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venerdì 19 maggio 2023

SINDROME CINESE

Nel giro di poche ore ci sono stati due attacchi nemmeno troppo velati da parte dell'occidente nei confronti della Cina,uno dell’Alto rappresentante Ue per Esteri e Sicurezza Borrell e uno meno di portata globale ma altrettanto minaccioso della premier italiana donna mamma Meloni.
Nel primo caso(www.avantionline.it/borrell-la-vera-sfida-per-leuropa-e-la-cina/ )l'ennesima sfida occidentale da parte europea,visto che gli attacchi statunitensi sono praticamente quotidiani,le parole di Borrell tendono ad un inasprimento dei rapporti con la Cina in quanto i cinesi vogliono sovvertire l'attuale ordine mondiale che vedono gli esportatori di civiltà(e guerre)degli Usa al potere.
Come giustamente detto la Cina parla di bullismo statunitense ed il cagnolino Europa approva tutto quello che in materia geopolitica,sociale ed economica i cinesi sono pronti a portare al mondo,senza attaccare nessuno con la violenza dei conflitti.
Per quanto riguarda la Meloni(www.affaritaliani.it g7-hiroshima-biden-arruola-contro-russia-cina-pressing-su-meloni )proprio durante il vertice G7 di Hiroshima parla di voler sopprimere il patto siglato dal governo Conte(Via della seta)proprio con la Cina.
La notizia era nell'aria da settimane ma proprio durante l'incontro in Giappone e d'accordo con i partner occidentali la premier italiana parla della paura di Mosca e Pechino unite,e alla faccia di accordi economici ma anche culturali che apportano un mucchio di soldi già siglati vuole interrompere questa collaborazione che porta frutti ad entrambe i paesi.

Borrell: “La vera sfida per l’Europa è la Cina”.

di Salvatore Rondello

Un nuovo equilibrio geopolitico non è possibile raggiungerlo nel breve senza fare i conti con la Cina. Questo si è capito da tempo come è stato scritto sulle pagine di questo giornale.

Oggi se ne è accorto anche Borrell, l’Alto rappresentante Ue per Esteri e Sicurezza che a “La Repubblica” ha dichiarato: “La vera sfida per Ue è la Cina. Come rapportarsi alla Cina è questione di cruciale importanza per l’Ue, persino più complessa del tema Russia. Pechino vuole costruire un nuovo ordine mondiale e diventare entro la metà secolo la prima potenza. L’Ue deve ricalibrare la sua politica

per 3 motivi: i cambiamenti in atto nel Paese,sempre più nazionalista e ideologizzato, l’inasprimento della competizione strategica tra Usa e Cina,l’ascesa della Cina quale attore chiave”.

In vista del G7 in Giappone, il portavoce del ministero degli esteri cinese, Wang Wenbin, ha detto: “Se i Paesi del G7 si preoccupano davvero della sicurezza economica, dovrebbero chiedere agli Usa di smettere immediatamente di sopprimere e contenere gli altri Paesi in nome della sicurezza nazionale, fermare il bullismo unilaterale indiscriminato, smettere di costringere gli alleati a formare cricche esclusive e di sconvolgere il mondo”.

Così la Cina ha messo le mani avanti in merito alle indiscrezioni secondo cui il documento finale che i leader del Gruppo dei Sette Paesi più industrializzati diffonderanno alla fine del summit di Hiroshima (19-21 maggio), in Giappone, potrebbe menzionare la sicurezza economica e sottolineare le contromisure contro la coercizione economica della Cina.

Infatti, Wang ha aggiunto: “Quando si tratta di coercizione economica, questo cappello è più adatto agli Stati Uniti. In quanto vittima degli accordi del Plaza degli anni ’80, il Giappone (che accettò di svalutare la sua valuta) dovrebbe avere la comprensione più profonda di ciò”.

Dunque, le principali minacce all’economia mondiale, nella necessità di assicurare la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento, sono quelle di dividere il mondo in due grandi mercati e due grandi sistemi.

Mentre nel fine settimana a Hiroshima il G7 cercherà di trovare un accordo sulle misure contro la “coercizione” economica cinese invocate da Washington, che intende portare la discussione sull’export di tecnologia e di software per impedire a Pechino di accelerare sulla strada dell’intelligenza artificiale, a Xi’an viene inaugurata ufficialmente una nuova era di cooperazione tra la Cina e un’Asia centrale nella quale diminuisce il peso degli Usa, ormai limitato all’assistenza finanziaria, e decresce, seppur ancora fortemente persistente, l’autorità russa.

Ieri e oggi, Xi Jinping riceve a Xi’an, nella provincia dello Shaanxi, i capi di stato di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan con cui spera di lavorare per costruire insieme una nuova Belt and Road Initiative (Bri),  in modo da promuovere lo sviluppo e la prosperità di tutti i paesi interessati dall’iniziativa.

I cinque paesi ex sovietici, rimasti nella sfera d’influenza di Mosca dopo il crollo dell’Urss, temono che, prima o poi, potrebbero essere costretti a fare i conti con l’imperialismo di Vladimir Putin.  Non a caso, i paesi dell’Asia centrale hanno mostrato una certa irritazione nei confronti dell’azione russa in Ucraina.

Yu Jun, vicedirettore generale del dipartimento Europa-Asia del Ministero degli Esteri cinese, durante il primo briefing al centro di stampa del summit, ha dichiarato che, attualmente, la situazione in Asia centrale è influenzata da diversi fattori e sta affrontando nuove sfide, per cui i paesi della regione desiderano rafforzare la cooperazione con la Cina a favore dello sviluppo e della sicurezza comune.

A Xi’an i leader delle cinque repubbliche presidenziali si riuniranno per definire lo sviluppo futuro e costruire insieme una più stretta comunità. Inoltre, ufficializzeranno il loro sostegno al tentativo di mediazione basato sul piano cinese per una “soluzione politica della crisi ucraina”, mal digerito da Mosca.

Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan hanno visto l’economia del loro ex protettore indebolirsi per effetto delle sanzioni internazionali, perciò le repubbliche centroasiatiche si stanno riavvicinando a Pechino per poter prendere più agevolmente le distanze da Mosca.

La scelta di Xi’an come sede dell’evento è simbolica. L’ex capitale imperiale era, difatti, il punto di partenza dell’antica via della seta, oltre duemila anni fa e la Cina ha gli occhi puntanti all’Asia Centrale dal lontano 2013, quando dalla capitale kazaka Nur-Sultan Xi Jinping annunciò la nascita della Bri, la nuova via della Seta.

Secondo il quotidiano Domani: “Pechino sta rafforzando le relazioni con i cinque paesi dell’Asia centrale anzitutto perché essi rappresentano indispensabili partner di sicurezza. Il Tagikistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan hanno frontiere in comune con l’Afghanistan, che a sua volta confina con il Xinjiang popolato dalla minoranza musulmana degli uiguri”.

La cooperazione nella stabilizzazione dell’Afghanistan è fondamentale per la Cina. Difatti, questo è uno dei temi al centro dell’agenda di Xi’an. L’area, per Pechino, è strategica anche per le sue risorse energetiche, che hanno un potenziale enorme, ma che sono poco sfruttate, a causa della scarsa capacità produttiva locale.

Negli ultimi anni la Cina ha costruito un oleodotto di 2.200 km che porta il petrolio dal Kazakistan al Xinjiang e, nel 2009, ha lanciato il gasdotto Asia centrale-Cina che la collega a Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. Nel settembre scorso, Pechino ha annunciato l’avvio dei lavori per un quarto gasdotto tra il Xinjiang e il Turkmenistan attraverso il Kirghizistan e l’Uzbekistan.

Il commercio bilaterale tra i cinque ‘stan’ e la Cina è in costante aumento. Durante il vertice della Shanghai cooperation organization (SCO), tenutosi a settembre 2022. Sempre su Domani si legge: “Xi ha annunciato che la Cina avrebbe fornito 150 milioni di yuan (24,37 milioni di dollari) in aiuti umanitari ai membri della “Nato dell’est” (di cui fanno parte i paesi dell’Asia Centrale), e “le compagnie di stato cinesi hanno avviato tanti progetti infrastrutturali molto rilevanti, come la nuova ferrovia che collegherà la Cina al Kirghizistan e all’Uzbekistan. L’offerta di Pechino è irrinunciabile: la connettività della nuova via della Seta, che promette di sviluppare le economie dei cinque vicini, e il mercato cinese, pronto ad accogliere le loro esportazioni di materie prime”.

Gli Stati Uniti ed il G7 rincorrono e nel frattempo, hanno rinnovato le loro promesse di assistenza finanziaria all’Asia centrale, che però “vuole continuare a guardare a Mosca, senza disdegnare il sostegno occidentale, ma avvicinandosi di più alla Cina”.

Il mondo è sempre più diviso in due con la Russia che, ormai, con la guerra in Ucraina, esce di scena per essere rimpiazzata dalla Cina.

Così, da una parte gli Stati Uniti a rischio default e dall’altra una Cina opulenta con ingenti risorse di liquidità. In questa situazione non dovremmo stupirci se la Cina potrebbe diventare tra pochi anni la prima potenza mondiale come sostiene Borrell.

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G7, piano Biden contro Russia e Cina. Meloni e il nodo Via della Seta

Via al vertice di Hiroshima. Pechino denuncia: "Un circolo chiuso. divide invece di unire". Gli Usa vogliono nuovi steccati economici, Italia sotto osservazione.

di Redazione Esteri

Giorgia Meloni è alla prova del suo primo G7 da presidente del Consiglio. Un G7 ad alto contenuto strategico, visto che si svolge nel bel mezzo della guerra in Ucraina e della contesa a tutto campo tra Stati Uniti e Cina. Non a caso proprio Mosca e Pechino saranno i due temi principali di un vertice che nella prospettiva di Cina e Russia "divide", invece di unire. "Un circolo chiuso", lo definiscono in particolare i media di stato cinesi. 

Meloni è impegnata a mostrare l'affidabilità dell'Italia ai principali partner, Stati Uniti compresi, che si aspettano rassicurazioni sulla partecipazione italiana alla Belt and Road Initiative di Pechino. La premier ha più volte manifestato l'intenzione di uscire dall'accordo firmato dal governo Conte nel 2019, ma non ha ancora preso una decisione definitiva. Secondo indiscrezioni, Joe Biden avrebbe "concesso" qualche altro mese per prendere e soprattutto comunicare la decisione. Forse per consentire a Meloni di annunciare la decisione durante un colloquio con Xi Jinping o una visita in Cina, mossa che potrebbe garantire meno problemi nelle relazioni bilaterali con Pechino. Ma resta improbabile pensare a una permanenza dell'Italia nell'accordo, anche perché nel 2024 raccoglierà il testimone del Giappone per l'organizzazione del summit.

mercoledì 17 maggio 2023

LECCACULISMO

Mi diverte l'alzata di scudi a favore di Fabio Fazio,da molti osannato non so proprio per cosa,forse per essere uno zerbino,perché è un bravo giornalista,perché il suo salotto buono di Raitre è costato milioni di Euro per i suoi ospiti da tappeto rosso?
La Rai da sempre è politicizzata,è un dato di fatto palese e con l'avvento di donna Giorgia al governo le cose cambiano e cambieranno,in peggio s'intende,ma le dimissioni di Fazio che comunque avviso i suoi cari estimatori di certo non si ritroverà in strada a fare l'elemosina,sono un bene per una rete di Stato sovvenzionata da denaro pubblico.
Nell'articolo sotto(https://www.capital.it/fabio-fazio-addio-rai-intervista )se ne tessono le lodi e si parla dello strappo tra Fazio e la Rai,degli introiti pubblicitari che ha portato a mamma Rai senza parlare dei cachet d'oro per gli ospiti,tutti elencati o almeno quelli più famosi e potenti.
Fazio fa parte di quel radicalismo chiccosissimo come ad esempio Saviano,Benigni e Jovanotti per elencarne qualcuno,che sono personaggi propaggine di una classe politica che da più di un decennio ha perso il senso della realtà come si vivesse dentro una bolla e che ha smarrito il minimo approccio verso milioni di persone che sopravvivono a fatica(ogni riferimento al Pd è puramente casuale).
Questi autoproclamati progressisti di cui Fazio è uno dei leader,ed uso un termine forte ma alquanto realistico se dico che è il classico culo per tutti i cazzi,hanno a cuore solo il proprio tornaconto e mi lascia basito che molte persone parlino come primo argomento riguardo la sua uscita dalla Rai del mancato ritorno pubblicitario legato alle sue trasmissioni in cui la Rai(mica noi poveri cristi) guadagnava un sacco di milioni(senza parlare dei compensi milionari agli ospiti)proprio come i più biechi capitalisti,altro che compagni e progressisti.
Che poi la televisione pubblica che ormai sopravvive di pubblicità come una qualsiasi altra rete commerciale non ci piove(ho appena finito di vedere la tappa del Giro d'Italia che si vedevano più spot che biciclette),semmai io toglierei il pagamento del canone,e poi ognuno è padrone del suo tempo e del suo spazio e se vuole cambia canale,o meglio spegne la televisione e va in strada a fare la rivoluzione.

PERCHÉ FABIO FAZIO LASCIA LA RAI

di Capital Web

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Dopo 40 anni, l’addio di Fabio Fazio alla Rai: Riccardo Quadrano e Andrea Lucatello ne parlano con la giornalista di Repubblica Silvia Fumarola.

COME SI È ARRIVATI ALLO STRAPPO

“Erano settimane che si ipotizzava questo addio. Chiaramente con il governo Meloni, sin dall’inizio l’aria era cambiata. Hanno cominciato a spiegare che avrebbero cambiato il servizio pubblico della Rai. Il contratto di Fazio era in scadenza a fine giugno ed era nelle mani dell’ex amministratore delegato Carlo Fuortes ma non era ancora stato firmato. Dopodiché il 5 maggio Fuortes va in consiglio di amministrazione ed espone la questione del rinnovo per Fabio Fazio, senza entrare troppo nel merito, ma due giorni dopo si è dimesso. Erano mesi che il suo manager Beppe Caschetto aspettava di essere chiamato per il rinnovo ma ciò non è mai avvenuto, era evidente che sarebbe successo qualcosa.”

I COMUNICATI DELLA RAI

“La cosa più divertente, per non dire triste, è che ieri sera è cominciato uno scaricabarile tra i vertici della Rai: due comunicati a distanza di poche ore, il primo dell’amministratore delegato Roberto Sergio in cui è stato spiegato il fatto del contratto in scadenza e dopo quello della Presidente Marinella Soldi che chiarisce che l’AD aveva comunque il potere per portare avanti il contratto.”

GLI OSPITI INTERNAZIONALI DI "CHE TEMPO CHE FA"

Nel corso di tutte le sue edizioni la trasmissione di Fazio ha avuto ospiti di enorme importanza in tutti i campi, dalla politica al cinema, dai diritti civili alla musica. Eccone alcuni fra i più importanti:

Michail Gorbačëv

Papa Francesco

Barack Obama

Bill Gates

Bono Vox

Robbie Williams

Liliana Segre

Glenn Close

Susan Sarandon

Woody Allen

Brian May

Annie Lennox

Robert Plant

Phil Collins

Lady Gaga

Quentin Tarantino

Emmanuel Macron

Tom Hanks

Madonna

Daniel Pennac

Roberta Metsola

Novak Djokovic

Diego Armando Maradona

Jane Fonda

Greta Thunberg

Coldplay

Russell Crowe

Ryan Gosling

Charlize Theron

George Clooney

Adele

IL RITORNO ECONOMICO E DI IMMAGINE

“Il ritorno pubblicitario per l’azienda per “Che tempo che fa“, il programma di Fabio Fazio, c’è sempre stato ed è sempre stato enorme. Il programma non solo si è sempre ripagato da solo ma ha sempre portato nelle casse della Rai svariati milioni di euro. Inoltre c’è da dire che Rai Tre si è accesa con questa trasmissione, in questa stagione alcune prime serate di Rai Tre sono state addirittura il secondo ascolto dell’intera programmazione. Il programma di Fazio ha portato ospiti che nessuno ha mai avuto come Meryl Streep, Papa Francesco, quelli che tutti ricordiamo. Ma soprattutto Fazio si è inventato una trasmissione meravigliosa per il Giorno della Memoria con la Senatrice Liliana Segre, “Binario 21“, che rimarrà nella storia della televisione. Lui può piacere o non piacere ma è sempre stata una grande risorsa e quando ne perdi una così, come fai? Non si è fatto un discorso strategico, mandandolo via perché magari avevano un’ottima carta in mano, no. È un autogol clamoroso e le modalità sono veramente tristi.”

IL PASSAGGIO DI FAZIO A DISCOVERY

“Già da ottobre Fazio prenderà tutto il pacchetto e andrà sul 9, su Discovery. Noi siamo dei grandi abitudinari ed è strano per noi cambiare canale, però ad esempio il calcio trasmesso su TV8 è cresciuto molto negli ascolti fa…”

UN PROGRAMMA CHE NON PIACE AL GOVERNO

“Ieri sera c’era Maurizio Landini che parlava dei problemi del lavoro e diceva che su questo tema il governo non sta facendo niente. In quali altre trasmissioni trovi un ospite che apertamente e liberamente dice quello che pensa? La cosa che ha dato più fastidio, a parte quello che si può pensare di Fazio, sono stati tutti quei giornalisti che sono andati in quello spazio di confronto sui temi di attualità a parlare, di immigrazione, di diritti. Era stata ventilata l’ipotesi di modifiche in certi punti del programma, ma ovviamente non poteva andare bene.”

martedì 21 marzo 2023

LA FIGURACCIA DELLA CGIL

Non è la prima volta che cerco di rendere l'idea differenza tra il sindacalismo italiano e quello francese,
sia dal punto di vista dirigenziale che di quello della platea degli iscritti,(vedi ad esempio:madn la-francia-insorge-e-noi-abbiamo-dormito )e bastano le immagini dell'ultimo congresso della Cgil e le manifestazioni di protesta in Francia contro l'aumento dell'età pensionabile che il divario è enorme e soprattutto allarmante.
Il primo articolo(contropiano limmagine-del-disastro-del-lavoro )parla del surreale invito del segretario Landini,che ha bissato l'incarico,della premier Meloni,che di fatto è stata la prima leader di governo che ha potuto presenziare e parlare ad un congresso,non ad un incontro o durante una manifestazione o qualsiasi altro evento.
Una scelta disastrosa che ha lasciato basiti numerosi addetti al lavoro che in minima parte hanno protestato,mentre la maggioranza dietro l'allargata democrazia che nulla ha che vedere con personaggi come la Meloni e con quelli della sua specie che sono da trattare come ciò che sono,fascisti.
Quest'altro articolo(contropiano cgil-ultimo-atto )parla degli ultimi decenni di un sindacato confederale che lentamente ha visto dissolvere tutto quello che di buono con della sana lotta era riuscito ad ottenere per i lavoratori,visto che da troppi anni c'è stato un servilismo de facto verso il padronato e verso il capitalismo,con conseguente emorragia di iscritti e di un deciso abbassamento di sapere cogliere i desideri di chi lavora.
Il secondo contributo(contropiano francia-la-motion-ou-le-pave )parla dell'ennesima ondata degli scioperi che andranno avanti certamente visto che le due mozioni di sfiducia contro la premier Borne e il Presidente Macron per soli nove voti(molta polemica su franchi tiratori repubblicani)non sono passate.
Le manifestazioni di piazza che si sono svolte in tutto il paese e non solo a Parigi per l'aumento dell'età pensionabile da 62 a 64 anni,volendo vedere confrontando la situazione francese con quella italiana neanche così tragica come la nostra,ha scatenato l'ira dei lavoratori che per un soffio non hanno visto l'esecutivo cadere.

L’immagine del disastro del lavoro.

di Giorgio Cremaschi

Ci sono immagini che sono il lampo di un momento storico. Le lotte operaie , le vittorie e le sconfitte, dai comizi di Di Vittorio al luglio del 1960, dall’autunno caldo alla marcia dei quarantamila, dalla difesa della scala mobile alla rivolta operaia contro i dirigenti sindacali del 1992. Tutti i momenti fondamentali delle lotte con le quali il mondo del lavoro ha conquistato diritti e dignità, che poi ha cercato di difendere, sono stati immortalati in immagini potenti.

Questi ultimi trent’anni, quelli della lunga ritirata del lavoro sotto l’aggressione della precarietà e dello sfruttamento, hanno tante immagini, di resistenze e di cedimenti. Ma finora non ce ne era una che da sola cogliesse l’ultimo trentennio. Alla fine del quale l’Italia è il solo paese ricco a subire la riduzione dei salari.

Ora l’immagine del disastro che da noi ha colpito il lavoro c’è. È quella di Giorgia Meloni che comizia sicura e sprezzante al congresso della CGIL, riscuotendo persino qualche applauso da una sala, che tranne una piccola minoranza, è attonita e in fondo dominata.

La Presidente del Consiglio del più reazionario dei governi che, quando non ubbidisce all’agenda Draghi e agli ordini della NATO, scatena odio di classe contro i lavoratori, i poveri, i migranti. La leader di un partito che vanta la fiamma neofascista nel suo simbolo, ha potuto parlare da padrona al congresso della CGIL perché anni di passività e complicità dei dirigenti sindacali le hanno aperto la via.

Giorgia Meloni fa il suo mestiere, Landini ed i suoi da anni non fanno il loro. Fanno i furbetti , spiegano che la visita di Meloni è un riconoscimento della loro forza, aiutati in questo dalla stampa di regime che ne amplifica gli inesistenti ruggiti, ma la sostanza di tutto è solo subalternità.

Landini e i suoi hanno trasformato il congresso della Cgil in una succursale di Porta a Porta, mentre in Francia i lavoratori danno l’assalto ai centri del potere. Non vinceranno, come mormorano tutti i sindacalisti crumiri? Può essere, ma ci provano e se ci si prova qualcosa a casa si porta sempre. Se invece ci si arrende prima ancora di cominciare, si perde sempre tutto.

Di Vittorio si rivolta nella tomba, dalla quale invece sorge l’immagine di D’Aragona, che nel 1927 sciolse la CGL in ossequio al Presidente del Consiglio di allora.

Che paragoni sento subito dire, Landini non ha certo intenzione di sciogliere la CGIL. Certo che no, però l’ha resa come minimo inutile per i lavoratori che vogliano risalire la china da dove sono precipitati.

Se i lavoratori vorranno cancellare questi trent’anni di umiliazioni, dovranno farlo senza e contro i dirigenti sindacali che hanno dato legittimazione e forza a Giorgia Meloni.

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Francia: “La motion ou le pavé”.

di Giacomo Marchetti

La mobilitazione contro la riforma pensionistica proseguirà questa settimana. L’agenda politica istituzionale non ha “esaurito” il suo corso. Vediamolo da vicino.

Come abbiamo raccontato, il governo Macron ha deciso di far passare il progetto della riforma licenziato dalla Commissione Mista Paritaria (CMP) senza farlo votare all’Assemblea Nazionale, utilizzando per l’undicesima volta l’artico 49.3 della Costituzione.

Oggi, lunedì, saranno discusse le due mozioni di sfiducia depositate venerdì dal gruppo LIOT e co-firmata dalla NUPES. Se questa non passasse si discuterà anche quella proposta dal Rassemblement Nationale di Le Pen.

Stando ai numeri, servono 30 voti – la metà di quelli dei gollisti di LR – oltre a quelli dei tre gruppi che si oppongono alla riforma (LIOT, NUPES e RN).

Questi gli scenari possibili.

Una delle due “motion de censure” viene votata dalla maggioranza: la legge viene rigettata ed il governo cade.

In questo caso, ipoteticamente, il progetto di legge potrebbe essere riesaminato all’Assemblea Nazionale e al Senato con un nuovo esecutivo, ma appare improbabile che dopo uno smacco del genere un futuro governo provi immediatamente a portare avanti tale progetto.

In caso di sfiducia il Presidente non è obbligato a sciogliere l’Assemblea Nazionale, ma può nominare un nuovo governo. Ne ha però la facoltà, prerogativa attribuitagli dall’articolo 12 della Costituzione previa consultazione del Primo Ministro e dei due presidenti delle Camere.

In questo caso le elezioni politiche devono svolgersi  entro 20/40 giorni.

Non è detto che tale decisioni possano portare, in questo momento, a numeri in Parlamento più favorevoli  per l’attuale Presidente.

Se nessuna delle due “mozioni di sfiducia” ottiene la maggioranza assoluta, in questo caso la riforma può diventare operativa.

Che  la riforma diventi legge non vuol dire comunque che non possa essere ritirata ed annullata, come è avvenuto nel 2006 con il “contratto primo impiego” (CPE), che creava un Contratto a Tempo Indeterminato con un periodo di prova di 2 anni.

Allora il braccio di ferro ingaggiato dal governo di Dominique de Villepin – che anche in quel caso era ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione – è stato perso di fronte ad un possente movimento sociale che si è espresso con il blocco delle università e degli istituti superiori, 3 milioni di manifestanti nelle strade, ripetuti scontri di pizza tra oppositori e forze dell’ordine, e – proprio come oggi – un’opinione pubblica fortemente contraria al governo.

Dopo quell’episodio, nessun movimento sociale in Francia – a parte il movimento dei gilet jaunes – è riuscito a far fare marcia indietro ad un governo su un progetto di legge importante.

Entro quattordici giorni dall’approvazione definitiva di una legge può essere interpellato il Consiglio Costituzionale, se almeno 60 parlamentari lo chiedono – la NUPES da sola ne ha 149. In questo caso l’applicazione della legge viene sospesa per un mese. L’articolo 61.3 della Costituzione permette di accelerare – su richiesta del governo – un pronunciamento di tale organo in otto giorni.

Che tale legge possa essere ritenuta non conforme alla Costituzione non è una ipotesi peregrina. E non per questioni di merito ma di metodo. E come si sa, nel diritto, la forma è sostanza.

L’Esecutivo è ricorso a tutto l’arsenale legislativo utilizzabile per “azzoppare” la discussione parlamentare: l’articolo 47.1 per ridurre i tempi di dibattito, il rifiuto della ricezione degli emendamenti grazie all’articolo 44.2, l’articolo 38 del regolamento del Senato per limitare il dibattito sugli emendamenti, di fatto costringendo – ad un certo punto – ad un voto unico sull’intero pacchetto con l’articolo 44.3. Ed infine l’articolo 49.3, che ha eliminato anche il voto sulla “riforma”.

Se questi singoli articoli sono costituzionalmente utilizzabili per “forzare” il dibattito parlamentare, la loro sommatoria può essere giudicata contraria all’esigenza costituzionale della “chiarezza e sincerità del dibattito parlamentare”.

Un dibattito che, ricordiamo, si è concluso con la prima ministra Elisabeth Borne che annunciava il ricorso all’articolo 49.3 tra le urla dei banchi dell’estrema destra, mentre i deputati della NUPES che intonavano la Marsigliese (con tutto l’immaginario giacobino che l’accompagna).

Se la riforma delle pensioni passasse anche il giudizio del Consiglio, è comunque attivabile la consultazione referendaria attraverso un référendum d’iniziative partagée (RIP), già depositata da 252 tra deputati e senatori della Nupes (ne sarebbero stati sufficienti 185).

Il referendum abrogativo è previsto però solo per le leggi in vigore da almeno un anno. Il Consiglio Costituzionale, se convalida il RIP prima dell’entrata in vigore della riforma, concede nove mesi per la raccolta dei consensi necessari: almeno il 10% degli elettori, una cifra assolutamente raggiungibile per i suoi promotori, visto il clima nel paese.

Un iter complesso, quindi, che non esaurirebbe le possibilità istituzionali di lotta contro la riforma nel caso fallisse il voto di sfiducia all’Assemblea nazionale, e altrettanto avvenisse al Consiglio Costituzionale.

Vista la “contrarietà” della stragrande maggioranza della popolazione, è dunque ipotizzabile la tenuta di un referendum che potrebbe bocciarla “ora” o dopo un anno della sua promulgazione.

Ma è chiaro che il movimento sindacale e non si è già preparato ad intensificare la mobilitazione.

Come ha dichiarato il segretario uscente della CGT Philippe Martinez a BFM-TV, parlando degli incidenti nelle manifestazioni che continuano ogni giorno in diverse città ed in differenti forme più o meno sauvages, “è responsabilità di Macron se la collera è a questo livello”.

Martinez accusa il governo di non avere ascoltato alcun monito e di “giocare con il fuoco”, contestando il divieto di manifestare imposto dalla Prefettura da venerdì sera a Place de La Concorde, a Parigi, dove i manifestanti si erano spontaneamente radunati per la seconda serata consecutiva.

Oramai è ripresa la pratica delle forze dell’ordine messa in opera durante durante le mobilitazioni dei Gilets Jaunes, ossia il ricorso spropositato ai fermi – garde à vue – senza che nella stragrande maggioranza dei casi abbiano alcun seguito giudiziario.

Sabato a Parigi, sono state fermate 122 persone, 169 in tutta la Francia. Come nelle serate precedenti, sabato  si sono svolte manifestazioni in diverse città: Marsiglia, Lille, Amiens, Caen, Saint-Etienne, Roanne, Bensançon, Digione, Grenoble, Gap, Annecy, Lodève, ecc.

SNES-FSU – il principale sindacato nella scuola media inferiore (collège) e superiore (lycées) – ha depositato un preavviso di sciopero per questo lunedì e martedì insieme a CGT, FO e SUD, che potrebbe rendere problematica la tenuta delle prime prove della maturità (BAC). Con una presa di posizione sul quotidiano Libération il personale di diverse scuole ha chiarito il senso di questa scelta inedita.

Le tre maggiori raffinerie della Francia stanno per fermare la produzione di carburante. Altre 6 su 7 hanno scelto questa delicata procedura che tecnicamente ha bisogno di 3/4 giorni di tempo per essere realizzata e due settimane per ripristinarne poi l’operatività. In generale il settore petrolchimico sarà fortemente impattato, dopo aver già fermato la consegna di carburante nelle settimane precedenti.

Il governo ha detto che procederà a delle “requisizioni”, ma non è affatto detto che riuscirà ad effettuarle.

La capitale vede circa 10 mila tonnellate di rifiuti non raccolti e tutti gli impianti di trattamento fermi, dopo 14 giorni sciopero dei 7.000 operatori ecologici di Parigi che sciopereranno almeno fino a martedì. Ma anche in diverse altre città va avanti lo sciopero.

Come ha detto uno scioperante parigino a Francetvinfo: “Se Macron abbandona la riforma, riprenderemo il lavoro”.

E’ stata disposta la requisizione da parte del Ministero dell’Interno, ma anche qui l’esito è incerto.

Intanto aumenta vertiginosamente il numero delle stazioni che soffrono di penuria di carburanti: 306 non hanno più completamente carburante e 465 ne scarseggiano.

Un terzo dei voli saranno cancellati questo lunedì negli scali parigini e a Marsiglia; anche i ferrovieri continuano le mobilitazioni e si annuncia una “giornata nera” per i trasporti questo giovedì, ma non è detto che non ci siano scioperi selvaggi decisi dalle Assemblee Generali locali.

72 ore di sciopero e diverse “operazioni porti morti” sono state proclamate dalla federazione Ports et Docks della CGT per le giornate del 21, 22 e 23. Diverse Assemblee Generali di lavoratori hanno votato per prolungare lo sciopero fino al ritiro della riforma.

Numerose “azioni dirette” si sono svolte in questo weekend. Tra queste le operazioni di “pedaggio gratuito” delle autostrade, blocchi stradali e  “invasioni” dei centri commerciali. Ma anche azioni più “decise”, come l’incendio della Prefettura di Die e l’attacco alla sede di Eric Ciotti, capo dei dei gollisti a Nizza.

La settimana che viene si annuncia ancora più calda nelle giornate che precedono lo sciopero inter-professionale e la mobilitazioni nazionali di giovedì 23.

Come è stato vergato sui muri: “o la sfiducia, o il sanpietrino”.

martedì 14 febbraio 2023

LA VERITA' DI BERLUSCONI

Con la sua dichiarazione al di fuori del seggio elettorale per le regionali Berlusconi ha esternato il pensiero della maggior parte degli italiani che vogliono la parola fine alla guerra in Ucraina con lo stop immediato dell'invio di armi e di denaro al boia Zelensky e lo fa conoscendo quello che è accaduto in quelle zone sin dal 2014.
Se poi prezzemolino vuole proseguire la guerra bisognerà costringerlo a sedere al tavolo delle trattative accantonando le sue ambizioni e agendo anche contro il suo parere:nell'articolo di Contropiano(sulla-guerra-in-ucraina-berlusconi-dice-quello-che-il-paese-pensa )il piano dell'ex premier puttaniere che stavolta ci ha visto giusto,e quando si parla di Putin raramente parla a vanvera.
Un governo tutto coeso tranne rare e sporadiche eccezioni vuole l'impoverimento degli italiani che già da quindici anni subiscono una recessione infinita,e quando si era visto uno spiraglio in fondo al tunnel dopo la faccenda pandemia ecco l'illogica difesa degli interessi ucraini che per anni hanno massacrato i russi nel proprio territorio costretti al guinzaglio dell'Ue e dalla Nato.
E' comunque uno dei pochi politici europei di un certo potere(anche la Merkel)a dire il vero sugli accordi di Minsk e su quello che la contro informazione cerca di portare alla luce nonostante il muro del giornalismo di regime sia nostrano che europeo.
Lo stesso Zelensky,cocainomane conclamato,continua  a fare ribaltoni settimanali nel proprio governo silurando ministri e stretti collaboratori come cambia le mutande,e i recenti sondaggi vedono gli italiani sempre più convinti a porre fine al conflitto senza scendere alle sue condizioni.
Da far notare che stavolta i guerrafondai,o almeno chi punta di più sull'invio di armi e soldi al burattino ucraino,sono i seguaci del Pd che a braccetto dei loro amici democratici statunitensi sono per i massacri e per l'inasprimento del conflitto,con l'elettorato della destra che nonostante i loro capoccia sbraitino per la vittoria completa dell'Ucraina vedono molto bene la fine della guerra e da ora.

Sulla guerra in Ucraina Berlusconi dice quello che il paese pensa.

di S.C.

“Parlare con Zelensky? Se fossi stato il presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché stiamo assistendo alla devastazione del suo paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili. Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto, quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Le parole di Berlusconi all’uscita dai seggi elettorali, sono piovute come una pietra sull’imbalsamato e compulsivo dibattito politico in Italia sulla guerra in Ucraina.

A pochi giorni dall’incontro, a Bruxelles, tra la premier Meloni e il presidente ucraino, il Cavaliere avanza una chiave di lettura e una via d’uscita completamente diversa da quella fin qui indicata dal “Partito trasversale della guerra”.

Secondo Berlusconi nel conflitto russo-ucraino “per arrivare alla pace penserei che il presidente americano dovrebbe prendersi Zelensky e dirgli che è a sua disposizione dopo la fine della guerra con un piano Marshall per ricostruire l’Ucraina. Un piano Marshall dai 6 ai 9mila miliardi di dollari, a una condizione: che tu (Zelensky, ndr) domani ordini il cessate il fuoco, anche perché noi da domani non vi daremo più dollari e non ti daremo più armi. Soltanto una cosa del genere potrebbe convincere questo signore ad arrivare a un cessate il fuoco”.

Di fronte a queste dichiarazioni che hanno circolato abbondantemente in tutta la sonnecchiosa domenica elettorale, i primi a imbizzarrirsi sono stati i guerrafondai del Pd e della banda Calenda &c.

La presidente dei senatori democratici, Simona Malpezzi, si è rivolta alla Meloni chiedendole se è d’accordo con le parole pronunciate da Berlusconi sulla guerra in Ucraina. Poi è arrivato anche Carlo Calenda secondo cui “Berlusconi ricomincia con i suoi vaneggiamenti putiniani, in totale contrasto con Ue, il governo di cui fa parte e il ministro degli Esteri che è anche espressione del suo partito. Pessimo“.

A metterci una pezza ci ha provato il ministro degli Esteri Tajani il quale ha ribadito che: “Forza Italia è da sempre schierata a favore dell’indipendenza dell’Ucraina, dalla parte dell’Europa, della NATO e dell’Occidente. In tutte le sedi – assicura Antonio Tajani – continueremo a votare con i nostri alleati di governo rispettando il nostro programma”. Diversamente da Tajani che nel governo è ministro e vicepresidente, i capogruppo di Forza Italia alla Camera e al Senato hanno sostenuto le dichiarazioni del loro Berlusconi. M5s e Lega invece hanno preferito non commentare. Un silenzio che non è rimasto inosservato.

Ma perché Berlusconi – ed è la terza volta – è intervenuto così apertamente contro la guerra in Ucraina e lo stesso Zelenski? Tra l’altro affermando alcune verità sugli accordi di Minsk sabotati da Kiev e dall’Occidente ribadite poi anche dalla Merkel.

Se è noto il feeling con Putin da parte di Berlusconi, occorre ammettere, diversamente dal resto del ceto politico di destra o del Pd, che il Cavaliere ha dimostrato e dimostra di conoscere meglio degli altri il senso comune prevalente nel paese, anche verso la guerra in Ucraina in cui i governi Draghi e Meloni ci hanno trascinato da un anno.

Tutti i sondaggi, con una straordinaria continuità da un anno a questa parte, confermano che la maggioranza della popolazione non vuole che l’Italia sia coinvolta nella guerra, non vuole che l’Italia invii armi all’Ucraina e vuole invece che si persegua la strada del negoziato, anche contro il parere di Zelenski.

Il Cavaliere si vede che i sondaggi li legge ed è più scaltro degli altri nell’adeguarsi al sentiment della società. Una spina in più sul terreno del governo ma anche l’occasione, dopo un anno, per invertire la corsa all’escalation militare in cui l’esecutivo sta trascinando il paese.

Anche per questo il 25 febbraio saremo in piazza contro a Genova per la manifestazione nazionale chiamata dai portuali che alla guerra si sono opposti concretamente.

sabato 20 agosto 2022

LA STRAGE DI AYOTZINAPA FU STRAGE DI STATO

E' giunta quasi come una sorpresa,almeno noi abituati agli standard italiani,la notizia arrivata dal Messico che vede l'arresto dell'ex procuratore generale Karam e quello di altri 64 criminali tra poliziotti,militari e narcotrafficanti del Guerreros Unidos.
Lo stesso Karam era stato messo a capo delle indagini sulla scomparsa di 43 studenti spariti a Ayotzinapa nello Stato del Guerrero nel settembre del 2014 mentre con un pullman si stavano recando per una manifestazione nella capitale Città del Messico(vedi:madn il-voto-messicano sulle elezioni del 2015 in Messico dove i comitato dei genitori e dei parenti dei 43 desaparecidos influirono moto sul sabotaggio di quella tornata elettorale).
Sin dalle prime ore si era pensato ad un sequestro ed alla successiva morte e sparizione dei cadaveri poi bruciati come appurato nelle successive indagini chiuse in fretta e furia da Karam,e dopo "solo" otto anni si è giunti a questo verdetto che ha certificato che la strage di Ayotzinapa è stata ina strage del narcostato messicano.
Articolo preso da Contropiano(la-strage-di-ayotzinapa ).

Messico. Arrestati giudice, militari, poliziotti e narcos per la strage di Ayotzinapa

di R.C.

E’ stato arrestato l’ex procuratore generale nazionale, Jesus Murillo Karam, il giudice incaricato di indagare sulla sorte dei 43 studenti ‘desaparacidos’ nel 2014 ad Ayotzinapa ma che archiviò tutto. Insieme a lui sono stati arrestati anche 64 fra militari, poliziotti e sicari di un cartello del narcotraffico.

Gli arresti sono avvenuti il giorno successivo alla pubblicazione del rapporto della commissione d’indagine sulla strage di Ayotzinapa che parla di “delitto di Stato”, cioè del sequestro e dell’assassinio degli studenti da parte dai narcotrafficanti ma con la complicità di giustizia e forze dell’ordine.

Il caso di Ayotzinapa “è stato un crimine di Stato”, in quanto “tutte le autorità federali, statali e municipali sono state informate” di quanto stava accadendo la notte del 26 settembre 2014 senza intervenire per impedire la “sparizione e l’omicidio” dei 43 studenti della Scuola Normale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero, ha dichiarato il sottosegretario ai Diritti Umani dell’Interno, Alejandro Encinas, in occasione della presentazione del rapporto della Commissione per la Verità e l’Accesso alla Giustizia sul caso Ayotzinapa.

Quasi otto anni dopo i fatti, Encinas ha sottolineato ai genitori degli studenti che la scomparsa dei loro figli è stata “insabbiata ai massimi livelli”, poiché le autorità dei tre livelli di governo sapevano in tempo reale “del prelievo dei camion, del trasferimento degli studenti a Iguala, del loro arrivo al Rancho del Cura e alla stazione degli autobus di Iguala, del loro arrivo alla stazione degli autobus, della persecuzione e della violenza di cui sono stati vittime” da parte del cartello Guerreros Unidos.

Il giudice arrestato, Murillo Karam nel 2015 (il presidente era Enrique Pena Neto) chiuse l’indagine affermando su di essa la cosiddetta “Verità storica”, che venne respinta e rifiutata dai familiari dei 43 studenti spariti nel nulla la notte fra il 26 e 27 settembre 2014 nello stato di Guerrero dopo aver prenotato dei pullman per partecipare a una manifestazione a Città del Messico.

Da quanto emerso dalle successive indagini, gli studenti furono arrestati da poliziotti corrotti e consegnati alla criminalità organizzata locale del cartello definito come “Guerreros Unidos” che , per motivi non completamente chiariti, li avrebbe uccisi e fatto sparire i cadaveri bruciandoli in una discarica. Solo i resti di tre di essi furono trovati e identificati.

Tutti gli arrestati, incluso l’ex procuratore generale Murillo Karam, sono accusati di “collusione con il crimine organizzato, sequestro di persona, tortura, omicidio e ostruzione della giustizia. La ‘Verità storica’ del 2015 avrebbe omesso la responsabilità di militari corrotti e di altre istituzioni pubbliche, che è stata invece accertata dalla “Commissione per la verità su Ayatzinapa”, messa in piedi dall’attuale presidente messicano, Andrés Manuel Lopez Obrador, e guidata dal sottosegretario agli Interni, Alejandro Encinas.

mercoledì 10 agosto 2022

DAL 2007 CONTRO I LAVORATORI E CONTRO IL POPOLO

Manca poco più di un mese a quelle che saranno forse,quasi certamente fino ad ora,delle elezioni politiche caratterizzate da continui spostamenti sia di personaggi politici che di partiti,con abbracci fraterni subito cancellati da pugnalate alle spalle e non,con le solite promesse mai mantenute e che pur continuiamo a risentire da quasi trent'anni fin da quando è morta la prima repubblica.
Un uso cattivo e spropositato dei termini destra,centro e sinistra,dove personalmente ritengo che le vere forze di sinistra siano ridotte al lumicino sia per candidature che per esposizione mediatica(e va da sé che pure il risultato elettorale sarà proporzionale),dove vedo grandi numeri per la destra estrema e per i partiti vicini mentre il centro galleggia verso una sostanziale sconfitta.
L'analisi proposta dall'articolo di Left da parte dello storico Piero Bevilacqua(breve-storia-del-pd )pur se come evidenziato dal titolo è una piccola parte di quello fatto e soprattutto non affrontato dal Pd dalla sua fondazione avvenuta nel 2007.
Si parla soprattutto del mondo del lavoro tralasciando la scuola e la sanità e accennando qualcosa alla giustizia ed alla politica estera,e tuttavia nella relativamente breve vita di questo partito nato principalmente dalla fusione dei Ds e della Margherita ha avuto parecchi anni di vita al governo del paese(un'intera legislatura con i vari Letta,Renzi e Gentiloni)e quando non è stato direttamente al potere ha comunque suffragato i governi Monti,Conte(il secondo mandato)e Draghi.
I disastrosi risultati portati a casa sono sotto gli occhi di tutti,con un partito che al posto di essere al fianco della classe operaia è suo nemico,che al posto di combattere la povertà combatte i poveri e che nelle decisioni topiche ha sempre aiutato le classi più abbienti soprattutto con le tasse.
Non ci vedo nulla di sinistra in tutto questo,tralasciando i tagli lineari alla sanità e alla scuola pubblica,e vedo nei job acts,nell'abolizione dell'articolo 18 e nella perdita sempre più emorragica dei diritti sindacali(con la complicità attiva e complice delle sigle confederali),per non parlare di personaggi come Minniti che hanno svolto semplicemente una politica di destra riguardo la giustizia sociale.
Nell'ambito lavorativo in tutta Europa siamo quelli che ce la passiamo peggio sia come reddito che non riesce a tenere il passo del carovita che come normative antinfortunistiche e lavoro in nero e ampiamente sottopagato.
Un accenno visto che non se ne parla direttamente nell'articolo lo merita anche la questione ambientale con la transizione ecologica al palo ed un ritorno alle energie non rinnovabile strizzando l'occhio al nucleare ed un consumo di suolo sempre bello presente nonostante le troppe parole spese per fare sembrare il contrario.
Il problema che più si è comunque ampliato e che raccoglie quello descritto qui sopra rimane quello della diseguaglianza sociale ed economica,con la forbice tra il ricco e il povero sempre più ampia e con interventi mirati proprio a far diventare chi se la passa più male a sopravvivere sempre peggio mentre l'abbiente ha sempre più prestigio,con una mano che taglia le risorse al popolo e l'altra che aumenta le spese per la guerra.
Concludo nel citare pure tutti i partiti messi all'angolo e talvolta riesumati per meri accordi elettorali che sono satelliti che saltuariamente(anche in questa campagna elettorale)girano attorno al pianeta Pd salvo poi saltare fuori la disillusione degli elettori(per quanto riguarda i politici qualche poltroncina risulta sempre libera)per accorpamenti morti già prima di nascere.
E così che le varie sigle di questo firmamento alcune ancora presenti altre meno (Rifondazione,Si,Sel,Leu,Pci,le varie campagne per Ingroia,Tsipras,De Magistris)pur nella loro lotta non riescano,se non a carattere locale,ad avere voce in capitolo al governo per fare cambiare l'idea ad un popolo che ritengo sempre più compromesso a livello mentale.

Breve storia del Pd: le sue responsabilità (di ieri e di oggi) per la crisi sociale del Paese.

di Piero Bevilacqua -10 Agosto 2022

Da quando è nato, nel 2007, il Partito democratico si è sempre più allontanato dal mondo del lavoro e dai ceti popolari abbracciando un pensiero neoliberale che ha mostrato tutti i suoi limiti nella difesa dei diritti e nella lotta per la giustizia sociale

Occorre di tanto in tanto fermarsi e guardare indietro, fare un po’ di storia, per capire come siamo arrivati sin qui. E un buon filo d’Arianna per districarsi nel labirinto della cronaca carnevalesca di oggi è la vicenda del Partito democratico. Nato nel 2007 dalla fusione dei Democratici di sinistra e della Margherita, è stato sino al 2018 il maggiore partito italiano e, con alcune interruzioni, nel governo della Repubblica per quasi 9 anni. L’intera XVII legislatura coperta con i governi Letta-Renzi-Gentiloni. In tutto 15 anni che, per i tempi della politica, per le sorti di un Paese, costituiscono una stagione abbastanza lunga perché sia possibile valutarne le responsabilità.

Comincio col rammentare che, erroneamente, questa formazione è stata sempre considerata l’amalgama di due grandi eredità politiche, quella comunista e quella democristiana. Non è così. Tanto i dirigenti comunisti che quelli cattolici, prima di fondersi, avevano subìto una profonda revisione della loro cultura originaria. Prendiamo gli ex comunisti. Dopo il 1989 essi hanno attraversato, come tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei, il grande lavacro neoliberale, mutando profondamente la loro natura. Tanto Mitterand in Francia, che Schroeder in Germania, Blair nel Regno Unito, D’Alema ( insieme a Prodi e Treu) in Italia, hanno proseguito o introdotto nei loro Paesi le leggi di deregolamentazione avviate dalla Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti. In sintonia con Clinton, che nel corso degli anni 90 ha abolito la legislazione di Roosevelt sulle banche, essi hanno liberalizzato i capitali, reso flessibile il mercato del lavoro, avviato ampi processi di privatizzazione di imprese pubbliche e beni comuni, isolato ed emarginato i sindacati.

Democratici americani, socialdemocratici ed ex comunisti europei hanno sottratto le politiche neoliberistiche dai loro confini americani e britannici e le hanno diffuse più largamente nel Vecchio Continente. Un compito svolto senza incontrare resistenza, perché gli agenti politici si presentavano ai ceti popolari col volto amico e le insegne delle organizzazioni di sinistra. Hanno cosi impedito ogni reazione e conflitto. Negli anni 90 le élites di queste forze, hanno compiuto un capolavoro politico: hanno abbandonato il loro tradizionale insediamento sociale (classe operaia e strati popolari) e hanno salvato se stesse come ceto, mettendosi alla testa del processo della globalizzazione. Serge Halimi ha ricostruito con copiosa ricchezza di particolari questa vicenda (Il grande balzo all’indietro. Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberale, Fazi 2006).

Sarebbe un errore moralistico tuttavia bollare come tradimento tale ribaltamento strategico. Quei gruppi dirigenti, nutriti di cultura sviluppista e privi di ogni sguardo agli equilibri del pianeta, non hanno fatto fatica a convincersi che rendere sempre più libero e protagonista il mercato, togliere lacci e lacciuoli, come ancora si dice, avrebbe accresciuto la ricchezza generale e dunque allargata la quota da distribuire anche ai ceti subalterni. E a questo compito residuale hanno limitato il loro rapporto col mondo del lavoro, ritagliandosi spazio e consenso tra i gruppi dirigenti. Senza dire che nel vocabolario della cultura neoliberista (libero mercato, flessibilità del lavoro, competizione, meritocrazia, ecc) essi hanno trovato il repertorio linguistico per innovare il loro discorso politico, quello più confacente alla loro nuova collocazione. Quella di forze politiche che non dovevano più promuovere e orientare il conflitto sociale, ma ottenere consenso elettorale per politiche di mediazione e di lenimento risarcitorio degli effetti più aspri dello sviluppo derogolamentato.

Dunque le forze che danno vita al Pd non sono gli epigoni dei vecchi partiti popolari, nati dalla Resistenza, sono forze del tutto nuove, indossano il vestito smagliante del vecchio avversario di classe. Ma quello di Veltroni e degli altri nasce come un progetto invecchiato, perché vuole imporre in Italia il bipartitismo in una fase storica in cui esso è al tramonto negli stessi Paesi in cui ha avuto più fortuna.

Qualcuno ricorda quando il Financial Times si scandalizzava per i programmi elettorali dei Tories e dei Laburisti nel Regno Unito, che erano pressoché identici? La stessa cosa accadeva negli Usa, fino a quando Trump non ha incarnato l’estremismo del primatismo bianco. Luigi Ferrajoli ha scritto pagine lucidissime su quei sistemi elettorali nel secondo volume dei suoi Principia iuris (Laterza 2007). Ma il tentativo di trasferire nel nostro Paese il sistema politico anglo-americano è poi velleitario non solo perché non tiene conto delle nostre varie culture politiche. Come se bastasse creare un unico contenitore per due contendenti, lasciando fuori tutti gli altri, per assicurare stabilità al sistema politico e conseguire la tanto agognata governabilità.

La storia non si lascia comprimere dal volontarismo istituzionale. Quella scelta ha contributo col tempo a mettere all’angolo le varie forze di sinistra, Rifondazione Comunista, Sel, Sinistra italiana, ecc (che portano la loro quota specifica di responsabilità), senza tuttavia risolvere i problemi di coesione e stabilità al proprio interno e nel sistema politico. Ma il tentativo nasconde un altro deficit analitico, comune a tutti coloro che ricercano la “governabilità”, accrescendo la torsione autoritaria degli ordinamenti. La fragilità dei governi riflette in realtà quella dei partiti, vuoti di ogni progettualità, privi ormai di forti ancoraggi sociali (tranne in parte la Lega) e trasformatisi in agenzie di marketing elettorale. Essi inseguono gli umori dei gruppi sociali, in parte creati, e non solo veicolati, dai media, protagonisti in prima persona della lotta politica, e perciò sono volatili, scomponibili come giocattoli di Lego.

Ma ciò che quasi tutti ignorano è che nella stagione di euforia neoliberista i partiti hanno consegnato al mercato, cioè al potere privato, non poche prerogative che erano del potere pubblico. E oggi il ceto politico, si ritrova con strumenti limitati di regolazione e controllo, sempre più costretto a subire la spinta del capitalismo finanziario a trasformare lo Stato in azienda. Le procedure di scelta e decisione dei Parlamenti e dei governi appaiono troppo lente rispetto alla velocità dell’economia e della finanza senza regole. Se un operatore può spostare immense somme di danaro con un gesto che dura pochi secondi, all’interno di società capitalistiche in competizione su scala mondiale, è evidente che la struttura degli Stati democratici appare ormai come un organismo arcaico. E senza un vasto ancoraggio con i ceti popolari, senza essere supportati dalla loro forza conflittuale, i partiti sono fragili e i governi instabili.

Dunque il Pd è nato come “forza di governo”, emarginando le culture politiche alla sua sinistra, imponendo o caldeggiando il sistema elettorale maggioritario. Ciò ha prodotto una torsione antidemocratica all’interno dei partiti in cui le segreterie hanno accresciuto il proprio potere sulla scelta della rappresentanza parlamentare, sempre più sottratta ai cittadini elettori. Un colpo alla democrazia dei partiti e a quella del Paese, governato da Parlamenti nominati, frutto di leggi elettorali spesso incostituzionali.

Se poi entriamo nella narrazione storica delle scelte partitiche e di governo compiute in 15 anni di storia nazionale non possiamo non stupirci della capacità manipolatoria dei gruppi dirigenti di questo partito, e della grande stampa, nel celare la sua natura conservatrice, spacciandolo per una forza di centro-sinistra. Si può ricordare il Jobs Act? Alcuni compassionevoli difensori scaricano la responsabilità su Matteo Renzi, quasi non fosse rampollo della stessa casata. Ma dopo di lui il lavoro precario in Italia è dilagato, il Pd non si mai mosso per arginarlo e, meraviglie delle meraviglie, si è insediato anche in ambito pubblico. Nel ministero dei Beni culturali, presieduto per un totale di 7 anni da Enrico Franceschini, siamo al “caporalato di Stato”, con una miriade di giovani che tengono in piedi  musei e siti con contratti a tempo determinato e salari da fame. Non va meglio ai ricercatori della Sanità pubblica, 1290 operatori con una media di 10 anni di precariato alle spalle. Sono i nostri giovani più brillanti, quelli che la Tv ci mostra dopo che sono scappati, quando hanno avuto successo nelle Università straniere. Nel 2021 con la ripresa dell’occupazione del 23%, il 68% è di contratti stagionali, il 35% in somministrazione, e solo 2% a tempo indeterminato.

Ma tutto il mondo del lavoro italiano ha conosciuto forse il più grave arretramento della sua storia recente. «Secondo l’Ocse l’Italia è l’unico Paese europeo che negli ultimi 30 anni ha registrato una regressione dello stipendio medio annuale del 2,9%» (D. Affinito e M.Gabanelli, Corriere della Sera, 11 luglio 2022). E siamo ora al dilagare dei lavoratori poveri. Il rapporto dell’11 luglio del presidente dell’Inps Tridico ricorda che «il 28% non arriva a 9 euro l’ora lordi». Tutto questo quando non muoiono per infortuni: nel 2020 1.270 lavoratori non sono tornati alle loro case. Poveri in un mare di miseria, perché oggi contiamo oltre 5 milioni di poveri assoluti e 7 di milioni di poveri relativi. Ma c’è chi sta peggio. Nelle campagne è rinato il lavoro semischiavile comandato dai caporali. La figura dei caporali era attiva in alcune campagne del Sud negli anni 50, poi travolta dall’onda di conflitti del decennio successivo. Negli ultimi 20 anni è risorta, ma si è diffusa anche nelle campagne del Nord.

Dobbiamo ricordare le condizioni della scuola? Renzi ha portato alle estreme conseguenze, secondo il dettato neoliberista europeo, avviato in Europa col Processo di Bologna (1999) e introdotto in Italia da Luigi Berlinguer, la trasformazione in senso aziendalistico degli istituiti formativi. Con l’alternaza scuola/lavoro ha portato la scuola in fabbrica e la fabbrica nella scuola. Ma il processo è proseguito con gli altri governi per iniziativa o col consenso/assenso del Pd e prosegue ancora oggi, grazie all’assoggettamento dei bambini e dei ragazzi a logiche strumentali di apprendistato, perché acquistino competenze, non per formarsi come persone. Gli insegnanti vengono obbligati a compiti estenuanti di verifica dei risultati, sulla base di test e misurazioni standardizzate, quasi fossero dei capireparti che sorvegliano gli operai al cottimo. Essi non sono più liberi nelle loro scelte educative e culturali, trasformati come sono in esecutori di compiti dettati dalle circolari ministeriali. Sotto il profilo culturale, la torsione della scuola a strumento di formazione di individui atti al lavoro, al comando, alla competizione, – di cui il Pd è il più convinto sostenitore – costituisce il più sordido e devastante attacco alle basi del nostro umanesimo, della nostra civiltà.

Ma il giudizio da dare a questo partito non può riguardare solo le scelte di governo. Certo, alcune sono particolarmente gravi. L’iniziativa del ministro Marco Minniti, nel 2017, di armare la Guardia libica per dare la caccia ai disperati che si avventurano nel Mediterraneo, allo scopo di rinchiuderli e torturarli nelle loro eleganti prigioni, rappresenta forse il più feroce atto di governo nella storia della Repubblica. Dal 2017 sono affogati in quel mare oltre circa 2mila esseri umani ogni anno.

Ma ci sono iniziative meno cruente, non per questo però meno devastanti. La scelta del governo Gentiloni di stabilire “accordi preliminari” con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per avviare i loro progetti di autonomia differenziata è un passo esemplare. Mostra quale visione del futuro del nostro Paese orienta il gruppo dirigente del Pd. Un’Italia abbandonata agli egoismi territoriali delle regioni più forti, la competizione neoliberista portata dentro le istituzioni dello Stato, per disgregare definitivamente un Paese già in frantumi.

Ma occorre mettere nel conto dei 15 anni di presenza politica anche il “non fatto direttamente”, le leggi e le scelte accettate, dal governo Monti nel 2011 a quello Draghi appena concluso. E non abbiamo spazio per elencare le scelte avallate, dalla riforma Fornero all’inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. E tuttavia non possiamo dimenticare che il Pd ha sabotato in ogni modo il referendum vittorioso per la publicizzazione dell’acqua, ha taciuto di fronte al continuo sottofinanziamento della scuola e dell’Università, non si contrappone ancora oggi al sostegno pubblico alla medicina privata. Il Pd non ha preso alcuna iniziativa per sanare un territorio devastato dagli incendi d’estate e travolto dalle alluvioni in inverno, ha anzi taciuto e sostenuto, tramite i suoi presidenti di regione e sindaci, la cementificazione selvaggia del Paese, la più totalitaria d’Europa. Il Rapporto nazionale Ispra 2022 denuncia che nel 2021 abbiamo raggiunto il valore più alto  negli ultimi dieci anni di consumo di suolo con la media di 19 ettari al giorno, per effetto di cementificazione, soprattutto per la costruzione di edifici. È una cifra spaventosa, una sottrazione di verde che espone il territorio alle tempeste invernali, accresce la temperatura locale, sottrae ossigeno alle città appestate dallo smog.

Potremmo continuare ricordando che il Pd non ha mai mosso un dito contro le disuguaglianze selvagge che lacerano il Paese, ha votato la riforma fiscale Draghi che premia i ceti con redditi superiori ai 40 mila euro, mentre il suo segretario, con l’elmetto guerriero in testa, ha prontamente accettato la richiesta Nato di portare al 2% del Pil le nostre spese annue in armi, poco meno di 40 miliardi di euro. Un vero sollievo per le nostre brillanti finanze.

Ma non abusiamo della pazienza del lettore. Quanto già scritto mostra ad abundantiam come questo partito ha immobilizzato un Paese che sta su un piano inclinato e quindi se sta fermo scende, quando, con le proprie scelte, non lo ha spinto indietro. Ma la difesa dello status quo oggi, mentre tutto precipita e il pianeta mostra segni di collasso, è una strada rovinosa.

Dunque, al netto degli effetti prodotti dalle scelte dei governi precedenti, è evidente che il Partito democratico, in questi ultimi 15 anni di storia, è il maggiore responsabile del declino italiano. Per tale ragione tutte le rare lucciole di persone effettivamente progressiste che si aggirano disperse nella pesta notte del suo conservatorismo, concorrono, sia pure involontariamente, a nascondere la natura antipopolare di questo partito, i danni storici inflitti all’Italia. Votarlo non è il meno peggio, ma il peggio.

Ne va dunque dell’onore dei giornalisti italiani continuare a pronunciare il nobile lemma sinistra e alludere al Pd. Così come ne va dell’onore, della coerenza e della ragione di Sinistra italiana continuare a ricercare una alleanza elettorale con questo partito, che ha dimostrato, con ampiezza di prove, di essere un avversario di classe.

venerdì 29 luglio 2022

DRAGHI,LAGARDE E IL TPI

Le dimissioni da premier di Draghi sono avvenute nella stessa giornata dove in Europa tramite la Bce presieduta dall'amichetta Lagarde,gha deciso un importante e pericoloso disciplinare fiscale introducendo il Tpi(Transition Protection Instrument)che è il preoccupante scudo anti spread che terrà il nostro paese e le altre nazioni europee(soprattutto quelle più con l'acqua alla gola come la nostra)al giogo sempre più serrato dei poteri forti della finanza.
L'articolo di Contropiano(non-e-successo-niente-draghi-lascia-il-posto-al-suo-pilota-automatico )e scritto da Coniare Rivolta,un collettivo di economisti che non hanno peli sulla lingua nel dire quello che accade,parla prevalentemente degli aspetti economici e non della bagarre politica da eterna campagna elettorale che ci contraddistingue,e dice di avere molta paura per la nostra situazione.
La speculazione di cui il nostro paese soffre già da più di un decennio potrebbe aggravarsi ancor più con la scelta di questa impronta finanziaria da ricatto che la Bce ci ha accollato,e costringe non solo noi ma tutti gli Stati membri ad azioni che non promettono nulla di buono.
Si comincia dalla ferma decisione di non accumulare più debiti e quindi di aumentare tasse e stoppare sul nascere ogni investimento pubblico tagliando sanità,pensioni,scuola e servizi,e allo stesso tempo si pone un netto tetto a un aumento ipotetico dei salari con un'inflazione sempre più grave.
Inoltre sarà la stessa Bce a determinare la soglia del debito pubblico e non l'esecutivo in forza a ogni paese,con parametri alquanto aleatori senza contare il famoso,tanto decantato eppur malfamato Pnrr,che ora come non mai viene fuori per quel che è e per chi non l'aveva ancora capita:un cavallo di Troia di un'austerità che per ora non se ne vede la fine,altro che miliardi di Euro regalati senza poi non presentare il contro di una speculazione sempre più profonda.

Non è successo niente: Draghi lascia il posto al suo pilota automatico.

di Coniare Rivolta *

Con un tempismo straordinario, la crisi di governo che si è consumata negli ultimi giorni ha visto il Presidente del Consiglio Draghi presentare le sue dimissioni definitive esattamente nello stesso giorno in cui la Banca Centrale Europea (BCE), per bocca della sua Presidente Christine Lagarde, ufficializzava delle importanti, e funeste, novità per quanto riguarda la politica monetaria dell’area euro.

La misura più appariscente riguarda un aumento dei tassi di interesse, il primo dopo undici anni e di ammontare doppio rispetto a quanto sembrava nell’aria nelle settimane passate.

Come già avevamo avuto modo di discutere approfonditamente, questo provvedimento ha due precise implicazioni. Da un lato, è un attacco diretto al potere d’acquisto della stragrande maggioranza della popolazione, sacrificato sull’altare della difesa dei profitti. Dall’altro, è un’ulteriore mazzata alla stagnante economia europea, sempre più avviluppata nelle autoinflitte conseguenze economiche della guerra.

Non finisce qui, purtroppo. Contestualmente, la BCE ha anche varato un nuovo strumento di politica monetaria, il Transition Protection Instrument (TPI), ossia il famigerato “scudo anti-spread”.

Il tempismo stupisce, e preoccupa, perché il TPI rappresenta la più aggiornata e rifinita evoluzione del famigerato “pilota automatico”, termine coniato proprio dal Draghi Presidente della BCE per definire quell’insieme di strumenti di disciplina fiscale che avrebbero garantito la rigida applicazione dell’austerità e delle politiche neoliberiste in ciascun Paese membro dell’Unione Europea a prescindere dall’indirizzo politico del governo di turno.

Con il “pilota automatico”, le istituzioni europee hanno dimostrato di riuscire a condizionare la politica economica dei Paesi membri attraverso il ricatto dello spread: qualsiasi governo, di qualsiasi colore politico e indirizzo ideale, sarebbe stato costretto a conformarsi alle prescrizioni della Commissione Europea dalla minaccia dell’instabilità finanziaria, una minaccia che si materializzava non appena la BCE allentava il suo sostegno monetario.

Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e poi Italia hanno dovuto applicare – dal 2010 ad oggi – le rigide agende politiche neoliberiste prescritte dalla Commissione per non ritrovarsi abbandonati dalla BCE in balia della speculazione finanziaria.

Lo strumento tecnico attraverso cui si esercita il ricatto dello spread è rappresentato dagli acquisti di titoli del debito pubblico effettuati dalla BCE: quando questa acquista, ad esempio, i titoli di Stato italiani, ne sostiene la domanda e dunque riduce il tasso di interesse che l’Italia deve pagare ai creditori; specularmente, quando la BCE riduce i suoi acquisti di quei titoli, l’Italia vede crescere il costo del suo debito pubblico e compromette la sua stabilità finanziaria.

Come dicevamo, il 21 luglio, mentre il premier italiano Draghi presentava le sue dimissioni, la BCE introduceva il TPI, un nuovo strumento attraverso cui acquistare titoli di Stato sui mercati finanziari per governare i tassi di interesse nell’area dell’euro.

Il TPI consente alla BCE di acquistare titoli pubblici di uno Stato membro solo a condizione che siano verificate quattro condizioni: a) disciplina fiscale, b) stabilità macroeconomica, c) sostenibilità del debito pubblico ed infine d) rispetto delle condizioni del PNRR e delle altre raccomandazioni della Commissione Europea.

La prima condizione implica sostanzialmente che il Paese in questione non stia accumulando nuovo debito, cosa possibile solo aumentando le tasse e tagliando la spesa sociale, la sanità pubblica, le pensioni ed i servizi pubblici.

La seconda condizione richiede invece l’assenza di quelli che la Commissione Europea definisce “squilibri macroeconomici”, che includono anche – per fare un esempio – un tasso troppo elevato di crescita dei salari: per carità!

La terza condizione prevede una valutazione della BCE circa la sostenibilità del debito pubblico: per capire l’arbitrarietà di questa valutazione, basti pensare che la Grecia venne dichiarata prossima al fallimento con un debito pubblico pari al 120% del PIL e, successivamente, venne promossa a Paese virtuoso con un debito pubblico prossimo al 200% del PIL.

Miracolosamente, la valutazione della BCE era cambiata drasticamente quando la Grecia aveva firmato un memorandum of understanding che ha impegnato i governi che si sono succeduti nel decennio successivo a mettere in ginocchio la società greca attraverso le più rigide politiche di austerità, in quello che potremmo definire come il primo esperimento di “pilota automatico”.

Infine, il quarto requisito di accesso al TPI richiede che il Paese beneficiario degli acquisti della BCE stia rispettando tutti gli impegni assunti nell’ambito del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), cioè le famose 528 condizioni capestro, nonché tutte le prescrizioni della Commissione contenute nelle periodiche Raccomandazioni Specifiche per Paese.

Finalmente, e si spera in maniera definitiva, viene messa una pietra tombale sopra alla favola, che ci è stata raccontata negli ultimi due anni, circa le “virtù salvifiche” di questo PNRR, che ci era stato venduto come un “regalo” delle istituzioni europee privo di qualsiasi condizionalità, e che invece si rivela essere l’ennesimo cavallo di Troia dell’austerità: mancare un obiettivo stabilito nel PNRR significa perdere lo scudo della BCE sui mercati finanziari e finire in balia della speculazione finanziaria.

Con il PNRR, dunque, le istituzioni europee sono riuscite ad estendere a tutti gli Stati membri quella camicia di forza che aveva consentito di piegare l’economia greca alle violente politiche di smantellamento dello stato sociale, di attacco alle pensioni e ai salari e di precarizzazione del lavoro.

Difatti, il PNRR non fa che impegnare i Paesi in un’agenda neoliberista a tappe forzate: se una di queste tappe viene mancata, la speculazione finanziaria può scagliarsi contro il Paese “indisciplinato” nella piena certezza che la BCE non interverrà, perché così funziona il TPI, come d’altronde già abbondantemente previsto.

Così, proprio mentre Draghi abbandona Palazzo Chigi sbattendo la porta, la sua spregiudicata agenda politica neoliberista rientra dalla finestra attraverso il nuovo strumento di politica monetaria della BCE.

Davanti al fallimento politico dell’ennesimo governo tecnico imposto al Paese, la classe dirigente europea rispolvera l’arma del ricatto del debito che tanto efficace si è dimostrata, in passato, come strumento di disciplina delle economie europee a suon di spread.

Gli eventi di questi ultimi giorni ci ricordano anche che, quale che sarà l’esito delle elezioni del prossimo 25 settembre, il programma di governo è già pronto ed è scritto nero su bianco nel PNRR, messo appunto dall’esecutivo Draghi e vincolante per chiunque uscirà vittorioso dalle urne per tutta la durata della legislatura, pena l’esplosione dell’instabilità finanziaria sotto la spinta della BCE.

Salvini, Letta e Meloni potranno così azzuffarsi sulle briciole e sulle quisquilie, consapevoli che l’agenda di politica economica e sociale sarà la stessa, chiunque di essi prevalga, perché questa è la naturale e unica conseguenza dell’adesione cieca alla politica del pilota automatico di matrice europea.

E, visto che stiamo entrando in campagna elettorale, è buffo osservare che pezzi degli stessi partiti che hanno sostenuto il governo Draghi ora provino improvvisamente a rimettere i panni barricaderi, con una divisione dei ruoli fra poliziotto buono e poliziotto cattivo che era insopportabile prima ed è intollerabile ora che escono dalla prova del governo.

Noi da parte nostra ripetiamo che niente di buono potrà venire da questi, ma continuiamo a riporre speranza in chi – finora fuori dall’arco parlamentare – in questi anni ha coerentemente individuato il meccanismo europeo quale uno dei fattori di controllo degli interessi della classe lavoratrice.

La strada da fare è ancora molto lunga, ma il cammino è iniziato.

martedì 14 giugno 2022

ELEZIONI LEGISLATIVE FRANCESI

Le votazioni legislative avvenute domenica scorsa in Francia,oltre ad avere l'importante risultato di un'astensione al pari con quella italiana,ha visto un testa a testa tra le formazioni del Presidente Macron e del leader di una sinistra unita ed ecologista Mélenchon,con la rappresentativa dell'estrema destra Le Pen al terzo posto ma staccata.
Al contrario del caso italiano la sinistra francese(non le varie coalizioni piddine di casa nostra)guadagna sempre qualcosa e lo fa in una maniera coesa con forze che rappresentano come dice il nome stesso,la Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale(NUPES),improponibile oggi come oggi in Italia dove ognuno ha il suo tornaconto e l'opportunismo regna sovrano tra i partiti che si dicono "progressisti".
L'analisi fatta e presa nell'articolo di Contropiano(il-significato-delle-elezioni-politiche-in-francia )non fa comunque troppi parallelismo con l'Italia a parte il dato dell'astensione,e fa vedere che i giovani sono propensi a votare Mélenchon mentre purtroppo la classe operaia succube anche oltralpe della disinformazione e accecata dall'odio del povero contro povero,vede Rassemblement National come partito di riferimento.
Renaissance,il nome del partito En Marche del Presidente Macron,è il classico partito centrista che strizza l'occhio alla destra e alla borghesia per la maggioranza dei casi salvo rivolgersi alla sinistra in poche occasione come capitò poco tempo fa per il voto per l'Eliseo vinto per poco appunto dal leader di Amiens.
Nel secondo turno i repubblicani(LR),neogollisti e figliocci di Sarkozy,potrebbereo essere l'ago della bilancia in molti casi visto che i sovra citati partiti(NUPES,Renaissance,Rassemblement National)si affronteranno in scontri collegiali gli uni contro gli altri in una sorta di balletto elettorale dove per l'appunto LR ma soprattutto la metà dei francesi che non hanno votato potrebbero cambiare drasticamente le sorti delle legislative 2022.

Il significato delle elezioni politiche in Francia

di Giacomo Marchetti

Domenica 12 giugno si è tenuto il primo turno delle elezioni legislative in Francia.

Le urne hanno sancito la crisi di consensi della formazione dell’attuale presidente Emanuel Macron che potrebbe perdere la maggioranza assoluta, e non è detto che ottenga nemmeno quella relativa. I suoi candidati hanno ottenuto meno voti della NUPES, la coalizione della sinistra radicale guidata da Jean-Luc Mélenchon, che raggruppa gli insoumise.es, il “polo ecologista”, il PS e il PCF.

Il Rassemblent National di Marine Le Pen, si conferma il “terzo polo” ancorandosi nel paesaggio politico francese.

Il primo partito si conferma quello del “non-voto”, il cui orientamento potrà essere decisivo per la sconfitta o meno del “Presidente dei Ricchi”.

Astensione record

Alle urne si è recato solo un francese su due.

Questa tendenza all’astensione, più spiccata tra le classi popolari ed i giovani, ha cominciato ad essere un dato significativo con cui fare i conti circa 30 anni fa e sottolinea una disaffezione alla partecipazione democratica che si è progressivamente ampliata, nonostante la ridefinizione complessiva del quadro della rappresentanza politica.

L’astensione, domenica, è stata del 52,6%, più del doppio di quella registrata al primo turno delle elezioni presidenziali.

Un dato che progredisce inesorabilmente almeno da un ventennio, considerando che nel 2002 – quando è stato cambiato il calendario elettorale “sincronizzando” presidenziali e legislative, “solo” un francese su tre non si recava alle urne.

Secondo le indagini condotte da IPSOS Sopra-Steria, il 69% della fascia d’età compresa tra i 18 ed i 24 anni non sono andati a votare, dato in aumento nella fascia d’età tra i 25 ed i 34 anni, in cui solo una persona su tre ha partecipato al voto.

Se si analizza la professione, coloro che si sono meno recati alle urne sono stati “gli impiegati” – 65% di astenuti – e “gli operai”, per il 62%.

É interessante notare che la NUPES è la più votata tra le fasce giovanili, in particolare quella tra 18-24 anni che si è espressa in suo favore per il 42%.

In generale, più un elettore è anziano meno vota per la NUPES.

L’alta astensione ha condizionato le sorti dei candidati al secondo turno, tenendo conto che solo chi ha ottenuto le preferenze di almeno il 12,5% degli aventi diritto al voto – cioè, in media, più del 25% dei suffragi nei 577 collegi elettorali – andrà al secondo turno. Mentre per essere vincitori al primo turno bisognava avere superato il 50% delle preferenze e con con un numero di voti superiori al 25% degli iscritti alle liste elettorali.

Nonostante questo doppio sbarramento, la NUPES – che ha ottenuto il più alto numero dei voti in assoluto nel primo turno – ha potuto già eleggere quattro deputati che siederanno all’Assemblea nazionale: Alexis Corbière a Seine-Saint-Denis – con il quasi il 63% – , Sarah Legrain, Danièle Obono e Sophia Chikirou.

Adrian Quatemans, candidato della NUPES di LFI, nonostante abbia ottenuto il 52,05%, dovrà aspettare il secondo turno, così come Manuel Bompard – a cui Jean-Luc Mélenchon ha “ceduto” il seggio – che ha ottenuto il 56,04%.

Dati “truccati” dal Ministero dell’Interno?

Nonostante i tentativi abbastanza “farseschi” del ministero degli Interni francese di ritoccare i dati, la NUPES è risultata la formazione più votata, sebbene la coalizione che sostiene Macron sia data avanti – nelle cifre ufficiali – per una manciata di voti, circa 20 mila.

E qui bisogna fare alcune precisazioni, perché il ministero ha “escluso” dal conteggio dei voti quelli andati a candidati sostenuti dalla coalizione della sinistra radicale nei Territori d’OltreMare – dove la LFI aveva “sbancato” al primo turno delle presidenziali – e in Corsica, dove il 40% delle preferenze su tutte le circoscrizioni dell’isola è andato a candidati “autonomisti” o ad altri.

In realtà, lo stesso errore sembra si stato commesso nei confronti di alcuni candidati di Ensemble! – la coalizione che raggruppa l’ex LREM di Macron, MoDem e Horizon – ma il conteggio risulta comunque falsato.

Le Monde, il principale quotidiano francese, ha calcolato che, anche senza contemplare i voti dei candidati in Corsica, alla la coalizione della sinistra radicale sono andati 5.836.202 voti. Meno dei poco più di sei milioni e centomila che NUPES si attribuisce, ma più dei 5 milioni e 400 mila voti che gli attribuisce il Ministero dell’Interno.

Il dato politico non cambia, ma è chiaro che dare la NUPES come “seconda” formazione più votata – invece che prima – influisce non poco sulla percezione, “relativizzando” la sconfitta della coalizione marconista che ha puntato tutto nel de-politicizzare queste elezioni, mentre Mélenchon ha parlato sin dall’inizio di “terzo turno”, riferendosi a quelli per le presidenziali.

Il Rassemblement National nel panorama politico francese

L’estrema destra di Marie Le Pen, nonostante abbia condotto una campagna elettorale decisamente sotto tono, è risultata terza con il 19% delle preferenze, confermando la sua progressione, dopo l’exploit al ballottaggio delle presidenziali, con uno storico 42%.

Con il 19%, l’ex FN ottiene un 6% in più delle scorse elezioni politiche, e sarà presente al secondo turno in più di 200 circoscrizioni, circa il doppio rispetto al 2017. La formazione sembra proiettata verso la concreta possibilità di formare un gruppo parlamentare, mentre prima poteva contare solo su 8 deputati (meno del numero minimo).

Le Pen, che ha ottenuto il 55% dei suffragi nell’11esima circoscrizione di Pas-de-Calais – non ha dato alcuna indicazione di voto là dove sarà esclusa al secondo turno e i seggi saranno contesi tra la formazione guidata da Macron e quella capeggiata da Mélenchon.

Insieme a lei Bruno Bilde, Sébastian Chenu, Caroline Parmentier, Jean-Philippe Tanguy, Philippe Ballard, oltre ad una altra decina, i candidati di RN più votati al primo turno che dovranno andare al ballottaggio.

RN sembra avere consolidato ed ampliato uno zoccolo duro di elettori ed ha un solido ancoraggio in alcuni territori, oltre ed avere catalizzato i voti “alla sua destra”, senza neanche fare accordi con Zemmour, che ad un certo punto della campagna per le presidenziali sembrava poterle “rubare” la leadership a destra.

La NUPES è la formazione più votata tra gli impiegati (il 31%) ed i “quadri” (il 28%), mentre è il RN che fa purtroppo incetta di voti “operai”: il 45% in media contro il 18% della NUPES.

Reconquê di Éric Zemmour esce con le ossa rotte dalle urne. Nessuno dei suoi candidati andrà al secondo turno, nemmeno il suo leader.

Come ha detto a Mediapart Ugo Palheta, ricercatore specializzato sull’estrema destra: “due mesi fa si poteva immaginare che il RN avrebbe avuto più deputati, e la ragione principale di questo fallimento, è che c’è una sinistra unita, egemonizzata da una sinistra di rottura in grado di affrontare il RN sul piano della radicalità e dell’opposizione politica”.

Un punto importante, considerato che il “fronte repubblicano” di cui ha beneficiato Macron per fare barrage contro Le Pen sembra vacillare.

Tutto questo in continuità con le esternazioni piuttosto risibili contro gli “estremismi”, che nelle loro molteplici variazioni sul tema, uscite dalle bocche di importanti esponenti della formazione.

Infatti nel caso dei duelli tra RN e NUPES in varie circoscrizioni, i macroniani non hanno dato una indicazione di voto chiara, manifestando un cerchiobottismo che si rimangia di fatto la retorica del “voto utile”, sfruttata per il secondo turno delle presidenziali contro lo spauracchio Le Pen.

I gollisti: futura sponda di Macron?

I Républicains (LR),riguadagnano terreno rispetto alla pessima prestazione del primo turno delle presidenziali, e conquistano il 12% degli elettori contro il 5% scarso ottenuto da Valérie Pecresse alcuni mesi fa, ma molto meno del 18,7% del 2017.

Sono destinati a perdere lo status di prima forza d’opposizione all’Assemblea nazionale, ma potrebbero giocare un ruolo fondamentale in caso in cui l’Ensemble di Macron non ottenesse la maggioranza assoluta (289 seggi) e fosse costretta a guardare ai gollisti come possibile sostegno all’opera dell’Esecutivo, facendoli diventare di fatto l’ago della bilancia della prossima legislatura.

Per i seggi in cui al ballottaggio non sarà presente un candidato di LR, il presidente della formazione ha affermato che non si pronuncerà per “gli estremi”,  sostenendo implicitamente Ensemble dove sfiderà il RN o la NUPES. Il possibile appoggio a Macron li toglierebbe dalla marginalità politica, e restituirebbe loro la natura di forza abituata a governare. Ma ne minerebbe in prospettiva il peso politico.

Le sfide del secondo turno

Ma guardiamo più nel dettaglio. Ensemble è in testa in 203 delle 577 circoscrizioni, la NUPES in 194.

La coalizione capeggiata da Mélenchon sarà presente al secondo turno in ben 404 circoscrizioni.

Le due coalizioni si affronteranno in un duello elettorale o in “triangolari” in più di 250 circoscrizioni.

La sfida tra Ensemble e RN si giocherà in più di un centinaio di circoscrizioni, e sarà il secondo più frequente tipo di sfida elettorale.

LR contro NUPES, LR contro RN, LR contro Ensemble ci saranno in una settantina di collegi in tutto, mentre saranno appena una manciata gli scontri tra i dissidenti delle formazioni socialista e comunista contro i rappresentanti della NUPES.

Conclusioni

É chiaro che i due fattori chiave saranno la capacità di mobilitare gli astenuti da parte della NUPES e il concretizzarsi di una sorta di “tutti contro Mélenchon”, che potrebbe unire macroniani, gollisti ed estrema destra, Ma va tenuto anche conto che il 60% dei francesi, secondo i sondaggi, non desidera avere un esecutivo capeggiato dalla formazione del presidente.

La NUPES infatti ha già attinto al bacino di voto della sinistra, riuscendo a sommare i consensi precedenti – tranne per la parte dei socialisti più legati agli “elefanti” ed alla parte più “centrista” dei verdi – ed ora deve mobilitare il suo blocco sociale di riferimento su un programma di rottura anti-liberista: giovani, abitanti dei quartieri popolari, cittadini dei territori d’OltreMare e della parte meno conservatrice della Francia “peri-urbana” e rurale.

lunedì 13 giugno 2022

DISASTRO QUORUM PER I REFERENDUM

L'annunciato fiasco dei quesiti referendari sulla giustizia è frutto di un sistema che da bravi italiani almeno il triplo del risicato 20% ottenuto alle urne sa già come risolvere andando da un maggiore numero di firme necessarie per il consulto popolare alla decisione finale senza quorum.
L'articolo di Contropiano(lastensionismo-affonda-i-referendum )parla dell'alta percentuale degli astenuti oltra la fatto che l'appeal dei quesiti sia stato uno dei più mortiferi e difficilmente relegabili ad una mera consultazione che dovrebbe essere discussa in Parlamento,mentre non è che le amministrative comunali abbiano avuto uno slancio di entusiasmo da parte dell'elettorato con una persona su due che è rimasta a casa(a Crema il 55% ha votato).
Di certo l'interesse verso i referendum è scemato dopo che la Consulta guidata da Amato ha reso inammissibili le richieste sul fine vita e l'uso della cannabis,ma difficilmente anche con quelle schede in più il quorum sarebbe stato raggiunto.

L’astensionismo affonda i referendum. Alle comunali vota la metà degli elettori. Oggi i risultati.

di Redazione

L’affluenza per i 5 referendum sulla giustizia si è fermata al 20,95 per cento ben lontano dal quorum richiesto (50 per cento + 1). Secondo il sito del Viminale questi sono i dati definitivi sull’affluenza (7.903 Comuni su 7.903) riferiti alle 23 di ieri sera.

L’ultimo referendum abrogativo, quello contro le trivellazioni, era stato ad  aprile 2016 ed ebbe una affluenza del 23,54% alle 19, e si era poi attestato al 33% alla chiusura delle urne.

Completamente diversi invece i risultati del referendum costituzionale voluto da Renzi a dicembre 2016. Lì, nonostante non fosse necessario il raggiungimento del quorum,  l’affluenza era stata alta (68,48 per cento) dimostrando che la chiamata ai seggi è stata fin dall’inizio un referendum di fatto pro o contro l’esecutivo, era stato capace di mobilitare tutta la popolazione. Il No alla riforma controcostituzionale di Renzi vinse con il 59,5 per cento dei voti contro il 40,4%.

Il silenzio elettorale ieri era stato rotto da Berlusconi (sostenitore del Si al referendum) che era tornato ad attaccare i magistrati e la “giustizia politicizzata” con toni duri, parlando fuori dal seggio dove ha votato nel centro di Milano. Oggetto della rabbia del leader di Forza Italia sul tema della giustizia sono i fatti di Palermo dove, a pochi giorni dal voto, sono stati arrestati due candidati, uno di Fratelli d’Italia e uno di Forza Italia, con l’accusa di scambio elettorale politico mafioso. “Questi arresti di candidati un giorno o due prima delle elezioni, potevano anche aspettare due giorni dopo – ha osservato Berlusconi -. Questa è sempre la storia della giustizia politicizzata che non è morta”.  Insomma il Cavaliere è tornato a insistere sui suoi soliti cavalli di battaglia dando la cifra del significato con cui la destra ha cercato di strumentalizzare i referendum sulla giustizia promossi da nove consigli regionali di centro-destra e non una raccolta di firme nelle strade.

Il “garantismo di scopo” della destra era fin troppo evidente, così come la velleità di sottoporre a referendum quesiti su una materia complessa come la giustizia in cui convivevano questioni serie e richieste strumentali.

Elezioni comunali

Più alta è stata invece l’affluenza nelle città dove c’erano in contemporanea le elezioni comunali che è stata del 54,72%, ma anche qui si registra un calo rispetto a quelle precedenti. Una conferma che l’astensionismo si va ormando consolidando anche nel caso di quelle “elezioni di prossimità” che storicamente vedevano una partecipazione più alta.

Oggi alle 14 inizia lo spoglio delle schede per le elezioni comunali. Gli exit poll danno Genova, Palermo e L’Aquila al centrodestra. Al ballottaggio vanno invece Parma, Verona e Catanzaro con il centrosinistra in testa nelle prime due città. Sulle assenze di un centinaio di presidenti di seggio a Palermo, la Procura sta valutando i reati di interruzione di pubblico servizio e rifiuto di atti d’ufficio.

Sempre a Palermo l’attacco di gruppo hacker al sito del Comune, ha riversato decine e decine di file contenenti dati sensibili. “E’ stata pubblicata la prima parte delle informazioni gentilmente condivise con voi dai rappresentanti di questa società. Ce ne saranno altre domani”, ha scritto il gruppo hacker Vice Society nella giornata di ieri, annunciando la pubblicazione di altre informazioni.

Secondo l’Ansa  nella lunga lista rilasciata dagli hacker c’è un po’ di tutto: relazioni su riscossioni di imposte e tasse, lavorazioni degli stipendi, accrediti al servizio di tesoreria del Comune di multe pagate dai cittadini con nomi e cognomi, ingiunzioni di pagamento, anche in questo caso, con i riferimenti anagrafici dei coinvolti, documenti d’identità di dipendenti Sispi, elenchi del personale coi numeri di telefono segnati accanto. Ma ci sono ancora note interne del comando della polizia municipale, verbali su riunioni di servizio, schede di valutazione di ausiliari dell’Amat e anche l’elenco telefonico del comando della polizia municipale. Su Twitter c’è chi ha pubblicato alcuni screenshot coi nomi dei file sottratti dalla rete di Palazzo delle Aquile.

mercoledì 11 maggio 2022

AMMINISTRATIVE BRITANNICHE

La recente tornata elettorale che ha interessato la Gran Bretagna ha portato alla luce un problema per Boris Johnson con la perdita di parecchio elettorato rispetto alle precedenti amministrative,ma a beneficiare di questa emorragia di voti non sono stati i laburisti ma i liberal democratici ed i verdi,oltre che le formazioni separatiste del Scottish National Party e del Sinn Fein al massimo storico di consensi.
La debacle dei conservatori è avvenuta per un aumento dei costi della vita nonostante le promesse della Brexit oltre che per gli scandali che hanno colpito il premier inglese durante la pandemia e non per ultima la totale adesione alla causa ucraina che ha proiettato l'Uk come attore principale assieme agli Usa nel muovere guerra alla Russia con una campagna di menzogne degna dei tempi iracheni(vedi:madn blair-bliar ).
Sottolineo il fatto che nel Nord Irlanda il Sinn Fein abbia conquistato il miglior risultato di sempre e le dichiarazioni della vice premier nordirlandese Michelle O'Neill guardino con maggiore speranza ad un Irlanda unita anche considerato il fatto che i lealisti del Dup siano entrati in conflitto proprio con Johnson come evidenziato nell'articolo preso da Infoaut(elezioni-in-uk ).

Elezioni in Uk: disastro Boris Johnson, Labour nelle secche. Netta vittoria dello Sinn Fein in Irlanda del Nord.

Le elezioni amministrative nel Regno Unito sono state sotto il segno della confusione. Per conservatori di Boris Johnson si è trattato di un quasi-disastro, ma nonostante ciò il Labour non è riuscito a guadagnare terreno portando a casa un risultato peggiore del 2018. Gli unici ad avere avuto delle performance soddisfacenti sono i Liberaldemocratici e i Verdi. In Scozia lo Scottish National Party si consolida ulteriormente (con dietro il Labour) ed in Irlanda del Nord lo Sinn Fein porta a casa il miglior risultato di sempre.

Per un po’ Boris Johnson dovrà impiegare il proprio tempo a dirimere le beghe di partito scoppiate dopo il crollo dei Tories piuttosto che alimentare con dichiarazioni roboanti l’escalation militare in Ucraina. Il partito infatti ha conseguito un pessimo risultato alle amministrative perdendo anche alcune roccaforti storiche nella città di Londra, come Westminster e Wandsworth, quartieri benestanti di lunga tradizione conservatrice. A determinare la sconfitta secondo quanto sostenuto dai media britannici i ripetuti scandali degli scorsi mesi e l’aumento dei costi della vita.

Ma anche il Labour non naviga in acque tranquille. Infatti nonostante il crollo dei Tories la riproposizione della minestra del New Labour di matrice blariana da parte del nuovo leader Keir Starmer non convince. Il partito conquista posizioni nel cuore benestante di Londra e in generale ha una buona performance nelle zone urbane, ma non riesce a riprendere alcune roccaforti storiche del Red Wall (il cosidetto muro rosso delle Midlands che fino al 2017 ha avuto una guida prevalentemente Labour per poi passare in gran parte ai conservatori). La speranza dei laburisti moderati che governano il partito in questo momento che un crollo dei Tories in automatico significhi la possibilità di tornare alla guida del paese è stata smentita miseramente, anche se probabilmente non ne prenderanno atto.

Il quadro istituzionale Uk continua a frantumarsi ulteriormente sia sul piano territoriale che su quello delle appartenenze politiche. Infatti ad uscirne rafforzati da queste elezioni sono i LiberalDemocratici e i Verdi che hanno convogliato la delusione per i due partiti maggiori. Ad emergere sulla mappa inoltre è l’approfondirsi delle questioni territoriali con il consolidamento dello Scottish National Party e la vittoria dello Sinn Fein in Irlanda del Nord.

Sebbene in questo ultimo caso i conteggi siano ancora in corso sembra abbastanza netta e schiacciante la vittoria del partito cattolico e repubblicano. In tal caso se i risultati fossero confermati lo Sinn Fein potrebbe per la prima volta nominare il primo ministro dell’Irlanda del Nord. A spingere lo Sinn Fein diversi fattori tra cui le conseguenze socioeconomiche dell’hard Brexit, la crescita demografica della popolazione cattolica ed anche la capacità di raccogliere consensi in una minoranza protestante che vede i propri interessi materiali sempre più in conflitto con l’appartenenza storica.

Michelle O’Neill, vicepresidente dello Sinn Fein ha dichiarato che "La riunificazione è lo sbocco naturale per l'Irlanda del Nord. Il futuro sarà migliore con noi: più soldi per i nordirlandesi, più diritti, più lavoro, più opportunità. Siamo il cambiamento”. 

Nel frattempo il DUP, il principale partito lealista che negli scorsi tempi è entrato in rotta di collisione con il Primo Ministro Boris Johnson per via del pasticcio del protocollo della Brexit che pone i confini nel mare d’Irlanda, ha dichiarato che non parteciperà all’esecutivo e che la politica della condivisione dei poteri è finita, almeno fin quando il protocollo non sarà rivisto.

Dunque le contraddizioni si moltiplicano e lo scenario di una riunificazione irlandese non è più un tabù.

Per ora non abbiamo avuto occasione di leggere analisi sul peso della guerra in Ucraina all’interno di queste dinamiche elettorali, ma è significativo comunque sottolineare come la strategia conservatrice di provare a guadagnare consenso interno dopo gli scandali sul fronte dell’esposizione esasperata nel conflitto non sembra aver prodotto risultati, anzi. Il costo sociale della crisi, della pandemia e dell’inflazione sembra essere stato determinante e le spese di guerra, l’ulteriore aumento del costo delle materie prime potrebbero approfondire ancora le contraddizioni all’opera.

Insieme al ciclo elettorale francese (che può ancora riservare significative sorprese) queste elezioni ripropongono un nuovo rimescolamento dei piani su questioni storiche che si mischiano con le dinamiche determinate dalla crisi pandemica e dal progressivo scongelamento della crisi economica.