venerdì 13 aprile 2012

UN ESEMPIO SULL'ARTICOLO 18

Prendo spunto da questo articolo preso da Senza Soste dal blogger Marco Guercio(il link è alla fine del post)che dice essenzialmente quel che l'articolo 18 così come lo vorrebberro i politici tecnici presenti al governo avallati da quasi tutte le forze politiche e da troppi sindacati porterebbe il datore di lavoro a licenziare più che facilmente,con o senza giusta causa.
Quest'ultima mascherata da motivo economico o disciplinare potrebbe benissimo mascherare una discriminante verso il lavoratore che pretende a ragione determinati compensi,sicurezze e l'applicazione delle norme che costituiscono la carta dei diritti del lavoratore stesso.
L'esempio riportato è un colloquio tra un operaio licenziato ed un avvocato sulla disputa tra il primo ed il suo padrone,che l'ha lasciato a casa per un chiaro motivo discriminante e che,a detta del proprio difensore,non saprà se sarà reintegrato al suo posto oppure venga solamente risarcito con un'indennità o che la sua richiesta non venga nemmeno accettata.
Il tutto perché la norma scritta com'è adesso è ambigua e anche nel caso di aver ragione l'operaio licenziato potrebbe non venire reintegrato ma solamente indennizzato,e questo a discrezione del giudicante.
Come a dire,hai ragione,ti diamo un contentino ma comunque il tuo padrone è riuscito ad ottenere quel che voleva,ovvero lasciarti a spasso,una legge tutta italiana.

Art. 18: ecco quel che sarà
Dialogo immaginario fra un licenziato e un avvocato dopo la truffa della riforma dell'art.18
Proviamo ad immaginare un dialogo tra un lavoratore licenziato, a suo dire, ingiustamente e l'avvocato al quale si rivolge per ottenere giustizia. Ovviamente dobbiamo immaginare che questo dialogo si svolga dopo l'entrata in vigore di questa legge di riforma dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori che ho giù definito “idiota” ma sto ancora cercando il termine più corretto che, tuttavia, al momento non mi sovviene.

Ebbene, sipario:


Avvocato: “Buongiorno, mi dica”

Lavoratore: “Avvocato, guardi questa lettera. Mi è arrivata stamani. Mi hanno licenziato. Dice: “per motivi economici”.

Avvocato: “Mi faccia vedere. Dunque, l'azienda è la Furbex S.r.l., un'azienda di trasporti; che lei sappia ha più o meno di quindici dipendenti?”

Lavoratore: “Ne avrà una trentina”.

Avvocato: “Ho capito. Dunque, qui dice che l'azienda negli ultimi periodi ha subito una flessione e che le previsioni per il prossimo anno non sono rosee per cui ha deciso di licenziarla.”

Lavoratore: “A parte che non è vero e che lavoriamo più di prima, qui la questione è un'altra. A me mi hanno licenziato perché ho fatto una denuncia all'USL e all'ispettorato per via delle troppe ore di straordinario che facciamo che, visto che il nostro lavoro consiste nel guidare un TIR, mettono a repentaglio la nostra sicurezza e quella degli altri”.

Avvocato: “Lei ha una copia della denuncia che ha fatto?”

Lavoratore: “Certo che ce l'ho e comunque lo sanno tutti i colleghi”

Avvocato: “Che cosa è successo a seguito di questa denuncia?”

Lavoratore: “E' successo un macello. Il capo è venuto subito da me e mi ha minacciato di mandarmi via, mi ha detto che sono un disgraziato e che così rovinavo lui e tutti noi, che non capivo niente”

Avvocato: “Questo dialogo è avvenuto alla presenza di testimoni?”

Lavoratore: “No, eravamo soli”.

Avvocato: “Vada avanti”

Lavoratore: “Niente, si è incazzato con me quella volta lì e poi basta, tutto è continuato più o meno come prima per un paio di mesi, poi è arrivata questa lettera ed eccomi qui. Avvocato, ma si può far qualcosa o no?”.

Avvocato: “Che vuole che le dica... lei da me vuole una risposta secca ed è giusto che la pretenda ma io in tutta onestà una risposta secca alla sua domanda non gliela posso dare e non per cattiva volontà ma perché una risposta alla sua domanda non c'è più”.

Lavoratore: “che vuol dire, mi scusi?”

Avvocato: “vuol dire che prima della riforma dell'art. 18 le avrei detto cose completamente diverse da quelle che lo ho appena detto. Anzi, prima della riforma dell'art. 18 io e lei non ci saremmo neanche incontrati perché il suo capo, che è ben informato e a quanto pare·sa muoversi, non l'avrebbe licenziata”.

Lavoratore: “Avvocato io non ci capisco niente di articoli e sono qui apposta da lei per avere un aiuto. Io so solo che quel bastardo mi ha mandato via perché io ho detto all'USL che io e i miei compagni dormivamo sui camion, guidavamo 13 ore al giorno e nell'ultimo anno gli incidenti stradali erano raddoppiati e gli ho detto anche che ci faceva taroccare i dischi cronotachigrafi per non farci beccare dalla stradale”

Avvocato: “Questo a me è evidente ma ora mi ascolti con attenzione perché le devo spiegare cosa sarebbe accaduto se questo licenziamento fosse avvenuto prima della riforma dell'art. 18 e quello che, invece, accade a seguito di quella stessa riforma. Prima in Italia si poteva licenziare solo in presenza di una giusta causa o di un giustificato motivo. Se questi motivi non erano veri e si era in grado di dimostrarlo, si poteva andare davanti ad un Giudice a chiedere la reintegra nel posto di lavoro. Il Giudice, se accertava che quel licenziamento era infondato e cioè era stato posto in essere senza una giusta causa o un giustificato motivo, doveva reintegrare il lavoratore nel suo posto di lavoro, condannare il datore a corrispondere tutte le mensilità non percepite dalla data del licenziamento a quella della effettiva reintegra oltre ad un eventuale ulteriore risarcimento del danno. Quindi nel suo caso, tanto per capirci, se lei mi avesse fatto quella domanda che mi ha fatto prima e cioè “si può fare qualcosa?” io le avrei risposto “si”.”

Lavoratore: “E invece ora?”

Avvocato: “E invece ora le devo rispondere “non lo so” e non perché non abbia studiato a fondo la riforma ma proprio perché l'ho studiata a fondo. Le spiego: dopo la riforma la reintegra obbligatoria è prevista solo per i licenziamenti discriminatori. Per quelli disciplinari e per quelli per motivi economici il giudice, se accerta che il licenziamento è illegittimo non è automaticamente obbligato a reintegrare il lavoratore ma può scegliere tra la reintegra e un risarcimento del danno da 12 a 24 mensilità. Le leggo la norma “Il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza dei fatti contestati ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni della legge, dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione”. Quindi se il giudice decide che i fatti contestati sono insussistenti c'è la reintegra. La norma dopo la riforma però poi dice anche: “Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all’anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo.”. Quindi se il giudice decide che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo o della giusta causa il giudice non reintegra ma stabilisce un risarcimento del danno.”

Lavoratore: “E quindi?”

Avvocato: “E quindi che differenza c'è tra dire che i fatti posti a fondamento del licenziamento non sussistono e dire che non ricorrono gli estremi del licenziamento?”

Lavoratore: “Non lo so”

Avvocato: “Ecco, non lo so nemmeno io e senza troppa modestia le posso dire che non lo sa nemmeno quello che ha scritto questa schifezza”.

Lavoratore: “Ma scusi e allora io cosa devo fare?”

Avvocato: “Lei può impugnare il licenziamento prima con una lettera che deve inviare entro 60 giorni al datore di lavoro e poi, nel caso in cui, come sempre avviene, questa lettera non sortisca alcun effetto, entro 180 giorni, con un ricorso al giudice del lavoro nel quale deve dimostrare che il licenziamento è illegittimo. Se ci riesce, se ci riusciamo, il giudice dovrà spiegarci cosa significa secondo lui quella frase e decidere se ci troviamo in un caso in cui non ricorrono gli estremi del licenziamento o in un caso in cui i fatti posti a fondamento del licenziamento non sussistono sempre che questa differenza abbia un senso. Nel primo caso le riconoscerà una somma a titolo di risarcimento del danno e nel secondo la reintegrerà nel posto di lavoro”.

Lavoratore: “E secondo lei?”

Avvocato: “Guardi quello che penso io non conta niente. Conta quello che penserà il Giudice ed io non lo so e non lo posso sapere quello che penserà, non so neanche se tutti i giudici la penseranno allo stesso modo, se interverrà la Cassazione, la Corte Costituzionale, il Papa o qualcun altro a farci capire questa cosa incomprensibile”

Lavoratore: “Ma scusi ma il mio non è un licenziamento discriminatorio? Lui mi ha discriminato perché l'ho denunciato o un licenziamento disciplinare? Non si può dire questo?

Avvocato: “In teoria lei ha ragione ma nella lettera di licenziamento il datore di lavoro ha qualificato il licenziamento come “economico” e cioè dipendente da motivazione di ordine produttivo, organizzativo, tecnico, etc. e quindi noi, se impugniamo un licenziamento economico ed il giudice lo ritiene illegittimo comunque non c'è la certezza della reintegra. Mi pare ovvio che se uno è in crisi e ha trenta dipendenti licenziandone solo uno non migliora le cose e quindi il licenziamento è clamorosamente nullo senza bisogno di dare tante spiegazioni.”

Lavoratore: “Insomma, io non ho fatto niente di male, non è vero che l'azienda va male e il motivo per cui sono stato cacciato è perché non volevo morire su un camion o far morire qualcun altro e rivoglio il mio posto di lavoro cosa devo fare?”

Avvocato: “Deve fare quello che lo ho detto ma anche se dovesse vincere la causa, se emergesse, cioè, dall'istruttoria che il suo licenziamento è illegittimo, non le posso assicurare che alla fine verrà reintegrato nel posto di lavoro. Questo è il paese in cui viviamo, mi dispiace”.

Lavoratore: “Mi scusi avvocato io non sono uno che fa piagnistei o fa scene o cose del genere ma a mio figlio che gli devo dire? A mio figlio che cosa devo insegnare dopo questa storia? Che si deve stare sempre zitti altrimenti si finisce male e oltretutto non c'è neanche una giustizia che rimette le cose a posto? Me lo dica lei.”

Avvocato: “Il mio lavoro è prima di tutto quello di dirle la verità e la verità è che la giustizia ora le cose a posto non ce le mette più”.

Lavoratore: “Senta avvocato la ringrazio, ci devo pensare, devo pensare a un sacco di cose, poi le faccio sapere”.

Avvocato: “La capisco, solo si ricordi che ha 60 giorni per impugnare il licenziamento altrimenti perde il diritto”.

Lavoratore: “Mi sa che il diritto l'ho già perso, lo abbiamo perso tutti.”

Avvocato: “Mi sa di si”.

Lavoratore: “Arrivederci”
 
Avvocato: “Arrivederci”
 
Ogni riferimento a fatti o a persone è assolutamente voluto e tragicamente reale.
Marco Guercio

6 aprile 2012

giovedì 12 aprile 2012

LA PALESTINA NON VERRA' RISARCITA

A distanza di un anno dalla tragica ed evitabile morte di Vittorio Arrigoni(vedi:http://www.senzasoste.it/anniversari/un-anno-senza-vik e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2011/04/restiamo-umani.html )propongo un articolo pubblicato da Senza Soste che narra di una storia che riassume più racconti dell'orrore che la follia umana ha voluto come palcoscenico la terra palestinese.
La corte penale internazionale ha infatti deciso dopo tre anni di"lavori"che non indagherà Israele per i numerosi crimi di guerra commessi,in quanto la Palestina non è uno Stato pienamente sovrano pur essendo riconosciuto da più di cento nazioni al mondo.
Il contributo porpone numeri che ricordiamoci non sono mere cifre ma che sono morti ammazzati,che sono feriti e profughi,non solo matematica ma persone,molte delle quali nate e morte sotto l'occupazione israeliana appoggiata dagli Usa e dalla maggioranza degli stati europei,mentre buona parte del mondo intero sta a guardare.

La Palestina non è uno Stato quindi, nessuna giustizia sui crimini israeliani. Parola della Corte penale Internazionale.
Palestina occupata – Infopal.“La Corte Penale Internazionale (CPI) non indagherà sui crimini di guerra commessi dallo Stato di Israele nell’offensiva contro Gaza (Operazione ‘Piombo Fuso’, 2008-2009) poiché ‘la Palestina non è uno Stato pienamente sovrano’”.

Questo è quanto ha concluso – con un ritardo di 3 anni rispetto alla data di presentazione dell’accusa da parte palestinese (22 gennaio 2009) – il procuratore della CPI, Luis Moreno-Ocampo, ignorando il fatto che oltre 130 nazioni hanno riconosciuto lo Stato palestinese insieme ad alcune Agenzie delle Nazioni Unite.
Durante Piombo Fuso: 1.400 palestinesi furono assassinati a Gaza da Israele, in tre settimane (22 giorni). 300 erano bambini, 115 donne e 85 anziani, e in gran parte erano civili. 5000 palestinesi furono feriti. Oltre 3.500 abitazioni furono distrutte, 20mila palestinesi rimasero senza casa, molti dei quali vivono ancora in situazioni temporanee. I danni materiali sono stimati in cifre miliardarie.
Su quei crimini di guerra, un comitato d’inchiesta Onu aveva individuato gravi infrazioni commesse da Israele alla IV Convenzione di Ginevra nella quale si vietano gli assassinii premeditati come si vietano anche il gratuito arrecare sofferenze alle persone protette.
“Lo status della Palestina presso l’Onu è quello di membro osservatore, dunque, a questo stadio, la CPI non può indagare su accuse di crimini di guerra commesse nei Territori palestinesi”, è stata la spiegazione di Ocampo.
Nel 2011 il presidente dell’Autorità palestinese (Anp), Mahmoud ‘Abbas, aveva intrapreso un percorso tutto in salita nel foro internazionale proprio allo scopo di ottenere quel riconoscimento della Palestina in qualità di Stato presso il Consiglio di Sicurezza Onu.
Poi, era stato contrapposto il veto Usa e, soprattutto, non era seguita alcuna raccomandazione da parte del Consiglio riguardo all’ammissione della Palestina nell’organo Onu.
Le reazioni in campo dei Diritti Umani.Amnesty International (AI), organizzazione con poteri consultivi presso l’Onu, ha riconosciuto come la decisione della CPI neghi alle vittime di Gaza il diritto ad avere giustizia e contenga faziosità politica.
“I giudici della CPI dovrebbero pronunciarsi in merito alla giurisdizione dell’organo giudiziario, e invece – continua AI -, il procuratore si sottrae alla domanda”.
Il direttore della campagna International Justice di AI, Marek Marczynski, ha osservato: “Per tre anni, il procuratore ha preso in esame la questione ‘crimini di guerra di Israele a Gaza’ sottopostagli dall’Anp in termini di statalità o non statalità della Palestina, valutando se il caso quindi rientrasse di diritto nella competenza giurisdizionale della CPI. (…) Quando, però, abbiamo chiesto al procuratore di fornire chiarificazioni sulla natura del mandato della CPI, Ocampo si è rifiutato di rispondere e ha trasferito l’intera questione alle parti politiche”.
Da Ginevra, i membri dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani si dicono “scioccati” dalla futilità dei pretesti adottati dal procuratore della CPI.
“Già questa decisione arriva a distanza di tre anni, inoltre, essa è palesemente un tentativo di sottrarsi al rispetto del mandato derivante dallo Statuto di Roma (2002), lo stesso che poneva le basi fondative della CPI”.
“All’art.5, comma 4, dello Statuto si dispone: ‘Se la Camera Preliminare, dopo aver esaminato la richiesta e gli elementi giustificativi che l’accompagnano, ritiene che vi sia un ragionevole fondamento per avviare indagini e che il caso appaia ricadere nella competenza della Corte, essa dà la sua autorizzazione senza pregiudizio per le successive decisioni della Corte in materia di competenza e di procedibilità’”.
Il direttore regionale dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo, Amani as-Sinwar, parla di “fuga dalla responsabilità umana e professionale del procuratore della CPI che dà luogo a ulteriore margine di manovra a disposizione dei responsabili di tali crimini di guerra a continuare a uccidere indisturbati”.
“La natura della spiegazione fornita da Ocampo svela discriminazioni politiche”.
Israele “ha lavorato in modo strisciante”. Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri di Israele ha ammesso di aver lavorato sodo per ostacolare che la mozione presentata dai palestinesi alla CPI non venissa accolta dall’organo gudiziario penale internazionale.
A Ynet Lieberman dice: “Abbiamo lavorato in maniera altamente professionale, con molta discrezione e cautela, soprattutto, lontano dai media”.
Tra le modalità con cui Israele ha lavorato per sabotare il caso alla CPI emergono contenuti svelati da documenti diplomatici segreti del Dipartimento di Stato Usa, resi pubblici da WikiLeaks.
Dal documento si comprende come una delle ragioni principali per le quali Israele è talmente risoluto a impedire la realizzazione dello Stato palestinese, è riuscire a tenere i Territori palestinesi al di fuori della giurisdizione della CPI, la quale, appunto, dovrebbe perseguire penalmente i crimini di guerra.
Alcune indiscrezioni trapelate dal documento. Il procuratore generale militare israeliano, Avichai Mandelblit, incontrò l’ambasciatore Usa James B. Cunningham – era febbraio 2010 – quando i due discussero delle indagini per cattiva condotta negli attacchi israeliani su Gaza durante Piombo Fuso.
In quell’occsione, Mandelblit richiamò all’attenzione di Cunningham l’azione penale presentata dal ministro della Giustizia dell’Anp, ‘Ali Kashan, al procuratore della CPI, Ocampo, chiedendo di indagare sui crimini di guerra commessi da Israele a partire dal 2002 fino a Piombo Fuso.
Si legge nel documento: “Mandelblit affermava che ad Ocampo fossero state sottoposte diverse questioni legali, ma chiariva che la CPI non ne avesse la giurisdizione legale prorpio in ragione dello statu di non Stato dell’Anp”.
Il dialogo poi, si affievolisce nei toni dal momento che la dichiarata obiezione israeliana al riconoscimento dello Stato palestinese in sede Onu, è ritenuta noiosa e strettamente legata a questioni di ordine politico.
Dopo aver chiesto più volte agli Usa di “rilasciare in pubblico dichiarazioni a sostegno della tesi secondo cui la CPI non ne avesse giurisdizione” Mandelblit “avverte l’Anp che un’azione di questo genere equivarebbe a una dichiarazione di guerra al governo di Israele”.
In più punti del documento, sembra che Mandelblit tenti di raggirare la questione dei crimini di guerra, ma non nega il fatto che effettivamente quei crimini a Gaza siano stati commessi, semplicemente, li congeda con manovre tecniche.
Insieme a Mandelblit era presente anche il capo del Dipartimento di legge internazionale dell’esercito d’occupazione israeliano, il col. Liron Libman, il quale commenta: “La CPI rappresenta l’affare maggiormente lesivo per Israele”.
Mandelblit è lo stesso che aveva accantonato anche la missione d’inchiesta Onu sulle responsabilità di Piombo fuso – il noto rapporto Goldstone, il cui omonimo giudice – prima di sconfessare tutto il lavoro dietro pressioni israeliane – aveva individuato una responsabilità per crimini di guerra sia di Israele, che di Hamas.
“Il governo di Israele spera che il rapporto “svanisca”, si legge nei documenti.
Mandelblit rammenta poi le indagini sul conflitto condotte internamente all’esercito israeliano, mentre liquida del tutto la possibilità di una commissione d’inchiesta indipendente per il riesame delle indagini condotte dai militari. E dice: “Non sta scritto da nessuna parte che dovremmo fare una cosa del genere”.
Per la prima volta, in tale documento si legge l’ammissione ufficiale del ricorso israeliani dei droni (aerei senza pilota) durante Piombo Fuso quando, in un attacco, furono assassinati 16 civili palestinesi.
“Un UAV* ha centrato dei combattenti di Hamas di fronte alla moschea – si legge – all’interno della quale ci sono stati 16 incidenti. La causa: la porta della moschea era aperta e dei frammenti di bomba sono penetrati dentro proprio nell’ora di preghiera”.
In un altro documento, datato febbraio 2009, l’ambasciatore israeliano, Benny Dagan, ammetteva al funzionario Usa, Robert J. Silverman: “La strategia attuale richiede di fare uso di forza sproporzionata e ripetuta per rispondere agli attacchi di Hezbollah e di Hamas”.
* UAV: Unmanned Aerial Vehicle.
Altre fonti:

AntiWar
tratto da www.infopal.it

4 aprile 2012

mercoledì 11 aprile 2012

MORTE DI STATO IN EUSKAL HERRIA

Le bestie disumane dell'Ertzaintza hanno visto momentaneamente placata la loro sete di sangue e devastazione con la morte,dopo quattro giorni di agonia,del tifoso basco dell'Athletic Bilbao Iñigo Cabacas Liceranzu di ventotto anni,colpito da una pallottola di gomma sparata ad altezza uomo dalle merde in divisa.
La notizia era stata data in un primo momento,si penserebbe da giornalai del calibro di testate come Libero o Il Giornale,come conclusione a degli scontri avvenuti contro dei tifosi dello Schalke 04,ma col passare delle ore ci si è resi conto che la morte sia frutto di un omicidio di Stato avvenuto per mano della polizia speciale dell'Euskal Herria.
Sbirraglia tristemente famosa per pestaggi,assassinii,sequestri di persona,torture e un totale e disarmante abuso di potere che pure le leggi dello Stato centrale spagnolo impongono nelle zone come i Paesi Baschi dove ti incarcerano solo per un minimo sospetto di appartenere a gruppi politici indipendentisti o perché li guardi storto.
Le pallottole di gomma dovrebbero essere bandite dalla Comunità Europea(come nel resto del mondo)visto che negli ultimi quarant'anni hanno provocato un centinaio di morti oltre a menomazioni fisiche perenni(quasi tutte dovute alla perdita della vista)oltre che aver comportato altre ferite gravissime.
Le proteste più dure contro queste vere e proprie armi letali si sono avute in Irlanda(dove mi ricordo benissimo le numerose scritte"Ban plastic bullets")e nel Regno Unito.
L'articolo preso da Senza Soste parla di quest'ultimo fatto di cronaca oltre ai recenti scontri avvenuti durante l'ultimo sciopero generale a Gasteiz e ad altri ferimenti avvenuti a Barcellona nel corso degli ultimi anni mettendo alcuni video su come gli assassini in divisa usino queste armi(con tanto di descrizione di che cosa in realtà esse siano).
Le pallottole assassine della polizia basca.
Nel pomeriggio di lunedì 9, dopo 4 giorni di coma, muore a Bilbao Iñigo Cabacas Liceranzu , 28 anni, tifoso dell'Athletic Bilbao appartenente al gruppo dei Piratak. Si trovava al termine della partita di fronte all'Herriko Taberna di Indautxu, a 500 metri dallo stadio. Il luogo preferito dai cosiddetti Athletzales, termine improbabile col quale vengono chiamati i tifosi dell'Athletic di matrice indipendentista. L'Athletic aveva brillantemente passato il turno battendo lo Schalke 04 e approdando alla semifinali di Europa League. Un risultato quasi storico per una tifoseria da troppi anni disabituata ai successi. Erano in centinaia davanti all'Herrriko a brindare quando improvvisamente è arrivata l'Ertzaintza, la polizia autonomica basca. La scusa dell'intervento sembra essere stata una futile scazzottata avvenuta un quarto d'ora prima. Una cosa risoltasi in quattro e quattr'otto. L'Ertzaintza invece ha subito caricato, suscitando le comprensibile ire di chi se ne stava tranquillo e felice a bersi la sua birra. La risposta dell'Ertzaintza, come sempre più spesso accade da quelle parti, è stato quello di sparare. Nel mucchio. Ad altezza uomo. Pallottoloni di gomma grossi come noci che vengono lanciate a 720 km l'ora. Una di queste ha centrato in testa il 28enne bilbaino di Basauri sfondandogli il cranio. (red.)
***
BILBAO - I fatti li sappiamo: la Ertzaintza, la polizia autonomica basca, ha assassinato a sangue freddo un tifoso dell'Athletic. Nemmeno l'autopsia ha potuto dire qualcosa di diverso da quello che hanno dichiarato decine di testimoni presenti mentre la Brigata mobile sceglieva l'obiettivo per scatenare la sua violenza carogna. Hanno sparato alla testa in una strada dove migliaia di persone si riuniscono da sempre davanti ai bar per celebrare le vittorie della squadra di Bilbao.
Gli avvoltoi in divisa conoscono il posto: lo hanno sorvolato da sempre, sanno che non ci sono vie d'uscita rapida, che se caricano in quella zona hanno enormi possibilità di creare il panico, di non scatenare una risposta organizzata, di scegliere le proprie vittime ed essere carnefici fino in fondo. Fino a dove quella divisa che gli copre il volto gli permette di arrivare: l'impunità è la loro regola del gioco. Giocano alla guerriglia con i fucili caricati, gli scudi, i caschi, i passamontagna, le divise rinforzate, i furgoni blindati e, perché no, le leggi speciali a proprio favore. Se loro ti caricano hanno il diritto di scegliere i tempi e i modi. Se te ti difendi, scende come una scure la legge sulla Kale Borroka, la legge che tipifica e unifica i delitti di resistenza a pubblico ufficiale con altri reati quali danneggiamento, devastazione, violenza urbana.
Come se non bastasse, se ti difendi dalla loro violenza la quantità d'anni che ti piove addosso viene aumentata dall'eccezionalità della misura penale: vieni immediatamente sottoposto a una legge speciale per reati di terrorismo, identificato come membro d'organizzazioni vincolate a ETA, giudicato da un tribunale speciale e ti cadono addosso come la grandine svariati anni di galera, tutti senza sconto di condanna, perché tu sei il nemico e loro sono lo Stato. Ma agli avvoltoi incappucciati non basta. Hanno bisogno dell'armamento, come soldati della democrazia, preparati militarmente per entrare in azione in qualsiasi tipo di manifestazione di piazza.

L'hanno fatto a Gasteiz, durante lo sciopero generale del 29 di marzo: hanno sparato su un picchetto che stava manifestando in strada e hanno centrato un diciannovenne, mandandolo al reparto di rianimazione per sette giorni in fin di vita, con un'emorragia cerebrale. Ma la carognata non è soltanto questione della polizia basca. Per trovare riferimenti recenti a questo tipo di violenza poliziesca dobbiamo tornare indietro di qualche anno: l'anno delle sei coppe del Barcellona. Il centro della città veniva invaso da migliaia di sostenitori del Barça, la maggior parte persone che quotidianamente sono escluse dalla circolazione delle Ramblas, persone che lavorano tutto il giorno e si ritirano nei loro quartieri dormitorio, o che sono sottoposte alla ferrea violenza del precariato, escluse dai circuiti commerciali del centro, estromesse dai salotti dove si saziano di consumo milioni di turisti ansiosi di pagare la propria quota di libertà per comprare desideri. Scendeva in massa il popolaccio, a festeggiare e a trasformare il centro in un campo di battaglia. I Mossos, la polizia autonomica catalana, creata a immagine e somiglianza di quella basca, avevano via libera per rispondere alla festa. Centinaia di pallottole di gomma bersagliavano indistintamente tutti coloro che fossero rimasti a festeggiare in zone non consentite, soprattutto le vie e le piazze pubbliche. Durante l'anno delle sei coppe, a Barcellona almeno quattro persone hanno perso un'occhio, due hanno avuto la rottura della milza, ci sono stati decine di feriti gravi per abrasione, senza contare poi l'immensa quantità di gente che per evitare ulteriori pestaggi e denunce preferiva evitare di farsi curare negli ospedali della città.
Quella misura di sicurezza, così la chiamarono, era sperimentata su una tribú senza nessun diritto, la tifoseria locale, quella che non può permettersi di pagare una poltroncina del Camp Nou, né un biglietto i prevendita, né una maglietta della squadra con lo sponsor Unicef. Allora si disse che l'ultras era un violento che cercava soltanto la bagarre e il saccheggio. L'operazione mediatica fu così reticolare da attraversare l'immaginario di tutti. Sull'onda lunga dell'ultras come nemico pubblico, perfino l'allora movimento studentesco, la base di quello che dopo sarebbe stato il movimento degli indignados, decise di smarcarsi dal fenomeno "hincha" (ultras). Forse qualcuno l'ha dimenticato, ma l'effetto pallottole di gomma contro l'ultras violento arrivò perfino a generare, qualche anno dopo, in una delle ultime celebrazioni popolari di una vittoria del Barcellona, un fenomeno di pulizia "etnica" interna, di immunizzazione sociale: gli indignados accampati nella Plaza Catalunya arrivarono a fare cordone per impedire che si "infiltrassero" gli hinchas nel loro movimento. La battaglia della polizia per individuare il nuovo vettore di convergenza dei mali del mondo, l'ultras, era diventata realtà.
Sull'altro fronte, il fenomeno di violenza poliziesca prendeva corpo attraverso misure di guerra sporca verso i movimenti Okupa. Come l'ultras, anche l'Okupa diventava capro espiatorio del degrado urbano. Le manifestazioni per il diritto alla casa, quelle di protesta per uno sgombero, quelle di condanna della politica penitenziaria, si trovavano davanti, soprattutto nelle grandi metropoli come Barcellona e Madrid, schiere di poliziotti antissommossa dotati di armi non convenzionali tipo il kubotan http://www.youtube.com/watch?v=1bB2aoDqtfs.Non gli bastavano le armi d'ordinanza. Avevano bisogno di ingaggiare un altro tipo di scontro. http://www.youtube.com/watch?v=Cl-tjiQyVPk
Per anni, i sindacati di polizia più illuminati, quelli che si dimenticano che il loro lavoro infame non ha regole, ma ci ricordano che ha un codice d'onore, si sono impegnati a dire che le pallottole di gomma sono un ottimo strumento per evitare il corpo a corpo. Non hanno mai detto che il corpo a corpo è una dimensione che può sfuggirgli di mano, puo precipitarsi contro. Hanno sempre insistito nel dire che sono meglio le pallottole come deterrenti per evitare che i corpi più violenti della polizia entrino in azione sui corpi delle persone. Le loro menzogne tentavano di coprire l'evidenza: ogni volta che si verifica un corpo a corpo tra reparti e popolo, sono gli uniformati a rimetterci:http://www.youtube.com/watch?v=_iT9oTWvPbw&feature=related
Hanno fatto entrare le pallottole di gomma nell'immaginario collettivo come strumento di "mediazione". Vediamo in che cosa consistono. 54 millimetri di diametro e 85 grammi di peso. Gomma dura e compatta. Sono sparate da fucili speciali in dotazione alle brigate mobili. http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=EsqxUXFjzRg&feature=endscreen.Partono a una velocità di 200 metri al secondo: sono pallottole sparate a 720 km l'ora! Ovviamente, come no, ci sono i protocolli d'azione: la legge dice che non si può sparare a meno di 40-50 metri di distanza, che devono colpire prima a terra e sempre mirare alle zone inferiori...e bla bla bla bla bla...Nemmeno la Commissione europea ha potuto fermare il loro uso definendole come "letali", dopo che ne vennero sparate migliaia durante la rivolta delle Banlieu, nel 2005.
Si sa, qui nei Paesi Baschi si fa razza a parte. Chissà se sono stati i monti o l'oceano, se la colpa è di ETA, se è perchè parlano un'altra lingua... Fatto sta che gli avvoltoi dell'Ertzaintza hanno scoperto soltanto nel 2011 che le pallottole sono "letali". Il ministro degli interni del governo basco, il socialista Ares, ha espresso le sue condoglianze alla famiglia del tifoso dell'Athletic. Prima però aveva coperto l'omicidio di stato sostenendo che la Erzaintza era entrata in azione per evitare ulteriori problemi da parte dei facinorosi. Ora che l'autopsia ha certificato che la morte è avvenuta per l'impatto della pallottola, che ha creato un'immediata emorragia cerebrale, le dichiarazioni delle forze di governo si sprecano: epureremo i responsabili, dicono, faremo giustizia, affermano.
Intanto la famiglia ha bloccato ogni tentativo di risposta. Sono i casi nei quali le famiglie, vivendo intimamente il dolore dei propri cari defunti, si avvalgono del diritto di decidere il tipo di risposta. Dolore che non si può giudicare, dolore da rispettare, dolore però che potrebbe manifestarsi in maniera collettiva, perchè la morte di un tifoso è una morte sociale. Bilbao si sveglia dall'entusiasmo interclassista delle vittorie della propria squadra, con un omicidio di Stato. La dichiarazione di Bielsa, l'allenatore dell'Athletic, è probabilmente la più nobile di tutta la ridda di stupidità che circola:"Il calcio è un segmento che replica situazioni simili nel resto degli scenari sociali".
Iñigo Cabacas, un ragazzo di 28 anni che era lì vicino allo stadio, con gli amici, a bere una birra dopo la partita, è la nuova vittima della violenza poliziesca. Figlio unico, lavoratore senza contratto fisso in una banca del centro di Bilbao, Iñigo viene assassinato premeditatamente: gli avvoltoi conoscono il posto, lo sorvolano da tempo, sanno che non c'erano vie d'uscita.
La rabbia cova. Ci aspettiamo un'altra Bilbao, quella che sa gridare il dolore in lotta, quella che si solleva davanti all'ingiustizia e trasforma gli avvoltoi in carogne.
Per Senza Soste, J.ACAB
11 aprile 2012
P.S.: Questo video serve a far capire la distanza dalla quale i poliziotti baschi sparano. E' un video dell'ultimo sciopero generale: http://www.youtube.com/watch?v=nk12I75mY2Y&feature=related

venerdì 6 aprile 2012

IL GIORNO DOPO LA DISFATTA

Cavalcando l'onda e rigirando il coltello nella piaga bisso il post di ieri con altre ed importanti nuove rivelazioni che già stavano trapelando nella giornata di giovedì con l'ex tesoriere Belsito(scuola Forza Italia quindi un maestro di ruberie)che sta svuotando il sacco(non solo metaforicamente)davanti ai magistrati aiutati dalle intercettazioni telefoniche,che sono un mezzo che permette agli inquirenti di scoprire truffe e altro nonostante la continua caccia alle streghe che Berluscojoni & co.gli stavano facendo.
Lunghi colloqui con la signora Nadia Dagrada in cui si capisce che numerosi soldi dei finanziamenti pubblici e altri arrivati in maniera criminosa siano passati direttamente nelle tasche del Trota per comprarsi il suo tanto sudato diploma e la sua Porsche,nelle saccocce della moglie di Bossi Umberto per le sue scuole,in quelle di Rosi Mauro per il sindacato padano e così via.
Il primo articolo di Gennaro Carotenuto ripreso da Senza Soste fa una doverosa paternale al movimento razzista che esulta per le migliaia di morti di immigrati nel Mediterraneo,per l'odio innato verso i meridionali in nome di un popolo e di una razza superiore rasentando la follia hitleriana.
Il secondo articolo di Indymedia è un attacco diretto alle ultime vicende che hanno fatto indagare mezzo consiglio regionale lombardo e riporta la trascrizione delle chiamate tra Belsito e la Dagrada in un vortice di cifre e di mezzi(automobilstici e non).
A margine porgo un altro interessante link sulla morfologia padana e sulla presunta etnicità che vicino a noi una ventina di anni fà ha portato ad una guerra sanguinosa e piena di atti barbari come avvenuto nell'ex Jugoslavia(http://lombardia.indymedia.org/node/45180 )preso da Indymedia Lombardia.
Adesso arriva il triumvirato,perchè di teste di cazzo al comando non ne bastava solo una!

Nessun onore delle armi per Umberto Bossi.
Risparmiateci l’onore delle armi per Umberto Bossi e per la Lega Nord. La melma nella quale affonda è la stessa nella quale ha lucrato per decenni su paure ataviche ed egoismi modernissimi. È un bene che il velo sia caduto sul repertorio più classico del peggiore italianismo: corruzione spiccia, avidità, opportunismo, furbizia, una casta leghista così impresentabile da far rimpiangere l’Udeur, la connivenza con la criminalità organizzata, la presunta discontinuità che invece si dimostra bieca continuità, la bella vita senza lavorare, il familismo amorale del sistemare la famiglia. Altro non è mai stato, la Lega Nord. I mali d’Italia concentrati nella casa di Gemonio quasi come fosse quella del Grande Fratello.
di Gennaro Carotenuto
Risparmiateci l’onore delle armi per i ragionieri con lo spadone. Non provo alcuna pena per i mentecatti di Pontida che si sono prestati al gioco dell’odio, convinti di essere una razza superiore assediata da chi è nato poche decine di km più a Sud o su una sponda diversa dello stesso mare. Causano puro orrore quelli che hanno avvelenato la vita del nostro paese con l’odio antimeridionale prima e contro i migranti poi. Causano profondo disprezzo quei profittatori di una guerra inventata che hanno fatto carriera o guadagnato un posto in graduatoria pretendendo di discriminare chi era nato in un’altra regione. Non dimentico neanche una delle infamie della Lega Nord alle quali ha fatto sponda, offrendole una legittimazione che non era scontata, l’intera classe politica. Ovviamente Silvio Berlusconi ma anche l’altro campo, esemplificato nella nefasta “costola della sinistra” di Massimo d’ Alema, ha rappresentato in questi anni l’incapacità di trattar la Lega per quello che è sempre stato: un fenomeno eversivo fondato sulla discriminazione.
Mi vergogno per un paese che ha avuto Roberto Calderoli come Ministro e si è fatto rappresentare a Bruxelles da Mario Borghezio e Matteo Salvini. Mi vergogno di un paese che ha considerato interlocutori politici gentaglia capace di passare senza ritegno dai riti pagani all’integralismo cattolico, dalla presunta goliardia violenta del “forza Etna” alle guerre di civiltà. Noi contro loro perché è più facile da capire. Noi contro loro perché altrimenti non scatta la macchina del consenso. Noi contro loro perché altrimenti i nodi del fallimento del neoliberismo verrebbero al pettine. Noi contro loro perché altrimenti dovremmo interrogarci sui limiti della nostra modernità, sulla perdita di valori, cultura, coscienza civile. Noi contro loro nell’illusione che il problema possa essere espulso e noi si possa riprendere la nostra età dell’oro bucolica interrotta dall’ irruzione dello straniero.
È infame poi lo spaccare il capello in quattro di media tuttora conniventi con una Lega pienamente interna al sistema, con propri uomini ovunque, dai consigli d’amministrazione alle fondazioni bancarie, dagli organismi di vigilanza ai media. Il ribaltamento della “questione meridionale” in “questione settentrionale” non era altro che questo: aggiungere posti a tavola della mangiatoia pubblica. Sarebbe “il nuovo” Roberto Maroni, complice di tutti le nefandezze del capo e condannato per *crimini contro l’ umanità* dalla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo per l’ infamia dei respingimenti, il crimine più grave in Italia da Marzabotto, Stazzema e le Fosse Ardeatine?
È emendabile la storia della Lega Nord dai sacrifici umani, dal sangue che hanno voluto i dentisti o i commercialisti in camicia verde? Piango per quei 17.000 corpi senza nome che giacciono nel Mediterraneo, e che sono in gran parte sulla coscienza di un’Italia che ha permesso la vergogna di far diventare partito di massa un partitino xenofobo estremista che in Germania o in Francia sarebbe stato tenuto fuori dalle istituzioni come testimoniò il ballottaggio 2002 a Parigi. Piango per i torturati da Gheddafi ai quali Maroni e Berlusconi avevano appaltato il lavoro sporco. Piango per quei bambini ai quali è stato negato perfino il cibo in scuole dell’orrore come quella di Adro. Rivendico subito (come minima prova di riscatto) la cittadinanza per i nati in Italia, e presto, con un percorso sicuro e garantista, la cittadinanza piena per chi in Italia ha scelto di vivere. Oggi, Ministro Riccardi!
Ma come siamo arrivati a questo? La canea dell’odio leghista in questi anni ha fatto breccia in almeno due Italie. Da una parte un’Italia aggressiva figlia di un ibrido mostruoso tra Mastro don Gesualdo e Margaret Thatcher, disposta a sparare a vista pur di dire “roba mia viettene con me” e intimamente rappresentata dal più gretto, volgare e razzista dei partiti. Dall’altra la Lega ha fatto breccia nell’*Italia dei penultimi*, tra gli anziani spaventati, tra i giovani che avevano creduto che studiare non servisse per poi ritrovarsi subalterni per sempre, per cultura e rapporti di produzione, soprattutto in quella classe lavoratrice colpita a morte dalla doppia crisi strutturale del modello, quello neoliberale e quello della piccola e media impresa. È l’ Italia che è stata tradita dalla fine dei partiti di massa, DC e PCI innanzitutto, che avevano a lungo saputo incarnare la società della seconda metà del XX secolo per poi sparire senza eredi che non fossero scorciatoie (sempre conservatrici) di interpretazione della modernità: l’individualismo berlusconiano, quello appena temperato da un centro- sinistra che accettava pienamente il modello.
Così la Lega ha speculato su problemi reali banalizzandoli e offrendo una spiegazione semplice per tutto quello che di brutto andava succedendo nell’ abdicazione di una politica che aveva rinunciato a trattare le masse stesse come soggettività. Non erano i tagli orizzontali alla *scuola pubblica* a far crollare quest’ultima ma era colpa degli *insegnanti meridionali*. Non era il radicale peggioramento dei rapporti di produzione dato dalla globalizzazione a rendere invivibile la condizione operaia ma era colpa dei *migranti che rubavano il lavoro agli italiani*. Il veleno reazionario, incarnato dal messaggio leghista forse meglio ancora che da Berlusconi, si è insinuato in questi anni nel vuoto di un messaggio politico alternativo. Solo il riprendere la battaglia delle idee con una chiara proposta di progresso includente, con un’idea guida che metta gli *ultimi e i penultimi dalla stessa parte *della barricata, eviterà che la fine ineludibile della cosiddetta Seconda Repubblica, nelle cose con l’ignominiosa uscita di scena di Berlusconi prima e Bossi poi, non si trasformi in un incubo peggiore.
La feccia leghista - Leggere, STAMPARE, DIFFONDERE, ATTACCHINARE.
LA FECCIA LEGHISTA TANGENTARA E LADRA
'''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''
*************************************************
LEGGERE, STAMPARE, DIFFONDERE, ATTACCHINARE DAVANTI AD OGNI COVO DEI LADRI LEGHISTI
*************************************************
“Con tutti i documenti Bossi si cagherà sotto”. I consigli della segretaria al tesoriere
Con l'amica Dagrada, Francesco Belsito se la rideva al telefono pensando al "parco macchine" della famiglia del Senatur. Poi le auto noleggiate per Riccardo Bossi. E i contanti al sindacato padano. La dirigente dell'ufficio amministrativo lo invitava a mettere da parte tante cartelline con su indicato nomi, anni, soldi e i benefit versati. "Digli 'Noi manteniamo tuo figlio Riccardo, tuo figlio Renzo, tu gli devi dire: guarda che tu non versi i soldi, tuo figlio nemmeno, ed è da quando sei stato male"
“Bossi si cagherà sotto e non avrà il coraggio di rimuoverti”. Di fronte ai documenti dei pagamenti ai figli, alla moglie e alla sua fedelissima Rosi Mauro e soprattutto di fronte a una registrazione imbarazzante, che Francesco Belsito sosteneva di possedere, il leader della Lega Nord non avrebbe mai osato seguire Rosi Mauro che lo aizzava contro di lui. Così, con l’arroganza di chi sa di avere le carte per tenere in scacco Umberto Bossi, parlavano al telefono mentre erano intercettati dai Carabinieri su delega della Procura di Napoli la dirigente amministrativa del Carroccio Nadia Dagrada e il tesoriere Francesco Belsito, ora indagato per riciclaggio e truffa aggravata.
Il personaggio chiave è Nadia Dagrada. Questa militante tosta che nelle foto sembra un corazziere in gonnella di Umberto Bossi e che ieri uscendo dalla Procura ha sibilato ai cronisti: “Fedele fino alla fine”, nelle tante telefonate intercettate con Belsito sembra quasi il suo coach. È lei a consigliargli di farsi una copia dei documenti che provano i pagamenti ai familiari di Umberto Bossi e di mettere gli originali in una cassetta di sicurezza. Nadia è arrabbiata con il vicepresidente del Senato Rosi Mauro, che ha osato chiedere conto a Belsito dei soldi della Lega. “Sarebbe veramente cretina Rosi Mauro perché allora a questo punto se i conti li fai vedere poi chi lo sa che cosa può uscire di tutto quello che c’è!”. Dagrada e Belsito pensano al botto che faranno le carte sui giornali: “Su Libero: quanti soldi la Lega gira alla scuola (Bosina, della cooperativa fondata dalla maestra baby-pensionata Manuela Marrone, moglie di Bossi, ndr).
Belsito a quel punto tira fuori l’asso nella manica: la registrazione che proverebbe una richiesta sconcia. Questo è il passaggio chiave della conversazione di quella sera.
Belsito: Glielo dico della Fondazione, glielo dico cosa mi volevano far fare che dovevo portargli dei soldi eh.
Dagrada: Esatto!… e tu quello poi ce l’hai registrato?
Belsito: Sì, eh.
Dagrada: Ma tu prima parli col capo (Bossi, ndr), vedi cosa ti dice lui, perché gli fai presente ‘sta roba qui e vedi perché lui poi fa in fretta a cagarsi sotto e dopo di che, si affrontano le due signore (Rosi Mauro e Manuela Marrone, ndr) poi gli spiattelli lì, sul tavolo… allora vedi questa fotocopia qua, vedi queste, vedi questa… figurati queste se vanno in mano, altro che la Tanzania se vanno in mano ai militanti! “Ma non vengono a prendere me – le dici eh – vengono a prendere voi!”.
A questo punto Belsito continua a enumerare gli elementi che può tirar fuori contro la famiglia Bossi:
Belsito: L’ultima macchina del “principe” (Renzo Bossi probabilmente, ndr) 50 mila? Ho la fattura.
Dagrada: Ma te l’ho detto, tutto quello che, adesso tu domani mattina, dopo aver parlato con Roberto (Castelli, ndr), inizia a fare le copie di quello che hai in cassaforte, dammi retta!
Belsito: Bene.
Con l’amica Dagrada, Francesco Belsito se la rideva al telefono pensando al “parco macchine” della famiglia Bossi: la Smart e la più recente Audi A6 che, a dire del tesoriere, sarebbero state messe a disposizione del solito Trota, ma “intestate alla Lega Nord”. E poi le auto noleggiate per Riccardo Bossi. E anche i contanti. Nadia Dagrada lo invitava a mettere da parte tante cartelline con su indicato nome per nome e anno per anno i soldi e i benefit versati.
Nelle intercettazioni di Belsito si parla di pagamenti per 200 mila euro all’anno per il Sindacato Padano di Rosi Mauro e anche di spese per “i costi liquidi” di Renzo Bossi come li chiama Belsito. Per il tesoriere sarebbero 151 mila euro, ma la dirigente amministrativa Nadia Dagrada lo corregge: “Sono 251 mila euro per lui e i ragazzi (della scorta probabilmente, ndr) perché quando viaggiano insieme non riesco a scinderli”.
Al Fatto risulta che il tesoriere al telefono fosse molto confuso sulle somme. Anche se ricordava con esattezza quanto gli era stato chiesto di metter da parte per la scuola della moglie di Bossi, quella gestita dalla Cooperativa Bosina: un milione di euro, che però solo in parte era riuscito a tirare fuori.
Nadia Dagrada si sta rivelando sempre più il personaggio chiave dell’inchiesta. Non è un caso se, come persona informata dei fatti, è stata ascoltata martedì per 9 ore dai pm Paolo Filippini ed Henry John Woodcock. Non è un caso che sia stata risentita ieri mattina dai magistrati alla presenza del procuratore aggiunto Alfredo Robledo. La dirigente ha detto ai pm di non aver mai ascoltato la registrazione imbarazzante. La sua deposizione avrebbe “salvaguardato” il segretario Umberto Bossi, ma avrebbe reso più complicata la posizione di Francesco Belsito.
L’elenco delle spese. L’elenco che i due riassumono al telefono il 26 febbraio viene riassunto dai carabinieri, come viene pubblicato oggi dal Corriere della Sera. Comprende «i costi di tre lauree pagate con i soldi della Lega», «i soldi per il diploma (di Renzo Bossi)»; «i 670mila euro per il 2011 e Nadia dice che non ha giustificativi, oltre ad altre somme ingenti per gli altri anni»; «le autovetture affittate per Riccardo Bossi, tra cui una Porsche»; «i costi per pagare i decreti ingiuntivi di Riccardo Bossi»; «le fatture pagate per l’avvocato di Riccardo Bossi»; «altre spese pagate anche ai tempi del precedente tesoriere Balocchi»; «una casa in affitto pagata a Brescia»; «i 300mila euro destinati alla scuola Bosina di Varese per Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr), che Belsito non sa come giustificare, presi nel 2011 per far fare loro un mutuo e che lui ha da parte in una cassetta di sicurezza».
Poi c’è la casa di Gemonio e più precisamente «i soldi ancora da dare per le ristrutturazioni del terrazzo»: «Che io sappia, pare che siano 5-6mila euro» ridimensiona Belsito alla Dagrada, che teme invece la somma sia molto più alta anche a causa di minacce di azioni legali dai fornitori e che sprona Belsito: «Gli devi dire poi: capo (Bossi, ndr), c’è da aggiungere l’auto di tuo figlio».
“Bossi non versa più. E nemmeno Renzo”. A chi gli mette i bastoni tra le ruote Belsito trova quasi sempre come rispondere. Per esempio la segretaria del Sindacato Padano e vicepresidente del Senato Rosy Mauro, bossiana della prima ora, fedelissima, sempre a fianco del leader in particolare in questi anni di malattia. ”Sai quanto gli ho dato l’altro giorno alla nera (la Mauro, ndr)? – chiede retoricamente il tesoriere alla Dagrada – Quasi 29mila, 29.142 in franchi eh… vuoi che ti dica tutti gli altri di prima?»: ovvero quelle che poi gli inquirenti traducono come «altre somme che le dà mensilmente». La Dagrada, continua il Corriere, lo “imbocca” quasi: dice a Belsito di rispondere alla Mauro così: “Se apro bocca io, il capo salta e se salta il capo tu sei morta… Perché se lei non c’ha il capo a difenderla, lei domani è in mezzo a una strada, e non è detto con le gambe intere». E a Bossi? Gli deve dire: “Noi manteniamo tuo figlio Riccardo, tuo figlio Renzo, tu gli devi dire guarda che tu non versi i soldi, tuo figlio nemmeno, ed è da quando sei stato male. Gli devi dire: capo, io so queste cose e finché io sono qui io non tradirò mai, ma ricordati cosa c’è in ballo, perché se viene fuori lo capisci che cosa può succedere, altro che barbari sognanti”.
*************************************************
LEGGERE, STAMPARE, DIFFONDERE, ATTACCHINARE DAVANTI AD OGNI COVO DEI LADRI LEGHISTI

giovedì 5 aprile 2012

QUANDO I NEMICI DIVENTANO AMICI(LA LOVE STORY TRA LEGA E 'NDRANGHETA)

Ormai,e purtroppo,questo blog pullula di links e riferimenti dovuti alla spregiudicatezza politica dei leghisti,che fin troppo attaccati ai loro motti di propaganda sono diventati veri e propri padroni nella fantomatica Padania allacciando amicizie e affari con malavitosi made in 'ndrangheta,fascisti travestiti da ciellini oltre che altri criminali e politici autoctoni con la poltrona ben salda sotto le loro chiappe gommate Pirellone.
Come spunto posso citare questi links(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/03/il-fallimento-di-telepadania.html e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2010/07/lombardi-e-la-lombardia.html )in cui si trovano altri collegamenti che variano dall'ex ministro Maroni che pappagallando il prefetto milanese Lombardi afferma che la mafia non è presente in Lombardia arrivando ai fondi neri in Tanzania passando per il fallimento sulle nostre spalle di Telepadania e al caso Boni.
Questo contributo odierno preso da Senza Soste parla invece del tesoriere Belsito e dei suoi luridi agganci con personaggi legati al pericoloso e potente clan De Stefano e del denaro riservato ai partiti spartito tra i militanti e investito all'estero,nonchè dello sputtanamento ormai generalizzato su vasta scala che il partito di celtiche genesi che vedeva nella sacra moralità e dell'incorruttibilità un caposaldo della propria ideologia.
Lontani i tempi in cui gli sporchi negri(vedi ora investimenti africani)ed i mafiosi(vedi matrimoni d'affari con i clan calabresi)erano i nemici che disintegravano e corrompevano la bella Italia(o almeno il Nord di essa)...il Dio denaro ha fatto da paciere verso questi ex nemici che fanno gonfiare le tasche dei legaioli a dismisura.
Aspettando che le indagini di ben tre procure(Milano,Napoli e Reggio Calabria)dipanino la matassa dei fili che sono stati intrecciati tra Lega e 'ndrangheta si aspettano cambi radicali sia nell'organigramma del movimento padano che nel suo programma,con Bossi Sr.,Bossi trota e Maroni che avranno tanto da spiegare,e ben spero vengano cacciati a calci in culo,stranieri nella loro terra.

Lega Nord e 'ndrangheta: era proprio amore.
Nel dicembre del 2010 esce un libro di Gianluigi Nuzzi per le edizioni Chiarelettere: Metastasi.
Qui se ne possono leggere alcuni estratti.
Il testo è una ricognizione della modalità di penetrazione della 'ndrangheta nei territori attraverso le rivelazioni di un pentito. Nuzzi non parla però solo di Calabria: facendosi forza delle dichiarazioni del pentito di 'ndrangheta fa ipotesi serie sulle infiltrazioni delle 'ndrine al nord. Costruendo anche riscontri su un rapporto, che sembra essere tutt'altro che episodico, tra 'ndrangheta e Lega nord in Lombardia.
Strano partito la Lega Nord, uno degli uomini più popolari di quel partito in Lombardia è quel Davide Boni che si è fatto una carriera in quella regione urlando nelle televisioni locali contro "le barbe lunghe degli imam". Oggi è vicepresidente del consiglio regionale lombardo, vive barricato nel suo ufficio, travolto da un'inchiesta per tangenti. Assieme a altri tre vicepresidenti della stessa regione, tra cui l'ex braccio destro di Bersani mai espulso dal Pd, condivide pesanti accuse di corruzione. Non si è dimesso e grida al complotto. Strano che non dia la colpa di tutto questo alla Jihad.
Il libro di Nuzzi, poco più di un anno fa, ebbe un certo effetto editoriale e politico. Oggi, con la messa sotto inchiesta del cassiere della Lega nord, le accuse si sono fatte da giornalistiche a giudiziarie. Belsito, tesoriere della Lega ed ex sottosegretario, è infatti sotto inchiesta delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria. Le ipotesi di reato sono molte, oltre alla distrazione di fondi in favore di Bossi, tra cui riciclaggio e rapporti di affari con la 'ndrangheta. Belsito è anche lo stesso tesoriere scoperto a investire fondi del finanziamento pubblico al partito in titoli speculativi della Tanzania. Insomma, va bene urlare contro i negri e i mafiosi ma, quando ci sono gli affari di mezzo, alla Lega non sembra mancare una certa disinvolta diplomazia. Non ci vuole molto a capire, come per la vicenda Lusi (che il Pd ha fatto quasi finta di non conoscere), che quanto è il tesoriere ad essere messo sotto inchiesta all'indice non viene messa una persona ma un intero partito. I suoi modi di gestire i finanziamenti e i rapporti con il mondo degli affari (e non solo, a come si vede). Nella Lega è in atto da diverso tempo una lotta interna sulla gestione del partito, e sulla successione di Bossi, che rivela però come il carroccio sia più un pretesto per l'accumulazione di reti clientelari che qualsiasi altra cosa si possa pensare.
La Lega è quindi di fronte alla crisi di credibilità più grossa da due decenni a questa parte. Sembra incredibile che, come Al Capone, sia stata inchiodata solo per questioni finanziarie. Un partito velenoso, razzista, senza spessore culturale, privo di reali prospettive politiche, con dei quadri che hanno mostrato una voracità degna della Dc ha potuto navigare, come se fosse una cosa seria, in due decenni di politica istituzionale italiana. Sintomo, e specchio, dell'incapacità strutturale italiana di saper selezionare gruppi dirigenti e partiti.
Non solo, a più riprese il centrosinistra ha mostrato di assorbire non solo politiche ma anche le prospettive istituzionali prefigurate dalla Lega. Le frasi di D'Alema sul carroccio come "costola della sinistra" hanno infatti alimentato un quindicennio di pessima politica, e altrettanto pessima letteratura politica, in Italia. Circa un anno fa Bersani, in visita alla Lega a Milano, ancora parlava di "federalismo possibile" come se davanti avesse come interlocutore non Umberto Bossi ma Altiero Spinelli.
C'è solo da capire se siamo, finalmente, all'inizio dell'epilogo di un partito tragicamente ridicolo oppure ad una sua radicale ristrutturazione. Tra sviluppi delle inchieste, ed elezioni amministrative di maggio, il quadro sarà più chiaro. Intanto il partito del "padroni a casa nostra" (fin troppo, a quanto si vede) sembra aver mostrato una certa affinità con il mondo di cosa nostra. Versante 'ndrine, ritenute oggi le mafie più efficienti e aggressive, tanto per non farsi mancare il brivido dell'avventura.

(red) 3 aprile 2012

la fonte

Oltre al tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito, nell'indagine della Dda di Reggio Calabria sono indagati l'avv. Bruno Mafrici, nato a Malito Porto Salvo (Reggio Calabria), ma residente a Milano in via Borgogna, al quale questa mattina sono state perquisite le abitazioni e lo studio professionale in via Durini nel capoluogo lombardo; Romolo Girardelli, procacciatore di grandi affari, detto ''l'ammiraglio''; Stefano Bonet, Paolo Scala, Lisa Trevisan, Leopoldo Caminotto e Nadia Arcolin. Le perquisizioni hanno, tra gli altri, riguardato la Effebi immobiliare, con sede a Genova, di cui Girardelli e' risultato socio di Belsito attraverso il figlio Alex Girardelli, e la Polare Scarl,riconducibile a Stefano Bonet, del cui sportello genovese, secondo l'accusa, Romolo Girardelli risulta essere responsabile. Gli otto sono indagati per riciclaggio e Girardelli con l'aggravante di avere agevolato la cosca dei De Stefano. Il filone aperto dalla procura di Reggio Calabria, riguarderebbe presunti legami tra esponenti della 'ndrangheta reggina per alcune societa' tra cui la Siram, che secondo l'accusa avrebbe intrattenuto rapporti con uomini della Lega. Altre perquisizioni sono infatti in corso da parte di altri nuclei investigativi di carabinieri e Gdf in sedi, oltre che della Siram, anche di altre societa'. La Procura di Napoli ha inquadrato la societa' nell'ambito di una inchiesta di riciclaggio che scaturirebbe da intercettazioni telefoniche e da operazioni spregiudicate riferibili, secondo l'accusa, ai tre indagati.(ANSA).

http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=125945:indagine-lega-spunta-la-cosca-de-stefano&catid=1:ultime

mercoledì 4 aprile 2012

UN ALTRO PARTIGIANO LOTTA NEL CIELO

A distanza di pochi giorni dalla morte del poeta e partigiano Mario Socrate(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/03/la-morte-di-mario-socrate.html )un altro lutto ha colpito un altro tassello fondamentale della lotta della Resistenza italiana contro il nazifascismo,Rosario Bentivegna.
Il lungo articolo posto sotto è diviso in una prima parte presa da"contropiano.org"che traccia una biografia del combattente per la libertà romano che ebbe proprio nella capitale un ruolo di prim'ordine nel cacciare fuori dall'Italia gli invasori nazisti eliminandone trentatrè assieme ad altri suoi compagni nel famoso attentato di Via Rasella che portò alla ritorsione delle Fosse Ardeatine.
Insito nel pezzo vi sono pure le accuse di giornalisti revisionisti nostalgici del fascismo(ultimo in ordine di tempo quello straccione di Belpietro noto per autoattentarsi e per essere un animale scodinzolante al guinzaglio del padrone neodvce)che hanno tacciato di vigliaccheria il commando di Via Rasella,cosa smentita dai fatti e dagli studi riportati nella seconda parte del post che prende spunto da un articolo del settimanale"La rinascita della sinistra"dell'ottobre del 2002.
Fatto sta che se ne va un altro dei mitici partigiani che hanno permesso all'Italia di essere liberata dalla feccia nazifascita e sono felice che sia riuscito ad ammazzarne così tanti(a parte due civili martiri di una guerra evitabile)in una volta sola:i vecchi se ne vanno,i giovani devono ricordarne le lotte e gli ideali.

E’ morto Rosario Bentivegna, un partigiano coraggioso.
Se n'è andato ieri il partigiano Rosario Bentivegna, eroe della Resistenza di Roma e tenace difensore della verità storica. Un uomo coraggioso, un combattente per la libertà.
E' scomparso un altro partigiano. Uno degli ultimi sopravvissuti, il che rende la morte di Rosario Bentivegna ancora più dolorosa.
Tra ieri e oggi praticamente tutti i media hanno riportato alcuni degli elementi della sua esemplare biografia: partigiano dei Gruppi di Azione Patriottica, eroe della Resistenza di Roma, partecipò all’azione più esemplare della resistenza antifascista e antinazista realizzata sul fronte urbano in un momento in cui decine di migliaia di giovani combattevano sulle montagne. Prese parte infatti all'attacco contro una colonna di SS altoatesine in via Rasella, nel centro di Roma, il 23 Marzo 1944. Nell’azione i partigiani uccisero 33 militari occupanti e due civili italiani che passavano per caso al momento dell’esplosione di un ordigno nascosto in un carretto da netturbino.
A quella legittima azione di guerra contro gli invasori l’esercito nazista, con l’attivo sostegno dei fascisti italiani, rispose con un una criminale rappresaglia: la strage delle Fosse Ardeatine.
Bentivegna – così come altri componenti del Gap - fu dalla fine della guerra in poi preso di mira da procedimenti giudiziari e polemiche di stampo revisionista, miranti tutti a dimostrare la ‘vigliaccheria’ del gesto di via Rasella. Soprattutto da destra – ma negli ultimi anni anche da quei settori della sinistra convertitisi alla ‘pacificazione’ e all’equidistanza tra fascismo e antifascismo in nome dell’accesso alla stanza dei bottoni – sono piovute sul partigiano Bentivegna accuse infondate e inaccettabili: in particolare quella infamante di non essersi consegnato ai tedeschi dopo l’attacco nel centro di Roma, scatenando così la feroce rappresaglia delle Fosse Ardeatine contro 335 civili e militari italiani rastrellati nelle ore successive e poi massacrati. Non importa che i documenti storici e le testimonianze chiariscano che la rappresaglia nazista fu decisa dagli occupanti indipendente dal fatto che i partigiani si consegnassero o meno. E che la strage delle Fosse Ardeatine fu attuata prima che i comandi tedeschi 'invitassero' i responsabili dell'attacco di Via Rasella a consegnarsi per evitare rappresaglie. Non importa neanche che i comandi nazisti abbiano rastrellato e massacrato la popolazione di interi quartieri e di interi paesi ovunque operassero squadre partigiane, senza bisogno di avere particolari scuse.
Addirittura il quotidiano montiano ‘La Repubblica’, nel ricostruire la figura del partigiano scomparso ieri a 90 anni, ricorda che “La piena legittimità dell'azione partigiana portata a termine da Bentivegna e dagli altri gappisti è stata del resto ribadita più volte anche in sede giudiziaria, ultima delle quali alla fine degli anni '90 con la condanna da parte del tribunale militare di Roma di due dei carnefici del massacro delle Fosse Ardeatine, il colonnello Herberth Kappler e il maggiore Karl Haas”.
Ma l’accusa ossessiva di vigliaccheria e irresponsabilità nei confronti di Rosario Bentivegna e di chi coraggiosamente combatté fascisti e tedeschi con poche armi e tanta incoscienza mira non solo a infangarne la memoria, ma soprattutto a screditare l’intero movimento resistenziale.
Ai fascisti che gioiscono per la sua morte su blog e social network ricordiamo che dall’altra parte, al contrario che per i repubblichini, non c’era nessun Togliatti a decretare amnistie e perdoni. E che i partigiani notoriamente non si nascosero sui camion tedeschi travestiti da soldati della Wermacht in cerca di scampo. Tutto si può dire dei partigiani tranne che fossero dei vigliacchi.
“Se l'attacco di via Rasella, probabilmente il più grave subito dai tedeschi in una città posta sotto il loro controllo in tutta Europa, fu l'azione più clamorosa di Bentivegna, la sua storia partigiana è ricca di molti altri episodi di coraggio: arrestato nel 1941, dopo la scarcerazione aderì nel 1943 al Partito comunista. Con l'armistizio e la formazione dei Gruppi di azione patriottica, fu tra i più valorosi protagonisti della Resistenza, sia a Roma (assalto a militari tedeschi in piazza Barberini, attacco a un corteo fascista in via Tomacelli) che nella zona della Casilina, dove comandò formazioni partigiane” ricorda ancora Repubblica.
Un impegno che è durato fino agli ultimi momenti della sua vita, soprattutto nelle scuole a raccontare cosa fu veramente la resistenza antifascista e antinazista. Per rintuzzare le volgari versioni revisioniste vendute ad un pubblico a volte sprovveduto da qualche voltagabbana prezzolato o da qualche repubblichino riconvertito all'accademia.

Di seguito quanto Bentivegna scriveva nel 2002 sul settimanale 'La Rinascita della Sinistra' a proposito di "Revisionismo, la storia capovolta e umiliata". "Sulla Resistenza romana e sulle vicende di via Rasella si sono dette troppe sciocchezze. Anche a sinistra" affermava a ragione il partigiano.
tratto da www.contropiano.org
2 aprile 2012
Cos'erano davvero i repubblichini

Fu così che ci scontrammo con le diverse formazioni repubblichine, che furono raramente impiegate sui fronti di guerra. I "combattenti" della Repubblica Sociale ebbero come compito solo operazioni di polizia politica e di salvaguardia dello "ordine pubblico nazista" applicando le "leggi di guerra" e la "strategia del terrore" della Germania di Hitler.
In buona sostanza, i "soldati di Mussolini" erano solo "collaborazionisti" - "ascari" - che potevano sopravvivere solo per la protezione che forniva loro l'esercito di occupazione tedesco, da cui erano armati e sfamati. Hanno sparato solo contro di noi e contro le popolazioni civili che ci appoggiavano, mentre i nostri obbiettivi erano le formazioni e le postazioni militari tedesche, e solo di conseguenza le spie e le formazioni dei collaborazionisti italiani.
Kesselring, nelle sue "Memorie di guerra" (Garzanti, 1956) scrive: "Poiché Mussolini non era riuscito a mutare l'intima avversione del popolo per la guerra in se stessa, avrebbe dovuto astenersi dall'entrare nel conflitto. Il fatto però che i partigiani abbiano partecipato con passione alla lotta contro le forze armate tedesche fa supporre che la popolazione non fosse sprovvista di spirito guerriero".

Il popolo e i partigiani.

Egli, da esperto militare, riconosce l'intima avversione del popolo italiano alla guerra combattuta a fianco del nazismo, ma riconosce altresì la capacità di lotta (lo "spirito guerriero", secondo il suo stile di vecchio militarista pangermanico) degli italiani ed ammette quindi che lo schieramento militare della Resistenza -la Guerradi liberazione nazionale - derivava direttamente dall'appoggio che "i partigiani" avevano da parte della "popolazione"
D'altra parte, l'iniziativa militare dei partigiani, che ha inciso così profondamente nel pensiero del comandante in capo della Whermacht in Italia, come traspare da altri capitoli delle "Memorie" citate, non ci sarebbe stata senza l'apporto e il contributo concreto delle popolazioni dei territori occupati dai nazisti, di cui, del resto, i partigiani erano figli, erano emanazioni dirette.
Il rigore scientifico di Renzo De Felice, malgrado gli errori delle sue interpretazioni (del resto, in biologia, la funzione antibiotica del penicillium notatum fu interpretata correttamente solo da Fleming, malgrado altri, prima di lui, avessero incontrato e classificato quella muffa e ne avessero osservato gli effetti sulle colture batteriche) non può essere certo posto allo stesso livello dei mille mistificatori e falsari, che si proponevano la parificazione tra i "volontari della libertà" e i "repubblichini" di Salò, o di superficiali e non disinteressati "storici", che, senza perder tempo nella faticosa ricerca di documentazioni attendibili, hanno occasionalmente sparato "cazzate", solo per sostenere, con i falsi, la mistificazione delle valenze storiche, etico-politiche o militari degli eventi, o per "compiacersi" - e sentirsi citare - per la propria "oggettività".
Sono stato partigiano in condizioni molto diverse: gappista in città, comandante di brigata sui Monti Prenestini, dietro la linea tedesca sul fronte di Cassino, ufficiale partigiano nella Divisione Italiana Parigiana Garibaldi, reparto regolare dell'Esercito Italiano che si batteva in Montenegro contro i tedeschi e i cetnici (che, in Serbia e in Montenegro, facevano la parte degli ùstascia in Croazia, ed erano altrettanto feroci). Ovunque ho sempre trovato disponibilità, comprensione, collaborazione e aiuto da parte della gente comune (la "popolazione non priva di spirito guerriero", come dice Kesselring), e soprattutto un rapporto umano straordinario.

Il caso de l' "Unità".

Un "revisionismo" mistificatore e falso ha colpito soprattuttola Resistenzaromana e la sua guerra di liberazione, e in particolare uno dei suoi episodi più drammatici, la strage delle Fosse Ardeatine, che i nazisti perpetrarono nella massima segretezza e con la massima fretta per paura delle reazioni preventive della cittadinanza, dei parenti dei prigionieri in mano nazista e della Resistenza. Qui la fantasia dei falsari e dei mistificatori ha raggiunto cime eccelse, e ne abbiamo colto significative manifestazioni perfino su "L'Unità" di Furio Colombo, dove il 24 marzo scorso, in memoria di quella strage, si riproponeva una tesi cara a tutti gli attendisti, e cioè che l'attacco partigiano di via Rasella, in cui fu annientata la 11° compagnia del terzo battaglione del "SS Polizei Regiment Bozen " fu un atto di guerra, dettato da emotività più che da un preciso ragionamento, discutibile sul piano dell'opportunità e sbagliato se messo in relazione con le finalità che si volevano raggiungere" (a parte lo spazio dato nei mesi precedenti ad alcuni scritti del Vivarelli ove si ricordavano le benemerenze patriottiche della X Mas e del suo eroico comandante, il principe golpista Valerio Borghese, o le amene considerazioni sullo stato di "città aperta" di Roma, con un titolo, il 15 agosto 2001, addirittura esilarante)
La nostra gente, pur affamata e terrorizzata, e ben sapendo di correre rischi mortali, ci aiutava, checché ne dicano il De Felice, o il Montanelli, o il Lepre, ecc. ecc., che sopravvennero dopo i primi exploit dei giornalisti repubblichini Spampanato e Guglielmotti, o dello "storico" Giorgio Pisanò, cantore dell'epopea repubblichina, o, nel1948, inpiena "guerra fredda", dei Comitati Civici dell'Azione Cattolica di Pacelli e di Gedda.
Quella nostra gente ci nascondeva, ci sfamava quando poteva e ci curava se ammalati o feriti, rifiutava di denunciarci, così come del resto aiutava e non denunciava i giovani renitenti di leva, gli uomini che si sottraevano al lavoro forzato imposto dai nazisti, i soldati e gli ufficiali sbandati, gli ebrei, i carabinieri, i prigionieri alleati evasi, i ricercati politici antifascisti e i politici fascisti che non avevano aderito al P.F.R. (bisogna pur ricordarlo: dei quadri del fascismo, solo il 10% di quelli periferici e il 15% di quelli nazionali aderirono al governo collaborazionista della Repubblica Sociale; degli oltre quattro milioni di italiani iscritti al P.N.F., costretti ad avere quella "tessera del pane", solo 200.000 - il 5% - si iscrissero al P.F.R.).

I romani e la rete di solidarietà.

I romani poi, dietro il loro menefreghismo ironico e apparentemente opportunista, seppero costruire spontaneamente una rete straordinaria di solidarietà attiva nei confronti delle centinaia di migliaia di ricercati e perseguitati che affollavano la loro città. Essi, pur temendo per la loro vita e imprecando a parole contro chi poteva turbare la loro sacrosanta voglia di quiete, non esitarono a schierarsi nei fatti dalla parte della libertà e contro la crudele presenza dei tedeschi e dei fascisti, isolati e "schizzati".
Da questa Resistenza, fatta di fame e di sofferenze, ha preso le mosse la Guerra di liberazione nazionale, che è iniziata proprio a Roma, subito dopo l'8 settembre, oltre che con una intensa attività diplomatica, politica, di agitazione, di "intelligence", anche con iniziative militari che hanno fatto della nostra città la capitale dell'Europa occupata che ha dato più filo da torcere agli eserciti tedeschi (Dollman), che ha fatto dire a Kappler che dei romani non ci si poteva fidare, che ha fatto raccontare a Mhulhausen la paura che lo stesso Kappler aveva dei partigiani e della gente di Roma.
Dice Renzo De Felice: ("Il Rosso e il Nero", pag. 60): "Roma fu la città col maggior numero di renitenti: un po' per la sua configurazione sociologica, un po' perché era stata l'unica città in cui si era tentata la resistenza armata contro i tedeschi dopo l'armistizio, un po' per la presenza del Vaticano e del gran numero di luoghi ed edifici dove i renitenti potevano nascondersi. Al primo posto ci fù la "difesa di se stessi", sia da parte di chi rispose al bando, sia per chi riuscì a nascondersi, come per chi fu costretto a salire in montagna. Molti di questi divennero valorosi partigiani. Per molti altri pesò sempre il vizio di origine di una scelta opportunistica", che, aggiungo, ha aperto lo spazio a tutte le fantasie e le menzogne della vulgata antipartigiana.
In quei terribili nove mesi Roma - anche per ragioni geografiche (eravamo a poche diecine di chilometri dal fronte) - è stata all'avanguardia (politica e militare) di tutte le città italiane occupate: la sua gente, i partigiani che da essa provenivano, hanno reso impossibile il disegno strategico del nemico, che voleva fare di Roma, dei suoi nodi stradali e ferroviari, dei suoi servizi, un comodo transito e un rifugio per i mezzi e le truppe da e per il fronte di Cassino e di Anzio, una tranquilla base per i suoi alti comandi, il luogo dove permettere un piacevole ristoro ai suoi soldati impegnati sul fronte.
I romani, con i loro figli partigiani che colpivano e sabotavano il nemico ogni giorno e ogni notte in città, nelle campagne intorno Roma e nel Lazio, con la loro capacità di aiutarli, nasconderli, proteggerli, fecero di Roma "una città esplosiva", come dovette ammettere Kappler, il boia delle Ardeatine, nel processo che subì alla fine della guerra.
Questa era la strategia della Resistenza romana, che perfino il collaboratore de L'Unità mostra di non aver compreso.
Il Maresciallo Clark, comandante della V Armata americana, ebbe a dire personalmente a Boldrini che soltanto quando le truppe anglo-americane entrarono in Roma i Comandi Alleati capirono senza più alcun dubbio che l'Italia era con loro.

Il costo della lotta partigiana.

Abbiamo pagato cara questa nostra Resistenza: 650 Caduti, tra il il 9 e il 10 settembee 1943, nella battaglia per Roma. Di essi 400 erano ufficiali o soldati, e dei civili ben 17 furono le donne.
Oltre 50 furono i bombardamenti Alleati, dovuti alla presenza in città di comandi, mezzi e truppe tedesche (altro che "città aperta"!); fame e miseria; deportazioni; rastrellamenti in tutti i quartieri, centrali e periferici; il coprifuoco alle 4 del pomeriggio; unica città in Italia, fu proibito a Roma l'uso delle biciclette (altri mezzi, oltre quelli pubblici, non erano consentiti ai civili); feroci esecuzioni e rappresaglie, le Ardeatine, Bravetta,La Storta, il Ghetto, il Quadraro, le razzie, gli arresti, le torture (via Tasso, Palazzo Braschi, la pensione Oltremare, la pensione Jaccarino, Regina Coeli, ecc.: operavano in Roma ben 18 "polizie", tedesche e italiane, pubbliche e "private"!), gli assassinii compiuti a freddo nel centro della città e nelle borgate.(10 fucilati a Pietralata, 6 renitenti fucilati a Ladispoli, 10 donne fucilate a Portuense, dieci donne fucilate a Tiburtino 3°, circa 80 fucilati a Bravetta, 14 fucilati alla Storta.....più la strage del Quadraro: su 700 cittadini deportati ne sono tornati solo 300!... più la strage degli ebrei, circa duemilacinquecento deportati, ne sono tornati circa 120....
I partigiani romani uccisi in combattimento, morti sotto la tortura o fucilati, nei nove mesi che vanno dal 9 settembre 1943 al 5 giugno del 1944 sono 1.735, oltre ad alcune migliaia di cittadini romani, ebrei e non, deportati nei campi di sterminio in Germania e che non sono tornati; ma in questi stessi nove mesi in Roma furono condotte azioni militari e di sabotaggio che in numero e in qualità non hanno pari, nei limiti di quel periodo, in nessun'altra città d'Italia.
Fu così che il nemico pagò cara la sua permanenza in città, e si vendicò manifestando la sua brutale ferocia.
Ma quando gli eserciti alleati incalzarono, i tedeschi e i fascisti abbandonarono Roma precipitosamente, contro gli ordini di Hittler e Mussolini, che volevano impegnare battaglia in città casa per casa e deportare tutti gli uomini validi per il lavoro coatto, secondo i piani già approntati dal generale delle SS Wolff.
Roma era una "città esplosiva", e la non lontana esperienza di Napoli convinse anche i più feroci tra i nostri nemici a non correre rischi già sperimentati.
La Resistenza romana ebbe caratteristiche di spontaneità e di diffusione capillare che è difficile trovare altrove. Sono diecine le formazioni impegnate, grandi come come quelle dei partiti del CLN, in particolare i tre partiti di sinistra, PCI, Pd'A e PSIUP, come Bandiera Rossa, o i Cattolici Comunisti, o come il Centro Militare Clandestino dei "badogliani", ma anche piccole o piccolissime, che, per non aver potuto o voluto trovare il collegamento con i partiti del CLN, operavano autonomamente contro i tedeschi e i collaborazionisti fascisti.
Sono noti episodi di iniziative solidaristiche, ma anche di sabotaggio e di guerriglia, condotti addirittura da famiglie o da singoli, fino all'ultimo giorno dell'occupazione tedesca.
Tutto ciò, e per molte ragioni, che ha esaminato di recente anche Alessandro Portelli nel suo splendido libro "L'Ordine è stato eseguito" ed. Donzelli, che ha ottenuto nel 1999, con il Premio Viareggio per la saggistica il più ambito riconoscimento letterario italiano, si è attenuato nella memoria storica della città perché ha prevalso la disinformazione attraverso l'uso ripetuto di falsi e mistificazioni, malgrado le smentite documentate e l'uniformità delle delibere di tutti i livelli della magistratura, fino alle Cassazioni civili, penali e militari.

Guerra di liberazione nazionale.

La nostra è stata una "guerra di liberazione nazionale", la guerra di tutti gli italiani per la libertà e per la democrazia: furono i collaborazionisti dell'invasore che cercarono di trasformarla in guerra civile, ma ci riuscirono solo in parte perché la grande maggioranza degli italiani li respinse insieme ai loro protettori e padroni nazisti.
Del resto anche i dirigenti politici e militari di Salò, ma anche i tedeschi, sapevano molto bene come stavano le cose, altrimenti le feroci rappresaglie messe in atto nelle città, e quelle ancor più feroci e indiscriminate compiute sui monti e nelle campagne non avrebbero avuto motivo contro una popolazione schierata in qualche consistente misura dalla loro parte.
Due canzoni, una delle brigate nere e una delle brigate partigiane, ricordano in modo emblematico il clima in cui vivevamo: "Le donne non ci vogliono più bene / perché portiamo la camicia nera" cantavano i fascisti; e dall'altra parte: "Ogni contrada è patria di un ribelle / ogni donna a lui dona un sospiro" cantavano i partigiani.
Basti ricordare, per chi c'era, l'atmosfera di cupo infinito silenzio della nostra città, delle nostre contrade, deserte nei mesi dell'occupazione, e l'esplosione improvvisa di gioia, affollata, urlata, felice, che accolse le forze militari anglo-americane.
Eppure è sempre più frequente che la nostra guerra di liberazione venga ricordata come guerra civile. Fa parte di una delle brecce che il revanscismo fascista è riuscito ad aprire nella memoria corrente.

("la RINASCITAdella sinistra", venerdì 18 ottobre 2002, pagg 28-29)

martedì 3 aprile 2012

A COBRA FUMOU

Non molto tempo addietro avevo visto un breve filmato che raccontava le gesta eroiche della Força Expedicionària Brasileira(FEB)che combattè in italia al fianco delle forze alleate e i partigiani contro gli invasori nazisti e i traditori fascisti soprattutto lungo la Linea Gotica.
Con circa 25mila uomini impegnati in guerra e alla fine di essa con quasi 500 vite lasciate sul suolo italiano,i brasiliani dettero una mano fondamentale nella riconquista di parecchie città e paesi soprattutto nella zona appenninica emiliano romagnola,in un susseguirsi di azioni che videro il loro impegno per salvare della gente straniera e sconosciuta ai limiti del romanticismo rivoluzionario.
L'articolo sotto è preso dal sito del museo apppositamente dedicato alla FEB nel piccolo comune di Montese in provincia di Modena e fornisco il link creato su wikipedia:http://it.wikipedia.org/wiki/For%C3%A7a_Expedicion%C3%A1ria_Brasileira ,ricordando che il motto della FEB riportato nel titolo del post(a cobra fumou)nasce dal fatto che l'allora presidente del Brasile disse che fosse più facile vedere un serpente fumare piuttosto che lo stato carioca entrasse in guerra.

La Força Expedicionária Brasileira - F.E.B.

Il Corpo di Spedizione Brasiliano (Força Expedicionária Brasileira - F.E.B.) partecipò attivamente alle operazioni di guerra della Campagna d'Italia tra il mese di luglio del 1944 e il maggio del 1945, aggregato al IV Corpo d'Esercito della 5^ Armata USA, comandata dal Generale Mark Clark.
La forza combattente della F.E.B. era formata da 25.334 uomini, al comando del Generale di Divisione João Baptista Mascarenhas de Morais.



 


L'effettivo della F.E.B. giunse sul teatro delle operazioni via mare, in cinque scaglioni successivi, mentre le 111 infermiere furono trasportate con mezzi aerei.
Nonostante le condizioni e le circostanze avverse - i soldati della F.E.B. non avevano ricevuto un addestramento adeguato, ed il loro equipaggiamento non era propriamente quello necessario per affrontare uno degli inverni più rigidi del secolo - il Corpo di Spedizione Brasiliano affronto i rigori e l'inclemenza dell'inverno europeo combattendo in prossimità del crinale appenninico, e portando eroicamente a termine la propria missione.
In pochi mesi, a partire dal 16 settembre 1944, la F.E.B. conquistò al nemico, a volte palmo a palmo, circa 400 Km, da Lucca ad Alessandria, tra le valli dei fiumi Serchio, Reno e Panaro e nella pianura padana; liberò più di 50 paesi e città. Tra questi Montese fu il primo Comune italiano liberato dalla F.E.B., il 14 aprile del 1945, nel corso di un'aspra battaglia che durò tre giorni e lasciò il paese in un tale stato di desolazione e distruzione da fargli meritare il doloroso appellativo di "Montecassino del Nord".
Il Corpo di Spedizione Brasiliano ebbe più di 2.000 perdite tra morti, feriti e dispersi, e catturò oltre 20.000 prigionieri.
Le principali vittorie brasiliane furono Massarossa, Camaiore, Monte Prano e Barga nella valle del Serchio; Monte Castello, La Serra e Castelnuovo nella valle del Reno; Montese, Zocca e Marano sul Panaro nella valle del Panaro; Collecchio e Fornovo di Taro nella Pianura padana.
Occorre ricordare anche l'importante contributo della F.A.B., la Forza Aerea Brasiliana, con le 1.282 ore di volo sulle linee nemiche della 1^ Squadriglia di Collegamento ed Osservazione.
Brasiliani e partigiani collaborarono in molte occasioni, e spesso i partigiani fecero da guida alle perlustrazioni delle pattuglie brasiliane; in particolare, nelle zone appenniniche, la F.E.B. ebbe frequenti contatti con la "Brigata Giustizia e Libertà", e con la "Divisione Garibaldi".
Frequenti e positivi furono anche i rapporti con la popolazione civile, improntati ad un clima di amicizia, e calore umano: da parte brasiliana i soccorsi ed i rifornimenti ai civili andarono spesso bel al di là dei limiti stabiliti dagli Alleati.
In nome del rapporto di fratellanza che si venne a creare con i soldati della F.E.B. Montese ha dedicato loro, oltre alla Sala 5 del Museo Storico, due monumenti, una strada ed una piazza.
Inoltre è in corso un intenso rapporto di interscambio con la città di Fortaleza, capitale dello stato del Cearà, nel Nord-Est del Brasile, dove un quartiere molto popoloso, fondato nell'immediato dopoguerra, porta il nome di Montese.
I Caduti brasiliani furono inizialmente sepolti nel Cimitero Militare Brasiliano di Pistoia; nel 1960 i corpi furono traslati in Brasile, e sepolti nel Monumento Nazionale ai Caduti di Rio de Janeiro, mentre a Pistoia è rimasto il Monumento Votivo Militare Brasiliano.

Il simbolo della FEB: "a cobra fumou".

Lo stemma della F.E.B. raffigura una serpente che fuma la pipa: fu scelto in risposta a quanti dicevano "È più facile veder fumare un serpente, piuttosto che la F.E.B. si imbarchi"... e il serpente fumò con destinazione Italia.