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martedì 16 maggio 2023

L' EURO PUTTANTOUR DI ZELENSKY

Il marchettaro presidente ucraino Zelensky negli ultimi giorni ha battuto le principali capitali europee nella sua ricerca non della pace ma in una guerra sempre più cruenta richiedendo di tutto e di più da carri armati a caccia passando per armi e munizioni,e le puntate a Parigi,Roma,Berlino e Londra però non hanno sortito gli effetti sperati o almeno in parte.
Nell'articolo della propagandista Rai(www.rainews.it zelensky-chiude-il-tour-europeo )sempre vicina fin dall'inizio alla nazista Ucraina c'è un breve resoconto di quello che è riuscito o meno a portare a casa in nome della difesa del popolo che sta ammazzando i suoi abitanti oltre a quelli russi,ed in fondo sono sempre i poveretti a rimetterci la pelle e non i Zelensky,Meloni,Macron,Sunak,Steinmeier per non parlare delle Lagarde e Von der Leyen o degli Stoltenberg.
Il mio pensiero sul conflitto tra Russia e Ucraina è pesantemente dalla parte russa come già spiegato più volte(vedi:madn parteggiare )e di certo tutto l'intrallazzo parlamentare italiano dove la stragrande parte dei parassiti che siedono sugli scranni del potere sono dalla parte dei nazisti ucraini fa sempre più schifo e vergogna.
Nessuno che parla di pace ma tutti pronti ad armare questo folle puttaniere che fa i suoi giretti per l'Europa ripeto come una lurida mercenaria alla ricerca di sangue e di vendetta,e solo pochi protagonisti a livello internazionale tentano di imbastire seri progetti di pace,non quella"giusta"che vuole Zelensky ovvero con l'annientamento della Russia.

Le forze ucraine avanzano a Bakhmut.

Zelensky chiude il tour europeo: “Più armi e più potenti di prima. La vittoria si avvicina”

Inghilterra e Francia frenano sulla fornitura di aerei da caccia ma garantiscono la formazione agli ucraini

“Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna. Torniamo a casa con nuovi pacchetti di difesa. Più armi nuove e potenti per la prima linea, più protezione per il nostro popolo dal terrore russo, più sostegno politico”. Lo scrive su Twitter il presidente ucraino Volodymyr Zelensky postando un video a bordo di un aereo. “In tutti gli incontri abbiamo discusso della nostra formula di pace, e ora c'è più disponibilità da parte dei nostri partner a seguirla. C'è più sostegno alla nostra adesione all'Ue, più comprensione sul fatto che l'adesione dell'Ucraina alla Nato sia inevitabile”, ha aggiunto. 

E conclude il video dicendo “Quindi i principali risultati di questi giorni sono: nuove armi per l'Ucraina, rispetto per gli ucraini e la nostra vittoria si è avvicinata. Complimenti a tutti coloro che aiutano!». L'incontro con Papa Francesco è stato “abbastanza incoraggiante”, ha aggiunto il presidente ucraino.

Ma intanto la Gran Bretagna esita a consegnare all’Ucraina i jet militari, ripetutamente richiesti da Zelensky, anche nella visita di oggi a Londra per ottenere il controllo dei cieli e prende tempo. “Oggi abbiamo parlato di jet. Tema molto importante per noi perché non possiamo controllare il cielo”, rivela il presidente ucraino, al termine del suo incontro con il premier britannico nella sua residenza di campagna. Ucraina e Regno Unito sono “veri partner”, ha aggiunto Zelensky precisando che Sunak viene informato degli sviluppi sul terreno, secondo quanto scrive il Guardian. “Vedo che in tempi brevi sentirete, credo, decisioni molto importanti, ma dovremo lavorarci un pò di più”, avrebbe sempre detto Zelensky al Guardian prima di lasciare i Chequers, la residenza di campagna del premier di Londra, a bordo di un elicottero aggiungendo di aver parlato di “coalizione dei caccia” con Rishi Sunak. Il Regno Unito sarà pronto a contribuire all’addestramento dei piloti ucraini all’uso di caccia “in tempi relativamente brevi”, ha successivamente detto Rishi Sunak. “Saremo una componente chiave della coalizione di paesi che fornisce quel sostegno a Volodymyr e all’Ucraina” ha dichiarato il premier britannico al termine dei suoi colloqui con Zelensky ammettendo, tuttavia, che “non è una cosa semplice, come io e Volodymyr abbiamo detto, dotarsi di una capacità aerea di combattimento. Non è solo la fornitura degli aerei, è anche l’addestramento dei piloti e tutta la logistica connessa, e il Regno Unito può svolgere in tutto questo un grande ruolo. Una cosa che inizieremo a fare relativamente presto è addestrare i piloti ucraini e di questo abbiamo parlato oggi e siamo pronti a mettere in pratica questi piani in tempi relativamente brevi”. Poco dopo, tuttavia, un portavoce del premier Rishi Sunak, citato da SkyNews, ha spiegato che il governo britannico non ha piani per l’invio di caccia in Ucraina in quanto i militari ucraini hanno indicato che preferirebbero usare gli F-16: “Saprete che la Raf non li usa”, ha concluso il portavoce di Suniak , alludendo all’uso di Typhoon e F-35 da parte delle forze britanniche. “Ovviamente, credo, stanno trattando con altri paesi che usano gli F-16, e noi lavoriamo con quei paesi”, ha aggiunto.

Anche Emmanuel Macron ha detto che la Francia non fornirà aerei caccia all'Ucraina ma garantirà "la formazione di piloti" all'Ucraina. Lo ha precisato lo stesso presidente in un'intervista trasmessa stasera durante il telegiornale di TF1.

"La nostra strategia - ha detto Macron rispondendo al giornalista che lo intervistava sull'incontro di ieri sera all'Eliseo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky - è quello di aiutare l'Ucraina a resistere" e l'obiettivo è sostenere una "controffensiva per riportare tutti al tavolo dei negoziati". 

Un tour fatto quindi di accordi, di annunci, di una realtà che passa attraverso i social  e di una diplomazia silenziosa e nell’ombra ma che continua a tessere la sua tela.

venerdì 24 febbraio 2023

AMBIENTALISMO PER RICCHI

Nel fracasso dove quotidianamente veniamo coinvolti nei notiziari,con un leit motive che ci accompagna esattamente da un anno e altri che vanno e vengono indirizzati dai giornalisti prezzolati,quello che riguarda l'ambientalismo e l'ecologia va a braccetto con la politica in maniera sempre più legata.
Da un lato la decisione di non prorogare il superbonus del 110%(anomalia matematica)legata all'efficientamento energetico delle abitazioni che ha provocato un innalzamento vertiginoso dei costi dei materiali edili e della manodopera e che adesso,dopo mesi di pance piene da parte di imprenditori e palazzinari vede un futuro tracollo fatto di fallimenti e di perdite di posti di lavoro(vedi il primo contributo di Contropiano: la-lotta-di-classe-tra-i-padroni-mette-in-crisi-il-governo-meloni ).
Dall'altro la notizia della fine della produzione di auto a combustione benzina e diesel in Europa a partire dal 2035,una decisione nata per fare crollare le emissioni di anidride carbonica(vedi il secondo articolo:www.fanpage.it stop-auto-benzina-e-diesel-dal-2035-via-libera-definitivo-delleuropa-cosa-cambia ).
La prima norma per il supebonus negli ultimi mesi ha favorito,comunque con dei costi minimi per l'utente finale anche se non riconducibili ovviamente alla spesa totale,le classi più abbienti e che hanno la proprietà dell'immobile,con occasioni sprecate da parte delle Aler che potevano ottenere dei benefici quasi gratis e che non hanno avuto nulla.
Per quanto riguarda il discorso delle auto elettriche o ibride la rilevanza che solamente i più ricchi abbiano la possibilità di guadagnarci è ancora più lampante con autovetture che hanno costi minimi di ventimila Euro(per auto solo elettriche)inclusi bonus di rottamazione e incentivi statali,ma il discorso ormai è andato sui produttori cinesi e con quelli "italiani" che fin da subito hanno chiesto valangate di soldi per essere ancora aiutati(vedi Fiat-Stellantis che elemosina allo Stato,pronto a foraggiare).
Un vero e proprio regalo all'elite del paese(e dell'Europa)pensata non per i poveri che sono la grande maggioranza della platea di chi può permettersi il lusso ormai di possedere un'auto,che tra assicurazione,costo del carburante e bollo è davvero un'impresa mantenere dopo averla comprata.
E' questo l'ambientalismo dei ricchi,dove si protesta perché i palazzinari e gli imprenditori edili(non quelli onesti)sfruttano manovalanza anche in nero e in condizioni di sicurezza pari a zero,e quelli della "transizione ecologica"(vedi:madn una-spennellata-di-verde-sul-nero )vogliono farci credere che il problema dell'inquinamento e del cambiamento climatico si possa fare senza che si combatta il capitalismo.

La lotta di classe tra i padroni mette in crisi il governo Meloni.

di Dante Barontini

In assenza di una mobilitazione di massa di dimensioni adeguate, ci pensano i problemi economici concreti a minare l’egemonia (post?)fascista sul nostro paese.

Sembra quasi paradossale, ma il primo inciampo serio è arrivato su un terreno che appariva socialmente blindato: i costruttori edili. La decisione presa dal ministro leghista dell’economia, Giancarlo Giorgetti, ha seguito più la logica di Mario Draghi e dell’Unione Europea (ridurre il deficit previsto e quindi il debito pubblico futuro) che non quella caratteristica di tutto il centrodestra (favorire con soldi pubblici i settori sociali di riferimento).

La materia è parecchio intricata, visto che le norme che regolano il settore edilizio sono in gran parte antiche, derivanti da innumerevoli stratificazioni di provvedimenti susseguitisi nell’arco di 80 anni, ed in buona parte “nuovissime”, dopo la legge che istituiva il “superbonus” del 110% per le ristrutturazioni di case miranti a migliorarne l’efficienza energetica di almeno due “classi”.

Già Mario Draghi aveva minato questa parte della normativa, riducendo l’entità del superbonus per alcune tipologie di lavori, allo scopo di ridurre anche il carico per i conti pubblici. Generando così una marea di incertezze su quali meccanismi restavano praticabili, in un ginepraio di codicilli che inchiodavano nell’incertezza proprietari di immobili, imprese edili, banche, fiscalisti, commercialisti, geometri, Comuni.

Giorgetti, e quindi, il governo ha ora decretato lo stop totale alla cessione dei crediti e allo sconto in fattura (restano attive solo le detrazioni fiscali), anche se non sarà un blocco immediato, perché i lavori già avviati avranno ancora a disposizione la possibilità di liquidare i bonus. Il che ovviamente rischia di far fermare tutti i progetti ancora sulla carta, che però hanno messo in moto impegni, contratti, indebitamenti, fatturato prevedibile, assunzioni, ordinativi. Con altrettanto ovvie ricadute sull’occupazione e le previsioni sulla crescita del Pil. Un bel casino…

Immediate le ricadute sindacali e politiche. Con Forza Italia che minaccia di non votare il provvedimento in aula neanche con la minaccia della “fiducia” (significherebbe far cadere il governo, o comunque comprometterne pesantemente la credibilità politica a soli quattro mesi dalla nascita).

Leghisti e fascisti sono più cauti ma comunque “malpancisti”, visto che rappresentano socialmente gran parte delle categorie danneggiate dallo stop al superbonus. I “Grillini” – principali fautori del superbonus, quando erano al governo – sono ovviamente all’attacco per rivendicare la “positività” del provvedimento in termini di Pil e occupazione.

E infine i sindacati complici – CgilCislUil – che si sono improvvisamente ridestati dal coma profondo che li caratterizza da decenni, al punto da minacciare scioperi accuratamente evitati per ogni altro tipo di problemi del lavoro.

La materia è complessa, dicevamo, ma rappresenta un primo test sui problemi innumerevoli posti dalla “transizione ecologica” ed energetica. Pochi giorni fa l’Unione Europea ha approvato definitivamente una cosiddetta “direttiva green” che obbligherà a migliorare l’efficienza energetica degli immobili portandoli tutti alla classe energetica “E” entro il 2030 e a quella “D” entro il 2033.

Uno sforzo e costi enormi per paesi come il nostro, caratterizzati da un patrimonio immobiliare “storico” (la grande tradizione medioevale e rinascimentale dei centri storici), oppure semplicemente sciatto (l’autocostruzione di necessità) o speculativo (i palazzinari” italiani non hanno nulla da invidiare a quelli turchi, alla prova-terremoto).

Per di più, la folle politica edilizia seguita negli ultimi 40 anni (annullare l’edilizia popolare, liberalizzare il mercato degli affitti, “costringere” chiunque lavorasse a comprare almeno la casa di abitazione) ha creato una situazione in cui quasi l’80% della popolazione risulta ormai proprietario almeno di un appartamento.

Lavoratori, insomma, ma “proprietari”. Un dato che ha favorito certamente anche l’identificazione di tanti di loro con la “classe media”, i suoi valori reazionari, le sue fisime “securitarie”, il suo individualismo di m….

Lavoratori, comunque, con i salari fermi a 30 anni fa, o addirittura diminuiti. Che dunque non hanno poche o nessuna possibilità di realizzare i lavori di ristrutturazione edilizia necessari a raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea. E che, non mettendosi al passo, si ritroveranno con immobili pesantemente svalutati o addirittura invendibili per legge (ci sono ancora incertezze, sul punto).

Ergo: come si fa a ristrutturare tutto questo immenso patrimonio?

La pensata grillina del superbonus sembrava un accenno alla soluzione, addirittura in anticipo sulla tempistica europea (se ne parlava da anni, in quelle sedi), ma con il “piccolo difetto” di scaricare quasi per intero il costo dell’operazione sul debito pubblico.

Non entriamo ora nei complessi calcoli richiesti dagli “effetti di ritorno” su quegli stessi conti in termini di tasse derivanti dall’aumento del fatturato delle imprese e dai salari dei nuovi occupati, e che riducono anche in modo consistente gli importi per le casse dello Stato.

Ma è certo che a breve termine sforamenti anche pesanti ci sarebbero stati. Magari non i 110 miliardi sbandierati dal ministro leghista dell’economia, ma cifre grosse sì…

Non a caso la seconda mossa decisa da Giorgetti ha riguardato il divieto per le pubbliche amministrazioni ad acquistare crediti derivanti dai bonus edilizi. In pratica, proprio per colpa delle “mine” piazzate sotto il superbonus dal governo Draghi, i Comuni – dalla Regione Sardegna a Treviso – stavano cominciando ad acquistare i crediti che le banche non ritenevano più così sicuri, in modo da garantire che le imprese potessero eseguire i lavori già contrattualizzati ma non partiti.

Anche questo, naturalmente, avrebbe aumentato il deficit pubblico, anche perché molti Comuni – che hanno subito tagli drastici nei trasferimenti dallo Stato centrale – hanno bilanci già disastrati.

Un caos esponenziale, dunque, che i fascisti di governo hanno cercato di risolvere alla loro maniera: bloccare tutto.

Sarebbe da ridere se la rivolta sociale partisse grazie alla frantumazione del “blocco sociale reazionario” e piccolo borghese. Ma la Storia fa di questi scherzi…

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Stop auto benzina e diesel dal 2035, via libera definitivo dell’Europa: cosa cambia.

Il Parlamento europeo ha approvato definitivamente la misura che prevede che, dal 2035, sarà vietato in Europa vendere nuove auto con motore a benzina o diesel. Il voto è arrivato dopo mesi di trattative. Ecco cosa dice la norma e cosa cambierà per gli automobilisti.

A cura di Luca Pons

Dal 2035 non si potranno più vendere auto e furgoni con motori a benzina o diesel, in Europa. Il Parlamento europeo ha dato oggi il via libera definitivo alla misura, che ha l'obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 e fa parte del pacchetto di misure ‘green' chiamato Fit for 55. I voti sono stati 340 a favore, 279 contrari e 21 astenuti.

La nuova norma stabilisce il percorso che si dovrà seguire per azzerare le emissioni di CO2 delle nuove auto e i nuovi furgoni. È previsto anche un obiettivo intermedio: entro  il 2030 le emissioni complessive dovranno essere ridotte del 55% per quel che riguarda le auto e de 50% per i furgoni, rispetto ai livelli del 2021. Entro il 2025, sarà compito della Commissione europea presentare un metodo per valutare e comunicare i dati sulle emissioni di CO2 da misurare. Entro il dicembre 2026, poi, sarà monitorata la differenza tra i valori-limite e i dati reali di consumo di carburante.

La legge era in lavorazione da tempo, ma l'accordo nella sua forma attuale è stato definito lo scorso ottobre. Il governo italiano di Giorgia Meloni si è detto più volte contrario alla misura, specialmente con il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, che in diverse occasioni ha affermato che la misura sarebbe stata "un regalo alla Cina". Eliminare le auto con motore a combustione entro 12 anni, per Salvini, sarà un "suicidio economico e sociale" che porterà a "distruggere lavoro e industrie europee e italiane per regalarle alla Cina". In campagna elettorale Salvini aveva anche promesso un referendum per bloccare la norma, che poi è sparito.

martedì 31 gennaio 2023

QUANTO FA PAURA UN SOLO UOMO

La grande spettacolarizzazione mediatica che sta avendo la vicenda di Alfredo Cospito suona come un'ostinata campagna di propaganda di odio da parte dello Stato contro gli anarchici e contro le proteste che si stanno allargando non solo in Italia ma nel resto dell'Europa.
A farne da megafono un giornalismo quasi tutto schierato dalla parte del governo e della magistratura che hanno gli occhi iniettati di sangue e di vendetta,con discorsi diffamatori e a senso unico in difesa delle istituzioni senza se e senza ma.
Questo "leader" degli anarchici(già solo questa dichiarazione ci fa capire dell'idiozia di troppi giornalisti)è diventato il mostro da sbattere in prima pagina dopo Messina Denaro,è un simbolo che fa paura e molta allo Stato,perchè se ci si accanisce così tanto contro un uomo devastato nel fisico ma non nello spirito un motivo c'è,ed è che lo Stato si caga in mano perché se ci si unisce tutti questi tracollano.
L'altro lato della medaglia ampiamente indicato dall'esecutivo Meloni non solamente nei primi cento giorni di vergogna e di accanimento contro i più deboli ma anche durante tutta la campagna elettorale,sta nel fatto che questi ci vanno e ci andranno giù pesante con le manifestazioni poiché ogni protesta sarà giudicata come un atto terroristico con tutto quello che ci sta dietro in fatto di denunce e di condanne.
Nell'articolo di Contropiano(alfredo-cospito )un'analisi corretta sulla sete di rivalsa dello Stato in primis contro gli anarchici,facendo tornare la cronaca indietro non di decenni ma anche di un secolo e più dove non si tratta nulla e non si concede niente,con il regime carcerario del 41 bis che ben presto si allargherà per reati decisamente non gravi e pericolosi come lo faranno percepire sia i servi dello Stato che il giornalisti che gli fanno da stampella.

Alfredo Cospito: il supplizio invisibile della tecnocrazia carceraria.

di Vincenzo Morvillo

Alfredo Cospito, in sciopero della fame oramai da mesi, è giunto ad un punto quasi irreversibile per le sue condizioni di salute.

Una morte lenta ed autoinflitta per inedia, che si sta consumando nel silenzio e nell’indifferenza pressoché totale della maggior parte della comunità e dei media.

Una morte assurda, direi addirittura quasi grottesca – come quella descritta nel finale de Il Processo da Kafka – causata da una legislazione spietata, tenuta in piedi, per ignobili principi di ragion politica, da un Parlamento e una Magistratura, trasversalmente di destra e di sedicente sinistra, assetati di sangue e vendetta.

E assurdo, grottesco, cinico – ancor più improntato al godimento sadico che caratterizza, da sempre, la microfisica del potere liberale, con il suo disciplinamento biopolitico – appare il trasferimento di Alfredo, dal Bancali di Sassari all’Istituto detentivo milanese di Opera, predisposto ieri dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Una decisione maturata a seguito dell’allarme, lanciato dalla dottoressa di fiducia di Cospito, Angelica Milia, la quale aveva sostenuto che il detenuto «è a forte rischio fibrillazione», e che ha il solo scopo di monitorarne le condizioni di salute, per poi rispedirlo, sano, al carcere duro.

Dietro le mura di quella cella nella quale consumarsi. Solo, senza relazioni, senza umanità!

Lo hanno ribadito, tronfi ed orgogliosi della loro spietatezza, il Ministro degli esteri Antonio Tajani, il quale si augura «che venga confermato il carcere duro a Cospito» e il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, il quale rigetta l’ipotesi di clemenza per l’anarchico detenuto in regime 41 bis nel carcere di Sassari.

«Per quanto riguarda l’aspetto politico – ha detto Delle Vedove – non si arretra sul 41 bis e sull’ergastolo ostativo. Sono strumenti speciali per affrontare mafia e terrorismo anarchico L’applicazione attiene alla magistratura, ma noi non la priveremo mai di questo strumento».

Una riedizione aggiornata, ma ben più meschina e surreale – considerate le forze in campo – di quel fronte della fermezza, andato in scena quarant’anni or sono, e che condannò a morte il Presidente della Dc, Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse.

Le parole sono le stesse: “Senza condizioni”, “Lo Stato non tratta”. Salvo poi averli fatti per tutto il ‘900 e oltre, le trattative e i patti, quando tornava comodo. Con la criminalità organizzata o coi fascisti.

Cospito insomma, rappresenta – che muoia o meno – l‘ennesima barbarie di uno Stato italiano di matrice ottocentesca che, ergendosi ad entità etica, concepisce sé stesso come un dio infallibile e implacabile, la cui mano belluina può decidere della vita e della morte di chiunque.

E, come qualunque squallida divinità, si ritiene in diritto di distribuire pene e assoluzioni, costrizioni e libertà, secondo codici che promanano dalla sua stessa empirea crudeltà.

Per di più, nell’ipocrita presunzione del “rispetto dei diritti umani”. Diritti divenuti sofismi linguistici vuoti e praticati solo secondo opportunismo e convenienza.

Astrusa cultura giudaico-cristiana, vindice e oscura, modella l’inconscio collettivo di questo Paese. Che parla di amore e compassione, ma si nutre di odio!

Cultura e codici definiti, ça va sans dire, per garantire e proteggere i soli sacerdoti di questo Stato. Ovverosia, le classi privilegiate e dominanti.

Un Leviatano hobbesiano che, abbandonate oramai le sue velleità liberali, s’impone come entità assoluta, il cui discorso assume, irrimediabilmente ad ogni pronuncia, incontrovertibile “forza di legge”.

Kantiana e imprescindibile legge moloch. Ma ciò che più conta, immutabile ed eterna.

E così, chiunque contesti questa presunta entità spirituale, finisce per essere assimilato, hic et nunc, ad un assassino di dio. Un eretico da punire secondo le più fanatiche norme dell’Inquisizione di Stato.

Norme scritte sulle tavole in pietra del Capitale, del Mercato, del Profitto. Norme dettate da autoproclamati padroni del cielo, di cui solo i servitori del consumo e il clero in camicia bianca, potranno godere.

Accolti così, nella luce accecante che emana oltre le Porte della Legge.

Gli altri, gli eretici, i contestatori, i marginali, gli inadeguati, gli scarti del sistema, gli ultimi, i proletari, sono destinati a rimanerne esclusi e a perire nell’anonimato di classe. O, qualora osassero alzare la voce e bestemmiare, ad essere rinchiusi nelle sacre prigioni del Castello.

Qui, tra le ombre oscure delle celle, neanche più la rieducazione, la riprogrammazione della coscienza è consentita.

Solo l’abbrutimento umano e la cancellazione di ogni dignità. Se va bene, naturalmente. Altrimenti, si viene murati vivi.

Come in un racconto di Edgar Allan Poe, infatti, lo Stato borghese, infallibile e implacabile, ama l’orrore. Dell’orrore fa la sua forza e il suo credo.

Non espone più, come ci raccontava Foucault in “Sorvegliare e Punire”, il corpo del condannato in pubblica piazza, per lasciare assistere la popolazione al supplizio, quale monito di pena possibile.

Oggi, “più civilmente”, la tecnocrazia carceraria nasconde agli occhi della comunità, dietro le sbarre di un penitenziario speciale, la carne e la psiche del condannato alla morte in vita.

Si preserva la società dall’orribile dolore del supplizio, inflitto con sadico piacere benpensante. Attribuendo a quest’orrore, un asettico simbolo matematico: 41Bis.

Vergogna di un dio raziocinante e scientifico, progredito e tecnologicamente avanzato. La cui bava fetida emana rancido odore di sangue antico. Rappreso sulle mura di ogni Panopticon, di ogni Bastiglia, di ogni Alcatraz, di ogni Asinara.

Monumenti alla Pena liberale, eretti nel democratico occidente da inquietanti architetti del supplizio, del tormento, dello strazio. Della Morte.

Alfredo Cospito lotta e lentamente muore oggi, nell’Italia del mantra “democraticista”, in ragione di un reato la cui veste giuridica i tecnici del diritto hanno cucito e confezionato per il suo solo corpo.

Strage contro lo Stato – e dunque contro dio – laddove strage non vi è stata.

Quel corpo che lui, in piena coscienza, sta lasciando morire. Tra gli spazi claustrofibici e inumani del 41bis.

Alfredo -eucarestia non voluta su un territorio culturale sospeso tra laicità mai realizzata e teologia imperante- è un corpo sacrificale che i farisei nazionali stanno immolando sull’altare di un efferato e iniquo senso di giustizia.

Alfredo s’immola come un “capro che canta” -τράγος ᾄδω- la sua tragedia. Una tragedia non solo personale, ma di tutti i condannati all’ergastolo ostativo e al carcere duro. Senza distinzione di sorta.

Perché anche Riina, Provenzano, Cutolo, Matteo Messina Denaro hanno diritto ad essere considerati esseri umani.

L’aver commesso dei reati, anche efferati, non può eliminare lo status di umanità. Uno status che vige a prescindere dal principio di legalità che informa un qualunque Stato.

Altrimenti, a seconda dei casi, ciascuno può disumanizzare a piacere il proprio presunto nemico. Un criterio di discrezionalità che ha un nome ben preciso. Nazismo.

Un nazismo tecnocratico, che oggi sembra permeare l’intera società occidentale.

Per questo, continuiamo ad invocare la libertà per Alfredo Cospito. E continuiamo ad opporci fieramente – marxisti, comunisti o anarchici che sia – al 41 bis. Senza distinguo di sorta!

Alfredo Cospito Libero. No al 41 bis. No all’ergastolo ostativo. No alle carceri

venerdì 9 dicembre 2022

PARTEGGIARE


Questo post più volte rinviato per troppi motivi che non sto qui ad elencare viene dopo un lungo vaglio di poche informazioni obiettive e imparziali,molte di parte(qualsiasi schieramento è stato preso in esame)e quelle che tutt'ora siamo abituati a sentire quotidianamente sia alla televisione che a leggere sui giornali,cioè quelle che indiscutibilmente hanno un senso unico nella stragrande maggioranza dei casi.

Il conflitto che si sta combattendo tra le forze russe ed ucraine per i più è storia recente e iniziate questo febbraio,mentre pochi ma ben informati sanno che la guerra è cominciata sempre a febbraio ma nel 2014,e già da anni le ostilità stavano già fermentando solamente che i mass media internazionali non vi hanno prestato molta se non nessuna attenzione.

Che la maggior parte della popolazione voglia la pace in questo ed in altri scontri è un fatto assodato,è questa anche la mia speranza,ma da che mondo è mondo ci sono degli interessi che pian piano stanno recependo anche chi non è avvezzo a fare ragionare la propria testolina,che vanno al di sopra dell'armonia tra i popoli,persone e nazioni(ma anche delle congreghe di Stati)che hanno bisogno costante di una guerra,di molte guerre.

E' per questo che parlando di conflitto,le cifre attuali discordano tra vere e proprie battaglie con morti e feriti a schermaglie o rivendicazioni,(comunque si parla tra una ventina e una cinquantina di guerre in corso in tutto il mondo)prendo per esempio quello che si offre tutti i giorni quello tra la Russia e l'Ucraina,e come immagine per questo contributo ho scelto la bandiera russa perché è da quella parte che sento di dovere parteggiare.

Ormai in uno Stato e in un occidente che "tifa" per gli ucraini,la mia ricerca personale e la mia raccolta di informazioni,ma anche la mia coscienza nell'evidenza che questo scontro deve comunque avere un vincitore non necessariamente annientando l'altra parte(è quello che mi auguro sinceramente perché dovesse accadere un fatto simile sarebbe una catastrofe planetaria)ma comunque ponendo una bella ridimensionata alle aspettative di una delle parti in gioco,il mio sostegno sta dalla parte della Russia.

Come si evince da quello scritto fino adesso porre come simbolo la bandiera della pace per non parlare dell'inflazionata effige ucraina sarebbe sbagliato,in quanto quest'ultimo vessillo è ciò che non mi rappresenta in maniera assoluta sia come pensiero ideologico che politico,mentre quella che può essere legittima della pace in realtà nasconde numerose lacerazioni ed ipocrisie,dove spesso chi la sventola e la ostenta in realtà non è imparziale ma vuole la sconfitta russa.

Quanti di tutti gli uomini e donne che conosciamo e che hanno postato l'immagine della pace sui social o appeso la bandiera sui loro balconi,nelle abitazioni,nei comuni e nei luoghi di lavoro e nelle varie associazioni perseguono veramente il fine pacifista?Quanti di loro appoggiano partiti e movimenti che foraggiano in Parlamento(anche quello precedente alle ultime elezioni)soluzioni per prolungare la guerra,inviare armi,sancire sanzioni contro la Russia,contro il popolo russo,contro la cultura russa?

E' bene dire che i due governi che si sono avvicendati nel 2022 su questo tema sono sempre stati compatti nelle decisioni russofobe,hanno sempre trovato la quadra senza troppe discussioni e battibecchi,sono sempre stati servili all'Unione Europea,alla Nato ed agli Stati Uniti,che sono i veri vincitori di questa guerra comunque vadano a finire le cose.

Perché l'abbiamo capito tutti che le sanzioni,le multe ed i divieti imposti a Mosca stanno devastando la nostra economia e quella di gran parte del mondo occidentale,miliardi di Euro per armare l'Ucraina mentre milioni di italiani fanno fatica a fare la spesa e a pagare le bollette,razionano il cibo e il riscaldamento per sostenere una nazione governata da pagliacci e nazisti nelle decisioni sia teoriche che pratiche,che per quasi un decennio hanno compiuto atrocità verso i russi che abitano in Ucraina e nel Donbass.

La memoria corta è un patrimonio evidentemente non solo italiano ma di tutte le nazioni che hanno visto in questa guerra una fonte sulla quale speculare e lucrare,ovviamente per una ristretta cerchia di criminali(altro che persone),in una campagna d'odio senza precedenti che ha stufato me già dalle prime settimane di notizie false e servizi di giornalisti prezzolati parziali ed unilaterali,ma ogni giorno che passa le fandonie che continuano a passarci per alcuni diventano sempre più verità,ma fortunatamente per altri restano quello che sono:vergognose falsità.


martedì 9 agosto 2022

IL FONDAMENTALISMO DEI GUERRAFONDAI

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla nascita della gran maggioranza delle guerre in atto in tutto il mondo ecco che la paternità e pure la maternità di questi crimini insensati è da attribuire agli Stati Uniti che nel corso della storia hanno passato ben oltre il 90% della loro esistenza a fare guerre.
Nel breve articolo(www.storiauniversale.it/bilancio-dell-imperialismo-guerrafondaio-usa )ecco servito in poche righe ciò che gli Usa hanno rappresentato fin dalla loro costituzione nel 1776 con un numero impressionante di conflitti scatenati o in cui hanno messo lo zampino e vi hanno partecipato,dove ogni angolo della terra non è stato lasciato fuori.
E pensare che questo contributo è del 2015 e non vi sono inclusi gli ultimi casi dell'Ucraina(madn nuova-tappa-del-war-world-tour statunitense? )e dei supporti vitali in Israele e le provocazioni in Kosovo,per elencare i casi più recenti dell'ennesimo presidente guerrafondaio made in Usa(madn giusto-esultare-per-biden? ).
Che se volesse davvero manderebbe truppe regolari dell'esercito in posti come Cuba e Venezuela solo per citarne un paio,mentre per la questione Taiwan-Cina se che perderebbe e male in partenza,e con lui andrebbe a fondo quasi tutta l'Europa servile e complice.
Mentre in Italia la stragrande maggioranza dei partiti politici che si stanno dilaniando per il voto del 25 settembre si professano convintamente atlantisti e fieri sostenitori degli Stati Uniti,sarebbe meglio scegliere forze che metterebbero al bando la Nato dal nostro paese e che seguisse per davvero la Costituzione italiana con il nostro paese che ripudia la guerra.

BILANCIO DELL'IMPERIALISMO GUERRAFONDAIO USA

«Siamo un popolo di guerra. Noi amiamo la guerra perché siamo molto bravi a farla. In realtà, è l'unica cosa che possiamo fare in questo cazzo di paese: la guerra. Abbiamo avuto un sacco di tempo per fare pratica e anche perché è sicuro che non siamo in grado di costruire una lavatrice o una macchina che vale un coniglio da compagnia; per contro, se avete un sacco di abbronzati nel vostro paese, dite loro di stare attenti perché noi verremo a sbattere una bomba sul loro viso...». (George Carlin, comico statunitense)

Nel 2015 in un articolo su un blog(29) si tirano due somme che alla luce di quanto riportato finora non stupiscono:

«Gli Stati Uniti sono stati in guerra il 93% del tempo, dalla loro creazione nel 1776, vale a dire 222 dei 239 anni della loro esistenza. Gli anni di pace sono stati solo 21 dal 1776. […] Per mettere questo in prospettiva:

-Nessun presidente degli Stati Uniti è mai stato un Presidente di pace. Tutti i presidenti degli USA che si sono succeduti sono stati tutti, in un modo o nell'altro, coinvolti almeno in una guerra.

-Gli Stati Uniti non hanno mai passato un intero decennio, senza fare una guerra.

-L'unica volta che gli Stati Uniti sono rimasti 5 anni senza guerra (1935-1940) è stato durante il periodo isolazionista della Grande Depressione.

Nella maggior parte di queste guerre, gli Stati Uniti erano all'offensiva, in alcune sulla difensiva […]. Il 95% delle operazioni militari lanciate dalla fine della seconda guerra mondiale, sono state degli Stati Uniti, la cui spesa militare è maggiore di quella di tutte le altre nazioni del mondo messe insieme. Nessuna meraviglia quindi che il mondo pensi che gli Stati Uniti sono la prima minaccia del mondo per la pace.

Eppure ci sono ancora alcuni nord americani (più di quello che sembra) che fanno ancora la domanda: “Perché tutte queste persone nel mondo ci odiano?” E la risposta della propaganda USA è sempre, invariabilmente, la stessa: “...perché sono gelosi di noi, della nostra libertà, della nostra grandezza. Gelosi della nostra cultura...”

Ecco, soprattutto della loro cultura e del loro squisito modo di rapportarsi col prossimo».

Leggiamo ora cosa riporta l'autorevole quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 ore(30):

«Gli Usa si sono cimentati in 64 guerre grandi e piccole negli ultimi cent'anni, in 43 dei casi giungendo solo al pareggio. Troppi pareggi, commenta l'ex diplomatico americano e giornalista James Hansen. Tolte anche le nove sconfitte, hanno vinto meno del 20% dei conflitti. Lo dice il Socom, il comando unificato delle forze speciali americane. Il documento delle forze speciali, che comprendono Navy Seals, Delta Force e Berretti Verdi, esamina i nove conflitti cui hanno preso parte gli americani negli ultimi 15 anni con la presidenza prima di Bush junior e poi di Obama: il risultato stilato in termini calcistici è di zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi. L'analisi si intitola A Century of war and Gray Zone Challenges e risale al settembre 2015 ma è stata da poco resa nota dal sito TomDispatch.com grazie a una legge che permette di accedere a documenti riservati se chi le detiene non riesce a motivarne la segretezza. […] Vengono esaminati cento anni di interventi militari americani e dei 64 conflitti considerati solo cinque vengono definiti di primaria importanza. Tre sono stati vinti, la prima guerra mondiale, la seconda e Desert Storm in Iraq nel '91, una sconfitta, il Vietnam, e un pareggio, la guerra di Corea negli anni Cinquanta. Nella zona grigia citata nel titolo del documento ricadono i conflitti minori con un bilancio di nove vittorie, otto sconfitte e ben 42 pareggi».

È utile notare che i due conflitti «di primaria importanza» che non sono stati vinti dagli USA hanno visto come oppositori forze comuniste sostenute da Cina e URSS. Sono aperte le scommesse sullo schieramento mantenuto dai paesi socialisti negli altri 59 conflitti.

29. G. Fraschetti, Gli Stati Uniti sono stati in guerra 222 anni su 239 che esistono come Stato, Informare.over-blog.it, 26 febbraio 2015.

30. A. Negri, La superpotenza Usa? In cento anni ha vinto solo il 20% delle guerre, Il sole 24 ore, 7 ottobre 2016.

mercoledì 29 giugno 2022

PUTTA*NATO

La due giorni di Madrid,città che ospita il vertice Nato che si presenta come uno di quelli più vergognosi della sua storia,presenta un piano bellico d'indirizzo da qui al 2030 con un ulteriore invasione di militari Usa in Europa e,tralasciando le note vicissitudini ucraine,mette nel mirino la Cina.
L'articolo di Contropiano(vertice-della-nato-a-madrid )ci spiega come la guerra totale contro la Russia sia ormai un punto fermo che va oltre le restrizioni e l'allargamento del Patto Atlantico verso nazioni che se ne sono state alla larga per decenni ma che ora pressate da una campagna menzognera dell'occidente hanno deciso di aderirvi.
Il caso eclatante della Svezia e della Finlandia è di per se un fatto gravissimo in quanto la Turchia ha posto il veto per l'ingresso dei due paesi scandinavi in ottica Nato in quanto come da buon mercenario Erdogan ha ottenuto il via libera all'estradizione di appartenenti al Pkk residenti lì.
Il comportamento da puttana della Nato è ormai un proseguire di azioni che alla luce del sole stanno destabilizzando il mondo,altro che mettere fine ai conflitti,in una successione di eventi che relegano la pace sempre più nell'angolo.

Vertice della Nato a Madrid. Velleità strategiche e “sacrificio” dei kurdi in nome dell’allargamento.

di Sergio Cararo

Accolto sabato scorso da una poderosa manifestazione di protesta contro la guerra, a Madrid oggi si apre il vertice della Nato che durerà fino a domani.

Secondo l’Ispi, il vertice dell’organizzazione che si tiene a Madrid va considerato un punto di svolta: i paesi membri tracceranno gli orientamenti del prossimo decennio e, con essi, le nuove dinamiche di sicurezza del continente europeo.

Per saperne le coordinate principali occorrerrà attenderne le conclusioni, ma qualcosa viene già delineato. In primis la Nato punta “al più importante rafforzamento delle proprie capacità dalla fine della Guerra Fredda” e porterà le forze di intervento immediato “oltre la soglia delle 300 mila unità” ha già fatto sapere il segretario Stoltemberg molto preso nel suo ruolo di “falco” nell’escalation della guerra contro la Russia in Ucraina.

L’Alleanza sarà “rafforzata in tutte le direzioni in ogni ambito: terra, aria e mare”, ha affermato Biden al vertice di  Madrid. “Dispiegheremo capacità aeree aggiuntive e altre capacità in Germania e Italia”, ha già fatto sapere il presidente Usa. Forse non gli bastano le 113 basi militari già presenti in Italia.

Inoltre il nuovo Strategic Concept – il documento di indirizzo strategico verso il 2030 – citerà la Cina come una delle sfide future da affrontare. In realtà lo Strategic Concept della Nato è già in elaborazione dal 2021 ma è inevitabile che dovrà fare i conti con il brusco mutamento delle relazioni internazionali, sia in Europa che nel mondo, a seguito dell’intervento militare russo in Ucraina e della guerra che si trascina da più di quattro mesi.

Secondo Affari Internazionali, tra gli obiettivi della Nato c’è indubbiamente un aumento delle ambizioni di intervento, ben oltre quelle dell’area europea o propriamente atlantiche. L’Alleanza potrebbe e dovrebbe sostenere gli sforzi militari per stabilizzare Nord Africa e Medio Oriente, fornendo supporto in termini politico-militare, di intelligence, e di capacità specifiche che solo la Nato possiede.

Ma l’ipotesi di nuove operazioni militari paragonabili a quelle in Afghanistan o in Libia non sembrano incontrare entusiasmi (visti anche i clamorosi fallimenti di entrambe, ndr), si tratta di una velleità che per la Nato si è tragicamente chiusa tra la ritirata da Kabul il 31 agosto 2021 e le prime bombe russe su Kiev il 24 febbraio 2022.

Ma è evidente, sia come causa e che come conseguenza della guerra in Ucraina, il focus principale della Nato sarà quello a Est. Nel 2022 si è già passati al rafforzamento dei contingenti militari Nato in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia (con responsabilità ben precise della Francia in Romania e dell’Italia in Bulgaria).

Ma se l’attenzione e il rafforzamento militare della Nato è prevalente sulla frontiera Est, qualcuno sottolinea però che questo potrebbe provocare una minore attenzione al fianco sud: quello Mediterraneo.

E’ evidente che in questo quadrante sia cresciuto in modo pesante il ruolo di una potenza Nato come la Turchia.

E questo peso è leggibile anche nel ricatto che Ankara ha posto sul via libera all’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia: l’espulsione  e la consegna alla Turchia dei dirigenti e dei militanti del Pkk curdo rifugiatisi in quei paesi e la cessazione di ogni azione diplomatica a supporto della causa kurda. “Non usateci per negoziare con la Turchia” ha affermato Zubeyr Aidar,  dirigente kurdo rifugiato in Svezia. Ma martedì è venuto meno il veto di Ankara al via libera della Turchia a Svezia e Finlandia nell’alleanza. E’ stato sottoscritto un memorandum che accoglie le richieste turche sulla lotta contro il Pkk e la fine dell’embargo alle forniture militari svedesi e finlandesi ad Ankara. I kurdi usati dalle potenze occidentali come carne da cannone contro l’Isis adesso vengono di nuovo sacrificati, ma questa volta in nome dell’allargamento della Nato.

Tra i punti da dirimere nel vertice Nato di Madrid c’è anche quello dei partenariati con i paesi che chiedono di aderirvi. L’azione militare della Russia ha rimosso l’ambizione dell’Ucraina ad entrare nella Nato, restano le domande di Georgia e Moldavia. La prima già nel 2008 rischiò di scatenare un conflitto tra Russia e Nato simile a quello in corso in Ucraina, la seconda sta subendo pesantemente le onde lunghe della guerra in corso.

Infine, ma non certo per importanza, nel nuovo Strategic Concept della Nato ci sarà un capitolo anche sulla competizione frontale con la Cina. Non si tratterebbe di impegnare apertamente la Nato in operazioni militari nel Indo-Pacifico, ma di rafforzare il vantaggio militare sulla Cina da parte dell’Anzus, in pratica la gemella della Nato nel Pacifico. Non a caso è prevista la presenza al vertice di Madrid dei Primi ministri di Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda.

mercoledì 8 giugno 2022

CULTURA RUSSA

Mentre la pericolosa caccia alle streghe contro il popolo russo continua imperterrita nella maggior parte del mainstream occidentale,anche se si notano alcune defezioni che man mano che il conflitto si dilata nel tempo hanno più voce(o forse è solo una mia sensazione),la disinformazione o se si vuole l'informazione a senso unico non controllata continua a fluire indisturbata nelle case di milioni di italiani ed europei.
E non si toccano solamente Putin e i maggiori pezzi da novanta del governo russo,ma pure personaggi che sono già sotto terra da decine di anni o anche più come i vari protagonisti della splendida letteratura russa degli scorsi secoli,dei musicisti e dei compositori per finire con l'essere presi di mira pure monumenti storici come quelli che compongono il Cremlino.
Lo si evince nell'articolo di Contropiano(no-allembargo-culturale )che parla di questa fastidiosa e vergognosa deriva della guerra che infanga milioni di persone che di questo conflitto ormai non possono più dire nulla,e dello fregio che si fa a tutta la cultura russa con tutte le mille sfaccettature che ciò comporta.
Associando questa guerra mediatica,che però perde colpi giorno dopo giorno,alla capacità mentale e di comprensione di una popolazione come quella italiana,ormai in fondo a tutte le classifiche europee per quanto riguarda la comprensione di una semplice frase,la propaganda antirussa fa breccia proprio verso quelle persone che un minimo di cultura proprio non ce l'hanno.

No all’embargo culturale.

di  Potere al Popolo   

In tre mesi dall’inasprimento del conflitto fra la Russia e l’Ucraina, culminato con l’invasione di quest’ultima da parte della prima, l’Occidente in generale e l’Italia in particolare hanno adottato una politica non volta a cercare a tutti i costi una soluzione diplomatica per arrivare il prima possibile ad un accordo di pace ma, al contrario, una politica belligerante. 

In questo clima di guerra si è cercato in tutti i modi di tracciare una linea fra buoni e cattivi, secondo la quale tutti i russi sono i cattivi. Si dice che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, però, a quanto pare, quelli dei governanti possono ricadere sulla popolazione e sulla sua cultura.

Stiamo assistendo infatti ad una inesorabile cancellazione della cultura russa, sia quella contemporanea che quella passata. Non risulta chiaro di quali colpe si possano essere macchiati in questa circostanza i vari Puskin, Cechov, Cajkovskij, Dostoevskij, Tolstoj. 

Semplicemente nessuna e infatti le motivazioni addotte sono delle più fantasiose, come per la cancellazione del corso su Dostoevskij alla Bicocca, poi rettificata, poiché mancava il contraddittorio! Sarebbe interessante sapere chi sarebbe dovuto essere mandato a sostenere tale contraddittorio.

Alcuni teatri hanno cancellato le rappresentazioni del Lago dei Cigni che dovevano essere messe in scena da ballerine e ballerini ucraini, adducendo come motivazione quella di voler “tutelare” gli/le artisti/e che avrebbero avuto non pochi problemi al rientro in Patria avendo il governo di Kiev imposto il divieto di interpretare autori russi.

Ma gli stessi problemi non li avrebbero le artiste e gli artisti russi a cui si chiede di prendere parola sulla guerra, pena l’esclusione dalle varie kermesse?

Poco importa: ormai, che siano filo-Putin o oppositori, pro-guerra o contrari ad essa, sono stati messi aprioristicamente dalla parte del torto.

Ecco quindi che il Dublin International Piano Competition ha annullato la partecipazione dei musicisti russi; che nessun film russo potrà gareggiare alla prossima edizione degli Europen Film Award; che Netflix ha cancellato Anna Karenina; che la Philharmonie Haarlem ha cancellato le opere di Ciajkovskij e Stravinsky; che la Biennale di Venezia ha messo al bando le e gli artisti russi, salvo che non siano apertamente oppositori politici; che la Fiera del Libro di Torino ha deciso di boicottare scrittori e scrittrici russe; che la Siae non verserà alla consorella della Federazione Russa il pagamento dei diritti d’autore delle associate e associati russi; dal comitato del Premio Strega è stato escluso, sotto indicazione della Farnesina, Solonovich (esclusione poi rientrata, anche se la vergogna rimane).

E questi sono solo alcuni dei casi più famosi e più eclatanti perché poi esiste tutta la galassia delle piccole etichette discografiche, piccole case di produzione, piccole case editrici che non possono più operare.

Questo non vuol dire che non si possa contestare un artista, cosa che abbiamo anche fatto quando all’Arena di Verona si esibì Polunin (in un evento di ballo extra Arena, nonostante fosse stato dismesso il corpo stabile di ballo proseguendo così nella linea della privatizzazione e precarizzazione del lavoro culturale), lui – sì – così talmente filoputiniano da avere tatuato sul petto la faccia del Presidente della Federazione Russa, oltre che essere omofobo e sessista. Ma allora questi problemi non vi erano.

Questa deriva di totale cancellazione e censura della cultura russa non è un atto volto alla pace, bensì destinato a incrementare una russofobia che nulla gioverà né alla fine del conflitto né alla popolazione ucraina che vive lo scontro armato sul proprio territorio, nelle proprie case.

Se avessimo dovuto seguire questo modus operandi sarebbero innumerevoli le opere. ,le autrici e gli autori di cui non avremmo potuto fruire in questi anni: quelle provenienti dagli Stati Uniti che hanno fatto innumerevoli guerre invadendo paesi sovrani, quelle di Israele che occupa i territori palestinesi massacrandone la popolazione, quelle della Turchia che perseguita i curdi…

Così facendo non avremmo più cultura di cui godere.

Ci sarebbe poi da chiedersi a chi appartiene la cultura. La cultura è universale, e la cultura russa, oltretutto, è parte integrante della cosiddetta cultura europea.

Se veramente si volesse favorire la pace non si escluderebbero le artiste e gli artisti russi, poiché lo scambio culturale è uno strumento fondamentale per prevenire “guerre di civiltà” di cui fanno le spese solamente le classi popolari. La cultura è l’unica arma che andrebbe finanziata.

Pertanto ci opponiamo a questa censura e all’embargo culturale nei confronti di un intero popolo, di una intera storia.

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”

NOI NON CI ARRUOLIAMO! NOI NON CENSURIAMO!

giovedì 12 maggio 2022

GLI ORDINI DI BIDEN A DRAGHI

Il tour pancia all'aria del cagnolino Draghi negli States ha riconfermato,se ce ne fosse stato il bisogno,il totale servilismo italiano nell'ambito atlantista e tra i primi schiavi nell'Unione europea,nel giorno in cui altri leader europei hanno ribadito che la Russia non deve essere umiliata ma bisogna trovare al più presto una soluzione pacifica al conflitto ucraino.
Meglio senza l'intervento della Nato e degli Usa che continuano a foraggiare con investimenti e armamenti la nazione del fantoccio Zelensky,mentre altre voci fuori dal coro sempre più insistenti sia in Italia che in Ue non vogliono più aiuti militari diretti e cercano sempre più soluzioni diplomatiche senza sanzionare maggiormente la Russia.
L'articolo di Contropiano(sofferenze-europee-per-la-guerra-a-trazione-usa )parla dell'intervento dall'americano Draghi,che forse vuole un futuro ruolo di prim'ordine nella stessa Nato dopo esserne stato il fido banchiere,che in visita all'amico Joe ha detto quello che tutti si aspettavano,soprattutto gli statunitensi,con maggiori fondi per la guerra e la garanzia del proseguimento di sottomissione atlantista tanto cara a una platea trasversale di partiti politici nostrani.
Non sarà certamente questa legislatura,e nemmeno le prossime future a meno di clamorosi sviluppi,a farci togliere le basi militari dal nostro paese,anzi aumenteremo ancora le spese militari oltre a quelle per il gas Usa da rigassificare(maggiori costi e impatto ambientale),insomma questa scampagnata a spese nostre è un altro suicidio economico per le tasche degli italiani,sempre più vuote,sempre più logore.

Sofferenze europee per la guerra a trazione Usa.

di Dante Barontini

Qualcosa scricchiola nella poderosa “unità occidentale” contro la Russia. Sul piano continentale è evidente la differente impostazione tra Francia e Germania da un lato, e Italia (e paesi dell’Est) dall’altra.

Il giorno in cui Emmanuel Macron e Olaf Scholz si incontrano e delineano una posizione di “attenzione” nei confronti di Mosca (“non umiliare la Russia” pretendendo la sua sconfitta sul campo e il crollo economico), Mario Draghi detto “l’amerikano” sale su un aereo in direzione Washington.

E’ tradizione che i presidenti del consiglio italiani, nelle situazioni complicate, vadano a prendere indicazioni – o ordini – direttamente alla fonte, in modo da non sbagliare mosse e irritare gli Usa. Cominciò De Gasperi, siamo andati avanti così per 70 anni. E certo il più “euro-atlantico” dei premier europei, e sicuramente non un semplice cameriere ma un “consigliori” molto ascoltato, andrà a rappresentare le difficoltà che attraversano in queste settimane l’Unione Europea.

Comincia infatti a prendere corpo il costo spaventoso che la guerra in Ucraina impone all’Europa, troncando da un lato le forniture energetiche – al momento insostituibili, in quelle dimensioni e prezzi – e dall’altro parecchi mercati di esportazione (non solo la Russia, ma in qualche misura anche la Cina).

Non sembra un caso che lo stesso giorno Scholz abbia avuto una riunione in teleconferenza con Xi Jinping, con il leader cinese preoccupato di raccomandare per i due paesi relazioni bilaterali “sane e stabili“, per svolgere un ruolo “di stabilizzazione, costruttivo e di primo piano nella pace globale, soprattutto nel panorama internazionale attuale“.

Problemi che non riguardano – è stato fatto notare da molti – gli Stati Uniti, che al momento possono usufruire di una larga autonomia energetica, al punto da potersi proporre come fornitore sostituivo almeno parziale ma a prezzi decisamente più alti. Anche oltre il 50% in più. Ma che soprattutto – come emerge da sempre più analisti – hanno deciso di “buttare fuori pista” sia Mosca che Pechino e, nello stesso tempo, anche l’Unione Europea.

La quale, a sua volta, si ritrova stretta come il vaso di coccio tra potenze dotate di forte potere politico centralizzato, eserciti rodati nei secoli o almeno decenni, e un più chiaro senso strategico.

Voler partecipare all’”ipercompetizione mondiale” che fa seguito alla stagione della “globalizzazione unipolare” è un’aspirazione che espone a rischi fortissimi, se non si riesce a mettere in campo qualcosa di adeguato.

Vero è che fin dall’inizio «L’Europa sarà costruita sulle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate di fronte ad esse», come aveva scritto Jean Monnet ai tempi della Dichiarazione Schuman, ma non tutte le crisi sono della stessa natura e dimensione. Una guerra in Europa, che gli Stati Uniti vorrebbero lunga quanto basta a vedere “la Russia indebolita al punto di non poter fare il tipo di cose che ha fatto con l’invasione dell’Ucraina”, rischia di essere uno shock troppo difficile da sfruttare per costruire un’unità più drastica.

Si è visto proprio in questi giorni con le reazioni alla proposta di Mario Draghi – guarda caso… – di “superare il metodo dell’unanimità” per assumere decisioni comunitarie. Subito ripresa anche da Macron, von der Leyen e Scholz, perché i paesi più grandi ed economicamente forti “soffrono” la lentezza decisionale a causa dei veti nazionali. Che ostacola – com’è ovvio – la reattività della UE alle sfide dell’”ipercompetizione”.

Ma questo richiede una radicale modifica dei trattati europei, che – in loop – richiede l’unanimità. L’intenzione sarebbe quella di avviare il lungo processo di revisione già a giugno, in occasione del prossimo Consiglio Europeo. Ma, prima ancora di cominciare la discussione su quali temi andrebbero esclusi dall’approvazione all’unanimità, un gruppo di tredici Paesi ha sottoscritto una dichiarazione comune in cui si rifiuta radicalmente questa ipotesi.

Si tratta di Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Romania, Svezia e Slovenia (ma si potrebbero aggiungere anche l’Ungheria e la Slovacchia). Anche qui, in gran parte, si tratta di quei paesi dell’Est che più sono “sensibili” alle sirene statunitensi; chi per antica “russofobia”, che per motivi assai più concreti, come il margine di autonomia decisionale in materia di bilancio, già ridotta quasi a zero dal Fiscal Compact e dal duo Two Pack-Six Pack (sulle procedure per l’approvazione delle leggi di stabilità nazionali).

Nella loro dichiarazione congiunta questi paesi – non tutti “piccoli”, oltretutto – ricordano che “ciò che conta è affrontare le idee e le preoccupazioni dei cittadini”. Quanto di più lontano immaginabile per i fautori dell’”austerità” che avevano dato forma alle politiche UE fino allo scoppio della pandemia e che mordono il freno per tornare a quell’andazzo.

In pratica, metà dei paesi UE non è disposto a rinunciare al proprio diritto di veto. E non sarà semplice superare questa opposizione nel bel mezzo di una guerra sul territorio europeo e con gli Usa che lavorano tutti i giorni per incentivare quel “divide et impera” che è da sempre il segreto degli imperi.

Ma proprio questa evidente pressione di Washington lavora a dividere, anche sul piano nazionale italiano, le forze politiche di governo da Mario Draghi. Forse è un po’ esagerata (e speranzosa) la copertina che Il Fatto Quotidiano ha dedicato oggi al premieri in partenza per gli Usa – “Abbandonato da tutti, Draghi vola da Biden”, ma certo cresce anche nella più miserabile classe politica del mondo l’insofferenza per una politica eccessivamente sdraiata sugli interessi statunitensi.

Lo avevano fatto capire nei giorni scorsi i lamenti di Confindustria – cone la guerra la produzione industriale a marzo è scesa del 2,9%, quasi del 4 in Germania – al punto che persino “Letta con l’elmetto” ha dovuto moderare il proprio atlantismo smodato e invitare a cercare”le vie del negoziato”.

Gli ideali, come sempre, “c’entrano una sega”… A parte le poche industrie del settore armi, tutte le altre attività imprenditoriali sono sotto minaccia di crisi nerissima. Come anche le borse in questi giorni stanno ricordando…

giovedì 5 maggio 2022

SANZIONI CONTRO NOI STESSI

Il nuovo giro sulle sanzioni alla Russia ci sta mettendo un poco più tempo rispetto alle altre cinque perché alcuni Stati membri dell'Ue hanno forse capito che l'effetto boomerang è molto più grave e sentito di quello che già i cittadini europei stanno subendo.
In poche settimane i prezzi alle stelle per carburanti e gas hanno inciso drasticamente sulle tasche degli italiani(per rimanere a casa nostra)e solo uno stupido o uno in malafede può affermare il contrario(o un politico seduto a Roma),e le briciole che il governo vuole dare e se mai le darà di certo non saranno in grado di risanare i conti correnti dei cittadini,figurarsi i conti dello Stato che tra aiuti in armamenti e ulteriori indebitamenti per foraggiare il ministero della guerra stanno collassando,per non parlare da dove arrivano i tagli.
L'articolo di Contropiano(tutti-hanno-da-guadagnarci-tranne-noi-europei )mostra in maniera lapalissiana il gioco cui stanno giocando i vari protagonisti in campo partendo dagli Stati Uniti che considerano l'Europa poco più di una colonia e sta sguinzagliando la setta Nato a fare proseliti accumulando nuovi adepti.
La Russia di Putin non fa un passo indietro e credo non lo farà mai così come l'Ucraina che rischia uno sterminio per il volere di un megalomane arricchito dalla televisione che manda al massacro la sua popolazione(per quanto riguarda le proprie forze militari il pensiero non mi sfiora).
Parlando di sanzioni la nostra economia già in ginocchio ancora prima della pandemia ora sta crollando letteralmente ed in maniera verticale mentre i nostri politici come pappagalli,assieme ai giornalisti di regime(ricordiamoci che nella classifica per la libertà di stampa siamo scesi dal quarantunesimo al cinquantottesimo posto al mondo)starnazzano quello che Usa,Nato e anche la schiava Unione Europea vogliono inculcare ora dopo ora nelle teste delle persone.
Nessuno più delle parti citate sopra ormai vuole la pace,i negoziati sono sterili e chi vende armi sta facendo guadagni colossali mentre i politicanti fantoccio europei vogliono praticamente l'Ucraina in ogni dove:Ue,Nato,che se la prendano gli Stati Uniti come cinquantunesimo Stato.
Per ultima l'inversione di tendenza sugli approvvigionamenti energetici che stanno sempre più ammalando la Terra e stiamo giungendo al punto di non ritorno,mentre si demonizza un'intera nazione e si fa la corte a nazioni dove la dittatura è la vera forma di governo e la libertà è una parola letta solo nei dizionari:meritiamo l'estinzione.

Ucraina, nessuno intende negoziare: tutti hanno da guadagnarci. Tranne noi europei.

di Loretta Napoleoni *

Ormai è chiaro che né l’Ucraina, né la Russia, né gli Stati Uniti hanno intenzione di negoziare. Per la prima vige il principio che per la patria e per la libertà da Mosca ci si fa trucidare e si resiste fino alla distruzione totale della nazione e della popolazione.

La seconda è saldamente in pugno a Putin, che non conosce la parola sconfitta e per quanto riguarda gli Stati Uniti – gestiti dal partito democratico, notoriamente guerrafondaio – hanno tutto da guadagnare dal prolungamento della guerra.

Basta menzionarne i vantaggi economici: si pensi solo ai carichi di metano liquefatto che venderanno a noi europei; senza parlare del trionfo della Nato, creazione loro, che ormai ingloberà anche la pacifista, o meglio ex pacifista, Svezia, la ex diplomatica Finlandia e forse anche la ex neutrale Svizzera.

Gli unici che da questa guerra hanno solo da perdere siamo noi, gli europei. Avete dato un’occhiata alle bollette energetiche o fatto il pieno di benzina, e che dire dei prezzi dei biglietti aerei per le tanto desiderate vacanze estive…?

E poi c’è l’inflazione alimentare, i tassi d’interesse che salgono, la stagflazione dietro l’angolo, più di quattro milioni di ucraini da sistemare, da aiutare. La lista è ben lunga.

Certo l’industria delle armi gongola, ma non è certo un volano per l’economia del vecchio continente. La stragrande maggioranza dei fondi di investimento non la toccano, come non investono nell’industria del tabacco.

Ma non basta essere tartassati dalle conseguenze negative di una guerra che si poteva e si doveva evitare con la diplomazia, adesso al vecchietto Biden è stato dato un nuovo copione da recitare da chi gestisce il potere in America, e cioè il partito democratico e chi lo dirige, probabilmente la Clinton e il suo seguito. Nel copione c’è scritto di spingere la Nato a entrare nel conflitto.

La scorsa settimana Victoria Nuland, la poco diplomatica e nota guerrafondaia Under Secretary of State for Political Affairs, ha ufficialmente dichiarato che la Nato deve intervenire per salvare gli assediati dell’acciaieria di Mariupol.

Alla Nuland, talmente imperialista da far apparire Dick Cheney come un agnellino, dell’Europa interessa poco. Per lei noi siamo una colonia, esiste solo l’America e il nemico, che al momento si chiama Russia. I nemici si combattono con le guerre per procura: quella in Corea, in Vietnam, in Afghanistan, e adesso in Ucraina.

Un intervento della Nato ci farebbe entrare in guerra. Lo sanno tutti: da Boris Johnson, di nuovo alle corde per le feste durante i lockdown, fino a Ursula von der Leyen che, infilatasi il giubbetto antiproiettile, ha incitato l’Ucraina a combattere fino alla vittoria e ha consegnato a Zelensky il questionario per entrare nell’Ue pur non avendo i requisiti per farne parte (il peggior peccato che un euroburocrate possa commettere).

Lo sa pure Mario Draghi, che per far vedere che esiste manda armi e chiede l’embargo sul petrolio russo.

Tutta questa gente gioca con il fuoco, è bene che i lettori lo sappiano. Tante, troppe guerre sono scoppiate per questo motivo. Pensare che questa guerra finirà con la vittoria di Kiev grazie all’eroismo dei suoi cittadini e alle armi che gli stiamo dando è un’illusione pericolosissima che solo chi non conosce la storia può coltivare.

Siamo insomma nella politica dell’assurdo: mentre sbandieriamo l’importanza della libertà, facciamo affari con i dittatori africani come Al Sisi. Il motivo è punire il super-dittatore Putin.

Così facendo paghiamo il doppio per le nostre bollette, accettiamo che con le nostre tasse si producano armi e contribuiamo al surriscaldamento della Terra (molte centrali a carbone hanno ripreso a funzionare). Ma che bravi, noi sì che siamo liberi e democratici!

Ogni sera giornalisti semi-mummificati intervistano colleghi ed esperti altrettanto fossilizzati che ci ripetono questo mantra: “è la cosa giusta da fare”. Accettiamo che tutto ciò che è russo venga cancellato dal mappamondo, persino gli atleti non possono partecipare agli incontri internazionali. Anche lo sport è entrato in guerra.

Politica e informazione sono a senso unico, proprio come negli anni Trenta in Germania, le voci fuori dal coro vengono stroncate e tacciate di essere a favore di Putin.

Forse la Nuland ha ragione, siamo una colonia degli Usa. Noi europei non ci siamo mai ripresi dal trauma della Seconda guerra mondiale: con i soldi del piano Marshall l’America ci ha chiuso in un recinto dal quale non siamo mai riusciti a uscire.

Tutti i tentativi di rifiutare i valori, i modelli – vedi il neoliberismo – che arrivavano dall’altra sponda dell’Atlantico sono stati inutili. La riprova? Il crollo della sinistra europea. Che fine ha fatto quella svedese? E quella italiana? Per non parlare dei laburisti inglesi.

Dove sono finiti gli intellettuali che difendevano i veri valori della libertà, quelli dell’informazione senza propaganda, della libertà di pensiero, di parola, di opinione? Ma soprattutto la libertà di scegliere la pace?

* da IlFattoQuotidiano

mercoledì 13 aprile 2022

PREZZEMOLINO

Ormai presente ovunque nei notiziari,sulle prime pagine di quotidiani e di rotocalchi,negli "speciali" che non sono più tali in quanto giornalieri sulle emittenti televisive,il presidente ucraino Zelensky è una sorta di prezzemolino cui siamo abituati e che certamente in molti di noi vorrebbero vederlo meno.
Più che guardarlo direi che è la sua voce e quello che dice che ha stancato e parecchio,uno che nello stesso discorso vuole la pace ma che chiede munizioni e armi,che parla di dialogo ma che ogni santo giorno vuole la morte del nemico,uno che ha fatto soldi e fortuna con la televisione e che ora è un signore della guerra.
Il pressapochismo politico del presidente Zelensky è proprio del ritrito populismo e qualunquismo della destra(molto estrema)che viene propinata in tutto il mondo e da molti decenni,e che trova ancora proseliti salvo poi capire quando è troppo tardi di aver creduto a delle fandonie.
L'articolo preso da Contropiano(i-professionisti-della-comunicazione-che-gestiscono-zelenskij )è un piccolo contributo che riguarda la gestione dell'immagine di Zelensky che è ormai ospite in tutti i parlamenti mondiali a cadenza giornaliera e che continua la sua calcolata carità piangendo per se stesso più che per ucraini(che se la passano parecchio male ed è un eufemismo)e che parla di violenze presunte o meno dalla controparte russa mentre il suo esercito è composto di agnellini,tirando in ballo stragi,torture,crimini di guerra,uso di armi chimiche e proibite almeno una volta al giorno.
La guerra è una brutta cosa e certamente mettendoci il muso e le parole quotidianamente non fermerà questa tragedia che l'Ucraina ha cominciato dal 2014 e che ora ha il sostegno di tutto un occidente che non riesce a capire che gli Usa,l'Ue e la Nato sono i principali artefici di questo conflitto.

I professionisti della comunicazione che gestiscono Zelenskij.

di Pierluigi Fagan *

Alcuni si sono irritati e sorpresi dai miei recenti toni con cui ho trattato Zelensky. Chiunque abbia avuto esperienze di marketing e pubblicità non potrà non notare come tutta la narrazione Zelensky ricalchi in tutta evidenza una chiara strategia.

Forse questa affermazione risulterà infondata ai più, ma io ho lavorato in quel campo per due decenni e passa, diciamo ad alti livelli, con una specializzazione professionale specifica proprio in strategie di marketing e comunicazione.

Non c’è alcuna possibilità che possiate sostenere il contrario, credetemi, la mia non è una convinzione politica è meramente una constatazione tecnica.

Zelensky è il testimonial (bravissimo) di una strategia di comunicazione (abilissima e molto professionale) che presuppone un abilissimo team che ne cura immagine e testi, team ovviamente non ucraino.

Ma è anche un PR con un altro team che gli apre porte di parlamenti, interventi nelle piazze pacifiste, interviste, servizi copertina e da ultimo anche merchandising e tutto il noto sistema che accompagna il format “rivoluzioni colorate”.

E chi lo dirige gestisce anche le sue relazioni internazionali, l’amicizia con i Trimarium in funzione anti-UE, gli attacchi a Germania e qualche volta Israele, l’ambiguo rapporto con la Turchia che sta nella NATO tanto quanto si bilancia con la Russia e molto altro.

O mi volete dire che un comico ucraino in politica da tre anni con un Paese al 133° posto per Pil, è in grado di far tutto questo da solo?

Ogni giorno concede qualcosa facendo respirare gli animi pacifisti e ragionevoli, un minuto dopo fa marcia indietro.

Ogni giorno alza la posta paranoica contro l’inumanità russa (che è per molti versi obiettiva), poi chiede più armi, più soldi, più riconoscimento e più odio per il nemico.

Ogni giorno noi non abbiamo alcuna informazione terza sui teatri di guerra, ma abbiamo cori di esperti che fanno sperare: “i russi sono impantanati”, “i russi cedono psicologicamente”, “i russi stanno preparando attacchi biochimici ed atomici (quando queste sono pari accuse fatte dai russi nei loro confronti).

Non vediamo i militari russi, non vediamo i militari ucraini, vediamo solo immagini ucraine e sentiamo solo comunicati ucraini.

Se c’è speranza, c’è un invio d’armi e tutto il circuito si rilancia.

Ogni giorno gli europei vanno incontro a questo tsunami emotivo terrorizzante spinti da dirette h24 gestite da professionisti della comunicazione che non hanno mai un dubbio, un’alzata di sopracciglio, un possibile ricordo del necessario bilanciamento quando si stratta di comunicazione di guerra.

Così i popoli, così i loro intellettuali principali, così i partiti annichiliti.

Granelli di sabbia in questa abbondante vasellina sono subito coperti di ignominia ed ostracizzati.

* da Facebook

mercoledì 9 marzo 2022

ANCORA IL COLORE DELLA PELLE

Il razzismo che l'occidente,chi in maniera evidente,chi subdola e chi inconscia,mostra da sempre nei confronti di chi non è di pelle bianca si sta evidenziando in maniera netta con la questione dei profughi ucraini che stanno fuggendo dalle zone colpite dalla guerra combattuta contro la Russia.
Le immagini sono le stesse di quelle che da anni vediamo con chi proviene dalle sponde mediterranee  e da quelle delle frontiere dell'est che ora spalancano i cancelli dei confini per far passare centinaia di migliaia di persone che hanno negli occhi lo stesso orrore di chi sta vivendo un conflitto sulla propria pelle con tutte le incognite che ciò comporta.
Cambia la pelle,ma sono le stesse madri con i bambini,alcuni anche infanti,che scappano con quello che hanno preso in fretta e furia sperando forse un giorno di tornare nelle terre natie,ma è sotto gli occhi di tutti la differenza di trattamento che ricevono in base se hai i capelli biondi e gli occhi azzurri rispetto a chi ha occhi e capelli neri e soprattutto dello stesso colore la pelle.
L'articolo di Internazionale(guerra-ucraina-razzismo )spiega bene quello che negli ultimi giorni stiamo vivendo tramite la cronaca della guerra con la gente che scappa attraverso i confini ucraini nelle vicine Polonia,Slovacchia,Ungheria,Romania e Moldavia,con una partecipazione solidale che non ha confronti negli ultimi anni se non decenni.
E l'Italia è tra i paesi in prima linea a supportare aiuti umanitari(non sto dicendo che non bisogna aiutare la popolazione ucraina ovviamente,sono sempre i poveri e i disperati le vittime predilette dei conflitti,di tutte le guerre)e purtroppo non solo quelli con l'invio di armi nel nome della pace(madn cercare-la-pace-con-la-guerra ).
Davvero questa gara di solidarietà anche voluta per nobiltà d'animo non l'avevo mai vista e come detto nell'articolo sottostante il fatto è che il mondo occidentale ritiene la propria civiltà al di sopra di quelle del resto del mondo,soprattutto di quella africana ma anche di quella asiatica,viste come territori proprio da terzo mondo abitato da persone sempre in conflitto tra di loro e animate da religiosità differenti.
E poi anche la media vicinanza geografica fa sembrare il conflitto più vicino alle nostre case,non come le lande desertiche di certe nazioni dell'Africa o quelle desolate e sperdute del centro dell'Asia:in sostanza l'occidente è il bene,lo sviluppo e la giustizia mentre il resto del mondo è popolato da pagani e da terroristi pronti a invaderci e rubarci il lavoro e le donne,un film già visto.
Da sottolineare anche il fatto che tra gli stessi profughi ucraini ci sono centinaia di africani,indiani e mediorientali che lavorano o studiano in Ucraina e ai confini di cui sopra sono stati trattati come usano con gli altri profughi non bianchi,maltrattati,discriminati e addirittura picchiati e fatti passare in coda rispetto agli ucraini che abbiamo nell'immaginario(vedi:www.ilpost.it/ucraina-fuga-africani-indiani-razzismo ).

Il racconto della guerra in Ucraina rivela il razzismo occidentale.

Patrick Gathara, Al Jazeera, Qatar.

7 marzo 2022 

Il conflitto in corso in Ucraina tra popolazioni slave russe e ucraine, queste ultime appoggiate da una coalizione tribale di nazioni nell’Europa subscandinava, non ha messo in evidenza soltanto la fragilità della pace nel subcontinente devastato dalla pandemia. Ha svelato anche una squallida sfumatura di eccezionalismo razzista con cui molte persone europee e di discendenza europea tendono a guardare a se stesse. 

È stato impossibile non accorgersi dello shock, all’idea che tutto questo potesse succedere in Europa, mostrato dai giornalisti caucasici che stanno raccontando la guerra scatenata dall’invasione della Russia con il pretesto di sostenere gli alleati etnici nelle enclave tribali di Donetsk e Luhansk, riconosciute come repubbliche indipendenti. 

“Sono così simili a noi. Ecco perché è così scioccante… La guerra non è più qualcosa che colpisce popoli poveri e lontani. Può accadere a chiunque”, ha scritto Daniel Hannan sul Telegraph, nel Regno Unito. “Pensate, siamo nel ventunesimo secolo, siamo in una città europea, e si lanciano missili come se fossimo in Iraq o in Afghanistan”, si lamentava un commentatore alla tv francese. 

Inviato a Kiev, nella capitale ucraina, il corrispondente della rete statunitense Cbs Charlie D’Agata ha dichiarato che l’Ucraina “non è, con il dovuto rispetto, un posto come l’Iraq o l’Afghanistan, in guerra da decenni… Questa è una città relativamente civilizzata, relativamente europea – devo stare attento alle parole che uso – dove non ti aspetteresti né spereresti mai che possa accadere qualcosa di simile”. In seguito si è scusato. 

Un ritratto impietoso.

Queste reazioni scandalizzate naturalmente con sono una novità. Raccontando gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump, soprattutto in occasione delle elezioni del 2020, i giornalisti esclamavano con regolarità che quel caos era una cosa da “terzo mondo”, che non ci si sarebbe potuti aspettare negli Stati Uniti. “Adesso l’America è un paese del terzo mondo”, recitava un titolo della rivista Fortune raccontando il primo sgangherato dibattito presidenziale tra Donald Trump e Joe Biden, destinato a succedergli. 

Il pensiero torna a Chinua Achebe che, recensendo nel 1975 il romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, osservava come “per ragioni che sarebbe sicuramente utile indagare dal punto di vista psicologico, l’occidente sembra nutrire profonde preoccupazioni riguardo la precarietà della sua civiltà” e aver bisogno di essere rassicurato di continuo dal paragone con l’Africa. All’Africa possiamo aggiungere l’Iraq, l’Afghanistan e gran parte del sud globale. 

In sostanza, i giornalisti cercano di ribadire l’eccezionalismo e la virtù dell’Europa bianca esternalizzando i mali di quest’ultima verso il mondo “in via di sviluppo”. Ciò che Achebe scriveva dell’Africa può essere esteso a gran parte del mondo non bianco, che “è per l’Europa quello che il ritratto è per Dorian Gray, ossia un contenitore in cui il padrone scarica le sue deformità fisiche e morali così che lui possa andare avanti, dritto e immacolato”. 

Paradossalmente, le deformità morali dell’Europa sono sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio dell’invasione russa, essa stessa profondamente immorale e ingiusta. Il trattamento che, stando a quanto riportato, le guardie di frontiera ucraine hanno riservato agli africani, agli indiani e ad altre persone di colore che cercavano di lasciare il paese resterà una macchia indelebile sulla resistenza per altri versi eroica del paese contro l’aggressione. 

Il caldo benvenuto accordato ai profughi ucraini dai vicini dell’Unione europea è in netto contrasto con l’ostilità sperimentata da persone diverse dal punto di vista razziale, giunti da altri paesi sulla soglia dell’Europa. E gli europei non hanno certo fatto mistero dei motivi di questa discrepanza. 

I giornalisti non si rendono nemmeno conto del paradosso delle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni.

Il primo ministro bulgaro Kiril Petkov ha dichiarato: “Questi non sono i profughi che eravamo soliti vedere. Queste persone sono europee, perciò noi, insieme a tutti gli altri paesi dell’Ue, siamo pronti ad accoglierli. Queste sono… persone intelligenti, istruite… perciò nessuno dei paesi europei teme l’ondata di immigrati che sta per arrivare”. 

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha dichiarato poi che “accetteremo chiunque ne abbia bisogno. La società ucraina è sempre più impaurita e preoccupata. Siamo pronti ad accettare decine, centina di migliaia di profughi ucraini”. Tutto questo mentre il suo paese continua a negare l’ingresso a migranti e richiedenti asilo, in gran parte iracheni, afgani e siriani, lungo il confine con la Bielorussia. 

Nel Regno Unito, che ha valutato la possibilità di respingere i profughi non bianchi verso il Canale della Manica, il primo ministro Boris Johnson pare abbia detto che gli ucraini potranno entrare senza necessità di visto se hanno già dei parenti nel paese. 

Vale la pena notare che quando i giornalisti, sconvolti nel vedere il continente puro immergersi in un fango che ritenevano essere riservato unicamente al resto dell’umanità, si degnano di accennare alle posizioni contraddittorie sui richiedenti asilo, lo fanno solo incidentalmente. Sembra che la parola “razzismo” venga attentamente evitata. 

A quanto pare non si rendono nemmeno conto del paradosso rappresentato dalle potenze europee che, mentre accolgono i profughi creati dall’invasione russa, respingono quelli creati dalle sue invasioni e occupazioni. Così come il fatto che mentre la Russia viene condannata, come è giusto che sia, per aver invaso il paese di qualcun altro, i paesi che più fanno sentire la loro voce sulle leggi internazionali o sulla Carta e sulle risoluzioni delle Nazioni Unite ignorano tranquillamente il fatto che l’Israele dell’apartheid sta facendo esattamente la stessa cosa con i palestinesi. In quel caso niente richiesta di sanzioni o isolamento. Niente celebrazioni del coraggio del popolo di Gaza e dei territori occupati in Cisgiordania che difende la sua libertà contro un brutale occupante. 

Ma d’altronde Israele non ha invaso un paese bianco europeo e noi sappiamo che secondo loro alcuni comportamenti sono accettabili e devono essere messi in conto se diretti verso persone in altri continenti. 

Di fatto nei confronti del nord si ha la stessa reazione del comico John Oliver quando ha saputo che anche l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, responsabile della disastrosa invasione dell’Iraq nel 2003, stava condannando Putin. “Aspetta un momento, George. Tu proprio no”, ha detto nella sua trasmissione Last week tonight. “Non sei la persona adatta a farlo, perché questa dichiarazione avrebbe avuto senso solo se alla fine avessi detto ‘Oh m***, adesso capisco. Mi dispiace, adesso chiudo la mia c*** di bocca”. 

Piuttosto che chiudere la bocca, forse sarebbe stato meglio se avessero mostrato un minimo di consapevolezza e coerenza. 

(Traduzione di Giusy Muzzopappa) 

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Al Jazeera.

venerdì 25 febbraio 2022

LE LACRIME DI COCCODRILLO DEI BUONISTI

Una visione interessante sulla genesi del conflitto ucraino dove le colpe sono quasi esclusivamente affibbiate alla Russia ed in minor parte alla Nato(l'Ucraina è solo l'agnello sacrificale da quello che ci propinano alla televisione e nella maggior parte dei siti d'informazione on line)ce la da questo articolo di Comune Info a firma di Ascanio Celestini(chi-e-il-colpevole? )dove si fa notare giustamente chi fa la politica con le armi.
E noi siamo dei campioni in questo senso e i due principali indiziati di colpevolezza sono il premier Draghi("ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora")ed il ministro della guerra più che della difesa Guerini,ex sindaco di Lodi e punta di diamante del Pd che ha posto al Parlamento ben diciotto programmi di riarmo di cui tredici assolute novità.
Questi personaggi,assieme ad altri e riferendomi soprattutto al partito di Guerini che al tempo della guerra nei Balcani erano al potere con altro nome,sono quelli che difendono i nazisti ucraini e che attaccano senza mezzi termini Putin,non ricordandosi delle nefandezze promosse e sostenute ampiamente negli anni novanta ancora con la Nato che ne fece anche allora di atti orribili(madn settantanni-dinfamia )invitata ad operare nelle basi italiane direttamente da Prodi con il benestare di D'Alema e Fassino.
I numeri parlano chiaro,infatti quest'anno sono ben 26 i miliardi di Euro destinati al ministero della difesa con un aumento di 1,35 miliardi annui,calcolando che il 64% circa di tale somma è destinata a missioni collegate al controllo della difesa dell'approvvigionamento dell'energia proveniente da fonti fossili.

Chi è il colpevole?

di Ascanio Celestini 

Negli ultimi due anni il ministero della difesa (governo Conte II e Draghi) ha chiesto l’approvazione in parlamento di un numero senza precedenti di programmi di riarmo (diciotto). Il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. Naturalmente il micromondo italiano non è l’unico a fare politica con le armi. La guerra non è un’improvvisa parentesi 

Chi è il colpevole di questa guerra? È la Nato che sta allargando i propri confini? È Vladimir Putin che ha scommesso sulla propria forza e ha tirato la corda puntando sulla debolezza statunitense e sulle divisioni dell’Europa? Io penso che la colpa è prima di tutto di chi fa politica con le armi. E mi pare una disquisizione da salotto decidere chi sia più o meno responsabile.

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari all’anno» (dall’appello di cinquanta premi Nobel e scienziati). E se guardiamo in tasca al nostro paese ci accorgiamo che il bilancio del ministero della difesa per il 2022 sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi. «Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora» ha detto Mario Draghi. Ed ecco che un colpevole ce lo abbiamo dentro casa. Fa il presidente del consiglio in Italia.

Un altro si chiama Lorenzo Guerini. Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Pace e Disarmo ci fa sapere che il nostro ministro della guerra «ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio». 

Greenpeace International ci dice che «circa il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili». Negli ultimi quattro anni abbiamo speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni.

Per me è un piccolo capolavoro di indecenza l’articolo che Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera il 12 luglio 2020 a proposito dell’Egitto. «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas che estrae ogni anno» e dunque possiamo evitare di chiedere #veritàperGiulioRegeni. Il bravo giornalista ritiene che sia più significativo «intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l’Eni a contribuire al loro finanziamento)…».

Allora? Chi è il colpevole di questa guerra?

mercoledì 23 febbraio 2022

NUOVA TAPPA DEL WAR WORLD TOUR STATUNITENSE?

Sono passati ufficialmente più di otto anni dai fatti di Maidan che culminarono nelle proteste di piazza a Kiev e che ebbero nel rogo di Odessa del maggio 2014(vedi:madn il-massacro-di-odessa )la sveglia per la maggior parte del mondo che in Ucraina c'è stata una sommossa che ha portato i neonazisti al potere con Svoboda e con nel cuore la figura di Stepan Bandera il padre del nazionalismo ucraino(vedi:madn il-regime-voluto-dal-golpe-filo occidentale in ucraina ).
La situazione del Donbass,della Crimea e delle Repubbliche di Lugansk e Donetsk va avanti quindi da quasi un decennio,intervallate da periodi di guerra e di sostanziale tregua che sono state raccontate al resto del mondo con clamore o in sordina.
Nelle ultime settimane questa cronaca viene urlata principalmente dagli Usa e dalla Nato con l'Ue spettatrice impotente e soggiogata alle prime due,lo yesman dei guerrafondai e dell'organizzazione che è promotrice del guerrafondaismo degli Stati Uniti e che dovremmo mettercela alle spalle per avere spiragli di pace(madn sempre-piu-necessaria-luscita-dalla-nato ).
L'articolo di Contropiano(mosca-riconosce-le-repubbliche-popolari-del-donbass )parla della decisione russa di riconoscere ufficialmente tramite il consiglio di sicurezza le repubbliche popolari del Donbass e quindi di poter intervenire lecitamente in ottemperanza del decisioni raggiunte con l'accordo di Minsk venute meno.
Poi lo sappiamo tutti che questa guerra è fortemente voluta dai democratici statunitensi che hanno sempre avuto un immenso piacere a dichiarare conflitti e a infliggere"lezioni di democrazia"a tutto il mondo:gli interessi di una nazione basati sul capitalismo non devono coinvolgere tutto il pianeta anche perché è risaputo che a patire veramente gli effetti della guerra sono sempre i soliti poveri innocenti.

Mosca riconosce le Repubbliche popolari del Donbass.

di  Fabrizio Poggi   

Nella tarda serata di lunedì 21 febbraio, Vladimir Putin ha firmato il decreto di riconoscimento delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk quali stati «indipendenti, democratici, sociali e di diritto», da parte della Federazione Russa. Insieme ai leader delle due Repubbliche, Leonid Pasečnik e Denis Pušilin, Putin ha sottoscritto anche un accordo di amicizia, collaborazione e aiuto tra L-DNR e FR, come era stato chiesto dai due leader del Donbass. 

La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.

Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta. 

In Donbass si esulta e si parla di data storica. 

Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU. 

Alla riunione del Consiglio di sicurezza russo, Lavrov aveva messo alla berlina tutte le uscite occidentali e ucraine in aperto dispregio di ogni accordo e aveva dichiarato che il loro atteggiamento nei confronti del Donbass non lascia a Mosca altra scelta se non quella del riconoscimento delle Repubbliche. 

Mišustin aveva dichiarato che, in effetti, il Governo russo già da mesi stava adottando misure che sottintendessero il prossimo riconoscimento di L-DNR. Medvedev ha tra l’altro ricordato come nel 2008, lui stesso Presidente russo, il riconoscimento di Abkhazija e Ossetija meridionale avesse impedito i massacri di popolazione civile nel corso dell’aggressione portata dall’allora presidente georgiano Mikhail Saakašvili, con l’aperto beneplacito di George Bush. 

Il paragone non sembri così peregrino: i civili in Donbass continuano a morire anche in queste ore sotto i colpi delle artiglierie ucraine, mentre vengono alla luce ancora nuove fosse comuni coi resti di uomini e donne, spesso decapitati, massacrati all’inizio dell’attacco ucraino nel 2014 dalle spedizioni terroristiche dei battaglioni nazisti, così cari ai demo-liturgici di casa nostra.

La riunione del Consiglio di sicurezza russo si è svolta dopo che nei giorni scorsi la Duma aveva approvato pressoché all’unanimità la proposta di riconoscimento di L-DNR. 

Ma, soprattutto, dopo che nella mattinata di lunedì i leader di DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik si erano rivolti ufficialmente a Mosca chiedendo il riconoscimento delle repubbliche anti-naziste (rifiutiamo di definirle “separatiste”, alla maniera dei giornalacci euroatlantici nostrani; ma di questo, più espressamente in altra sede), quale unica via rimasta per porre fine o, quantomeno, dare l’altolà ai nazisti ucraini, che in queste ore stanno attuando l’ennesima sanguinosa offensiva contro il Donbass, con nuove vittime tra la popolazione civile; vittime che vanno aumentando ogni ora che passa.

Nel corso della riunione, Putin aveva comunque tenuto a sottolineare che la decisione avrebbe in ogni caso riguardato il riconoscimento dell’indipendenza delle due Repubbliche popolari, ma non il loro ingresso nella compagine russa.

Ora, la decisione di Vladimir Putin sul riconoscimento delle Repubbliche popolari, che si aggiunge alla concessione – ormai effettiva da alcuni anni e che interessa già oltre 800.000 cittadini di L-DNR – della cittadinanza russa a qualsiasi abitante delle due Repubbliche che lo desideri, non può non portare con sé significative conseguenze, non solo nei rapporti tra Mosca e Kiev, ma soprattutto nelle relazioni tra la Russia e gli sponsor euroatlantici dei nazigolpisti ucraini. 

Ma, a questo punto, già da settimane la scelta appariva quasi obbligata per Mosca, sia per salvaguardare la vita e l’incolumità di propri cittadini e connazionali a ogni effetto, sia per porre un argine alla sfacciataggine di Washington e di Bruxelles, una volta praticamente esaurita la strada della trattativa. 

Nell’intermezzo tra la fine del Consiglio di sicurezza e la firma del decreto, Putin si è rivolto alla nazione, con un discorso di quasi un’ora, per illustrare la situazione e annunciare i passi del Cremlino. Ha messo in guardia Kiev, esigendo «l’immediata cessazione delle azioni di guerra. In caso contrario, ogni responsabilità per la possibile continuazione dello spargimento di sangue ricadrà interamente sulla coscienza del regime al governo sul territorio dell’Ucraina», ha detto. 

Allargando il discorso alla situazione internazionale, ha ricordato come lo scorso dicembre, Mosca avesse proposto a Washington e Bruxelles di concordare garanzie di sicurezza, che escludano un’ulteriore espansione a est della NATO e il dispiegamento di armi da attacco anche in Ucraina. Rimaste senza risposta quelle proposte, ha detto Putin, Mosca «ha tutto il diritto di adottare misure di risposta per garantire la propria sicurezza» e questo è «proprio ciò che faremo».

Da sfondo a tali dichiarazioni, ancora una volta si sono però sprecate anche le imprecazioni di Putin contro i bolscevichi, Lenin, la “dittatura stalinista”, la fondazione dell’URSS come confederazione che, a detta di Vladimir Vladimirovič, sarebbero la causa anche dell’attuale situazione in un Donbass, “regalato” da Lenin all’Ucraina, «a spese di territori storici russi», del vecchio impero russo così caro alla nuova Russia.

Tant’è. Prendiamo atto anche di queste ennesime esternazioni putiniane. Ne parleremo. Ma non ora. 

Sul momento, la questione principale e quasi esclusiva sul tappeto è un’altra. Era chiaro che il «ci hanno fregato», pronunciato da Putin all’indirizzo della NATO, non sembrava ormai più sufficiente. Sembrava arrivato il tempo di porre la domanda: «e allora?». Un primo passo, tutt’altro che da poco, è stato fatto. 

Ora, parafrasando il Lenin così inviso ai nuovi russi, si può dire che la presenza di truppe e mezzi militari russi in Donbass, «di cui a lungo hanno parlato» i media cialtroni euroatlantici, si attua per davvero e mette fine alla pulizia etnica nazigolpista ai danni della popolazione russa e russofona del Bacino del Don, iniziata (come minimo) nel 2014.