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martedì 28 marzo 2023

IL GIGANTE

Il grave lutto che Gianni Minà ha arrecato alla storia del giornalismo italiano ed internazionale è un vuoto del quale ce ne accorgeremo solamente nei prossimi anni anche se l'eco della sua dipartita attraverso gli attestati di stima che stanno riempiendo i notiziari ed i social ci fanno capire fin da subito la caratura dell'uomo prima ancora del professionista.
Sempre meno infatti sono i giganti della professione del giornalista,dove troppo spesso essi si presentano imbellettati davanti alle telecamere,venduti,prezzolati al soldo del padrone,leccapiedi, imbarazzanti nei loro commenti carichi d'inettitudine e d'ipocrisia.
Grazie al ricordo dell'Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba(italiacuba.it ci-ha-lasciato-il-piu-grande-giornalista-italiano )voglio lasciare una piccola immagine ed un resoconto minimo di tutto quello che Gianni Minà ha dato al mondo in fatto di storia,cultura,musica, società e sport,un intellettuale eclettico ed uno spirito libero da qualsiasi forma di deviazione e di controllo,sempre alla ricerca della verità e non dello scandalo e dello scoop basato su gossip e voci distratte e distorte.
Minà ci ha fatto capire tanto di Cuba e in generale di tutto il centro e sud America ostaggio e alla mercé degli Stati Uniti che tanto hanno contribuito per soffocare i movimenti di lotta contro le ingerenze yankee in tutto il territorio(vedi ad esempio:madn chavismonuoce-gravemente-al-capitalismo e al neoliberismo )
Non voglio nominare i personaggi di rilievo mondiale che Gianni Minà nella sua carriera pluridecennale ha intervistato e raccontato attraverso le sue celeberrime interviste ed i suoi libri,fatto sta che era conosciuto ed apprezzato a livello nazionale.
Nel suo lavoro ci ha sempre messo passione ma anche rispetto per l'interlocutore,allacciando in alcuni casi rapporti di amicizia sincera,operando sempre con un'immensa onestà intellettuale e cercando di dare la voce anche agli ultimi che sosteneva con trasporto.
Ci mancherà Gianni Minà,ci manca già adesso.

Ciao Gianni, che la terra sia lieve.

Ci ha lasciato il più grande giornalista italiano.

Un grande amico di Cuba e della sua Rivoluzione. 

Per un lungo periodo ha fatto parte della Presidenza onoraria dell'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

Lo ricordiamo sempre al nostro fianco nelle battaglie per la difesa della sua amata Cuba. 

Durante il nostro ultimo congresso nazionale ci aveva inviato un suo particolare saluto.

L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si unisce al dolore della sua compagna Loredana Macchietti e di tutta la sua famiglia.

Grazie per tutto quello che hai dato al nostro paese ed a #Cuba.

Hasta la victoria siempre! 

Nato a Torino, trascorse parte della sua infanzia a Brusasco, sempre sito nella provincia torinese, per via dei bombardamenti che interessarono la città durante la seconda guerra mondiale.

Incominciò la carriera giornalistica nel 1959 a Tuttosport, di cui fu poi direttore dal 1996 al 1998. Nel 1960 ha esordito alla RAI come collaboratore dei servizi sportivi per le Olimpiadi di Roma. Nel 1965, dopo aver esordito al rotocalco televisivo di genere sportivo Sprint, diretto da Maurizio Barendson, iniziò a realizzare reportage e documentari per rubriche che hanno evoluto il linguaggio giornalistico della televisione, come Tv7, AZ, un fatto come e perché, i Servizi speciali del TG, Dribbling, Odeon. Tutto quanto fa spettacolo, Gulliver.

Minà seguì otto mondiali di calcio e sette olimpiadi, oltre a decine di campionati mondiali di pugilato, fra cui quelli, diventati storici, dell'epoca di Muhammad Ali.

Realizzò una Storia del Jazz in quattro puntate, programmi sulla musica popolare centro e sudamericana (come ad esempio "Caccia al bisonte" con Gianni Morandi) e una storia sociologica e tecnica della boxe in 14 puntate, intitolata Facce piene di pugni.

Fu tra i fondatori dell'altra domenica con Maurizio Barendson e Renzo Arbore. Nel 1976, dopo 17 anni di precariato, venne assunto al Tg2 diretto da Andrea Barbato e iniziò a raccontare la grande boxe e l'America dello show-business, ma anche i conflitti sociali delle minoranze. In quegli anni ebbero inizio anche i reportage dall'America Latina che hanno caratterizzato la sua carriera. Nel 1978, mentre seguiva come cronista il campionato mondiale di calcio 1978, venne ammonito e poi espulso dall'Argentina per aver fatto domande sui desaparecidos al capitano di vascello Carlos Alberto Lacoste (capo dell'ente per l'organizzazione del mondiale) durante una conferenza stampa, e aver cercato poi di raccogliere informazioni.

Nel 1981 il presidente Sandro Pertini gli consegnò il Premio Saint Vincent come miglior giornalista televisivo dell'anno. Nello stesso periodo, dopo aver collaborato a due cicli di Mixer di Giovanni Minoli, dal 1981 al 1984 esordì come autore e conduttore di Blitz, un programma innovativo di Rai 2 che occupava tutta la domenica pomeriggio e nel quale intervennero fra gli altri Federico Fellini, Giulietta Masina, Sergio Leone, Eduardo De Filippo, Muhammad Ali, Robert De Niro, Jane Fonda, Betty Faria, Gabriel García Márquez, Enzo Ferrari, Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Léo Ferré e Tito Schipa Jr.

Nel 1987 intervistò una prima volta per 16 ore il presidente cubano Fidel Castro, in un documentario dal quale fu tratto un libro pubblicato in tutto il mondo. Da quello stesso incontro fu ricavato Fidel racconta il Che, un reportage nel quale il leader cubano per la prima e unica volta raccontò l'epopea di Ernesto Guevara. L'intervista fu ripetuta nel 1990, dopo il tramonto del comunismo. I due incontri furono riuniti nel libro Fidel. Il prologo alla prima intervista con Fidel Castro fu scritto da Gabriel García Márquez; quello alla seconda, dallo scrittore brasiliano Jorge Amado.

Nel 1991 realizzò il programma Alta classe, una serie di profili di grandi artisti come Ray Charles, Pino Daniele, Massimo Troisi e Chico Buarque de Hollanda. Nello stesso anno presentò La Domenica Sportiva e ideò il programma di approfondimento Zona Cesarini, che seguiva la tradizionale rubrica riservata agli eventi agonistici.

Tra gli altri programmi realizzati: Un mondo nel pallone, Ieri, oggi... domani? con Simona Marchini ed Enrico Vaime e due edizioni di Te voglio bene assaje, lo show ideato da Lucio Dalla e dedicato un anno alle canzoni di Antonello Venditti e l'altro a quelle di Zucchero Fornaciari. Fra i documentari di maggior successo, alcuni di carattere sportivo su Nereo Rocco, Diego Maradona e Michel Platini, Ronaldo, Carlos Monzón, Nino Benvenuti, Edwin Moses, Tommie Smith, Lee Evans, Pietro Mennea e Muhammad Ali, che Minà ha seguito in tutta la sua carriera e al quale ha dedicato un lungometraggio intitolato Cassius Clay, una storia americana.

Nel 1992 incominciò un ciclo di opere rivolte al continente latinoamericano:

Storia di Rigoberta sul Nobel per la pace Rigoberta Menchú (premiato a Vienna in occasione del summit per i diritti umani organizzato dall'ONU),

Immagini dal Chiapas (Marcos e l'insurrezione zapatista) presentato al Festival di Venezia del 1996;

Marcos: aquí estamos (un reportage in due puntate sulla marcia degli indigeni Maya dal Chiapas a Città del Messico con un'intervista esclusiva al subcomandante realizzata insieme allo scrittore Manuel Vázquez Montalbán);

Il Che quarant'anni dopo ispirato alla vicenda umana e politica di Ernesto "Che" Guevara.

Nel 2001 Minà firmò Maradona: non sarò mai un uomo comune un reportage-confessione di 70 minuti con Diego Maradona alla fine dell'anno più sofferto per la vita dell'ex calciatore. Nel 2004 realizzò un progetto inseguito per undici anni e basato sui diari giovanili di Ernesto Guevara e del suo amico Alberto Granado quando, nel 1952, attraversarono in motocicletta l'America Latina, partendo dall'Argentina e proseguendo per il sud del Cile, il deserto di Atacama, le miniere di Chuquicamata, l'Amazzonia peruviana, la Colombia e il Venezuela. Dopo aver collaborato alla costruzione del film tratto da questa avventura e intitolato I diari della motocicletta diretto da Walter Salles e prodotto da Robert Redford e Michael Nozik, Minà diresse il lungometraggio In viaggio con Che Guevara, ripercorrendo con l'ottantenne Alberto Granado quell'avventura mitica. L'opera, invitata al Sundance Festival, alla Berlinale e ai Festival di Annecy, di Morelia (Messico), di Valladolid e di Belgrado, vinse il Festival di Montréal e in Italia il Nastro d'argento, il premio della critica.

Collaboratore per anni di la Repubblica, l'Unità, Corriere della Sera e il manifesto, Minà realizzò dal 1996 al 1998 il programma televisivo Storie, dove intervennero tra gli altri il Dalai Lama, Jorge Amado, Luis Sepúlveda, Martin Scorsese, Naomi Campbell, John John Kennedy, Pietro Ingrao; programma dal quale furono tratti due libri. Un suo saggio Continente desaparecido, realizzato con interviste a Gabriel García Márquez, Jorge Amado, Eduardo Galeano, Rigoberta Menchú, mons. Samuel Ruiz García, Frei Betto e Pombo e Urbano, compagni sopravvissuti a Che Guevara in Bolivia, ha dato il titolo a una collana di saggi sull'America Latina edita dalla Sperling & Kupfer.

Nel 2003 Minà scrisse Un mondo migliore è possibile, un saggio sulle idee germogliate al Forum sociale mondiale di Porto Alegre che hanno cambiato l'America Latina. L'opera fu tradotta in lingua spagnola, portoghese e francese.

Il suo penultimo lavoro editoriale, edito sempre dalla Sperling & Kupfer, si intitolò Politicamente scorretto, un giornalista fuori dal coro, raccolta di suoi articoli e saggi pubblicati tra il 1990 e il 2007 su la Repubblica, l'Unità, il manifesto, Latinoamerica, costituenti un autentico esercizio di controinformazione sugli avvenimenti più diversi e controversi dei primi anni del terzo millennio. Nel 2007 Minà, per la GME Produzioni S.r.l., Rai Trade e La Gazzetta dello Sport, fece uscire Maradona, non sarò mai un uomo comune, la storia del mitico calciatore argentino in 10 DVD. L'opera, con 1 200 000 copie vendute si è rivelata record di vendite negli ultimi dieci anni.

Nel 2008 produsse il film documentario Cuba nell'epoca di Obama, un viaggio nella Cuba del passato con interviste a personaggi storici dell'Isola come Roberto Fernandez Retamar o la ballerina classica Alicia Alonso, e in quella del futuro, con interviste alle nuove generazioni nelle scuole d'avanguardia. Questo documentario fece vincere a Minà il suo secondo Nastro d'argento nel 2012. Sempre nel 2008 andò in onda su Rai 3 La stagione di Blitz, un programma in 10 puntate, parziale rivisitazione del primo anno del programma di Minà Blitz, della stagione televisiva 1983-85.

Nel 2014, con Rai Eri, distribuito dalla Rizzoli, uscì Il mio Alì, un libro-raccolta di articoli scritti da Minà su Muhammad Alì dal 1971 a oggi. Minà ebbe sempre una attenzione particolare per campioni complessi come Maradona, Pietro Mennea, Tommie Smith, Lee Evans, Roberto Baggio, Alberto Tomba, Marco Pantani.

Nel 2015 Minà produsse Papa Francesco, Cuba e Fidel, un reportage sulla storica visita del Pontefice argentino avvenuta a Cuba nel settembre del 2015 e con il quale vinse, nel 2016, l'Award of Excellence all'ICFF di Toronto, Canada. Infine, nel 2016, Minà produsse L'ultima intervista a Fidel Castro, della durata di 40 minuti, effettuata alcuni mesi prima della scomparsa dello storico leader cubano. Dal 2000 al 2015 Minà diresse con Alessandra Riccio la storica rivista letteraria Latinoamerica e tutti i sud del mondo, un trimestrale di geopolitica dove hanno scritto gli intellettuali più prestigiosi del continente americano.

Nel 2017 uscì il libro-intervista Così va il mondo, con Giuseppe De Marzo, dove Minà raccontò cinquant'anni di giornalismo con un'attenzione particolare ai diritti dei più deboli e a chi si ribella alle ingiustizie in Italia, negli Stati Uniti, in America latina, ovunque.

Nel 2020 Minà pubblicò il libro autobiografico Storia di un boxeur latino, edito da Minimun fax.

È morto dopo una breve malattia cardiaca il 27 marzo 2023 a Roma, presso la clinica Villa del Rosario, a 84 anni.

venerdì 1 aprile 2022

UN MESE DALL' AGGRESSIONE MORTALE A YVAN COLONNA

E 'passato un mese dall'aggressione che si è rilevata mortale ai danni di Yvan Colonna,uno dei nomi dell'indipendentismo corso più conosciuti e rispettati,avvenuta nel carcere di Arles dove un detenuto jihadista lo ha strangolato provocandone la morte sopraggiunta il 21 marzo.
Ed è da quel 2 marzo che la Corsica e soprattutto a Bastia ci sono proteste contro quello che è istituzionalmente francese perché l'omicidio di Colonna è visto come un intervento diretto dello Stato vista la dinamica della violenza e l'assenza d'intervento delle complici guardie carcerarie.
Yvan Colonna,militante dell'FNLC(il fronte di liberazione nazionale corso),era stato condannato in via definitiva all'ergastolo per il presunto omicidio del prefetto Érignac avvenuto verso la fine degli anni novanta con prove circostanziali in un processo farsa in cui si è sempre professato innocente.
L'articolo di Agi(rivolta-giovani-corsica-francia-assassina-mito-yvan-colonna )racconta dell'ultimo mese tra l'aggressione,le proteste scaturite,la morte ed il funerale di Yvan Colonna,cui hanno presenziato molti politici indipendentisti e tanti corsi di tutte le età per manifestare la propria vicinanza ad una figura storica ed ormai leggendaria della lotta all'autodeterminazione del popolo della Corsica dal giogo francese(vedi:madn la-corsica-e-il-silenzio-di-parigi ).

La rivolta dei giovani in Corsica contro la Francia "assassina" del mito Yvan Colonna.

Viaggio nell'isola scossa dall'omicidio in carcere di Yvan Colonna, una delle figure più carismatiche dell'indipendentismo. Proteste di piazza, guidate dalla ‘Ghjuventù Corsa’, e feriti negli scontri con la polizia, accompagnano le richieste di autonomia sempre più pressanti a Parigi, a poche settimane dalle elezioni

di Manuela D'Alessandro

27 marzo 2022

AGI -  A Cargése ci sono due chiesine una di fronte all’altra: una è latina, l’altra greco-ortodossa. Per trenta minuti le campane di entrambe suonano a morto nella valle ammutolita dove splendono gli elicrisi colore del sole.

Quello a Yvan Colonna potrebbe sembrare l’assurdo funerale di Stato a un uomo che per lo Stato è un criminale. Perché sono presenti quattro parlamentari, il presidente della Regione, Gilles Simeoni, i vigili del fuoco che attendono la bara all’ingresso della chiesa latina accanto a un’opera in legno che raffigura il defunto e perché le bandiere sventolano e un prete indica chi non c’è più come “esempio di passione e attaccamento alla sua terra”.

Invece è un funerale ‘contro’ “lo Statu francese assassinu”, così hanno scritto in rosso e nero sui muri e sugli striscioni appesi alle finestre. Il saluto a Colonna, aggredito il 2 marzo da un compagno di cella mentre stava scontando l’ergastolo per aver ucciso il prefetto Claude Erignac nel 1998, segna una pausa di raccoglimento dopo giorni di dolore e rabbia rovesciati nelle strade della Corsica col bilancio di una sessantina di feriti a Bastia.

In nome del suo ‘enfant du pays’, una parte dell’isola, tra cui tantissimi giovani uniti nel movimento separatista ‘Ghjuventù Corsa’, ripropone con una forza nuova i temi antichi dell’autonomia e, in misura minoritaria, dell’indipendenza.

Nessuna delle cinquemila persone che trattengono il fiato mentre il feretro avvolto dalla bandiera col Moro scende lentamente verso la chiesa da una strada scoscesa crede che l’ex  pastore di pecore abbia ammazzato il prefetto e tutti sono convinti che la polizia francese abbia assistito per una decina di minuti, senza voler intervenire, al suo strangolamento nel carcere provenzale di Arles. 

Nelle prime file ad aspettare la bara c’è Renato Corti, 78 anni, considerato uno dei più importanti intellettuali corsi e un raffinato poeta. Tutti lo salutano con rispetto e ammirazione. “Come da 150 anni a questa parte lo Stato francese tortura gli innocenti e li assassina - dice all’AGI -. Ricordiamoci che nel diciottesimo secolo, quello dei lumi, qui i francesi impiccavano i giovani ai lecci e ai castagni”. Corti sembra commosso: “La morte di Yvan è per me devastante. Non ci siamo mai visti ma abbiamo tenuto una corrispondenza lunga 19 anni in cui ho avuto modo di conoscere la sua lucida visione politica”. Ora sta pensando di pubblicare queste lettere come testamento dell’amico.

In un bar  al centro del paese il deputato nazionalista Paul - André Colombani discute coi suoi elettori con grande familiarità. In Corsica ci sono 340mila abitanti, il rapporto tra chi vota e i rappresentanti è molto stretto. “E’ la sola isola del Mediterraneo che non ha uno statuto di autonomia, come per esempio la Sardegna e la Sicilia - spiega -. Tutto viene deciso a Parigi. I giovani che hanno manifestato a Bastia non se la sono presa coi negozi, non hanno distrutto le automobili, se la sono presa coi simboli dello Stato. Questo vuol dire che hanno una profonda cultura politica alle spalle”.

Tra le richieste alla Francia, sottolinea, c’è quella di far tornare a ‘casa’ a scontare la pena Alan Ferrandi e Pierre Alessandri, gli altri due corsi accusati dell’omicidio di Erignac che sono in carcere nell’Île-de-France. 

Il giorno del funerale è stata proclamata una giornata, come la chiamano qui,  di 'Isula morta’. Trasporti pubblici fermi, negozi chiusi. Ovunque da Bastia ad Ajaccio, sui vagoni dei treni, sui muri degli edifici pubblici e dello stadio, in tutti i colori, è apparsa la scritta: ‘Gloria à te, Yvan” accompagnata dall’immagine del suo volto giovane e fascinoso coi lunghi capelli e l’aria di sfida negli occhi.

La bandiera col Moro bendato di bianco, affiancata al funerale da quella sarda dei 4 Mori e dai vessilli basco e catalano, viene posata perfino tra gli arbusti delle ginestre appena esplose  nei prati di questa montagna aspra ingentilita dai fiori in mezzo a un mare favoloso.

E’ stato aperto anche un ‘livre d’or’ online dove migliaia di persone stanno lasciando un messaggio d’affetto per la moglie e i due figli di Colonna che, poco prima delle esequie, si sono stretti in un momento intimo sotto agli ulivi che il pastore piantò prima di andarsene dalla Corsica. Il più giovane dei ragazzi ha deciso di diventare pastore come Yvan che invece si distanziò dal padre deputato autonomista, assumendo posizioni molto più radicali di separatismo.

“Colonna è diventato il simbolo di quella che viene percepita come un’ingiustizia generale - riflette il politologo André Fazi, docente all’Università di Corte -. Ventimila persone che manifestano per la Corsica è un numero enorme. La sua morte fa venire a galla la attese deluse soprattutto dopo i successi dei nazionalisti sempre crescenti alle ultime elezioni che Macron, peraltro, non si aspettava. Il Governo non ha mai risposto alle domande democraticamente legittime di questi anni. Tra le ragioni dello scontento c’è anche la difficoltà per i giovani con un’istruzione qualificata a trovare un lavoro perché l’economia è dominata solo dal turismo, dalla grande distribuzione e dal settore immobiliare”. Secondo Fazi, “il discorso dell’indipendenza non è pensabile se non a medio termine perché prima ci vorrebbe uno sviluppo economico. Ora la questione è l’autonomia e Macron sembra essere più aperto.  Anche se sembrerebbe voler concedere un’autonomia ‘monca’ sotto un controllo politico che passi da Parigi, il che la svuoterebbe di senso”. 

Chi era Yvan Colonna per il popolo? “Era la nostra identità, un uomo d’onore attaccato alla sua terra” risponde sicuro Thomas, sorseggiando una birra al tavolo con Colombani. “La Francia ha sempre parlato di noi come del problema corso, ma sbaglia prospettiva. Il problema sono loro. Come prima cosa, dovrebbero riconoscere la nostra lingua e la nostra cultura” dice Lisandro, che lavora per una delle tre imprese isolane che imbottigliano le acque minerali locali.

Cosa succederà adesso? Pierre Savelli, il sindaco di Bastia del partito autonomista Femu Corsica, guarda alle promesse di Parigi. “Penso che, per il momento, la calma debba tornare. E' la volontà espressa dalla famiglia Colonna e il governo ha annunciato che i due prigionieri politici a metà aprile saranno trasferiti nelle carceri corse. E’ stata chiesta la verità sulla morte di Colonna e ci sono un’inchiesta giudiziaria  e una commissione parlamentare che la cercheranno. Infine, Parigi ha promesso che si farà insieme un percorso per lo statuto di autonomia i cui tempi saranno comunicati a breve. Il governo ha assunto degli impegni che devono essere seguiti”.

Bastia guarda molto avanti e lavora per essere tra le candidate al ruolo di capitale europea della cultura nel 2028. “Per costruire l’Europa ci vogliono regioni più autonome”  sostiene il sindaco.

La prospettiva dell’indipendentista Ghjuvan Guido Talamoni, anche lui a Cargese, è diversa ma deve trovare una sponda che al momento non ha per diventare praticabile: “Parigi si è svegliata dopo anni di sonno grazie alle manifestazioni dei giovani dietro ai quali, posso assicurarlo, non c’è nessun partito. Ha mandato subito il ministro dell’Interno per spegnere il fuoco perché tra poco si svolgeranno le elezioni presidenziali, promettendo un’autonomia il cui contenuto però non è stato svelato e noi con le parole non ci facciamo niente. Per i giuristi di tutto il mondo autonomia significa trasferimento del potere legislativo, qui sembra che si debba passare ancora dal centro. Abbiamo capito che lo Stato reagisce solo alle dimostrazioni di forza. Quello che sono riusciti a ottenere i giovani in pochi giorni è molto di più di quanto abbiamo avuto noi e gli autonomisti nonostante abbiamo vinto tutte le elezioni degli ultimi 20 anni anni con un largo margine. Ora vorremmo che i nostri alleati autonomisti in Assemblea regionale abbiano il coraggio politico di proseguire su questa strada. Basta prostrarci per chiedere a Parigi di riceverci e discutere, possiamo bloccare tutto e ribaltare i rapporti di forza se si fermano i nostri agricoltori, i nostri marittimi e se i nostri eletti smettono di riferire al Prefetto che è il vero potere della Corsica. Simeoni, al suo cospetto, non comanda niente”. 

In queste ore gira sui social un video in cui si sentono i militari della caserma ‘Furiani’ di Bastia cantare l’inno francese. Sarebbe avvenuto, ma su questo non ci sono certezze, proprio durante il funerale. “Gli ignobili cani da guardia dello Stato hanno gioito per la morte di un patriota” è stato il commento di Ghjuventù Corsa  che ha annunciato nuovi presidi davanti alle prefetture nel frattempo impegnate a erigere muri anti sommossa.

Difficile prevedere cosa accadrà ma l’immagine finale dell’addio a Colonna, ora consegnato al mito dei corsi, racconta l’intensità di questo momento storico. Dopo le esequie, tutti i partecipanti al funerale hanno camminato in corteo silenzioso alcuni chilometri per raggiungere il cimitero e dare un’ultima carezza a Yvan.

Nella prima oscurità della sera, tutti hanno intonato, quelli che sono riusciti a entrare nel camposanto e gli altri rimasti fuori, anche molto lontano, il canto popolare che si impara da bambini, ’Corsica nostra’. “Terra d’eroe rizzati libera, fallo per noi/I to figlioli pronti a à marchjà/Portanu u nome di libertà/ i to figlioli pronti à luttà”. 

martedì 19 ottobre 2021

MORTE DI UN'IMPOSTORE

Uno dei personaggi più potenti ed allo stesso tempo malleabili da chi di potere ne aveva ancora in ulteriore misura,è morto lasciandosi dietro se una carriera sia militare che politica di primo livello:infatti parliamo di Colin Powell,che fu capo di stato maggiore dell'esercito e primo segretario Usa e per di più come primo uomo di colore ad avere avuto questi incarichi.
Una delle sue più grandi fandonie che ha provocato anni di guerra e migliaia di vittime,fu quando portò come prova una boccetta piena di antrace all'assemblea generale dell'Onu dichiarando falsa testimonianza al mondo intero per quanto riguardava la fabbricazione,lo stoccaggio e l'uso di armi chimiche da parte dell'Iraq di Saddam Hussein nel secondo conflitto scatenato contro lui e la sua nazione nel giro di pochi anni(era il 2003,vedi:madn blair-bliar ).
Il redazionale di Contropiano(e-morto-quel-gran-bugiardo-di-coli-powell )parla di un complice di presidenti guerrafondai che con il prestigio della sua posizione ha fatto cominciare conflitti tragici per le persone attaccate e invase dalle forze straniere occidentali con pretesti mai approfonditi che anni dopo si sono rivelati frutto di menzogne.

E’ morto quel gran bugiardo di Colin Powell.

di  Redazione   

E’ morto per complicazioni da Covid l’ex segretario di Stato Usa, Colin Powell. Aveva 84 anni.

Powell è stato il primo segretario di Stato Usa afroamericano. Ha ricoperto questo incarico nell’amministrazione di George W.Bush. Powell è stato anche il primo capo di stato maggiore dell’esercito Usa afroamericano. 

Fin qui le “novità” rappresentate nella sua biografia. Ma questi “primati” – che fanno di solito ululare all’”inclusività” dell’establishment statunitense – non sarebbero stati possibile se Powell non fosse stato più che plasmabile come criminale di guerra e tra i più grandi bugiardi della storia recente.

Resterà negli annali e nei libri, infatti, la sua spudorata esibizione all’assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003. Con in mano una boccetta piena di polvere bianca accusò l’Iraq, allora ancora governato da Saddam Hussein, di avere negli arsenali armi chimiche di distruzione di massa.

«Non posso dirvi tutto ciò che sappiamo», affermò. «Ma posso dirvi che l’insieme delle cose venute alla luce nel corso degli anni è molto preoccupante. I fatti e i comportamenti dimostrano come Saddam Hussein e il suo regime nascondano i loro tentativi di produrre più armi di distruzione di massa».

Con questa clamorosa menzogna – possibile solo per la forza militare degli Usa e il quasi totale controllo dei principali media – fu giustificata e in qualche misura “autorizzata” la seconda guerra contro l’Iraq, che portò all’occupazione permanente di quel paese… e delle sue risorse petrolifere.

Un discorso smentito poi proprio dalla guerra di conquista, visto che nulla del genere fu trovato in nessun arsenale.

Ma in ogni caso era stati affermata una “strategia della comunicazione” che aveva origini certamente più lontane – nella “propagandi di guerra”, in primo luogo – ma che da allora si è imposta come la “nuova normalità” per tutti i governi occidentali e neoliberisti. Basta guardare alle retoriche di Renzi, Salvini, Letta, Draghi o Macron.

Quella smentita fu però così clamorosa da bruciargli la carriera che gli veniva costruita nel frattempo. Invece di diventare “il primo presidente nero” – prima ancora che esplodesse l’astro Obama – fu ridicolizzato nel mondo, nonostante la sua solida carriera diplomatica.

Una menzogna, insomma, che mise fine alla sua quasi leggendaria fortuna: inviato per due volte in Vietnam negli anni Sessanta, era rimasto ferito in entrambe le occasioni e persino sopravvissuto a un incidente in elicottero.

venerdì 8 ottobre 2021

GIORGIO PARISI E L'ORDINE NEL CAOS

 

Prima del riconoscimento del premio Nobel per la fisica al Professor Giorgio Parisi non mi sembra sinceramente di averlo mai sentito nominare ma le sue parole appena avuta la notizia dell'importante encomio sono quelle di una persona che è degna di rispetto e di ammirazione.

L'entusiasmo degli alunni e degli altri docenti de La Sapienza di Roma è vero e non ha avuto nessun sentore d'invidia o di falsità,e come detto nell'articolo proposto(comune-info.net/trovare-un-ordine-al-caos )emerge la falsità sulla didattica e la ricerca negli ambienti universitari,dove un docente può essere benissimo un ricercatore e altrettanto essere capace nell'insegnamento.

Già attivo per un maggiore investimento nella scuola e nella ricerca,lo ha ribadito nelle prime interviste concesse,e c'è da segnalare anche il fatto che era sceso in piazza in prima persona per questo motivo e che aveva osteggiato la presenza del papa Nazinger all'inaugurazione di un anno accademico.

Trovare un ordine al caos.

di Franco Lorenzoni 

Sono molte le ragioni per essere felici dell’assegnazione del premio Nobel per la fisica a Giorgio Parisi. Appena ricevuto il prestigioso riconoscimento il grande scienziato ha parlato della sua facoltà, della scuola romana e dei suoi maestri, tra cui Nicola Cabibbo che avrebbe meritato anche lui il Nobel. Giorgio Parisi è certamente un genio, ma è nel confronto con altri e in gruppo, in una scuola, che cresce la ricerca e l’intelligenza collettiva che porta alle scoperte più straordinarie. 

L’entusiasmo con cui hanno accolto la notizia i suoi studenti e l’affetto con cui parlano di lui mostra quanto sia falsa la contrapposizione tra ricerca e didattica dentro l’Università. Quanto sbaglino quei professori che trattano con sufficienza e superficialità il rapporto con i loro allievi e la didattica, come se sottraesse tempo ed energia a cose più importanti. Si può essere bravi professori attenti agli studenti e vincere un Nobel. 

Lo spirito scientifico è strutturalmente laico, aperto, nemico di ogni dogmatismo. Quando fu invitato papa Benedetto XVI a inaugurare l’anno accademico della Sapienza, Giorgio Parisi fu tra i pochi professori che si opposero con decisione a quella scelta scioccamente reverenziale e inopportuna. Quando la ministra Gelmini tagliò i fondi alla ricerca e all’Università Giorgio Parisi scese in piazza con altri ricercatori e portò una lavagna di ardesia di fronte a Montecitorio. C’era scritto “La ricerca non è una spesa per lo stato, ma un investimento”. Frase elementare ed evidente, purtroppo dimenticata da troppi politici che governano l’Italia, che è uno dei paesi d’Europa che investono meno in scuola, ricerca e istruzione. 

Giorgio Parisi ha ricordato che l’educazione alla scienza va iniziata fin dalla scuola dell’infanzia. Carlo Bernardini, un altro fisico della scuola romana, quando condusse un’esperienza educativa in una Scuola dell’infanzia a Scandicci, scoprì che i più piccoli, nel loro ragionare, sono capaci di una “scientificità non specifica” assente in gran parte di noi adulti. Le sue osservazioni lo portarono ad affermare che i ragionamenti di bambine e bambini di quattro e cinque anni hanno tre requisiti fondamentali: la sincerità, che li porta a non alterare la realtà osservata; la capacità di fare domande; la capacità di modificare le proprie opinioni senza troppo imbarazzo, in presenza di elementi nuovi. Fare incontrare in modo vivo e vivace la natura e la scienza a ogni età contribuirebbe non poco a dare senso e bellezza alla ricerca e allo studio nella scuola. 

La fisica, oltre a donarci scoperte che cambiano radicalmente le nostre vite, produce continuamente metafore di rara bellezza. Ho letto che Parisi cita spesso Eraclito, che ci ha lasciato questo misterioso frammento: 

“In un mucchio di rifiuti gettati a caso c’è l’ordine più bello”.

Trovare un ordine nel caos è per me la cosa più bella, afferma lo scienziato romano parlando delle sue ricerche nei campi più diversi. Quest’ordine nascosto lo ha cercato negli atomi e nell’infinitamente piccolo così come nel cosmo sconfinato. Ma il fatto che sia riuscito a osservare con il linguaggio della matematica e della fisica anche l’ordine che si nasconde nel caos del volo degli storni, aiuta noi, che abbiamo difficoltà a comprendere le sue scoperte, a intuire la bellezza di queste sorprendenti relazioni. E ci riempie di gioia. 

venerdì 13 agosto 2021

GINO STRADA

Ha raggiunto il termine terreno la vita di Gino Strada,che senza retorica e senza mandarla mai a dire si è sempre prodigato per gli ultimi,una vita passata in zone disastrate dalle guerre e dalle calamità naturali,luoghi dove la morte la faceva da padrona e lui con la famiglia sempre più allargata di Emergency la combatteva sul campo,in prima linea(vedi:madn chi-aiuta-e-chi-ammazza ).
E non solamente col suo lavoro di medico ma anche con i suoi interventi politici,sempre e solo di sinistra ma quella vera,non quella di altri surrogati che ne piangono la dipartita e che praticamente non hanno mai ascoltato i suoi appelli contro l'insensatezza della guerra e dei miliardi di euro e di dollari spesi per la grande fabbrica della morte oltre che la privatizzazione della sanità pubblica e molto altro.
L'articolo di Left(gino-strada-litalia-ripudia-la-guerra-ma-siamo-in-guerra-da-oltre-ventanni )ripropone un'intervista esemplificativa del pensiero e dell'uomo Gino Strada,il grande inascoltato,in un contesto storico recente(luglio 2019)quando non c'era ancora il coronavirus ma comunque sembra che si parli di qualcosa molto simile a ieri,con gli sbarchi dei migranti,ius soli e tutto quello che lui amava fare,agire e non solo a parole,praticamente l'opposto di quello che propagandano e pensano le destre:ci mancherà molto Gino Strada.

Gino Strada: «L’Italia ripudia la guerra ma siamo in guerra da oltre vent’anni».

di Giulio Cavalli 

Una larga fetta del Paese rifiuta l’odio xenofobo diceva Gino Strada in questa intervista per poi aggiungere: «Ma c’è bisogno di un nuovo soggetto politico. Spero che nasca»

Cosa rispondere a chi ancora continua con la retorica dell’invasione?

Risponderei di informarsi. Qui non c’è nessuna invasione, sembra che il problema dell’Italia non siano i trecento miliardi e passa lucrati dalle mafie, i centocinquanta miliardi di evasione fiscale, altri centinaia di miliardi di corruzione ma sembra che il problema siano quaranta migranti fuori dal porto di Lampedusa. Su questo si è costruita una narrazione fasulla. In Italia in questo momento sono più i giovani che se ne vanno di quelli che arrivano. Certo, gli stranieri vengono qui per ragioni diverse rispetto a chi emigra poiché l’Italia è un Paese mediamente ricco. Ma dov’è questa invasione? Calcoliamola in termini demografici: è una follia, non esiste, è una cosa costruita ad arte perché bisogna alimentare l’odio verso il diverso. Diverso che può essere declinato in vari modi: può essere il rom, il sinti, l’ebreo o il nero. Ma è un odio che si riversa sempre su chi sta al di sotto nella scala sociale. Come se la responsabilità dei problemi, anche drammatici, che vivono gli italiani, come la crisi economica e la difficoltà di arrivare a fine mese, fossero colpa degli ultimi e non colpa di chi invece sta più in alto nella scala sociale. E questa è una pazzia tipica della mentalità fascista.

Però molte persone dicono: «Non ho rappresentanza politica, non ho molti mezzi, sono un cittadino normale, cosa posso fare?». Come gli risponderesti?

Io sono tra quelli che non hanno rappresentanza politica. “Nel mio piccolo” è sempre la domanda più grande su cosa possa fare una persona. Io credo che di cose da fare ce ne siano tantissime. Cominciando dall’informarsi e dal capire l’entità reale dei problemi e delle questioni. Fino al continuare ad esercitare delle pratiche alternative, delle pratiche di resistenza e ce ne sono tantissime. Non c’è soltanto Riace, c’è una solidarietà diffusa molto importante. Poi il cittadino normale non ha spesso altri modi per dire le sue opinioni se non votando. Fino a quando non ci saranno più le elezioni, che, attenzione, non significano per forza democrazia: a volte è un esercizio tecnico e poi quando si va sui tecnicismi elettorali si vede che in realtà di possibilità di scelta il cittadino non ne ha. Però si potrebbe iniziare prendendosi l’impegno di non votare per nessuno che non ripudi sul serio la guerra. Io non voterei mai un partito che non mi garantisce che non farà mai la guerra in nessun caso, tranne ovviamente il caso di subire un’invasione militare ma non mi sembra il nostro. Io credo che il primo compito della politica sia quello di rispettare la Costituzione e i suoi principi fondamentali tra cui il ripudio della guerra e invece abbiamo una classe politica che delinque tranquillamente contro la Costituzione, senza nessun problema, e nessuno glielo fa notare.

L’Italia ripudia la guerra…

Sì, ma siamo in guerra da oltre vent’anni. O ce lo siamo dimenticati? Ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan. Certo si possono fare le solite operazioni di trasformismo: se un mio avversario compie un gesto di violenza è terrorismo mentre se lo compio io è un atto umanitario. Dobbiamo fare sparire queste nebbie, chiamare le cose con il loro nome: la guerra è guerra. L’Afghanistan è l’esempio più lampante: siamo andati lì con una decisione presa un mese dopo l’inizio dell’attacco americano e siamo ancora lì, abbiamo avuto tanti morti, abbiamo speso miliardi. C’è qualcuno che mi sa dire una ragione per cui noi siamo in Afghanistan al di là del servilismo verso gli Usa? Puro servilismo. Diciamo che siamo una colonia. Abbiamo 70 testate nucleari americane sul nostro territorio, la nostra politica estera non esiste, si prendono solo ordini. Perché oggi siamo nella Nato? Perché siamo in un’alleanza militare? Queste domande ormai non si possono nemmeno più fare, si dà per scontato che siamo una dependance degli Usa. I nostri politici fanno ridere, non hanno nemmeno quella dignità e quell’orgoglio nazionale che tra l’altro tanto vantano.

L’argomento del momento è la vicenda della Sea-Watch e la decisione presa della sua comandante…

Al di là dei dettagli tecnici mi pare che qui sia in gioco un principio: si tende a criminalizzare chi aiuta. Questa cosa è intollerabile, inaudita, perfino inaspettata nella sua rozzezza, nella sua stupidità. E questo purtroppo è un processo che va avanti da qualche anno, dal governo precedente: la guerra alle Organizzazioni non governative è iniziata con il governo a guida Pd e Minniti ministro dell’Interno.

Improvvisamente sembra che una parte degli italiani sia diventata legalitaria, tutti rispettosi delle leggi e tutti pronti a crocifiggere Carola Rackete, che ne pensi?

Vedo che siamo in un periodo in cui tutti urlano, tutti gridano, c’è gente che parla di cose che non conosce, sembra che l’incompetenza sia diventata la regola. Però io non ci credo che a questo schiamazzo di una politica ormai vergognosa corrisponda un vero sentire degli italiani. Credo che molta gente, probabilmente la maggioranza, stia mal sopportando questo clima. Per questo credo che la situazione sia ancora reversibile almeno nel nostro Paese. È vero che c’è una macchina propagandistica pazzesca e che c’è un’assenza delle più alte cariche dello Stato. Che non ci sia nessun commento sul fatto che ormai la politica si faccia con i tweet e il dibattito si faccia con gli insulti, se non con i pestaggi, è preoccupante. Un membro del Parlamento che si permette di dire «affondiamo la nave»… sono cose che erano impensabili alcuni anni fa. Però io non credo che tutto questo sia il sentire degli italiani.

Quindi sei ottimista?

Io vedo un Paese dove c’è molta solidarietà. Un Paese dove ci sono migliaia di organizzazioni, di associazioni, piccole o grandi o medie che siano, che si danno da fare comunque per migliorare la vita delle persone. Questa cosa è incompatibile con la politica attuale. Se pensassi che veramente gli italiani la pensano come Salvini dovrei concludere da medico che ci sia stato un cambiamento genetico e antropologico degli italiani. Tutta questa società civile, una volta si chiamava così, credo che vorrebbe un mondo diverso, più equilibrato, più giusto, più sereno, meno carico di odio. Credo che questa sia una brezza che c’è già e che spero diventi vento forte.

Un fischio?

Sì. Non c’è bisogno che urli una bufera però, insomma…

Però è vero che sembra che questa parte d’Italia non trovi da una parte una rappresentanza politica e dall’altra una narrazione sui media aderente alla realtà…

Questo è sicuro. Basti pensare che qualche giorno fa l’ex ministro della Difesa (Pinotti, Pd, ndr) ha emesso un comunicato di solidarietà alla Guardia di finanza e questa dovrebbe essere l’opposizione. Poi si chiedono perché perdono i voti. Ma questi sono loro. Non c’è dubbio che ci sia bisogno di un nuovo soggetto politico, non ho il minimo dubbio su questo. Credo che il Pd sia morto, sepolto e purtroppo non prenderanno mai la decisione di sciogliersi che sarebbe un grande passo avanti per l’Italia. C’è bisogno di un nuovo soggetto politico che ridefinisca le regole del vivere associato. Spero che nasca.

martedì 3 agosto 2021

IL WEEKEND IN VALLE

Lo scorso weekend la festa del weekend ad alta felicità organizzato,pandemia permettendo,ogni anno in Val Susa come occasione per incontrare vecchi e nuovi amanti dell'ambiente e della natura e contrari agli stupri di Stato di interi territori ed in particolar modo attivisti No Tav,ha visto una buona presenza nella tre giorni del raduno.
Non che se ne sia parlato nei notiziari a parte le dichiarazioni del ministro degli interni Luciana Lamorgese per dei petardi fatti esplodere(ma attenzione che si rischiano reati come terrorismo)dal massiccio schieramento delle forze del disordine,diecimila assegnati al territorio valsusino sono a luglio,complice assieme a quasi tutta la classe politica ed ai giornalisti servi dei poteri forti,anche quelli criminali.
L'articolo(comune-info.net/nuove-speranze )parla della marcia dei partecipanti fino a dove si è potuto arrivare causa muri di cemento e reti di filo spinato che circondano i cantieri del progetto dell'alta velocità e del servilismo già accennato dell'informazione fatta da giornalisti che leggono le notizie che vengono fornite dai questorini e dai politici corrotti e complici della devastazione del territorio.

Nuove speranze.

Il grido No Tav ha di nuovo squarciato il silenzio in Val di Susa. In 7.000, nonostante un tempo incerto, hanno infilato scarpe e scarponi per lasciare le tende del Weekend Alta Felicità alla volta del cantiere della nuova Torino-Lione.

Un lungo serpentone ha iniziato dalle 14,30 a snodarsi dalle strade di Venaus, composto dai tantissimi che hanno voluto vedere con i propri occhi il mostro che ha cominciato a mangiare alberi e torrenti della Val Clarea. No tav storici, valsusini, ma anche tantissimi giovani venuti a respirare a pieni polmoni un’aria che si è fatta sempre più rara: quella della lotta e della libertà. Una gioia immensa vedere queste facce nuove, con la voglia di partecipare, con la convinzione di essere dalla parte giusta, arrivate col sorriso per mettere finalmente da parte il virtuale e tornare al reale. Solo la lotta è vita.

Il corteo ha da prima raggiunto il centro abitato di Giaglione per poi spostarsi sul sentiero gallo romano, su cui gravava ancora una volta la vergognosa interdizione di transito emanata dal prefetto. A rendere concreta la sospensione del diritto di circolazione in questo territorio occupato chiamato Val di Susa, c’era un jersey di cemento armato e filo spinato a sbarrare la via nel bosco. Mentre alcuni No Tav provavano a tirare giù la barriera con mezzi di fortuna, un altro centinaio ha deciso di prendere i sentieri alti dove ha ingaggiato una serie di azioni di disturbo alle forze dell’ordine impegnate nella difesa del cantiere della vergogna. Nei due casi gli agenti, ne sono stati inviati quasi 10.000 nel solo mese di luglio, hanno gasato i manifestanti confermando il loro ruolo di forze di sicurezza private pagate dallo stato per garantire la tranquillità di qualche multinazionale del cemento.

Nonostante questo enorme dispiegamento di forze un terzo gruppo di No Tav, scendendo dai boschi, è riuscito ad entrare all’interno del cantiere nei pressi dell’area archeologica di Chiomonte tagliando le reti e mettendo fuori uso una jeep lince dell’esercito. Tante azioni che dimostrano che nulla può un esercito mercenario e spaesato contro la determinazione e la conoscenza del territorio di chi è radicato in questa valle.

Usciamo da questa giornata sorpresi una volta di più della capacità del movimento No Tav di coinvolgere tante generazioni differenti a partire da bisogni ed esigenze diverse che si incontrano in uno sguardo comune sul mondo. A conferma di ciò abbiamo visto una marcia attraversata da moltissimi giovani e giovanissimi che ritrovano nel No Tav un campo di lotta pratica contro i responsabili la crisi climatica e nel Festival un momento per tessere relazioni e rapporti in un contesto privo della logica del consumo e dello sfruttamento. Mentre la politica istituzionale invecchia sui suoi scranni parlamentari, in Val Susa, generazione dopo generazione, la lotta contro la grande opera inutile ed ecocida si rinnova e conquista nuove speranze e motivazioni.

Fa ridere di gusto infine notare come la strategia di silenziamento del movimento No Tav messa in atto dalla maggior parte dei giornali mainstream (con alcune eccezioni), in concerto con la questura, va immediatamente in cortocircuito quando si verificano giornate del genere e alcuni giornalisti si trovano ad elemosinare notizie e fotografie o a pubblicare articoli inesatti basati sulle veline della questura. Li invitiamo nuovamente a venire a vedere con i loro occhi quanto succede da queste parti e a godere un po’ di aria valsusina.

sabato 17 luglio 2021

IL DISASTRO DELLE ALLUVIONI IN GERMANIA

La catastrofe che sta colpendo molte nazioni europee ed in particolar modo la Germania ed il Belgio anche se ci sono parecchi problemi pure in Olanda,Lussemburgo e Svizzera,è frutto sia di piogge eccezionali per la quantità in poco tempo che per un territorio già compromesso dalle opere dell'uomo.
Le zone tedesche più colpite della Renania,quella meridionale del Palatinato a prevalenza agricola e quella settentrionale della Vestfalia bucata dalle miniere di carbone,hanno visto nel corso degli anni sfruttamenti e devastazioni territoriali che hanno contribuito in maniera decisiva alle migliaia di persone sfollate e alle decine di vittime,oltre che a case,ponti,strade e linee ferroviarie distrutte.
Di un migliaio di dispersi non si sa ancora nulla nella speranza che il mancato contatto telefonico sia dovuto all'interruzione delle linee per un blackout di vaste proporzioni,anche se interi villaggi più isolati sono stati quasi cancellati dalla forza delle acque,del fango e dei detriti portati da essi.
L'articolo(www.agi.it/germania-morti-dispersi-alluvioni-frane )parla della cronaca delle ultime ore e dei continui smottamenti e frane che continuano ad essere un pericolo per le strutture e le persone,con dighe al collasso e migliaia di evacuati,in un disastro che come detto l'uomo ha molte responsabilità(vedi:madn ghiaccio-bollente ).

In Germania si aggrava il bilancio delle alluvioni: le vittime sono almeno 133.

Di molte persone non si hanno notizie soprattutto a causa del guasto delle linee telefoniche. Interi villaggi travolti e distrutti nell'Ovest. Almeno 27 morti in Belgio. In Olanda si teme l'esondazione della Mosa.

AGI - È salito a 133 morti il bilancio delle devastanti alluvioni che hanno colpito la Germania: l'ultimo bilancio della polizia locale parla di 90 vittime in Renania-Palatinato e 43 in Nord Reno-Vestfalia, Non è ancora chiaro il numero dei dispersi. L'ultima stima fornita dal ministero dell'Interno di Berlino riferisce di 1.300 persone di cui è impossibile stabilire la sorte poiché le linee telefoniche sono saltate in molte delle zone interessate. In tutto il Paese 165 mila persone sono rimaste senza energia elettrica e 600 chilometri di linee ferroviarie sono stati danneggiati dalle piogge torrenziali. 

Colpito anche il Belgio dove si contano 27 morti e un'altra ventina di dispersi.

Di ritorno dalla sua visita ufficiale a Washington, la cancelliera Angela Merkel ha partecipato in videoconferenza a una riunione dell'unita' di crisi della Renania-Palatinato, ha assicurato alla popolazione "il sostegno del governo a breve termine e a lungo termine". Una visita di Merkel nell'area del disastro è prevista "entro breve".

Centinaia di militari mobilitati

Se molte persone sarebbero irreperibili solo perché isolate dal blackout, ci sono timori molto concreti per la sorte di alcune decine di residenti del cantone di Bad Neuenahr-Ahrweiler, nella Renania-Palatinato, gravemente colpito. Il villaggio renano di Schuld, con una popolazione di 700 abitanti, è stato quasi del tutto distrutto. Le ricerche dei dispersi sono ricominciate in mattinata. Gli elicotteri dell'esercito, che ha mobilitato oltre 800 effettivi, stanno recuperando le persone che hanno cercato riparo sui tetti. A Sinzig l'acqua ha invaso il pianoterra di un centro per disabili, uccidendo 12 pazienti.

Nel Nord Reno-Vestfalia la località di Erftsadt-Blessem, a circa 40 chilometri da Colonia, è stata travolta da una frana. "Le case sono state in gran parte spazzate via e alcune sono crollate. Diverse persone mancano all'appello", riferiscono le autorità locali, che non sono riuscite a fornire informazioni più precise a causa delle difficoltà di comunicazione con l'area interessata.

Dalle abitazioni superstiti continuano a giungere chiamate d'emergenza, in quanto i residenti non hanno lasciato i loro appartamenti o vi sono tornati nonostante l'alluvione. Al momento l'evacuazione del centro abitato sarebbe possibile solo per via nautica e i soccorritori non sono in grado di raggiungere tutte le persone in situazioni di emergenza. A complicare i soccorsi ha contribuito la rottura di un gasdotto.

Allarme per le dighe.

Nei pressi del confine con il Belgio, continua a suscitare preoccupazione la diga di Rurtalsperre, che rischia di cedere. I villaggi circostanti sono stati evacuati. Le fortissime precipitazioni hanno aperto una breccia larga un metro in una diga nel Canale Juliana, nel comune olandese di Meerssen, al confine con il Belgio.

L'elevato livello raggiunto dalle acque della Mosa minaccia inoltre una diga nella città belga di Maaseik, nella provincia di Limburg, dove sei comuni sono stati evacuati.  In Vallonia 21 mila persone sono senza elettricità. Nella città di Verviers è stato imposto il coprifuoco per evitare saccheggi. I residenti di Liegi sono stati esortati a lasciare le case o, se impossibilitati, trasferirsi al piano superiore.

Migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni anche nel Sud dei Paesi Bassi. Il premier olandese, Mark Rutte, ha convocato una riunione d'emergenza del governo per poi recarsi nelle aree colpite. Inondazioni, con conseguenze meno gravi, anche in Lussemburgo e Svizzera, dove il centro storico di Lucerna è stato allagato.

giovedì 25 marzo 2021

SANTE,BANDITO SENZA TEMPO

Negli scorsi giorni è morto Sante Notarnicola,persona prima che personaggio che ha indelebilmente segnato pagine sia di cronaca che di poesia e rivoluzioni a partire dagli anni sessanta,pugliese emigrato  Torino da ragazzo e da lì è nata la ribellione e la militanza comunista:assieme ad alcuni amici fece parte della banda Cavallaro cui ne seguì tutta la storia e le vicissitudini fino al carcere per quasi trent'anni.
Ed è proprio da qui che la sua lotta fece avere ai carcerati di un'intera nazione,avvezzi a pratiche di detenzione disumane,dei miglioramenti tangibili anche attraverso rivolte,e lui fu sballottato in tutta Italia nei decenni di reclusione,compreso un tentativo di fuga a Favignana.
Negli articoli presentati(contropiano sante-notarnicola-dal-vivo infoaut li/in-ricordo-di-sante-notarnicola-bandito-rivoluzionario-e-poeta )ricordi e cronache,sensazioni e pensieri a corollario di un uomo che ha pagato le conseguenze delle sue scelte e che ha saputo affermarsi e farsi amare in un contesto molto difficile da comprendere e da spiegare.
Lui che fu comunista,bandito e rivoluzionario,generoso e pronto sempre ad offrire il proprio aiuto,che trovò a fine detenzione con i domiciliari momenti di difficoltà e anche di riscatto e di confronto con una generazione che per forza di cose si era anestetizzata,e che per la maggior parte dei casi lo è tutt'ora,che guarda con nostalgia ai tempi passati e con speranza verso tempi di lotta e di ribellione futuri.

Sante Notarnicola, dal vivo.

di  Francesco Piccioni  

Non so da dove cominciare. Avevo, come tutti, divorato il suo libro L’evasione impossibile. E dopo aver letto pensavo di aver capito, se non proprio di conoscerlo. Ero giovane, a quel tempo. Non avevo molta esperienza da confrontare. E senza quella, è meglio stare zitti. Sempre, anche oggi.

Pochi anni dopo ero già uno “vecchio”, ossia uno che ne aveva passate parecchie, e dunque sapevo che tra il fare e il raccontare la differenza è tanta. E che, se sei una persona seria, le cose più importanti spesso ti restano nella penna.

Quando sono arrivato nelle carceri speciali, però, ho visto che anche l’essenziale era in qualche modo sgocciolato dalla penna di Sante. Sarà che l’Asinara era proprio come te l’aspettavi, dopo due traghetti e un’ora di viaggio in jeep verso Fornelli, al capo opposto di Cala d’Oliva. Tra un mare che non si vede da nessun’altra parte e facce da bruti in divisa. Senza manette, “perché tanto, ‘ndo vai?”

Nelle carceri speciali c’erano solo compagni arrestati per “cose serie”, come sempre divisi per gruppi organizzati differenti. Oppure “detenuti comuni” che erano in genere davvero fuori dal comune. A quel tempo le rapine erano affare di piccole “batterie”, gruppi di amici nati come noi nei quartieri e poi cresciuti insieme. I sequestri di persona avvenivano a decine, anche contemporaneamente, e chi li faceva – una volta preso – finiva lì, mica nella “casa circondariale” vicino casa. 

Tutta gente che pensava alla fuga, e ne era capace. Che “si pesava” per quel che aveva dimostrato di saper fare, non per le chiacchiere. Se non sai fare, stai zitto. E impari.

Pochi i mafiosi, e minori; pochi quelli della ‘ndrangheta. Ancora non erano diventati “nemici” da combattere. E anche di camorristi, nel 1980, non ce n’erano tantissimi. Niente spacciatori, nix papponi.

Tanti gruppi, tante “etiche”, tante appartenenze diverse. Sante viaggiava a un altro livello. Si era guadagnato negli anni il rispetto di tutti, a prescindere dal “reato” e dal “giro”.

L’epopea della “banda Cavallero” era finita da oltre un decennio. Ci aveva fatto un film Carlo Lizzani, a metà strada tra il riconoscimento e la condanna (neanche il Pci, allora, poteva ignorare che quei “banditi” erano nati a Mirafiori, tra i suoi militanti che sognavano la Rivoluzione). E non era già più il tempo in cui qualche attrice famosa “chiedeva i colloqui” per conoscerlo.

Non era per quello che tutti lo salutavano. Era quello che aveva fatto dentro il carcere che girava di bocca in bocca, di generazione in generazione di detenuti. Grandi e piccole cose, magari solo la certezza che – se arrivavi a tarda sera, dopo cena, dove c’era lui – ti sarebbe arrivato un piatto di pasta, un caffè, qualche sigaretta. Sei qui, sei dei nostri, non sei solo in mezzo alle guardie. E non devi dare nulla in cambio.

C’era stato il periodo delle rivolte, quando “i dannati della terra” erano stati capaci di rivendicare una dignità che la “società perbene” negava loro. E lui era stato tra i maestri silenziosi, senza strepiti e “coatteria”. Seminava consapevolezza, coscienza, conoscenza, attenzione al vicino di cella, previsione delle mosse del nemico, cura nel racconto per far capire “fuori” cosa succedeva “dentro”. 

Aveva insegnato, insomma, a superare il “paradosso del prigioniero”, che porta all’isolamento e all’inazione; a scoprirsi simili in quella condizione, quindi con interessi comuni e diritti da rivendicare. Cose da fare insieme, costruendo fiducia reciproca nell’universo più individualista che c’è.

A lui, spesso, i detenuti affidavano le trattative rognose. Quelle da fare con i direttori e gli sbirri durante una rivolta. Quando devi essere calmo, lucido, sapere dove vuoi andare e capire “il nemico” cosa intende fare. “Piccolo grande uomo”, proprio come nel film di Arthur Penn…

Lo avevano chiamato, per questo, anche a Favignana, un’Asinara di Sicilia, con le celle nel fossato di un vecchio castello sulla collina. Un detenuto comune, uno qualsiasi che chissà cosa voleva, aveva “sequestrato” il giovane magistrato di sorveglianza con cui aveva “chiesto udienza”.

Erano anni strani, questi gesti avvenivano spesso, anche per obbiettivi individuali (un trasferimento più vicino casa, un colloquio negato, ecc). Ma i carabinieri di Dalla Chiesa a volte intervenivano quasi motu proprio, in quelle situazioni. Facendo strage “imparzialmente”, di detenuti e ostaggi. Senza remore, come ad Alessandria, nel 1974.

La “trattativa” da fare in quel caso era semplice ma definitiva. Bisognava convincere il detenuto a lasciar libero il magistrato, entro poco tempo. Le teste di cuoio stavano già scalpitando al portone d’ingresso.

Chiamarono Sante e non altri, perché solo da lui quel povero matto di prigioniero avrebbe potuto forse accettare un consiglio. E salvarsi la vita.

Sante lo convinse e a chi lo ringraziava – il direttore, qualche impiegato civile – rispose che lo aveva fatto solo perché gli interessava la vita del suo compagno di galera.

Lo ringraziò anche il magistrato, che sapeva quanto lui cosa sarebbe successo in caso contrario. Era destinato a una grande carriera, quel giovanissimo giudice, Giovanni Falcone…

La grandezza di Sante era nel saper stare da solo, se necessario, in un mondo dove è importante – spesso decisivo – “stare in gruppo”. Fuori da ogni organizzazione, “batteria”, gruppo omogeneo. Poteva parlare con tutti, e tutti lo ascoltavano. Restando ognuno quel che era, trovando il modo per farlo.

Era stato inserito nella lista dei 13 prigionieri di cui le Brigate Rosse, ad un certo punto, chiesero la libertà in cambio della vita di Aldo Moro. Un “grande”, insomma, di cui si parlava in ogni carcere d’Italia.

E lui scriveva poesie, quando la porta veniva chiusa sbattendo e le due mandate di serratura ti auguravano la buonanotte. Cercava di mantenere l’irrequietezza della vita tra muri di cemento armato. E ci riusciva.

Se le scambiava, nel cortile, con gli altri poeti prigionieri. Con Horst Fantazzini, Agrippino Costa, con chiunque provasse la stessa inquietudine.

Quando pubblicò la sua prima raccolta di versi, finì che una copia venne fatta arrivare a Primo Levi. Oggi un intellettuale “affermato”, che magari vale un’unghia dell’autore di “Se questo è un uomo”, griderebbe alla provocazione, chiamerebbe carabinieri e giornalisti per levarsi di dosso l’ombra del sospetto di una simpatia verso un prigioniero di quelle “dimensioni”.

Il partigiano che era sopravvissuto ad Aushwitz rispose. Apprezzando, commentando, consigliando, “entrando nel merito”. La grandezza si riconosce reciprocamente, a prima vista. Se hai visto certe cose, parli la stessa lingua. E non la può capire nessun altro.

Visse con noi, ex ragazzi di un’altra generazione, la nostra sconfitta, le divisioni, i tradimenti, le dissociazioni. In una “sezione” di carcere li vedevi trasformarsi di giorno in giorno, mutare lo sguardo, svuotare di vita gli occhi, assumere la postura di chi simula qualcosa che non è più. E poi una mattina, o una sera, venivano portati via, verso carceri più accoglienti. 

Quando comunque si scherzava, quasi ogni giorno, lo potevi sentir rivendicare il paese dov’era nato, Castellaneta, vicino Taranto. Perché c’era nato pure Rodolfo Valentino, e dunque…

Qualche anno dopo, nella solita alternanza tra periodi durissimi e momenti di “allentamento”, qualcuno decise che poteva cominciare ad uscire. Dopo “venti anni, otto mesi e un giorno”, come scrisse in una delle prime poesie da semilibero. Perché anche quel singolo giorno, lui, se lo ricordava.

Ci salutò, nello “speciale” di Cuneo, quasi scusandosi di lasciarci lì mentre lui andava a riveder le stelle e a dilatare finalmente gli occhi per raggiungere un orizzonte più lontano del muro di cinta. Noi gli facevamo festa, lo spingevamo fuori, “che cazzo stai a fare ancora qui?”. A parole, certo, ognuno dalla sua cella. Sante era libero, o quasi. 

Trovò un altro mondo. Tra sbirri in borghese che ne scrutavano ogni passo e compagni disperatamente ingenui, generosi e casinisti. Restò fuori da ogni “giro” organizzato, anche questa volta. Preferendo la libertà di parlare solo se voleva e come sapeva. Di raccontare per far sapere, non per indottrinare. Scegliendo gli amici con cura, per carattere e per prudenza. Non gli piaceva restare deluso dalle persone che accoglieva.

Preferì rischiare anche con il lavoro. Invece di restare nelle pieghe e nelle piaghe del “privato sociale”, delle cooperative più o meno dipendenti dalla mangiatoia del Pds-Pd o come si chiama adesso, aprì il Mutenye, pub del Pratello subito meta della compagneria bolognese. Un luogo dello spirito, finché ebbe le forze per stare dietro il bancone tutte le sere.

La sua militanza si concentrò sulla Storia e le storie. Non c’è stato professore decente, dalle sue parti, che non finisse a parlare con lui, a impostare una ricerca, un’idea. La Resistenza sui colli era stata dura, cruenta e dimenticata nel solito modo della “sinistra” di merda. Rendendola un’icona da tirar fuori una volta l’anno, facendo l’opposto per 364 giorni.

Mi portò, pochi anni fa – perché i meno vecchi di lui uscirono anche loro dopo “venti anni…” e più – ai Sabbioni, sull’orlo del piccolo abisso dove i nazisti avevano fucilato un mucchio di partigiani. Mi portò a Monte Sole, sulle colline di Marzabotto, a stare in silenzio in quel dannato cortile di una strage di massa, coi buchi delle pallottole ancora sui muri e la tomba di Giuseppe Dossetti davanti ai piedi.

A misurare l’enormità delle contraddizioni rivelate quel prete tra i fondatori della Democrazia Cristiana e persino presidente (un altro…), che era stato fascista e poi partigiano e alla fine aveva voluto essere seppellito lì.

La ricerca su Monte Sole si trova ancora, da qualche parte. Io la farei leggere a tanti…

Non so come finire. Una vita così lunga, ricca, faticosa, piena, un compagno e un amico… è quasi un’offesa rinchiuderla in così poche battute. Spero che non me vorrai. Tu sei più bravo a dire molto con poche parole. Ciao, Sante.

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IN RICORDO DI SANTE NOTARNICOLA. BANDITO, RIVOLUZIONARIO E POETA 

Lunedì 22 marzo 2021 è morto, a 82 anni, il compagno Sante Notarnicola. 

Bandito, rivoluzionario, poeta

Sante, nato a Castellaneta, provincia di Taranto, nel 1938, a soli 13 anni emigrò al nord, a Torino. “Venni dal Sud con la valigia di cartone”, scriverà lui stesso. Proletario immigrato dal mezzogiorno, a Torino svolse diversi lavori e frequentò le sezioni del PCI e della FIGC ma dalla politica istituzionale si allontanò presto, attratto piuttosto dalle idee dei gruppi della sinistra rivoluzionaria.

Nel 1963 incontra Pietro Cavallero e nel quartiere operaio della periferia torinese Barriera di Milano nasce il gruppo di rapinatori passato alla storia come Banda Cavallero. Cavallero, Sante Notarnicola e compagni – come spiegheranno loro stessi – non erano animati tanto dal problema della fame, ma dal desiderio di giustizia sociale. I loro punti di riferimento erano rivoluzionari, comunisti e anarchici, e banditi della storia. Con le rapine, la Banda Cavallero attaccava il potere borghese e capitalista. Per Sante e gli altri era un modo per combattere e sabotare un sistema ingiusto, prendendosi la ricchezza da esso sottratta ai proletari e alla povera gente, senza farsi sfruttare in fabbrica, in cantiere o in altri luoghi di lavoro.

Il 3 ottobre 1967 Sante Notarnicola e Pietro Cavallero furono arrestati. Durante la loro ultima rapina, il 25 settembre al Banco di Napoli a Milano, la Polizia era riuscita a intervenire prima della loro fuga. Ne nacque un inseguimento con sparatoria e il bilancio fu di 4 morti. Nel processo, che si svolse tra giugno e luglio del 1968, Sante Notarnicola (così come Pietro Cavallero) fu condannato all’ergastolo.

Per Sante è l’inizio di una nuova battaglia. Insieme agli altri detenuti, lotta contro le le dure condizioni carcerarie cui erano costretti riuscendo, attraverso alcune rivolte, a conquistare una serie di diritti fino ad allora negati: tra questi la possibilità di avere carta e matita per scrivere o detenere più di un libro in cella. In carcere fu attivo anche nella lotta sul decreto di amnistia per i detenuti politici incarcerati durante “l’autunno caldo” e poi contro l’introduzione delle carceri speciali e del regime carcerario del 41bis. Partecipò alla stagione delle rivolte che segnarono la storia carceraria italiana per tutto il periodo antecedente e successivo alla legge Gozzini. Nel novembre del 1976, con altri quattro detenuti, tenta di evadere dal carcere di Favignana attraverso un tunnel sotterraneo, che viene però scoperto dagli agenti. Nel 1978 fu il primo nella lista dei 13 nomi indicati dalle Brigate rosse come detenuti da liberare in cambio del rilascio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

In prigione Sante ha studiato, scritto libri come il celebre “L’evasione impossibile”, pubblicato da Feltrinelli nel 1972, e raccolte di splendide poesie come “La nostalgia e la memoria” (1986).

Nel 1995 gli fu concessa la semi-libertà e durante il giorno, per cinque anni, gestì il pub Mutenye, a Bologna, dove si stabilì dal 2000 quando, giunto il fine pena, fu finalmente libero.

In questa trasmissione dedicata a Sante, il ricordo di Pinuccio, storico compagno dell’Autonomia bolognese e amico di Sante Notarnicola, e – soprattutto sulla sua produzione poetica e letteraria – di Cristiano Armati, compagno romano ed editore indipendente con RedStar Press e amico di Sante. Nel podcast anche le parole pronunciate da Sante a margine del funerale dell’amico e compagno Prospero Gallinari nel 2013, la lettura della poesia “I numeri” dell’attore Gian-Maria Volonté, le canzoni “La nostalgia e la memoria” di Assalti Frontali (con la voce dello stesso Sante), “Bandito senza tempo”, The Gang, “Omaggio a Sante” degli Onda Rossa Posse e un breve stralcio da “Quale ordine”, del rapper milanese Lord Bean. Ascolta o scarica.

mercoledì 10 febbraio 2021

IL RICORDO DI BERTOLT BRECHT

Oggi è l'anniversario della nascita di uno dei più grandi pensatori e scrittori che l'intera umanità abbia mai letto e ascoltato,con un pregio in più quello di essere di sinistra,comunista non ostentato e che in più di una volta nella sua esistenza gli ha dato problemi più che riconoscimenti.

Studioso di Marx ed Engels,infatti fuggì dalla Germania agli albori del nazismo e nel suo peregrinare dovette lasciare anche gli Stati Uniti per la sua ideologia comunista che tuttavia venne osteggiata pure nell'ex Germania orientale dato che il suo pensiero non poteva essere imprigionato a dei paletti che erano troppo rigidi e standardizzati.

Nell'articolo di Infoaut alcune tappe cronologiche della sua vita dalla nascita ad Augusta nel 1898 alla sua morte avvenuta a Berlino Est nel 1956,un piccolo riassunto per colui che fu pure anche un eccelso drammaturgo e poeta oltre che autore di saggi e regista teatrale.

Numerose le sua frasi e gli aneddoti che fanno tutt'ora di Brecht una mente illuminata,coerente e onesta nel panorama internazionale dei letterati al di là della sua ideologia e che ha avuto tanto da offrire alle generazioni future.

Una citazione che calza a pennello con la data odierna è tratta dalle "Storielle del signor Keuner" prese da "Storie da calendario" ed è "Dell'amor patrio o dell'odio per la patria altrui":

"Il signor K. non riteneva necessario vivere in un paese determinato. E diceva: - Posso patire la fame dovunque -. Un giorno però,che girava per una città occupata dal nemico del paese in cui viveva,gli venne incontro un ufficiale nemico e lo costrinse a scendere dal marciapiede.Scendendo,il signor K. s'accorse di essere indignato non solo contro quell'uomo,ma particolarmente contro il paese al quale quell'uomo apparteneva,al punto da desiderare che fosse cancellato dalla faccia della terra. - Come mai, - domandò il signor K., - in quel minuto sono diventato nazionalista? Proprio perché ho incontrato un nazionalista.Ed è per questo che bisogna estirpare l'imbecillità, giacché essa rende imbecilli chi l'incontra."

10 febbraio 1898: nasce Bertold Brecht.

Il 10 febbraio del 1898 ad Augusta, in Germania, nacque Bertold Brecht, uno dei più famosi drammaturghi tedeschi del XX secolo. La sua educazione, impartitagli dalla madre luterana, fu rigidamente protestante, ma non fu così invasiva da chiudergli gli occhi di fronte al mondo.

"Di tutte le cose sicure, la più certa è il dubbio."  Brecht dimostrò fin dalla giovinezza uno spiccato senso critico, che gli valse non pochi fastidi. Nel 1916 evito per poco l'espulsione dalla scuola, a causa di un tema in cui sostenne che l'elogio della morte eroica altro non è che uno strumento di propaganda. Iniziò a scrivere le prime poesie e canzoni, e dopo un'adolescenza spesa a rincorrere miti romantici e di patriottismo, si avvicinò al movimento spartachista intorno al 1919. Negli anni '20 si trasferì a Berlino, scrisse diverse opere teatrali, e approfondì gli studi su Marx ed Engels. Dal 1927 iniziò collaborare con il collettivo di scrittura teatrale filomarxista "Piscator-Bühne". Fu qui che maturò la sua concezione di un teatro che doveva coinvolgere lo spettatore e risvegliarne la coscienza politica. Stravolse e ruppe il "quarto muro" che divide attore da fruitore, pur tenendosi sempre distante dal neorealismo sovietico, che muoveva ad educazione e normalizzazione dell'immaginario collettivo. 

"Prima viene lo stomaco, poi viene la morale." 

Non fu mai un comunista troppo attivo nella militanza, ma nel suo essere un intellettuale di sponda riuscì a cogliere quelle contraddizioni reali che troppo spesso dimentica chi assurge al ruolo di pensatore e teorico. Nel '33 dovette fuggire dalla Germania, e lasciò Berlino il giorno dopo il rogo del Reichstag ad opera dei nazisti. Dal 1933 al 1941 si rifugiò in Francia, Danimarca, Svezia e Finlandia, viaggiando molto per rappresentare i suoi testi teatrali. Partecipò a Parigi al Congresso Internazionale degli Scrittori Antifascisti nel '35, e scrisse diverse opere contro il Reich. Nel '41 attraversò la Russia e si imbarcò a Vladivostok per stabilirsi in California. 

"Cos'è lo svaligiare una banca rispetto al fondarne una?" 

Neanche il soggiorno americano fu troppo tranquillo. Nel 1947 venne chiamato a presentarsi di fronte al Comitato per le Attività Antiamericane per rispondere dell'accusa di comunismo. Fuggì nuovamente in Europa, e si fermò a Zurigo, essendogli vietato l'ingresso in Germania Ovest. Riuscì infine a ristabilirsi a Berlino est dove fondò il teatro Berliner Ensemble. Non ebbe rapporti sempre distesi con il partito comunista della DDR, tanto che diverse rappresentazioni delle sue opere furono vietate.

"Sventurata la terra che ha bisogno d'eroi."

Morì il 14 agosto 1956. Secondo le sue volontà venne sepolto senza cerimonie in un angolo vicino alla strada del cimitero di Chausseestrasse, sotto una lapide di pietra grezza con incise le sole lettere del suo nome.

mercoledì 27 gennaio 2021

CHE CI SIA MEMORIA PER I LAGER DI IERI E DI OGGI

In occasione della Giornata della Memoria,istituita per l'appunto per non dimenticare e preservare per il presente ed il futuro il ricordo dello sterminio di milioni di ebrei,comunisti,gay,handicappati e rom,si deve capire come mai ancora nel mondo l'odio e la crudeltà siano ancora presenti e ben radicati in troppe situazioni,dove anche l'uno è già il troppo.
C'è una lapide a Marzabotto,teatro di uno degli eccidi più vergognosi e cruenti compiuti dai nazifascisti in Italia,che dice:"Auschwitz:solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana,solo allora potrete dimenticarci"lo dice chiaramente,ma gli episodi che quotidianamente ledono la dignità umana sono molteplici e molto più vicino a noi di quanto ci si possa immaginare.
Prendo l'esempio della situazione dei campi profughi in Bosnia Erzegovina dove questi nuovi lager ospitano centinaia di migranti che arrivano soprattutto dalla zona afgana e pachistana e che subiscono soprusi dalla polizia che dai confini croati,sloveni ed italiani li ribattono in un limbo di punizione e di controllo(vedi:www.fanpage.it perche-a-nessuno-interessa-della-catastrofe-umanitaria-dei-migranti-in-bosnia )
Hanno fatto scandalo a giorni alterni le immagini ed i reportage da Bihac e Lipa dove le persone sono costrette al gelo ed alla fame in condizioni disumane dove la vita è realmente al limite della sopportazione e dove i più elementari diritti umani non esistono.
Ebbene che questo giorno della Memoria nato dalla liberazione da parte dell'Armata Rossa del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz(vedi:madn non-dimentichiamoci-nemmeno-dellarmata rossa )sia valido sempre e per tutta l'umanità,in ogni luogo del mondo partendo dalla città dove viviamo.

Perché a nessuno interessa della catastrofe umanitaria dei migranti in Bosnia.

È un disastro umanitario che non ha ancora trovato una soluzione, quello dei migranti di Lipa, abbandonati al gelo della Bosnia dopo che un incendio ha distrutto il campo profughi nella città di Bihac. Ormai è passato un mese, ma centinaia e centinaia di persone continuano a non avere un riparo, né acqua calda o energia elettrica. E se da una parte le autorità di Sarajevo non sono state capaci di trovare una soluzione per queste persone, dall’altra l’Unione europea continua a finanziare la Bosnia affinché la crisi migratoria continui ad essere gestita fuori dal suolo comunitario.     

di Annalisa Girardi  

Ai confini dell'Unione europea centinaia di migranti continuano ad affrontare una crisi umanitaria che li costringe a sopravvivere senza un riparo mentre le temperature da settimane ormai sono crollate ben sotto lo zero, senza elettricità o acqua corrente. Nella zona a Nord-Ovest della Bosnia ed Erzegovina, a pochi chilometri dalla frontiera con la Croazia, a un mese dall'incendio che ha devastato il campo profughi di Lipa a Bihac, circa 1.500 persone vivono in condizioni disastrose. Non hanno servizi igienici né un tetto sopra la testa: sono costretti a lavarsi nei torrenti di montagna, nell'acqua ghiacciata, circondati dalla neve e di notte, con temperature di decine di gradi sotto lo zero, rimangono all'aperto.

Provengono per lo più da Afghanistan, Pakistan, Bangladesh. Per loro una soluzione ancora non è stata trovata. Dopo che le fiamme, divampate per cause ancora non chiare, hanno bruciato la tendopoli di Lipa molti migranti hanno cercato riparo nelle foreste vicine, mentre altrettanti sono rimasti nel campo semi-distrutto in condizioni invivibili.

Da Bruxelles non sono mancate le pressioni al governo bosniaco che però, ad oggi, non è riuscito a risolvere questa tragedia umanitaria, ostacolato soprattutto dalle autorità e delle comunità locali che si rifiutano di accogliere i migranti sfollati. Il commissario europeo per la gestione delle crisi, Janez Lenarčič, ha detto che un tale disastro avrebbe potuto "essere evitato se le autorità avessero creato sufficienti capacità di riparo per l'inverno, anche utilizzando le strutture esistenti disponibili". Il riferimento è al centro di accoglienza di Bira, che si trova sempre a Bihac: la struttura ha ricevuto 3,5 milioni di euro dall'Unione europea, ma non è mai stata ancora utilizzata sempre a causa dei residenti e delle comunità locali, che non vogliono che i migranti vengano ospitati nel centro.

Sarebbe semplicistico, però, scaricare tutte le responsabilità sulle autorità bosniache. L'Unione europea, pur essendosi attivata in finanziamenti e appelli al governo di Sarajevo, sembra comunque essere decisa a non affrontare la crisi sul suolo comunitario.

In altre parole, la responsabilità di quello che sta accadendo lungo la rotta balcanica non può essere attribuita solamente alla Bosnia ed Erzegovina. Come racconta l'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), che a sua volta cita il Danish Refugee Council, anche la polizia di frontiera sarebbe responsabile della violenza sui migranti, respingendo la maggior parte delle persone che cerca di entrare nell'Unione europea.

La Bosnia ed Erzegovina, infatti, non è la meta finale di chi intraprende la rotta balcanica. I migranti cercano di arrivare in un Paese comunitario, ma spesso vengono respinti prima al confine con la Croazia, poi a quello sloveno e infine a quello italiano. Secondo dei dati dello stesso ministero dell'Interno, elaborati da Altreconomia, tra il 1° gennaio e il 15 novembre dell'anno scorso, l'Italia avrebbe "riammesso" in Slovenia ben 1.240 migranti e richiedenti asilo. Sempre a quanto riferito dal Danish Refugee Council, da marzo 2019 sarebbero state respinte dalla Croazia alla Bosnia almeno 21 mila persone. Di queste, oltre mille, solo a novembre 2020.

Dal 2018 l'Unione europea ha versato circa 88 milioni di euro nelle casse di Sarajevo per gestire i campi profughi sul suo territorio. In piccolo, un'operazione simile a quella stretta con la Turchia nel 2016. "Non possiamo chiedere a quel Paese di gestire tutto il flusso migratorio di cui noi non vogliamo occuparci sul nostro territorio", ha commentato la presidente della sottocommissione per i Diritti umani, Maria Arena, durante una conferenza organizzata lo scorso 15 gennaio.

Il piano di Bruxelles, ancora una volta, sembra voler impedire l'accesso a migliaia di migranti ai Paesi dell'Unione, dove avrebbero il diritto di presentare una domanda di asilo, segregando queste persone in Paesi appena al di là della frontiera comunitaria, come appunto la Bosnia ed Erzegovina. Che di certo non manca di responsabilità per la catastrofe umanitaria che si sta verificando a Lipa. Ma che, in ultima istanza, viene finanziata proprio dall'Unione europea per accogliere persone che Bruxelles non vuole.

sabato 2 gennaio 2021

BUON ANNO MILANESI COL NUOVO QUESTORE-INQUISITORE

Si è insediato da un paio giorni il nuovo questore di Milano Giuseppe Petronzi,in arrivo da Trieste ma con un passato a Torino carico di episodi di accanimento contro i No Tav degno da inquisitore medievale ovviamente potente e perfido contro i deboli,servile e accondiscendente con i forti.
Da sempre contro gli anarchici e l'antagonismo di sinistra ora arriva in un'altra città importante e che ha all'interno parecchi movimenti di lotta e vedremo in che maniera affronterà temi caldi e blinderà la città in accordi sicuramente col sindaco Sala.
Nell'articolo(fanpage )la sua carriera e gli studi in tutto il mondo per il nuovo questore di Milano che dicono"votato alla causa"ed estremamente ligio al dovere,ma viste le sue"opere"quasi a senso unico contro persone che hanno gli stessi ideali i milanesi(e non solo),almeno quelli già col bersaglio addosso,devono stare all'erta.

Dall’Fbi a Guantanamo, passando per i No Tav: ecco chi è Giuseppe Petronzi, nuovo questore di Milano.

Dopo due anni lascia Milano il questore Sergio Bracco, che il prossimo 30 dicembre sarà sostituito da Giuseppe Petronzi, in arrivo da Trieste. Entrato in polizia nel 1990, Petronzi ha trascorso buona parte della sua carriera a Torino, collezionando esperienze all’estero con un diploma all’Fbi e una specializzazione a Scotland Yard. 

di Salvatore Garzillo  

Giuseppe Petronzi è il nuovo questore di Milano. Prende il posto di Sergio Bracco, che era arrivato nel marzo 2019 e che ora è stato nominato prefetto a Belluno.

 Erano settimane che in questura si giocava al totonome del suo sostituto, in molti giuravano di essere certi dell’arrivo di questo o quel dirigente e, come spesso accade, pochissimi conoscevano davvero l’identità del nuovo inquilino di via Fatebenefratelli.

Petronzi è abituato ai trasferimenti di dicembre, gli era già successo quando da Vicenza era passato a Trieste, città amministrata dal 2018 fino a qualche giorno fa. Aveva trascorso due anni anche a Vicenza, suo primo incarico da questore.

Gli studi con Fbi e Scotland Yard

Originario della provincia di Benevento, Petronzi si è laureato in giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli ed è entrato in polizia nel 1990, iniziando la sua carriera al commissariato Centro di Torino, dove ha vissuto per 24 anni. Nel 1993 ha ricevuto il primo incarico alla Digos, dove ha comandato la prima sezione informativa e poi quella dell’antiterrorismo. Nel 2001 si è diplomato alla Fbi National Academy di Quantico in “Criminali Justice Education” all’Università della Virginia, perfezionando gli studi in antiterrorismo alla New Scotland Yard.

È di quel periodo la visita al carcere di Guantanamo, come ricorda in un’intervista alla Stampa: “Era il 2002, ancora giugno, una fase emotivamente molto forte. L’atmosfera sull’isola era surreale: una prigione improvvisata in mezzo al nulla. Esaminai quindici posizioni. Ragazzi partiti dall’Italia, che conoscevo bene: li avevo intercettati a lungo. Mi colpì la loro voglia di parlare la nostra lingua, la voglia di confrontarsi con un poliziotto italiano”.

Tornato in Italia, dal 2004 al 2005 è stato capo della Digos di Torino. L’anno successivo è stato nominato coordinatore del Gruppo di lavoro intelligence in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Torino.

Gli incarichi internazionali

Le esperienze internazionali sono proseguite nel 2014 come capo-delegazione per la Cooperazione internazionale di polizia in occasione dei mondiali di calcio in Brasile e nel 2015 a Washington, dove ha lavorato per un anno all’ambasciata italiana per conto della Direzione centrale polizia criminale come esperto per la sicurezza di Nord e Centro America. È rientrato in Italia sempre a dicembre.

La lotta al terrorismo e la scorta

Il terrorismo è sempre stato al centro della carriera di Petronzi, che ha condotto indagini contro le Nuove Brigate Rosse e contro il fondamentalismo islamico, contribuendo all’espulsione di tre imam.

Di rilievo anche l’impegno sul fronte del movimento No Tav, in particolare dal 2011 fino agli arresti di 7 persone che hanno preso parte all'assalto della notte del 13 maggio 2013: il processo è rimasto nella storia della "guerra" in Val di Susa per i complessivi 140 anni di carcere di condanna.

Chi lo conosce lo descrive come un uomo estremamente votato “alla causa”, al lavoro quotidiano. La spiegazione, forse, l’ha fornita lui in un’intervista del giugno 2016 parlando del periodo trascorso sotto scorta dopo il suicidio in carcere (era il 1998) dei due anarchici Soledad Rosas ed Edoardo Massari: «Niente teatro, niente partite di calcio e vita appartata. La mia famiglia mi ha aiutato molto».

Un altro momento importante della sua vita, non solo professionale, è legato a un altro anarchico, Luca Abbà, folgorato mentre era su un traliccio davanti al cantiere Tav di Chiomonte. Un volo di dieci metri che gli costò quasi la vita tra fratture varie e ustioni di secondo grado.

“In quel momento mi sono reso conto che, anche quando cerchi di fare le cose nel modo migliore, ti trovi davanti all’imponderabile”, ha dichiarato Petronzi.

L'ultimo giorno del questore Bracco

Domani sarà l’ultimo giorno da questore di Milano di Sergio Bracco, il 30 dicembre avverrà il passaggio di consegne ufficiale. Al suo insediamento disse che si sarebbe preoccupato “non solo dei criminali, ma anche delle vittime”, e nell’elenco dei suoi obiettivi inserì “garantire i diritti dei cittadini, gestire la piazza per l’ordine pubblico e combattere tenacemente la criminalità organizzata e diffusa”. Un impegno in larghissima parte mantenuto.

Non sappiamo ancora quale sarà il programma di Petronzi, possiamo solo ricordare cosa disse in un’intervista prima di partire per gli Stati Uniti: “La cosa che mi rende orgoglioso è di essere riuscito nel compito di garantire la sicurezza senza mai dare l’impressione di trovarsi in una città sotto scorta”. È un ottimo auspicio per il 2021.

venerdì 27 novembre 2020

DIEGO ARMANDO MARADONA:IL CALCIO E LA POLITICA

Sono poche le morti di persone che in questi decenni hanno catalizzato l'attenzione del mondo intero e in un periodo non banale dove la principale focus è centrato su tutt'altro e la scomparsa di Diego Armando Maradona è stato un momento di tristezza e di commozione che ha coinvolto milioni di persone e che amano il calcio con maglie differenti rispetto a quelle indossate da lui.
Su tutte quelle della nazionale argentina e del Napoli,con la prima onorata con la vittoria del campionato del mondo 1986 con una partita su tutte contro l'Inghilterra col gol più bello mai siglato e con quello della famosa mano di dios,un riscatto politico che è anche una beffa nei confronti dei britannici da parte di tutta una nazione dopo i fatti di quattro anni prima con la guerra delle Falkland.
E pure a Napoli ci fu una bella rivincita di una città intera che riuscì ad ottenere due scudetti ed una coppa Uefa in un periodo di dominio delle città del nord,dove la Lega muoveva i primi passi e l'odio sociale verso il sud e quello calcistico verso la formazione partenopea ed in particolar modo verso il suo numero dieci era al loro apice.
L'articolo di Contropiano(lultima-finta-di-maradona )racconta tre storie che sono un sunto di quelle che migliaia di persone possono raccontare o portare nel loro cuore che hanno visto in Maradona non solo un idolo sportivo ma anche un uomo che ha aiutato tanta gente in situazioni come la sua di quand'era bambino.
Un personaggio già mito quand'era vivente,amato sia per la sua classe che per la sua fragilità che lo ha reso più umano agli occhi delle folle che lo hanno acclamato in vita e che lo piangono con la sua morte.
Tralasciando chi sta salendo sul carro dei vincitori,o meglio del suo ricordo omaggiandolo con una ipocrisia propria di tanti politici(parlo di quelli nostrani)in un mondo dove Maradona ha sempre portato avanti le sue ideologie appoggiando le battaglie di molti politici del centro e del sud America,Diego è stato molto più di un simpatizzante della sinistra e le sue scelte di apparire a fianco di uomini di grande peso politico e sociale anche internazionale come Castro,Chavez o Morales per citarne solo alcuni sono conseguenza di un carattere fiero che non ha mai avuto timore di essere schierato.
Il secondo contributo di Infoaut(la-mano-de-dios-il-pugno-del-pueblo )sono delle frasi poetiche che spiegano perché Maradona sia stato così tanto influente anche al di fuori del mondo del calcio,e perché milioni di persone siano tristi per la sua morte.

L’ultima finta di Maradona

di  Ivan Trocchia - Vincenzo Morvillo - Italo Nobile   

La città che lo ha accolto come uno di casa, non solo come il dio del pallone. Da qui, giustamente, arrivano decine di omaggi, che testimoniano di un rapporto miracoloso e raro in quello che in genere è solo un business ideologizzato.

*****

Diego e io.

Arrivò in estate, era il 1984. Ero solo un quindicenne e ricordo ancora i caroselli d’auto, i tuffi nelle fontane, all’annuncio dell’avvenuto acquisto. In realtà già da settimane vicoli e strade erano piene di sue immagini, di gadget di tutti i tipi con il suo volto.

Il manager di Diego si era lamentato di ciò perché i prodotti che sfruttavano la sua figura erano sottoposti a stretto, e danaroso , copyright. Se ne fece in seguito una ragione.

Insomma neanche era arrivato e a Napoli si festeggiava come a una vittoria sportiva. Si perché appariva veramente incredibile che “ il più forte calciatore del mondo” venisse proprio a Napoli. No a Torino no a Milano ma a Napoli. Pazzesco.

E me ne resi conto ancora meglio perché ad ottobre di quell’anno con la famiglia ci trasferimmo a Bergamo. Per me , tra i vari dolori del lasciare la città natale, c’era anche quello di non potermi godere le gesta del campione. Mi dicevo, con la mia ingenuità da adolescente: ma come a Napoli arriva Maradona e noi ce ne andiamo?

In realtà vivere a Bergamo ti dava la possibilità di vedere un sacco di partite del Napoli. Milano a pochi km, Atalanta, Brescia e Como in serie A. A volte pure la Cremonese. Verona a un’ora soltanto di treno. E Torino non lontanissima da andare ad espugnare.

L’11 maggio dell’87, il day after, a scuola il professore di latino accettò la mia richiesta di non essere interrogato perché ero campione d’Italia. “Mi sembra giusto”, disse il simpatico prof orobico.

Si perché era chiaro a chiunque che vincere a Napoli non era la stessa cosa che vincere altrove. Nessuna squadra del sud lo aveva mai fatto. Persino la piccola Verona ci era riuscita ma noi no.

Per un pischello come me, catapultato nella ricca Lombardia, allora attraversata dai primi deliri leghisti e con i canali Fininvest già a pieno regime, era difficile parare sempre le cazzate su Napoli e sui meridionali in genere. 

Il primo giorno di scuola che feci a Bergamo, un ragazzo mi chiese se fosse vero che quando passava il boss per strada dovevamo assolutamente salutarlo. Insomma mi chiedevano cose così. Mio padre fin quando non cambiò la targa dell’auto, che era NA, aveva sempre gente che gli suonava addosso. Appena mise quella BG i clacson cessarono. 

Mio fratello che faceva le scuole medie andava ogni giorno a botte con qualcuno perché lo sfottevano in quanto napoletano e terùn. 

E Diego, da ragazzo sveglio e intelligente, seppe interpretare benissimo questi umori. Sia di chi a Napoli ci viveva sia di chi era dovuto andato via.

Una volta in un’intervista affermò che gli bastarono poche trasferte per capire l’andazzo generale che vigeva in Italia. Un odio contro Napoli e contro il Sud che da argentino faticava a comprendere. Capì subito che una vittoria del Napoli non era solo un fatto sportivo ma la rottura di un tabù. Un capovolgimento di prospettiva assolutamente non previsto. Una forzatura culturale.

Basti pensare che il tanto lodato Gianni Brera, al tempo, scriveva e pontificava alla Domenica Sportiva che anche con Maradona il Napoli in quanto squadra del Sud non avrebbe mai potuto vincere uno scudetto. Perché per vincere servono organizzazione e disciplina che i napoletani non hanno, in quanto più inclini a mettersi al sole e mangiare gli spaghetti. Quanto lo schifavo Gianni Brera. 

Ancora a distanza di tanti anni sembra incredibile quel processo d’empatia che si stabilì tra un ragazzo proveniente dalle favelas di un altro continente e la popolazione napoletana. E proprio per questo fu un giocatore odiatissimo. Perché difese, non solo sportivamente, la città. 

Io sono tra quelli che, nell’estate del ’90, nella semifinale dei mondiali tra Italia e Argentina esultò al gol di Caniggia. Come tanti napoletani preferivo la vittoria di Diego a quella della nazionale di un paese che ci discrimina e infanga e che, per quanto mi riguardava, aveva costretto la mia famiglia a lasciare Napoli. 

Avevo già festeggiato nell’82. Poteva bastare. Allora ancora ci credevo che siamo tutti “fratelli d’Italia”. Allora forse ci credevamo un pò tutti. Poi ho capito che noi eravamo i fratellastri.

La partita si giocò proprio a Napoli. Da allora la Nazionale italiana ha sempre evitato di giocare partite importanti al San Paolo. Considerato troppo poco nazionalista. Troppo napoletano. Quindi poco italiano. 

Diego, poi, è uno dei pochi eroi giovanili che col tempo non mi hanno deluso. Anzi col passare degli anni, in contemporanea con il mio impegno politico e la conseguente crescita culturale, l’ex ragazzo di Buenos Aires ha dato ampie soddisfazioni. 

Questa volta lontano dai prati verdi di gioco. Ma vicino alle popolazioni oppresse. Ai paesi sotto attacco dall’imperialismo statunitense. Utilizzando la sua enorme popolarità per sostenere i processi sociali di ispirazione socialista. Con Fidel, con Chavez, con Maduro, ma anche con Lula.

Niente male per un tipo considerato poco più di un tamarro. Per uno che “è solo un drogato”, un alcolizzato. 

La sua fragilità, i suoi eccessi, le sue buffonerie sono stati invece elementi a tutto tondo di un personaggio comunque unico. Eroe e martire contemporaneamente. Vittima di uno showbiz violento e tritatutto come quello del football. Che ti innalza per meglio guadagnarci e che poi ti butta via se non sei più utile alla causa del profitto. 

E’ caduto rovinosamente, poi ha scoperto che esiste tutto un mondo che fa altro che inseguire un pallone, e si è rialzato. Per cadere ancora e ancora perché il ghetto dove sei cresciuto non è solo un luogo fisico ma uno state of mind.

Sono pochi anzi pochissimi i campioni sportivi che hanno avuto una così forte rilevanza extrasportiva quanto Diego. Viene in mente di primo acchito Mohammed Ali. Ma Alì era ideologizzato strutturalmente, Diego invece no. Il bambino d’oro ha fatto tutto da sé, seguendo il cammino tracciato dal connazionale Che Guevara. Il suo tatuaggio più famoso. 

Ciao Diego. Voglio infine ricordarti in quella fantasmagorica e allucinante conferenza stampa, da CT dell’Argentina. Con una qualificazione ai mondiali ottenuta all’ultimo minuto. Ti rivolgesti ai giornalisti, che per settimane ti avevano dipinto come incapace e inadatto, dicendogli soltanto: solo tienes que chuparlo. Appunto . 

Ivan Trocchia

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Monoteismo maradoniano.

Gli dei, ora, stringeranno la mano del dio monoteista. Addio genio maledetto. Porterò in eterno, nei miei occhi, l’incanto sublime della tua poesia scritta coi piedi. E sulla pelle, il gelido fremito che mi avvolgeva un attimo prima che il magma infuocato del goal travolgesse i sensi e l’intelligenza. Fino a perdersi nell’estasi idiota dell’orgasmo. 

Eri la vita che celebra la morte. In ogni suo palpito. Eri il Kairos che si fa eterno. L’atto in cui si smarrisce e si smemora l’azione. 

Resterai per me Dioniso con un pallone tra i piedi. Musica, immagini, versi scritti su un foglio d’erba verde. Il riscatto mai domo di un niño che dalle favelas argentine è partito e ha scalato il Machu Pichu. Sfidando il potere delle sacre icone del Calcio. 

E ha vinto, perché mai ha voluto sedersi a quelle tavole imbandite di nulla. Preferendo le periferie inzaccherate di fango e di pioggia alle celebrazioni squallide di mediocrità vendute in sovrapprezzo. 

Nel cuore il Che, nelle mani il dolore, nella testa la coca e nei piedi Rimbaud. Ti ho amato come fossi il primo amore. Ti ho odiato come se a letto ti fossi portato mille uomini. Ho pianto e ancora piango, quando ti vedo volteggiare folle sui campi. Come un Nureyev su puma e bulloni. 

In questo presente che ha cancellato Mito e Memoria, tu sei l’ultima Leggenda. L’ultima Memoria di un mondo a dimensione d’Uomo. Poeta e guerriero di uno sport che fu. “Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”, diceva Nietzsche. E tu, tra gli astri cosparsi di bianchi cristalli, hai danzato eiaculando gioia e tragedia. 

Ciao Diego!

Vincenzo Morvillo

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L’ultima finta di Maradona.

Cos’è una finta? E’ far pensare all’avversario di andare da una parte e invece andare ad un’altra. E’ far pensare all’avversario di toccare un pallone e farlo rimanere invece nello stesso posto. E’ far pensare al portiere di mandare il pallone da un lato e mandarlo invece dall’altro. E’ far pensare di voler stoppare un pallone ed invece lasciarlo passare. 

E’ far pensare all’avversario che la realtà andrà in un certo modo e mostrargli invece che può andare in tanti modi diversi. E’ far vedere che il futuro è pieno di possibilità non indagate.

Essere un fuoriclasse come Maradona nel mondo del calcio (e l’analogia la facciamo non con Pelè, ma con Garrincha, anche lui morto prematuramente) è stato un modo di rifiutare la realtà e questo tempo che opprime.

Per lui il talento con le sue finte e le sue magie è stato un modo per fuggire dalla miseria, poi per scappare da una mentalità conformista, infine da un calcio sempre più burocratizzato e corrotto.

Maradona non era un imperatore indiscusso come Pelè, non un leader riconosciuto come Platini, non un professionista postmoderno come Messi. Maradona era uno sciamano, un borderline, un visionario che andava a giocare partite impossibili per gli amici (spesso discutibili) nei campetti fangosi della provincia di Napoli.

E a Napoli aveva trovato la follia, la pentola magica dove far fruttare il suo talento e farne un messaggio per l’umanità intera. 

Non a caso frequentava Fidel Castro5e Chavez: aveva bisogno di un oltre dove lanciare il pallone del destino, il suo e quello di un esercito di appassionati che aveva capito che lui non era solo un calciatore, ma un poeta maledetto, un bestemmiatore che stringeva il rosario nelle mani sempre pronto a combattere con Dio e con qualsiasi autorità.

E’ rimasto famoso per le sue punizioni, dove aggirava qualsiasi barriera, per i suoi cross con l’esterno del piede o di tacco quasi ad accarezzare qualsiasi pallone, con i suoi gol da quaranta metri come a dire che non c’è distanza che la magia non sappia percorrere. 

Ma il ricordo più vivo che abbiamo di lui è quello della mano che ruba il primo goal all’Inghilterra nel 1986. Un gesto con cui è andato oltre il calcio. 

Un gesto scorretto, certamente, ma al tempo uno sberleffo verso una nazione che rappresentava la tradizione ma anche l’arroganza calcistica, una nazione che con la Thatcher aveva fatto guerra proprio all’Argentina (sia pure quell’Argentina indegna dei colonnelli), una nazione che rappresentava per il mondo di lingua spagnola un nemico irriducibile a cui non si concede nemmeno la correttezza.

Poi al poeta hanno tarpato le ali, prima con la storia del doping, poi riducendolo a rinserrarsi in qualche modo sempre di più, facendolo goffamente zampettare come l’albatro di Baudelaire per qualche lustro.

Forse chissà, morti Fidel e Chavez, ha pensato a quell’oltre verso cui lanciare il pallone. Ha capito che con il suo corpo ingrassato non poteva arrivarci. Ed ha progettato l’ultima rete, quella della vittoria definitiva. 

Infatti ci aveva fatto pensare che l’operazione alla testa di pochi giorni fa fosse riuscita ed invece ha fintato ed è andato verso la libertà della sua anima, ormai detenuta da un corpo che si lesionava sempre di più e da un mondo che mortifica la fantasia e l’immaginazione. 

Con un arresto cardiocircolatorio ha stoppato magicamente il pallone discendente della sua vita, ha dribblato come contro l’Inghilterra15 tutti quelli che lo ostacolavano e si è proiettato in rete verso la leggenda.

Italo Nobile

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La mano de Dios, il pugno del pueblo.

Nello stesso giorno di George Best.

Nello stesso giorno di Fidel.

El Dies più forte di tutti i tempi se ne va da quel Dios che gli tese la mano per il gol più scorretto della storia, ma così nobile da far cadere la corona alla Regina.

Un sinistro da rockstar come la sua vita, spericolata a tal punto di divenire distruzione, dribblando la vita e la morte più volte, con lo stile di sempre, anche quando i chili sembravano non consentirlo più.

Un D10s e non un santo.

Lui è il calcio. 

Quello vero. 

Quello delle bestemmie, delle birre a bordo campo, quello sporco, quello che si gioca con le giacche a fare i pali. 

Il calcio umano di chi cade e si rialza, di chi non baratta due spicci con la libertà. 

Di chi non si piega. 

Il calcio di chi non si allena e e non fa diete e se ne fotte del sistema. El Che tatuato sul braccio, una mano sulla spalla da Fidel.

La mano de Dios, il pugno del pueblo.