giovedì 10 dicembre 2015

CONFUSIONE POLITICA E OPPOSTI ESTREMISMI

L'articolo preso da Senza Soste prende spunto dalla vicenda livornese della gestione di beni e servizi pubblici che si stanno privatizzando e dalle baruffe scatenatesi nel consiglio comunale dove consiglieri,assessori e pubblico si sono insultati chiamandosi fascisti mettendoci in mezzo termini come nazisti rossi e rossobruni,i gloriosi partigiani e pianti.
Però si parla non della situazione di cui sopra ma di tutto quello che è scaturito facendo un'autocritica sul comunismo che a volte mette in gioco ideologie e persone a sproposito o almeno in un modo amplificato a dismisura.
Premettendo che spesso do del fascista anch'io a chi non lo è,l'analisi della redazione di Senza Soste parla anche della confusione politica che ha portato la sinistra ai risultati odierni,della teoria degli opposti estremismi e di esempi pratici come le lacrime di Occhetto,il voto decisivo di Cossutta per andare a bombardare la ex Jugoslavia e la diversa presa di posizione sui fatti ungheresi a distanza di decenni.
Si parla anche degli scontri alla Sapienza a Roma,del Pci favorevole all'austerità negli anni settanta e di voti"necessari"per tagli lineari di pensioni al momento del governo Dini,insomma tutto quello,o almeno una gran parte,di quello che ha fatto allontanare la gente dalla sinistra.
Non che il resto della politica italiana abbia fatto meglio,anzi,a parte la politica destabilizzante anche tramite i servizi segreti dei vari Almirante,quella ecclesiale e rubereccia della Democrazia Cristiana,il Psi almeno Craxiano e gli ultimi arrivati da Forza Italia e Lega,l'Italia ha vissuto decenni di non politica.
E questa confusione e la perdita di una memoria sociale ha favorito enormemente la destra e movimenti ultimi nati come quello 5 stelle,che comunque presenta dei ricicli e pecca di una spiccata dipendenza dall'alto:su tanti esempi è dottrinale quello messo ad inizio contributo dove negli anni 50 la quasi totalità dei francesi(quindi di tutte le fedi politiche)riconosceva nel comunismo un ruolo primario nella sconfitta del nazismo mentre dopo pochi decenni sondaggi rivelavano che tale consapevolezza era sparita quasi del tutto.

Su lacrime, partigiani, nazisti rossi ed altre curiosità della politica.

Visto che nel Consiglio Comunale di Livorno si sono spese lacrime e anche la parola "partigiano" con una certa facilità, fa bene parlare di confusione dei generi. Ovvero di quella terra di nessuno dove i concetti di partigiano, di fascista e di antifascista si confondono, si tengono e, a volte, persino sembrano guardarsi in faccia l’un l’altro. Ci sono almeno tre punti, su questo terreno, che fa bene ricordare: uno riguarda il pensiero liberale, l’altro le ibridazioni dei generi e, infine, l’uso del concetto di fascista a sinistra nei confronti dei movimenti e degli avversari politici. Naturalmente l’uso pubblico delle lacrime aiuta a concludere il quadretto su linguaggi e comportamenti di un’epoca.
Brevemente, nel pensiero liberale si usa sempre la simmetria tra fascismo e comunismo. Equiparati come dittature gemelle. Il tempo gioca oltretutto a favore della confusione. A inizio anni ’50, la stragrande maggioranza dei francesi nei primi sondaggi dell’epoca pensava che i comunisti avessero avuto un importante ruolo nella disfatta del nazismo. Pochi decenni dopo, questa importanza, negli stessi sondaggi, spariva del tutto. Oggi dire che antifascismo e anticomunismo sono equiparabili sta pure in qualche costituzione dei paesi dell’est emersi dopo la caduta del muro. È una pura stupidaggine ma il tempo che passa, i suoi effetti a volte li lascia.
Differente è la vicenda dell’ibridazione, sempre giocata a destra per confondere le persone, tra fascismo, comunismo e antifascismo. È una vecchia tradizione, non risalente solo al nazimaoismo di Franco Freda, fascista e stragista. Già negli anni ’20 il nazionalboscevismo tedesco lasciò la sua impronta in Germania, prima di lasciare definitivamente il passo al nazismo che, guarda caso, si chiama partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori. Un nome con qualche venatura di sinistra, ottimo pretesto per il liberalismo che necessita dell’esistenza di un partito fascista per imputare ai comunisti le stesse accuse rivolte al fascismo (roba che da noi è arrivata con la teoria degli “opposti estremismi”). Oppure per la destra fascista quando vuol confondere le acque e pescare tra i delusi, gli avventurieri e gli invertebrati della politica.
E veniamo al pezzo forte, quello che sui media va sempre alla grande nei decenni: l’accusa di fascismo, rivolta da sinistra verso gli oppositori politici che con il fascismo non hanno a che vedere. Dagli anni ’40 l’accusa di “fascisti” emessa dal partito comunista in Italia è toccata ad anarchici, occupanti di terre non allineati al Pci, sinistre eretiche. Per non parlare delle accuse di fascismo ai rivoltosi di Ungheria, appoggiati tra l’altro da György Lukács uno dei più importanti filosofi marxisti del ‘900. L’Unità, in particolare, all’epoca si distinse nella continua requisitoria contro i “fascisti” ungheresi. Per non parlare di Napolitano che definì l’invasione di un paese pacifico e sovrano, l’Ungheria, con i carri armati, e diverse migliaia di morti, un processo che aveva salvaguardato, guarda un po', la pace nel mondo. Sessant’anni dopo lo stesso Napolitano definì il socialismo, lo stesso che aveva mandato i carri armati in Ungheria, un “fallimento impossibile da non riconoscere”. Tanto per allargarsi disse anche che era non solo il socialismo ma proprio il comunismo ad aver fallito. E gli ungheresi rivoltosi? Riabilitati come patrioti. Come si vede fascismo, comunismo, accuse ed assoluzioni della storia, in certi personaggi, sono concetti molto mobili. L’importante è rimanere sulla scena e in prima fila. Il resto è materia per la retorica.
Chi abbia poi potuto dare un’occhiata, anche abbastanza distratta, alla storia degli anni ’70, avrà notato come, nei confronti dei movimenti l’accusa di fascismo non è mai mancata. Ovvero, nel migliore dei casi, di essere una componente massimalista di sinistra che favorisce l’ascesa di movimenti di destra. Come andò a finire lo sappiamo: a suon di accusare di massimalismo i movimenti alla sua sinistra, il Pci, impegnato in prima fila a favore dell’austerità e del rigore di bilancio (ricorda niente?), dette tutto il tempo per riprendersi a una Dc in crisi. La quale, senza nemmeno ringraziare per il servizio reso dal Pci alla patria, finì per governare, e saccheggiare, il paese per un altro quindicennio.
E che dire dei "nazisti rossi"? All’epoca qualche ex capo partigiano fu ingaggiato per i comizi contro i “nazisti rossi dell’autonomia operaia”. Accusa bizzarra per chi, nei quartieri, i fascisti (che non venivano propriamente a mani nude) li aveva cacciati davvero. Ma si sa, l’importante era l’effetto per il grande pubblico: fascisti e comunisti confusi assieme fanno sempre quell’effetto orda barbarica da contenere col senso di responsabilità. Lo stesso Luciano Lama quando cercò di occupare la Sapienza, a sua volta occupata dagli studenti in lotta, arrivò all’università con servizio d’ordine schierato e l'inno dei lavoratori suonato da due casse da 10.000 watt l'una. E al grido di “le università vanno difese come le fabbriche nel ‘43”. Un modo per dare del fascista a chi le università le difendeva davvero, occupandole. Infatti Lama dall’università fu cacciato, e giustamente, senza troppi problemi. Ma il ritornello del nazista rosso, contro i movimenti scomodi, ormai era lanciato. Arrivando fino a noi. Rielaborato poi in forma così paradossale che, specie nel centrodestra del primo Berlusconi, si è dato del nazista rosso anche al Pds e clonazioni successive.
In generale l’operazione di creazione del nazista rosso è una ricetta semplice e suggestiva. Si fa leva su un senso comune, si crea un sentimento di barbarie imminente grazie a gente che si vuole dotata di una natura ibrida ed ignota, e si contrappone, contro tutto questo, quelli che si pensano essere i migliori sentimenti della società. Funziona fino a quando, come oggi, la gente non capisce più bene dove sia la destra e la sinistra dopo che queste categorie sono state logorate, inflazionate dal troppo effetto retorico, per catturare passioni e consenso, e non come strumento politico. Magari usate un tempo dal Pci, un altro dai berlusconiani, politicamente agli antipodi del partito che fu di Togliatti. Comunque, anche dagli anni duemila in poi,  l’accusa di fascismo non è stata risparmiata a nessun genere di movimento - moderato o meno - che si sia posto in termini eretici nei confronti delle posizioni della sinistra ufficiale.
La stessa sinistra ufficiale, finché è rimasta in piedi, è però cambiata molto nell’uso pubblico dei comportamenti e delle passioni . Nel ’77 era drammatico il confronto tra il comportamento dei movimenti e quello dei militanti del Pci: tanto informali e aperti i primi quanto rigidi e inquadrati i secondi. Col passare del tempo le cose cambiano: la sinistra ufficiale assume comportamenti sempre più informali. E fu Occhetto, ultimo segretario del Pci, a segnare il passaggio: quando non fu eletto segretario del Pds alla prima elezione del nuovo partito, si lasciò andare ad un pianto pubblico. Era la fine della liturgia bulgara del Pci verso una, che si voleva di sinistra, sempre più informale e in diretto contatto con i riti dello spettacolo e della diretta televisiva.
E vent'anni fa, nel 1995, fu proprio una parlamentare livornese, tale Marida Bolognesi, ad inauguare il pianto in diretta in Parlamento. Naturalmente in nome della sinistra e del senso di resposabilità. Fornendo, in nome del comunismo (anzi dei “comunisti unitari”) i voti necessari al governo Dini per operare uno dei più spettacolari tagli allo stato sociale della storia d’Italia. Governo che, sotto diretta ed esplicita pressione dei mercati finanziari, tagliò con forza le pensioni. Appoggiato dal senso di responsabilità, e dai voti decisivi e poi ben ricompensati, dei comunisti unitari. E qui le lacrime assicurano quell’effetto commozione, quel coinvolgimento personale che magari le parole sinistra, unità e simili non riescono a raggiungere. E che dire della fondazione del Pdci, partito nato per permettere al governo D’Alema di trovare i voti per la guerra in Jugoslavia? Il partito cossuttiano fu battezzato al coro di “bandiera rossa” nella sala in cui si decideva la nascita di un soggetto politico che, per la prima volta dal dopoguerra, esisteva perché l’Italia bombardasse un altro paese. Quando si dice che le lacrime, la retorica e le parole d’ordine della sinistra storica italiana sono state sputtanate si pensa a questi, ed altri episodi. E l’accusa di fascismo all’avversario politico a sinistra, non raramente, ha rappresentato il pezzo forte nello spettacolo di questa retorica.
Le lacrime spese in Consiglio Comunale livornese, e in nome dei partigiani, appartengono quindi ad una consolidata tradizione. Non ci riferiamo a quella nobile della sinistra italiana ma a quella, meno nobile, della confusione, del voler giocare con gli ibridi di significati e con gli equivoci, del cercare il facile effetto retorico contro qualcuno che non ha niente a che vedere con le accuse rivolte. È la tradizione di far intendere che l’altro è sempre fascista, chiamando a raccolta tutti contro questo avversario. Una logica del capro espiatorio che si ripete in modo monotono, incolore e ossessivo.
Cerchiamo di capirci su una cosa. Niente a che vedere con Aamps, che è tutta un’altra storia, che abbiamo affrontato e su cui continueremo ad informare senza sconti a nessuno. Vicenda sulla quale nuovi e vecchi attori della politica hanno le loro forti responsabilità. È il modo con il quale si pensa, si parla e ci si comporta nella politica ufficiale livornese che qui stiamo affrontando. E qui di nuovo non si vede proprio nulla. Anche se una cosa la sappiamo: chi ha abusato della retorica a sinistra ha sempre fatto naufragio. E qui l’importante è che il naufragio non lo faccia Livorno. Come si dice nel calcio, i presidenti passano la maglia resta. Vale anche per la politica.
Redazione, 1 dicembre 2015

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