mercoledì 11 settembre 2019

LA PIAZZA CHE PUZZA


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Mentre in aula andavano di scena vergognose provocazioni ed irritanti(eufemismo)interventi della nuova opposizione,non tutta in realtà,ecco che in piazza Montecitorio un altro bestiario più popolano ma guidato dai poltronari Meloni,Salvini e Toti,insultavano un poco tutti quelli che non la pensano come loro,per fortuna gran parte d'Italia nonostante i loro proclami,con corollario fascista di saluti romani e amenità simili.
Ho definito poltronari i politici(soprattutto i primi due)in quanto la loro storia non è altro che un susseguirsi di incarichi politici dietro l'altro,una poltrona dietro l'altra(vedi:left poltronari )e balza all'occhio l'ipocrisia e la malafede di questi due stronzi,una che ha firmato per il governo Monti,l'altro che il giorno dopo la possibile formazione di quello che è il nuovo esecutivo pretendeva lo scranno del Copasir mentre i suoi ministri ancora non si erano dimessi.
L'articolo del Fatto Quotidiano(conte-alla-camera-fdi-e-lega-in-piazza )parla di un'altra incongruenza,quella della chiamata al popolo del 19 ottobre e della presenza costante in piazza,già finita ieri per parlare ancora di coerenza,visti gli enormi sforzi dell'esecutivo Lega-5 stelle di ostacolare sempre più le manifestazioni in piazza,per non parlare comunque della tacita presenza sbirresca che non fa entrare in uno stadio per ricordare Aldrovandi ma che sostiene le commemorazioni con tanto di coreografie per gli ultrà criminali morti,e non fanno nulla per almeno fare smettere cori e saluti romani che con la democrazia proprio non hanno a che fare.
Vedi anche:madn dal-virtuale-al-reale .

Conte alla Camera, Fdi e Lega in piazza tra cori e saluti romani: “Vogliono Prodi al Colle. Se cambiano Quota 100 li chiudiamo dentro”.

Mentre la Camera si appresta a votare la fiducia al Conte Bis, in centinaia sono accorsi sotto l'obelisco di fronte al Parlamento per esprimere dissenso. Alla manifestazione, organizzata da Fratelli d’Italia, hanno preso parte anche Matteo Salvini e Giovanni Toti. Il leader leghista: "Appuntamento il 19 ottobre in piazza San Giovanni". In molti fanno il saluto fascista, presenti anche il leader di Forza Nuova Roberto Fiore ed esponenti di Casapound

di F. Q. | 9 SETTEMBRE 2019

In Aula il nuovo governo chiede la fiducia, in piazza l’opposizione sovranista tra fischi, cori e saluti romani contro l’alleanza M5s-Pd. “Elezioni subito!”, “Bibbiano, noi non dimentichiamo!”, “Voce al popolo sovrano, ridateci l’Italia!”, scandiscono i presenti in piazza a Montecitorio alla manifestazione organizzata da Fratelli d’Italia per protestare contro il governo a cui ha aderito anche la Lega. Mentre la Camera si appresta a votare la fiducia al Conte Bis, in centinaia sono accorsi sotto l’obelisco di fronte al Parlamento per esprimere dissenso. Bandiere italiane in mano, cappellini tricolore, palloncini, cartelli che dicono “No al governo della poltrona” e “Ladri di sovranità“.

“Non vi nascondete dietro la Costituzione, che all’articolo 1 recita che la sovranità appartiene al popolo. Il mandato popolare è una cosa sacra”, ha esordito dal palco Giorgia Meloni, leader di Fdi. “Mi piacerebbe sapere in quale paese esotico s’è nascosto Di Battista per non dover rendere conto di quando insultava Speranza, ora suo ministro della Salute. Queste persone non hanno il problema della vergogna”.

“Il massimo obiettivo di questo teatrino al governo è il presidente della Repubblica, al quale vogliono mettere un campione mondiale di svendita dell’Italia, Romano Prodi: questo è quello che hanno in mente. Ma non ci arriveranno”, ha proseguito Meloni. “Continuate a battervi con noi, ci saremo, nei palazzi e nelle piazze, finché questo scempio non avrà fine. Un grande bentornato al mio amico Matteo Salvini”, ha concluso la leader di Fdi in riferimento all’esperienza di governo avuta dalla Lega con il M5s.

“Un saluto ai poltronari chiusi nel palazzo, continuiamo a chiedere onore e dignità”, ha detto da parte sua il leader della Lega Matteo Salvini salutando i manifestanti. Il segretario del Carroccio, dopo un breve intervento dal palco, si è allontanato abbracciato dalla folla. “In Umbria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Puglia, Liguria, Veneto, l’obiettivo è uno: vincere democraticamente. Con Giorgia lavoreremo per allargare – ha proseguito Salvini, dopo il “bentornato” rivoltogli da Meloni – non è il momento in cui dire tu no, tu no…c’è ancora qualcuno che dice che se c’è uno non ci può essere un altro. Bisogna allargare, non si può dire di no a nessuno”. Quindi il leader leghista lancia ai suoi elettori una sfida importante: “Appuntamento in piazza a Roma sabato 19 ottobre tutti insieme, senza bandiere di partito con milioni di italiani. Vediamo di prendere piazza San Giovanni, lancio questa scommessa”. Poi l’avvertimento al governo: “Se i signori là dentro proveranno a cambiare quota 100 e tornare alla legge Fornero, non li lasceremo uscire da quel Palazzo, ci staranno giorno e notte, Natale e ferragosto”.

In piazza anche Giovanni Toti, governatore della Liguria: “Alcuni dicono che non dovremmo essere qui, ma io penso che questo sia oggi il posto migliore dove essere, in piazza – ha detto dal palco l’ex esponente di Forza Italia – Questo governo è nato con gli intrighi di palazzo, allora il modo migliore è stare fuori, dove gli italiani possono esprimere il dissenso che avrebbero dovuto esprimere alle urne”.

Dei manifestanti molti fanno il saluto romano e tra i presenti ci sono anche esponenti dell’estrema destra come il leader di Forza Nuova Roberto Fiore e diversi membri di Casapound. “Ecco chi sono quelli che protestano – commenta Alessia Morani, deputata del Pd – Complimenti davvero a Salvini e Meloni per avere portato fuori dal tempio della democrazia questi neofascisti”.

Fratelli d’Italia ha protestato perché diversi accessi alla piazza sarebbero rimasti chiusi: “C’era gente anche a piazza del Pantheon – ha fatto sapere Giorgia Meloni – e io sono andata a salutare molte persone che non erano riuscite ad arrivare da nessuna parte perché erano stati chiusi i passaggi in almeno altri cinque punti”.

martedì 10 settembre 2019

DAL VIRTUALE AL REALE


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Dopo migliaia di segnalazioni in troppi anni finalmente Facebook e Instagram hanno fatto quello che la magistratura e la politica non sono riusciti a fare in un lasso di tempo molto lungo,chiudere la bocca ai fascisti e ai neonazisti di Caga Povnd e Fogna Nuova.
Perché il fascismo non è un'opinione ma un crimine,un reato,un vomito,è tutto quello che annienta la democrazia e da"democratici"i leader di questi gruppi hanno subito gridato allo scandalo,alla vergogna e alla censura.
Adesso si aspetta con ansia la cancellazione di queste organizzazioni criminali istigatrici all'odio e non solo,che portano avanti con fatti violenti la loro politica razzista e sessista,perché questi non hanno ragione d'essere in uno Stato nato con la Liberazione dopo una tragica Resistenza in un paese dilaniato dalla guerra proprio contro i nazifascisti.
L'articolo di Antifa(casapound-e-forza-nuova-oscurate-sui-social )parla dell'avvenimento di ieri,mentre alcuni di loro erano in piazza ancora con saluti romani(se ne parlerà a breve),delle reazioni dei capiratti e della politica,e le giustificazioni di Facebook e delle avvisaglie di quest'estate dove altre sette simili erano state bannate sia in Italia che in Europa per le continue istigazioni all'odio.

Casapound e Forza nuova oscurate sui social, cancellate le pagine su Facebook e Instagram: "Istigano all'odio".

Le organizzazioni di estrema destra: "Ci discriminano perché eravamo in piazza contro il nuovo governo, Colpiti in un giorno simbolico". Il Pd: "Ci deve essere dietro qualcosa di importante"

Casapound e Forza Nuova scompaiono dai social proprio durante il dibattito sulla fiducia al governo Conte. Sono stati infatti cancellati da Facebook e Instagram i profili ufficiali dei due partiti e quelli di numerosi responsabili nazionali, locali e provinciali, compresi quelli degli eletti in alcune città italiane. Oscurati i siti di Gianluca Iannone, Simone Di Stefano e Roberto Fiore. Spariti dagli schermi decine di siti e profili vicini alle due organizzazione di estrema destra. A cominciare dalla pagina principale, 'CasaPound Italia', 'certificata' da Fb con tanto di spunta blu: ha 280 mila follower. Restano attivi invece i profili di Twitter.

Facebook ha subito spiegato: "Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia", Secondo un portavoce, "gli account che abbiamo rimosso oggi violano questa policy e non potranno più essere presenti su Facebook o Instagram".

L'azienda spiega che da sempre Facebook caccia individui o organizzazioni che proclamano missioni violente o che incitano all'odio o che sono coinvolti in azioni violente. Questo indipendentemente dall'ideologia o dalla motivazione. E lo fa dopo un lungo processo dove si considerano una serie di segnali. In particolare si accerta se certe organizzazioni o soggetti hanno promosso o esercitato direttamente violenze sulla base di fattori come la razza, l'etnia, la personalità.

Facebook controlla se questi gruppi si autodefiniscono o si identificano come seguaci di un'ideologia di odio. E se usano discorsi di odio o insulti nella loro sezione 'Informazionì su Facebook, Instagram o su un altro social media. E infine nel giudizio pesa anche se se hanno gestito pagine o gruppi che sono stati rimossi da Facebook, o account rimossi da Instagram, per aver pubblicato contenuti che non rispettano le policy contro l'incitamento all'odio dell'azienda.

In base a questi principi, a maggio erano state 'bannate' le seguenti organizzazioni: Generation Identify (Pan-Euro), Inferno Cottbus 99 (Germania), Varese Skinheads (Italia), Ultras Sette Laghi (Italia), Black Storm Division (Italia), Rivolta Nazionale (Italia), Scrofa Division (Olanda), Chelsea Headhunters (Gran Bretagna), White Front (Bulgaria), Boris Lelay (Francia), Beke Istvan Attila (Ungheria), Szocs Zoltan (Ungheria) e Varg Vikernes (Norvegia).

"Ci cancellano perché eravamo in piazza contro il" governo - reagisce Casapound - Siamo di fronte ad un attacco discriminatorio dal parte dei colossi del web", si dice. "Si tratta di un attacco senza precedenti. Siamo schifati", atttacca Gianluca Iannone. "Stanno chiudendo tutti i profili, provinciali, regionali, nazionali e quelli ufficiali, sia del movimento che del blocco studentesco - spiega Iannone -. Stanno arrivando le notifiche a tutti, anche ai responsabili del Primato Nazionale (il quotidiano del movimento, ndr). Una situazione che rispecchia la situazione attuale del governo della poltrona. Intenteremo una class action urgente contro un atto di una prevaricazione vergognosa".

Secondo, Simone Di Stefano, segretario di Casapound, si tratta di "un'abuso, commesso da una multinazionale privata in spregio alla legge italiana. Uno sputo in faccia alla democrazia. Un abuso commesso in un giorno simbolico. Un segnale chiaro di censura che per ora colpisce noi, ma indirizzato a tutta l'opposizione al governo PD/5Stelle. Questo è solo l'inizio, chissà di cosa saranno capaci".

"La Polizia politica di Zuckerberg vuole impedire che ci sia opposizione al governo di estrema sinistra e Bruxelles. Sintomatico che una cosa di questo genere accada il primo giorno di governo: tutto assolutamente pretestuoso, considerato che non c'è alcun casus belli", commenta il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore.

In mattina Casapound aveva partecipato alla manifestazione contro la nascita del nuovo governo: "Sono in piazza anche io. Non è il momento di dividere, ma di unire. E costruire con ogni mezzo una rivolta popolare, culturale e democratica a questo osceno governo di usurpatori", - aveva scritto Simone Di Stefano. - Dobbiamo portare i nostri temi e le nostre idee, perché questa opposizione ha bisogno di un'anima e di una visione chiara dello Stato e della Nazione che vogliamo. Non solo immigrazione e tasse, ma anche la casa, il lavoro, i figli, i salari, lo Stato Sociale devono essere al centro di questa visione".

"Casapound azzerata sui social. Bloccati i profili su #Facebook e #Instagram. Che succede? È un fatto molto pesante, non può essere un caso, all'origine del quale devono esserci ragioni gravi. Vogliamo capire", commenta a caldo in un tweet Emanuele Fiano, esponente del Pd, da sempre impegnato contro le organizzazione di estrema destra e padre di un disegno di legge contro l'apologia del fascismo. E la stessa domanda la pone anche Alessia Morani, altra deputata dem.

"Per la prima volta @facebook e @instagram chiudono decine di pagine e profili di #Casapound. Chi sparge odio e violenza non ha più campo libero sui social network. Adesso andiamo avanti con una normativa complessiva di prevenzione e sanzione dei linguaggi d'odio sul web", aggiunge Valeria Fedeli su Twitter. E il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci conclude: "L'apologia di fascismo è un reato anche sui social. Chissà magari ora se ne accorge anche Salvini". Interviene anche il segretario dem Nicola Zingaretti: "Quella di Facebook è una motivazione esemplare a sostegno di una scelta giusta e coraggiosa. Dobbiamo condividere e diffondere queste parole importanti per mettere fine alla stagione dell'odio. Ci sono persone che se vincessero negherebbero ad altre persone il diritto di esistere. Non bisogna mai dimenticarlo".

lunedì 9 settembre 2019

IL PIRLA


L'immagine può contenere: una o più persone e testo
E venne il giorno della fiducia al nuovo governo,nato per volere indiretto,un autogol colossale per dirla come il pirla ex ministro del tutto,dell'orrore,di tutte le malvagità possibili ed immaginabili,il Salvini fascista tronfio ed arrogante,in perenne campagna elettorale e non lavorando mai.
Mentre parla Conte e c'è una maleducazione mai vista,l'articolo proposto è di qualche giorno fa,quando non c'erano ancora le avvisaglie della nuova alleanza Pd e Movimento 5 stelle(contropiano il-salvinismo-sfidato-dalla-realtà )me spiega il fallimento di Salvini,che tutto ha voluto ma alla fine si è ritrovato con la merda in mano,politicamente un suicidio bello e buono che in qualsiasi altro partito avrebbero chiesto la testa del mentecatto di turno.
E'finita la linea della politica contro il diverso,contro gli ultimi e i più deboli,in poco più di un anno non ci sono state modifiche a parte le lotte contro i migranti,nel sociale e nel lavoro niente di niente,un tentativo disgraziato di flat tax,nessun taglio ai parlamentari,le accise della benzina e tutte altre promesse messe da parte...insomma un esecutivo di aria fritta.
La realtà è stato solamente un susseguirsi di mesi infarciti di parole d'odio e di nessun beneficio economico e sociale per il paese,solo tentativi per arricchire i soliti benestanti e togliere nuovamente ai già tartassati poveri.



Il "salvinismo" sfidato dalla realtà.

Personaggi controversi e viscidi quale un buon esempio è Matteo Salvini, venuto alla ribalta grazie a un’attenta costruzione mediatica e politica, a volte possono cadere nella trappola dei loro stessi fuochi di paglia. Senza alcuna pretesa di previsione, può essere interessante andare a sviscerare la costruzione dell’immaginario sul quale si è basata la sua credibilità. Può essere utile nella misura in cui permette di non allarmarsi per ipotetici avventi di neofascismi e per individuare su quali assi le bolle di sapone del Capitone potrebbero esplodere.

Durante questo anno di governo gialloverde poche sono state le parole d’ordine ripetute quasi alla nausea da parte del Capitone : la volontà di lavorare per la nuova Europa, basata su una presunta vera democrazia per mettere fine all’arroganza di Francia e Germania; lo stop agli sbarchi per un’Italia protetta dagli invasori stranieri e per la sicurezza interna al Paese; la retorica della famiglia farcita da Vergini Marie e benedizioni. In ognuno di questi leit motiv, carte vincenti almeno sul piano del discorso, Salvini si esibisce in un gioco di prestigio che si regge su un equilibrio, non del tutto precario, che da un lato incide sul piano reale della criminalizzazione dei corpi e della delegittimazione di qualsiasi istinto di umanità, ma che dall’altro si muove in una dimensione del tutto immaginifica che non ha portato a nessuna trasformazione delle condizioni materiali dei cittadini di questo Paese. Se il reddito di cittadinanza ha avuto modo di espletare, in minima parte, questa funzione, distribuendo qualche briciola su un territorio devastato, sicuramente non è bastato e non basta a risolvere in profondità questa contraddizione. Seppur ancora non sembra ci siano stati profondi sommovimenti di insoddisfazione, al di là delle più recenti contestazioni, determinate ma ancora limitate, al Sud della penisola e attivatesi su questioni ben materiali, quali la questione delle autonomie e di un’Italia a due velocità, resta valido pensare che Salvini oltre a dichiarazioni di salvezza non abbia salvato gli italiani dalla crisi generale in cui versano.

Andiamo con ordine. All’interno del discorso salviniano la posizione antieuropeista è volta ad alimentare la retorica sovranista secondo la quale l’Italia dovrebbe svincolarsi dai poteri forti europei per trovare un’uscita dalla crisi che si fondi sulla chiusura verso l’esterno in virtù della costruzione di una comiunità nazionale che abbia volontà difensiva. Con le sue mosse politiche internazionali però, Salvini ha dimostrato, come per esempio con il suo viaggio negli States a giugno scorso, di saper scegliere il campo in cui stare. Le velleità sovraniste si ridimensionano dietro l’ombra di un’autocandidatura a diventare pedina dei giochi mondiali, riconfermando il servilismo italiano nei confronti degli USA e dando sponda a chi, dall’altra parte dell’Atlantico, punta alla distruzione dell’Unione Europea, a un indebolimento della Cina e a un’accelerazione della guerra all’Iran dando appoggio a Israele. Di certo non siamo qui per ricordare certi eventi per volontà di conservare un’Europa che è tutt’altro che l’ultimo baluardo della difesa della democrazia di fronte a istanze nazionaliste e autoritarie. Allo stesso modo di Salvini, il fronte dei difensori dell’UE suscita ilarità quando si spertica nella difesa di questo ordinamento giuridico sovranazionale che altro non è che l’estensione dei confini nazionali delle grandi potenze nel controllo, nel disciplinamento, nella crisi del debito e nella richiesta di pagare in nome di un sistema liberal-democratico che affama e uccide.

L’altro grande cavallo di battaglia di Matteo Salvini, direttamente collegato al disegno di mantenere lo Stato italiano unito sulla base di rigurgiti razzisti, è la strategia del controllo interno ed esterno. Se da un lato Salvini è riuscito a dirottare qualche nave verso altre coste, si ricordi il caso Aquarius di qualche mese fa, accolto da Pedro Sanchez nel porto di Valencia a seguito del rifiuto del ministro nostrano, o altri casi di navi di ong che sono state rimpallate tra Italia, Malta e Spagna, dall’altro non viene mai sottolineato come in realtà gli sbarchi che avvengono tramite ong siano residuali rispetto ai dati sul totale delle persone arrivate. Non solo, è bene sottolineare come il discorso umanitarista, inteso unicamente come obbligo morale nei confronti dei più poveri, se non evidenzia come prioritari e determinanti i motivi che obbligano le persone a spostarsi rischi di aprire margini di azione in questi mari a chi sta in tutt’altri Oceani. In questo modo, si dà spazio all’utilizzo di questo discorso come arma di pressione nei confronti dell’UE da parte degli USA, facendo così il gioco di Salvini che diventa strumento di indebolimento su Bruxelles. Inoltre, se il decreto sicurezza bis ha permesso di fare il pugno di ferro con gli altri stati europei per bloccare l’approdo in Italia di navi di organizzazioni umanitarie internazionali, ha permesso anche una stretta all’interno dei confini nazionali. Come scrivevamo qui https://www.infoaut.org/migranti/decreto-sicurezza-bis-ingiustizia-e-stata-fatta, il decreto sicurezza bis è un tentativo di una riorganizzazione della società in cui il disagio sociale, la marginalità nonchè il dissenso, vengono criminalizzati e repressi. L’inasprimento delle pene per tutti quei reati che riguardano l’espressione di uno scontro con la forza pubblica è un elemento che avrà conseguenze reali per tutti coloro che non solo partecipano a manifestazioni di piazza, ma anche per chi si autorganizza nella quotidianità delle proprie vite attraverso varie forme ai limiti o al di là della legalità imposta.

Le mosse politiche di Salvini sono state condite da farsesche rappresentazioni che attraversano tutto lo spettro del ridicolo. La Madonna è stata chiamata in causa più volte, diventando centro delle polemiche in particolare quando è stata ringraziata per il decreto sicurezza bis. Una malcelata strategia propagandistica che intende toccare il cuore dell’elettorato che nella Madonna ci crede e magari ci affida pure i suoi figli perchè ha paura di rimanere senza casa, senza lavoro, senza reddito. Come in altre occasioni abbiamo sottolineato, l’operato di Salvini in fatto di diritto di famiglia ha dato spazio a disastrose proposte di legge, come il già citato decreto Pillon. Anche in questo caso, se la propaganda alimenta la retorica familistica, che ha come unico interesse quello di mantenere la famiglia tradizionale unita per farne il nucleo su cui basare l’intera riproduzione sociale, le reali conseguenze verranno vissute da tutte quelle donne che non dispongono di mezzi materiali per la sopravvivenza minima.

La facilità con la quale Salvini ha scalato le classifiche, oltre alla costruzione di un immaginario che si gioca sulle direttrici di classe, razza e genere approfittandosi e fomentando la competizione tra gli esclusi dal sistema di profitto per evitare che vi si pongano in contrapposizione, ha trovato terreno fertile grazie a tutte quelle forze della sinistra liberal, PD in testa, che a ogni piè sospinto sgomitano per farsi garanti di una qualche libertà che ha ben poco sapore. Da Zingaretti che invoca all’accoglienza, alla Boschi che si indigna per i diritti delle donne negati, a chi difende la Fortezza Europa come unica tutela per i diritti umani, siamo di fronte all’unione delle forze globaliste del grande capitale in un’affannata corsa per bloccare il nuovo fascismo che avanza. Il rischio di assumere un discorso antifascista che faccia da spalla a un frontismo di questo tipo è esistente tanto quanto questi stessi poteri sono quelli che hanno permesso l’avanzata di posizioni che in Italia ben incarna Salvini.

Ad oggi il Capitone ha smosso qualche altro equilibrio provocando una crisi di governo che, se in seguito alle elezioni europee i motivi di disaccordo tra i due partiti Lega e M5S sono stati vari, dalle riforme delle autonomie, a quella della giustizia, alla questione della flat tax, all’elezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea, ha visto nella mozione sul TAV il motivo che ha portato alla crisi definitiva. Non furono del tutto sbagliati, quindi, i calcoli del ministro dell’Interno nel forzare la mano sui due fronti, quello del suo disegno di riforma economica e quello di porsi come unico garante perchè l’Italia non finisse schiacciata da Berlino. Già qualche tempo fa si era iniziata a paventare la crisi di governo ed era proprio rispetto all’elezione della presidente alla Commissione Europea, in quell’occasione Salvini si era tirato indietro e aveva lasciato Di Maio fare la figura di chi appoggia gli stessi personaggi voluti da Francia, Germania e liberal. Ursula Von der Leyen rappresenta bene un vento di austerity cammuffato da brezza sociale, risultando una figura di garanzia per l’Unione Europea e Salvini, così facendo, si era mostrato come l’unico ancora in grado di arginare il comando tedesco. Non a caso nella corsa alla normalizzazione mondiale, la crisi di governo si è consumata emblematicamente sulla questione Alta Velocità, tra incapacità proverbiale dei 5 Stelle mista alla volontà di costruzione dell’opera di Lega, PD, Forza Italia e chi più ne ha più ne metta, delineando la forza di un fronte che sceglie un progresso e uno sviluppo spudoratamente capitalisti. Ancora una volta il MoVimento sbaglia i suoi calcoli permettendo così l’azzardo del Capitone che provoca la crisi proprio su questo nodo cruciale, proprio nel pieno di un’intesta estate NOTAV. Provocando la crisi d’agosto Salvini ha pensato di evitare il rischio del taglio ai parlamentari, seppur ora si dica disponibile alle riforme, puntando tutto sulla manovra economica sulla quale non si era ancora trovato accordo. Con la flat tax, che prevede la fine della tassazione progressiva per una tassazione “piatta” uguale per tutti i soggetti al di sotto di una determinata fascia di reddito, Salvini proclama l’abbassamento delle tasse ma che, nemmeno troppo celatamente, va a vantaggio di una fascia di popolazione già (o ancor) benestante. Si può leggere tra le righe di questo progetto l’intenzione di andare ad accumulare il sostegno di una parte del suo elettorato, quello della piccola e media impresa, ma dato che il campo della sua base sociale è particolarmente disomogeneo, occorrono i mezzi e gli strumenti politici che solo una campagna elettorale può regalare per tentare di capitalizzarlo, dando un colpo al cerchio e uno alla botte.

Nell’immediato dei giorni successivi all’annunciata crisi, il Salvini Beach Tour ha raccolto, al di là delle aspettative, insulti e contestazioni dal Sud al Centro Italia e, oggi, l’intervento di Conte in Senato arriva in un momento in cui Salvini viene tacciato di essere un buffone disperato per aver ritrattato sulle sue più ferree posizioni proponendo maxi rimpasti di governo con un M5S che non vuole più saperne di lui e del suo Carroccio. Oggi viene quindi tracciata la fine di questa esperienza di governo e il presidente del consiglio rassegna le dimissioni passando il testimone a Mattarella che vedrà il da farsi. Le dichiarazioni che si susseguono in aula minuto dopo minuto sono da fare accapponare la pelle. Il “da troppo poco tempo passato di moda Matteo Renzi” invoca il bene delle famiglie italiane invitando Salvini a non giocare sulla pelle dei cittadini, il suo alterMatteoEgo risponde augurando buon governo al partito di Bibbiano elevandosi a paladino della famiglia e invocando la protezione della Madonna.

Se è chiaro come non sia necessario annoverare il sovranismo salvinista come unica leva per scatenare guerre e odi perchè fino ad oggi i tesorieri della libertà liberal, dagli USA anteTrump, alla Merkel, al francese Macron, ininterrottamente contestato da 40 sabati a questa parte, hanno sfigurato un mondo intero con le loro partite a risiko, la libertà dell’ “uomo libero” Salvini che dichiara di non aver mai visto un fascismo che vuole il voto popolare è certamente ripugnante. Il suo tentativo di risignificare il concetto di libertà come risultante del disegno sovranista si frantuma nel becero sforzo di costruire una risposta alla crisi che soddisfi il bisogno apparente di una comunità che si regga sulla competizione tra i soggetti che stanno nel crocevia delle contraddizioni di questo sistema di governo. La “libertà” a cui fa riferimento Salvini non è una libertà liberale ipocrita, né una collettiva, ma è la libertà palese, ad ogni costo di sfruttare uomo e natura. Lo è perchè al di là del velo del personaggio che si batte contro i poteri forti dell’UE si riconoscono i caratteri di chi ha scelto da sempre quali interessi soddisfare e chi brutalizzare. Salvini si ricandida a governare con un partito del SI alla libertà ad alta velocità, della libertà delle imprese e dello sfruttamento senza freni dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, incarnando fino in fondo gli interessi di chi ancora vuole affamare questo Paese. Il fatto che il Capitone ci abbia tenuto così tanto a vidimare il suo ultimo biglietto da visita con il decreto sicurezza bis indica però una sottile paura che chi tiene alla poltrona sia in inverno che in estate vuole sedare. L’aver elaborato poteri e possibilità di repressione completamente sproporzionati per tentare di soffocare le contrapposizioni reali che spingono verso altre direzioni indica che, non bastassero le granite di traverso a fermarlo, ci sono delle lotte che investono le esistenze di interi territori, e la lotta NOTAV ne è un esempio prezioso, che incarnano un’altra possibilità, un’altra libertà possibile. E lottando perchè questa si realizzi fanno paura.

venerdì 6 settembre 2019

MACCHIETTA NERA


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Devono proprio aversela fatta nelle braghe i fascistelli romani che oltre ad essere appartenenti a questa idiota ideologia sono di professione criminali,vista la figura da poveraccio di uno di loro,Fabio Gaudenzi detto Rommel,che nella famosa videoconfessione fa la figura di un ometto piccolo piccolo.
A cagare fuori dalla tazza ci si rimette la vita come al"collega"ultrà di sponda laziale Fabrizio Piscitelli detto Diabolik,assassinato più di un mese fa in pieno stile mafioso.
E proprio come una macchietta(nera)e con la coda tra le gambe questo omuncolo affiliato a Massimo Carminati(per fortuna sua in galera,vedi:madn finalmente-vi-hanno-preso),veri fascisti alfieri delle loro cazzate da bimbiminchia,parla di demonio e di altre farneticazioni,una pessima figura,l'ennesima di un'appartenente alla"fiera"schiera degli appesi a testa in giù(articolo:contropiano.org ).

I fascisti romani “se la fanno sotto”. La mala non perdona.

di  Federico Rucco 
Le ipotesi sono due: il noto fascista romano Fabio Gaudenzi, detto “Rommel”, o è uscito di testa oppure se la sta facendo sotto perché nei rapporti tra fascisti e malavita nella Capitale devono aver pestato qualche cacca di troppo. L’esecuzione di Piscitelli a Roma alcune settimane fa, deve aver fatto suonare tanti campanelli d’allarme in quella storica zona grigia delle connessioni tra neofascisti e gruppi della criminalità organizzata. I fatti, al momento, sono questi.

Coperto da un passamontagna, una pistola 357 magnum in mano, alle spalle un poster di “Opposta Fazione”, Fabio Gaudenzi, esponente dell’estrema destra di Roma, ritenuto vicino a Massimo Carminati, condannato nel gennaio 2017 a 2 anni e 8 mesi nel processo d’appello su Mafia Capitale, è apparso in un video su youtube  in cui annuncia: “Mi sto consegnando al Questore di Roma e parlerò del mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli e di tanto, tanto altro”.

Nel filmato Gaudenzi così riassume quello che ha da dire: “Ho pochi minuti perché stanno arrivando, mi stanno per arrestare. Vorrei fare delle dichiarazioni: mi consegnerò come prigioniero politico. Mi chiamo Fabio Gaudenzi, sono nato a Roma il 3-3-’72. Appartengo dal 1992 a un gruppo elitario di estrema destra, denominato ‘I fascisti di Roma Nord’, con a capo Massimo Carminati. E ora vi do la lista: Fabio Gaudenzi, Fabrizio Piscitelli, Luca Caroccia, Fabrizio Caroccia, Elio Di Scala, Maurizio Boccacci, Brugia Riccardo e Massimo Carminati”.

“Mi consegno – prosegue – consapevole di subire dei processi, ma vorrei essere processato e se giusto condannato per banda armata, come dovrebbe essere per Massimo Carminati e Riccardo Brugia. Noi non siamo mafiosi, ma siamo fascisti: lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. A Massimo Carminati la mafia e la droga fanno schifo, e anche a me. Ma ne parleremo presto: mi sto consegnando al Questore di Roma e parlerò del mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli e di tanto tanto altro, ma solo con il dottor Gratteri, perchè questa è la mafia vera, non quella del 2014. Grazie e a presto”.

Gaudenzi è stato arrestato ieri dalla polizia a Roma per detenzione di armi da guerra, dopo la pubblicazione del video. Nella mattinata un vicino di casa aveva sentito rumori simili a spari e ha chiamato i carabinieri. All’arrivo dei militari Gaudenzi si è chiuso nell’appartamento e ha chiesto di parlare con la polizia, alla quale poi si è consegnato. In casa gli agenti hanno trovato la 357 che appare nel filmato e una mitraglietta tipo Uzi. Gli investigatori hanno acquisito il video e sono in corso accertamenti sulle dichiarazioni di Gaudenzi.

Fabio Gaudenzi è un notissimo fascista romano. Nel 1994 rimase ferito durante la rapina alla Banca Commerciale Italiana di via Newton in cui venne ucciso Elio Di Scala “Kapplerino”, altro fascista pesante della Capitale. Uscito dal carcere nel 2012, negli anni successivi è rispuntato fuori come curatore degli affari immobiliari di Massimo Carminati in Italia, Gran Bretagna e paradisi fiscali, finendo coinvolto nell’inchiesta su Mafia Capitale. Gli investigatori lo intercettano il 29 aprile 2014 mentre pianifica un viaggio in Africa per un’operazione speculativa connessa all’acquisto di un’ingente partita di oro e preziosi. La pista dei diamanti neri è sbucata fuori più volte nelle indagini che riguardano le connessioni tra fascisti e malavita.

giovedì 5 settembre 2019

IL CONTE BIS


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In tempi estremamente rapidi,come suggerito dal Presidente della Repubblica Mattarella,il governo Conte bis è nato con la presentazione ed il giuramento dei nuovi ministri,quasi tutti volti che non appartengono al passato esecutivo,mentre all'inizio della prossima settimana ci sarà il voto in Parlamento(vedi:madn verso-il-nuovo-governo-conte ).
Per conoscere la lista dei nominativi e le prime interviste di oggi rimando a questo link(ansa ecco-la-squadra-dei-ministri )mentre sotto c'è il commento di Potere al Popolo(contropiano politica-news )che non è del tutto positivo visto che se e quando riuscirà ad entrare nelle sale che contano per ora sarebbe all'opposizione.
Sono molte le cose da fare,alcune proprio da ribaltare e altra da perfezionare,molte ancora da creare e sviluppare,in tutti gli ambiti dai regolamenti elettorali passando alla giustizia,dalla nuova manovra economica ai temi caldi del lavoro e della salute passando dai trasporti all'istruzione.

Gli amici non sono al Governo. Potere al Popolo: commento a caldo sul Conte Bis.

di  Potere al Popolo! 
Il Governo è fatto. Dieci ministri al M5S e dieci al Pd allargato (Leu alla fine ha ottenuto l’agognato ministero). Un governo spartito a metà, con Conte, che si riscopre storico elettore di centrosinistra, a fare da garante. Così, la crisi aperta da Salvini ad agosto è stata ricomposta con un cambio di maggioranza fra due forze politiche fino a poco fa acerrime nemiche. Che questa ricomposizione possa durare, o che rappresenti un cambio di passo, è ancora tutto da dimostrare.

Molti a sinistra tirano un sospiro di sollievo, mentre Salvini annuncia battaglia, ma la crisi di un’intera classe dirigente, emersa già da tempo, è sotto gli occhi di tutti. E’ una crisi in stretta connessione non solo con le tensioni economiche, commerciali, finanziarie, militari che stanno attraversando il mondo in questa fase, ma anche con la pressione e il malessere delle classi popolari italiane che chiedono, da oltre un decennio, maggiore giustizia sociale, lavoro e diritti.

In queste ore si percepisce in tanti un atteggiamento di attesa e di aspettativa. È comprensibile: dopo la barbarie di Salvini, anche un minimo di civiltà democratica, o apparente, sembra una rivoluzione. Ma il “lasciateli lavorare” non ci ha mai portato bene, per il semplice motivo che, se non ci facciamo sentire, difficilmente i nostri interessi, che sono quelli delle classi popolari, saranno al centro delle scelte fondamentali per il paese.

Per questo abbiamo già annunciato che non lasceremo l’opposizione al nuovo governo nelle mani della destra. Intendiamo praticarla sulla base di questioni a nostro avviso decisive se si vuole un vero cambiamento.

Se guardiamo, infatti, al programma di governo le cose apprezzabili sono annunciate in maniera generica, mentre quelle chiaramente negative sono le uniche dettagliate.

Per noi la sfida si gioca sull’abbattimento delle accresciute disuguaglianze sociali. Tutti i dati confermano come la ricchezza privata (circa 10mila miliardi di euro) continui ad essere rappresentata al 95% da patrimoni immobiliari e finanziari, eppure la stragrande maggioranza delle imposte viene ancora dall’Irpef pagata da lavoratori e pensionati. Gli sgravi fiscali, di cui sentiamo parlare spesso, si rivelano pagnotte per le imprese e briciole per i lavoratori. Il boom dei bassi salari, della povertà relativa e del lavoro povero è lì a dimostrarlo con dolorosa evidenza. Insomma, sulla redistribuzione della ricchezza esistente occorrono ormai scelte contundenti che abbattano disuguaglianze diventate inaccettabili. Occorre prima di tutto dare lavoro, implementare i servizi pubblici, un piano casa ma, nella filosofia e nell’impianto di questo governo, di tutto ciò vi sono solo tracce labilissime.

Siamo convinti che le spese sociali e il welfare debbano tornare al centro dello “sviluppo”, e non un’astratta “crescita” che è crescita del profitto privato. La competizione sociale sul welfare è la principale causa della guerra tra poveri e della guerra contro i poveri scatenata nel paese.
 Su questo capitolo le risorse vanno aumentate e non tagliate. Constatiamo però che nel programma di governo si parla di accettare i vincoli di bilancio (dall’art. 81 al vincolo esterno europeo), che non c’è traccia di patrimoniale, di un vero recupero dell’evasione fiscale, cosa che rende impossibile attuare politiche espansive.

E a proposito di lotta alla povertà e di garantire un maggiore accesso ai servizi sociali, spaventa e preoccupa la promessa di PD e 5Stelle di realizzare la Regionalizzazione differenziata: un progetto che non farebbe altro che aumentare le disuguaglianze di un paese già spaccato in due e che non risolverebbe nessuna delle questioni irrisolte nel Meridione, dallo spopolamento e desertificazione industriale, all’assenza totale di infrastrutture e al dominio incontrastato dell’economia mafiosa.

Sull’ambiente il nuovo governo enuncia obiettivi di sostenibilità. Eppure abbiamo verificato come sulle Grandi Opere continuino a prevalere interessi privati, piuttosto che le soluzioni alternative avanzate dai movimenti sociali e ambientalisti. Il Tav e la Tap sono lì a dimostrarlo. Noi vogliamo rovesciare il paradigma che vede nell’ambiente solo una fonte di profitto.

Nella politica internazionale, in un mondo attraversato da conflitti crescenti, dal riarmo nucleare, da una militarizzazione dell’economia che troppo spesso decide i modi della ricerca, delle innovazioni tecnologiche e delle quote delle esportazioni “competitive”, da tempo sosteniamo che l’uscita dai blocchi e dai patti militari, a cominciare dalla Nato, e lo smantellamento delle basi militari e nucleari, sia una condizione decisiva per una politica di neutralità attiva, di promozione della pace e del disarmo. Eppure questa ipotesi non viene nemmeno presa in considerazione dal nuovo governo, che parla delle spese militari e delle missioni all’estero come “spese indifferibili”.

Infine, ma non certo per importanza, il taglio del numero dei parlamentari, che è uno dei provvedimenti bandiera, è un’idiozia. Per tagliare i costi della politica era sufficiente una riduzione delle retribuzioni e dei vitalizi. Ridurre la rappresentanza è, invece, spia di un pesante svuotamento del piano democratico: si sceglie di ridurre le possibilità di accesso quantitativo alle istanze istituzionali, operando una scelta funzionale a una nuova legge elettorale che alzerà ulteriormente gli sbarramenti. Sosteniamo, da sempre, che l’unico sistema elettorale in grado di garantire la rappresentanza democratica sia quello proporzionale, che consente l’accesso in Parlamento a tutte le espressioni politiche della società. Al contrario, ci sembra che il nuovo governo vada verso una legge elettorale che miri a escludere, con sbarramenti e norme, nuove forme di rappresentanza, per tornare ad un sistema di governance blindato e gerarchico.

Potremmo continuare parlando del poco spazio riservato alla questione di genere, a una mancanza di una vera inversione di rotta in termini di politiche migratorie (non c’è l’abolizione del Decreto Sicurezza), dell’affidamento della cultura a Franceschini, come se il suo decreto non abbia già fatto enormi danni… Ma per ora ci fermiamo qui, invitando tutte e tutti a essere vigilanti, ad esercitare il pensiero critico, a non farsi paralizzare dalla paura di Salvini.

Il governo si è ormai presentato, i suoi ministri sono stati nominati. Adesso la parola va ai fatti concreti. Noi ci faremo sentire sostenendo le ragioni di chi ancora aspetta di vedere risolta la sua situazione; ci faremo sentire con le nostre proposte per un cambiamento reale delle priorità sociali e politiche del paese, che non coincidono con quelle che sono state annunciate, né con quelle che probabilmente verranno realizzate. I nostri amici non sono al Governo, ma sono nelle scuole, sui posti di lavoro, nei centri di ricerca dimenticati, nelle strade della logistica, nelle campagne del Sud, negli stabili occupati, nei Cpr,  sui territori in lotta. È la loro voce che vogliamo far arrivare nei palazzi.

mercoledì 4 settembre 2019

VERSO IL NUOVO GOVERNO CONTE


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A breve l'Italia avrà un nuovo governo con la conferma dei pentastellati e la sostituzione della Lega con il Pd ed il sostegno decisivo di Liberi e Uguali che si erano separati proprio dal partito di Zingaretti per divergenze programmatiche anche se l'appeal non è mai morto(vedi:madn liberi-da-cosa-e-uguali-chi? ).
Cosa certa è l'estromissione della Lega,con un Salvini trombatissimo(ma questo avrà uno spazio tutto suo)e rosicone,che già si era visto premier nei suoi sogni ma la realtà è dura anche per lui,già si vede meno in televisione ed è cosa buona e giusta.
L'articolo di Contropiano(bisconte-rinasce-governo-europeista )mette in evidenza l'assenso europeo che gradisce questa nuova alleanza ed il ruolo fondamentale di Mattarella e del premier Conte nel lavoro di avvicinamento di due forze politiche che hanno ingoiato rospi per poter governare.
Non sarà un compito facile e le liti saranno all'ordine del giorno proprio come quando all'esecutivo c'erano i legaioli,ma già alcuni nodi come il Tav sembrano insormontabili,per il resto ci saranno battaglie e le incalzanti voci dell'opposizione per andare al voto.
Ma già sapere che facce di merda saranno sparite dall'esecutivo e dai ministeri per essere sostituite si spera da qualcosina meglio è già una discreta notizia,salvo poi essere smentiti quando ci saranno le prime scelte importanti da fare.

BisConte, rinasce un governo “europeista”.

di  Redazione Contropiano 
Rousseau (la piattaforma) ha dato il placet al nuovo governo Conte. Come previsto da tutti, perché certe operazioni non possono davvero essere lasciate all’incognita delle “opinioni” di iscritti che sono verificati fino ad un certo punto.

Passiamo così dal tre governi in uno dell’esperienza gialloverde al due governi in uno di questa, gialloblu, che si aprirà ufficialmente nella giornata di oggi.

Spariti i maneggioni-pasticcioni della Lega, restano infatti gli uomini di fiducia dell’Unione Europea e una pattuglia di Cinque Stelle che hanno ormai ben compreso chi e soprattutto come comanda anche in questo paese. Se volessimo essere cattivi, dunque, dovremmo dire che si tratta di un “governo e mezzo”. Del resto, lo spread in discesa a 150 punti non lascia dubbi sul “gradimento” degli investitori internazionali per la nuova formula.

Per dare un giudizio completo dovremo attendere la lista dei ministri, ma le caselle fondamentali sono sempre quelle dell’economia. Per sostituire Tria girano i nomi di Roberto Gualtieri e Salvatore Rossi. Il primo, docente di storia, ex dalemiano di ferro, ha solidi raporti a Bruxelles e dintorni; Repubblica lo sostiene a spada tratta e questo è già un giudizio. Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, garantisce più competenza tecnica e altrettanti buoni rapporti, anche con Francoforte, sponda Bce, dove l’ormai imminente ingresso della disastrosa Christine Lagarde (ultimo suo “successo” il terzo default argentino) solleva inquietudini per tutti i paesi che on si chiamino Francia e Germania.

In entrambi i casi, si sente la mano di Mattarella, che sorveglia la formazione di un esecutivo che non si discosti mai – nemmeno a parole (e più di quelle Salvini non ha mai usato) – dalla linea ufficiale dell’Unione.

Si potrebbe ironizzare a lungo sull’autoinvestitura di Luigi Di Maio agli esteri. Il meno che si possa dire è che finalmente frequenterà di un corso di formazione di alto livello, che potrà garantirgli un futuro anche dopo la non felice stagione da leader pentastellato.

Il resto segue. Il “programma” consegnato alle votazioni si è gonfiato fino a contenere 26 punti, tutti molto generici e “declinabili” in diversi modi (come si è visto del resto con “quota 100” e il “reddito di cittadinanza”). Il salario minimo è nella lista, anche se Pd e sindacati complici storcono il naso (come e forse più della Lega), e dunque è prevedibile un percorso travagliato. Così come la “ridiscussione delle concessioni autostradali”, visto che il Pd non è certo meno filo-Benetton dei leghisti…

Sul piano “strategico” – se si può usare questo termine per la poltiglia che viene chiamata “classe politica italiana” – il nuovo esecutivo promette di cancellare l’anomalia emersa nell’ultimo decennio, ossia un movimento confusionario ma capace di raccogliere buona parte del malessere sociale, sulla base di pochi ma incerti “princìpi”. Che infatti sono spariti strada facendo, a parte ovviamente “la piattaforma”, ridotta ormai a feticcio bonario cui affidare la conferma delle scelte fatte dal gruppo dirigente.

Questa “riduzione della complessità” nell’offerta politica lascia intravedere il ritorno al maleodorante bipolarismo obbligato, con conseguente annullamento della dialettica politica (“stai con Tizio o contro di lui?”).

Tanto più che “la sinistra” di fatto entra a far parte dell’esecutivo… LeU, praticamente scomparsa subito dopo il 4 marzo e annichilita dalle elezioni europee, è “risorta” grazie ai suoi pochi parlamentari, indispensabili per raggiungere la maggioranza al Senato. E visto che alle europee avevano fatto lista comune con Rifondazione, per quest’ultima sarà difficile presentarsi credibilmente come “opposizione”. Tanto più che il segretario aveva esplicitamente fatto appello perché nascesse l’alleanza gialloblu (niente è più pericoloso dei desideri che si avverano, pare…).

Il campo dell’opposizione nel paese resta dunque quasi esclusivamente in mano alle destre (Lega, berlusconiani e meloniani), che però dovranno risolvere il prima possibile il problema della leadesrship. Avere come “capitano” in tizio capace di perdere una mano di poker pur avendo quattro assi in mano non sembra una garanzia…

Dal nostro lato c’è Potere al Popolo e un pulviscolo di situazioni di “resistenza puntuale” che non riescono da anni a fare massa critica. La scommessa resta quella di mettere in moto un processo di mobilitazione sociale con chiare indicazioni “di programma” e scadenze ampiamente unitarie.

Ma il tempo stringe. Il conflitto politico, infatti, non perdona chi si se ne tiene lontano troppo a lungo…

venerdì 30 agosto 2019

LOTTARE E' LEGITTIMO,AMNISTIA TOTALE!


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La via tracciata per chi è solidale e complice con i prigionieri politici baschi è opera di un numero elevato di persone,dagli stessi incarcerati nella maggior parte dispersi(a centinaia di chilometri da casa),agli amici e ai loro familiari,a chi crede nell'indipendentismo e nel socialismo basco.
L'intervista proposta da Infoaut(lottare-e-legittimo )a Sendoa Jurado che ha vissuto sulla sua pelle tutta questa situazione,ripercorre gli ultimi quarant'anni abbondanti della richiesta di amnistia dopo quella truffaldina alla fine del franchismo(mai del tutto risolto in Spagna)fino ad arrivare ai giorni nostri con associazioni nate e poi illegalizzate e risorte con altri nominativi.
Lo Stato spagnolo tende a non usare il termine"politica"per le lotte degli abitanti di Euskal Herria in modo da svilire e accantonare le loro legittime rivendicazioni ed appioppargli reati come terrorismo a chi manifesta e fa appunto politica per la propria autodeterminazione.
Rispetto agli anni passati la lotta si è un poco affievolita viste le continue repressioni,gli arresti e gli assassini compiuti dalla polizia spagnola,ma il seme è stato piantato e come spiegato sotto ne contributo l'intensità è minore ma è più capillare,la consapevolezza di avere il destino nelle proprie mani è piantata all'interno dei cuori di migliaia di persone che lotteranno con tutti i mezzi per un'amnistia vera e per proseguire il percorso di liberazione.

“Lottare è legittimo. Amnistia totale!” Intervista a Sendoa Jurado.

Pubblichiamo la prima di due interviste che abbiamo avuto l'occasione di condurre grazie a dei compagni italiani che vivono e militano in Euskal Herria sull'attualità nei Paesi Baschi e della lotta per l'indipendenza e il socialismo. In questa prima intervista abbiamo posto alcune domande a Sendoa Jurado, portavoce del Movimento Per l’Amnistia e Contro la Repressione (Amnistiaren Aldeko eta Errepresioaren Aurkako Mugimendua) sul ruolo di questo movimento e sulla situazione dei prigionieri politici baschi. Buona lettura

Ci spieghi brevemente il tuo percorso di militanza nella sinistra basca?

A 13 anni iniziai ad avvicinarmi ad alcune mobilitazioni dell’Esker Abertzalea. Questo fu il mio primo contatto con la sinistra nazionalista basca, tuttavia non iniziai a militare seriamente se non qualche anno più tardi, soprattutto in ambiti giovanili, inclusi il movimento di occupazione e la Gazte Asanblada (assemblea giovanile), e nonostante mantenessi relazioni anche con qualche altra organizzazione.

Nel 2008 fui arrestato insieme ad altre cinque persone con l’accusa di aver partecipato ad un’azione diretta, nel 2009 a questa imputazione assommarono quella di passare informazioni ad ETA, e per il 2010 l’istruttoria era completamente gonfiata. Alla fine, sommate l’accusa di essere membro di un “gruppo terroristico” e quella di detenere esplosivi, ci chiesero 33 anni di carcere a testa. Infine, la condanna fu di due anni. Durante questo lasso di tempo sono stato membro del Collettivo dei Prigionieri Politici Baschi (Euskal Preso Politikoen Kolektiboa-E.P.P.K.), esperienza che mi è stata molto utile per comprendere il ruolo che gioca la repressione nei confronti dei militanti politici.

Come nasce questo movimento e quali sono le sue caratteristiche?

La nostra organizzazione nasce nella primavera del 2014, due anni dopo la scomparsa di Askatasuna (l’ultima organizzazione che ha difeso l’amnistia) che di fatto fu illegalizzata dall’ Audienza Nazional spagnola. C’erano altre organizzazioni che si occupavano del tema dei perseguitati, ma lo facevano solo da un punto di vista umanitario, e questo non ci sembrò sufficiente.

Crediamo che separare le conseguenze del conflitto (prigione, esilio e deportazione) dalle ragioni che le hanno causate (la lotta contro l'oppressione degli stati spagnolo e francese) sia il modo migliore per perpetrare il problema e rafforzare l’oppressione, poichè riteniamo che in questo modo, invece di tagliare le mani di colui che agita lo scudiscio, si curino le ferite prodotte dalla frusta.

La nostra organizzazione è socialista e indipendentista, decidiamo la nostra linea politica e di intervento attraverso un regime assembleare. Il nostro lavoro è completamente volontario e per questo non percepiamo remunerazioni. Siamo lavoratori che dedicano il loro tempo libero alla militanza.

Qual'è il significato per voi dell'amnistia?

Facciamo nostra la definizione storica dell’amnistia fatta dal Movimento di Liberazione Nazionale Basco (Euskal Nazio Askapenerako Mugimendua-E.N.A.M.): libertà per tutti i militanti politici e superamento delle cause che li hanno spinti a lottare, ovvero la fine dell'oppressione che subiscono la nostra nazione e la sua classe lavoratrice. La fine dell’oppressione sarà la garanzia che le carceri non torneranno nuovamente a riempirsi di militanti, come accadde dopo la falsa amnistia del 1977 che dopotutto favori il franchismo, poichè fu una “legge del punto finale”.

Ad un anno da questa menzionata e cosidetta amnistia del 1977 duecento prigionieri politici baschi erano nuovamente in carcere, e Fran Aldaondo, l’ultimo prigioniero politico basco uscito dal carcere, fu ucciso in un agguato della Guardia Civil. Questo accadde sia perchè non fu data risoluzione al problema di fondo e sia perchè il paese non vedeva altra via di uscita che non fosse la lotta. Vogliamo evitare le false risoluzioni, la risoluzione verrà dal superamento dell’oppressione nazionale e di classe che subiamo.

Ci spieghi qual'è la vostra linea politica e quali sono i vostri obbiettivi?

Lo stato francese e quello spagnolo cercano la despoliticizzazione del conflitto, negando ai perseguitati il riconoscimento del loro status politico. Vogliono convertirlo in un problema di natura terroristica, allo scopo di evitare una via di uscita di carattere politico. Fatto questo, preparano il cammino repressivo con l’intenzione di mantenere il medesimo status quo. Il capitalismo ha bisogno della dissoluzione delle nazioni per poter uniformare il mercato economico, e perpetra lo sfruttamento della classe lavoratrice per continuare a vivere grazie al suo sangue e al suo sudore.

Recentemente abbiamo deciso che focalizzeremo la rivendicazione dell’amnistia sul tema della lotta. Nell’ultimo decennio il Paese Basco ha vissuto un processo di desmobilitazione e questo ci sembra il miglior contributo che possiamo dare alla lotta per la liberazione. “Lottare è legittimo. Amnistia totale!” (“Borroka egitea zilegi da. Amnistia osoa”) sarà la parola d’ordine che utilizzeremo da qui in avanti. Nel cammino per ottenere la libertà vogliamo aiutare a promuovere il paese che combatte.

Come intervenite nella società basca?

Da un lato abbiamo una nostra dinamica peculiare. Portiamo a termine mobilitazioni, dibattiti pubblici e dinamiche di coscientizzazione. Oltre a promuovere un discorso sull’amnistia, denunciamo i casi di repressione che avvengono in Euskal Herria e, come dicevamo poco fa, difendiamo la legittimità della militanza politica e della lotta.

Non possiamo non menzionare un importante impegno che abbiamo preso sin dall’inizio: nessun prigioniero politico rimarrà senza sostegno per aver mantenuto una posizione dignitosa. Ci occupiamo del sostegno umano e politico ai 6 prigionieri che, essendo in disaccordo con la lettura politica del Collettivo dei Prigionieri Politici Baschi, sono usciti dall’EPPK (Euskal Preso Politikoen Kolektiboa).

Dall’altro lato, manteniamo contatti con altre soggettività del movimento popolare, e di recente abbiamo fatto una scommessa per investire nel rafforzamento di queste relazioni. Di conseguenza, nei prossimi mesi vogliamo consolidare questi rapporti nel rispetto dei reciproci ambiti e della reciproca indipendenza.

Come è cambiata negli ultimi trent'anni la società basca e quali sono per voi le prospettive di attualizzazione della causa indipendentista e socialista?

È completamente cambiata. È sceso il livello di mobilitazione e il movimento popolare si è indebolito. Non è stato qualcosa di casuale, poichè gli stati francese e spagnolo hanno investito molto denaro e messo in marcia moltissimi dispositivi per poter assimilare il Paese Basco attraverso la disinformazione e la repressione.

A questo si dovrebbe aggiungere il ruolo dei mediatori internazionali che sono venuti a realizzare il “processo di pacificazione”. In realtà quello che hanno fatto, come in altri paesi del mondo, è stato disattivare la lotta. L’unica cosa che hanno chiesto agli oppressori è stata quella di avere delle modalità repressive “più umane”. Questi stessi chiamano pace il non rispondere alla repressione, e questo significa legittimare e rinforzare la violenza strutturale.

Per quanto riguarda il Movimento di Liberazione Nazionale Basco (E.N.A.M.-Euskal Nazio Askapenerako Mugimendua) si è mosso in un processo di dissoluzione per covertirsi alla socialdemocrazia nel 2009. Al posto di destabilizzare le strutture degli stati, vi ci si sono introdotti negando il confronto e facilitando l’assimilazione del Paese Basco.

Nonostante tutto questo, negli ultimi anni in Euskal Herria sono nate nuove espressioni di lotta. Anche se le forze sono ancora divise, si sta aprendo il cammino necessario per praticare la lotta. Il nostro non è ancora un paese assimilato. Versiamo in una grave situazione, ma credo che ci siano ancora alcuni elementi per cui essere fiduciosi. Una pluridecennale volontà di lottare non può estinguersi da un giorno all’altro, e sono sicuro che la semina di un tempo darà i suoi frutti.

Come sono cambiati negli ultimi anni i dispositivi di attacco al movimento basco dello stato spagnolo non solo dal punto di vista della repressione, ma anche da quello della costruzione del discorso di criminalizzazione e emergenza politica?

Non possiamo dimenticare che le aggressioni non provengono solo da parte dallo stato spagnolo. Anche lo stato francese ci opprime allargando la divisione nel paese. In ogni caso, la repressione si conforma sempre alla situazione in relazione al livello di resistenza che incontra, fermo restando che di fronte ad una maggiore resistenza anche la repressione si farà maggiore. Gli stati lasciano sempre una via di uscita, e questa via di uscita è la resa. Con l’intenzione di promuovere questa capitolazione adeguano il livello repressivo.

D’altra parte stiamo vedendo come la repressione stia interessando settori sempre più ampi. L’intensità è minore, ma più diffusa. L’obbiettivo è quello di bruciare anche l’ultimo seme di resistenza, ma in Euskal Herria abbiamo costruito un enorme semenzaio nel corso degli anni. Non gli sarà facile.

In questo momento sono impegnati nel mistificare il passato con l’intenzione di condizionare il futuro. Ed è per questo che vogliono vietare gli “ongietorriak” (celebrazioni di benvenuto) che il paese organizza per i prigionieri politici quando vengono scarcerati. Il pretesto è quello di essere offensive per la memoria delle vittime, ma ciò che c'è dietro è la volontà di presentare i militanti politici come terroristi. Queste celebrazioni mettono a gambe all’aria questo teorema, perché servono ad evidenziare la natura politica del conflitto.

Ci spieghi quali sono attualmente le condizioni dei prigionieri politici baschi?

Continuano ad essere gravi. Il ricatto contro i prigionieri politici infermi non si è fermato improvvisamente e si vuole spingerli a scegliere tra pentirsi o morire. La Dispersione prosegue ed alcuni prigionieri politici vengono mantenuti a più di mille chilometri di distanza da casa. Alcuni di loro continuano ad essere detenuti in regime di isolamento.

In Francia sí è stato concesso ai prigionieri un avvicinamento generalizzato, ma non lo hanno concesso alle prigioniere, mantenendole detenute in Bretagna o nei dintorni di Parigi. Questo è quello che lo stato francese ha concesso in cambio della consegna delle armi da parte di ETA. Proprio qui la Procura si sta invece dimostrando sfavorevole alla concessione della libertà condizionale per i prigionieri politici con una condanna di lunga durata, sebbene alcuni di loro siano in carcere da quasi 30 anni. Negli ultimi anni il tribunale di Parigi ha imposto anche parecchi ergastoli.

Tornando in Spagna, circa 100 prigionieri politici devono ancora scontare lunghe pene detentive, che in alcuni casi raggiungono i 40 anni. Nel loro caso, l’intenzione dello stato spagnolo è quella di far scontare la condanna nella sua interezza, e ad alcuni rimane da scontare la parte più consistente della pena.

Di fronte a questo non ci passa per la testa di accettare questa situazione, e continueremo a chiamare alla lotta, fino ad ottenere un Paese Basco senza prigionieri politici, indipendente e socialista, fino a concretizzare l’amnistia.

giovedì 29 agosto 2019

DEMOCRAZIA BRITANNICA IN PERICOLO


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In Gran Bretagna è stata messa in atto un'azione molto forzata in modo da arrivare ad una Brexit hard,senza nessun accordo con l'Unione Europea e che ha fatto impallidire le opposizioni britanniche,un superamento a piè pari della democrazia avallato dalla regina.
In pratica dal 9 settembre al 14 ottobre i lavori parlamentari saranno chiusi,e la data finale del 31 ottobre già posticipata una volta,quella dell'addio Europa,sarebbe troppo vicina per eventuali discorsi di un'uscita più formale e"comoda".
Il sempre più trumpiano nei modi Boris Johnson si mette di traverso e a braccio teso blocca il sistema con questo modo in cui la soluzione è già deciso almeno sulla carta,in quanto in poco tempo si sono già raccolte più di un milione di firme per impedire questo tecnicismo lesivo alla democrazia.
Articolo di Left:bye-bye-democrazia-johnson-chiude .

Bye bye democrazia: Johnson chiude il Parlamento, per forzare una Brexit senza accordo.

di Sabrina Certomà   
La “soluzione nucleare” – così chiamata per il suo carattere “estremo” – è stata adottata: il premier britannico Boris Johnson ha chiesto e ottenuto dalla regina Elisabetta di sospendere i lavori del Parlamento pochi giorni dopo il rientro dei parlamentari dalla pausa estiva e solo qualche settimana prima della data fissata per il divorzio definitivo del Regno Unito dall’Ue, il 31 ottobre.

Johnson ha intenzione di lasciare a casa i deputati dal 9 settembre al 14 ottobre, giorno in cui è fissato il discorso della Regina sulle politiche del nuovo governo. Si ridurrebbe, così, drasticamente il tempo a disposizione del fronte trasversale dei deputati contrari al No deal per cercare di neutralizzare con una legge i piani del governo per una hard Brexit – senza accordo. Il premier ha, tuttavia, negato subito che si tratti di una mossa per impedire il dibattito con la Camera dei Comuni, sostenendo che Westminster avrà tempo a sufficienza per discutere dei termini della Brexit: «Serve ad andare avanti con i piani per far progredire il Paese. È falso, stiamo presentando nuove leggi su crimine, ospedali, istruzione. Ci sarà tutto il tempo dopo il vertice del 17 ottobre (Ue sulla Brexit, ndr) per dibattere la Brexit».

Immediata la reazione delle opposizioni: in base alla “Costituzione” del Regno Unito, infatti, la Regina può opporsi a quello che formalmente è un “consiglio” del premier, ma per convenzione questo non avviene. Il leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, aveva addirittura scritto una lettera alla Regina per esprimerle le sue preoccupazioni chiedendole un incontro urgente. «Sono inorridito dalla sconsideratezza del governo Johnson, che parla di sovranità e che tuttavia sta cercando di sospendere il Parlamento per evitare l’esame dei suoi piani per una spericolata Brexit senza accordo. Questo è un oltraggio e una minaccia per la nostra democrazia», ha sottolineato Corbyn indignato.

Anche lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, ha commentato in modo perentorio la mossa: «Si tratta di un oltraggio costituzionale. Non importa come la si presenta, è ovvio che il fine sarebbe quello di impedire al parlamento di dibattere la Brexit e fare il proprio dovere nel modellare la strada per il Paese… chiudere il Parlamento sarebbe un’offesa al processo democratico e ai diritti dei deputati». Il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, ha espresso il suo disaccordo twittando: «Sembra che Boris Johnson stia per chiudere il Parlamento ed imporre una Brexit senza accordo. A meno che i parlamentari si uniscano per fermarlo, la prossima settimana, oggi verrà ricordato come un giorno nero per la democrazia britannica». Chiude il responsabile per la Brexit dei Liberaldemocratici Tom Brake, sostenendo con durezza che «Johnson ha appena lanciato il guanto di sfida alla democrazia parlamentare. La madre di tutti i parlamenti non gli permetterà di escludere il Parlamento dalla più importante decisione per il nostro Paese. Risponderemo alla sua dichiarazione di guerra con un pugno di ferro».

Intanto, la petizione che chiede di bloccare la sospensione del Parlamento ha già superato le 300mila firme in sole tre ore. Bruxelles reagisce con cautela: la Commissione europea non ha commentato, limitandosi a ricordare che per raggiungere un accordo, ci vogliono in tempi brevi «proposte che funzionino». A seguito degli ultimi sviluppi è possibile che la prossima settimana, al rientro dei deputati dalla pausa estiva, il partito di opposizione laburista presenti una proposta di legge per bloccare la sospensione del Parlamento, seguita da una mozione di sfiducia al governo. In questo caso, Johnson potrebbe scegliere di non dimettersi, convocare elezioni anticipate e sciogliere addirittura la Camera dei Comuni. In questo modo, una Brexit senza accordo avverrebbe praticamente in automatico.

mercoledì 28 agosto 2019

LA TERRA BRUCIA,DI NUOVO


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Ogni sorta di commento e di triste verità sui roghi che dall'inizio dell'estate stanno attanagliando non solo il nord della terra(madn lestremo-nord-del-pianeta-in-fiamme )ma un poco tutto il globo non ultimo il Brasile,è un punto in più contato nel paniere delle realtà scientifiche che alcuni"grandi"del mondo continuano a non dare ascolto.
L'Amazzonia che brucia grazie al consenso diretto del premier Bolsonaro è l'esempio lampante del più totale menefreghismo e rispetto verso la natura,migliaia di focolai appiccati per avere a disposizione più terreni per pascoli e colture sono il prezzo che i brasiliani in maniera diretta e tutti noi indirettamente stiamo pagando.
Nell'articolo(contropiano brasile-gli-incendi )tutta la consapevolezza di un disegno criminale che ha fatto sì che tutti gli incendi siano stati calcolati a tavolino ed appiccati assieme,centinaia di ettari bruciati,milioni di animali che non hanno una casa e una quantità enorme di fumo sprigionata nell'atmosfera.
Gli appelli dei grandi compagni come Chavez e Castro rimasti inascoltati per anni,il capitalismo che consuma e distrugge non solo l'uomo ma anche la natura,interessi milionari dietro a tutta questa terra bruciata che gli incendi si lasciano dietro.

Brasile. Gli incendi in Amazzonia sono stati coordinati?

di  Resumen Latinoamericano 
La polizia brasiliana sta indagando sulle azioni incendiarie causate in Amazzonia. In particolare si indaga su una settantina di persone che il 10 agosto hanno partecipato ad un gruppo con messaggi su whatsapp, coordinando le azioni per bruciare campi e foreste. In quella data il numero di fonti di fuoco è aumentato improvvisamente in Amazzonia
Al centro delle indagini ci sono città come Altamira, nel Pará, il comune purtroppo in testa per la quantità di incendi e la deforestazione in Brasile, e poi il distretto di Cachoeira da Serra, uno dei poli agricoli più contestati dagli agricoltori.

Sta emergendo che oltre 70 persone, di Altamira e Novo Progresso, tra sindacalisti, agricoltori, commercianti e accaparratori di terre, si sono unite attraverso un gruppo di WhatsApp per bruciare i dintorni della BR-163, la strada statale che collega questa Regione del Pará con i porti del fiume Tapajós e dello stato del Mato Grosso.
 La loro intenzione era quella di dimostrare al presidente Jair Bolsonaro il loro sostegno alle sue idee di “allentamento” della supervisione di Ibama e forse di ottenere il perdono delle multe per violazioni ambientali.
Su richiesta del procuratore di Novo Progresso, il delegato Daniel Mattos Pereira, della polizia civile, ha ascoltato alcune persone legate alla “Giornata del fuoco”, ma finora nessuno è stato arrestato.
I comuni di Castelo dos Sonhos e Novo Progresso hanno ricevuto numerose lamentele da parte degli agricoltori che affermano di essere stati danneggiati dagli incendi. Molti recinti, pascoli, raccolti e animali sono andati persi, tutti divorati dal fuoco.

Dopo che la denuncia del “Fire Day” (Il giorno del fuoco) è stata resa pubblico, una nuova versione circola in tutta la regione. Il contadino Nair Brizola, di Cachoeira da Serra, fa eco ad una storia che ormai ascoltiamo ovunque. È venuto da noi mentre guidava lungo la Bucha Road, dove il nostro team ha documentato un incendio.
“Siete ambientalisti?” ci ha urlato dall’interno del suo camion.
– “No. Siamo giornalisti”
 – “Bene. È fantastico “, ha risposto.
– “Chi dà fuoco qui?», Chiedo
– «È ICMBio [l’acronimo si riferisce al Chico Mendes Institute for the Conservation of Biodiversity]. C’era una motocicletta nera che bruciava tutto qui. E sono andati a casa mia con questa bici attaccata al loro camion. Era scritto sulla porta”
Non sapendo che la nostra conversazione veniva registrata, Nair ha continuato:  “Queste persone, se ti vedono, sono già armate, ti fermano, prendono già il tuo cellulare. Non puoi fare niente. I camion che hanno fatto tutto questo terrore sono scritti in ICMbio. Il presidente Bolsonaro ha ragione quando afferma che queste ONG sono coinvolte negli incendi ”, aggiunge.
“Ma ha anche detto che possono essere agricoltori”, gli chiedo.
“Non dirò che l’uno o l’altro non lo sta facendo, ma a dare fuoco lungo la strada  (la BR 163, ndr) non sono stati i contadini”.
La vegetazione molto secca sul lato della strada continua a subire incendi che interrompono il traffico sulla BR 163. Entrando nelle strade sterrate incontriamo una vasta area di foresta che brucia in fiamme.
Un grande incendio ha bruciato intorno a un’area forestale primaria. Il fuoco è stato posizionato strategicamente intorno alla foresta, proprio quando il vento ha sospinto le fiamme. Il trattorista, Erisvã da Conceição Silva, sta arando un terreno, che un tempo era una foresta,  preparando così l’area per piantare cereali.
“Chi l’ha dato alle fiamme?” Chiedo.
“Questo incendio è venuto dalla strada dall’altra parte”. Indica il lato opposto della foresta dove sarebbe praticamente impossibile aver causato l’incendio, per una semplice ragione. Non c’era fuoco lì.
Mentre gli stavamo parlando, il fuoco si è esteso tra gli alberi. Uccelli e insetti sono usciti disperatamente dalla foresta. Continuiamo qui a indagare sulla data della “Giornata del fuoco” che nessun altro dimenticherà. Il 10 agosto 2019, quando sono scoppiati diversi incendi criminali in Amazzonia che hanno spaventato il mondo intero. Gli stati di Rondônia, Acre, Amapá, Mato Grosso, Amazonas e Pará sono stati bruciati nello stesso tempo. Ci sono incendi che di solito si verificano spontaneamente nella stagione secca, ma non in tali proporzioni.

fonte: Resumen Latinoamericano

martedì 6 agosto 2019

NESSUNA FOLLIA,SOLO UN'INSANA PREMEDITAZIONE


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Fa sempre più schifo la situazione negli Stati Uniti a fronte delle continue stragi,la maggior parte perpetrate da suprematisti bianchi bombardati di messaggi razzisti del presidente Trump che in maniera ancora più vergognosa parla di questi suoi seguaci in termini di follia.
A El Paso in Texas e a Dayton in Ohio nel giro di poche ore ci sono state ventinove vittime tutte trucidate con armi d'assalto,e sono 246 le uccisioni riconducibili a fatti simili:l'articolo preso da Infoaut(conflitti-globali )parla giustamente di una guerra civile a bassa intensità,un continuo accumulo di odio razziale che a volte sfocia in violenza premeditata,altro che gesti di pazzia,il tutto è pianificato per avere il maggiore numero di cadaveri.
E se ispanici come nel caso texano in quanto la matrice di odio criminale razzista è stata evidente fin da subito,ancora meglio,la guerra ai migranti,le continue parole sul muro al confine messicano,il continuo discorso sulle presunte invasioni fanno da motore a questi idioti ben armati.
Ovvio che il mandante politico sia proprio Trump,e non è solo una questione americana ma piuttosto globalizzata,Norvegia e Nuova Zelanda(citate esplicitamente nel manifesto dell'assassino di El Paso)insegnano che il problema è mondiale,e anche l'Italia non è esente da questo discorso seppure su scala più ridotta,sia in numeri che in capacità mentale dei politici razzisti di riferimento.

USA: Guerra civile a bassa intensità.

Una guerra civile negli Stati Uniti c'è già stata e forse in fondo continua ad esserci. E' una guerra civile ma anche una guerra di classe dall'alto e una guerra intracapitalistica, ma giocata sulla pelle dei proletari. In fondo era già così: industriali "progressisti" del Nord contro latifondisti schiavisti del Sud, ma chi andava a morire? Oggi si può dire che a contrapporsi siano le elites metropolitane dell'informatica e della finanza contro il vecchio capitale del carbone e del petrolio, ma i morti sono sempre altri. Una lotta serrata che ha come campo della contesa l'organizzazione, l'integrazione, la soggettività della forza lavoro e dei suoi consumi.

I morti per sparatorie di massa negli Stati Uniti dall'inizio dell'anno sono stati 246, con 979 feriti, in 249 assalti. Sempre più spesso a premere il grilletto sono suprematisti bianchi, giovani con simpatie trumpiane e nazisti e fascisti di varia specie. Va subito sgomberato il campo da quel pensiero che vorrebbe definire questi attentati come episodi di "follia omicida", gli attentatori come "lupi solitari" che nella loro vita disagiata partoriscono massacri per un momento di notorietà. Non si tratta di questo, o meglio non solo di questo. La guerra civile americana ha un preciso costrutto ideologico e il preciso ruolo di disporre la linea dei conflitti sociali su piani etnici e razziali piuttosto che su quello di classe. Non bisogna cadere nell'errore di considerare questo fenomeno come un risultato solo delle politiche di Trump, di fatto è, sul lungo, una proiezione interna di quella "guerra di civiltà" che, bipartisan, repubblicani e democratici hanno esportato in giro per il mondo. E così l'attentatore di El Paso, Texas, Patrick Crusius di 21 anni, dal suo profilo twitter rivendica: «Vendicare il Texas dall’invasione ispanica» facendo riferimento una linea di conflitto antica di quasi duecento anni, fin dalla contesa geopolitica tra Messico e Stati Uniti sullo stato della stella solitaria e a uno dei primi esperimenti colonialisti degli yankees.

Ma non solo: a Patrick Crusius è attribuito un manifesto pubblicato sul forum 8chan in cui spiega le motivazioni che l'avrebbero spinto a compiere la strage. Al centro commerciale il 3 agosto sono stati presi di mira dall’americano, molti bambini, evidentemente come conseguenza della sua teoria suprematista per cui gli immigrati di prima generazione accettano i lavori più umili, invece i loro figli, i cosiddetti “dreamers” vogliono «vivere il sogno americano»: “La loro colpa è quella di laurearsi in cerca di un lavoro più qualificato di quello dei loro padri, e questo crea un mercato del lavoro troppo competitivo per cui gli studenti americani si trovano a svolgere lavori sottopagati”. Anche qui è evidente come la fine della mobilità sociale negli Stati Uniti è attribuita agli immigrati invece che al capitalismo made in USA e alla sua voracità. Il successivo passaggio poi ha del grottesco, ma è indice di come ancora una volta il suprematismo bianco e il fascismo siano un coadiuvato del darwinismo sociale capitalistico americano e non una sua estraneità; Crucius sostiene che gli ispanici contribuiscono ad esaurire le risorse naturali a disposizione degli americani. “Gli immigrati ispanici sono migranti economici, sono disposti a tornare nei loro Paesi. Per farlo hanno bisogno di un incentivo che io, e altri patrioti americani, dobbiamo dare”, così che gli Americani abbiano maggiore risorse da sfruttare per le loro cattive abitudini di fronte a una sempre minore sostenibilità dello stile di vita liberista per il pianeta. La crisi ambientale viene dunque ammessa, ma ricondotta all'eccessiva presenza di migranti e al fatto che sia inevitabile dover scegliere chi vive e chi muore (e naturalmente a vivere dovranno essere i WASP americani).

L’episodio più sanguinoso di mass shooting è stato proprio quello di El Paso (20 morti e 26 feriti), seguito da quello di Virginia Beach (31 maggio, 13 morti e 4 feriti) e da quella al Garlic festival di Gilroy, California (28 luglio, 4 morti e 12 feriti) per mano di un altro suprematista bianco con origini italo-iraniane.

E' necessario però ancora soffermarsi su un altro aspetto collegato alla sparatoria di El Paso e cioè sulla manipolazione comunicativa utilizzata da canali filo governativi per spostare l’attenzione sulla responsabilità di tali massacri, dall’ideologia suprematista a sostegno del darwinismo sociale, a iniziative non benvenute di gruppi antirazzisti e antifascisti previste nel mese di agosto e settembre alla muraglia con il Messico.

Il giornalista conservatore Andy Ngo ha subito mostrato con un tweet un volantino in cui la gente lanciava frecce contro una torre vicino a quella che sembrava essere una barriera di confine. Il volantino invitava al “Border Resistance Tour”, per 10 giorni a El Paso, destinato a mettere in evidenza i maltrattamenti in corso di immigrati al confine meridionale. I media hanno ripreso tale comunicazione focalizzando e mistificando l’informazione torcendola nel rendere responsabili tali gruppi e iniziative nell’aver innescato una “reazione americana”.

Il governatore texano Dan Patrick, repubblicano, intervenuto alla Fox News sui fatti della sparatoria ha esplicitamente messo in guardia gli Antifa dall'andare a El Paso dopo le sparatorie di sabato.

Di fatto anche qui la retorica che viene innescata è chiara, ogni guerra civile anche a bassa intensità ha bisogno di due americhe contrapposte, da un lato quella bianca, stufa e arrabbiata, provocata dall'immigrazione senza controlli e quella pro-immigrazione, contro l'identità USA e che vuole sabotare dall'interno il paese. Gli Antifa dunque secondo questa manipolazione diventano provocatori, nemici della patria che con le loro azioni sconsiderate attivano la reazione di patrioti folli e omicidi certo, ma esasperati. I conservatori cuciono addosso ai militanti antirazzisti e antifascisti un vestito perfetto per legittimare ancora una volta la contrapposizione sul terreno della guerra civile. Chissà se i molti e le molte giovani che si stanno opponendo alle politiche trumpiane con generosità riusciranno a comprendere questa trappola e a rifiutare il terreno della guerra civile chiedendosi piuttosto quale sia la strada per rovesciarla in una possibile guerra di classe?

giovedì 1 agosto 2019

L'ESTREMO NORD DEL PIANETA IN FIAMME


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Il cambiamento climatico i cui effetti si stanno verificando sempre più a livello globale anche in zone mai prima toccate,sta attanagliando in queste settimane parecchie zone all'altezza del circolo polare artico,e la Siberia è la terra più danneggiata visti i continui incendi.
Ma anche territori in Canada,Groenlandia,Alaska e nel nord della Scandinavia non sono esenti dalle fiamme,ed i venti portano fuliggine,gas serra(soprattutto anidride carbonica)e calore eccessivo anche nella zona artica producendo uno scioglimento ancora più veloce dei ghiacci.
La situazione non è tollerabile da decenni e c'è chi ancora non crede al riscaldamento globale o meglio non dà importanza ad esso(vedi:madn gli-interessi-del-capitale-nelle-scelte di Trump )e gli accordi internazionali sul clima vengono mestamente disattesi.
L'articolo(www.repubblica ambiente siberia_in_fiamme )parla della grave criticità non solo nell'estremo nord del pianeta ma in tutte le zone della terra,con un clima che non è impazzito per farci un dispetto ma che è diretta conseguenza delle nostre scelte.

Siberia in fiamme: roghi mai così distruttivi per suolo e clima.

Brucia un'area grande quanto il Belgio, scaricando in atmosfera milioni di tonnellate di gas serra. Un circolo vizioso alimentato dal riscaldamento globale e che ne aggrava gli effetti, lì dove una bomba climatica è pronta a esplodere

di MATTEO MARINI

Quello che sta accadendo sulla linea del Circolo polare artico sta innescando una spirale distruttiva alla quale l’uomo non ha mai assistito. Non in tempi storici. Gli incendi, soprattutto in Siberia, ma anche (seppur in misura minore) in Canada, Groenlandia e Alaska, imperversano da almeno due mesi. Nelle zone più settentrionali e più remote della Russia basta un fulmine ad accendere roghi che non vengono contenuti e da settimane devastano vastissimi territori, alimentati dal vento e dalle alte temperature.

 Il riscaldamento globale sta creando le condizioni per il proliferare delle fiamme e le fiamme stesse lo alimentano scaricando nell’atmosfera milioni di tonnellate di CO2, riscaldando ancora di più l’Artico, in un circolo vizioso che alimenta il climate change. Tutto questo sta accadendo in una zona che nasconde una bomba climatica a orologeria pronta a esplodere.

Anche nelle regioni solitamente più fredde della Russia, le temperature massime sono arrivate fino a 30 gradi centigradi. La stima al 30 luglio segnala più di 3,2 milioni di ettari preda delle fiamme, soprattutto nella Jacuzia, la vasta regione russa nella Siberia nordorientale, e a Krasnoyarsk e Irkutsk. Una superficie paragonabile al Belgio. E in meno di due mesi gli incendi che contornano il Circolo Polare artico hanno emesso anidride carbonica (il gas serra “per eccellenza”) per 100 milioni di tonnellate, proprio come il Belgio in tutto il 2017. Lo testimoniano anche le immagini dei satelliti della costellazione europea Copernicus Sentinel diffuse dall’Agenzia spaziale europea.

Spegnere le fiamme non conviene.

La prima difficoltà che stanno avendo le autorità russe è la distanza degli incendi, spesso a migliaia di chilometri dalle principali città, aspetto che rende 'antieconomico' raggiungerli per spegnerli. Così vengono solamente monitorati. Per stessa ammissione del governo, non è conveniente ancora spostare personale in massa, perché le fiamme non minacciano centri abitati. Il fumo però viaggia veloce, spinto dalle correnti, così anche il sole nelle città è velato dalle nubi grigie che arrivano da lontano. Come a Krasnoyarsk, la terza città più grande della Siberia, dove gli abitanti comincino a respirarle.

Anche per questo, secondo quanto riporta il sito del governo russo, è stato dichiarato lo stato di emergenza in almeno cinque regioni: "La situazione più difficile è nella regione di Irkutsk, nel territorio di Krasnoyarsk, nella Repubblica di Sakha (Yakutia) e in Buriazia” ha dichiarato Dmitry Nikolaevich Kobylkin, ministro delle Risorse naturali e dell'ambiente della Federazione Russa. Per far fronte alla situazione, sono stati inviati aeroplani, elicotteri e paracadutato personale per tentare di contenere le fiamme. Uno sforzo che finora non sembra dare risultati.

L'intervento del governo è al centro delle polemiche sui social network, dopo che lo stesso Kobylkin ha dichiarato che "gli incendi sono fenomeni naturali comuni e combatterli è senza senso; a nessuno viene in mente di affondare un iceberg per rendere più tiepida la temperatura in inverno". Online gli hashtag #SalvateLaSiberia e #LaSiberiaBrucia sono diventati gli slogan della protesta.

La spirale del climate change.

Ma quello degli incendi al Circolo polare non è solo un problema regionale ma sta alimentando la crisi climatica globale. Secondo la World meteorological organization (Wmo) le foreste boreali stanno bruciando a un ritmo mai visto da 10.000 anni a questa parte. Le fiamme si spingono sempre più a nord, ingoiando anche gli ettari di tundra, vegetazione bassa, resa sempre più secca dal global warming e dalla siccità. In queste regioni il clima da anni è destabilizzato, il vortice polare è debole e le incursioni di aria calda fanno innalzare le temperature anche 10 o 20 gradi in più rispetto alla media.

Secondo Greenpeace Russia, quest’anno sono andati in fumo 12 milioni di ettari in queste regioni e riducendo la capacità della foresta di assorbire l'anidride carbonica. “E c'è l'ulteriore problema della fuliggine che cade sul ghiaccio o sulla neve favorendone lo scioglimento perché, scurendo la superficie, ne riduce la riflettività e intrappola più calore", ha spiegato l'Organizzazione meteorologica mondiale all’Afp.

È il meccanismo associato al global warming che più preoccupa, perché si autoalimenta: "Il Polo Nord è una delle regioni più sensibili del globo – sottolinea Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio di modellistica climatica dell’Enea – qui la differenza sostanziale è il calore. La temperatura più alta fa sciogliere più ghiaccio rispetto agli anni precedenti. Ghiaccio che non fa in tempo a essere sostituito da quello nuovo durante l’inverno. E libera vaste zone di oceano che, essendo più scuro, assorbe più calore dai raggi solari rispetto alla superficie bianca, che invece lo riflette verso lo spazio". Questo processo aumenta anche la temperatura del mare, che scioglie più ghiaccio. E si ricomincia.

I gas serra nel permafrost.

Le regioni attorno al Circolo polare artico sono considerate, da molti climatologi, una bomba a orologeria. Anche il permafrost (letteralmente: gelo permanente), il terreno ghiacciato caratteristico di queste latitudini, si sta sciogliendo a causa dell’aumento delle temperature e, ora, anche degli incendi senza precedenti. Intrappolati nel permafrost ci sono miliardi di tonnellate di gas serra (come il metano) che potrebbero essere liberati e scaldare ancora di più il pianeta. Secondo uno studio del Cnr pubblicato nel 2016, questo 'gigante dormiente' nasconde 1.400-1.700 miliardi di tonnellate di carbonio equivalente che potrebbero riversarsi in atmosfera nel corso dei prossimi due secoli sotto forma di CO2 o metano. Per fare un confronto, ogni anno le emissioni dell'uomo si aggirano attorno ai dieci miliardi di tonnellate di carbonio equivalente. E come se questo non bastasse, si teme che dal permafrost che si scioglie, accanto a carcasse di mammuth e tigri dai denti a sciabola, si risveglino antichi virus risalenti all’era glaciale.