sabato 18 gennaio 2020
NICOLA GRATTERI E LA MONTAGNA DA SCALARE
Che il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri sia nel mirino della 'ndrangheta da anni è risaputo,la brama di vederlo morto dev'essere tra i principali obiettivi dei malavitosi che di strada ne hanno fatta dal controllo della Calabria ad un contesto internazionale negli ultimi decenni.
Tutto ciò grazie all'omertà delle persone e da una politica che se non ha contrastato attivamente e in maniera decisiva questi bastardi ne ha addirittura agevolato l'azione,e proprio il collegamento a doppio filo che lega le ndrine ai vertici dello Stato(vedi:madn un-carcere-intero ),che di fatto ha sorpassato quello che la mafia esercitava negli anni ottanta e novanta(in primis con Andreotti),è sotto la lente d'ingrandimento di Gratteri e degli uomini ai suoi ordini.
Ma non si parla solo di politici come detto nell'articolo proposto(left svelare-il-nesso-tra-mafia-e-poteri-forti-riuscira-gratteri )in quanto i poteri forti che sono coinvolti vedono anche
massoni,banchieri,magistrati,avvocati,giornalisti ed industriali protagonisti in prima linea in questa desolante e triste storia di una nazione che da sempre ha contraddistinto la propria società fin dalla sua nascita.
Proprio oggi a Catanzaro è in corso una manifestazione a favore del Procuratore e della decisione di aver compiuto una vasta operazione anti'ndrangheta nei giorni scorsi,osteggiata da ambienti politici e giudiziari,ostacolata proprio dallo Stato.
Sempre qui sotto si fa il parallelismo con altri due personaggi fondamentali nella lotta contro la criminalità organizzata,Falcone e Borsellino,che hanno pagato con la vita le loro indagini sulle relazioni tra la mafia e lo Stato,abbandonati da quest'ultimo sperando davvero che questo governo riesca a sostenere il lavoro difficile di Gratteri che sembra proprio difficile come una montagna da scalare.
Svelare il nesso tra mafia e poteri forti: riuscirà Gratteri nell’impresa tentata da Falcone e Borsellino?
di Vincenzo Musacchio
L’indagine sulla ‘ndrangheta denominata Rinascita-Scott e condotta da Nicola Gratteri conferma ciò che da qualche tempo scriviamo. Esistono punti di collegamento tra i vertici della ndrangheta e centri occulti di potere che hanno interessi comuni con quest’organizzazione criminale. Per noi cittadini è arrivato il momento di comprendere che la “nuova ndrangheta del terzo millennio” ha acquisito rapporti stretti con i poteri forti, nazionali e internazionali.
L’importanza storica dell’indagine di Gratteri, pertanto, dipenderà dal riuscire a provare in giudizio l’esistenza di una rete, ove si anniderebbero questi poteri forti, una sorta di “super comitato”, costituito da uomini politici, massoni, banchieri, giornalisti, alti burocrati dello Stato (magistrati, avvocati, docenti universitari), industriali, che influenzerebbe (direttamente o indirettamente) anche le sorti dello Stato italiano e della sua democrazia.
I poteri forti nazionali costituiscono il cosiddetto terzo livello, mentre quelli sovranazionali realizzerebbero il quarto livello, di cui ancor poco si sa e si scrive. La ‘ndrangheta calabrese prima di tutte le mafie italiane ha compiuto, con particolare arguzia, un vero e proprio avanzamento di qualità riuscendo a cogliere, meglio di altri, le opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati, così come dall’abbattimento dei confini e dalle innovazioni tecnologiche. Ha compreso che la propria pervasività dovesse estendersi alle organizzazioni e alle multinazionali (il quarto livello) abbastanza grandi da contare e pesare nello scenario politico ed economico non solo nazionale ma anche internazionale. Si è organizzata con le strutture intermedie attive ormai in ogni parte del mondo (Americhe, Asia, Australia, Nuova Zelanda, solo per citarne alcune).
La ‘ndrangheta ha capito il ruolo che la globalizzazione dell’economia avrebbe giocato e si è adeguata ai tempi per il semplice fatto che l’attività predatoria di questo tipo di organizzazioni criminali si rivolge sempre verso la ricchezza. Oggi, la ‘ndrangheta è una “impresa multinazionale” entrata a pieno titolo nell’economia globale. Lo stretto legame di consanguineità tra i consociati le consente di espandersi in maniera organica, di accreditarsi con forza (usando violenza o corruzione) in circuiti che sono utili per condizionare scelte politiche e amministrative o regolare rapporti con imprese, enti, banche e istituzioni nazionali e sovranazionali.
La nuova ndrangheta organizzata possiede il know-how relazionale e professionale necessario per mimetizzarsi nell’economia legale rinsaldando alleanze affaristico-mafiose tra consorterie di matrice nazionale e internazionale. L’immensa quantità di denaro di cui dispone la ndrangheta – una massa in continua crescita derivante dal traffico di stupefacenti sempre più lucroso e organizzato – fa si che possa inevitabilmente aggirare, infrangere, piegare ai propri interessi, le leggi dei singoli Stati in cui intende estendere i propri loschi affari.
Per far ciò ha assoluto bisogno dell’appoggio di questi poteri forti. Per rendersene conto basta osservare il comportamento delle multinazionali, dei colossi della finanza, degli operatori dell’economia globale. I principi che li guidano sono gli stessi di quelli mafiosi e la compatibilità e l’adattamento fra i due sistemi sono sostanzialmente analoghi. Una prova di quanto affermato: il contrabbando e tratta degli schiavi e i giovani che abbandonano il Sud non solo per la mancanza di lavoro ma perché non intravedono il futuro di questi territori.
Se rileggessimo gli scritti di Giovanni Falcone, ci tornerebbe a mente come, la mediazione di questi poteri forti era essenziale per le mafie ed era vista da queste ultime come il modo più sicuro, rapido ed efficiente di garantire rapporti finalizzati alla realizzazione del massimo utile possibile. Questo quarto livello, dunque, è molto più pericoloso del terzo e indubbiamente segna il passaggio per la ‘ndrangheta, non da ora, da dimensioni puramente localistiche e nazionali a un livello d’incidenza globale.
La ‘ndrangheta è diventata negli anni un soggetto politico ed economico di livello sovranazionale e la globalizzazione ha rappresentato un ottimo propulsore per la sua espansione. Sono sempre stato convinto che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino siano morti perché, probabilmente, avevano toccato i fili del livello internazionale e mediante le loro analisi finanziarie, complesse e profonde, erano arrivati a individuare quei “poteri forti” sovranazionali (penso alle indagini condotte con Carla Ponte in Svizzera). Furono, presumibilmente, uccisi perché quel livello sovranazionale una volta scoperto, avrebbe rivelato scenari impensabili e inimmaginabili per la pubblica opinione. Avrebbe svelato connessioni tra mafie e poteri militari, oligarchico-finanziari e politici collegati tra loro per scopi non di certo leciti.
Ci riprova oggi Nicola Gratteri cosciente che esista una mafia senza confini che spesso è influenzata da nuovi poteri forti anche a livello sovranazionale. Dobbiamo, pertanto, domandarci se siamo pronti a contrastare questa nuova dimensione delle mafie moderne come lo è oggi la ndrangheta. Dobbiamo chiederci se Gratteri sarà supportato dallo Stato, oppure sarà osteggiato. Ai posteri l’ardua sentenza!
* Vincenzo Musacchio, giurista, associato per il Diritto penale alla School of Public affairs and administration della Reuters University di Newark
venerdì 17 gennaio 2020
LE CONSEGUENZE SULL'ACCORDO TRA PECHINO E WASHINGTON
L'accordo stipulato tra gli Usa e la Cina potrebbe mettere nei guai tutto il sistema economico europeo e di gran parte del resto del mondo,perché con la firma tutte e due le potenze dichiarano di essere soddisfatte anche se alla fine Trump forse ha portato a casa qualcosina in più,o meglio lo fa credere perché come al solito abbaia più forte,gli interessi bilaterali tra i due paesi fanno tremare le gambe a chi è rimasto fuori.
C'è di sicuro che la guerra dei dazi si sgonfia(madn dazi-nostri )sul fronte Pechino-Washington,mentre in altri ambiti,tipo Ue e Turchia,non sembra che vi siano notizie positive,con l'Italia come al solito spettatrice muta in uno scenario che potrebbe vedere tragiche ricadute sugli export.
Con gli Usa che in pratica obbligano la Cina ad acquistare merci alimentari e prodotti agricoli per svariati miliardi di Dollari,le certezze che l'Ue e soprattutto l'Italia continuino ad avere gli stessi volumi di commercio sia con la Cina che con gli Usa,che già hanno imposto tasse su prodotti tipici del belpaese,si affievoliscono e ci saranno perdite in doppia cifra:articolo di Contropiano(lintesa-usa-cina-e-la-fine-della-new-economy ).
L’intesa Usa-Cina e la fine della new economy.
di Kartana
E finalmente arrivò la firma e la tregua della guerra commerciale tra gli americani e i cinesi.
Due anni di scontri, di stop and go, con le borse mondiali che salivano o scendevano a secondo dell’umore di Trump e della risposta cinese.
Cinesi sornioni, pazienti, fermi nei loro punti. Americani sempre pronti a dichiarazioni alla stampa, una volta bellicosi, l’altra pacifici. Bipolarismo della Casa Bianca assoluto.
La pazienza cinese ha avuto la meglio, ma gli americani, c’è da dirlo, hanno avuto una vittoria storica. Vediamo i 5 punti.
La Cina si impegna nei prossimi due anni a maggiori importazioni americane per un totale di 200 miliardi, dimezzando il surplus commerciale che nel 2019 è diminuito dell’8,5% nei confronti degli Usa e si attesta a 285 miliardi. 32 miliardi in più di prodotti agricoli, 50 miliardi in più di prodotti energetici e petrolchimici, 80 miliardi in più di prodotti industriali (auto, aerei, componentistica, ecc.), 40 di servizi finanziari.
Quel che si presumeva essere un’intesa basata sugli interessi di Wall Street è in realtà un accordo basato sulla old economy. Infatti, solo il 20% dell’intesa riguarda la finanza americana, il resto settore primario e industria.
L’impatto occupazionale di 40 miliardi di servizi finanziari è enormemente inferiore all’impatto sugli 80 miliardi di prodotti industriali.
Un altro aspetto è il dirigismo dell’intesa. Trump ha voluto tot di industria, tot di agricoltura, tot di servizi finanziari, una cosa che non si era mai vista in Usa. Trump valuta l’impatto occupazionale dell’intesa sulla classe operaia americana e soprattutto punta sul plusvalore derivante dall’industria e non sul capitale fittizio della finanza americana.
Un mondo è finito, addio alla new economy, quel che da noi non si è ancora capito. Il profitto industriale, e del settore primario, è alla base dell’intesa tra americani e cinesi.
Da questo punto di vista gli Usa copiano dopo decenni la Cina, l’industria torna dopo decenni centrale per gli Usa.
Chi ci perde? Nei prodotti agricoli senz’altro Argentina, Brasile e la stessa Ue. Ieri, sul Corriere della sera, il Presidente di Confagricoltura stimava in 130 miliardi l’export europeo di prodotti agricoli e agroalimentari in Cina. Con quest’intesa perderanno il 30% del mercato asiatico.
Sulle auto perdono gli europei, così come suglia aerei e sugli altri prodotti industriali. Wall Street e Unione Europea escono sconfitti da questa intesa.
Gli Usa ritornano al profitto industriale per far calare il capitale fittizio e aumentare l’occupazione americana. L’Unione Europea si sogna l’austerità verde. Gli Usa si sono garantiti nei prossimi anni sbocchi di mercato alla loro strategia di reindustrializzazione.
Che dire? Bel colpo, quello tra americani e cinesi.
giovedì 16 gennaio 2020
L'ASSIST DI MEDVEDEV PER PUTIN
L'asso pigliatutto Putin,come da pronostico visti gli ultimi segnali provenienti dal Cremlino,ha deciso di proseguire l'alternanza tra essere Presidente e Premier in un ping pong che dura di più di vent'anni annunciando cambiamenti alla Costituzione russa a breve tempo in modo da conferire più poteri esecutivi alla carica di Primo Ministro livellando quelli della carica che ricopre ora e che dovrebbe mantenere fino al 2024.
Dopo questo annuncio prontamente l'attuale premier Medvedev,anche lui alternatosi alla guida presidenziale della Russia,ha rassegnato le proprie dimissioni assieme a quelle del governo,accolte favorevolmente da Putin che ha già incaricato Mikhail Mišustin per la formazione di un nuovo esecutivo che avrà proprio nelle riforme costituzionali il principale scopo,dopodiché presumibilmente questo governo di transizione cesserà la ragion d'essere per dare via ad una consultazione elettorale.
Mišustin è l'ex capo del servizio fiscale federale,e assieme a Medvedev che ora è il nuovo vice Presidente del Consiglio di sicurezza,carica coniata all'occasione proprio ora per lui,sono due fedelissimi di Putin che se al di fuori dei confini russi è personaggio di spicco nelle questioni internazionali,ago della bilancia necessario nella geopolitica mondiale,in casa sta vivendo momenti meno felici anche se il dissenso a Mosca non viene facilmente esternato e diffuso sia dentro che fuori dalla nazione.
Nell'articolo di Contropiano(putin-prepara-la-strada-al-proprio-futuro-politico )i futuri piani sociali,politici ed economici che andranno ad interessare positivamente gli oligarchi russi a scapito di una maggioranza della popolazione che rimpiange l'avere poco ma per tutti del comunismo,in un clima di diseguaglianza sotto tutti gli aspetti sempre maggiore e tragica.
Putin prepara la strada al proprio futuro politico.
di Fabrizio Poggi
Che qualcosa di significativo fosse nell’aria era stato chiaro sin dall’antivigilia. Il fatto che Vladimir Putin avesse anticipato al 15 gennaio il messaggio all’Assemblea Federale, che tradizionalmente rivolgeva un po’ più tardi, aveva messo sull’avviso.
E infatti è arrivata puntuale la stangata: di fronte a deputati, senatori, Governo, presidenti di Corte costituzionale, Corte dei Conti, Procuratore generale e patriarca Kirill, Putin ha elencato una serie di non poco conto di correzioni costituzionali da apportare ai poteri di Duma, Consiglio di Stato, autonomie regionali. Dopo di che, con una rapidità difficilmente scambiabile per “casuale”, sono arrivate le dimissioni dell’intero governo e la candidatura del nuovo Presidente del consiglio da parte di Putin. Tutto questo, tra le 10 e le 15 di mercoledì 15 gennaio.
Passa così, dal puro campo speculativo a quello delle reali manovre di potere, quanto ipotizzato da tempo e messo poi nero su bianco oltre un anno fa, in coincidenza con alcune esternazioni del Presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin. In sintesi, non una nuova Costituzione, ma alcuni “aggiustamenti” dell’attuale carta eltsiniana, nel quadro di una revisione della ripartizione dei poteri tra i massimi organi statali; un maggior bilanciamento tra esecutivo e legislativo, e anche tra Presidente e governo; più “sintonia” tra potere centrale e regioni: quello che Zorkin aveva definito come “necessità che il governo locale divenga l’anello più basso del potere centrale”.
E, non di poco conto: prevalenza sia della Costituzione, sia di tutta la legislazione russa, sulle norme internazionali. Il potere, scrive oggi ROTFront, sta compiendo “un ulteriore passo verso l’arbitrio. Ora, sarà possibile adottare qualsiasi legge che annulli l’efficacia degli accordi internazionali, in primo luogo i diritti umani e gli interessi dei lavoratori: sarà possibile, ad esempio, annullare l’effetto sul territorio russo delle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro”. Ancora: si potranno ignorare “trattati e norme internazionali che interferiscano con le opportunità della borghesia russa, si potranno introdurre dazi su import e export e sarà molto più facile per i capitalisti russi eludere le sanzioni internazionali”.
Secondo Putin, le modifiche proposte non incidono sui fondamenti della Carta, così da poter essere approvate dal Parlamento con procedura normale. La Russia rimane in ogni caso una Repubblica presidenziale.
Dopo alcuni punti, che sembravano messi apposta per rispondere alle richieste dell’opposizione di sinistra (il KPRF di Gennadij Zjuganov ha da anni al centro della propria politica la parola d’ordine “Dimissioni del governo Medvedev”), in particolare sui problemi sociali più acuti – pauroso calo demografico, sostegno alle famiglie, istruzione, sanità, salario minimo, minimo di sussistenza, ecc. – Putin è venuto al dunque delle variazioni costituzionali, da sottoporre al voto dei cittadini, forse con referendum. Dunque: trasferimento della nomina di Premier e Ministri nelle mani dell’Assemblea federale (Duma e Senato), che oggi può solo dare il proprio consenso alla loro nomina da parte del Presidente.
Se la correzione verrà accolta, saranno i deputati ad avanzare le candidature e il Presidente non potrà respingerle, pur mantenendo il diritto di congedare il Governo. Per quanto riguarda rafforzamento e istituzionalizzazione del Consiglio di stato (sul cui ruolo l’attuale Costituzione tace), non pochi lo vedono quale nuova poltrona, di peso, per Vladimir Putin, allorché nel 2024 dovrà lasciare il Cremlino in mano a una figura presidenziale che sarà ben lontana dai poteri concessigli oggi dalla Costituzione e un Governo controllato dalla Duma.
Per il politologo Aleksej Makarkin, il discorso di Putin significa che la trasmissione di poteri è già iniziata e la prospettata sostanziale limitazione del futuro Presidente potrà togliere “drammaticità” alla questione su chi sostituirà Vladimir Vladimirovič: chiunque sia, sarà una figura che non potrà mettere in ombra gli altri rami della élite .
Così, a tempo di record, Putin ha accolto le dimissioni di Medvedev e dei suoi Ministri e porterà oggi all’esame della Duma la candidatura del nuovo premier, il cinquantaquattrenne attuale capo del Servizio fiscale federale, Mikhail Mišustin. L’art.111 della Costituzione dice che il Premier è nominato dal Presidente con il consenso della Duma di Stato; al comma 4, specifica che, in caso di triplice diniego della Duma sulla candidatura del Premier, il Presidente nomina il Premier, scioglie la Duma e indice le elezioni. Per gli sprovveduti che avessero qualche dubbio, stamattina la Tass precisava che fonti di “Russia Unita” (343 deputati su 450 alla Duma) hanno già confermato che il partito sosterrà la candidatura di Mišustin. Da non credere!
Putin ha già trovato lavoro anche per il dimissionario Medvedev: per lui sarà istituita la nuova figura di vice Presidente del Consiglio di sicurezza.
Resta a vedere se, quanto e in cosa, su quali politiche, il nuovo governo si differenzierà dall’attuale, cui Putin ha chiesto di continuare il lavoro ordinario fino alla formazione del nuovo esecutivo.
La reazione del KPRF è stata affidata a Gennadij Zjuganov: “Insistevamo da tempo per un cambio di rotta e la formazione di un Governo di difesa degli interessi nazionali”. Riferendosi ai punti “sociali” toccati di sfuggita da Putin, Zjuganov ha detto che, “alla fine si sono resi conto che il paese sta morendo; noi appoggeremo una serie di proposte presidenziali. Ho più volte dichiarato che con questo corso non risolveremo nessun compito. È necessario un bilancio di sviluppo, che consenta al paese di avanzare sicuro, di rafforzare la sfera sociale, l’economia, la demografia”. Nel segno della “concordia nazionale”, di cui è da sempre assertore, Zjuganov ha detto: “Spero che, tutti insieme, faremo un passo in avanti”.
Quanto a passi, meno ottimista il suo compagno di partito, membro del Presidium del KPRF, Valerij Raškin che, per quanto riguarda le dimissioni del governo Medvedev, parla di “passo ammortizzatore”: di fronte alla profonda insoddisfazione del popolo, Putin “doveva pur sacrificare qualcosa e qualcuno”.
“La cosa più importante” ha detto stamani il futuro premier Mišustin, incontrandosi coi deputati di “Russia Unita”, è “rimuovere le barriere per il business, ridurre i costi per il business, parlare in modo concreto con il business”. Appunto.
L’ex deputato del KPRF, Ivan Nikitčuk, ha freddamente osservato che Putin, nel discorso del 15 gennaio, “i problemi chiave non li ha nemmeno toccati. Ad esempio, il fatto che giorno per giorno un pugno di oligarchi derubi il nostro paese, ne estragga tutte le ricchezze, creando così miseria di massa, mancanza di diritti, assenza di prospettive e di fiducia nel futuro, selvaggia stratificazione sociale”.
Su questo, attendiamo sfiduciosi.
mercoledì 15 gennaio 2020
MORTE DI UN REVISIONISTA
Come si sa la memoria storica è un esercizio che si deve ricordare e rinnovare ogni giorno,e parlando prettamente della Resistenza italiana,della vittoria sui fascisti ed i nazisti traditori della patria,non ci si deve limitare solamente al 25 aprile.
A partire dal nuovo millennio infatti sempre più persone hanno tentato di accomunare le morti partigiane con quelle dei repubblichini,le baggianate e le bufale su inesattezze storiche dei tempi del fascismo,con i famosi quanto disgustosi"ma il fascismo ha fatto anche cose positive,Mvssolini ha fatto anche cose belle(tipo venire arrestato con la divisa tedesca per poi venire appeso)".
Uno dei massimi fautori di questo revisionismo storico è stato senza dubbio Giampaolo Pansa,che di diritto entrò nel 2008 in questo blog nella sezione Neuro Deliri(madn il-grande-sclerato )durante una sua presenza a Crema.
I suoi saggi e romanzi sulla Resistenza,tutto il fango,anzi la merda gettata addosso ai partigiani e alla loro lotta contro il nazifascismo sono scritti tangibili di quanto la menzogna possa tentare di passare come evento storico.
Dopo la sua morte i soliti commenti bipartisan di cordoglio,di quanto sia stato importante per il giornalismo italiano,una mente libera e critica,insomma come al solito da bambini tutti belli e da morti tutti santi.
Invece con le sue inchieste sgangherate e con le prove delle inesattezze(bugie vere e proprie)e manipolazioni storiche ha prodotto una scia di altri scribacchini e pennivendoli pronti a dissacrare la lotta partigiana e esaltare il patriottismo di gentaglia che della patria non ha mai avuto amore proprio,che ha abbracciato prima un'ideologia dittatoriale per poi vendersi al nemico.
L'articolo di Infoaut(antifascismonuove-destre e link inseriti)ci fa capire che personaggi come Pansa hanno influenzato la società e la politica italiana in modo peggiore e forse irreversibile,sdoganando di fatto il fascismo dopo decenni e rendendolo agibile nei partiti e nelle associazioni.
In morte di Giampaolo Pansa.
In Italia, negli ultimi vent’anni circa, il mainstream ha sdoganato e amplificato una grande quantità di bufale storiche e leggende d’odio antipartigiane che a lungo erano rimaste confinate nelle cerchie neofasciste.
La legittimazione e l’imprimatur da parte dei grandi media e della politica hanno incoraggiato i neofascisti a inventare sempre nuove bufale, ancora e ancora. Dalla fine degli anni Novanta, li abbiamo visti coniare storie di «eccidi partigiani» dei quali mai si era parlato, o aggiungere a storie vecchie dettagli sempre più macabri assenti dalle precedenti ricostruzioni. Inutile dire che tali aggiunte erano prive di pezze d’appoggio documentali: in queste storie, le fonti latitano e ci si affida alla «storiografia del nonno»: «Mio nonno raccontava che…»
L’avvento dei social media ha impresso a questo processo un’accelerazione fortissima: oggi una bufala storica antipartigiana può nascere e diffondersi in poche ore.
Su Facebook, ad esempio, prosperano pagine dove si sparano a casaccio cifre iperboliche — ovviamente prive del benché minimo riscontro — su presunti stupri compiuti da partigiani. Cifre implausibilmente precise, per farle sembrare basate su ricerche in realtà inesistenti: 3245, oppure 4768. Ebbene, la diffamazione dei partigiani fondata su accuse di violenza sessuale è un fenomeno divenuto popolare tra i neofascisti soltanto di recente, queste presunte «migliaia» di stupri sono assenti dalla stessa memorialistica e pseudo-storiografia di estrema destra pubblicata nel XX secolo.
La manipolazione di Wikipedia da parte di milieux neofascisti — o comunque anti-antifascisti — organizzati ha fornito pezze d’appoggio per queste operazioni: centinaia di pagine della Wikipedia italiana dedicate a fascismo, seconda guerra mondiale e Resistenza sono inquinate dalla propaganda di cui sopra. Ce ne siamo occupate molte volte.
Veniamo al punto: uno dei massimi responsabili di tutto questo è stato Giampaolo Pansa. Nel 2003, il suo bestseller Il sangue dei vinti — che, come ha fatto notare Wu Ming 1 in Predappio Toxic Waste Blues, conteneva una menzogna già nel titolo — inaugurò una produzione di «oggetti narrativi male identificati» che usavano come fonti la memorialistica repubblichina sulla guerra civile, ne accettavano le ricostruzioni piene di buchi e aporie, e riempivano i buchi ricorrendo a tecniche letterarie ed espedienti vari.
Tecniche ed espedienti prese più volte in esame: ne hanno scritto Ilenia Rossini nel suo L’uso pubblico della Resistenza: il «caso Pansa» tra vecchie e nuove polemiche (pdf qui) e Gino Candreva nel suo La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa (pdf quipdf qui).
Al principio, la fama dell’autore, il suo essere «di sinistra» e l’uso strumentale e ambiguo di certi caveat e disclaimer — della serie «Io sono antifascista ma», «la Resistenza fu un fenomeno nobile ma» — ha reso subdola l’operazione. Oggi, certi caveat non c’è più bisogno di usarli: i romanzi-spacciati-per-inchieste che si inseriscono nel solco scavato da Pansa, come quelli di Gianfranco Stella, stanno platealmente, sguaiatamente, dalla parte di Salò (cioè, ricordiamolo sempre, di Hitler).
Chi si occupa di questo revisionismo non può che imbattersi in Pansa girando ogni angolo. È capitato più volte anche a noi, mentre smontavamo bufale di estrema destra alla cui circolazione l’ex-vicedirettore di Repubblica aveva dato un contributo fondamentale. In quelle occcasioni, abbiamo mostrato come Pansa avesse dato dignità di fonti ai libri di pubblicisti di estrema destra come Pisanò, Pirina o Serena, o di improvvisati “storici” locali, “abbellendo” quelle storie con ulteriori dettagli e svolazzi.
Qui si possono trovare le inchieste dove abbiamo parlato (anche) di lui, unitamente ad alcuni scritti di Wu Ming, come il già citato Predappio Toxic Waste Blues, dove si smontano le retoriche pansiane.
Oggi che la morte di Pansa suscita uno scontato cordoglio bipartisan e il suo nome sta per essere accolto nel canone della «memoria condivisa», noi vogliamo ricordare i danni gravissimi che i suoi libri e i polveroni mediatici che si compiaceva di suscitare hanno arrecato alla cultura storica e alla memoria pubblica in Italia.
Pansa è morto, ma il pansismo resterà con noi a lungo, purtroppo.
Di Nicoletta Bourbaki su medium
martedì 14 gennaio 2020
LO SCACCHIERE LIBICO E MEDITERRANEO
L'incontro di Mosca di ieri sulla situazione libica e che ha visto Haftar abbandonare il tavolo delle trattative con Al Serraj,Putn ed Erdogan,è stato un buco nell'acqua e la tregua che ha preceduto l'appuntamento diplomatico non dovrebbe essere molto lunga.
Infatti il cessate il fuoco auspicato dai più non ha convinto il generale Haftar,che è il capo milizia che ha saputo mettere assieme il maggior numero di tribù nella Libia post Gheddafi,e l'articolo preso da Contropiano(internazionale-news )parte proprio dall'eliminazione del Rais cercata e trovata dalla Francia seguita dall'Italia dell ex grande amicone Berlusconi e dagli Usa come elemento scatenante di questa guerra.
Che era fin troppo facile da predire visto che Al Serraj,il fantoccio messo al potere a Tripoli dagli invasori,non è stato accolto bene proprio nella capitale e figuriamoci nella Cirenaica dove fin da subito non è stato riconosciuto il governo precostituito dall'Ue e dagli Usa.
Questi ultimi si sono al momento tirati fuori mentre la Russia e la Turchia hanno preso i posti principali se non nell'eventuale spartizione di territori e beni nelle future ricompense rispettivamente di Haftar e Al Serraj,visto che gli investimenti ci sono stati,ci saranno e sono ingenti.
Non ultimo viene trattata la mira espansionistica non solo dei confini di terra ma anche marini di Erdogan,con le mire di volere accaparrarsi tratte del Mediterraneo che ora sono sotto il controllo greco e cipriota,in un progetto più ampio che coinvolgono le tante nazioni che si affacciano sul Mare Nostrum,da Israele all'Egitto passando per l'Italia(vedi anche:madn la-libia-e-la-nuova-siria ).
Haftar non firma il cessate il fuoco, la Ue prepara i militari.
di Dante Barontini - Guido Salerno Aletta
Follow the money, quando vuoi capire come c’è in ballo al di sotto di mosse altrimenti incomprensibili. Ma segui anche il percorso delle armi, quando il minuetto della diplomazia palesemente non determina più le relazioni tra Paesi o frammenti di questi.
La Libia è esplosa quando quell’imbecille ambizioso di Nicolas Sarkozy ha deciso di buttar giù militarmente Muammar Gheddafi per prendere possesso in via privilegiata dei terminali di petrolio e gas fin lì gestiti prevalentemente dall’Eni. Il “geniale” e ricattatissimo Silvio Berlusconi gli andò dietro (contro “gli interessi dell’Italia”), in un’operazione folle che non prevedeva nessun regime change credibile. Destabilizzare un equilibrio – gestito con indubbia “durezza” – in un mosaico di tribù è dar via a una guerra civile infinita, non certo a una “più avanzata democrazia”.
Da allora è successo di tutto. E siamo arrivati al vertice di Mosca, ieri, in cui il padrone della situazione sul piano militare – il generale Haftar – si è rifiutato di sottoscrivere un cessate il fuoco contrattato tra Vladimir Putin e Reyyip Erdogan, neo sponsor principale del “sindaco di Tripoli”, Al Serraj.
Sui media mainstream si sprecano le interpretazioni interessate, univocamente orientate a dimostrare che “gli altri” (Russia, Turchia, Egitto, Emirati, ecc) agiscono solo sulla base degli “interessi”, mentre l’Italia e l’Unione Europea avrebbero come faro la “legalità internazionale” e naturalmente “la pace”.
Menzogne.
Da anni la Libia è vista da tutti come un forziere, un tesoro pressoché indifeso ma pericoloso. Sembra una contraddizione, ma non lo è. La libia è indifesa perché lì è stato distrutto lo Stato, con l’abbattimento violento di Gheddafi. E’ stata con lui annientata l’infrastruttura amministrativa, l’esercito, la polizia, l’autonomia decisionale – ripetiamo – in una società fatta di tribù, dove l’appartenenza si misura su una base simil-familiare estesa.
Ma è anche un posto pericoloso perché ogni tribù ha le sue milizie armate. Certamente in modo insufficiente per ricostruire l’unità del Paese o contrastare un’invasione straniera. Ma abbastanza da rendere la vita degli occupanti molto difficile, se non impossibile.
Haftar è il più forte dei “capi-milizia”, è riuscito federare di nuovo tribù diverse, ma anche lui dipende per le armi dai rifornimenti stranieri – Egitto e Russia, in primo luogo; ma anche Francia (alla faccia dell’unità europea…) – che dovrà ripagare con contratti di sfruttamento delle risorse energetiche.
Al Serraj è invece solo un fantoccio portato lì dalle truppe Usa ed europee, fatto sbarcare dopo giorni perché nessuno – neanche a Tripoli – era disposto ad accettarlo come “capo”. Lui, ancora più di Haftar, deve ripagare l’appoggio straniero con promessa di contratti di sfruttamento delle stesse risorse.
Peggio. La sua debolezza politica, tribale e militare lo ha condotto a cercare l’appoggio della Turchia, l’unico paese, per il momento, disposto a mandare proprie truppe sul terreno, oltre che a rifornimenti militari.
Un “tradimento” degli sponsor occidentali che ha momentaneamente congelato gli appoggi sia diplomatici che in armi, e che sembra costringere ora l’Unione Europea a un intervento militare vero e proprio: il primo in completa autonomia anche dal tradizionale leader delle avventure militari, gli Stati Uniti.
Sono quasi costretti a farlo perché il “traditore” Al Serraj ha promesso a Erdogan qualcosa che stravolge la “legalità internazionale”, estendendo la propria “sovranità” (concetto ridicolo per un fantoccio che controlla a malapena una città sotto assedio) sulle acque territoriali fino a farle confinare con quelle turche (altrettanto estese arbitrariamente). Il che pesta ovviamente i piedi a mezzo Mediterraneo, a cominciare dai paesi membri dell’Unione Europea che a questo punto chiedono una tutela militare dei propri interessi: Grecia, Cipro, Malta.
Per non parlare dell’Egitto e persino di Israele, che stava procedendo nello stesso senso (espropriando di fatto la fascia costiera di Gaza e “invadendo” la Zee destinata a Cipro).
Come si vede, nulla di quel che viene raccontato sui media mainstream corrisponde a quel che avviene davvero. Solo propaganda per preparare la popolazione al “fatto nuovo”: stiamo entrando in una spirale di guerra estremamente pericolosa, in un paese “alle porte di casa” di cui qualche “geniale” fascioleghista di era occupato solo ai fini di “limitare gli sbarchi” (come del resto il “democratico” Minniti prima di lui).
Per chi vuole seguire nei dettagli the money, a proposito del bubbone libico, consigliamo l’analisi di Guido Salerno Aletta, come sempre chiaro ed efficace.
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La questione della Libia è esplosa
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
La questione libica investe ormai gli equilibri di tutto il Mediterraneo: non si tratta più solo della instabilità interna, del conflitto tra le fazioni e le tribù e della rivalità tra Italia e Francia, che risale allo “schiaffo di Tunisi” di fine Ottocento; è tutto il contesto geopolitico delle alleanze in corso ad essere cambiato.
Gli Usa si sono ritirati dallo scacchiere, mentre la Russia si è messa comoda al tavolo. La Turchia si sta mettendo in mezzo, non solo in senso politico ma geografico, dacché cerca di creare un vero e proprio asse marittimo che taglia in due il Mediterraneo centrale, con ambizioni neo-ottomane.
Non solo Ankara ha proceduto alla formalizzazione di un accordo di assistenza militare con il governo di Tripoli, ma ha manifestato unilateralmente la pretesa di sfruttare le risorse energetiche sottomarine che invece spettano a Cipro e Grecia, con un accordo contestualmente raggiunto con Tripoli sulle rispettive giurisdizioni marittimi. Passando per meridiani, si crea una zona economica esclusiva che congiunge senza soluzione di continuità le coste turche a quelle libiche, in violazione delle Convenzioni internazionali.
La Turchia si attribuisce autonomamente non solo la possibilità di estrazione di gas e petrolio in un’area strategica per più nazioni del Mediterraneo orientale, ma soprattutto un potere decisionale sui gasdotti che attraverseranno quei tratti di mare. Ostacola da subito il passaggio dell’Eastmed, proveniente dai giacimenti israeliani già in produzione, per il quale l’Accordo doveva essere firmato ad Atene il 2 gennaio scorso, alla presenza del premier greco Kyriakos Mitsotakis, di quello israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente cipriota Nikos Anastasiades. Successivamente anche l’Italia dovrebbe congiungersi al progetto.
La reazione di Atene all’accordo turco-libico sulla giurisdizione marittima è stata violentissima: l’ambasciatore di Tripoli ad Atene è stato espulso, per quella che il Ministro degli Esteri ellenico ha definito “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani di Grecia e di altri Paesi”.
Il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, ha stigmatizzato gli accordi, definendoli non legittimi: è inaccettabile che due Stati come la Turchia e il Governo libico decidano quali siano i limiti delle acque territoriali.
Come sempre, l’Unione europea traccheggia: Josep Borrell, Alto Rappresentante per la politica estera, ha detto di aspettarsi “una posizione comune dopo l’analisi del memorandum d’intesa. La priorità principale è l’unità. Non possiamo pensare di essere un attore globale, se non abbiamo posizioni comuni”.
L’Italia si trova a che fare con due questioni nuove, parimenti spinose: da una parte, l’arroganza turca; dall’altra, il voltafaccia del Presidente libico al Serraij, che pure ha solitariamente sostenuto per anni.
Non solo costui ci ha rimproverato di non avergli fornito il supporto militare che ci aveva richiesto per contenere gli attacchi del generale Khalif Haftar, talché alla fine si è dovuto affidare all’aiuto turco, ma addirittura, piccato per la presenza a Roma di quest’ultimo, questa settimana non si è fermato a Roma, di ritorno da Bruxelles, per incontrare il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che lo aveva invitato.
L’errore non è stato quello protocollare, d’aver ricevuto prima di lui, che è il Presidente legittimo della Libia, il suo rivale ed aggressore Haftar, ma il fatto stesso di averlo invitato nonostante il voltafaccia nei nostri confronti, consumato con il duplice Accordo con Ankara: non ci può più essere equidistanza di fronte ad atteggiamenti così impudenti.
Della intenzione della Turchia di essere protagonista nella soluzione della vicenda libica, ostacolando le pretese di Haftar, c’era stata una chiara avvisaglia già nel corso della Conferenza di Palermo tenutasi a metà novembre del 2018: dopo che Haftar aveva manifestato la sua insoddisfazione lasciando in anticipo i lavori della Conferenza, che infatti si concluse senza giungere ad una dichiarazione finale, anche la delegazione turca decise di abbandonarli “con profondo disappunto” per non essere stata coinvolta alla riunione informale del mattino con al Serraj e Haftar, sottolineando lo sgarbo compiuto da quest’ultimo nei nostri confronti: “Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana”, affermò il vicepresidente turco, Fuat Oktay, senza però nominare Haftar.
Ed aggiunse: “Non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi”.
E’ la politica estera italiana ad essere inadatta ai tempi di cambiamento in cui viviamo. Si trastulla, percorrendo tutte le strade possibili, anche se sono contraddittorie e ci portano ad un vicolo cieco.
Il coro che si leva più numeroso è quello di coloro che invocano una soluzione da parte di Bruxelles, a cominciare dal Commissario europeo Paolo Gentiloni e dal Presidente dell’Europarlamento David Sassoli. Il fallimento europeo, nonostante le ripetute sollecitazioni italiane ad affrontare i temi di nostra preoccupazione, è sotto gli occhi di tutti: a partire dal Migration Compact, il non paper che fu presentato da Matteo Renzi nel suo ruolo di Presidente di turno del Consiglio europeo nel 2016, e che dedicava alla stabilizzazione della Libia il paragrafo conclusivo. Nulla si è fatto sulla questione delle quote migranti, nè sulla revisione dell’Accordo di Dublino.
Se le soluzioni politiche europee non arrivano mai, le proposte di azione militare congiunta arrivano quando è ormai troppo tardi: il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Unione, in questi giorni ha avanzato l’ipotesi di rivitalizzare la missione Sophia Eunavformed, che fu già messa in campo per garantire la sicurezza marittima europea: “sarebbe importantissima come segnale europeo e come effetto deterrenza”.
Pro domo sua, ha ripreso una posizione già sostenuta a margine della Conferenza di Berlino sulla sicurezza, svoltasi il 26-27 novembre nella capitale tedesca: Sophia è “una risposta europea a una crisi internazionale” Inoltre, grazie all’operazione, “attraverso un comando in Italia che rappresenta l’Europa, è possibile avere rapporti con un paese certamente in grave crisi” come la Libia. Servirebbe innanzitutto per contrastare chi intende violare l’embargo delle armi per e dalla Libia, creando una sorta di “blocco navale”: peccato che ci siano alcuni Paesi, anche europei, che fanno arrivare aiuti militari di straforo e che ora c’è addirittura la Turchia che vanta un accordo formale con il governo di Tripoli.
Abbiamo già visto che cosa è successo al largo di Cipro, quando una nave militare turca ha costretto una piattaforma di prospezione petrolifera italiana ad allontanarsi: prima di mandare le cannoniere, bisogna attivare una serie di contromisure legali, economiche e finanziarie. Solo una azione politica fondata su forti interessi può sostenere successive prove di forza.
E’ parimenti illusorio, da parte italiana, appoggiare il cosiddetto processo di Berlino che dovrebbe approdare ad una Conferenza sulla Libia, che era stata inizialmente prevista per la metà del mese in corso. La Germania, soprattutto dopo l’entrata in scena della Turchia nello scacchiere libico, ha una triplice debolezza negoziale. per via della cospicua colonia di turchi e di tedeschi di recente ascendenza turca che vivono colì, ed a cui lo stesso Presidente Erdogan ha rivolto appelli di solidarietà in qualche occasione; a motivo delle interdipendenze commerciali e finanziarie strettissime; a causa dell’ospitalità offerta dalla Turchia a centinaia di migliaia di profughi non solo siriani, che sono pronti a riprendere la via balcanica per cercare asilo in Germania. Con la Turchia di mezzo, la Germania non ha perso solo la terzietà, ma è sotto ricatto politico.
C’è invece l’occasione per creare un fronte unico mediterraneo per contrastare le iniziative turche, mettendo l’Italia in asse con la Grecia, Cipro, l’Egitto e la Francia, considerando il comune interesse di Israele. E’ il generale Haftar che può trovare ora nell’Italia un punto di riferimento.
D’altra parte, neppure la Russia appare in grado di fare tutto da sola, chiedendo congiuntamente alla Turchia il cessate il fuoco alle parti in conflitto in Libia, con decorrenza da questa prossima domenica, visto che il Presidente Vladimir Putin manovrerebbe entrambi i contendenti: non solo il generale Haftar, che da anni beneficia di aiuti russi, ma indirettamente anche il Presidente al Serraj per il tramite della Turchia, dove ha appena inaugurato quella parte del gasdotto che in passato era stato immaginato come South Stream.
Il diniego che è stato già espresso da Haftar alla richiesta di cessate il fuoco la dice tutta sul fatto che in Libia i giochi sono più aperti che mai: per Haftar, nel nuovo contesto, il sostegno della Russia si palesa insufficiente, al pari di quello ricevuto dalla Francia. D’altra parte, nessun Paese europeo, e di certo non l’Egitto, è disponibile a sostenere una presenza turca così prepotente nel Mediterraneo.
La mossa di al Serraj, per le violazioni del diritto internazionale marittimo che derivano dall’Accordo stretto con Ankara, gli ha fatto perdere quel poco di credibilità che ancora aveva. Per di più, si è alienato il sostegno del nostro governo, che pure in questi ultimi giorni si era prodigato con un incontro recentissimo ad Ankara per aprire un tavolo tecnico con Turchia e Russia, e che neppure aveva firmato le conclusioni dell’incontro tenutosi in Egitto, in quanto critiche verso il governo di Tripoli per via dell’accordo stretto con la Turchia. L’arroganza non paga.
Può essere che stavolta Francia e Italia, da tempo in competizione sulla questione libica, siano costrette a mettersi d’accordo per delineare i nuovi equilibri nel Mediterraneo. D’altra parte, furono loro ad iniziare lo smantellamento dell’Impero Ottomano su queste sponde: prima l’una con la Tunisia, e poi l’altra con la Libia. L’interesse comune è di stabilizzare l’area nel rispetto dei diritti di tutti i popoli, evitando vecchie e nuove prepotenze.
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QUELLA PAZZA VOGLIA DI LIBIA. (Milano Finanza sabato 11 gennaio) D’altra parte, neppure la Russia appare in grado di fare tutto da sola, chiedendo congiuntamente alla Turchia il cessate il fuoco alle parti in conflitto in Libia, con decorrenza da questa prossima domenica, visto che il Presidente Vladimir Putin manovrerebbe entrambi i contendenti: non solo il generale Haftar, che da anni beneficia di aiuti russi, ma indirettamente anche il Presidente al Serraj per il tramite della Turchia, dove ha appena inaugurato quella parte del gasdotto che in passato era stato immaginato come South Stream.
Il diniego che è stato già espresso da Haftar alla richiesta di cessate il fuoco la dice tutta sul fatto che in Libia i giochi sono più aperti che mai: per Haftar, nel nuovo contesto, il sostegno della Russia si palesa insufficiente, al pari di quello ricevuto dalla Francia. D’altra parte, nessun Paese europeo, e di certo non l’Egitto, è disponibile a sostenere una presenza turca così prepotente nel Mediterraneo.
sabato 11 gennaio 2020
IL VALZER DELLE CONCESSIONI AUTOSTRADALI

Tutti i proclami del post Morandi che avevano visto unite le forze politiche per togliere le concessioni autostradali ai privati via via,passato l'effetto clamore dell'evento,si sono farri meno prorompenti e minacciosi e infine si è visto che molte forze politiche si sono defilate da queste intenzioni.
Forse solo i pentastellati,o almeno la maggioranza di essi e di quelli che sono rimasti nel gruppo parlamentare che purtroppo per loro e per la politica in generale stanno perdendo pezzi,sono ancora(sempre a parole)disposti a dire basta ai considerevoli profitti che quasi una trentina di gruppi privati hanno approfittato delle generose concessioni statali grazie alla privatizzazione delle autostrade(
Che ha voluto dire aumento stratosferico dei pedaggi contro spese ridotte al lumicino per gli investimenti strutturali e soprattutto per le manutenzioni ordinarie e straordinarie i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti(vedi:madn autostrade-sempre-piu-pessime ).
L'articolo di Contropiano(revoca-concessioni-autostradali-ai-privati )parla degli ultimi crolli di porzioni di galleria che per fortuna non hanno coinvolto nessun mezzo,e di come sia più che necessario fare un passo indietro e porre nuovamente sotto la tutela dello Stato un servizio di primaria importanza come quello del settore dei trasporti.
Revoca concessioni autostradali ai privati. Che c’è ancora da discutere?
di Stefano Porcari
Dopo i crolli in galleria sulla A26 e la A10 una parte di intonaco della volta della galleria ‘Ricchini, nel comune di Quiliano (Savona), sulla A6 Torino-Savona è crollato intonaco sulla strada nella notte tra giovedì e venerdì. La discussione sulla revoca o meno delle concessioni autostradali a società private appare a questo punto un show tra “fulminati”, ma è anche emblematica delle convergenze trasversali tra destra e Pd sulla difesa degli interessi ben definito e della privatizzazione dei profitti.
Le autostrade sono un bene pubblico, pagato in questi decenni dallo Stato e dai cittadini che le utilizzano per la mobilità. Sono state concesse, arbitrariamente e stupidamente a nostro avviso, a società private che ne ricavano profitti consistenti pagando una concessione allo Stato.
I fatti, anche drammaticamente, si sono incaricati di dimostrare che la gestione privata delle autostrade – che ha come priorità il ricavarne profitti – non è adeguata a garantirne né la sicurezza né il ritorno previsto in termini di benefici economici per la collettività.
Il fuoco di sbarramento di Pd, Italia Viva, Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia – senza sostanziali differenze tra loro – contro la revoca delle concessioni ai privati, in questo caso alla società Autostrade per l’Italia del gruppo Atlantia/Benetton, la dice lunga su quali interessi stiano realmente a cuore a forze politiche che si dicono diverse e competitrici ma sistematicamente convergenti su almeno il 90% dei temi dell’agenda politica.
E’ allucinante che per prendere una decisioni qualcuno si schermisca dietro l’attesa della sentenza della magistratura sul crollo del Ponte Morandi. La magistratura è chiamata ad esprimersi su illeciti penali non su scelte politiche o economiche che attengono al governo o al parlamento.
E poi ci sono i fatti. Drammatici. Secondo una inchiesta condotta dal giornale Il Secolo XIX sono circa duecento le gallerie fuorilegge in tutta Italia: 105 sulla rete in concessione alla società Autostrade per l’Italia (Benetton), 90 gestite su quelle date in concessione ad altre società private. Un primo censimento è stato fatto dopo i controlli avviati in seguito al crollo avvenuto il 30 dicembre scorso all’interno della galleria Bertè, sulla A26, nei pressi del comune di Masone (Genova), poi c’è stato il crollo sulla A 10 e adesso quello sulla A 6. Il dato viene rilevato dopo le indagini sulla sicurezza della rete autostradale che il Ministero delle Infrastrutture ha avviato in seguito al disastro del ponte Morandi.
Una parte rilevante parte delle gallerie sulle autostrade non è a norma con i requisiti antincendio, con il rischio di una procedura di infrazione europea contro l’Italia.
La direttiva europea 2004/54, recepita in Italia nel 2006, fissava per le gallerie lunghe più di 500 metri requisiti di sicurezza su antincendio (ventilazione, rifugi, impianti di estinzione), illuminazione eccetera, dando tempo fino al 30 aprile 2019 per adeguarsi. Nella primavera del 2019 il Ministero delle Infrastrutture (retto allora dall’improbabile Toninelli) ha cercato di ottenere dall’Unione Europea una proroga al 2022 ma ad ottobre la Ue ha comunicato l’avvio degli atti per una procedura d’infrazione.
Ai costi dei ridotti introiti dovuti dall’aver concesso ai privati la gestione delle autostrade si aggiungerebbero anche quelli di una sanzione europea.
E ancora si sta a discutere se revocare ai privati le concessioni autostradali o meno?
venerdì 10 gennaio 2020
IL CASO DEL BOEING CADUTO A TEHERAN
Se ne sono sentite di ogni sul disastro aereo che ha provocato la morte di 176 persone,col Boeing 737 ucraino esploso in volo sopra Teheran quando l'Iran stava compiendo attacchi verso basi Usa in Iraq,fatto che fin da subito ha fatto gridare agli stessi Stati Uniti,e di riflesso ai media occidentali,un errore dell'esercito iraniano che ha abbattuto l'aereo con a bordo una maggioranza di passeggeri iraniani e canadesi oltre che di altre nazionalità.
Il volo Teheran-Kiev quindi va ad inasprire il rapporto sempre più logoro tra gli Usa e l'Iran che ha trovato l'apice con la morte di Soleimani(madn che-il-conflitto-abbia-inizio ),con Washington che vuole le scatole nere mentre Teheran ha detto un secco no pur tuttavia coinvolgere nelle indagini le nazioni di appartenenza delle vittime.
L'articolo di Contropiano(boeing-ucraino )parla quasi esclusivamente delle ingerenze statunitensi nel pilotare le informazioni a tutto il mondo,ma offre anche altre ipotesi oltre a quelle fornite dall'Iran(causa tecnica tant'è che l'aereo stava ritornando all'aeroporto di decollo dopo pochi minuti)e dagli Usa(abbattimento provocato da un missile iraniano),come quelle di un attentato a bordo,scontro con droni americani e altre ipotesi al momento non ancora rivelate.
Boeing ucraino: per i media occidentali “non avrai altro colpevole che l’Iran”.
di Fabrizio Poggi
Il presidente dell’aviazione civile iraniana, Ali Abedzadeh, ha definito “voci insensate” gli annunci secondo cui il Boeing 737 della MAU sarebbe stato colpito da un razzo. “Dal punto di vista tecnico è impossibile che un razzo abbia colpito l’aereo ucraino” ha detto. Tanto più che è accertato che i piloti hanno tentato di tornare verso l’aeroporto: già per questo scompare la versione del missile.
Abedzadeh ha dichiarato anche che l’Iran non consegnerà a Washington le scatole nere dell’aereo, ma che comunque i tecnici della Boeing, così come quelli ucraini, canadesi e dei Paesi di appartenenza delle vittime, prendono parte a Teheran alle indagini sul disastro, costato la vita a 176 persone.
Ovviamente, non appena il Pentagono ha raccomandato a Kiev di cambiare la prima versione (quella che escludeva l’ipotesi di un attentato) ed ha diffuso la velina con la propria verità, tutti i “più seri” media del “mondo libero” si sono gettati a capofitto sulla versione del missile antiaereo iraniano “Tor-M1”, ovviamente di fabbricazione russa che, pur se “per sbaglio”, avrebbe colpito il velivolo civile ucraino.
Non si cura nemmeno di usare un condizionale – quasi d’obbligo in questi casi – Il Sole 24 ore, che sul proprio sito web riporta perentoriamente la certezza yankee: “Media Usa: Boeing 737 abbattuto sopra Teheran da un missile iraniano”, nascondendo poi nei sottotitoli che “Nessuna ipotesi è esclusa”. E poi, via di corsa a citare le americane Newsweek, Cbs, e l’intelligence americana, che “avrebbe intercettato segnali di due missili lanciati dagli iraniani”.
Segue poi un video del New York Times, insieme alle dichiarazioni del premier canadese Justin Trudeau, anche lui, citando imprecisate “fonti di intelligence”, convinto del missile iraniano, quando ieri i gli esperti canadesi avevano escluso ogni ipotesi di atto terroristico. Per quanto riguarda il coinvolgimento nelle indagini degli esperti della Boeing, cui, secondo Il Sole, Teheran avrebbe negato il permesso a partecipare alle investigazioni, bastano le parole di Abedzadeh citate prima.
Di contro, l’agenzia iarex.ru dice chiaramente che gli USA stanno ricorrendo alle menzogne pur di incolpare l’Iran del disastro. Questo perché, a parere del politologo Oleg Lavashov, tra gli osservatori sta prendendo peso l’ipotesi che sia stato invece proprio un drone USA a causare la tragedia.
Tra l’altro, afferma Lavashov, gli americani stanno operando con “banali campagne sui media”, e lo fanno anche in maniera “abbastanza poco professionale, contando sul fatto i media loro amici cantino sulle note USA“. I media americani citano ora a profusione le più svariate “fonti di intelligence” e di altro genere, pur di accusare l’Iran, dice ancora Lavashov; ma, “quando si trattava di scagionare Kiev per il Boeing malese, non si trovava nessuna fonte, dato che gli USA dispongono dei dati secondo cui il Boeing malese era stato abbattuto dall’Ucraina”.
C’è poi la CNN che, citando un’imprecisata “fonte d’intelligence”, parla di due missili terra-aria “SA-15” di fabbricazione russa.
E il segretario del Servizio di sicurezza ucraino, Aleksej Danilov, che nella mattina di giovedì aveva parlato di 4 versioni sulle possibili cause del disastro (razzo antiaereo “Tor”, scontro con uno o più droni, causa tecnica, attentato a bordo), già in serata parlava di 7 ipotesi, tre delle quali, rimanevano al momento “segrete”.
Molto più cauto, almeno in apparenza, il suo capo dello Stato, Vladimir Zelenskij, che venerdì dice che la versione del missile “non è esclusa, ma a oggi non è confermata.Tenendo conto delle dichiarazioni dei leader politici ai media, invitiamo tutti i partner internazionali – in primo luogo i governi di USA, Canada e Gran Bretagna – a presentare dati e prove riguardanti la catastrofe”.
Nella giornata di giovedì si era giunti al punto di mostrare “fotografie” dei resti di un razzo nella zona in cui era precipitato il Boeing, messe su twitter da tale Ashkan Monfared, il cui account, però, secondo il canale-telegram “Sheptun”, risultava da bloccato per altre numerose false informazioni. Inoltre, nota Sheptun, tutti i metadati delle foto erano stati anticipatamente cancellati e una semplice ricerca su Google e Jandex non fornisce risultati utili. Al momento, scrive Sheptun, “gli ‘esperti’ di fama mondiale di Bellingcat, e il loro fedele esercito di investigatori via Internet, stanno cercando di determinare l’origine della fotografia. Finora, tuttavia, senza successo“.
In generale, osserva il sito web fort-russ.com, le affermazioni di Trudeau costituiscono “il primo serio tentativo di legittimare i pettegolezzi originati per la prima volta da anonime fonti del Dipartimento di Stato, poche ore dopo l’incidente“. Trudeau ha dichiarato anche di aver condiviso questa “intelligence segreta” con i governi ucraino e olandese che hanno condotto le indagini sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014. Abbattimento che, peraltro”, nota fort-russ.com, “le recenti dichiarazioni del tenente-colonnello Vasilij Prozorov hanno dimostrato esser stato causato dalle forze di ‘Azov’ collegate al governo Poroshenko, d’intesa con l’intelligence britannica”.
Nessun media del “mondo libero” accenna, nemmeno di sfuggita, alla possibilità ventilata da fonti militari iraniane al canale Live Report, che il Boeing 737 ucraino possa esser stato abbattuto per errore da un missile lanciato da droni USA, a caccia di velivoli governativi iraniani; così come nessuna fonte occidentale fa parola dei resti di un drone MQ-1 “Predator” rinvenuti alla periferia di Teheran.
giovedì 9 gennaio 2020
ASPETTANDO LA PENSIONE E LA MORTE
I dati che sono ancora al vaglio di chi fa indagini sul mondo del lavoro fanno registrare il dato preoccupante che la percentuale di oltre il 25 delle morti bianche siano di lavoratori che abbiano superato i sessant'anni di età.
Che siano lavoratori ancora impiegati secondo le regole o che svolgano mestieri in nero o che abbiano per scelta deciso di non andare in pensione e proseguire l'attività,il dato di fatto è che oltre una certa soglia i carichi,la fatica e lo stesso impegno fisico e mentale e l'attenzione scemino oltre una certa data anagrafica.
Il breve comunicato sindacale Usb(contropiano.org )fa riflettere in uno Stato dove la pensione è ben poca cosa a fronte di un'età pensionabile indefinita e comunque che si protrae sempre più,fermo restando il fatto che i diritti acquisiti in anni di lotte sindacali stiano scomparendo in un accordo tra le sigle sindacali confederali e gli ultimi governi che si sono insediati.
Più di un quarto dei morti sul lavoro nel 2019 erano ultrasessantenni.
di Unione Sindacale di Base
L’allungamento dell’età pensionabile ha portato, un risultato aberrante, nel 2019 oltre un quarto (oltre 25%) dei morti sul lavoro sono ultrasessantenni. Lavoratori che avrebbero potuto stare in pensione e invece per ridurre gli anni di godimento della pensione si arriva a mettere in pericolo la loro vita.
Tra la riduzione dei diritti c’è anche quello alla sicurezza che insieme ai ritmi e ai carichi di lavoro diventano insopportabili per un lavoratore anziano. Come se questo dato non bastasse inventano l’invecchiamento attivo, vale a dire spingere al lavoro anche dopo il pensionamento.
La progressiva riduzione della copertura delle pensioni rispetto ai salari, l’attacco ai diritti come la pensione di reversibilità, l’invalidità civile, le necessità familiari spingono i pensionati a lavorare anche dopo la pensione. Ma chi può lavorare e quale lavoro può essere svolto dopo il pensionamento, chiaramente ci si rivolge ai professionisti e non certamente a chi ha svolto lavoro usurante e faticoso.
La possibilità di cumulo del reddito da lavoro e della pensione apre sicuramente un nuovo mercato del lavoro che consente al pensionato di riprendere l’attività lavorativa o cambiarla scivolando nel lavoro nero. Quanti pensionati sanno che i contributi versati per il lavoro dopo il pensionamento danno diritto ad un incremento della pensione che viene però riconosciuto solo su richiesta dell’interessato. Così pensando di perdere eventuali contributi e incappando nella voracità dei datori di lavoro si accetta lavoro nero e grigio sottopagato.
Il vero invecchiamento attivo è l’impegno sociale a difesa dei propri diritti e alla conquista di nuove garanzie per i nostri bisogni.
martedì 7 gennaio 2020
LE VERITA'(TACIUTE)SUL CAPODANNO IN VIA GOLA
Tutto il fango(e rimango moderato nei termini)gettato addosso ai compagni di Via Gola a Milano con notizie che li davano come criminali e assalitori dei vigili del fuoco,e solamente in pochi casi tali dichiarazioni sono state rettificate a dovere,è stato frutto di un giornalismo servile e abbastanza ignorante che ha voluto fare dell'antagonismo,di chi lotta per i diritti alla casa e al lavoro,di chi mette la faccia per avere giustizia sociale,rispetto e tutela dei più deboli,un bersaglio comodo e populista.
Un piatto freddo servito nei giorni successivi al Capodanno nei telegiornali nazionali,stantio e poco digerito dagli abitanti della zona e dai frequentatori di luoghi di aggregazione come il"Cuore in gola"che da anni resiste in una delle zone più belle di Milano,accanto ai navigli vicino al centro città che Sala vorrebbe pulito e senza conflitti né lotte...insomma il classico salotto buono della metropoli.
Ho dovuto addirittura affidarmi ad un link del Giornale(gola-identificati-assalitori-dei-pompieri ),l'unico di una testata nazionale che ha descritto il dopo e non solo il clamore dell'inizio dell'attacco di alcuni appartenenti a delle gang sudamericane e dei ragazzi originari del nordafrica.
Qui sotto i fatti e i relativi colpevoli,o presunti tali,si vede che lo straniero nelle bassezze di un quotidiano di tale sciatteria batte ancora il compagno o l'anarchico in termini di odio,con ferme reazioni delle istituzioni e comunque lo sdegno che dev'esserci per chi ha colpito,minacciato e comunque impedito il lavoro dei pompieri intervenuti.
Via Gola, identificati gli assalitori dei pompieri.
Si tratta di magrebini e sudamericani che occupano le case Aler. «Non sono anarchici».
fi Paola Fucilieri
La squadra mobile li ha già identificati e, al termine delle perquisizioni e di tutti gli accertamenti, nei prossimi giorni li denuncerà a vario titolo per resistenza, getto pericoloso di cose, incendio e furto aggravato.
Sono almeno una decina i ragazzini magrebini e sudamericani (questi ultimi tutti «latinos» appartenenti a gang) nel mirino della polizia per l'aggressione a bottigliate e a insulti dei vigili del fuoco in via Gola la notte di Capodanno. Si tratta di giovanissimi abusivi, residenti con le famiglie nelle case Aler di via Gola e via Pichi. Dall'analisi dei filmati finiti in rete e da quelli delle telecamere di sorveglianza infatti la Digos ha appurato con assoluta certezza che il centro sociale «Cuore in Gola» non ha nulla a che fare con il gruppo che, poco dopo la mezzanotte, ha accerchiato e assalito i pompieri impegnati a domare l'incendio di alcune masserizie che erano state gettate in strada - e proprio davanti al centro anarchico - e alle quali era stato dato fuoco. Uno di loro ha anche rubato le chiavi dell'autopompa e sarà l'unico a essere colpito dall'accusa di furto aggravato.
Aspra la reazione del viceministro dell'Interno, Matteo Mauri durante la visita di ieri al comando provinciale dei vigili del fuoco di via Messina. L'incontro con i pompieri, ha fatto sapere il rappresentante del governo, è stato organizzato «per dimostrare la vicinanza delle istituzioni e per assicurare, dopo aver sentito il questore, che i responsabili saranno presto individuati e che la reazione dello Stato sarà dura e decisa».
«Quanto è accaduto in via Gola è una cosa inaccettabile, vigliacca, assurda e perciò la risposta sarà molto netta - ci ha tenuto a ribadire Mauri -. Le istituzioni sono compatte, ho parlato con il questore Sergio Bracco che mi ha garantito che le indagini sono in fase avanzata e così le identificazioni. Sono già in rapporto con la Procura, quindi mi sento di dire che nel giro di poco saranno individuati i responsabili e poi ci si comporterà di conseguenza, bisogna dare un segnale molto netto. Colpisce molto quando vengono colpiti ambulanze, medici o vigili del fuoco, vuol dire che le basi della convivenza civile stanno venendo meno per alcuni» ha concluso il viceministro.
Importante ieri mattina anche l'intervento dell'ingegner Tommaso di Lena, dirigente del corpo e responsabile della prevenzione incendi, che ha spiegato che il falò di via Gola ha sfiorato la tragedia: «Non spento in tempi rapidi l'incendio avrebbe potuto trasmettere calore ai fabbricati vicini e alle auto parcheggiate con un tragico effetto domino».
Dai video analizzati sarebbe emerso subito che «Cuore in Gola» non ha avuto un ruolo in quanto accaduto. Gli atteggiamenti dei ragazzi coinvolti, infatti, non sono quelli tipici degli anarchici che nemmeno durante sgomberi o sfratti finora hanno mai aggredito i pompieri. Dalle immagini emergono anche delle pistole utilizzate dai partecipanti durante l'aggressione, armi che però sarebbero solo riproduzioni.
domenica 5 gennaio 2020
LO STERMINIO DEGLI ANIMALI IN AUSTRALIA
La lunga estate caldissima,una di quelle che ha avuto le temperature più elevate di sempre,sta proseguendo nell'altro emisfero toccando nuovi record pure in Australia,e a causa di queste,frutto del grave dissesto naturale che risponde al nome di riscaldamento globale,sta provocando incendi devastanti da più di quattro mesi.
A differenza del Brasile(madn la-terra-bruciadi-nuovo )dove gli incendi che hanno devastato l'Amazzonia sono stati quasi tutti frutto dell'azione diretta dell'uomo,qui sono proprio le temperature impazzite,i venti e altri fattori meno tangibili ma decisivi,a far bruciare ettaro dietro ettaro intere foreste e territori dove ormai le vittime i stanno moltiplicando arrivando quasi a trenta mentre ben più numerose sono le vittime tra gli animali.
Nell'articolo del Mattino(incendi_australia_numeri_choc )si parla di mezzo miliardo tra uccelli,mammiferi e rettili intrappolati o incapaci di scappare dalle fiamme,uno sterminio sia di specie animali e vegetali alcune delle quali potrebbero essere già scomparse dalla faccia della terra.
Incendi in Australia, i numeri choc: «Morti 480 milioni di animali». In fiamme un'area più grande del Belgio.
Almeno 480 milioni di animali, secondo la stima di un ecologo, potrebbero essere morti nello Stato australiano del Nuovo Galles del Sud dall'inizio degli incendi boschivi a settembre. «Il dato - ha spiegato in una nota l'Università di Sydney - si basa su un rapporto del 2007 per il World Wild Fund for Nature (Wwf) relativo agli impatti del disboscamento sulla fauna selvatica australiana» nel Nuovo Galles del Sud.
La stagione degli incendi boschivi è iniziata quest'anno all'inizio di settembre. Finora, oltre 3,6 milioni di ettari di territorio, un'area più grande del Belgio, sono già andati bruciati, mentre oltre 1.800 case sono state distrutte o danneggiate. Per calcolare gli impatti del dissodamento del suolo sulla fauna selvatica del Nuovo Galles del Sud, gli autori del precedente studio avevano ottenuto stime della densità di popolazione dei mammiferi nel Nuovo Galles del Sud e poi lo avevano moltiplicato per le aree di vegetazione autorizzate a essere bonificate. Il professor Chris Dickman, co-autore dello studio originale, ha usato la stessa formula e ha stimato che 480 milioni di animali sono morti negli incendi boschivi nel Nuovo Galles del Sud da settembre.
Tutti e sei gli Stati australiani e un Territorio sono stati colpiti dagli incendi boschivi ma lo studio citato si riferisce solo al Nuovo Galles del Sud. «Gli autori hanno deliberatamente impiegato stime altamente prudenti nei loro calcoli. È probabile che la vera mortalità sia sostanzialmente superiore a quella stimata - ha affermato l'Università - Probabilmente molti degli animali sono stati uccisi direttamente dagli incendi, mentre altri sono morti successivamente a causa della perdita di cibo e riparo e per la predazione da parte di gatti selvatici e volpi rosse».
L'università ha affermato che la stima include mammiferi, uccelli e rettili, ma non comprende insetti, pipistrelli o rane. «È probabile che la vera perdita della vita animale sia di molto superiore a 480 milioni», ha aggiunto l'ateneo. A novembre, gli esperti di fauna selvatica hanno riferito al Parlamento del Nuovo Galles del Sud che almeno 2.000 koala erano morti negli incendi boschivi, sebbene questa stima fosse estremamente prudente. Gli esperti hanno riferito che la crisi degli incendi boschivi ha aumentato il rischio di estinzione del koala, aggiungendosi alla distruzione del loro habitat per usi agricoli e sviluppo urbano.
Gli agricoltori australiani hanno anche perso decine di migliaia di animali negli incendi boschivi e molti hanno dovuto sopprimere quelli in sofferenza per lo stress da calore e le ustioni. «Anche se non conosciamo ancora i numeri esatti, c'è stata una significativa perdita di bestiame in alcune parti del Paese, più di recente in aree come il nord dello Stato di Victoria e la costa meridionale del Nuovo Galles del Sud», ha detto Fiona Simson, presidente della National Farmers' Federation, precisando che il settore lattiero-caseario è tra i più colpiti.
sabato 4 gennaio 2020
CHE IL CONFLITTO ABBIA INIZIO
Messo al muro dall'impeachment e accalorato dalle prossime elezioni ecco che Trump nel disinteresse degli americani dichiara guerra all'Iran dando il via all'operazione che ha ammazzato tra gli altri il generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad in Iraq tramite un attacco mirato di droni.
La classica goccia che farà traboccare il vaso è stata voluta contro lo Stato che più di tutti ha subito le ire statunitensi perché coinvolto a loro avviso in tutto quello che di male c'è ora in Medio Oriente,dalle proteste irachene e libiche,all'intervento nello Yemen fino alle famose minacce ad Israele.
L'articolo di Infoaut(iraq-l-impero-colpisce-ancora )parla dell'atto terroristico made in Usa con l'Iran pronta a scatenare l'inferno nell'intera zona,una polveriera da sempre e che da ieri sarà teatro di un nuovo conflitto,con un Trump(madn fermiamo-questo-folle )che ormai ha superato e di molto l'asticella della follia e che è pronto a sporcarsi comodamente le mani di sangue(purtroppo non solo di americani e iraniani)seduto alla Casa Bianca.
A margine il commento compiaciuto di Salvini che in campo internazionale conta nulla e che dobbiamo sorbircelo ahinoi entro i nostri confini,un personaggio che come Trump fa della pazzia e dei proclami a giorni alterni(vedi questione ebrei)il suo indegno messaggio politico.
Iraq: l'impero colpisce ancora.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all'Iran. Non si può definire in altro modo l'operazione che nella scorsa notte ha portato all'uccisione del generale Qassem Soleimani capo delle forze speciali al-Quds iraniane e figura centrare nel panorama politico-militare sciita.
L'omicidio di Soleimani e altre 12 persone nei pressi dell'aeroporto di Baghdad attraverso un attacco mirato di droni statunitensi arriva alla fine di una lunga serie di schermaglie che aveva coinvolto gli iraniani (e le varie milizie sciite che fanno riferimento a loro) da un lato e l'alleanza USA - Israele e Arabia Saudita dall'altro.
Il tempismo di questa operazione non è casuale per molti aspetti interni ed esterni tanto agli Stati Uniti quanto agli altri paesi coinvolti.
Da un lato per quanto riguarda gli assetti interni statunitensi si approssimano le elezioni presidenziali. In caso di scoppio di un'eventuale conflitto dispiegato c'è da aspettarsi che si polarizzeranno sulla questione della guerra. Non bisogna però pensare che la strategia trumpiana sia in qualche modo in discontinuità con quella precedente democratica, che puntava anch'essa alla destrutturazione degli assi del potere sciita e alla costruzione della coalizione tra sauditi e Israele. Piuttosto a cambiare è l'approccio: dall'ipocrita soft power democrats si passa alla spregiudicatezza totale nell'uso dei rapporti di forza del trumpismo. Una strategia rischiosa, considerata l'eventualità di impelagarsi in una guerra diffusa e di lunga durata. Specialmente in un contesto in cui la prima elezione di Trump è stata anche effetto di un certo anti-interventismo che il conservatore propugnava, ma lo scontro può tornare utile a scopi elettorali dopo lo scotto totale della vicenda siriana.
Un altro fattore significativo nell'economia del conflitto sono state le mobilitazioni in Iraq e Libano (in una certa versione anche in Iran) contro il carovita e i sistemi confessionali. Queste mobilitazioni in parte spontanee hanno messo in difficoltà le componenti sciite filo-iran tanto in Libano, dove Hezbollah ha navigato per un po' nell'incertezza per poi schierarsi esplicitamente contro i manifestanti, ma soprattutto in Iraq dove una parte della movimento ha indicato come problematica la vicinanza del governo agli iraniani. Che queste proteste fossero in parte eterodirette dagli USA e dai suoi alleati regionali o meno, esse si sono presentate come un'occasione di destabilizzazione e di debolezza politica di cui gli Stati Uniti vogliono approfittare. Un primo obbiettivo raggiunto senza sforzo è stato quello della dimissione del premier iracheno Abdul Mahdi , considerato vicino agli Ayatollah, ma soprattutto promotore della richiesta del ritiro delle truppe USA dal paese. Purtroppo su questo punto toccherà riflettere a fondo, dato che, a differenza delle primavere arabe, in questa occasione il tentativo di "detournamento" delle piazze ai fini degli interessi statunitensi è stato quasi immediato e le pulsioni legittime dei soggetti che hanno attraversato quelle piazze (compresa la novità di una sostanziale istanza anti-confessionale) sono state immediatamente schiacciate dal gioco geopolitico più complessivo. Le rivendicazioni, potenti, di classe che riemergono ciclicamente in queste società vengono regolarmente schiacciate dagli interventi occidentali e in parte ripiegano in una dinamica nazionalista o confessionale, dunque l'intrusione imperialista non fa che impedire lo sviluppo di una possibilità emancipatoria. In questo momento in Iran decine di migliaia di persone stanno scendendo in piazza a Teheran per protestare contro l'omicidio di Soleimani e la costellazione di milizie sciite del medio oriente sta lanciando la mobilitazione contro Stati Uniti e Israele. C'è da aspettarsi che nessuno spazio di agibilità sarà possibile per le componenti più "genuine" che sono scese in piazza in questi mesi mentre i tamburi della guerra imperialista risuonano.
La lunga marcia degli Stati Uniti verso questa guerra d'altronde era già tracciata da tempo. Le scuse che l'amministrazione Trump accampa per giustificare l'attacco sono ridicole di per sé, ma se affiancate alla notizia dei trasferimenti di asset ed armi dalla Turchia all'Iraq di qualche giorno fa dimostrano tutta la loro ipocrisia. In Europa poi la politica dei palazzi si barcamena come sempre tra il triste colpo al cerchio e lo scontato colpo alla botte. Incapaci di prendere una posizione chiara contro una guerra perlomeno "scomoda" le istituzioni del vecchio continente si dividono tra chi alliscia il pelo all'imperialismo USA e chi esprime "preoccupazione" e "richiesta di spiegazioni". Nel nostro paese poi tra l'imbarazzo di chi ha fatto la gara per accreditarsi alla corte degli USA e la candidatura di Salvini, quasi immediata, a zerbino della Casa Bianca c'è da mettersi le mani ai capelli (e l'emigrazione forzata di migliaia di proletari che in uno scenario di guerra è inevitabile come combacia con le politiche sovraniste dei salviniani? Forse che la "bestia" si nutre proprio di questa materia). Quali posizioni assumeranno nel caso, adesso più probabile, che si arrivi ad un conflitto dispiegato?
Alle nostre latitudini la speranza è che questa ennesima iniziativa statunitense coaguli un minimo di opposizione critica alla guerra imperialista, che essa attraversi i movimenti e le mobilitazioni in corso (quelle ambientali in relazione all'ennesimo conflitto per il controllo di gas e petrolio alla faccia della conversione "green" ad esempio, ma anche le lotte femministe e quelle sui luoghi di lavoro) e che su questo tema si riesca a fare entrare in cortocircuito, perché no, anche una certa retorica sovranista in un momento in cui una confusa consapevolezza che il prezzo delle guerre a stelle e strisce lo si paga ben più nel vecchio che nel nuovo continente si fa sempre più diffusa.
giovedì 2 gennaio 2020
LA LIBIA E' LA NUOVA SIRIA
Per la serie"revisionismo storico"ecco che l'Impero Ottomano si sta facendo sempre più grande e globale,arrivando fino all'Africa con l'intervento delle prime truppe turche impegnate in Siria contro Assad mandate dal sultano Erdogan in difesa del governo mai nato di al Sarraj.
Mentre l'Italia si è interessata negli ultimi giorni dello scorso anno alla guerra libica,l'ennesima negli ultimi anni,ma solamente per tutelare i propri interessi(petrolio e immigrazione),gli Usa per ora non mettono becco così come la Nato,mentre come accaduto in Siria ad esporsi di più sono proprio la Turchia e la Russia,dalla parte del"ribelle"Haftar.
L'articolo di Contropiano(libia-una-nuova-siria-sotto-casa )parla già dei primi sbarchi di cittadini libici,non gli altrettanto disperati provenienti da ogni dove dell'Africa che passano quasi tutti per le coste della Libia per affrontare i viaggi della morte per arrivare in Europa,ma proprio le prime di chissà quante centinaia di migliaia pronti a cercare riparo da una guerra civile sempre più sanguinosa.
Libia, una nuova Siria sotto casa e la politichetta a litigare sui migranti.
di Ennio Remondino*
La Libia stava diventando la nuova Siria a tre passi da casa e noi, orbi e schiocchi, fermi alla politichetta all’incasso di qualche voto in più in cambio di qualche migrante in meno, presto avremo mezza Libia -non i migranti dall’Africa della fame, ormai prigionieri e schiavi dei vari signori della guerra e trafficanti ma cittadini libici in fuga da una guerra sempre più feroce- a bussare alle porte dell’Europa.
Una Libia ormai campo di battaglia di jiadisti riciclati dalla Turchia, di contractors dalla steppa e di potenze armate di tante voglie di petrolio e di potere. Troppi protagonisti in campo e due grandi assenti: gli Stati Uniti del nemico europeo Trump, e la impotente Nato ricattata dalla Turchia di Erdogan che dopo aver aiutato il macello siriano, ora progetta un nuovo Mediterraneo ottomano.
In ‘terra caecorum’ una Siria sotto casa
Ankara trasferisce in Libia i miliziani jihadisti reduci dalla Siria. Escalation quotidiana dove i protagonisti del conflitto libico sono sempre di più i Paesi stranieri. A partire dalla Turchia, che dopo aver anticipato dal 7 al 2 gennaio il voto del parlamento per l’invio di suoi militari a sostegno di Tripoli, ha anticipato tutti inviando nella Tripoli minacciata un primo gruppo di combattenti di ritorno dalla Siria. Quanti, dove e come, notizie incerte e contraddittorie. A darne per primo notizia stato un video che riprende alcuni ‘volontari’ appena giunti in territorio libico evocare la jihad. Immagini assai circostanziate, secondo alcuni esperti, che avrebbero individuato il punto di raccolta nel campo di Tekbali, sul fronte di Salaheddin, alle porte di Tripoli.
Al Sarraj per qual che vale, nega
Smentisce la presenza di combattenti siriani o altri mercenari a Tripoli è il quasi Governo di al Sarraj. Lui smentisce e altri smentiscono lui. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, creatura britannica anti Assad che svolge ora altre funzioni, parla di circa 300 combattenti trasferiti dal territorio siriano controllato dalla Turchia alla Libia. La gran parte provengono dal movimento «Hazm». Mervan Qamishlo, portavoce delle Forze democratiche siriane (alleato americano nella guerra all’Isis), sostiene che centinaia di combattenti del cosiddetto Fronte al-Nusra (la filiale siriana di al Qaeda), dello Stato islamico e dell’Esercito libero siriano, una fazione più moderata, si sono trasferiti in Libia.
Libia siriana si annuncia a Pozzallo
Disattenti quasi tutti, ma a Pozzallo la notte di Natale sono sbarcati 32 libici, cittadini libici veri e non migranti dalla disperata Africa. «Tutti appartenenti alla classe media, laureati, istruiti e senza segni di torture», precisa Mario Giro sull’Huffington Post. E l’ex vice ministro agli esteri, governi Renzi e Gentiloni, denuncia: «L’aver lasciato marcire il conflitto libico a causa della nostra ossessione migratoria, ci ha fatto perdere di vista la cosa più importante: più la guerra avanza e più la Libia assomiglia alla Siria (dalla quale sono fuggite 10 milioni di persone…). Dovevamo fare politica e operare per ricreare uno Stato in Libia. Ci siamo accontentati di trattare con ambigue milizie, troppo deboli per essere utili a qualcosa ma abbastanza mafiose per promettere mari e monti».
Il Jihad globale dalla Siria alla Libia
Libia Siria sempre più simili in cosa? Da conflitto di bassa intensità tra gruppi d’interesse armati e contrapposti, a una guerra aperta, con armi pesanti, combattuta da miliziani di varie nazionalità e diversi ‘padrini’ internazionali. Haftar alleato all’Egitto, ai Paesi del Golfo e alla Russia con cui combattono somali, sudanesi e mercenari ‘da altri jihad o contro-jihad’. Oltre ai contractor della Wagnar dalla Russia. Con Serraj stanno arrivando i ribelli siriani filo-turchi. «Il jihad globale ha internazionalizzato il conflitto in Medio Oriente e di espanderlo verso il Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana, con un intreccio tra lotta sunniti vs sciiti e sunniti tra di loro». Finale politico: Russia a Turchia su fronti opposti (come in Siria) ma capaci sempre di trovare accordi. «Paradossale che Mosca e Ankara riescano dove Parigi e Roma hanno finora fallito…».
*giornalista, già corrispondente estero Rai e inviato di guerra, da remocontro.it
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