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mercoledì 6 aprile 2022

UNA GIUSTIZIA ROSICCHIATA

E' difficile pronunciare la parola giustizia dopo dodici anni di infamie e di accuse,di depistaggi riusciti ed altri svelati,di lotta strenua di una sorella e del suo avvocato,di carabinieri cattivi e criminali e di altri con una coscienza.
La storia di Stefano Cucchi,della sua vita,delle sue debolezze,del suo arresto e del suo assassinio è ormai nota e riassunta nel redazionale di Contropiano(giustizia-per-stefano-cucchi-dopo-dodici-anni e vedi anche un articolo dell'ottobre del 2009:madn ci-sara-la-verita?)che ci racconta la fine dell'iter giudiziario di una lentezza disarmante e che in pochi si possono permettere se non con la tenacia e l'aiuto di molti,che ha siglato tra le pene principali i dodici anni di carcere ai carabinieri Di Bernardo e D'Alessandro rei di omicidio preterintenzionale dopo avere massacrato di botte Cucchi sotto la loro custodia.
La foto di presentazione che vede Stefano Cucchi sorridente è affiancata da quelle di quattro rifiuti umani che hanno prestato servizio in politica che corrispondono ai nomi di Salvini,Tonelli,Giovanardi e La Russa,che hanno le mani insanguinate come quelle dei carabinieri condannati assieme a coloro che hanno gettando fango(sto tranquillo)a Cucchi e altre persone ammazzate dallo Stato e difeso senza se e senza ma i loro aguzzini.
Anche se rimangono ancora troppi lati oscuri e ci sono i vertici dell'arma che hanno tentato di gettare tutto lo sporco sotto al tappeto che ne sono usciti(speriamo momentaneamente)puliti,è tuttavia una sentenza definitiva che è una mosca bianca in un paese come l'Italia,prodiga ad usare violenza e tortura sia durante gli arresti che durante la carcerazione.

Giustizia per Stefano Cucchi, dopo dodici anni.

di Redazione Contropiano

La Cassazione ha condannato in via definitiva a 12 anni – un anno in meno rispetto alla sentenza di appello – i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale per il pestaggio e alla morte di Stefano Cucchi.

Per i due carabinieri condannati dovrebbero a questo punto aprirsi le porte del carcere. Per puro caso, le condanne sono della stessa dimensione del tempo passato a combattere i depistaggi che l’Arma dei Carabinieri – a diversi livelli – ha messo in atto, fino a costringere a ben dieci processi per arrivare infine a stabilire questa verità che appariva evidente fin dal primo momento.

Prima della sentenza, il procuratore generale della Cassazione, Tomaso Epidendio ha dichiarato che i carabinieri hanno “voluto infliggere a Cucchi una severa punizione corporale di straordinaria gravità, per il suo comportamento strafottente. Tutto qui è drammaticamente grave ma concettualmente semplice: senza i calci, gli schiaffi, le spinte, ci sarebbe stata la frattura della vertebra? La risposta è palesemente negativa”.

La ricostruzione dei fatti – che riprendiamo per semplicità da Wired – è, nella sua dinamica abbastanza semplice, ex post.

Stefano Cucchi, la sera del 15 ottobre 2009, veniva arrestato da una pattuglia di carabinieri per il possesso di circa 20 grammi di hashish, 2 grammi di cocaina e due pastiglie di ecstasy.

Prima di essere portato in caserma, il giovane deve condurre i carabinieri a casa dei suoi genitori, dove viveva, per la perquisizione dell’alloggio. L’operazione non porta a nulla, tranne alla constatazione da parte della coppia che loro figlio si trova in buone condizioni fisiche e di salute. Un dettaglio che si rivelerà fondamentale nei successivi 13 anni.

Quella notte, Stefano la passa in caserma, da dove viene allertato il 118 per verificare il suo stato di salute. In poche ore, insomma, le sue condizioni passano da “buone” a “critiche”, tanto da dover essere chiamata un’ambulanza (cosa che, in una caserma dei carabinieri, avviene solo in casi davvero estremi).

In base ai resoconti e ai verbali dei carabinieri, Cucchi avrebbe rifiutato la visita medica, cosa che appare comprensibile solo per chi conosce da vicino le dinamiche e i comportamenti “obbligati” della detenzione (“sono caduto per le scale”, si usa dire dopo aver subito un pestaggio).

Il giorno successivo, prima dell’udienza per la conferma dell’arresto, il ragazzo viene consegnato alla polizia penitenziaria. Gli agenti a quel punto pretendono che Stefano sia sottoposto a una visita medica, dalla quale emergono forti lesioni alla regione sacrale, cioè alle vertebre più basse della colonna, e alle gambe.

Di nuovo, i verbali sostengono che Stefano abbia rifiutato una controllo più accurato.

Appare chiaro, insomma, che i “secondini” – vendendolo in condizioni critiche – abbiamo voluto una certificazione sanitaria che escludesse fossero loro gli autori del pestaggio pestaggio. Un detenuto, in questa trafila, viene trattato come un “pacco”: ogni nuovo “lavorante” che lo prende in carico vuole che siano precisate le condizioni in cui gli arriva…

Durante l’udienza l’arresto viene convalidato, ma Stefano Cucchi, invece che in un ospedale, viene spostato nel carcere di Regina Coeli a Roma.

Segue subito l’ennesima visita medica e, questa volta, il dottore ne richiede l’immediato ricovero presso l’ospedale Fatebenefratelli. I verbali riferiscono che Stefano Cucchi avrebbe rifiutato il ricovero, venendo dimesso con la diagnosi di diverse fratture e numerosi ematomi.

Ufficialmente, i referti sostengono che la causa delle lesioni sarebbe stata una caduta dalle scale.

Passa un altro giorno e Stefano non può non andare in ospedale. Gli viene così imposto il ricovero, presso il reparto di “medicina protetta” del Pertini (in realtà una sezione specifica per detenuti).

Nonostante le sue condizioni precarie, l’amministrazione penitenziaria impedisce ogni visita alla famiglia Cucchi. Tre giorni dopo, alle 6 del mattino del 22 ottobre 2009, Stefano muore da solo, senza aver nemmeno potuto salutare i genitori e la sorella.

Il lunghissimo iter processuale non è però ancora arrivato al punto finale. O almeno non per tutti i carabinieri coinvolti nell’omicidio.

Ci sarà un processo di appello bis per il reato di falso nei confronti dei carabinieri Roberto Mandolini e per Francesco Tedesco, condannati in appello a 4 e a 2 anni e mezzo. Per questo reato però la prescrizione è ormai imminente, a maggio.

Tra pochi giorni, giovedì 7 aprile, è inoltre prevista la sentenza del processo sui presunti depistaggi dopo il decesso di Cucchi, che vede imputati otto carabinieri con diversi gradi – anche alti – accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia e per i quali il pm ha chiesto condanne che vanno da 1 anno e 1 mese fino a 7 anni.

Giustamente soddisfatte, dopo la sentenza definitiva della Cassazione, le dichiarazioni dei familiari e del loro avvocato, Fabio Anselmo, autentico protagonista di questa lunghissima battaglia giudiziaria.

“A questo punto possiamo mettere la parola fine su questa prima parte del processo sull’omicidio di Stefano. Possiamo dire che è stato ucciso di botte, che giustizia è stata fatta nei confronti di coloro che ce l’hanno portato via. Devo ringraziare tante persone, il mio pensiero in questo momento va ai miei genitori che di tutto questo si sono ammalati e non possono essere con noi, va ai miei avvocati Fabio Anselmo e Stefano Maccioni e un grande grazie al dottor Giovanni Musarò che ci ha portato fin qui”, ha detto Ilaria Cucchi dopo la sentenza.

“Finalmente è arrivata giustizia dopo tanti anni almeno nei confronti di chi ha picchiato Stefano causandone la morte“, ha aggiunto Rita Calore, madre di Stefano Cucchi, riportate dal suo legale Stefano Maccioni.

“Questi occhi hanno visto finalmente Giustizia. Stefano Cucchi è stato ucciso dai due carabinieri che lo arrestarono la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009. Questa sentenza la dedichiamo ai medici legali Arbarello e Cattaneo che parlarono di caduta probabilmente accidentale e di lesioni lievi. Ora i responsabili dell’omicidio di Stefano saranno incarcerati”.

Così in un post su Facebook l’avvocato Fabio Anselmo, legale di Ilaria Cucchi, dopo la sentenza.

Ma non è finita, dicevamo. I carabinieri – tra cui alcuni alti ufficiali – responsabili dei depistaggi devono subire anche loro, se non altro per la semplice logica degli eventi, una condanna proporzionata.

lunedì 7 settembre 2020

MICHAEL FOREST REINOEHL

Gli agenti della US Marshall sono praticamente andati a colpo sicuro quando sono andati a braccare Michael Reinoehl,che uccise a Portland un manifestante dei razzisti Patriot Prayer,molto vicini al presidente Trump ed al mondo degli integralisti cattolici che poi sono quelli dell'estrema destra sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo"cristiano".
Reinoehl aveva il bersaglio addosso da quando per legittima difesa aveva sparato a Aaron Danielson quella sera dove gli occupanti di circa seicento veicoli della setta estremista bianca stavano per colpire i manifestanti antifascisti e del black lives matter pronti a farne fuori una certa quantità,ed il prode ex snowboarder professionista era stato richiamato in quanto membro del servizio di sicurezza dei cortei e convinto antifascista e antirazzista da anni.
Negli articoli proposti(infoaut.org/conflitti-globali e contropiano portland-intervista-michael-reinoehl-antifa-ucciso-polizia )sono proposte le parole dello stesso Reinoehl che si era reso irreperibile in quanto minacciato dai razzisti del Patriot Prayer e dalla polizia che lo voleva morto,e cosa di meglio da parte di questi ultimi con un settore speciale che lo hanno individuato e che hanno detto di averlo visto armato e quindi ammazzato senza pietà?
Tutto questo fomentare di episodi di violenza ed esecuzioni sommarie partono da lontano e come detto nell'ultimo post(madn sempre-piu-morti-nelle-strade-usa )che parla dell'argomento dell'accanimento poliziesco nei confronti degli afroamericani e di chi è loro simpatizzante e difensore ormai è legittima anche l'autodifesa verso la polizia e i razzisti neonazisti,proseguendo di fatto il cammino verso una guerra civile.

Usa: attivista sospettato di aver sparato al Patriot Prayer è stato ucciso dalla polizia.

Michael Reinoehl è stato ucciso ieri dagli agenti federali. L'uomo era sospettato di aver sparato all'estremista di destra Aaron J. Danielson dei Patriot Prayer sabato notte. I Patriot Prayer sono un gruppo di estrema destra di base a Portland la cui principale attività è stata quella di provocare e attaccare le manifestazioni antifasciste e contro il razzismo strutturale.

La sparatoria è avvenuta dopo un crescendo di tensioni che si sono gradualmente intensificate per tutta la notte di sabato mentre una carovana di auto pro-Trump si spostava lentamente attraverso la città.

I video pubblicati online mostrano persone su auto e suv adornati di bandiere che attraversano gruppi di manifestanti antifascisti e BLM cercando di investirli, aggredivano il corteo con utilizzo di pistole paintball verso la folla e usano spray al pepe. Molti di loro invece brandivano armi da fuoco.

Reinoehl, 48 anni, con due figli ed ex snowboarder professionista, aveva aderito da tempo alle proteste contro gli abusi di polizia e il razzismo strutturale negli Stati Uniti, partecipando alla sicurezza nelle manifestazioni. Aveva denunciato in passato la violenza della polizia nei confronti dei manifestanti e le provocazioni dei suprematisti bianchi che più volte hanno attaccato le proteste.

L'uomo si trovava a Lacey, nello Stato di Washington, dove è stato ucciso dai federali, per partecipare ad un'intervista con Vice News su quanto accaduto quella notte a Portland. Durante l'intervista Reinoehl ha implicitamente ammesso di aver sparato, ma ha sottolineato che si è trattato di un atto di autodifesa: "Sai, molti avvocati suggeriscono che non dovrei nemmeno dire nulla, ma sento che è importante che il mondo sappia almeno un po' di ciò che sta realmente accadendo, perché è stata fatta un sacco di propaganda". "Non avevo scelta. Voglio dire, io, avevo una scelta. Avrei potuto sedermi lì e guardarli uccidere un mio amico di colore. Ma non l'avrei permesso".

"Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso." continua Reinoehl nell'intervista. "Non ero nemmeno a conoscenza di cosa stesse succedendo. Ero fuori con mio figlio, stavamo guidando attraverso la città e ci è capitato di vedere centinaia di furgoni con delle bandiere e così ho informato i miei amici di quello che avevo visto e una volta finito quello che stavo facendo con mio figlio sono tornato a casa. Poi ha ricevuto una telefonata che diceva che avrebbe potuto essere una buona idea andare lì e che la sicurezza poteva essere necessaria.

Non sapendo cosa ciò avrebbe comportato.

Non avevo idea di quale fosse la situazione in cui stavo andando. Un tempo amavo davvero questo paese e rispettavo la bandiera e tutto ciò che rappresentava, ma a causa di tutto questo ogni volta che vedo un grosso camion specialmente con la bandiera, penso immediatamente che sono fuori a prendermi. C'erano 600 veicoli. Chissà che molti stessero solo passando per il centro ma come ho detto quando mi sono presentato ho visto un numero maggiore dei loro veicoli rispetto a quelli dei veri cittadini. Sembrava l'inizio di una guerra. Era un libera tutti e la polizia lo stava permettendo.

"Ho capito cosa era successo, ero sicuro di non aver colpito nessuno innocente. […] Stanno cercando di farci sembrare tutti terroristi e stanno cercando di farmi sembrare un assassino. Ho notato che continuano a dire che non è chiaro che ciò se è successo sia collegato alle proteste. È una bugia, loro sanno che lo è.

 Per non parlare del fatto che dicono di non sapere chi fosse. È una bugia. In un'ora su facebook e twitter, tutti che hanno la mia faccia e il mio nome etichettati come il tiratore. Vogliono dipingere un quadro in cui antifa ha un grande coinvolgimento. Molte persone non capiscono cosa rappresenti l'antifa e se guardi alla sua definizione di base è solo antifascista e io sono antifascista al 100%. Non sono un membro dell'antifa, non sono un membro di niente. Onestamente, odio dirlo, ma vedo una guerra civile dietro l'angolo."

Gli US Marshal hanno giustificato l’omicidio di Reinoehl dichiarando che una task force stava tentando di arrestarlo nello stato di Washington, ricercato con l'accusa di omicidio dal tribunale della contea di Multnomah, dichiarando poi: "I rapporti iniziali indicano che il sospetto ha estratto un'arma da fuoco, minacciando la vita degli agenti delle forze dell'ordine. I membri della task force hanno risposto alla minaccia e hanno colpito il sospetto che è stato dichiarato morto sulla scena", mentre nessuno dei membri della task force è rimasto ferito. La dinamica dell'omicidio di Reinoehl però per il momento non è confermata da altre fonti, e appare piuttosto particolare, visto anche quanto l'attivista ha dichiarato nell'intervista. Che si sia trattato di una trappola o di una esecuzione in piena regola? Per il momento è difficile fare ipotesi.

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Portland. L’intervista a Michael Forest Reinoehl, antifa ucciso dalla polizia.

di  Redazione Contropiano  

“Avrei potuto rimanere lì a vederli uccidere un mio amico di colore. Ma non l’ho fatto.”

Da quando un membro del gruppo di estrema destra Patriot Prayer è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante una manifestazione a Portland, lo scorso 29 agosto, le indagini della polizia si sono focalizzate su Michael Forest Reinoehl, 48enne veterano dell’esercito e padre di due figli che ha agito per quella che egli stesso definisce “sicurezza” durante la protesta di Black Lives Matter.

Il Wall Street Journal riporta che Reinoehl era nel mirino di Aaron “Jay” Danielson, che faceva parte di una grossa carovana pro-Trump (600 macchine) partita da Clackamas quello stesso giorno. In una conversazione rilasciata a VICE News con il giornalista freelance Donovan Farley, Reinoehl dichiara che aveva intuito che lui ed un suo amico nero stavano per essere pugnalati, e che aveva agito per legittima difesa.

Poco dopo che VICE News ha riportato questa conversazione, Reinoehl è stato ucciso in una colluttazione con degli agenti, quando una task force federale che ricerca fuggitivi aveva tentato di arrestarlo, secondo quanto riporta il New York Times.

“Sai, un sacco di avvocati dicono che non dovrei proprio dire nulla di nulla, ma io penso che sia importante far sapere al mondo cosa sta succedendo”, dice Reinoehl a VICE news. “Non avevo altra scelta, cioè, sì, ce l’avevo: avrei potuto rimanere lì a vederli uccidere un mio amico di colore. Ma non l’ho fatto.”

Portland è stato un punto focale per le proteste dalle elezioni del 2016, ma dall’uccisione di George Floyd a maggio, le manifestazioni sono diventate più caotiche ed estremamente più violente, Ad agosto, un simpatizzante dell’estrema destra è stato arrestato per aver sparato su una folla di manifestanti di Black Lives Matter. Alan Swinney, membro del gruppo filo-Trump Proud Boys, ha tirato fuori una pistola e l’ha mostrata ad alcuni manifestanti; un gruppo di militanti della sinistra radicale è stato ripreso in un video mentre tiravano fuori un uomo dal proprio SUV e l’hanno picchiato.

L’uccisione di Danielson è il primo “omicidio” attribuito a proteste antifasciste da anni. Accade una settimana dopo che Kyle Rittenhouse, 17enne simpatizzante di Trump, ha sparato a tre manifestanti a Kenosha, nel Wisconsin, uccidendone 2. L’avvocato di Rittenhouse dice che il suo assistito ha agito per legittima difesa.

Reinoehl è stata una presenza notturna costante ai presidi di Black Lives Matter di Portland. Ad inizio luglio, è stato arrestato per aver portato una pistola ad una protesta. Il WSJ riporta che il caso rimane aperto. Sempre a luglio, rimane ferito al braccio dopo aver cercato di sequestrare una pistola a un manifestante di estrema destra durante una colluttazione.

Reinoehl dice di essersi accorto della parata pro-Trump dopo aver visto “numerosi Suv con delle bandiere” mentre girava a Portland in macchina assieme al figlio adolescente. “Ho aggiornato i miei amici su quel che avevo visto, ho finito di fare quel che dovevo fare con mio figlio, sono tornato a casa e ho ricevuto una telefonata che mi diceva di passare da quelle parti” dice. “Era necessario prendere delle misure di sicurezza, anche se non sapevo bene cosa volesse dire. Non avevo idea in cosa mi stessi andando a ficcare.”

“Vedo tutti questi veicoli, gente dietro i SUV che urlava mentre fa svolazzare mazze e bastoni in direzione dei manifestanti che a loro volta urlavano contro di loro”, dice Reinoehl.

Alle 20:45 Reinoehl racconta di essere andato in soccorso di un suo amico circondato da SUV carichi di militanti pro-Trump armati. “Ho visto una persona che è un mio caro amico del movimento che si confrontava praticamente da solo con questi veicoli” dice Reinoehl a Farley “e quindi gli ho fatto sapere che ero a sua disposizione, ho parcheggiato la mia auto e l’ho raggiunto, e mi sono ritrovato all’intersezione davanti al food truck, dove c’erano alcune macchine e furgoncini con persone armate.”

Reinoehl sottolinea che le persone che partecipavano alla carovanata pro-Trump erano armate pesantemente e non avevano “pistole da paintball” (quelle che sparano palline di gelatina colorata ndT), come sottolinea la stampa.

Si è ritrovato in un confronto dove un uomo lo minacciava ed un altro aveva un coltello in mano “Avrebbe potuto colpirmi o pugnalarmi”.

I video dei passanti mostrano poi un uomo che assomiglia a Reinoehl, con lo stesso tatuaggio sul collo, sparare due colpi contro Danielson e poi andarsene. “Mi volevo assicurare di non ferire nessuna persona innocente e poi andarmene.” dice.

Dopo la sparatoria, Reinoehl si è dato alla macchia, trasferendosi con i figli in un posto sicuro, dopo che colpi d’arma da fuoco sono stati sparati alla sua casa, a qualche ora di distanza dall’incidente. “Mi stanno dando la caccia” Dice Reinoehl. “C’è un post in cui si dice che i cervi quest’anno dovranno sentirsi fortunati, perché ora la stagione è aperta per Michael Reinoehl”.

Non si è autodenunciato, sapendo che i militanti dell’estrema destra avrebbero collaborato apertamente con la polizia, la quale non avrebbe protetto lui e i suoi familiari.

Dice che al momento dello scontro e della sparatoria, non c’era polizia ad aiutare. “Non c’era sicuramente nessuno in vista, nessun agente, nessuno che potesse intervenire. Era un tutti contro tutti. E la polizia lasciava che accadesse”, dice.

Due settimane dopo, conferma di non avere ripensamenti su quel che ha fatto: “Se c’è la vita di qualcuno che mi è caro in pericolo ed ho i mezzi per intervenire…penso che qualunque altro essere umano farebbe lo stesso,” ammette.

Reinoehl dice di aver parlato con degli avvocati i quali sostengono che “ci sono delle prove per confermare il fatto che abbia agito per legittima difesa perché c’è un’ovvia minaccia alla mia vita”.

Giovedì, il sindaco di Portland Ted Wheeler ha dichiarato che gli accertamenti sull’incidente sono ancora in alto mare: “Non abbiamo ancora tutti i fatti. Non siamo ancora riusciti a parlare con tutti i testimoni. Non siamo ancora riusciti a elaborare tutti i video provenienti dai negozi in loco”, dice a KOIN 6 News.

“Penso che stiano provando a darmi altre incriminazioni. Troveranno altri modi per tenermi dentro”, ci risponde Reinoehl quando gli viene chiesto perché non ha raccontato questa storia alla polizia. “Onestamente, mi dispiace, ma mi pare ci sia una guerra civile dietro all’angolo”, sostiene “Quello sparo sembrava l’inizio di una guerra.”

Da Vice News

Traduzione a cura di Tiziano di Giuseppe

venerdì 28 agosto 2020

LA NBA FERMA PER LA VIOLENZA POLIZIESCA CONTRO GLI AFROAMERICANI

Per fermare l'NBA in Usa anche se per solo una giornata per protestare contro la violenza poliziesca contro gli afroamericani vuol dire che la misura è pienamente colma e che quello accaduto nella bolla di Disney World a Orlando per i playoff,cioè meglio dire non accaduto perché non si è scesi in campo,è un evento storico e difficilmente quantificabile e paragonabile con altri sport e nazioni.
Perché il basket negli Usa è come il calcio nei paesi latinoamericani,una religione,alla stregua del baseball e del football americano,ma l'NBA è diffusa a differenza delle altre due competizioni a livello planetario con tifosi e un giro di miliardi pari a ben pochi altri eventi sportivi.
Nei due articoli proposti(infoaut di-nba-guerra-civile-e-cose-per-niente-scontate e contropiano stati-uniti-si-ferma-anche-lo-sport-contro-le-brutalita-della-polizia )le proteste partire col match non disputato l'altre sera tra i Milwaukee Bucks e gli Orlando Magic,subito seguiti dagli altri incontri in programma per quella giornata,una decisione ferma di tutti i giocatori che fanno del black lives matter ormai un mantra per richiamare attenzione,rispetto e giustizia dopo quello avvenuto a George Floyd a maggio(vedi:madn lorrore )e negli scorsi giorni a Kenosha nello Wisconsin ai danni di Jacob Black che è stato gravemente ferito con sette colpi alle spalle da un poliziotto con tanto di video a testimonianza(vedi:infoaut kenosha-la-rabbia-esplode-dopo-la-violenza-della-polizia )con due manifestanti ammazzati da un minorenne negli scontri successivi,ma questa è una storia da approfondire in seguito.

Di NBA, guerra civile e cose per niente scontate.

Probabilmente ci vorrà ancora un po' di tempo per comprendere pienamente la portata storica degli eventi che, partendo dalla “bolla” di Disney World in cui si stanno disputando i play-off di NBA, hanno avuta una ricaduta a cascata su tutto lo sport statunitense, ma è indubbio che quanto sta accadendo sia destinato a segnare uno spartiacque non solo nel mondo agonistico, ma anche all’interno della società statunitense e di tutti i suoi molteplici osservatori sparsi in ogni angolo del globo, con buona pace dei nostri quotidiani sportivi nazionali che ormai sembrano propendere per una linea editoriale a metà strada tra il gossip e il fantamercato.

Infatti, dopo il “forfait” improvviso dei Milwaukee Bucks della scorsa notte, a cui si sono immediatamente associati i loro avversari, gli Orlando Magic, ci sono state importanti prese di posizione: Houston, OKC, Portland e le squadre di Los Angeles hanno deciso di non scendere in campo, anche nella lega femminile di basket, la WNBA, dove c’è stata una significativa protesta partita dalle Washington Mystic che poco prima del loro match hanno deciso di disertare il parquet, così come nel tennis, che dopo le dichiarazioni della giocatrice Naomi Osaka che aveva manifestato la volontà di non scendere in campo ha optato per la sospensione della giornata al Western and Southern Open, e anche le massime leghe di calcio e baseball che hanno deciso di rinviare i loro incontri previsti in queste giornate.

La dimostrazione del fatto che non si tratta di un fuoco di paglia, o “dell’ennesimo capriccio di atleti viziati e strapagati distanti dal popolo”, come pure hanno sostenuto a ogni latitudine tutti quelli affetti da una grave forma di miopia sociopolitica, che devono aver preso troppo alla lettera il concetto di “minoranza” e appiattito le proprie posizioni su quelle prettamente WASP, più attente al dito delle proteste che non alla luna da esso indicato, ovvero i motivi che le hanno scatenate – perché a voler mischiare e confondere un sempre meno latente razzismo con l’insensibilità o comunque con la famosa pretesa che lo sport e i suoi interpreti restino fuori dalle contese sociali, è un attimo – è quanto avvenuto, sempre nella bolla, dopo la protesta di Bucks e Magic.

Infatti, c’è stata una riunione di oltre tre ore tra tutti i giocatori presenti nella “bolla” per capire e decidere collettivamente se e come proseguire questa protesta: i Lakers e i Clippers, le due squadre di Los Angeles, tra le principali pretendenti all’anello, su iniziativa di LeBron James, avrebbero proposto di chiudere la stagione senza proseguire i play-off, proposta che al momento non è stata accolta positivamente dalle altre franchigie a dimostrazione di quanto tutto sia in divenire e senza finali scontati. Quello che è sicuro è che la giornata di ieri è destinata a entrare nella storia, per la dimostrazione che nonostante si tratti di uno dei business più grandi del mondo, com’è per l’appunto l’indotto economico che ruota intorno all’NBA, la volontà e la coscienza sociale degli atleti, a maggior ragione in un contesto non molto distante da quello di una guerra civile a bassa intensità com’è quello che si respira quotidianamente negli States, può superare ogni ragione economica e ogni rassicurante comfort-zone mentale.

Certo, qualora la protesta dovesse rientrare senza colpo ferire, questa rappresenterebbe una nuova freccia nell’arco dei propugnatori dello status quo e dell’ordine pubblico che avrebbero gioco facile nel gridare “alla farsa!”, a partire dal presidente Trump, che nonostante i suoi goffi tentativi di restare in sella è stato ormai scavalcato dalla portata dello scontro che pure ha contribuito a esacerbare. Allo stesso tempo, nessuno ha l’ingenuità di affermare che dopo questa protesta le violenze nelle strade statunitensi si fermeranno e la polizia finirà di sparare e uccidere cittadini disarmati, ma d’altro canto non è né il ruolo, né il mestiere degli atleti che avrebbero dovuto limitarsi a scendere in campo, ma che per un sussulto di dignità non l’hanno fatto mettendo seriamente in discussione le regole dello show business dimostrando che non tutto può piegarsi alle esigenze dell’audience e che anche in un’epoca di piena e servile adorazione del Dio denaro, in certi casi si possono offrire degli esempi di dignità e coerenza al pubblico e alle giovani generazioni.

Giuseppe Ranieri

Da Sport PopolareSport Popolare

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Stati Uniti. Si ferma anche lo sport contro le brutalità della polizia.

di  Rino Condemi  

Anche lo sport professionistico negli USA è entrato in campo, ma questa volta contro le uccisioni degli afroamericani da parte della polizia. Dopo l’ennesimo episodio di brutalità in divisa contro Jacob Blake (rimasto paralizzato dopo che gli agenti gli hanno sparato diversi colpi alle spalle), i giocatori del Milwaukee Bucks hanno boicottato la loro partita della Nba, seguiti a ruota da altre squadre di baseball, football e tennis. Un fatto accaduto molto raramente prima. 

In poche ore la protesta lanciata dai giocatori del Milwaukee, ha costretto l’NBA a rinviare altri due incontri in programma sempre ieri.

“Chiediamo giustizia per Jacob Blake e chiediamo che i poliziotti siano ritenuti responsabili”, ha detto George Hill dei Milwaukee Bucks, che ha letto da una dichiarazione preparata a nome dei suoi compagni di squadra. Quando poliziotto bianco di Minneapolis si è inginocchiato sul collo di George Floyd, asfissiandolo di fronte a testimoni in pieno giorno, Hill si è lamentato del fatto che il suo talento per il basket possa essere stato l’unica cosa a salvarlo da un destino simile. “Perché ciò avvenga”, ha continuato Hill con la dichiarazione del team, “è imperativo che la legislatura dello stato del Wisconsin si riunisca di nuovo dopo mesi di inattività e adotti misure significative per affrontare la responsabilità della polizia, la brutalità e la riforma della giustizia penale”

Accanto a Hill c’era Sterling Brown, anche lui vittima della stessa brutalità poliziesca. Nel 2018, un gruppo di agenti di polizia di Milwaukee lo aggredì con il taser perché aveva parcheggiato in doppia in un parcheggio e un poliziotto lo immobilizzò mettendogli un ginocchio sul collo. L’incidente divenne una fonte di imbarazzo pubblico per i funzionari della città, ma solo perché Brown, lui stesso figlio di un agente di polizia, era una stella nascente del basket. Un contratto con i Bucks era l’unica cosa che separava Brown da qualsiasi altro uomo di colore con una felpa con cappuccio. L’ufficio del procuratore della città aveva offerto a Brown 400.000 dollari nel tentativo di chiudere la causa civile intentata. Brown ha rifiutato e qui soldi si sono aggiunti ai circa 40 milioni di fondi pubblici che gli atti di brutalità della polizia sono costati all’amministrazione di Milwaukee dal 1958.

Dal basket la protesta si è estesa ad altre discipline, a partire dal baseball con i Brewers – di Milwaukee – che si sono rifiutati di scendere in campo contro il Cincinnati. Altre due partite di baseball (Mlb) sono state quindi rinviate. Lo stesso nel campionato di football nordamericano (Mls), dove cinque delle sei partite in programma sono state boicottate dai giocatori.

Infine dopo che la tennista giapponese Naomi Osaka ha deciso di non disputare la sua semifinale del torneo di Cincinnati, spostato però a New York, gli organizzatori dell’evento hanno deciso a loro volta di posticipare le partite in programma oggi a domani. “Il tennis prende posizione collettivamente contro la disuguaglianza razziale e l’ingiustizia sociale che è stata nuovamente portata alla ribalta negli Stati Uniti. La Federazione americana di tennis (Usta), i circuiti Atp e il Wta hanno deciso di riconoscere questo momento interrompendo il gioco”.

venerdì 29 maggio 2020

L'ORRORE


George Floyd Murder: Twitter Left 'Disgusted' as Video of 3 Cops ...
L'odio e il delirio di onnipotenza,il razzismo e il disprezzo per la vita umana sono gli ingredienti di quello,che grazie ad un video che mi ha lasciato un forte dolore interiore più che la rabbia e visto da milioni di persone,accaduto con l'assassino Derek Chauvin della polizia di Minneapolis che ha ucciso lentamente e con un distacco incredibile George Floyd,letteralmente con le mani in tasca,ci si poteva aspettare che fischiettasse qualcosa mentre quei secondi e quei minuti passavano uccidendo l'ennesimo afroamericano negli Usa con una naturalezza che ci s'immagina che lo abbia fatto tutti i giorni della sua triste ed infame esistenza.
Nonostante le suppliche della stessa vittima,fermata per un presunto reato di poca gravità ma non è questa l'argomentazione in questione,e l'intervento e le richieste di fermarsi da parte di numerosi passanti con le minacce dell'assassino del suo complice in divisa di allontanarsi o disperdersi,facile che abbiano potuto sparare o usare il taser contro di loro,poco a poco siamo stati spettatori di una vita che se ne va.
Il primo articolo parla del problema razzismo negli Stati Uniti dove essere nero è già di per se un pericolo,non che da noi sia meglio anche se episodi di violenza a sfondo razziale stanno purtroppo aumentando,e delle violenza poliziesca contro gli afroamericani che è diffusa in tutto il mondo,vedi il G8 di Genova e la morte di Federico Aldrovandi come i casi più eclatanti(www.bergamonews.it i-cant-breathe-le-ultime-parole-di-george-floyd-vittima-della-polizia-a-minneapolis ).
Nel secondo oltre alla cronaca,qui in un certo modo superflua in quando il video,che si può facilmente trovare in rete,parla più di qualunque commento.c'è la questione delle vittime e delle proteste che sfociano in disordini,in questo caso non solamente a Minneapolis ma in tutti gli Stati Uniti,dove persone di ogni colore si sono unite a manifestare nel nome della giustizia(left george-floyd-colpevole-di-esser-nato-negli-stati-uniti e vedi anche:madn ferguson-come-ferrararomafirenzemilano ).
A proposito,la pattuglia in questione non si sa bene se sia stata sospesa oppure licenziata,sta di fatto che nessun componente sia in galera e che si speri che la giustizia del popolo abbia il suo corso:certe bestie non meritano di respirare.

“I can’t breathe”: le ultime parole di George Floyd, vittima della polizia a Minneapolis

“Essere un nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte” ha dichiarato il sindaco della città, Jacob Frey, eppure perché ancora oggi il colore della pelle diventa una condanna?

di Camilla Amendola
Mentre SkyCinema aggiunge un canale intitolato “NoAlRazzismo” a questa macabra lista di nomi siamo costretti ad aggiungere quello di George Floyd.

Sono solo alcuni dei ragazzi afroamericani freddati ingiustamente dalla polizia americana. Non è importante giudicare i ragazzi che sono morti, perché se la domanda è se qualcuno di questi ragazzi e uomini si era macchiato di qualche reato, allora la risposta è sì, qualcuno aveva commesso qualche reato. Ora che lo sappiamo, però è doveroso sapere anche che non è importante quali eventuali crimine avessero commesso, ma ribadire, ancora una volta, che qualsiasi ragazzo, ragazza, donna e uomo, se colpevole di un qualsiasi reato deve subire un regolare processo e non morire sul ciglio di una strada sotto il ginocchio di un poliziotto.

Si parla di razzismo e non c’è possibilità alcuna di addolcire questa parola con dei sinonimi o degli appellativi più gentili; un uomo che per sette minuti, quattrocentoventi secondi, resta genuflesso sul collo di una persona che lo sta implorando di non ucciderlo e non riesce a respirare è un assassino.

Il video della morte di questo ragazzo è virale, come è stato virale “130 Martin Garrix si vola” e altre centinaia di stupidi contenuti condivisi per farsi una risata.

Davanti agli occhi freddi e all’espressione fiera di quel poliziotto – quasi fosse un cacciatore che ha appena catturato un cinghiale e non ammazzato un uomo – non c’è da ridere. C’è da riflettere, da piangere, da condannare.

Stephen Jackson, ex cestista professionista nella NBA era amico di infanzia di Floyd e non tarda ad arrivare un suo grido di dolore anche dai social. “Love to all who have love for all” così il cestista chiude il decimo dei dodici post dedicati al suo “twin”, così Jackson e Floyd si chiamavano reciprocamente.

Nonostante in Minnesota il Covid stia mietendo vittime, come nel resto degli USA, le persone sono scese in piazza indipendentemente dall’etnia e dal colore della pelle e hanno protestato contro un sistema che in questa occasione si è dimostrato di nuovo fermo a decenni fa, quando gli afroamericani non avevano diritti. Le persone chiedono giustizia e non vogliono più vedere del sangue sulle strade delle loro città.

Questa vicenda ha scosso il mondo, di nuovo. E ha avuto una magnitudo più forte del peggior terremoto.

Questa storia fa portare alla luce un quesito vecchio come il mondo: quali sono le condizioni che permettono di trovare un punto di incontro tra cultura bianca e cultura nera senza che le strade si facciano teatro di simili atrocità?

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George Floyd, colpevole di esser nato negli Stati Uniti.

di Alessia Gasparini
In diversi angoli degli Stati Uniti la polizia fa ancora fatica a uscire dal Diciannovesimo secolo. Ma è da segnalare anche la timida indignazione dei politici “che contano”

«Essere nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte» ha detto il sindaco democratico di Minneapolis, Jacob Frey, commentando l’assurda, razzista uccisione di George Floyd. L’agghiacciante video in cui il quarantaseienne afroamericano viene soffocato a morte da un poliziotto ha fatto il giro del mondo. Mentre le strade di Minneapolis vengono invase da rappresentanti di tutti i movimenti per i diritti civili, primo tra tutti Black Lives Matter, è impossibile non chiedersi: come si può, nel 2020, essere uccisi perché si ha la pelle di un colore diverso da quello del proprio assassino?

Purtroppo non è la prima volta che un afroamericano inoffensivo viene ucciso durante un’operazione di polizia o condannato per qualcosa che non ha commesso. Nel caso di Floyd, prima la polizia ha dichiarato che la scelta di fermare il Suv di George e di arrestarlo era stata dettata dal fatto che lui stesse guidando in condizioni alterate. Più tardi, la versione è stata cambiata: la polizia sarebbe stata chiamata da un negoziante che accusava Floyd di aver pagato con un assegno falso.
L’unica motivazione plausibile, però, sembra essere l’odio e il disprezzo per la vita umana. Le immagini del poliziotto Derek Chauvin (secondo la cronaca locale già coinvolto in passato in episodi di violenza) che preme il ginocchio sulla gola di Floyd con le mani in tasca, sordo a qualsiasi implorazione di George o dei passanti, sono preziose perché ci permettono di indignarci e riflettere sulla condizione in cui vivono gli afroamericani negli Stati Uniti d’America. Il movimento Black Lives Matter dal 2013 lotta proprio contro l’annullamento che spesso circonda la morte di una persona di colore e contro lo strapotere di cui gode la polizia.

Il Minneapolis police department ha provveduto a licenziare gli agenti coinvolti nella morte di Floyd. Il problema dell’abuso di potere dei poliziotti nordamericani ha una spiegazione legale che richiede però una lettura più profonda. La polizia è gestita a livello statale, non federale: ciò significa che molto spesso gli agenti sono membri di spicco di piccole comunità, un po’ sceriffi del far west, un po’ guida morale del luogo. Il fatto che Minneapolis sia la capitale del Minnesota cambia poco, probabilmente, nella mentalità di chi decide di far rispettare la “sua” legge mascherandola da giustizia. Questo, ovviamente, non è vero per ogni poliziotto d’America, ma c’è una percentuale che vede nella divisa un’armatura da paladino dei veri diritti dietro alla quale nascondere soprusi di vario genere.

Nel 2014 era toccato a Eric Garner, morto nello stesso modo di Floyd durante un fermo avvenuto a Staten Island, New York. Negli anni, la cronaca si è fusa con l’arte cinematografica o letteraria, favorendo il moltiplicarsi di rappresentazioni che servono a ricordare e a far riflettere su cosa si rischia semplicemente avendo la pelle scura. È il caso del film del 2019 Il diritto di opporsi, che racconta la storia di Walter McMillan, afroamericano accusato ingiustamente di aver ucciso una ragazza bianca e per questo condannato a morte, scagionato solo grazie all’impegno dell’avvocato Bryan Stevenson. Le carceri americane sono piene di neri arrestati perché, di fronte a un crimine, «avevano la faccia» dell’assassino o del ladro (su Left del 13 marzo 2020 avevamo raccontato il caso di Kenneth Reams, condannato per rapina e recluso per 25 anni nel braccio della morte in una prigione dell’Arkansas). Un dettaglio non secondario è che, negli Stati Uniti, i carcerati perdono il diritto di votare.
Se la strada potesse parlare, libro di James Baldwin recentemente trasformato in un film, racconta la storia del giovane Fonny, ragazzo di colore accusato di aver stuprato una donna da un poliziotto bianco, unico (presunto) testimone del reato.

Per gli afroamericani, nel 2020, camminare per la strada è ancora qualcosa di cui bisogna avere paura. Risale sempre all’inizio di questa settimana un altro video in cui si vede una donna (bianca) che chiama la polizia in preda al panico in seguito alla richiesta di un uomo (nero) di tenere al guinzaglio il suo cane. La donna urla che dirà agli agenti che «c’è un uomo afroamericano che sta minacciando la mia vita». Christian Cooper, in realtà, era in quell’area di Central Park a fare bird watching. Come dimenticare, poi, il caso di Ahmaud Arbery, ucciso in Georgia lo scorso febbraio con un colpo di pistola da due uomini bianchi, Gregory e Travis McMichael, mentre faceva jogging. La motivazione dei due assassini sarebbe che lo avevano scambiato per un ladro.

In questo anno martoriato dal coronavirus, che negli Stati Uniti ha già mietuto più di 100 mila vittime, molte delle quali nella comunità afroamericana, c’è bisogno di un vero cambiamento, una risposta chiara e ferma dalla politica americana. Il presidente Donald Trump assicura una generica giustizia, mentre l’ex presidente Barack Obama per adesso tace sulla vicenda. Il candidato democratico alla presidenza Joe Biden ha chiesto timidamente delle indagini federali, mentre l’ex candidata e senatrice del Minnesota Amy Klobuchar ha chiesto anche lei che venga fatta giustizia (Klobuchar ha precedenti negativi nei rapporti con la comunità afroamericana del suo Stato). Risposte più decise e richieste di agire per il meglio sono arrivate da Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar, esponenti di spicco della sinistra statunitense.
La lotta principale del 2020 sembra essere quella per arrivare primi al vaccino contro il Covid-19. Questo potente mezzo metterà in salvo da una pandemia, ma come bloccheremo il virus che circola dalla loro nascita negli Stati Uniti, quello dell’odio razziale contro il diverso da sé?

martedì 26 maggio 2020

LUIS ESPINOZA


FPDS TUCUMAN (@fpdstuc) | Twitter
La lista delle persone fatte sparire in maniera definitiva dalla polizia argentina si è allungata tristemente col nome di Luis Armando Espinoza,agricoltore della zona di Monteagudo nel dipartimento di Simoca(provincia di Tucuman sita nel nord del paese)ritrovato dopo una settimana dalla sua scomparsa.
Nell'articolo di Infoaut(luis-espinoza-scomparso-e-assassinato-dalla-polizia )gli avvenimenti cominciati a metà maggio con la polizia che disperde una corsa clandestina di cavalli e che trova i fratelli Espinoza a tarda notte per la strada,c'è un conflitto a fuoco dove Luis è svanito nel nulla dopo che il congiunto Juan Antonio si riprende dopo essere svenuto.
Subito c'è la denuncia della scomparsa e dopo l'ammissione di due poliziotti implicati nella faccenda si ritrova il cadavere in una zona vicina in un dirupo con il corpo coperto in vari sacchi di plastica,dopo che le indagini,visti gli enormi conflitti d'interesse era stata affidata esclusivamente all'Ecif(Equipo cientifico investigaciones fiscales).
Sono stati arrestati al momento nove poliziotti della località di Monteagudo ed un civile,ed il fatto di cronaca ricorda le modalità del desaparecido Santiago Maldonado,fatto sparire nel territorio Mapuche e ritrovato dopo più tempo(due mesi e mezzo,vedi:madn ritrovato-il-corpo-di-santiago-maldonado ), anche se il movente deve essere ancora vagliato dalle indagini e capire se si sia trattata di una vendetta personale oppure di un assassinio politico.
Infatti ora si chiede verità e giustizia per questo delitto chiedendo indagini indipendenti,esaustive ed imparziali vista l'efferatezza del delitto e l'implicazione delle forze dell'ordine,su esplicita richiesta di varie associazioni per i diritti umani tra cui quella della sezione tucumana delle Asociación Madres de Plaza de Mayo.

Argentina: Turbamento a Tucumán e nell’intero paese: è stato ritrovato il corpo di Luis Espinoza, scomparso e assassinato dalla polizia.

Questo pomeriggio, ad una settimana dalla sua scomparsa è stato trovato il corpo del lavoratore rurale Luis Armando Espinoza, di 31 anni. Per il fatto ci sono nove poliziotti detenuti.

Nora Cortiñas, Madre di Plaza de Mayo Linea Fondatrice, ha dichiarato: “Come con Santiago Maldonado questa è una scomparsa forzata seguita da morte. Anche se il governo lo nega, è stato fatto scomparire e lo hanno ucciso”.

La procuratrice Mónica García de Targa, titolare della I Procura di Istruzione del Centro Giudiziario Monteros, ha confermato il ritrovamento.

– Espinoza era un abitante della località di Melcho, nel Dipartimento di Simoca. Secondo le prime informazioni il corpo è stato localizzato nel territorio di Catamarca, giacché gli uomini dell’ECIF nella ricerca hanno attraversato i confini tra Tucumán e la vicina provincia, circa 200 metri, nel Dipartimento di Andalgalá. Ha rivelato che il corpo di Espinoza stava in un precipizio di 150 metri di profondità avvolto in sacchi.

– Una delle persone che ha avvisato le autorità ha detto che il corpo era avvolto in un sacco nero, e un’altro bianco sulla testa, e che i familiari diretti del lavoratore rurale si trovano nel luogo.

– Il ritrovamento del corpo sarebbe il risultato della confessione di due dei poliziotti che sono stati indagati due giorni fa, che avrebbero ammesso una partecipazione minore nell’occultamento.

– Secondo queste dichiarazioni, il corpo di Espinoza sarebbe stato portato da quattro poliziotti nell’auto privata del commissario Rubén Montenegro e occultato nella zona di Alpachiri.

García de Targa ha dichiarato che “per il tipo di fatto e il coinvolgimento di agenti della forza di sicurezza ha chiesto la partecipazione esclusiva dell’ECIF per le indagini, i riconoscimenti, le perquisizioni e i lavori di intelligence che sono stati fatti per chiarire questo fatto, di modo che gli agenti di polizia avevano solo la funzione di accompagnare per dare sicurezza ai funzionari”.

Una settimana fa.

Venerdì 15 maggio, la Polizia della località di Monteagudo interviene in una corsa di cavalli, disperde l’incontro, a circa 10 chilometri a sud della capitale tucumana, in mezzo ai campi, nei paraggi di El Melcho. Verso le quattro del pomeriggio nel cammino si incontrano con i fratelli Juan Antonio e Luis Espinoza.

Juan Antonio andava a cavallo, i poliziotti lo gettano a terra, lo colpiscono. Luis cerca di fermare le aggressioni, chiede che lascino tranquillo suo fratello. Si odono degli spari. Juan Antonio sviene. Quando si risveglia, Luis non c’è più.

Sul luogo c’è sangue e bossoli di calibro 9mm, le armi regolamentari che utilizza la Polizia, e una traccia nel suolo che si interna nel monte e lascia impronte fino alla strada comunale, dove i locali credono che Luis venga messo su un fuoristrada con il quale erano giunti gli ufficiali, una Renault Kangoo di colore grigio.

Juan Antonio è il teste chiave, è l’ultimo che ha visto in vita Luis. La famiglia ha denunciato che lo hanno ucciso e hanno abbandonato il corpo.

La causa è stata classificata dalla procuratrice Mónica García de Targa, del Centro Giudiziario di Monteros, come scomparsa forzata di persona. Tutte le ipotesi degli investigatori conducono al personale di polizia. Ci sono  9 agenti arrestati e un civile.

– Per il caso, si trovano arrestati il commissario Rubén Montenegro, l’ufficiale José Morales, i sergenti René Ardiles e Víctor Salinas, i caporali José Paz Claudio Zelaya e Miriam González, e l’agente Esteban Rojas González.

– È stato arrestato anche il vigile comunale Sergio Santillán, che effettuava compiti di vigilanza anche se personale civile, hanno specificato gli informatori, che hanno confermato che nelle ultime ore è stata arresta un’altra persona, di cui non è stata fornita l’identità.

– Dopo le istruttorie degli accusati, il giudice della causa, Mario Velázquez, ha ordinato il trasferimento dei poliziotti nel carcere di Villa Urquiza, ad eccezione della poliziotta.

22 maggio 2020

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

giovedì 22 novembre 2018

22 NOVEMBRE 1975:L'ESECUZIONE DI PIERO BRUNO


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Esattamente quarantatré anni fa veniva ucciso barbaramente il militante romano di Lotta Continua Piero Bruno,prima colpito alla schiena e poi ammazzato con un colpo in testa come in una vera e propria esecuzione.
Quel giorno ci fu un corteo nei pressi dall'ambasciata dello Zaire per sostenere l'indipendenza dell'Angola,ma davanti all'edificio un plotone di carabinieri e polizia,molti in borghese,spararono ad altezza d'uomo colpendo mortalmente Piero,freddato poi come detto sopra.
L'articolo di Infoaut(storia-di-classe )ripercorre la cronaca di quella tragica giornata riportando ciò che accadde con le testimonianze di persone che sì fecero identificare gli assassini,ma che poi come solitamente avviene vennero assolti,privando della parola giustizia la morte di questo giovane ragazzo che ancora oggi viene ricordato alla Garbatella presso il Centro Sociale La Strada cui è dedicata la scuola popolare.

22 novembre 1975: muore Piero Bruno.

Quando il corteo giunge all’altezza dell’Ambasciata dello Zaire una decina di manifestanti si stacca per andare a compiere un’azione contro tale sede, simbolo di uno dei paesi il cui regime ha preso parte attiva nell’attacco imperialista all’Angola.

Ma arrivato sul posto il gruppo trova ad attenderli un nutrito schieramento di polizia e carabinieri che al grido di “Eccoli!” comincia a sparare ad altezza uomo contro i manifestanti, che scappano coprendo la propria fuga con il lancio di alcune bottiglie molotov.

Vengono esplosi decine di proiettili: Piero Bruno, studente diciottenne e militante di Lotta Continua, crolla a terra colpito alla schiena, mentre altri due vengono presi di striscio alla testa ma riescono a proseguire la fuga fino a mettersi in salvo.

Un compagno si avvicina a Piero per cercare di trascinarlo via ma le forze dell’ordine continuano a sparare all’impazzata in una sorta di tiro al bersaglio contro chiunque tenti di raggiungere il corpo del giovane militante.

Uno degli agenti si avvicina al corpo ormai agonizzante di Piero Bruno e, puntandogli la pistola a pochi centimetri, urla: “Così ti ammazzo!”.

E così è: ancora una volta i fedeli esecutori della Legge Reale sparano per uccidere.

Una donna testimonierà: “La mia attenzione è stata immediatamente attratta da un giovane disteso per terra in Via Muratori, sul lato opposto alla mia abitazione a circa 5 o 6 metri dal piazzale antistante l'ambasciata; ho notato poliziotti o carabinieri, anzi credo più poliziotti disporsi alla fine di Via Muratori, evidentemente per isolare la zona. Ho quindi sentito che il ragazzo disteso per terra si lamentava e contemporaneamente ho visto un uomo in borghese sbucare attraverso i poliziotti che si è avvicinato di corsa al ragazzo disteso per terra urlando, presso a poco “ Ti pare questo il modo di ammazzare un collega” e quindi, “ Cane, bastardo, carogna ”, ho quindi visto che l'uomo ha puntato la pistola verso il ragazzo disteso per terra, urlando “Ti ammazzo” ed ho sentito il clic del grilletto. Il ragazzo ha gridato “No ” ed ha fatto il gesto di coprirsi il volto con le mani. Quindi l'uomo, chinandosi sul ragazzo gli ha detto “ ma io ti ammazzerei veramente ” e lo ha scosso.”

Piero Bruno muore il giorno successivo mentre è ancora piantonato in ospedale.

I suoi assassini verranno identificati nel tenente dei carabinieri Bosio, nel suo collega Colantuono e nell’agente in borghese Tammaro che, come per i molti altri casi di omicidi eseguiti con freddezza all’ombra della Legge Reale, verranno tutti assolti con abili giri di parole ed insabbiamenti delle prove.

giovedì 11 ottobre 2018

NEL PROCESSO CUCCHI SPUNTA UN COLLABORATORE DI GIUSTIZIA


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La notizia di uno dei tre carabinieri imputati per il reato di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità che ha accusato gli altri due colleghi di avere massacrato Stefano Cucchi e di averne provocato il decesso,sta rimbalzando sui media con un forte impatto emotivo e con la speranza di mettere la parola fine a questa vergognosa vicenda(madn i-ragazzi-del-paese-al-contrario ).
Il redazionale di Contropiano(processo-cucchi-confessa-uno-dei-carabinieri )ci spiega della svolta nelle indagini parlando anche degli altri due imputati con accuse di calunnia e falso,in quanto il depistaggio fin da subito attuato dalla"benemerita"è stato accertato in quanto la nota di servizio scritta dal carabiniere pentito è stata fatta sparire per magia.
Proprio come un mafioso ha deciso di usufruire degli sconti di pena denunciando i suoi colleghi diventando un collaboratore di giustizia,in due ambienti che hanno in comune molto,partendo dall'omertà che da sempre contraddistinguono i mafiosi e alcuni carabinieri.

Processo Cucchi. Confessa uno dei carabinieri e accusa due “colleghi”.

di  Redazione Contropiano 
A colpi di testardaggine, competenza giuridica e volontà di arrivare alla verità, il processo a cinque carabinieri per l’uccisione di Stefano Cucchi è arrivato al momento decisivo.

Stamattina, all’inizio dell’udienza, il pm  Giovanni Musarò ha reso nota “un’attività integrativa di indagine” nata dalla denuncia di Francesco Tedesco, uno degli imputati. Il militare – evidentemente ormai convinto di non avere più scampo – ha deciso qualche tempo fa di “cantarsela” e cercare di cavarsela con il minimo della pena per i “collaboratori di giustizia”. Il carabiniere Francesco Tedesco ha infatti accusato i colleghi  Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio che ha provocato le lesioni fatali per Stefano.

I due erano coimputati di Francesco Tedesco per l’identico reato (omicidio preterintenzionale e abuso di autorità), mentre Roberto Mandolini è sotto processo per calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi solo per calunnia.

Tedesco, il 20 giugno scorso, ha presentato una denuncia in procura sulla vicenda. Per questo è stato poi sentito tre volte dai magistrati. Il magistrato ha spiegato che il carabiniere sostiene che “quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio”. Come accade quasi sempre nelle casi di omicidio in caserma o commissariato, quella nota è poi scomparsa.

“In sintesi – ha spiegato il pm – Tedesco ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto“. La procura non si è ovviamente limitata a registrare la confessione, ma ha svolto indagini al termine delle quali ha potuto verificare che “è stata redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta, e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.

martedì 18 settembre 2018

ANCORA PROVOCAZIONI SU FEDERICO ALDROVANDI


Risultati immagini per lino aldrovandi il taser
Mancano pochi giorni all'anniversario della morte di Federico Aldrovandi per le botte ricevute da quattro sbirri infami che lo hanno tempestato di calci e pugni su tutto il corpo,testa compresa,dopo essere stato immobilizzato(ricordiamo i loro nomi:Paolo Forlani,Monica Segatto,Enzo Pontani e Luca Pollastri)e alla polizia brucia ancora molto il culo perché se ne continua a parlare grazie soprattutto alla madre.
Anche il film su Cucchi sta facendo incazzare le forze del disordine,perché se in Italia non ci arriva la giustizia(aspettando quella del popolo)sono i film a spiegare come lo Stato possa arrivare ad uccidere invece che proteggere e servire.
E da qualche tempo hanno pure un'arma in più,il taser(madn un-pericolo-in-piu-nelle-mani-dei.macellai ),e molto hanno fatto discutere le parole dell'allora capo della polizia di Ferrara ora questore di Reggio Emilia Sbordone,che non ha perso l'occasione di stare zitto tornando sulla vicenda dicendo che Federico sarebbe stato ancora vivo se i poliziotti in questione(ammettendo l'uso della violenza)avessero avuto taser e non manganelli,ma aggiungerei anche mani e piedi e il loro cervello di bestie feroci.
La risposta migliore a questa provocazione è stata quella di Lino,il padre di Federico che testualmente ha dichiarato:"Mi viene da pensare che quella maledetta mattina il taser non sarebbe stato da usare su Federico,ma su chi lo stava uccidendo senza una ragione".
Articoli di Infoaut e Left:metropoli/taser-aldrovandi e parole-come-taser .

Taser-Aldrovandi: sarebbe meglio tacere...

C'è chi non perde mai occasione di stare zitto.

Mentre in tutta Italia le proiezioni del film sugli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi fanno discutere della prassi omicida poliziesca, le parole del Questore di Reggio Emilia Sbordone su un'altra vicenda tragica, quella della morte di Federico Aldrovandi, sembrano delineare ulteriormente gli schieramenti che compongono l'odierna guerra ai poveri istituzionale.

"Se gli agenti avessero avuto in dotazione il Taser Aldrovandi non sarebbe morto", dice Sbordone, ai tempi capo della polizia di Ferrara ed oggi in brodo di giuggiole sulla sua poltrona per l'arma messa in dotazione ai suoi uomini. Una frase che non solo toglie ogni dubbio rispetto alla morte violenta di Federico, già chiara al di là delle aule di tribunale.

Ma che rende chiaro come per la polizia sia del tutto normale uccidere anche in condizione di assoluto non pericolo. E poi si parla di fiducia nello Stato.

Mentre si dichiaravano umiliati e offesi dal film sul geometra romano, le forze dell'ordine per via di Sbordone hanno ben pensato di andare all'attacco su una vicenda che anche le istituzioni della loro legalità hanno definito di piena colpevolezza.

Del resto, ricordiamo bene come già anni addietro andarono a manifestare sotto la finestra dell'ufficio della madre di Aldro, a dimostrare quanta infamia si possa dimostrare tutta insieme e il grande rispetto che hanno per le loro vittime.

La vicenda Aldrovandi, come quella Cucchi, è emblema della reale attitudine delle forze dell'ordine. Nei secoli fedeli sì, al potere e alla stabilità omicida. A volte sarebbe meglio tacere...

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Parole come Taser.

di Giulio Cavalli 
Dice l’ex questore di Ferrara, ora a Reggio Emilia, Antonio Sbordone, in un’intervista a Il Resto del Carlino che “col taser sarebbe ancora vivo Federico Aldrovandi” poiché “per fermare “un giovane alto un metro e 90 agitatissimo – che era Federico – hanno dovuto usare anche i manganelli”. Federico, per chi non conoscesse la sua storia, invece è morto  perché la mattina del 25 settembre del 2005 ha incrociato i quattro poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri che sono stati chiamati per “un ragazzo in stato di agitazione” e sono riusciti a trasformare un semplice controllo in un pestaggio mortale. Restituendo Federico alla famiglia da cadavere e impegnandosi (come spesso succede in questi casi) a nascondere prove e depistare le indagini.

In sostanza, com’è abitudine di questi tempi, si prende un reato (i quattro poliziotti sono stati condannati fino all’ultimo grado di giudizio) e lo si propone come esempio per giustificare l’introduzione di un nuovo armamento. Se non fossimo in tempi tossici e piuttosto sdraiati il giornalista a colloquio con il questore avrebbe potuto chiedergli: “quindi ci sta dicendo che dobbiamo essere rassicurati dal fatto che degli assassini ora hanno un’arma in più?” e lì si sarebbe chiuso il discorso. Pensateci bene.

Ci sono tra le forze dell’ordine moltissimi uomini che ogni giorno sacrificano i propri affetti, la propria vita e il proprio impegno per fare onestamente il proprio lavoro in un Paese che è disordinato per natura. In questi stessi giorni, grazie a un film, si ritorna a parlare dell’incredibile vicenda di Stefano Cucchi e dell’inedia istituzionale (oltre alle botte) che l’hanno restituito (anche lui) da morto alla famiglia.

Forse il questore Sbordone non sa che Aldrovandi è morto perché massacrato di calci e di pugni (anche in testa) quando era già immobilizzato. Forse Sbordone non sa che quando il padre Lino ha visto il corpo del figlio ha pensato che fosse stato investito da un camion per come era ridotto e forse non sa nemmeno che si provò a ripulire e fare sparire i manganelli per disarticolare l’inchiesta. E forse non ricorda, glielo ricordiamo noi, che i poliziotti condannati sono stati calorosamente applauditi da un sindacato di Polizia che ha portato il suo massimo esponente come sceriffo in Parlamento agli ordini di Salvini.

O forse questi continuano a non capire, a non voler sapere, che la sicurezza è questione di modi, di rispetto delle regole, di Costituzione e di parole che andrebbero misurate per le vittime collaterali che un Paese democratico non si dovrebbe permettere. Ma di questi tempi, la misura nelle parole, è una responsabilità che non si prendono al ministero, figurati come si sentono liberi anche quelli più in basso. Finché non capiterà a un nostro figlio.

Buon lunedì.

lunedì 27 agosto 2018

LO STATO CHIEDE UN RISARCIMENTO A SE STESSO PER I FATTI DELLA DIAZ


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Uno Stato che indaga e accerta che dei suoi servitori sono risultati colpevoli senza dubbio alcuno e a loro viene richiesto un risarcimento,non so se definirlo corrotto fino all'osso per avere permesso che parte di quella gentaglia non solo abbia tenuto il proprio lavoro ma che abbia avuto promozione,oppure capace di lasciare una speranza visto che a distanza di anni si è arrivati(forse)alla parola fine di una vergognosa vicenda.
I fatti accaduti alla scuola Diaz nel G8 genovese del 2001(madn la-sentenza-sulla-macelleria-messicana )hanno fatto sì che l'organo dello Stato della Corte dei Conti della Liguria abbia chiesto a titolo di risarcimento per danno patrimoniale e d'immagine otto milioni di Euro a 27 funzionari dello Stato che negli anni come detto hanno continuato il loro sporco lavoro anche se condannati in maniera definitiva.
Il redazionale di Contropiano(scuola-diaz-lo-stato-chiede-il-risarcimento-a-poliziotti-che-non-ha-neanche-licenziato )parla della sentenza e di alcuni degli indagati raccontandone gli avanzamenti di carriera e le nefandezze compiute in quell'occasione,che Amnesty International definì come"la più grave dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale".

Scuola Diaz. Lo Stato chiede il risarcimento a poliziotti che non ha neanche licenziato.

di  Redazione Contropiano 
Con singolare noncuranza i principali media e la politica tutta (compresi i sedicenti progressisti di Leu e frattaglie varie) hanno ignorato una notizia che ovunque sarebbe un vera e propria “bomba”. La prendiamo così come l’ha segnalata l’agenzia Ansa:

“
La procura della Corte dei Conti della Liguria chiede un risarcimento danni di oltre 8 milioni di euro (3 milioni di danni patrimoniali e 5 per danno d’immagine) a 27 appartenenti ed ex appartenenti alla polizia di stato, per i pestaggi avvenuti alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. A essere citati dalla procura contabile sono i dirigenti e i funzionari dell’epoca, tra questi anche Francesco Gratteri, allora direttore del servizio centrale Operativo, il suo vice Gilberto Caldarozzi; il capo della Digos di Genova Spartaco Mortola oltre al comandante del primo reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, il suo vice comandante e i capisquadra; oltre agli altri funzionari coinvolti nei fatti. Per la procura, devono risarcire un danno patrimoniale indiretto, ovvero i risarcimenti alle parti civili pagati dal Ministro, oltre alle spese legali per i processi, il tutto per oltre 3 milioni di euro. Nei prossimi mesi sarà fissata l’udienza davanti ai giudici contabili che dovranno decidere nel merito.

Sintetizziamo: un organo dello Stato (la Corte dei Conti) chiede un risarcimento a favore dello stesso Stato a funzionari di polizia che – condannati in via definitiva – sono certamente colpevoli dei reati loro imputati.

La cifra è ragguardevole, ma neanche tanto, a confronto dei danni provocati, ma facciamo finta che vada bene.

Ci si attenderebbe che ora quei funzionari siano da considerare ex, visto che la condanna definitiva – come per tutti i comuni mortali e sicuramente per i normali dipendenti pubblici che si macchiano, chessò, di far timbrare a qualcun altro il cartellino – avrebbe dovuto comportare il licenziamento. Tanto più questo minimo criterio di sicurezza e sanzione dovrebbe valere per ruoli dello Stato di grande delicatezza, che vanno a incidere sia sulla libertà/integrità fisica dei cittadini, sia per l’immagine/credibilità dello stesso Stato.

Sappiamo tutti che non è così. Tutti i condannati, cui giustamente ora la Corte dei Conti chiede di pagare i danni, sono stati non solo mantenuti nei ruoli o fatti rientrare dopo periodi di sospensione dal servizio, ma in quasi tutti i casi sono stati addirittura promossi ad incarichi di altissima responsabilità. Ben più alta di quella che avevano al tempo dei fatti di Genova.

Francesco Gratteri – il “più noto fra i condannati per il verbale fasullo” sulle molotov portate nella scuola Diaz da alcuni poliziotti – è uno di quelli che non è mai stato neanche sospeso. Fra il 2001 e il 2012 (data della sentenza definitiva) diventa prima capo dell’antiterrorismo, poi Questore di Bari e, con il grado di prefetto, coordinatore del Dac (Divisione Centrale Anticrimine). E’ “a un certo punto – spiega La Stampa –  il numero 3 della polizia italiana e porta avanti inchieste cruciali con successo”. Poco dopo il pronunciamento della Cassazione va in pensione. Sostanziosa, immaginiamo…

Gilberto Caldarozzi è diventato poi vicedirettore della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia. Di fatto il leader operativo che ha il controllo delle inchieste più delicate. E’ tecnicamente un pregiudicato per falso: la Cassazione fissò una pena a 3 anni e 8 mesi poichè aveva firmato insieme a molti altri il verbale di perquisizione in cui si avallava il “ritrovamento” di due bottiglie incendiarie esibite la mattina successiva nel corso di una conferenza stampa. Al momento della condanna definitiva – 5 luglio 2012 – Caldarozzi era capo del servizio centrale operativo. Sospeso per l’interdizione dai pubblici uffici “era stato ingaggiato da Finmeccanica quando era presidente Gianni Di Gennaro, cioè il capo della Polizia nel periodo del G8”. Finmeccanica è una società controllata dello Stato, che dovrebbe spulciare con una certa scrupolosità I certificati penali dei suoi dipendenti; e a maggior ragione dei dirigenti….

Pietro Troiani (“per i giudici fece portare alla Diaz le false molotov”) “nel 2017 è diventato comandante del centro operativo della Polstrada a Roma“. La Stampa ricorda che “secondo le carte del caso Diaz, è l’uomo che nella notte del 22 luglio 2001 ordinò a un assistente di trasportare  nell’Istituto le bombe trovate il giorno prima in tutt’altra parte della città… Ha preso 3 anni”.

Spartaco Mortola è stato invece condannato ad un anno e due mesi. A seguito della condanna il prefetto aveva annunciato le sue dimissioni, respinte dal governo, ottenendo pieno sostegno sia da parte degli esponenti dell’allora maggioranza di centro destra sia da parte di quelli dell’opposizione di centro sinistra. Il 22 novembre 2011 il sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di appello, richiesta accolta dalla corte di Cassazione che ha assolto Mortola e De Gennaro “perché i fatti non sussistono”

Vincenzo Canterini, comandante del reparto Mobile di Roma, uno dei responsabili dell’irruzione alla Diaz, condannato a 5 anni di reclusione (poi ridotti a 3 e 6 mesi dalla Cassazione per prescrizione di alcuni reati minori), ha poi scritto un libro su quanto avvenuto alla scuola Diaz di Genova, dopo il G8, in cui accusa gli alti vertici della Polizia di Stato, De Gennaro e Mortola, di aver cercato di depistare le indagini, scaricando tutte le colpe sui suoi uomini. «La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti».
Ci fermiamo qui, inutile fare l’eleco completo, che gira da anni, del resto.

Quanto scritto basta e avanza per segnalare la contraddizione tra un potere dello Stato che chiede risarcimento a gente che ancora è stipendiata dallo Stato, e altri organi di quello stesso Stato che invece li tutela fino alla morte della ragione.

Ci deve essere un perché, e a noi sembra piuttosto chiaro…

giovedì 28 giugno 2018

LA POLIZIA ITALIANA A SCUOLA DI QUELLA USA?


Risultati immagini per polizia stati uniti uccide
I numeri emersi dalle uccisioni da parte della polizia statunitense nei primi mesi del 2018 sono allarmanti sia per il fatto che siano state compiute per legittima difesa che per i tanti casi di persone ammazzate disarmate,nella quasi totalità persone di colore.
Le 466 vittime fin'ora,lo scorso anno in totale furono 1147,sono cifre da guerra,ma in un paese dove ognuno può possedere un'arma per legge e soprattutto la può utilizzare,questo stillicidio continuo alimentato dalle potentissime lobby dei produttori di armi,è drammaticamente uno dei problemi principali cui si trovano davanti gli americani.
E presidenti come Trump da sempre foraggiato da questi ultimi e favorevole ad un uso smisurato delle armi nonostante i massacri che si registrano ogni anno,aggiungendo per appunto le morti causate da interventi a dir poco dilettantistici da parte delle forze del disordine e alle relative proteste(vedi:madn razzismo-italiano-e-statunitense e madn le-proteste-di-baltimora )non sono credibili e anzi fanno più danni che il resto.
L'Italia,che da sempre ammira gli Usa soprattutto per le motivazioni più sbagliate,ha cominciato ad utilizzare taser(madn un-pericolo-in-piu-nelle-mani-dei.macellai )come in principio hanno fatto gli Stati Uniti,finendo per usare in maniera scriteriata le armi da fuoco in loro dotazione.

USA: solo nel 2018, già 466 vittime della polizia.

di  Alessio Ramaccioni 
Mapping Police Violence è un sito che monitora il livello di violenza espresso dalla polizia statunitense: il primo dato utilizzato, ovviamente, è il numero delle vittime.

Aprendo la home page, la prima informazione che arriva è il numero dei morti: solo nel 2018 sono 466. “Police have killed 466 people in 2018”.

Sono tanti, considerato il fatto che siamo a fine giugno. Di questo passo, a fine anno si sfiorerebbe quota mille.

Sarebbe comunque andata meglio che nel 2017, quando – sempre secondo il sito mappingpoliceviolence.org, – le vittime sono state 1147.

Approfondendo i vari dati proposti (sono molti, diversificati e classificati in modo chiaro), emerge uno scenario quasi surreale nella sua drammaticità , ben noto a chi segue le vicende di politica interna statunitense con attenzione, ma forse meno evidente a chi si limita ad intercettare le notizie che ogni tanto l’informazione mainstream italiana riporta sulle vicende di “malapolizia” americane.

Per spiegare meglio di cosa stiamo parlando, partiamo dall’ultima vicenda di cronaca che è arrivata in Italia: la scorsa settimana, a Pittsburgh in Pennsylvania, un agente di polizia ha ucciso Antwon Rose jr, un diciassettenne afroamericano che stava fuggendo a piedi in seguito ad un controllo della vettura su cui si trovava insieme ad altre persone.

C’era stata una sparatoria, e la polizia aveva installato dei posti di blocco.

Ad uno di questi gli agenti hanno intercettato la macchina con a bordo il giovane che si è dato alla fuga.

Circola sulla rete un video della sparatoria: si vede il diciassettenne che inizia a correre, e immediatamente si sentono i colpi esplodere. Il ragazzo cade a terra.

Pochi secondi che raccontano quella che, nei fatti, è stata una sorta di esecuzione. Antwon Rose jr era disarmato e non rappresentava una minaccia. Il fatto che nella vettura siano state trovate due pistole diventa, nel migliore dei casi, una scusa per “ammorbidire” il senso della vicenda.

Viene alla mente un altro recente episodio, quello relativo alla morte di Stephon Clark, ventiduenne padre di famiglia ammazzato con venti colpi di pistola nel retro della casa dei nonni: gli agenti erano intervenuti in seguito ad una segnalazione di atti di vandalsimo, hanno scambiato Clark per un vandalo, e sopratutto hanno scambiato il suo smartphone per una pistola. Freddato.

A questo tipo di notizie ne affianchiamo altre due, utili a tirare qualche conclusione. La prima: nel 2014 due agenti sparano al 37enne Alton Sterling, afroamericano di Baton Rouge. L’uomo era stato fermato e bloccato a terra, e poi colpito a bruciapelo. I due agenti si erano difesi sostenendo che Sterling stava provando ad estrarre un arma, anche se i molti video realizzati non chiariscono il particolare. I due agenti sono stati scagionati.

Sempre nello stesso anno muore Gregory Vaughn Hill jr, afroamericano di 30 anni, anche lui freddato dalla polizia. Era ubriaco ed in possesso di un’arma scarica.

Un tribunale della Florida ha sentenziato che i risarcimento che spetta alla famiglia è di quattro euro, e che gli agenti non hanno ecceduto nell’uso della forza.

Torniamo al sito Mapping Police Violence: tra i vari dati riportati ce n’è uno particolarmente interessante. Nel 2015, tra le vittime della polizia, ben 100 erano persone disarmate. Esattamente come Antwon Rose jr, il diciassettenne ammazzato una settimana fa.

Di cosa parliamo, dunque? Di un paese in cui è legale detenere armi, in cui la polizia interviene spesso in modo letale, a prescindere dal fatto che la vittima sia armata o meno. Gli agenti coinvolti, infine, non vengono quasi mai ritenuti colpevoli di nulla.

Tre giorni fa è uscita in Italia la notizia del risarcimento di 60 mila euro che lo Stato italiano ha concesso ad un rom colpito alla schiena da un agente (condannato per questo a nove mesi) nel corso di un inseguimento e rimasto per questo semiparalizzato.

Il rom per quel furto è stato condannato ad undici mesi di carcere.

Nel clima che stiamo vivendo nel nostro paese di questi tempi la notizia è di quelle “succulente”, è stata riportata ed enfatizzata persino nel corso della seguitissima trasmissione radiofonica “La Zanzara” su Radio24.

Un agente di polizia nel corso di un inseguimento può essere autorizzato a sparare: un po’ come avvenne nella circostanza in cui morì Gabriele Sandri, ad esempio.

Abbiamo un metro di paragone che può aiutarci a riflettere: esiste un paese, gli Stati Uniti, in cui è legittimo detenere armi, in cui gli agenti sparano nel corso di interventi anche di routine, e lo fanno a prescindere dalla reale pericolosità della vittima. E non vengono mai condannati per questo.

E’ un paese in cui, sulla base di queste dinamiche, crepano mille persone all’anno, più – ad esempio – delle vittime civili (per anno) della guerra in Donbass. Che è, appunto, una guerra.