martedì 11 luglio 2017

CONFUSIONE SULL'ANTIFASCISMO IN CASA PD

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Negli ultimi giorni si è parlato molto di antifascismo,sempre giusto e doveroso un ripasso della storia passata e presente e dare una rispolverata alla Costituzione è un atto di impegno civico che dovrebbe essere quotidiano.
Anche perché saltano fuori coloro che appoggiano il fascismo o che essendo di nessuna parte(a sentirli)per l'appunto allora sono fascisti,ma anche chi si autoproclama antifascista ha un poco di confusione non nel difendere la lotta e la nascita della Repubblica italiana con la Resistenza,ma nell'applicare questi insegnamenti.
L'articolo preso da Contropiano(pd-truffa-antifascismo )parla della salvaguardia dell'antifascismo in Italia da parte dei maggiori rappresentanti del Pd,Renzi in testa,ma  racconta anche delle pratiche fasciste che Minniti attua,dei rapporti col governo ucraino,della volontà di cambiare in peggio la legge che tutela gli scioperi.
Con la legge Fiano in discussione che porterebbe ad inasprire le sanzioni per chi compie il reato di apologia del fascismo e del nazismo,che a dispetto delle lamentele e delle critiche comunque propone qualcosa di nuovo e di meglio rispetto a chi vorrebbe abrogare la legge Mancino e chi non propone nulla.
Tra deliri balneari di fascisti a Chioggia e Ostia,con evidenti e seri problemi mentali il primo e con la solita arroganza del branco dei secondi,con i grillini che si mostrano sempre più di estrema destra contro la legge Fiano"liberticida"e con Salvini che vuole la fine della legge Mancino come detto sopra(le altre compagini di destra non le nomino nemmeno intanto si sanno i loro intenti reazionari)ci mettono davanti agli occhi un paese in conflitto interno dove bisogna trovare soluzioni a problemi partendo soprattutto dalla sinistra,ma questi sono altri discorsi da riprendere più avanti.

Pd-truffa: antifascismo elettorale e fascismo vero sul diritto di sciopero.

di Giorgio Cremaschi
In pochi giorni il PD di Renzi, ma anche il sistema politico e mediatico che lo sostiene, hanno innalzato bandiere di segno opposto, sugli stessi temi, quasi contemporaneamente. Mentre in parlamento i piddini, in realtà senza grande impegno, sostengono lo Ius Soli, Renzi fa suo lo slogan di Salvini: Aiutiamoli a casa loro. Del resto le leggi Minniti nemmeno la Lega le avrebbe potute superare in ferocia.
Il renziano di ferro Fiano presenta una legge contro l’apologia del fascismo e del nazismo, ma intanto il governo Gentiloni intensifica i rapporti col governo Ucraino che con ministri fascisti e la presidente Boldrini esprime solidarietà e condivisione in un incontro con uno dei leader neonazisti di quel paese. E i fascisti venezuelani per il PD sono combattenti per la libertà.
Mentre il governo concorda con la UE la prossima finanziaria lacrime e sangue, magari differite a dopo le elezioni, Renzi chiede di bocciare il fiscal compact, sostenuto da quel partito che il 25 aprile ha sfilato a Milano mascherato da blu UE E che resta fanatico dell’Euro.
Ovviamente i fascisti ed i razzisti dichiarati, così come i fanatici dell’europeismo più ottuso, insorgono nelle rispettive competenze, facendo così pienamente la parte loro assegnata nel teatrino renziano.
La realtà è che nulla di tutto questo dovrebbe essere preso sul serio perché il PD è passato dal culto del bipolarismo elettorale alla politica bipolare cioè alla schizofrenia delle sue posizioni. Nulla è serio e coerente nel PD, tranne l’attacco ai diritti del lavoro. Così c’è un progetto su cui Renzi e il palazzo politico mediatico stanno lavorando alacremente e senza contraddizioni: colpire il diritto di sciopero. Qui Marchionne, Renzi, Berlusconi e la grande stampa si trovano uniti, e sono benedetti dalle istituzioni europee e dai governi che stanno facendo altrettanto. Colpire il diritto di sciopero mentre si scatenano le politiche di austerità è il più autentico atto di fascismo che si possa fare oggi. E lo fanno quelli che vogliono colpire l’apologia del fascismo di ieri.

lunedì 10 luglio 2017

LA MARCIA DELLA GIUSTIZIA IN TURCHIA

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A culmine di una lunga marcia per la giustizia cominciata più di tre settimane fa ad Ankara,a Istanbul migliaia di persone sono scese in piazza in maniera pacifica per protestare contro il califfato turco di Erdogan che con l'ultimo referendum ha messo fine alla parola democrazia(madn la-turchia-ha-scelto-erdogan ).A quasi un anno di distanza dal finto golpe(madn sarebbe-stato-un-golpe-giusto-se-vero )che fece quasi trecento morti e che diede inizio all'epurazione di centinaia di cittadini,politici,sindacalisti e insegnanti sospettati di cospirare contro il sultano Erdogan,la Turchia con questa protesta curata ad occhio da centinaia di poliziotti e con i carri armati dell'esercito fa sentire la propria voce e l'indignazione di una grande fetta del suo popolo.Articolo preso da Left(left.it/redazionale ).
Turchia,la forza della marcia pacifista contro Erdogan.
La coraggiosa “rivolta contro l’ingiustizia” dei turchi si è conclusa domenica a Istanbul. La lunga marcia di protesta di centinaia di migliaia di persone contro il regime teocratico-militare del presidente Erdogan è durata più di tre settimane, 25 giorni, e si è snodata per quasi 500 chilometri. Tutti coloro che si sono uniti al fiume dei manifestanti lo hanno fatto per partecipare alla “Adalet Yuruyusu”, la marcia per la giustizia, iniziata ad Ankara, al parco Guven, il 15 giugno scorso.
«Nessuno deve pensare che questa marcia sia finita: questa marcia sta iniziando. Questa è la nostra rinascita, la rinascita del nostro paese, per i nostri figli. Ci rivolteremo contro l’ingiustizia» ha detto Kemal Kilicdaroglu, 68 anni, leader del partito repubblicano, il CHP, il cui partito è il maggior organizzatore dell’evento.
La marcia si è conclusa a poichi giorni da un anniversario drammatico: quello del colpo di Stato che l’anno scorso ha sconvolto il destino di decine di migliaia di turchi. Il 15 luglio sarà un anno dal giorno in cui morirono 249 persone e dall’inizio delle epurazioni del presidente autocrate. Licenziati in migliaia, arrestati in 50mila, in una vita sospesa altre decine di centinaia: adalet, per tutti loro, la folla urla “adalet”, agita la parola scritta rosso su bianco, colori della bandiera turca, e sono molte a sventolare alla marcia, proprio come alle manifestazioni governative.
Dopo 450 chilometri di strada insieme, i manifestanti – gli organizzatori parlano di un milione di partecipanti- si sono salutati a Maltepe, nella parte asiatica di Istanbul, una tappa finale simbolica, nei pressi del carcere dove è rinchiuso il deputato socialdemocratico Enis Berberoglu, condannato a 25 anni per “rivelazione di segreto di Stato”, colpevole di aver denunciato la vendita di armi dalla Turchia alla Siria con camion dei servizi segreti di Ankara.
«Siamo qui, milioni di noi vogliono un nuovo contratto sociale». Prima di concludere, Kilicdaroglu ha lanciato verso il cielo turco una colomba bianca.

domenica 9 luglio 2017

BELFAST,IL CALCIO E GLI SCONTRI

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Il prossimo 13 luglio sarà una data speciale per la città di Belfast non solo per la farsa della marcia dei pagliacci orangisti che si terrà il giorno prima,ma anche perché ci sarà il turno preliminare di Champions League tra il Linfield ed il Celtic Glasgow.
La prima squadra lealista che addirittura tranne rare eccezioni non voleva cattolici tra le sue fila ed il team con i sostenitori filo repubblicani d'Irlanda e più di sinistra non solo in Scozia ma nel resto d'Europa,con scintille che potrebbero infiammare sia prima che dopo il match.
Senza Soste(conflitto-irlandese )prende la palla al balzo descrivendoci le squadre di Belfast in una nazione dove il calcio non è molto seguito ma che comunque ha tifosi passionali e le sfide e soprattutto i derby tra cattolici e protestanti,repubblicani e unionisti,sono state sempre occasione per violenti scontri.

Il conflitto irlandese e le squadre di Belfast.

Il prossimo 13 luglio si giocherà la partita del preliminare di Champions League fra Linfield e Celtic. Una partita che ha mille significati politici e che è considerata ad altissimo rischio visto che il giorno prima ci sarà la consueta marcia orangista, The Twelfth, l'anniversario della battaglia di Boyne del 1690 e che ha generato spesso violenti scontri. Per capire meglio riproponiamo questo nostro articolo di qualche tempo fa che racconta Belfast ed il conflitto irlandese attraverso le sue squadre di calcio

Troubles and football
Prendete una città di quasi 500 mila abitanti, un manipolo di squadre semiprofessioniste e una media spettatori complessiva inferiore a quella di una qualsiasi squadra di Eccellenza del nostro campionato. Pochi sostenitori ma buoni, particolarmente caldi e viscerali, tifosi di squadre ognuna delle quali ha una storia particolare da raccontare. Perché la città non è una qualsiasi e ogni squadra di quelle che andremo a trattare riveste un ruolo non solo sportivo ma anche sociale, religioso e politico. La città in questione è la più conflittuale, insanguinata e divisa che il mondo occidentale abbia conosciuto nel secolo scorso. This is Belfast.
Belfast e la questione irlandese
Belfast è la capitale dell’Irlanda del Nord sin dalla sua creazione, ovvero dal 1920, ed è la città che è stata maggiormente insanguinata dalla violenza britannica e unionista contro la popolazione nazionalista. Sebbene siamo portati ad identificare il conflitto tra irlandesi repubblicani e cattolici da una parte e britannici, unionisti e protestanti dall’altra in maniera più o meno esclusiva attraverso i Troubles (il conflitto civile durato dal 1969 circa fino alla fine degli anni ’90), il conflitto coloniale dura in realtà ormai da più di 800 anni. Una guerra civile i cui protagonisti giocano dei ruoli ben definiti: da una parte invasori e carnefici, gli unionisti, e dall’altra segregati e vittime, i repubblicani. Da un lato i coloni britannici che a partire dal XVII secolo si sono stanziati in Irlanda del Nord, le forze paramilitari lealiste come la Ulster Volunteer Force (UVF) e la Ulster Defence Association (UDA), e l’esercito inglese, Dall’altro la comunità irlandese, l’Irish Republican Army (IRA) e altri gruppi armati di resistenza quali l’INLA. Un conflitto che anche geograficamente ha spezzato in due la città: il cuore unionista stanziato a Shankill Road e quello repubblicano a Falls Road. Una guerra totale e totalizzante più di quanto non dicano le quasi 1600 persone uccise in città tra il 1969 ed il 2001.
Linfield FC
Sebbene l’interesse e il tifo calcistico degli abitanti di Belfast sia tutto riversato verso Celtic o Rangers a seconda dell’appartenenza alla comunità repubblicana o unionista, ogni Bealfeirstian tifoso di calcio che si rispetti ha a cuore anche per delle squadre locali.
Il Linfield è di gran lunga la squadra più titolata dell’intera Irlanda del Nord e gode del privilegio di giocare a Wind­sor Park, il celebre stadio che ospita tradizionalmente anche le partite della Nazionale. Il Linfield è anche la squadra più sfrontatamente lealista. Fu fondato nel lontanissimo 1866 a Sandy Row, in una zona di Belfast solitamente ostile ai cattolici, da una comunità di operai protestanti del sud di Belfast, unionista e affiliata, specialmente durante i Troubles, con l’UDA e l’Orange Order. La prima uniforme di gara ricalca in tutto e per tutto quella dei Glasgow Rangers.
All’interno del club vige la regola non scritta di non tesserare giocatori cattolici o comunque non protestanti. Questo è ed è stato rispettato negli anni in maniera molto ferrea, salvo pochissime eccezioni.
Il club è seguito da un ristretto gruppo di fedeli e accaniti sostenitori. Tra gli ultimi disordini che vedono protagonisti i sostenitori del Linfield citiamo quelli datati marzo 2012. A Derry, città tristemente famosa per il secondo Bloody Sunday, quello del 1972, va in scena il ritorno dei quarti di finale della Setanta Cup, competizione che coinvolge squadre di entrambe le federazioni calcistiche dell’isola. Avversario è l’odiatissimo Derry City FC che dal 1985 ha chiesto e ottenuto di essere affiliato alla lega calcistica irlandese (a tal proposito si rimanda all’articolo “La bella favola del Derry City FC”, Senza Soste n. 33, dicembre 2008 ). I tifosi del Linfield hanno intonato cori anticattolici, a favore del Bloody Sunday e contro il papa e gli scandali di pedofilia con cui convive la Chiesa. I tifosi del Derry hanno risposto con canti a favore dell’IRA e altro ancora. La tensione all’interno dello stadio ha raggiunto un tale livello che a fine gara si è reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine per impedire uno scontro che sembrava ormai inevitabile.
Ma episodi ben più gravi sono successi in passato. Le tensioni settarie, maggiore causa dei conflitti durante le partite del campionato nordirlandese, raggiunsero il culmine in occasione del Boxing Day del 1948 disputatosi a Windsor Park tra Linfield e Belfast Celtic. Ma di questo ne parleremo in seguito.
Nel 1997, il match contro il Coleraine fu sospeso dopo che un tifoso scagliò due bottiglie sul terreno di gioco a seguito dell’espulsione di due giocatori del Linfield. Nel maggio del 2005 ci sono stati problemi di ordine pubblico a Dublino in occasione della finale di Setanta Cup tra Linfield e Shelbourne. Nello stesso mese ai tifosi del Linfield è stata vietata la trasferta al The Oval per la sfida contro il Glentoran, perché il mese prima duri scontri avevano coinvolto entrambe le tifoserie. Nel 2008, tre sostenitori dei blues furono arrestati a Dublino, con l’accusa di reati contro l’ordine pubblico durante il match di Setanta Cup contro il St. Patrick’s Athletic. Nel maggio dello stesso anno un giocatore del Linfield, fu colpito da un razzo lanciato dalla tribuna dei sostenitori del Cliftonville, mentre pochi giorni dopo è stato ancora l’intervento della polizia a sedare una rivolta in occasione del Boxing Day contro il solito Glentoran.
Nel Regno Unito, il Linfield è conosciuto insieme a Glasgow Rangers e Chelsea con l’appellativo di “The Blues Brothers”, termine riconducibile al colore blu delle maglie delle squadre ma anche al fatto che si tratta di tre club protestanti, quindi lealisti e a favore della regina d’Inghilterra. Durante i loro match si sente cantare spesso l’inno britannico “God Save the Queen” e le tribune del tifo organizzato sono ricche di vessilli e bandiere che ricordano il Regno Unito e l’Irlanda del Nord.
Ad ogni partita che la nazionale gioca a Windsor Park il Linfield percepisce il 15% degli incassi. Sebbene lo stadio sia proprietà dei Blues, questo è motivo di forti discussioni, dato che si tratta di ricavi extra che consentono al club di avere un tetto ingaggi nettamente superiore a quello di per sé già molto limitato delle altre squadre della lega.
Glentoran FC
Fondato nel 1882, quindi quattro anni prima del Linfield, il Glentoran è legato da sempre all’ambiente più ope­raio e proletario della città. Il Glentoran ha vinto molti meno titoli del Linfield ma a livello europeo ha avuto maggior successo. Alcuni dei momenti più esaltanti, perlomeno nel ricordo dei tifosi, vengono da campagne europee terminate nella rituale eliminazio­ne onorevole. Come quando in Coppa dei campioni furono eliminati dal Benfica di Eusebio ma solo dopo un doppio pareggio oppure quando raggiunsero i quarti di finale in Coppa delle Coppe contro il Borussia Moenchengladbach. Questo non affievolisce di certo la rivalità con l’odiatissimo Linfield per la supre­mazia della città, e più in generale del calcio nordirlandese.
Linfield e Glentoran giocano un “Belfast’s Big Two” ogni 26 dicembre (quello che gli inglesi chiamano il “Boxing Day”) ed è l’occasione in cui il poco seguito campionato nordirlandese fa registrare le massime presenze allo stadio e le tv che trasmettono l’evento riportano i massimi ascolti. La rivalità, in questo caso è soprattutto sportiva: anche il Glentoran è nato da protestanti, ma dal punto di vista politico i propri tifosi sono più moderati di quelli del Linfield. In più, dal 1949 ha trovato terreno fertile anche tra i cattolici, molti dei quali rimasero privi di una squadra per cui tifare soprattutto in chiave anti Linfield e il Glentoran è l’unica squadra che a livello di successi ha provato a tenergli testa negli ultimi 65 anni. Ma anche tra Linfield e Glentoran non sono mancati momenti di violenza. Su tutti si ricordano gli incidenti della finale di coppa nazionale del 1983 (2) e quelli del marzo dello scorso anno (3).
Belfast Celtic
Sapete perché il Glentoran ha richiamato tifosi cattolici a partire dal 1949? Perché nel 1949 si scioglie il club nordirlandese più prestigioso, il Belfast Celtic, il club di tutti (o quasi) gli irlandesi nazionalisti di Belfast. Il club fu fondato il 14 marzo 1891 ispirandosi al Celtic di Glasgow e adottandone gli stessi colori. La squadra disputava le sue partite al Celtic Park, stadio inaugurato nel 1901 e soprannominato dai tifosi locali The Paradise. La sua storia è stata costellata da una serie infinita di incidenti tra i propri sostenitori e quelli delle tifoserie lealiste. Nel 1920 la squadra viene esclusa dalla Irish League e non poté partecipare al campionato sino al 1924. Pronti, via e dopo pochi mesi un altro grave incidente durante la semifinale di Irish Cup contro il Glentoran: una persona portò una pistola allo stadio e iniziò a sparare sulla folla. Era un periodo molto difficile per l’Irlanda: era in pieno svolgimento la guerra d’indipendenza irlandese e nell’ottobre di quell’anno si verificò la prima Bloody Sunday (4); l’incidente avvenuto durante la partita, unito al fatto che tra la tifoseria del Celtic vi era una larga componente di irlandesi nazionalisti cattolici, comportò un allontanamento della squadra dalle competizioni.
Ma è il Boxing Day del 1948 che segnerà la fine del glorioso Belfast Celtic. Nel finale di partita contro gli acerrimi nemici del Linfield al Windsor Park, i tifosi di casa invasero il campo e si avventarono sui giocatori del Celtic ferendone seriamente alcuni. Quelli del Celtic fecero altrettanto dando vita a tafferugli epici sul campo di gioco. La notte stessa la dirigenza del celtic decise di ritirare la squadra dal campionato. La stagione successiva i dirigenti del club decisero di rinunciare a partecipare al campionato per risolvere i problemi interni ed economici del club. Le questioni interne non furono però risolte e il club non disputò più una partita ufficiale. Il mitico Celtic Park venne utilizzato come cinodromo sino al 1980, poi venne abbattuto per lasciar spazio a strutture commerciali. Nel 2003 è stata creata la Belfast Celtic Society un’organizzazione che ha lo scopo di preservare e diffondere la conoscenza storica del club.
Donegal Celtic
Nel 1970 nasce il Donegal Celtic, club considerato il naturale ereditiero del Belfast Celtic tanto da sposarne colori sociali e divisa. Prese il nome dalle strade del quartiere che si rifacevano tutte a paesi e città della contea irlandese del Donegal. Durante i suoi primi anni la prima squadra non riuscì mai ad emergere dalle categorie amatoriali soprattutto per problemi politici mentre al contrario le squadre giovanili mietevano successi a livello nazionale.
Nel 1990 il Donegal Celtic ha vissuto una delle giornate più difficili. Il destino volle che nel sorteggio di Irish Cup i biancoverdi fossero accoppiati al Linfield, gara unica da giocare a Windsor Park. Successe il finimondo. Dal momento che il Donegal giocava nelle serie inferiori, le forze di sicurezza sottostimarono il pericolo di incidenti. Nello stadio che portò alla dissoluzione del Belfast Celtic, le stesse dinamiche si riprodussero tali e quali 42 anni dopo. Circa un migliaio di persone seguì il Donegal a Windsor e le due tifoserie dettero luogo a una battaglia fuori e dentro lo stadio. E come accadde nel 1948 anche in questa occasione un tifoso del Linfield fece invasione di campo prendendo a pedate un giocatore con la maglia a strisce verticali biancoverde (5).
Negli anni successivi la federazione calcistica nordirlandese, in mano ai lealisti, continuò a discriminare il Donegal Celtic e solo grazie alla Commissione di uguaglianza dell’Irlanda del Nord il Donegal riuscì nel 2002 a debuttare tra i semiprofessionisti. Nel 2006 viene finalmente promossa nella massima serie. Adesso milita in seconda serie.
Cliftonville FC
Ma oggi la squadra più seguita dai repubblicani di Belfast (dopo il Celtic Glasgow, ovviamente) è il Cliftonville. Nata nell’omonimo quartiere nel lontano 1879, è uno dei due club più antichi dell’Irlanda del Nord. Disputa i match interni nello stadio Solitude, che contiene 3.700 spettatori. Nella sua storia ha conquistato 4 campionati nazionali, 8 Irish Cup e 2 Coppe di Lega ma l’evento più importante della sua lunghissima storia, anche per i connotati sociali e politici connessi, è probabilmente la doppia sfida giocata contro il Celtic Glasgow lo scorso anno nel 2° turno preliminare di Champions League. Due bellissime feste tra due tifoserie gemellate che hanno di fatto realizzato i sogni del Cliftonville: affrontare in una competizione così importante il club a cui società, giocatori e tifosi si ispirano.
I supporters del Cliftonville hanno una grande rivalità nei confronti delle tre squadre sostenute dalla comunità protestante, Linfield, Glentoran e Crusaders, che vedremo in seguito. Vantano anche un gruppo squisitamente “ultras”, la Red Army, politicamente schierati all’estrema sinistra e composta in passato da attivisti del Sinn Fein.
I tifosi, oltre che far parte del board, fanno le pulizie allo stadio, scrivono i programmi e partecipano in vari altri modi alla vita del club. Ma quel che rende davvero particolare la storia di questo club è che il Cliftonville ha radici protestanti, ma i Troubles degli anni ‘70 e i conseguenti cambiamenti demografici di Belfast hanno portato intorno al Solitude i cattolici repubblicani (Belfast nord ha infatti registrato in quegli anni un quarto dei morti dei Troubles). Oggi il Cliftonville ha una forte politica anti-settarismo.
Crusaders FC
Chiudiamo con i Crusaders, club filounionista che con il Cliftonville disputa il “derby del nord di Belfast”. Gli stadi dei due club sono separati da appena 1500 metri e le due tifoserie vivono una rivalità che ha toccato il suo culmine durante i soliti Troubles quando andarono più volte in scena seri incidenti tra le due fazioni. Oggi i rapporti tra le due tifoserie sono meno problematici
Tito Sommartino
articoli usciti su Senza Soste cartaceo n. 90 e 91 (febbraio-marzo 2014)
NOTE
(2) www.youtube.com/watch?v=dh12j3rSSsA
(3) www.youtube.com/watch?v=C0xpFNp7hYs
(4) Il 21 novembre 1920 l’esercito britannico, per rappresaglia dopo che quella mattina 19 agenti segreti britannici erano stati uccisi dai membri della squadra di Michael Collins, aprì il fuoco sulla folla nello stadio di Croke Park, a Dublino, durante la partita di calcio gaelico fra le contee di Dublino e Tipperary. Morirono 14 spettatori e il giocatore del Tipperary Michael Hogan, a cui ora è dedicata una tribuna. Nello stesso giorno, tre uomini, due membri dell’organizzazione di Collins ed un terzo creduto inizialmente anch’esso membro dell’organizzazione, vennero uccisi (come riferirono le autorità “mentre cercavano di scappare”) nella caserma in cui erano stati rinchiusi in stato di arresto la sera precedente.
(5) www.youtube.com/watch?v=rwWplifLsR4
vedi anche
Paradise lost: la leggenda del Belfast Celtic

sabato 8 luglio 2017

ARCHIVIAZIONE PER IL CASO ALPI-HROVATIN

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Faccio mio l'appello della madre di Ilari Alpi dopo l'archiviazione del caso sulla morte di sua figlia e dell'operatore Miran Hrovatin,ammazzati con una vera e propria esecuzione nel marzo del 1994 a Mogadiscio per le loro inchieste sul traffico d'armi e rifiuti tossici(vedi:madn misteri-ditalia-in-somalia ).Una vergogna che non se ne sia parlato ha detto la signora Luciana dopo la sentenza della procura di Roma,solo Raitre,rete per la quale Ilaria e Miran lavoravano,ha avuto la decenza di dare risalto alla notizia.L'articolo di Left(morta di caldo )spiega riassumendo le ultime vicende di questa ennesima pessima figura della giustizia italiana con capri espiatori,insabbiamenti e false testimonianze per coprire i veri colpevoli di questo assassinio.
Ilaria Alpi è morta di caldo,quindi.
di Giulio CavalliNello scorso ottobre l’unico imputato per l’omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadisco il 20 marzo del 1994, è stato scagionato e rimesso in libertà dalla Corte d’appello di Perugia. E fa niente che Hashi Omar Hassan si sia fatto già 17 dei 26 anni di condanna. Dopo la tardiva assoluzione la madre di Ilaria, Luciana, disse: “Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. Io sono stanca – ha detto ancora Luciana Alpi – sono sola dopo aver perso mio marito sei anni fa e non sto neanche tanto bene. Parlerò con il mio avvocato per decidere che cosa fare. Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità.”
Se c’è un omicidio e l’assassino era sbagliato significa che manca un pezzo di verità. Anzi, a ben vedere, significa che qualcuno ha avuto tutto l’interesse perché si accusasse la persona sbagliata per coprire quelle giuste e colpevoli. La morte di Ilaria Alpi ha un cattivo odore che parte da molto lontano.
E invece ieri la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione. Tutto nel cassetto. A firmarla è stata il pm Elisabetta Ceniccola, magistrato che assunse la titolarità degli accertamenti dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel 2007, respinse una richiesta di archiviazione sul duplice omicidio disponendo ulteriori accertamenti.
C’è un testimone falso che disse di essersi inventato le accuse “perché gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”, c’è qualcuno che ha pagato il falso testimone per inventarsi tutto quanto ma, a quanto pare, non ci sono depistaggi. Niente di niente.
Di ufficiale sulla morte di Ilaria e Milan rimangono le parole del presidente della commissione parlamentare d’inchiesta Carlo Taormina che ebbe l’ardire di dichiarare il 5 settembre 2012«Ilaria Alpi è morta a causa di una rapina. Era in vacanza non stava facendo nessuna inchiesta, la commissione che presiedevo lo ha accertato. Ho un documento che manterrò privato per rispetto alla sua memoria che racconta tutta un’altra storia».
Oppure è morta di caldo. Del terribile caldo di Mogadiscio. E siamo a posto così.
Buon mercoledì.

venerdì 7 luglio 2017

DONNARUMMA:ARRICCHITO,PRIVILEGIATO...E IGNORANTE


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Ci sono problemi ben più stingenti ed importanti di parlare di un calciatore il cui idolo è il fascista Gigi Buffon(già tutto questo è un programma)ma una piccola riflessione sul modo di essere e di fare del portiere del Milan Donnarumma è d'obbligo per rispetto di milioni di suoi coetanei che non hanno la fortuna(mi verrebbe più da dire invece sfortuna)di essere come lui,soprattutto a livello economico.
La decisione di questo arricchito e privilegiato giovane di non sostenere gli esami per la maturità per andare in vacanza a Ibiza facendo aspettare i lavori di tutti quelli che l'hanno atteso per i motivi sportivi cui era legato è innanzitutto una vergognosa mancanza di rispetto nei confronti degli studenti e del personale docente oltre che un cattivissimo esempio per una generazione di bambini più piccoli.
Le dichiarazioni prese dal Corriere(donnarumma-maturita )vedono l'indignazione non solo del personale scolastico ma anche una deriva che porta la scuola italiana ad essere snobbata pensando che essere bravi a giocare a pallone possa essere la via del successo(sempre finanziario)in un mondo,quello del calcio,fatto di persone anche laureate e che hanno dedicato lo stesso impegno in campo che sui libri:ma attenzione anche zeppo di calciatori che fanno dell'ignoranza una dote di bagaglio ben poco lusinghiera.
Un personaggio artefatto che in questo tiramolla che francamente ci ha ancora oggi rotto i coglioni sul suo ingaggio e sul futuro,certamente imbeccato anche dal quell'avvoltoio del suo procuratore Raiola,comunque non ha mai avuto il fegato di dire la sua mostrandoci quello che è:una marionetta ricca di denaro ma povera di spirito.

Donnarumma e la maturità, i prof lo strigliano: «Mancanza di rispetto»

La presidente della commissione: «La sua richiesta ha rallentato gli esami per gli altri». La lettera della ministra Fedeli: «Non mollare, fai l'esame».

La sua decisione di non presentarsi agli Esami di Stato, per volare con un jet privato in vacanza a Ibiza, ha indispettito i professori che lo attendevano al varco: «Un comportamento che rappresenta una grave mancanza di rispetto per la scuola, per la Commissione e per gli studenti delle classi coinvolte», ha commentato Elda Frojo, presidente della Commissione d’esame di fronte alla quale Gianluigi Donnarumma doveva sostenere l’esame di maturità per diplomarsi, da privatista, in ragioneria all’istituto paritario Leonardo da Vinci di Vigevano.
Gli altri candidati
«Il signor Donnarumma - ha detto l’insegnante, preside all’istituto professionale Pollini di Mortara (di chiara fede interista, come denuncia l’immagine di copertina del suo profilo Facebook, in cui campeggia Javier Zanetti) - ha chiesto di sostenere le prove suppletive. Il Miur, giustamente, cerca di incoraggiare coloro che si dedicano allo sport ma vogliono comunque proseguire negli studi. Nel caso del signor Donnarumma si è ritenuto che la partecipazione ai Campionati Europei under 21 giustificasse la richiesta. Chiaramente questo ha comportato un rallentamento dei lavori: i colloqui d’esame sono stati interrotti per consentire all’ormai ex candidato di sostenere le prove scritte». «Faccio presente - ha sottolineato la presidente della Commissione - che oltre al signor Donnarumma ci sono 57 candidati che stanno affrontando l’esame, alcuni dei quali hanno problemi familiari gravi. Eppure sono venuti ad affrontare le loro prove».

«Non mollare»
Una strigliata a Gigio è arrivata anche dal ministro dell'istruzione, che ha preso carta e penna e ha scritto un lettera - pubblicata su La Gazzetta dello Sport - al calciatore, invitandolo a sostenere l'esame con convinzione il prossimo anno. «Gambe e testa possono stare insieme, sport ad alto livello e studio non sono incompatibili - lo ha esortato Valeri Fedeli -. Anzi. Hanno molto in comune: ambedue richiedono impegno, costanza, passione, fatica. Il tuo sarebbe un esempio prezioso per tutte quelle giovani e quei giovani che vedono in te e in altri sportivi un modello da seguire».

Inseguire contratti e fama
In precedenza era stato il sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi a criticare il rifiuto di Donnarumma, definendolo «immotivato». «La scuola è utile per la vita, forma la coscienza critica, serve per crescere. Non è semplicemente una percorso per trovare lavoro, è molto di più». «I personaggi famosi, come Donnarumma, devono comprendere - prosegue Toccafondi - che c'è un messaggio che passa dal loro comportamento che i più giovani guardano e osservano. Non voglio gettare la croce su un ragazzo di 18 anni, tutta la vicenda mi fa chiedere da cosa sono mossi i vari procuratori che consigliano e supportano i calciatori». Toccafondi ha poi ricordato che il Miur tre anni fa ha deciso di sostenere gli studenti atleti inserendo norme che consentono a tutti i ragazzi «che hanno la volontà, che non sono consigliati male», di poter finire la scuola. «Il 25% delle ore di lezione si possono svolgere attraverso un metodo E-learning, il docente registra la sua lezione in diretta in classe e il ragazzo la può seguire in altro luogo e momento, le società sportive mettono a disposizione un tutor che segue il ragazzo quando non è a scuola e il consiglio di classe a inizio anno certifica il percorso individuale per il ragazzo studente e atleta, non un privilegio ma la possibilità di studiare e continuare a coltivare il proprio talento sportivo» spiega il sottosegretario per il quale tuttavia «tutte queste novità sono nulle se continuano a esserci personaggi che consigliano di lasciare la scuola e inseguire contratti e fama».

Bocciato dai coetanei
Anche i coetanei bocciano il «no» alla maturità di Donnarumma: in un sondaggio di Skuola.net giudicano sbagliata la sua scelta 7 studenti su 10. Solo il 29% lo difende. Tre ragazzi su 5 hanno detto che, al posto del giocatore, avrebbero sostenuto lo stesso gli esami. E un altro 7% ci avrebbe pensato bene prima di «abbandonare». Pubblico diviso a metà sui possibili effetti che la decisione di gigio potrà avere sugli altri studenti. Per il 52% potrebbe diventare un cattivo modello, lo spunto per non impegnarsi più di tanto negli studi; per il 48%, al contrario, ognuno continuerà a pensare con la propria testa. E lui, cosa farà? Ci proverà il prossimo anno o archivierà l'ipotesi diploma? Il 55% crede che rimanderà nuovamente l'esame; il 48%, però, spera in un ripensamento.

LUCY LAWLESS E MORRISSEY:RAZZISMO E STATO DI POLIZIA VISTI DA FUORI


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Fosse capitato ad un comune cittadino,ad uno straccione o a un emarginato,le notizie che hanno coinvolto le due star della televisione e della musica Lucy Lawless e Steven Patrick Morrissey,rispettivamente la famosa Xena principessa guerriera del piccolo schermo ed il cantante degli The Smiths oltre che bravo solista,non avrebbero avuto certamente lo stesso rilievo mediatico.
Rispettivamente Lucy è stata suo malgrado spettatrice di uno spettacolo razzista poco edificante a Lucca dove un branco di fighetti ha insultato un ragazzo di colore sbeffeggiandolo con epiteti razzisti e quel che più ha colpito la principessa guerriera è il fatto che nessun'altro li abbia redarguiti(www.ilfattoquotidiano.it ).
L'altra bella cartolina italiana arriva dalle vie centrali di Roma dove un poliziotto ha fermato il cantante Morrissey per più di mezz'ora davanti ad un negozio con un arma puntata al volto con vari testimoni,allertando gli italiani a stare attenti alla polizia perché potrebbe ucciderci...ma questo lo sapevamo già(contropiano.org ).

La Principessa Xena sgrida tre ragazzini in strada a Lucca: “Razzisti. Se avessi saputo meglio l’italiano…”

Lucy Lawless, la 49enne attrice neozelandese, che dalle sue pagine social mostra la sua decisa indignazione: l'episodio è accaduto a Lucca dove, per strada, tre ragazzi hanno insultato un coetaneo di colore.

di Davide Turrini
La principessa XenaLucca e il solito squallido razzismo all’italiana. Arriva da Facebook l’ennesimo ed inqualificabile episodio razzista che vede come in una scena già vista un gruppo di ragazzini “bianchi” e italiani, e il ragazzo con la pelle “nera”. Mentre per una volta lo sdegno e il racconto della vicenda è da ascrivere a Lucy Lawless, la 49enne attrice neozelandese, che dalle sue pagine social mostra la sua decisa indignazione. “Stavo passeggiando per Lucca la scorsa notte e davanti a me camminavano sei ragazzi ben vestiti di 18-19 anni”, spiega la Lawless, celebre interprete della serie tv fantasy anni novanta prodotta da Sam Raimi. “All’improvviso un ragazzo di colore è passato di fianco a noi in bici, e uno dei ragazzi vestiti bene comincia a battere le mani e a saltare come uno scimpanzé urlandogli ‘Gabon’.  Un altro ragazzo si accoda nel ripetere il verso e un terzo si unisce a loro urlando e applaudendo minacciosamente, mentre gli altri si limitano a guardare e sorridere”. “Orribile, veramente orribile”, gli ho ringhiato in italiano – continua l’attrice-, “I ragazzi sono subito rimasti scioccati dal fatto che un adulto li avesse richiamati. Se fossi stata più preparata e avessi saputo meglio l’italiano gli avrei spiegato con calma che le passate generazioni di italiani sono emigrate in altri Paesi e che il loro comportamento era una forma di terrorismo. Probabilmente erano sconvolti dal fatto che il ragazzo di colore non avesse le loro stesse maglie con il colletto alzato come scolaretti e le loro braghette color pastello. O ancor più semplicemente stavano mettendo alla prova il loro testosterone su qualcuno che percepivano più debole. Ad ogni modo non c’è dubbio su chi fossero gli scimpanzé in tutta questa situazione”.
Il post raccoglie in poche ore 8700 like e viene commentato da centinaia e centinaia di persone. Tra questi molti utenti italiani che si scusano del comportamento indegno dei loro giovani connazionali e spiegano che in Italia un sacco di gente lotta contro il razzismo e la stupidità. Poi c’è anche chi ricorda l’ospitalità di Lucca per i rifugiati di guerra, e chi persino (sempre utenti italianissimi) sottolinea scherzosamente che “se non fossero stati adolescenti avrebbero riconosciuto la principessa guerriera che gli urlava contro e per una volta se la sarebbero fatta nei pantaloni”. Lucy Lawless è diventata famosa per aver interpretato a metà anni novanta i 134 episodi di Xena: la principessa guerriera, serie fantasy in costume che ha anticipato gli inserti hot tra battaglie mitologiche prima de Il Trono di spade, anche se successivamente l’attrice neozelandese non è più riuscita a trovare né nel cinema, né nella tv, personaggi all’altezza della fama raggiunta.

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Polizia violenta. Ci va di mezzo Morrissey degli Smiths.

Qualche sprovveduto ancora crede che gli agenti delle “forze dell’ordine” siano dei bravi ragazzi sempre pronti ad aiutare il prossimo e a difenderci dai “delinquenti”. Ce ne saranno anche, non vogliamo metterlo in dubbio, ma ci sembra sicuro che i vari “decreti Minniti” e anche la fine ingloriosa della proposta di legge sulla tortura abbiano scatenato – nelle suddette forze dell’ordine – istinti mai troppo repressi. Ma inquietanti.
Quando la violenza poliziesca si sfoga su “antagonisti” o dropout marginali risulta abbastanza semplice derubricare certi atti a “eccesso di zelo” o addirittura a “scontri” (se dieci menano e uno le prende, secondo la Crusca, si chiama ancora “pestaggio”). Sono dunque gli episodi che coinvolgono cittadini normali quelli che consentono di far venire alla luce quelle pulsioni violente nascoste nell’ombra.
Ancora più chiaro se quello preso di mira è addirittura un Vip internazionale, nella strada più centrale e shoppingara di Roma, via del Corso.
Le cronache di questi giorni narrano che Steven Patrick Morrissey, cantante dei disciolti The Smiths, si è ritrovato sotto il naso la canna di una pistola. “Mi sono ritrovato con una pistola puntata addosso senza alcun motivo”, ha dichiarato l’artista sul suo profilo facebook. Il tutto davanti a testimoni (il cantante era insieme al nipote, Sam Esty Rayner) e sulla porta di un negozio trendy come quello della Nike.
Morrissey dichiara di esser stato trattenuto per 35 minuti da un poliziotto che gli ha richiesto i documenti. Ma, per sfortuna di Morrissey, questi erano rimasti nella stanza d’albergo. Il cantante assicura che “Non ho in alcun modo violato la legge o assecondato un comportamento sospettoso”. Anche perché, a quell’ora e in quel luogo, molti passanti si sono fermati per solidarizzare con “il fermato” e contestare ridendo “l’agente”.
Il poliziotto è così finito al volo sui social network (arma a doppio taglio, vero boys?), mentre apostrofava con voce rabbiosa il povero Morrissey: “So chi sei”. Forse non gli piaceva la sua musica…
Tutto è poi finito, ovviamente, in un nulla di fatto. Ma il buon Morrissey ci ha tenuto a chiudere il post con un consiglio rivolto a tutti noi, sventurati cittadini italiani: “Metto in guardia le persone, perché il poliziotto ha avuto un atteggiamento esageratamente aggressivo. Potrebbe uccidervi”.

giovedì 6 luglio 2017

IL SACRIFICIO DI DODDORE MELONI


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Nello stesso giorno del trionfo di Fabio Aru nella quinta tappa del Tour de France un altro figlio della Sardegna è venuto a mancare in una maniera che più tragica sembra assurda:infatti dopo un lungo sciopero della fame Doddore Meloni è morto in ospedale a Cagliari dopo essere stato rinchiuso nel carcere di Uta fino all'ultimo.
Perché i medici avevano detto che le condizioni del settantaquattrenne provato mentalmente e fisicamente erano compatibili con la reclusione,fatto sta che ora la sua cartella clinica è stata sequestrata dagli inquirenti.
Famoso perché indipendentista sardo coerente e lottatore,nel 2008 era balzato agli onori delle cronache per l'autoproclamata Repubblica di Malu Entu(isola dl Mal di Ventre,vedi:www.lanuovasardegna.it/oristano ),Salvatore Doddore Meloni in seguito arrestato e assolto per avere occupato assieme ad altre persone la piccola isola ad ovest della Sardegna.
Molto lo sdegno di tanti sardi e non per una morte che si poteva e si doveva evitare,articolo preso da Casteddu online(rubriche/il-diavolo-sulla-sella ).

Doddore Meloni, tanti sardi indignati: "Morto per un'Isola libera".

La cartella clinica di Doddore Meloni è stata sequestrata nel primo pomeriggio di oggi: la causa del suo decesso sarebbe un infarto acuto. Ma al di là dell'inchiesta che parte, mai come stavolta esplode la protesta in tutta la Sardegna dopo la morte di quello che viene definito "l'ultimo indipendentista sardo".

di Jacopo Norfo
La cartella clinica di Doddore Meloni è stata sequestrata nel primo pomeriggio di oggi: la causa del suo decesso sarebbe un infarto acuto. Ma al di là dell'inchiesta che parte, mai come stavolta esplode la protesta in tutta la Sardegna dopo la morte di quello che viene definito "l'ultimo indipendentista sardo". Il caso diventa nazionale, il dibattito si fa acceso sulla situazione delle carceri e sulla necessità di tenere in carcere sino all'ultimo Doddore Meloni, che aveva dato vita a un estenuante sciopero della fame e della sete. Sono tante, oggi, le reazioni indignate. Si parla di pietà umana, soprattutto. "Mi viene da pensare che Doddore fosse veramente in buona fede. Gli oltre 40 giorni di sciopero della fame e della sete ne sono la dimostrazione. Non si doveva arrivare a tanto", afferma il capogruppo di Fi a Cagliari Stefano Schirru. "Sono pietrificata", è la reazione eloquente su Fb di Cristiana Velluti. Mentre Piergiorgio Massidda mette il dito sulla piaga, affermando di "vergognarsi delle istituzioni per la tragica fine di Doddore Meloni".
Doddore diventa un eroe, un simbolo della Sardegna morto nell'eterno conflitto degli indipendentisti con lo Stato. " Un uomo eccentrico, ironico, spiritoso. Drastico. Difficile. Un omone gigante davanti a me. Un uomo politico che difendeva le sue idee, anche attraverso la caricatura di se stesso. E non capivi mica sempre se parlasse seriamente. Un uomo che ha commesso errori chiamati reati, pagandone la pena ad un prezzo che non avrebbe dovuto costare tuttavia l'umanita.
Ciao Doddore, sempre Meris in domu nostra!", il commento della giornalista Cinzia Isola. Ma le voci di una protesta che sembra davvero unire l''Isola sono tante. Gianfranco Angioni, sindacalista del Brotzu, aggiunge: "Mi auguro che qualcuno si renda conto che quest'uomo poteva ancora rimanere in vita. Ho voluto rendere omaggio a Doddore Meloni, mi ha colpito la dignità e la fierezza della moglie. Penso che da diverse parti politiche sarà valutato piu' da morto che da vivo, con annessa demagogia e falsità", e chi può dire il contrario?
Ermelinda Delogu parla a nome dei sardi idigniati e afferma : "Volevamo con brevi e chiare parole manifestare tutta la nostra contrarietà per l'accanimento dimostrato dallo Stato italiano verso un uomo che si era "macchiato" dell'unico reato di voler vivere in una terra libera così come lui vedeva la Sardegna.
Rincorrere i propri ideali e manifestare senza violenza le proprie idee è da sempre stato sinonimo di democrazia, ma , qui, noi oggi, stimo vivendo il risultato di una forma di dittatura politica e sociale senza eguali. Con la morte di un cittadino innocente , la Sardegna vive un dramma che da popolo libero non può e non vuole accettare. Doddore Meloni resterà per tutti i sardi il simbolo di una violenza gratuita messa in opera da uno Stato ipocrita che voleva riconoscere umanità a chi ha ucciso esseri innocenti , negandola a chi non ha mai ucciso nessuno".
E Andrea Matta, giornalista di Radio Golfo degli Angeli, lo ricorda così: "Era il gennaio 2013. Per una serie di interviste in vista delle elezioni politiche intervistaii anche Doddore Meloni. Ero convinto che mi desse buca e invece arrivò cinque minuti prima trovando lo studio al primo colpo: "Per anni ho fatto l'autotrasportatore, sono abitato ad arrivare puntuale". Per quindici minuti parlò a ruota libera di Sardegna e della storia della nostra isola, di Malu Entu e di Meris.Ci ricorderemo di lui perché era un personaggio pittoresco (come dicono quelli bravi) ma ha portato avanti le sue idee fino alla fine". Questa fu la sua intervista a Radio Golfo degli Angeli.
La cartella clinica di Doddore Meloni è stata sequestrata nel primo pomeriggio di oggi: la causa del suo decesso sarebbe un infarto acuto. Ma al di là dell'inchiesta che parte, mai come stavolta esplode la protesta in tutta la Sardegna dopo la morte di quello che viene definito "l'ultimo indipendentista sardo". Il caso diventa nazionale, il dibattito si fa acceso sulla situazione delle carceri e sulla necessità di tenere in carcere sino all'ultimo Doddore Meloni, che aveva dato vita a un estenuante sciopero della fame e della sete. Sono tante, oggi, le reazioni indignate. Si parla di pietà umana, soprattutto. "Mi viene da pensare che Doddore fosse veramente in buona fede. Gli oltre 40 giorni di sciopero della fame e della sete ne sono la dimostrazione. Non si doveva arrivare a tanto", afferma il capogruppo di Fi a Cagliari Stefano Schirru. "Sono pietrificata", è la reazione eloquente su Fb di Cristiana Velluti. Mentre Piergiorgio Massidda mette il dito sulla piaga, affermando di "vergognarsi delle istituzioni per la tragica fine di Doddore Meloni". Doddore diventa un eroe, un simbolo della Sardegna morto nell'eterno conflitto degli indipendentisti con lo Stato. " Un uomo eccentrico, ironico, spiritoso. Drastico. Difficile. Un omone gigante davanti a me. Un uomo politico che difendeva le sue idee, anche attraverso la caricatura di se stesso. E non capivi mica sempre se parlasse seriamente. Un uomo che ha commesso errori chiamati reati, pagandone la pena ad un prezzo che non avrebbe dovuto costare tuttavia l'umanita.Ciao Doddore, sempre Meris in domu nostra!", il commento della giornalista Cinzia Isola. Ma le voci di una protesta che sembra davvero unire l''Isola sono tante. Gianfranco Angioni, sindacalista del Brotzu, aggiunge: "Mi auguro che qualcuno si renda conto che quest'uomo poteva ancora rimanere in vita. Ho voluto rendere omaggio a Doddore Meloni, mi ha colpito la dignità e la fierezza della moglie. Penso che da diverse parti politiche sarà valutato piu' da morto che da vivo, con annessa demagogia e falsità", e chi può dire il contrario? Ermelinda Delogu parla a nome dei sardi indignati e afferma : "Volevamo con brevi e chiare parole manifestare tutta la nostra contrarietà per l'accanimento dimostrato dallo Stato italiano verso un uomo che si era "macchiato" dell'unico reato di voler vivere in una terra libera così come lui vedeva la Sardegna. Rincorrere i propri ideali e manifestare senza violenza le proprie idee è da sempre stato sinonimo di democrazia, ma , qui, noi oggi, stimo vivendo il risultato di una forma di dittatura politica e sociale senza eguali. Con la morte di un cittadino innocente , la Sardegna vive un dramma che da popolo libero non può e non vuole accettare. Doddore Meloni resterà per tutti i sardi il simbolo di una violenza gratuita messa in opera da uno Stato ipocrita che voleva riconoscere umanità a chi ha ucciso esseri innocenti , negandola a chi non ha mai ucciso nessuno". E Andrea Matta, giornalista di Radio Golfo degli Angeli, lo ricorda così: "Era il gennaio 2013. Per una serie di interviste in vista delle elezioni politiche intervistaii anche Doddore Meloni. Ero convinto che mi desse buca e invece arrivò cinque minuti prima trovando lo studio al primo colpo: "Per anni ho fatto l'autotrasportatore, sono abitato ad arrivare puntuale". Per quindici minuti parlò a ruota libera di Sardegna e della storia della nostra isola, di Malu Entu e di Meris.Ci ricorderemo di lui perché era un personaggio pittoresco (come dicono quelli bravi) ma ha portato avanti le sue idee fino alla fine". Questa fu la sua intervista a Radio Golfo degli Angeli.

mercoledì 5 luglio 2017

IL TRAFFICO D'ARMI SOTTOVOCE

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Mentre soprattutto nel sud Italia e nelle isole maggiori imperversa l'allarme incendi,intere compagnie di vigili del fuoco sono state dirottate negli scorsi giorni dal loro lavoro prezioso per permettere la scorta di ordigni destinati all'Arabia Saudita dal sud al nord della Sardegna.
Nell'articolo preso da Contropiano(/lavoro-conflitto-news )la denuncia del sindacato dei vigili del fuoco Usb di quello che è accaduto,alla faccia dell'emergenza e del ruolo che essi ricoprono,passando loro malgrado da ambasciatori di pace Unicef ad accompagnatori di strumenti di morte.

Vigili del fuoco sottratti all’emergenza incendi per scortare bombe.

Siamo davanti al vero progetto della Pinotti che con la complicità di Minniti adesso usa i vigili del fuoco per traportare i lotti di armi che di fatto sono “puliti” dalla “Difesa SpA”.
Sì, da ambasciatori di pace dell’Unicef i vigili del fuoco sono stati trasformati in “portantini di morte”… eppure l’Italia ripudia la guerra ma a quanto pare non i soldi che si introitano dalla manovra di pulizia di interi lotti che sicuramente sono nati altrove e altrove sono destinati.
Ricorderete le ami usate dai curdi e che fine aveva fatto quel cargo che partito dalla Russia doveva servire da approvvigionamento alle milizie irregolari serbe per la difesa del territorio di Kraijna. Sì i lotti non scadono, qui non è di latte o formaggio che stiamo trattando, ma di inneschi, che a detta di esperti artificieri posso rimanere tranquillamenti attivi seppur dormienti.
Di questo noi vigili del fuoco siamo esperti, tra virgolette, e infatti spesso ci troviamo in presenza di ordigni bellici risalenti alla seconda guerra mondiale che per salvaguardia della popolazione noi isoliamo, assistendo alle fasi di trasporto e brillamento in tutela della pubblica incolumità.
Ma è di queste ore la notizia che un carico di bombe proveniente dallo stabilimento Rwm di Domusnovas, nel Sulcis, è partito l’altra notte notte dal porto industriale di Olbia a bordo di una nave Moby con destinazione Arabia Saudita. Le armi sono arrivate scortate da carabinieri e vigili del fuoco. Lo denuncia il deputato Unidos Mauro Pili, che ha filmato e documentato tutto con una diretta su Facebook. “Tre tir anonimi, ma con una scorta di camionette di carabinieri e vigili del fuoco a proteggere il carico esplosivo – racconta il parlamentare sardo – hanno attraversato tutta la Sardegna, dall’estremo sud, Domusnovas, sino all’estremo nord, il porto industriale di Olbia, per caricare su una nave cargo della Moby oltre mille bombe destinate all’Arabia Saudita”.
“Il carico – spiega Pili – era composto da 1000 ordigni Mk83 e segue quelli dei giorni scorsi dal porto canale di Cagliari. Hanno agito con un fare furtivo alla pari di chi consuma un reato grave: nascosti in un angolo del porto industriale, il più marginale del nord Sardegna. Un comportamento che conferma tutte le complicità del governo Gentiloni su questa operazione criminale”.
Il parlamentare è pronto a dare battaglia e noi USB lo invitiamo a tenerci al corrente di tutto… perché ci rifiutiamo di pensare che i vigili del fuoco possano essere usati come “facchini di morte”.

VERSO IL G20 DI AMBURGO

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Siamo quasi alla vigilia del G20 di Amburgo ma in realtà già da qualche settimana la polizia tedesca sta militarizzando la cittadina anseatica e sta giocando con lo stato d'emergenza per reprimere fin dalla ricettività dei manifestanti provenienti da tutta Europa l'accesso alle manifestazioni di protesta.
L'articolo riportato da Infoaut(conflitti-globali/nog20-amburgo )è un comunicato di Ums Ganze! che mette in guardia l'apparato del G20 contro queste azioni preventive violente come quella dello sgombero del campeggio Antikap Protestcamp e la creazione di zone interdette,giocando d'anticipo contro i cortei che ci saranno e che potrebbero essere anche violenti se la polizia intervenisse provocando e usando la forza preventiva.

#NoG20 Amburgo: “se la polizia gioca all'escalation non si meravigli se qui scoppierà l'inferno”.

Dopo lo sgombero all'Antikap Protestcamp di domenica notte da Amburgo si rilancia la settimana di lotta contro il vertice del G20
Una traduzione a cura della red. InfoAut del comunicato di ums Ganze!.

Ai nostri amici, alle nostre amiche,
Come ci aspettavamo, già adesso si mostra la vera faccia di Amburgo, “la porta del mondo“. Proclamato lo stato di emergenza autoritario la polizia punta a intimidire e sfiancare. Un aspetto centrale della tattica degli sbirri è aprire fin da subito un fronte sui campeggi e le sistemazioni, con l’obiettivo di eliminare in partenza la base e l’infrastruttura della protesta.
Noi non ci stiamo! Se persino lo stato borghese non si attiene alle regole del suo stesso gioco, non ci giocheremo più nemmeno noi. Campeggi e sistemazioni non sono un punto trattabile e per questo li imporremo. Si è già mostrato spesso come in questa città resistente si trovino risposte immediate di contrattacco alle tattiche di escalation degli sbirri, è successo per la Rote Flora, per le case Esso, per la lotta contro le zone rosse. Il gioco è aperto! Le proteste contro il vertice non cominciano solo con la manifestazione “Welcome to Hell”, ma fin da subito con l’imposizione e l’organizzazione delle infrastrutture necessarie.
La tattica degli sbirri mira ad impedirvi di arrivare e partecipare alle proteste contro il G20. Non fatevi intimidire e arrivate fin da subito ad Amburgo. Informatevi sulle azioni che avverranno, fate attenzione agli annunci, agite spontaneamente.
Se il giocatore più rilassato che abbia mai avuto il monopolio della forza in Germania ha comunque deciso di giocare all’escalation, che non si meravigli se presto qui esploderà l’inferno.


Per tutti coloro che non sono riusciti ad arrivare all’appuntamento comune al campeggio ad Altona:
dalla stazione ferroviaria di Altona prendete il Bus linea nr. 2 (direzione Schenefeld) fino alla fermata Rugenbarg (Nord)
dalla stazione della metropolitana Feldstraße prendete il Bus linea nr. 3 (direzione Kraftwerk Tiefstack) fino alla fermata Stadionstraße.

martedì 4 luglio 2017

A RISCHIO LA COMMEMORAZIONE DI RENATO BIAGETTI


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A poche settimane dalla data dell'anniversario della morte del giovane Renato Biagetti per mano fascista dopo un concerto a Focene vicino Roma,la giunta Raggi non ha dato ancora il permesso per la concessione del parco dove solitamente si tiene una kermesse musicale(Renoize)in ricordo di Renato.
La lettera presa da Contropiano(contropiano.org/altro )del comitato delle madri per Roma città aperta è stata indirizzata alla sindaca e per ora ha toni pacifici e di invito al dialogo e all'ascolto di questa associazione che da anni si prodiga nel ricordo di tutte le vittime del fascismo che non sono finite col 1945,fondata dalla madre di Renato,Stefania Zuccari.
Ricordiamo che nel 2006 venne ucciso da due aggressori fascisti che lo accoltellarono a morte e che questa venne,come solitamente accade per coprire la matrice politica dell'estrema destra,banalizzata come il tragico fine di una rissa tra balordi(madn ne-ragazzate-ne-balordi ).

Perché Raggi non vuole il consueto festival per Renato Biagetti?

di Comitato di Madri per Roma Città Aperta
Una lettera del Comitato di Madri Per Roma Citta’ Aperta che invitiamo tutti a leggere e far girare: l’amministrazione 5 Stelle di Roma al momento non ha ancora concesso il parco dove di solito si tiene il Festival in memoria di Renato Biagetti, un giovane come noi ucciso dai fascisti nel 2006. Facciamo girare!
“Gent. Sindaca Raggi,
siamo il Comitato “Madri per Roma Città Aperta” nato dieci anni fa per desiderio di Stefania Zuccari, madre di Renato Biagetti, ingegnere della robotica con specializzazione nel suono, di 26 anni, che il 27 agosto 2006 è stato assassinato con otto coltellate.
Si trovava all’uscita di un concerto di musica reggae, a Focene, con un amico, colpito di striscio, e la sua fidanzata, anche’essa vittima dell’aggressione. E’ stato affrontato da due giovanissimi fascisti senza un apparente motivo. Non c’è stata una “lite tra balordi” come si è scritto in un primo momento e poi totalmente negato nella sentenza processuale, ma una stupida rivendicazione del territorio. Sì, questa è la cultura nella quale sono cresciuti e sono stati educati assassini di Renato: esclusione, razzismo, omofobia, violenza, odio, sessismo.
Stefania, la mamma di renato, insieme al fratello Dario, hanno voluto ricordare ogni anno Renato con la cosa che amava di più : la musica. Ogni anno a San Paolo a Parco Schuster abbiamo tenuto un evento chiamato Renoize fatto di musica e interventi di realtà che si occupano di antifascismo e di resistenza al disagio sociale e alla perdita dei diritti. Evento che richiama da anni, migliaia di persone provenienti da tutta la Città, dall’Italia e anche dall’estero, evento che si ripete anche in altrie parti di Europa , insieme tutti a ricordare che di fascismo ancora si muore.
Renoize segue il giorno del ricordo di Renato che si tiene a Focene dove la famiglia e gli amici di Renato, le nuove famiglie che nel tempo si sono create, tanti bambini, ma anche tante persone incontrate nei nostri percorsi di madri antifasciste, giovani immigrati si incontrano affettuosamente per un ricordo più intimo.
Abbiamo appreso, sgomente e sinceramente dispiaciute, che quest’anno non è stato concesso il permesso per il concerto di Renoize, questo appuntamento così importante per noi amici e familiari di Renato e per le tante situazioni di lotta e di resistenza della città che da anni hanno contribuito a costruire quest’evento.
Le chiediamo dunque di poterLa incontrare il più presto possibile per poterle raccontare chi è Renato, che cosa è nato dalla sua morte, cos’è Renoize, così come abbiamo incontrato i Sindaci che l’hanno preceduta da Veltroni in poi.
Questa volta vorremmo incontrare il Sindaco da donne a donna, da madri a madre, ma anche da madri a figlia . Ci piace ricordare che Renato ed altri nostri figli, hanno frequentato come lei la scuola Giardinieri, e hanno vissuto con Lei tanti momenti di grande amicizia.
In attesa di un suo riscontro (Le auguriamo buon lavoro) (Le porgiamo i nostri saluti)”

IMPORTANTE ACCORDO ECONOMICO TRA LA FRANCIA E L'IRAN


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Lungi da me difendere gli interessi economici di una multinazionale,soprattutto quelle energetiche che sfruttano persone e territori,ma la notizia dell'importante investimento della francese Total in Iran è molto più che una notizia finanziaria.
Con questo passo si disobbedisce ai diktat statunitensi trumpiani che prevedono l'embargo verso lo stato asiatico,ma anche i recenti divieti e minacce(madn qatarun-capro-espiatorio )contro il Qatar che condivide i pozzi petroliferi in questione proprio con l'Iran.
L'articolo di Contropiano(laccordo-total-iran-rompe-lisolamento )che riprende Il sole 24 ore analizza questo accordo che per ora potrà utilizzare i prodotti del giacimento solo per usi interni,ma che è un passo decisivo contro le politiche protezioniste Usa e contro le sanzioni che potrebbero colpire eventualmente anche Stati europei che intraprendono relazioni commerciali con le nazioni islamiche messe al bando dal Muslim Ban.
Altro fatto non di poca importanza la richiesta francese di prestiti milionari a banche cinesi che hanno quindi il loro interesse,assieme alla Russia,a far tornare l'Iran un paese importantissimo nello scacchiere geopolitico mediorientale ed asiatico,visto che è visto dagli Stati Uniti peggio del Califfato islamico messo alle corde negli ultimi mesi.

La Total rompe l’isolamento di Teheran. Il “coraggio” delle multinazionali europee.

di Alberto Negri*
La Francia e l’Iran rompono l’isolamento internazionale sui grandi contratti con l’Occidente. L’accordo da 4,8 miliardi di dollari firmato dalla Total con l’Iran per sfruttare insieme ai cinesi della Cnpc il mega-giacimento di gas a South Pars è la prima vera grande sfida alle sanzioni finanziarie confermate da Donald Trump alla repubblica islamica. Segna anche il ritorno di una grande compagnia occidentale in Iran dopo l’accordo sul nucleare del 2015 e l’annullamento delle sanzioni sugli investimenti in Iran nel settore energetico.
Finora gli accordi con Teheran erano stati frenati dal timore che gli americani potessero punire le aziende e le banche occidentali con sanzioni di tipo finanziario e creditizio: questo è il senso profondo di un’intesa economica che costituisce anche un messaggio politico della Francia di Macron. Si tratta ovviamente di un segnale incoraggiante per l’Italia, che in Iran ha 25 miliardi di dollari di contratti pronti a partire e che sono congelati dai timori di sanzioni americane.
L’intesa per South Pars prevede la costituzione di un consorzio dove la Total avrà una quota di maggioranza del 50% mentre il 30% va alla compagnia cinese Cnpc e un quota del 20% all’iraniana Petropars. La Total in concreto effettuerà un investimento da un miliardo di dollari, consistente ma non eccezionale visto che, per fare un esempio nel campo occidentale, in passato l’Eni aveva già attuato in Iran investimenti di questa taglia. Si tratta però di una mossa assai importante che tra l’altro riguarda i pozzi offshore di South Pars, cioè quei giacimenti che l’Iran condivide con il Qatar, entrato nel mirino dei sauditi e delle altre monarchie del Golfo.
Da sottolineare una coincidenza interessante: nella sua recente visita a Roma il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed al Thani ha ribadito il rifiuto di Doha delle 13 richieste poste da Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrain per porre fine all’embargo introdotto a seguito delle accuse di sostegno al terrorismo e di “complicità” con l’Iran. Tra le condizioni vi sono la chiusura della tv al-Jazeera, accusata dall’Egitto di diffondere la dottrina dei Fratelli Musulmani, la fine dei rapporti con l’Iran, con il quale il Qatar condivide proprio lo sfruttamento di South Pars, la chiusura della base turca di Doha e “riparazioni” in denaro da versare ai sauditi e agli altri paesi del blocco.
Certo, i vertici della Total si sono affrettati a sottolineare che l’intesa con l’Iran è stata fatta nel pieno rispetto delle regole internazionali e che il gas estratto andrà ad alimentare il mercato interno, ma è evidente che i francesi hanno colto un’opportunità sfruttando i finanziamenti delle banche cinesi in alternativa a quelle occidentali.
Questo è il punto nevralgico degli affari con Teheran, che è stato sottolineato anche in un colloquio avuto in questi giorni a Roma con il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif: le grandi banche europee temono di essere sanzionate dalle autorità americane. Ma a non rispettare gli accordi sul nucleare sono gli Stati Uniti, non gli europei e per un motivo evidente: con il viaggio di Trump in Arabia Saudita e in Israele l’amministrazione Trump ha abbracciato la visione saudita secondo la quale il vero nemico della guerra in Siria e Iraq non è tanto il Califfato, ormai in rotta, ma la repubblica islamica che ha esteso la sua influenza in Medio Oriente mantenendo in sella con l’intervento decisivo della Russia il regime di Assad.
Per questo l’accordo della Total verrà adesso attentamente monitorato. La società francese fu la prima già negli anni ’90 a sfidare le sanzioni volute contro Teheran dall’amministrazione Clinton, seguita poi dall’Eni. E sarà interessante vedere le prossime mosse del presidente francese Macron: dopo gli attentati di Teheran dell’Isis ha avuto un colloquio telefonico con il presidente iraniano Rohani per convocare un vertice internazionale sul terrorismo. La Germania ha 11 miliardi di dollari di contratti in sospeso con l’Iran, l’Italia 25: con la Total si è mossa la Francia, vedremo cosa faranno gli altri partner europei. Ci lamentiamo spesso che gli europei non sono protagonisti delle crisi in Medio Oriente o che seguono acriticamente le mosse degli americani: ma per diventare davvero grandi servono coraggio e determinazione.

sabato 1 luglio 2017

ROMA E I MIGRANTI


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La capitale è da sempre al centro di quello che accade nella vita pubblica e sociale,politica ed economica,di tutta la nazione,ed è lo specchio di quello che succedo un po in tutto il territorio italiano,ed  recenti casi purtroppo numerosi di intolleranza e di violenza nei confronti dei migranti sono tuttavia una piccola parte negativa a confronto della solidarietà e dell'aiuto che tutta una cittadinanza offre ai più indifesi.
Perché gli atti quotidiani di cuore del popolo romano difficilmente entrano nei notiziari mentre quelli allarmanti lo stesso,ma di numero inferiore che sono di sopraffazione e di odio vengono mostrati e direi anche giustamente alle persone.
Atti di odio e di paura come l'aggressione al cittadino italiano di origine bengalese aggredito da quattro razzisti a Tor Bella Monaca per via dell'assegnazione di una casa popolare è solo l'ultimo di una lunga fila che nel contesto di una città di milioni di abitanti fa notizia(ecn.org/antifaroma-bengalese-aggredito-a-calci-e-pugni il secondo contributo).
Al tempo stesso con un lavoro di anticipo(quando se ne è a conoscenza)un gruppuscolo di neofascisti di Cacca Povnd è stato costretto a rimanere nei pressi della stazione della metropolitana di Santa Maria del Soccorso in quanto intimoriti dalla presenza di centinaia di romani de Roma o immigrati che erano a presidiare il tratto di strada che i ratti di fogna volevano percorrere per manifestare contro un centro di accoglienza(contropiano roma-un-popolo-sbarra-la-strada-ai-fascisti ).
Un bel segno che ci fa dire che i nostalgici non hanno agibilità politica ne il permesso di camminare o manifestare su suolo pubblico se contrastati dai compagni e naturalmente se non sono spalleggiati dagli amici sbirri,un percorso da esportare in tutte le realtà dove queste merde tentano di riemergere dalle loro putride fogne.

Roma.Un popolo sbarra la strada ai fascisti sulla Tiburtina.

di Redazione Contropiano
Un presidio di centinaia di persone, un popolo di “italiani” e “immigrati” che insieme hanno riempito l’incrocio di via della Vanga, nel popolare quartiere di Tiburtino III per sbarrare la strada ai fascisti di CasaPound che volevano manifestare contro un centro di accoglienza in via del Frantoio. Una provocazione apertamente razzista che ha motivato tanti compagni ma anche tanti migranti che da tempo vivono a Roma, spesso come protagonisti delle lotte sociali sull’emergenza abitativa. Guarda il video del presidio a Tiburtino
I fascisti sono rimasti confinati alla fermata della metropolitana di Santa Maria del Soccorso. “Se provano a entrare nel quartiere noi avanziamo” era stato il messaggio chiaro e forte consegnato dagli antifascisti alle forze di polizia che sin dalla mattina hanno presidiato massicciamente il quartiere.
Al presidio popolare e antifascista, dalle 16.00 alle 19.30 si sono alternati interventi al microfono e canzoni di lotta. Una presenza massiccia e unitaria di tutte le realtà politiche e sociali della Tiburtina, popolare quadrante della periferia est. Un segnale importante ma anche, come è stato affermato in alcuni interventi, la necessità di non giocare più di rimessa sulle iniziative dei fascisti ma di giocare d’anticipo presidiando il territorio sul piano dell’intervento e della presenza sociale. Guarda e ascolta l’intervento di un abitante di Tiburtino III
Anche il tentativo dei fascisti di penetrare sulla Tiburtina, qualche giorno fa il tentativo è stato respinto a San Basilio ( vedi l‘intervento di uno dei giovani antifascisti di San Basili) , è la conferma dell’uso politico che gli apparati statali stanno facendo dei fascisti: una testa d’ariete per la guerra tra i poveri e per facilitare la guerra contro i poveri scatenata dalle classi dominanti. Un ruolo confermato dai gravi fatti di Milano e dalle provocazioni in città come Genova dove Casa Pound vorrebbe aprire una sede in piazza Alimonda, la piazza dove è stato ucciso e c’è la lapide a Carlo Giuliani.
Anche oggi la provocazione dei fascisti in un quartiere popolare ha trovato una risposta adeguata, ma è evidente come occorra un cambio di passo che riconnetta intervento/radicamento popolare e antifascismo militante.

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Roma, bengalese aggredito a calci e pugni per la casa popolare a Tor Bella Monaca ·

E' accaduto lunedì scorso in largo Mengaroni. L'uomo ha denunciato la vicenda al commissariato di polizia Casilino Nuovo

Picchiato perché straniero, ancorché con cittadinanza italiana, beneficiario di un alloggio popolare. È quanto accaduto lunedì scorso al bengalese Howlader Dulal di 52 anni, a Tor Bella Monaca, che ha denunciato la vicenda al commissariato di polizia Casilino Nuovo. Secondo quanto raccontato dall'uomo, ad aggredirlo con calci e pugni, in largo Ferruccio Mengaroni, quattro ragazzi italiani tra i 20 e i 25 anni ai quali stava chiedendo informazioni per raggiungere l'abitazione popolare assegnatagli dal Comune. "Qui non c'è posto per te. Lascia stare le case popolari", avrebbero detto i ragazzi strappandogli le carte che aveva in mano prima di aggredirlo brutalmente. "Abbiamo presentato denuncia per lesioni con aggravante dello sfondo razziale", ha spiegato Paolo Palma, l'avvocato che difende il 52enne.

Dulal che è in Italia da 26 anni e lavora regolarmente in un ristorante, è perfettamente integrato. "Lui lavora, ha un figlio laureato - spiega Palma - e un altro disabile come disabile è anche lui perché cardiopatico". "È ottavo in graduatoria tra gli aventi diritto all'alloggio popolare. Dopo l'aggressione, in comune gli è stato detto di portare la denuncia così gli avrebbero cercato un altro alloggio in un luogo diverso".

A dicembre dello scorso anno alcuni abitanti di via Filottrano, a San Basilio, erano scesi in strada per evitare che la famiglia assegnataria, marito e moglie marocchini con tre bambini, prendesse possesso di un alloggio Ater. "Non vogliamo negri nè stranieri qui, ma soltanto italiani" ripetevano i manifestanti ai caschi bianchi del gruppo sicurezza pubblica emergenziale e gruppo Tiburtino. La famiglia ha poi ottenuto un alloggio a Tor Sapienza.

A gennaio alcune decine di militanti di estrema destra hanno organizzato un picchetto bloccando, di fatto, l’ingresso al condominio a una famiglia egiziana, legittima assegnataria di un alloggio Ater, e facendo intanto rientrare nella casa i due giovani italiani che la occupavano abusivamente.