venerdì 13 novembre 2015

KEN SARO WIWA

Sono passati pochi giorni dal ventesimo anniversario della morte dello scrittore ed attivista nigeriano Ken Saro Wiwa,impiccato il 10 novembre 1995 a Port Harcourt dopo un processo farsa pilotato dalla multinazionale petrolifera Shell in quanto lo stesso Saro Wiwa era il leader del movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni(Mosop)
Questi sono l'etnia residente presso il delta del Niger,luogo di trivellazioni petrolifere e di raffinerie e zone di stoccaggio dell'oro nero,una zona stuprata dagli interventi anche di altri colossi della petrolchimica(anche Eni ha molti interessi in zona)che hanno corrotto i governatori locali che a loro volta hanno protetto tali multinazionali che dagli anni sessanta hanno compiuto violenze e stermini di interi villaggi.
Saro Wiwa,noto pacifista,fu incriminato con false accuse e come detto condannato a morte assieme ad altri otto compagni,ma nel processo successivo contro la Shell invischiata vergognosamente e colpevolmente nell'assassinio plurimo,la stessa società anglo-olandese patteggiò con una cifra di 15 milioni e mezzo di dollari per tale esecuzione.
Il suo ricordo può essere racchiuso nei versi di una sua poesia dove dice che nella sua esistenza aveva donato tutto ciò di meglio che sapeva dare come contributo per poter ottenere al suo popolo il diritto alla vita e ad una vita decente,oltre i processi,le torture e la morte.
Articolo preso da Senza Soste.

Non ti ricordi di Ken Saro Wiwa?

"In lontananza una fiammata di gas [...] ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l'abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere". Così Ken Saro Wiwa, scrittore e militante nigeriano, assassinato 20 anni fa (il 10 novembre 1995), riassumeva in uno dei suoi racconti di viaggio la grande contraddizione del suo paese, una povera nazione africana detentrice di una smisurata quantità di petrolio, l'oro nero che pompava l'economia mondiale.  
Un paese che nell’aspetto attuale altro non è che una costruzione artificiale delle politiche coloniali, erede di una lunga storia di sfruttamento di tipo predatorio. Riserva di schiavi dopo le "grandi scoperte", nei secoli a venire la Nigeria fu interessata dalle esigenze della rivoluzione industriale che ne fecero un importante produttore di olio di palma da esportare nei mercati europei. Il processo di industrializzazione stravolse completamente il territorio, "disboscato, sezionato e coperto di strade, città, ferrovie, porti [...] e caserme, carceri e tribunali".
Colonia britannica dal 1914, la Nigeria ha ottenuto l'indipendenza nel 1960 riunendo in una nuova nazione trecentocinquanta etnie diverse. A devastare completamente il paese è stata l'economia del petrolio, i cui giacimenti sono stati scoperti alla fine degli anni '50 nel territorio abitato dagli Ogoni, un gruppo etnico di 500.000 persone, stanziato tra le paludi del Delta del Niger.
L'installazione nel territorio delle grandi multinazionali del petrolio, quali Shell, Agip e Chevron, protette dai corrotti governi locali, ha portato al collasso l’ecosistema dell'estuario del Delta interessato da un'attività estrattiva fuori controllo. L'ONU registra costantemente nei suoi rapporti questa attività, classificandola come responsabile di "disastro ecologico". Così si espresse Ken Saro Wiwa a Ginevra nel 1992: “L’estrazione del petrolio ha trasformato quest’area in una landa desolata. L’inquinamento del suolo, dei fiumi e dei corsi d’acqua è capillare e continuo; l’aria è satura di vapori di idrocarburi, di metano, di monossido di carbonio, di anidride carbonica e della fuliggine tossica provocata dai gas che bruciano ventiquattrore al giorno. Piogge acide, fuoriuscite di petrolio ed esplosioni hanno devastato la regione. Le condutture di petrolio ad alta pressione attraversano pericolosamente le fattorie e i paesi”. In una delle aree più ricche della Nigeria, in cambio di questo tributo, gli “Ogoni non hanno ricevuto NIENTE e versano nella miseria più totale”.
In occasione della costruzione dell'ennesimo oleodotto in superficie in Ogoniland agli inizi degli anni ’90, la repressione militare sponsorizzata dalla Shell per sgomberare il territorio incontrò una forte resistenza nel popolo degli Ogoni. Il MOSOP (Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni) assunse il ruolo di portavoce della lotta del territorio e già nel 1990 aveva presentano una "Costituzione Ogoni" che chiariva i punti nevralgici della rivendicazione: autodeterminazione, riappropriazione delle risorse, cessazione dell'inquinamento, smilitarizzazione della regione. Ken Saro Wiwa, leader del Mosop si fece promotore di iniziative ispirate alla nonviolenza attiva al quale affiancò una produzione letteraria “d’azione”, impegnata “politicamente” per reagire alla situazione del suo paese, “prima che cali il sipario”. Il vasto coinvolgimento della popolazione e l'eco internazionale della lotta sulle sponde del Niger costrinse la Shell a lasciare l'area, creando un precedente inaccettabile per gli interessi delle multinazionali e per la stabilità del sistema politico nigeriano. Così, in corrispondenza dell'accresciuta fama di Ken Saro Wiwa, si susseguirono una serie di atti repressivi indirizzati a colpire i progetti e il seguito del leader del Mosop, che lavorava a un fronte unito delle minoranze del Delta.

Citato nelle note informative della Shell, più volte arrestato e torturato, sottoposto al divieto di parlare in pubblico, dopo un rilascio, Ken Saro Wiwa organizzò una manifestazione di 300.000 persone. Nel 1994 fu accusato pretestuosamente insieme ad altri otto attivisti dell'omicidio di alcuni presunti oppositori del MOSOP e condannato, con un processo farsa, all'impiccagione, suscitando proteste da parte dell'opinione pubblica internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. Dal carcere redige un diario (“Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio”) e compone una poesia che esprime in versi lo stato di prigionia ancor più duro a cui è sottoposto il suo popolo: Non è il tetto che perde/Non sono nemmeno le zanzare che ronzano/Nella umida, misera cella/Non è il rumore metallico della chiave/Mentre il secondino ti chiude dentro/Non sono le meschine razioni/Insufficienti per uomo o bestia/Neanche il nulla del giorno/Che sprofonda nel vuoto della notte/Non è/Sono le bugie che ti hanno martellato/Le orecchie per un'intera generazione/E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida/Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari//In cambio di un misero pasto al giorno/Il magistrato che scrive sul suo libro/La punizione, lei lo sa, è ingiusta/La decrepitezza morale/L'inettitudine mentale/Che concede alla dittatura una falsa legittimazione/La vigliaccheria travestita da obbedienza/In agguato nelle nostre anime denigrate/È la paura di calzoni inumiditi/Non osiamo eliminare la nostra urina/E' questo/Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero/In una cupa prigione.
Ken Saro Wiwa verrà impiccato il 10 novembre 1995. L'Ogonoland fu invaso, i villaggi bruciati e la popolazione perseguitata e uccisa. La manifesta complicità della Shell nell'esecuzione avviò una campagna di boicottaggio internazionale. Nel giugno del 2009 la Shell ha preferito patteggiare l'accusa di complicità nell'omicidio di Saro Wiwa pagando un importo di 15,5 milioni di dollari (11,1 milioni di euro), “stoppando” così alla prima udienza quello che poteva rivelarsi un imbarazzante processo.
Per Senza Soste, Orlando Santesidra
Riferimenti al tema:
Ken Saro-Wiwa, Un mese e un giorno, storia del mio assassinio, B.C. Dalai Editore, 2010.
Ken Saro-Wiwa, Sozaboy, B.C. Dalai Editore 2010.
Daniele Pepino (a cura di), Delta in rivolta. Suggerimenti da una "insurrezione asimmetrica", Porfido 2009.

giovedì 12 novembre 2015

DOVE FINISCE L'OTTO PER MILLE ALLA CHIESA

Si rimane allibiti di fronte alla notizia del sacerdote nominato da Papa Nazinger abate dell'abbazia di Montecassino,un luogo di grande importanza sia storica che religiosa,praticamente un tossicodipendente con l'abito talare che a confronto suo le analisi di un frequentatore di rave fanno ridere.
Qui sotto elencata dall'articolo preso da Huffington Post(http://www.huffingtonpost.it/2015/11/12/montecassino-soldi-lusso_n_8541576.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001 )la lunga sfilza di reati dei quali viene accusato Pietro Vittorelli,ora ex abate di Montecassino indagato e denunciato dalla guardia di finanza,e si parla dei sui vizi che comprendono oltre che alle droghe dei viaggi e delle cene di lusso,appartamenti e magazzini.
Tutti spesati dai soldi dell'otto per mille(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2010/05/le-verita-sullotto-per-mille.html )che milioni di persone più o meno direttamente e consapevolmente hanno donato alla chiesa che come riportato nel link sopra offre solo briciole ai reali bisognosi.
Questo per ribadire la continuità degli scandali che accadono nel mondo della chiesa che sembra sempre più somigliante al mondo dei politici corrotti e dei capitalisti che ingrassano con il sudore dei poveri.

Montecassino, la vita dell'ex abate Vittorelli: coca, ecstasy, cene di lusso viaggi e ostriche. E 2mila euro di shopping. Così "sua eccellenza" rubava ai poveri.

Droghe, appartamenti e hotel di lusso, ostriche e champagne, viaggi in Sudamerica e notti di gloria a Londra. Pagati come? Con i soldi della Chiesa, quelli dell'8 per mille. Quel che emerge dal lavoro della Guardia di Finanza è sconvolgente: l'ex abate di Montecassino, una delle più importanti Abbazie italiane, per anni avrebbe delapidato i soldi dei fedeli per fare la bella vita e arricchirsi senza freni. Avrebbe iniziato subito, Don Pietro.
A 46 anni Papa Ratzinger lo nomina 191esimo abate del convento e Don Pietro, uno che diceva che i beni della Chiesa non vanno mai usati "per se stessi" prende in mano le redini dell'Abbazia il primo gennaio del 2008. Nemmeno nove mesi e don Pietro prende in mano anche qualcosa altro, i numeri di conto e i denari custoditi dall'Abbazia. Accusato di appropriazione indebita - come riporta il Corriere - il 27 di novembre del 2008 entra in azione: preleva dal conto dello Ior (16427-003) 141mila euro in disponibilità a Montecassino.
E' il primo prelievo di una lunga serie, anche se i furti avverranno a distanza di anni. Sposta soldi "Sua Eccellenza", e lo fa con l'aiuto del fratello Massimo. Il flusso di denaro passa dai conti dello Ior a quello di istituti di credito privato riconducibili ai Vittorelli. E poi li spende: a loro risulterebbero intestati 4 appartamenti a Roma (due del fratello) e San Vittore del Lazio, oltre a due magazzini che, per la Procura, potrebbero essere proventi dei suoi illeciti (ipotesi di riciclaggio).
In quegli anni, lo vedremo poi, i soldi vengono spesi per tutto: dalle droghe sino ai viaggi in Brasile.
Già, le droghe. Due anni dopo essere stato nominato Abate Don Pietro viene ricoverato al San Camillo di Roma. Ha un malore, scrive il Tempo. In quei giorni è sottoposto a esami ed emerge che "Sua Eccellenza" potrebbe aver abusato di ecstasy. Tracce pesanti di "Ghb" vengono rilevate. Nelle urine, invece, ci sono tracce di cocaina. La vicenda però viene archiviata.
La vita di Don Pietro torna carica di impegni e nel maggio del 2012 ha una nuova crisi, questa volta cardiaca: scatta la degenza (al Gemelli) e la terapia. Accolto con una festa da parte dei confratelli, torna in convento soltanto nella primavera del 2013. E cosa fa? Ruba ancora, a quanto riporta Fiorenza Sarzanini sul Corriere. E' il 12 marzo 2013 e il prelievo di 202mila euro (e siamo già a 345 mila sottratti...) avviene in contati. Poi ancora, pochi mesi dopo, e l'abate passa altri soldi dal conto di Montecassino (erano per la Caritas) a uno aperto presso la Monte dei Paschi. Svuota senza sosta il vescovo.
Talmente cinico che è un dettaglio a rivelare la sua spregiudicatezza: quando nel 2013 si dimette per motivi di salute dal suo ruolo, il 12 giugno ad accettare le sue dimissioni è Papa Francesco. Nemmeno due settimane prima, il primo giugno, il vescovo svuota ancora prelevando quel che può, 44mila euro, e poi versa ancora soldi, 164mila euro, a un conto intestato al fratello. Abusa dei suoi ultimi giorni e del suo ruolo per fregare i soldi destinati ai bisognosi e "alle opere di bene".
In mezzo a tutto questo c'è una vita inimmaginabile per un prete. Cene in ristoranti di lusso a Londra da 700 euro, dove dopo il 2013 si era trasferito per tenere "rapporti con la chiesa anglicana". Cene a base di ostriche e champagne, riusciva a spendere anche 34mila euro al mese. A Londra, riporta il Corriere, "per un soggiorno in un hotel aveva speso 7mila euro, 2mila al Principe di Savoia di Milano". E poi le notti di Rio, altri fiumi di denaro spesi per lui e gli amici. Per il giudice "la sequenza delle operazioni fa risultare inequivoco l’intento di celare il tracciato delle somme prelevate dai conti dell’Abbazia e della Diocesi. L’esame dei flussi finanziari documenta in modo diretto la predisposizione di accurati sistemi operativi".
Soldi in uscita che non tornavano alla diocesi e alle banche stesse. La segnalazione dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, è quella che ha fatto scattare l'allarme.
Poi l'indagine e i tracciati delle carte di credito che rivelano una vita di lusso al di la dell'immaginazione, come quella volta che spese 2mila euro nella boutique di Ralph Lauren.

mercoledì 11 novembre 2015

C'ERA UNA BOMBA SULL'AIRBUS RUSSO,LO DICONO GLI USA


Ora che si parla da giorni di attentato e non di errore umano per la caduta dell'aereo precipitato sul Sinai dopo essere decollato da Sharm El Sheikh e diretto a San Pietroburgo,anche la stampa ritorna al catastrofismo terrorista dopo aver imputato la compagnia low cost russa Metrojet della colpa dello schianto con la relativa morte di 224 persone.
In un primo momento proprio l'ipotesi dell'errore umano o di un difetto meccanico dell'airbus sembravano le cause più rilevanti anche perché l'Isis aveva comunicato ufficialmente di essere responsabile dell'abbattimento in un secondo tempo.
Nell'articolo di Contropiano(http://contropiano.org/documenti/item/33878-i-morti-russi-muoiono-sempre-un-po-meno )si parla dell'ipotesi bomba quasi certa solo dopo lo sdoganamento dell'intelligence Usa,della stampa farlocca che corre dietro alle notizie,pubblicandole senza avere riscontri reali,e si accenna ala guerra cecena che per la Russia è stata la prima esperienza militare contro l'Islam integralista e assassino.

I morti russi muoiono sempre un po' meno.

Il giornalismo italiano è una congrega di servi, in assoluta maggioranza. Giudizio tranchant da vecchi comunisti trinariciuti? No, una constatazione oggettiva, che anche un settimanae cattolico come Famiglia Cristiana è costretta a fare. Un articolo esemplare.
*****
Per una settimana quasi tutti i media occidentali, ritrosi come giovinette, han fatto di tutto per non parlare di terrorismo islamico. Anche se c'era la rivendicazione dell'Isis. Anche se le compagnie aeree (fatto significativo: per prime quelle delle monarchie del Golfo) annunciavano di aver sospeso i voli su quella rotta. Anche se i voli russi verso le spiagge dell'Egitto sono frequentissimi e non si era mai avuto notizia di problemi o incidenti.

Poi è arrivato il via libera americano: è stata una bomba, hanno detto i servizi segreti Usa, a far precipitare sul Sinai il jet con 224 turisti russi a bordo. Annuncio accompagnato da altre rinunce: inglesi e irlandesi hanno smesso di volare su quei cieli, e anche Easyjet si è tirata indietro. A quel punto, persino la libera stampa del mondo libero si è fatta avanti: forse è stato un attentato, dicono i giornali. Bravi, sette più.

E' un procedimento che non deve stupire. Anzi, è una vecchia storia. Risale alla seconda metà degli anni Novanta, dopo la prima guerra di Cecenia (1994-1996), quando il fronte degli indipendentisti guidato da Dzhokar Dudaev cominciò a essere infiltrato sempre più pesantemente dagli islamisti, già allora finanziati (quasi ogni giorno si apriva una nuova moschea) e organizzata (alcuni dei capi guerriglieri, peraltro in conflitto perenne con i capi locali, erano sauditi o giordani) dall'Arabia Saudita, e naturalmente favoriti e motivati dalla brutalità e dalle violenze dell'esercito russo.

Quando osservo i video dei boia dell'Isis mi capita di pensare alle esecuzioni sommarie, da parte dei ceceni, dei soldati catturati in battaglia, e soprattutto al caso di Evgenyj Rodionov e Andrej Trusov, due soldati semplici russi catturati in territorio ceceno e decapitati con regolare filmato, mentre due altri loro commilitoni venivano semplicemente fucilati. Per Rodionov, assassinato nel giorno del suo ventesimo compleanno, pende in Russia una "causa di santità" perché in punto di morte il soldato rifiutò di abiurare la fede cristiana e convertirsi all'islam.

I guerriglieri ceceni, come tutti ricordano, giusta o sbagliata che fosse la loro causa, compivano azioni degne del peggiore terrorismo: attaccavano gli ospedali civili (a Budionnovsk), massacravano gli studenti nelle scuole (a Beslan), prendevano in ostaggio gli spettatori nei teatri (a Mosca). I loro capi, intanto, sognavano la creazione di un califfato del Caucaso, almeno quindici anni prima che Al Baghdadi sognasse di crearne un altro tra Siria e Iraq.

Nonostante tutto questo, e molto altro che si potrebbe dire, il mondo occidentale si è sempre rifiutato di riconoscere che la Russia si era trovata (e in parte si trova ancora) a combattere con il terrorismo islamico. I ceceni erano di volta in volta "indipendentisti", "ribelli", "guerriglieri", "combattenti". Tutto tranne che "terroristi islamici", qualifica che col tempo abbiamo attribuito quasi a chiunque impugnasse un'arma.

La ragione è evidente: delegittimare la Russia, toglierle qualunque forma di riconoscimento internazionale, negare fino al ridicolo che potesse/possa avere un ruolo all'interno di una battaglia comune con l'Occidente. Ovvero, lasciare mano libera agli Usa in quella sorta di perenne e crudele esperimento sociologico che conducono in Medio Oriente e che, da George Bush a Obama, ha un unico esito: frammentare dove c'era unità (Iraq, Siria, Libia...), impoverire dove c'era un decente tenore di vita, rendere ancora più netti i contrasti tra religioni, etnie, popoli. Questa è la politica che, tra l'altro, rischia di portare all'estinzione le comunità cristiane del Medio Oriente. Comunità che, tra le altre cose, facevano da collante culturale e sociale a quei Paesi prima in qualche modo uniti e ora avviati verso una divisione di fatto (Iraq, Libia) o addirittura perseguita e auspicata come in Siria.
da http://www.famigliacristiana.it

martedì 10 novembre 2015

RENZI D'ARABIA

Avevo parlato non molto tempo fa dell'Arabia Saudita,in un senso spregiativo e ribadisco il mio pensiero,ed oggi ancor più dopo la visita ufficiale del Premier Renzi che è andato ad elemosinare contratti faraonici e del petrolio assieme agli amministratori delegati di Eni e di Finmeccanica.
Quindi nessun politico appresso per una scampagnata a spese nostre per vendere il prodotto Italia,ora soprattutto le bombe che vanno più di moda dei cantieri,in un paese guerrafondaio e che tende ad essere il rappresentante delle petrolmonarchie contro Assad di Siria in primis per avere vantaggi sociali ed economici nella polveriera mediorientale.
Perché come dice l'articolo preso da Infoaut la lotta al terrorismo paga,così come il silenzio creatosi attorno all'invasione dello Yemen e al triste primato di essere uno degli Stati dove i basilari diritti civile,sociali e politici sono costantemente violati,soprattutto con le donne,dove le condanne e le esecuzioni capitali sono all'ordine del giorno così come le punizioni corporali.
Per dirla tutta l'Arabia Saudita è un paese dove non vorrei andare,uno dei pochi al mondo per la verità dove non sarei a mio agio,dove la religione influisce troppo nel quotidiano con un estremismo molto appariscente che fa da contraltare all'interesse che la nazione attrae da tutte le parti del mondo.
Guardare pure:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/09/cosa-centra-larabia-saudita-con-la.html e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/03/nello-yemen-e-guerra_26.html .

Renzi si inchina ai frustatori di Riyadh.

Il premier italiano, in visita in Arabia Saudita, preme per fare affari con la monarchia wahabbita campione della violazione dei diritti civili, sociali e politici basilari e sponsor di gruppi estremisti musulmani. Un Paese che, da marzo, è in prima fila nella devastante guerra yemenita.

«Una volta che l’Italia è ripartita, il nostro obiettivo è renderla più solida nel mondo». Matteo Renzi usa il cantiere della nuova metropolitana di Riyadh per riproporre il ritornello dell’uscita dalla crisi. La visita ufficiale del primo ministro – accompagnato, guarda caso, dall’ad di Eni Descalzi e da quello di Finmeccanica Moretti – a re Salman ha un forte valore simbolico: se l’Italia è in cerca del suo posto al sole nel mondo, uno dei più proficui è sicuramente l’Arabia saudita. Un paese con cui – dice l’entourage del premier – discutere di business su gas e greggio, investimenti in infrastrutture e lotta al terrorismo.

Già, la sempreverde lotta al terrorismo. Quale terrorismo, però? L’Arabia saudita con cui Roma preme per fare affari è il paese campione della violazione dei diritti civili, sociali e politici basilari; il paese che condanna a decapitazione e crocifissione manifestanti anti-governativi e a mille frustrate blogger dissidenti (Ali al-Nimr e Raif Badawi, per cui Renzi ieri ha chiesto a re Salman la grazia); il paese al terzo posto nel mondo per condanne a morte – 151 dall’inizio dell’anno, il bilancio più alto dal 1995 – e quello in cui le donne non conoscono diritti.

È il paese accusato da anni di infiammare l’instabilità mediorientale foraggiando gruppi estremisti e quello che da marzo ha lanciato una guerra a senso unico contro lo Yemen. Lasciandolo in macerie: quello che Riyadh considera il proprio cortile di casa è un paese allo stremo. Oltre 5.600 morti, di cui la maggior parte civili, e 20mila feriti; un milione e mezzo di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati all’estero; 20 milioni di civili (l’80% della popolazione) senza accesso regolare ad acqua e cibo; ricchezze architettoniche uniche rase al suolo. Con l’aiuto fondamentale dell’Occidente che non solo ha benedetto a parole l’operazione militare, ma fornisce le armi necessarie al massacro. Armi statunitensi, europee e anche italiane: a denunciare l’invio di bombe tricolore a Riyadh sono Rete Disarmo, Amnesty International e Osservatorio Permanente sulle armi leggere (Opal).

Il 29 ottobre sarebbero partite tonnellate di munizioni e bombe dall’aeroporto di Cagliari e arrivate nella base militare di Taif. Tra queste, dice Giorgio Beretta di Opal, anche bombe Mk84 e Blu109, ritrovate in aree dello Yemen colpite dall’aviazione di Riyad. Non certo una novità: l’Arabia saudita è tra i principali compratori di armi italiane, così come gli Emirati Arabi, anche loro impegnati in Yemen e anche loro destinatari di armi italiane utilizzate poi nel paese. La “Tempesta Decisiva” scatenata da Riyadh aveva un obiettivo: frammentare lo Yemen per ribadire la propria supremazia, in contrasto con l’asse sciita guidato dall’Iran. In realtà, questa guerra per procura non ha mai visto l’intervento di Teheran: accusata di finanziare il movimento Houthi, contro la cui avanzata verso sud è stata lanciata una coalizione regionale, la Repubblica Islamica non ha mai voluto entrare nel conflitto. Dopo anni di rapporti non ottimi con gli sciiti Houthi, Teheran ha preferito rimanere in un angolo e vestire i panni del mediatore, chiamando più volte al dialogo proposto dalle Nazioni Unite e sempre rigettato dall’Arabia saudita per bocca del governo ufficiale del presidente Hadi, da Riyadh difeso.

E oggi? L’Arabia saudita si ritrova impantanata. Dopo aver costretto gli Houthi a ritirarsi da 5 province meridionali (tra cui la strategica Aden, città costiera che controlla lo stretto di Bab al Mandeb, collegamento tra il Golfo e Suez), i ribelli stanno tornando. Nel fine settimana hanno ripreso la collina sopra la base aerea di al-Anad e la città di Damt. Intanto continua, terribile, la battaglia di Taiz, da mesi teatro di massacri: sabato e domenica sono morte 50 persone, tra cui un’intera famiglia. Una città tanto strategica da far dire al premier yemenita Bahah, dall’esilio in cui il governo si è auto-recluso, che i tanto attesi negoziati partiranno proprio dopo la sua liberazione: «Siederemo al tavolo del dialogo con loro dopo la battaglia di Taiz».

Nelle stesse ore, però, il ministro degli Esteri Riad Yassin accusava gli Houthi di mancanza di serietà rispetto ai negoziati di Ginevra sponsorizzati dalle Nazioni Unite. Eppure sono ormai settimane che i ribelli si dicono pronti ad accettare la risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza Onu (ritiro dalle zone occupate e abbandono delle armi), ma a chiudere loro la porta in faccia è Riyad che non vuole alcun accordo. Vuole lo Yemen, quello che da decenni amministra e gestisce e che non intende dividere con nessuno: per questa ragione il governo e l’Arabia saudita non hanno mai aperto alle legittime richieste della comunità Houthi di maggiore inclusione politica. Hanno preferito devastare il paese.

Chiara Cruciati il Manifesto

lunedì 9 novembre 2015

MA A BOLOGNA IERI C'ERA QUALCOSA?


Se l'invasione fascioleghista doveva esserci,beh allora ieri a Bologna non c'è stato nessun evento degno di nota,con i numeri moltiplicati all'inverosimile(da circa diecimila a centomila persone,se così si possono definire ce ne passa di acqua sotto ai ponti)che hanno dato un che di fallimento al comizio organizzato dalla Lega.
Forse la gente impegnata in altro,forse complice la bella giornata o il finale thrilling del motomondiale non saprei,fatto sta che molta gente invece ha contromanifestato in due comizi in prossimità del centro bolognese,con qualche attrito che tutto sommato non ha creato problemi seri in una mattinata e pomeriggio conclusi senza episodi di violenza significativi.
L'articolo di Senza Soste parla più politicamente dell'evento di ieri che ha avuto diversi flop,con un Berlusconi ancora pimpante e avvezzo a quello che ha sempre saputo fare,vendere aria fritta,lui l'intramontabile imbonitore che ha surclassato la dialettica rabbiosa e fascista di Salvini in sottotono:la Meloni invece conta di legno e si sapeva già.
Una buona analisi del giorno dopo con anche qui una nota sull'effettivo numero di partecipanti in Piazza Maggiore,in un'altra giornata che non ha messo sigilli e dichiarazioni epocali sulla politica italiana e benché meno europea,la solita retorica della destra nel cercare alleanze già ritrite da una ventina anni tra politicanti che prima si sopportano e che poi si odiano:ieri a Bologna non è successo veramente nulla di nuovo e d'importante.

Se Salvini fa Almirante e Silvio l’antifascista.

La giornata bolognese dell’otto novembre, caratterizzata da giuste proteste contro questa nuova saldatura della destra italiane attorno alla figura di Matteo Salvini, serve anche per qualche considerazione sul messaggio che, da questo tipo di destre, arriva alla grande audience generalista.
Parliamo di audience non a caso visto che la sovrapposizione tra agire politico e influenza sull’opinione pubblica è stata naturalizzata da tempo. Con in risultato di avere, in politica, nuove leve convinte che basti taggare e linkare su Facebook sia già qualcosa di concreto e vecchie leve che, parlando ad un elettorato da salotto tv già espulso dai processi lavorativi da tempo, riportano le lancette della politica indietro di venti o trenta anni (il periodo in cui il target al quale comunicare si è formato le ultime convinzioni).
Scherzi dell’audience, nonostante le prosteste e gli incidenti, grazie al solito atteggiamento muscolare di un renzismo senza contenuti, Valentino Rossi ha surclassato, anche sui siti dei giornali non sportivo il livello di attenzione ottenuto da Salvini. Il quale, intelligentemente, avendo capito il problema ha incitato, alla fine della manifestazione di Bologna, i propri militanti a seguire la gara di “Valentino”. Anzi, lo stesso discorso di Salvini è stato ridotto nei tempi sia a causa  del protarsi del discorso di Berlusconi, sia per far seguire a quanti più leghisti possibile la gara di Valentino Rossi. Cercando quel corto circuito continuo tra sport e politica che, a suo tempo, ha fatto la fortuna elettorale di Silvio Berlusconi. Il quale, sul palco, ha mostrato di essere il vero decano della comunicazione politica italiana. Un pò fischiato dai leghisti in piazza, che non hanno percepito il lavoro di collegamento tra segmenti di audience che Berlusconi sta provando a fare, il fondatore di Forza Italia ha mostrato qualche pezzo di repertorio: libertà individuale, no tasse, no Europa. Nonostante i quasi ottanta anni, Berlusconi ha fatto vedere dal vivo come si vendono prodotti in comunicazione politica. Una lezione che le varie sinistre, specie quelle perse in una autoreferenzialità degna altre cause, rischiano di non imparare mai. C’è da chiedersi come mai una cultura tipica dell’oratoria nei grandi spazi, come la sinistra da comizio, non sappia riprodursi nei grandi numeri, e nelle tecnologie, da audience generalista. Berlusconi, anche in versione statua di sé stesso, riesce benissimo in entrambi i piani. Altro che uomo di plastica.
 Salvini, una volta arrivato al microfono, ha dimostrato di non essere all’altezza di chi ha rifondato la comunicazione della destra dopo Mussolini. Non sa gestire le tonalità della rabbia durante il discorso, per poter parlare ai grandi numeri, cosa che a Berlusconi in pubblico è sempre riuscito benissimo. Ma la forza di Salvini, usata consapevolmente, è tutta social. Se il discorso lascia a desiderare, twitter, Whatsapp e Facebook producono miriadi di dettagli del discorso leghista. Frammenti di parole come icone complete, come foto curiose o personali che rendono Salvini, come da canoni di scuola social media della seconda metà anni duemila, molto più vicino a chi lo fruisce. Pazienza se non è un oratore, il fatto poi che sia su tutti i media lo rende importante e tale qualità passa attraverso la fruizione individuale del prodotto “noi con Salvini”. I contenuti sono abbastanza scontati: costruzione del capro espiatorio, dall’immigrazione ad Alfano e del senso di liberazione una volta, come dire, espiato il capro.
In piazza Salvini rielabora il modello Almirante: la propria presenza come provocazione per creare l’evento. Questo si in stile fascista e di qui la naturale, e comprensibile, risposta della piazza tutte le volte che si presenta Salvini. In questo modo però ogni visita non è mai abitudinaria è almeno l’evento della stagione. Poi, se succede qualcosa Salvini va sul velluto. Le altre forze politiche condanneranno la violenza dei manifestanti, insultati come “zecche”.  Sul piano dell’audience una rendita politica quasi a costo zero. A parte qualche fuga da qualche città un pò più avventurosa del solito, s’intende.
Berlusconi, ben consapevole del modello comunicativo di destra interpretato da Salvini, a Bologna ha temperato il discorso leghista. Parlando di rischio dittatura fascista di Renzi (la coerenza tra la narrazione del giorno e, ad esempio, la visita al Nazareno non è specialità della casa) e di Grillo come autore di discorsi alla Hitler. Un campione del antifascismo in piazza, insomma, con accanto la Meloni, personaggio che ostenta fascismo da tutti i pori, e Salvini che ha avuto alleanze con Casa Pound (non scesa in piazza a Bologna).
Al di là degli aspetti surreali, di questo modo di comunicare, vanno colti soprattutto quelli reali. Berlusconi, e chi lavora per lui, sa benissimo che in una società neotribale e differenziata come la nostra si ottengono grandi numeri, di audience ed elettorali, sovrapponendo stili comunicativi differenti.  Del resto oggi in questo paese si contendono il campo della politica istituzionale tre populismi differenti: quello liberista di Renzi, il cui uso a reti unificate della tv dovrebbe far preoccupare; quello dei grillini, talmente preso oggi nel microfisico da parlare della legge di stabilità come se fosse una questione legata alla legge sulle slot machine; quello di Salvini che, come si vede, in un modo o in altro cerca di uscire dal tradizionale alveo dell’elettorato leghista pur mantendendo tratti ineludibili della (ehm) tradizione.
Sull’incapacità della sinistra di rompere questi modelli, sul piano comunicativo, si tratterebbe di essere spietati. Ma c’è troppo minimimalismo in giro, troppa vista corta, per far emergere un discorso clinico su questi temi. Va aspettata l’alta marea, piuttosto. E vanno ringraziate, di cuore, tutte le persone che si sono messe generosamente in gioco a Bologna.
redazione, 8 novembre 2015

venerdì 6 novembre 2015

MILLION MASK NIGHT

Ieri c'è stata una serata movimentata in quel di Londra dove migliaia di persone hanno manifestato per la Guy Fawkes Night in omaggio al cospiratore inglese protagonista nel seicento della congiura delle polveri il cui volto stilizzato è la celebre maschera del film "V per vendetta" e simbolo di Anonymous e sinonimo di movimenti di protesta in tutto il mondo.
Infatti l'evento ribattezzato pure la million mask night è stato teatro di alcuni scontri in centro a Londra e l'intervento della polizia ha fatto sì che luoghi come Buckingham Palace e la sede del partito dei conservatori siano state off limits per i manifestanti.
Articolo preso da Contropiano:http://contropiano.org/internazionale/item/33877-scontri-a-londra-nella-guy-fawkes-night .

Scontri a Londra nella Guy Fawkes Night .

Certe tradizioni riprendono quota. Come la 'Guy Fawks Night', in cui in Inghilterra si ricorda a colpi di fuochi d'artificio il rogo di un "cospiratore" del 1606, riverdita dallo straordinario successo di un film come "V per vendetta".
E la polizia, come da copione, recita la sua parte oscena caricando, pestando e arrestando manifestanti definiti "anarchici filo-Anonymous", scesi in strada sotto le insegne della cosiddetta 'Million Mask March' fra Trafalgar Square e il Mall. A fuoco anche un'auto della polizia, perché non è affatto detto cge la gente debba prender botte in silenzio.
C'è voluta oltre un'ora perché gli agenti in assetto da battaglia riuscissero a "liberare" le strade che portano a Buckingham Palace, protetto anche dalla polizia a cavallo, verso cui lafolla tentava di indirizzarsi (come nella scena finale del film, dove però la polizia s'arrende; sarà per un altro anno...).
Bloccato anche un tentativo d'incursione in Great George Street, dove ha sede il quartier generale del partito Conservatore del premier britannico, David Cameron.A tarda serata, restava ancora chiuso un tratto di Regent Street verso Picadilly Circus, cuore dello shopping londinese, presidiato da manifestanti respinti dal palazzo reale. Mentre colonne di manifestanti attraversavano i quartieri del lusso, fra Soho e Mayfair, spaventando a morte i benestanti bempensanti.
Immancabile sul volto di quesi tutti la maschera di Guy Fawkes, ormai abituale in tutte le manifestazioni di protesta nel pianeta.

giovedì 5 novembre 2015

LE SIGLE NASCOSTE DELL'ESTREMA DESTRA ITALIANA

Sono sigle più o meno conosciute quelle che gravitano attorno all'orbita neofascista italiana,cercano sotterfugi così come sono abituati a muoversi acquattati nelle loro fogne,cercano proselitismo tra gli amanti degli animali piuttosto che in ambiti sportivi,ma dietro alcuni nomi si celano sempre loro,i ratti neri dell'estrema destra.
L'articolo di ecn.org mappa quelle denominazioni un poco più frequenti di altre più note come Cacca Povnd o Fogna Nuova,ma dietro di loro si nasconde sempre la stessa feccia nera che tenta di promuovere ed attrarre soprattutto i più giovani ed i meno dotati cerebralmente,quelli più ignoranti in materia politica che facilmente possono cadere nella trappola.
Gli antidoti per fermare questi calderoni di sigle dove si celano frange estremiste razziste e omofobe sono per prima cosa la cultura,delle buone letture e un minimo d'intelligenza,e poi viaggiare e incontrare altri popoli ed altre culture differenti dalla nostra aiutano in una maniera essenziale,perché solitamente il fascista non vede al di la dei propri confini comunali o nazionali e se lo fa è una mosca bianca oppure lo fa spostandosi in branco e di solito scortato.
Perché diciamocelo non ci vuole proprio molto per non cadere nelle trappole e nei tranelli che queste merde di persone tendono alla popolazione,bastano a volte la volontà di saper guardare oltre e con occhi diversi ciò che ci circonda e che ci può condizionare.

Dalla tutela degli animali alla protezione civile: le sigle dietro cui si nasconde l'estrema destra.

Sono decine le onlus e ong fiancheggiatrici della galassia nera italiana: dalla difesa dell’ambiente ai riti in montagna, dallo sport alla medicina sociale. Raccolgono coperte, cibo e organizzano missioni all’estero con il sogno della rivoluzione. Cercando consensi e legittimazione. E per i permessi è più presentabile il loro nome

Il sistema delle onlus e delle associazioni di volontariato laico che appoggiano e danno un volto presentabile all’estrema destra made in Italy è stato svelato con il raduno nazionale di CasaPound alle porte di Milano.

Solo a settembre, alla vigilia della reunion delle tremila teste rasate in arrivo da tutto il Paese, si scopre che dietro ad un evento sportivo nel comune milanese di Castano Primo c'erano i fascisti del terzo millennio.

A Milano, dove inizialmente era prevista la festa nazionale, erano partiti appelli di Palazzo Marino, Anpi e parlamentari di Sel per vietare il "settembre nero" in Lombardia. E a quel punto si scopre la vera sede, tenuta fino alla fine segreta.

Il sindaco di Castano Primo Giuseppe Pignatiello cade dalle nuvole e scopre che la struttura comunale era stata richiesta dall’associazione sportiva "La Focosa" per un evento sportivo e musicale, con tanto di uso delle cucine. Niente di politico insomma.

La firma sui documenti ufficiali era del presidente della onlus Massimo Trafiletti, che si è poi scoperto essere anche responsabile lombardo di CasaPound. Per non creare allarmismi la richiesta ufficiale a maggio era stata firmata proprio da “La Focosa”.

E solo quando gli ospiti erano già arrivati si è scoperto l’inganno e da problema amministrativo si è trasformato in problema di ordine pubblico con minacce e cortei.

Il motivo del “mimetismo” con sigle dedicate all’ambientalismo, la cooperazione internazionale, la raccolta di cibo e perfino sangue lo spiega Saverio Ferrari dell’osservatorio democratico sulle nuove destre: «Così si riesce ad avere motivazioni e appoggi che non avrebbero mai con i nomi ufficiali. Usano tematiche attuali come l’ecologia, la protezione degli animali e l’aiuto ai più deboli che trovano spazi di consenso. Ecco l’escamotage per rendersi accettabili fuori dai loro soliti perimetri».

CASAPOUND E LE SUE SETTE SORELLE

Nell’universo del partito smaccatamente fascista di Gianluca Iannone e Simone Di Stefano le sigle e l’attivismo sociale si è moltiplicato. Oggi sono sette: dalle escursioni in montagna (la Muvra) fino all’ambientalismo militante (la Foresta che avanza) che lotta contro gli abbattimenti degli ulivi in Salento e l’uso degli animali nei circhi.
C’è poi il gruppo di protezione civile “La salamandra” che raccoglie coperte e abiti invernali per i senza tetto e armata di pettorine e divise partecipa al post alluvione nella provincia di Benevento. Da Roma, dove è nata, si è allargata aprendo sedi a Milano, Torino, Verbania e Bolzano.

Sul sito web della filiale campana vantano i loghi del dipartimento della protezione civile della presidenza del Consiglio e l’omologa regionale. In provincia di Napoli è così ben inserita nel circuito del volontariato locale che hanno anche uno sportello informativo nell’ospedale Sanata Maria la Pietà di Nola (grosso centro dell’area metropolitana) offrendo ai degenti «più bisognosi assistenza morale, sociale e psicologica cercando di rendere i ricoveri più sopportabili».

Per l’arrivo di papa Francesco a Pompei, lo scorso marzo, c’erano anche loro a vigilare sul traffico e la folla con il logo giallo-nero ben in mostra sulle pettorine.

Unite dagli ideali di volontariato e aiuto concreto al prossimo, ecco l’attivissima Grimes: si autodefinisce “gruppo d’intervento di medicina sociale” per la raccolta di sangue da Udine a Foggia, prestazioni a prezzi calmierati e progetti di solidarietà internazionale con appoggio medico e sanitario.

Un associazione di medici e infermieri volontari «nata per informare e supportare i cittadini perché possano difendersi dalle proprie paure, dai difetti del sistema sanitario e da quanti speculano sul malessere». Nelle sedi di tutta la Penisola sotto le bandiere con la tartaruga ecco che insegnano le manovre salvavita per i bambini e corsi di primo soccorso.

Tra i referenti c’è la militante della prima ora Debora di Gennaro candidata alla Camera nel 2013. La moglie del frontman Gianluca Iannone, Maria Bambina Crognale, è invece responsabile del sindacato Blu, Blocco lavoratori uniti, che cerca visibilità con la battaglia per la tutela dei posti di lavoro e l’assistenza fiscale. Tanti nomi con gli stessi protagonisti.

Attivi sul Web e nelle piazze, sono poche decine di attivisti che cercano di allargare il consenso per le frange più estreme. Grazie a queste sigle i militanti neri fanno parte di quelle associazioni che possono beneficiare del 5 per mille, la donazione volontaria della dichiarazione dei redditi.

L’AZIONE IN LOMBARDIA

Il gruppo lombardo di Lealtà e azione ( organizzatori del raduno alle porte di Milano per tentare la scalata a Palazzo Marino ) sono i più nostalgici del Ventennio e oscillano tra eventi folcloristici e azioni in stile Alba Dorata. L’osservatorio democratico sulle nuove destre ha raccolto e seguito i movimenti in un dossier.

Memento è impegnata a tramandare la memoria della “Legione dei Martiri”, ossia dei gerarchi fascisti e dei combattenti della Repubblica di Salò, di cui curano spasmodicamente le tombe nei cimiteri di Milano e Monza, infiorettando le lapidi con gagliardetti tricolori.

Per il settantesimo anniversario della Liberazione, lo scorso 25 aprile, si trovarono in trecentocinquanta con il vessillo con l’aquila argentea della Repubblica sociale italiana al campo 10 del Cimitero Maggiore, ignorando la festa repubblicana e la storia del Paese.

Altra associazione collegata è Bran.co che, ispirandosi all’attività “sociale” di Alba Dorata, promuove iniziative volte al sostegno delle famiglie italiane in difficoltà (visto che «le istituzioni preferiscono aiutare zingari e immigrati»), offrendo assistenza «alle madri che onorano e difendono il valore della vita dal suo concepimento», muovendosi in buona sostanza nel campo antiabortista.

Pezzo forte è la battaglia contro la pedofilia condotta con convegni, tornei di calcio e boxe. L’associazione “Caramella Buona” è la sigla che organizza i tornei di calcetto per la raccolta fondi: ogni anno a giugno si sfidano sul terreno 24 squadre dell’universo del neofascismo e del neonazismo locale: da Orizzonteideale a Cuore nero, passando per Presidio, Miles duepunto dieci di Bergamo, Militia Como, i Dora di Varese e le immancabili bande nazi-rock come i Malnatt, Bullets, Nessuna resa e Linea ostile.

“I Lupi danno la zampa” è un gruppo che si definisce animalista. Proprio questo animale è, nell’immaginario nazista, associato alle virtù marziali e alla casta nobiliare: spietato e combattivo, leale nei confronti del branco. Compiacendosi invece in questo caso di “dare la zampa”, raccolgono cibo per cani e gatti e promuovono iniziative a tema animalista, confidando sull’ingenuità di chi si ferma nei gazebo.

I lupi delle vette organizzano invece campi in montagna seguendo questo motto: «L’uomo non ha limiti: se li crea». Quest’anno si sono mossi soprattutto lungo gli scenari alpini della Prima guerra mondiale: «terribile e grandiosa pagina di storia italiana, crogiuolo di sangue, ghiaccio e dinamite».

LA RETE INTERNAZIONALE

Chiara del Fiacco, portavoce nazionale della onlus "Solidaritè identites", lavora fianco a fianco con Ada Oppedisano, presidente dell’associazione a vocazione caritatevole ed umanitaria. Entrambe di CasaPound insieme a Zenit Italia hanno organizzato a settembre il convegno “Mediterraneo solidale”: un parterre estremista italo-mediorientale con Hezbollah (il partito sciita fondato nel 1982 durante il conflitto in Libano) come ospite.
A Roma sono sbarcate figure di primo piano come Rima Fakhri, membro del consiglio politico, e Sayyed Ammar Al Moussaw, responsabile delle relazioni internazionali.

Tra i ventiquattro relatori chiamati a parlare nella densa giornata ideata per «assistere e dare sostegno a quei popoli in lotta per la propria sopravvivenza» c'è un coté di personaggi libanesi e siriani vicino alla destra neofascista italiana.

Sul palco anche Alberto Palladino detto “Zippo”, il militante più volte avvistato nel Donbass nel corso del conflitto ucraino-russo e condannato a due anni e otto mesi per aver guidato quindici camerati con il casco in testa e la spranga tra le mani contro tre militanti del Pd.

A chiudere il lungo sabato di dibattito anche Franco Nerozzi, oggi guida della onlus Popoli, ex giornalista che ha patteggiato a Verona una condanna a un anno e dieci mesi (l'accusa era di terrorismo internazionale) dopo essere stato fotografato in un addestramento militare in Birmania.

Casapound, guerra in Birmania

Il gruppo dell'estrema destra tanto caro ad Alemanno è impegnatissimo a fianco dei miliziani dell'esercito Karen: che brandiscono le bandiere con la tartaruga e indossano mimetiche littorie
Una storia raccontata da Paolo Fantauzzi per l’Espresso : «La Birmania è stato il luogo di addestramento per un gruppo di volontari reclutati dallo stesso Nerozzi per realizzare un golpe nelle Isole Comore, vicino al Madagascar. Nel computer di Nerozzi i pm trovarono foto che lo ritraevano assieme ad alcuni compagni d'avventura accanto ai mitragliatori, granate, mortai, bombe e grazie anche alle intercettazioni telefoniche si fecero l'idea che le missioni di Popoli fossero una copertura per un campo d'addestramento».

E chi c’era dietro le attività internazionaliste? Pietro Casasanta, presidente della onlus “La salamandra” insieme al presidente di Casapound Gianluca Iannone, che entrato clandestinamente in Birmania dalla Thailandia insieme a diversi camerati, per una settimana ha girato per i villaggi Karen insieme a Nerozzi, al colonnello Nerdah Mya e alle sue Black Special Forces. Il senso del volontariato per l’estrema destra.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/10/29/news/dalla-tutela-degli-animali-alla-protezione-civile-dove-si-nasconde-l-estrema-destra-1.236626

mercoledì 4 novembre 2015

L'EREDITA' DI EXPO

I due contributi odierni presi dal sito lombardo di Rifondazione Comunista(http://www.rifondazionelombardia.it/grandi-opere/expo-e-finito-in-tutti-i-sensi-considerazioni-su-expo-e-su-un-percorso-verso-la-sovranita-alimentare-come-autentico-e-necessario-dopo-expo/ )e da Infoaut,pur avendo titoli che sembrerebbero parlare di opposti(uno parla di un Expo finito e l'altro no) hanno dei temi in comune.
Mente se nel primo articolo si parla soprattutto del recupero dell'area fisica della fiera che è durata sei mesi e che ha avuto più di ventun milioni di biglietti venduti,il secondo offre spunti più sulla politica e sul sociale che sul futuro di aree come quella del parco agricolo sud di Milano.
E'un dato di fatto che lo slogan principe dell'Expo "nutrire il pianeta" abbia cozzato materialmente e concettualmente con elementi e sponsor che hanno contribuito a far andare avanti il carrozzone della kermesse,e che questa nella memoria enei ricordi di chi vi sia recato sia stato l'Expo delle code,ma per una questione di estrema fiducia diamo ancora qualche mese per capire se veramente possa essere servito a qualcosa di concreto per evitare problemi globali legati all'approvvigionamento di cibo.
Questo evento la cui costruzione materiale minima è terminata la mattina stessa e alcuni padiglioni terminati mesi dopo l'inaugurazione ufficiale,è stato comunque un luogo dove i prezzi di tutto quello messo in vendita,da gadgets alla ristorazione,sono lievitati all'inverosimile obbligando singoli visitatori ma soprattutto famiglie ad un vero e proprio salasso.
Per non parlare degli arresti avvenuti prima durante e penso e temo anche dopo i sei mesi di Expo,il trattamento riservato ai volontari e alle persone (mal)pagate che hanno prestato opera a Milano e al fatto che ora questo modello sarà esportato a Roma per il giubileo;con tutti i suoi protagonisti di primo piano.
Concludo dicendo che nonostante la vicinanza a Milano non ho visitato Expo e che per le considerazioni fatte sopra mi sono affidato ai resoconti di amici e conoscenti oltre agli organi d'informazione sia quelli tradizionali che quelli,soprattutto,on line.
Vedere anche qualcosa scritto prima dell'inaugurazione può essere utile:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/04/le-multinazionali-della-malnutrizione.html .

EXPO E’ FINITO…IN TUTTI I SENSI! Considerazioni su Expo e su un percorso verso la Sovranità Alimentare come autentico e necessario “dopo Expo”

di Vincenzo Vasciaveo
…Ma com’è andato EXPO?

La grande kermesse è ormai finalmente alle spalle e il Commissario Unico,  i potentati dell’agrobusiness e i governanti ai vari livelli istituzionali ci stanno inondando di dichiarazioni ultrapositive sul suo andamento e sui suoi effetti indotti.
Peccato che i parametri utilizzati per le proliferanti ridondanti valutazioni poco o nulla abbiano a che fare con le finalità che il “grande evento” avrebbe dovuto prefiggersi: come fare a Nutrire il Pianeta in epoca di fame e di malnutrizione( tutt’altro che sconfitte), e quali strategie e percorsi immediati e concreti adottare di conseguenza, globalmente e localmente. Varrebbero invece i dati sull’affluenza (tutti da esaminare in termini di entrate economiche a consuntivo) con le sue  le code (trasformando le disfunzioni organizzative -volute?- in testimonianza di successo), l’estetica delle “mostre” sull’alimentazione nei diversi Paesi ospitati (trasformando il “come nutrire” in “di cosa attualmente si nutre” il pianeta), le caratteristiche dei padiglioni (in gran parte utilizzati per promuovere turismo neanche troppo responsabile), le ricadute economiche sul territorio e sul Paese (con valutazioni a dir poco contrastanti tra gli operatori economici). Gli scarsi contenuti che hanno avuto a che vedere coll’obiettivo, a partire dalla Carta di Milano, evitano accuratamente di evidenziare le cause vere dei problemi alimentari e della fame (salvo pochissime quanto lodevoli eccezioni, per lo più oscurate mediaticamente).  Le motivazioni e le vie d’uscita del problema si sono focalizzate quasi esclusivamente sullo spreco alimentare, come se le eccedenze nel Nord del mondo non fossero causate dalla sovrapproduzione e quindi dal modello agricolo proposto dall’agrobusiness basato sull’agricoltura industriale e dal cibo in quanto merce e come se la sottoalimentazione al sud del mondo non fosse causata dalle difficoltà di accesso al cibo (non dalla quantità prodotta, di per sé più che sufficiente a sfamare il pianeta), dal land grabbing, dalla speculazione finanziaria. In altri termini Expo’ si è ben guardato dall’accedere al concetto e alla pratica di Sovranità Alimentare che, come sostenuto ormai da metà anni ’90 dal Movimento contadino mondiale Via Campesina, è l’unica necessità/soluzione per Nutrire il Pianeta: il diritto dei popoli a definire le proprie politiche agricole e alimentari e a produrre il proprio cibo sul proprio territorio, basandosi sull’agroecologia e sulla biodiversità. Quindi non è ideologico asserire che Expo’ è stato un vero e proprio FLOP, visto che quando (poco) ha proposto contenuti, non ha fatto altro che sostanzialmente ribadire il modello agroalimentare vigente, causa vera della sottonutrizione e della malnutrizione globali.
….Ma quale “dopo Expo”?
Così come per l’evento, anche per il “dopo” si parla d’altro, e non poteva essere altrimenti, viste le premesse. Cosa fare del sito? Come recuperare il sovrainvestimento finanziario? Dove mettere le strutture?
Diventa pressochè impossibile discutere e progettare di politiche alimentari, locali, nazionali e globali, nel senso necessario: nutrire il pianeta.
Quindi il vero “dopo Expo”, relativizzando tutto il resto, dovrebbe essere incentrato su come costruiamo Sovranità alimentare, a Milano e nel mondo.
L’obiettivo della sovranità alimentare a livello globale deve necessariamente fare perno sul suo perseguimento a livello locale.
Questo non solo per una questione di coerenza complessiva, ma per definizione.
La Sovranità Alimentare, infatti, è praticabile solo se, progressivamente, diventa patrimonio dei popoli ed è attuata dappertutto localmente, limitando (non eliminando) di conseguenza l’import/export  (vedi Vandana Shiva con Navdanya), per realizzare innanzitutto la sicurezza alimentare dei popoli stessi.
A Milano abbiamo una risorsa grandiosa su cui fare perno: il Parco Agricolo Sud, che non risulta Expo abbia prioritariamente considerato come caposaldo di una strategia “glocale” di politica agroalimentare!
Invece è su questo piano che occorrerebbe agire localmente, con una visione globale, promuovendo filiere agroalimentari dalla produzione al consumo, capaci di costruire concretamente nel Parco Sud (il più grande parco agricolo d’Europa) una agrobiodiversità, che deve necessariamente stare alla base di qualsiasi percorso di sovranità alimentare, e  improntate alla sostenibilità sia ambientale che economica.
La Sovranità Alimentare in una nuova relazione tra città e Parco Sud
Per poter parlare di “nutrire Milano” in un processo tendenzialmente “sovrano” occorre trasformare il modello colturale prevalente attuale della campagna milanese (monocolture e allevamenti intensivi in gran parte di tre produzioni: riso, mais e latte) in diversificazione delle coltivazioni (agrobiodiversità), modificando il modello stesso in direzione della sostenibilità (ambientale ed economica) e basato sull’agricoltura contadina e sull’agroecologia. In sostanza va considerato un ulteriore livello per costruire neoagricoltura, che non si limiti, ad esempio, ai mercati contadini, in quanto essi, specie se non sono frutto di una partecipazione dal basso come i Gas (esempio positivo è quello della rete gas di Rho),  costituiscono una cosa utile, ma di per sé non sono una soluzione. Non dimentichiamo che i piccoli agricoltori difficilmente riescono a fare anche i commercianti, specialmente se vogliono conservare la loro identità contadina. Occorre darsi strumenti finalizzati a strutturare percorsi di filiera autorganizzata e promossa dal pubblico per fare uscire dalla nicchia e dalla episodicità il movimento del consumo critico e di una neoagricoltura, che non dà, di per sé, certezze ai contadini, ma ha bisogno di organizzazione, di concretezza, di continuità, di consapevolezza sulle prospettive di cambiamento di modello. Per filiera intendiamo, ottimalmente e a regime, una strutturazione della relazione tra i vari attori che compongono il processo, a partire dalla produzione in campo fino al consumo finale. Tale strutturazione è basata su “patti” (preferibilmente scritti in specifici protocolli) , anche sul modello delle Amap francesi (Association pour le Maintien de l’Agriculture Paysanne), delle CSA americane o inglesi (Community supported agriculture), delle comunità agricole tedesche fino  a qualche virtuosa esperienza italiana, che impegnano i produttori, i trasformatori , i consumatori organizzati (in Gas o Gap o presenti in forme cooperative) nella produzione e nell’acquisto.
In questo modo si realizzano:
– certezze per il contadino basate sulla pianificazione in campo con drastica diminuzione o eliminazione pressochè totale degli sprechi
– certezze per il consumatore sul prodotto che ha ordinato, in qualità e quantità
– relazioni non solo commerciali (economia delle relazioni) basate su conoscenza diretta e fiducia
– costruzione di percorsi cooperativi tra produttori e tra produttori e consumatori, che vanno tendenzialmente a sostituire le connotazioni competitive del mercato tradizionale
– prezzi tendenzialmente codeterminati nel tavolo di filiera e per la filiera, sfuggendo al meccanismo della domanda e dell’offerta e della speculazione finanziaria
– governo dei costi eliminando la separatezza e la concorrenza tra attori di filiera tipiche del mercato
(oggi, fatto 100 il prezzo finale, 17 rimane alla produzione, 23 alla trasformazione, il 60 alla Grande Distribuzione – logistica, intermediazione e vendita), con ciò realizzando più reddito per la produzione e prezzi accessibili (sostenibilità economica)
– garanzia di modelli colturali e produzioni ecosostenibili (certificazione biologica di parte terza o sistemi di garanzia partecipata)
– sperimentazioni capaci di verificare le colture più adatte al territorio, lavorando alla reintroduzione di produzioni rese residuali dalla rivoluzione verde degli anni ’60
– partecipazione diretta dei cittadini, attraverso i Gas almeno, ai processi decisionali sulle produzioni alimentari e relativi modelli colturali
– a seconda dei settori produttivi si realizzano poi anche obiettivi più generali, quali la progressiva emancipazione dei contadini dalle industrie sementiere dell’agrobusiness

Ma, se accanto alla espansione quali/quantitativa di filiere agroalimentari ecosostenibili (che è in atto in forme autorganizzate nell’esperienza ormai quinquennale del Distretto di Economia solidale rurale del Parco Sud – DESR), si affiancassero da un lato la domanda pubblica diretta (ristorazione scuole, ospedali, ecc) e dall’altro la promozione di mercati di filiera (anche con funzione di logistica per il consumo organizzato), indirizzando in tal senso la necessaria riqualificazione dei mercati comunali, sicuramente le trasformazioni dei modelli colturali, ma anche economici, sarebbero alla portata, specie se vi comprendiamo le possibili azioni sul prezzo finale determinate anche dalla maggiore scala, purchè anch’essa sostenibile. Va anche perseguita la acquisizione di spazi agricoli demaniali da assegnare in comodato d’uso a giovani agricoltori per realizzare occupazione e sostegno ai disoccupati attraverso pratiche mutualistiche che li vedano destinatari di produzione agricola biologica del territorio a prezzi accessibili.
La necessaria trasformazione anche gestionale del Parco Sud
 Ma per fare tutto ciò è necessario rivisitare radicalmente la gestione attuale del Parco Sud.
Il Prof. Francesco Vescovi, del Politecnico di Milano, autore di un’interessante ricerca/saggio pubblicata nel libro “Proposte per il Parco Agricolo Sud Milano – Criticità e risorse dell’agricoltura periurbana” sottolinea giustamente “ la mancanza di un’impostazione strategica e di una visione propositiva dell’organismo gestore, che….si limita quasi unicamente a perseguire una politica di difesa basata sull’applicazione dei vincoli di legge contenuti nel Piano territoriale di Coordinamento”. E propone che “Il Parco Sud dovrebbe….modificare parzialmente la propria natura e ampliare il proprio mandato: da semplice organismo di controllo normativo e di gestione dovrebbe trasformarsi in agenzia di promozione economica dell’agricoltura locale e di valorizzazione del territorio….”.
Essendo ancora in predicato l’attribuzione della sua gestione tra la Regione e, come invece auspicabile, la Città Metropolitana, va da sé che poi diventerà terreno di confronto ( e/o di conflitto) con l’interlocutore istituzionale la percorribilità di questa strada, unica capace di contrastare chi preme per la trasformazione progressiva dell’attuale destinazione agricola o per il devastante consumo di suolo anche attraverso inutili, dannose  e costose opere infrastrutturali, come è stato per la TEEM e come adesso si vorrebbe per la Vigevano Malpensa. Tutto ciò in ottica di costruzione di percorsi di Sovranità alimentare attraverso la pratica locale dell’obiettivo globale e, quindi, di “un altro dopo Expo” in cui certo considerare il destino del sito o dei padiglioni e magari anche di ritorni economico-finanziari, purchè lo si faccia coerentemente con questa impostazione strategica.
Vincenzo Vasciaveo – Distretto rurale di Economia Solidale del Parco Agricolo Sud Milano

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Chi se la canta, chi se la suona e chi se la lotta. Expo non è finito.

Dicono che Expo sia finito. Senza contestazioni, a quanto pare. Tutta colpa di quei “riot che asfaltano il movimento”, commenta beffardo il «Corriere della sera», arrivando a citare «il manifesto» per riproporre un’analisi della giornata del primo maggio e persino immaginando di avere dalla sua chi la pensa così insieme alla Questura, che si è presa sei mesi di tempo per schedare, etichettare, analizzare e dio solo sa cos’altro. Ora si procederà agli arresti, informa il giornale padronale per eccellenza, ovviamente senza vergognarsi di mostrare il piacere che prova nel pensare all’eventualità di nuove persone in carcere.
I “buoni”, suggerisce l’articolo, scritto da qualcuno che dimostra di conoscerli bene, o persino di essere uno di loro, sarebbero stati talmente intimoriti dai “cattivi” da non riuscire più neppure ad avanzare una qualche critica, civile naturalmente, ad Expo, come invece le regole del gioco democratico vorrebbero. Un po’ come quando di tanto in tanto arrivano le elezioni e ci viene data l’opportunità di scegliere tra una Moratti e un Pisapia, e che non si venga a dire che alle nostre latitudini la mancanza di pluralismo rappresenti un problema!
Un Renzi, per esempio, è talmente convinto di un simile assunto che a passare per il vaglio elettorale non ci pensa neppure: perché perdere tempo se poi, come a Milano, gli unici che dimostrano di avere qualcosa da dire sono incompatibili come le vetrine che rompono e gli interessi di classe che incarnano?
Si prenda piuttosto esempio da Expo. E che i suoi uomini più efficienti, a partire dal prefetto Tronca, vadano a mettere ordine a Roma, dove, licenziato l’inutile sindaco Marino, al rispetto delle famose regole democratiche ci pensa il governo stesso, preferendo a qualunque forma di progettualità politica un controllo territoriale esercitato direttamente dalla polizia.
Certo, quella di Expo è stata una storia strana. Dal punto di vista della contestazione, infatti, non si è mai visto un problema che smette di esistere a causa della gestione di una singola giornata. Anche perché, se fosse così, non esisterebbe il problema, ma soltanto le persone che lo agitano, mentre pare che le questioni sociali funzionino nel modo esattamente opposto: è la loro esistenza a provocare agitazione, non il contrario. E qualcosa, nell’osservazione della realtà, sembra suggerire che il tema delle grandi opere e dei grandi eventi, simulacro della rapina perpetrata dagli sfruttatori ai danni degli sfruttati, esista eccome. Con buona pace di chi se la canta e se la suona, insomma, c’è anche chi se la lotta. E infatti, insieme a Tronca, quante centinaia di milioni hanno già mandato a Roma per consentire ai soliti noti di continuare a fare baldoria con l’imminente Giubileo?
Nello stesso lasso di tempo, invece, quante case popolari sono state assegnate? Quali garanzie per una scuola aperta a tutti e per una sanità efficiente e gratuita ottenute? E quali conquiste di diritti, dallo ius soli al reddito di cittadinanza (universale e incondizionato), sono state nel frattempo ascritte all’odierna civiltà del neoliberismo globale incarnato da Renzi e dalle sue giunte, arancioni o militari che siano?
Il silenzio di fronte a queste domande è imbarazzante come l’assenza dei “buoni” sullo scenario delle battaglie combattute ogni giorno in tutta Italia per la casa, il lavoro, la scuola, la sanità (altro che “assenza di contestazioni”, come scrive il «Corriere della sera»)… mentre chi di tutto questo è privo le vetrine in frantumi del primo maggio le ha ascoltate eccome. E ha sorriso. Mica è corso a piangere in Questura. L’istituzione repressiva per eccellenza, d’altro canto, era troppo indaffarata. Ora deve persino accollarsi di tirare avanti la baracca del Giubileo. E allora, senza neppure considerare la sorte delle tonnellate di metri cubi di cemento in procinto di essere abbandonate o regalate a qualche speculatore a Milano, si può dire che i nomi siano cambiati, ma come si fa a pensare che Expo sia finito?

da paroleamanoarmati

martedì 3 novembre 2015

LE ELEZIONI TURCHE NEL SEGNO DELLA PAURA

L'articolo preso da Infoaut parla del risveglio turco con Erdogan che ha vinto le elezioni non senza polemiche e accuse di broglio,con accorpamenti di seggi fatti per dissuadere dal votare visto che si erano create file interminabili ed i soliti blindati con i militare con i mitra spianati per far paura alla gente.
Quello che ne viene fuori è una Turchia che ha sempre voglia di Europa ma che tende a confondere la religione con l'esecutivo i maniera profonda,con il plauso delle maggiori organizzazioni islamiste integraliste provenienti da tutto il mondo musulmano(vedi l'articolo http://contropiano.org/internazionale/item/33811-ecco-chi-gioisce-per-il-trionfo-di-erdogan ).
Erdogan è un gran batardo è ciò lo sapeva da tempo,le sue mani macchiate di sangue soprattutto del popolo curdo sono una vergogna per una nazione ce vuole definirsi democratica:qui sotto gli appunti su ciò che è accaduto e quello che potrebbe accadere,con lo spauracchio di modifiche sostanziali alla Costituzione,tema molto discusso non solo ad Ankara comunque.

Qualche appunto sulle elezioni in Turchia.

Si sono conclusi ieri in serata gli scrutini delle elezioni politiche turche. A dispetto delle attese abbiamo assistito a un grosso spostamento di equilibri rispetto alle elezioni del 7 giugno scorso. Il partito del presidente Erdogan, l’AKP, riguadagna la maggioranza assoluta drenando voti a destra, in particolare ai nazionalisti del MHP, e ottenendo così un governo monocolore. Il contenitore politico kurdo che aveva sfondato alle scorse elezioni, l’HDP, tiene botta nelle regioni orientali ma paga i numerosi brogli ai seggi e la mancanza di una reale campagna elettorale nelle zone turcofone (campagna bloccata a colpi di bomba ad Ankara ad inizio ottobre).
Questa tornata elettorale rappresenta, come detto più volte, un momento importante di svolta. Senza pretesa di esaustività, qualche ipotesi di lettura per ragionare sui processi e le tendenze che si sono cristallizzate nel voto di ieri.
Primo. La conferma della guerra/crisi come strumento principale di governo, capace di ricentrare in senso sistemico ogni progetto concreto di emancipazione. Sono stati tre mesi di guerra su tutti fronti contro il movimento kurdo per cercare di imbrigliare i processi messi in moto dal movimento su un piano esclusivamente militare: bombardamenti e armi chimiche contro il PKK al confine con l’Iraq, attacchi delle forze speciali durante i coprifuoco nei quartieri autonomi del Bakur, bombe di Stato a Ankara e Suruc fino ad arrivare alle recenti provocazioni delle truppe turche a Gre Spi, sul confine con il Rojava. La declinazione interna del paradigma della guerra è il “terrorismo”, bersaglio discorsivo e militare – e quindi radicalmente politico – che è stato il perno elettorale di Erdogan. Guerra, crisi, paura della guerra, paura della crisi si confondono e non solo hanno spostato voti verso il centro ma hanno anche costretto il movimento di liberazione kurdo nell’emergenzialità creata dalla retate e dagli omicidi della polizia.
Secondo. La guerra crisi come possibilità. Il vuoto di potere e il caos nella zona settentrionale della Siria come la crisi politica turca di inizio estate hanno aperto spazi di sperimentazione e auto-governo colti con lucidità dal movimento kurdo. Si tratta, come è ovvio, di processi che non vivono su spazi piani e tempi lineari ma piuttosto di accelerazioni e ritirate tattiche. E soprattutto di sedimentazione, ossia di una comunità resistente, fatta di legami densi e politicità diffusa orientata con chiarezza strategica dal Partito.  La rivoluzione, insomma, come momento lungo. Il progetto di confederalismo democratico era solo nella testa di Ocalan fino a una decina di anni fa, oggi è realtà in Rojava e ha aperto piste importanti nei quartieri del Bakur durante quest’estate. Alcune delle zone che avevano dichiarato l’auto-governo hanno smontato le barricate ed è ancora da capire quali saranno le prossime mosse del governo, ormai forte della maggioranza assoluta; ma la breccia, anche se stretta, resta aperta. I prossimi mesi saranno decisivi.
Terzo. La questione kurda come questione medio-orientale. Le elezioni del 7 giugno arrivavano a pochi mesi dalla liberazione di Kobane. Il potente immaginario generato da quell’esperienza ha alimentato il cambiamento come orizzonte possibile portando voti all’HDP. Non è un caso che Barzani, alleato di Erdogan nel Kurdistan iracheno, abbia fatto di tutto per evitare che la battaglia per la conquista di Shengal cominciasse in periodo elettorale, arrivando a tagliare la strada tra il Rojava e Sinjar per impedire alle forze del movimento kurdo di passare. Le elezioni turche avranno ovviamente anche la loro ripercussione direttamente sui cantoni liberati nel Nord della Siria, dove sono stati segnalati nuovi bombardamenti nella giornata di oggi sempre nella zona di Gre Spi.
Quarto. La questione dell’islam politico. Le insurrezioni del 2011 (dette “primavere arabe") avrebbero potuto rappresentare uno scarto netto rispetto alla sequenza “guerra dei mondi” cominciata nel 2001, dando l’avvio a un nuovo antagonismo secolare fatto di contaminazioni coi movimenti sociali – la resistenza di Gezi è stata la ricca traduzione di quello spazio politico possibile in Turchia. Una breve sequenza che sembra invece oggi piuttosto rappresentare una parentesi, vista la forza di attrazione che una certa declinazione politica dell’Islam esercita su larghe fette di popolazione musulmana nel mondo. In questo senso sono molto significative le congratulazioni che Hamas ha ufficialmente inviato ad Erdogan per i risultati delle elezioni immediatamente dopo la pubblicazione dei risultati. Si tratta di un nodo complesso ma urgente che bisogna affrontare dalla giusta prospettiva. Non da quella imbelle di un'immaginario "scontro di civiltà" - sono d’altronde solo altri musulmani che stanno concretamente combattendo lo Stato Islamico come in Rojava – ma da quella della lunga crisi di egemonia dei movimenti rivoluzionari. Non è un caso che in una delle rare zone in cui questi movimenti esistono, parlano alle masse a partire dalle proprie condizioni materiali e offrono concrete prospettive di riscatto (stiamo parlando proprio del Kurdistan), la guerra di religione si rivela per il fantoccio che è effettivamente.
Istanbul, 2 novembre 2015

lunedì 2 novembre 2015

PASOLINI CRONISTA ED EDUCATORE DEL SUO TEMPO,E NON SOLO

Oggi è il quarantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini,regista,scrittore e giornalista che ha cercato,riuscendoci,di dare voce e occhi alla vita negli anni del dopoguerra con un realismo ed una passione che pochi hanno avuto e che hanno potuto scrivere o immaginare.
L'articolo preso da Il fatto quotidiano(http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/02/pier-paolo-pasolini-dallantifascismo-allusura-dei-simboli-ritratto-dellintellettuale-corsaro/2178272/ )a firma di Mirco Dondi parla del Pasolini artista poliedrico e ne descrive i suoi ideali,le sue angosce,le sue paure,la sua grande voglia di vivere e di raccontare ed educare allo stesso tempo un pubblico dando un taglio quasi fraterno di amore e consapevolezza di avere in se un grande potere che ha contribuito certamente alla sua tragica morte.
Perché 40 anni sono passati e il mistero aleggia sulla sua scomparsa con uno scenario di possibili mandanti ed esecutori materiali molto ampio perché Pasolini stava antipatico ai poteri forti dei suoi tempi,era una spina nel fianco agli oppressori ed un incredibile cronista di tutto quello che accadeva sotto ai suoi occhi.
A completare il quadro altri due link:http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/01/pier-paolo-pasolini-quando-la-fallaci-chiamo-il-corriere-ucciso-dai-fascisti-devi-scriverlo/2174213/ e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2009/03/nel-nome-della-p2.html .

Pier Paolo Pasolini: dall’antifascismo all’usura dei simboli, ritratto dell’intellettuale corsaro.

L’intellettuale dovrebbe essere un ordinatore nel caos della realtà sociale e fornire a chi lo legge un quadro interpretativo. Pier Paolo Pasolini era questo e molto altro, un uomo libero che non ha mai indugiato a prendere posizione, senza preoccuparsi delle critiche, senza mirare a ingraziarsi qualcuno.

All’inizio degli anni Settanta, il direttore del Corriere della Sera, Pietro Ottone, chiama Pasolini a collaborare “con il quotidiano della borghesia” e i suoi articoli trovano spazio in prima pagina. Quei contributi, assieme ad altri interventi, sono stati raccolti in Scritti Corsari e Lettere luterane. Siamo di fronte al Pasolini interprete del suo tempo, ossessionato dall’omologazione, parola chiave di quasi tutti i suoi articoli “corsari”, riversata sul lettore con tutto l’orrore luddista, non senza eccessi e appiattimenti.

Fascismo, antifascismo, Chiesa, classe media, consumo, edonismo, cultura sono tra i riferimenti più continui di questi scritti e tutti si coniugano con l’omologazione, vera reggitrice di significati. Per Pasolini l’omologazione abolisce la distinzione tra fascismo e antifascismo, la distinzione tra le classi sociali – in luogo di un’unica classe consumatrice – dissolvendo il potere della Chiesa. La propensione al consumo non pareggia le distinzioni di reddito, semmai, il conformismo che ne deriva, diventa un pensiero unico repressivo, ammantato dall’edonismo, da un’esibita gioia di vivere e da una libertà solo apparente. L’omologazione diventa la vittoria dell’uomo normale, spogliato della sua cultura e delle sue passioni.
Un’evoluzione che ha “tratti feroci” e “una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto”. Il nuovo potere realizza un “fascismo totale”, ma – dice Pasolini – “non so in cosa consista questo nuovo potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è”. Di certo, ricorda lo scrittore, si tratta di un potere che non ha bisogno di esercitare il suo dominio con gli strumenti classici. L’ampio ricorso al termine “fascismo” (in parte figlio di quei tempi), impedisce però a Pasolini di cogliere la natura più profonda del regime: non tanto e non solo strumento di dominio retrogrado, ma anche moderna – benché autoritaria – macchina di consenso per l’indottrinamento delle masse.
Negli ultimi scritti, l’avvento della tecnologia e il suo inserimento nel mercato rappresentano per Pasolini la prima vera rivoluzione di destra, imputando alla sinistra di non sapere leggere la realtà.
Dentro questa visione estremista, peraltro non nuova poiché preceduta da L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse e dalla visione apocalittica della scuola di Francoforte, si nascondono molte microanalisi nelle quali Pasolini eccelle. Fu lo stesso autore, in un incontro televisivo del 1971 condotto da Enzo Biagi, a sostenere che egli ormai non lottava più per verità totali, ma per verità parziali.

Nell’analisi dei piccoli segni dei tempi (i capelli lunghi, lo spot dei jeans) Pasolini è scrittore, giornalista e cineasta assieme e le sue parole diventano nitide sequenze visive. E’ moderno e non scontato a leggere, nei tempi e nei luoghi, l’evoluzione dei simboli: i capelli lunghi negli uomini, quando appaiono, a metà degli anni Sessanta, non hanno bisogno di parole, sono un’icona dissenziente, un non violento anticorpo della civiltà, ma il ’68 trasforma quelle icone silenti in una verbosità dilagante fino a che il simbolo della lunga chioma viene usato dai fascisti per infiltrarsi nelle file dei movimenti anarchici. In questo atto Pasolini vede l’usura del simbolo e la sua perdita di significato.
Altrettanto acuta l’analisi dello spot Levis: “Non avrai altro jeans all’infuori di me”, vista come appropriazione laica del messaggio religioso e al tempo stesso come segno di declino irreversibile della Chiesa nella sua tradizionale capacità di controllo.
Numerose le verità parziali, sostenute da Pasolini, che hanno resistito al tempo: la nuova e più apolitica laicità della società italiana – che porta alla vittoria del referendum sul divorzio nel 1974 (prevista dallo scrittore) – non è tanto figlia dell’antifascismo quanto di un costume secolarizzato; la forte propensione edonistica (un piacere sterile), più volte evocata, caratterizzerà tutto il decennio degli anni Ottanta (e con poche varianti arriva fino a noi), così come non sono affatto banali le sue annotazioni sulla deriva violenta che fuoriesce dai movimenti dell’estrema sinistra (che Pasolini non ama) quando nota che la violenza, se mitizzata, può portare all’azione.
Pasolini non propone architetture politiche, si definisce anarchico, religioso, si oppone alle diseguaglianze sociali, appoggerà sui referendum le posizioni del Partito radicale.
Pasolini è un pensatore (non soltanto un poeta) che ha suscitato vasti dissensi, ma la sua opera e le sue riflessioni hanno resistito al tempo: non si può leggere il ’68, e i primi anni Settanta, senza fare i conti con lui. Ci ha aiutato a porci delle domande, anche se ci siamo dati risposte diverse dalle sue.

domenica 1 novembre 2015

SAPEVATE DELLO SCIOPERO DI OGGI?

Per chi non lo sapesse oggi oltre ad essere la Festa di tutti i Santi è anche la giornata in cui è stato proclamato uno sciopero generale indetto dall'Unione Sindacale di Base con una manifestazione nazionale a Roma,contro la liberalizzazione del commercio e per dire no alle aperture di centri commerciali e di negozi nelle giornate domenicali e di festività.
Perché sabato prossimo i tre maggiori sindacati italiani(Cgil,Cisl e Uil),quelli che hanno firmato il testo unico sulla rappresentanza sindacale con Confindustria(i padroni)il 10 gennaio 2014,hanno indetto pure loro uno sciopero nazionale della grande distribuzione perché le aziende e le cooperative legate a questo settore del commercio stanno facendo richieste che penalizzano ulteriormente i dipendenti(dopo aver firmato ogni obbrobrio proposto negli anni precedenti).
Tali nuovi sacrifici richiesti ai lavoratori vanno dalla riduzione delle maggiorazioni domenicali,del notturno,dello straordinario e del supplementare all'aumento del divisore orario,l'eliminazione della retribuzione dei primi tre giorni di assenza per malattia,condizioni retributive e normative inferiori per i nuovi assunti,ridefinizione del sistema di classificazione e l'introduzione di un nuovo capitolo sul Sud che consenta di derogare al contratto nazionale e ulteriori interventi sul capitolo cooperative minori.

Oggi giornata dello sciopero per "chi lavora di domenica".
 
Oggi domenica 1 novembre l’Usb ha proclamato “lo sciopero generale del Commercio e della Grande distribuzione organizzata” insieme con i movimenti e le associazioni che si battono contro il lavoro domenicale e festivo. E' stata indetta una manifestazione nazionale per dire No alle liberalizzazioni nel commercio che si terrà a Roma. La manifestazione inizierà dalle ore 10.00 in piazza SS Apostoli, dove è previsto l’arrivo di lavoratori e lavoratrici da Trentino, Lombardia, Toscana, Campania, Puglia. Parteciperanno inoltre artisti e intellettuali, esponenti politici e dei comitati a sostegno della mobilitazione.
Dal palco interverranno, tra gli altri: Marco Furfaro, Segreteria Nazionale SEL; il consigliere Enrico Stefàno, M5S, portavoce dell’Assemblea Capitolina; l'avvocato del lavoro Bartolo Mancuso; Enrico Sitta, di Rete Tilt; i giornalisti Fabio Sebastiani, Direttore Responsabile di ControLaCrisi.org e Sergio Cararo, di Contropiano.org. Previsti inoltre gli interventi di alcuni comitati di quartiere romani. Si esibiranno: Lercio - lo sporco che fa notizia, Le Dissonanze ed i Ponentino Trio. Sarà inoltre organizzata in solidarietà con i lavoratori della Rummo, invitati alla manifestazione, una spaghettata in piazza con i prodotti del pastificio beneventano colpito dall'alluvione.
“L’USB chiama a raccolta i cittadini che hanno capito l’inganno delle multinazionali del commercio e i politici che avranno il coraggio di dire no alle lobbies della grande distribuzione organizzata”, dichiara Francesco Iacovone, dell’Esecutivo Nazionale USB Lavoro Privato. “Il lavoro in questo settore martoriato, lo sfruttamento garantito dal Contratto nazionale del Commercio, la liberalizzazione degli orari e delle aperture introdotte dal decreto Salva-Italia del governo Monti, ma soprattutto i racconti nel segno del ricatto e della precarietà di chi lavora nei grandi centri commerciali, ci impongono di sbarazzarci dei pregiudizi, di afferrare la realtà per quella che è, di combattere per trasformarla”.
“Il primo novembre sarà una giornata che ha l’ambizione di connettere la battaglia contro il lavoro domenicale e festivo con quella sulla precarietà – prosegue il sindacalista USB –  denunciando il carattere distruttivo dei centri commerciali, non-luoghi che non solo concentrano lavoro super-sfruttato, ma annientano posti di lavoro nel piccolo commercio, divorano suolo favorendo una cementificazione selvaggia e devastando ambiente e paesaggio urbano”.