mercoledì 11 aprile 2018
IL MEDITERRANEO PRESIDIATO DALLE NAVI DA GUERRA
Mentre la politica italiana si guarda l'ombelico e si è ancora in una fase di stallo,appena fuori casa nostra ci sono le grandi manovre militari che interessano il Mediterraneo con navi americane e francesi contro la flotta russa,mentre anche Gran Bretagna,Arabia Saudita e Israele affilano i coltelli e l'Iran sta guardingo ma pronto ad intervenire mentre la Turchia,beh lei sta già bombardando il territorio curdo posto al di sotto del confine siriano da tempo.
Nell'articolo di Contropiano(siamo-gia-in-guerra-nel-mediterraneo )l'imminente attacco statunitense con la Russia già decisa non solo a intercettare i missili di Trump ma pronti a colpire le piattaforme delle navi in mare e le basi a terra,tant'è che l'Eurocontrol(l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli)ha già diramato l'allarme per i prossimi tre giorni per eventuali proliferazione di missili nei cieli mediorientali.
Le proteste russe fanno seguito all'intervento Onu che ha bocciato la risoluzione Usa,e gli stessi politici sotto Putin affermano che un'eventuale attacco devastante coprirebbe le prove inesistenti dei presunti attacchi chimici di Assad.
Siamo oltre l'orlo di una nuova guerra mondiale ma almeno qui da noi si fa fatica solo a pensarlo,figuriamoci ad accettarlo(vedi anche:madn la-spartizione-siriana ),ricordando che altri conflitti come quello in Iraq nel 2003(quella di Bush figlio e Blair,vedi:madn blair-bliar )e Libia,da cui partirono le varie primavere arabe,sono padri e madri del conflitto siriano.
Siamo già in guerra. Nel Mediterraneo…
di Dante Barontini
Siamo già in guerra, qui, alle porte di casa. E paradossalmente non sorprende che soltanto la “classe politica italiana” di tutto si occupi, meno che di questo. E’ il segno della sua irrilevanza nel contesto europeo e Nato, dove ogni decisione può esser presa senza che il governo o il parlamento di questo paese possa neanche interloquire. O accorgersene.
Siamo in guerra, perché? Di sicuro non per il sempre più presunto “uso di armi chimiche” da parte di Assad. A dirlo non è solo la logica (nell’area di Douma erano rimasti asserragliati pochi gruppi legati all’Isis – teoricamente nemici dell’Occidente – e dunque era militarmente e politicamente insensato usare armi proibite per risolvere un problema ormai secondario), ma quello che è avvenuto ieri all’Onu, nel Consiglio di Sicurezza.
Gli Stati Uniti hanno presentato una risoluzione per creare un nuovo meccanismo per indagare sui presunti attacchi chimici di Douma. Con l’astensione di Cina e Bolivia e il veto russo, la risoluzione è stata respinta. Così come una risoluzione russa che chiedeva l’invio di truppe Onu nella zona, con il compito anche di verificare se l’uso di armi chimiche ci fosse stato davvero.
La cosa “strana” è che in Siria è già presente un gruppo di esperti dell’”Organizzazione delle Nazioni Unite per la prevenzione delle armi chimiche” (UN-OPCW). Ma questo gruppo non ha fin qui segnalato nulla a carico delle truppe di Assad.
Di fatto, gli Stati Uniti volevano poter scegliere un nuovo gruppo di “esperti”, garantendosi dei report sufficientemente ambigui da giustificare un attacco a un paese ai sensi del Capitolo VII della Carta Onu, che permette anche operazioni militari contro lo stato sottoposto a “capitolo VII”.
La copertura legale non è stata insomma ottenuta, al contrario di quando fu spedito Colin Powell a sventolare una boccetta che avrebbe dovuto contenere antrace (ed era falso), ma questo non ha fermato affatto i preparativi di guerra da parte degli Usa e degli alleati locali (Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Israele). Navi da guerra americane e francesi hanno preso a dirigersi verso la costa orientale del Mediterraneo e aerei di Mosca hanno sorvolato a bassa quota queste navi per far capire che il gioco sta diventando molto rischioso.
Una conferma indiretta ma chiarissima è arrivata anche da Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli, che ha allertato tutte le compagnie aeree civili con voli sul Mediterraneo orientale per via di “possibili attacchi missilistici sulla Siria nelle prossime 72 ore”. In particolare, Eurocontrol ritiene probabili blackout sulle trasmissioni radio, provocati dagli aerei speciali Usa, che abitualmente usano questa tattica prima si bombardare, per incontrare una resistenza antiaerea meno efficace e coordinata.
Anche al livello delle cancellerie lo schema è ormai chiarissimo, con la Francia del finanziere Macron in prima fila: la Francia “annuncerà le sue decisioni nei prossimi giorni. In nessun caso le decisioni che prenderemo avrebbero tendenza a colpire alleati del regime o colpire chicchessia, ma saranno mirate alle capacità chimiche del regime“. Attacco militare sicuro, insomma, facendo attenzione a non bombardare iraniani e russi.
Il margine di rischio è però molto più ampio di quanto un cretino che crede ai militari può pensare. Da giorni i russi ricordano che sono legati da trattati di mutua assistenza col regime di Assad – che ha concesso in cambio le basi di Tartus e Latakia – e dunque che sarebbero costretti a reagire a un attacco, anche se mirato soltanto contro obiettivi governativi.
Specie se, come di deve dedurre da alcune frasi smozzicate pronunciate da addetti stampa e generali, tra gli obiettivi ci fosse lo stesso Assad (la difesa del cui palazzo è stata in questi giorni rafforzata con diverse batterie contraeree). L’ambasciatore di Mosca in Libano, per esempio, già una settimana fa aveva precisato che “saranno abbattuti i missili in arrivo e saranno prese di mira le piattaforme di lancio”. Tradotto: navi ed aerei – ed eventualmente basi israeliane – che dovessero partecipare all’attacco diventerebbero a loro volta obiettivi.
Una serie di minacce e contro-avvertimenti che disegna un’escalation apparentemente inarrestabile, con almeno cinque potenze nucleari coinvolte (Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna, Israele) e diversi paesi produttori petroliferi nel raggio stretto del conflitto (la stessa Siria, Iran, Arabia Saudita ed emirati del Golfo).
Se ci fosse un “governo del mondo” avrebbe da tempo tirato il segnale d’allarme per frenare questo treno in corsa verso il baratro.
Ma non c’è.
Al vertice della superpotenza Usa, invece, c’è una baraonda incontrollata, con il presidente Trump sotto inchiesta giudiziaria, supportato da uno staff di generali e “falchi” in preda a delirio di onnipotenza. Ovvero, che non si rende conto – o non accetta – di non essere più nella posizione di forza conquistata negli anni ’90, quando non era rimasto nessun antagonista di pari livello militare con gli Usa e dunque si poteva decidere qualsiasi cosa nella certezza di non trovare opposizione, ma solo complici servizievoli.
Nell’ordine. Trump medita di “licenziare” il superprocuratore Muller, che sta indagando sul cosiddetto Russiagate (l’ipotesi è che lo stesso Trump si sia fatto “aiutare” da Mosca nella sua corsa alla presidenza Usa; quasi una barzelletta, nel quadro attuale) e che solo due giorni fa ha inviato l’Fbi a perquisire lo studio e l’abitazione del suo avvocato, Michael Cohen, sequestrando materiale comprovante – invece o anche – il versamento di centinaia di migliaia di dollari a una pornostar e una “coniglietta” di Playboy perché tacessero sui loro rapporti con il non ancora presidente.
Un misto di colpi bassi istituzionali – è come se Craxi o Andreotti avessero voluto licenziare il pool di “mani pulite” o la procura antimafia di Palermo, quando indagavano su di loro – storielle scollacciate, interessi individuali o di gruppo che farebbero ridere, se non avvenissero dentro e intorno alla Casa Bianca. Dunque dentro o intorno alla valigetta dei “bottoni” che scatenano la guerra.
E in effetti sono molti gli analisti che avvertono del rischio che un presidente accerchiato e ridicolizzato possa scegliere la via breve della guerra per sollevare uno scontatissimo “afflato patriottico”, tale da mettere la sordina, almeno temporaneamente, a critiche ed inchieste.
Una tentazione che i peggiori alleati possibili – Netanyahu e i sauditi, per obiettivi diversi ma tatticamente convergenti – solleticano apertamente.
Ma tutto questo è analisi. Le cose stanno già precipitando, se non interverrà qualche interesse decisamente superiore (un crollo monstre dei mercati finanziari o qualcosa di potenza equivalente) a fermare una discesa verso decisioni da cui non si può può più tornare indietro.
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La guerra americana in Siria? Sarà il disastro definitivo dell’Occidente in Medio Oriente
Pressato da sauditi e Pentagono molto più che dalle armi chimiche, Trump minaccia l’intervento. Ora ha due opzioni: o raid limitati o una (rischiosa) operazione su larga scala. Ma più che una nuova guerra servirebbe capire i problemi del Medio Oriente
Alberto Negri – L’Inkiesta
C’è una sorta di “cupio dissolvi” nella guerra siriana.
Gli Stati Uniti minacciano un intervento pochi giorni dopo che lo stesso presidente americano Donald Trump aveva annunciato che si sarebbe ritirato al più presto dalla Siria “lasciando che altri se la sbrigassero”. Non solo. Trump aveva risposto sardonicamente al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman – il maggiore cliente di armi Usa – che gli aveva chiesto di colpire Assad: «Se i sauditi ci tengono tanto a far cadere il regime che se la paghino loro questa guerra».
Poi, qualche giorno fa, è entrato in campo Israele che ha bombardato una base militare in Siria facendo vittime tra consiglieri militari iraniani. Israele, gratificato dalla dichiarazione Usa di Gerusalemme capitale, per gli Usa di Trump è il vero poliziotto della regione, quello che indica chi e cosa bisogna colpire: il parere dello stato ebraico e quello dei generali del Pentagono, spaventati da un confuso ritiro dalla Siria, ha contato quanto e di più dei morti a Douma, uccisi da presunte armi chimiche sui cui mancano prove concrete e indipendenti.
Trump ha due opzioni se imbocca la strada militare. Una è compiere raid limitati, come già fece un anno fa in un contesto simile lanciando 59 missili su una base siriana. L’altra è quella di colpire le difese siriane a fondo e anche l’aviazione di Assad con un intervento su larga scala che però rischia di incappare in fatali “incidenti” militari o di trasformarsi uno scontro diretto con Mosca, che ha già annunciato di dovere appoggiare il regime di Damasco in base agli accordi militari che hanno concesso ai russi basi aeree e navali per alcuni decenni.
L’aspetto più sconcertante di questo atteggiamento americano è che in Siria gli Usa non sono intervenuti neppure per proteggere i loro alleati curdi siriani colpiti dall’avanzata della Turchia che li ha cacciati da Afrin facendo 200 morti: eppure i curdi sono stati impiegati dagli Usa per combattere il Califfato e conquistare Raqqa, un tempo capitale di Al Baghadi e dell’Isis. Gli Usa hanno sul campo oltre duemila soldati schierati sulla prima linea curda di Manbij: non solo non hanno mosso un dito ma Trump ha anche congelato 200milioni di dollari di aiuti ai curdi siriani.
Gli Stati Uniti mandano messaggi assai ambigui, se non peggio, devastanti e destabilizzanti. Fermo restando che appare improbabile che Assad abbia usato armi chimiche in un’area dove ormai i ribelli delle forze jihadiste di Jaish Al Islam avevano raggiunto un accordo con Damasco per ritirarsi, emerge con sempre maggiore chiarezza la dipendenza di Washington dai suoi rapporti con Israele e con l’Arabia Saudita, che tra l’altro ha sostenuto a piene mani, cioè finanziandoli, i jihadisti anti-regime. In realtà sin dal 2011 il vero scopo della guerra per procura in Siria è l’Iran, il maggiore e storico alleato di Damasco. Questo è il primo obiettivo di israeliani e sauditi. Israele vuole spezzare la continuità della Mezzaluna sciita, l’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah, proprio perché la guerriglia sciita libanese rappresenta l’insidia maggiore per il governo di Tel Aviv.
I sauditi si confrontano da sempre nel Golfo con l’Iran e adesso non riescono a vincere la guerra in Yemen, nel cortile di casa, contro i ribelli Houthi sciiti, nonostante bombardamenti a tappeto sui civili che in Occidente nessuno prende in considerazione. Ma chi ha il coraggio di protestare contro i sauditi, maggiori acquirenti di armi occidentali e investitori di primo piano?
Non ci vuole uno stratega per immaginare che i gruppi jihadisti, appoggiati da Riad, stiano tentando in ogni modo di trascinare gli Stati Uniti sul campo di battaglia siriano.
In questo quadro rientra il gioco della geopolitica regionale che ha visto l’Occidente “perdere” la Turchia. Se è vero che adesso Erdogan usa le stesse parole di Trump contro Assad, non si può certo ignorare che la Turchia, membro storico della Nato, è venuto a patti con Mosca e Teheran, cioè i due nemici dell’Alleanza Atlantica. Questo ha sancito il recente vertice di Ankara. In poche parole a Washington e alla Nato sanno che hanno perso, per il momento, la partita siriana: per avere la rivincita forse più che una nuova guerra servirebbe una maggiore intelligenza e comprensione dei problemi del Medio Oriente. Ma non si può pretendere tanto da una superpotenza che già con la guerra in Iraq nel 2003 e poi con quella in Libia del 2011, con la complicità decisiva della Francia, ha gettato il Mediterraneo “allargato” nel caos.
martedì 10 aprile 2018
LA SPARTIZIONE SIRIANA
Gli ultimi episodi nella guerra siriana coinvolgono un presunto attacco chimico del governo di Assad e un altro ipotetico bombardamento israeliano presso la base militare di Homs,e propongo due articoli di diversa misura e di differenti conclusioni.
Nel primo preso da Contropiano(bombe-sulla-siria-israele-stato-terrorista )si focalizza il punto sull'incursione di Israele in territorio straniero senza nessun richiamo da parte del resto(o quasi)del mondo,con l'attacco chimico a Douma totalmente inventato.
Nel secondo tratto da Left(armi-chimiche-con-lattacco-su-douma-assad )si chiama innanzitutto regime il governo legittimo di Assad e della certezza che lui abbia ordinato l'attacco chimico,e che la risposta israeliana con il beneplacito degli Usa,sia stata inefficace così come le minacce di Trump.
Su di una cosa concordano,ovvero la spartizione che sta avvenendo in Siria alle spalle della popolazione sfiancata da più di sei anni di guerra civile,con i protagonisti più importanti sia dal punto di vista militare che economico,Usa,Israele,Turchia,Iran e Russia,che appoggiano le rispettive parti ma senza fare il passo più lungo della gamba,che potrebbe portare ad una guerra totale nell'area del Medio Oriente.
Bombe sulla Siria. Israele, stato terrorista che con gli Usa avvicina la guerra mondiale.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
Solo Israele può bombardare una base militare di uno stato sovrano confinante e farla franca. E, prima delle bombe contro la Siria, ci sono state le stragi di manifestanti palestinesi, anche queste totalmente impunite. Israele è esente da qualsiasi legge e principio sui diritti umani.
L’Israele di Netanyahu è il primo stato terrorista, il più pericoloso stato canaglia mondiale. Perché con le sue armi atomiche e con il suo porsi al di sopra di qualsiasi regola si è impadronito del bottone con il quale si può scatenare la terza guerra mondiale.
Quel pulsante lo ha in condominio con il suo primo protettore, gli USA di Trump. Che ora puntualmente si inventano un attacco chimico del governo siriano contro i ribelli un fuga. Una montatura ridicola, se non altro perché non si capisce in base a quale scelta autolesionista il governo siriano dovrebbe usare i gas DOPO aver vinto la guerra.
Chi ha prodotto questa fakenews deve essere il fratello scemo degli imbroglioni londinesi del gas nervino. Ma nonostante questo, ora Trump minaccia rappresaglie ed soliti servi europei, guidati da Macron, gli vanno dietro.
Attenzione, perché quando uno Stato si considera al di sopra di qualsiasi legge e un altro usa qualsiasi balla pur di mostrare i muscoli, prima o poi il patatrac può succedere. Bisogna svegliare la nostra opinione pubblica addormentata e rincitrullita dallo scontro sul nulla dei principali leader politici. Che su questo precipitare della crisi internazionale tacciono tutti.
Ehi avete capito che ci avviciniamo sempre più alla guerra?
I governi terroristi di Israele e degli USA sono un pericolo terribile per tutti noi e vanno fermati nel nome del futuro dell’umanità.
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Armi chimiche: «Con l’attacco su Douma, Assad lancia un avvertimento ai suoi alleati».
di Daniele Ruzza
«Penso che a bombardare con le armi chimiche la popolazione di Douma sia stato il regime di Assad». A parlare è Lorenzo Declich, esperto del mondo islamico. Declich cura il blog Tutto in trenta secondi ed è autore tra gli altri dei libri Siria, la rivoluzione rimossa (ed. Alegre) e Islam in 20 parole (Laterza). Left lo ha intervistato per cercare di fare chiarezza sui motivi dell’utilizzo di armi chimiche sulla popolazione di Douma, nella Ghouta orientale, a circa 20km ad est di Damasco.
Che idea si è fatto sull’attacco del 7 aprile scorso?
L’area colpita è l’ultima parte della Ghouta orientale ancora in mano ai ribelli. La Ghouta orientale è stato uno dei fulcri della sollevazione popolare del 2011. Inizialmente era una zona prevalentemente agricola, poi col tempo hanno cominciato a stabilirvisi molte famiglie poverissime che poi hanno appoggiato la ribellione al regime.
Diversi analisti hanno trovato similitudini tra questo ed altri attacchi chimici che ci sono stati in Siria. Se prendiamo inoltre in considerazione il tempismo con cui è avvenuto, mi viene da pensare che sia stato di nuovo il regime a colpire. Con questo attacco Assad cerca di farsi spazio al tavolo a cui siedono le potenze regionali che si stanno spartendo la Siria, spartizione che è già in corso.
Al bombardamento chimico è poi seguito l’attacco israeliano su una base militare siriana ad Homs, area molto importante dal punto di vista militare. Le uniche notizie su questo ultimo attacco vengono però da agenzie siriane, che sono profondamente influenzate dalla propaganda di regime, quindi prenderei questa notizia della responsabilità israeliana con le pinze. È pur vero però che Israele ha condotto diversi raid aerei in territorio siriano, con lo scopo di, stando al governo di Tel Aviv, limitare il traffico di armi dirette ad Hezbollah, suo nemico diretto.
Sono anni che le armi chimiche vengono usate in Siria. Cosa si può fare per impedirne l’uso?
Già nel 2013 l’allora presidente americano Barack Obama tracciò la famosa “linea rossa”, la linea oltre il quale il conflitto siriano non doveva spingersi, ovvero l’uso delle armi chimiche. Le armi chimiche vennero poi usate ma la risposta americana non ci fu. A quel punto era chiaro che i limiti che si cercava di imporre al conflitto potevano essere tranquillamente superati. Assad ora si sente sempre più libero di portare avanti questo genere di azioni militari, il cui scopo è sempre quello di mandare un messaggio, non solo ai ribelli suoi nemici, ma anche ai suoi alleati principali, Iran e Russia. E il suo messaggio è «io posso generare caos, posso creare indignazione nell’opinione pubblica mondiale come e quando voglio, quindi anche io voglio poter dire la mia sulla spartizione della Siria».
Neanche da parte della comunità internazionale c’è alcuna volontà di voler fermare gli attacchi chimici o bloccare questo processo di ripartizione del Paese. Gli effetti devastanti che questa inazione sta avendo su quel poco di popolazione civile rimasta in zone controllate dai ribelli sono sotto gli occhi di tutti.
Secondo lei è scontato che Assad a fine conflitto resterà a capo del regime siriano?
Penso proprio di sì, e mi sembra che la cosa sia stata accettata come un dato di fatto da tutti. La Russia è l’unico Paese che davvero potrebbe spingere verso un cambio dei vertici del governo di Damasco, che così facendo andrebbe però contro gli interessi dell’Iran, il più stretto alleato di Assad, il quale ha tutto l’interesse a che Assad resti al suo posto.
La sorte di Assad è nelle mani dei suoi alleati, e più volte ho detto che il dittatore siriano è un fantoccio. Assad ha svenduto completamente il suo Paese per rimanere al potere: sia la Russia che l’Iran stanno infatti facendo tutto ciò che vogliono in Siria, sia in termini militari che economici.
La Russia ha ben cinque basi militari nel Paese, di cui una a Laodicea (nota anche come Latakia, ndr), la principale città portuale siriana, in cui c’è una notevolissima presenza di cittadini russi.
L’Iran si sta invece muovendo molto sul fronte economico ed è molto impegnato nella ricostruzione delle aree a maggiore presenza sciita, già da adesso, a conflitto ancora in corso.
Cosa ci possiamo aspettare da Trump, ora?
Fino a ora la risposta Usa è stata assolutamente inefficace. Un attacco singolo, alla base aerea da cui sarebbero partiti gli aerei che hanno sganciato le bombe chimiche, senza alcuna strategia dietro. I danni sono stati minimi e l’effetto sul conflitto nullo, si trattava solo di uno specchietto per le allodole nel classico stile di Trump: mostrare i muscoli per un attimo e poi continuare a farsi gli affari propri.
Staremo a vedere se anche il bombardamento del 7 aprile spingerà gli Stati Uniti a reagire e se sarà un altro attacco fine a sé stesso o se questa volta ci sarà una strategia più ampia dietro. Avendo visto com’è la politica estera di Trump, non penso che la seconda ipotesi si realizzerà.
Il conflitto è nato a seguito delle proteste di piazza del 2011, nel contesto della primavera araba che stava attraversando diversi paesi medio-orientali. Nonostante la contestazione al regime siriano godesse del supporto di una grande porzione di popolazione, al punto da sfociare nella guerra civile, la comunità internazionale non intervenne, al contrario di quanto fece in altri paesi come la Libia. Come mai secondo lei?
La Libia è innanzitutto un Paese con riserve petrolifere e quando si tratta di combustibili, l’occidente è in prima fila a tutelare i propri interessi. Infatti, una volta che la primavera araba è arrivata anche lì, c’è stata una corsa ad intervenire.
In Siria, la comunità internazionale si è accorta tardi di quanto fosse forte il desiderio di cambiamento nel Paese, poiché la rivolta è sbocciata lentamente. È iniziata a marzo, ma le grandi manifestazioni di massa sono cominciate solo a luglio, tre mesi dopo, nonostante una repressione mostruosa, che nel tempo ha fatto migliaia di morti. Inoltre la Siria ha sempre gravitato dal lato orientale della cortina di ferro, e una volta caduto il muro di Berlino, le potenze di quella parte del mondo hanno subito cercato di guadagnare influenza per portare avanti i loro interessi nel Paese medio-orientale.
In questa situazione, tra interessi incrociati delle potenze locali e mancanza di percezione della portata della rivoluzione in atto, la comunità internazionale è rimasta un po’ a guardare, senza supportare le istanze dei rivoluzionari. Sono così subentrate le potenze della regione che hanno cominciato a finanziare i gruppi ribelli di stampo fondamentalista islamico, piuttosto che le forze democratiche che avevano dato il via alla ribellione.
Potrebbe questa inazione essere dovuta anche ad un fraintendimento di fondo della natura della ribellione al regime?
Un altro fattore che è stato spesso frainteso nelle analisi della rivolta sono le persone che l’hanno condotta. Molti giornalisti e analisti, per capire cosa stava succedendo in Siria, si sono rivolti a dissidenti o leader di vecchi partiti e movimenti d’opposizione, che però non avevano nulla a che fare con le agitazioni in corso.
A protestare, c’erano invece le nuove generazioni, completamente slegate da queste vecchie formazioni e vecchie ideologie. Quello per cui manifestavano erano più diritti: economici, civili, politici e la possibilità di sviluppare appieno la propria individualità, cose che vengono completamente negate e osteggiate in una dittatura.
lunedì 9 aprile 2018
I DUBBI SULLA NIMESULIDE
Sono anni ormai che ciclicamente si creano allarmi su farmaci,su marche precise o sui principi attivi che essi contengono,e circolano soprattutto negli ultimi anni in rete delle notizie non sempre veritiere o nel caso troppo preoccupanti.
Il caso della nimesulide,con l'Aulin farmaco principe per la sua commercializzazione,il cui 60% dell'intera vendita mondiale è italiano,è uno tra quelli,e l'articolo sotto(contropiano la-nimesulide )lo dimostra,più potenzialmente pericolosi se assunto in maniera sconsiderata viste le varie contoindicazioni e la sua forte epatossicità.
Studi lo hanno dimostrato,e la sua presenza sugli scaffali delle farmacie italiane è dovuta ai benefici che superano i danni,almeno così dice l'agenzia europea del farmaco:effettivamente parecchi paesi dell'unione non hanno ma commercializzato o hanno ritirato dai banchi i farmaci contenenti nimesulide nel corso degli anni.
La nimesulide (Aulin). Vietata altrove, vendibile qui.
di Prof. Roberto Suozzi
La Nimesulide è un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS); in Italia il nome commerciale più noto è Aulin, anche se sono disponibili alcuni farmaci equivalenti. La Nimesulide attualmente è utilizzata in Italia come “farmaco NON di prima scelta”, ma in diversi paesi europei tale farmaco non è più commercializzato.
In Spagna e Finlandia è bandito dal 2002, in Irlanda dal 2007, mentre nel Regno Unito e in Germania non è mai stato autorizzato al commercio. In altri paesi europei, prima della decisione della Commissione Europea del gennaio del 2010, per i gravi danni che provoca il farmaco a livello epatico e dell’apparato gastroenterico, avevano ritenuto opportuno ritiralo dal commercio. Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia avevano provveduto al ritiro, mentre la Francia decideva di eliminarne la rimborsabilità. Negli Stati Uniti non è stata mai approvata la commercializzazione della Nimesulide.
L’European Medicines Agency (Agenzia Europea del Farmaco) raccomanda il non utilizzo della Nimesulide nei “[…] pazienti con problemi di fegato, è indicata solo per il trattamento del dolore acuto (mentre prima veniva usata anche in caso di dolore cronico) e dei dolori mestruali, deve essere utilizzata solo per brevi periodi, al massimo per quindici giorni, la dose massima è di duecento milligrammi (pari a due bustine, o a due compresse).”
Sarà compito del medico curante valutare scrupolosamente il rischio-beneficio della somministrazione di questo farmaco e, quando avrà compiuto la sua valutazione, scriverà la ricetta medica la cui prescrizione sarà NON RIPETIBILE. I farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) vengono associati a epatossicità, con un meccanismo molecolare non perfettamente chiarito. La Nimesulide viene associata a frequenti reazioni avverse gravi e imprevedibili nel fegato 1).
“I FANS presentano un ampio spettro di danni al fegato che vanno da asintomatico, transitorio, iper-transaminasemia, a insufficienza epatica fulminante. Tuttavia, la mancata segnalazione di casi asintomatici, lievi, così come di quelli con alterazione transitoria del test del fegato, insieme a segnalazioni non conformi ai criteri di farmacovigilanza e studi epidemiologici viziati, mettono a repentaglio la possibilità di accertare il rischio reale di Epatotossicità dei FANS.
Diversi FANS, vale a dire bromfenac, ibufenac e benoxaprofen, sono stati ritirati dal mercato a causa dell’epatotossicità; altri come la nimesulide non sono mai stati commercializzati in alcuni paesi e ritirati in altri. In effetti, la controversia relativa al rischio reale di una grave malattia del fegato persiste nella ricerca sui FANS…. Nonostante questo, la commercializzazione del nimesulide è ancora mantenuta in diversi paesi europei, sebbene i rapporti dell’EMEA raccomandino una durata della terapia limitata a 15 giorni e un dosaggio massimo di 100 mg/giorno [13].
La polemica riguardante la nimesulide persiste perché le serie cliniche, e gli studi epidemiologici, continuano a dimostrare come la nimesulide sia responsabile dei gravi danni recati al fegato [19,89,90]. D’altra parte, le istituzioni sanitarie concludono che il danno epatico causato da nimesulide è statisticamente comparabile a quello del resto dei FANS.
Riconoscere il vero impatto della nimesulide sul fegato non è un compito facile 2).
Uno studio, fatto molto bene, condotto da farmacologi e medici italiani evidenziava che la Nimesulide è associata ad alti rischi di acuti e seri problemi epatici; e l’ibuprofene, e alte dosi di ketoprofene, sono associati a modesti rischi di epatossicità (3)
Prof. Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
Suozziroberto.altervista.org
1.Mechanisms of NSAID-induced hepatotoxicity: focus on nimesulide.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12137558 1. Simili UA Boelsterli – 2002 – Articoli correlati Mechanisms of NSAID-induced hepatotoxicity: focus on nimesulide. Boelsterli UA(1). Author information: (1)HepaTox Consulting, Pfeffingen, and Institute of Clinical Pharmacy, University of Basel, Basel, Switzerland. boelterli@hepatox.ch. Nonsteroidal anti-inflammatory drugs (NSAIDs) have been associated with…• Send to Drug Saf. 2002; 25(9):633-48. Mechanisms of NSAID-induced hepatotoxicity: focus on nimesulide. Boelsterli UA1.
2.2) Non-steroidal anti-inflammatory drugs: What is the actual risk of liver …
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2997980/1 di F Bessone – 2010 – Articoli correlati 7 dic 2010 – Several NSAIDs, namely bromfenac, ibufenac and benoxaprofen, have been withdrawn from the market due to hepatotoxicity; others like nimesulide were …. From the clinical stand point NSAIDs induced hepatotoxicity is associated with different patterns of clinical presentation, several mechanisms of liver …
3.3) British Journal of Clinical Pharmacology (2016) 82
Pharmacoloepidemiology Risk of acute and serious liver injury associated to nimesulide and other NSAIDs: data from drug-induced liver injury case-control study in Italy.
Corrispondence Prof Roberto Leone Pharmacology Unit, Department of Diagnostic and Pubblic Health, University of Verona. 13 March 2016.
IL POPOLO BRASILIANO DALLA PARTE DI LULA
Alla fine il gioco sporco dell'attuale presidente golpista Temer è arrivato al termine con l'arresto dell'ex Lula,su di cui ci sono state accuse mai provate e sentenze solo politiche da parte dei magistrati brasiliani che non hanno accettato i valori e i risultati portati avanti dall'ex sindacalista e tra i fondatori del Partito dei Lavoratori.
Sono anni che prosegue una campagna diffamatoria contro Lula che però pian piano il popolo ha capito essere orchestrata da potenti agli ordini dei statunitensi e dell'Ue compiacente,delle multinazionali sfruttatrici e di una politica che ha aumentato la povertà con le privatizzazioni.
L'articolo di Contropiano(lula-va-in-galera-accompagnato-dal-popolo )parla in poche righe del golpe silenzioso che ha portato la maggior parte della popolazione e tifare per Lula,che sarebbe stato il candidato vincente alle prossime presidenziali e che ora invece si è consegnato in carcere supportato dai brasiliani.
Lula va in galera accompagnato dal popolo, dobbiamo stare con loro.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
L’arresto di Lula fa parte di un golpe, per ora, istituzionale. 12 anni di carcere per un appartamento su cui la magistratura e la polizia non sono riusciti a provare nulla, sono una sentenza politica . La colpa di Lula è quella di aver provato a garantire tre pasti al giorno ai poveri con la pelle più scura. I giudici con la pelle bianchissima questo non lo hanno perdonato.
Il presidente golpista del Brasile Temer, che ha scalzato la presidente eletta Wilma Roussief, è accusato di reati di corruzione enormi, come gran parte del suo governo, ma loro stanno tutti tranquillamente al loro posto.
Loro sono protetti dalla grande borghesia ladra e dai padroni esterni al Brasile, quelli che stanno negli USA e nella UE . Il popolo questo lo ha capito, dopo un iniziale sbandamento dovuto anche agli errori che i governo di sinistra in Brasile, come spesso accade, hanno fatto per debolezza verso i loro nemici. Ma poi quando é emersa tutta la brutalità di classe dei golpisti corrotti, quando la fame è tornata con le privatizzazioni ed il saccheggio delle multinazionali, quando la polizia ha usato tutta la sua violenza contro la protesta sociale, allora il popolo ha capito tutto.
Tutti i sondaggi davano Lula largamente vincente alle prossime elezioni, per questo lo hanno arrestato con accuse ed un processo farseschi. Tutta la solita corte di mass media internazionali, quella che diffonde le fake news criminali e guerrafondaie, ha propagandato la corruzione di Lula, ma il popolo non ci è cascato e in queste ore ha espresso con i propri corpi il sostegno al suo presidente.
Gli Stati Uniti ed i loro soci e servi così si riprendono il più grande paese dell’America Latina e possono continuare la sporca guerra alla Bolivia, al Venezuela e naturalmente a Cuba che resistono. Ma tutto questo non è definitivo, la forza della risposta popolare al golpismo dei ricchi fa capire che non è finita qui.
E intanto abbiamo un solo dovere, stare con Lula e il popolo in lotta.
sabato 7 aprile 2018
SICURI DELLA SICUREZZA?
Come un mantra la parola sicurezza ci è entrata talmente tante così tante volte in testa nel periodo elettorale che alla fine siamo sicuri di essere insicuri,e se il 100% di tale termine abusato e in fondo mai studiato all'altezza della sua importanza,è stato riferito alla lotta al terrorismo mentre il resto,cioè nulla,è stato speso per quella sul lavoro.
Nei primi due articoli(contropiano conflitti-globali e contropiano le-fake-news-in-stile-viminale )si mettono in evidenza due fattori ben distinti che legano la parola sicurezza alla migrazione globale(e quindi sinonimo di terrorismo come hanno deciso le forze che poi hanno vinto le elezioni),con un dilettantismo del Viminale rappresentato da Minniti(vedi il caso del tunisino risultato estraneo a quello cui era stato accusato,perseguitato per una chiamata anonima e che ha fatto scattare allarmi ovunque)e l'aumento di leggi liberticide.
Nell'ultimo articolo(left non-chiamatele-morti-bianche )quello che le forze che hanno vinto,ma anche le altre non è che ne abbiano parlato molto a parte le sinistre,si parla della vera emergenza sicurezza in Italia,quella sul lavoro che miete tre vittime al giorno e che non trova una fine nonostante proclami sterili e che francamente hanno cagato il cazzo(scusate la terminologia)...e qui è Poletti il dilettante.
Sulla lotta (di facciata) al terrorismo.
E' di ieri la notizia dell'arresto di un cinquantanovenne egiziano a Foggia, per presunta affiliazione all'ISIS, tra le accuse anche l'incitamento a distruggere le chiese e trasformarle in moschee. Oggi scattano le operazioni in svariate altre città nei confronti di altri sospetti militanti di ISIS in Italia: Milano, Torino, Napoli. Minniti gongola e prova a chiudere così il proprio mandato: recuperando sulla lotta al terrorismo il terreno perduto sulla credibilità politica. Questa storia ha qualcosa tra il comico ed il grottesco. Cosa occorre chiarire perché la guerra a ISIS sia una battaglia reale e non – solo – uno strumento di propaganda securitaria?
Il 5 febbraio scorso le istituzioni italiane e (udite udite!) il papa hanno ricevuto, con tutti gli onori riservati ad un capo di stato, il sultano Erdogan. In quell'occasione lo stesso Erdogan siglava accordi commerciali con aziende italiane private e di stato. Molti di questi accordi riguardavano forniture di apparecchiature e mezzi del comparto militare.
Il 20 gennaio dello stesso anno il governo turco aveva lanciato un'operazione militare denominata "ramoscello d'ulivo", con la quale invadeva il cantone, a maggioranza kurda, di Afrin in Rojava (Siria del Nord). L'obiettivo, mal celato, del governo turco era quello di compiere un'operazione di pulizia etnica contro i kurdi di Afrin e di mettere fine all'esperienza rivoluzionaria che aveva portato alla nascita di una nuova società basata sull'autogoverno delle comunità, sul protagonismo delle donne nella vita e nella difesa della comunità e sulla tutela di tutte le minoranze etniche e religiose. Il modello dell'autonomia democratica si era espanso via via in tutto il nord della Siria, dalla liberazione di Kobane a quella di Mambij Tabqa, Raqqa (capitale del califfato), fino ai territori ad est dell'Eufrate nel governatorato di Deir Ez Zor.
Nell' invasione, partita il 20 gennaio, l'esercito turco (secondo esercito NATO) si serviva dell'aiuto di milizie jihadiste legate ad Al Nusra ed a quel che restava dell'ISIS. Le stesse milizie erano state armate ed addestrate proprio dal governo turco, quindi armi NATO sono di fatto state consegnate a queste organizzazioni per l'invasione del territorio di un altro "stato sovrano" (solo per utilizzare la terminologia dell'inutile quanto inefficace diritto internazionale). Nel corso della sopra citata operazione militare sono state utilizzate armi chimiche; l'aviazione turca ha deliberatamente preso di mira obiettivi civili non riuscendo nell'avanzata via terra; elicotteri italiani hanno messo a ferro e fuoco villaggi nel cantone di Afrin. I corpi delle giovani combattenti delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne) sono stati mutilati e filmati in video di propaganda. Al cinquantesimo giorno di invasione, dopo il ripetuto bombardamento degli ospedali della città, le truppe turco-jihadiste sono entrate nella città di Afrin. Due persone sono state sgozzate pubblicamente, le case ed i negozi saccheggiati, le donne vivono tuttora nel terrore di violenze da parte dei miliziani jihadisti.
Nemmeno un briciolo dell’attenzione mediatica riservata all’arresto del cittadino egiziano è stata dedicata alla denuncia del genocidio in atto ad Afrin proprio contro coloro che hanno per anni lottato contro il terrorismo.
Il governo italiano ha di fatto sostenuto l’avanzata ed i crimini di guerra di milizie fondamentaliste salafite stringendo accordi con il governo turco. Laddove c’era una società democratica, antisessista e rispettosa di tutte le etnie e religioni oggi regna il terrore e l’intolleranza sul modello del califfato.
Quanto siamo ancora disposti a credere alla bufala di una lotta efficace al terrorismo che ne affronti le cause e non gli effetti?
In ogni paese europeo negli ultimi anni sono state formulate leggi liberticide motivate dallo spauracchio del “terrorismo islamico” proprio mentre i nostri capi di stato andavano a braccetto con Erdogan e stringevano accordi milionari con il governo turco. Sono stati proclamati stati di emergenza, in giro per l’Europa, che legittimavano qualsiasi livello di repressione in nome della lotta al terrorismo, ma allo stesso tempo la “comunità internazionale” non era capace di prendere una posizione rispetto ai crimini del governo turco ed al suo costante sostegno alle milizie fondamentaliste che hanno messo a ferro e fuoco la Siria negli ultimi 7 anni.
La stessa polizia che arresta l’egiziano accusato di affiliazione all’ISIS il 5 febbraio a Roma manganellava i solidali con il popolo kurdo che manifestavano contro gli onori riservati ad Erdogan dalle istituzioni italiane.
La lotta al terrorismo è riuscita nell’incredibile impresa di produrre un’ondata xenofoba che ha favorito il risveglio delle destre estreme, da sempre strumento di controllo del conflitto sociale. Le bufale della sicurezza e dell’antiterrorismo non sono altro che scuse per legittimare l’inasprimento dello stato autoritario.
Non ci servono leggi antiterrorismo se i nostri governi sono i primi a finanziarlo, è per questo che la solidarietà internazionalista va sostenuta perché unico strumento per contrastare le derive autoritarie dei regimi in Medio Oriente, così come in Europa.
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Le fake news in stile Viminale.
di Alessandro Avvisato
Improvvisamente, qualche giorno fa, tutti i media italiani sono stati allertati con una notizia terrorizzante, più o meno riassumibile così:
Da stanotte sono state rafforzate le misure di sicurezza, anche perché Pasqua rappresenta un momento delicato per la difesa dal terrorismo internazionale. Così a Roma è scattata la caccia a un tunisino che si teme possa avere programmato un attentato. Un allarme che riguarda un uomo già noto alle forze dell’ordine per vicende di droga: la notizia è stata riportata da Tgcom24 in riferimento a una segnalazione dei carabinieri a loro volta in azione in base a una lettera anonima recapitata all’ambasciata italiana a Tunisi: in essa si cita la “intenzionalità terroristica” del 42enne. In attesa di ulteriori verifiche, tutte le stazioni dei carabinieri della Capitale sono state allertate. Secondo la nota “l’uomo avrebbe manifestato l’intenzione di commettere una serie di attentati nel Centro di Roma, nella metropolitana, nei caffè, nei centro commerciali“.
Del “sospettato” è stato fatto anche il nome e diffusa la foto segnaletica: Atef Mathlouthi. Roba seria, dunque. O almeno così doveva sembrare. Se la polizia (chi altri, se no?) diffonde ai media nome, precedenti, foto di una persona in relazione a un pericolo di attentati terroristici in mezzo alla folla si è obbligati a credere che la notizia sia assolutamente vera. Ossia verificata in gran segreto – stiamo parlando di Isis, non di ladri di polli – con controlli eseguiti su più canali e in più paesi, compreso quello di provenienza del sospettato.
Si è obbligati a crederci perché di fronte al dilagare delle fake news sui social network tutto il mondo politico, l’informazione mainstream, l’establishment in ogni sua diramazione, da mesi insistono sulla necessità di fermare il fenomeno, incaricando proprio le forze dell’ordine di arginare la marea. Qualcuno, timidamente o comunque da un media minoritario, aveva provato ad obiettare che così facendo si trasformava la polizia (e organi similari) in una sorta di ministero della verità. Il povero Orwell si sarà sentito fischiare le orecchie, ma non si sarebbe mai aspettato – neanche lui – di vedere confermate le sue previsioni così rapidamente.
La notizia “certa” di fonte ministeriale, infatti, era la più colossale delle fak news. Sia per il clamore suscitato da qualsiasi “allarme terrorismo”, sia – e soprattutto – per la fonte da cui proviene. E non è davvero ammissibile che la polizia “giochi” mediaticamente lanciando allarmi fasulli su possibili attentati (che sono oggettivamente possibili, vista la posizione internazionale dell’Italia…).
Cos’è accaduto, infatti? Sabrina Oueldi, giovane nipote del cittadino tunisino indicato come un terrorista pronto a colpire in Italia, secondo una lettera anonima recapitata all’ambasciata italiana a Tunisi, ha scritto su Facebook com’è andata la storia:
“È stata tutta una menzogna, questo poveruomo è mio zio, dicono che lo cercano a Roma mentre oggi la polizia tunisina l’ha trovato a lavorare in Tunisia ed ha passato tutta la giornata a farsi interrogare dai poliziotti.
Tutto ciò è stato causato da una lettera anonima inviata da una persona che gli voleva troppo male. Non voglio accusare nessuno.
Però a parer mio la polizia italiana ha agito troppo veloce senza prima avere delle certezze.
In 24 ore mio zio si è ritrovato su tutti i telegiornali del mondo con un’accusa talmente grave di fare parte dell’Isis e di voler fare un attentato a Roma mentre poverino stava lavorando a Tunisi per portare da mangiare alla sua famiglia.
Spero che tutto ciò si risolvi e che mio zio avrà tutte le scuse dovute“.
Il povero Atef Mathlouthi, in effetti, era tornato al suo paese per sbarcare il lunario, e sarebbe bastata una telefonata tra i ministeri dell’interno di entrambi i paesi per averne certezza.
Delle due l’una, insomma. O la notizia è stata diffusa dal Viminale senza alcuna verifica, oppure la verifica c’è stata ma la notizia è stata diffusa lo stesso.
Non si sa quale sia l’ipotesi peggiore…
Il Prefetto Gabrielli, attuale capo della polizia, si era distinto nelle scorse settimane con numerosi interventi sui giornali, pienamente supportato dal ministro Minniti. Una volta per “consigliare” loro come qualificare gli ex brigatisti, una volta per tentare di tacitare il pm Enrico Zucca che, sentenze definitive alla mano, aveva definito “torturatori” o loro complici alcuni funzionari di polizia condannati per le violenze o le false testimonianze a Genova nel 2001.
Non è tra i compiti della polizia quello di “stabilire la verità” – per questo esiste la magistratura, che istruisce i necessari processi e dà ordini alla polizia, non viceversa – e neanche quello di indirizzare l’informazione.
Quando questo avviene si comincia a vivere in un altro regime. Dove le fake news e gli attentati sono la regola, non l’eccezione. Come per Piazza Fontana…
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Non chiamatele morti bianche.
di Simona Maggiorelli
Sicurezza. È stata la parola più usata durante la campagna elettorale. Non solo da esponenti del centrodestra leghista e xenofobo. Ma anche dal centrosinistra. Con il ministro dell’Interno Minniti, il governo Gentiloni ne aveva fatto la propria parola d’ordine. Paventando invasioni (inesistenti) di migranti, Lega, Forza Italia, Pd e M5S, all’unisono, hanno sostenuto la necessità di maggiori controlli prospettando soluzioni emergenzialistiche e securitarie. Non uno che abbia usato la parola sicurezza in senso proprio, riguardo alla sicurezza che davvero manca in Italia, quella sul lavoro. Con quali conseguenze lo denunciamo già in copertina attraverso l’opera dell’artista Alessio Ancillai dal titolo Testo unico sulla sicurezza del lavoro con scarpe. Solo nei primi tre mesi del 2018 sono già 151 gli operai che hanno perso la vita sul lavoro. Non chiamatele morti bianche, ci ricorda lo scrittore Marco Rovelli che nel 2008 ha dedicato a questo tema un toccante libro reportage, Lavorare uccide. Non si può parlare di fatalità. Le morti sul lavoro sono omicidi. Le cause sono da cercare nell’accelerazione dei cicli di produzione, in nome della massimizzazione del profitto. Si nascondono in politiche che hanno imposto la flessibilità e la precarietà, attraverso contratti a tempo determinato che ostacolano la formazione perché le aziende in quel caso la considerano una spesa inutile.
Le cause sono da cercare in un sistema industriale italiano che, in tempi di crisi, continua a produrre senza innovazione, con macchinari vecchi, per giunta risparmiando sulla sicurezza, approfittando degli scarsi controlli e del fatto che al più si rischia una multa. Sono pochissimi i casi in cui una denuncia porta all’apertura di un fascicolo e poi al processo. E anche quando si va a processo sono rare le cause vinte dai lavoratori e dai loro familiari. La disoccupazione è un’altra potente arma di ricatto. Chi ha un impiego anche se precario e sotto pagato, cerca di tenerselo stretto, anche accettando turni massacranti. Così chi ha un lavoro povero viene contrapposto a chi ne ha uno ancora più povero; come i migranti costretti a lavorare in nero, fino a condizioni di sfruttamento da schiavitù. Se il lavoratore protesta gli viene risposto che c’è un’intera fila in cerca di un posto come il suo. Così si viene spinti ad accettare condizioni di lavoro sempre più mortificanti, che negano la dignità, che impattano pesantemente sulla vita privata, sulle relazioni sociali, perfino su sogni e aspirazioni.
Pensiamo per esempio ai lavori a chiamata che non permettono di organizzare la propria vita. Oppure pensiamo ai giovani collaboratori delle piattaforme digitali che vengono considerati imprenditori di se stessi e per questo non avrebbero diritto neanche al sempre più fantomatico reddito di cittadinanza. Anche i giornali mainstream hanno riportato con evidenza il progressivo aumento dei morti sul lavoro. Nelle settimane scorse, a Catania due vigili del fuoco, a Livorno due operai, come a Treviglio, e drammaticamente la strage continua. Secondo l’ultima indagine del 2017, il 20% delle vittime sono agricoltori schiacciati dal trattore. Ma a morire più di tutti sul lavoro sono gli edili. Il 10% dei morti sul lavoro sono stranieri mentre il 25% delle vittime ha più di 60 anni. E aumentano anche le persone che preferiscono tacere, e non denunciare gli infortuni. Il quadro dettagliato e sconvolgente lo potete leggere in questo ampio sfoglio di copertina. Ci siamo interrogati sulle cause di questa drammatica e inaccettabile ecatombe ma ci siamo chiesti anche perché oggi prevalga la rassegnazione, che poi, troppo presto, diventa oblio.
Per contrasto torna alla mente il dolore, l’indignazione e l’incazzatura di cui raccontava Luciano Bianciardi dopo l’esplosione nelle miniere di Ribolla nel 1954. La disperazione delle famiglie si accompagnava a una vibrante denuncia da parte degli operai, con la ferma e determinata richiesta di un cambiamento. Dopo lo sciopero passarono all’occupazione dei pozzi della Montecatini. Il 28 giugno 1958 Bianciardi scriveva: «48 operai minacciati di licenziamento rimasero nel pozzo per 3 giorni. La polizia bloccò gli accessi, sperando di prenderli per fame, ma senza risultato. Allora l’azienda decise l’intervento armato, dirigeva le operazioni insieme al vice questore, il direttore della miniera, il dottor Riccardi, commercialista, direttore politico del gruppo delle miniere. Organizza circoli culturali per impiegati e tecnici, e ha istituito il prete di fabbrica, cioè un sacerdote che avvicina gli operai anche in fondo i pozzi e li “rieduca”. Anche il premio di crumiraggio è opera sua». Pretendevano giustamente quegli operai lavoro in condizioni di sicurezza. Allora non c’era la robotizzazione, ma oggi c’è, perché si continuano a mandare gli operai nelle cisterne? Allora non c’era ancora una avanzata legislazione sulla sicurezza, perché oggi non c’è una forte lotta per la sua piena applicazione?
Finita l’epoca fordista, il turbo capitalismo in cui viviamo ha portato con sé una frammentazione, atomizzazione della classe lavoratrice, mentre i sindacati sono stati bypassati da un centrosinistra che ha pensato di poter fare a meno della intermediazione. Basta tutto questo a spiegare l’indifferenza che circonda le morti sul lavoro in Italia? C’è molto su cui interrogarsi, molto da studiare e capire perché non si tratta di numeri ma di persone. Non ci arrendiamo all’idea che nel 2018 non si possa pensare un nuovo modello di società e di sviluppo che non sia basato sullo sfruttamento e sulla negazione dei diritti umani.
venerdì 6 aprile 2018
PUIGDEMONT LIBERO SU CAUZIONE
Non c'è ancora molto da festeggiare,ma la liberazione su cauzione dell'ex Presidente catalano Puigdemont da parte della Germania,dove era stato arrestato lo scorso fine marzo(madn larresto-di-puigdemont-in-germania )sul mandato di cattura europea spiccato da Madrid,è comunque una buona notizia per gli indipendentisti e più amara per i franchisti Rajoy e per il monarca fallito Felipe.
E proprio da questa città dove sono incarcerati ancora nove leader catalani,da Bruxelles,che nel frattempo ha liberato senza nessuna garanzia i tre ex ministri catalani Serret,Comin e Puig,e dalla Germania,che ha ancora diciamo in ostaggio Puigdemont,si giocherà il futuro la Catalunya.
Per il momento i giudici tedeschi hanno disconosciuto il reato di ribellione mentre hanno ridimensionato quello di alto tradimento(che sono i due reati più gravi ascritti all'ex Presidente)poiché l'indizione di un referendum non convince nemmeno loro.
Un'imputazione meno grave penalmente,quella della malversazione di fondi pubblici proprio per la chiamata popolare alle urne,è stata giudicata ammissibile per un processo,il che non significa che poi si possa arrivare ad una condanna come dice l'articolo proposto sotto:contropiano la-germania-libera-puigdemont .
La Germania libera Puigdemont. Il momento nero del franchista Rajoy.
di Redazione Contropiano
Una martellata diplomatica sul ghigno di Mariano Rajoy e del giovane, ma comunque pessimo, re Felipe di Spagna.
La decisione del tribunale dello Schledwig Holstein è stata curata col doppio bilancino della legislazione tedesca e della cautela diplomatica, ma il risultato finale – Carles Puigdemont è stato rimesso in libertà su cauzione, 75.000 euro – è in ogni caso una sconfessione sostanziale per il regime spagnolo, mai uscito davvero dalla cornice legale del fascismo di Francisco Franco.
Il tribunale tedesco non ha riconosciuto il reato più grave previsto dalla richiesta di estradizione: ribellione. Un disconoscimento tutto sul filo della legge tedesca, che non lo prevede. Quello più somigliante sarebbe stato l’alto tradimento, ma nonostante l’autoritarismo crescente nell’architettura dell’Unione Europea, è impossibile – per ora – considerare tale l’indizione di un referendum popolare.
Tanto più che entrambi i sistemi penali prevedono che quei reati gravissimi – ribellione e alto tradimento – siano stati compiuti con “uso della violenza”. E ci sono migliaia di ore di filmati, su quel 1 ottobre, a testimoniare che l’unica violenza è stata messa in campo dalle forze di polizia inviate dal governo centrale di Madrid.
Per compensare questa martellata, il tribunale germanico ha considerato “ammissibile” la richiesta per quanto riguarda il reato minore, ossia la presunta “malversazione di fondi pubblici” relativa alle spese per tenere il referendum di indipendenza del 1 ottobre.
“Ammissibile” non significa però “provato”. Per questo il tribunale dovrà entrare nel merito dell’accusa sollevata dagli spagnoli, ma anche se dovesse riconoscerla non è detto che verrebbe concessa l’estradizione, perché è fin troppo evidente che lo Stato spagnolo si scatenerebbe “legalmente” contro l’ormai ex presidente della Generalitat di Catalogna, inventandosi altri reati più gravi.
Ancora più secca era stata la risposta del Belgio, che ha lasciato in libertà senza cauzione fino alla conclusione della procedura i 3 ex-ministri catalani Meritxell Serret, Toni Comin e Lluis Puig, di cui la Spagna chiede l’estradizione. Ma certo il Belgio ha un peso politico decisamente minore rispetto alla Germania, dunque fa meno male.
Immediatamente, sia Puigdemont che tutti gli indipendentisti catalani hanno ripreso a chiedere la liberazione dei 9 leader ancora in carcere a Madrid.
Ora bisognerà vedere come reagirà un governo squallido come quello Rajoy. Ma qualsiasi cosa faccia – protestare con la Ue, indurire la repressione interna, arrendersi – commetterà un errore che pagherà in seguito a caro prezzo.
giovedì 5 aprile 2018
I MARTIRI DEL MARTINETTO
Il duro colpo inflitto il 5 aprile del 1944 alla Resistenza partigiana piemontese con l'esecuzione di otto membri autorevoli del Comitato di Liberazione Nazionale tra cui il generale Medaglia d'Oro al valor militare Giuseppe Perotti,non interruppe l'azione dei partigiani dalla lotta contro il nazifascismo ma diede nuovo impulso e nuova linfa per i combattenti.
Il tutto avvenne nel tristemente noto Martinetto,un poligono da tiro che per l'occasione dal 1945 al 1945 divenne terreno d'esecuzione per ben 59 persone durante la tragica e vergognosa Repubblica sociale italiana.
Nell'articolo(infoaut storia-di-classe )il ricordo attraverso frasi scolpite nelle lapidi e il ricordo del condannato Eusebio Giambone che assieme a Franco Balbis,Quinto Bevilacqua,Giulio Biglieri,Paolo Braccini, Errico Giachino,Massimo Montano e al già citato Perotti morirono per consegnare un'Italia migliore e libera dalla dittatura nazifascista a tutto il popolo.
5 aprile 1944: i Martiri del Martinetto.
"Qui caddero fucilati dai fascisti i martiri della Resistenza Piemontese. La loro morte salvò la vita e l'onore d'Italia. 1943-1945".
Lunedì, 31 marzo 1944, la Resistenza piemontese subisce un durissimo colpo: nella mattinata, sulla sagrestia del Duomo, vengono catturati quasi tutti i componenti del Comitato Regionale Militare Piemontese (Crmp): Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Errico Giachino, Eusebio Giambone, Massimo Montano e Giuseppe Perotti.
Il Crmp era stato costituito clandestinamente a Torino nell'ottobre del 1943, come organo del Comitato di Liberazione Nazionale, con il compito di coordinare le azioni delle bande partigiane già esistenti.
Gli otto vengono condotti alle Carceri Nuove, e il 2 aprile, in gran fretta, viene dato il via al processo alla presenza dei massimi vertici fascisti. Già il giorno successivo, e nonostante le trattative intavolate dal Cln, viene pronunciata la sentenza: fucilazione.
All'alba di mercoledì 5 aprile gli otto condannati vengono condotti all'interno del poligono di tiro, ammanettati: ci sono decine di militi della Guardia Nazionale, che li legano alle sedie poste all'estremità del poligono, schiena rivolta al plotone di esecuzione. Passa ancora qualche minuto, il tempo per Padre Carlo Masera, che ne ricorderà il coraggio, di benedirli, quindi viene letta la sentenza, ed infine il plotone spara. Una sola voce, quella di Franco, Quinto, Giulio, Paolo, Errico, Eusebio, Massimo e Giuseppe grida "Viva l'Italia libera!"
Con queste parole, Eusebio Giambone si rivolge alla moglie,qualche ora prima di essere fucilato: "fra poche ore io certamente non sarò più, ma sta pur certa che sarò calmo e tranquillo di fronte al plotone di esecuzione come lo sono attualmente, (...)come lo fui alla lettura della sentenza, perché sapevo già all'inizio di questo simulacro di processo che la conclusione sarebbe stata la condanna a morte. Sono così tranquilli coloro che ci hanno condannati? Certamente no! Essi credono con le nostre condanne di arrestare il corso della storia. Si sbagliano! Nulla arresterà il trionfo del nostro Ideale,essi pensano forse di arrestare la schiera di innumerevoli combattenti della Libertà con il terrore? Essi si sbagliano!"
mercoledì 4 aprile 2018
MARTIN LUTHER KING JR.
Sono passati cinquant'anni esatti dall'assassinio del leader pacifista Martin Luther King Jr. avvenuta a Memphis presso il motel dove soggiornava da parte di James Earl Ray ma come in tutte le morti eccellenti vi sono stati intrighi,insabbiamenti e cospirazioni.
Contrapposto alle idee di Malcom X e delle Black Panthers(vedi anche:madn lassassinio-di-fred-hampton )che auspicavano e mettevano in pratica la rivoluzione armata per l'emancipazione della gente nera,King aveva sempre professato la non violenza che in molti pensavano fosse una linea guida condivisa appieno dai democratici statunitensi(erano i tempi dei Kennedy)per mantenere la popolazione di colore al guinzaglio.
Questo è descritto nell'articolo di Infoaut(storia-di-classe )che oltre al ricordo di King mette in evidenza i differenti modi di operare della popolazione nera dopo gli anni della schiavitù fino ai primi diritti conquistati ma che oggettivamente sia la lotta armata che quella pacifista non ha cambiato molto dai tempi degli anni sessanta-settanta.
4 aprile 1968: assassinio di Martin Luther King.
4 aprile 1968: un proiettile calibro 30-60 sparato da un fucile di precisione colpisce alla testa il leader nero Martin Luther King, uccidendolo sul colpo.
King ,attivista e pastore protestante, dedicò la sua intera vita alla causa dei diritti civili della popolazione di colore. Rappresentò e fu di fatto la guida di tutta quella l'area del movimento nero che abbracciava il metodo della non violenza e del riformismo, che da sempre si era opposta al resto del movimento che si poneva l'obbiettivo di una rivoluzione armata per la liberazione del popolo afro-americano contro il razzismo.
Nonostante la sua appartenenza all'area più moderata e istituzionale del movimento, collaborò con le organizzazioni comuniste giovanili statunitensi, e con il resto del movimento afro-americano.
Di fatto King e tutta l'area pacifista rappresentarono e furono una sponda per le istituzioni bianche del governo degli Stati Uniti: l'appoggio dei Kennedy e dei riformisti bianchi consacravano l'appartenenza di King alla piccola borghesia nera e tutta quella parte di afroamericani che non avevano interessi in un'insurrezione armata dei neri e delle altre minoranze.
Il rifiuto della violenza, contestualizzato nel movimento di quegli anni, fu uno strumento utilizzato dai riformisti per arginare la lotta messa in atto dalla stragrande maggioranza dei neri. Infatti negli anni '50, '60 e '70 furono numerosissime le esperienze di difesa armata dei ghetti neri, di attacco ai commissariati e alla polizia, il saccheggio dei negozi dei bianchi e gli attacchi ai quartieri benestanti.
Criticare la scelta storica della nonviolenza da parte di King, vuol dire restituire la giusta dignità spesso rubata dal revisionismo storico, alla lotta dei rivoluzionari neri che si offrirono in prima persona per riscattare la loro gente da più di quattrocento anni di sfruttamento e violenze da parte della borghesia bianca statunitense. Il governo americano, in particolare l'amministrazione Kennedy, sfruttarono King e l'area pacifista del movimento per controllare indirettamente il movimento insurrezionale nero.
Nei giorni seguiti all'assassinio il presidente degli Stati Uniti si appellò al buon senso delle persone di colore, perché non fosse la violenza la risposta all'omicidio compiuto dal razzista James Earl Ray. Di tutta risposta il movimento afro rispose con duri scontri nei ghetti, assalti ai quartieri benestanti bianchi, e attacchi alla polizia.
La rielaborazione storica della figura di King è stata strumentale a far apparire tutta la lotta afro-americana come pacifica e fatta di marce e sit-in, per cercare di relegare l'uso diffuso dello scontro e della violenza ad un'area minoritaria e "deviata" del movimento. Aldilà delle rivisitazioni di comodo di chi è rimasto di fatto al potere e della borghesia nera che negli anni si è integrata bene nel sistema capitalista e consumista degli USA, quello che è sicuro è che il movimento nero e l'insurrezione degli afroamericani sono stati attraversati da una potente scossa di violenza manifestatasi in varie forme, e molte volte capace di essere strumento fondamentale per la lotta.
CHI CE L'HA CON LA RUSSIA?
Dalla fine della guerra fredda,da quando l'URSS è scomparsa dalle cartine geografiche ma evidentemente non dalla storia,questo degli ultimi mesi è il più grande attacco mediatico ed economico che la Russia,eredità di quel tempo non nel senso prettamente politico,abbia mai subito.
Nei due articoli di Contropiano(politica-news gentiloni e internazionale-news russiagate assange )il problema visto da un'Italia che si trascina al resto del mondo occidentale con gli Usa e il Regno Unito in particolar modo che non solo punzecchiano ma puniscono con sanzioni economiche tutto un paese,mentre nel secondo subentra pure Assange(quello di Wikileaks)e si parla di suoi incontri nel 2016 con dei collaboratori per la campagna elettorale di Trump.
E tutti sappiamo del Russiagate,della Clinton e dello stesso Trump accusato di essere stato molto vicino alla Russia per screditare l'avversaria durante l'ultima tornata elettorale per le presidenziali statunitensi.
Gentiloni si accoda alla campagna antirussa, per ipotecare il prossimo governo.
di Alberto Fazolo
In questi giorni abbiamo assistito ad un fatto tanto preoccupante quanto inedito: un Governo dimissionario, nei suoi ultimi istanti di vita ha fatto uno strappo gravissimo espellendo due diplomatici russi. Non si era mai visto nulla del genere.
Guardando i fatti nella loro essenzialità, sembrerebbe di stare di fronte all’inizio di una pericolosa escalation, ma per fortuna forse le cose sono più semplici (e più meschine) di quanto non possa apparire.
Ovviamente non sappiamo cosa possa balenare nella testa di qualcuno che non si vedrà rinnovato l’incarico, però si possono fare delle ipotesi, che ad onor del vero seppur rassicuranti non sono affatto edificanti.
Bisogna tener presente che il Governo uscente, se paragonato ad altri della NATO, non era poi così ostile alla Russia. Invece, la nuova eventuale maggioranza di Governo potrebbe essere rappresentata da forze decisamente filo-russe. Tutti conoscono bene l’ammirazione di Salvini verso Putin e si ricorderanno che in alcuni suoi comizi la Lega teneva la bandiera russa sul palco. Diverso il caso del M5S, in quanto l’organizzazione risponde a delle logiche non propriamente convenzionali e lineari: tuttavia alcune sue anime sarebbero chiaramente filo-russe. A ciò si aggiunga l’allarme lanciato da più parti (compreso il Congresso USA) sull’ipotesi che quei due partiti siano sostenuti economicamente dalla Russia.
Risulta quindi evidente che qualora si riuscisse a formare un nuovo esecutivo formato da Lega e M5S, la politica estera italiana potrebbe iniziare ad avere un atteggiamento più amichevole verso la Russia.
A detta di molti lo strappo diplomatico di questi giorni sarebbe motivato proprio dall’intento di contenere lo spostamento della linea di politica estera italiana. Tuttavia quest’ipotesi si scontra con due limiti. Il primo è l’egocentrismo, perché questa operazione è solo la parentesi nostrana di una ampia operazione globale di boicottaggio della Russia: diplomatici sono stati espulsi da molti paesi. Ovviamente, non è che tutto questo trambusto possa essere stato architettato solo per contenere il Governo italiano (che oltretutto non è detto che si riesca a formare). Il secondo limite riguarda la dimensione di scala, infatti l’Italia ha espulso solo due diplomatici, mentre in altri paesi si ragiona in termini di decine. A tal riguardo sono illuminanti le parole Lavrov, Ministro degli Esteri russo, che dice “Quando uno o due diplomatici vengono invitati a lasciare questo o quel paese, e ci sussurrano nelle orecchie le scuse, sappiamo per certo che questo è il risultato di pressioni e ricatti colossali da parte di Washington”.
Pare quindi evidente che in Italia si sia voluto fare un gesto che fosse sostanzialmente una dimostrazione di lealtà verso le forze atlantiche. Non sarebbe la prima volta e purtroppo forse non sarà l’ultima.
Rimane però da spiegare perché si sia voluta fare una forzatura istituzionale del genere, l’Italia si sarebbe potuta tranquillamente chiamare fuori dalla vicenda trincerandosi dietro l’assenza di un esecutivo. Eppure, si è voluto fare questo gesto abnorme, assurdo, apparentemente scriteriato. In un paese normale un fatto del genere sarebbe impensabile, perché è al limite dell’eversione (quasi un Golpe), ma in Italia si prefigura una spiegazione assai sconfortante: probabilmente questo gesto serve a dire che abbiamo ampiamente fatto la nostra parte nella campagna russofobica internazionale. A questo punto nei prossimi mesi nessuno ci può più chiedere di fare nulla contro la Russia, perché è come se l’Italia avesse maturato un credito.
Ebbene, tra poco ci saranno i mondiali di calcio in Russia, a cui l’Italia non si è qualificata. Nell’ambito della campagna russofobica pare che alcune nazioni vogliano boicottare la manifestazione, se così fosse, l’Italia potrebbe essere ripescata. A quel punto le forze atlantiche chiederebbero anche all’Italia di boicottare i mondiali: però quella sarebbe l’occasione perfetta in cui spendere il credito maturato. Cioè, l’Italia potrebbe dire d’aver già fatto la propria parte nella campagna contro la Russia e si considererebbe libera di partecipare ai mondiali.
La partecipazione ai mondiali val bene tutto ciò.
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Russiagate: spunta anche Assange, ed è in arrivo una “tempesta”.
di Alessio Ramaccioni
Potrebbe essere il copione di una serie tv ben fatta, articolata, piena di colpi di scena, con decine di personaggi che improvvisamente irrompono, facendo crescere la suspence e l’attesa di un epilogo che al momento non appare chiarissimo. Anche se per molti la tempesta è ormai in arrivo…
Parliamo di Russiagate, l’inchiesta sulle presunte interferenze russe a sostegno di Donald Trump nel corso della campagna elettorale e poi durante le elezioni del 2016, che videro il tycoon trionfare – un po’ a sorpresa – su Hillary Clinton.
Quella che all’inizio sembrava una indiscrezione giornalistica pompata in modo un po’ sensazionalistico, nei mesi è diventata una inchiesta ampia, approfondita e molto “reale” nei suoi sviluppi.
Il procuratore speciale Robert Muller, settimana dopo settimana, ha stretto sempre più il cerchio intorno a Trump e al suo entourage, dando sostanza ad una indagine che ormai è impossibile ignorare, come di fatto sta tentando di fare il presidente Usa.
L’ultimo colpo di scena riguarda il coinvolgimento di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks: secondo il Wall Street Journal, all’interno di uno scambio di e-mail tra Roger Stone e Sam Nunberg – due collaboratori di Trump durante la campagna elettorale – verrebbe fuori la notizia di un incontro (una cena) tra lo stesso Stone ed Assange. C’è anche una data: 3 agosto 2016. In una mail del 4, infatti, era descritto l’incontro, poi smentito dallo stesso Stone con tanto di “prove ed evidenze” di una sua presenza a Los Angeles nel giorno in cui si sarebbe incontrato con Assange.
Ma evidentemente qualcosa di possibile c’è, per Mueller ed il suo staff di investigatori: ad insospettire gli inquirenti, sempre secondo il WSJ, la pubblicazione da parte di Wikileaks di migliaia di mail sottratte allo staff della Clinton che, sempre secondo l’ipotesi di accusa, sarebbero state ottenute dall’attività di alcuni hacker russi.
Questo, in breve, il quadro investigativo. Un altro tassello di un puzzle che – sebbene a volte appaia un po’ “forzato” nel voler trovare connivenze tra Trump e Putin – più passa il tempo e più appare quantomeno plausibile, ed utilizzabile anche strumentalmente per attaccare l’attuale amministrazione americana.
Ma la “notizia di giornata” – o quantomeno la previsione – peggiore per Trump arriva da una intervista rilasciata alla rete Abc da Alex Castellanos, “spin doctor” repubblicano che ha lavorato alle campagne per Jeb Bush e Mitt Romney (senza grandi successi – ndr).
Secondo lui, Trump dovrebbe iniziare a “rinforzare il team legale” in attesa delle elezioni di Midterm, quando secondo molti analisti i repubblicani potrebbero perdere anche in modo significativo. Per Castellanos è probabile che Muller possa andare a mettere le mani anche nella complessa storia finanziaria di Trump, ed i risultati di un ulteriore allargamento dell’indagine, uniti al risultato elettorale avverso, potrebbero voler significare impeachment.
lunedì 2 aprile 2018
ISRAELE LA DEVE PAGARE
L'occasione dello Yom al-Ard,la giornata della terra dei palestinesi,è stata presa come pretesto dall'esercito israeliano per fare una nuova carneficina lasciando a terra sedici morti nella zona della striscia di Gaza(vedi anche:madn 30-marzo-1976-il-giorno-della-terra ).
Con la scusa della presunta presenza di altrettanto presunti terroristi tra i manifestanti nelle vicinanze delle zone di confine,hanno colpito a casaccio nel mucchio,ed il risultato è stato devastante anche per le decine di feriti.
Ormai Israele deve pagare e caro,l'Onu ha già chiesto un'indagine indipendente su questi fatti e subito la risposta negativa dei politici israeliani che non vogliono che vi siano dei colpevoli ma solamente delle vittime.
Gli articolo proposti e presi da Contropiano raccolgono un appello e la cronaca di questi fatti di cronaca nera provocati solamente dai soldati israeliani(basta-impunita-per-israele e internazionale-news ).
Basta impunità per Israele.
di Rete dei Comunisti
Sedici palestinesi uccisi dalle truppe israeliane in poche ore. Così è finita la “Marcia del Ritorno”, proclamata dai palestinesi in occasione del “Giorno della Terra” che commemora i sei palestinesi uccisi dalla polizia israeliana in Galilea durante le proteste, 42 anni fa, contro la confisca delle terre arabe da parte degli occupanti.
Una ricorrenza che, nel corso degli anni, si è trasformata in un’occasione della condanna dell’occupazione militare dei Territori palestinesi e del sistema di apartheid imposto da Tel Aviv.
Ad una marcia pacifica di migliaia di persone il cosiddetto ‘Stato Ebraico’ ha risposto con una violenza inusitata, sparando sui manifestanti e compiendo l’ennesima strage.
Ormai da tempo è chiaro che l’obiettivo di Tel Aviv è quello di di annichilire ogni forma di resistenza all’occupazione, annientare la popolazione palestinese.
Una strategia che Israele può portare avanti grazie alla più completa impunità di cui gode grazie al sostegno e alla tolleranza della cosiddetta comunità internazionale. Ridicole e ipocrite suonano in queste ore le critiche da parte dell’Onu e di alcune potenze i cui governi chiudono sistematicamente gli occhi di fronte ai crimini quotidiani commessi da Israele.
Alle parole seguano i fatti, la violenza di Israele va fermata.
Solidarietà con la resistenza del popolo palestinese!
Fermiamo l’aggressione israeliana!
Basta con le stragi, l’occupazione, l’apartheid, le punizioni collettive!
Nessuna equidistanza tra gli aggressori e le vittime!
Rete dei Comunisti
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Gaza. Palestinesi massacrati nella “giornata del ritorno”
di Nena News *
Sale a 16 il numero dei palestinesi uccisi ieri. Più di 1.000 feriti. Il ministro della difesa israeliana Lieberman ai gazawi: “Non prendete parte a questa provocazione”. Il leader di Hamas, Hanieh: “Non cederemo un pezzo di terra di Palestina né riconosceremo l’entità israeliana”
AGGIORNAMENTI:
Al Mezan: due feriti (forse morti) sono da ieri a 150 metri dalle barriere di confine
Il Centro al Mezan per i diritti umani chiede che l’esercito israeliano consenta di portare soccorso a due dimostranti, Mohammed Al Arabiyeh e Musab Al Saloul, che si trovano Jahr Al Dik in Wadi Gaza, a circa 150 metri dalle barriere con Israele. I due sono stati feriti ieri e, secondo al Mezan, potrebbero essere morti.
Esercito Israele: pronti a colpire anche dentro Gaza
Se le proteste continueranno Israele espanderà la sua reazione e colpirà dentro Gaza. Lo ha detto il generale Ronen Manelis, portavoce militare israeliano, all’indomani della Marcia del Ritorno e dell’uccisione di 16 palestinesi.
Onu, Guterres: indagine indipendente su fatti Gaza
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres vuole “un’indagine indipendente e trasparente” sui fatti di ieri a Gaza mentre il Consiglio di sicurezza Onu sollecita moderazione e riduzione delle tensioni ma non ha deciso alcuna azione dopo l’incontro d’emergenza di ieri sera. L’ambasciatore palestinese Riyad Mansour si dice deluso dal Consiglio di sicurezza Onu che non ha condannato “l’orribile massacro compiuto da Israele”. Invece l’ambasciatore israeliano al Palazzo di vetro, Danny Danon, parla di “un raduno di terrore violento e ben organizzato”.
ore 19:15 Sale a 14 il numero dei palestinesi uccisi oggi
Le ultime due vittime erano due membri del Jihad Islamico. Sono stati uccisi da una cannonata mentre erano sulle barriere in missione. Ezzedin al-Qassam, intanto, fa sapere che tra i morti di oggi c’è anche uno dei suoi uomini. Ma non era armato ed è stato colpito mentre si trovava tra la gente.
ore 19:00 Ministero di salute palestinese: “Numero delle vittime 12, 1.000 palestinesi feriti da gas lacrimogeno, pallottole vere e coperte di metallo”
Ore 17.40 #Gaza è un bagno di sangue. I morti sarebbero 11, forse 13. Si attende la conferma ufficiale
Ore 17.00 Il governo israeliano di fatto ammette di aver aperto deliberatamente il fuoco, facendo scegliere i bersagli ai cecchini, senza che nessun soldato di Tsahal fosse minimamente in odor di pericolo. Basta mettere insieme queste dichiarazioni, raccolte e pubblicate da Repubblica (che riesce nell’infame impresa di sottotitolare “violentissima battaglia al confine con la Striscia”, equiparando una folla disarmata che al massimo poteva tirare sassi con un esercito schierati che ha usato persino l’artiglieria), senza il minimo accenno di analisi critica, come se si trattasse delle tavole della legge:
a) “due sospetti che si sono avvicinati alla barriera di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza e hanno cominciato a comportarsi in maniera strana”, e i carri armati hanno sparato contro di loro”;
b) Secondo il generale israeliano Eyal Zamir, l’esercito è intervenuto perché ha “identificato alcuni terroristi che cercano di condurre attacchi, camuffandosi da manifestanti”
c) “i soldati israeliani ricorrono a mezzi antisommossa e sparano in direzione dei principali responsabili e hanno imposto una zona militare chiusa attorno alla Striscia di Gaza, una zona dove ogni attività necessita di autorizzazione”.
ore 15:20 Scontri ad al-Bireh (Ramallah, Cisgiordania Occupata): 14 palestinesi feriti
ore 14:50 La settima vittima si chiamava Mohammad Sa’adi Rahmi
ore 14:40 Partita poco fa la manifestazione a Sakhnin in Galilea (nord d’Israele) per commemorare “il Giorno della Terra”. Il corteo si dirige verso la città di Arraba.
ore 14:35 Foto da Gaza. (Fonte: Dal portale Ma’an in arabo)
ore 14:30 Sale a 7 il numero dei morti palestinesi oggi. Più di 570 i feriti
ore 14 – Sale a cinque il bilancio delle vittime a Gaza
Sono almeno cinque le vittime palestinesi, uccise dal fuoco dell’esercito israeliano a Gaza. Il Ministero della Salute di Gaza ha identificato la quarta e la quinta vittima:Omar Sammour, 31 anni, eAhmad Ibrahim Odeh, 16. Sarebbero tra i 15mila e i 20mila i palestinesi che sono riusciti a raggiungere gli accampamenti di tende, forma di protesta per il diritto al ritorno.
ore 13.45 – Ministero della salute palestinese: “4 i palestinesi uccisi oggi. Più di 365 i feriti”
L’ultima vittima si chiamava Mohammad Abu Omar. Secondo il ministero, sono 365 i palestinesi feriti o intossicati da lacrimogeni, proiettili veri o di gomma.
ore 13.20- Terzo palestinese ucciso. Questa volta a Rafah, a sud della Striscia.
Si chiamava Amin Mahmoud Muammar (35 anni). Fonti palestinesi parlano di 100 feriti
ore 12.15 – Sale a due il bilancio dei palestinesi uccisi oggi dall’esercito israeliano.
Secondo fonti locali di Gaza, la seconda vittima si chiama Mohammed Kamal al-Najjar.
ore 11.20 – Haniyeh, leader di Hamas: “ Non cederemo un pezzo di terra di Palestina né riconosceremo l’entità israeliana”Arrivato al campo di tende allestito dai palestinesi al confine est della Striscia, il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh ha detto: “Diamo il benvenuto ovunque al popolo palestinese che ha sconfitto la scommessa dei leader nemici secondo cui i vecchi sarebbero morti e i giovani avrebbero dimenticato. Ecco i giovani, i nonni e i nipoti. Non cederemo nemmeno un pezzo della terra di Palestina e non riconosceremo l’entità israeliana. Promettiamo a Trump e a tutti quelli che sostengono il suo complotto che non rinunceremo a Gerusalemme e che non c’è soluzione se non il diritto al ritorno”. A riferirlo è la tv palestinese
ore: 10.50 – Ministro difesa israeliano Liberman: “Chi si avvicina alla barriera si mette in pericolo”
(Traduzione dall’arabo: “Agli abitanti della Striscia di Gaza. La leadership di Hamas mette la vostra vita in pericolo. Tutti coloro che si avvicineranno alla barriera, metteranno a repentaglio la loro vita. Vi consiglio di continuare la vostra vita normalmente e a non prendere parte a questa provocazione”)
ore 10.30 – Fonti da Gaza a Nena News: “19 palestinesi feriti a colpi di arma da fuoco”
Fonti palestinesi da Gaza riferiscono a Nena News che 19 palestinesi sono stati feriti nella Striscia di Gaza da colpi d’arma da fuoco sparati dall’esercito israeliano. La notizia al momento non è stata confermata dal Ministero della Salute palestinese. Nella piccola enclave palestinese migliaia di persone sono presential confine con Israele. Le fonti contattate da Nena News fanno sapere che la popolazione non vuole rispettare l’ordine israeliano di non avvicinarsi alla barriera di sicurezza.
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della redazione
Roma, 30 marzo 2018, Nena News– Se l’obiettivo di Israele era quello di alzare la tensione già altissima nella Striscia, il suo tentativo si può dire riuscito: stamane all’alba un contadino palestinese,Omar Wahid Samur (27 anni), è stato ucciso dai colpi sparati da un carro armato israeliano nei pressi di Khan Yunis, nel sud della enclave assediata palestinese.Nell’attacco, riferisce il Ministero della salute locale, è rimasto ferito gravemente un altro palestinese. Scarno il comunicato emesso da Israele su quanto accaduto stanotte: “Due sospetti si sono avvicinati alla recinzione [al confine] e hanno avuto un atteggiamento sospetto vicino ad essa. L’unità dell’esercito ha risposto sparandoli con un carro armato”. Israele ha colpito anche due persone “sospette” nel nord della Striscia sempre perché troppo vicine al confine. Non è chiaro al momento quali siano le loro condizioni.
L’uccisione di Samur giunge a poche ore dall’inizio della “Marcia del Ritorno”, proclamata dai palestinesi in occasione del “Giorno della Terra” che commemora i sei palestinesi uccisi dalla polizia israeliana in Galilea durante le proteste, 42 anni fa, contro la confisca delle terre arabe. Una ricorrenza che, nel corso degli anni, si è trasformata in un’occasione della condanna dell’occupazione militare dei Territori palestinesi occupati e di sostegno alla minoranza araba in Israele.
La tensione è altissima: il capo di stato maggiore israeliano, Gadi Eisenkot, mercoledì ha annunciato di aver autorizzato l’uso di pallottole vere contro i palestinesi che si avvicineranno o attaccheranno le barriere di confine durante la “Marcia del Ritorno”.Eisenkot ha parlato di situazione “altamente esplosiva” nella Striscia: “Stiamo rinforzando le barriere – ha detto – e un gran numero di soldati saranno di guardia nell’area in modo da prevenire possibili tentativi di passare in territorio israeliano”. L’esercito schiererà più di 100 tiratori scelti, ha fatto arrivare rinforzi a sostegno delle unità già presenti e ha anche lanciato avvertimenti alle compagnie di trasporto palestinesi che porteranno i manifestanti alla tendopoli.
Il Maggior Generale Yoav Mordechai, coordinatore delle attività del governo israeliano nei Territori occupati, ha avvertito il movimento islamico Hamas e le altre fazioni palestinesi a non usare le proteste(“manifestazioni di anarchia” a suo dire)per intraprendere un confronto violento con l’esercito israeliano. Ad alimentare la tensione è anche Jason Greenblatt, l’inviato statunitense per le negoziazioni tra Israele e palestinesi che sul suo account di Twitter ha accusato oggi Hamas di “incoraggiare una marcia ostile” lungo il confine con Israele. “Hamas – ha aggiunto – dovrebbe concentrarsi a migliorare la vita dei palestinesi di Gaza invece di istigare alla violenza contro Israele che aumenta solo le difficoltà [dei gazawi] e mina le possibilità di pace”.
Gli islamisti, dal canto loro, ieri sera hanno esortato nuovamente i palestinesi a “restare pacifici così da raggiungere l’obiettivo di questo evento”.Nei giorni scorsi, però, il movimento islamico aveva anche chiarito che i palestinesi non resteranno con le mani in mano qualora le forze armate israeliane dovessero usare la forza per disperdere le manifestazioni.
Dopo un tour delle “tende del ritorno” allestite dai manifestanti palestinesi in questi giorni vicino al confine con Israele,Khalil al-Haya, un ufficiale di Hamas, ha affermato ieri che i palestinesi sono determinati a tornare alle loro terre e alla loro patria.“Il nostro popolo non sarà intimidito dalle minacce israeliane – ha poi aggiunto – Abbiamo aspettato troppo a lungo per ritornare nelle nostre terre da cui i nostri nonni sono stati espulsi 70 anni fa”.
Anche il comitato responsabile del coordinamento delle proteste di oggi ha invitato i manifestanti a protestare “pacificamente”.“Siamo a poche ore dalla fragorosa, legittima e pacifica marcia vicino alle terre, case e proprietà da cui siamo stati espulsi”, si legge in un suo comunicato. Il comitato ha anche invitato le famiglie palestinesi a organizzare viaggi nell’area adiacente al confine “per godere delle bellezze della natura nelle terre occupate della patria”.
Da Nena News
IL CALDO CONFINE CON LA FRANCIA
Nonostante le temperature ancora rigide il confine con la Francia è sempre più caldo per le questioni legate ai migranti e agli sconfinamenti quotidiani della gendarmerie francese in Val di Susa per scaricare pacchi umani a Bardonecchia ed entrare con la forza presso associazioni che cercano di aiutare i migranti stessi(vedi:madn i-reati-di-solidarieta-e-umanita ).
Nei due articoli sotto(contropiano bardonecchia-il-valico e infoaut.org/migranti )l'irruzione delle divise francesi presso la sala posta nel complesso della stazione di Bardonecchia dove hanno sede i volontari di Rainbow4Africa in barba agli accordi internazionali e l'inconsistente politica italiana in questa materia,sempre servili ai diktat europei e come al solito potente con i deboli e prostrata con i forti.
Bardonecchia. Il valico del razzismo di Stato francese.
di Rino Condemi
Ancora Bardonecchia. Solo pochi giorni fa la polizia di frontiera francese vi aveva scaricato, morente, Beauty, una donna nigeriana incinta e affetta da linfoma.“Ieri sera uomini della guardia di confine francese sono entrati armati nella sala della stazione di Bardonecchia dove operano i volontari di Rainbow4Africa, i mediatori culturali e gli avvocati di Associazione Studi Giuridici Immigrazione”. A denunciare il fatto è la stessa associazione sul suo sito Facebook. A quanto risulta i poliziotti francesi hanno accompagnato un migrante fermato alla stazione ferroviaria perché potesse andare in bagno e poter fare le analisi delle urine. L’ingresso è avvenuto senza il consenso dei volontari presenti e malgrado un cartello del sindaco di Bardonecchia ed esposto nei locali lo ammetta soltanto ai volontari e ai mediatori culturali. Nei locali di Rainbow4Africa si assistono i migranti respinti dalla Francia e quelli che tentano di attraversare il confine con la Francia attraverso il colle della Scala. “Riteniamo questi atti delle ignobili provocazioni”, commenta Paolo Narcisi, Presidente di Rainbow4Africa.
L’ambasciatore francese a Roma, Christian Masset, è stato convocato oggi alla Farnesina a seguito del blitz compiuto ieri sera da uomini armati della Guardia di confine transalpina alla stazione di Bardonecchia.
Il governo francese ha liquidato piuttosto sbrigativamente quanto accaduto con un comunicato firmato dal Ministro Gerald Darmanin.“Al fine di evitare qualsiasi incidente in futuro, le autorità francesi sono a disposizione di quelle italiane per chiarire il quadro giuridico e operativo nel quale i doganieri francesi possono intervenire sul territorio italiano in virtù di un accordo (sugli uffici di controllo transfrontalieri) del 1990 in condizioni di rispetto della legge e delle persone”. Secondo il governo francese “gli agenti in uniforme hanno avuto il sospetto che un uomo di nazionalità nigeriana e residente in Italia, trasportasse stupefacenti. In applicazione dell’articolo 60bis del codice delle dogane, gli agenti hanno chiesto alla persona se acconsentiva ad un test urinario. La persona ha accettato per iscritto. Gli agenti hanno atteso l’arrivo del treno alla stazione di Bardonecchia per utilizzare il locale messo a disposizione della dogana francese in applicazione degli accordi degli uffici di controlli transfrontalieri del 1990”, è scritto nella nota il governo francese. “Poiché il locale era da alcuni mesi anche a disposizione di una associazione di aiuto ai migranti, gli agenti hanno sollecitato la possibilità di accedere ai sanitari. Permesso che è stato loro accordato. Il controllo alla fine si è rivelato negativo”,afferma il comunicato citato dall’agenza Afp.
Una versione, quella francese, che i volontari dell’associazione Raimbow4Africa rigettano e che anche il governo italiano non può accettare come definitiva. Sul valico confinario di Bardonecchia aleggia, tra l’altro, anche la recentissima morte di una donna nigeriana incinta respinta alla frontiera francese nonostante le pessime condizioni di salute e deportata oltre il confine, proprio e ancora a Bardonecchia.
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Bardonecchia, la Gendarmerie e noi.
La Gendarmerie sconfina in Italia e fa irruzione nei locali dell’associazione Rainbow4Africa. Come successo oggi a Bardonecchia, anche a Ventimiglia la polizia francese si arroga, ormai da molto tempo a questa parte, il diritto di operare in territorio italiano. Il teatro è sempre una stazione ferroviaria. In questo caso, ormai lontano dai riflettori mediatici, lo sconfinamento di sovranità è invece pattuito e persino ben accetto. Nessuna levata di scudi, ma piena accettazione e collaborazione istituzionale.
Ora, le strilla per la lesa sovranità del nostro paese da parte di alcuni esponenti politici non sono quindi molto rilevanti né interessanti. Tuttavia, quello che sì è importante è che le persone si sentano in dovere di incazzarsi con il governo francese. Non bisognerebbe contenere questa tendenza, per quanto embrionale possa essere, e che, peraltro, potrebbe anche essere portatrice di quella tanto agognata convergenza di interessi materiali tra persone italiane e migranti. La Francia, in blocco con la Germania e altri paesi dell'Europa continentale, fa leva sulle ingiuste dissimetrie del Regolamento di Dublino per fermare in Italia le migliaia di migranti che riescono a sbarcare sulle nostre coste. Prima che arrivino "a casa loro". Stessa sorte per la Grecia e per tutti i territori che costituiscono il limes di questa Brave New Europe, impresa politica multinazionale rigorosamente bianca.
Infatti, moltissime di queste persone emigrate, forse la maggior parte, non vogliono certo restare. Si provi a chiedere. Eppure non possono andarsene, non legalmente perlomeno. E allora si muore travolti dai treni a Ventimiglia o assiderati sulle Alpi in Valsusa, in tragici tentativi di attraversare confini sempre più militarizzati e brutali. Oppure, desolante e deprimente alternativa, si resta imbrigliati nel sistema violentemente disciplinare della cosiddetta accoglienza, che sembra fatto apposta per rendere impossibile, con precisione scientifica, eventuali forme di ibridazione con la popolazione italiana. Insomma, trattasi di un mero bacino di forza-lavoro gratuita o a bassissimo costo, da pagare rigorosamente in nero, che non fa che incrementare le tensioni razzisteggianti che caratterizzano le società europee sempre più chiuse e risentite.
La verità è che, quando le frontiere esternalizzate in Libia e in Turchia (della cui esistenza siamo vergognosamente corresponsabili, non dimentichiamo) non tengono, è l’Italia stessa a dover assumere lo scomodo ruolo di carceriere dei migranti. Penso e spero che questo nessuno se lo voglia accollare, se non ovviamente i pochi che hanno qualcosa da guadagnarci sopra. E allora basta con la buona accoglienza, la gestione umanitaria e tutto l'armamentario discorsivo della sinistra governista, quella per cui non bisogna mai rompere ma sempre mediare. È funzionale allo scopo assegnato. Ribadiamolo forte e chiaro: il problema è la frontiera.
L’atteggiamento della Francia è infame e inaccettabile e, per quanto pericoloso possa essere in potenza un simile discorso, evidentemente suscettibile di una possibile, ma non certa, deriva nazionalista, bisognerebbe comunque riuscire a padroneggiarlo. Per risignificarlo in un modo totalmente altro, ovviamente, e affinché possa aprire su situazioni inedite e favorevoli. Si può e si deve, a meno che non ci si accontenti di parlare solamente a se stessi. Dopotutto, quello che si esprime è un concetto giusto, comprensibile e plausibilmente anche maggioritario, forse: “Almeno lasciate che le persone vadano a cercar fortuna dove preferiscono, così come già fanno le migliaia di giovani emigranti italiani.” Ah no, pardon, si dice expats, mica migranti.
I.B.
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