lunedì 14 dicembre 2015

IL BALLOTTAGGIO IN FRANCIA(E IN CORSICA)

Come da pronostico il ballottaggio delle elezioni regionali francesi non ha avuto sorprese con la sconfitta del Fn dopo le vittorie al primo turno nelle regioni dove era contrapposta alla destra moderata di Sarkozy,mentre il tracollo socialista fa mantenere comunque ad Hollande cinque regioni ma la vera notizia forse passata in sordina è il trionfo degli indipendentisti corsi al primo posto dopo quarant'anni di lotta(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/12/la-francia-al-ballottaggio-tra-le-destre.html ).
Quindi nonostante quasi sette milioni di voti materialmente alla Le Pen e a chi è rimasto della sua famiglia di neonazisti non è rimasto che un pugno di mosche,e la Francia ha risposto ai vari appelli in modo positivo per quello che è stato soprannominato il fronte repubblicano.
In Corsica invece l'ha fatta da padrone la coalizione nazionalista per l'indipendenza dell'isola Pè a Corsica nata dalla fusione delle due principali compagini contro Parigi che hanno battuto il centro sinistra mente qui il centro destra e il Fn soprattutto hanno ottenuto posizioni di rincalzo.
Entrambi gli articoli presi da Contropiano(http://contropiano.org/ )

Corsica, storica vittoria del fronte nazionalista .

Rischia di passare inosservata, dato che tutta l’attenzione dei media e del mondo politico continentale era concentrato sulla possibile vittoria dell’estrema destra francese, la storica affermazione di una coalizione nazionalista corsa al secondo turno delle elezioni territoriali di ieri.
Per la prima volta la lista “Per a Corsica”, nata dalla fusione dopo il primo turno elettorale delle due componenti del movimento nazionalista e indipendentista corso, è riuscita a piazzarsi in testa. Il nazionalista e autonomista - leader della componente più moderata dell'alleanza - Gilles Simeoni ha vinto il ballottaggio di ieri con il 35.5% dei voti, staccando il candidato del centrosinistra Paul Giacobbi, governatore uscente e vincitore del primo turno, che si è fermato al 28.5% (nonostante l'apparentamento con il Front de Gauche), e il candidato della destra Josè Rossi, di poco dietro con il 27%. Magro invece il risultato dell’estrema destra nazionalista francese, con il Front National che nell’isola del nord del Mediterraneo si è fermato al 9.1% dei suffragi.
"E' la vittoria della Corsica e di tutti i corsi" ha dichiarato ieri sera trionfante, subito dopo l'annuncio dei risultati, Gilles Simeoni, accolto dai canti e dalle grida di migliaia di sostenitori che agitavano al bandiera corsa, bianca con la testa di moro, nelle vie di Ajaccio, Bastia e delle altre città dell'isola.
Simeoni, eletto lo scorso anno sindaco di Bastia, ha aggiunto che l'elezione illustra "una volontà profonda di vera alternativa, una sete di democrazia, di sviluppo economico, di giustizia sociale". "E' servita una lunga marcia di 40 anni per arrivarci" ha detto il dirigente della componente indipendentista della coalizione (Corsica Libera, il 7.7% al primo turno), Jean-Guy Talamoni, dedicando alla vittoria "ai prigionieri e ai ricercati". "Saremo gli eletti di tutto il popolo" ha aggiunto Talamoni, affermando che "la Corsica non è una semplice circoscrizione amministrativa francese, ma un Paese, una nazione, un popolo".

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Francia. Il 'fronte repubblicano' regge, l'affluenza ferma il Front National.

Alla fine il Front National delle due Le Pen non l’ha spuntata in nessuna delle regioni francesi in cui ieri si è andati al ballottaggio. L’aumento significativo dell’affluenza alle urne rispetto al primo turno – circa dieci punti percentuali in più, il 59 contro il 50% – ha sbarrato la strada all’estrema destra, anche in quelle regioni dove il FN era arrivato in testa una settimana fa destando l'allarme dei partiti dell'establishment ma anche delle organizzazioni e degli intellettuali antifascisti di tutta Europa.
Nonostante le ambiguità della destra gaullista, con Sarkozy che aveva rifiutato di far ritirare i propri candidati arrivati terzi per far convergere i suoi voti sui rappresentanti socialisti per impedire l'elezione di quelli del FN, la maggioranza degli elettori ha di nuovo deciso di seguire la pratica del ‘Fronte Repubblicano’ impedendo così alla destra xenofoba di conquistare lo storico risultato anche in una sola regione.
Certo, il Front National ha di nuovo aumentato i suoi consensi in termini assoluti, ottenendo sei milioni e seicentomila voti (ducecentomila in più rispetto al primo turno), ed affermandosi ormai compiutamente come una delle tre forze principali del panorama politico d’oltralpe, spesso al primo posto. Il partito di estrema destra considerato capofila degli euroscettici e xenofobi di tutto il continente continua la sua progressione, arrivando al 30% e solo un sistema elettorale truffaldino basato su due turni elettorali ha privato della rappresentanza l'estrema destra francese.
E se anche la mobilitazione dell’elettorato ‘repubblicano’ e in qualche modo antifascista ha evitato la vittoria dei lepenisti, i dirigenti della formazione xenofoba e nazionalista hanno già cominciato a sfruttare la situazione per denunciare quello che definiscono “il complotto” dell’intero sistema politico, francese e continentale, contro “l’unico partito che difende i diritti dei francesi” contro l’invasione di immigrati e le pretese dell’Unione Europea. La campagna elettorale per le elezioni legislative e per quelle presidenziali è di fatto già cominciata. Marine Le Pen ha accusato ieri "la diffamazione ordinata da palazzi dorati" ed ha affermato: "Quanti hanno votato per il Fn hanno resistito alle intimidazioni, agli infantilismi e alle manipolazioni». "Ci sono vittorie che sono una vergogna per i vincitori" ha fatto notare la ventiseienne Marion Maréchal-Le Pen, nipote del fondatore del Front National - nel frattempo espulso dal partito per legittimare l'ascesa al potere mancata d'un soffio - e astro nascente della formazione guidata da Marine Le Pen e da Florian Philippot.
Il secondo turno ha consegnato sette regioni alla destra ‘moderata’ di Sarkozy e cinque ai socialisti di Hollande – che così ha evitato quella disfatta che sembrava sicura visti i risultati del primo turno – mentre in Corsica si è registrata la storica vittoria della coalizione indipendentista.
Les Republicains (così si chiamava l'alleanza di centrodestra) hanno strappato la prestigiosa regione parigina, l'Ile-de-France (da ben 17 anni in mani socialiste), ed hanno vinto in Normandia, Nord-Pas-de-Calais-Picardia, Provenza-Alpi Costa azzurra, Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, Alvernia-Rodano-Alpi e nella Loira. I socialisti, che prima controllavano ben 12 regioni mantengono Bretagna, Aquitania-Limousin Poitou-Charentes, Linguadoca-Rossiglione-Midi-Pirenei, Borgogna Francia-Contea, Centro Valle della Loira.
Nulla da segnalare a sinistra, dove le varie formazioni - il Front de Gauche reduce dal voto favorevole a tre mesi di stato d'emergenza e gli ecologisti - si sono di nuovo limitate a fare da stampella di un centrosinistra che, sotto la guida di Manuel Valls, assume contorni sempre più liberisti, autoritari e guerrafondai.

domenica 13 dicembre 2015

AFFARI DI FAMIGLIA

 
I due articoli presi da Senza Soste parlano del decreto salva banche emanato dal Governo Renzi e che tanto ha fatto indignare la maggioranza degli italiani che per l'ennesima volta si sono sentiti prendere in giro con un uso improprio del denaro europeo che al posto di salvare le persone salva gli istituti finanziari.
Le disposizioni urgenti per il settore creditizio,il giro di parole per giustifica questo scippo di milioni di Euro che potevano finire in altri settori più urgenti e primari come la sanità o l'istruzione,hanno visto nella figura del ministro delle riforme Boschi la solita faccia di bronzo che privilegia gli affari della sua famiglia.
Perché il padre è un'ex direttore di una delle quattro banche salvate da tale decreto,un vecchio modo di fare politica guardando i propri interessi e si vede che il ventennio berlusconiano(per intenderci anche prima la solfa era simile ma non così alla luce del giorno)non ha insegnato nulla e che gli attori recitano sempre le stesse trame.
Chi paga alla fine sono i piccoli e medi risparmiatori che vedono decenni di fatiche sparire all'improvviso perché raggirati dalle stesse banche che ingannano soprattutto anziani e chi non ha dimestichezza in materia,proponendo loro investimenti che in realtà non sono coperti in caso di fallimento della banca stessa.
Forse ci saranno dei risarcimenti che sono allo studio e che devono necessariamente riguardare i reali casi di quelle che sono vere e proprie truffe di criminali in giacca e cravatta:aggiungo anche un altro link dove si suggerisce un'idea per tali rimborsi(http://contropiano.org/politica/item/34285-come-risarcire-i-truffati-espropriare-gli-amministratori-delle-banche-fallite ),cioè l'esproprio totale dei milioni di Euro intascati dagli amministratori delle banche fallite,una categoria di nuovi,pericolosi e finora intoccabili criminali.
 
Salvate le banche di famiglia (con i soldi della Bce).
Andrea Fumagalli - tratto da http://effimera.org
 
Due fatti rilevanti hanno caratterizzato le ultime due settimane. Due fatti apparentemente distanti e decisamente di diverso spessore, ma accomunati, nella loro diversità, dalla stessa logica di potere e di dominio.
Nel CdM del 22 novembre, il governo del premier Renzi e della ministra Boschi ha dato il via libera al decreto, denominato “Disposizioni urgenti per il settore creditizio”, con l’unico scopo di salverà quattro istituti di credito già posti in amministrazione straordinaria: Cassa di risparmio di Ferrara, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio (il cui direttore era il padre della ministra Boschi), Banca delle Marche e Cassa di Risparmio della provincia di Chieti (cd. Decreto “Salvabanche”).
CariFerrara era stata la prima a essere commissariata, nel maggio 2013, dopo aver perso poco meno di 105 milioni di euro. Poi è stato il turno di Banca Marche, il cui commissariamento è arrivato ad agosto dello stesso anno, dopo due bilanci che hanno registrato perdite per 232 e 526 milioni di euro. Ma è con il fallimento di Banca Etruria e CariChieti (commissariate nel 2015 per “gravi perdite di patrimonio”) che si decide di intervenire a salvaguardia degli interessi del credito (e della famiglia Boschi?). Secondo gli analisti, il costo dell’operazione è pari a circa 730 milioni di euro e sarà a carico degli azionisti e dei possessori di obbligazioni subordinate delle quattro banche, cioè dei risparmiatori: coloro che avevano incautamente acquistato i titoli emessi dall’ente creditizio, consapevoli o meno che a fronte di rendimenti maggiori non avrebbero avuto alcuna tutela in caso di fallimento dell’istituto, essendone il rimborso subordinato a quello dei creditori ordinari (da qui la dizione di “obbligazioni subordinate”, a maggior intensità di rischio)
Il resto è stato posto a carico del Fondo di Risoluzione, approvato giusto quattro giorni prima del decreto e amministrato dalla Banca d’Italia. L’impegno del Fondo di Risoluzione ammonta complessivamente a circa 3,6 miliardi di euro, anticipati dalle tre principali banche italiane (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi Banca), che hanno apportato la liquidità necessaria all’avvio dell’operatività del Fondo neocostituito, con scadenza a 18 mesi: in sintesi, si sono ripartite le perdite, sia pure in via temporanea. Tale anticipazione viene garantita con fideiussioni dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp), quindi ultimamente dallo Stato, per un ammontare che si calcola intorno a miliardo di euro (che verrà effettivamente speso in caso di inadempienze delle tre principali banche private italiane).
Qualunque sia il soggetto prestante, è necessario sottolineare che la liquidità cortesemente messa a disposizione per i salvataggio è la stessa che proviene, direttamente o indirettamente, dalle politiche di Quantitative Easing della Bce.
In questo caso, per lo meno, sappiamo dove si indirizza e per quali scopi è utile la moneta creata dalla Bce.
Le prime conseguenze sono state l’azzeramento del valore dei titoli, obbligazionari e non, legati a queste quattro banche, con effetti negativi notevoli sul risparmio di circa 130.000 famiglie, ovvero le meno avvedute che spesso in modo ingenuo cadono nella spirale della promessa del facile guadagno o del mito patriarcale del politicismo localistico (una banca ancorata al territorio non può fallire).
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Giovedì 3 dicembre, il board della Bce capitanato da Mario Draghi ha deliberato di estendere le misure di Quantitative Easing sino a marzo 2017, di voler acquistare anche titoli pubblici emessi da amministrazioni locali e di ridurre il tasso d’interesse sui depositi delle Banche centrali nazionali presso la Bce dal -0,2% al -0,3%.
Le ragioni – ha spiegato Draghi – sono essenzialmente due: cercare di far aumentare l’inflazione (oggi allo 0,1% su scala europea) e iniettare liquidità per finanziare e potenziare l’attuale debole crescita europea.
Così come evitare il crack di alcune banche (soprattutto se piccole) con soldi sia pubblici che privati (cd. meccanismo della bad bank) non serve a rendere più trasparente e efficiente il mercato del credito e proteggerlo dalla trappola della speculazione, altrettanto perpetuare politiche monetarie espansive in un contesto di debole domanda aggregata e di smantellamento e privatizzazione del welfare state (riduzione della domanda pubblica: vedi, in Italia, la recente privatizzazione di Poste Italiane e ora quella delle ferrovie di Stato) risulta del tutto inutile.
Da questo punto di vista l’Europa si trova ostaggio di diverse “trappole”.
A livello macroeconomico, la politica monetaria diventa inefficace se opera in una situazione di “trappola della liquidità”. Cosa significa? In economia politica per trappola della liquidità s’intende quella situazione per la quale, anche di fronte a tassi d’interessi prossimi allo zero e quindi in presenza di un costo di finanziamento degli investimenti irrisorio, non si registra nessuno stimolo alla domanda aggregata, a causa di aspettative imprenditoriali e di consumo negative.
In un simile contesto, le imprese non investono. Anche se l’accesso al credito fosse gratuito o, – come sta avvenendo oggi con la diffusione del lavoro non pagato e dell’istituzionalizzazione della precarietà grazie al Jobs Act – il costo del lavoro si riducesse ai minimi termini, perché mai un’impresa sana di mente dovrebbe aumentare la propria produzione se le aspettative sulla domanda finale del proprio bene sono negative? E infatti, nel terzo trimestre del 2015, gli investimenti sono calati ulteriormente dello 0,4%, nonostante le condizioni più favorevoli e gli incentivi introdotti da Jobs Act con lo scopo di istituzionalizzare il lavoro “usa e getta”. Le aspettative sulla domanda interna rimangono negative e l’effetto “svalutazione euro” sull’export è oramai cosa passata (- 0,4% anch’esso).
Ne consegue che la liquidità immessa dalla Bce rimane all’interno del circuito finanziario-speculativo senza “gocciolare” (trickle-down) sull’economia reale. Essa serve a rimettere i conti a posto delle principali banche europee, a finanziare il salvataggio di quelle più in difficoltà (come il recente decreto “salva banche” in Italia ci mostra) e promuovere l’attività speculativa. Nonostante le turbolenze internazionali e l’instabilità generata dal rallentamento economico dei paesi Brics (Cina in testa, Brasile in recessione), le borse europee godono di buona salute. Dal giugno 2012 (2068 punti), l’indice Eurostoxx50, una media ponderata delle diverse borse europee, ha cominciato una ascesa che lo ha portato al massimo di 3816 punti nell’aprile 2015 (+ 84,5%), per poi calare a 3.088 nell’ottobre 2015 (in pieno scoppio della bolla cinese) e risalire ai valori attuali di 3.450 punti.
Tale andamento dimostra inoltre che gli effetti del QE sono stati più che positivi nel periodo precedente alla sua ufficializzazione e che dopo gli effetti di allargamento del mercato finanziario sono divenuti più contenuti.
La politica monetaria espansiva di Draghi si sta dunque rilevando fallimentare Essa può al limite solo alimentare una bolla speculativa con il rischio che, quando questa scoppia (e ci sono già delle avvisaglie che provengono dalla Cina), gli scarsi effetti del moltiplicare finanziario sul reddito delle fasce più ricche della popolazione si annullano, la distribuzione del reddito si è oramai sempre più polarizzata, le aspettative crollano e si rientra di nuovo in una fase recessiva.
Tale situazione è l‘esito della “trappola della speculazione finanziaria” e spiega l’attuale situazione di impasse macroeconomico: trappola della speculazione e trappola della liquidità si alimentano a vicenda in un perverso e distorto circolo vizioso.
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Tale congiuntura economica rischia di produrre una stagnazione di lungo periodo, dal momento che è alimentata da fatti strutturali che oramai si sono sedimentati nella governane del mercato del lavoro e nelle forme di dominio del capitale produttivo e finanziario sullo stesso lavoro.
Facciamo qui riferimento alla “trappola della precarietà”, ovvero a quella condizione per la quale la condizione di precarietà, di incertezza, di instabilità, di insicurezza di reddito è talmente diventata strutturale e generalizzata non solo da coinvolgere l’intera vita degli individui ma a occupare qualsiasi spazio economico, sino a divenire irreversibile, a prescindere al tipo di professione e dall’età.
Non si esce più dalla condizione precaria, oggi, per lo più se essa, come già ricordato, diventa norma.
La trappola della precarietà, se a livello individuale consente alla gerarchia economica di tenere in ostaggio il lavoro e soprattutto il lavoro a più alto valore aggiunto (quello cognitivo-relazionale) grazie a nuovi dispositivi di sussunzione vitale al capitale (dal debito, al ricatto sul reddito, all’immaginario), a livello aggregato rappresenta il più grande ostacolo alla ripresa economica. È all’origine della trappola della liquidità e favorisce l’ampliamento della trappola della speculazione. Si tratta così di una situazione di perenne instabilità e quindi di perenne crisi.
10 dicembre 2015
 
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La criminalità vera è ai vertici delle banche.

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org 
 
Non è facile trovare su un giornale un articolo così tranchant nei confronti dei poveri disgraziati che hanno accettato di trasformare i propri soldi sul conto corrente in “obbligazioni subordinate” delle quattro banche salvate dal governo, perdendo tutto.
Poi si guarda meglio, si vede che il giornale in questione è La Stampa – organi di casa Fiat, con grandi punti di contatto con IntesaSanPaolo – e ci si rende conto che questo articolo è una difesa a spada tratta del diritto di una banca a prendere per i fondelli i propri clienti.
Sul caso ci siamo già espressi, e se fossimo dei cretini potremmo limitarci a dire – come fa mr. Manacorda - “v'è piaciuto giocare con la finanza? Ben vi sta”.
Cos'è che non funziona in una posizione del genere? In primo luogo il fatto che accetta tutti i presupposti fasulli che il capitale stesso propone. Ossia che tutti i soggetti in campo siano sullo stesso piano, possiedano tutte le informazioni indispensabili e agiscano dunque nella piena consapevolezza dei propri interessi e dei relativi rischi.
Basta guardare i protagonisti della vicenda per capire che così non è mai, né in questo caso, né in altri. In cima a tutti stanno i dirigenti delle banche, gli stessi che le hanno fatte fallire concedendo a se stessi e a pochi altri clienti “pregiati” prestiti milionari trasformatisi in “sofferenze”, insomma soldi che non tornano indietro. Costoro hanno deciso freddamente di “promuovere” presso tutti i correntisti la trasformazione dei liquidi in obbligazioni emesse dalla stessa banca. Prima in obbligazioni ordinarie, poi – al rinnovo – in obbligazioni subordinate, ovvero rimborsabili solo eventualmente, dopo aver soddisfatto altri soggetti con diritti superiori. Un po' come avviene nei fallimenti, dove si usa distinguere tra creditori privilegiati e “chirografari”. I primi ricevono qualcosa dalla svendita degli asset, i secondi – in genere – nulla.
In mezzo ci sono gli impiegati della banca, quelli che hanno ricevuto un incentivo monetario – tanto più appetibile dopo il sostanziale blocco degli aumenti contrattuali in atto da quasi un decennio – per suggerire ai clienti “la dritta” giusta, presentando l'investimento in termini assolutamente sicuri, con guadagni facili.
Sotto a tutti, come si dice in borsa, il “parco buoi”. Ossia persone di cultura e competenza diversissima, dal piccolo commerciante al pensionato ottuagenario, attirati con la promessa verbale di piccole cedole annuali. Ovvio che nel parco buoi ci sia qualcuno che ha gli strumenti per comprendere cosa sia un'obbligazione subordinata, mentre la maggior parte in questi casi sente parlare una lingua aliena.
Ma in ogni caso tra i tre livelli non c'è alcuna parità. Nè formale, né – tantomeno – sostanziale. Diciamo che siamo al limite, ed oltre, della circonvenzione di incapace.
Dunque i dirigenti di tutte le banche che abbiano rifilato ai correntisti le proprie obbligazioni – è prassi comune, generalizzata, non tipica di quelle quattro banche – andrebbero perseguiti penalmente, espropriati di ogni avere per rimborsare almeno in parte i turlupinati (capiamo che questo ridurrebbe di molto il patrimonio futuro di Maria Elena Boschi, il cui padre era vicepresidente di Banca Etruria, ma ci sembra che possa reggere la botta, no?).
Non arriva a tanto Jonathan Hill, commissario Ue ai servizi finanziari, ma ci si è avvicinato dicendo che quelle banche "hanno venduto prodotti inappropriati a persone che forse non sapevano cosa compravano". E non sembra una approvazione della formula del "salvataggio" scelta dal governo Renzi...
Se un intero sistema bancario è arrivato al punto di saccheggiare i conti correnti dei clienti, vuol dire che siamo un po' oltre i crimini ordinari delle banche. E che tutti i discorsi sulla “solidità” del sistema stesso, così come quelli che considerano i piccoli risparmiatori alla pari con i dirigenti delle banche, sono propaganda da rapinatori.
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Sul Bianco in ciabatte: è giusto salvare gli investitori che hanno perso i soldi?
FRANCESCO MANACORDA
Se domattina uno qualsiasi di noi si avventurasse in costume e infradito sul Monte Bianco non potrebbe certo sperare in unsalvataggio rapido e garantito. Perché allora alcuni investitori che hanno sottoscritto obbligazioni subordinate di quattro piccole banche dell’Italia centrale salvate dal fallimento dovrebbero avere un trattamento privilegiato?
Perché dovrebbero usufruire di quella che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha chiamato «un’operazione di natura umanitaria»?
Chi ha messo i soldi nelle obbligazioni subordinate (si chiamano così proprio perché il loro rimborso è subordinato al rimborso di altre categorie di creditori) lo ha fatto in cerca di rendimenti migliori di quello che potevano garantire obbligazioni più sicure o semplici titoli di Stato. Una scelta legittima, a patto che ad essa si accompagni anche la chiara percezione del fatto che a rendimenti maggiori corrispondono - senza eccezioni - rischi più alti di perdere parte o totalità del proprio capitale. Se la scelta è stata fatta con questa coscienza non c’è alcun intervento umanitario da fare; se invece la scelta è avvenuta per scarse o - peggio ancora - false informazioni da parte delle banche, allora siamo di fronte a un’ipotesi di reato. Anche perché, in base alle leggi, proprio le banche devono controllare se l’alpinista è abbastanza vestito. Fuor di metafora, devono valutare il grado di esperienza e conoscenza dell’investitore e in base a quello consentirgli solo gli investimenti a lui adatti.
La tragica notizia di un pensionato di Civitavecchia  che si sarebbe suicidato proprio per una perdita di centomila euro in obbligazioni subordinate di Banca Etruria sembrerebbe confermare che siamo di fronte a una sorta di darwinismo economico: chi se la cava di fronte al linguaggio spesso cifrato dei contratti bancari sopravvive; chi resta in trappola, magari per mancanza di cultura finanziaria, soccombe.
Ma muoversi sull’onda di questa emozione sarebbe un errore. I cittadini vanno considerati come adulti responsabili, che eventualmente vanno tutelati prima degli incidenti di percorso attraverso regole uguali per tutti; non poveri incapaci da soccorrere dopo gli incidenti, con soluzioni inevitabilmente discrezionali e destinate a creare nuove discriminazioni. Se venissero rimborsati in parte gli obbligazionisti delle quattro banche affondate - i primi che hanno provato sulla loro pelle le nuove regole sui salvataggi bancari, che sia a livello europeo sia a livello italiano sono state approvate in molti casi dagli stessi politici che oggi gridano allo scandalo - perché non dovrebbero essere aiutati altri investitori in difficoltà?
E poi il paternalismo governativo rischia di alimentare i peggiori sospetti: ci sarebbe stata tanta solerzia di dichiarazioni ministeriali se invece degli obbligazionisti di banche marchigiane e aretine - zone ad alta concentrazione di elettori Pd - lo scivolone finanziario avesse colpito ad esempio i leghisti veneti coinvolti in un qualche tragicomico esperimento bancario modello Credieuronord?
Se gli investitori hanno le loro responsabilità, questo non vuol dire però che le banche ne siano esenti. Se è vero che la maggior parte degli istituti stanno attenti a non piazzare ai loro correntisti prodotti anche potenzialmente tossici, è anche vero che chiunque abbia un amico o parente bancario sa che le reti di vendita sono spesso sottoposte a una forte pressione per piazzare ogni mese una certa quantità o un certo tipo di prodotti finanziari. Evitare possibili conflitti d’interesse rischia di essere difficile, specie per prodotti più complessi come sono appunto le obbligazioni subordinate. Per questo ieri la Banca d’Italia ha proposto che questo tipo di prodotti non possa più essere venduto ai clienti privati. E per questo bisognerebbe forse pensare che se per alcune banche è così difficile resistere alla sirena del conflitto d’interessi, allora si debbano prendere per tutti misure anche più drastiche, come il divieto di vendere obbligazioni proprie ai correntisti. Se in alta montagna arrivano troppi alpinisti male attrezzati e si moltiplicano gli incidenti o gli addetti ai controlli si danno una regolata o qualcuno penserà che sia meglio chiudere la funivia.
11 dicembre 2015

venerdì 11 dicembre 2015

IL TRIBUTO ITALIANO A JOE STRUMMER

Domani,a quasi tredici anni dalla sua scomparsa,si terrà a Bologna il tributo italiano a Joe Strummer,leader del Clash e uno dei più importanti rappresentanti del punk rock,personaggio che oltre a far musica ha dato un risvolto ideologico e sociale ai testi proposti dalla band britannica.
Dalle ore 18.30 si alterneranno gruppi più o meno famosi ma tutti con l'entusiasmo e la voglia di ricordare questo grande musicista al Sottotetto Sound Club di Bologna:l'articolo dell'evento è preso da qui(http://www.punkadeka.it/tributo-italiano-joe-strummer/ )mentre una breve storia di Joe Srummer è stata scritta da Repubblica all'indomani della sua morte(più sotto:http://www.repubblica.it/online/spettacoli_e_cultura/clash/clash/clash.html ).

Tributo italiano a Joe Strummer.

Sabato 12 dicembre, dopo un anno di pausa, torna il Tributo italiano a JOE STRUMMER. Le novità di questo anno sono che dopo anni (dal 2003 con lo Strummer Corner all’Indipendent day) e uno di stop per raccogliere energie nuove, si torna con tante belle sorprese sul palco è una nuova crew ad aiutarci in quello che per molti di voi e anche di noi è un giorno molto atteso.
Da questo anno saranno in forza con Radioclash.it e Punkadeka.it i BOLOGNA CITY ROCKERS con cui avevamo già collaborato nella X edizione  2013.
Questo anno a farla da padrona saranno le molte interazioni fra le band con altre, vedremo Rude con i Redska, i Rappresaglia con i Crooks e il ritorno per una sola volta di Franz, storica voce della Band, Filippo Andreani con i Linea, Pat atho e Gli Ultimi e poi gli imperdibili Atarassia GRÖP che hanno risposto alla chiamata e si sono riuniti eccezionalmente per l’occasione…tanto altro…giovani e meno giovani band tutte sul palco e qui ve le ricordiamo tutte (non in ordine di apparizione)
Banda Bassotti
Rappresaglia
ATARASSIA GROP
Black Mirrors
New Real Disaster
Pat Atho + Gli Ultimi
FUN – Oi from ’80s
Luchaskalientes
Temporal Sluts
Filippo Andreani + LINEA
MARCO MEZZETTI ( RATOBLANCO)
Rude & the Lickshots
 aftershow VINYL djset by Gorak/ Rev/ Lorenz
Sottotetto SoundClub -via Viadagola, 16 -Bologna
bus:
Andata: da stazione Centrale 21b (fermata San Sisto)
20 (da capolinea Pilastro-20min a piedi)
Ritorno: bus 93 / bus 20
auto: uscita 8bis e 9 (direzione Granarolo)
ORARI: dalle 18.00 apertura , inizio concerti 18.30.
INGRESSO: € 13,00 ( The Joe Strummer Foundation)
Tutte le info le trovate sul l’evento FB al link… https://www.facebook.com/events/1631177917162530/
Vi segnaliamo anche la presenza di un ospite importante, diremmo il primo fotografo che ha scattato i momenti degli inizi di JOE e dei CLASH.
In merito alla mostra di Tiziano Gerli, non sarà possibile farla per motivi tecnici. Avremo altre occasioni e ci attrezzeremo per farla
Sappiamo che per molti è attesissima la Banda Bassotti che questo anno sarà finalmente con noi a festeggiare e ricordare JOE Strummer.
Vi consigliamo di arrivare presto, per motivi tecnici e di comodità delle band gli orari di esibizione possono slittare in anticipo o ritardo secondo le varie esigenze, per questo non è fornita una scaletta di esibizione cronologica.
Segnaliamo molti banchetti interessanti di dischi e non solo…
Noi con Radioclash e Bologna City Rockers vi aspettiamo al sottotetto di Bologna

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Il fondatore e chitarrista della band nata nel '77 si è spento a 50 anni nella sua casa nel Sommerset
                 
E' morto Joe Strummer leader dei Clash

Icona del rock-punk, al musicista si devono grandi hitcome "London Calling" e "Should I stay or Should I go?"

Joe Strummer, fondatore, leader e chitarrista dei Clash, una delle storiche band del rock-punk, è morto nella sua casa a Sommerset, nell'ovest dell'Inghilterra. Aveva appena 50 anni. Il decesso di Strummer risale a ieri, ma è stato reso noto solo 24 ore dopo da un suo agente. "Joe", ha annunciato, "è morto nella sua casa di Sommerset", nell'Inghilterra occidentale. "Non conosciamo le cause", ha aggiunto l'agente, "ma presto sarà effettuata l'autopsia". Probabilmente, a quanto riferiscono alcune fonti compresa la Bbc, si è trattato di un attacco cardiaco.

Nato ad Ankara, in Turchia, vero nome John Graham Mellor, figlio di un diplomatico britannico e leader dei 101ers, Mellor adotta il nome di "Strummer" (letteralmente: "strimpellatore") dopo le improvvisate esibizioni del brano Johnny Be Good eseguite con l'ukulele nelle stazioni della metropolitana londinese. Alla metà degli anni Settanta Strummer diede vita all'esperienza dei Clash insieme a Michael "Mick" Jones, Paul Simonon e Tory Crimes, tutti provenienti dai London SS, nei quali milita anche Nicky "Topper" Headon.

Al primo concerto dell'agosto 1976 (come apripista di quell'altro gruppo icona del punk che sono i Sex Pistols), seguono altre apparizioni nel corso di diversi festival punk insieme agli onnipresenti Sex Pistols e a Siouxsie And The Banshees. Il sound ruvido e stringato, l'aggressività e la forte connotazione politica distinguono i Clash dalla scena punk rock soprattutto quando viene pubblicato White Riot, il loro primo 45 giri (marzo 1977), duro attacco alle istituzioni per gli scontri di Notting Hill a Londra dell'anno precedente tra polizia e giovani della comunità nera.

E' l'inizio di una storia che farà di Strummer e del suo gruppo una delle grandi icone del punk. Attento e meticoloso nella ricerca musicale, a Strummer si devono brani che, pur esprimendo messaggi fortemente politicizzati e attenti alla realtà sociale della Gran Bretagna di quegli anni, sono diventati di grande successo presso un pubblico più ampio di quello di riferimento, un patrimonio condiviso da tutti, anche grazie a delle trasformazioni interne al gruppo che via via porteranno i Clash a sperimentare più linguaggi e melodie. Per un sinteticissimo promemoria ecco la celeberrima London Calling, dischi cupi come Sandinista! o Give 'em Enough Rope, hit quali Should I Stay or Should I Go?, che spalancarono al gruppo dei ribelli del punk rock il mercato musicale degli Stati Uniti.

Negli anni Ottanta, un decisivo cambio di rotta: l'impegno politico si trasforma in sperimentazione, Strummer e i suoi provano il funk, il rap, la musica reggae e tendenze provenienti dalle minoranze etniche londinesi. L'idea funziona, dove si svelano le profonde radici dei quattro musicisti che vanno dal blues al jazz senza dimenticare il rock'n'roll: Spanish Bombs e Brand New Cadillac. Ancor più sorprendenti sono le ricerche di sonorità che anticipano di almeno dieci anni generi di tendenza degli anni '90 (The Guns Of Brixton, Train In Vain e Lost In The Supermarket). L'anima politica trova anche un riscontro commerciale di massa in tutto il mondo, Stati Uniti inclusi.

L'uscita, nel novembre 1981, del 45 giri This Is Radio Clash, anticipa anche la musica rap e hip-hop. La conferma viene da Combat Rock, coi singoli come Should I Stay Or Should I Go? e Rock The Casbah. È il 1982 e il gruppo è all'apice della popolarità, tanto che alla fine dell'anno suonano addirittura assieme a The Who, una delle poche formazioni degli anni '60 e '70 a godere del rispetto della generazione punk.

L'anno seguente Strummer e Jones, le due anime dei Clash, mostrano segni di insofferenza reciproca. Mick Jones forma i Big Audio Dynamite, mentre Strummer (insieme a Simonon) riprende il nome Clash e dà alle stampe il deludente e trascurabile Cut The Crap (1985). Jones e Strummer (una delle coppie d'oro della storia della musica inglese) si ritrovano nell'ottobre 1986 per il secondo disco dei Big Audio Dynamite (N. 10, Upping St.), ma la tanto desiderata reunion dei Clash rimane una delle tante leggende che costellano la storia del rock.

Quando nell'89 i Clash si sciolsero, a dodici anni dall'esordio ufficiale, Strummer intraprese una carriera solistica coronata da un certo successo. Uomo curioso e portato istintivamente a rimettersi in gioco, provò anche l'esperienza del grande schermo recitando e scrivendo partiture per colonne sonore cinematografiche.

Appena un mese fa l'ultimo concerto, con il suo nuovo gruppo, i "Mescaleros". Il prossimo anno i Clash, seconda band punk dopo gli americani Ramones, saranno inclusi nella "Rock and Roll Hall of Fame", il Ghota della musica rock.

(23 dicembre 2002)

giovedì 10 dicembre 2015

CONFUSIONE POLITICA E OPPOSTI ESTREMISMI

L'articolo preso da Senza Soste prende spunto dalla vicenda livornese della gestione di beni e servizi pubblici che si stanno privatizzando e dalle baruffe scatenatesi nel consiglio comunale dove consiglieri,assessori e pubblico si sono insultati chiamandosi fascisti mettendoci in mezzo termini come nazisti rossi e rossobruni,i gloriosi partigiani e pianti.
Però si parla non della situazione di cui sopra ma di tutto quello che è scaturito facendo un'autocritica sul comunismo che a volte mette in gioco ideologie e persone a sproposito o almeno in un modo amplificato a dismisura.
Premettendo che spesso do del fascista anch'io a chi non lo è,l'analisi della redazione di Senza Soste parla anche della confusione politica che ha portato la sinistra ai risultati odierni,della teoria degli opposti estremismi e di esempi pratici come le lacrime di Occhetto,il voto decisivo di Cossutta per andare a bombardare la ex Jugoslavia e la diversa presa di posizione sui fatti ungheresi a distanza di decenni.
Si parla anche degli scontri alla Sapienza a Roma,del Pci favorevole all'austerità negli anni settanta e di voti"necessari"per tagli lineari di pensioni al momento del governo Dini,insomma tutto quello,o almeno una gran parte,di quello che ha fatto allontanare la gente dalla sinistra.
Non che il resto della politica italiana abbia fatto meglio,anzi,a parte la politica destabilizzante anche tramite i servizi segreti dei vari Almirante,quella ecclesiale e rubereccia della Democrazia Cristiana,il Psi almeno Craxiano e gli ultimi arrivati da Forza Italia e Lega,l'Italia ha vissuto decenni di non politica.
E questa confusione e la perdita di una memoria sociale ha favorito enormemente la destra e movimenti ultimi nati come quello 5 stelle,che comunque presenta dei ricicli e pecca di una spiccata dipendenza dall'alto:su tanti esempi è dottrinale quello messo ad inizio contributo dove negli anni 50 la quasi totalità dei francesi(quindi di tutte le fedi politiche)riconosceva nel comunismo un ruolo primario nella sconfitta del nazismo mentre dopo pochi decenni sondaggi rivelavano che tale consapevolezza era sparita quasi del tutto.

Su lacrime, partigiani, nazisti rossi ed altre curiosità della politica.

Visto che nel Consiglio Comunale di Livorno si sono spese lacrime e anche la parola "partigiano" con una certa facilità, fa bene parlare di confusione dei generi. Ovvero di quella terra di nessuno dove i concetti di partigiano, di fascista e di antifascista si confondono, si tengono e, a volte, persino sembrano guardarsi in faccia l’un l’altro. Ci sono almeno tre punti, su questo terreno, che fa bene ricordare: uno riguarda il pensiero liberale, l’altro le ibridazioni dei generi e, infine, l’uso del concetto di fascista a sinistra nei confronti dei movimenti e degli avversari politici. Naturalmente l’uso pubblico delle lacrime aiuta a concludere il quadretto su linguaggi e comportamenti di un’epoca.
Brevemente, nel pensiero liberale si usa sempre la simmetria tra fascismo e comunismo. Equiparati come dittature gemelle. Il tempo gioca oltretutto a favore della confusione. A inizio anni ’50, la stragrande maggioranza dei francesi nei primi sondaggi dell’epoca pensava che i comunisti avessero avuto un importante ruolo nella disfatta del nazismo. Pochi decenni dopo, questa importanza, negli stessi sondaggi, spariva del tutto. Oggi dire che antifascismo e anticomunismo sono equiparabili sta pure in qualche costituzione dei paesi dell’est emersi dopo la caduta del muro. È una pura stupidaggine ma il tempo che passa, i suoi effetti a volte li lascia.
Differente è la vicenda dell’ibridazione, sempre giocata a destra per confondere le persone, tra fascismo, comunismo e antifascismo. È una vecchia tradizione, non risalente solo al nazimaoismo di Franco Freda, fascista e stragista. Già negli anni ’20 il nazionalboscevismo tedesco lasciò la sua impronta in Germania, prima di lasciare definitivamente il passo al nazismo che, guarda caso, si chiama partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori. Un nome con qualche venatura di sinistra, ottimo pretesto per il liberalismo che necessita dell’esistenza di un partito fascista per imputare ai comunisti le stesse accuse rivolte al fascismo (roba che da noi è arrivata con la teoria degli “opposti estremismi”). Oppure per la destra fascista quando vuol confondere le acque e pescare tra i delusi, gli avventurieri e gli invertebrati della politica.
E veniamo al pezzo forte, quello che sui media va sempre alla grande nei decenni: l’accusa di fascismo, rivolta da sinistra verso gli oppositori politici che con il fascismo non hanno a che vedere. Dagli anni ’40 l’accusa di “fascisti” emessa dal partito comunista in Italia è toccata ad anarchici, occupanti di terre non allineati al Pci, sinistre eretiche. Per non parlare delle accuse di fascismo ai rivoltosi di Ungheria, appoggiati tra l’altro da György Lukács uno dei più importanti filosofi marxisti del ‘900. L’Unità, in particolare, all’epoca si distinse nella continua requisitoria contro i “fascisti” ungheresi. Per non parlare di Napolitano che definì l’invasione di un paese pacifico e sovrano, l’Ungheria, con i carri armati, e diverse migliaia di morti, un processo che aveva salvaguardato, guarda un po', la pace nel mondo. Sessant’anni dopo lo stesso Napolitano definì il socialismo, lo stesso che aveva mandato i carri armati in Ungheria, un “fallimento impossibile da non riconoscere”. Tanto per allargarsi disse anche che era non solo il socialismo ma proprio il comunismo ad aver fallito. E gli ungheresi rivoltosi? Riabilitati come patrioti. Come si vede fascismo, comunismo, accuse ed assoluzioni della storia, in certi personaggi, sono concetti molto mobili. L’importante è rimanere sulla scena e in prima fila. Il resto è materia per la retorica.
Chi abbia poi potuto dare un’occhiata, anche abbastanza distratta, alla storia degli anni ’70, avrà notato come, nei confronti dei movimenti l’accusa di fascismo non è mai mancata. Ovvero, nel migliore dei casi, di essere una componente massimalista di sinistra che favorisce l’ascesa di movimenti di destra. Come andò a finire lo sappiamo: a suon di accusare di massimalismo i movimenti alla sua sinistra, il Pci, impegnato in prima fila a favore dell’austerità e del rigore di bilancio (ricorda niente?), dette tutto il tempo per riprendersi a una Dc in crisi. La quale, senza nemmeno ringraziare per il servizio reso dal Pci alla patria, finì per governare, e saccheggiare, il paese per un altro quindicennio.
E che dire dei "nazisti rossi"? All’epoca qualche ex capo partigiano fu ingaggiato per i comizi contro i “nazisti rossi dell’autonomia operaia”. Accusa bizzarra per chi, nei quartieri, i fascisti (che non venivano propriamente a mani nude) li aveva cacciati davvero. Ma si sa, l’importante era l’effetto per il grande pubblico: fascisti e comunisti confusi assieme fanno sempre quell’effetto orda barbarica da contenere col senso di responsabilità. Lo stesso Luciano Lama quando cercò di occupare la Sapienza, a sua volta occupata dagli studenti in lotta, arrivò all’università con servizio d’ordine schierato e l'inno dei lavoratori suonato da due casse da 10.000 watt l'una. E al grido di “le università vanno difese come le fabbriche nel ‘43”. Un modo per dare del fascista a chi le università le difendeva davvero, occupandole. Infatti Lama dall’università fu cacciato, e giustamente, senza troppi problemi. Ma il ritornello del nazista rosso, contro i movimenti scomodi, ormai era lanciato. Arrivando fino a noi. Rielaborato poi in forma così paradossale che, specie nel centrodestra del primo Berlusconi, si è dato del nazista rosso anche al Pds e clonazioni successive.
In generale l’operazione di creazione del nazista rosso è una ricetta semplice e suggestiva. Si fa leva su un senso comune, si crea un sentimento di barbarie imminente grazie a gente che si vuole dotata di una natura ibrida ed ignota, e si contrappone, contro tutto questo, quelli che si pensano essere i migliori sentimenti della società. Funziona fino a quando, come oggi, la gente non capisce più bene dove sia la destra e la sinistra dopo che queste categorie sono state logorate, inflazionate dal troppo effetto retorico, per catturare passioni e consenso, e non come strumento politico. Magari usate un tempo dal Pci, un altro dai berlusconiani, politicamente agli antipodi del partito che fu di Togliatti. Comunque, anche dagli anni duemila in poi,  l’accusa di fascismo non è stata risparmiata a nessun genere di movimento - moderato o meno - che si sia posto in termini eretici nei confronti delle posizioni della sinistra ufficiale.
La stessa sinistra ufficiale, finché è rimasta in piedi, è però cambiata molto nell’uso pubblico dei comportamenti e delle passioni . Nel ’77 era drammatico il confronto tra il comportamento dei movimenti e quello dei militanti del Pci: tanto informali e aperti i primi quanto rigidi e inquadrati i secondi. Col passare del tempo le cose cambiano: la sinistra ufficiale assume comportamenti sempre più informali. E fu Occhetto, ultimo segretario del Pci, a segnare il passaggio: quando non fu eletto segretario del Pds alla prima elezione del nuovo partito, si lasciò andare ad un pianto pubblico. Era la fine della liturgia bulgara del Pci verso una, che si voleva di sinistra, sempre più informale e in diretto contatto con i riti dello spettacolo e della diretta televisiva.
E vent'anni fa, nel 1995, fu proprio una parlamentare livornese, tale Marida Bolognesi, ad inauguare il pianto in diretta in Parlamento. Naturalmente in nome della sinistra e del senso di resposabilità. Fornendo, in nome del comunismo (anzi dei “comunisti unitari”) i voti necessari al governo Dini per operare uno dei più spettacolari tagli allo stato sociale della storia d’Italia. Governo che, sotto diretta ed esplicita pressione dei mercati finanziari, tagliò con forza le pensioni. Appoggiato dal senso di responsabilità, e dai voti decisivi e poi ben ricompensati, dei comunisti unitari. E qui le lacrime assicurano quell’effetto commozione, quel coinvolgimento personale che magari le parole sinistra, unità e simili non riescono a raggiungere. E che dire della fondazione del Pdci, partito nato per permettere al governo D’Alema di trovare i voti per la guerra in Jugoslavia? Il partito cossuttiano fu battezzato al coro di “bandiera rossa” nella sala in cui si decideva la nascita di un soggetto politico che, per la prima volta dal dopoguerra, esisteva perché l’Italia bombardasse un altro paese. Quando si dice che le lacrime, la retorica e le parole d’ordine della sinistra storica italiana sono state sputtanate si pensa a questi, ed altri episodi. E l’accusa di fascismo all’avversario politico a sinistra, non raramente, ha rappresentato il pezzo forte nello spettacolo di questa retorica.
Le lacrime spese in Consiglio Comunale livornese, e in nome dei partigiani, appartengono quindi ad una consolidata tradizione. Non ci riferiamo a quella nobile della sinistra italiana ma a quella, meno nobile, della confusione, del voler giocare con gli ibridi di significati e con gli equivoci, del cercare il facile effetto retorico contro qualcuno che non ha niente a che vedere con le accuse rivolte. È la tradizione di far intendere che l’altro è sempre fascista, chiamando a raccolta tutti contro questo avversario. Una logica del capro espiatorio che si ripete in modo monotono, incolore e ossessivo.
Cerchiamo di capirci su una cosa. Niente a che vedere con Aamps, che è tutta un’altra storia, che abbiamo affrontato e su cui continueremo ad informare senza sconti a nessuno. Vicenda sulla quale nuovi e vecchi attori della politica hanno le loro forti responsabilità. È il modo con il quale si pensa, si parla e ci si comporta nella politica ufficiale livornese che qui stiamo affrontando. E qui di nuovo non si vede proprio nulla. Anche se una cosa la sappiamo: chi ha abusato della retorica a sinistra ha sempre fatto naufragio. E qui l’importante è che il naufragio non lo faccia Livorno. Come si dice nel calcio, i presidenti passano la maglia resta. Vale anche per la politica.
Redazione, 1 dicembre 2015

mercoledì 9 dicembre 2015

LA FRANCIA AL BALLOTTAGGIO TRA LE DESTRE

Elezioni francesi...
Il risultato elettorale francese al primo turno delle elezioni regionali ha visto il trionfo del Front National di Marin Le Pen,con un largo consenso frutto ancora della paura del dopo 13 novembre di Parigi e delle rassicurazioni fornite dal Fn nei giorni successivi agli attentati con parole di fermezza sul fronte immigrazione m anche di una tolleranza(elettorale)rispetto al mondo islamico.
Come emerso nei giorni successivi agli attacchi delle cellule Isis(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/11/il-front-national-emarginaper.html )importanti dirigenti del Fn avevano preso le distanze dai vomiti razzisti dei vari Salvini e Belpietro condannandone le dichiarazioni affermando che chi confonde i terroristi con i musulmani è uno stronzo.
Il successo del Fn di contro ha portato ad una sconfitta dei socialisti che si sono fatti scavalcare dall'Ump di Sarkozy che a questo punto farà andare al ballottaggio in Francia un partito di destra con uno di estrema destra in un prospetto di catastrofe per quanto riguarda i propositi dei risultati elettorali greci in chiave europea con risvegli che si erano già avuti in Spagna e in Portogallo ma anche in buona misura in Gran Bretagna.
Sicuramente come detto sopra il 13 novembre ha inciso molto sul risultato delle votazioni francesi ma visto com'è andata l'idea di un'Europa coesa su tanti temi è sempre più a rischio di disgregazione se poi negli Stati membri dovessero avvenire risultati come quello francese e dei paesi est europei che col loro voto dichiarano tutto fuorché stare sotto l'Europa unita.
Articolo di Infoaut.

Libertè – Egalitè – Marine Le Pen.

Il 2015 che doveva essere l'anno del successo elettorale delle nuove “sinistre”, a partire dalla spinta greca dell'esecutivo Tsipras, viene nei fatti sempre più caratterizzarsi come quello dello sfondamento delle neodestre populiste e nazionaliste. Non si può leggere se non in questa chiave la vittoria al primo turno delle regionali francesi del Front National di Marine Le Pen, capace di incrementare ulteriormente i già importati risultati ottenuti nelle scorse tornate per imporsi a primo partito di Francia.

Il partito della figlia di Jean-Marie viaggia intorno al 30% dei consensi, superando sia l'Ump di Sarkozy fermo al 27% che i socialisti incapaci di oltrepassare la soglia del 23%. Il Front National è così in testa in 6 delle 13 regioni interessate dal voto, capace di vincere la battaglia con Hollande riguardo a chi avrebbe usufruito del post-13 novembre e soprattutto in grado di disarticolare i richiami all'unità della Republique contro ogni forza “estrema” portati avanti dal Partito Socialista.

A trionfare è anche la politica di rinnovamento comunicativo del partito, con l'emergere di facce nuove come la nipote della Le Pen, Marion, e l'allontanamento più simbolico che reale del pioniere Jean-Marie dal partito. Vince il mix di apertura e tradizionalismo del nuovo FN, che da un lato approfitta della crisi e dell'allarme terrorismo per scatenarsi contro immigrazione e disoccupazione, per poi dall'altro aprire su temi un tempo tabù come i matrimoni gay e contemporaneamente liberarsi del passato più imbarazzante del partito per procedere nel percorso di de-diabolisation del partito.

E' proprio il possibile scontro tra linee politiche di Marine e Marion il dubbio reale sul futuro del Front National, ma al momento le due hanno dimostrato di poter svolgere un ruolo complementare nell'affermazione del partito. A fare il resto hanno pensato, oltre che i fatti di cronaca parigini capaci di dare forza alla retorica anti-immigrazione del FN,  l'impronta sempre più neoliberista e securitaria del Partito Socialista e il passato compromesso dalla mala gestione del paese della destra “repubblicana” di Sarkozy.

A differenza del recente passato, sarà difficile che il ballottaggio porti a clamorosi stravolgimenti della situazione e quindi dell'affermazione finale in diverse contesti regionali del FN. Lo stesso ex premier francese, conscio del fatto che una “alliance” classica con il PS avrebbe fatto nient'altro che il gioco della Le Pen, rifiuta il tradizionale fronte repubblicano per non perdere consensi a destra, mentre il PS si è ritirato da diverse competizioni regionali proprio per convogliare il proprio voto verso Sarkò. Nel ballottaggio che si terrà fra due settimane sembra profilarsi dunque uno scontro tra Sarkozy e Le Pen, competizione che riflette lo spostamento a destra dell'elettorato francese e la definitiva scomparsa di qualsivoglia prospettiva di “sinistra” all'interno dello scacchiere transalpino.

A trionfare sul fronte nostrano è Matteo Salvini, che vede nell'affermazione della Le Pen un traino alla politica condotta nel nostro paese: il ducetto leghista si è pubblicamente speso in elogi al FN, parlando di modello vincente da replicare nel nostro paese. Le Pen che ringrazia l'alleato leghista, augurandogli la stessa fortuna nel nostro paese, dando ulteriore slancio al progetto salvinista che in stile lepenista moderno coniuga richiami indipendenza con retorica all'insegna della xenofobia, sulle orme di quanto proposto da teorici russi come Alexander Dugin sempre più ispiratori di ampie fette della nuova destra europea.

Un'Unione Europea decisamente di fronte al baratro dal punto di vista politico. Saltato di fatto Schengen, con i processi di unificazione validi solamente dal punto di vista della finanza e degli interessi delle banche, l'UE è sempre più un pasticcio geopolitico dove spinte divergenti di interessi nazionali contribuiscono alla disintegrazione di ogni tipo di progetto comune. Stati Uniti e Russia gongolano, mentre l'Europa come entità politica unitaria si disintegra sotto i colpi delle conseguenze di anni di politiche improntate unicamente a pauperizzazione sociale ed austerità.

martedì 8 dicembre 2015

STRAGI CHE PASSANO IN SILENZIO

L'articolo corredato da alcune fotografie,che potrete guardare al link del sito di Infoaut seguente(http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/15965-il-costo-umano-dei-pesticidi )frutto del lavoro di Pablo Ernesto Piovano,parlano e documentano il dramma vissuto da milioni di persone che è derivato dall'uso di pesticidi in agricoltura che sono velenosi e letali per la specie umana.
E' soprattutto il Sud America e particolarmente in Argentina che il problema si fa drammatico,e le immagini di deformità fisiche sono solo l'apice della dannosità di sostanze come il glifosato che sono principi attivi di diserbanti come il Roundup(made by Monsanto)che causano danni cerebrali permanenti,sterilità ed una serie di complicanze che causano malattie di ogni tipo.
Industrie e colossi chimici come la già citata Monsanto sono i responsabili di questa stage continua che passa sotto i nostri occhi in silenzio e che oltre a uccidere e far ammalare ogni anno migliaia di persone con aumenti di centinaia di punti percentuali rispetto a stagioni passate o altre zone di alcune malattie,causa danni irreparabili all'ambiente e alle falde freatiche.
Ci ricordiamo da noi trent'anni fa il caso atrazina presente soprattutto in pianura padana poi nelle acque del sistema idrico e che contribuì a dare un giro di vite all'uso di pesticidi e di erbicidi nella nostra agricoltura.
 
Il costo umano dei pesticidi.
 
Il reportage redatto da Pablo Ernesto Piovano documenta i danni alla salute umana provocati dall’esposizione ai pesticidi, liberamente commercializzati e impiegati nel trattamento di colture alimentari, giardini e campi sportivi.
Il riflettore viene puntato con particolare attenzione sul glifosato, principio attivo del Roundup, erbicida di produzione Monsanto commercializzato e utilizzato fin dal 1974.
L’esposizione a questa sostanza può provocare sterilità maschile, malformazioni del feto nel corso della gravidanza, cancro; il glifosato, finendo nel nostro organismo, attacca le pareti del tratto gastrointestinale, uccidendo i batteri benefici che ospitiamo e mettendo a serio rischio la nostra salute: l’80% delle difese immunitarie si trovano proprio in questi organi.
La situazione più drammatica è vissuta in Argentina, territorio che dal 1996 ha subito una massiccia colonizzazione da parte delle multinazionali, Monsanto in testa, che hanno occupato quasi il 70% dei terreni agricoli con monocolture di mais e soia geneticamente modificati.
Tali coltivazioni necessitano di numerosi input esterni per crescere a causa del massiccio impiego di pesticidi. In appena dieci anni da questo insediamento, i casi di cancro tra i bambini sono triplicati, i casi di malattie della pelle e patologie respiratorie sono incalcolabili, e quelli di malformazione neonatale sono aumentati del 400%.

Jesica Sheffer, 11 anni, da quando ne aveva 7 soffre di una malformazione ai tendini che le impedisce di mantenere una posizione eretta.

Fabiàn Piris, 8 anni: sua madre è stata esposta al Roundup nel corso della gravidanza. Al momento della nascita a Fabiàn era stato diagnosticato un solo anno di vita a causa di idrocefalia, e soffre di un ritardo mentale irreversibile.

Lucas Techeira, 3 anni, è stato soprannominato il bambino di cristallo: è affetto da ittiosi fin dalla nascita, una malattia che sgretola la pelle. Sua madre, nel corso della gravidanza, è entrata in contatto con il glifosato nell’orto di casa.

Queste sono solo alcune delle vittime dell’industria chimica capeggiata da colossi come Monsanto, Cargill, Syngenta, Bayer, e va sottolineato come non sia la sola esposizione diretta al glifosato ad arrecare gravi danni alla salute umana.
La sostanza, una volta dispersa nell’ambiente, resiste sugli alimenti con essa trattati, finisce nel terreno e nelle acque provocando un massiccio inquinamento ambientale, e favorendo così il rischio di assorbimento da parte di animali e persone.
Secondo un rapporto dell’Ispar inerente al biennio 2011/2012, sarebbero ben 175 le diverse sostanze chimiche rinvenute nelle acque del territorio italiano, tra pesticidi, erbicidi, fungicidi e insetticidi.

sabato 5 dicembre 2015

GIULIANO POLETTI

Mi viene da ridere pensando che era da ben più di quattro anni che non ponevo un post etichettandolo nella categoria dei "neuro deliri" e l'ultimo ad avere un simile trattamento è stato Claudio Scajola esattamente il 12 ottobre 2011.
Ne sono passati di personaggi che definire uomini è sinceramente troppo e forse vista la dimenticanza o altro ritornerò a foraggiare questo tipo di tag,ma oggi mi è venuto proprio in mente quell'ameba di Poletti Ministro del lavoro del governo Renzi che vuole cancellare e ci sta riuscendo,decenni di risultati di lotte sindacali.
Nel giro di pochi giorni Infoaut ha dedicato all'ex Presidente di Legacoop tre articoli per tre argomenti differenti anche se concatenati l'uno all'altro nel voler estenuare al massimo i lavoratori ma quelli che faticano e sudano e non quelli come lui che definire lavoratore è uno scandalo e una vergogna.
Perché come dice il detto "chi sa fa e chi non sa insegna" Poletti il paraculato nella sua vita non ha mai lavorato e questo lo si può constatare direttamente analizzando il suo curriculum vitae preso dal sito ministeriale(http://www.lavoro.gov.it/Ministero/ilMinistro/Pages/default.aspx )dove è chiaro che a parte ricoprire ruoli presidenziali senza merito alcuno ha fatto carriera leccando culi e non solo.
In altri periodi storici una merda del genere avrebbe dovuto stare molto attento ad andare in giro,ma il periodo letargico che gli italiani stanno passando fa si che possa ancora dettare legge senza opposizione alcuna,a meno che non ritorni la primavera.

Le "verità" di Luttwak e Poletti secondo Giorgio Cremaschi.

Chissà perché in questi giorni ho finito per associare Edward Luttwak a Giuliano Poletti.
Sono due persone diversissime per storia cultura e esperienze, l'uno intellettuale militante dell'imperialismo USA , l'altro burocrate un poco rozzo del pentitismo comunista. Sono persone normalmente lontanissime eppure le loro uscite di questi giorni sui mass media italiani me li hanno fatti sembrare assai vicini.
Il primo a La7 ha rivendicato con orgoglio il sostegno degli Stati Uniti ai talebani e a ciò che ne è seguito. È stato un buon affare comunque, ha detto, perché in Afghanistan è crollata l'Unione Sovietica è così l'Occidente ha visto sconfitto il suo principale nemico.
Il secondo ha dichiarato inutili le lauree con alti voti, magari conseguite in ritardo, e poi ha rivendicato la necessità di superare il concetto stesso di orario di lavoro, sostituendolo con la retribuzione a prestazione.
Io trovo che entrambi abbiano brutalmente descritto la verità. Per Luttwak la guerra si fa per conquistare potere e chi la vince, qualsiasi mezzo usi, ha sempre ragione. Non troveremo in lui le ributtanti ipocrisie sulle guerre umanitarie e democratiche. Le guerre servono a tutelare precisi interessi e per questo devono essere astute e spietate. Le guerre di Luttwak sono quelle del capitalismo liberista e globalizzato di oggi, quello santificato da George Bush padre allorché dichiarò: il nostro sistema di vita non è negoziabile e verrà difeso in tutti i modi.
Giuliano Poletti deve esercitare qualche ipocrisia in più, vista la professione, ma alla fine non scarseggia in brutalità. Il suo attacco al 110 e lode corrisponde ad un mercato del lavoro nel quale i giovani laureati vanno a fare le polpette ai MCDonald, naturalmente nascondendo il titolo di studio altrimenti non verrebbero assunti. A che serve studiare tanto se i lavori che vengono offerti non corrispondono minimamente alla cultura acquisita? Poco tempo fa ho conosciuto un ricercatore universitario che, stufo di fare la fame, aveva rilevato la bancarella del padre ai mercatini.

Poletti sta semplicemente cercando di adeguare le aspettative scolastiche alla realtà del mercato del lavoro. Nel quale serve soprattutto una piccola istruzione di base adatta alla nostra società mediatica e consumista. Solo ad una élite rigidamente selezionata, quasi sempre su basi censitarie, sarà consentito di lavorare esercitando le competenze apprese in lunghi studi.

Per la maggioranza dei giovani studiare troppo è tempo buttato. Come aveva lamentato Berlusconi, non può essere che anche l'operaio voglia il figlio dottore. Le controriforme della scuola di Gelmini e Renzi hanno cominciato ad adeguare, con i tagli, il sistema formativo al mercato del lavoro fondato su precariato e disoccupazione di massa. Meglio studiare meno e prepararsi ai lavoretti precari che verranno offerti, piuttosto che accumulare rabbia per una laurea non riconosciuta da nessuno.
Anche sull'orario di lavoro Poletti ha in fondo detto la verità. La globalizzazione finanziaria, l'euro, le politiche di austerità hanno progressivamente distrutto le secolari conquiste del mondo del lavoro. Che per avere un orario definito per la propria prestazione e ridotto a dimensioni umane e legato ad una retribuzione dignitosa, ha speso 150 anni di lotte e miriadi di vittime.

Oggi tutto è in discussione e non perché il lavoro non abbia più bisogno delle tutele conquistate, ma perché il capitale ha trovato la forza di distruggerle. Consiglierei a Poletti, che non pare persona particolarmente colta, la lettura di Furore di John Steinbeck. È la storia di una famiglia che, durante la crisi degli anni 30 negli USA, è costretta a migrare e a trovare lavoro a cottimo. E arrivano in una azienda ove si raccolgono le cassette di arance a cinque centesimi l'una, senza orario di lavoro e se non va bene via.
Il New Deal keynesiano di Roosevelt si rivolse anche contro quel sistema di sfruttamento, che oggi non a caso viene invece riproposto nell'Europa in cui, con l'austerità, trionfa il liberismo e si distruggono lo stato sociale e i diritti del lavoro.
Luttwak e Poletti sono dei reazionari, la loro visione del mondo fa venire i brividi e fa tornare indietro di secoli, ma non hanno inventato nulla. Ciò che dicono corrisponde a ciò che si fa realmente nelle nostre società malate. Quindi più che per le loro parole conviene mostrare scandalo per la realtà che cinicamente descrivono e difendono. E soprattutto conviene, quella realtà, provare a cambiarla.

da www.controlacrisi.org

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Poletti e i remi in barca.

C'è una distanza temporale di una manciata d'ore tra le dichiarazioni del ministro Poletti all'inaugurazione di Job&Orienta a Verona e i risultati del rapporto dell'Ocse, che analizza i sistemi di istruzione dei 34 paesi membri, tra cui l'Italia. Eppure sembra parlino di due posti diversi.
"In Italia abbiamo un problema gigantesco: è il tempo". Partiamo da qui: dopo aver sostenuto a più riprese che il tempo speso dai giovani italiani a formarsi sia troppo poco a scapito di quello passato in vacanza, oggi Poletti sostiene che "Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21". Secondo lui il problema è che "Noi in Italia abbiamo in testa il voto, non serve a niente".
Ma noi chi? Perchè l'ultima frase riportata, più che ai giovani - di cui il Ministro non è evidentemente parte - sembra quasi una frase rivolta alla governance che ha fatto dell'ideologia dei meritevoli uno dei suoi più subdoli criteri d'esclusione. E infatti, di quest'ultima egli fa certamente parte.
Ovviamente, il cooperativo Poletti non voleva velatamente attaccare le politiche di tagli che stanno devastando le scuole e le università armate di griglie di valutazione, la sua dichiarazione è piuttosto in perfetta tendenza con 'il verso' della politica del modello Renzi: quello che da anni fa ricadere costi e responsabilità della crisi su un "noi" che non comprende mai "loro", quelli al potere.
Ancora una volta il problema non sono le mancanze di chi è profumatamente pagato per occuparsi delle risorse e delle politiche del Paese, ma di chi le subisce. Se non puoi permetterti di studiare è perché non ti meriti la borsa di studio, se sei disoccupato è perché perdi tempo, se non accedi a nessun ammortizzatore sociale è perché non ne hai bisogno.
Che il voto 'non serve a niente' i giovani italiani lo sanno bene. Non tanto perché c'è un mondo di esperienze che li aspetta fuori dalle aule, quanto perché non importa dove e quanto prendono come voto di laurea, la scelta sarà sempre tra disoccupato o malpagato! E infatti stando ai dati Ocse in italia la media percentuale dei giovani laureati è tra le più alte mentre quella dei 'giovani laureati occupati' è la più bassa.
A poco serve che Poletti chiarisca che non vuole dare del choosy o bamboccione a nessuno. Oggi il rapporto con i giovani, e con chiunque pensi di aspirare a un futuro migliore facendo sentire la propria voce, è caratterizzato da insulti ben più velati.
Non sia mai che il-potere-ai-tempi-di-matteo si metta a indicarci la rotta dall'austera distanza di una cattedra! Del resto Poletti preferisce uscire dalla barca e schierare la polizia armata, caso mai ci venisse in mente di prendere il timone!

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Io Boeri, lui Poletti, siamo in società...

E dopo le parole di Poletti sulla necessità di abolire l'antiquata corrispondenza tra ora lavorata e salario, arrivano come un orologio svizzero le parole-corollario sulle pensioni di Boeri, presidente dell'INPS. Questi ieri si è soffermato sulla necessità per la generazione '80 di scordarsi di fatto ogni ipotesi di una vecchiaia degna, abituandosi sin da ora ad un futuro fatto solo di lavoro, lavoro, lavoro. Con un tasso di crescita costante dell'1% da qui al 2050, il 35enne medio dovrà lavorare fino a 75 anni per ottenere poi una pensione di un quarto di quelle attualmente spettanti a chi si ritira dal mondo del lavoro. Una prospettiva fenomenale.
La realtà è che sulla questione del lavoro si gioca una partita narrativa sempre più complessa, dove i dati vengono oscurati o diffusi a seconda delle necessità politiche. Ad esempio i dati sulla disoccupazione non scendono in alcun modo, nonostante le panzane del governo e dei media; le uniche avvisaglie di ripresa del mercato del lavoro sono derivate dai dati “drogati” dagli incentivi alle assunzioni assicurate dal JobsAct, che riguardano solo le grandi aziende, che attraverso il licenziamento facile mettono incertezza sui consumi, bloccando la ripresa economica di lungo periodo, che produrranno solamente una bolla alimentata fino a quando si vorrano mettere quattrini nel fondo ad hoc.

Cresce intanto il numero degli inoccupati, ovvero di chi ha smesso di cercare lavoro perchè è sicuro di non riuscire a trovarlo: è questo il vero termometro del mercato del lavoro, un dato non a caso sempre meno diffuso nelle tabelle dei talk show che devono anch'essi necessariamente orientarsi alla lotta contro i gufi del ducetto toscano.

Verrebbe da chiedersi: ma di quale lavoro stanno parlando il gatto e la volpe? Di quello precario, dove i contributi sono inesistenti? Di quello a chiamata? Del cottimo tanto amato dall'ex presidente di Legacoop? Dell'indeterminato a tutele crescenti e a licenziamenti costanti? Questo “lavoro” assume sempre più una impronta mitologica, un santo graal cosi difficile da trovare che una volta acchiappato diventa comportamento inaccettabile lamentarsi delle condizioni a cui questo si svolge, perfino quando ad esempio il sempre più diffuso meccanismo del voucher configura meccanismi di vera e propria rapina nei confronti del lavoratore.

L'azione di Poletti e Boeri sembra sempre più allora essere incentrata su un'intenzione pedagogica, con la volontà di ridisegnare le formae mentis al fine di abituarle ad una realtà dove non esiste alcun diritto acquisito e dove ogni retaggio di welfare deve essere demonizzato (Poletti) o reso una totale chimera (Boeri).  A tutto questo fa da cornice la narrazione dell'ottimismo renziano, con il mantra dell'dell'”uno su mille ce la farà” che ha sempre più centralità, spostando sul piano della competizione e della meritocrazia un atteggiamento che dovrebbe necessariamente, per le condizioni in cui siamo, essere dominato da solidarietà e rivendicazione collettiva.

L'obiettivo è spingere sempre di più in basso i livelli di accettazione dello sfruttamento, intensificare sin dalla più tenera età (a che serve la laurea?) la disponibilità a piegare la testa,  in una dinamica dove il dispositivo dell'economia della promessa si ri-disegna ogni volta abbassando via via lo standard del contenuto definitivo di quella promessa.

All'azione istituzionale si aggiunge poi quella mediatica, con personaggi dello squallore di Gramellini che inneggiano alla necessità da parte dei giovani, dei trentenni di impegnarsi, di ribellarsi per cambiare lo stato di cose “catatonico” (ma cosa diceva la Stampa di Expo?) . Il solito appello paternalistico che poi però contemporaneamente dà a Boeri del galantuomo, per aver sollevato il problema a differenza di altri personaggi che in passato avevamo “sepolto” la questione..come se avessimo bisogno di queste nuove dichiarazioni per capire che il futuro di milioni di persone coinciderà con un costante sfruttamento fino alla tomba!

Sul piano economico complessivo, la volontà sottostante a tutto questo bailamme di dichiarazioni è quella di americanizzare -  nell'approccio neoliberista più sfrenato - il sistema delle prestazioni sociali (dalla sanità, alla scuola, ora le pensioni). La svendita e la dequalificazione di questi ambiti si lega a doppio filo all'avanzare del sistema della previdenza privata e della riconfigurazione del welfare su basi censitarie, dove – ancora una volta – saranno soltanto i garantiti/solvibili del blocco sociale renziano a poter galleggiare mentre l'enorme racaille che compone il proletariato giovanile e migrante dovrà arrangiarsi in qualche modo per sopravvivere.

Ad ogni modo, l'idea di lavorare più a lungo in relazione all'aumento della speranza di vita cozzerà necessariamente con le realtà di esistenze senza dubbio meno agiate di quelle della generazione precedente. Saremo curiosi di vedere se quando l'aspettativa di vita di una generazione sempre più segnata da stress, precarietà, alimentazione nociva e via di questo passo, ci sarà una corrispettiva riduzione dell'età del congedo..ma non abbiamo molta fiducia in questo. Si pone la necessità di capire come intercettare il malcontento diffuso che già ora agita i nostri quartieri, le nostre periferie..è necessario attrezzarci per farlo!

venerdì 4 dicembre 2015

L'ASSASSINIO DI FRED HAMPTON



Oggi ricorre l'anniversario della morte di Fred Hampton,uno dei leader storici del movimento rivoluzionario afroamericano statunitense delle Pantere nere,ammazzato dalla polizia a Chicago il 4 dicembre 1969.
Come molti movimenti nati per la difesa di persone discriminate,di territori sfruttati,di diritti negati,anche quello delle Black Panther è nato per una specifica esigenza e se fosse stato per i militanti naturalmente è meglio che non si fosse mai fondato.
Invece la sete di potere dell'uomo,la sua voglia di sottomettere i propri simili e di voler dominare e sfruttare la natura senza giudizio fa si che nascano organizzazioni per invertire la rotta della distruzione che siamo capaci di provocare.
Come scritto sotto Fred Hampton era uno dei primi fondatori delle Pantere nere,nate in contrapposizione al movimento pacifista di Martin Luther King come organizzazione di auto difesa dai soprusi dei bianchi che hanno costretto la gente di colore a combattere per la loro emancipazione e per eliminare le differenze sul piano legislativo,sociale e politico.
Molto è stato fatto dalle Pantere Nere anche se comunque la vera parità sociale negli Usa ed in altre parti del mondo deve ancora essere raggiuta:articolo di Rai Storia(http://www.raistoria.rai.it/articoli/muore-hampton-leader-delle-pantere-nere/11443/default.aspx )cui aggiungo subito una famosa frase di Eldridge Cleaver,allora Minidtro dell'informazione del Black Panther Party.
"Oggi quello che diciamo è che o fai parte della soluzione o fai parte del problema.Non c’è via di mezzo…perchè quelli che stanno a metà strada,quelli che si tengono in disparte,a guardare questi porci che maltrattano la gente,vedono lo scarpone sul collo di un uomo e continuano a starsene lì fermi,senza decidere chi devono aiutare…a tutti voi, porci che volete aiutare l’altra parte,dico:andate a farvi fottere,maiali,e spero che un negro vi salti addosso in una strada buia e vi accoppi…e a tutti quelli che hanno deciso di non schierarsi da quella parte dico:vi amo.E riconosco la vostra umanità e spero che anche voi possiate riconoscere la mia".

Fred Hampton, ventunenne leader delle Pantere Nere, viene ucciso dalla polizia di Chicago. Il movimento delle Pantere Nere nasce per sostenere il processo di emancipazione e liberazione degli afroamericani d’America, fino ad allora pesantemente discriminati, socialmente, politicamente e legislativamente. In contrapposizione alle tesi sulla non-violenza di Martin Luther King, le Pantere Nere utilizzano come strumento di lotta l’autodifesa. Il movimento entra presto nel mirino dell'FBI, che si adopera per smantellarlo attraverso l'infiltrazione di agenti sotto copertura, blitz nelle sedi del movimento, arresti e omicidi mirati, come quello di Fred Hampton.

giovedì 3 dicembre 2015

IL DISASTRO BRASILIANO DELLA SAMARCO

A quasi un mese di distanza dal cedimento della diga della società mineraria Samarco,che sta devastando un intero ecosistema nello Stato del Minas Gerais in Brasile,gli effetti ed i danni che si stanno accumulando non sono ancora stati quantificati.
Undici morti e ancora una dozzina di dispersi sono solo le vittime accertate fin'ora,ma sono centinaia di migliaia le persone che nei prossimi anni e addirittura per le prossime generazioni subiranno ripercussioni nella propria vita in quanto l'ondata di fango contenente materiali tossici come piombo,mercurio,arsenico e altri metalli pesanti,ha inquinato per i prossimi decenni le aree del bacino del Rio Doce e dei suoi affluenti.
La colpa è della Samarco,un'azienda mineraria brasiliana nata da una joint venture tra un'azienda angloaustraliana e una del Brasile,invischiata in maniera occulta con la politica e che per ora è stata sanzionata complessivamente con 310 milioni di Dollari a fronte di una stima di danni di diversi miliardi di $.
Articolo preso da Senza Soste.
 
Brasile. Un'onda di fango tossico ha raggiunto l’Oceano.  
tratto da http://www.contropiano.org

In seguito al cedimento di due dighe, nel sudest del Brasile, il fango tossico è arrivato nell'Atlantico e potrebbe volerci un secolo per essere riassorbito.
“Fukushima brasiliana”, così è stata battezzata la tragedia che ha colpito il Brasile lo scorso 5 novembre in seguito al cedimento di due dighe nel sudest del paese. Il nome rende l’idea della gravità del disastro sociale e ambientale la cui vera portata non è ancora chiara. Il crollo delle dighe di proprietà della società mineraria Samarco, costruite per contenere le acque reflue, ha causato undici morti e dodici dispersi ed è il peggior disastro ambientale nella storia del Brasile, tra i più gravi mai avvenuti al mondo.
La muraglia di fango che ha investito il villaggio di Bento Rodrigues conteneva infatti sostanze altamente tossiche come mercurio, arsenico, piombo e altri metalli pesanti. Come temuto dai biologi, la marea velenosa costituita da 62 milioni di metri cubi di fanghi tossici, ha prima devastato il bacino del Rio Doce e dei suoi affluenti nel Minas Gerais e ora si appresta ad avvelenare il mare di Espirito Santo.
Secondo Marcos Freitas, coordinatore esecutivo dell’Instituto virtual internacional de mudanças globais (Ivig), la tragedia è stata causata dall’incuria della Samarco colpevole di gravi inadempienze in termini di manutenzione e sicurezza, ed è la più grave mai provocata da una compagnia mineraria. La quantità di fanghi tossici dispersi sarebbe infatti di due volte e mezza maggiore del secondo peggior incidente del genere, avvenuto il 4 agosto 2014 nella miniera canadese di Mount Polley, nel British Columbia.
Nonostante l’immediato allarme nulla è stato fatto per impedire che l’onda tossica arrivasse sulle coste brasiliane dell’Oceano Atlantico, in una delle regioni con maggior biodiversità del Brasile.
“L’arrivo del fango tossico nell’oceano può avere un impatto ambientale equivalente alla contaminazione di una foresta tropicale delle dimensione del Pantanal brasiliano”, ha dichiarato il biologo André Ruschi, direttore della Estação Biologia Marinha Augusto Ruschi di Aracruz, Santa Cruz, nello Espirito Santo. Ruschi ritiene che il danno ambientale provocato da questo tsunami di fango potrebbe impiegare almeno cento anni prima di essere riassorbito completamente. “Un disastro di proporzioni mondiali con conseguenze difficili da immaginare a causa del quale potremmo pagare un prezzo enorme”.
Tra le principali vittime del disastro ci sono gli indiani Krenak, popolo indigeno che vive sulle rive del fiume contaminato e ora deve fare affidamento sulle forniture di acqua potabile e cibo. “Il fiume era tutto per noi, non ci forniva solo acqua e pesce, era per noi una fonte di cultura”, ha detto il capo tribù Leomir Cecilio de Souza. “Il fiume ha mantenuto la nostra gente fin dai tempi degli antenati, era sacro. Ma ora è morto”.
La marea tossica, correndo veloce verso il mare, ha lasciato dietro di sé un paesaggio spettrale, fatto di animali morti, alberi sradicati e uno spesso strato di fango solidificato. Finora il governo brasiliano ha inflitto alla Samarco, di proprietà dei giganti del settore Vale e Bhp Billiton, due multe: una di circa 60 milioni di dollari e l’altra di 250 milioni. Gli esperti stimano tuttavia che i danni all’ecosistema e alla biodiversità avranno un costo di diversi miliardi di dollari. Inoltre l’azienda, che inizialmente ha più volte negato la tossicità del fango, non ha ancora fornito un elenco completo delle sostanze presenti nel fango fuoriuscito dalle dighe.
La preoccupazione è ora per le altre 200 dighe simili sparse per il paese che potrebbero rappresentare un rischio. Le associazioni umanitarie e ambientaliste chiedono un inasprimento delle normative e denunciano la stretta relazione tra i politici e le compagnie minerarie che lo scorso anno hanno speso oltre sette milioni di dollari in campagne politiche e pubblicitarie.
30 novembre 2015

martedì 1 dicembre 2015

L'OMICIDIO POLITICO DELL'AVVOCATO TAHIR ERCI

I due contributi presi rispettivamente da Infoaut e Senza Soste parlano della Turchia ormai al centro dell'attenzione strategica nella lotta per e contro il terrorismo,e narra la storia di tre persone che hanno dato molto per la verità e la libertà in un paese dove questo è ancora un tabù e che hanno dato tanto in termini propri.
Addirittura la propria vita il famoso avvocato Tahur Elci,alla guida degli avvocati locali del sud-est della Turchia,proprio nella zona dove i curdi sono la maggioranza:durante un comizio è stato assassinato mentre era impegnato a parlare ancora del suo popolo a Diyarbakir,la capitale non riconosciuta della nazione curda.
Era uscito da un mese dal carcere dove vi era finito per aver detto che il Pkk era un'organizzazione politica armata e non un gruppo terrorista,e per questo fu arrestato in diretta televisiva e gli erano già stati comminati sette anni e mezzo di reclusione.
Ieri invece ad Istanbul e ad Ankara sono stati arrestati due giornalisti del quotidiano Cumhuriyet,il caporedattore Can Dundar e il corrispondente dalla capitale Erdem Gul rei di aver scoperto con una loro inchiesta un traffico di forniture militari dalla Turchia all'Isis tramite i ribelli anti Assad in Siria,rischiando ora l'ergastolo.
Filo conduttore dei due fatti che hanno sollevato manifestazioni e tensioni ad Istanbul ed in Kurdistan naturalmente il Erdogan che oltre a smentire le sue colpe parla di maggior contrasto al terrorismo mentre lo arricchisce costantemente.

Diyarbakir, assassinato Tahir Elci, avvocato al fianco del popolo curdo.

Prosegue la guerra permanente dichiarata dallo stato turco ai curdi. Questa volta è stata il turno dell'uccisione di Tahir Elci, uno dei più importanti avvocati al fianco del popolo curdo, freddato in un agguato da diversi colpi di pistola. Le dichiarazione ironiche di Erdogan, che parla di “necessità ancora più forte di proseguire la battaglia con il terrorismo”, nascondono a stento una realtà evidente di commissione dai parte dei servizi segreti di Ankara dell'omicidio.

Proprio mentre le tensioni tra Russia e Turchia si innalzano ulteriormente, dopo l'abbattimento del jet russo e le parole di Putin che ha ribadito come la Turchia sostenga attivamente l'Isis acquistandone il greggio, Erdogan sembra voler proseguire e intensificare la sua azione contro la popolazione curda sfruttando il momento di innalzamento delle tensioni internazionali per regolare anche i conti all'interno del paese.

Tahir Elci è caduto durante un comizio a Diyarbakir, città nella quale è stato dichiarato il coprifuoco. A guida dell'associazione degli avvocati locali (sud-est della Turchia) era stato rilasciato dal carcere appena un mese fa, dopo aver subito un arresto per dichiarato in diretta televisiva di non ritenere il PKK un'organizzazione terroristica, ma un'organizzazione politica armata con grande seguito popolare.

Nell'occasione gli erano stati comminati sette anni e mezzo di carcere, ma questi evidentemente non bastavano come pena agli occhi di chi ha voluto togliergli la vita. Nel suo ultimo discorso prima di essere assassinato, Elci sottolineava le violenze dell'esercito turco a Diyarbakir, portate soprattutto nei confronti dei civili in un vero e proprio scenario di guerra creato dall'esercito turco nei confronti della resistenza curda.

L'Hdp di Demirtas ha immediatamente parlato di “omicidio politico”, mentre immediatamente a Istanbul veniva convocato un presidio per rispondere all'assassinio. Presidio che è stato caricato dalla polizia ancora una volta decisa a criminalizzare e a non lasciare alcuno spazio di agibilità politica a chi sostiene la causa curda; la polizia ha anche aperto il fuoco sui manifestanti che nel quartiere Sur di Diyarbakir si erano radunati in migliaia davanti all'ospedale dove è stata portata la salma per l'autopsia.

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Erdogan fa arrestare due giornalisti. Avevano denunciato le forniture militari turche all’Isis.

Il caporedattore Can Dundar e il suo collega responsabile dell’ufficio di Ankara Erdem Gul, accusati di spionaggio, terrorismo e divulgazione di segreti di Stato, rischiano fino all’ergastolo. Il caso riguarda un servizio del 2014 su un carico di armi fermo alla frontiera con la Siria, e destinato alle milizie dell’opposizione anti-Assad
Erdogan l’aveva promesso: “La pagherà cara”. E il tempismo, a pochi giorni dall’abbattimento del jet russo da parte dell’aviazione turca per una violazione del suo spazio aereo di pochi minuti, non è casuale. Can Dundar, caporedattore del quotidiano Cumhuriyet, assieme al suo collega responsabile dell’ufficio di Ankara Erdem Gul, sono stati arrestati e incriminati per spionaggio, “divulgazione di segreti di stato” e “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. Il caso riguarda un servizio del 2014 su un carico di armi fermo alla frontiera con la Siria, e destinato alle milizie dell’opposizione anti-Assad.
Secondo quanto rivelato dal quotidiano, nel gennaio 2014 le forze si sicurezza turche avevano intercettato un convoglio di camion fermi alla frontiera siriana. Dopo aver mostrato il contenuto delle casse – armi e munizioni – in un video, il quotidiano aveva rivelato che fossero destinate ai ribelli siriani. Era già da qualche anno che la Turchia veniva accusata di fornire armi alle formazioni islamiste della guerra civile siriana, con denunce di passaggi di frontiera da parte dei miliziani e contrabbando di ogni genere necessario alla guerriglia con la complicità delle autorità turche. Ma il convoglio sequestrato, collegato all’Organizzazione Nazionale di Intelligence Turca (MIT), era una prova schiacciante nei confronti di Ankara.
Diffuso nel maggio del 2014, il servizio aveva causato un polverone politico proprio a poche settimane dalle elezioni presidenziali. L’allora primo ministro Erdogan, furioso, aveva presentato egli stesso una denuncia penale contro Dundar, considerato uno dei più importanti giornalisti del panorama editoriale turco. Chiedendo per lui “sentenze multiple”, Erdogan aveva promesso che Dundar l’avrebbe “pagata cara”. E ieri il mandato d’arresto è arrivato: tre capi di imputazione differenti, per sentenze che vanno dai 10 anni all’ergastolo: secondo la legge turca, l’appartenenza a un’organizzazione terroristica è punita con 10 anni di prigione, mentre una condanna per spionaggio fino a 20 anni. Rivelare documenti governativi riservati, però, porta alla pena più grave di tutte, il carcere a vita.
Ieri un migliaio di persone si sono radunate di fronte agli uffici di Cumhuriyet a Istanbul, protestando contro l’arresto dei due cronisti e cantando slogan come “Tayyip ladro, Tayyip bugiardo, Tayyip assassino” e “fianco a fianco contro il fascismo”, mentre Dundar, trasportato nel carcere di Silivri rassicurava i suoi sostenitori dicendo “non preoccupatevi, queste sono medaglie d’onore per noi”. “E’ un giorno nero per la democrazia e per le libertà” ha detto Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito popolare repubblicano (CHP), mentre il suo vice Mahmut Tanal ha tacciato la mossa di “colpo di stato” contro la stampa, dichiarando che “avviare un’indagine e ordinare l’arresto di due giornalisti con ordini speciali è massacrare la legge”.
La vicenda segna un nuovo colpo ben assestato alla stampa libera, in un paese sempre più impegnato a perseguitare gli oppositori e a reprimere i diritti umani fondamentali, come da anni denunciano giornalisti, attivisti e organizzazioni internazionali: qualche settimana fa anche la Commissione Europea aveva richiamato il governo turco per il suo uso controverso della magistratura, sempre più utilizzata per fini politici più che giudiziari. Nena News