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martedì 3 marzo 2020
50 + 1
La protesta inscenata dai tifosi del Bayern Monaco contro l'Hoffenheim è stato un attacco al sistema della federazione tedesca,e proprio per questo è stata tremendamente criticata ed ostacolata fin dalla sua messa in scena sugli spalti dello stadio Pre-Zero Arena lo scorso sabato con la sospensione della partita ripresa solamente dopo la sparizione di alcuni striscioni di protesta contro il presidente Hopp.
Il tutto è spiegato qui sotto nell'articolo di Infoaut(crepe-nel-calcio-moderno )dove si traccia la storia delle proprietà dei club tedeschi dove il senso di appartenenza verso il club parte dagli stessi tifosi con le loro quote personali e dalla riforma del 1998 dove sono ammesse società sia pubbliche che private a responsabilità limitata purché non siano maggioritarie,e questo per le società della Bundesliga 1 e 2 che hanno nel 50 più 1 dei propri soci il controllo delle squadre stesse.
Hopp ha aggirato tali norme e la protesta è montata da più parti nel panorama ultrà della Germania(noto l'esempio del Borussia Dortmund sempre contro l'Hoffenheim)che ha visto negli ultimi anni società praticamente di dilettanti imporsi fino nel massimo campionato per le scalate finanziarie di personaggi come Hopp o multinazionali come la Red Bull(anche Lipsia militava in serie minori fino all'altro ieri).
Per questi ultimi sono già anni che in varie curve tedesche esiste la campagna Nein Zu RB(No al Red Bull)e di pari grado la lega tedesca,la politica e la stampa hanno sempre demonizzato le iniziative contro il calcio moderno di tutti i gruppi ultras della Germania e purtroppo sentendo i commenti sia di Mediaset e Rai che commentavano l'accaduto anche da noi il livello di appiattimento e servilismo è lo stesso.
Da Bayern Monaco-Hoffenheim al caos calendario serie A, crepe nel ‘calcio moderno'.
Sulle maggiori testate giornalistiche europee, sportive e non, stanno circolando le immagini e i filmati del match di Bundesliga Hoffenheim – Bayern Monaco tenutosi sabato pomeriggio (29/02) al Pre-Zero Arena, nome ‘commerciale’ della Wirsol Rhein-Neckar-Arena. Nel corso del secondo tempo con la partita sul punteggio di 0-4 per il Bayern, i tifosi bavaresi hanno animato il settore una torciata rossa (colore simbolo del club) accompagnata da numerosi stendardi tra i quali uno con la scritta 50+1.
Iniziamo da qui, dal capire cosa rappresenta questa addizione per il mondo del tifo teutonico.
Fino al 1998 i club di calcio tedeschi erano registrati come organizzazioni no-profit la cui proprietà dove essere ricondotta ai soli soci membri (decine di migliaia di persone).
Nel 1998 il sistema venne riformato consentendo ai club di diventare società pubbliche o private a responsabilità limitata e, al fine di proteggere i club da investitori esterni, o meglio da veri e propri speculatori, si introdusse la regola 50+1. Una clausola obbligatoria d’iscrizione ai campionati di Bundesliga 1 e 2 (Serie A e B) che impone alle ‘società’ di essere controllate dai propri soci al 50+1%. Capitali esterni si, ma non maggioritari.
Questo modello, che ovviamente ha ugualmente prodotto un afflusso e una gerarchia di ‘capitali’ all’interno dei club, ha comunque permesso ai tifosi tedeschi di mantenere un certo peso decisionale nella cultura calcistica. Questo peso è facilmente riscontrabile nella politica dei prezzi di accesso agli impianti che sono decisamente inferiori alla media europea e italiana.
Meno clienti ma più tifosi, la Bundesliga ha 15 impianti superiori ai 40.000 posti con una media presenze senza eguali. (per un confronto più esaustivo si segnala questo articolo https://www.ilromanista.eu/football-please/news/2235/tifosi-non-clienti-ecco-perche-gli-stadi-in-germania-sono-sempre-pieni ).
Perché la protesta? Perché ieri in trasferta con l’Hoffeinheim?
Hoffeinheim è una frazione di 3000 abitanti appartenente alla municipalità di Sinsheim (35.000 abitanti) nel land Baden-Wurttemberg (Germania, sud-occidentale). La squadra di calcio locale è un club sportivo storico fondato nel 1899 e divenuto esclusivamente calcistico dopo la Seconda Guerra. Nella sua storia ha militato unicamente nelle serie inferiori del calcio tedesco, giungendo nel 1996 alla quinta divisione (direi un ibrido tra calcio amatoriale e leghe pro nostrane).
Alla fine degli anni ’90 il club viene rilevato da Dietmar Hopp, imprenditore co-fondatore della SAP multinazionale tedesca di ICT, secondo Forbes il 15° imprenditore più ricco di Germania.
I soldi del magnate permettono alla squadra di scalare le leghe inferiori e di raggiungere due storiche promozioni, dapprima in Bundesliga B e nel 2008 con l’approdo nella massima serie, storie già viste a tutte le latitudini europee (Chievo Verona e Sassuolo per citarne due). Tra i vari risultati "economico-sportivi" si deve riportare anche la costruzione della già nominata Pre-Zero Arena, uno stadio da 30.000 spettatori, praticamente in grado di contenere tutta la popolazione della provincia.
In questa decade, Hopp, insieme al Red Bull Lipsia altro esperimento manageriale asceso ai vertici della Bundesliga, è divenuto il simbolo della scalata dei capitali privati nel calcio tedesco.
La sua figura viene associata alla crescente campagna ‘mediatica’ e politica contro la regola del 50+1 che secondo il parere degli ‘addetti ai lavori’ starebbe danneggiando la competitività di un calcio tedesco alla quale è vietato (s)vendere la maggioranza delle azioni a gruppi di investimento privati. Insomma, non ci sono Americani, Sceicchi o Cinesi a nutrire le casse e gli ‘abominevoli’ bilanci del ‘calcio moderno tedesco’.
La gestione Hopp, come candidamente ammette un servizio video di Sky Sport, rappresenta una eccezione al sistema 50+1, aggirato tramite scartoffie burocratico-economiche che hanno suddiviso la proprietà e reso il club compatibile con le strette regole tedesche.
Gli stessi mezzi con il quale la Red Bull ha trasformato il piccolo Lipsia, anch’esso collocato nelle leghe inferiori da anni, nel Red Bull Lipsia con tanto di nuovo stemma composto da due tori rossi che si scontrano su un pallone da calcio (sigh!).
Ma torniamo alla partita; passano dieci minuti dalla coreografia e i tifosi del Bayern alzano il volume dei cori contro Hopp ed esibiscono uno striscione eloquente "ogni cosa resti al suo posto, la lega calcio tedesca sta distruggendo il nostro mondo, hopp figlio di…" e ci asteniamo dal resto.
L’Attacco aperto a Hopp ha un precedente di questo tenore, nel giugno 2019 i tifosi del Borussia Dortmund si erano presentati sempre in casa dell’Hoffeinheim con una coreografia composta da un mirino di fucile centrato sul volto di Hopp (foto in basso). Questa iniziativa costò ai tifosi del Borussia il divieto di trasferta a Hoffeinheim per i prossimi tre anni e 50.000 mila euro di sanzione al club.
Due episodi di tale ‘gravità’ in meno di un anno. Nel fine settimana la stampa tedesca e il calcio main insorgono. Partiamo dal campo.
Dopo la coreografia intorno al ’70 al rinnovarsi dei cori contro Hopp, l’arbitro sospende la partita. Giocatori bavaresi e l’allenatore Flick si lanciano sotto il settore chiedendo ai tifosi di smetterla, poi arrivano i dirigenti tra cui si distingue per stazza l’ex portiere Oliver Khan. La pay tv inquadra ripetutamente uno sconsolato Hopp circondato dalla solidarietà della tribuna d’onore, prima tra tutte quella del Presidente Rummenigge.
Si rientra negli spogliatoi, terna arbitrale, calciatori e società dopo dieci minuti di interruzione rientrano con in testa i loro presidenti e guidano lo stadio ad un ‘applauso contro l’ignoranza’.
Titolo in voga nella stampa tedesca e puntualmente usato da Sky per il suo servizio dai toni scandalistici. Gli ultimi minuti di partita scorrono tra palleggi, applausi, e abbracci in panchina, tutti uniti contro i bavaresi in trasferta, mentre il tabellino riporta uno 0-6 per il Bayern.
La caccia ai colpevoli e "l’applauso contro l’ignoranza" hanno avuto una eco così forte da raggiungere le nostre latitudini, Sky, la Gazzetta e gli altri quotidiani avviano una gara interna all’attacco del mostro di giornata: gli ultras tedeschi.
Scansiamo il campo da equivoci, il mondo ultras è complesso e chi scrive non conosce adeguatamente la complessità del tifo organizzato tedesco per assumere e promuovere azioni, istanze, o lanciare appelli, qui non si cerca di tracciare un’apologia dei ‘cattivi’ di turno, ma è forse ancora utile notare come le compagini ultras siano settori di società dove sperimentare nuovi livelli di gogna mediatica.
Questo ennesimo episodio ci dimostra come qualsiasi voce contraria all’aziendalizzazione del calcio diventi un esercizio di coalizione tra politica, vertici delle leghe professionistiche e stampa con l’obiettivo di stigmatizzare e punire le forme di espressione di un tifo organizzato tedesco, che in un contesto completamente diverso da quello nostrano, è riuscito fino ad oggi a rappresentare una rigidità calcio business.
Concludiamo con qualche parola sul calcio nostrano in allerta da Coronavirus.
Il calendario della Seria A è nel caos, ci sono squadre con 24 partite giocate, altre 25, altre 26.
Ci sono i ritorni delle semifinali di Coppa Italia e le interminabili fasi finali di Champions ed Europa League. Ci sono partite tutti i giorni, partite a porte chiuse (San Siro, giovedi scorso), emergenze Coronavirus che si risolvono nel giro di 24 ore. Chiedete alla Lega Calcio che proponeva di far giocare Juve-Inter a porte aperte lunedì 2 marzo ma non domenica 1, sembra una barzelletta.
Entrare nel merito di questo caos, spiegandone i singoli dettagli, le dinamiche con le coppe,
i vantaggi e gli svantaggi sportivi che comporta è decisamente superfluo. Quello che è interessante sottolineare è come quest’ultima importante emergenza sanitaria abbia rotto il giocattolo televisivo calcio. Il campionato sta andando in malora perché SKY, Dazn e Rai (detiene i diritti di Coppa Italia) non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi di sovrapporre le partite durante lo stesso orario per non perdere incassi. Il calcio deve essere uno spezzatino, si giochi a maggio, si giochi quando c’è tempo, l’importante è che si giochi tutti i giorni su differenti orari da qui all’estate. Qualcuno potrebbe dire che stiamo semplificando, ed in parte è vero, ma sicuramente il male principe del "calcio moderno" è il suo completo assoggettamento ai dividendi dei diritti tv sul quale si fonda la sua competitività economica. Una situazione ‘critica’ come quella attuale sconvolge questo delicato equilibrio mostrandoci la Seria A per quello che ne rimane: una lobby di opportunisti. Tra questi e il tifo organizzato la scelta di campo risulta facile.
sabato 26 ottobre 2019
CON IL CELTIC,SENZA SE,SENZA MA
Prima durante e dopo il match valido per l'Europa League tra Celtic Glasgow e la Lazio ci sono stati episodi vergognosi cui siamo abituati quando sono in gioco i merdosi tifosi biancocelesti,dichiaratamente di estrema destra che con i loro cori e saluti romani inneggianti al ventennio hanno lordato la città scozzese.
La risposta l'hanno avuta nello stadio con striscioni dedicati loro,un bel Lazio"vaffanculo",un bel Mvssolini di loretiana memoria e un Brigate Verde con una bella stella al centro,e per questo l'Uefa ha deciso di mettere sotto indagine la tifoseria del Celtic(secondo articolo proposto:www.calciotoday.it ),mentre per il momento ai laziali ci ha pensato la polizia arrestando cinque ratti di fogna(primo contributo:www.ecn.org/antifa ).
Il ritorno,con la curva della Lazio merda chiusa per insulti razzisti durante la partita col Rennes,vedrà novemila scozzesi verso la capitale per quella che si annuncerà una giornata ricca di tensioni nella capitale,col rischio di rappresaglie ed agguati da parte dei fascisti infami.
Lazio, arrestati cinque ultrà per rissa e saluti fascisti, a Glasgow.
Rissa e saluti fascisti, sono queste le accuse rivolte ai sostenitori biancocelesti.
Ancora una volta guai in vista per i tifosi della Lazio. Sono 5 gli ultrà arrestati a Glasgow in seguito a saluti fascisti e soprattutto a una rissa avvenuta al margine del match di Europa League contro il Celtic perso dai biancocelesti per 2-1. Secondo quanto riportato dal sito del giornale scozzese Scotsman, sono molti i sostenitori laziali a essere stati filmati mentre salutavano con il braccio teso, nel momento in cui avanzavano verso lo stadio scortati dalla Digos. La stessa scena si sarebbe ripetuta anche dopo la partita su Buchanan Street.
Europa League, Celtic-Lazio 2-1: le foto del match
Dei 5 arrestati, 4 sono accusati di violazione della pace e uno di possesso di alcol e resistenza a pubblico ufficiale. Altri 5 tifosi sono stati allontanati dallo stadio durante la partita con relativa denuncia. "Siamo a conoscenza di altre segnalazioni e la ricerca di nuove informazioni è in corso", ha affermato un portavoce delle forze dell'ordine.
Secondo la polizia di Glasgow sarebbero circa 1500 i laziali che hanno viaggiato per la città. I momenti di tensione non si sono verificati solo il giorno del match: anche la sera precedente un gruppo di ultrà biancocelesti incappucciati ha causato nervosismo nel centro di Glasgow.
I fatti hanno suscitato la rabbia del club: "La posizione della società è dura e di tolleranza zero. Sono azioni che danneggiano la società e quindi potremmo chiedere il risarcimento danni. Non possiamo impedire l'accesso di questi razzisti allo stadio, per quanto noi attuiamo tutto quello che è possibile per limitare questi episodi". Lo ha detto Arturo Diaconale, responsabile comunicazione della Lazio, "Dobbiamo separare le responsabilità, nel senso che noi possiamo fare il nostro poi però altri devono fare il loro", ha spiegato ai microfoni di Radio Punto Nuovo. "Accostare Hitler alla Lazio è un errore: sbagliato generalizzare perché si tratta di alcuni e non tutta la tifoseria. La stragrande maggioranza dei tifosi della Lazio detesta la maglietta con la faccia di Hitler. Il fenomeno della politicizzazione delle curve - ha continuato - ha portato alla creazione di una sensazione secondo cui all'interno delle curve degli stadi un certo tipo di politica o manifestazioni politiche potessero avere rilevanza. Noi quindi - ha concluso Diaconale - paghiamo un fenomeno sociale che si è diffuso negli anni".
Ancora guai dunque, dopo i saluti romani dello scorso 3 ottobre che costeranno alla Lazio una gara interna di Europa League con la Curva Nord chiusa.
https://www.sportmediaset.mediaset.it/calcio/europa-league/lazio-arrestati-5-ultr-per-rissa-a-glasgow_10291354-201902a.shtml
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Celtic-Lazio, rissa dopo gara, tre arresti. Uno è un tifoso biancoceleste. Bhoys a rischio sanzioni
Lazio, saluti romani dei tifosi: tensione a Glasgow
Alla fine della notizia dei cinque sostenitori della Lazio, che sarebbero stati arrestati a Glasgow nella prima mattinata di oggi, secondo quanto scritto dal giornale scozzese Scotsman, non c’è stato riscontro. Di certo c’è invece che tre persone sono state arrestate per una rissa dopo la partita tra due tifosi scozzesi e uno laziale, tutti fermati e saranno processati per direttissima.
Quanto accaduto invece durante la partita con schermaglie tra le due tifoserie caratterizzate da elementi che hanno richiamato alla politica, sono oggetto di indagini in corso della polizia. La stampa locale ha ripreso i saluti romani da parte della tifoseria laziale durante il corteo prima della sfida e allo stadio non è mancata la risposta dei tifosi scozzesi, che hanno esposto uno striscione con su scritto “Follow your leader” con l’immagine di Benito Mussolini appeso a testa in giù, a simboleggiare la sua morte a piazzale Loreto a Milano.
Celtic a rischio sanzioni dalla Uefa
Non è tutto. In queste ore la Uefa sta analizzando i filmati all’interno dello stadio con particolare attenzione al grande striscione esposta dalla Green Brigade, ovvero un grande telo verde con al centro una stella bianca all’interno di un cerchio, che tanto richiama alla somiglianza con l’emblema delle Brigate Rosse, la scritta sopra è eloquente: Brigate verde.
Celtic-Lazio, le accuse per i tifosi biancocelesti
Priva di fondamento anche la notizia che la polizia avrebbe fermato 5 sostenitori: quattro di loro con l’accusa di violazione della pace, un altro per alcol e resistenza a pubblico ufficiale. Le forze dell’ordine ritengono che circa 1500 laziali abbiano viaggiato per Glasgow e uno dei portavoce ha dichiarato: “Siamo a conoscenza di altre segnalazioni e la ricerca di nuove informazioni è in corso“.
La Lazio intanto sarà costretta a disputare la prossima gara di Europa League, il 7 novembre sempre contro il Celtic, con la Curva Nord chiusa in seguito ai saluti romani apparsi con il Rennes nella sfida del 3 ottobre scorso.
venerdì 1 marzo 2019
CELERINO FIGLIO DI TROIA

Evento molto raro che il sindaco di una città e una società sportiva denuncino un infame aggressione dei"tutori dell'ordine",evento accaduto poco fuori Firenze dopo la partita di Coppa Italia tra Fiorentina e Atalanta con i celerini che fermano a poche centinaia di metri dallo svicolo autostradale alcuni pullman dei tifosi della Dea e cominciano a devastare il primo pullman della lunga colonna massacrando di botte tutti i presenti compreso l'autista.
Negli articoli seguenti(bgreport.org mattanza-dei-teppisti-in-uniforme e infoaut fiorentina-atalanta-aggressione-agli-ultras-bergamaschi )le testimonianze dei tifosi aggrediti dai maiali in divisa,e nei prossimi giorni ci saranno novità in quanto anche le prime parole degli autisti raccontano che non c'è stato nessuna fermata da parte dei tifosi ma che sono stati obbligati a stare a bordo strada e che addirittura oltre rompendo i finestrini è stata divelta dalla celere la porta del pullman in testa.
Di seguito il comunicato di Gori che pretende giustizia e verità direttamente dalla merda di Salvini e quello dell'Atalanta che chiede lo stesso(atalantin gori-scrive-salvini e atalantini latalanta-si-faccia-chiarezza-vogliamo-la-verita ).
Sta destando molto clamore questa vicenda che ricorda gli abusi di Bolzaneto e la pochezza mentale di una polizia malata allo stadio terminale e un progetto calato direttamente dall'alto,prima da Minniti e ora da Salvini,che con politiche liberticide vogliono soffocare tutti quelli che denunciano uno condizione di fatti criminosi in una Stato sempre più di polizia.
La mattanza dei teppisti in uniforme.
C’è stato del gran calcio ieri all’Artemio Franchi di Firenze: l’andata della semifinale di Coppa Italia tra Fiorentina e Atalanta è stata uno spettacolo, sei goal, divertimento ed emozioni a non finire. La cornice di pubblico è stata all’altezza delle squadre in campo, con oltre duemila e cinquecento bergamaschi al seguito delle Dea.
E allora gli atalantini risalgono sui ventitre bus che li hanno trasportati a Firenze commentando la partita, esaltati per la prestazione, amareggiati per una vittoria che sembrava a portata di mano o arrabbiati con la dea bendata per la traversa su cui si è stampato il colpo di testa di Hateboer al ’93.
Lo spiegamento di forze dell’ordine che scorta i pullman è più ingente di quello utilizzato nel pre-partita e l’itinerario che la Questura sceglie per accompagnare i tifosi è differente da quello percorso all’arrivo. Eppure quando i mezzi si muovono, sono ormai passate due ore dal termine della sfida calcistica.
I blindati delle forze dell’ordine continuano a distanziare un pullman dall’altro fino a quando, a poche centinaia di metri dal casello autostradale bloccano il primo pullman e lo circondano. A differenza di quanto sostenuto dalla Questura, quell’autobus non aveva nessuna porta aperta e nessun supporter atalantino è sceso. L’autobus è circondato da decine di agenti che distruggono i finestrini, divelgono la porta anteriore e iniziano a manganellare le persone all’interno. Dal pullman partono le chiamate ai tifosi sugli altri pullman che tentano di fermarsi, ma la polizia intima agli autisti di proseguire col chiaro intento di isolare l’autobus prescelto per la mattanza. I ripetuti tentativi di fermarsi vanno a vuoto, un solo autobus riesce a bloccarsi e chi prova a scendere per chiedere cosa sta succedendo è aggredito senza alcuna spiegazione, tutti i passeggeri vengono identificati.
I bergamaschi se ne stavano andando tutti insieme dopo una splendida serata, ma per la Questura la partita sembra iniziare proprio adesso. Dal bus accerchiato le telefonate di aiuto agli altri si susseguono. “Stanno sfasciando tutto”, “Ci vogliono massacrare”. La scena si svolge sulla circonvallazione che porta al casello, senza alcun testimone, nella carreggiata isolata dalle forze dell’ordine. E allora i reparti mobili di Bologna e Firenze rimangono soli con l’autobus, caricano ripetutamente pestando i primi che incontrano. Nemmeno l’autista ha scampo, viene picchiato anche lui. Poi obbligano uno a uno a scendere dal mezzo aggredendoli, li identificano e li fanno risalire in mezzo a due colonne di agenti che sfogano le proprie frustrazioni sui corpi dei ragazzi. Calci, pugni, manganellate e insulti.
Quello che è successo ieri è grave perché non c’era nessun problema di ordine pubblico: dal pullman nessuno voleva scendere, la porta non era aperta. Queste sono le falsità che la Questura ha sostenuto, prontamente riprese dai giornalisti, ma non corrispondono a verità. Che senso avrebbe abbandonare gli autobus sul Ponte del Varlungo, su una circonvallazione deserta? Una tesi che serve solo per tentare di giustificare delle violenze efferate e gratuite.
Le dichiarazioni di Valter Mazzetti del FSP della Polizia di Stato dimostrano che quando sei indifendibile la miglior difesa è l’attacco “L’aggressione da parte dei tifosi dell’Atalanta contro la Polizia avvenuta ieri sera a Firenze è un fatto di estrema gravità. Fermare una colonna di autobus in transito, scendere armati e travisati e aggredire le Forze dell’ordine è inammissibile, è la prova ulteriore, che certo non serviva, di come la violenza in queste occasioni sia preordinata, cieca, spudorata, praticata consapevolezza di non subire conseguenze degne di preoccupazione. Questo è un fatto ormai innegabile, eppure non vediamo alcuna seria contromisura a tanta inciviltà criminale, mentre per i poliziotti andare a volgere questi servizi d’ordine equivale ad andare in guerra, nel senso dell’assoluta certezza di trovarsi di fronte chi ha giurato loro odio eterno e voluta e convinta volontà di fargli del male”.
Ma le menzogne hanno le gambe corte, chiunque ha potuto assistere ai fatti sa cosa è successo e Sostieni la Curva sta raccogliendo materiale per dimostrarlo (la mail a cui indirizzare le testimonianze è sostienilacurva@tim.it). La Questura è riuscita in poche ore a fornire versioni contraddittorie: prima si parla di un poliziotto salito solo aggredito all’interno di un pullman atalantino, poi si descrivono tifosi e armati inferociti che assaltano la polizia. Peccato che nessun bastone né asta siano stati trovati nella perquisizione dell’autobus.
Nel frattempo i ragazzi feriti sono parecchie decine. Quello che è accaduto emergerà con chiarezza, perché molti lo racconteranno e in tanti sono consapevoli di quante bugie dichiarano i tutori dell’ordine in questo Paese quando compiono degli abusi.
Quello che resta da chiarire è il senso di un’azione al momento incomprensibile. Attaccare un pullman per affibbiare l’ennesimo DASPO a tutti quelli che vi viaggiavano sopra per indebolire una Curva come quella atalantina, che non ha mai smesso di denunciare i soprusi e le leggi liberticide applicate negli stadi? Poliziotti che credono di fare impunemente ciò che vogliono urlando “Adesso mandiamo metà di voi in Questura e l’altra metà in ospedale”? E’ la mancanza di numeri identificativi a far sentire i poliziotti così certi i di non pagare mai per i loro abusi? Oppure ciò che è successo questa notte è imputabile all’accanimento della questura di Bergamo mai doma nella sua battaglia per annientare il mondo ultras? Lo capiremo anche dalle reazioni a questa violenza gratuita e ingiustificabile.
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Fiorentina-Atalanta: aggressione agli ultras bergamaschi, la responsabilità è di Salvini!
La partita tra Fiorentina e Atalanta è finita da qualche ora. I tifosi bergamaschi stanno facendo ritorno in città a bordo di una carovana di circa venti pullman. Il bus che guida la carovana viene circondato e fermato dalle forze dell'ordine - già in assetto antisommossa - all'altezza del viadotto del Varlungo, nella zona sud di Firenze, vicino all'ingresso dell'autostrada A1.
Si scatena il parapiglia. Le forze dell'ordine, nello specifico i reparti mobili di Bologna e Firenze, fanno irruzione nel bus iniziando a manganellare i tifosi dopo aver spaccato le porte e i finestrini. La situazione si calma solo dopo diversi minuti. Il primo bus non è il solo ad essere fermo, insieme a lui ce ne sono altri due che sono riusciti a bloccarsi nonostante la polizia abbia cercato di isolare il primo mezzo della carovana. Centotrenta tifosi verranno identificati e denunciati. In seguito partirà il solito balletto dei referti tra le fila della polizia, con diversi agenti feriti.
E qui iniziano i dubbi. Nessuno dei tifosi è stato poi fermato. Addirittura, secondo l'Eco di Bergamo e la Gazzetta dello Sport, nessuno è stato nemmeno portato in Questura. Tutti i denunciati sono ripartiti infatti poche ore dopo. Strano, dato che in teoria, stando alle dichiarazioni di un solerte funzionario del Siulp “un poliziotto che era salito a bordo del pullman per capire i motivi della fermata sarebbe stato chiuso all’interno del mezzo e malmenato dai tifosi riportando, fortunatamente e solo grazie alla sua lunga esperienza in servizi di ordine pubblico, lesioni non gravi”. Di solito per un fatto di questo peso, l'arresto è praticamente scontato. Ma non questa volta.
Ancora più strano, dato che la ricostruzione poliziesca parla di diversi tifosi atalantini che prima si fermano e scendono nel bel mezzo della tangenziale e poi attaccano le forze dell'ordine armati di spranghe e bastoni. Non si capisce poi il motivo del blocco poliziesco, dato che non c'è stato alcun contatto tra le due tifoserie prima durante e dopo l'incontro. E dato che i tifosi stavano facendo serenamente ritorno a Bergamo una volta finito il match. Non hanno deciso loro di fermarsi dunque, come affermato dal funzionario del Siulp.
Inoltre, stando alle stesse ricostruzioni della polizia che smentiscono la ricostruzione di cui sopra, il motivo dello stop imposto (quindi dalla polizia) sarebbe stato il tentativo di staccarsi da parte del primo mezzo dalla carovana che guidava. Ma è un discorso senza senso: infatti, i pullman sono stati circondati sin dalla loro ripartenza dallo stadio Franchi da numerose camionette, che hanno imposto un percorso molto più lungo di quello normale e dettato una velocità ridicola ai mezzi che portavano i tifosi. Rendendo impossibile nei fatti la possibilità di staccarsi (per andare poi dove, dato che lo svincolo per l'autostrada era a poche centinaia di metri?).
I resoconti di tanti dei presenti differiscono completamente dalle veline riportate dai giornali sportivi e non. Ad esempio, un tifoso racconta che “ad un certo punto oltre alla camionetta che ci scortava ne è sopraggiunta un altra, dalla quale sono scesi diversi agenti (tutti in tenuta antisommossa) i quali hanno subito sfondato la porta anteriore del pullman, rotto i finestrini e percosso come se non ci fosse un domani tutti e tutto quello che avevano di fronte.”
Resoconto confermato dall'avvocato della Curva Nord Bergamo, Federico Riva: “tre pullman, tra cui quello su cui stavo viaggiando io stesso, sono stati fermati e attaccati dalla polizia, con gli agenti che hanno malmenato i tifosi senza ragione, con botte e manganellate sia a bordo sia contro gli atalantini fatti scendere ai bordi della strada.”
La sensazione è allora che si sia voluto creare qualcosa ad arte. Il Ministro degli Interni, che va allo stadio con la sciarpa del Milan e il cappellino dei Carabinieri, facendo venire il vomito ad ogni ultrà degno di questo nome, ha probabilmente deciso di battere un colpo. Dandolo ad una delle curve storicamente più attive del paese nel contrastare e mettere sotto accusa le politiche liberticide, dentro e a volte anche fuori gli impianti di gioco. Magari sfruttando la legittimità rispetto all'opinione pubblica causata dalle conseguenze della morte del neonazista Belardinelli a margine di Inter-Napoli lo scorso 26 dicembre.
Dando qualche mazzata dal nulla e creando un clima dove magari nuove decine di DASPO possano indebolire la curva atalantina, si vuole lanciare un messaggio a tutti i gruppi non ancora normalizzati nell'ottica del calcio-business. Per cui allo stadio ci devono andare solo le famiglie e i bambini, pagando prezzi insostenibili. Da segnalare come non sia stata solo Firenze teatro di aggressioni infami come questa. Anche a La Spezia, poche ore prima, un'altra curva nota per la sua opposizione alle forme di controllo securitario negli stadi, quella del Livorno, viene aggredita con 4 cariche mentre si trova nel settore ospiti dello stadio spezzino in un contesto assolutamente tranquillo.
Continueremo nei prossimi giorni a seguire la vicenda. Per fortuna in rete è possibile trovare diversi video e molte testimonianze. Una cosa è certa: tantissimi sono gli episodi simili, e probabilmente questi non saranno gli ultimi. Crediamo però che questa storia, ancora lontana dal chiudersi, qualcosa possa insegnarlo: non divulgare, chiudersi nel proprio mondo, rincorrere l’autoreferenzialità, non paga. Abbiamo nel passato recente episodi e montature pagati a caro prezzo. Pensiamo all’episodio eclatante di Napoli - Roma del 31 agosto 2008. La presunta devastazione della stazione Termini e del danneggiamento di un treno per oltre 500.000 euro. Maroni, amico di partito del ministro dell’interno lo ricorderà bene. Qualche anno dopo il procedimento per devastazione e saccheggio ai danni dei tifosi del Napoli venne archiviato mettendo in evidenza le esagerazioni di Trenitalia. E addirittura Trenitalia fu ritenuta colpevole per non essere stata in grado di organizzare un evento ampiamente prevedibile e non aver messo a disposizione i giusti servizi.
Chiaramente le sentenze non hanno avuto lo stesso clamore mediatico delle presunte devastazioni.Eppure, nonostante le sentenze, il non essere riusciti, o non aver voluto, contro-narrare quella vicenda, denunciarla, cercare solidarietà all’esterno, ha fatto si che la tifoseria del Napoli pagasse a caro prezzo quella storia, con divieti durissimi rispetto alla possibilità di seguire la squadra lontano dalla propria città. Rispetto a questo, il lavoro di denuncia e narrazione che si sta facendo per questi recenti episodi è sicuramente una ricchezza ed una possibilità importante. Per ulteriori testimonianze sull'accaduto segnaliamo lo sforzo fatto da Sostieni La Curva, spazio informativo dei tifosi atalantini della Curva Nord Bergamo.
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VERITA' E GIUSTIZIA
Vogliamo solo la verità. Chiediamo che sia fatta luce su quanto accaduto mercoledì notte a Firenze.
Abbiamo visto, con sgomento, le immagini che circolano sui media. Non amiamo i processi sommari ma crediamo fortemente nella giustizia e nella lealtà dei comportamenti e per questo riteniamo opportuno che quanto successo, e documentato con immagini e testimonianze, sia oggetto di approfondimenti.
Siamo per la legalità e per la tutela delle forze dell’ordine, che svolgono un importante servizio a garanzia della sicurezza pubblica, ma la denuncia sollevata dai tifosi impone, da parte del Ministero degli Interni e di tutte le Autorità competenti, un elevato grado di attenzione per difendere i diritti anche di chi segue lo sport ed il calcio.
La violenza, da qualsiasi parte arrivi, non è tollerabile e l’Atalanta sarà sempre in prima fila perché solo la passione sportiva e la sana competizione siano i fenomeni trainanti per il nostro calcio.
Non potevamo rimanere silenti di fronte a certe immagini e la speranza di tutti, cittadini e sportivi, è che su questi episodi sconcertanti sia fatta totale chiarezza e che i colpevoli, chiunque siano, vengano puniti secondo giustizia.
Atalanta B.C.
Fonte: atalanta.it
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LA DENUNCIA DEI TIFOSI DELL’ATALANTA: CHIEDO AL MINISTRO SALVINI DI CHIARIRE COS’E’ SUCCESSO A FIRENZE
Signor Ministro dell’Interno, Le chiedo di leggere il documento che riporto qui di seguito, diffuso dai tifosi dell’Atalanta (Curva Nord) che ieri sera hanno seguito la squadra a Firenze per la trasferta di Coppa Italia. Contiene una denuncia molto circostanziata di violenze ai loro danni, operate da parte di agenti della Polizia di Stato al termine della partita, senza alcuna apparente motivazione. Né prima, né durante né dopo l’incontro vi sono stati scontri tra i sostenitori delle due squadre. I tifosi dell’Atalanta erano già sui pullman, sulla via del ritorno, quando la polizia li ha fermati. Legga: io non so se i fatti si sono svolti esattamente come sono descritti. Ho però ascoltato alcune testimonianze, che accreditano la ricostruzione. Le chiedo perciò di appurare e di chiarire con tempestività cos’è effettivamente accaduto. Se davvero gli agenti di polizia sono saliti su quel pullman e deliberatamente, senza una motivazione, hanno picchiato con i manganelli tutti coloro che si trovavano all'interno Se davvero i tifosi sono stati presi a calci e pugni mentre scendevano dal pullman, insultati e pesantemente minacciati. Se così fosse si tratterebbe di un episodio gravissimo. Alcuni tifosi dell’Atalanta, in passato, si sono resi protagonisti di scontri e danneggiamenti. In quelle occasioni non ho esitato a condannarne il comportamento, come faccio di fronte a qualunque violenza. Anche in questo caso: non è discussione la fiducia nei confronti delle Forze dell’Ordine; ma se violenza c’è stata ai loro danni io m’aspetto, come cittadino e come sindaco della loro città, che i responsabili siano identificati e puniti.
sabato 23 febbraio 2019
CALCIO E MASCHILISMO
Ma davvero il calcio è uno sport,una religione per qualcuno,solamente per uomini?
La domanda che ci si pone da decenni e che francamente non ha ragione d'essere è sempre più frequente perché ultimamente ci sono stati episodi di sessismo verbale e fisico che fanno discutere e pensare e che scaturiscono purtroppo in casi di violenza sulle donne.
L'articolo di Infoaut(calcio-e-sessismo-cronache-dal-2019-avanti-cristo )parla degli episodi di Collovati,con soprusi verbali e con Insigne,prototipo del macho italico che opprime la donna e la vuole in condizioni medievali se non preistoriche,violento fisicamente e pericoloso,un uomo di merda.
Poi gli esempi di Zaniolo e della procuratrice di Icardi Nara,protagonisti loro malgrado di episodi di violenza e di stereotipi sessisti,con il programma televisivo Le iene(il livello di"giornalismo"nostrano a volte è rappresentato da trasmissioni abominevoli come questa)che hanno provocato reazioni non preventivabili.
L'altro contributo(www.minutosettantotto fan-tastic-females )racconta di una mostra presentata ad Amburgo che parla delle donne negli stadi,sia da protagoniste dirette come giocatrici o arbitri,a tifose o professioniste a bordo campo,nata soprattutto per testimoniare la presenza delle donne nel modo del calcio e per combattere il maschilismo che è una delle parti malate di questo sport(vedi anche per i problemi interi del mondo del pallone:madn il-calcio-allo-sbando ).
Calcio e sessismo, cronache dal 2019 (avanti Cristo).
Nel giugno 2019 si terranno in Francia i Mondiali di calcio femminile. A questa edizione prenderà parte anche la nazionale italiana, a differenza di quella maschile che non si qualificò per i Mondiali 2018 in Russia. È semplice notare l'hype che si sta costruendo sull'appuntamento estivo. In televisione, in particolare su Sky che sta sempre più "spingendo il prodotto", viene dato sempre maggiore spazio sia alle partite che al dibattito su tutto ciò che gli ruota intorno. Anche la carta stampata sempre più dà spazio alle varie Bonansea, Gama, Girelli e via dicendo.
Si va nella direzione della parità dunque, almeno dal punto di vista della commercializzazione. Ovviamente non c'è da rallegrarsi della cosa. Il calcio-business non ci piace né al maschile né al femminile. Se non altro si potrebbe almeno sperare in un passo avanti dal punto di vista del rispetto per le donne che decidono di scegliere percorsi culturalmente identificati come maschili,. Quanto meno in paragone al tempo delle "quattro lesbiche che corrono dietro a un pallone", come definiva un collaboratore dello scorso presidente della Figc le giocatrici.
Eppure il mondo del calcio rimane profondamente sessista. Nemmeno l'evidente volontà di mettere a profitto il calcio femminile, creandoci intorno un redditizio mercato sembra infatti riuscire a sconfiggere o a mettere nell'angolo una mentalità diffusa, la quale riproduce uno stereotipo di genere e una gerarchia dei sessi all'interno di uno dei più importanti elementi culturali delle nostre società.
Lo scorso weekend ha prodotto molteplici eventi in questa direzione. In una trasmissione sempre più becera come Le Iene è andata in onda una doppia pagina vergognosa di maschilismo e di prevaricazione di genere. In un primo episodio, il calciatore del Napoli Insigne, già amante dei selfie con Salvini, è stato "vittima" di quello che è stato senza vergogna definito uno scherzo da parte della sua compagna e degli autori del programma. Scherzo che in realtà altro non è stato che una resa plastica di come uno dei simboli della città partenopea, dotato quindi di una enorme capacità di influenzare la società, viva di fatto la sua relazione in termini medievali.
Insigne, si scopre, impedisce alla moglie di poter utilizzare i social networks, ma non solo. Quando la compagna lo avverte che desidera fare un provino per un film, e nonostante la contrarietà del marito prova a impuntarsi nel volerlo fare lo stesso, Insigne si impone al grido di "decido io per te!" E non solo: per la "gelosia" le tira uno schiaffo e poi la manda a dormire sul divano. La perla sessista si conclude con la moglie che una volta finito lo scherzo bacia e abbraccia il marito, contenta di poter tornare al suo ruolo da sottomessa.
Un vero e proprio incubo, ma non è finita qui. In un altro grande momento di televisione la madre del talento della Roma Zaniolo veniva messa sotto scrutinio da un arrembante giornalista per le foto caricate sul suo profilo Instagram. Il tutto di fronte al giocatore, visibilmente infastidito, che veniva mostrato come in balia di una madre desiderosa di sfruttarne il successo. Il tutto a colpi di battute a doppio senso di serie Z.
Ancora: poche ore dopo andava in onda sulla Rai un ex campione del mondo del 1982, Fulvio Collovati, a blaterare che "ogni volta che una donna parla di tattica lo stomaco mi si stringe". Un punto di vista talmente ridicolo di fronte all'ormai ampio numero di giornaliste sportive, di tifose, di opinioniste, di allenatrici donne, che ha giustamente provocato una grande reazione sulle reti sociali. Ma che è riuscito a essere rivendicato dalla stessa moglie di Collovati. La quale, in un evidente dimostrazione di autosottomissione è riuscita a difendere il marito. Nonostante, e qui si vola alto, anche essa sia giornalista sportiva.
Il tutto accadeva mentre nel frattempo arrivava la notizia di un lancio di sassi nei confronti della macchina dove viaggiava insieme ai suoi figli Wanda Nara, agente di Mauro Icardi, giocatore dell'Inter. Il problema che evidentemente non va giù ai giornalisti maschi e sessisti di questo paese è che Wanda Nara è anche moglie di Icardi. I fatti avvengono dopo giorni di forti polemiche sull'operato e sugli atteggiamenti della donna, vivisezionati al microscopio quotidianamente. Anche questo caso si nota una evidente denigrazione sessista, giocata attraverso un doppio standard davvero inaccettabile.
Costruito sulla base della riproposizione dei peggiori insulti nei confronti di una donna per le sue modalità di utilizzare i social network e di mettere legittimamente in mostra il suo corpo, il doppio standard fa in modo che uno stesso comportamento messo in atto quotidianamente da decina di procuratori maschi, quello di strappare le migliori condizioni economiche per un suo giocatore, passi in secondo piano rispetto a quando a farlo è una donna. Questa infatti diventa immediatamente una sorta di arrivista sfruttatrice del marito che lavora.
Non stiamo appoggiando la corsa all'arricchimento o la schifezza del sistema dei procuratori, che riguarda uomini e donne del settore allo stesso modo. Ma ci limitiamo a dire che se a chiedere un aumento è un procuratore uomo, evidentemente è normale, anzi è un bomber. Mino Raiola è un bomber! Mentre se a farlo è una donna questa diventa senza dubbio alcuno una persona interessata a sfruttare i soldi del suo assistito, probabilmente circuito con la sua sessualità.
E sono solo alcuni casi di sessismo banale emersi in questo weekend. Potremmo andare avanti per ore. Purtroppo, la vicenda dello stupro di cui è accusato Cristiano Ronaldo non ha insegnato proprio niente, né è servita per un passo avanti del sistema mediatico e sportivo. Anzi, quanto successo è spia del modo in cui è stata trattata quella storia, e di come in generale è combattuta la "battaglia al sessismo" nel sistema calcio. Un approccio puramente ipocrita, che ha toccato il fondo con la ridicola immagine dei giocatori con la guancia rossa contro la violenza. Ovviamente senza affrontare la quotidiana riproduzione di discorsi e stereotipi sessisti nell'industria del pallone.
Un'ultima considerazione. Mentre si insultava questa o quell'altra donna legata al calcio, a Cuneo,in Lega Pro, andava in scena un umiliante 20 a 0 rifilato dalla squadra di casa ad una selezione di 8 minorenni della Pro Piacenza. Il motivo di questa farsa? La pro Piacenza non paga i suoi giocatori e ha schierato adolescenti per non essere esclusa dal campionato e radiata. Si tratta di una delle tantissime squadre che negli ultimi anni sono fallite o stanno per fallire per via di una politica sportiva fallimentare a tutti i livelli e per le manovre speculative di decine di presidenti impegnati solo a cercare di guadagnare qualcosa dal calcio. Spesso distruggendo storie gloriose di club, portandoli al fallimento, quando il gioco non vale più la candela o non ci si guadagna abbastanza. Ma il problema del calcio è evidentemente una donna che parla di tattica o che magari addirittura prova a giocare...
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Fan.Tastic Females: storie di donne negli stadi d’Europa.
Anastasia vive a Mosca e il calcio è la sua vita; anche lo Spartak lo era, ma da quando ha smesso di andare allo stadio la passione è scemata; e d’altronde come biasimarla? Da quelle parti sugli spalti vige una serie di regole inaccettabili per lei. Essere donna e avere posizioni politiche forti la costringe ad una scelta: accettare passivamente la propria condizione subalterna alla massa, oppure tifare in silenzio, altrove. Per Ana – come la chiamano tutti – la risposta non può essere che una: organizzarsi per conto suo, abbandonare lo stadio e seguire le partite dello Spartak dalla tv e giocare a calcio in qualsiasi forma: a 5 o a 11, in squadre miste o composte solo da donne. È l’unica alternativa che ha.
Per Cecilia, invece, coltivare la sua passione è stato più facile. È nata a Verona e da quando le hanno regalato un paio di pantaloncini per giocare a pallone, da bambina, non ha più smesso. Nel frattempo si è spostata dal Veneto a Roma e ha trovato la sua seconda famiglia nell’Atletico San Lorenzo, diventandone capitana e portando la sua squadra di calcio a 5 alla conquista delle Serie C. “Quando guardiamo la squadra maschile giocare, il nostro gruppo di donne grida e beve più dei maschi”. La determinazione nello sguardo mentre pronuncia queste parole non lascia dubbi che sia l’assoluta verità.
Sophie è entrata nella storia come la prima donna transgender a lavorare ufficialmente nella Premier League: fa la fotografa a bordo campo per il Bournemouth, la squadra che ha sempre tifato. La partita della promozione è stata anche l’ultima prima della sua transizione, la sua storia e quella del suo club in quel momento si sono incrociate. Sophie è anche attivista politica e il suo sogno è che il coming out di un calciatore diventi una cosa noiosa che non importi a nessuno, esattamente come tutti i gesti quotidiani come allacciarsi le scarpe, scendere su un campo da calcio e fare dei giri intorno alle 4 bandierine per il riscaldamento.
Maria ha 79 anni e non si perde una partita dell’Arsenal per nessuna ragione al mondo. L’emirates è universalmente riconosciuto come lo stadio più silente d’Inghilterra: ha ereditato dal vecchio highbury la nomea di ‘the library’, la biblioteca dove si entra si prende un libro e lo si legge stando attenti a fare il minimo rumore. Se tutti i tifosi gunners avessero la sua voglia di gridare e la sua energia avrebbero dovuto trovare un altro nomignolo per descrivere lo stadio dei bianco rossi del nord di Londra.
Anna, Cecilia, Sophie e Maria sono 4 donne che hanno raccontato la loro storia di calcio a Fan.tastic Females, una mostra itinerante – ma anche un progetto, una serie di workshop e discussioni, una rete di donne e molte altre cose – che ha preso il via ad Amburgo il primo weekend di Settembre.
Il calcio ha un problema di sessismo talmente tanto esteso e diffuso da apparire endemico. Nella concezione comune la donna si avvicina al calcio da ospite e si trova a dover giustificare la propria presenza in stadi, redazioni giornalistiche, società e istituzioni calcistiche. Cambiare la narrativa e riequilibrare la sottorappresentazione femminile nel mondo del calcio è stata la base di partenza al progetto sin dalla sua fase embrionale. A raccontarlo è Antje Grabenhorst, coordinatrice del progetto insieme a Daniela Wurbs e Barbara Paech. L’idea di partenza, spiega ancora Antje, venne a lei e a Daniela nel 2010 durante un meeting di Football Supporters Europe (FSE), durante una discussione all’interno di un workshop che aveva come tema centrale le esperienze delle donne allo stadio. Apparve chiaro come la presenza femminile fosse una componente essenziale del calcio, ma che fosse – come lo è anche ora – rappresentata in maniera distorta.
L’idea di partenza è stata successivamente ripresa e sviluppata nel 2016, quando è iniziata la pianificazione del progetto: mettere in piedi un piano di lavoro, formare la squadra e trovare i fondi (aspetto che ha causato i maggiori grattacapi).
Come ricorda ancora Antje, l’intero progetto è stato realizzato seguendo logiche DIY (Do It Yourself – ovvero senza ricorrere a lavoro professionistico), aspetto che ha portatoun’ulteriore complicazione alla realizzazione della mostra.
La fase realizzativa è durata circa 18 mesi e ha coinvolto un gran numero di persone che hanno prestato il proprio lavoro a titolo principalmente gratuito.
Tra queste c’è Filo, che di lavoro fa la videomaker e vive a Londra. La sua avventura con Fan.Tastic Females è iniziata ad Aprile 2017, quando Antje e Daniela si trovavano nella capitale inglese per intervistare Eva dei Clapton Ultras – gruppo di cui anche lei faceva parte. In quella occasione è venuta a conoscenza del progetto e non ha esitato a buttarsi dentro con tutto il suo entusiasmo.
Quando Filo parla di calcio cita immediatamente le Temporary Autonomous Zone (TAZ) di Hakim Bey: in quest’ottica lo stadio è un luogo autonomo dove non esiste alcun ordine naturale precostituito. Nei TAZ descritti dall’anarchico statunitense distinzioni di razza, religione, cultura e sesso sono creazioni artificiali, che alterano la dimensione naturale dello spazio. Lo stadio, nella sua essenza più pura può essere spogliato di queste sovrastrutture e rimanere un luogo incontaminato, dove le convenzioni sociali solite non si applicano.
Ovviamente tra la concezione teorica del pensatore radicale e ciò che accade nella realtà esiste un numero di sfumature infinito. Per Filo dare voce e visibilità alle donne voleva dire eliminare le sovrastrutture consolidate nel tempo e riportare lo stadio alla sua condizione basica, quella di un ambiente egualitario, dove poter comunicare anche senza conoscere la stessa lingua e dove gli unici confini e limitazioni sono imposti soltanto dagli striscioni e dagli adesivi con i quali chi popola quello spazio decide di definirsi.
Per realizzare i 78 ritratti da 5 minuti in mostra, le ragazze di Fan.Tastic Females hanno viaggiato per circa 20 paesi europei, incontrando donne impegnate a diversi livello nel mondo del calcio: responsabili istituzionali, tifose, dirigenti del proprio club e ultras. Questo tour ha permesso loro di creare connessioni tra un gruppo di ragazze molto eterogeneo.
La mostra-evento di Amburgo ha avuto una doppia finalità: presentare le storie raccontate direttamente dalle protagoniste e creare una rete attraverso la quale donne e ragazze possano scambiare le proprie esperienze e affrontare collettivamente i problemi comuni.
Sebbene il progetto sia tutt’altro che archiviato (la mostra continuerà a girare per almeno altri due anni), l’evento di Amburgo ha rappresentato il punto di arrivo della fase realizzativa. Per questa ragione sono stati invitati a partecipare tutti i volontari che hanno collaborato a ogni livello: chi ha viaggiato senza sosta per realizzare le interviste e chi ha prestato due ore del proprio tempo per tradurre i sottotitoli nella propria lingua. Il coronamento ideale per chi al progetto ha lavorato attivamente per oltre un anno.
Oltre alle coordinatrici e alle videomaker che hanno preparato e realizzato tutte le interviste, infatti, molte persone da tutta Europa hanno offerto le loro capacità e il loro tempo per realizzare le grafiche, fare i sottotitoli e trascrizioni, occuparsi della logistica e degli aspetti legati alla comunicazione.
Per presentare al pubblico il contenuto della mostra, infatti, è stato necessario ricorrere a una serie di abilità di varia natura. Ciascuna delle 78 interviste è stata presentata su un pannello verticale, che contiene una breve descrizione della ragazza intervistata e un codice QR che porta l’osservatore al video caricato su Vimeo. Il totale del materiale girato arriva in totale a 8 ore, pertanto ai visitatori della mostra viene dato un biglietto con un codice che permette loro di vedere il resto delle interviste in un secondo momento.
L’importanza di creare una piattaforma comune tra le donne coinvolte nel calcio in diversi paese è resa molto chiaramente da Naz – una delle videomaker impiegate per tutto il progetto – che ha spiegato in modo molto chiaro l’intreccio tra le questioni specifiche di ciascun paese e le problematiche comuni a tutto il gruppo, parlando del suo paese d’origine, la Turchia. Sullo stesso territorio, infatti, la storia di Gulistan, tifosa dell’Amedspor che non può andare in trasferta perché la sua squadra è il simbolo dell’autodeterminazione del popolo kurdo, si intreccia con quella di Ayben, tifosa del Besiktas che in trasferta ha deciso di non andare più per boicottare la Passolig card (l’equivalente locale della tessera del tifoso), un ostacolo tristemente comune ai tifosi di tutto il mondo.
Aver sottoposto a tutte le donne le stesse 12 domande è stato funzionale a capire le differenze di prospettiva tra ciascuna di loro. Per esempio, una semplice domanda come ‘in quale parte dello stadio guardi la partita?’ riesce in maniera immediata a sviluppare il dibattito se posta a una tifosa laziale – come Claudia, intervistata prima del tristemente noto volantino diffuso in Curva Nord -, e a una del Werder Brema – come Greta, che guarda la partita dalle primissime file occupate dal suo gruppo (gli Infamous Youth), di cui è componente fondamentale.
Le difficoltà della realtà italiana sono emerse anche nella fase organizzativa della mostra. Infatti, come sottolineato dalle coordinatrici, trovare ragazze in Italia che facessero parte di un gruppo ultras è stato praticamente impossibile a causa della reticenza degli appartenenti ai gruppi organizzati ad aprirsi e parlare apertamente dei problemi che si sono trovati ad affrontare. Questa chiusura può essere interpretata come un sintomo preoccupante per la scena ultras italiana che ha di fatto perso un’occasione per confrontarsi con realtà analoghe europee.
Note:
Il progetto Fan.Tastic females ha ovviamente un sito internet, una pagina Facebook e una Instagram. Se invece volete organizzare una trasferta di Fan.tastic Females nel vostro spazio potete (e dovreste) farlo, seguendo le informazioni contenute qua.
Tutte le foto utilizzate per accompagnare l’articolo sono state prese da qua.
La foto in evidenza con i fumogeni è di Ariane Gramelspacher.
Articolo a cura di Matteo Marchello.
venerdì 30 marzo 2018
GRAZIE MONDO
Se n'è andato uno dei maestri del pallone,Emiliano Mondonico da Rivolta d'Adda,terra docile,pacata e sorniona proprio come il grande Mondo,che però è stato capace di gesta che rimarranno nel cuore di chi ha amato il calcio che fu e continua tutt'ora ad amarlo nonostante tutti i soprusi che il capitalismo ha minato fin dalle basi.
Rimarrà nel cuore delle squadre non solo dove ha giocato od allentato,perché il Mondo era super partes e non poteva starti antipatico anche se magari la domenica(rigorosamente alle 15)ti aveva servito una sonora sconfitta.
Fortunatamente tanti dei sua anni da allenatore li ha spesi a Bergamo dove è rimasto nel cuore della tifoseria e di certo non fuggirà adesso che la morte l'ha chiamato,anzi avrà un posto d'onore nei ricordi di chi ha già una certa età ed ha avuto la fortuna di vedere l'Atalanta o altre squadre con in panchina il baffo di Rivolta.
Grazie e arrivederci Mondo.
Sotto pezzi di ricordi presi dal sito di Atalantini.com(https://www.atalantini.online/ ).
Finisce una storia, inizia una leggenda.
Questa notte si è chiusa una porta.
E si è aperto un portone.
Non mi voglio aggiungere alla lunghissima coda di aggettivi e di teneri ricordi, per altro più che meritati e mai abbastanza per definirlo appieno, che stanno accompagnando la notizia dell’addio del nostro Baffo di Rivolta.
Mi limito a prendere atto che, questa notte, è finita una storia.
E’ finito un capitolo, memorabile, della storia dell’Atalanta. E’ finita la storia di un uomo sui generis, irripetibile. E’ finita la storia di un calcio che, da stamattina, passerà da realtà a ricordo.
Per noi degli “anta” si chiude una storia che abbiamo vissuto. Che amiamo ricordare e raccontare. E per quelli che negli “anta” non ci sono ancora finisce una storia che non hanno vissuto, ma che hanno potuto toccare.
Ed è proprio per loro, e per chi verrà dopo di loro, che adesso si apre un portone. Quello della leggenda.
Perché quell’Atalanta-Malines, quel Ajax-Torino, quegli Juve-Atalanta da stamattina hanno lasciato le vesti di gesta storiche per calzare quelle di gesta leggendarie.
La storia la si dimentica. Spesso rimane solo sulle pagine dei libri. Mentre la leggenda rimane nelle menti e nei cuori, per sempre.
La vita è crudele. Una storia, per diventare leggenda, deve pagare dazio con la vita del suo protagonista. E’ una dura legge, ineluttabile, che accompagna il nostro essere umani.
Quell’Atalanta-Malines, quel Ajax-Torino, quegli Juve-Atalanta da oggi sono leggenda, come il loro regista. E sfido chiunque, dopo che anche noi degli “anta” avremo raggiunto il Mondo nella sua “Nuova Rivolta”, a dire che quegli anni sono stati dimenticati o sono solo capitoli sui libri della storia fubbaliera.
Perché quella sedia alzata nei cieli di Amsterdam non scenderà mai.
Le coppe e i trofei, quelli sì. Si alzano, si abbassano e si rialzano nelle mani di altri.
Ma quella sedia alzata nei cieli di Amsterdam no.
Quella non scenderà mai.
Rodrigo Dìaz
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Cose dell’ altro Mondo
A dare la notizia è stata la figlia Clara con un messaggio su Facebook. «Ciao Papo.... sei stato il nostro esempio e la nostra forza... ora cercheremo di continuare come ci hai insegnato tu... eternamente tua», lo struggente messaggio.
Negli ultimi giorni sapevamo in tanti che il Mondo era messo veramente male. Semplicemente non volevamo credere alla cosa.
Quando sette anni fa insorse il suo grave problema di salute il Mondo rimase innanzitutto scioccato come diede modo di vedere nella conferenza stampa nella quale, in modo estremamente coraggioso, denunciò a tutti la sua situazione.
Col tempo e dopo le prime operazioni il male sembrava debellato anche se fu lo stesso Emiliano ad avvisare che c'erano probabilità tutt'altro che remote di una recrudescenza. Ciò era purtroppo puntualmente avvenuto e lui non ne aveva fatto mistero pero' con uno spirito diverso: combattivo, speranzoso, forse sereno per quanto lo si possa essere in una situazione simile.
Perché il Mondo era una persona particolarmente intelligente, sicuramente furbo e arguto come un contadino, un fattore nella piena padronanza del suo status. Era un uomo che veniva profondamente dalla terra, dalla sua terra posta al confine tra le province di Bergamo e Cremona e che dall'approccio quotidiano con la natura aveva fatto suo quel rapporto disincantato col mondo (nel senso del "tutto" non di lui stesso) secondo il quale la vita non e' ne' buona ne' cattiva ma semplicemente E' e occorre vivere al suo passo, volenti o nolenti.
Persona di buon senso e di una umanità disincantata, che non vuol dire particolarmente buona o cattiva, aveva imparato ad essere uomo di più bandiere senza apparire falso o opportunista. Stamattina lo piangiamo in egual modo noi, i tifosi del Toro, della Fiorentina (della quale si professava tifoso) e giù fino a Como, Cremonese, Cosenza, Albinoleffe e probabilmente altri.
Parlavano di lui come fautore di un calcio "pane e salame". Certo non era un profondo conoscitore di tattica e preparazione atletica come può esserlo il Gasperini attuale ma le sue squadre erano figlie della arguzia e della grinta con cui il Mondo affrontava gli avversari e, perché no, l'ordine costituito. I suoi giocatori prendevano da lui, avevano coscienza dei propri limiti ma si spingevano spesso oltre.
Come capito' in quella Primavera del 1988, e tra pochi giorni saranno esattamente 30 anni. Anzi, sembra quasi un disegno voluto andarsene nel periodo tra il pareggio di Lisbona e l'andata a Malines.
Mondonico era una figura complessa, molto più di quello che dicevano le apparenze. Mai banale la persona, mai scontato il carattere: la sedia alzata di Amsterdam quando guidava il Toro, l'"invasione in tribuna" alla ricerca di un molestatore e chissà quant'altro. E poi la sua Cascina di Rivolta, la "Brusada", manifesto fedele del suo essere e dei suoi affetti.
Dicono che sarebbe andato a Liverpool a veder la Dea se non fosse stato per la salute. Un pezzo di Atalanta se ne va. Non sono parole retoriche, è un pezzo grande stavolta.
Il Mondo da noi ha fatto la storia, la nostra storia, e verrà ricordato per sempre, com'è giusto che sia.
Prima che il pubblico decadimento fisico o psichico ne potessero minare la figura. Un Mondo mai vinto, un Mondo mai visto.
Giusto così, ciao Mondo, sei stato unico.
Calep
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La Curva ricorda il Mondo
Abbiamo il cuore a pezzi, ci ha lasciato il nostro grande Emiliano.
Hai scritto pagine storiche e indelebili nella nostra Storia, legando per sempre il tuo nome a questi colori, a questa città.
Hai conquistato tutti, con la tua semplicità e il tuo modo di fare da "pane e salame", hai affrontato questo brutto male sempre con il sorriso e con serenità.
Ci mancherai tanto, non potremo mai dimenticarti.
Un abbraccio a Clara ed alla tua Famiglia.
CIAO GRANDE "MONDO"!
(dall'account Facebook della Curva Nord)
sabato 24 marzo 2018
RENE' HOUSEMAN
E' deceduto l'altro giorno l'ex ala destra argentina René Houseman,che come tanti personaggi leggendari del calcio era un misto tra genio e sregolatezza,un talento cristallino offuscato dall'abuso di alcol come è accaduto a molti calciatori.
Nell'articolo preso da Senza Soste(rene-houseman-splendori-miserie-un-artista-del-futbol)scritto a nemmeno un anno prima dalla sua dipartita le sue imprese dentro e fuori dal campo,le sue contraddizioni e le sue debolezze che hanno fatto da contraltare alla sua classe pura.
Nato in un contesto poverissimo fa strada grazie al piede tra i palloni,per le statistiche l'Huracan è stata la squadra con la quale ha avuto maggiori successi(108 reti in 266 incontri)giocando due mondiali con la nazionale albiceleste(13 reti in 55 incontri)compreso quello del 1978,per poi marciare trent'anni dopo(l'unico della selección)con le madri di Plaza de Majo.
René Houseman: splendori e miserie di un artista del fútbol.
Genio e sregolatezza dentro e fuori dal campo, l’argentino René Houseman può essere considerato a giusto titolo una delle ali destre che hanno fatto la storia del calcio
Era un’ala destra pura, non a caso sulla schiena portava il numero 7. Era genio e sregolatezza. In campo faceva impazzire tutti con i suoi dribbling secchi (da qui uno dei suoi tanti soprannomi, Gambeta) e la capacità di sfornare assist e segnare con grande regolarità. Fuori dal campo amava alzare il gomito e se l’alcool ne ha minato la salute, l’ossessione per la bella vita gli ha svuotato il conto in banca. Per molti, in patria, era il… migliore. Ma non stiamo parlando di George Best, bensì di colui che qualcuno ha definito il talento argentino più puro dopo il dio del calcio.
René Houseman, nome francese e cognome anglofono, nasce a La Banda, nella provincia interna di Santiago del Éstero. Con i genitori si trasferisce da bambino a Bajo Belgrano, una delle periferie più povere di Buenos Aires. Una vita subito in salita per lui che da piccolo era soprannominato Cerdo (maiale) perché non aveva acqua corrente per lavarsi. “Quando sembrava che potesse piovere portavo con me una saponetta”, raccontò in un’intervista”. Già da giovanissimo è costretto ad abbandonare la scuola per dare una mano alla famiglia ma l’evidente e smisurato talento che Houseman mostra col pallone tra i piedi sulle strade e sui campetti di periferia non passa inosservato. I primi ad accorgersene sono i dirigenti di una delle due squadre del barrio. Non quelli dell’Excursionistas, di cui è acceso tifoso, bensì degli acerrimi rivali del Defensores de Belgrano.
La carriera
In due anni brucia tutte le tappe: passa in pochi mesi dalle giovanili alla prima squadra, in seconda serie, e dopo 16 gol e altrettanti assist in 38 partite viene chiamato all’Huracán da un giovanissimo allenatore dall’occhio lungo che scriverà la storia del calcio argentino, César Luís Menotti. Che il giorno del suo debutto in Primera dirà di lui: “Questo ragazzino smilzo e allampanato che avete visto oggi, diventerà la stella del calcio argentino”.
Appena un anno più tardi sarà l’unico (insieme al suo compagno di club Carrascosa) a salvarsi nella deludente esperienza ai Mondiali tedeschi. 3 gol in 6 partite non saranno sufficienti alla Seleción albiceleste, partita tra le favoritissime, a superare la seconda fase del torneo. Quattro anni più tardi, al contrario, sebbene sulla panchina sedesse proprio El Flaco, nel vittorioso (e tristemente famoso) mondiale argentino Houseman fa solo da comprimario. È di fatto il dodicesimo uomo e viene mandato in campo a 15-20 minuti dalla fine per cambiare la gara o aprire in due le ormai stanche difese avversarie.
L’alcol
Ad una lettura più approfondita, il suo ruolo di comprimario di lusso ai Mondiali del ’78 è invece indicativo dell’assoluta grandezza del calciatore. Houseman era alcolizzato ormai da anni e la sua dipendenza lo aveva portato più volte a saltare allenamenti o arrivare ubriaco alla partita. È passata alla storia quella contro il River Plate del 22 giugno 1975 quando El Hueso Houseman si presentò negli spogliatoi del Huracán in condizioni pietose dopo le celebrazioni del primo compleanno di suo figlio. Dopo molte docce fredde e svariati caffè, Houseman scende in campo da titolare. Menotti preferisce un Houseman ubriaco piuttosto che un qualsiasi rincalzo sobrio. El Hueso corre poco e male ma al 40° segna un gol meraviglioso. Si lancia in profondità superando in velocità i due centrali del River, scarta il portiere della nazionale Fillol e insacca. Dopo di che si accascia a terra simulando un infortunio. “Non ne potevo più”, rivelò a carriera finita. “Bramavo solo di rientrare a casa e mettermi sotto le coperte”. I tifosi salutarono la sua uscita dal campo cantando un coro che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua carriera: “Y chupe, chupe, chupe… no deje de chupar… el Loco es lo más grande del fútbol nacional!” (“Che beva, beva, beva, non smetta mai di bere, il Loco è il più grande del calcio nazionale”).
Il suo talento cristallino vedrà la luce del tramonto ben prima di quando sarebbe scoccata l’ora del suo naturale declino. Anche il suo portafogli cominciò presto a svuotarsi. L’ossessione per la bella vita porta i suoi amici e i tifosi dell’Huracán, per i quali resta un idolo assoluto, ad organizzare nell’anno 2000 una partita di beneficenza tra vecchie glorie del suo amato club e una selezione di stelle nazionali in cui gli vengono donati i proventi dell’intero incasso.
Fuori dal campo
Houseman non ha mai fatto mistero di considerarsi un uomo di sinistra seppur non sia mai stato attivista di movimenti, associazioni o partiti politici. Quando gli hanno chiesto perché avesse accettato la convocazione al Mondiale del ’78 ha risposto che se avesse saputo cosa stava accadendo nel Paese avrebbe rifiutato la convocazione. Jorge El Lobo Carrascosa, capitano della nazionale albiceleste e dell’Huracán, quindi suo compagno di squadra, la convocazione però la rifiutò proprio per motivi politici. Per l’anniversario dei trent’anni del Mundial fu però uno dei pochissimi calciatori di quell’Argentina a partecipare alla marcia organizzata da Las madres de Plaza de Mayo. Una breve camminata che dalla famigerata Esma arrivò fino allo stadio Monumental che intendeva riabilitare i giocatori e perdonarli per aver accettato la convocazione.
In un’intervista a El Gráfico del 2002, quando l’Argentina era in piena crisi economica, giustificò l’ondata di espropri proletari che colpirono le grandi catene commerciali. “Cosa volete, che la gente muoia di fame? Se non avessi sfondato col calcio e avessi avuto bisogno li avrei saccheggiati anch’io i grandi magazzini”. Ma non ha mai partecipato ad alcun cacerolazo. “Condivido – disse un giorno – ma mi vergogno a scendere in piazza con un mestolo e un tegame”.
Peronista convinto, El Hueso ha rivelato che quando Perón morì, durante il Mondiale di Germania ’74, pensò seriamente di abbandonare il ritiro per tornare in Argentina e presenziare ai funerali. “Fu il líder máximo di tutti gli argentini. Non come quel figlio di puttana di Videla”.
Bandiera e banderuola
Ma Houseman è anche un personaggio ambiguo e controverso, tanto che molti adesso lo chiamano “il voltagabbana”. Colpa dell’alcol, secondo alcuni. Fino a 15 anni fa non faceva mistero di idolatrare Maradona e odiare Passarella. “Maradona? Il più grande di sempre”, diceva. “Solo Messi si avvicina a lui ma a Leo gli manca qualcosa per arrivare al suo livello”. Poi bastò che Maradona parlasse male di Riquelme perché cambiasse diametralmente pensiero: “Maradona è un ciccione infame che odia tutti. Ama solo se stesso. Dice che ci sono dei codici di comportamento che devono essere rispettati? È peggio degli sbirri. Che torni in Arabia a rubare soldi e non metta più piede qua”. E poi: “Messi è molto meglio di Maradona, ma anche Cruyff e Pelé lo sono”. Maradona gli rispose in un’intervista tv senza proferire parola ma facendo il segno della croce con l’indice e il medio della mano.
Di Daniel Passarella, capitano e leader incontrastato dell’Argentina ’78, ha collezionato le seguenti dichiarazioni: “Non capisce niente di calcio”, “È un coglione”, “Quando giocava era un personaggio disgustoso”, “Uno spacca-spogliatoio”, “Un bastardo”. “Quando ebbi bisogno mi voltò le spalle: gli chiesi un piccolo aiuto economico per seppellire mia madre e si rifiutò”. Solo pochi anni più tardi la riconciliazione: “Passarella? È il numero uno. Come persona e come un calciatore. Mi ero arrabbiato per quella storia del funerale di mia madre ma Daniel mi rispose così perché il suo River aveva appena perso in casa col Newell’s ed era comprensibilmente arrabbiato. Un giorno noi campioni del mondo del ’78 ci siamo ritrovati nel ristorante che Passarella aveva con Gallego. Mi si avvicinò per parlarmi e io nel dubbio avevo già afferrato il coltello. Ma si scusò subito”.
Ma facciamo un passo indietro, l’ultimo. Houseman conclude la sua carriera con la maglia dell’Excursionistas, la squadra che amava sin da bambino. In realtà la sua carriera El Hueso l’aveva chiusa da tempo. Appesantito e già alcolizzato, con i Villeros gioca appena 24 minuti. Un omaggio per niente dovuto e scontato data la sua militanza nel Defensores de Belgrano. I cui tifosi, infatti, non la prendono benissimo definendolo, così come si fa con quelli importanti, “persona non grata”.
Insomma, un po’ Best, un po’ Garrincha, un po’ Corbatta. Ma non certo un esempio di coerenza e fedeltà. In due parole, René Houseman.
Tito Sommartino
tratto dall’edizione cartacea di Senza Soste n.126 (maggio 2017)
domenica 14 gennaio 2018
PAOLO SOLLIER IL CENTROCAMPISTA COMUNISTA
Il mondo del calcio,vuoi per la grande spettacolarizzazione che soprattutto negli ultimi decenni ha reso i professionisti del futbol eletti a semidei,vuoi per la decisione che ognuno prende di volere o meno esternare il suo pensiero privato,è sempre stato un terreno sterile per il proselitismo politico,a parte poche eccezioni.
Una di queste è la storia di Paolo Sollier che ieri ha compiuto gli anni e per questo Contropiano ha dedicato al centrocampista valusino di Chiomonte che ha vissuto al Perugia gli anni migliori della propria carriera un articolo riportato sotto(paolo-sollier-scritto-un-calciatore-non-debba-idee ).
Uno che esternava agli altri il proprio essere comunista nonostante abbia trovato non pochi problemi per la sua militanza cominciata già quando era operaio alla Fiat a Mirafiori,in un periodo che come oggi quelli che la pensano come lui non sono visti di buon'occhio,figuriamoci nel mondo patinato e ora strapagato del calcio.
L'altro contributo(www.minutosettantotto.it/la-versione-di-raffaeli )è un intervista a Giancarlo Raffaeli,umbro e compagno di squadra e di idee,anche se meno estremiste,di Sollier ai tempo del Perugia,cui aggiungo pure questi altri due per avere più notizie su una persona prima di essere un calciatore,(www.minutosettantotto.it/spero-con-tutto-il-cuore-di-battere-la-squadra-di-mussolini e storiedicalcio paolo_sollier_il trequartista militante )nonché scrittore(suo il libro"Calcio e sputi e colpi di testa"del 1976).
Paolo Sollier: “Dov’è scritto che un calciatore non debba avere idee?”.
di Yuri Tancioni
Paolo Sollier nasce a Chiomonte il 13 gennaio 1948. Nasce in Val Susa, terra orgogliosamente antifascista custode delle lotte partigiane prima e della resistenza No Tav poi.
Sollier è figlio di operai e a 20 anni inizia a lavorare nello stabilimento Fiat a Mirafiori, Paolo lavora, milita in Avanguardia Operaia e gioca a calcio in Serie C.
Paolo Sollier diventerà un calciatore professionista nelle file del Perugia nel 1974, addio fabbrica, addio padrone Agnelli. Paolo Sollier è un calciatore di serie b, un buon centrocampista ma soprattutto un comunista militante, il primo calciatore italiano che fa apertamente politica, perchè è quello che vuole, quello che per lui rappresenta il giusto.
Paolo è un antidivo, rifiuta di firmare autografi, non vuole essere un feticcio, la sua firma d’autore è rappresentata dal saluto a pugno chiuso con cui si presenta ad ogni pubblico in ogni partita.
Paolo è comunista e questo è giusto per lui; anche se è il solo ad esporsi così tanto in un mondo già troppo patinato per i suoi gusti. Si fa nemiche gran parte delle tifoserie avversarie, ma fa quello che per lui è giusto, da comunista militante.
Paolo gioca e fa volare il Perugia dalla serie B alla massima serie nel 1975 per la prima volta nella storia la squadra umbra gioca in serie A. Questo non cambia di una virgola la militanza di Sollier, anzi lo spronerà soprattutto nel guidare la sua squadra contro la Juventus del padrone Agnelli, combattuto in fabbrica e poi sconfitto sul campo di calcio. Quello scudetto a fine stagione andrà al Torino, per la Juve fatale la sconfitta contro il Perugia di Paolo Sollier, centrocampista comunista.
Nel 1976 esce il suo libro “Calci e sputi e colpi di testa” che lo rende celebre in tutto il movimento italiano, vendendo in pochi mesi trentamila copie. Andatelo a cercare quel libro e scoprirete la vita e la carriera di un calciatore militante che ha sempre fatto quello che riteneva giusto, per la squadra, per il comunismo.
Buon compleanno Paolo Sollier, a pugno chiuso.
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La versione di Raffaeli.
Chiunque leggendo Calci e sputi e colpi di testa, dove Paolo Sollier parla dei suoi colleghi come arroccati a difesa dei loro interessi e menefreghisti per il resto, definendoli «sbandati socialmente e politicamente», rimane colpito dalle parole utilizzate per descrivere un suo compagno di squadra: «comunista, ma del Pci». Parliamo di Giancarlo Raffaeli, terzino umbro con il quale Sollier ha condiviso, oltre alle stagioni al Perugia e al Rimini, anche l’interesse per la politica.
I più curiosi avranno cercato informazioni sul suo conto, con la speranza di imbattersi nel classico calciatore di sinistra. Purtroppo, la curiosità rimane tale. Nessun libro, nessun articolo, nessun riferimento. Dunque, quando le fonti secondarie sono assenti si procede indagando su quelle primarie.
Partiamo dall’inizio. Come è stato giocare per la squadra della sua città (Foligno n.d.r.)?
È stato un po’ giocoforza, sono cresciuto calcisticamente nei vicoli di Foligno, poiché non c’erano strutture adeguate. C’erano solo il campo sportivo, qualche squadretta di quartiere e poi i vicoli; per questo ho cominciato nel settore giovanile del Foligno e poi, piano piano, sono entrato in prima squadra, iniziando la mia carriera da calciatore professionista. Facevamo la Serie D, che all’epoca era più competitiva di oggi perché in quel periodo c’erano solo la Serie A, B e C. Un campionato dove giocavano squadre storiche che ora sono nelle maggiori serie.
Durante questi anni il calcio era la sua unica occupazione o doveva lavorare per mantenersi?
In questi anni studiavo. Sono entrato in prima squadra quando avevo diciotto anni, dopo il diploma ho proseguito gli studi frequentando l’Isef. La mia carriera si è affermata a livello professionistico quando sono arrivato al Perugia.
La politica era presente nella sua vita prima che diventasse un calciatore professionista o è arrivata successivamente?
Non ho partecipato all’attività politica vera e propria, tuttavia ho partecipato a manifestazioni studentesche e scioperi vari. Partecipazione che rientrava nel mio essere di sinistra e comunista. Un po’ gli studi e un po’ il calcio hanno limitato la mia partecipazione alla vita politica del Paese.
Però rispetto alla media dei calciatori dell’epoca, ma anche di oggi, il fatto di partecipare a manifestazioni rappresentava una novità.
In linea generale sì, non ho mai incontrato tra i miei colleghi persone che si interessassero alla politica, era un po’ marginale, non era tra i pensieri primari dei calciatori. Non se ne parlava nemmeno, tranne in rare occasioni. Anche negli anni Settanta, dove ci sono stati dei forti sconvolgimenti sia interni che esterni, non si parlava di politica se non come fatto di cronaca. Ugualmente, negli anni a seguire, non ho riscontrato particolare interesse per la politica.
Come mai?
Non lo so, forse perché il calcio era un settore particolare oppure perché qualcuno aveva sì le sue idee, ma non erano prioritarie nell’attività che faceva. Magari restavano nella loro testa. Poche occasioni per poterne parlare o per poterle privilegiare, quindi non c’era questa abitudine di aprirsi politicamente.
La sua appartenenza politica le ha causato problemi a livello professionale?
Sì, ho avuto dei problemi nel periodo in cui militavo nel Perugia. Non dico dopo che ho conosciuto Sollier, come collega e come amico, però la mia appartenenza politica in quella direzione, come ho saputo a distanza di tempo, mi ha causato l’allontanamento al Rimini. La mia posizione politica non era vista ben volentieri. Parliamo sempre degli anni ’75-‘76 dove ancora c’era una certa antipatia per il comunista ed il partito comunista veniva visto come un nemico. C’erano delle perplessità, anche se a Perugia non ho mai fatto attività apertamente politica. Tuttavia, non avevo mai negato le mie origini.
I calciatori ai suoi tempi non avevano voce in capitolo nei trasferimenti.
Utilizzo un’espressione un po’ antipatica, i giocatori appartenevano alla società. Non era come oggi. Ora il calciatore è un libero professionista che apre e chiude contratti con varie società e una volta terminati rimane padrone di sé stesso.
Facciamo un passo indietro, come è stato il suo ritorno in Umbria al Perugia?
È stato bello, perché prima di tutto sono tornato vicino casa, anche se ad Imperia è stato il migliore anno a livello professionale e personale tra quelli che ho giocato, però rientrare nella mia regione in Serie B è stato un traguardo inaspettato. Un giocatore della quarta serie vedeva la cadetteria come un miraggio. Arrivare a Perugia fu una bella soddisfazione.
Che aria si respirava a Perugia in quel periodo?
A livello calcistico il Perugia vivacchiava in una posizione medio bassa, aveva dei problemi per fare il salto che abbiamo fatto due anni dopo. Una società che non riusciva ad emergere. Il primo anno abbiamo lottato fino all’ultima giornata per non retrocedere. Il secondo anno invece, inaspettatamente, c’è stato il salto di qualità: è stata rivoluzionata tutta la squadra, dell’anno prima rimanemmo in tre quattro giocatori, e arrivò il nuovo allenatore, Ilario Castagner. Cambiò la politica e l’assetto societario. La promozione è stata casuale a livello d’intendimenti, ma non a livello tecnico perché abbiamo dimostrato sul campo di meritare la vittoria del campionato.
Come è stato il rapporto con Sollier arrivato proprio quell’anno a Perugia?
Il rapporto con Sollier è stato ottimo, come lo è stato con tutti gli altri, poiché la vittoria di quel campionato è stata una vittoria del gruppo. C’era un grande affiatamento tra tutti i giocatori, con Sollier in particolar modo. Oltre al profilo professionale, c’era anche un sintonia politica, anche se lui era più impegnato politicamente di me, ma era presente questo ulteriore punto di contatto. C’erano però via via delle discussioni, ma anche punti di divergenza: lui era più estremista di me. Inoltre, mi tacciava di essere conformista.
Infatti, nel libro Calci e sputi e colpi di testa, Sollier la definisce come un “comunista da delega, delle cose che cambiano ma non troppo, della tradizione a tutti i costi”.
Ero un po’ più appiattito perché pensavo alle cose della vita normale: la fidanzata, il matrimonio, senza allargarmi un po’ a quelle che erano le problematiche del periodo. Ero un po’ più borghese secondo il suo punto di vista.
Guardando a ritroso, c’è del vero oppure è la classica dialettica tra militanti del Pci e quelli della sinistra extraparlamentare?
A livello di pensiero c’era una diversità, ma in questa diversità c’era una libertà di pensiero che veniva accettata da entrambe le parti. Io non potevo essere come lui, avevo una tradizione diversa: mio padre era operaio mio nonno pure, inoltre ero vissuto in una città di provincia, quasi un paesotto. Al contrario, Sollier era vissuto in un ambiente più grande come Torino, si era inserito in un meccanismo di lotta operaia e di problematiche sociali molto più profonde ed importanti delle mie, maturando una certa cultura politica, più profonda ed impegnativa rispetto alla mia. Questa diversità, malgrado fossimo entrambi di sinistra, fu dovuta anche alla questione di trovarsi in contesti diversi. La sua era una sinistra diversa, aveva un approccio più problematico.
La sua adesione al Pci si risolveva esclusivamente nel voto oppure aveva anche la tessera e partecipava attivamente alla vita del partito?
La tessera non l’ho mai avuta, neanche dopo che ho lasciato il calcio. Non partecipavo molto, anche perché lo studio e il calcio limitavano il tempo da dedicare alla politica, anche se questo non mi ha impedito di partecipare a manifestazioni, serrate a scuola e scioperi in ditte locali per la conquista di diritti, che all’epoca erano minori rispetto ad oggi. La mia partecipazione all’autunno caldo del ‘69 fu una partecipazione spontanea, poiché non ho mai seguito delle direttive di partito. Non ero strutturato e il mio impegno era limitato a livello informativo.
La nota foto con Sollier nella quale leggevate il Quotidiano dei lavoratori rappresenta una semplice istantanea oppure un esempio della vostra militanza politica?
Ho presente questa foto, ma non mi ricordo in che occasione venne scattata. Anche perché con Sollier finiti gli allenamenti o nei momenti di pausa stavamo spesso insieme in varie situazioni. Potrebbe anche essere casuale. Ma comunque riprende come vivevamo la quotidianità, leggendo pure un giornale insieme.
Calcio e politica. Qual è stato il loro rapporto nel corso degli anni Settanta? Qual è invece il rapporto che doveva avere a suo avviso?
Vivevo la politica come fosse stata una cosa normale, come espressione libera di certe ideologie, senza sospettare di essere visto in maniera negativa da parte del mio ambiente. Il calcio nell’ambito politico era fuori, era molto seguito in tutta Italia a livello di partecipazione – non essendoci tutti i media di oggi né tutti gli approfondimenti – quindi per vivere il calcio il cittadino andava allo stadio. Allo stadio erano presenti tutte le concezioni politiche. Il calcio non era visto come una cosa politicizzata, era visto come uno sport. È stato lasciato fuori dalla politica stretta tranne che da alcuni personaggi, tra i primi furono Sollier e Socrates che però vivevano in ambienti più pesanti e difficili.
Il calcio non era politicizzato. Questo secondo lei è stato un bene o un male? Il calcio per le sue dimensioni di sport che racchiudeva molta partecipazione popolare poteva essere uno strumento per veicolare messaggi?
Il calcio era solo fine a sé stesso. Sollier non usava il calcio per trasmettere certe sue posizioni politiche, esternava le sue idee perché nessuno gli diceva di non farlo, ma non utilizzava il calcio. Non credo che abbia usato il calcio per finalizzarlo alla politica.
Il calcio nella sua accezione politica può trasmettere valori importanti, anche perché il calcio spesso riflette le problematiche sociali e culturali di una società.
I calciatori oggi sono un po’ più impegnati ed hanno una maggiore notorietà, cercano di aprirsi a determinate problematiche, ma anche adesso non vedo politica nel senso stretto della parola. Vedo una partecipazione a problematiche mondiali e un impegno sociale maggiore rispetto a quello che poteva essere prima. Anche perché oggi i calciatori hanno vetrina migliore, attraverso le televisioni, le radio, i social network.
Cosa pensa del calcio moderno?
Troppo commerciale, in generale è un mezzo per gli sponsor e per le tivù. A livello tecnico è migliorato molto. Forse è molto più costoso di quello che poteva essere una volta, però il livello tecnico ed atletico è aumentato perché è diventato uno spettacolo che deve dare spettacolo. Anche se le partite sono un po’ più noiose di una volta, ma più spettacolari. Perché questo è ciò che richiede il pubblico e i media.
Come vede questa spettacolarizzazione del calcio?
Se positiva o negativa questo non lo so, però è in linea con i tempi. Le partite di una volta non sarebbero interessanti, era un gioco più lento, più ragionato. Anche gli stessi fuoriclasse di una volta oggi farebbero fatica perché il calcio è cambiato.
Questa spettacolarizzazione incide nel renderlo uno sport adatto ad affrontare determinate problematiche?
La valutazione dipende da cosa si vuole trasmettere. Se i valori sono buoni allora sarà positiva, al contrario sarà negativa. Si amplia la platea a cui questi messaggi e valori vengono recapitati.
Prima di alleggerire, quali sono i problemi del calcio italiano?
Secondo me la troppa presenza di stranieri o la troppa ricerca di comprare il giocatore già fatto da campionati esteri. Prima c’erano molti più vivai e possibilità per i giocatori italiani, ma non per una forma di nazionalismo. Questo aumenta sempre di più i costi per le società, poiché il valore di questi calciatori è alto, molto più alto di far crescere e maturare i giocatori del proprio vivaio. Le società preferiscono comprare all’estero il giocatore già fatto e pronto. In generale, i costi del calcio sono troppo disallineati con quelle che sono le problematiche sociali di oggi. Non si concepiscono certi ingaggi o certi costi con la situazione generale critica dei giorni nostri
Questo però è il frutto della spettacolarizzazione del calcio? Si aumenta quindi la distanza tra sport e persone?
Potrebbe essere anche questo. Prima c’era più vicinanza tra lo sportivo e il calciatore, adesso c’è molto più distacco. Una separazione netta.
Negli ultimi anni si è visto un aumento dei fallimenti delle società nelle serie minori, in particolare in Lega Pro, ma anche in serie B.
La tendenza di questo periodo è quella di una competizione al rialzo, non c’è la volontà di calmierare i costi, ma anzi di aumentarli e questo genera una spirale che porta a queste situazioni. A scalare questo trend a rialzo colpisce anche alla società minori, entità economiche diverse ma comunque costi di gestione che nel lungo periodo portano al fallimento oppure a condizioni insostenibili.
In questa lotta delle società al rialzo che possono portare, come abbiamo detto, al fallimento i tifosi, soprattutto nelle realtà più piccole e quindi più vicine al territorio, sono quelli che ne risentono maggiormente?
Certamente. Il tifoso è quel soggetto su cui ricade tutto. Tuttavia, il tifoso non è mai corresponsabile o complice. Il tifoso vorrebbe sempre di più senza però ragionare sulla sostenibilità delle sue richieste. Poi si trova in una situazione di sorpresa e disillusione, poiché non sta dietro ai bilanci o alle situazioni economiche, se ne accorge quando la società fa il botto, in situazioni in cui non si può tornare indietro.
Ritorniamo al discorso dei vivai: il fatto di comprare giocatori fatti o addirittura giovanissimi all’estero – ampliando il bacino dove pescare talenti – rompe il legame tra squadra e territorio?
Viene meno il rapporto affettivo, adesso il rapporto è sulla base dei risultati. Io sono attaccato alla società, a certi colori, solo se ho un ritorno a livello di risultati. Però in diversa maniera con il giocatore della città stessa o della regione si crea un feeling migliore e più duraturo. C’è maggiore affettività nei suoi confronti, ed è più solida. Effettivamente, oggi, manca questa affettività.
Quali sono i suoi calciatori preferiti?
Giocatori di classe che mi piace vederli a prescindere dal risultato e dalla squadra ce ne sono tanti. Sono un tifoso juventino dai tempi di Sivori, Charles, Martiradonna, Anzolin, per quel poco che faceva vedere la televisione pubblica. C’è qualche giocatore che preferisco vedere giocare, penso a Pogba, Higuain, Dybala, ma anche Nainggolan della Roma. Inoltre, sono affezionato sportivamente ai fuoriclasse del passato, Cabrini, Causio, Rivera, Riva, giocatori che ho avuto la fortuna di affrontare.
Cosa fa oggi?
Adesso sono in pensione. Dopo il calcio a livello professionistico ho giocato anche nei dilettanti stando qui in zona, perché il calcio a prescindere dalla categorie mi è sempre piaciuto, l’importante è che avessi un pallone ed un campo da calcio. Ho allenato in prima categoria. Poi sono entrato in una azienda di Foligno dove ho lavorato fino a novembre scorso. Non faccio il pensionato a tempo pieno, cerco di tenermi impegnato ed in forma.
Cosa ne pensa della politica italiana?
La politica oggi la seguo molto, è l’unica cosa che guardo in televisione anche perché ti offre talmente poco a livello di intrattenimento e di passatempo. Faccio fatica però a comprendere determinate dinamiche, poiché la politica è diventata una cosa molto complessa per come la hanno trasformata i politici di oggi. Certe cose le seguo, le vedo, però faccio fatica a capirle.
Il suo impegno politico prosegue anche oggi?
Sempre marginalmente e privatamente.
Che problemi vede, a parte la complessità, nella politica di oggi?
La struttura politica dei politici di oggi. Una volta c’era una scuola di formazione che dava sostanza e dopo anni di gavetta si diveniva politici. Adesso vengono fuori da un giorno all’altro, improvvisando. Ci sono rinnovamenti, ringiovanimenti, rottamazioni, però uno si trova a contatto con delle persone che non hanno le capacità per fare politica, perché, checché se ne dica, la politica deve vedere delle capacità indipendentemente dalla visione politica, destra, sinistra o centro. L’avversaria di una volta (la Democrazia cristiana n.d.r.) aveva delle persone che politicamente erano preparate, c’è una differenza di cultura politica. Oggi sono degli incapaci: si vede da come parlano, da come si esprimono e ogni volta si preparano ciò che devono dire, come una macchinetta. Non c’è elaborazione ed elasticità nel discorso, non sono spontanei ma programmati ed i risultati si vedono. Sono ormai trent’anni che si sono accavallate varie formazioni, ma siamo andati sempre su una china discendente.
È rimasto fedele alle sue visioni?
Sì, anche se adesso il contesto è cambiato, però nei principi e nei valori e nell’ideologia, che è diversa da quella ci poteva essere trent’anni fa, sono rimasto coerente, anche perché non ho avuto motivi per poterla cambiare; certamente l’ho un po’ limata ed adattata.
Intervista realizzata da Yuri Capoccia.
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