Come da pronostico il ballottaggio delle elezioni regionali francesi non ha avuto sorprese con la sconfitta del Fn dopo le vittorie al primo turno nelle regioni dove era contrapposta alla destra moderata di Sarkozy,mentre il tracollo socialista fa mantenere comunque ad Hollande cinque regioni ma la vera notizia forse passata in sordina è il trionfo degli indipendentisti corsi al primo posto dopo quarant'anni di lotta(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/12/la-francia-al-ballottaggio-tra-le-destre.html ).
Quindi nonostante quasi sette milioni di voti materialmente alla Le Pen e a chi è rimasto della sua famiglia di neonazisti non è rimasto che un pugno di mosche,e la Francia ha risposto ai vari appelli in modo positivo per quello che è stato soprannominato il fronte repubblicano.
In Corsica invece l'ha fatta da padrone la coalizione nazionalista per l'indipendenza dell'isola Pè a Corsica nata dalla fusione delle due principali compagini contro Parigi che hanno battuto il centro sinistra mente qui il centro destra e il Fn soprattutto hanno ottenuto posizioni di rincalzo.
Entrambi gli articoli presi da Contropiano(http://contropiano.org/ )
Corsica, storica vittoria del fronte nazionalista .
Rischia di passare inosservata, dato che tutta l’attenzione dei media e del mondo politico continentale era concentrato sulla possibile vittoria dell’estrema destra francese, la storica affermazione di una coalizione nazionalista corsa al secondo turno delle elezioni territoriali di ieri.
Per la prima volta la lista “Per a Corsica”, nata dalla fusione dopo il primo turno elettorale delle due componenti del movimento nazionalista e indipendentista corso, è riuscita a piazzarsi in testa. Il nazionalista e autonomista - leader della componente più moderata dell'alleanza - Gilles Simeoni ha vinto il ballottaggio di ieri con il 35.5% dei voti, staccando il candidato del centrosinistra Paul Giacobbi, governatore uscente e vincitore del primo turno, che si è fermato al 28.5% (nonostante l'apparentamento con il Front de Gauche), e il candidato della destra Josè Rossi, di poco dietro con il 27%. Magro invece il risultato dell’estrema destra nazionalista francese, con il Front National che nell’isola del nord del Mediterraneo si è fermato al 9.1% dei suffragi.
"E' la vittoria della Corsica e di tutti i corsi" ha dichiarato ieri sera trionfante, subito dopo l'annuncio dei risultati, Gilles Simeoni, accolto dai canti e dalle grida di migliaia di sostenitori che agitavano al bandiera corsa, bianca con la testa di moro, nelle vie di Ajaccio, Bastia e delle altre città dell'isola.
Simeoni, eletto lo scorso anno sindaco di Bastia, ha aggiunto che l'elezione illustra "una volontà profonda di vera alternativa, una sete di democrazia, di sviluppo economico, di giustizia sociale". "E' servita una lunga marcia di 40 anni per arrivarci" ha detto il dirigente della componente indipendentista della coalizione (Corsica Libera, il 7.7% al primo turno), Jean-Guy Talamoni, dedicando alla vittoria "ai prigionieri e ai ricercati". "Saremo gli eletti di tutto il popolo" ha aggiunto Talamoni, affermando che "la Corsica non è una semplice circoscrizione amministrativa francese, ma un Paese, una nazione, un popolo".
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Francia. Il 'fronte repubblicano' regge, l'affluenza ferma il Front National.
Alla fine il Front National delle due Le Pen non l’ha spuntata in nessuna delle regioni francesi in cui ieri si è andati al ballottaggio. L’aumento significativo dell’affluenza alle urne rispetto al primo turno – circa dieci punti percentuali in più, il 59 contro il 50% – ha sbarrato la strada all’estrema destra, anche in quelle regioni dove il FN era arrivato in testa una settimana fa destando l'allarme dei partiti dell'establishment ma anche delle organizzazioni e degli intellettuali antifascisti di tutta Europa.
Nonostante le ambiguità della destra gaullista, con Sarkozy che aveva rifiutato di far ritirare i propri candidati arrivati terzi per far convergere i suoi voti sui rappresentanti socialisti per impedire l'elezione di quelli del FN, la maggioranza degli elettori ha di nuovo deciso di seguire la pratica del ‘Fronte Repubblicano’ impedendo così alla destra xenofoba di conquistare lo storico risultato anche in una sola regione.
Certo, il Front National ha di nuovo aumentato i suoi consensi in termini assoluti, ottenendo sei milioni e seicentomila voti (ducecentomila in più rispetto al primo turno), ed affermandosi ormai compiutamente come una delle tre forze principali del panorama politico d’oltralpe, spesso al primo posto. Il partito di estrema destra considerato capofila degli euroscettici e xenofobi di tutto il continente continua la sua progressione, arrivando al 30% e solo un sistema elettorale truffaldino basato su due turni elettorali ha privato della rappresentanza l'estrema destra francese.
E se anche la mobilitazione dell’elettorato ‘repubblicano’ e in qualche modo antifascista ha evitato la vittoria dei lepenisti, i dirigenti della formazione xenofoba e nazionalista hanno già cominciato a sfruttare la situazione per denunciare quello che definiscono “il complotto” dell’intero sistema politico, francese e continentale, contro “l’unico partito che difende i diritti dei francesi” contro l’invasione di immigrati e le pretese dell’Unione Europea. La campagna elettorale per le elezioni legislative e per quelle presidenziali è di fatto già cominciata. Marine Le Pen ha accusato ieri "la diffamazione ordinata da palazzi dorati" ed ha affermato: "Quanti hanno votato per il Fn hanno resistito alle intimidazioni, agli infantilismi e alle manipolazioni». "Ci sono vittorie che sono una vergogna per i vincitori" ha fatto notare la ventiseienne Marion Maréchal-Le Pen, nipote del fondatore del Front National - nel frattempo espulso dal partito per legittimare l'ascesa al potere mancata d'un soffio - e astro nascente della formazione guidata da Marine Le Pen e da Florian Philippot.
Il secondo turno ha consegnato sette regioni alla destra ‘moderata’ di Sarkozy e cinque ai socialisti di Hollande – che così ha evitato quella disfatta che sembrava sicura visti i risultati del primo turno – mentre in Corsica si è registrata la storica vittoria della coalizione indipendentista.
Les Republicains (così si chiamava l'alleanza di centrodestra) hanno strappato la prestigiosa regione parigina, l'Ile-de-France (da ben 17 anni in mani socialiste), ed hanno vinto in Normandia, Nord-Pas-de-Calais-Picardia, Provenza-Alpi Costa azzurra, Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, Alvernia-Rodano-Alpi e nella Loira. I socialisti, che prima controllavano ben 12 regioni mantengono Bretagna, Aquitania-Limousin Poitou-Charentes, Linguadoca-Rossiglione-Midi-Pirenei, Borgogna Francia-Contea, Centro Valle della Loira.
Nulla da segnalare a sinistra, dove le varie formazioni - il Front de Gauche reduce dal voto favorevole a tre mesi di stato d'emergenza e gli ecologisti - si sono di nuovo limitate a fare da stampella di un centrosinistra che, sotto la guida di Manuel Valls, assume contorni sempre più liberisti, autoritari e guerrafondai.
Poletti e i remi in barca.
C'è una distanza temporale di una manciata d'ore tra le dichiarazioni del
ministro Poletti all'inaugurazione di Job&Orienta a Verona e i risultati del
rapporto dell'Ocse, che analizza i sistemi di istruzione dei 34 paesi
membri, tra cui l'Italia. Eppure sembra parlino di due posti diversi.
"In Italia abbiamo un problema gigantesco: è il tempo". Partiamo da qui: dopo aver sostenuto a più riprese che il tempo speso dai giovani
italiani a formarsi sia troppo poco a scapito di quello passato in vacanza,
oggi Poletti sostiene che "Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è
meglio prendere 97 a 21". Secondo lui il problema è che "Noi in Italia abbiamo
in testa il voto, non serve a niente".
Ma noi chi? Perchè l'ultima frase riportata, più che ai giovani - di cui il
Ministro non è evidentemente parte - sembra quasi una frase rivolta alla
governance che ha fatto dell'ideologia dei meritevoli uno dei suoi più subdoli
criteri d'esclusione. E infatti, di quest'ultima egli fa certamente
parte.
Ovviamente, il cooperativo Poletti non voleva velatamente attaccare le
politiche di tagli che stanno devastando le scuole e le università armate di
griglie di valutazione, la sua dichiarazione è piuttosto in perfetta tendenza
con 'il verso' della politica del modello Renzi: quello che da anni fa ricadere
costi e responsabilità della crisi su un "noi" che non comprende mai "loro",
quelli al potere.
Ancora una volta il problema non sono le mancanze di chi è
profumatamente pagato per occuparsi delle risorse e delle politiche del Paese,
ma di chi le subisce. Se non puoi permetterti di studiare è perché non
ti meriti la borsa di studio, se sei disoccupato è perché perdi tempo, se non
accedi a nessun ammortizzatore sociale è perché non ne hai bisogno.
Che il voto 'non serve a niente' i giovani italiani lo sanno bene. Non tanto
perché c'è un mondo di esperienze che li aspetta fuori dalle aule, quanto perché
non importa dove e quanto prendono come voto di laurea, la scelta sarà
sempre tra disoccupato o malpagato! E infatti stando ai dati Ocse in
italia la media percentuale dei giovani laureati è tra le più alte mentre quella
dei 'giovani laureati occupati' è la più bassa.
A poco serve che Poletti chiarisca che non vuole dare del choosy o
bamboccione a nessuno. Oggi il rapporto con i giovani, e con chiunque pensi di
aspirare a un futuro migliore facendo sentire la propria voce, è caratterizzato
da insulti ben più velati.
Non sia mai che il-potere-ai-tempi-di-matteo si
metta a indicarci la rotta dall'austera distanza di una cattedra! Del resto
Poletti preferisce uscire dalla barca e schierare la polizia armata, caso mai ci
venisse in mente di prendere il timone!
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Io Boeri, lui Poletti, siamo in società...
E dopo le parole di Poletti sulla necessità di abolire l'antiquata
corrispondenza tra ora lavorata e salario, arrivano come un orologio svizzero le
parole-corollario sulle pensioni di Boeri, presidente
dell'INPS. Questi ieri si è soffermato sulla necessità per la generazione '80 di
scordarsi di fatto ogni ipotesi di una vecchiaia degna, abituandosi sin da ora
ad un futuro fatto solo di lavoro, lavoro, lavoro. Con un tasso
di crescita costante dell'1% da qui al 2050, il 35enne medio dovrà lavorare fino
a 75 anni per ottenere poi una pensione di un quarto di quelle attualmente
spettanti a chi si ritira dal mondo del lavoro. Una prospettiva fenomenale.
La realtà è che sulla questione del lavoro si gioca una partita narrativa
sempre più complessa, dove i dati vengono oscurati o diffusi a seconda delle
necessità politiche. Ad esempio i dati sulla disoccupazione non
scendono in alcun modo, nonostante le panzane del governo e dei media; le uniche
avvisaglie di ripresa del mercato del lavoro sono derivate dai dati “drogati”
dagli incentivi alle assunzioni assicurate dal JobsAct, che
riguardano solo le grandi aziende, che attraverso il licenziamento facile
mettono incertezza sui consumi, bloccando la ripresa economica di lungo periodo,
che produrranno solamente una bolla alimentata fino a quando si vorrano mettere
quattrini nel fondo ad hoc.
Cresce intanto il numero degli inoccupati, ovvero di chi ha
smesso di cercare lavoro perchè è sicuro di non riuscire a trovarlo: è questo il
vero termometro del mercato del lavoro, un dato non a caso sempre meno diffuso
nelle tabelle dei talk show che devono anch'essi necessariamente orientarsi alla
lotta contro i gufi del ducetto toscano.
Verrebbe da chiedersi: ma di quale lavoro stanno parlando il gatto e
la volpe? Di quello precario, dove i contributi sono inesistenti? Di
quello a chiamata? Del cottimo tanto amato dall'ex presidente di Legacoop?
Dell'indeterminato a tutele crescenti e a licenziamenti costanti? Questo
“lavoro” assume sempre più una impronta mitologica, un santo graal cosi
difficile da trovare che una volta acchiappato diventa comportamento
inaccettabile lamentarsi delle condizioni a cui questo si svolge, perfino quando
ad esempio il sempre più diffuso meccanismo del voucher configura meccanismi di vera e propria rapina nei
confronti del lavoratore.
L'azione di Poletti e Boeri sembra sempre più allora essere incentrata su
un'intenzione pedagogica, con la volontà di ridisegnare le
formae mentis al fine di abituarle ad una realtà dove non esiste alcun diritto
acquisito e dove ogni retaggio di welfare deve essere demonizzato (Poletti) o
reso una totale chimera (Boeri). A tutto questo fa da cornice la narrazione
dell'ottimismo renziano, con il mantra dell'dell'”uno su mille
ce la farà” che ha sempre più centralità, spostando sul piano della competizione
e della meritocrazia un atteggiamento che dovrebbe necessariamente, per le
condizioni in cui siamo, essere dominato da solidarietà e rivendicazione
collettiva.
L'obiettivo è spingere sempre di più in basso i livelli di
accettazione dello sfruttamento, intensificare sin dalla più
tenera età (a che serve la laurea?) la disponibilità a piegare la testa, in una
dinamica dove il dispositivo dell'economia della promessa si
ri-disegna ogni volta abbassando via via lo standard del contenuto definitivo di
quella promessa.
All'azione istituzionale si aggiunge poi quella mediatica,
con personaggi dello squallore di Gramellini che inneggiano alla necessità da
parte dei giovani, dei trentenni di impegnarsi, di ribellarsi per cambiare lo
stato di cose “catatonico” (ma cosa diceva la Stampa di Expo?) . Il solito
appello paternalistico che poi però contemporaneamente dà a Boeri del
galantuomo, per aver sollevato il problema a differenza di altri personaggi che
in passato avevamo “sepolto” la questione..come se avessimo bisogno di queste
nuove dichiarazioni per capire che il futuro di milioni di persone coinciderà
con un costante sfruttamento fino alla tomba!
Sul piano economico complessivo, la volontà sottostante a tutto questo
bailamme di dichiarazioni è quella di americanizzare - nell'approccio
neoliberista più sfrenato - il sistema delle prestazioni sociali (dalla
sanità, alla scuola, ora le pensioni). La svendita e la dequalificazione di
questi ambiti si lega a doppio filo all'avanzare del sistema della
previdenza privata e della riconfigurazione del welfare
su basi censitarie, dove – ancora una volta – saranno soltanto i
garantiti/solvibili del blocco sociale renziano a poter galleggiare mentre
l'enorme racaille che compone il proletariato giovanile e migrante dovrà
arrangiarsi in qualche modo per sopravvivere.
Ad ogni modo, l'idea di lavorare più a lungo in relazione all'aumento della
speranza di vita cozzerà necessariamente con le realtà di esistenze senza dubbio
meno agiate di quelle della generazione precedente. Saremo curiosi di vedere se
quando l'aspettativa di vita di una generazione sempre più segnata da stress,
precarietà, alimentazione nociva e via di questo passo, ci sarà una
corrispettiva riduzione dell'età del congedo..ma non abbiamo molta fiducia in
questo. Si pone la necessità di capire come intercettare il malcontento
diffuso che già ora agita i nostri quartieri, le nostre periferie..è
necessario attrezzarci per farlo!






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