venerdì 14 settembre 2012

AND JUSTICE FOR ALL THE 96

L'articolo de"Il fatto quotidiano"ripreso da Indymedia parla della parola fine alla strage che avvenne 23 anni orsono a Sheffield allo stadio di Hillsborough in concomitanza del match tra il Liverpool ed il Nottingham Forest quando moriro 94 tifosi dei reds(il conto ufficiale delle vittime alla fine fu di 96 persone)schiacciati contro le mura e le reti di recinzione oppure calpestati per via della ressa provocata dalle forze del disordine.
L'allora governo Thatcher col megafono mediatico del"Sun"accusarono della strage i tifosi senza rendere conto della gravissima responsabilità che ebbero la polizia,chi li organizzava e i servizi di soccorso,visto che fu fatta passare molta più gente del dovuto con un risultato disastroso in vite umane,senza capire che la gente che scavalcava le reti per entrare in campo in concomitanza dell'inizio dell'incontro lo fece per salvarsi la vita e non per invadere il terreno di gioco.
Dopo tutto questo tempo il governo tramite il primo minstro Cameron chiede scusa alle vittime,ai loro parenti ed amici e a tutta l'Inghilterra per aver insabbiato le indagini zeppe di falsi referti e documenti:i tempi sono stati lunghi ma pensiamo a casa nostra dove disastri simili anche più vecchi in termini di tempo sono ancora senza colpevoli(almeno per lo Stato che in molti casi è pure il mandante),e cosa mai vista il governo che chiede scusa.

SHEFFIELD, VITTIME CAUSATE NON DA TIFOSI MA DALLA REPRESSIONE. GOVERNO THATCHER SOTTO ACCUSA PER IL GRANDE DEPISTAGGIO.
Strage di Hillsborough 23 anni dopo: i 96 morti causati dalle forze dell’ordine
Dopo la tragedia della finale di Fa Cup a Sheffield tra Liverpool e Nottingham Forrest, il governo di Margaret Thatcher cercò di attribuire le responsabilità della carneficina ai tifosi del Liverpool con un'opera di disinformazione e alla complicità del Sun. Oggi, però, sono state rese note le carte ufficiali dell'inchiesta. Che raccontano tutta un'altra storia.
di Luca Pisapia | 12 settembre 2012

La verità sulla strage di Hillsborough arriva dopo 23 anni. Tanto ci ha messo la giustizia inglese – e solo dopo una petizione popolare firmata da oltre 100 mila persone – per rendere pubblici i documenti sulla tragedia del 15 aprile 1989, il giorno in cui 96 tifosi del Liverpool morirono schiacciati contro le transenne o calpestati dalla folla a Hillsborough, lo stadio di Sheffield che ospitava la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest. Le oltre 400mila pagine – rese note oggi dall’apposito comitato presieduto dal vescovo di Liverpool – assolvono finalmente la tifoseria dei Reds dalla consapevole opera di disinformazione messa in atto dal governo conservatore della Thatcher (che ha operato anche con l’aiuto di quotidiani amici come il Sun) e accertano invece la responsabilità delle forze dell’ordine, sia al momento strage che nel tentativo a posteriori di coprirla falsificando referti e documenti.
Con incredibile e colpevole ritardo, arriva finalmente un riconoscimento anche per i famigliari delle vittime, dopo che per due decenni la verità ufficiale aveva ripetuto loro che la colpa della carneficina era esclusivamente dei loro cari. Tanto che il primo ministro Cameron oggi ha dichiarato: “E’ chiaro che queste famiglie hanno subito una doppia ingiustizia. L’ingiustizia della tremenda tragedia, il fallimento dello stato nel proteggere i loro cari e l’imperdonabile attesa prima di poter scoprire la verità che ha generato l’ingiustizia della denigrazione di chi è morto, di chi sinora è stato ritenuto colpevole della propria morte. Quindi, a nome del governo e del nostro paese, chiedo scusa per quanto è accaduto e non è stato fatto a lungo”.
Quel giorno di aprile, a causa di un’errata gestione del contenimento da parte delle forze dell’ordine che lasciarono entrare nello stadio molte più persone del dovuto, si scatenò un’ondata di panico. Nel fuggi fuggi generale grandi e piccini – il più piccolo aveva 10 anni, il più anziano 67 – rimasero schiacciati contro i muri e le transenne, o morirono calpestati nel tentativo di trovare la salvezza entrando in campo o dirigendosi verso l’uscita. Siccome il putiferio scoppiò in concomitanza con l’inizio della partita (ore 15), la polizia, pensando fosse un’invasione di campo, con una serie di violente cariche compresse ancora di più i tifosi all’interno della Lepping Lane contribuendo a peggiorare la carneficina. Quello che emerge oggi è non solo la mancanza di coordinamento tra le forze dell’ordine, la loro responsabilità nel non aver individuato le cause del problema e nell’aver risposto nel peggior modo possibile. Fino a sottoporre i cadaveri dei bambini al test dell’alcol per dimostrare che fossero ubriachi. Ma anche e soprattutto l’aver falsificato almeno 164 documenti ufficiali che avrebbero provato la loro responsabilità.
Sotto accusa anche i servizi di soccorso, inadeguati e inefficienti. Peggio di tutti fece il medico legale incaricato, che alle 15,15 del pomeriggio – esattamente 9 minuti dopo la sospensione della partita e la contemporanea apertura dei cancelli che consentirono l’inizio del deflusso degli spettatori – decretò la morte per asfissia irreversibile di 94 persone rimaste a terra sugli spalti. Salvo che poi gli esami post-mortem lo smentirono, stabilendo che 28 delle vittime non presentavano alcuna ostruzione cardiovascolare e 31 avevano il cuore e i polmoni in funzione anche dopo l’ondata di panico, ed erano quindi vittima di asfissia reversibile e si sarebbero potuti salvare. Per non parlare di testimoni che dichiararono, inascoltati, di aver visto alcune delle vittime che ancora respiravano dopo le 15,15: l’ora in cui tutti dovevano per forza essere morti. Così quei 94 morirono effettivamente a Sheffield – un ragazzo morì in ospedale 4 giorni dopo e un altro 4 anni dopo in stato vegetativo quando gli staccarono il respiratore artificiale – ma solo per altrui negligenza e approssimazione. Non certo per colpa loro.
Da lì la campagna di disinformazione della polizia, che obbligò giovani reclute a falsificare documenti e testimonianze, e quella governativa, che raggiunse il suo culmine nella pagina pubblicata il 19 aprile dal tabloid conservatore The Sun. Sotto il titolo in prima pagina The Truth (La Verità), il Sun pubblicò un’inchiesta fasulla e passata alla storia su indicazione “di un parlamentare conservatore”, come ammisero poi il direttore e diversi giornalisti. In quelle pagine i tifosi del Liverpool furono dipinti come un manipolo di ubriachi violenti, e finti virgolettati raccontavano che i supporter superstiti avrebbero urinato sui cadaveri o, come sciacalli, si sarebbero avventati sui loro portafogli. Questa è rimasta, fino ad oggi, la verità ufficiale e giudiziaria. Nonostante, fin da subito, un’indagine parlamentare affidata a Lord Taylor – utilizzata poi anche per definire le nuovi leggi in materia di stadi: niente più recinzioni, obbligo dei posti a sedere etc – evidenziò con prove le responsabilità delle forze dell’ordine. Ma nessun processo tra quelli tenuti a vario livello ha mai potuto contare sulle oltre 400mila pagine secretate oggi. Adesso a Liverpool chiedono una sola cosa: che 23 anni dopo una seria indagine e un giusto processo abbiano finalmente luogo.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/12/dopo-23-anni-ecco-verita-sull...

giovedì 13 settembre 2012

LE CONSEGUENZE DELLE INGERENZE USA

La storia stupidamente torna a ripertersi,e dopo gli errori afgani ed iracheni(solo gli ultimi due casi in ordine di tempo)gli Usa,dopo aver foraggiato e difeso chi avrebbe dovuto fare i propri interessi,si sono trovati a ridimensionare completamente queste persone che sono passate ora a pericolosi terroristi.
Dopo aver bombardato la Libia assieme ad altre nazioni tra cui la nostra,negli Stati Uniti hanno capito solo adesso che i nuovi padroni libici guarda caso sembra che abbiano un feeling particolare con Al Qaeda,così come in Egitto e tra un pò anche in Siria,come la vignetta iniziale dimostra sinteticamente e perfettamente.
L'attacco al consolato libico di Bengasi dove è stato ammazzato l'ambasciatore americano Stevens oltre a due marines e ad un altro funzionario,è stato l'epilogo di una protesta durissima dovuta principalmente alla messa in video su internet di un trailer di un film che è stato ritenuto blasfemo dai musulmani estremisti.
A parte il motivo dell'insurrezione che può sembrare banale o meno(non ho visto la promo e non sono tanto religioso),così come avvenuto contemporaneamente in Egitto,Al Qaeda arriva e trova terreno motlo fertile dove l'occidente si ostina a voler entrare nelle faccende altrui senza aver voce in capitolo:penso che ora Obama,che sta mandando navi da guerra pre-elettorali in zona,stia rimpiangendo Gheddafi e Mubarak,e molto presto rimpiangerà Assad.
L'articolo è stato preso da Infoaut.org

Ucciso l'ambasciatore americano a Bengasi con altri 3 diplomatici Usa.

"L'entusiasta della rivoluzione libica" non viene ricambiato dai suoi alleati. Ancora una volta, i tentativi di manipolazioni di istanze e insorgenze altrui, attuati con un uso cinico e maldestro del fondamentalismo islamico qaedista, si ritorce contro i tentativi di controllo e balcanizzazione a stelle e strisce. Un giorno dopo l'anniversario dell'11 settembre, Washington piange i "suoi uomini". Certo, come dice Renzo Guolo, questi accadimenti segnano un molto poco sperato "eterno ritorno dello scontro di civiltà''. Ma perché mai dovremmo piangere chi questo scontro lo alimenta con guerre, intromissioni e tentativi di strumentalizzazioni andati a male?
Nella giornata di ieri proteste e attacchi contro le sedi delle ambasciate statunitensi si sono scatenati in Egitto e in Libia: al Cairo nel pomeriggio migliaia di persone sono scese in strada e alcune di loro si sono poi arrampicate sulle mura dell’edificio, tirando giù la bandiera a stelle e strisce per darla alle fiamme,
A Bengasi, invece, nella notte la sede consolare è stata attaccata a colpi di razzo e per quasi un’ora è seguito uno scambio di colpi d’arma da fuoco, mentre l’edificio veniva evacuato.
In seguito all’attacco sono rimasti uccisi l’ambasciatore Stevens, due marines e un funzionario statunitensi; nel caso di Stevens non è ancora chiaro se sia stato colpito mentre si allontanava in auto o se a causarne la morte sia stato il fumo dell’incendio che ha invaso l’edificio.
Secondo quanto emerso subito dopo gli attacchi, a scatenare l’ondata di proteste sarebbe stato l’annuncio dell’uscita di un film di produzione statunitense (il cui trailer è circolato sul web) ritenuto offensivo nei confronti di Maometto, ma nelle ultime ore si parla di altre ipotesi che andrebbero a sommarsi a quella inizialmente proposta, mentre resta da confermare il collegamento tra la manifestazione tenutasi in Egitto e l’attacco di Bengasi.
Quel che è certo è che, soprattutto nel caso della Libia, la scelta di colpire la sede dell’ambasciata statunitense è figlia della situazione lasciata dalla guerra dell’occidente contro Gheddafi, ricca di contraddizioni e conflitti irrisolti che la guerra non ha fatto che acuire.

mercoledì 12 settembre 2012

WHAT'S YOUR NAM?

Sono passate quasi due settimane ma ancora pochissimi,e visto il lasso di tempo già passato ormai il numero sarà quello,sono a conoscenza che a Teheran si è svolto il vertice del movimento dei paesi non allineati(NAM)cui hanno preso parte 120 nazioni sulle 193 che compongono l'Onu.
Questo organismo racchiude praticamente il sud del mondo e con esso una buona fetta della popolazione mondiale che soffre le decisioni prese dall'occidente europeo e nordamericano:la sede ultima di questo congresso era stata in Egitto tre anni fa,mentre quest'anno la scelta dell'Iran è stata molto simbolica e politicamente di una enorme rilevanza.
La stampa internazionale ha praticamente snobbato l'incontro di paesi che racchiudono Stati dal Sudamerica al Sud-Est asiatico passato per tutta l'Africa ed i paesi arabi,a parte qualche passo che è spiegato nell'articolo preso dal sito Osservatorioiraq.it(http://www.osservatorioiraq.it/iran-se-il-mondo-sincontra-a-teheran-senza-loccidente )tra cui proprio la sede del congresso,le parole del neopresidente egiziano Morsi e la presenza del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon.

Iran. Se il mondo s'incontra a Teheran, senza l'Occidente.

Con 120 partecipanti, il vertice del Movimento dei paesi non allineati (NAM) che si è svolto la scorsa settimana ha tutto il sapore di una riorganizzazione del mondo emergente, anche perché per numero di partecipanti è secondo solo alle Nazioni Unite. Tuttavia, l’evento è stato perlopiù trascurato dai media europei e nordamericani. Forse c'entra la sede dell’incontro, Teheran.
di Giovanni Andriolo

Passino le sanzioni, passi la stigmatizzazione del programma di sviluppo delle centrali nucleari o della politica estera dell’Iran; si prescinda per un istante dalle convinzioni personali e dalle posizioni politiche: il XVI vertice del Movimento dei non allineati verrà ricordato come un evento fondamentale di questo 2012.
Il vertice tuttavia è andato ben oltre il clamore attorno alla sua sede (Teheran e quindi questione nucleare, sanzioni, crisi siriana, ect...), offrendo diversi spunti per analizzare quelle che saranno le prossime tendenze nelle relazioni internazionali.
Innanzitutto, il valore simbolico del passaggio di timone del Movimento, dall’Egitto all’Iran.
Da un Egitto che quando lo raccolse, nel 2009, era ancora il paese di Mubarak, il 'faraone' a cui gli Stati Uniti fornivano due miliardi di dollari l’anno in aiuti economici e militari, ottenendone in cambio appoggio alle loro "attività" nella regione vicino-orientale.
All’Iran del 2012, il paese forse più lontano, e non geograficamente, dagli Stati Uniti, il paese che da più di trent’anni figura come il nemico per eccellenza (pur con variazioni sul tema, a seconda dei periodi), uno dei pochi che non è stato ancora 'piegato' al volere americano.
Raramente un passaggio di consegne fu più drastico e carico di contenuti, nei giochi di potere mondiali.
E sebbene le grandi potenze abbiano cercato di minimizzare la portata dell’evento, sottolineando come il Movimento dei Non Allineati non abbia mai raggiunto risultati concreti dalla sua fondazione, è di per sé rilevante il fatto che, proprio in questo 2012, con il Vicino Oriente in fiamme e una guerra larvata tra lo stesso Iran da una parte e le grandi monarchie arabe spalleggiate dagli Stati Uniti dall’altra, 120 paesi decidano di 'affidarsi', per i prossimi tre anni, proprio a Teheran.
Sebbene questa scelta possa essere considerata positiva o negativa per la regione e per il mondo: resta tuttavia un fatto compiuto, e di una certa rilevanza.
Un secondo elemento che colpisce del summit di Teheran riguarda la posizione assunta dal nuovo presidente egiziano, Mohammed Morsi. O piuttosto, le reazioni che ha suscitato in tutto il globo.
Non c’è dubbio che l’intervento di Morsi abbia contribuito, più di ogni altro, a portare l’attenzione dei media europei e nordamericani sul vertice.
Da un lato, la presenza stessa del presidente egiziano nell’Iran post-rivoluzionario è un fatto straordinario: i due paesi hanno rotto i legami diplomatici nel 1979, e da allora nessun capo di Stato si era recato a Teheran.
Ciononostante sono le sue dichiarazioni ad aver fatto breccia nella stampa mainstream: il nuovo raìs ha infatti auspicato un cambio di regime in Siria.
A quel punto, lo shock per la dirigenza iraniana dev’essere stato pari a quello vissuto a Washington quando è stata annunciata la sede che avrebbe ospitato il NAM.
Secondo le cronache, la delegazione siriana ha immediatamente lasciato la sala, mentre le trasmissioni televisive del discorso venivano interrotte sia in Siria che in Iran. Di contro, Europa, Stati Uniti e canali satellitari arabi accendevano all’improvviso le luci sul vertice NAM.
Ma c'è un terzo elemento su cui riflettere. La presenza del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon non è passata inosservata.
Da Washington era tuonata, prima dell’inizio del summit, una richiesta affinché l’alta carica dell’Onu non partecipasse ai lavori del NAM. Inoltre, il premier israeliano aveva definito "un grave errore" la visita di Ban a Teheran.
Un giornale italiano, uno dei pochi, in realtà, che era intervenuto sulla questione del vertice NAM, pur con intenti denigratori, aveva addirittura parlato di "una colpa morale e un errore politico simile a quelli di Chamberlain", riferendosi alla decisione presa dal numero uno del Palazzo di Vetro.
In realtà, Ban Ki Moon si è limitato a fare il proprio dovere. Il fatto che il segretario generale delle Nazioni Unite presenzi a un vertice internazionale che riunisce 120 membri dell’Onu (sui 193 totali) e che si svolge nella capitale di un paese membro, seppur controverso, non dovrebbe sollevare tante polemiche.
O per lo meno, non dovrebbe sollevare polemiche qualora non esistessero paesi membri, all’interno dell’Onu, che mirano a pilotare le istituzioni internazionali per soddisfare i propri interessi nazionali, a detrimento di altri paesi (altrettanto membri).
Il discorso di Ban a Teheran è stato criticato aspramente, sia da chi supporta le posizioni iraniane, sia da chi invece le reputa aggressive. In realtà, anche in questo caso il segretario si è limitato a svolgere il proprio dovere: portare il punto di vista delle Nazioni Unite sulle maggiori questioni internazionali.
Se da un lato ha riconosciuto all’Iran la possibilità di svolgere un ruolo chiave nella regione, un ruolo "costruttivo e moderato", dall’altro Ban ha criticato le esternazioni anti-israeliane di alcune cariche iraniane, proprio mentre sedeva a fianco del presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Parlando della Siria, se l'è presa con "coloro che forniscono armi a entrambi le parti", il governo e i gruppi all’opposizione, spiegando come un’ulteriore militarizzazione non sia la risposta alla crisi siriana.
Un discorso, in effetti, abbastanza vago, che non prende posizioni forti, se non in alcuni casi, e che, d’altra parte viene pronunciato da chi ha il dovere di rappresentare le istanze di più di 190 paesi nel mondo.
Nonostante le polemiche, i tentativi di orientare le attività del segretario generale e l’ostracismo dimostrato da parte dei media euro-americani (del Nord) nei confronti dell’evento, il vertice dei paesi non allineati rappresenta un chiaro segnale di come, al di fuori di Europa e Stati Uniti, il resto del mondo, la maggior parte del mondo, stia cominciando a orientarsi verso nuovi poli macroregionali.
In quest’ottica, il tentativo da parte delle grandi potenze internazionali di isolare a tutti i costi avvenimenti come quello del NAM di Teheran non può che favorire tali tendenze nei paesi emergenti. Con il rischio che le grandi potenze, piuttosto che isolare, si trovino a loro volta sempre più isolate.

martedì 11 settembre 2012

DIADA NACIONAL DE CATALUNYA

L'esauriente articolo di Marco Santopadre postato su Contropiano.org(http://www.contropiano.org/it/esteri/item/11126-due-milioni-di-catalani-in-piazza-per-lindipendenza )parla del fortissimo e inaspettato afflusso di gente nel giorno in cui in tutta la Catalunya ed in modo particolare a Barcellona si festeggia la Diada,il giorno di festa nazionale catalano che paradossalmente ricorda però la caduta della propria capitale nelle mani borboniche di Filippo V di Spagna.
Alcuni parlano di ben due milioni di presenze per il centro storico di Barcellona,un'enorme marea umana che ha chiesto a gran voce l'indipendenza dalla Spagna che da decenni non si vedeva così imponente in modo numerico,anche perché questo evento è stato reindtrodotto da poco nel calendario regionale catalano.
Negli ultimi mesi ed anni il movimento separatista della Catalunya ha avuto sempre più proseliti ed il governo centrale spagnolo guarda molto storto questi ultimi successi arrivando ad un punto in cui a Madrid si pensa di concedere un maxi finanziamento alla regione autonoma solo per far scemare questa autonomia,cosa cui il popolo catalano non ci pensa minimamente.
Ma mentre da un lato la ricca borghesia della regione preferirebbe,nonostante proclami nazionalisti,una gestione più simile a questa attuale(molto redditizia per loro)e le destre assolutamente non vogliono questo netto distacco,i movimenti indipendentisti acquistano sempre più credito dalla popolazione,ed oggi si è proprio notato!

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Una marea umana ha invaso Barcellona, due milioni di persone hanno manifestato per le strade della città catalana per chiedere l'indipendenza da Madrid. L'intransigenza dei nazionalisti spagnoli ha scatenato una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.

 Dopo che già questa mattina decine di migliaia di persone avevano reso omaggio all’eroe nazionale catalano Rafael Casanova, oggi pomeriggio la richiesta di indipendenza da Madrid ha riempito le strade di Barcellona come forse non era mai avvenuto. Molti dei partecipanti alla manifestazione che ha iniziato a sfilare alle 18 ricordano una partecipazione simile solo nel lontano 1977 quando dopo la morte del dittatore Francisco Franco un milione di catalani scesero in piazza in nome della ritrovata libertà. Che però va stretta agli abitanti del ‘principato’, se è vero che oggi sono state almeno due milioni le persone di tutte le età, molti immigrati compresi (per la Polizia un milione e mezzo), che hanno inondato l’enorme centro storico di Barcellona colorandolo di rosso e di giallo (e di blu) con centinaia di migliaia di senyeras ed esteladas, le due versioni della bandiera nazionale. Via Laietana, la Gran Via, il Passeig de Gracia, Placa de Catalunya e decine di altre strade sono diventate per ore veri e propri fiumi di gente scesa in piazza rispondendo all’appello dell’Assemblea Nazionale Catalana e della Federazione dei Municipi per l’Indipendenza. Delegazioni di catalani sono arrivate non solo dai territori dalla Comunità Autonoma di Barcellona e dalle altre comunità catalane dello Stato Spagnolo (Pais Valencià, Baleari) ma anche dai territori sotto amministrazione francese (Perpignano e il Rossiglione). Ai catalani rientrati in patria dagli altri territori dello Stato si sono unite folte delegazioni di baschi e di galiziani, oltre ai rappresentanti delle organizzazioni politiche di sinistra che, anche in Castiglia, considerano la Spagna una vera e propria ‘prigione dei popoli’.

L’11 settembre i catalani festeggiano, da almeno un secolo, la Diada. Una giornata che commemora la caduta di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna comandate dal duca di Berwick durante la Guerra di Successione Spagnola l'11 settembre 1714, dopo 14 mesi d'assedio. Quel giorno il governo spagnolo, vincitore di una guerra che assunse connotazioni di scontro nazionale, decise l’abolizione delle istituzioni catalane autonome, a partire dalla Generalitat de Catalunya (il governo). Una data che forse i portoghesi, più che i catalani, dovrebbero festeggiare, visto che la monarchia spagnola per reprimere la rivolta di Barcellona dovette distogliere le truppe dalla repressione della insurrezione dei portoghesi (a dimostrazione che gli stati sono tutt’altro che entità immutabili e naturali...).

Diventata giornata di rivendicazione repubblicana e indipendentista già alla fine del XIX secolo la celebrazione della Diada fu proibita e repressa perché considerata una manifestazione separatista. Una repressione e una proibizione totale che naturalmente hanno caratterizzato gli anni bui della dittatura franchista, ferocemente nazionalista oltre che fascista. A partire dagli anni ’80 e per molti anni, la Diada è stata celebrata separatamente: da una parte le forze catalaniste integrate e compatibili con il nuovo assetto dello Stato Spagnolo basato sulle autonomie, dall’altra le forze della sinistra indipendentista.

Quest’anno la crisi e il piglio aggressivo e centralista del governo statale del Partito Popolare – la destra nazionalista spagnola mira a una riduzione drastica se non ad una cancellazione di fatto delle autonomie regionali – hanno trasformato la giornata in un momento di rivendicazione politica piena: quella dell’indipendenza e del distacco da Madrid, all’insegna dello slogan “Catalogna nuovo stato indipendente dell’Europa”. Alla fine del corteo alcuni rappresentanti delle forze promotrici hanno difeso, in numerose lingue – italiano compreso – il diritto dei catalani a costruire un proprio futuro indipendente da quello di una Spagna accusata di aver negato la storia e l’identità di una nazione che ora pretende la restituzione della propria sovranità.

Allo slogan ‘I-inde-independencia’ cantato e declinato in tutte le salse e in tutte le lingue da centinaia di migliaia di persone, si è unita una rivendicazione corale di giustizia sociale e di rifiuto delle politiche di austerity.

In particolare in quei settori della sinistra indipendentista che insieme ai partiti spagnoli – PP e PSOE – criticano anche i partiti che rappresentano gli interessi di una borghesia catalana che pur utilizzando simbologie e fraseologie nazionaliste non hanno mai desiderato una separazione da Madrid, preferendo una più proficua gestione ‘autonoma’ dell’amministrazione del Principato. Non a caso la parola d’ordine delle organizzazioni della sinistra indipendentista catalana era ‘Né patto fiscale, né patto sociale’, mentre la maggiore organizzazione regionalista, il partito di centro destra Convergencia e Uniò del presidente della Comunità Artur Mas, ha deciso di non partecipare alla manifestazione.

Ma la novità storica della giornata di oggi, oltre ad una partecipazione che definire massiccia è dir poco, è che una parola d’ordine radicale e dichiaratamente indipendentista ha messo d’accordo un arco di forze assai variegato dal punto di vista sociale e politico. Al termine della manifestazione una delegazione delle forze promotrici è stata ricevuta all’interno del palazzo del Parlamento catalano all’interno del quale è stato letto un documento che chiede esplicitamente la dichiarazione immediata dell’indipendenza e la separazione dalla Spagna. I rappresentanti dell’Assemblea Nazionale Catalana e della Federazione dei Municipi hanno chiesto al presidente della Generalitat la convocazione in tempi brevi di un referendum che permetta agli abitanti della Catalogna di decidere il futuro status del paese.

Rivendicazioni sostenute da centinaia di migliaia di firme e votate dai consigli comunali di alcuni municipi catalani nei giorni scorsi, e in via di approvazione in altri centri anche di medie dimensioni. Un recente sondaggio pubblicato dal quotidiano La Vanguardia indica che il 51,1% degli abitanti della regione sostiene l’indipendenza, a fronte di un 36% che si dichiara contrario. Naturalmente a livello statale ben il 77% degli spagnoli si dice contrario all'indipendenza catalana, e l'86% crede che il governo centrale di Madrid debba continuare a vigilare sui bilanci della regione attraverso un patto fiscale che oggi ha ricevuto un nettissimo ‘no’ dalle strade di Barcellona e di altre sei città della regione dove hanno manifestato altre decine di migliaia di persone.
In cambio della concessione di 5 miliardi al governo di Barcellona i nazionalisti spagnoli vorrebbero la rinuncia da parte catalana a buona parte del proprio autogoverno in campo fiscale ed economico. Una pretesa che, stando all'enorme massa di gente scesa in piazza oggi, potrebbe rappresentare la miccia in grado di scatenare un processo di separazione della Catalogna dagli esiti irreversibili.

lunedì 10 settembre 2012

SULCIS IN LOTTA A ROMA

Oggi a Roma è stata una lunga giornata per gli operai dell'Alcoa che si sono recati nei pressi del ministero del lavoro in Via Molise dopo un corteo che ha subito una deviazione del percorso da parte degli operai su quello voluto dalla questura.
Tutti i telegiornali hanno aperto con la cronaca degli scontri tra i manifestanti e la polizia in assetto antisommossa a difesa dei loro padroni,con a corollario le contestazioni al piddino Fassina e con il ministro Passera che addirittura aveva inizialmente scelto di non partecipare alla riunione sul futuro della multinazionale statunitense presente in territorio sardo.
Gli operai hanno agito nell'unico modo per la difesa del proprio posto di lavoro,ovvero lottando in prima persona:non si hanno ancora certezze sugli sviluppi dell'incontro odierno dove se nel caso di un disinteressamento di Alcoa per la sede isolana lo Stato potrebbe subentrare alla guida dell'azienda.
L'articolo è stato preso da sito di Contropiano.org,e riprendo l'articolo di qualche giorno fa che parlava delle proteste dei minatori del Sulcis:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/08/carboni-ardenti.html.

Tafferugli tra operai e polizia sotto il Ministero.
LA DIRETTA. Contestato Fassina del Pd. I lavoratori dell'Alcoa non si arrendono alla ottusità del ministro Passera e alle spregiudicatezze della multinazionale statunitense.

La diretta:18.15: Gli operai dell'Alcoa hanno incendiato alcune cassetta di plastica con dentro delle bottigliette di plastica vuote. Poco fa avevano dato fuoco simbolicamente ad una divisa da lavoro, sempre insieme a delle cassette di plastica.

17.50: I lavoratori non mollano. Il presidio al ministero del lavoro prosegue.
“Noi da qui non ce ne andiamo”. Prosegue ormai da oltre 6 ore il presidio dei lavoratori dell'Alcoa sotto il ministero dello Sviluppo economico. E' incessante il suono dei tamburi e dei caschi sbattuti a terra. Ma la protesta non accenna assolutamente a finire anzi i lavoratori assicurano che proseguira' ad oltranza. Alle prime informazioni sull'andamento dell'incontro i manifestanti hanno risposto in coro "noi da qui non ce ne andiamo"

17.30: E' ripreso il tavolo del negoziato. Stavolta c'è anche il ministro Passera.
E' ripreso, dopo una lunga pausa, il tavolo sull'Alcoa al ministero dello Sviluppo. Al tavolo partecipa adesso anche il ministro Corrado Passera, oltre al sottosegretario Claudio De Vincenti, al viceministro al Lavoro Michel Martone, al presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, agli enti locali, all'azienda e ai sindacati. La riunione è ripresa dopo oltre 2 ore di interruzione durante le quali Passera ha incontrato separatamente i rappresentanti della Regione e della Provincia. Nella pausa si sono svolti altri incontri separati.

15.30: Solidarietà con i lavoratori dell'Alcoa
La solidarieta' agli operai di Alcoa arriva anche dai ricercatori e tecnici aderenti a Usb Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), quei ricercatori che in passato hanno partecipato alla battaglia del tetto conclusa a gennaio 2010 e a tante altre lotte precarie. I ricercatori esprimono cosi' la "loro massima solidarieta' ed appoggio ai lavoratori dell'Alcoa, oggi a Roma per protestare contro l'imminente chiusura della loro fabbrica, che porterebbe alla perdita di centinaia di posti di lavoro in un territorio, quello del Sulcis, gia' devastato da crisi e poverta'". Una accoglienza ben diversa da quella riservata stamattina a Fassina del Pd è stata quella dei lavoratori alla presenza in piazza di Giorgio Cremaschi (portavoce del Comitato No Debito ed ex dirigente della Fiom) e a Sergio Bellavita recentemente messo fuori dalla segreteria della Fiom.

14.20:
Il ministro Passera ha deciso di partecipare all'incontro sul futuro dell'Alcoa. Dopo aver delegato la patata bollente al sottosegretario De Vincenti, il ministro ha capito l'aria che tirava e ha fatto sapere che parteciperà all'incontro. I lavoratori avevano protestato con forza verso la latitanza di Passera che in diverse dichiarazioni aveva alzato le mani sul futuro della fabbrica.

13.50
: gli operai dell'Alcoa hanno di nuovo cercato di rompere il cerchio di agenti di polizia e carabinieri che li ha chiusi dentro via Molise. Gli operai hanno premuto sul cordone su via San Basilio in direzione di Piazza Barberini. Volano ancora petardi ed anche qualche razzo. Un operaio e un agente di polizia sono rimasti contusi. Qualcosa arriva anche sui giornalisti presenti. La polizia avrebbe ricevuto l'ordine di evitare possibilmente le cariche ma di impedire con ogni mezzo che gli operai escano dal recinto organizzato sotto al ministero. L'accesso verso via Barberini è bloccato da un forte spiegamento di forze.

13.40: Dopo alcuni minuti di tafferugli e di tensione altissima adesso la situazione pare essersi di nuovo parzialmente "tranquillizzata". Ma i lavoratori sono completamente chiusi su tre lati da un imponente schieramento di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza.

13.30: dopo un corpo a corpo di alcuni minuti è scattata una carica della polizia su via Molise. Gli operai non sono indietreggiati ed hanno respinto la carica a mani nude e scagliando contro i celerini bulloni di alluminio, bottiglie di acqua, mele, petardi. Gli agenti hanno quindi bloccato la carica e sono tornati indietro dietro le transenne in fondo a via Molise. Gli operai si sono quindi concentrati davanti all'ingresso del Ministero e anche in questo caso stanno letteralmente assediando i celerini posti a difesa dell'ingresso. I lavoratori gridano 'lavoro sviluppo occupazione' e anche 'la Fornero al cimitero'.


13.20
: su via Molise dove si trova il Ministero, gli operai dell'Alcoa hanno cominciato ad aumentare la pressione sui cordoni della polizia cercando di rimuovere il blocco. I lavoratori hanno cercato di strappare vie le transenne di metallo, ai primi accenni di cariche da parte dei celerini in assetto antisommossa gli operai sono indietreggiati leggermente ed hanno cominciato a bersagliare il cordone e le camionette di bulloni e petardi. Il cordone dei poliziotti ha resistito ma la tensione sta diventando altissima. Il numero di agenti di polizia impegnati nel controllo della manifestazione è enorme.

12.40
: contestato Fassina del Pd. Il responsabile economico del Pd Fassina si è affacciato al presidio dei lavoratori dell'Alcoa sotto al ministero del lavoro ed ha cominciato a discutere con gli operai. Nella discussione probabilmente deve aver detto qualcosa che non ha "quadrato" e i lavoratori hanno cominciato a contestarlo piuttosto animatamente, tant'è che Fassina si è dovuto collocare dietro al cordone della polizia che a quel punto è stato pressato dagli operai dell'Alcoa piuttosto arrabbiati con il dirigente del Pd.

11.00
: sotto al ministero Stefano Lai, delegato rsu della Cub all'Alcoa commenta: "Oltre all'Alcoa ci sono altre fabbriche in crisi o già chiuse nel Sulcis. Oggi dal sottosegretario De Vincenti vogliamo delle soluzioni. Le richieste della svizzera Klesch ci spaventano perchè chiede l'acquisizione dello stabilimento ma solo se viene fermato. Noi ce ne andremo solo se ci verranno offerte soluzioni vere". "La politica in questi anni ha avuto enormi responsabilità. Hanno messo una marea di soldi pubblici in mano ale multinazionali che ora, visto che non hanno più i livelli di profitto che si erano prefissati, semplicemente chiudono e trasferiscono altrove la produzione. E' inaccettabile".

10.40: i lavoratori dell'Alcoa sono arrivati sotto al Ministero del Lavoro in via Molise e premono sui cordoni della polizia. Alle 12.00 è previsto l'incontro sulle sorti della fabbrica. Uno striscione recita: "Alcoa: Usa e getta" dove la parola usa ha i colori della bandiera statunitense. Sotto al ministero anche alcune lavoratrici dell'Eutelia con una maglietta con su scritto: "Lavoratori scomparsi".

10.20: gli operai dell'Alcoa sono partiti di corsa in direzione del ministero. Petardi, fumogeni e caschi sbattuti per terra. I lavoratori si fanno sentire. Premono sul cordone del servizio d'ordine.

10.00: sono arrivati i pullman dei lavoratori Alcoa da Civitavecchia. Sono organizzati da Cgil, Cisl, Uil ma anche uno della Cub. Dilagano le bandiere con i Quattro Mori e magliette con su scritto "Disposti a tutto" e "Sulcis in lotta". Su uno striscione c'è scritto "Americani di merda", esplicito il riferimento alla multinazionale statunitense Alcoa. Secondo alcuni delegati sindacali l'ipotesi dell'acquisto da parte della società svizzera Klesch sarebbe credibile, ma la Klesch avrebbe chiesto dispegnere l'impianto di Portovesme prima di avviare la trattativa. La polizia e la Guardia di Finanza hanno completamente chiuso via Nazionale.

9.30 i lavoratori dell'Alcoa si stanno ancora concentrando in piazza della Repubblica. Alcuni sono arrivati con il traghetto e i pullman da Civitavecchia, altri devono arrivare con un volo dall'aereporto di Fiumicino. In piazza ci sono circa 150/200 operai. Dalla piazza si recheranno in corteo al Ministero del Lavoro (transitando per largo Santa Susanna e via Bissolati). Imponente lo schieramento di polizia e carabinieri.

Hanno attraversato mezza Sardegna prima di recarsi ad Olbia per prendere il traghetto che questa mattina li ha portati a Civitavecchia e poi con sette pullman a Roma dove alle 12.00 è previsto l'ennesimo incontro al Ministero del lavoro. Più di 500 lavoratori dell'Alcoa tornano nella capitale per porre all'attenzione le sorti della loro fabbrica e di quella di Fusina (Mestre). Ad accoglierli a Roma però non ci sarà solo la solidarietà degli altri lavoratori e degli attivisti. Il governo ha mobilitati quasi mille poliziotti per “tenere a bada” gli operai che potrebbero reagire con rabbia alla notizia che la loro fabbrica verrà chiusa perchè “non si trova un altro compratore”.
Lo schieramento e le dichiarazioni "antiterroristiche" del ministro dell'interno Cancellieri danno il segno dell'accoglienza che troveranno, in questo autunno, tutte le mobilitazioni di protesta. Il finto "pacco bomba" fatto trovare nei pressi dello stabilimento è il simbolo del ventaglio di provocazioni possibili conro lavoratori che non hanno mai dato particolari segnali di "estremismo". Le grida contro le "infiltrazioni" - ridicole, quando si parla di 500 persone che si conoscono da sempre, abitano nello stesso territorio e parlano in dialetto davvero unico - è l'altro "biscotto" pronto per ogni altra lotta. L'equazione mediatica è antica ma ancora buona: protesta operaia = pericolo di violenza. E se non è così (piazza Fontana insegna) ci pensa direttamente il governo. Sia per i "pacchi bomba" che per le "infiltrazioni". Queste ultime, in particolare, sono un problema serissimo che i movimenti attuali sembrano poco in grado di riconoscere e affrontare.
I tre lavoratori Alcoa che per quattro giorni avevano occupato un serbatoio dell'acqua arrampicandosi a 66 metri di altezza, sabato hanno deciso di scendere a terra e di sospendere la loro protesta iniziata per ottenere dall'azienda un impegno scritto per evitare lo spegnimento dell'impianto. L'Alcoa, alla vigilia dell'incontro al ministero ha diffuso la notizia che nessuno ha manifestato interesse per l’acquisto della fabbrica. "Dal 1 agosto non abbiamo ricevuto nessuna nuova e concreta manifestazione di interesse da parte di potenziali acquirenti dell'impianto Alcoa di Portovesme", ha ribadito la multinazionale statunitense parlando del rincorrersi, in questi giorni, "di una grande quantità di congetture e commenti". L'azienda ricorda che "ha condotto un processo di vendita che si è concluso il 31 agosto senza tuttavia arrivare a firmare una lettera di intenti con un soggetto interessato all'acquisto dello smelter".
L’Alcoa ha pure precisato che fino ad oggi non è avvenuto alcun incontro formale "a tre" con Glencore e Regione Sardegna. "Per l'avvio di una qualunque trattativa con Glencore - sottolinea l'azienda in una nota - resta infatti indispensabile una dichiarazione di interesse che al momento non è pervenuta".

Il Sole 24 Ore riferisce però che sarebbe emerso un interessamento della società svizzera Klesch. “Quell'offerta di Klesch che in giugno era stata rifiutata da Alcoa perché poneva condizioni non realistiche e inaccettabili per raggiungere un deal sul sito di Portovesme, in parte per il prezzo dell'energia proposto, in parte per l'onere per Alcoa, da ieri è diventata interessante, come si legge tra le righe di una lettera spedita da George D. King III (vice president & managing director della multinazionale americana) a Gary Klesch, datata New York, 6 settembre” scrive il quotidiano della Confindustria “In particolare erano stati valutati come non realistici i circa 30 euro a MW/h. Un po' meno quindi dei 33 euro pagati da Alcoa dal 2009. Da allora infatti «a fronte di un prezzo a MW/h di 72 euro praticato secondo il contratto con Enel, ma contrattato appunto tre anni fa, Terna attraverso il servizio di interrompibilità consente l'abbattimento a 33 euro a MW/h che non è un prezzo sussidiato ma un prezzo stabilito in cambio di un servizio che è l'interrompibilità», spiega Alessandro Profili, responsabile degli affari europei di Alcoa”.


sabato 8 settembre 2012

38 ANNI FA IL SACRIFICIO DI FABRIZIO CERUSO

Oggi ricorre l'anniversario della morte del compagno rivoluzionario antifascista Fabrizio Ceruso,assassinato dalla polizia l'otto settembre del 1974 durante la difesa di alcune famiglie che avevano ricevuto lo sfratto e che abitavano nelle case popolari in zona San Basilio a Roma.
Il sacrificio che questo ragazzo compì assieme alle troppe morti di quegli anni è ancora esempio vivo della voglia di lottare per ottenere ciò che è giusto e che lo Stato toglie,ruba e con deliberata complicità uccide.
Il primo breve articolo è preso da Infoaut.org mentre la scheda che parla di questo ragazzo strappato alla vita ad appena diciannove anni è del sito reti-invisibili.net.
 
Fabrizio Ceruso 38 anni fa.
FABRIZIO CERUSO di 19 anni, animatore delle battaglie sociali dei Comitati Autonomi Operai, l' 8 settembre del 1974 - 38 anni fa a Roma nel quartiere popolare di S.Basilio - venne ucciso dalla polizia durante " la rivolta di Basilio ", mentre aiutava i senza casa ad opporsi agli sgomberi.
Il compagno FABRIZIO CERUSO vive nella memoria popolare e nelle lotte delle nuove generazioni per il diritto alla casa che non dimenticano il suo sacrificio .
Come ogni 8 settembre a S.Basilio, c/o la lapide il bronzo che ricorda FABRIZIO CERUSO verrà esposta la bandiera rossa, dove la popolazione sosta portando un fiore e racconta ai nipoti quela giornata di lotta, di rabbia, di sangue.
HASTA LA VICTORIA SIEMPRE !
 
Fabrizio Ceruso.
 
scheda a cura di Alfredo Simone
Roma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all'estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
L'incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.
Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.
Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di "tregue", accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l'occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l'unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.
Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L'assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.
Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell'Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli.

venerdì 7 settembre 2012

LA MORTE DI ALAN RYAN

La morte dell'importante leader repubblicano Alan Ryan avvenuta a Dublino in modo violento sembra non avere avuto motivi politici bensì si pensa ad una vendetta di qualche gruppo di spacciatori visto la sua dura avversione verso il problema della droga.
Domani saranno organizzati i funerali paramilitari e si prevede che sia la più grande e partecipata cerimonia funebre dell'Ira degli ultimi anni:sono previste le presenze dei più importanti leaders repubblicani dissididenti e la polizia irlandese è già pronta in gran numero ed in assetto antisommossa.
Gli articoli sono presi dal sito http://thefivedemands.org/ mentre in questo scritto in inglese la polizia pensa di aver già individuato il responsabile materiale dell'omicidio(http://fiannaiochta.wordpress.com/tag/alan-ryan/ ).

ALAN RYAN UCCISO A DUBLINO.

Noto come prominente leader all’interno del movimento dissidente repubblicano, Alan Ryan è stato ucciso martedì a Clongriffin, nel quartiere di Grange Lodge (North Dublin), in un agguato che la polizia ha definito ‘gang-style’
Un colpo in testa e un secondo alla gamba, alla luce del giorno; la polizia ha trovato solo un’auto bruciata a poca distanza, ma per ora nessun testimone dell’omicidio di Alan Ryan.
“Non ne sentiremo la mancanza”, commenta una fonte della Garda. “Era molto pericoloso, potrebbe essere stato chiunque, anche uno dei suoi”.
Accusato più volte in passato di legami con la Real IRA, di cui era ritenuto uno dei leader, lo attendeva un processo per aver minacciato un gestore di un pub del centro città. Noto alla polizia negli ambienti del racket, era accusato di estorcere denaro ai trafficanti di stupefacenti e, da ex POW Repubblicano, era stato in testa alla campagna contro la visita reale nel maggio 2011.
Il 32CSM, in uno statement appena rilasciato, lo ricorda così: “Non possiamo esprimere in parole il dolore che proviamo ora (…) ma l’assassinio di Alan non segna la fine della causa per cui lui lottava. Che, da ex prigioniero Repubblicano, combattesse per i suoi compagni a Maghaberry, o, da attivista anti-droga, proteggesse in quel senso la sua comunità, Alan è stato un esempio che verrà seguito. Non sarà dimenticato dai suoi compagni, che porteranno avanti ciò che lui ha lasciato con la stessa risolutezza con la quale lui stesso portava avanti l’eredità di chi è caduto prima di lui”.

UNITA’ SPECIALE DELLA GARDA PER I FUNERALI PARAMILITARI DI ALAN RYAN.
Sarà “la più grande cerimonia funebre dell’IRA da anni” a Dublino: gli agenti della Special Detective Unit della Garda si preparano ad una ferrea sorveglianza armata
Tricolori e bandiere nere a lutto hanno tappezzato Grange Abbey, a partire dall’abitazione di Alan Ryan: il corpo sarà riconsegnato alla famiglia domani, sabato la messa funebre alla Holy Trinity Church di Donaghmede e poi la sepoltura.
Sono attesi ai funerali i più importanti leader del Repubblicanesimo dissidente, e secondo una fonte della polizia “sono altissime le probabilità di vendette per l’assassinio di Ryan”.
In Grange Lodge Avenue. dove Ryan è stato ucciso, ci sono ora fiori e candele, e la scritta “Alan Ryan RIP IRA” è stata dipinta sul muro di fronte.
“Alan era sempre chiaro e preciso, andava dritto al punto e non stava in silenzio di fronte ai problemi del movimento Repubblicano quando si trovava a doverli affrontare”, si legge in uno statement del 32CSM di Dublino. “Non aveva paura di morire o di essere ammazzato, né dagli inglesi, né dai freestaters, né dalla feccia codarda che ce lo ha portato via. La sua unica paura era morire invano. Rimaniamo saldi fianco a fianco, e assicuriamoci che non lo sia. Andiamo avanti e continuiamo a combattere per tutto ciò per cui Alan ha lottato in ogni momento della sua vita”.

giovedì 6 settembre 2012

DIALOGO E MORTE

Dopo le dichiarazioni rese l'altro giorno in cui si prospettano dialoghi tra la Colombia e le Farc(le forze armate rivoluzionarie della Colombia),il ministro della difesa del governo Santos che ha preso il posto del contestatissimo Uribe,ha annunciato la morte di un amico del nuovo comandante della forza guerrigliera Rodrigo Londoño Echeverry detto Timochenko,il rivoluzionario Epimenio Jose Molina detto Danilo Garcia,in un'operazione di repressione.
A soli due giorni dallo storico annuncio quindi il governo che è sempre rimasto filo americano comincia ad operare e"dialogare"con le armi in una strage che si pensa di una quindicina di guerriglieri:ad ora sono stati recuperati solo tre corpi.
Le Farc,che gli Usa e l'Europa considerano un gruppo terroristico ma non così la maggior parte degli stati sudamericani e l'Onu che le reputano una forza guerrigliera,sono da quasi cinquant'anni l'ultimo baluardo di un'indipendenza che la Colombia ha ottenuto dalla Spagna e che da decenni è minacciata ed anzi con autolesionistica disponibilità è sotto il dominio economico e politico statunitense.
Gli articoli sono presi da Infoaut e da Naiz.info(in spagnolo).

 
Le Farc annunciano la loro partecipazione al dialogo di pace.
 
Attraverso un video, il portavoce delle FARC-EP Rodrigo Londoño Echeverry, conosciuto anche come “Timochenko” o “Timoleon Jimenez”, ha confermato ieri i dialoghi esplorativi intrapresi con il Governo colombiano del presidente Juan Manuel Santos al fine di raggiungere un accordo di pace, dopo quasi 50 anni di conflitto armato. Nel suddetto video, Timochenko fa sapere che la partecipazione delle FARC ai dialoghi sarà “senza rancori né arroganza”. “Abbiamo giurato di vincere e vinceremo”, aggiunge il portavoce. Il messaggio video è la prima dichiarazione del gruppo guerrigliero, dopo l'annuncio del 27 agosto attraverso cui il presidente Santos ha reso noto l'inizio delle “conversazioni esplorative” con le FARC per “cercare la fine del conflitto”. Secondo alcune infiltrazioni da parte dei media mainstream, il dialogo inizierà ufficialmente il 5 ottobre in Norvegia, anche se la maggior parte delle conversazioni verranno portate avanti a Cuba. Mentre il governo colombiano e quello cubano faranno da garanti del processo, Cile e Venezuela avranno un ruolo di accompagnamento.
Il tentativo di dialogo tra il governo colombiano e le FARC non è certamente nuovo, il fracasso più recente fu quello con il Governo del presidente conservatore Andres Pastrana (1998-2002) intrapreso nella zona del Caguan, un territorio di 42mila chilometri quadrati che fu completamente smilitarizzato per permettere le conversazioni.
Nonostante sembrino esserci delle basi per i colloqui con il governo, il presidente Santos ha fatto sapere pubblicamente che le operazioni e le disposizioni militari proseguiranno, sottolineando allo stesso tempo che una delle premesse per il processo in atto è “apprendere dagli errori del passato per non ripeterli”. Il riferimento a tali errori viene ulteriormente esplicitato: secondo il presidente Santos, nel precedente processo la creazione di una “zona di distensione”, come quella nel Caguan, fu un errore poiché “non venne debitamente regolamentato e servì alle FARC come terreno per rafforzarsi”. Al di là delle dichiarazioni pubbliche di questi giorni, sappiamo benissimo che l'esito di queste conversazioni dipenderà soprattutto dal Governo colombiano; il primo passo le forze armate rivoluzionarie lo hanno fatto, non resta che vederne gli sviluppi.
 
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Colombia anuncia la muerte de un alto cargo de las FARC
El ministro de Defensa de Colombia, Juan Carlos Pinzón, ha anunciado que José Epimenio Molina, ‘Danilo García’, muy próximo al líder de las FARC, ‘Timochenko’, ha muerto en un operativo de las fuerzas de seguridad en el norte del país.
NAIZ.INFO|BOGOTÁ|06/09/2012|2 iruzkin
El jefe del frente 33 de las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC), conocido por el alias ‘Danilo García’ y uno de los más cercanos amigos del máximo líder de la guerrilla, Rodrigo Londoño Echeverri, ‘Timochenko’, ha muerto en una operación militar desarrollada el martes en el departamento colombiano de Norte de Santander, fronterizo con Venezuela, según ha informado el ministro colombiano de Defensa, Juan Carlos Pinzón.
El ministro ha dicho a periodistas que José Epimenio Molina, quien ha estado en las filas de las FARC los últimos 37 años, ha muerto en una operación desplegada en Hacarí, en la que han participado la Policía, el Ejército y la Fuerza Aérea, contra un campamento de la llamada «compañía móvil Bari» del Frente 33 de las FARC.
Ha detallado que la ofensiva, durante la cual se produjo un derrumbe, se produjo el martes. Hasta el momento se han podido rescatar tres cadáveres de guerrilleros, entre ellos el de ‘Danilo García’, uno de los amigos más cercanos de ‘Timochenko’.
Pinzón ha agregado que «se estima que en la zona están sepultados por el derrumbe 15 guerrilleros, pues así lo indican informes de inteligencia y el armamento recuperado».
A pesar de que el Gobierno colombiano y las FARC están a punto de iniciar un proceso de negociación, el presidente, Juan Manuel Santos, ya anunció que no se iban a detener los operativos militares.
Se espera que las FARC den a conocer hoy los integrantes del equipo que negociará con el Gobierno.

GRILLO,BERSANI E I FASCISTI


Per dovere di correttezza il post odierno parla del gruppo editoriale L'Espresso e di Beppe Grillo che hanno avuto ultimamente controversie legate ad un'informazione di alcuni fatti molto distorta,con frasi estrapolate e messe a casaccio e che hanno suscitato polemiche tra il comico genovese(a me non proprio simpatico e spero che continui a fare il suo mestiere perché di pagliacci in politica siamo già pieni)e il quotidiano La Repubblica.
L'analisi fatta da Senza Soste è condivisibile e parla dell'uso dell'insulto"fascista",perché essere denominato così è una vera e propria infamia,nella querelle tra Bersani e Grillo con accuse a più riprese.
Infatti il sito livornese fa presente legittimamente che Bersani stia governando assieme ai fascisti mentre un articolo pubblicato da La Repubblica dove si è estrapolata una frase in cui Grillo istiga la polizia di picchiare i marocchini,quando questa espressione faceva parte di un contesto più ampio e descritto qui sotto:di certo una battuta che non fa ridere ma che evidenzia il fatto che ci sia stata una manipolazione dei fatti.

Grillo, il razzismo e le invenzioni dell'Istituto Luce/Repubblica.
Dal 2007, cioè dal primo anno che Senza Soste è anche online, seguiamo Grillo e il movimento 5 stelle. Abbiamo sempre detto la nostra senza sconti, ammiccamenti e senza pregiudizi. Costruendo strumenti di analisi su un fenomeno che aspira consensi sia a destra che a sinistra. Fino all'inizio dell'anno, quando l'M5S era quotato con un bacino di voti più o meno coincidente con le migliori stagioni elettorali del partito radicale, il movimento di Grillo sembrava sostanzialmente uno specchio delle nicchie di opinione politica che si agitano nella società italiana. Con la primavera, e l'accelerazione della crisi economica e di quella dei partiti della seconda repubblica, il movimento di Grillo è diventato un fenomeno di massa spesso quotato come il secondo partito italiano. Andando a portare via voti, come è successo a Parma, al Pd, il partito dell'equilibrio di potere (sotto varie forme) negli ultimi 20 anni.
Con l'inizio della campagna elettorale il Pd, che teme di perdere elettorato di sinistra verso Grillo, ha accusato lo showman genovese di fascismo. Noi abbiamo scritto questo articolo che dimostra come se c'è qualcuno che, nel momento in cui dà del fascista agli altri, è connivente con le destre è proprio il Pd.
E quando il segretario del Pd chiama l'istituto Luce, il gruppo Repubblica-Espresso, risponde. Ecco quindi che dai media di De Benedetti parte la campagna su Grillo "fascista" e "razzista". Ma l'istituto Luce di oggi non si serve dei cinema di una volta, con le pellicole in bianco e nero. Funziona invece come un gioco di rimandi tra giornale, sito, social network, titoli e commenti. E funziona grazie alle tecniche di marketing virale, quelle che fanno crescere l'attenzione su un fatto, su un commento piuttosto che un altro. Andiamo a vedere sul campo. Il 2 settembre da uno dei blog dell'istituto Luce-L'Espresso parte questo post
e quasi in conteporanea il post viene citato su youtube, dove acquista maggiore visibilità
Per chi passa in rete tra un link e l'altro il messaggio è chiaro. Grillo istiga la polizia a picchiare i marocchini. Bersani ha ragione. Visto che il dibattito su Grillo fascista è di quelli caldi, si confida nella comunicazione spontanea della rete per diffondere il messaggio e il suo significato.
Nel link su youtube prima di tutto si omette completamente che lo spettacolo citato di Grillo è del 2006. Dimenticanza? Il marketing virale, citare su più spazi da fonti ritenute affidabili, insegna che meno particolari si mettono nella notizia più questa può entrare nella scia degli argomenti più discussi. Fatto sta che si trattava di uno spettacolo e non di un comizio di addirittura 6 anni fa (anche in Bersani e Ezio Mauro è difficile distinguere lo spettacolo dal comizio ma è altra questione). Omettere questo particolare, con la campagna in atto oggi, è buttare benzina sul fuoco.
C'è un altro piccolo particolare però. Siamo andati a vedere lo spettacolo integrale.
Dal minuto 49.00 in poi Grillo inizia un attacco contro il ministro Giovanardi e le sue posizioni sulle droghe leggere e sulla canapa. Poi continua con una polemica con il ministro sul concetto di “dipendenza” dal mandato dei suoi elettori. Infine lo critica perché ha raccolto firme a favore di due carabinieri e un poliziotto di Sassuolo colti a pestare un marocchino durante un arresto ripreso e finito in rete su un famoso video che fece il giro del mondo. Questo è il contesto in cui dal minuto 51.00 Grillo fa una serie di battute, brutte e infelici, sul fatto che semmai, invece di farsi riprendere in pubblico, i carabinieri potevano portarlo in questura “e dargli due schiaffetti” senza farsi vedere.
Questo il testo preciso: "Vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina· senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Lo fanno. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino. L’immagine di quel telefonino lì è andata a un miliardi di musulmani…"
Una battuta stupida e pericolosa in un paese che ha visto la mattanza della Diaz, i casi Cucchi e Aldrovandi e le numerose morti insabbiate nelle carceri (di cui Grillo stesso è stato tra i primi accusatori del sistema carcerario).· Senza contare che proprio in quella città dove ha fatto lo spettacolo, Bologna, qualche anno dopo si è scoperto che fra le forze dell’ordine c’era un nucleo in combutta con neofascisti che facevano i giustizieri della notte e pestavano da anni gli immigrati. Lo scorso agosto invece, sempre a Bologna, sono stati arrestati 4 poliziotti perché pestavano e rapinavano gli immigrati irregolari con la certezza che tanto, visto il loro status, non li avrebbero mai denunciati.
Grillo, dunque, ci mette del suo per strappare facili applausi e tenersi in equilibrio fra il suo elettorato trasversale da destra a sinistra che spesso deve nutrire con battute ad effetto che vogliono sentirsi dire, ma è altrettanto chiaro che siamo di fronte anche ad una campagna di falsificazione della realtà da parte dell'Istituto Luce-Repubblica/Espresso.
E nell'immediato funziona. I sondaggi del primo settembre, ad una settimana dalla campagna del Grillo "fascista", mostrano l'M5S in calo. Con un pur sempre ragguardevole 15%.
Noi conosciamo il gruppo Repubblica-L'Espresso. Ha costruito la favola dei successi del governo Monti, proprio quando l'economia è crollata a precipizio, ha difeso contro ogni evidenza le (si fa per dire) ragioni della Tav, della polizia a difesa della Tav, di qualsiasi genere di strazio e ristrutturazione liberista. Ce lo ricordiamo BENE anche a capo di una campagna razzista, di quelle vere, assieme a Veltroni per l'espulsione dei romeni dall'Italia dopo un grave fatto di cronaca a Roma.
L'istituto Luce detto Repubblica-Espresso non è nè di destra nè di sinistra. E' un'impresa che vende notizie di bassa qualità, quando non palesemente false, che fa sinergia con il littorio PD, un partito interessato solo a rimanere negli equilibri di potere. Anche a costo di distruggere l'Italia.
Su Grillo si può, e si deve, dire di tutto. Perchè un partito che si candida ad essere il secondo, o il terzo, soggetto politico italiano deve essere messo ad analisi anche seriamente critica. Specie quando ondeggia tra destra e sinistra come un sonnambulo. Ma non bisogna, allo stesso modo, farsi ingannare da un prodotto della propaganda dell'Istituto Luce Repubblica-L'Espresso. Roba falsa e letale come un panino di McDonald.
(red) 4 settembre 2012

martedì 4 settembre 2012

IL TRAVAGLIATO MATRIMONIO STATO-MAFIA

La lunga polemica che accompagna la fine dell'estate e che riguarda le intercettazioni rivelate dal settimanale berlusconiano"Panorama"che le ha pubblicate(e pur se essendo made in biscione se racconta la verità bene han fatto a non ometterle)hanno posto a ridosso degli anniversari delle morti di Falcone e Borsellino altri inquietanti interrogativi sulla trattativa Stato-Mafia avvenuta nei primi anni novanta.
Che sono stati gli anni del passaggio di mano di tali scambi di favori da quelle tentacolose di Andreotti a quelle insanguinate di Berlusconi,dopo un periodo di cambio di scenario politico che sono passati dalla fine della Dc e del Pci alla nascita della Lega e di Forza Italia.
I due articoli proposti sono presi da Senza Soste e dal sito"antimafiaduemila.com"dove si parla prima con un articolo e poi con un'intervista al giornalista esperto in materia Saverio Lodato del fatto che da quando l'Italia è stata riunita in un'unica nazione ha sempre strizzato l'occhio ai mafiosi per mantenere un certo livello di controllo tutelato appunto da politici legati dalla criminalità organizzata o corrotti da essa.
Tutta la politica,parlando di età repubblicana,prima quella nelle mani della Dc e poi quella nelle mani di Berlusconi,è sempre scesa a patti con i criminali,soprattutto quelli siciliani,in una sorta di patto di non belligeranza che a volte non è stato rispettato da questa o da quell'altra parte,e allora stragi ed arresti di boss,screzi in una relazione vergognosa e pericolosa.
In tutto questo personaggi della prima repubblica come il cinghiale Nicola Mancino che chiede omertà e protezione direttamente al Presidente della Repubblica Napolitano fanno pensare,pensare molto male.

Stato e mafia, la trattativa infinita. Cosa copre Napolitano?
Le polemiche sul servizio di Panorama dedicato alle telefonate tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l'ex vicepresidente dela Csm, Nicola Mancino, rischiano di far perdere di vista il contesto politico in cui si svolge una vicenda come questa.
Il contesto riguarda la trattativa tra stato e mafia avvenuta nei primi anni '90 e le inchieste su questa trattativa che hanno avuto un punto di svolta alla fine degli anni duemila. Trattativa e inchieste marcano due momenti storici di questo paese: la fine della prima repubblica, e quindi dell'egemonia Dc, e quella della seconda, con l' esauirsi dell' alternanza centrodestra-centrosinistra. C'è un altro tratto di continuità tra trattativa e inchieste: entrambe attraversano un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri dello stato, di dismissione e ricollocamento dei poteri pubblici.
Certo, ci sarebbe da definire cosa sia effettivamente "mafia" e cosa "stato" in questa vicenda, le articolazioni dell'una o dell'altro spesso finiscono per confondersi. E non è un gioco di parole. Senza andare nella storia del passato remoto basti vedere vicende e curriculum dell'ex ministro Saverio Romano e dell'ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro, o dell'ex numero tre del Sismi Bruno Contrada, per capire in quale modo i due fenomeni si intrecciano. Allo stesso tempo bisogna evitare di darsi risposte semplificatorie per cui stato e mafia sono la stessa cosa. Le bombe, le stragi, gli omicidi dei magistrati, la guerra dei dossier avvengono quando ci sono conflitti reali in atto. Basta capire quali.
In estrema sintesi, tutto comincia dagli anni '80, quando, dopo decenni in cui le questioni tra mafia e politica venivano regolate semplicemente entro la Dc siciliana e nazionale (quelle che non finivano a colpi di lupara, s'intende), i vertici di Cosa Nostra finiscono in un maxiprocesso. E' l'epoca immediatamente successiva agli anni di piombo, quella nella quale lo stato ristruttura la propria forza interna dandosi articolazioni di potere, in Sicilia e a Roma, autonome dalla mafia. Nel mondo che sta emergendo con la società postindustriale, ma anche con la ristrutturazione della finanza e l'emergere di nuovi poteri transnazionali, la mafia non può più essere semplicemente ignorata o automaticamente alleata. Deve trovare un potere regolatore esterno alla Dc siciliana e nazionale. E' la stagione di Giovanni Falcone e del maxiprocesso a Palermo. La prima trattativa stato-mafia avviene in quel periodo specie dopo la prima sentenza del maxiprocesso degli anni '80, in modo da compensare la durezza delle pene al processo. Per prevenire l'eventuale reazione della mafia e salvaguadare nuovi e vecchi assetti di potere nei rapporti tra mafia e stato. L'uccisione di Salvo Lima, plenipotenziario della Dc andreottiana in Sicilia, marca però uno spartiacque. La mafia, cioè Cosa Nostra, fa capire che la Dc non è più in grado di garantire i vecchi equilibri di potere e nemmeno di prefigurarne dei nuovi. In quest'ottica, stabilire nuovi equilibri di potere tra stato e mafia in Sicilia, comincia una strategia stragista: Falcone, Borsellino, Georgofili. La seconda trattativa stato-mafia avviene quindi nel contesto delle stragi degli anni '90 portandosi dietro gli strascichi, in termini di richieste della mafia, della prima trattativa degli anni '80.
Improvvisamente, come erano cominciate, le stragi cessano.
L'Italia politica non è più quella della Dc agonizzante, c'è un nuovo soggetto politico al governo, referente diretto dell'isola, che durerà tanto da fare cappotto (61 parlamentari su 61 per Forza Italia) nelle circoscrizioni siciliane alle politiche del 2001. Ma cosa è successo in queste due trattative? Chi ha trattato per chi e quali sono i responsabili?

Prima di tutto bisogna ricordare che nella sentenza sulla strage dei Georgofili del marzo 2012 si menziona esplicitamente l'esistenza di una trattativa stato-mafia. Anzi i due terzi della sentenza sono dedicati alla ricostruzione storica di questa trattativa. Non solo: nella sentenza si afferma che fu lo stato a cominciare la trattativa. E quando si producono le verità giuridiche su un fenomeno così complesso le indagini, i processi, e quindi gli scontri tra poteri dello stato, si moltiplicano. Infatti, nel giugno di quest'anno, l'ex presidente del Consiglio Superiore della magistratura, Nicola Mancino, viene indagato per falsa testimonianza nell'ambito dell'inchiesta su questa trattativa.

Tra i tanti nodi da sciogliere in questa vicenda due sono di particolare rilievo 1) stabilire per quale motivo le istituzioni scelsero di trattare con la mafia, con quali persone, e quale fu il livello di accordo raggiunto (compresi quelli eventualmente raggiunti da Marcello Dell'Utri) 2) stabilire se l'uccisione di Paolo Borsellino, nella strage di via d'Amelio, avvenne, con il concorso di settori dello stato, per favorire l'eliminazione di un avversario importante della trattativa stato-mafia. Già perchè c'è il particolare del fratello di Borsellino che chiama in causa direttamente Nicola Mancino. Per chi non conoscesse la vicenda merita una lettura

http://it.ibtimes.com/articles/32218/20120626/salvatore-borsellino-trattativa-stato-mafia.htm

Come nel periodo del maxiprocesso, o delle stragi degli anni '90, tutto questo avviene nel contesto di un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri e delle articolazioni dello stato. E di crisi del sistema politico. Ci sarebbe anche da capire come cambiano referenti e rapporti tra mafia e sistema finanziario ma fermarsi al livello politico già fa capire molte cose. Nello scontro attuale si giocano quindi i nuovi livelli di rapporto tra mafia e stato, quelli all'interno dello stato (nell'esecutivo come all'interno del potere giudiziario e anche tra i due poteri)e anche quelli di rappresentanza politica.
E cosa avviene nella primavera di quest'anno?
Che nell'ambito delle indagini sulla trattativa stato-mafia vengono intercettate una serie di telefonate di Nicola Mancino a Giorgio Napolitano, dopo che il presidente della repubblica aveva inviato un suo emissario in aiuto dell'ex presidente del Csm . Apriti cielo: Napolitano si muove, e con lui il Csm e tutte le istituzioni della repubblica (con l'appoggio dei maggiori media) per bloccare pubblicazione ed uso di quelle telefonate.
Ma cosa contengono di così scottante queste telefonate?
Visto lo scenario che si è delineato qualsiasi parola contengano è destinata ad alimentare gli scontri in atto. Eppure, è cronaca di questi giorni, Panorama (del gruppo Berlusconi), pubblica una serie di ricostruzioni sul contenuto di queste telefonate. Nonostante i media del centrodestra, sulla vicenda delle telefonate Mancino-Napolitano, fino a quel momento avesso attaccato esclusivamente la magistratura palermitana (autrice delle intercettazioni). Segno che Berlusconi ha mandato un avvertimento per far capire che vuol evitare di separare il proprio destino da quello delle istituzioni (non solo la persona fisica di Napolitano). Poi ci sono anche questioni di condizionamento elettorale ma la sostanza è quella, che va ben oltre una elezione.
E cosa dice il Pd? Semplice: "basta con gli attacchi populisti a Napolitano". Con la cortina fumogena del "populismo" il Pd nasconde un contesto, come abbiamo visto, particolarmente insidioso. Nella speranza di poter tenere il gioco della ristrutturazione, quella vera, dei poteri attorno a questa vicenda. Del resto un partito che ha subito infiltrazioni (basta leggere le inchieste) da camorra, 'ndrangheta e mafia pugliese, che ha espresso le vicende Enac, Penati (queste due vicende chiamano in causa collaboratori strettissimi di Bersani) e Lusi non può dire molto di diverso.

In un recente sondaggio su internet riportato su diversi siti, Napolitano è stato votato come il peggior presidente della repubblica italiana. Visti i campioni con i quali si è confrontato (Leone, Cossiga) sembrava un giudizio troppo schiacciato sul presente. Ma il tentativo di Napolitano di coprire la trattativa stato-mafia, simile alla storia del segreto di stato apposto da Moro sul tentativo di golpe di De Lorenzo, fa rivedere il giudizio. Anche perché Napolitano ha anche la responsabilità di aver favorito la liquidazione liberista del paese, e di parte della sovranità nazionale (con tanto di teorizzazione di questo in un discorso a Bruges), con la nascita del governo Monti.

D'altronde chi, da destra, serviva il Migliore, applaudendo ai carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia (caso unico nei presidenti della repubblica di tutto l'occidente) non può che rivelarsi il peggiore. Ma questa è un'altra storia.

per Senza Soste, Terry McDermott
1 settembre 2012
Saverio Lodato: "Le istituzioni italiane al limite dell'inciviltà"
 
di Giorgio Bongiovanni - 26 giugno 2012
Dottor Saverio Lodato, vent'anni dopo l’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino, tenuto a ridosso del trigesimo della morte dell’amico Giovanni Falcone, sabato si è svolta, nello stesso luogo, l'iniziativa “Senza Tempo”, che ha visto una grandissima partecipazione da parte della società civile. Cosa è successo?
“Sabato, a Palermo, abbiamo avuto la dimostrazione del fatto che vent'anni dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio esiste ancora una Società Civile, non piegata, non rassegnata e che continua a pretendere verità e giustizia su quelle pagine nere che hanno segnato la fine della storia della prima repubblica. Vent'anni dopo non era scontato che accadesse. Ma, purtroppo, sta anche emergendo, con raggelante semplicità ed evidenza, che le Istituzioni di questo Paese devono fare ancora molta strada per apparire agli occhi di tutti gli italiani come Istituzioni Civili, altrettanto interessate all'accertamento della verità come dimostra di essere la Società Civile. La cesura che si manifesta fra Società Civile e Istituzioni è impressionante. Che nessuno si offenda se dico che, sintetizzando, in Italia si potrebbe parlare di una Società Civile e di Istituzioni, invece, al limite dell’inciviltà”.
Da tanto tempo ormai lei si occupa di mafia. Il suo giudizio così duro ha a che vedere con l’indagine sulla trattativa?
“Io non mi riferisco solo alle indagini sulla trattativa. Mi riferisco, più in generale, al fatto che ogni qual volta la verità – e qui si parla solo di mafia, perché il discorso si farebbe sterminato - sembra raggiungibile, palpabile una volta per tutte, puntualmente esplode un grande 'affaire', istituzionale e politico, che ha lo scopo non dichiarato, ma sin troppo scoperto, di bloccare l'attività dei magistrati, buttandola in caciara. Ne seppero qualcosa, quando erano vivi, gli stessi Falcone e Borsellino. Abbiamo già dimenticato? Loro, per primi, furono le vittime di quelle ricorrenti campagne di denigrazione, delegittimazione ed isolamento che si risolvevano in altrettanti 'casi di Stato'. Abbiamo dimenticato gli anni in cui il palazzo di giustizia di Palermo, dove operavano proprio Falcone e Borsellino, era universalmente definito il 'palazzo dei veleni'? Abbiamo dimenticato quel CSM che mandò in panchina Falcone, preferendogli Antonino Meli alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo? Abbiamo dimenticato Paolo Borsellino al quale erano rimasti solo i giornali per lanciare un poderoso S.O.S. sulla lotta alla mafia? Abbiamo dimenticato il Dalla Chiesa mandato allo sbaraglio, in Sicilia, privo di poteri effettivi in un compito che si annunciava titanico? Abbiamo dimenticato gli alti commissari per la lotta alla mafia che a Roma venivano messi sull’aereo con la consegna di rendere la vita impossibile ai magistrati antimafia di Palermo? O abbiamo dimenticato l’emerito capo dello Stato, Cossiga, che di fronte al cadavere ancora caldo di Rosario Livatino espresse il suo giudizio sprezzante sui 'giudici ragazzini'? Credo che possa bastare. Il fatto è che a Roma non hanno mai ben capito cosa sia davvero la lotta alla mafia. E che in molti, poi, abbiano interesse a non capirlo, non aiuta le cose. Verrebbe da dire: 'Niente di nuovo sotto il sole'”

In base alle intercettazioni che si leggono, il primo intervento di Napolitano avviene per tramite del proprio consigliere giudiziario D'Ambrosio per spingere la procura nazionale antimafia a coordinare le altre procure. Il secondo avviene direttamente sulla richiesta d'aiuto del privato cittadino Mancino. Lei come giudica questo intervento da parte del presidente della Repubblica, o chi per lui, per cercare di intervenire in qualche maniera sulle indagini sulla trattativa?
“Guardi. C’è poco da sottilizzare o da distinguere. Anche una sola telefonata sarebbe stata di troppo. In un paese moderno che cerca ancora la verità su stragi in cui persero la vita tanti rappresentanti delle Istituzioni, loro sì Civilissimi Funzionari, ci saremmo aspettati che dal Colle venisse un monito rivolto a chi sta indagando, tanto laconico quanto solenne: 'Andate avanti senza indugi. Non guardate in faccia nessuno'. In altre parole, ciò che chiede, ormai da diversi anni, totalmente inascoltato, Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Sta accadendo qualcos’altro. Tutte quelle telefonate, quel lavorio felpato e dietro le quinte, ci dice che si è trattato ancora una volta di troncare, sopire, anestetizzare l'attività dei magistrati. In altre parole di: 'trattare' sulla 'trattativa'. E’ questo, purtroppo, il tenore di quelle telefonate. O, almeno, si è sperato che fosse possibile, appunto, 'trattare' sulla 'trattativa'.
E gli alti vertici farebbero bene a mettere da parte l’argomento della 'lesa maestà': un indagato, si chiamasse anche Nicola Mancino, non può rivolgere a indirizzi tanto alti la sua richiesta che venga evitato un faccia a faccia processuale che non gli è gradito. E, dall’altro capo del filo, un consigliere del capo dello Stato non può star lì a dire la sua, almanaccare ad alta voce sulla richiesta, ciurlare nel manico di fronte a una richiesta, a priori, irricevibile.
Prendo atto che il procuratore Antonio Ingroia ha correttamente dichiarato di non aver registrato – né lui né i suoi colleghi- da parte del Presidente della Repubblica, alcuna “moral suasion” al fine di un rallentamento delle indagini. Questo ci tranquillizza. Resta il fatto che di quella voce chiara e netta, di cui parlavo prima, ci sarebbe bisogno a maggior ragione ora. Non è mai troppo tardi. Non dimentichiamo infatti che i magistrati che indagano stanno cercando di individuare uomini dello Stato che condussero la 'trattativa' con una mafia stragista e persino i mandanti esterni di quelle stragi che, certamente, non furono di sola mafia. Non stanno cercando ladri di galline. Non meriterebbero dunque un applauso di incoraggiamento e il rispetto di tutti gli italiani? Credo di sì”.
Nei grandi quotidiani nazionali, accanto alla parola trattativa si scrive sempre più spesso la parola presunta. Secondo lei questa ricerca di dialogo, se non di più, tra Stato e mafia c'è stato o no?
“Che la grande trattativa ci sia stata ormai è un dato lapalissiano. Lo hanno capito tutti. Lo sanno tutti. A prova di questa consapevolezza, c'è il fatto che sono scesi in campo, proprio in questi giorni, quelli che io chiamo i fini dicitori del diritto. Sono loro ad interrogarsi, con aria perplessa: 'Ammettendo che questa trattativa ci sia stata, cosa c'è di male se uno stato tratta con il suo nemico?' Quando in Italia entrano in campo le truppe dei fini dicitori del diritto, vuol dire che il fatto c’é. Poi ci sono giornali e televisioni che fanno la lotta alla mafia in alcuni mesi dell’anno e in altri no. Ma questa è un’altra storia”.
Provocatoriamente: cosa c'è di male nel trattare con la mafia?
“Beh dipende dai punti di vista. Intanto ricordiamo che mentre la trattativa era in corso, in Italia le stragi continuavano. Quindi chiunque abbia condotto questa trattativa, ammesso che qualcuno l'abbia portata avanti davvero con l'intento nobile di bloccare il nemico, dovrebbe ammettere che andò incontro ad una clamorosa disfatta. Almeno abbia il coraggio civile, venti anni dopo, di ammetterlo. Le stragi di Milano, Firenze e Roma sono del 1993, e da un anno ormai si 'trattava'. Ora gli esperti di 'realpolitik trattativista' ci spiegano che si fece questa scelta per frenare il nemico corleonese. Evidentemente, il nemico dello stato interpretava diversamente quella trattativa: trattando, gli veniva l’appetito. Poi c'è una considerazione più generale. I fini dicitori del diritto dimenticano di ricordare che, quasi quarant’anni fa, venne mandato a morte Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, con l'argomento inflessibile che lo Stato italiano non trattava con i brigatisti. Allora Leonardo Sciascia venne mediaticamente crocifisso da giornali e quasi tutti i partiti dell'epoca, perché si era permesso di dire che lui 'non se la sentiva di stare con i brigatisti ma neanche con questo Stato italiano' così come si era venuto configurando dopo la Liberazione. Perché, vorrei chiedere ai fini dicitori del diritto, con le Brigate Rosse non si tratta e con la mafia invece sì? Trovo curioso avere un codice diverso per ogni stagione”.
Secondo lei come mai, in questi ultimi tempi, intellettuali e professori di diritto come Giovanni Fiandaca o l'ex senatore Giovanni Pellegrino arrivano a spiegare in maniera ambigua la trattativa bollandola come una questione che non rientra nel penale? Perché vengono fatti ora questi discorsi e perché in questo modo?
“Ogni volta che in Italia accade qualcosa ci si chiede perché è accaduta oggi e non ieri o magari dopodomani. Volendo partecipare anche noi a questo sport nazionale direi che gli 'intellettuali' hanno sbagliato i tempi delle loro esternazioni almeno per tre ragioni. La prima. Paolo Borsellino, anche questo ormai è acclarato, muore, tra tante altre cause, proprio per essersi opposto alla trattativa.
Se la nostra cultura giuridica vuole che si tratti con il nemico mafioso, questi 'intellettuali', che all’epoca erano altrettanto impegnati nella lotta alla mafia, avrebbero dovuto trovare il modo di spiegare a Paolo Borsellino che con la mafia si tratta e che lui, mettendosi di traverso, stava sbagliando. Se lo avessero fatto, con ogni probabilità, gli avrebbero salvato la vita. E Paolo Borsellino magari sarebbe qui, un po' più anziano, insieme a noi, a sorridere di quando, anni addietro, non aveva capito niente dei nostri codici. Secondo ritardo cronologico. Quest’ elaborazione sull'argomento è un po’ fuori tempo, visto che la trattativa è ormai sulla bocca di tutti da quasi una decina di anni. Quindi, anche a non voler risalire alla morte di Borsellino, non sarebbero mancate le occasioni per aprire questo dibattito, visto che si sapeva che le Procure stavano indagando sulla trattativa.
Invece, il terzo elemento cronologico sembrerebbe quasi di una tempistica perfetta. E proprio per questo errore non è, dal momento che ci fornisce la chiave di questa inconsueta macchina del tempo: straordinaria puntualità sta nel fatto che le esternazioni siano avvenute quasi a grappolo, come le ciliegie, una dietro l’altra. Lei ha ricordato il professor Fiandaca e il senatore Pellegrino, ma non dimentichiamo il senatore Emanuele Macaluso, in terza posizione, con metafora sportiva, che ci ha spiegato che lui non ha ancora ben capito cosa sia e a cosa sia servita questa trattativa. Tutti e tre hanno in comune il fatto che hanno parlato all'indomani dell'iscrizione di una dozzina di persone, rappresentanti delle istituzioni e della politica, nel registro degli indagati perché coinvolti a vario titolo nella indagine e con diverse ipotesi di reato. Insomma, vent’anni dopo, gli 'intellettuali' rischiavano quasi di arrivare fuori tempo massimo”.
Lei, nel suo lavoro di cronista, è stato testimone di diversi processi per mafia e di quelli sulle stragi. E' anche riuscito a rivolgere delle domande a un capomafia come Riina. Che impressione ha avuto, all'epoca, riguardo questi criminali che forse, insieme ai mandanti esterni ed occulti delle stesse stragi, sono gli unici a sapere davvero la verità di quanto accaduto?
“Totò Riina, nel suo italiano difficoltoso e sgangherato, ha sempre insistito nel dire che gli avevano fatto fare da parafulmine'”.
Cosa voleva dire?
“Forse che in quelle stragi c'era la mano di mafia, come si è sempre detto, ma non solo. Penso che i vertici di Cosa Nostra lo sappiano benissimo, ma non parlano.
Domanda: Perché ci sono voluti oltre 16 anni perché i rappresentanti delle istituzioni iniziassero a ricordare ciò che sapevano sui primi passi della trattativa?
Risposta: In questa storia, questa è forse la grande madre di tutte le domande. Curiosamente la legge italiana concede centottanta giorni ai pentiti di mafia per dire tutto quello che sanno. Invece, tutti quelle persone che, in qualche modo, sono entrate da protagonisti, comprimari o comparse in questo capitolo nero della trattativa, hanno ritrovato la memoria solo a distanza di sedici anni, ovvero soltanto dopo che il figlio di Ciancimino ha iniziato a parlare aprendo questa falla. E' possibile che uomini politici, rappresentanti delle istituzioni di quei livelli, ricordino certi eventi con 16 anni di ritardo? E' possibile che l'ex senatore Mancino, che è stato ministro degli Interni, oltre che vicepresidente del Csm, continui da dieci anni a sostenere di non ricordare di aver incontrato Paolo Borsellino tra la strage di Capaci e via d'Amelio quando tutti i giornali italiani e le televisioni indicavano ormai Borsellino come l'erede naturale di Giovanni Falcone? Sembra di essere in presenza di una 'setta delle belle addormentate', che si sono svegliate con sedici anni di ritardo. E con l’ingresso in campo delle truppe dei fini dicitori del diritto, che suonano la cetra, il coro è perfetto”.
In quest'ultimi tempi la sensazione che si ha è quella di una fortissima tensione. E' possibile secondo lei che qualche potere forte, pur di fermare questa inchiesta tanto compromettente, se non la più grave della storia della nostra Repubblica, possa organizzare con quel poco di mafia militare che è rimasta una nuova strage? Che si torni a colpire i magistrati prima che tocchino certi fili che non si vogliono mostrare? Può accadere o questa è fantamafia?
“Non ho strumenti investigativi per rispondere positivamente o negativamente a questa domanda. Mi auguro che non accada. Resta il fatto però che ormai è quasi scientificamente provato che lo Stato italiano è in condizione di fare la guerra alla mafia solo sotto il profilo militare. Non è assolutamente in grado, perché non ha l’intenzione, di recidere le complicità alte che hanno reso la mafia quello che è . Dopo 20 anni dalle stragi, non ci sono più Falcone e Borsellino, ma la mafia è ancora presente. Questo è scandaloso, inaudito, intollerabile. Lo è, presente, da 150 anni ed ha stretto ancora di più i propri rapporti con la politica, si è fatta politica, si è fatta Stato essa stessa. Leonardo Sciascia vide davvero lontano quando scrisse che 'se lo Stato volesse davvero sconfiggere la mafia, dovrebbe decidere di suicidarsi'”.