giovedì 11 giugno 2015

LA RUSSIA,L'ITALIA E L'EUROPA

L'articolo preso da Contropiano(http://contropiano.org/internazionale/item/31282-l-europarlamento-isolare-la-russia-fondi-pubblici-per-destabilizzare-mosca )parla dell'attuale situazione russa posta sotto il mirino dell'Ue per la questione ucraina prendendo sputo dall'incontro bilaterale tra l'Italia e la Russia avvenuto ieri.
Dopo che Renzi nell'incontro tra i grandi della terra aveva sostenuto la tesi europea dell'aumento delle sanzioni contro l'ex paese sovietico in un clima di guerra fredda che non si vedeva dalla perestrojka,ieri sembrava un cagnolino ammansito pronto a ritrattare il tutto visto che le aziende italiane stanno perdendo milioni di Euro da quando è stato avviato l'embargo nei confronti della Russia.
Fatto sta che i rapporti tra questi ultimi e l'Europa sono ai minimi storici,e tra la guerra in Ucraina,la costruzione di oleodotti e gasdotti ed il problema terrorismo con Putin si può e si deve parlare,guai a lasciare isolata la Russia e continuare ad inasprire le sanzioni.

L’Europarlamento: “isolare la Russia”, fondi pubblici per destabilizzare Mosca.

Nel giorno in cui il presidente russo Vladimir Putin in visita a Roma incassava la promessa da parte del Papa di recarsi a Mosca nei prossimi mesi – una oggettiva violazione dell’isolamento imposto a Mosca da Ue e Usa – il Parlamento Europeo si dedicava a incrementare la tensione con la Federazione Russa. L’emiciclo di Strasburgo ha infatti approvato ieri una risoluzione, con 494 voti favorevoli, 135 contrari e 69 astensioni, che chiede alla Ue di riesaminare in modo restrittivo le sue relazioni con la Russia, descritte come “profondamente danneggiate dalla violazione deliberata, da parte della Russia, dei principi e dei valori fondamentali democratici e del diritto internazionale attraverso la sua azione violenta e la destabilizzazione politica dei Paesi vicini”. L'UE - sottolinea l'Europarlamento - deve ora elaborare un piano d'emergenza di persuasione per “contrastare le politiche aggressive e divisorie della Russia”. Secondo la grande maggioranza dei parlamentari europei, Mosca sostiene e finanzia i partiti radicali ed estremisti negli Stati membri della UE.
 "Con la sua aggressione contro l'Ucraina e l'annessione della Crimea, la leadership russa ha messo le nostre relazioni davanti a un bivio. Spetta ora al Cremlino decidere la direzione: cooperazione oppure maggiore isolamento", ha dichiarato il relatore del Parlamento europeo, Gabrielius Landsbergis (PPE, LT). "Sono convinto che il popolo russo, come tutti noi, desideri la pace, non la guerra. Un cambiamento in Russia deve venire dal suo interno, può esserci e ci sarà. Nel frattempo, dobbiamo inviare un messaggio forte alla leadership russa, sottolineando la nostra vicinanza alle vittime delle sue aggressioni e a coloro che difendono i valori su cui si fonda l'UE", ha aggiunto.
Gli eurodeputati evidenziano quindi che gli Stati membri dell'UE devono considerare una "priorita' assoluta" essere uniti nei confronti dell'annessione illegale della Crimea da parte della Russia e del suo diretto coinvolgimento nella guerra in Ucraina. Invitano poi i Paesi UE ad astenersi da accordi bilaterali con la Russia, che potrebbero danneggiare l'unità raggiunta.
Come se non bastasse la mozione in questione invita la Commissione – cioè il governo dell’Unione Europea - a prevedere senza indugi finanziamenti adeguati per progetti concreti volti a contrastare “la propaganda russa e la disinformazione russa all'interno e all'esterno dell'UE e a programmare una assistenza finanziaria "piu' ambiziosa" in favore della società civile russa”. Esprime poi preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani e dello Stato di diritto in Russia e chiede la prosecuzione del sostegno dell'UE ai difensori dei diritti umani russi.
Insomma mentre decine di milioni di europei, in particolare i popoli dei Pigs, patiscono gli effetti delle dure misure di austerity imposte da Bruxelles e Francoforte ai governi di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro, i parlamentari europei chiedono alla Commissione Europea di stanziare fondi pubblici per finanziare attività di propaganda contro la Russia e per sostenere gruppi politici che all’interno del paese di cui si persegue l’isolamento internazionale si prefiggono apertamente il rovesciamento del governo di Mosca. Una decisione che i parlamentari europei dovrebbero spiegare a chi in Italia ed in Europa è giustamente preoccupato per una escalation di tensione con la Russia che potrebbe portare a conseguenze incontrollabili e gravissime. E ancor più immediatamente a quei cittadini e lavoratori che ogni volta che chiedono più soldi per pensioni, lavoro, sanità, istruzione si sentono rispondere dalle autorità europee e dei singoli stati che ‘i soldi non ci sono’.
Mentre l’Ue sostiene i golpisti ucraini e si prefigge un aumento dell’appoggio da sempre accordato alle forze antigovernative in Russia, pretende che Mosca non faccia altrettanto in territorio europeo per proteggere i propri interessi. Con una elevata dose di faccia tosta, i deputati europei esprimono preoccupazione perché la Russia si posizionerebbe come un rivale della cosiddetta “comunità democratica internazionale” e sostiene e finanzia i partiti radicali ed estremisti negli Stati membri dell'UE. Quindi i deputati chiedono alla Commissione e agli Stati membri un meccanismo coordinato per il monitoraggio dell'assistenza finanziaria, politica o tecnica fornita dalla Russia ai partiti politici e ad altre organizzazioni all'interno dell'UE, al fine di valutarne l'influenza a livello della vita politica e dell'opinione pubblica. La Commissione dovrebbe, inoltre, proporre una legislazione per garantire la completa trasparenza sui finanziamenti politici e sul finanziamento dei partiti politici dell'UE da parte di soggetti politici o economici al di fuori dell'UE.
Anche in questo caso con una enorme dose di ipocrisia dopo che pochi giorni fa il G7 ha ribadito le sanzioni e le minacce contro la Russia, la risoluzione condanna anche la lista nera della Russia che impedisce a 89 politici e funzionari europei l'acceso nel territorio russo, definendo la misura "arbitraria", una violazione del diritto internazionale, degli standard universali e un ostacolo alla trasparenza. Insomma Mosca non avrebbe il diritto, secondo i parlamentari europei, di imporre sanzioni a chi ha iniziato una guerra commerciale, diplomatica e anche militare contro la Russia? Evidentemente sono in molti a pensare, ipocritamente e anche molto ingenuamente, che le sanzioni e la guerra siano appannaggio soltanto dell'occidente...
Utilizzando il consueto meccanismo del bastone e della carota, i deputati di Strasburgo sostengono che nel lungo periodo siano possibili e auspicabili rapporti costruttivi tra l'UE e la Russia, a vantaggio di entrambe le parti, ma sottolineando che la cooperazione può essere ripresa in considerazione a condizione che la Russia rispetti l'integrità territoriale e la sovranità dell'Ucraina, inclusa la Crimea, attui pienamente gli accordi di Minsk e metta fine alla destabilizzazione delle attività militari e di sicurezza alle frontiere degli Stati membri dell'UE.

mercoledì 10 giugno 2015

PROPAGANDA INUTILE

L'articolo preso da Senza Soste dovrebbe mettere fine alle polemiche scatenatisi negli ultimi gion in merito alle minacce e alle provocazioni leghiste di Maroni e di Salvini di interferire nella politica di accoglienza dei migrati.
Gli annunci delle regioni Lombardia,Veneto e Liguria di non voler accettare più gli immigrati provenienti dal sud Italia con la voce grossa di Maroni che vorrebbe tagliare i fondi ai sindaci che accetteranno le persone e con Salvini pronto ad occupare le Prefetture vengono prontamente smentiti dalla Costituzione e dalle regole che l'Europa e l'Italia hanno su questi argomenti e che forse Maroni si dimentica di averle pure firmate.
La loro è solo mera propaganda politica destinata ad esaurirsi alla prossima tornata elettorale nei casi dove c'è il ballottaggio in qualche comune,per il resto sono le solite parole al vento.
 
Perché Maroni non potrà dare seguito alle sue minacce sui migranti.
Il presidente della Lombardia Roberto Maroni ha dichiarato che ridurrà i trasferimenti regionali ai sindaci che continueranno a ospitare nuovi immigrati. Giovanni Toti e Luca Zaia, che governano Liguria e Veneto, si sono schierati al suo fianco. Tecnici e analisti spiegano perché non potranno farlo.
  1. Non sono le regioni che decidono le politiche dell’immigrazione in Italia. È lo stato che ha competenza in materia. “Lo sancisce l’articolo 117 della costituzione”, spiega Raffaele Bifulco che insegna diritto costituzionale all’università Luiss di Roma. Le regioni hanno competenze che finiscono per rientrare in questo grande tema soprattutto a livello concreto e organizzativo, come la gestione dei fondi destinati all’assistenza sociale o alla sanità. Ma la costituzione, all’articolo 2, stabilisce il principio secondo cui l’Italia difende i diritti di tutti. “Un presidente della regione che cerca di impedire a un comune di mettere in pratica ciò che è stabilito tra i principi fondamentali della nazione, va contro la costituzione. Semplicemente, dice una cosa di sicuro effetto mediatico, ma senza alcun fondamento legale”, conclude Bifulco.
  2. Oltre alla costituzione, vari trattati internazionali e direttive europee obbligano l’Italia ad accogliere i richiedenti asilo, “dal momento in cui mettono piede nel paese fino al termine, positivo o negativo, dell’iter burocratico della domanda d’asilo”, commenta Gianfranco Schiavone, esperto di diritto d’asilo dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che cita tra gli altri la direttiva numero 33 che l’Unione europea ha approvato nel 2013.
  3. Proprio perché le regioni non hanno competenze in materia di immigrazione, non sono loro che decidono a chi dare o meno i soldi per l’accoglienza. “Le regioni non dispongono di fondi specifici destinati ai profughi. Le risorse che servono per aprire centri e presidii sono europee e statali”, specifica Ennio Codini, professore di diritto pubblico all’università Cattolica e consulente dell’Ismu. “È una leggenda metropolitana quella secondo cui i comuni o le regioni mantengono di tasca propria i richiedenti asilo presenti sul loro territorio”, chiarisce Schiavone. È vero che le regioni dispongono di fondi destinati genericamente all’assistenza, “quelli che servono per le mense per i poveri o per i dormitori per i senza tetto per esempio”. Ma “come può una regione decidere che alcuni comuni aiutano troppo gli stranieri e tagliare finanziamenti che sono destinati anche agli italiani?”, si chiede il professor Codini. “Sarebbe un controsenso”.
  4. Infine, nemmeno un anno fa, sono state le regioni stesse, insieme ai comuni e alle province, a concordare e firmare con il ministero dell’interno un piano operativo sulla gestione degli immigrati. In quel protocollo ognuno si impegnava a fare la sua parte. Riassume Schiavone: “Si stabiliva il principio dell’accoglienza diffusa e cioè che i richiedenti asilo che arrivano in Italia devono essere distribuiti fra le 20 regioni, a seconda del numero di abitanti e del tenore economico di quella regione. Non si capisce perché a un anno dalla firma, alcuni governatori decidano di venir meno alla parola data”.
9 giugno 2015

martedì 9 giugno 2015

IL VOTO MESSICANO

Le elezioni legislative messicane hanno visto una percentuale di astensionismo pari al 53% dei votanti,fatto suggerito dalla campagna per il boicottaggio che ha visto soprattutto i parenti e gli amici dei 43 desaparecidos della scuola normale rurale di Ayotzinapa nello stato del Guerrero i maggiori fautori.
L'articolo preso da Infoaut parla degli incidenti e dei sabotaggi di molti seggi,alcuni addirittura non si sono potuti costituire,e delle reazioni della polizia che ha provocato feriti e un uccisione di un insegnante a Tlapa.
Questo comitato chiede in primis la verità sulla sparizione dei 43 studenti certamente uccisi,la totale demolizione dell'attuale apparato politico del narcogoverno messicano e la punizione esemplare di questi.
Verso la fine del contributo vi sono i risultati elettorali che hanno visto la vittoria del partito dell'attuale maggioranza del Pri anche se ha perso parecchi deputati.

Boicottaggio elettorale in Messico: oltre 50% di astensione, morti e feriti.

Grande successo della campagna per il boicottaggio delle elezioni legislative in Messico, dove l'astensione totale si è attestata al 53% e in diversi stati – soprattutto Guerrero, Michoacan e Oaxaca - l'incendio dei seggi e delle schede elettorali iniziato diversi giorni fa è riuscito ad impedirne lo svolgimento quasi completamente. La campagna, rilanciata soprattutto dai genitori e dai compagni dei 43 studenti di Ayotzinapa scomparsi nel settembre del 2014 con la complicità delle autorità locali e federali, ha raggiunto il suo culmine nella giornata del 7 giugno, giorno delle elezioni, che si è caratterizzata per gli alti momenti di tensione registratisi in tutto il paese a causa degli scontri con le forze dell'ordine poste a difesa dei seggi.

A Tixtla, nel Guerrero, genitori, studenti e docenti della scuola normale di Ayotzinapa hanno impedito l'installazione di almeno 28 seggi su un totale di cinquanta, dopo che una settimana fa avevano dichiarato di volere impedire lo svolgimento delle elezioni fintanto che i 43 normalistas scomparsi non fossero ricomparsi e i candidati governativi non si fossero svincolati dagli strettissimi rapporti che li legano alla criminalità organizzata e ai cartelli della droga, insieme ai quali esercitano un fortissimo controllo sui Congressi (locali e nazionale), sui governatori degli stati e su numerosi sindaci. Nonostante alcune élite di potere abbiano infatti tentato di riciclarsi utilizzando lo stratagemma dei “candidati indipendenti”, la verità è che, almeno negli Stati come Guerrero e Michoacan, nulla si muove se i cartelli non lo consentono. In ballo, infatti, non c'è solamente la conquista di un comune o di un distretto, ma la riorganizzazione dei diversi business della criminalità organizzata – in particolare dei cartelli Guerreros Unidos, Ardillos e Rojosche - che è quindi pronta ad utilizzare qualsiasi mezzo, compreso l'omicidio e la sparizione forzata, come dimostra la morte di 21 candidati nelle settimane precedenti alle elezioni.

La tensione nella città di Tixtla è cominciato la sera di sabato quando, approfittando di due blackout, alcuni gruppi di persone al soldo del PRI (Partido Revolucionario Institucional, il partito di maggioranza di cui fa parte il presidente Enrique Peña Nieto) hanno minacciato le persone presenti alle iniziative del #BoicotElectoral. Nonostante le provocazioni - che hanno raggiunto l'apice con lo sgombero del municipio e dell’auditorium occupati l’ottobre scorso e il ferimento di tre persone - dalle 7 del mattino di domenica i militanti e gli attivisti presenti hanno iniziato a recarsi nei seggi chiedendo agi elettori presenti di poter prelevare il materiale e le schede elettorali per poterli distruggere senza trovare grandi resistenze nella popolazione. Il boicottaggio è poi proseguito per tutta la giornata, nonostante gli elicotteri della polizia federale sorvolassero costantemente la città e ci fosse il timore di attacchi squadristici; verso mezzogiorno poi l'Istituto elettorale del Guerrero ha annunciato che le elezioni comunali a Tixtla sarebbero state annullate a causa della distruzione di oltre il 20% delle schede elettorali, provocando così l'irritazione dell'Instituto Nacional Electoral che ha invece deciso di conteggiare ugualmente le pochissime schede valide e decretando poco dopo la vittoria del candidato del PRI.

L'episodio più grave si è però verificato a Tlapa, dove la polizia federale ha fatto irruzione in una sede del sindacato CETEG (Coordinadora Estatal Trabajadores de la Educación-Guerrero, tra i più attivi nel supportare la lotta per i 43 di Ayotzinapa) arrestando 8 insegnanti e provocando la reazione della popolazione locale che, in tutta risposta, ha sequestrato 35 poliziotti che sono poi stati liberati in cambio del rilascio degli arrestati. In serata però, polizia e reparti dell'esercito hanno fatto irruzione nel quartiere di Tepeyac per cercare i portavoce del sindacato; durante il blitz, durante il quale sono stati lanciati diversi lacrimogeni e proiettili di gomma, un insegnante, Antonio Vivar Díaz, è stato colpito da un proiettile sparato dagli agenti ed è morto. Il bilancio finale della retata è poi stato di sette arresti e 4 feriti.

Nello stato di Oaxaca invece le azioni di boicottaggio si sono verificate principalmente nei paesi più piccoli, dove gli insegnanti del sindacato CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), dopo avere bruciato diverse cabine e schede elettorali, hanno impedito l'ingresso di militari e di polizia inviati per verificare l'avvenuta installazione dei seggi. In conseguenza di ciò la polizia federale ha arrestato almeno 88 docenti della Sezione 22 del CNTE nella zona delle città di Oaxaca e di San Bautista Tuxtepec, rilasciandoli poi nella giornata di ieri. Le azioni di boicottaggio sono comunque riuscite ad impedire l'installazione di circa il 9% delle sezioni dello stato.

Diverse altre iniziative di boicottaggio si sono tenute anche in Chiapas, con l'incendio di diverse sedi di partito, e in Michoacán dove le comunità indigene di Urapicho, Pichátaro, Tingambato, San Felipe De Los Herreros e Chaparan hanno impedito l'installazione delle sezioni. Numerosi media indipendenti riportano poi come il rifiuto del meccanismo elettorale si sia espresso anche tramite l'annullamento delle schede, sulle quali migliaia di messicani hanno espresso il proprio disprezzo per la classe politica scrivendo frasi riguardanti i più recenti episodi di repressione nei confronti dei movimenti sociali. Anche il collettivo di cyber hacktivisti Anonymous ha poi dato il suo appoggio alla lotta del #BoicotElectoral defacciando il sito della Camere dei Deputati con frasi di appoggio ai normalistas di Ayotzinapa e agli insegnanti di Oaxaca e pubblicando online un database con i contratti milionari che diverse aziende hanno stretto con i parlamentari.

Una mobilitazione capillare e sostanzialmente riuscita, grazie alla mobilitazione di migliaia di persone spinte soprattutto dalla determinazione dei genitori dei 43 normalistas di Ayotzinapa, che negli ultimi 9 mesi hanno dimostrato una ferma determinazione nel rilanciare la lotta per i desaparecidos e riuscendo così a trainare a sé buona parte delle istanze sociali negli stati più poveri del Messico. Un boicotaggio effettivo, che vede come contraltare una sostanziale riconferma dei precedenti assetti di potere, con il PRI che perde una quindicina di deputati (29%) ma si conferma prima forza del paese, seguito dai conservatori del Partito di azione nazionale (Pan) al 21%, il Partito della rivoluzione democrática (PRD, centrosinistra)  dimezza i suoi consensi e arriva all’11%, in favore del Movimento di Rinnovamento Nazionale (Morena, all’8,5%) fondato da Manuel Lopez Obrador, ex sindaco di Città del Messico, dove Morena è il primo partito.

Ma, al di là delle cifre, rimane evidente il dato di uno scollamento sempre più evidente tra le istituzioni del “narco-estado” e la popolazione messicana, costretta a vivere sotto il controllo sempre più opprimente delle forze di sicurezza che reprimono qualsiasi forma di dissidenza e il più delle volte risultano colluse con gli apparati locali della criminalità organizzata. In una dimensione di scollamento quasi totale tra i rappresentanti del potere - sia esso imposto tramite le logica prevaricatrice del sodalizio tra cartelli e istutizioni locali o tramite la farsa della “legittimità” democratica - e popolazione, il segnale positivo da cogliere è senz'altro quello relativo alla volontà di rigettare entrambi i meccanismi in maniera esplicita nell'ottica di organizzare dal basso nuove forme di cogestione della vita. E, in questo senso, la molteplicità di lotte sul territorio messicano e il loro tentativo di ricomposizione sul terreno dello scontro non può che essere considerato come un riuscito tentativo iniziale.

domenica 7 giugno 2015

LA COPPA DEL RE AFFARE CATALANO E BASCO

Un passo indietro parlando di una finale che riguarda il Barcellona fresco campione d'Europa ma per l'appunto non parlo di quella di ieri sera vinta contro la squadra più vergognosa d'Italia ma bensì della Coppa del Re in Spagna che come sempre quando ci sono le squadre catalane del Barcellona e quella basca dell'Athletic Bilbao ha connotazioni politiche e non solo calcistiche.
L'articolo sotto preso da Senza Soste parla di entrambe le componenti,passando dalla superiorità in campo dei blaugrana ai fischi all'inno spagnolo,dove stavolta la famiglia reale ha avuto la decenza di non presentarsi anche se la Coppa porta il nome del monarca complice negli anni della dittatura del franchismo e in quelli attuali della persecuzione delle minoranze prime tra tutte quella basca e quella catalana.
 
Athletic Bilbao-Barcellona: "Cosa resterà (di questa finale)".

Foto Athletic-club.eus.
 
Quando giochi e perdi contro i marziani, inutile recriminare o tentare di spiegare la sconfitta con argute analisi tecnico-tattiche. Il Barcellona è più forte, il Barcellona ha meritato, il Barcellona ha vinto. Personalmente credo che Valverde abbia sbagliato formazione e che la squadra avrebbe potuto fare qualcosa di più, se non altro sul piano della cattiveria agonistica (che si è vista solo negli ultimi 10 minuti). Ma sono discorsi che lasciano il tempo che trovano. Trovo molto più gratificante pensare a quello che abbiamo vissuto noi tifosi zurigorri in trasferta in Catalunya, anche se siamo tornati ancora una volta a casa a mani vuote. E allora, cosa resterà di questa finale di Copa del Rey 2014/2015?
Resteranno le facce. Tante facce. Facce piacevoli e facce spigolose, come solo quelle basche sanno essere; facce distrutte dalla fatica e provate dalle troppe cañas; facce allegre prima del calcio d’inizio e tristi dopo il triplice fischio finale; facce euskaldunak, italiane, catalane, straniere, bianche, nere, gialle, di ogni luogo e ogni ambiente. Facce della mejor afición del mundo.
Resteranno i fischi. Fischi che hanno coperto totalmente l’inno spagnolo. Fischi che hanno generato polemiche feroci: sull’indipendentismo, sull’eredità del regime franchista, sui limiti della libertà d’espressione. Fischi che ognuno ha interpretato a modo suo: illegittimi, indelicati, sacrosanti, inopportuni, perfettamente legali, meritati, liberatori. Fischi che, piaccio o meno, ci sono stati e ci saranno sempre quando scenderanno in campo quelle due squadre.
Resteranno i gol, bellissimi. La prodezza maradoniana di Messi, chiuso in un angolo da quattro avversari e capace di saltarli tutti come se praticasse uno sport diverso; i sei tocchi di fila prima dell’appoggio facile facile di Neymar; Messi, ancora lui, che prende 3 metri con un solo scatto a Bustinza; e il colpo di nuca di Williams, un segno del destino, la promessa di un nuovo campione sbocciato all’ombra di Lezama.
Resteranno gli antisportivi. I tifosi culé che, pur ospiti nell’Athletic Hiria, si sono messi a sfottere i loro “fratelli” baschi, consapevoli che lì non avrebbero rischiato nulla. E Neymar, uno che si commenta da solo con la sua espressione da bimbominkia perenne; Neymar che, sul 3-0, si permette di irridere l’avversario più in difficoltà, Bustinza, con un giochetto buono solo per le spiagge di Copacabana; Neymar che viene metaforicamente bastonato da Luis Enrique e Piqué, loro sì persone di notevole spessore sportivo; Neymar che deve ringraziare perché non sono più i tempi di Goiko e “Rocky” Liceranzu; Neymar che spero ci riprovi sabato a Berlino, magari con Bonucci davanti.
Resteranno le lacrime. Di vittoria per qualcuno (ma non molti, ché la vera finale per loro è quella del 6 giugno), di sconfitta per tanti, troppi altri. Lacrime disperate color biancorosso, lacrime che versiamo per la quarta volta consecutiva tra Copa del Rey e Europa League. Lacrime amare che, ne sono sicuro, prima o poi diventeranno lacrime di gioia.
Resterà la consapevolezza. La consapevolezza di far parte di una tifoseria stupenda, che a volte si bea anche troppo della propria unicità in detrimento di una sana incazzatura, ma alla quale vogliamo un bene dell’anima proprio per questo. La consapevolezza di poter contare su una curva, una grada popular, estremamente viva e vitale, una grada che merita di più di uno spicchio del nuovo stadio; la coreografia e lo striscione iniziale riempiono il cuore di orgoglio e spingono a dire solo e soltanto grazie a quei ragazzi fantastici. La consapevolezza, infine, di avere una squadra giovane e piena di elementi di talento; una squadra che, in prospettiva, può togliersi quella soddisfazione che manca dal 1984: sollevare un trofeo.
Resterà un video che rappresenta meglio di tanti discorsi cos’è l’Athletic. Aldilà di ogni retorica spiccia, la finale l’abbiamo davvero giocata tutti. Continueremo a farlo ogni volta, finché il dio del calcio si ricorderà di noi, un giorno, e ci farà alzare quella benedetta Coppa. Ma anche se non dovesse succedere, anche se dovessero passare altri 50 anni senza vincere nulla, l’Athletic resterà sempre com’è, fedele a sé stesso e alla sua tradizione. Perché solo a Bilbao, come ha detto Muniain, è meglio arrivare secondi che vincere.
5 giugno 2015

sabato 6 giugno 2015

VIGILIA ELETTORALE DI SANGUE IN TURCHIA

La campagna elettorale per le prossime elezioni di domani in Turchia è stata funestata da un grave attentato nella città di Diyarbarik mentre il leader del partito filo curdo Hdp Demirtas stava tenendo un comizio:quattro le vittime e un centinaio i feriti.
Diyarbarik è ritenuta la capitale curda in Turchia e nelle sue zone,a Lice,poco più di un anno fa la polizia aveva ucciso due persone durante una manifestazione di protesta contro la costruzione di una caserma.
Domani l'attuale Presidente Erdogan vorrà aumentare il proprio consenso e quello del suo partito filo islamico Akp per poter riscrivere la Costituzione e per aumentare il potere decisionale in un presidenzialismo sempre più marcato.
Se dovesse ottenere i due terzi dei voti potrebbe fare questo senza passare per un eventuale referendum,mentre il partito dell'Hdp vorrebbe raggiungere la soglia almeno del 10% per poter sbarrare la strada alle mire politiche sempre più minacciose e distruttive di Erdogan.
Articolo preso da Infoaut.

Turchia. Esplosione al comizio del partito filo-curdo: quattro morti.
 
Turchia: ieri a Diyarbakir il comizio elettorale del leader del partito filo-curdo Hdp è stato attaccato con due violente esplosioni che hanno provocato almeno 4 morti e centinaia di feriti tra la folla che riempiva la piazza. Dopo l'attacco in tutta la città sono scoppiati scontri con la polizia, mentre oggi una grande folla è tornata nel luogo degli attacchi bomba di ieri depositando fiori e cartelli.
Sale la tensione in Turchia alla vigilia del voto di domenica. Ieri l’ultimo comizio del leader del partito filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas, a Diyarbakir, è stato il teatro di una duplice esplosione che ha fatto almeno quattro morti e decine di feriti tra la folla accorsa ad ascoltare il leader dell’Hdp, che minaccia la supremazia del presidente Recep Tayyip Erdogan, alla guida del Paese dal 2002.

Le deflagrazioni si sono verificate in un cestino dei rifiuti e in una centralina elettrica. Non è ancora chiara la dinamica dell’accaduto, ma il ministro dell’Energia ha escluso l’esplosione accidentale.

Al comizio nella città meridionale erano accorse decine di migliaia di persone. Dopo le esplosioni, Demirtas ha laniato un appello alla calma. Il sangue che ha bagnato il comizio è una provocazione che rischia di innescare disordini quando manca un giorno all’apertura delle urne per le politiche, delineatesi sempre di più come una sorta di referendum su Erdogan e sul suo partito filo-islamico AKP.

Demitras e l’Hdp sono l’ago della bilancia di questo appuntamento elettorale su cui Erdogan punta per imprimere  cambiamenti sostanziali alla Costituzione, virando verso un presidenzialismo spinto. Sebbene l’AKP registri una flessione dei consensi, il presidente spera di ottenere i due terzi dell’Assemblea. Numeri che gli consentirebbero di modificare la Carta senza passare dalla consultazione popolare.

Demitras, però, potrebbe guastargli la festa. L’Hdp punta a superare la soglia del 10 per cento per entrare in Parlamento e così avrebbe i numeri per bloccare i piani di Erdogan: nuova Costituzione con più poteri al presidente.

Il partito filo-curdo è stato obiettivo di diversi attacchi in questa campagna elettorale per un voto che ormai si è trasformato in un referendum su Erdogan. Giovedì scorso ci sono stati scontri a un comizio dell’Hdp a Erzurum, con decine di feriti. All’inizio della settimana ignoti hanno aperto il fuoco su un bus dell’Hdp nella provincia a maggioranza curda di Bingol, uccidendo l’autista. Nena News

da Nena News

Leggi anche: "Strage ad Amed (Diyarbakir): 4 morti e oltre 400 feriti al comizio HDP" della Carovana per il Rojava

venerdì 5 giugno 2015

ROMA CAPUT MAFIA

Ve la ricordate la foto dell'ex capo Legacoop ed ora Ministro del Lavoro Poletti nel magna magna romano dello scorso dicembre seduto a tavola(nel 2010)con Alemanno e Ozzimo,Panzironi e Buzzi,e Marroni padre e figlio?(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/12/magna-magna.html ).
Era solo l'antipasto,diciamolo sempre in tono mangereccio,di quello che sta ancora accadendo a Roma e l'articolo sotto preso da Infoaut parla dei nuovi arresti dai fascisti ai piddini che sono stati effettuati ieri e sempre per motivi legati alla speculazione sui migranti ed alla spartizione dei fondi destinati alla loro accoglienza.
Si va dall'amico di Caga Povnd Gramazio legittimo figlio del padre senatore a Coratti ex presidente del consiglio comunale per arrivare al sovra citato Ozzimo:per loro le solite accuse di associazione di tipo mafioso,turbativa d'asta,corruzione.
Roma Caput Mafia

Mafia capitale:lo schifo bipartisan del mondo di sopra.

La città di Roma è stata oggi teatro di una nuova operazione, la seconda ondata di "Mafia Capitale", che ha visto 44 persone finite agli arresti (19 in carcere e 25 ai domiciliari) per le solite accuse: associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d'asta. Anche questa volta, nomi illustri figurano nella lista delle persone coinvolte.
Primo su tutti Luca Gramazio, il quale ha basato la gran parte della sua carriera politica, oltre che sui lasciti elettorali paterni, sul merito di essere "amico di Casapound". Ed infatti a questo personaggio viene imputato proprio il ruolo di essere stato il tramite fra la pubblica amministrazione e la criminalità mafiosa, ovvero il suo compito era quello di capire che tecniche amministrative utilizzare per riuscire a mangiare più soldi possibili. Ma da dove venivano sottratti questi soldi? Proprio dai fondi destinati alla gestione dell'emergenza migranti, dell'emergenza abitativa e di tutti quei problemi che affliggono i quartieri della città. Quegli stessi problemi che vengono agitati da questi fascisti per soffiare sul fuoco della guerra fra poveri, tentando di distogliere l'attenzione dalla vera questione, la dolosa gestione del comune di Roma, elevata a sistema proprio dal loro sodale più in vista, Gianni Alemanno.

Proprio ieri a via Battistini abbiamo visto come Casapound abbia convocato un presidio dichiaratamente razzista che contava ben 50 partecipanti, i quali prendendo disgustosamente a pretesto l'incidente stradale della settimana scorsa che ha portato alla morte di Cory, sbraitavano sotto lo guardo attonito dei passanti slogan xenofobi contro rom e immigrati. Presidio che si è potuto svolgere solamente perché un ingente schieramento delle forze dell'ordine ha caricato una manifestazione di centinaia di antirazzisti, che si erano ritrovati in quella piazza proprio per evitare che si continuasse a sciacallare su questo episodio tragico. La rivendicazione di questi individui era come al solito il loro leit motiv "prima gli italiani": evidentemente con questo slogan intendevano legittimare la ruberia dei soldi pubblici che effettivamente negli ultimi anni sono finiti tutti nelle loro italianissime tasche.

Come al solito però, quando si parla di soldi, si consacra una comunione di intenti bipartisan. Perciò vediamo anche che Coratti, ex presidente del consiglio comunale, e Ozzimo, ex assessore alla casa del Comune, sono anche loro invischiati in questa vicenda accusati a vario titolo di aver indirizzato gli appalti pubblici a cooperative a loro amiche soprattutto in riferimento all'emergenza migranti e all'emergenza abitativa. Temi molto caldi nella città di Roma, la cui criminale gestione ha portato al fatto che in alcuni quartieri la situazione diventasse insostenibile. L'operazione di oggi, come quella del dicembre scorso, dimostra ancora una volta che il tanto sbandierato "degrado di Roma", su cui alcuni personaggi basano la loro campagna politica, non si è dato da solo ma è frutto di una gestione  volutamente scellerata e clientelare della città. Una gestione che ha sempre avuto la necessità di perpetuarsi per sostenersi, alla faccia della discontinuità proclamata da ogni nuovo sindaco. Emerge anche una nuova figura di costruttore, quello degli stabili da destinare all’emergenza e Pulcini è solo uno di questi. Dunque la città si disegna ancora una volta sugli interessi della rendita e dei profitti possibili, da ricavare senza remore anche dalla sofferenza delle persone.

Le reazioni della politica non si sono fatte attendere con Marino che si vanta della recente nomina di Alfonso Sabella ad assessore alla legalità e commissario straordinario del municipio di Ostia. Una nomina vergognosa e paradossale in quanto il succitato signore in passato ha avuto ruoli dirigenziali nella gestione della polizia durante il g8 di Genova 2001 ed assistito inerme, se non proprio coordinato, le torture di Bolzaneto. Un personaggio atroce, dunque, chiamato a ristabilire la legalità nella città di Roma.

Questa vicenda ci regala un quadro disastroso di tutta l'amministrazione comunale: affari gestiti da settori criminali più o meno inseriti nelle fila di vecchie e nuove destre, una sinistra arruolata ormai nel partito dei solvibili e del denaro, torturatori che si fanno carico della legalità. Come al solito chi ci rimette in queste circostanze sono le periferie della città, vessate da anni e anni di corrotta amministrazione, che attualmente fra sfratti e sgomberi delle occupazioni delle case popolari, sono completamente abbandonate alla loro povertà. Noi sappiamo bene da che parte stare, sappiamo che questa risma di signori sono il nostro nemico, come lo sono anche tutti coloro che speculano sui disagi, e ormai da parecchio tempo abbiamo capito che solamente con la solidarietà delle lotte e con decisive pratiche di riappropriazione possiamo riconquistare pezzi di libertà, di reddito e di dignità che ci vogliono sottrarre. O peggio ancora farne oggetto di mercato, dentro una contrattazione destinata a lasciarci solo briciole di welfare o dentro un’offerta di cooptazione nella gestione dell’emergenza.

giovedì 4 giugno 2015

NULLA DI NUOVO SOTTO IL SOLE

Lo sciacallaggio mediatico sull'incidente che ha portato alla morte della donna filippina ad opera di alcuni rom che si sono dati alla fuga continua sulle emittenti nazionali e sui quotidiani col bene placito della massa di razzisti che se la ghignano e si compiacciano di tale non disinteressato contributo da parte degli organi di disinformazione.
Da giorni c'è chi parla costantemente del fatto e ci mangia sopra per scopi elettorali,e il caso di ieri a Roma è la diretta conseguenza di questa campagna dell'odio:infatti la polizia nuovamente ha caricato i manifestanti antirazzisti uniti assieme ai migranti che manifestavano a breve distanza di un presidio di Ca$$a Povnd che forse non sanno che stanno sì blaterando il loro odio verso i rom ma stanno anche difendendo una migrante.
Fatto sta che hanno potuto proseguire nel loro scopo di propaganda nazifascista protetti come sempre dai celerini che le hanno manganellato il corteo de centri sociali:articolo preso da ecn.org.

Incidente Boccea, Spintoni e manganellate al presidio antirazzista.

Incidente Boccea, sit-in di Casapound: tensione alta nel quartiere. Spintoni e manganellate al presidio antirazzista

Due manifestazioni indette in via Battistini. Non autorizzata quella dei centri sociali, allontanati anche dal marciapiede dagli agenti in tenuta antisommossa. La Questura: "Trovato borsone con mazze di legno". L'organizzazione di estrema destra: "Chiudere i campi rom"


Tensione a Boccea davanti alla stazione della metro Battistini, nel luogo in cui mercoledì scorso un'auto ha travolto nove persone, uccidendone una. Proprio in quel punto era convocato un sit-in di comitati di quartiere guidato da CasaPound, l'organizzazione di estrema destra di via Napoleone III. Un'iniziativa a cui movimenti antirazzisti e centri sociali hanno risposto indicendo una contro-manifestazione non autorizzata che è stata però caricata.

Il presidio (un centinaio di persone dietro lo striscione "Solidarietà per Corazon e tutti gli immigrati") era fermo sul marciapiede, senza intralciare la strada, ma dopo un'ora di interventi e cori sono intervenute le forze dell'ordine in tenuta antisommossa. "Vi intimo di disperdervi" l'ordine urlato al megafono da un funzionario dopo aver fatto allontanare i giornalisti. Qualche istante e sono volati spintoni mentre i manganelli si sono alzati contro il presidio. I ragazzi sono stati respinti su via Mattia Battistini a 300 metri dalla fermata del bus davanti a cui era stato convocato il sit-in, ben lontani dalla manifestazione di CasaPound che ha sfilato dietro i tricolori ("Alcuni italiani non si arrendono" lo striscione) e le tartarughe simbolo del movimento di Iannone. La strada è stata chiusa dai blindati delle forze dell'ordine per tutto il pomeriggio. In serata a Questura ha fatto sapere che "durante l'attività di mediazione, volta a far allontanare i presenti affinché non venissero in contatto con i manifestanti di Casapound è stato rinvenuto, sotto la bancarella di un ambulante, un borsone dentro il quale, sono state trovate e sequestrate alcune mazze di legno".

"Sarò strano io, ma non capisco come si possa autorizzare una manifestazione razzista a Casapound e vietare un presidio antirazzista Boccea" ha commentato, su Twitter, il vicesindaco di Roma Luigi Nieri.

L'organizzazione di destra è scesa in piazza per chiedere di "chiudere i campi rom di via Cesare Lomborso e e via della Monachina". ''La situazione nel quartiere - si legge in una nota del movimento di destra radicale - è da tempo insostenibile. Casapound lo evidenzia da mesi. È arrivato il momento di promuovere una mobilitazione politica affinché questi centri di illegalità e degrado vengano chiusi''. "Siamo qui a difendere il nostro popolo come abbiamo sempre fatto" hanno spiegato poi al megafono alcuni manifestanti, tra cui Simone Di Stefano, pluricandidato di Cpi a Regionali e Comunali nel Lazio prima e in Umbria all'ultima tornata elettorale. "Non siamo razzisti, noi guardiamo la realtà" hanno detto poco prima di aggiungere: "Bisogna aiutare prima gli italiani e poi forse gli altri", "I rom stranieri vanno espulsi, quelli italiani educati". Poi l'attacco alla sinistra e all'amministrazione comunale: "Non c'è bisogno di un fatto eclatante e si vede cosa fanno i rom. Questa giunta di sinistra non fa altro che proteggerli. Qui ci vogliono le ruspe, i campi vanno chiusi".

Un appello che Francesca Danese e Erica Battaglia, rispettivamente Assessore alle politiche sociali di Roma Capitale e Presidente di commissione, giudicano "tardivo e fuori luogo. Arriva tardi, perché tra gli impegni presi da questa Amministrazione in campagna elettorale c'era anche il superamento del sistema dei campi rom. È fuori luogo perché non interroga la vecchia Amministrazione sull'uso dei fondi in emergenza che il governo Berlusconi diede a Roma per l'ormai noto e fallimentare "Piano Rom" ideato dalla Giunta di centrodestra che guidava la città, piano che ha portato all'allestimento di tre nuovi campi per una spesa esagerata e al completo abbandono e sovraccarico di quelli già esistenti".

I movimenti anti-razzisti e anti-fascisti della capitale avevano invece indetto il contro-presidio scrivendo:
"CasaPound, seguendo l'esempio del suo capo Salvini, intende continuare a speculare sulla morte di una di quelle migranti che vorrebbero cacciare dal paese. La comunità filippina ha già dimostrato una dignità inarrivabile per questi avvoltoi fascisti del terzo millennio. Noi, ricordando a Salvini e a Casa Pound che la campagna elettorale è finita, abbiamo intenzione di impedire che quel presidio compia l'ennesimo scempio della memoria di Cory".

venerdì 29 maggio 2015

IL NEMICO SEMPRE PIU' A SUD

L'articolo preso da Senza Soste aggiunge qualcosa in più,se necessario,all'ignoranza leghista in fatto di conoscenza di materia d'immigrazione,e in questo post ci si limita solo a questo sennò le pagine sarebbero davvero molte da dedicare al tema.
Questi elementi(da notare Buonanno in trasferta libica nella foto)fanno della paura e dell'odio verso chi non si conosce bene(meridionali prima,immigrati e rom adesso,tra qualche tempo alieni o qualcuno o qualcos'altro s'inventeranno di sicuro)più che il loro inno di battaglia il grosso parafulmine della loro politica del disprezzo.
Gli italiani non sono al sicuro,di certo di fronte ai leghisti,e la percezione di questo fatto è amplificata dalla disinformazione quotidiana di parte e complice del clima di terrore che caratterizza il linguaggio elettorale leghista.
Quindi ora che il sud Italia e i fascisti sono terreno di caccia per i voti di Salvini & company ci si trova a cercare il nemico più a sud ancora,frotte di immigrati disperati che rischiano la vita ancor prima di poter imbarcarsi sui barconi della morte in mano ai nuovi mercanti di schiavi.

L'isterismo leghista.

L’isterismo leghista sta facendo presa sul comune senso della territorialità che è un sentimento costitutivo primitivo di qualsiasi razza vivente. Insieme all’affermazione del proprio senso della realtà, dei propri credo e degli usi va di pari passo l’insicurezza del sé. Il cerchio si chiude proprio sull’insicurezza reale e psicologica rispetto alla minaccia.
La minaccia dell’invasione da parte degli infedeli che arrivano con i barconi, avidi di rubare e portatori di nuove malattie tiene banco e nel contesto attuale di riduzione drastica del tenore di vita medio è una leva politica razzista vantaggiosa a favore del determinato Salvini unto da qualche sangue di santo originario di qualche zona delle terre “pure”.
E’ un isterismo infatti e una contraddizione il fatto di recarsi presso i “terroni” per metterli in guardia verso i “più terroni” e se non fosse che a sud poi si supera l’equatore e si ritrova un’altra gradazione climatica il leghismo continuerebbe ad oltranza.
I problemi ci sono e sebbene i capitali finanziari si possono muovere e determinare condizioni di vita impossibili dove qualcuno ci guadagna sempre con la stessa logica degli scafisti d’altro canto invece le persone no: non sono libere di andare dove vogliono. Esistono i confini politici all’interno del quale ci sono regole e principi originati da evoluzioni storiche e politiche di quella data comunità di persone. Nel tempo i confini politici sono diventati più importanti dei confini geografici i quali grazie alle tecnologie sono sempre meno importanti.
La tv satellitare e i vettori per lo spostamento hanno eliminato le barriere creando tecnicamente un contesto esteso di scambio.
Il leghismo per far giustizia dei furti in casa e dell’interpretazione violenta del Corano preferisce entrare in conflitto preventivamente avendo individuato l’invasione silenziosa del nemico, mettendo in guardia la popolazione italiana già carica di nervoso. La leva politica razzista infatti è vantaggiosa per Salvini ma la soluzione è ben lontana.
A Livorno di invasioni ce ne sono state diverse nel tempo, via terra, via mare, via aria e non erano affatto invisibili. Nazisti tedeschi arrivati col compiacimento fascista dove l’intento era di invadere l’esterno qualsiasi esso fosse e americani che da sud verso nord hanno proceduto con bombardamenti a tappeto non ancora “chirurgici”. Ma Salvini lo sa?
I problemi di integrazione ci sono eccome, lo vediamo e spesso ci rendono insofferenti e arrabbiati per furti ricevuti all’interno della propria casa oppure per “vedersi passare avanti”, uno slogan ormai sulla bocca di molti, o per la limitazione della frequentazione degli spazi comuni, però con l’isterismo non si risolve nulla. E’ lecito e ragionevole confidare con l’avanzamento di una buona politica comunitaria e una serie di iniziative diplomatiche orientate alla pacificazione senza che un credo originario dichiari guerra ad un altro di differente matrice culturale. Scienziati di ogni nazionalità hanno lavorato in team per risolvere le sfide tecnologiche mentre in campo politico invece siamo sempre al punto di parlare di confini politici. Eliminiamoli. Così come è accaduto nel campo della mobilità planetaria.
Siamo coinvolti in un recente processo di pacificazione europeo sebbene la guerra economico-finanziaria che si sta giocando sulla pelle di masse di cittadini sia devastante ma tanta gente non isterica non se la sente di bombardare i barconi nel Mediterraneo.
Facciamo un test a Salvini: armiamolo di pistola e imbarchiamolo su una barca accostandone poi una piena di gente dell’Africa. Vediamo se spara.
per Senza Soste, Jack RR
22 maggio 2015

giovedì 28 maggio 2015

LA SINISTRA SI RISVEGLIA.IN SPAGNA,NON QUI

Piccola riflessione sol voto delle elezioni comunali della scorsa settimana in Spagna dove i due partiti storici degli ultimi decenni Partito Popular e i socialisti del Psoe hanno perso milioni  di elettori che hanno preferito non votare o meglio dare il loro consenso verso la nuova sinistra di Ciudadanos o ancor di più a Podemos.
E ancora in Italia ad esultare per le vittorie degli altri(vedi anche Grecia)quando per il momento le nostre coalizioni di sinistra vera faticano a superare se messe assieme il 4-5% in eventuali votazioni nazionali:a breve le regionali che interesseranno sette regioni italiane tasteranno il polso alla sinistra per vedere se l'agonia continuerà o se da uno stato di coma apparente ci si possa ridestare.
In Spagna comunque queste elezioni sono un bell'auspicio per quelle politiche del prossimo novembre,ed in zone come Euskal Herria la sinistra potrebbe davvero trionfare riuscendo a presentare i propri candidati in partiti che per anni sono stati illegalizzati,Garzon permettendo naturalmente visto che mancano ancora sei mesi alle prossime consultazioni.
Articolo preso da Infoaut.

Spagna, amministrative: crisi del bipartitismo e frammentazione

Forte affermazione di Podemos, Ciudadanos e delle forze ostili al centralismo spagnolista. Ma vota meno di uno/a spagnolo/a su due.Guardiamo ai risultati delle elezioni comunali spagnole con un misto di interesse e distacco, lontani tanto dai facili entusiasmi di chi spera di importare qui da noi ennesima formula magica per rilanciare una sinistra che non smette di fare gli stessi errori, quanto da chi giudica e liquida quanto avviene fuori dalla propria cinta ammantata di purezza rivoluzionaria. Un voto è un voto, non una rivoluzione e nemmeno un significativo passaggio di rottura. Cionondimeno può rappresentare qualcosa di interessante se spia sintomo di processi più ampi.

Quello che è interessante in Spagna, più e diversamente dalla Grecia, è che lì la sedimentazione politica di nuove forze partitiche è stata filiazione diretta di un movimento sociale, “cittadinista” finché si vuole ma capace di dar voce all’insoddisfazione di ampi strati popolari e di una classe media presa nel suo divenire in crisi - a differenza che da noi, sprovvista di un ampio risparmio privato di riserva, totalmente risucchiata dall’indebitamento e sull’orlo quando non già completamente inglobata nei processi di incipiente proletarizzazione.

La differenza da quel che avviene in Grecia, questo almeno ci pare, non sta tanto nel fatto, come spesso si sostiene, che là l’ascesa di Syriza è corrisposta al punto di caduta dei movimenti mentre in Spagna il passaggio al politico sarebbe avvenuto in forme più dirette. Quel che più conta è che la nascita di Podemos da dentro il 15M  è avvenuta in un contesto sociale, politico e storico di più avanzata disgregazione delle forme politiche novecentesche e delle soggettività che esse rappresenta(va)no. E questo è vero soprattutto per le giovani generazioni. Tanto la Spagna quanto la Grecia sono state negli ultimi decenni pesantemente finanziarizzate, vivendo entrambe l’illusione drogata di una ripresa economica. Ma mentre nella penisola iberica tutti i rivolgimenti di questi anni avvenivano su un precedente deserto politico, in quella ellenica il peso delle trascorse esperienze politiche (partitiche e non) aveva un’altra incidenza, col bagaglio di esperienze di un dopoguerra lungo 50 anni e lo spessore di una società mediamente più politicizzata.

Proponendo queste timide riflessioni, non siamo sedotti dall’ossessione del nuovo a tutti i costi né rimpiangiamo i bei tempi andati di un politico più esplicito e meglio connotato. Non diciamo che una situazione è “meglio” e l’altra “peggio”, prendiamo atto di alcune differenze dentro tratti di comunanza.



Panoramica del voto

Come in parte ci si poteva attendere, i timori dell’establishment politico-istituzionale spagnolo, dalla transizione post-franchista perennemente occupato, ad alternanza, da Popolari e Socialisti, si sono trasformati in incubi reali: se insieme le due forze storiche assommavano fino a ieri 2/3 dell’elettorato, delineando un bipolarismo de facto, oggi superano a mala pena il 50%. Se a Madrid il Pp si conferma in testa alle preferenze, l’emorragia di consensi è stata però significativa e il testa a testa si è giocato contro l’organizzazione di Pablo Iglesias che con l’alleanza tattica coi socialisti si appresterebbe a governare la capitale.

Il risultato più significativo è però sicuramente quello di Barcellona, dove la più votata è una donna di 41 anni, cresciuta politicamente nei picchetti contro i pignoramenti degli Afectados por la Hipoteca (PAH) che ha contribuito a fondare, seguita dai (battuti) indipendentisti della Convergencia i Unió dell’attuale presidente uscente della Generalitat.  Buona affermazione anche degli indipendentisti catalani di sinistra della Cup.

Nella Navarra, là dove i Regno di Spagna s’interseca con l’ostile territorio basco, i conservatori federalisti dell’UPN (versione navarra del PNV basco) hanno perso più di 20.000 voti e insieme ai socialisti locali e ai popolari totalizzano mendo di Podemos, Bildu e altre forze autonomiste di sinistra. (Significativa però, la flessione di Bildu nella roccaforte basca di Gipuzkoa → Strana notte elettorale. Risacca da lettura e comparazioni di voti&tendenze).

Nel resto del regno quel che si registra è, come già detto, l’impossibilità dei precedenti protagonisti della vita politica spagnola di formare coalizione di governo nelle amministrazioni comunali. Il quadro è compromesso non solo dall’exploit (atteso) di Podemos ma anche da quello più recente, speculare e da centro-destra di Ciudadanos, formazione populista che ha catturato dallo spettro di centro-destra la critica dell’establishment, attestandosi come terzo partito del paese.



I nodi politici

Se Pablo Iglésias può aver ben ragione, pro domo sua, nell’esultare per i risultati e dichiarare secco “l’inizio della fine del bipartitismo in Spagna”, i dettagli sul campo sono un po’ meno nitidi e le mani, per governare, dovrà sporcarsele parecchio. Come osservano non pochi commentatori del mainstream, il successo di Podemos è anche dovuto a una moderazione dei toni per attrarre un elettorato più moderato. Su Madrid si profila un’alleanza coi socialisti mentre un po’ dappertutto Ciudadanos si appresta a scompaginare le carte dichiarandosi disposto ad alleanze a geografia variabile con Pp, Psoe e Podemos.

Se per la nuova forza di sinistra, l’apertura per le amministrative è tattica e finalizzata alla penetrazione nel governo dei territori, ponendosi come trampolino di lancio per la sfida vera – le elezioni politiche di novembre – il potenziale di rottura e l’incarnazione degli umori anti-sistemici dovranno fare i conti con le capacità di cattura delle politiche di coalizione finalizzate all’amministrazione territoriale e il mestiere dei socialisti alleati.

Soprattutto, la tenuta del capitale politico fin qui accumulato, se terrà senza farsi logorare dall’esperienza amministrativa, dovrà essere in grado domani di tener testa agli assassini in doppio petto della Troika. Il nodo che conta non sarà dunque la vittoria  a Barcellona o Madrid, ma la sfida a Bruxelles e Berlino (su questi punti rimandiamo a quanto abbiamo scritto sulla situazione greca → Il punto sulla Grecia).

Last but not least, l’affluenza al voto, giudicata positiva dal media mainstream perché cresciuta dello 0, 6 % (!), non arriva al 50 % degli aventi diritto. E il dato non può non dar da pensare (questo sì in linea con tutto il continente europeo). Mentre ci si eccita per spostamenti a una cifra dentro uno spettro che “rappresenta” solo metà della popolazione adulta di una nazione, l’altra metà non vota: per disinteresse o qualunquismo, per disincanto… ma forse un po’ anche perché non sente le proprie istanze e interessi rappresentabili o difendibili da nessuna delle opzioni in campo.

mercoledì 27 maggio 2015

POROSHENKO AFFAMA I SUOI SUDDITI

L'articolo odierno preso da Contropiano(http://contropiano.org/articoli/item/30984 )prende spunto dall'omicidio del comandante dei"ribelli"filo russi della Brigata Prizrak per parlare degli ultimi sviluppi della guerra in Ucraina-Donbass.
Questa morte oltre a quella di altri tre miliziani,secondo Kiev frutto di dissapori interni alla brigata ma secondo altre fonti avvenuta per mano dei sabotatori ucraini,è solo l'ultima di una serie di altri decessi dovuti ad una guerra che dovrebbe essere in uno stato di tregua,ma che è solamente unilaterale.
Infatti i sovracitati sabotatori stanno compiendo il loro compito presso le vie di comunicazione delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk,ed i morti che siano civili o militare sono un danno collaterale.
Evidentemente all'Ue e alla Nato che sostengono l'esercito ucraino,queste violazioni alla tregua poco importano e continuano nel loro intento di annientare la resistenza della Novorossija:l'altra parte del contributo parla di Poroshenko che si sta arricchendo alle spalle degli stessi ucraini che lo avevano votato,e soprattutto i pensionati ora sono ridotti alla fame.
Il leader ucraino è uno degli uomini più ricchi del suo paese con un patrimonio stimato in 750 milioni di Dollari,frutto della sua azienda dolciaria(è chiamato anche il Re del cioccolato)e di azioni in imprese metallurgice,automobilistice e nel settore bancario e dei mass media.

Ucraina alla fame, Poroshenko - sempre più ricco - stringe la morsa.

Sono previsti per oggi i funerali del comandante della brigata “Prizrak” (Fantasma) Aleksej Mozgovoj, ucciso in un attentato sabato scorso insieme alla sua portavoce e a tre miliziani della sua scorta, oltre a due civili che, al momento dell'attentato, stavano transitando a bordo di un'altra vettura, lungo la strada Perevalsk-Lugansk. Se da un lato appare poco credibile la versione fornita da Kiev, di una “resa dei conti” da parte di gruppi mafiosi, danneggiati dalle scelte di politica interna della “Prizrak” e di Mozgovoj personalmente; se d'altro canto le fonti sia della Repubblica Popolare di Lugansk, sia di quella di Donetsk, parlano di un centinaio di gruppi di guastatori ucraini all'opera nel Donbass e uno di questi gruppi avrebbe anche rivendicato l'attentato; in ogni caso è certo che, proprio per gli orientamenti politico-militari di Mozgovoj, il suo assassinio non rimarrà senza conseguenze anche interne alla Repubblica di Lugansk. Intanto, nella tarda serata di ieri, tiri di artiglierie ucraine su Gorlovka, nella repubblica Popolare di Donetsk, hanno causato la morte di tre persone: una bimba di 11 anni, suo padre e un altro civile; ferite altre quattro persone, tra cui un miliziano. Ancora a Donetsk, secondo quanto dichiarato dal vice Ministro della difesa Eduard Basurin, hanno iniziato ieri il proprio lavoro nell'area dell'aeroporto gli osservatori del Centro congiunto russo-ucraino per il controllo e il rispetto del cessate il fuoco; gli operatori della commissione  lavoreranno “a specchio”: ufficiali russi su un versante e militari ucraini su quello opposto della linea di contatto, presumibilmente fino al 28 maggio. Questo, mentre artiglierie da 23 mm e mortai da 82 mm ucraini hanno preso di mira edifici civili e strutture agricole nella zona di Slavjanoserbsk, nella Repubblica di Lugansk; distrutto l'edificio che ospita la sede dei veterani della Guerra patriottica. Non ci sarebbero vittime.
Nella Repubblica di Lugansk, a opera di gruppi di sabotatori ucraini, sono stati divelti alcuni metri di rotaie ed è stata seriamente danneggiata una locomotiva sulla linea Lutughino-Semejkino; mentre una mina inesplosa era stata in precedenza rinvenuta non lontano dalla stazione ferroviaria di Donetsk.
E' in questa situazione che il Presidente della Rada suprema, Vladimir Grojsman, ha sottoscritto martedì scorso la dichiarazione parlamentare - la Rada aveva adottato la specifica risoluzione lo scorso 21 maggio – sull'abbandono, da parte ucraina, di ogni impegno dato dalla Convenzione sui diritti dell'uomo, nel Donbass. Con ciò il governo si libera anche ufficialmente le mani per ogni atto terroristico nei confronti della popolazione della Novorossija. Già dall'estate 2014, il governo ucraino aveva esteso i poteri di polizia e giudici, per quanto riguarda arresti preventivi (fino a 30 giorni), indagini preliminari e diritti supplementari concessi ai procuratori. Lo scorso febbraio era stato quindi introdotto il coprifuoco, con grosse limitazioni alla permanenza di chiunque nelle strade. La risoluzione della Rada dovrebbe quindi ora, nelle intenzioni ucraine, ufficializzare quanto già in atto, senza mancare di precisare che non si escludono ulteriori limitazioni relative ad altri articoli delle Convenzioni internazionali sui diritti civili e politici.
Sarà dunque un caso che, secondo un recente sondaggio condotto in Ucraina dall'agenzia internazionale TNS, oltre la metà dei cittadini (51%) si sia dichiarata scontenta delle mosse del presidente Poroshenko e il 68% dell'attività del governo e del premier Jatsenjuk? Per quanto riguarda il governo, ovviamente, l'insoddisfazione degli ucraini è data soprattutto dalle “riforme” dettate dal FMI sulla politica tariffaria (gas, acqua, spese municipali, ecc.), che sta riducendo letteralmente alla fame la stragrande maggioranza dei lavoratori e, soprattutto, dei pensionati. Per quanto riguarda Petro Poroshenko, secondo il sondaggio egli non avrebbe mantenuto la maggior parte delle promesse elettorali, in primo luogo per la stabilizzazione economica e per la soluzione dei problemi politici nel Donbass, come anche per il miglioramento dei rapporti con la Russia e il rafforzamento dei legami con l'Unione Europea.
Ma, a quanto pare, non sono queste le preoccupazioni più stringenti di Poroshenko: secondo quanto riportato ieri dal Servizio ucraino della BBC (quindi, nemmeno particolarmente ostile all’establishment) il presidente, in questo anno al potere, si sarebbe occupato molto più della propria condizione personale che non di quella del paese. Anche se il servizio stampa presidenziale informa che Poroshenko ha devoluto interamente in beneficenza il proprio stipendio statale (123 milioni di grivne – una grivna equivale a 0,0439 euro), in base alla dichiarazione dei redditi per il 2014 (dunque, in via ufficiale) egli sarebbe divenuto più ricco “di alcune volte” rispetto al 2013. Questo, sullo sfondo della crisi generale dell'Ucraina, ormai sull'orlo del default e, come scrive la BBC, nonostante “serie difficoltà contro cui si sarebbe scontrato il business privato di Poroshenko in Russia e in Crimea. Come è riuscito il presidente> scrive ancora la BBC , di cui il 90% da dividenti e percentuali su depositi? E' comunque un fatto che, ancora secondo le fonti ufficiali, lo stabilimento di Kiev della “Roshen” (della sua catena, che occupa il 18° posto nella classifica mondiale delle industrie dolciarie, con stabilimenti in Ucraina, Russia, Lituania e Ungheria: non a caso, Poroshenko è detto il “re del cioccolato”) avrebbe aumentato i profitti di circa 9 volte. Ma ulteriori entrate sarebbero venute al presidente anche dalla Banca di investimento internazionale, legata a lui e a suo padre e, oltre l'industria dolciaria, Poroshenko possiede azioni di imprese in altri settori della metallurgia e dell'industria automobilistica, nel settore bancario e dei mass media, per un patrimonio complessivo valutato da Forbes in 750 milioni di dollari, che lo pone all'ottavo posto tra gli uomini più ricchi d'Ucraina.
Il tutto, nella cornice di un potere golpista che aveva fatto della “lotta alla corruzione” il proprio specchio per le allodole e dietro lo scudo di una Costituzione ucraina che proibisce al presidente di occuparsi direttamente del proprio business. Ma, quanto valore venga attribuito alla Costituzione in un paese soggetto alle direttive e agli ordini diretti di Banca mondiale e FMI, appeso al nodo scorsoio dei “crediti” europei e statunitensi e “consigliato” nelle proprie scelte militari dagli ufficiali USA e Nato, Kiev lo ha dimostrato in un anno di operazioni terroristiche nel Donbass. Operazioni ben lungi dall'essere concluse, come confermano anche le ultimissime notizie. Se da una parte i principali sponsor dell'Ucraina, amministrazione USA e Comando Nato, dichiarano che “la posizione della Russia nei confronti dell'Ucraina è diventata più aggressiva”, lo stesso Poroshenko ha sottoscritto ieri la nuova dottrina strategica messa a punto dal Consiglio di difesa e di sicurezza. In base alla nuova strategia, le forze armate ucraine saranno maggiormente orientate verso un'integrazione militare e militare-industriale con Ue e Nato, per affrancarsi del tutto dall'industria militare russa e opereranno per “il ristabilimento dell'unità territoriale nel quadro delle frontiere ucraine riconosciute internazionalmente”. Non c'è bisogno di spiegare cosa ciò possa significare nei confronti dello status di autonomia politico-territoriale del Donbass e dei mezzi pianificati da Kiev per assicurarsene l'inadempienza.

sabato 16 maggio 2015

L'UE E LA POSSIBILE GUERRA SULLE COSTE LIBICHE


L'articolo preso da Senza Soste parla di un possibile,l'ennesimo,intervento militare Onu sulle coste libiche per stroncare il traffico di esseri umani nel Mar Mediterraneo,il tutto su mandato dell'Unione Europea.
Perché quest'ultima,formalmente d'accordo con i principali fautori di questa soluzione,Francia,Italia e Gran Bretagna,non è legittimato se richiesto solo dall'Europa:sarebbe invece investita nel ruolo di coordinatrice se tale mandato uscisse al di fuori del palazzo di vetro.
Sotto vi sono tutte una serie di controindicazioni sull'uso di una forza militare che sembrerebbe sia navale che aerea,dall'impossibilità di individuare con certezza i barconi dei nuovi schiavisti al fatto  che adesso la Libia,dalla caduta di Gheddafi,non ha un governo centrale ma almeno un paio più i vari "signori" della guerra.

Libia. Bruxelles pianifica l'intervento militare.

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org/

Le potenze europee, Italia, Francia e Gran Bretagna in testa, stanno scaldando i motori per un intervento militare in Libia. Secondo il quotidiano britannico The Guardian , l
’Unione europea ha messo a punto un piano che prevede una serie di attacchi militari contro le imbarcazioni in partenza dalla Libia per ostacolare l’arrivo dei migranti verso l’Europa attraverso il mar Mediterraneo. Il quotidiano britannico aggiunge che l’Ue intende ottenere su questo scenario il mandato dell’Onu per legittimare l’intervento armato nelle acque libiche.
Il comitato militare dell’Ue ha infatti licenziato il cosiddetto Cmc, sigla che sta a indicare “Concetto per la gestione di crisi”, e che sarà la struttura “ad hoc” che per coordinare l’azione militare in Libia una volta ottenuto il via libera dell’Onu. Il quotidiano La Stampa è riuscito a leggere la bozza della risoluzione che verrà discussa lunedi prossimo al vertice dei ministri degli esteri dell'Unione Europea. Secondo quanto se ne deduce, l’obiettivo è chiaro: “Cattura e/o distruzione delle strutture che consento il contrabbando, nelle acque libiche, all’ancora, attraccate o a terra”. L'obiettivo dichiarato è quello di “interrompere il modello di business dei trafficanti, con sforzi sistematici per identificare, catturare, sequestrare, e distruggere le barche e le strutture usate dai contrabbandieri di essere umani”. Secondo il documento la missione militare europea avrà “un mandato esecutivo” e “potrebbe essere militare e congiunta (navale e aerea)”.
Il documento affronta anche un problema rilevante, ossia l' assenza di un accordo su questo da parte dei libici, sia nella versione del governo di Tobruk che del governo di Tripoli. In questo caso la sorveglianze e l’azione delle acque non internazionali può avvenire solo con una risoluzione Onu «Capitolo VII», cosa che si va discutendo in queste ore. Secondo gli esperti militari europei l’operazione “dipenderà dalle attività di Intelligence, la cui condivisione sarà fondamentale”. Si porrà “l’alto rischio di danni collaterali” (vittime fra i migranti) e l’esigenza di un quadro per stabilire cosa fare di eventuali criminali arrestati. Le risorse saranno messe a disposizione dagli Stati europei, con Francia, Regno Unito e Italia pronti a inviare navi, aerei e soldati. Il documento include la possibilità che i militari europei possano agire anche a terra, “anche se sarebbe ideale che vi fosse il consenso locale”. Gli obiettivi dichiarati sono: barche, depositi di carburante, strutture di attracco. Più realisticamente sarà invece il posizionamento di navi militari davanti alle coste libiche come “deterrenza” e il controllo, anche terrestre, della fascia costiera.
Questo scenario di intervento militare non trova però d'accordo nessuno dei due “governi” libici. A dire “no” alla possibilità di un intervento militare cè quello di Tobruk, legato mani e piedi all'Egitto e all'Arabia Saudita. L’ambasciatore all'Onu del governo libico di Tobruk ha chiesto alle Nazioni Unite di non intervenire, ma di aiutare il suo esercito. “Non siamo stati nemmeno consultati”, ha detto l’ambasciatore al Palazzo di Vetro, Ibrahim Dabbashi, aggiungendo che l’idea di schierare più imbarcazioni al largo delle coste libiche per salvare i migranti è “totalmente stupida” perché incoraggerebbe ancora più migranti ad arrivare in Libia, rendendo più difficile il controllo da parte delle autorità locali. Netto no anche alla distruzione dei barconi, perché – ha affermato – sarebbe difficile distinguerli da altre imbarcazioni.
Il bombardamento dei barconi e delle coste libiche non convince neanche l'altro governo libico, quello di Tripoli. Il generale Ayoub Amr Ghasem, ufficiale della guardia costiera libica di Tripoli, controllata dal governo islamista, ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano, che colpire le imbarcazioni potrebbe rivelarsi una strategia inutile. “I trafficanti non hanno delle vere e proprie flotte o equipaggiamenti speciali da distruggere. L’operazione non avrebbe successo perché i nostri nemici non hanno una vera e propria struttura”, ha spiegato Ghasem, sottolineando come non sia possibile individuare dei punti fissi di partenza: “Si raggruppano sulla costa per mettere in acqua le barche cariche di migranti e poi scompaiono in pochissimo tempo. Questo avviene ogni volta in punti diversi e le navi difficilmente tornano vuote nello stessa località”.
Un intervento militare in Libia ormai è alle porte e sarà in larga parte ostile ai soggetti in campo sul territorio libico. In molti volteranno la faccia per "non vedere, non sapere e non vedere" quello che accadrà sull'altra sponda del Mediterraneo predisponendosi a convivere serenamente con l'orrore. L'emergenza sugli sbarchi dei migranti si presta ad ammantare questa nuova guerra asimmetrica della copertura "umanitaria". Si avverte sin da ora la difficoltà con cui dovranno fare i conti i movimenti contro la guerra più coerenti, che proprio sull'aggressione alla Libia nel 2011 verificarono come il consenso all'interventismo militare europeo avesse aperto brecce politiche e morali anche tra i pacifisti. Ciò non significa che non occorra fare opera di chiarezza, controinformazione e iniziativa contro l'avventurismo militarista dell'Unione Europea contro la sponda sud del Mediterraneo. Un primo appuntamento potrebbe già essere quello del 2 giugno sul quale sta circolando un appello che invita sin da ora a entrare in campo contro le “guerre umanitarie”, anche quando le pianificano a Bruxelles e non solo a Washington.
14 maggio 2015

venerdì 15 maggio 2015

LE BUFALE DI MEDIASET

L'articolo di oggi e preso da Senza Soste parla del susseguirsi delle bufale fornite dai mass media ed in particolare a quelle Mediaset legate all'ex premier Berlusconi che in maniera sempre più copiosa e che in modo direttamente proporzionale per fortuna vengono segnalate e smentite.
Questi stratagemmi elettorali che permeano di sospetto e di odio i più deboli,ora i migranti ed i rom ieri i meridionali,sono creati scientificamente per ingrassare le fila dei partiti razzisti e xenofobi che come iene ed avvoltoi stanno ai piedi del prezzemolino Salvini sempre più presente soprattutto in televisione.
Le tecniche di fomentare questo odio secondo l'articolo possono favorire a lungo termine pure un vantaggio per l'attuale governo in caso di una sfida elettorale che si possa concludere al ballottaggio.

Bufale e notizie create ad arte: Mediaset licenzia un giornalista per non perdere la faccia.


Non si contano più ormai le bufale e le notizie create ad arte in rete per screditare in genere gli immigrati e per pompare in modo martellante quella interpretazione della realtà che vuole l'immigrato come male assoluto del nostro tempo. Si tratta di una tecnica studiata a tavolino che premia tre soggetti politici in particolare.
I primi sono quei partitini fascisti e xenofobi che ora puntano a raggiungere percentuali importanti alleandosi con Salvini.
Il secondo sono la Lega e Salvini stesso che non hanno mai raggiunto in passato queste percentuali nei sondaggi e che cavalcano l'onda monotematica dell'immigrazione.
Il terzo è il partito del potere incarnato in Italia da Renzi e alle dirette dipendenze della troika e dei capitali finanziari. Per loro si tratta di un duplice vantaggio: da una parte distolgono lo sguardo e l'interpretazione della crisi dal saccheggio globale di beni pubblici, lavoro, welfare e servizi che il liberismo compie quotidianamente e scientificamente. Dall'altra concentrano su Salvini e la destra xenofoba molti voti, scegliendosi il rivale in caso di ballottaggio con la certezza di vincere. La Lega infatti, a differenza dei 5 Stelle, è un partito molto meno trasversale e molto più aggressivo così che molto elettorato moderato e anche di sinistra si rifugerebbe per paura nel voto a Renzi. Un Renzi che con il suo avvento alla guida del Pd un anno e mezzo fa ha spostato nettamente verso destra la barra del primo partito del paese, con la conseguenza appunto che oggi la destra italiana porta il nome di Matteo Salvini. Quando, infatti, il Pd slitta su posizioni centriste molto simili a quelle che tradizionalmente appartenevano alla destra berlusconiana, la destra non può far altro che slittare anch'essa verso posizioni più estreme, diciamo pure fasciste visto lo sdoganamento definitivo di Casa Pound al fianco di Salvini. In altre parole, se il Pd fa il Jobs Act, alla destra rimane solo da parlare di immigrati e rom.
Questo è il contesto che fa da cornice alla produzione giornaliera di bufale e falsi scoop. Ma finché questi sono frutto di qualche ebete ammaestrato che li spamma su Facebook si tratta di un fenomeno marginale, a cui abboccano solo gli sprovveduti (che comunque sono un numero significativo in questo paese). Diverso è se un network televisivo nazionale che domina la tv via cavo e il digitale terrestre come Mediaset fa questo tipo di servizi. Qui si va nel campo del colpo di stato digitale.
Ecco una serie di link che raccontano questa vergogna.
L'ultimo episodio lo ha mostrato Striscia la Notizia che ha smascherato Quinta Colonna:
Prima di questo ricordiamo quando 3 settimane fa Servizio Pubblico smascherò Mattino 5 che, avendo Salvini in studio, volle omaggiarlo di un servizio creato su misura per lui:
Redazione - 13 maggio 2015