venerdì 12 maggio 2017

GIORGIANA MASI


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L'assassinio di Giorgiana Masi avvenuto esattamente quarant'anni fa avvenuta per mano poliziesca coperta da tutti gli apparati statali,a detta dei compagni più anziani rappresentò un punto di svolta nella lotta paragonabile,a chi più giovincello come me che all'epoca aveva un anno,alla morte di Carlo Giuliani,altro omicidio di Stato(madn quando-e-lo-stato-ad-ammazzare ).
Durante una manifestazione indetta dal Partito Radicale a Roma per festeggiare il terzo anniversario della vittoria referendaria sul divorzio,ci furono diversi scontri provocati dalla polizia che portarono a vere e proprie scene di guerriglia urbana con barricate e colpi di arma da fuoco,uno dei quali ferì mortalmente la studentessa diciottenne.
Sul caso mai nessuno disse la verità tra i testimoni,coperti dall'allora ministro degli interni Cossiga che ebbe altre morti sulla coscienza come quella del compagno Francesco Lorusso a Bologna sempre nello stesso anno(madn segreti-nella-tomba )e che mai rivelò il nome dell'assassino di Giorgiana.
L'articolo preso da Infoaut(storia-di-classe )oltre a questo(senzasoste.it/12-maggio-la-piazza-la-rabbia-la-morte-giorgiana )parlano in dettaglio dei fatti di quel giorno a Roma e dei tentavi,vani,di giungere ad una verità con colpevoli condannati.

12 maggio 1977: Giorgiana Masi.

Il 12 Maggio 1977, il colpo mortale dalla calibro 22, a soli 19 anni, Giorgiana lo ricevette dalle “Squadre speciali di polizia” sotto gli ordini della violenta e feroce repressione del ministro degli interni e capo della Gladio, Cossiga.
In quel giorno a Roma, il Partito Radicale organizzò una manifestazione in Piazza Navona, per celebrare il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio. Opponendosi al divieto imposto da Cossiga, di manifestare per chiunque non facesse parte della cerchia istituzionale, caldamente accolto dall’asse del “compromesso storico” DC-PCI;  i manifestanti si riversarono nelle piazze.
Quel lungo pomeriggio vide la resistenza alle numerose cariche, le molte barricate erette vicino Campo dei Fiori e il lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco tra i manifestanti e le forze dell’ordine, che quel giorno raggiunsero il numero di circa 5000 tra poliziotti in assetto antisommossa schierati a reprimere ed agenti in borghese infiltrati con pistole e spranghe.
L’omicidio di Stato si compì nei pressi di Ponte Garibaldi ,dove due grosse motociclette dei vigili urbani montate da tre vigili in divisa e un uomo in borghese, arrivarono sul lungotevere all'angolo con piazza Belli. Un vigile scese, impugnò la pistola e sparò ad altezza d'uomo, in direzione dei dimostranti in piazza Belli, dove Giorgiana venne raggiunta da un proiettile.
Le testimonianze sono concordi: i colpi vennero sparati da ponte Garibaldi, dove in quel momento, al centro, si trovavano carabinieri e poliziotti appoggiati ad una o due autoblindo.
Queste le parole di Lelio Leone, a testimonianza dell’accaduto: “Ho assistito personalmente al momento in cui Giorgiana cadeva. Siamo arrivati all’imbocco del ponte Garibaldi nel momento in cui la polizia arretrava verso Largo Arenula. Ci siamo spinti in avanti, fino alla metà del ponte, proprio al centro. La polizia intanto caricava alcuni compagni che scappavano nella direzione di Largo Argentina. Sul ponte non c’era nessuno. Saranno passati un paio di minuti e la polizia è tornata indietro, caricano un’altra volta nella nostra direzione. Ci si è fermati prima all’imbocco del ponte, dall’altra parte di Piazza Sonnino. Poi la polizia ha caricato una seconda volta… con le autoblindo. Correvano ed hanno sparato molto; pochi lacrimogeni e molti colpi di arma da fuoco. Insieme a me in quel momento c’erano una decina di altre persone. Gli altri compagni, all’altezza di largo Sonnino stavano formando delle barricate con delle auto. Abbiamo avuto difficoltà a scappare oltre queste barricate che dietro di noi i compagni avevano eretto. Lì c’erano mille compagni che scappavano. Assurdo dire che i colpi siano venuti dalla loro parte: io ero uno degli ultimi ed ho visto tutti con la schiena voltata. Sono stato colpito ad una gamba da un lacrimogeno, mi sono piegato e sono stato costretto a voltarmi. Ho visto tutto: una compagna, Giorgiana, correva ad un metro e mezzo da me. E’ cascata con la faccia a terra. Ha tentato di rialzarsi, a me sembrava inciampata. Poi l’abbiamo soccorsa e caricata su una Appia. L’abbiamo portata all’ospedale. Una cosa voglio sottolineare. Giorgiana era vicino a me, in un gruppo che scappava oltre le barricate che un migliaio di compagni avevano fatto più avanti. Radio Città Futura ha detto che è stata colpita al ventre: la cosa mi ha lasciato molto perplesso. I colpi venivano solo dalla parte dove c’era la polizia. Assieme alla polizia c’erano molti in borghese. Quelli in divisa erano sulle autoblindo, con le finestre aperte. Alla metà del ponte ci sono due rientranze in muratura: lì si sono appostati quelli in borghese, ed hanno sparato.”
Le indagini che seguirono la morte, videro l’avvocato Luca Boneschi battersi per la verità, ricavandone una denuncia per diffamazione dal giudice istruttore Claudio D'Angelo, che nel Maggio 1981 archiviò il caso.
Anni fa si tentò inu­tilmente di far ripartire il proces­so, consegnando un'istanza di riapertura dell'istruttoria, nella quale si puntava sulle molteplici testimo­nianze di chi aveva vi­sto le forze dell'ordine sparare ad altezza d'uomo su ponte Gari­baldi. Quel giorno in piazza c'erano quasi sessanta agenti senza divi­sa, molti di loro mai interrogati dalla magistratura, gli unici inter­rogati dissero all'unisono che erano arrivati a ponte Garibaldi a incidenti terminati.
Cossiga, in un'intervista del 25 gennaio 2007 dichiarò di essere una delle cinque persone a conoscenza del nome dell'assassino.
 Paradossalmente, l'unico im­putato della vicenda Masi è rima­sto proprio l'avvocato Boneschi. Fu denunciato da D'Angelo per­ aver accusato il medesimo di non avere fatto abba­stanza per pervenire alla verità.
Com'è accaduto e accade troppo spesso in Italia, non si è mai trovato il colpevole.

A Giorgiana :

“Se la rivoluzione di Ottobre fosse stata di Maggio,

se tu vivessi ancora,

se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio,
se la mia penna fosse un’arma vincente,
se la mia paura esplodesse nelle piazze,
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,
se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita nella nostra morte
almeno diventassero ghirlande nella lotta di noi tutte donne, se..
Non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita,,
ma la vita stessa, senza aggiungere altro.”

giovedì 11 maggio 2017

DALLE PAROLE AI FATTI

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Non è la prima volta che i lavoratori francesi ci bagnano il naso nel modo di protestare,lottare e difendere il proprio posto di lavoro minacciato da chiusure o da tagli del personale,ed i sindacati d'oltralpe riescono a fare da collante tra di loro e la solidarietà tra i partecipanti agli scioperi e quindi l'adesione è sempre alta.
Negli anni scorsi furono clamorose le proteste alla Goodyear di Amiens dove furono sequestrati due manager e con la fuga di altri due dirigenti di Air France che vennero immortalati con i vestiti strappati(madn la-classe-ouvriere )ma anche le proteste dello scorso anno contro la loi travail(madn gli-scioperi-francesi ).
Oggi c'è il caso dell'azienda GM&S posta nel distretto della Creuse nel centro della Francia dove gli operai in odore di licenziamento hanno minato la loro fabbrica con bombole di gas in modo da ottenere uno sblocco delle trattative con l'azienda che subisce la decisione della Renault,principale committente dei lavori,di non effettuare più ordini presso questo sito.
Stanche delle parole e delle promesse i 280 dipendenti hanno occupato e minacciato di far saltare tutto nel caso si dovesse andare avanti con la liquidazione dell'azienda rischiando oltre che la vita anche delle ripercussioni finali,articolo preso da Infoaut(conflitti-globali ).

Francia, lavoratori minacciano: "se chiudono la fabbrica facciamo saltare tutto".

Gli operai della fabbrica GM&S, indotto Renault, hanno dichiarato oggi alla stampa di essersi preparati a far esplodere il sito se le trattative con la direzione non dovessero sbloccarsi. “Abbiamo piazzato bombole del gas e taniche di benzina” dice il delegato sindacale della CGT (equivalente della nostra CGIL) “non saremmo voluti arrivare a questo punto ma non ci hanno lasciato scelta”.
Già commissariata da dicembre scorso, la fabbrica è infatti sull’orlo del fallimento dopo i mancati ordini da parte di Renault, principale committente della GM&S. I 280 dipendenti hanno deciso di non fidarsi più delle promesse e iniziare a fare pressione con tutti i mezzi necessari. “Sono sei mesi che combattiamo” hanno detto all’agenzia di stampa AFP “ci hanno detto che si stava risolvendo tutto ma invece ormai si profila una pura e semplice liquidazione. Se questo dovesse essere l’esito delle trattative state sicuri che non daremo indietro la fabbrica intatta”. Oltre agli ordigni rudimentali piazzati in giro per la fabbrica stamattina gli operai hanno distrutto a scopo dimostrativo una macchina utensile di grosse dimensioni e hanno dichiarato che la sede della GM&S rimarrà occupata 24 ore su 24 fino a quando non ci saranno garanzie sui livelli di occupazione e di retribuzione. Non è la prima volta che i dipendenti degli stabilimenti industriali francesi danno luogo ad azioni eclatanti.

Negli ultimi anni sono stati numerosi in Francia i casi di minacce di far saltare gli stabilimenti a rischio chiusura mentre non si contano i casi di “sequestri” dei dirigenti colpevoli di licenziamenti, come nell’ottobre 2015 quando il direttore delle risorse umane di Air France era stato obbligato a una clamorosa fuga con la camicia strappata inseguito da una folla di dipendenti inferociti per l'ennesimo brillante "piano di rilancio" che avrebbe tagliato posti e stipendi.

BOSCHI,LA VERA MONNEZZA ROMANA

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Dopo aver parlato di immondizia a Roma ieri nel senso pratico,ecco un altro articolo basato sempre sulla sporcizia ma quella morale che non puzza di marciume ma che è sempre e comunque maleodorante.L'ora sottosegretaria alla presidenza del Consiglio ed ex ministra delle riforme costituzionali e per i rapporti col parlamento Maria Elena Boschi è di nuovo accusata di favoritismi per essersi interessata nell'acquisizione di Unicredit della banca del padre,la famosa Etruria poi salvata con i soldi di tutti i contribuenti(madn le-banche-la-nuova-fiat )assieme a Monte dei Paschi e altre.Le anticipazioni del nuovo libro del giornalista De Bortoli,una delle grandi firme del giornalismo italiano soprattutto in materia economica ed ex direttore del Corriere e del Sole 24 ore,rilanciano le accuse già saltate fuori negli scorsi mesi(madn maria-elena-boschi)e che si riferiscono al periodo 2015.Da sempre il governo con il ministero della finanza si interessano di questi fatti,ovvero di quando si potrebbe salvare una banca dal tracollo come successe proprio per Mps cercando d'invogliare Intesa San Paolo all'acquisto,ma non è possibile che la figlia del vicepresidente di una banca possa agire direttamente soprattutto perché non è di sua responsabilità ma anche per un palese conflitto d'interessi:fin quando non ci sarà una legislatura chiara su questo altri casi si solleveranno,la classica politica italiana fatta a pennello per gli interessi personali,Berluscojoni docet.Articolo di Left(left.it/2017/ )e suggerisco anche questo:contropiano.org/news/politica ).
In attesa di Ghizzoni,una cosa sul caso Boschi.
di Luca Sappino.I toni di Alessandro Di Battista non sono certo una novità: «Boschi è una bugiarda cronica. Non ha neanche senso chiamarla in Aula, vogliamo che venga Gentiloni e non faccia il verginello immacolato». L’indignazione dei 5 stelle non è un termometro affidabile, per via della nota storia del lupo. Il caso Boschi però è un caso politico molto spinoso, che – come spesso accade – supera persino i fatti che l’ex direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli rimprovera a Maria Elena Boschi, ex ministro del governo Renzi e ora sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni. Accuse che hanno già fatto finire in ristampa, ovviamente, l’ultimo libro di De Bertoli, Poteri forti (o quasi) in uscita con la Nave di Teseo.
Il fatto imputato a Boschi, ricordiamo, è quello di essersi spesa personalmente, ai tempi del governo Renzi, e quindi da ministro, con i vertici di Unicredit per far valutare l’acquisizione di Banca Etruria, come noto in difficoltà. Banca di cui il padre di Boschi era vicepresidente. Boschi dal canto suo conferma quando detto nel 2015 al Parlamento: «Mai mi sono occupata di Banca Etruria». Ma anche De Bortoli (che definì Renzi un “maleducato di talento” e che disse, sul Giglio magico, di sentire un “sentore di massoneria”) conferma: «Sono assolutamente tranquillo e sicuro delle mie fonti. Sono un collezionista di querele. E spero che quello di Boschi non sia solo un annuncio».
De Bertoli, peraltro, presentando il libro a Milano, spiega bene quale sia il punto. «Ho parlato di interessamento e non di pressioni», dice, ma poi continua: «Credo si debba uscire dall’ipocrisia, non trovo nulla di strano nel fatto che i politici si occupino dei problemi economici del territorio. Poi ci sono i conflitti d’interesse e le parole in Parlamento». Le bugie di cui strilla Di Battista e il conflitto di interessi su cui mai si è fatta una legge.
Tutto sarebbe più facile, comunque, se Federico Ghizzoni, allora amministratore delegato di Unicredit, e che De Bortoli tratta come fonte, confermasse o smentisse quanto scritto dal giornalista. Paolo Mieli, anche lui alla presentazione del libro, indica così il silenzio, che è centrale: «Manca un “dettaglio”», nota giustamente Mieli, «Ghizzoni, il cui silenzio appare una conferma, ha il dovere di spiegare dove, come e quando».
In attesa che la vicenda si chiarisca (posto che potrebbe anche non chiarirsi come spesso accade, sparendo da radar appena un’altra polemica la sostituirà), comunque il caso cresce e crescono le ricadute politiche.
Per ora il fronte del Pd è compatto a difesa di Boschi (anche perché la minoranza più critica, e che anche su questo caso chiede che «si vada a fondo», ha lasciato il partito). Ma qualcuno forse dovrebbe notare come è cambiata la figura di Boschi. Che rischia di esser «piombo nelle ali», come dice Peppino Caldarola a Omnibus, su La7, nelle ali di Renzi – che pure già ha il piombo suo. E non solo per le notizie, le polemiche (fossero anche dicerie, mediaticamente si pagano) sul caso Banca Etruria. Boschi dava, come noto, il nome alla riforma sonoramente bocciata al referendum di dicembre. Boschi, come Renzi, aveva giurato che avrebbe lasciato la politica. Boschi, insomma, non è più quella che (brevemente, come in una sbronza collettiva) è stata.
Lo scrive Melania Rizzoli su Libero (che titola “Boschi in fiamme”). Boschi «al suo esordio politico era la novità esplosiva, creata dalle mani del pifferaio magico Matteo Renzi, inseguita da ammiratori e giornalisti, fotografata e intervistata anche in bikini, considerata la più bella e la più tosta del Parlamento», oggi invece, «ha un’immagine che si sta distruggendo con il nuovo caso Banca Etruria, e che si sta trasformando lentamente, come fosse un avatar, con una metamorfosi evidente e irreversibile, che le toglie tutti i poteri». Insomma, continua Rizzoli, «Maria Elena sta diventando antipatica, quasi come la presidente Laura Boldrini». Qualcuno ne prenderà atto?

mercoledì 10 maggio 2017

TRE SORELLE UCCISE IN UN ROGO DOLOSO



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La strage delle tre sorelle avvenuta a Roma la scorsa notte ammazzate in un incendio doloso nel quartiere di Centocelle ha destato profondo cordoglio a livello nazionale in quanto ormai è appurato che il fuoco è stato appiccato volontariamente.
Non è la prima volta che una famiglia rom viene falcidiata in un caso simile ma a differenza del rogo di Livorno del 2007 dove morirono quattro bambini(madn il-rogo-di-livorno )non c'è dubbio sul dolo da parte degli inquirenti,mentre il movente non è stato ancora appurato.
In un primo momento è subito avanzata l'ipotesi del crimine a sfondo razziale,visto che la famiglia ed altre presenti nella zona avrebbero ricevuto minacce,mentre nelle ultime ore si fa avanti l'ipotesi di una guerra tra clan.
Anche se quest'ultima sembra una scusa campata un po per aria proprio per non parlare apertamente del problema del neofascismo che sta dilagando soprattutto nella capitale,fenomeno amplificato da programmi televisivi e da sermoni di politicanti della parte più estremista della destra.
Articolo preso da Contropiano:tre ragazze rom uccise .

Tre ragazze rom morte a Roma. Strage fascista “per errore”?

di Redazione Contropiano
Non è stato un incidente. La morte di tre giovanissime sorelle di etnia Rom (una ragazza di 20 anni e due bambine di 4 e 8 anni), a Roma, in viale della Primavera (Centocelle) è quasi sicuramente una strage causata da un incendio doloso. Materiale infiammabile è stato rintracciato dalla polizia scientifica all’esterno della roulotte dove la famiglia – madre, padre e altri otto figli – dormiva durante la notte.
Le tre vittime si chiamavano Elisabeth, Francesca e Angelica Halinovic.

Una scoperta che ha convinto la procura di Roma ad indagare per omicidio volontario, oltre che per rogo doloso. Una delle telecamere del centro commerciale ha infatti immortalato l'assassino mentre lancia una bottiglia incendiaria contro il camper.
Tanto più che nella stessa zona, in via Romolo Balzani, solo venerdì scorso, è andato a fuoco un altro camper, in quel momento vuoto.
Anche i superstiti alla strage hanno dichiarato di essere stati minacciati di recente.
Le prime voci raccolte tra gli abitanti della zona registrano un panorama di aneddoti alquanto scontati – furti in macchina e in appartamento, spazzatura rovesciata e zingari che vi rovistano dentro, ecc.
Uno dei testimoni più vicini al luogo della strage parla però di un vero e proprio “boato, ho pensato a una bomba..”
I media, per il momento, cercano di seminare l’incertezza circa la matrice dell’attentato: abitanti della zona esasperati o “xenofobi”? A quanto pare la parola “fascisti” viene riservata solo agli appuntamenti celebrativi e elettorali…
Provate a rispondere a questa innocente domanda: chi è che ha condotto, a Roma e altrove, vere e proprie campagne contro i campi Rom e autentiche aggressioni contro “gli zingari? Chi è che si mette, alle tre di notte, a tirare una bottiglia incendiaria addosso a un camper dove vivono ben 13 “zingari”? Non certo un normale padre di famiglia disturbato dai furtarelli o dalla "monnezza"…
Non sembra un compito troppo difficile individuare l'area da cui provengono gli assassini (la zona è grande, ma non infinita; e sembra difficile ipotizzare "gente venuta d fuori"). Possiamo già immaginare come proveranno ad alleggerire la loro posizione: "non volevamo, è stato un errore"… 

LO SCARICABARILE SUI RIFIUTI DI ROMA


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Sembra che il tema dell'immondizia a Roma salti fuori a comando quando non c'è un attentato da analizzare,un terremoto da commentare o qualcos'altro di più serio(non che questo argomento sia una barzelletta),ed in un periodo di relativa calma di fatti di cronaca ecco riemergere ancora questo argomento.
Lo scambio di battute tra la giunta Raggi e il direttivo del Pd è l'ennesimo scaricabarile italiano del fare politica basandosi sul dare la colpa a chi c'era prima misto all'inadeguatezza di chi c'è oggi,ma come al solito chi paga sono i cittadini di entrambe le fazioni(oltre le altre)che vivono una situazione oggettiva di disagio e di pericolo sanitario che aumenterà con il caldo.
L'articolo preso da Repubblica(emergenza_rifiuti )si districa tra le promesse di uno e le accuse dell'altro,guardando non solo a Roma ma anche alla regione Lazio e al Presidente Zingaretti che interviene a modo suo oltre che a Renzi,Raggi e Grillo.

Emergenza rifiuti Roma, scontro tra Campidoglio e Regione. Raggi: "Pronti tre siti per umido". Replica: "Mai chieste autorizzazioni".

La prima cittadina ai microfoni di Porta a Porta: "Pd ha creato problema, nessuna alternativa a chiusura Malagrotta" . Renzi: "Comune incapace"

E' scontro aperto tra la Regione Lazio e Virginia Raggi sulla nuova emergenza rifiuti esplosa negli ulltimi giorni che ha visto ancora una volta la capitale assediata dai cassonetti stracolmi e, complice le temperature in salita, maleodoranti.

"Raggi e il Comune di Roma non hanno voluto l'autorizzazione all'eco distretto di Rocca Cencia, un sito destinato allo smaltimento di rifiuti organici, quando la Regione Lazio stava per autorizzarlo, al grido: "non servono impianti". Attacca l'assessore ai rifiuti della Regione Lazio Mauro Buschini. "Roma ha bisogno di impianti: dicano dove e li autorizziamo", ha poi aggiunto. Dopo le dichiarazioni di ieri della sindaca, che attribuiva alla Pisana responsabilità sugli impianti di smaltimento, la Regione oggi ha confezionato due card social per replicare alle accuse della sindaca Raggi. In cui si spiega appunto che "la Regione ha competenza solo sulle autorizzazioni, ma non sulla costruzione di nuovi impianti" e che "il Comune non ha mai fatto nessuna proposta per i nuovi impianti a Roma" e perciò sempre la Regione, "per evitare l'emergenza", ha "autorizzato Roma a smaltire i suoi rifiuti in tutti gli impianti del Lazio, in Abruzzo e in Austria". Bollando pertanto come Fake il tweet in cui Raggi dice che "l'impiantistica è di competenza" della giunta Zingaretti.


Raggi: "Identificati tre siti per l'umido". Ma la prima cittadina non ci sta, e dai microfoni di Porta a Porta, in onda questa sera, contrattacca. "Il sito di Rocca Cencia, non so se l'assessore Buschini lo ha visitato, è molto vicino alle case, ha già un impianto tmb, è già un sito che lavora rifiuti e produce odori estremamente sgradevoli per la popolazione. Noi abbiamo detto che l'impianto per l'umido non lo faremo là. Noi abbiamo scelto tre siti per aumentare la capacità di 120 mila tonnellate, il luogo non è importante, non lo dico stasera ma la Regione li conosce". "Abbiamo già parlato con la Regione ed inserito i tre siti nel piano rifiuti ma dalla Regione ci dicono che preferiscono Rocca Cencia", ha aggiunto Raggi. Ma ribatte la Regione: "Nessuna autorizzazione è stata richiesta per i tre siti in questione".

Poi l'attacco a Renzi. "Non fa ridere che Renzi dica che porterà la soluzione dei rifiuti a Roma quando lui e il suo partito hanno creato il problema, chiudendo Malagrotta senza dare una alternativa? È veramente ridicolo". Aggiunge Raggi. "La Regione Lazio è inadempiente dal 2012 su quello che deve fare e continua a giocare sul fatto che non autorizziamo discariche ed inceneritori. Se vogliono sparare sul sindaco e come sparare sulla Croce Rossa".  "La soluzione a breve termine è che le autorizzazioni sblocchi le autorizzazioni già richieste". Secondo Raggi si sta raccontando una storia "che non è reale" perché Roma è stata abbandonata e lasciata nelle mani della discarica più grande d'Europa per 60 anni e nessuno si è premurato di pensare a cosa sarebbe successo una volta chiusa. Noi ce ne stiamo preoccupando. Anche io sono addolorata ma stiamo facendo il massimo. Lavoriamo tanto per far ripartire il sistema. Non voglio vedere la spazzatura per strada". . "Noi i rifiuti li raccogliamo ma Renzi dove immagina di portarli? Magari farebbe bene a trasferirli davanti al palazzo della Regione. Intervenga sui suoi uomini e svegli il Pd del Lazio".

E infine un'ultima stoccata a Zingaretti a proposito dei cinghiali che sempre più di frequente sconfinano nei centri abitati. Anche di loro, ironizza Raggi "se ne deve occupare Zingaretti. Lo sa? Altrimenti glielo posso ricordare io". "I cinghiali invadono Roma perché attratti dal pattume" replica la Regione

Grillo: "Pd ha gestito assieme a Mafia capitale". Dopo il botta e risposta di ieri tra l'assessore regionale all'Ambiente Buschini e la sindaca Virginia Raggi oggi è sceso in campo anche il leader cinquestelle Beppe Grillo. "È colpa dei 5 Stelle la gestione dei rifiuti di Roma, anche se l'ha gestita il pd con Mafia capitale per anni", scrive Grillo sul suo blog in un passaggio del nuovo post pubblicato oggi dal titolo "Dagli all'untore, dagli al grillino".

La prima cittadina stesso in giornata aveva promesso - dalla sua pagina Facebook -  che l'emergenza rientrarà proprio in concomitanza del 'retake' promosso da Renzi. "Non possiamo, pero', soprassedere sulle responsabilita' di chi ha permesso che si arrivasse a bloccare il sistema di gestione - spiega sulla sua pagina social -  le conseguenze sono disagi per i cittadini, immagini di cassonetti ricolmi ed un lavoro extra per l'azienda". "Roma Capitale raccoglie i rifiuti e li trasferisce negli impianti di trattamento Tmb - aggiunge - da qui, non possono partire i camion di rifiuti trattati perche' la Regione non ha previsto impianti e, addirittura, non autorizza l'incremento della capienza di quelli esistenti. Noi i rifiuti li raccogliamo ma non ci permettono di portarli via dalle strade. Renzi dove immagina di portarli? Magari farebbe bene a trasferirli davanti al palazzo della Regione. Piuttosto, intervenga sui suoi uomini - conclude - e svegli il Pd del Lazio dal torpore nel quale si trova"


Le magliette gialle di Renzi Intanto nella sua enews il segretario del Pd Matteo Renzi scrive: "Domenica 14 maggio le Magliette Gialle - il simbolo del Pd che sta sul territorio e coniuga valori alti e progetti concreti - sbarcheranno a Roma. Con la città invasa dai rifiuti e nell'incapacità dell'amministrazione comunale di dare risposte, il PD romano presenterà le proprie idee sulla gestione dell'emergenza dei rifiuti ma lo farà dopo che per una mattinata saremo stati a pulire la città"."Un Pd che chiama a raccolta tutti quelli che ci stanno, volontari, cittadini, associazioni. E che fa le proprie proposte politiche. Le fa dopo aver organizzato con i generosi volontari ciò che l'amministrazione non riesce a fare con i propri professionisti, o presunti tali", conclude Renzi.

Lo scontro, sul caso rifiuti, si sposta poi anche tra i politici capitolini. Ad esempio il presidente della commissione Ambiente di Roma Daniele Diaco (M5S) su Facebook attacca Regione Lazio e governo e in un post scrive: "Ci sono delle criticità legate alla situazione degli impianti, dovute a una cattiva gestione ventennale, che noi stiamo cercando di risolvere- mentre Regione e governo vogliono solo una nuova discarica". Mentre Michela Di Biase, capogruppo del Pd capitolino ribatte: "Anziché gridare al complotto, Di Maio e i 5 stelle capitolini, guardassero in faccia la realtà: Roma è una città tormentata dalle emergenze e non è stata mai stata così irriconoscibile. La compagine M5S che si è insediata in Campidoglio si mostra sempre più inadeguata alla sfida del governo della capitale d'Italia. Caro Grillo è vero che a Roma l'aria è cambiata ora sa d'immondizia".

Poi a rispondere al post di Grillo ci pensa anche il deputato dem Emiliano Minnucci: "Caro Grillo purtroppo non è necessaria alcuna campagna per dimostrare l'inadeguatezza dei 5 stelle alla prova del governo delle città. Basta osservare realtà. E la realtà non la puoi cambiare con le invettive del tuo blog. Che Roma sia vergognosamente sommersa dai rifiuti è sotto gli occhi di tutti", dice.

martedì 9 maggio 2017

MACRON,LE BANCHE E L'EUROPA


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Uno dei danni collaterali di quando si va a votare per il meno peggio è di trovarsi comunque alla fine un vincitore che non è l'espressione della totalità di una città o di una nazione,vuoi per l'assenteismo che per le schede bianche,ma una relativamente piccola fetta di tutto un elettorato.
L'articolo preso da Contropiano(davvero-macron-cosa-vuole-cambiare-la-francia )parla di questo nell'ottica del risultato elettorale francese di domenica che ha visto il banchiere Macron battere la fascista Le Pen,ovvio che questo è stato un lampante caso di quello spiegato sopra sul meno peggio,ma già ieri ci sono state manifestazioni della sinistra politica e sindacale non tanto contro la persona Macron ma contro la sua politica sociale negativa soprattutto in materia lavorativa(parigi-manifestazione-no-macron-la-polizia-carica ).
Politica molto liberista con possibilità dei padroni di fare ciò che vogliono,la loi travail(madn tra-un-attacco-terroristico-e-laltro passa la loi travail )che tanto somiglia al job act renziano in una sorta di programma europeo del pseudo centrosinistra che proprio oggi ha visto Valls porre fine almeno al socialismo come lo abbiamo conosciuto in Francia fin'ora.
E da bravo banchiere Macron è stato il candidato migliore per l'Europa e per le banche,e davvero se il ballottaggio non sarebbe stato con la Le Pen il risultato finale sarebbe stato molto diverso.

Chi è davvero Macron e cosa vuole fare per cambiare la Francia.

di Fulvio Scaglione * 
Se ve lo dice persino un cattolico doc (vicedirettore di Famiglia Cristiana, editorialista dell'Avvenire.
Come non capirli i molti che, pur di fermare Marine Le Pen, si sono entusiasmati per Emmanuel Macron, nel frattempo diventato presidente (a 39 anni il più giovane nella storia della Francia repubblicana) con più del 65 per cento dei voti? Come si poteva credere al leader del Front National che vorrebbe uscire dall’euro senza dire come, tassare le importazioni senza spiegare come reagire ai dazi altrui, chiudere frontiere che sono semi-chiuse da un pezzo, controllare le tariffe di settori industriali strategici in una società liberista e, come in un sussulto di socialismo reale, accentrare nelle mani dello Stato centrale tutti i trasporti pubblici? 
Eppure, come non sentire in quei molti anche l’eccesso di entusiasmo e di risate che rivela un intimo disagio? Come non provare imbarazzo quando l’amico benintenzionato vuole convincerti del fatto che Macron è il “nuovo”, un “riformista”, un “europeista”, perché no un “progressista”? Come non deglutire un antiacido quando ti spiegano che roba “moderna” e “avanti”, ed emblematica del nuovo corso, sia che il nuovo presidente abbia una moglie di 24 anni meno giovane di lui, un figlio suo coetaneo e un altro figlio di due anni più vecchio di lui. Soprattutto quando chi te lo dice è il tipo che avrebbe un infarto se avesse un figlio quindicenne (per non parlare di una figlia) innamorato perso della professoressa trentanovenne.
“Illusione, dolce chimera sei tu”, cantava un bel po’ di decenni fa Achille Togliani su testi di Aurelio Fierro. Piuttosto di Trump volevamo che Hillary Clinton fosse chissà che. Piuttosto di Putin che la Russia pulluli di democratici. Piuttosto dell’Erdogan di oggi che l’Erdogan di ieri non aiutasse l’Isis a massacrare i civili. E adesso la storia si ripete: piuttosto che la Le Pen…
Come se Macron non avesse una storia e non avesse onestamente presentato un programma. Il presidente prodigio non è un uomo nuovo, tutt’altro. C’è chi lo ha paragonato a Matteo Renzi ma questi, al confronto di quello, è una specie di rivoluzionario, un piccolo Lenin che ha sciacquato i panni in Arno e si è fatto strada combattendo. Macron è l’enfant gaté dei circoli di potere della Francia socialisteggiante che, dopo il disastro di Hollande, ha con astuzia travasato il vino vecchio in una botte giovane. Uscito dalla prestigiosa Ecole Nationale d’Administration (Ena), Macron entrò al ministero della Finanze, ramo ispezioni fiscali. Poi nel 2008, cominciò a fare il banchiere d’affari con i Rotschild, diventando rapidamente milionario. Per poi tornare, diciamo così, nel settore pubblico, come consigliere politico e segretario generale aggiunto della presidenza con Hollande presidente.
Ora, diventare presidente a 39 anni è un record. Ma anche avere quelle cariche appena svoltati i 30 non era male. Tanto più che Hollande, quand’era in vena di scherzi, diceva di sé: “Sono quello che lavora con Macron”. Il nostro “uomo nuovo” fa il salto finale nel 2014 allorché diventa ministro dell’Industria e delle Finanze nel governo Valls, di cui ovviamente sposa tutte le scelte: dal commercio d’armi con le petromonarchie del Golfo Persico alla cosiddetta Loi Travail, approvata bypassando la discussione in parlamento.
Legge portatrice di innovazioni di questo genere: possibilità di per i datori di lavoro di imporre per cinque anni un aumento dell’orario o una diminuzione del salario tramite un mero accordo aziendale; possibilità di ridurre, tramite accordo aziendale, la retribuzione degli straordinari anche quando un accordo di settore preveda una remunerazione più alta; possibilità (solito accordo aziendale) di portare la settimana lavorativa a 46 ore e l’orario giornaliero a 11. E poi, ovviamente, i “licenziamenti economici”, giustificati non più solo quando l’azienda è in crisi o in dissesto ma anche quando l’azienda li ritenga necessari per “mantenere la competitività sul mercato”.
Ecco. Questo è il curriculum del nuovo presidente di Francia, che ha folgorato la sinistra riformista europea. Lui, peraltro, è coerente. Nel programma con cui ha vinto l’elezione annuncia 120mila licenziamenti nel settore pubblico e meno tasse per le imprese. Si batte per l’Europa (come tutti i banchieri) e questo, in epoca di Brexit, basta a scatenare applausi. Pare di cattivo gusto far notare che le sue proposte non hanno futuro. Ministero europeo delle Finanze e superministro Ue? Bello, ma la Germania e i paesi virtuosi del Nord non lo faranno mai passare. Esercito europeo e comando unificato? Grande, ma i paesi dell’Est non ci staranno mai. Commesse europee e pubbliche solo alle aziende che hanno il 50 per cento più uno delle loro attività in territorio Ue? Ottimo, ma chi lo farà se i cinesi o gli indiani proporranno prezzi più competitivi?
Politica estera? Nessuno l’ha sentito dire una sola parola su un ipotetico, futuro stato per i palestinesi. Mai, in tutta la campagna elettorale. In compenso ha parlato di intervento armato in Siria. Gli immigrati? Sono una risorsa, dice Macron. Che nello stesso tempo chiede di rafforzare Frontex perché ne blocchi il maggior numero possibile alle frontiere. Terrorismo? Più poliziotti, più quattrini alle agenzie di intelligence e reintroduzione della figura del poliziotto di quartiere. Nel caso, affidare alcuni compiti a contractor privati. Mai il minimo cenno, però, a una revisione dei rapporti incestuosi della Francia con paesi come Qatar e Arabia Saudita, primi finanziatori dei movimenti radicali sunniti in tutto il Medio Oriente. 
Per farla breve: Macron è un portatore sano delle idee con cui è stata gestita l’Europa nell’ultimo decennio e che con il loro impatto hanno fatto crescere di colpo la presa dei partiti e dei movimenti che quelli come Macron definiscono populisti.
Può anche darsi che non sia così, che il cane non si morda la coda, che Macron sia l’eletto e da domani, quando l’Eliseo diventerà la sua casa, mostri un volto finora sconosciuto. Però tra un mese in Francia si vota per il Parlamento e i francesi avranno un’offerta politica più varia e sfumata, non più limitata al duello tra il Bello e la Bestia. C’è modo (e diversi sondaggi, vista anche l’eclisse del Partito socialista, già ne discutono) che Macron si trovi a fare il presidente con un Parlamento a maggioranza di centro-destra. Nel qual caso gli toccherà quasi sicuramente dare l’incarico di primo ministro a Francois Baroin, che nel 2011-2012 fu ministro dell’Industria e delle Finanze (come più tardi Macron, appunto) nel Governo Fillon, e prima ancora ministro dell’Interno e ministro per i Territori d’Oltremare.
Figlio di un Gran Maestro della Massoneria e già consigliere politico di Sarkozy, Baroin entrò al ministero della Finanze come promettente successore di una donna di successo, Christine Lagarde, che da lì andò a dirigere il Fondo Monetario Internazionale. Quella stessa Lagarde che, secondo le prime voci, Macron vorrebbe ora come primo ministro. Il riformismo avanza.
da http://www.tpi.it

lunedì 8 maggio 2017

ET VOILA',MACRON


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Come da copione la vittoria alle presidenziali francesi se l'è aggiudicata Macron con un ampio margine di distacco dalla Le Pen che nonostante tutti i sortilegi messi in campo non ha avuto nessuna possibilità di diventare Presidente della Francia.
L'articolo preso da Contropiano(elezioni-francesi )fa una breve analisi politica ma punta la maggior parte del contenuto sui dati matematici che hanno visto i voti dei candidati che non hanno raggiunto il ballottaggio spostarsi in maniera netta verso il neopresidente Macron,sia da destra che da sinistra,forse più dalla parte di Fillon che da quella di Mélenchon i quali elettori hanno fatto ampio uso di schede bianche.
Che assieme all'astensionismo ha raggiunto livelli record per la Francia,che quindi resta in orbita europea sempre più saldamente con grande plauso della Germania e di tutti i leader dell'unione,in barba alla campagna politica della sconfitta basata su odio e sulla cultura del nemico alle porte,che se non esistesse non avrebbe fatto prendere alla Le Pen comunque parecchi milioni di voti,dato molto preoccupante(vedi anche:madn la-francia-al-voto-per-il-primo-turno ).

Elezioni francesi. Un’analisi dell’astensione e della rappresentatività.

di Franco Astengo
Una prima navigazione nei numeri del turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi 2017 ci consente di poter affermare come sia sicuramente cresciuta l’astensione ma, alla fine, il dato di rappresentatività del Presidente eletto sia risultato di sicuro rilievo.
Osserviamo i numeri in cifra assoluta, non stancandoci di ricordare che i dati delle elezioni vanno sempre valutati in questi termini, non limitandoci alle sole percentuali.
Nelle liste elettorali risultavano iscritti 47.552.183 elettrici ed elettori  : i due candidati hanno ottenuto complessivamente 31.340.814 voti validi pari al 65,90%.
Il candidato eletto Macron. con 20.753.798,  voti ha raccolto il 43,53% sul totale degli aventi diritto: un dato che, appunto, ci consente di affermare come il suo grado di rappresentatività rispetto al sistema risulti di sicuro rilievo.
La candidata sconfitta, Le Pen, ha ottenuto 10.637.120  voti pari al 22,37% del totale degli aventi diritto confermando l’impressione di mancato sfondamento (nonostante il grande battage mediatico a favore e – soprattutto – contro) che ci eravamo permessi di segnalare al primo turno.
L’incremento dei due candidati tra i due turni elettorali è stato il seguente: Macron è cresciuto di 12.175.109 voti ( 58,80%) Le Pen 3.933.006 (36,97%).
Complessivamente i due candidati hanno usufruito di 15.153.239 voti sui 19.550.149 lasciati disponibili dagli altri candidati sconfitti al primo turno: questo dato significa che il 77,50% delle elettrici e degli elettori che il 23 Aprile avevano preferito un candidato poi eliminato dalla competizione hanno deciso di recarsi alle urne domenica scorsa per votare uno dei due candidati approdati al ballottaggio.
L’astensione complessiva è cresciuta di 4.954.163 unità (10,41%) ma coloro che hanno deciso di non scegliere hanno preferito la via della scheda bianca o nulla alla diserzione dei seggi.
Infatti l’astensione è cresciuta di 1.830.832 unità mentre le schede bianche sono aumentate di 2.354.699 e le nulle di 768.632.
Per  realizzare una accurata statistica dei flussi sarà necessario esaminare in profondità i dati sul piano della divisione territoriale: lavoro complesso che richiederà un qualche tempo perché sia realizzato con una adeguata approssimazione scientifica.
Per adesso, infatti, le valutazioni che circolano sono frutto di rilevazioni eseguite attraverso gli exit – poll.
In ogni caso alcuni dati evidenti sono già valutabili: la grande maggioranza dell’elettorato che aveva scelto Fillon si è riversato su Macron (da 4,5 a 5 milioni di voti), i sostenitori di Mélenchon hanno suddiviso il proprio comportamento tra il sostegno a Macron e l’astensione (in prevalenza la scheda bianca), il temuto flusso da “sinistra” in favore della candidatura Le Pen è risultato sicuramente molto inferiore a quanto temuto/sperato a seconda dei punti di vista (dovrebbe trattarsi di una cifra nettamente inferiore al milione di voti).
Insomma: non c’è stata la valanga dell’unione di tutti contro il  “nemico alle porte”, ma una spinta avversativa verso la candidatura di estrema destra sicuramente ha avuto un notevole peso.
Nulla di paragonabile, naturalmente, con quanto accadde nel ballottaggio 2.002 quando Chirac, tra il primo turno e il secondo incrementò il proprio bottino elettorale di quasi 25 milioni di voti  a fronte dei 700.00  voti di incremento ottenuti dalla candidatura di Le Pen padre.
Dal punto di vista del dato di rappresentatività dell’eletto rispetto all’intero sistema (ricordo : il 43,63% dell’universo delle /degli aventi diritto al voto) può risultare interessante una comparazione con le elezioni dei Sindaci in Italia.
Prendiamo il caso, recentissimo, di tre grandi città del nostro Paese. Torino, Milano, Roma.
A Torino i candidati pervenuti al ballottaggio hanno assommato 371.644 suffragi pari al 53,41% del totale degli iscritti nelle liste. Il Sindaco eletto ha avuto il 29,14% (Macron 43,63%)
A Milano i candidati pervenuti al ballottaggio hanno raccolto complessivamente 511.533 voti pari al 50,81% del totale aventi diritto. Il Sindaco è stato eletto con il 26,27% (Macron 43,63%)
A Roma i candidati prevenuti al ballottaggio hanno assommato 1.147.499 voti pari al 48,54%. Il Sindaco eletto si è poi fermato al 32,59%, la quota più elevata tra le tre grandi città prese in esame, infliggendo un grande distacco all’altro candidato. (Macron 43,63%).
Questi possono essere considerati i primi dati analitici che si possono fornire a questo punto con una certa cognizione di causa al di là delle analisi politiche di varia natura che oggi riempiono gli schermi televisivi e i giornali con grande enfasi propagandistica.
Si può dire, in sostanza, che la vittoria di Macron è stata netta, rappresentativa rispetto al sistema e sicuramente trasversale  rispetto al dato di provenienza politica del voto: In linea quindi con il tipo di costruzione elettoral – mediatica messa in piedi attorno alla sua candidatura.
Contenuti programmatici e azione di governo saranno sicuramente “altra cosa”.
Sarà molto interessante, dal punto di vista dell’analisi elettorale, seguire l’andamento delle legislative il cui primo turno è previsto per il prossimo 11 Giugno.
Il dato di maggior interesse, in quel momento, sarà rappresentato dall’esito del processo di scomposizione delle’elettorato francese registrato al primo turno delle presidenziali (circa l’85% dei voti validi spalmati su 4 candidature) e il processo di ricompattamento verificatosi in maniera rilevante, come abbiamo avuto modo di osservare, al ballottaggio.
La dinamica di concentrazione del voto verificatasi al ballottaggio avrà un qualche effetto sulle candidature presenti al primo turno delle legislative, oppure si tornerà – più o meno – alla suddivisione del primo turno delle presidenziali con un secondo turno ricco di “triangolari” se non di “quadrangolari” qualora non funzionasse la possibilità di un gioco di desistenze (in passato tradizionale, specialmente a sinistra) ?
La realtà concreta al riguardo di ciò che sta muovendosi nella società francese e nelle dinamiche del suo sistema politico si potrà cominciare a capire l’11 Giugno dalla risposta che sarà fornita dall’elettorato a questo ultimo interrogativo.

giovedì 4 maggio 2017

VACCINARSI DA GRILLO?


Risultati immagini per grillo vaccini
Breve introduzione per un tema di attualità che vale la pena di riprendere più avanti con altri articoli e contributi,perché il polverone alzato sui vaccini e sull'obbligatorietà di utilizzarli sui neonati ed i bambini e la possibilità che esiste oggi di non farli a discrezione sta infiammando l'opinione pubblica facendoci diventare tutti o quasi dei dottori.
Grillo,da sempre sostenitore di un uso moderato se non proprio aver aperto campagne per il non utilizzo,è stato tacciato dal New York Times di essere pericoloso in quanto i casi di morbillo nel nostro paese negli ultimi mesi hanno raggiunto livelli molto alti.
L'articolo di Left(/left.it/ )parla di questo caso e di che cosa la pensa il movimento del ducetto genovese e di come ci siano stati interventi,proposte di legge,consigli e video sui vaccini e sulla loro presunta pericolosità.
Anni addietro avevo parlato del vaccino usato per l'influenza suina che poi si era rilevato un flop(madn spreco-suino )e avevo messo l'attenzione non tanto sulla pericolosità di quel vaccino quanto sui guadagni delle case farmaceutiche e sul lucro sulla pelle dei malati.
Concentrando il fatto sulle dichiarazioni di Grillo è vero che mai toppa fu peggiore del buco e che sarebbe doveroso avere la correttezza di ammettere di avere sbagliato.

Il diritto di rifiutare i vaccini.Cosa prevede la legge M5s.

Non esiste nessuna campagna del MoVimento 5 Stelle contro i vaccini, né una piattaforma anti vaccini, né sono mai stati ripetuti falsi legami tra vaccinazioni e autismo». Mai toppa fu peggiore del buco. La smentita di ieri di Grillo delle accuse comparse sulle colonne del New York Times ha generato un boomerang: su social e giornali, continuano a uscire link e citazioni di esponenti del Movimento 5 stelle che mettono in relazione i vaccini con le conseguenze più allarmanti. Ed essendo i pentastellati notoriamente prolifici nel diffondere le loro opinioni, gli è tornato indietro un vero e proprio bombardamento. Dalle parole di Paola Taverna («C’è una sentenza che sostiene che il vaccino può causare l’autismo») e al «vaccinare meno è vaccinare meglio» degli europarlamentari (2015) fino ai video degli spettacoli di Beppe Grillo di oltre 20 anni fa e ai post sul blog, allora gestito dal defunto Gianroberto Casaleggio senior (datato 8 aprile 2007):
Stamattina, in una lettera pubblicata sul Fatto Quotidiano, Grillo tenta di smarcarsi dalla polemica, spostando l’attenzione sull’accanimento nei suoi confronti. «mi ostinavo con questa storia del l ’automobile a idrogeno quando c’è già la bomba all’idrogeno! Questo potrebbe mettermi in pole position con il leader della Corea del Nord: è più attuale», provoca. E prosegue: «Servitevi pure, nei miei testi c’è di tutto, altro che morbillo. Sono anche un voltagabbana: troverete video in cui fracasso dei computer! Da bravo populista, mi troverete a spingere per il reddito di cittadinanza e l’acqua pubblica: probabilmente voglio utilizzare l’acqua per diffondere qualche pestilenza».
Vero. Ma soprattutto c’è – perché spiace per il leader ma questo è l’argomento – anche l’accusa alle case farmaceutiche complici di voler vendere vaccini di cui non avremmo bisogno. Su Left.itabbiamo ricordato come proprio il capo-comico Beppe Grillo denunciava in un suo spettacolo i “violatori” del vergine sistema immunitario infantile. Era il 2007 e proprio nello stesso periodo (a settembre), Grillo aveva entusiasmato le masse a Bologna, in una Piazza Maggiore straripante, nel primo V-day di quella che sarebbe stata la storia del Movimento 5 Stelle. Una vera e propria campagna di adesioni.
Oggi, sono in Parlamento e come è legittimo, seguono le linee e le credenze del Movimento con il quale sono eletti. E del quale si fanno “portavoce”, attraverso proposte di legge che disegnano una (più o meno, diciamo) precisa idea di Stato. È così che depositata alla Camera, ferma in commissione Affari Sociali dal 2014, c’è una proposta di legge atta ad autorizzare il rifiuto delle vaccinazioni obbligatorie.
Cosa dice la legge
Il testo, va detto, si riferisce esclusivamente al «personale civile e militare, al quale per ragioni di servizio è richiesto di sottoporsi a vaccinazione». Ma la premessa scientifica è chiara:
Recenti studi hanno però messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e alcune malattie specifiche quali la leucemia, intossicazioni, infiammazioni, immunodepressioni, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo e allergie.
Composta di “ben” 3 articoli, il testo vorrebbe lasciare alla libera iniziativa il sottoporsi a immunizzazioni. Per questo all’articolo 1 stabilisce che la persona sia «preventivamente informata anche con motivazione scritta: a) sulla composizione del vaccino somministrato e sulle malattie rispetto alle quali dovrebbe immunizzare; b) sugli eventuali effetti collaterali e controindicazioni di ogni vaccino somministrato».
Ora, avete mai letto i bugiardini delle medicine? Siamo tutti preventivamente informati sui rischi dalle case farmaceutiche: questo evita che le prendiamo in caso di malattie o infezioni? E se si, siamo sicuri sia un progresso?
Secondo: chi di noi saprebbe discernere, una volta elencati le caratteristiche di principi attivi ed elementi farmacologici che compongono il farmaco (senza consultare un medico e dunque rimettendosi nuovamente a parere di uno scienziato)?
Il punto cardine della legge è costituito dal «il diritto al diniego» dell’uso dei vaccini, sancito al secondo comma del primo articolo. In base al quale, si legge, la persona si assume le responsabilità «in caso di contrazione di malattie al cui contrasto il vaccino è finalizzato». Peccato che questa precisazione, anziché essere – come vorrebbe – un’assunzione di responsabilità, è l’attestazione dell’esatto opposto: la non considerazione dell’effetto che il contagio può avere sulla salute della collettività. È esattamente questo il motivo per cui il ministero della Salute obbliga alla vaccinazione i militari in trasferta facendola rientrare fra i compiti di “difesa della Patria”. Ed è sempre per la tutela della salute di tutti i cittadini che si punta a debellare le malattie epidemiche proprio con l’immunizzazione. Come del resto sancito dalla Costituzione proprio all’articolo 32, lo stesso che i Cinquestelle citano a fondamento della loro legge: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».
Sempre all’articolo uno, si prevede un risarcimento per malattie contratte a causa dei vaccini. Tralascia però di specificare come dovrebbe essere accertata questa correlazione. Finora la giurisprudenza in materia ha sempre smentito tale correlazione. Soprattutto istituzionalizza e certifica la possibilità di correlazione fra vaccini e malattie di ogni tipo – come infatti delineato nell’introduzione.
All’articolo due stabilisce test preventivi per verificare l’efficacia del vaccino somministrato. Anche questo lascia un vuoto su come ciò dovrebbe avvenire. Mentre all’articolo tre obbliga il ministero della Salute a relazionare sulle vaccinazioni dei dipendenti della pubblica amministrazione, sullo stato del diniego, e sugli effetti collaterali delle vaccinazioni.

ALTRO DECRETO DI CENTRODESTRA,CON MOLTI PUNTI DI DOMANDA


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Oggi è passato alla camera dei deputati e presumibilmente sarà ratificato al senato l'ennesimo decreto legge sulla sicurezza frutto di un autoproclamato governo di centrosinistra sulla legittima difesa,che praticamente non cambia molto in quella materia e soprattutto crea molto scontento nel centrodestra.
Prendendo spunto da due tra i punti attaccati magari anche a ragione da chi fa della difesa della proprietà privata stile Usa,il concetto di notte e di grave turbamento psichico,questo decreto voluto dal Pd per dare un contentino ad Alfano ed ai centristi,non cambia di molto lo scenario in materia(vedi:left la-legittima-difesa-esiste-gia-e-assolve-i-piu-a-che-serve-la-nuova-legge ).
Si punta molto per non iscrivere da subito nel registro degli indagati chi commette violenza per difendere i propri beni e i propri familiari,ricordando anche che il 90% dei casi aperti per legittima difesa nel 2015 hanno portato ad assoluzione.
Di certo il fatto di sparare a ladri in fuga o alle spalle comporta dei guai in più per i giustizieri fai da te,e ci mancherebbe,non come accadde nel caso del 2003 che coinvolse il tabaccaio milanese Giovanni Petrali che fu prosciolto dall'accusa di omicidio colposo per aver freddato Alfredo Merlino proprio alle spalle ferendo un suo complice(madn ammazzare-alle-spalle-si-puo ).
L'articolo preso da Infoaut(ddl-sulla-legittima-difesa )parla proprio di tutto questo e dell'ennesimo decreto di stampo conservatore e di destra.

Ddl sulla legittima difesa: nuovo capitolo del delirio securitario firmato PD.

Con 225 voti a favore e 166 contrari è passato questa mattina alla Camera il disegno di legge che prevede un allargamento dei limiti di ciò che viene considerato "legittima difesa".
La proposta di legge è stata partorita dalle file del Partito Democratico e nella sua formulazione iniziale interveniva sull'articolo 59 del codice penale (riguardante le circostanze del reato), aumentando le tutele per chi si difende con l'uso di armi da un’aggressione in casa, se questa avviene in circostanze particolari di “grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione”.
Durante la discussione in aula, però, il ddl - già estremamente ambiguo e generico nel definire queste circostanze - è stato ulteriormente ampliato, arrivando a modificare anche l'articolo 52 che codifica e stabilisce i limiti della "legittima difesa". Il testo approvato alla Camera prevede ora che sia da considerarsi legittima difesa la reazione di chi si difende da un'aggressione che si verifica "di notte" (sic!) e con "violenza sulle persone o sulle cose". Per gli imputati a cui verrà riconosciuto l'uso della legittima difesa e, quindi, la non punibilità, gli emendamenti prevedono inoltre che tutte le spese processuali siano a carico dello Stato.
Queste modifiche sono state introdotte per ingraziarsi il voto a favore dei centristi di Alfano, che avevano minacciato di non votare più il provvedimento se non vi fosse stata una modifica più radicale della legge che permette di ricorrere alle armi. Il ddl ha così superato il passaggio alla Camera con i voti del Partito Democratico e di Alternativa Popolare ma è stata bocciata da Forza Italia, 5Stelle e Lega Nord (quest'ultima promotrice di una manifestazione a Verona lo scorso 25 aprile convocata con lo slogan "La difesa è sempre legittima" e protagonista oggi, assieme ai forzisti, di nuove pagliacciate di protesta alla Camera al momento del voto).

Per l'arco dei contrari il provvedimento contiene infatti ancora troppi ostacoli alla piena realizzazione di una "giustizia fai da te". Ma se una modifica delle norme sulla legittima difesa è sempre stata tra i cavalli di battaglia dell'armamentario retorico destrorso, è emblematico sottolineare come sia oggi il Partito Democratico a realizzare quest'impresa. Il ddl approvato oggi, che ora dovrà passare all'esame del Senato, fa il paio con il decreto Minniti nel consacrare ed alimentare un delirio securitario sempre più pervasivo e pericoloso. Giocando sulla percezione (tutta costruita mediaticamente) di una maggiore "insicurezza" si legittima oggi l'idea di un farwest sociale che solletica la pancia dei sostenitori della propaganda più beceramente razzista e xenofoba. Se di giorno con il decreto Minniti ci pensano gli squadroni sempre più asfissianti e onnipresenti di forze dell'ordine a garantire il "decoro" delle città, di notte ci si può invece ora improvvisare pistoleri contro i ladri, in una guerra quotidiana verso il basso e tra il basso, cosicché in alto possa proseguire il furto (quello vero) delle nostre vite.

LA PRIMA RETATA COL MORTO


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Un senegalese cinquantenne,Nian Maguette,è la prima vittima dei rastrellamenti voluti dal decreto Minniti per la sicurezza ed il"decoro"pubblico,volto ad allontanare le fasce più deboli e povere dai salotti buoni delle città(madn un-decreto-contro-il-disagio ).
A Trastevere ieri,dopo il blitz di Milano in stazione centrale,decine di vigili e polizia in tenuta antisommossa hanno fatto una retata contro gli ambulanti e durante i controlli è morto un senegalese e questa è la certezza:sulle cause ci sono ancora riserve e probabili insabbiamenti visto che le dichiarazioni di molti testimoni sono contrastanti.
L'articolo è preso da Contropiano:malapolizia-news .

Il primo morto del “decreto Minniti” è un ambulante senegalese.

di Redazione Contropiano
Bisognava soltanto attendere. La logica omicida che sta dietro ogni ondata securitaria si infrange sempre, per prima cosa, sulle persone più deboli. E i più deboli in assoluto, in questo momento, sono i migranti. Peggio ancora per i più anziani di loro, che debbono sommare alla debolezza dei diritti e al colore della pelle (che facilita l'individuazione come bersaglio) anche la debolezza dell'età.
Roma, ambulante senegalese morto durante fuga a Lungotevere de Cenci
„
Il giorno dopo il "pattuglione" stile Scelba messo in scena alla stazione di Milano a beneficio di Salvini in astinenza da selfie, a Roma un'insolito squadrone di vigili urbani è stato inviato a rastrellare il centro storico a caccia di venditori ambulanti. Il "decoro urbano" lo chiede…

Alla vista delle deivise, come sempre, hanno raccolto alla bell'e meglio la propria mercanzia nei borsoni e si sono dati alla fuga. Uno di loro, Nian Maguette, un cittadino senegalese di 53 anni, che faceva parte di un gruppo che correva in direzione di Lungotevere de' Cenci – all'altezza del Ghetto, davanti all'isola Tiberina – si è accasciato a terra. Diverse le versioni sull'accaduto. Alcuni suoi compagni hanno riferito che: "E' stato investito da un motorino dei vigili urbani in borghese mentre scappava dal controllo. E' caduto e ha battuto la testa".  Secondo la versione ufficiale, invece, sarebbe stato probabilmente vittima di un infarto (ma il rapporto lo definisce "il giovane"…). il personale medico intervenuto sul posto non ha comunque potuto far altro che constatarne il decesso. 
Sembrava un episodio come tanti, per quanto tragico. Ma la goccia scava la pietra, e anche la paziente sopportazione dei migranti trova in qualche caso il suo limite.
Gli altri venditori ambulanti, quasi tutti africani, hanno messo in atto una protesta, bloccando laa circolazione tra largo dei Vallati e largo Arenula.
La risposta, cieca come soltanto le polizie sanno essere, si è materializzata con l'intervento dei carabinieri e della polizia, comprensiva di agenti del Reparto Mobile in tenuta antisommossa. Come se servisse una seconda vittima per farsi capire meglio…

mercoledì 3 maggio 2017

PROFUGHI E ARMI

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Un paio di fatti negli ultimi giorni ha fatto parlare,discutere e sputare sentenze cui non se ne sentiva il bisogno in Italia,partendo da quello più"lontano"temporalmente con le accuse verso le Ong o almeno alcune di esse di essere principali attori del traffico di essere umani e del loro salvataggio,smistamento e accoglienza,e poi del rastrellamento di ieri a Milano in stazione centrale.Nell'articolo sotto di Left(vendiamo-armi-e-produciamo-profughi )non parla di questo ma dei numeri sempre più importanti e che sono fondamentali per tutto quello che accade nel Mediterraneo e nel sud Europa.Il frutto della vendita di armi e di traffici più o meno alla luce del sole che coinvolge l'Italia è sempre in aumento e sempre più corposo:che poi stati come l'Arabia Saudita siano tra i maggiori destinatari non solo è immorale ma anche contro la Costituzione e le convenzioni Onu,prontamente dimenticate o scavalcate per i fatturati di aziende che vanno in giro a cercare commerci contro queste nazioni.Vedi anche:madn lo-spaccio-di-armi-e-i-suoi-consumatori .
Produciamo profughi,li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra.
Parlano di “dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero…” e, a leggerla così, sembra l’apertura di un depliant confezionato per decantare le virtù italiche nel campo dell’artigianato o dell’arte. E invece si parla di armi. Meglio: sono le parole che il governo usa per declamare i successi di un 2016 che ha visto impennare l’export degli armamenti verso (anche) regimi tutt’altro che democratici. Gli stessi regimi che provocano guerra, gente in fuga e rifugiati sulle nostre coste.
Produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra. 
La Relazione consegnata dal Governo sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazione di armi per il 2016 sottolinea con entusiasmo che le esportazioni italiane di sistemi militari hanno superato i 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. Certo incide molto la commessa di 28 Eurofighter della Leonardo al Kuwait del valore di 7,3 miliardi di euro ma vale la pena sottolineare come l’export globale italiano nel quinquennio 2010-2014 si è attestato mediamente intorno ai 3 miliardi di euro, ma già dal 2015 era giunto ad 8 miliardi di euro.
Ma c’è un punto che sanguina vergogna, su tutto: a chi vendiamo?  Tra gli altri al Kuwait (per 7,7 miliardi), l’Arabia Saudita (427,5 milioni, più degli USA), poi Qatar (341 milioni) e Turchia (133 milioni). La legge 185 del 1990 dice che «l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato» in contrasto con le direttive Onu, «verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione» e verso i Paesi «responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Ma la legge, evidentemente, non vale quando si tratta di incassare.
Il caso dell’Arabia Saudita poi è emblematico: parliamo degli stessi sauditi che Renzi (e la ministra alla guerra Pinotti) hanno riempito di lunghe smancerie; parliamo della stessa Arabia Saudita che continua impunemente a bombardare lo Yemen producendo (lo dice Amnesty International) almeno 4600 morti tra i civili e qualcosa come 8000 feriti. Il fornitore di bombe sei sauditi è la Rwm Italia, che ha sede legale a Ghedi (Brescia) e azienda a Domusnovs, in Sardegna. E proprio vicino alla sede bresciana c’è la piccola Banca Valsabbina che è terza nella classifica delle banche con più transazioni finanziarie legate agli armamenti. Terza dietro solo a Unicredit e Deutsche Bank. La Banca Valsabbina, per dire.
Produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra. Tutti impegnati a spulciare le navi delle ONG.
Buon martedì.

martedì 2 maggio 2017

NUOVE PRIMARIE,VECCHIO PD

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Le primarie per la segreteria del Pd,la cui forte permanenza nei temi dei principali notiziari nazionali sinceramente è stata ancora una volta troppo pubblicizzata e superflua,hanno visto ancora il reuccio Renzi ampiamente vincitore col 70% delle preferenze,in una sfida che non ha mai avuto che questo esito preventivato.
Dalle primarie del 2012(madn primarie-tristi )dove per il dominio nel centrosinistra perse contro Bersani,da allora Renzi non ha perso un colpo eccezion fatta per le dimissioni dopo il risultato referendario di dicembre che doveva anche essere il suo ultimo atto ufficiale da politico,cosa ovviamente non avvenuta perché in ballo c'è ancora molto da fare e rubare sia a livello personale che di partito.
Nell'articolo di Contropiano(scontata-vittoria-renzi-pd-ormai )l'analisi di queste primarie che sono sia davvero un buon esempio di democrazia all'interno di un movimento politico,ma anche,vedendo il risultato,l'emblema di che cosa sia il Pd e con chi voglia allearsi in futuro,un abbraccio mortale per l'Italia col centro destra piuttosto che con altri protagonisti che in questo anno vedremo se pronti a salire sul carro o meno di un partito che vede un'emorragia di iscritti e di partecipanti preoccupante per loro.

Scontata vittoria di Renzi. Il Pd ormai è questo.

di S.C.
Esito scontato. Il Manchurian Candidate, Matteo Renzi, è stato rieletto segretario del Pd con circa il 70% dei voti scrutinate nelle primarie del suo partito . L’affluenza ha sfiorato ma non raggiunto i due milioni. Erano stati 2,8 milioni nelle ultime primarie, quelle del 2013.
In Lombardia hanno votato circa 210 mila persone, qui Matteo Renzi ha vinto con circa 76,5% dei voti. Risultato quasi analogo in Emilia Romagna dove l’affluenza è stata di 216.220 persone e Renzi ha vinto con il 74%. Crollo invece nel Lazio dove sono andate a votare solo settantasettemila persone, molte nei municipi centrali della Capitale . Renzi ha ottenuto il 71,82% dei voti. Qualche problema si è registrato nei seggi delle primarie nel Meridione. Dalla Sicilia alla Puglia, passando per la Calabria, i rappresentanti delle mozioni dei tre candidati non si sono risparmiati accuse di irregolarità, violazioni delle norme e brogli. Accuse che alla fine hanno portato la Commissione nazionale per il congresso a chiudere tre seggi – a Cariati (Cosenza), Nardò (Lecce) e Gela (Caltanissetta) – e ad annullare i voti già espressi. A Ercolano un gruppo di immigrati africani e richiedenti asilo, ospiti al Centro di Accoglienza di Ercolano, si è messo in fila e ha votato al seggio allestito in località San Vito per le primarie. “Tutto regolare” dicono dal Pd.
“Le primarie chiudono un percorso fatto di tanti litigi, forse per colpa di tutti. Ha vinto tutto il Pd e prima di tutto il Pd che non si è vergognato di quello che abbiamo fatto in questi anni” ha detto Renzi, unico tra i tre candidati, ad essere presente alla sede nazionale del Pd al Nazareno. Dall’entourage di Renzi, a smentire per ora voglie di elezioni anticipate, arrivano messaggi rassicuranti nei confronti del governo Paolo Gentiloni. "L'orizzonte del governo è il 2018. Da domani lavoreremo con il premier Gentiloni. Il governo Gentiloni è il nostro governo", dice Martina, uomo di Renzi ma anche ministro.
Le primarie del Pd si sono concluse così, con Renzi nuovamente alla guida del partito, e ancora più saldamente di prima, stando ai numeri che arrivano dai gazebo. Si conferma così che in questo paese, per trasformarlo in senso progressista e ridurre le disuguaglianze sociali, il nemico da battere sarà il Pd. Un'altra illusione della "sinistra" è definitivamente svanita.