non sono un caso. Come tre punti su un piano, rivelano un cerchio. Renzi su Repubblica, Berlusconi sul Corriere, Alfano dall'Annunziata su RaiTre hanno parlato tutti la stessa lingua fingendo di esprimersi in dialetti diversi.
Il cerchio è facile da individuare: la governance italica del futuro proverà a poggiarsi su governi Renzi-Berlusconi, con i grillini confinati all'opposizione. Lo ha detto quasi apertamente Alfano, lo ha ammesso come ipotesi il Caimano (“l’Italia è troppo fragile per permettersi governi espressione di una minoranza di elettori, e nei quali il resto del Paese non si riconosce. Oggi in Italia esistono tre grandi aree: noi, il Pd e i grillini, molto simili per consistenza numerica. Nessuno di questi tre poli allo stato sembra in grado di governare da solo. Se gli italiani non daranno più del 50% a un solo polo, sarà inevitabile accordarsi”), lo ha lasciato intendere Renzi già solo mettendo da parte il ritorno immediato alle urne e soprattutto derubricando il bipartitismo a "sogno". Lunga vita a Gentiloni, dunque, che arriverà – in questo disegno – a febbraio, scadenza naturale della legislatura.
I tre anni di follia renziana, del resto, hanno dissestato il sistema istituzionale senza riuscire a disegnarne un altro. Così abbiamo una legge elettorale ampiamente incostituzionale (la sentenza della Consulta arriverà tra una settimana) per una sola Camera e una completamente diversa per il Senato, “grazie” alla convinzione che il paese si sarebbe appecoronato con un “sì” al referendum costituzionale. Con il risultato che – qualsiasi sentenza emetta la Corte Costituzionale (persino, per assurdo, dichiarando la legittimità dell'Italicum) – si dovranno scrivere una o due leggi elettorali per “omogeneizzare” i sistemi di voto tra i due rami del Parlamento e dunque – potenzialmente – garantire maggioranze di governo relativamente stabili.
Per fare questo ci vuole tempo. Non tanto per divergenze tra Pd e Berlusconi (le due interviste, messe a specchio, non ne indicano neanche una), quanto per la necessità di assicurarsi che il dispositivo elettorale dia davvero il risultato sperato: ossia una maggioranza tra i due contraenti. Con ovvi problemi per chi, alle presunte "estreme" (Lega e Fratelli d'Italia da una parte, Sel-Si e cespuglietti vari, scalpita per avere "apparentamenti" in grado di far riavere loro qualche parlamentare e relativi finanziamenti). Di certo, sparirà il veleno mortale del "voto utile"…
A regolare questo lavorio sovrintende ovviamente l'Unione Europea, che per un verso stringe all'angolo il governo (con la lettera di oggi che richiama la necessità di coprire un buco nella “legge di stabilità” pari allo 0,2% del Pil, in pratica poco più di 3 miliardi), per l'altro non può permettersi nel 2017 di strangolare nessun paese, visto che si va al voto – con prospettive inquietanti – nei paesi core dell'Unione: Francia, Germania, Olanda. Per il sangue e le lacrime vere e proprie, insomma, se ne riparlerà nel 2018. Per ora, basta l'atteggiamento tenuto dal governo tedesco sulle emissioni dei diesel Fiat-Fca, con il ministro dei trasporti tedesco, Alexander Dobrindt a ricordare che "Le autorità italiane sapevano da mesi che Fca, nell'opinione dei nostri esperti, usava dispositivi di spegnimento illegali"; circostanza che Fca si è "rifiutata di chiarire" e quindi la commissione Ue – secondo il suo parere – "deve conseguentemente garantire il richiamo" di alcuni modelli.
Il futuro immaginato per l'Italia è dunque un governo esplicitamente di “grande coalizione” (come quello tedesco e, se dovesse vincere Fillon, in qualche misura simile a quello che si prepara in Francia, con i socialisti condannati a votare sempre a favore), per riuscire a tenere fuori da qualsiasi gioco i “populismi”. Definizione ormai priva di contenuto specifico, visto che indica in Francia i fascisti ripuliti di Marine Le Pen, in Germania i centristi xenofobi di Frauke Petry, in Italia gli ondivaghi del M5S.
In realtà, tutte le manovre politico-istituzionali che si vanno dipanando in Europa hanno lo stesso obiettivo: impedire che movimenti “euroscettici” (a loro non importa affatto se di destra o di sinistra) arrivino al governo in paesi importanti, per peso economico e di popolazione. Perché se non solo dei “big” dovesse percorrere sul serio la strada dell'Exit – come fatto dalla Gran Bretagna, che però era fuori dall'euro e in posizione comunque “quasi esterna” – per l'Unione Europea suonerebbe la campana a morto. E il capitale multinazionale perderebbe un puntello fin qui indispensabile…
Dunque, prima una legge elettorale “ben disegnata”, per favorire al massimo le “larghe intese” (a questo punto andrebbe bene anche il sistema proporzionale…). E poi la “cura greca”. Magari anche una bella "riforma costituzionale" scritta insieme…
E' abbastanza chiaro?
martedì 17 gennaio 2017
IN DIFESA DEI POTENTI
Le voci sul possibile dieselgate allargato alla Fca(Fiat Chrysler automobiles)e che subito il giorno successivo a tale nuovo caso di emissioni nell'ambiente truccate dopo quella costata pesantemente al gruppo tedesco della Volkswagen(madn cosi-fan-tutti ),hanno fatto crollare i titoli in borsa,ed erano ampiamente pronosticate in quanto le auto,tutte,inquinano chi più e chi meno ed ora sembra che anche la Renault sia nel mirino.
Ma il fatto di aver giocato con le emissioni effettive potrebbe portare a conseguenze disastrose sia finanziarie che societarie,con probabili drastici tagli al personale,e la scesa in campo dei ministri Calenda e Delrio sono apparse ai più come interventi arroganti e pretestuosi per poi difendere un'azienda italo-statunitense con sede legale in Olanda,domicilio fiscale in Gran Bretagna in mano ad un italo-canadese.
L'articolo parla delle diatribe tra la Germania e l'Italia sulla questione(www.huffingtonpost.it )che potrebbe avere ripercussioni su un altro marchio malato di casa nostra,l'ex compagnia di bandiera Alitalia(contropiano.org lavoro-conflitto )e consiglio anche questo di Contropiano(fiat-fca-alle-corde-le-emissioni-truccate ).
Se i ministri sovra citati dovessero mettere l'impegno e la costanza nello starnazzare ai tedeschi la loro disapprovazione,aizzati dai padroni,anche per tutto quello che accade ogni giorno nel"belpaese",disoccupazione e licenziamenti,esodati e precarietà,ricatti aziendali e privazione dei diritti,saremmo di certo un paese migliore.
Il ministro Carlo Calenda ammonisce Berlino: "Dovrebbe occuparsi di Volkswagen". Anche Delrio contro i tedeschi.
Si avvicina la data delle elezioni in Germania e la Merkel torna ad essere matrigna. Berlino fa sentire il suo peso e attraverso le dichiarazioni del ministro dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt, uomo che da mesi bacchetta l’Italia per le emissioni dei veicoli di Fiat Chrysler, torna a redarguire l'Italia. Dobrindt ha dichiarato che la Commissione europea deve garantire che le auto del gruppo italo americano di Sergio Marchionne che violano le regole di inquinamento, vadano ritirate dal mercato. “Le autorità italiane hanno saputo da diversi mesi che Fiat, secondo il parere dei nostri esperti, utilizza dispositivi illegali”. “Fiat ha finora rifiutato di fornire chiarimenti” sulla materia e la Commissione “deve garantire di conseguenza, che sia organizzato un richiamo per i veicoli della casa italiana coinvolti.”
Ma l'Italia non ci sta e per voce di due ministri, Calenda prima e Del Rio poi, ribatte. Per Calenda Berlino dovrebbe occuparsi di più del suo dieselgate. "Berlino, se si occupa di Volkswagen, non fa un soldo di danno" ha detto il ministro dello Sviluppo Economico a margine della registrazione di 'Faccia a faccia' condotto da Giovanni Minoli in onda stasera su La7, a proposito della richiesta tedesca di un'intervento della Commissione Ue su Fca.
Circa il caso di Fiat Chrysler Aurtomobiles con le autorità americane, il ministro ha sottolineato che "le agenzie Usa di solito sono abbastanza indipendenti. Ma ora non so, bisogna vedere le carte"
Stessa linea di Delrio che ha detto che "la richiesta della Germania alla UE di una campagna di ritiro delle Fca è totalmente irricevibile". Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha commentato al Tg3 le dichiarazioni di Dobrindt: "Abbiamo accettato di istituire una commissione di mediazione presso la Commissione Europea a Bruxelles esattamente perché non abbiamo niente da nascondere. I nostri test dimostrano che non esistono dispositivi illegali e comportamenti anomali. Questa interpretazione della Germania va contro le regole che ci siamo dati, di responsabilità di ogni nazione verso le proprie case produttive. Noi non abbiamo chiesto nessuna ulteriore indagine da parte di Volkswagen, ci siamo fidati di loro, ed è giusto che il confronto avvenga sulla fiducia e il rispetto reciproco. Presenteremo a Bruxelles i risultati dei nostri test e lì confronteremo i nostri dati con quelli di tutti i produttori. L'Italia ha una posizione di totale trasparenza. Le nostre strategie mirano a ridurre drasticamente le emissioni di CO2 nel trasporto stradale e per questo abbiamo deciso, insieme agli altri Paesi, che alla fine di quest'anno entreranno in vigore i test di controllo direttamente su strada, dove il comportamento del veicolo è ovviamente più rispondente al comportamento usuale".
Calenda su Mediaset e governo
Fuori dal caso Fiat c'è poi stato un lungo intervento di Calenda che ha raccontato a Minoli i passaggi dell'Italia attuale, cominciando dal caso Mediaset. "Penso che quella di Vivendi sia un'operazione di mercato condotta in modo opaco perchè non chiarisce il punto di caduta. Un investitore deve venire in Italia spiegando cosa vuole fare" spiega sottolineando che non si tratta "della difesa dell'italianità di Mediaset, ma della dignità del paese", perché "l'Italia non è un Paese per scorrerie".
Sul tema banche il ministro si dichiara contrario alla pubblicazione dei nomi dei debitori morosi con le banche. Ha osservato che "l'imprenditore va a chiedere soldi ad una banca, che deve capire il business plan. E' un pò strano - ha sottolineato - spostare quindi l'onere sul debitore. Il punto è che se si sono connivenze, queste vanno pubblicate e dichiarate".
Baricentro spostato poi su Alitalia. "Stiamo attenti a parlare di ristatalizzazione. Quando era di proprietà dello Stato, è stata gestita male ed oggi è una compagnia privata". Alla vigilia dell'incontro con i sindacati, prevista per domani pomeriggio, il titolare del Ministero dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, insiste sulla necessità di "un piano industriale, perché i problemi non si risolvono licenziando le persone". Il ministro ha ricordato che il piano dovrebbe essere presentato a breve e verrà fatto "dopo che gli azionisti lo approveranno". A suo giudizio, "in tre settimane, saranno in grado di presentarlo". E quindi, ha aggiunto: "è un problema che non sottostimo, è una scommessa difficile. L'importante è che all'Italia chiarisca dove vuole arrivare e qual è la sua missione". Da parte sua, "il governo vuole dare la sua mano e tutti dovranno fare la loro parte". E' previsto un cambio al vertice? "Non ho sensazioni al riguardo", ha risposto Calenda.
"Campo dall'Orto deve restare lì e fare un piano editoriale, partendo da dove si è arrivati" ha aggiunto interpellato sul ruolo del dg Rai Antonio Campo Dall'Orto dopo le dimissioni di Carlo Verdelli.
Sguardo poi all'ex premier Renzi. "Io penso che Renzi possa cambiare e lo farà. Renzi ha delle caratteristiche non comuni e noi ne abbiamo bisogno. Questa forza di leadership di Renzi non deve trasformarsi in aggressività, gli direi questo", ha aggiunto.
Infine, sulla Boschi, il ministro spiega: "Io passo per uno che ha avuto rapporti tumultuosi con il Giglio magico, posso dire che la Boschi è molto brava. Io penso che dietro a questo atteggiamento molto critico nei suoi confronti ci sia anche un po' di misoginia. La Boschi è brava, è molto preparata, fa bene quello che sta facendo".
domenica 15 gennaio 2017
L'INTERVENTO UMANITARIO E' DIVENTATO GUERRA UFFICIALMENTE
La traduzione della vignetta sopra è"Non sono come te,non mi occupo più di guerra da un sacco di tempo,non riuscivo a convivere con il senso di colpa.Adesso che partecipo solo agli interventi umanitari mi sento molto meglio"ed è il succo del post con l'articolo tratto da Contropiano(litalia-si-dota-della-legge-la-guerra )che parla dell'entrata in vigore nell'ultimo giorno dello scorso anno di una legge che in pratica tratta giuridicamente,equiparandoli,gli interventi umanitari alle guerre.
Siccome la nostra Costituzione ripudia la guerra(il testo dell'articolo 11 recita"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;consente,in condizioni di parità con gli altri Stati,alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo")la specifica sugli interventi con la Nato,l'Unione Europea e altre sigle create ad hoc per interventi di"pacificazione",ci si è dotati di uno scudo.
Che permette ora alla legislazione italiana di non avere remore morali e limiti per poter partecipare anche a interventi diretti,di attacco e aggressione,e non solo di difesa preventiva o missioni umanitarie e/o di pace.
L’Italia si dota della Legge per la guerra.
di Sergio Cararo
Piuttosto in sordina, il 31 dicembre scorso è entrata in vigore la Legge quadro sulle missioni militari all'estero. La legge era già stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale fin dal 1̊ agosto; ma ne era stata rimandata l'attuazione a fine anno, tranne che per la disposizione all'integrazione del Copasir, cioè dell'organismo di controllo sulle attività dei servizi segreti (venuto fuori come problema in occasione delle “missioni coperte” in Libia), anche se valido solo per la legislatura in corso. L'Italia si è così dotata di una legge organica dello Stato per l'invio di contingenti militari all'estero che dovrebbe azzerare le contraddizioni di incostituzionalità sul ricorso alle azioni militari contro, verso o in altri paesi vincolate al rispetto dell'art.11. Infatti il nostro ordinamento fino ad oggi prevedeva solo la disciplina della "guerra". Ma lo stato di guerra deve essere deliberato dalle Camere, che conferiscono al Governo i poteri necessari (art. 78 Cost.), mentre la dichiarazione di guerra è prerogativa del Presidente della Repubblica (art. 87, 9° comma).Il tutto nei limiti sanciti dall'art. 11 Cost., che vieta la guerra di aggressione e consente l'uso della violenza bellica solo in ipotesi ben determinate (la difesa).
La storia di questi ultimi venticinque anni, con numerose operazioni militari all'estero e il coinvolgimento dell'Italia in teatri di guerra (Iraq, Afghanistan, Jugoslavia ma anche Somalia, Libano etc.), ha reso inevitabile una legge organica che legittimasse sul piano legale la partecipazione dei militari italiani a guerre e operazioni militari in altri paesi.
La Legge individua la tipologia di missioni, i principi generali da osservare e detta disposizioni circa il procedimento da seguire. La newsletter Affari Internazionali ne offre una sintesi molto utile:
a) Le missioni militari all'estero, sia di peace-keeping che di peace-emforcement, sono in primo luogo quelle con il mandato delle Nazioni Unite, ma adesso lo sono anche quelle istituite nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è membro, comprese quelle dell'Unione Europea;
2) La Nato non è menzionata espressamente, ma è automaticamente inclusa. La Legge poi si riferisce anche alle missioni istituite nelle coalition of willing, cioè coalizione create su una crisi specifica sulla base di decisioni unilaterali dei paesi che vi aderiscono, infine si riferisce alle missioni "finalizzate ad eccezionali interventi umanitari".
3) La Legge specifica che l'invio di militari fuori dal territorio nazionale può avvenire in ottemperanza di obblighi di alleanze, o in base ad accordi internazionali o intergovernativi, o per eccezionali interventi umanitari, purché l'impiego avvenga nel rispetto della legalità internazionale e delle disposizioni e finalità costituzionali (che a questo punto vengono aggirate dalla legge stessa)
“Resterebbe da chiarire il significato di accordi intergovernativi e come questi si differenzino dagli accordi internazionali. Si tratta di accordi sottoscritti dall'esecutivo o addirittura di accordi segreti?” si interroga Affari Internazionali. “In parte tali dubbi dovrebbero essere fugati dai paletti volti a scongiurare una deriva interventista. Le missioni devono avvenire nel quadro del rispetto: a) dei principi stabiliti dall'art. 11 Cost., b) del diritto internazionale generale, c) del diritto internazionale umanitario, d) del diritto penale internazionale”.
Quanto al procedimento per la partecipazione alle missioni internazionali, viene reso centrale il ruolo del Parlamento, razionalizzando una prassi, qualche volta in verità disattesa, che faceva precedere l'invio del contingente militare all'estero da una discussione parlamentare. Ma spesso la ratifica parlamentare avveniva a posteriori, in occasione della conversione in legge del decreto-legge (DL) di finanziamento della missione.
L'iter disegnato dalla L. 145/2016 è il seguente: la partecipazione alle missioni militari è deliberata dal Consiglio dei ministri, Cdm, previa comunicazione al Presidente della Repubblica ed eventuale convocazione del Consiglio supremo di difesa.
La Legge quadro mette mano anche ad un'altra spinosa questione, ossia se ai militari impegnati nelle missioni debba essere applicato il codice penale militare di pace o il codice penale militare di guerra. Anche la soluzione indicata lascia aperta tutte le strade. La nuova legge dispone che sia applicabile il codice penale militare di pace, ma il governo potrebbe deliberare l'applicabilità di quello di guerra per una specifica missione. In tal caso è però necessario un provvedimento legislativo e il governo deve presentare al Parlamento un apposito disegno di legge.
La storia di questi ultimi venticinque anni, con numerose operazioni militari all'estero e il coinvolgimento dell'Italia in teatri di guerra (Iraq, Afghanistan, Jugoslavia ma anche Somalia, Libano etc.), ha reso inevitabile una legge organica che legittimasse sul piano legale la partecipazione dei militari italiani a guerre e operazioni militari in altri paesi.
La Legge individua la tipologia di missioni, i principi generali da osservare e detta disposizioni circa il procedimento da seguire. La newsletter Affari Internazionali ne offre una sintesi molto utile:
a) Le missioni militari all'estero, sia di peace-keeping che di peace-emforcement, sono in primo luogo quelle con il mandato delle Nazioni Unite, ma adesso lo sono anche quelle istituite nell'ambito delle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è membro, comprese quelle dell'Unione Europea;
2) La Nato non è menzionata espressamente, ma è automaticamente inclusa. La Legge poi si riferisce anche alle missioni istituite nelle coalition of willing, cioè coalizione create su una crisi specifica sulla base di decisioni unilaterali dei paesi che vi aderiscono, infine si riferisce alle missioni "finalizzate ad eccezionali interventi umanitari".
3) La Legge specifica che l'invio di militari fuori dal territorio nazionale può avvenire in ottemperanza di obblighi di alleanze, o in base ad accordi internazionali o intergovernativi, o per eccezionali interventi umanitari, purché l'impiego avvenga nel rispetto della legalità internazionale e delle disposizioni e finalità costituzionali (che a questo punto vengono aggirate dalla legge stessa)
“Resterebbe da chiarire il significato di accordi intergovernativi e come questi si differenzino dagli accordi internazionali. Si tratta di accordi sottoscritti dall'esecutivo o addirittura di accordi segreti?” si interroga Affari Internazionali. “In parte tali dubbi dovrebbero essere fugati dai paletti volti a scongiurare una deriva interventista. Le missioni devono avvenire nel quadro del rispetto: a) dei principi stabiliti dall'art. 11 Cost., b) del diritto internazionale generale, c) del diritto internazionale umanitario, d) del diritto penale internazionale”.
Quanto al procedimento per la partecipazione alle missioni internazionali, viene reso centrale il ruolo del Parlamento, razionalizzando una prassi, qualche volta in verità disattesa, che faceva precedere l'invio del contingente militare all'estero da una discussione parlamentare. Ma spesso la ratifica parlamentare avveniva a posteriori, in occasione della conversione in legge del decreto-legge (DL) di finanziamento della missione.
L'iter disegnato dalla L. 145/2016 è il seguente: la partecipazione alle missioni militari è deliberata dal Consiglio dei ministri, Cdm, previa comunicazione al Presidente della Repubblica ed eventuale convocazione del Consiglio supremo di difesa.
La Legge quadro mette mano anche ad un'altra spinosa questione, ossia se ai militari impegnati nelle missioni debba essere applicato il codice penale militare di pace o il codice penale militare di guerra. Anche la soluzione indicata lascia aperta tutte le strade. La nuova legge dispone che sia applicabile il codice penale militare di pace, ma il governo potrebbe deliberare l'applicabilità di quello di guerra per una specifica missione. In tal caso è però necessario un provvedimento legislativo e il governo deve presentare al Parlamento un apposito disegno di legge.
E' dalla partecipazione alla prima Guerra del Golfo (1991) che si pone il problema di conformare la legislazione italiana al ripetuto ricorso alla guerra "nella risoluzione delle controversie internazionali" che di volta in volta è stata mascherata con acronimi sempre più improbabili: operazione di polizia internazionale, guerra umanitaria, protezione di civili, difesa preventiva etc. etc. Operazioni militari che hanno visto negli anni migliaia e migliaia di soldati italiani prendere parte a guerre in altri paesi e miliardi di euro spesi per parteciparvi. Quando le furberie sulla guerra diventano una Legge organica dello Stato, vuole dire che il punto di non ritorno si è avvicinato ancora di un altra spanna.
IMMAGINI A COLORI UGUALI A QUELLE IN BIANCO E NERO
Le terribili immagini dei profughi in fila per ricevere del cibo in veri e propri lager che ricordano quelli nazisti,dove sono stipati in precari alloggi o in tende sotto la neve,mal vestiti e denutriti,alcuni scalzi con risorse ridotte all'osso e con un freddo che amplifica tutti i mali,stanno facendo il giro del mondo ed indignando,almeno le persone alle quali è rimasta un po di coscienza.
La situazione peggiore è localizzata nel Balcani e la notizia che l'Ungheria,a parte non accogliere nessuno e pronte a imprigionare eventuali persone che superino il confine,non voglia nemmeno far attraversare il proprio territorio dai rifugiati per andare in altri paesi,è la dura realtà di uno stato con a capo Orban,uno dei peggiori personaggi politici degno del Terzo Reich.
Gli articoli di Left(il-freddo-inverno-dei-rifugiati )e quello di Contropiano(profughi-belgrado-rifiutati-dallunione-europea )fanno riflettere,soprattutto il secondo che deve farci capire che parte della situazione venuta a crearsi è dovuta anche a colpe nostre anche se in maniera indiretta ma dobbiamo essere consapevoli dei nostri errori in quanto facciamo parte di una società che non sappiamo cambiare.
Mi viene in mente il passo iniziale della splendida poesia di Primo Levi,"Se questo è un uomo"(vedi:madn se-questo-e-un-uomo )dove si dice"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici",effettivamente è oggettivamente così e capiamo che spesse volte dovremmo prodigarci al meglio,anche nel nostro piccolo,per rendere l'umanità degna ti tale nome.
Il freddo inverno dei rifugiati.
di Giorgia Furlan.
E' critica la condizione dei migranti e dei rifugiati in Europa, molti a causa delle intemperie e dell’irrigidirsi del clima sono costretti a vivere in condizioni precarie a rischio della vita. A lanciare l’allarme c’è anche Save the Children: «Se non si interverrà tempestivamente, decine di migranti e rifugiati, e soprattutto i bambini, rischieranno la morte per congelamento a causa delle bassissime temperature, conseguenza delle pesanti nevicate e del gelo che hanno colpito in questi ultimi giorni la Grecia e i Balcani».
Ad oggi infatti, a quanto riporta l’onlus più di 40 persone – tra le quali diversi rifugiati e migranti – sono morte nella regione balcanica a causa del clima artico. A soffrire le rigide temperature senza accesso ad alcuna fonte di calore o ad un riparo ed essere maggiormente a rischio ipotermia sono soprattutto bambini e neonati. «Molti vivono in campi per migranti assolutamente non attrezzati, in edifici abbandonati, o addirittura all’aperto in strade piene di neve» spiegano gli operatori di Save the children «A Belgrado più di 1.200 rifugiati e migranti hanno cercato un qualche riparo in edifici e magazzini abbandonati e ci sono tra loro centinaia di minori soli, anche di 10 o 11 anni, un numero destinato a crescere con i nuovi arrivi. Le temperature negli ultimi giorni sono scese fino a -10°C e questi edifici non hanno infissi, letti, acqua o servizi igienici di base. Le persone dormono sul pavimento, rischiando ulteriori pericoli quando accendono fuochi incontrollati per scaldarsi.
Molti non hanno guanti o scarpe adatte ad affrontare il freddo e sono stati già stati segnalati molti casi di congelamento. Le condizioni igieniche sono estreme, toilette improvvisate e rifiuti sono negli stessi posti dove i migranti mangiano o dormono o dove cercano riparo».
L’accordo sui migranti tra l’UE e la Turchia ha lasciato le persone in condizioni disperate e le misure di accoglienza messe in atto dall’Europa sono assolutamente insufficienti a gestire l’emergenza. «In Grecia, migliaia di migranti e rifugiati sono bloccati in ex capannoni industriali non idonei alla sopravvivenza, lasciati soli con temperature sotto lo zero» – spiegano dalla onlus – «Sulle isole greche, più di 16.000 rifugiati vivono in campi affollati, la maggior parte all’aperto o in tende già crollate a causa della neve. Le condizioni a Moria, il centro di detenzione sull’isola di Lesbo, sono particolarmente gravi, con almeno 4.000 persone stipate dietro il filo spinato in una struttura che ne prevede solo 2.000. L’unica soluzione a lungo termine possibile è un’accelerazione delle procedure di richiesta di asilo e di ricollocamento in altri paesi europei».
Anche da Unhcr lanciano l’allarme: «Date le dure condizioni invernali, siamo estremamente preoccupati dalle notizie che riceviamo secondo cui le autorità di tutti i paesi lungo la rotta dei Balcani occidentali stanno continuando a respingere indietro rifugiati e migranti». In diversi casi inoltre rifugiati e migranti hanno testimoniato diversi abusi nei loro confronti da parte della polizia di frontiera. Molti hanno riferito che i loro telefoni sono stati confiscati o distrutti, privandoli quindi della possibilità di chiamare aiuto, e che in alcuni casi gli sono stati sequestrati anche altri oggetti personali di prima necessità e vestiti esponendoli ancor di più alle dure condizioni ambientali. «Queste pratiche sono semplicemente inaccettabili – commentano dall’organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati – e devono essere fermati, mettono a rischio la vita dei migranti e violano i loro diritti più fondamentali».
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Profughi a Belgrado, rifiutati dall’Unione Europea.
In questo modo, a Belgrado, nel 2017, al gelo, i profughi si lavano.
"Allora ci chiediamo quanto cammino ancora le ex scimmie che in un’epoca remota si alzarono in piedi devono percorrere per diventare umani e membri a pieno titolo della tribù umana".
"Allora ci chiediamo quanto cammino ancora le ex scimmie che in un’epoca remota si alzarono in piedi devono percorrere per diventare umani e membri a pieno titolo della tribù umana".
Karl Jaspers , con lucidità estrema, avrebbe affermato che quattro sono i livelli di colpa, per ciò che accade:
LA COLPA CRIMINALE: è la colpa di chi ha commesso un crimine o di chi vi ha attivamente collaborato. Di questa colpa giudica il tribunale (ad esempio il tribunale di Norimberga contro i criminali nazisti), chiamato a esaminare fatti oggettivi e a valutarne la responsabilità individuale dei singoli imputati……
LA COLPA POLITICA(ovvero la responsabilità politica): significa che si è coinvolti, in quanto cittadini, in tutto quello che il nostro Stato fa; significa che siamo responsabili di quello che il nostro Stato ha fatto se ne abbiamo sostenuto il governo col nostro voto e il nostro consenso…..; ma siamo responsabili anche se abbiamo votato contro tale governo e non ne abbiamo condiviso le scelte, perché non siamo riusciti ad aggregare gli elettori su una cultura politica diversa o, comunque, perché – ci piaccia o no – di questo Stato siamo cittadini e, quindi, parte.
LA COLPA MORALE: questa colpa rientra nella sfera individuale e riguarda quello che io personalmente ho fatto o non ho fatto di fronte ai crimini, alla violenza, alle persecuzioni, alle discriminazioni. Mi sono fatto i fatti miei: per paura? per evitare conseguenze alla mia famiglia? perché ho creduto che gli ordini vadano sempre eseguiti? perché ho pensato che ero troppo piccolo e insignificante per contrastare l’enormità del crimine? Qui solo la mia coscienza può pronunciare la sentenza…
LA COLPA METAFISICA, infine, può essere percepita solo da chi si sente parte dell’universo umano, da chi sente gli altri esseri umani come membri della propria tribù, da chi sente un’offesa ad un altro essere umano come un’offesa a se stesso. Chi sente l’appartenenza all’unica tribù umana (per dirla con Einstein, all’unica razza umana) non è indifferente a ciò che accade a qualsiasi essere umano. (Vassallo)
sabato 14 gennaio 2017
LE PENNE DEL GOVERNO ALZANO LA VOCE
Non si è fatta attendere la risposta dei giornalisti di Stato,le penne al guinzaglio come quella di Attilio Bolzoni di"Repubblica"dopo la sfogo controllato di De Magistris sindaco di Napoli dopo tutta la merda che Saviano l'onnipotente(e onnipresente)ha spalato addosso alla sua persona e a tutti i napoletani.
L'articolo preso da Contropiano(guai-ai-non-governativi )propone un commento all'articolo del giornalista di parte,servo del governo,che riguarda la vicenda non nata certamente ieri tra Saviano e De Magistris(madn saviano-dovrebbe-stare-zitto-tutto-il.2017 )dove si evidenzia il fatto che lo scrittore napoletano famoso per guadagnare soldi a palate e perché la camorra compia disastri,noto certamente per i suoi monologhi e poco avvezzo a ricevere domande e raramente dando risposte(ciò rispecchia la sua democraticità).
Di personaggi come Saviano e Bolzoni sono piene le redazioni e i palchi televisivi,con la gente attratta come calamite o più propriamente come mosche con la merda,anestetizzata dai comunicati governativi che sono dettati a tali pseudo giornalisti che come pappagalli ripetono la voce del padrone,solo che si arricchiscono ed ottengono potere.
Guai ai non governativi!
Guai ai non governativi!
Di Alessandro Avvisato.
Repubblica contro De Magistris. Il dubbio non esiste più da molto tempo. Almeno da quando Eugenio Scalfari provava a inventare leader politici “di sinistra” che fossero anche degli accertati campioni di anticomunismo. Negli anni propose e sponsorizzò Ciriaco De Mita, Bettino Craxi, Mariotto Segni, Francesco Rutelli e poi avanti, senza mai un attimo di ripensamento autocritico, fino a Renzi e – per quanto complicato possa sembrare – Gentiloni.
Il giornale ha cambiato direttore “nella continuità”, come si usa dire, e oggi funziona da “narratore ufficiale” della bontà dei governi in carica – e chissene se sono nominati dall'UNione Europea (Scalfari è nel frattempo finito a teorizzare la bontà dell'oligarchia vs la democrazia, visto che gli straccioni "non sanno votare”) – e, all'opposto, bastona la protervia dei pochi soggetti istituzionali non allineati. Non "rivoluzionari", semplicemente non allineati…
Le giunte grilline vengono pedinate minuto per minuto (se avesse fatto lo stesso con quelle del Pd-Pdl forse non si sarebbe potuta formare la banda rosanero di Mafia Capitale), ben al di là della loro evidente inadeguatezza. L'unica altra “testa matta” che ha osato – non diciamo ribellarsi, ma almeno eccepire – alla razzia renziana è stato Luigi De Magistris, eletto sindaco di Napoli da una vera e propria coalizione sociale che ha sbaraccato sia la destra cosentinian-camorrista che il centro piddin-camorrista.
Contro questa coalizione sociale, più ancora che contro la figura del sindaco, Repubblica ha in questi giorni scatenato una delle sue firme più note, tenuta in grande considerazione per la sua fama più che per la sua declinante produzione – diciamo così – “letteraria”. Quel Roberto Saviano con cui abbiamo più volte anche noi polemizzato quando “a sinistra” sembrava peccato mortale farlo (ricordiamo ancora, sorridendo, Norma Rangeri che definiva, su il manifesto, “Saviano bene comune”).
Lo ha fatto con un articolo, che prendeva spunto dall'agguato camorristico in cui sono rimasti feriti una bambina e tre ambulanti senegalesi, per attaccare la città, il sindaco, le istituzioni locali. Tutto per dire che "non è cambiato niente", che a Napoli puoi fare quel che vuoi, ma comanda sempre e solo la camorra…
La risposta di De Magistris, moderata nei toni ma secca nel contenuto, non è piaciuta al quotidiano di De Benedetti (tessera numero 1 del Pd, se l'ha rinnovata…), che ha incaricato Attilio Bolzoni di sparare a palle incatenate contro “il reprobo”.
L'articolo ve lo potete gustare qui di seguito. Noi ci limitiamo a sottolineare aluni passaggi che rendono chiaro il senso politico dell'operazione mediatica in atto.
Perché è indubbiamente vero che “Sulla pelle di Napoli si arricchisce la borghesia camorrista, sulla pelle di Napoli si arricchiscono i pascià intoccabili del sottobosco amministrativo, politico e imprenditoriale che trafficano in tangenti e appalti, sulla pelle di Napoli si arricchiscono ruffiani e spacciatori e riciclatori. Si arricchisce un'umanità disumana che arraffa ogni giorno tutto quello che può arraffare”. Ma la lista non può finire qui. E l'aveva ben spiegato Leonardo Sciascia – sulle pagine di Corriere della Sera, in tutt'altra stagione politica – parlando dei “professionisti dell'antimafia”. Un mix di politici, amministratori, giornalisti, magistrati in cerca di notorietà (mentre quelli dell'antimafia reale venivano ammazzati), che costruivano carriere e gonfiavano i portafogli recitando la parte dei puri di cuore. Un po' come i tanti consulenti delle varie “commissioni parlamentari di inchiesta”, incentivati a produrre “necessità di ulteriori indagini” per incrementare i lauti compensi garantiti dal ruolo.
Ricordare che “raccontare la camorra” può essere un mestiere molto redditizio viene descritto da Bolzoni come “un confine che non può essere superato”. E perché mai?
Certo, è un argomento che possono sollevare tutti, quelli che la camorra la combattono creando un tessuto sociale solidale su cui non può più crescere indisturbata come un tumore (i tre senegalesi feriti per non aver voluto pagare il pizzo ne sono un frammento involontario) e persino quelli al soldo della camorra. Per il semplice fatto che è vero: Saviano ha un solo tema su cui pontificare a reti unificate e senza contraddittorio, e su quello è stato nominato “espertissimo” da una solido conglomerato di potere. Mediatico e politico. Un conglomerato che non disdegna affatto – come mostrato dalle riprese televisive alle “primarie” piddine proprio a Napoli o dalle esortazioni a comprare voti a forza di fritture di pesce – di mantenere buoni rapporti con pratiche e personaggio non esattamente estranei al demi monde che Saviano-Repubblica dicono di combattere.
Bolzoni, per rafforzare la sua zoppicante invettiva, mette sullo stesso piano le sparate savianee con il giornalismo di inchiesta di tanti bravi cronisti che rischiano tutti i giorni la pelle (l'elenco è fortunatamente molto più lungo di quello indicato nell'articolo).
E qui cade la maschera. Saviano non fa “giornalismo di inchiesta”. Non gira per le strade, non fa domande e soprattutto non le sopporta (il suo format è il monologo…). Fa un altro mestiere. Ha a che vedere con lo storytelling, con la traduzione “letteraria” di inchieste fatte da altri (polizie, soprattutto, come si può verificare nei ringraziamenti che aprono le pagine di Zero Zero Zero). Al massimo mette in prosa leggibile mattinali di questura, sentenze giudiziarie, sbobinature di intercettazioni, mandati di cattura, ecc.
Un mestiere, non un posto di combattimento.
******
De Magistris e Saviano, il confine superato
Attilio Bolzoni
NON POTEVA dire nulla di più odioso, Luigi de Magistris. Lui, Roberto Saviano, che si arricchisce sulla pelle di Napoli. Lui che aspetta la “sparatina” o l’“ammazzatina“ per far lievitare il suo conto in banca. Sulla pelle di Napoli si arricchisce la borghesia camorrista, sulla pelle di Napoli si arricchiscono i pascià intoccabili del sottobosco amministrativo, politico e imprenditoriale che trafficano in tangenti e appalti, sulla pelle di Napoli si arricchiscono ruffiani e spacciatori e riciclatori.
Si arricchisce un'umanità disumana che arraffa ogni giorno tutto quello che può arraffare. Ma Luigi de Magistris, ex pubblico ministero di prima linea come si definisce lui, che non fa più il magistrato "per avere contrastato mafie e corruzioni sino ai vertici dello Stato", come sindaco di Napoli sta intraprendendo un duello che non potrà mai vincere se non nel piccolo cortile di casa sua. È una mossa che supera un confine che nessuno – soprattutto un ex "magistrato di prima linea" – dovrebbe mai oltrepassare. I confini contano. Sempre.
Non c'è soltanto un'eccitazione sopra le righe nelle parole contro Saviano – qui non sono importanti i dettagli o le posizioni e le opinioni sulla vera o presunta rinascita di una capitale meridionale, cruciale è la sostanza della sua dichiarazione di guerra – ma c'è anche un calcolo politico dove il sindaco sembra intravedere l'incasso di un profitto dall'attacco sferrato contro un italiano che continua a parlare e a scrivere di camorra e di quella Napoli. Inaccettabile per uno che è stato magistrato e che Napoli adesso la rappresenta, la guida, la sente come cosa sua e che non vuole scocciatori e osservatori critici fra i piedi.
La reazione di de Magistris è molto più grave di come potrebbe sembrare a prima vista, fatta solo d'istinto e passione. C'è di più, c'è qualcosa di più inquietante per noi che di queste faccende di mafie ci occupiamo da tanto tempo. C'è un capovolgimento, c'è un pericoloso deragliamento di de Magistris e una scelta di campo che cancella un passato che lui stesso altezzosamente rivendica e che subito dopo rimuove attraverso un linguaggio che non piace per niente. Somiglia troppo a quello di quei personaggi che attaccano da anni Saviano con le stesse frasi, le stesse insinuazioni, lo stesso tono subdolo che serve sostanzialmente per mettere al centro della questione lui e non quello che racconta. Il problema è Saviano o una certa Napoli?
Il sindaco de Magistris è scivolato o si è coscientemente e opportunisticamente gettato in questa trappola. Ne ricaverà forse vantaggio dalle sue parti con qualche titolone in queste ore, sicuramente ha fatto un passo che lo segnerà per il futuro. Troppo scaltro, troppo. E così scontato, così interessato che alla lunga il suo assalto contro Saviano – ne siamo convinti – gli si ritorcerà contro. Avrebbe potuto rispondergli garbatamente manifestando le sue perplessità, ricordandogli i cambiamenti positivi di Napoli durante la sua sindacatura, avrebbe potuto contestare le sue cronache fornendo spiegazioni.
Invece ha preferito colpirlo alle spalle con il più banale e insultante rimprovero. Non è stato al suo posto come sindaco. E nemmeno come ex magistrato "di prima linea". E neanche come cittadino. Ha usato argomenti che neppure i sindaci di Palermo del grande "sacco edilizio" o quelli che assistevano muti e sordi alle carneficine degli anni Ottanta avevano osato agitare così violentemente, contro giornalisti e scrittori del tempo che descrivevano una città losca e una realtà feroce.
Il sindaco di Napoli non gradisce più che si parli di quello, delle camorre, perché adesso a Napoli c'è lui. Se ne poteva parlare prima, ma ora non più. Come quegli altri sindaci o quegli altri potenti sparsi per l'Italia che non vogliono rompiballe nei dintorni. Un giorno è Lirio Abbate che raccoglie informazioni su Carminati e la banda di neri e di compagni e di verdi prezzolati che regna sul Campidoglio, un altro giorno è Giovanni Tizian che scopre i legami di Reggio (non Calabria, ma Emilia) con i boss della 'ndrangheta. Una volta tocca alla giovanissima Ester Castano che denuncia l'infiltrazione mafiosa nel tranquillo comunedi Sedriano (poi sciolto per mafia, primo comune in Lombardia), un'altra volta tocca a Paolo Borrometi che per avere descritto le vergogne di Scicli è isolato come un cane rognoso anche dai suoi colleghi.
Tutti, a turno. Roberto, Ester, Lirio, Paolo, Giovanni. Mentre quegli altri nei convegni continuano a riempirsi la bocca di giornalismo d'inchiesta. È bello il giornalismo d'inchiesta, vero sindaco de Magistris? Sì, ma lontano da casa propria.
Si arricchisce un'umanità disumana che arraffa ogni giorno tutto quello che può arraffare. Ma Luigi de Magistris, ex pubblico ministero di prima linea come si definisce lui, che non fa più il magistrato "per avere contrastato mafie e corruzioni sino ai vertici dello Stato", come sindaco di Napoli sta intraprendendo un duello che non potrà mai vincere se non nel piccolo cortile di casa sua. È una mossa che supera un confine che nessuno – soprattutto un ex "magistrato di prima linea" – dovrebbe mai oltrepassare. I confini contano. Sempre.
Non c'è soltanto un'eccitazione sopra le righe nelle parole contro Saviano – qui non sono importanti i dettagli o le posizioni e le opinioni sulla vera o presunta rinascita di una capitale meridionale, cruciale è la sostanza della sua dichiarazione di guerra – ma c'è anche un calcolo politico dove il sindaco sembra intravedere l'incasso di un profitto dall'attacco sferrato contro un italiano che continua a parlare e a scrivere di camorra e di quella Napoli. Inaccettabile per uno che è stato magistrato e che Napoli adesso la rappresenta, la guida, la sente come cosa sua e che non vuole scocciatori e osservatori critici fra i piedi.
La reazione di de Magistris è molto più grave di come potrebbe sembrare a prima vista, fatta solo d'istinto e passione. C'è di più, c'è qualcosa di più inquietante per noi che di queste faccende di mafie ci occupiamo da tanto tempo. C'è un capovolgimento, c'è un pericoloso deragliamento di de Magistris e una scelta di campo che cancella un passato che lui stesso altezzosamente rivendica e che subito dopo rimuove attraverso un linguaggio che non piace per niente. Somiglia troppo a quello di quei personaggi che attaccano da anni Saviano con le stesse frasi, le stesse insinuazioni, lo stesso tono subdolo che serve sostanzialmente per mettere al centro della questione lui e non quello che racconta. Il problema è Saviano o una certa Napoli?
Il sindaco de Magistris è scivolato o si è coscientemente e opportunisticamente gettato in questa trappola. Ne ricaverà forse vantaggio dalle sue parti con qualche titolone in queste ore, sicuramente ha fatto un passo che lo segnerà per il futuro. Troppo scaltro, troppo. E così scontato, così interessato che alla lunga il suo assalto contro Saviano – ne siamo convinti – gli si ritorcerà contro. Avrebbe potuto rispondergli garbatamente manifestando le sue perplessità, ricordandogli i cambiamenti positivi di Napoli durante la sua sindacatura, avrebbe potuto contestare le sue cronache fornendo spiegazioni.
Invece ha preferito colpirlo alle spalle con il più banale e insultante rimprovero. Non è stato al suo posto come sindaco. E nemmeno come ex magistrato "di prima linea". E neanche come cittadino. Ha usato argomenti che neppure i sindaci di Palermo del grande "sacco edilizio" o quelli che assistevano muti e sordi alle carneficine degli anni Ottanta avevano osato agitare così violentemente, contro giornalisti e scrittori del tempo che descrivevano una città losca e una realtà feroce.
Il sindaco di Napoli non gradisce più che si parli di quello, delle camorre, perché adesso a Napoli c'è lui. Se ne poteva parlare prima, ma ora non più. Come quegli altri sindaci o quegli altri potenti sparsi per l'Italia che non vogliono rompiballe nei dintorni. Un giorno è Lirio Abbate che raccoglie informazioni su Carminati e la banda di neri e di compagni e di verdi prezzolati che regna sul Campidoglio, un altro giorno è Giovanni Tizian che scopre i legami di Reggio (non Calabria, ma Emilia) con i boss della 'ndrangheta. Una volta tocca alla giovanissima Ester Castano che denuncia l'infiltrazione mafiosa nel tranquillo comunedi Sedriano (poi sciolto per mafia, primo comune in Lombardia), un'altra volta tocca a Paolo Borrometi che per avere descritto le vergogne di Scicli è isolato come un cane rognoso anche dai suoi colleghi.
Tutti, a turno. Roberto, Ester, Lirio, Paolo, Giovanni. Mentre quegli altri nei convegni continuano a riempirsi la bocca di giornalismo d'inchiesta. È bello il giornalismo d'inchiesta, vero sindaco de Magistris? Sì, ma lontano da casa propria.
venerdì 13 gennaio 2017
GLI STUDI DI BAUMAN
L'altro giorno ho rivisto una puntata abbastanza recente del programma"L'eco della storia"su Rai 4 dove intervenne il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman che è deceduto lunedì scorso a Leeds dove era stato professore per parecchio tempo.
Non rischio di addentrarmi in temi che non conosco bene,e lo lascio fare all'articolo preso da Contropiano(la-modernita-liquida-bauman )che certamente è scritto con cognizione di causa,ma qualche pensiero credo d'averlo recepito e praticamente tutti i temi trattati da Bauman sono di stretta attualità.
I suoi studi sul mondo del lavoro e sulla divisioni in classi sono sempre presenti nelle lotte che man mano,almeno in Italia,si stanno purtroppo affievolendo lasciando poco spazio alla speranza di poter ottenere migliorie alla classe padronale che anzi sta riprendendosi poco a poco i diritti conquistati nel corsi dei decenni scorsi.
La ricerca in tutti i campi,e che soprattutto mi ha colpito in quello sociale,relazionale e sentimentale,di potere ricercare,anzi desiderare passionalmente e disperatamente l'amore ma avere il timore di stringere rapporti,è un fatto che molto veritiero almeno visto dalla mia esperienza.
Lo studio sul consumismo,sugli uomini diventati merce(e pure rifiuti),la tendenza a cercare sempre qualcosa di nuovo che non indichi necessariamente qualcosa di meglio,mi fa venire in mente le ultime tendenze che vogliono sempre più la ricerca per uno Stato come l'Italia ma anche altri,che il privato in campi come la sanità e l'istruzione sia più moderno,e quindi nuovo,buono e migliore,sta sotto gli occhi di tutti.
Finisco parlando dell'industria della paura,con questo fatto collegato strettamente con la globalizzazioni di merci e di persone,ed è aspetto che si vede tutti in giorni soprattutto nelle tv e nei giornali di destra che speculano su di un tema che è sempre stato presagio di sventure nella storia dell'umanita:la paura del diverso accompagnata da una grande dose d'ignoranza.
La modernità liquida di Bauman.
Si è spento lunedì a Leeds all'età di 91 anni Zygmunt Bauman, sociologo polacco di grande fama. Non intendiamo qui ripercorrere la sua vasta opera, ma ci concentreremo invece su uno dei suoi contributi di maggiore impatto.
Sotto il profilo teorico uno dei grandi contributi del sociologo polacco è la formulazione dell'idea di una società liquida, in cui le relazioni lavorative, umane, affettive e politiche perdono la lo sostanzialità per ridursi a relazioni effimere, volatili, in ultima istanza usa e getta cosi come le merci che questa società ha come obbiettivo di produrre. Questo è certamente un aspetto indubitabile di quella che David Harvey ha definito (contro il postfordismo) come l'era dell'accumulazione flessibile – ovvero quella trasformazione avvenuta tra fine anni settanta e primi anni ottanta caratterizzata dall'estendersi della globalizzazione, dall'ascesa della finanza e dei sistemi di produzione just-in-time. Il concetto rischia tuttavia di rimanere indeterminato e spesso utilizzato nella vulgata compatibilista dei media e della teoria sociale “debole” (basti pensare all'entusiasmo con cui “Repubblica” riproponeva gli editoriali di Bauman).
Occorre prendere atto che il capitalismo è caratterizzato da due tendenze: una all'accentramento e un'altra alla dispersione, a seconda degli assemblaggi più convenienti. Le forze sociali del lavoro e gli assetti storico sociali avevano trovato una convergenza in quel patto sociale fordista che ha garantito una certa stabilità a fasce di lavoratori irrigimentati nella grande fabbrica (esempio, per Bauman, della modernità “solida”) e iscritti a grandi sindacati e partiti, conoscendo un momento di parziale demercificazione della forza lavoro. Tuttavia questa è stata una parentesi nella storia, arrestata alla fine degli anni '70 dalla controrivoluzione neoliberale di Thatcher e Reagan. Si potrebbe quindi sostenere che nel capitalismo la liquidità e flessibilità sono elementi da sempre presenti e costituenti: ad esempio la forza lavoro è risultata fin dalla sua origine flessibile, essa tende ad inseguire gli andamenti del capitale e i suoi passaggi da vari rami industriali, mercificandosi a seconda delle esigenze della classe capitalista.
Uno dei rischi a cui la metafora della società liquida può portare è un quello di immaginare una mutazione antropologica, di stampo pasoliniano, per cui il mondo del lavoro è condannato all'atomizzazione e all'impotenza e i produttori si liquefarrebbero in consumatori asserviti. Una tentazione che può affiancarsi a quella dei teorici della fine del conflitto sociale e ad una forma di pessimismo antropologico che per nulla giova a chi quel conflitto sta provando ad agirlo invece che subirlo, tentando di rovesciare quella “lotta di classe dall'alto” condotta dal padronato in guerra di classe dal basso.
giovedì 12 gennaio 2017
LA GIUSTA SCELTA DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Ieri la Corte Costituzionale ha svolto il suo lavoro al di sopra le parti ammettendo due su tre referendum proposti in materia lavorativa,cassando quello sull'articolo 18 ed ammettendo quello sui voucher e gli appalti.
Non scordandoci la scelta giusta che la stessa Corte fece bocciando il decreto Madia sui servizi pubblici quando sia lei che Renzi consideravano burocrazia uno degli organi più importanti dello Stato italiano(madn decreto-madiaburocrazia-e-derive antidemocratiche ).
Per questo è da ritenere sotto il punto di vista strettamente legislativo giusta la bocciatura del referendum sulle modifiche imposte dal job act riguardo ai licenziamenti,che di per se è una boiata assurda contro ogni diritto conquistato in anni di lotta sindacale.
Va da se che questi ultimi prima hanno siglato il patto col diavolo per poi cominciare una raccolta di firme con un enorme adesione facendo la furbata esemplare di doppiogiochismo,da un lato per riacquistare una credibilità tra i lavoratori,e dall'altro parando il culo a Poletti e al Pd.
Che per inciso nella scelta della Consulta non ha potuto incidere(e ci mancherebbe)e se allora Camusso & company non riusciranno a portare a termine con vari appelli anche europei l'ammissibilità del referendum sull'articolo 18 dovranno essere gli elettori a sovvertire il sistema votando massicciamente chi possa(tra l'altro)porre fine alla vergogna del job act.
Articolo preso da Contropiano(contropiano.org/ )cui aggiungo un commento di un utente che rende chiaro il progetto che i sindacati confederali avevano fin dal principio:"La CGIL ha espresso il quesito referendario in modo capzioso: chiedendo che la tutela dell'art. 18 fosse estesa anche alle aziende oltre i 5 dipendenti e NON 15 come in precedenza, ha trasformato un referendum abrogativo in propositivo e secondo i dettami legislativi la Consulta non poteva fare altro che bocciarlo. A mio parere tutto questo è stato fatto ad arte da Camusso e soci per salvare il culo al governo e rimandare le elezioni, in questo modo la CGIL si dimostra una volta di più funzionale al Potere e sua stampella; se avessero VERAMENTE voluto bloccare il Jobs Act avrebbero dovuto indire PRIMA DEL VOTO IN PARLAMENTO uno sciopero generale assieme al sindacalismo conflittuale, ora si cerca di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati e tutto questo è un piano di CGILCISLUIL per rifarsi la verginità da un lato e salvare il culo a Poletti dall'altro. Ai compagni i commenti".
La Corte Costituzionale rigetta il referendum sull’art. 18.
di Franco Astengo
Questa la notizia appena giunta:
Jobs act, la Consulta boccia il referendum sull'articolo 18; sì a quelli su voucher e appalti. La sentenza sull'ammissibilità dei quesiti proposti dalla Cgil è arrivata al termine dell'udienza a porte chiuse e di due ore di camera di consiglio. Il sindacato aveva raccolto 3,3 milioni di firme soprattutto per ripristinare le tutele previste dallo Statuto dei lavoratori cancellate con la riforma del lavoro varata dal governo Renzi.
Rimangono in campo il referendum riguardante i subappalti e quello sui voucher.
Per esprimere appieno una valutazione sarà necessario leggere il dispositivo della sentenza che del resto era annunciata in questi termini e conoscere anche l’esito dell’espressione di voto da parte dei giudici. Una espressione di voto che era annunciata di stretta misura nel prevalere di un’opinione davanti all’altra.
In prima istanza si può però affermare che risulterebbe quanto mai capzioso il consenso sull’ipotesi avanzata, in questa occasione, da Giuliano Amato sulla “propositività del quesito”, considerato che in passato su analoga domanda la questione non era stata sollevata e un referendum sull’articolo 18 si era già svolto senza poi, al momento del voto, raggiungere il 50% dei votanti.
I tempi però sono cambiati prima di tutto nell’opinione pubblica, laddove l’esito del referendum costituzionale del 4 Dicembre aveva già mostrato ampiamente un orientamento preciso: un’opinione pubblica da temere quindi e un referendum da evitare (come sfuggì anche dalle labbra dell’incauto ministro Poletti).
L’insieme del quadro politico in questo momento ha solenne terrore di un voto di merito : mentre il PD pensa alle elezioni anticipate per sottrarsi all’esito vero della tornata referendaria del 4 Dicembre che ha contemplato anche (ma non soltanto) un grande voto di sfiducia.
Soprattutto però si è affermato pesantemente un modello di relazioni sindacali orientato esaustivamente dal punto di vista della centralità e della libertà di movimento dell’impresa: il cosiddetto “modello Marchionne” entusiasticamente sposato dal Governo Renzi, quale esempio di modernità e flessibilità nei rapporti di lavoro: nel concreto mano libera ai padroni.
In questo modo, evitando il referendum sull’articolo 18, si evita il vero confronto politico su di una visione alternativa a quella padronale del “cuore” delle relazioni sindacali.
Uno “scansarsi” dell’establishment che la dice lunga delle condizioni materiali in cui si trova il confronto sociale.
La libertà di licenziamento corrisponde alla libertà di sfruttamento, all’imposizione del precariato, all’allontanamento ulteriori da tutele e diritti.
Un brutto passo indietro che contraddice anche il senso complessivo dell’esito referendario del 4 Dicembre proprio in materia costituzionale: infatti la Corte non ha tenuto conto di un dato fondamentale espresso da quel voto, in materia di affermazione del dettato costituzionale.
In gioco, infatti, in quest’occasione della richiesta di referendum sulla cancellazione dell’articolo 18 c’era anche e soprattutto la piena affermazione dell’articolo 1 della Suprema Carta: se non c’è dignità del lavoro (come si è inteso abolire cancellando l’articolo 18) non ci può essere “Repubblica fondata sul Lavoro”.
Il voto della maggioranza della Corte Costituzionale permette al Governo di evitare lo scontro su questa tema delicato.
Sarà necessario, oltre che a fare in modo che per gli altri due quesiti prevalga il SI’ ( si tratterebbe comunque di un evidente voto di sfiducia verso il famigerato Job Act), mobilitare subito adeguate forme di lotta per fare in modo che proprio il tema della dignità del lavoro torni al centro del confronto sociale e politico.
Una sentenza chiaramente strumentale da smentire subito con la lotta, in una situazione di grande difficoltà economica, di allargamento delle disuguaglianze, di crescita della disoccupazione: non si può indugiare, non c’è tempo da perdere.
mercoledì 11 gennaio 2017
CON LA CODA TRA LE GAMBE
Il ritorno del Movimento 5 stelle tra le fila dell'Efdd magari verrà fatto passare come un successo della diplomazia di Grillo e Casaleggio,ma anche i più stupidi ed ignoranti sanno bene che così non è,che il ritorno in ginocchio da Farage è l'ennesima sconfitta in pochi giorni dei pentastellati che collezionano figuracce in Europa dopo averne fatto incetta in Italia ed in modo sostanzioso a Roma(vedi madn due-di-picche e madn non-avrai-altro-dio-allinfuori-di-me ).
Questo ritorno con la coda tra le gambe è l'immagine tragicomica dei musi lunghi di alcuni europarlamentari,in primis del trombato Borrelli che dovrà rinunciare alla cadreghina di copresidenza dell'Efdd.
Questo far politica che era proprio di Berlusconi,del cambiare idea un giorno sì e l'altro pure,è proprio l'eredità di personaggi che si somigliano tra di loro,sempre pronti alla battuta chi da professionista e chi no,è la spettacolarizzazione della politica e conseguentemente dello svuotamento dei contenuti.
L'articolo preso da Il corriere della sera(grillo-torna-condizioni-farage )parla dei duri paletti posti da Farage per il ritorno dei grillini nella loro casa più attuale ed adatta,con l'obbligo primo di ritornare all'idea che l'Euro è una cosa brutta e che pure l'Europa lo sia,mentre il successivo preso da Senza Soste(grillo-sistema-tremato-via )parla nuovamente della sfrontatezza,della supponenza e dell'arroganza della classe dirigente di un partito(una persona e mezza)ormai allo sbando e di come la classe dirigente del Pci prese in giro la militanza sulla questione della rivoluzione decine di anni fa.
Grillo torna, le condizioni di Farage .Tre eurodeputati vogliono lasciare
Il leader deve scusarsi per essere riaccolto nello Ukip. Sacrificato Borrelli, in ascesa Pittarello. Come segnale di pace il blog rilancia il referendum sull’euro. Di Maio: voterei per l’addio.
di Emanuele Buzzi
Bruxelles Ancora insieme, raccogliendo i cocci. I Cinque Stelle continueranno a far parte del gruppo Efdd al Parlamento europeo. Una giornata convulsa, quella dei pentastellati, che non comincia sotto i migliori auspici. A Bruxelles la riunione degli eurodeputati M5S si trasforma in un confronto più che acceso. Volano accuse, prese di posizione. I malumori sono altissimi, si rincorrono voci di strappi clamorosi. Tre parlamentari del Movimento — tra cui Dario Tamburrano che su Facebook scrive un post durissimo — minacciano un possibile addio (con lo scoglio della penale da 250mila euro prevista dal codice di comportamento). Il triumvirato che in questi ultimi mesi ha deciso la linea, quello composto da David Borrelli, Fabio Massimo Castaldo e Laura Ferrara viene preso d’assalto. Nel mirino c’è soprattutto Borrelli (assente alla riunione), l’uomo della trattativa con Alde, il braccio destro di Davide Casaleggio (finito anche lui sulla graticola dei falchi) a Bruxelles. I deputati chiedono che non sia più lui a dettare linea e condizioni, vogliono un ridimensionamento. Qualcuno (anche tra gli attivisti sui social) medita addirittura di chiedere le dimissioni o il recall, ossia la possibilità su richiesta della base di sostituire un deputato. Nel gioco degli equilibri interni salgono le quotazioni di Piernicola Pedicini, ma è soprattutto il plenipotenziario di Grillo in Europa, Filippo Pittarello, il capo del personale, che pare beneficiare della vicenda.
Parallelamente in mattinata si svolgono trattative con lo Ukip per evitare di finire nel gruppo dei non iscritti e diventare irrilevanti in Europa. E non è un caso che sia proprio il nucleo guidato da Pittarello e Cristina Belotti (ex dipendente della Casaleggio associati, da anni a Bruxelles, etichettata dal blog come capo della comunicazione europea) quello a cui tocca presenziare nel summit via Skype con gli inglesi e i vertici del Movimento. Nigel Farage ha già sondato il terreno per una tregua con diversi eurodeputati pentastellati — quelli più vicini alle sue posizioni — lunedì: vuole capire i margini dell’incontro e chiede che dalla delegazione sia escluso Borrelli. Grillo e Davide Casaleggio si confrontano con lui intorno alle 14. il leader Ukip detta le condizioni: chiede che Borrelli lasci la co-presidenza del gruppo e che da parte del Movimento ci sia una sorta di pubblico ritrattamento delle posizioni anti-Farage, con una conferma della battaglia contro l’euro. Solo dopo pranzo la trattativa è data in discesa e i Cinque Stelle possono tirare a malincuore un sospiro di sollievo.
Ma alla riunione del gruppo Efdd in programma alle 15 la tensione rimane alta. «Questa era l’unica opzione possibile secondo me è avevo avvertito i miei colleghi in privato perché non amo fare le dichiarazioni su Facebook come tanti, io voglio bene al Movimento», attacca Marco Valli prima di entrare in sala. «Questo gruppo ha le nostre stesse posizioni in materia economica: per condurre davvero le nostre battaglie non basta un po’ di flessibilità». Arriva anche Tamburrano che dribbla chi gli chiede di un eventuale addio: «Sono questioni che vanno discusse collegialmente, non sono solo opinioni personali». Dopo trentun minuti dalla sala parte un applauso liberatorio. In serata il blog annuncia con un post la fumata bianca: Grillo propone di nuovo il referendum sull’euro e a dar man forte al garante ci pensa Luigi Di Maio: «Io voterei per un’uscita».
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Grillo: “Il sistema ha tremato”. Ma via…
Credevamo che l’istituto delle verità raccontate ai militanti fosse scomparso con il vituperato ‘900.Per chi, legittimamente, si fosse dimenticato qualche capitolo del passato, o per i millennials, ricordiamo un attimo questa pratica che appare riscoperta come il pane fatto in casa o le virtù delle erbe medicinali. Le verità per i militanti altro non erano che lo storytelling, le narrazioni, le verità adattate per i militanti di un partito che, con il lavoro volontario, mandavano avanti l’organizzazione. Erano verità che non avevano molto a che fare con quanto era accaduto in un momento difficile ma, in compenso, rincuoravano i militanti nei momenti più critici.
Celeberrime sono state le verità per i militanti del Pci ai quali veniva raccontato di essere in fase di preparazione della rivoluzione mentre, nella propria cerchia interna di discussione, la dirigenza sapeva benissimo di andare in ben altra direzione. Erano verità custodite bene, non c’erano i social a velocizzare i tempi di logoramento delle versioni di comodo, tanto che le ammissioni del gruppo dirigente che praticava questa gestione delle narrazioni sono arrivate ben dopo lo scioglimento del Pci di Occhetto. Addirittura si è trattato di verità per militanti utili, per quanto il potenziale eversivo del Pci fosse spento da decenni prima della Bolognina, anche agli avversari della sinistra. Tanto che Berlusconi, facendo finta che fossero vere, se ne è servito per molti anni. Parlando di una Italia piena di comunisti pronti a fare chissà cosa nel paese a partire dai primi anni ’90. Per non parlare delle sceneggiate di replica dello spettacolo originale di Occhetto, a partire dagli anni 2000, delle prese di distanza dal “comunismo”, mimando temi di congresso da anni ’50, di diversi partiti della sinistra. Partiti, sempre più piccoli, che ripetevano riti di esecuzione di un simulacro di radicalismo che sui media, comunque, funzionavano bene. La riposta del blog di Beppe Grillo, alla mancata accettazione nel gruppo dei liberali europei del movimento 5 stelle, ha ricordato proprio l’epopea della verità per militanti.
Parlare di quanto accaduto a Strasburgo come del momento in cui “il sistema ha tremato”, per poi colpire i pentastellati, è infatti il classico processo di insettarimento della base, in modo che si chiuda in sé stessa contro il mondo esterno grazie alla narrazione di un mondo ostile. E si tratta di una base alla quale si racconta pure di essere andata vicino al bersaglio del colpo al cuore del sistema. E’ un modo consolidato per mangiarsi il consenso costruito attorno al proprio progetto: gli strati di militanti più critici e intelligenti capiscono subito che qualcosa non va e arretrano, mentre avanzano coloro che sono disposti, per vari motivi, a credere a qualsiasi versione militante della verità. Per un gruppo dirigente la cosa funziona nell’immediato, i militanti riflessivi vengono sconfitti dalla massa di chi accetta la verità militante anche solo per conservare l’organizzazione, poi il tutto finisce per disgregarsi. E’ solo questione di tempo. Farlo lentamente, per un gruppo dirigente, può essere oro. Perché permette, al gruppo dirigente, di posizionare i propri interessi di ceto a prescindere dai motivi per cui è stato eletto dalla base. Ad ogni momento critico ci saranno comunque sempre meno persone a credere alle verità militanti.
Certo, cercare di mantenere il potere raccontando qualcosa alla base rafforza tendenze oligarchiche degli aggregati politici già oggetto di pubblicazioni consolidate nel ’12. Ma non intendiamo il 2012, quanto il 1912. Quando Robert Michels aggiornò, con nuove annotazioni, il suo celebre saggio, stampato a Roma e in italiano, “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia” del 1910. E qui, ci venga perdonata la franchezza, qualcuno, prima di proclamarsi straordinariamente nuovo magari non farebbe male a evitare di somigliare a qualcosa di straordinariamente vecchio.
Certo, ci sarebbe anche un’altra strada: quella di crescere, ed innovare nelle difficoltà, diventando qualcosa di più robusto perché in grado di sintetizzare il nuovo con elementi tradizionali che permangono nelle società. Strada, anche quella già praticata anche con successo. Ma il movimento 5 stelle, per adesso, sta scegliendo abbondantemente la strada della produzione di verità militanti, come già visto nella saga romana, per preservare la propria struttura al presentarsi di ogni seria difficoltà o controverso atto amministrativo. Il problema è che i media conoscono l’arte di macinare nel ridicolo la costruzione di queste verità da qualche decennio. Oggi, con l’aggiunta dei social, questo processo di macinazione della verità militante si fa anche più incisivo.
Andando ai fatti, quanto accaduto nei giorni scorsi ha dell’incredibile, anche per una politica italiana rotta a tante vicende. Nel fine settimana dal blog di Grillo era stata annunciata la votazione sul cambio di gruppo parlamentare all’europarlamento di Strasburgo. Votazione da farsi espresso, dalle 10 alle 12 del lunedì sulla piattaforma per iscritti Rousseau (sulla quale non mancherà, in futuro, una nostra analisi). Orario e tempi di votazione per iniziati, quando il processo politico di adesione al gruppo dei liberali europei era tutto, come è naturale, fuorché solo un fatto meramente tecnico. E tantomeno una cosa da assimilare in poche ore. In politica, per cambiare linea così vistosamente, si fanno i congressi. Si coinvolgono, in discussioni lunghe e documenti di analisi, decine di migliaia di persone se il partito è di massa. Altrimenti con le votazioni online da fare in poco tempo, non si convincono le persone, si alimentano le polemiche e si perdono pezzi.
Il movimento grillino non ha, invece, mai fatto un congresso, dove la centralità della presenza è degli iscritti che si confrontano entro un processo politico, ma solo convention, riunioni di cerchie e democrazia da meetup. Entro una concezione ufficiale della politica da primi anni ’90 quella un po’ grossolana da visionari degli incubatori di impresa, che poi è l’ideologia da venture capitalism milanese della Casaleggio, che voleva la democrazia online come sostituto, e liquidatore, delle altre forme di democrazia. Insomma l’idea grezza dell’immateriale che si sostituisce al reale, anche in democrazia, quando invece, con l’avvento delle tecnologie digitali la politica è diventata un’altra cosa: un processo dove si sono intrecciate forme fisiche, sul campo, di democrazia e forme digitali, a distanza, di informazione e deliberazione. Sottrarre a questo intreccio le forme digitali è produrre una procedura archeologica di democrazia inadatta all’oggi; sottrarre invece le forme fisiche, e simboliche, dell’agonismo democratico a tutto questo significa riprodurre una sterile, solitaria deliberazione plebiscitaria digitale. Infatti, come è avvenuto per il mancato cambio di gruppo parlamentare a Strasburgo, alcuni gruppi in assoluta discrezione trattano con i nuovi referenti, neanche tutti i parlamentari sanno e poi, a cose fatte, arriva internet a dover decidere se bere o affogare. Quando Grillo dice “decide la rete” è questo il processo che accade. Non proprio la realizzazione dell’utopia digitale, insomma.
Diciamoci poi la verità: qualcuno di questa redazione ha frequentato, a suo tempo, Indymedia. E ha conosciuto in prima persona il funzionamento della democrazia digitale, l’assoluta trasparenza dei passaggi tecnici, di produzione di contenuti e decisionali, persino nella confusione e negli scazzi. Una piattaforma, come Rousseau dei grillini, dove domina la gestione discrezionale di una azienda, la Casaleggio, in questo senso assomiglia alla gestione democratica dal basso di Indymedia quanto un Big Mac ad un panino fresco direttamente comprato dal norcino.
E la prova del nove, di questi ragionamenti, la si ha quando si osserva che mai, nel movimento 5 stelle, la “rete” ha portato avanti una proposta, un progetto che conta, in autonomia da Grillo facendoselo votare e praticandolo. Solo qualche voto contrario, come per l’immigrazione, poi riarrangiato dai vertici pentastellati entro la loro versione di come devono essere fatte le espulsioni dei profughi. Onestamente, siamo ad un deficit di democrazia pesante, in una società italiana già messa sotto silenzio per anni. Se poi si pensa che la democrazia sia la polemica su Facebook, ovvero una produzione di dati ricca di informazioni per i mercati del profiling, magari questa concezione la si può vendere ai renziani. Ma nel mondo reale certe cose sono sempre più difficili da vendere.
E’ naturale che il tentativo di svolta dei pentastellati in Europa preluda a qualcosa in Italia. Qualcosa che assomiglia a un tentativo, per adesso fallito, di accreditamento nel continente come partito di governo. E’ bene ricordare che nelle retoriche del movimento 5 stelle si accavallano continuamente, anche nelle stesse persone fisiche, argomenti ultraliberisti di destra e temi peronisti di sinistra. E’ l’ala liberista, che ha promosso, in accordo con la Casaleggio e con Grillo, questo tentativo di scalata a Bruxelles. Si tratta dell’ala, oggi rappresentata dall’assessore alle partecipate del comune di Roma, delle piccole e medie imprese che, in qualche modo, in “Europa” si vogliono adattare. E il ceto politico che le rappresenta non ha alcun interesse, e tantomeno voglia, di trovarsi un domani a dover fare un frontale con la Ue come quello fatto a suo tempo da Varoufakis.
Il tentativo di accordo con i liberali europei viene da quest’ala, a diretto contatto con la Casaleggio e con Grillo. E non si tratta di roba che arriva all’improvviso. Gli elogi di Grillo al modello Germania, compreso Hartz IV, non sono di oggi. Si sposano con un’idea della piccola e media impresa che venga avanti tutto, figuriamoci dello stato sociale, e che viene a patti con tutti a qualunque costo. Basta lasciarla al governo. E se questo significa un patto con i liberisti tedeschi va benone. Eppure le cose non sono andate nel modo desiderato. Grillo non è mai piaciuto sui media tedeschi, l’intervista di Di Battista a Die Welt è stata un boomerang e i pentastellati sono stati respinti, all’europarlamento, proprio dai tedeschi.
Ieri erano stati quelli del gruppo verde, oggi i liberali. Il tentativo di mostrarsi, per galleggiare politicamente, più realisti del re, quello di Berlino, al momento è fallito. Il ritorno che Nigel Farage, dopo essere stati respinti dai liberali, per i grillini ha il sapere del mesto ritorno nella baracca. Evitiamo di parlare dei costi, in termini di finanziamenti diretti persi dal M5S in caso di confluenza nel gruppo misto, che hanno suggerito il ritorno a Farage. Ci fermiamo ad un dato politico: la mancata ammissione nel gruppo dei liberali europei è, in Europa e in Italia, una severa sconfitta per il movimento 5 stelle. Il tempo ci dirà se questa sconfitta, apre una crisi di crescita o una strutturale. Certo che se continuerà la prassi di affrontare le crisi raccontando verità militanti, il movimento pentastellato si avvierà a rimanere una parentesi nella storia della politica italiana. Facendo la fine dei tanto vituperati partiti “ideologici” del ‘900.
redazione, 10 gennaio 2017
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