mercoledì 13 giugno 2018

TRUMP & SALVINI


Risultati immagini per trump salvini
Stanno a migliaia di chilometri di distanza ma li accomunano un pensiero reazionario e nazionalista,sono lontani per Salvini i vecchi discorsi di autonomia e di secessione tanto cari alla Lega dei tempi di Bossi e Maroni,ma si sa che per il potere e per le poltrone ci si adegua a tutto.
Sono molte le uguaglianze che fanno di Trump e di Salvini due anime gemelle nonostante il primo abbia più volte detto di non avere voluto incontrare il leader fascioleghista mentre per lui rimane un idolo ed un punto d'arrivo alla pari di Orban(come scritto nel secondo contributo:huffington post matteo-salvini-i-mie-modelli-sono-orban-e-trump ).
Dagli slogan "America first" a "Prima gli italiani" hanno e stanno prendendo per il culo milioni di statunitensi e di italiani,litigano ogni giorno con qualche nazione diversa e promettono dazi per gli altri Stati che vogliono invadere il loro mercato interno.
Di Trump sappiamo già la sua avversione quotidiana contro chiunque(madn tutti-i-santi-giorni-trump-attacca.qualcuno )mentre ci stiamo abituando in pochi giorni anche ad un Salvini riottoso in ordine di tempo con la Tunisia,Malta,Francia e Spagna,includendo pure la Ue che tanto vuole svegliare.
E che dire del loro assillo con un isolamento fatto di muri,confine e pure barricate,di un cieco odio contro i migranti e un fondamentale razzismo condito da una vera passione per la sicurezza fai da te che negli Usa è diventata un flagello.
Il primo articolo di Contropiano(per-cacciare-via-salvini )parla invece del Salvini nazionale,(ve lo ricordate quello di Roma ladrona?)della sua perenne campagna elettorale e di come il Movimento 5 stelle gli abbia tirato la volata alle ultime comunali perdendo un'enormità di voti a scapito della Lega che furbescamente come ha sempre fatto sta zitta sulle proprie magagne(diamanti,conti offshore,parentopoli)screditando gli avversari che bene o male sono lo stesso schifo come loro.

Per cacciare via Salvini non basterà la retorica umanitaria di una sinistra allo sbando.

di  Sergio Scorza 
Matteo Salvini si è preso il centro della scena politica alla sua maniera per fare la sua personalissima campagna elettorale e per continuare a coltivare la sua tanto irresistibile, quanto estremamente pericolosa, ascesa usando spudoratamente il ministero dell’interno come fosse un ministero della propaganda qualsiasi.

Per lui, Stato e partito si sovrappongono. Vi ricorda qualcuno? Se potesse, farebbe come Erdogan, ma sa che ancora non è il momento. Però ci sta lavorando, e sodo. Il resto, gli utili idioti, gli stanno facendo da confuso e soccombente contorno.

Ma cosa tiene insieme Lega e Movimento 5 Stelle? Sicuramente una vaga promessa elettorale di ripristino di alcuni diritti sociali perduti e l’offerta altrettanto vaga di “protezione” davanti alle incertezze di un mondo sempre più complesso e sempre più veloce. Le manterranno? A sentire il loro ministro dell’economia Tria, totalmente prono ad euro, pareggio di bilancio ed austerity, parrebbe proprio di no.

I risultati delle amministrative già certificano il primo importante crollo di consensi verso la gestione Di Maio e l’evidente, sostanziale, subalternità dei 5Stelle all’inarrestabile protagonismo della Lega di Salvini. E tuttavia, andrebbe ricordato che quei diritti sociali sono stati spazzati via proprio dai governi di “sinistra”. Quella “sinistra” che ora scalpita con la solita retorica umanitaria sul tema dei migranti e dell’accoglienza. Ma è solo retorica, per l’appunto, null’altro che vuota retorica.

Quella stessa retorica “umanitaria” usata massicciamente per giustificare tutte le guerre d’aggressione neocoloniali degli ultimi trent’anni sotto l’egida della NATO; guerre che, insieme al traffico d’armi, alla selvaggia globalizzazione neoliberista ed all’incessante saccheggio delle risorse di quei paesi, hanno ridotto alla disperazione ed alla fame le moltitudini di esseri umani che ora cercano una speranza di salvezza solcando i mari in imbarcazioni fatiscenti, con altissimo rischio di crepare.

La “sinistra”, ovvero, quella strana cosa che si fa chiamare ancora così, ha aperto autostrade al progetto razzista e neofascista di Salvini per mezzo del suo uomo nuovo (si fa per dire) Marco Minniti. Proprio ora che Salvini ha preso il centro della scena con la vergognosa vicenda della nave “Acquarius” e con i suoi fiammanti e deliranti tweets, andrebbe ricordato che fu l’accordo italo-libico del 2 febbraio 2017, voluto e firmato da Minniti e Gentiloni, a permettere la detenzione dei migranti nei lager gestiti dalle mafie libiche in affari con i trafficanti di esseri umani (e la mano libera alle motovedette libiche contro i soccorsi in mare). Luoghi in cui, secondo l’Alto Commissariato dell’ ONU per i diritti umani, si praticano sistematicamente indicibili violenze, stupri e deprivazioni di ogni genere, anche nei confronti di minori.

Certo, nell’ascesa di Salvini andrebbe ricordato anche il ruolo nefasto del sistema mediatico mainstream che, oltre ad avere fatto di uno scaltrissimo cialtrone un “grande leader politico”, ha quotidianamente alimentato una narrazione tutta incentrata sulla criminalizzazione dello straniero e sulla rabbia della “gente” che ha fatto da tappeto perfetto per i deliri razzisti salviniani.

E tuttavia, mai come in questo momento, andrebbero tenute presenti le responsabilità politiche e culturali della così detta “sinistra” che hanno fatto da indispensabile premessa alla deriva neorazzista in atto; in primis, la situazione di pesante degrado ed abbandono in cui sono state lasciate, per decenni, le periferie dei grandi agglomerati urbani ed in cui sono esplose le inevitabili contraddizioni usate da destra e fascisti per imporre la propria visione securitaria, razzista e neoidentitaria.

Una visione che di recente abbracciata anche una certa “sinistra” che aveva trovato nel discepolo di Cossiga, Marco Minniti, un nuovo appassionato interprete ammirato anche a destra. I suoi decreti su immigrazione e “decoro urbano” sono già pietre miliari delle politiche classiste, razziste e securitarie di questo paese avendo dato la stura alle peggiori pulsioni e pratiche nei confronti prorio nei confronti dei più poveri e dei più deboli.

In fondo Minniti e Salvini sono due facce della stessa medaglia, un po’ come lo sbirro buono e lo sbirro cattivo. Parola di Matteo Orfini (!) e di un certo… Gino Strada.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Matteo Salvini: "I miei modelli sono Orban e Trump. Bossi? Sarà candidato a Varese".

Il leader della Lega da Minoli su La7: "Il vincolo del 3% ha portato povertà.

Orban e Trump come modelli. È questo il Salvini pensiero enunciato dallo stesso leader della Lega Nord a Giovanni Minoli su La7. "Se devo scegliere all'interno del partito Popolare Europeo, scelgo il modello austriaco o il modello ungherese che difende il lavoro - spiega -. Il premier Orban difende i confini, difende le banche, difende la moneta e blocca le immigrazioni. Se devo scegliere un paese ben governato scelgo quello". Ed ancora: "Se gli italiani mi sceglieranno come presidente farò come Trump: pur di difendere i lavoratori e gli imprenditori italiani, sono pronto a mettere dei dazi a protezione del made in Italy. Vuoi licenziare in Italia, produrre sottocosto all'estero e rivendere in Italia? Allora paghi il 50% di tasse in più".

Immediate le reazioni. Al leader della Lega va "il premio per la proposta più fessa e irrealizzabile", ha replicato il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. "Tre anni a Bruxelles a 20mila euro al mese in Commissione Commercio e non sa che i dazi li può mettere solo la Ue e che l'Italia ha un surplus superiore a 50 miliardi mentre gli Usa un deficit di 500". Quindi, secondo Calenda, l' "obiettivo è distruggere il Made in Italy". Sulla linea del ministro Calenda, anche il segretario del Pd Matteo Renzi: "Se metti i dazi quelli che perdono i posti di lavoro, quelli che vanno a casa, sono quelli che fanno export. Possiamo creare posti di lavori aprendoci, non chiudendoci".

Sulla candidatura di Umberto Bossi, dice: "Bossi c'è, Maroni ha fatto un grande lavoro e continuerà a darci una mano. Altri hanno scelto la poltrona rispetto la comunità, liberi di farlo. Bossi è candidato a Varese".

"Il vincolo del 3% ha portato in Italia fame e povertà - continua - Se vado al governo ho il dovere di tutelare la mia gente superando questo vincolo". Salvini aggiunge: "Per 20 anni ci hanno detto che bisognava tagliare, tagliare e sacrificare e il debito è cresciuto a dismisura. Bisogna fare il contrario, lasciare che la gente lavori, che spenda e che paghi".

martedì 12 giugno 2018

BERSAGLIO NERO


Risultati immagini per moustafa 4 anni e 8 mesi
I fatti della manifestazione antirazzista di Piacenza risalgono ancora ai primi di febbraio,dove alle proteste per l'apertura di una sede di Caga Povnd nei pressi di quella dei SI Cobas(anche se l'avessero fatta in mezzo al Po era tanto uguale il disgusto)si erano aggiunte tutte le tensioni della sparatoria di Macerata(madn pazzi-e-imbecillibenvenuti-nel-nuovo terrorismo italiano )cui si è aggiunto ultimamente il ben più tragico tiro al bersaglio nero nella zona di Gioia Tauro(madn ndrangheta-e-razzismo-al-lavoro-assieme).
Per aver atterrato letteralmente un carabiniere ed aver armeggiato col suo scudo a Piacenza Moustafa si è preso la bellezza di quattro anni e otto mesi di carcere,una sentenza politica figlia dei ministri Minniti e Salvini e della voglia e ricerca a tutti i costi della sicurezza,non si sa di chi però.
Una condanna simile a quella dei ragazzi di Altsasu(madn la-sentenza-per-i-fatti-di-altsasu )dove per un soffio si è evitato il terrorismo come matrice di un'aggressione a delle merde della Guardia Civil,paesi differenti ma uniti nella repressione poliziesca sia che si parli di dimostrare per i propri diritti ed ideali in piazza che per girare per le strade.
I due articoli di Infoaut(4-anni-e-8-mesi-a-moustafa e fucilate-alla-testa-e-pugni-in-faccia )sono collegati tra loro così come i fatti sovra citati di Macerata e della Calabria vedono nella persona di colore,soprattutto se clandestina o richiedente asilo,se non sono da sfruttare e schiavizzare sono il nemico pubblico numero uno buoni da picchiare ed ammazzare.
E se come a Pisa uno sbirro arrogante si merita un pugno in faccia allora l'opinione pubblica si lancia in un grido d'allarmismo fomentato dai soliti giornalai sia televisivi che scribacchini,al soldo della destra italiana che sia Berlusconi o Salvini non fa differenza.

4 anni e 8 mesi a Moustafa per i fatti di Piacenza

4 anni e 8 mesi. Questa la sentenza nei confronti di Moustafa, lavoratore della logistica iscritto al SI Cobas, in merito ai fatti di Piacenza dello scorso 10 febbraio.

Negli scorsi giorni Moustafa era stato già colpito dalla vendetta dei Carabinieri di Belgioioso che lo avevano sottratto dalla sua abitazione dove era ai domiciliari.

Una sentenza pesante che va oltre la singola questione, animata da una volontà di attacco nei confronti delle lotte operaie e antifasciste degli scorsi mesi, che vuole fungere da monito per quelle che verranno.

Di seguito i comunicati di solidarietà a Moustafà scritti da Movimento Pavia e ControTendenza Piacenza, a cui aggiungiamo la nostra solidarietà come redazione di Infoaut.

Pena esemplare per Moustafa: 4 anni e 8 mesi in un processo politico dove tutto è stato giocato sul solco della vendetta.

Oggi il tribunale di Piacenza ha condannato, con riferimento al corteo antifascista del 10 febbraio scorso, Moustafa per resistenza e lesioni, e a risarcire il comune di Piacenza, costituitosi parte civile, per 50mila euro.

Si è rivalso così lo stato italiano su un ragazzo ventenne incensurato che quel 10 febbraio insieme a tutte e tutti si trovava a marciare per le vie di Piacenza per chiedere che non venisse aperta la sede di Casapound accanto a quella del Si Cobas, il suo sindacato.

Per quanto ci riguarda continueremo a lottare al fianco della famiglia di Moustafa per chiedere una casa e la libertà per Moustafa.

L'antifascismo e l'antirazzismo non si processano, siamo tutte e tutti Moustafa!

Movimento Pavia

Ora Moustafà siamo tutti e tutte noi

Quattro anni e otto mesi, questa la sentenza della borghesia contro l’antirazzismo.
La nostra, invece, è che siete tutti voi i colpevoli.

Voi Comune, capace di perdere la gara a “capitale della cultura” a causa della chiusura di ogni spazio culturale di socialità ma con la faccia tosta di chiedere a chi ha difeso un minimo di dignità 50’000 euro per danno di immagine.

Voi istituzioni, con la vostra finta neutralità fatta di rigore da un lato e tolleranza verso chi in questi anni ha avvelenato la convivenza civile in città e nel paese.

Voi rappresentanti dello stato, così prodighi a interpretare il vento politico e a rendere fatti le parole del neoministro Salvini. Forti con i deboli al punto di non volerli far dormire sulle panchine ma sempre e comunque leccapiedi di chi sta al gradino superiore al vostro.

Voi sinistroidi sempre pronti a dissociarvi per calcolo di bottega, incuranti del reale svolgersi degli eventi e di cosa li produce. Buoni giusto per fare qualche favore alle coop dai banchi del governo prima di consegnare un’Italia marcita alla peggior destra.

Voi padronato locale, mandante e beneficiario della repressione contro chi vi fa sborsare il dovuto che vorreste mettervi in tasca.

Voi editori dei media locali che, non paghi di dare 20 euro ad articolo a dei ragazzini, cercate sempre lo scandalismo funzionale ad alzare la tensione, selezionando pezzi di realtà, ma ben attenti ad evitare di raccontare una carica avvenuta pochi istanti prima dello scontro e sempre e comunque a difesa dell’ordine costituito.

A tutti voi possiamo solo giurare che non esiste repressione capace di farci demordere, non esiste compagno che sarà lasciato da solo.

Esistono solo l’odio e la rabbia, oggi ancora più di ieri ma, statene certi, meno di quelli che troverete domani.

ControTendenza Piacenza

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Fucilate alla testa e pugni in faccia.

Pisa, il duomo e la torre sono a due passi. L’estate non decolla, ancora non fa troppo caldo ma qui l’inizio della stagione è segnato dall’ingrossarsi del fiume dei turisti. Buoni clienti. Ne hanno fatto un mercato di questa piazza in cui solo alcuni possono fare affari. Dentro le mura, sotto la torre, hanno lasciato solo quelli dell’Opera primaziale: i bancarellai volevano espellere i senegalesi dall’area sono poi diventati i negri di turno e ora sono fuori anche loro. Tutti in piazza Manin. Ancora più in là, in via Cammeo, i senegalesi che vendono merce contraffatta: borse, bracciali, accendini. Qualche chincaglieria da “abusivi” perché ormai anche in conceria in Valdarno ti assumono come interinale e d’estate sei a casa oppure gli stipendi sono in arretrato, come l’affitto da pagare… e se l’affitto non lo paghi per quella casa di merda con altri cinque connazionali ti prendi le bastonate in mezzo alla via, come successo qualche settimana fa a Castelfranco di Sotto. A 30 km da Pisa, verso Firenze.

Poi ci sono gli sbirri. Di ogni ordine e grado, i vigili, i finanzieri la polizia di Stato. Si assicurano che le distanze vengano mantenute. I neri il più lontano possibile, poi il resto. Gli autorizzati e quelli abusivi. Se il criterio della legalità non basta a distinguere basta guardare i visi: i secondi sono sempre neri. Non sbaglia, la legge. “È che quelli qui proprio non ci devono stare”. In tutti i sensi. “Esplusioni per i clandestini”… ripete come un disco rotto mister Viminale. Sono sempre clandestini anche se si spaccano la schiena qui da trent’anni con regolare permesso di soggiorno… ma bla bla, la carta è solo carta. È proprio vero, quella è bianca e se ce l’hai non cambia il colore della pelle.

Stavolta è il turno dei carabinieri. Come al solito: sequestro della merce. Serve per le statistiche del questore. C’è rabbia. Qualche mese fa i senegalesi si difesero dai vigili e salvarono la merce. Con questi è diverso. Fanno per andare via, sono già in macchina. Qualcuno protesta, forse batte i pugni sulla macchina. Un carabiniere scende, petto in fuori. Si scaglia su una donna. Parapiglia. Fa per tornare indietro ma un cazzotto gli spacca il naso. Monta in macchina, ingrana la marcia e sfreccia.

Salvini lancia l’hashtag #tolleranzaZero e si riempie la bocca di ripristino della legalità. Il video dell’accaduto diventa virale. È tutto documentato ma nessuno parla della prepotenza del carabiniere che scatena il pugno. È quella la regola, non il pugno. Purtroppo, in un paese dove il nero è usato per fare il tiro a bersaglio: in pasto al discorso pubblico, non parla mai. È oggetto delle parole degli altri, dei loro sfoghi, delle invettive: “bestie”, “animali” “pacchia e stra-pacchia”. Ma che cazzo ne sa questo coglione che hanno fatto ministro della vita che conduce questa gente. È nero e sapere non serve perché a quello che si conosce si deve rispetto. Ma è solo un oggetto da prendere di mira. Fino anche a fargli saltare la testa. A fucilate. Era solo un “furfante abbronzato” come ha scritto Feltri. Manco i cani.

Prepotenza, umiliazione, denigrazione. È questo che vive la gente nera in questo paese. Proletari o graziati dalla sorte. Non importa. Sono vite che valgono meno. Moustafa può anche farsi quattro anni e otto mesi di galera per aver atterrato un carabiniere a Piacenza. Una piccola cambiale dopo anni di dure lotte in cui i carabinieri parlavano ai picchetti la stessa lingua violenta dei crumiri, dei capi e dei fascisti: quella delle offese e delle bastonate. Ma è un nero, Moustafa. Una condanna spropositata non rovina una vita che già non vale un cazzo anche se con una busta paga sola manteneva una famiglia di cinque persone. Come tutti i proletari. Non importa quanto si facciano il culo. Restano dei negri. Gente che vale meno. Come Balotelli, non più ricco collega di stimati professionisti, come si ama dire di quel mestiere da showbiz in cui hanno trasformato il calcio, ma solo uno che si “diverte dietro al pallone” e che neanche quando parla di sé, della sua gente e del paese in cui nato è degno di essere ascoltato. Restano dei negri per i quali un pugno in faccia sferrato all’ennesimo razzista di merda non sarà mai un rimborso sufficiente.

lunedì 11 giugno 2018

QUELLO DI MONTREAL E' STATO L'ULTIMO G7?


Risultati immagini per merkel trump montreal
Quello di Montreal in Canada potrebbe essere stato l'ultimo incontro del gruppo dei più grandi sfruttatori della terra e delle popolazioni che vi ci abitano che risponde al nome del G7,che era il G8 prima e dopo l'ingresso e l'estromissione della Russia.
Ma ancora i vari premier presenti non lo sanno ancora anche se le avvisaglie sono saltate fuori soprattutto grazie alle performance del bullo Trump che andava e veniva a suo piacimento e che non ha voluto presenziare quando il tema è stato quello dell'ambente.
Nell'articolo riportato da Contropiano(il-g7-non-ce-piu-ed-e-una-buona-cosa )le cause per cui questo ristretto gruppo di nazioni non possono più andare avanti come prima,fondamentalmente perché ormai gli Stati emergenti(ma già da parecchi anni)come la Cina,l'India e la stessa Russia rappresentano realtà di fatto che non necessitano del benestare e dell'approvazione di altri(Usa).
Poi la crisi e l'enorme divario tra ricchi e poveri in tutto il mondo e anche nei paesi membri del G7 fanno sì che la gente non vede di buon occhio il modello americano della globalizzazione e queste orge di potenti,così come la Nato a cui il nostro esecutivo subito si è prostrato.

Il G7 non c’è più, ed è una buona cosa.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo) 
La foto con la signora Merkel pronta alla carica verso un Trump a braccia conserte con l’aria del bulletto strafottente, mentre intorno tutti leader degli altri paesi del G7 non sanno che dire, che fare, per chi parteggiare, quella foto la ricorderemo a lungo. Essa segna la fine definitiva di un’epoca, quella cominciata con il crollo del muro di Berlino e subito dopo dell’Unione Sovietica.

Quest’epoca, che muore senza alcun rimpianto, è stata segnata dal dominio assoluto sul resto del mondo da parte della coalizione occidentale aggregata attorno agli USA. La Russia asservita di Eltsin era stata associata a questa coalizione e così il G7 era diventato G8, con la presenza di un Putin che ancora non era quello di oggi.

Ricordate le giornate di Genova 2001, la Diaz e l’assassinio di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere? A Genova c’era il G8 e il popolo di sinistra di tutta Europa contestava quel vertice nel nome del NO alla globalizzazione. La globalizzazione economica e le guerre imperiali nel nome della democrazia erano infatti la forma concreta con la quale il dominio del capitalismo occidentale voleva imporsi sul mondo. Del resto era stato Kissinger ad a affermare che la globalizzazione era solo “il sistema americano esteso a tutti”.

Poi la globalizzazione è entrata in crisi, per tre cause di fondo. La prima è stata la crescita del potere economico, politico ed anche militare dei paesi che l’Occidente voleva sottomettere. Russia, India, Cina, SudAfrica. I Brics dai quali gli Stati Uniti stanno cercando di riprendersi il Brasile con il golpe contro Lula. Tanta parte del mondo oggi non è più sottoposta al vecchio dominio occidentale.

La seconda causa di crisi della globalizzazione è stata la grande depressione e stagnazione economica iniziata nel 2007 ed ancora non conclusa.

La terza è stata la scelta egoistica delle classi dirigenti e di ricchi dell’occidente di non spartire nulla dei loro successi. Le classi medie ed i lavoratori sono stati massacrati dalle classi dirigenti europee e americane mentre queste estendevano i loro guadagni in tutto il mondo. E il consenso interno negli stati guida della globalizzazione è crollato.

È cosi alla fine il sistema di potere affermatosi nel 1989 è entrato in una crisi irreversibile.

Ha un bel dire Trump che rivuole il G8 con la Russia. Quest’ultima oramai non è più interessata, si va verso un mondo multipolare dove gli USA non potranno più dettar legge. E fanno un buco nell’acqua Macron e Merkel quando invece ripropongono un’alleanza euroatlantica che sono gli USA stessi, indeboliti nonostante le sbruffonerie di Trump, a non potersi più permettere.

Il vecchio mondo sta crollando con una velocità fino a ieri impensabile e, anche se non si vede ancora quello nuovo e i rischi di terribili guerre sono sempre lì a minacciarci, una cosa è certa: la globalizzazione guidata dall’Occidente è il passato.

In questa situazione ci sarebbe davvero lo spazio per una diversa politica internazionale dell’Italia. Che mettesse in discussione quel pericolosissimo ferrovecchio che è la NATO assieme ad una Unione Europea che economicamente e politicamente non sa più dove andare.
Invece da un lato Gentiloni, il PD e la grande stampa sono diventati fanatici più che mai di un mondo che la foto di Montreal descrive nel suo stato autodistruttivo. D’altro lato il nuovo governo, al di là di qualche inutile battuta, pare dominato dalla paura della legittimazione, e si conferma euroatlantico proprio quando questa parola diventa un nonsenso. Restiamo servi senza neppure saper più bene di chi.

Così le classi dirigenti italiane, vecchie e nuove, mantengono il paese totalmente esposto ai colpi delle macerie del vecchio mondo che crolla.

sabato 9 giugno 2018

ASSICURAZIONI SANITARIE:L'AMERICANIZZAZIONE DELLA SALUTE


Immagine correlata
Un tema che da sempre è molto sentito in quanto negli ultimi anni non tanto la qualità ma l'accessibilità è stata drasticamente ridotta,è quello della sanità pubblica,che grazie al susseguirsi di esecutivi che ne hanno tagliato le spese hanno costretto milioni di persone a non curarsi o ad indebitarsi per farlo.
Nell'articolo di Contropiano(la-sanita-privata-si-fa-strada )il resoconto di un rapporto del Censis commissionato da Rbm,una delle tante assicurazioni sanitarie spuntate come funghi negli ultimi quindici anni per farci capire che l'americanizzazione dell'Italia comporta e comporterà più tragicamente negli anni a venire una situazione limite:se hai un lavoro con un'assicurazione integrativa potrai curarti(sborsando comunque un sacco di soldi)sennò la via per la morte si fa sempre più vicina.
Si analizzano dati e spese divise per classi sociali,non sto nemmeno a scrivere chi avrà i massimi disagi,di un sistema composto di tempi d'attesa impossibili,dell'obbligo al ricorso ad una grossa fetta dello stipendio dedicata alle spese sanitarie e ad un pendolarismo per potersi curare adeguatamente.
Da leggere anche questo post:madn welfare-e-pensioni-ed-assicurazioni.integrative(private).

La sanità privata si fa strada aizzando la guerra tra poveri.

di  Dante Barontini 
La salute è una preoccupazione, e ogni problema relativo ti fa aprire il portafoglio con molta più velocità che per qualsiasi altra cosa. E’ una constatazione banale, ma la distorsione culturale imposta da anni di pensiero unico neoliberale riesce a pervertire anche la percezione collettiva di un bisogno vitale (se non ti curi muori, o muori prima). Ossia di qualcosa che dovrebbe essere chiara a chiunque, ma non lo è più.

Il Rapporto Censis-Rbm sulla spesa sanitaria pubblica e privata conferma appieno alcune impressioni che tutti noi potevamo aver avuto, ma presenta anche una curiosa – ma utilissima – lettura politica di massa del perché le cose vadano così male.

Partiamo dai dati, com’è giusto. “La spesa sanitaria privata degli italiani arriverà a fine anno al valore record di 40 miliardi di euro (era di 37,3 miliardi lo scorso anno). Nel periodo 2013-2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). Nell’ultimo anno sono stati 44 milioni gli italiani che hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket.” La prima conclusione è ovvia: se si spende per le cure ad un ritmo di crescita superiore (quasi il doppio) rispetto ai consumi normali (sia essenziali che voluttuari) probabilmente è perché la sanità pubblica fornisce sempre meno prestazioni, con tempistiche sempre più dilatate (liste d’attesa, ecc), a una popolazione che nel frattempo invecchia, e quindi si presenta con più frequenza dal medico e in farmacia.

Vero è che quei 40 miliardi di spesa sanitaria privata contengono un po’ di tutto (dalle operazioni fatte in proprio ai ticket per farmaci e analisi), ma comunque sono un segnale difficile da minimizzare. Tanto più se

“La spesa sanitaria privata pesa di più sui budget delle famiglie più deboli. Nel periodo 2014-2016 i consumi delle famiglie operaie sono rimasti fermi (+0,1%), ma le spese sanitarie private sono aumentate del 6,4% (in media 86 euro in più nell’ultimo anno per famiglia). Per gli imprenditori c’è stato invece un forte incremento dei consumi (+6%) e una crescita inferiore della spesa sanitaria privata (+4,5%: in media 80 euro in più nell’ultimo anno). Per gli operai l’intera tredicesima se ne va per pagare cure sanitarie familiari: quasi 1.100 euro all’anno. Per 7 famiglie a basso reddito su 10 la spesa privata per la salute incide pesantemente sulle risorse familiari.”

Qui la “questione di classe” salta agli occhi. I consumi operai – in senso lato – sono rimasti al chiodo in termini assoluti, anche perché il loro salario non è affatto aumentato (dunque è diminuito tenendo conto dell’inflazione, fortunatamente bassa); ma ciò nonostante la spesa sanitaria è cresciuta molto più dell’inflazione.

Andando a guardare più in dettaglio, il quadro si fa drammatico quando le cure di cui si necessita sono urgenti, al punto di non poter attendere i tempi delle liste d’attesa.

Nell’ultimo anno, per pagare le spese per la salute 7 milioni di italiani si sono indebitati e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi. Solo il 41% degli italiani copre le spese sanitarie esclusivamente con il proprio reddito: il 23,3% deve integrarlo attingendo ai risparmi, mentre il 35,6% deve usare i risparmi o fare debiti (in questo caso la percentuale sale al 41% tra le famiglie a basso reddito). Il 47% degli italiani taglia le altre spese per pagarsi la sanità (e la quota sale al 51% tra le famiglie meno abbienti). In sintesi: meno guadagni, più devi trovare soldi aggiuntivi al reddito per pagare la sanità di cui hai bisogno.

Un crescendo di impegni finanziari obbligati – l’alternativa è attendere che la malattia faccia il suo corso, spesso mortale – che può essere ancora più dettagliato:

«Sono 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani. Nella top five delle cure, 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per 7,5 miliardi), 4 su 10 prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e 1 su 10 protesi e presidi (per quasi 1 miliardo), con un esborso medio di 655 euro per cittadino».

Sia chiaro: il Rapporto Censis-Rbm non punta a “realizzare il socialismo”, ma più sobriamente a promuovere una “seconda gamba” per il sistema sanitario, sul modello delle “pensioni integrative”: Questa situazione può essere contrastata solo restituendo una dimensione sociale alla spesa sanitaria privata attraverso una intermediazione strutturata da parte del settore assicurativo e dei fondi sanitari integrativi. Bisogna superare posizioni di retroguardia e attivare subito, come già avvenuto in tutti gli altri grandi Paesi europei, un secondo pilastro anche in sanità che renda disponibile su base universale – quindi a tutti i cittadini – le soluzioni che attualmente molte aziende riservano ai propri dipendenti.

Progetti Rbm a parte (è una società di assicurazione, in fondo), si comprende facilmente come una gestione così “profittevole” del sistema sanitario abbia fin qui creato rabbia, scoramento o, come da qualche tempo scrive il Censis, “rancore”. Ed è qui che l’intreccio tra disagio sociale e culture politiche superficiali crea cortocircuiti in altri tempi impensabili:

Il 37,8% degli italiani prova rabbia verso il Servizio sanitario a causa delle liste d’attesa troppo lunghe o i casi di malasanità. Il 26,8% è critico perché, oltre alle tasse, bisogna pagare di tasca propria troppe prestazioni e perché le strutture non sempre funzionano come dovrebbero. Il 17,3% prova invece un senso di protezione e di fronte al rischio di ammalarsi pensa: «meno male che il Servizio sanitario esiste». L’11,3% prova un sentimento di orgoglio, perché la sanità italiana è tra le migliori al mondo. I più arrabbiati verso il Servizio sanitario sono le persone con redditi bassi (43,3%) e i residenti al Sud (45,5%). Ma per un miglioramento della sanità il 63% degli italiani non si attende nulla dalla politica. Per il 47% i politici hanno fatto troppe promesse e lanciato poche idee valide, per il 24,5% non hanno più le competenze e le capacità di un tempo.

Ci sono insomma tutti gli elementi per cui la “rabbia” potrebbe prendere la forma dell’”odio di classe” – per dirla con Edoardo Sanguineti – ma ciò non avviene. Il “rancore” resta incosciente, incapace di individuare i responsabili veri di questa situazione (l’avanzare del capitale privato nel business della salute, grazie a tagli della spesa pubblica decisi di concerto tra Unione Europea e governi nazionali). E dunque accetta per buoni gli slogan più idioti prodotti dalla politica peggiore:

«Ognuno si curi a casa propria». È questa una delle reazioni alla sanità percepita come ingiusta, il sintomo del rancore di chi vuole escludere e punire gli altri per non vedersi sottrarre risorse pubbliche per sé e i propri familiari. Sono 13 milioni gli italiani che dicono stop alla mobilità sanitaria fuori regione. E in 21 milioni ritengono giusto penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell’accesso alle cure del Servizio sanitario le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e gli obesi.

L’inversione della responsabilità balza agli occhi. La “colpa” è del vicino (il meridionale, il vizioso, gli immigrati, ecc), non di chi comanda. Invece dell’odio di classe – i poveri contro i ricchi – si accetta di essere spinti nella “guerra tra poveri”, da cui comunque non potrà venire alcun giovamento, neppure nel caso – altamente improbabile – di “vittoria”. Quando pure venissero escluse dalla cure pubbliche una serie di categorie “colpevoli” (attendiamo con pazienza che la lista comprenda anche “i vecchi”), in ogni caso i tagli alla spesa sanitaria ristabilirebbero in poco tempo la situazione attuale.

Sul piano politico questa ottusità indotta è addirittura solare:

Più rancorosi verso il Servizio sanitario sono gli elettori del Movimento 5 Stelle (41,1%) e della Lega (39,2%), meno quelli di Forza Italia (32,9%) e Pd (30%). Ma gli elettori di 5 Stelle (47,1%) e Lega (44,7%) sono anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento, rispetto a quelli di Forza Italia (31,4%) e del Pd (31%). La sanità ha giocato molto nel risultato elettorale (per l’81% dei cittadini è una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare) e sarà il cantiere in cui gli italiani metteranno alla prova il passaggio dall’alleanza del rancore al governo del cambiamento.

In questo mondo rovesciato fin nei fondamentali, quelli che più hanno da perdere si identificano politicamente in quelli che toglieranno loro anche quel poco che è rimasto, nella convinzione che verranno colpiti “gli altri”.

Non ci vuole molto per vedere come queste “ideologie colpevolizzanti” siano prodotte in appositi think tank e poi fatte assorbire in anni di continue, pressanti, sgangherate, campagne mediatiche. Lega e Cinque Stelle passano all’incasso; imprevedibilmente, almeno per chi aveva promosso quelle campagne, ma come conseguenza piuttosto logica. A forza di indicare “il pubblico” come il luogo dello spreco e del malaffare, il capitale multinazionale neoliberista – grazie ai governi di Grosse Koalition che cancellavano praticamente la distinzione tra destra e sinistra parlamentare – ha aperto la strada al piccolo capitale in crisi, nazionalistico per limitatezza degli orizzonti e della capacità di competere globalmente, gretto e reazionario come un rettile in pericolo, ma più vicino – nella vita quotidiana – al “senso comune della gente”.

Non è la prima volta che accade. Sta a noi far sì che non accada di nuovo. Ragionando e lottando, senza farsi ingannare dai lamenti della “vecchia sinistra liberista” che in queste ore rispolvera il vocabolario antifascista.

venerdì 8 giugno 2018

LE FRANE DELLA VAL SUSA CONSEGUENZA DEL TAV


Risultati immagini per frana bussoleno chiamparino
La frana di Bussoleno che ha visto ieri il paese della Val Susa invaso da un fiume di fango,ha fortunatamente risparmiato delle vite umane,ma poteva andare molto peggio vista l'entità dell'evento che è stato fulmineo e frutto di una politica sul territorio che privilegia il Moloch della Tav dimenticandosi di piccole opere che se non eseguite portano a questi disastri.
Questa è già la quarta e più grave frana nel territorio valsusino in questo periodo,dopo che l'estate aveva visto la zona devastata dagli incendi che non sono stati contrastati a dovere a causa dei costi visto che sono stati indirizzati quasi totalmente verso il progetto dell'alta velocità.
La mancanza degli alberi ovviamente ha causato gli smottamenti e la discesa a valle di enormi quantità di acqua,fango e detriti che senza ostacoli travolgono strade e abitazioni come spiegato nell'articolo proposto qui sotto(www.infoaut.org/no-tav )che è anche una dura critica al Presidente del Piemonte,il piddino Chiamparino,che ha detto che per bloccare la Tav devono passargli sopra:occhio che ora hanno sdoganato la politica delle ruspe.

Sulle frane di Bussoleno: è criminale chi vuole ancora il Tav, Chiamparino vergognati!

No questa volta non aspettiamo a dire le cose come stanno, perché siamo stufi, amareggiati e molto, molto arrabbiati.

Siamo di fronte ad una tragedia che ci dimostra, con tutta la violenza che solo la natura sa esprimere, come il nostro territorio abbia bisogno di cura, di manutenzione, di una vera politica di messa in sicurezza.

Siamo travolti dalle frane di fango che giungono fino ai nostri paesi, travolgendo le nostre case senza trovare nessun ostacolo: nella loro corsa non trovano più barriere naturali perché bruciate durante gli incendi di mesi fa.

Incendi che ci avevano dimostrato come nel territorio della grande opera non ci siano i soldi per qualche canadair in più, ed oggi le conseguenze sono pesantissime, come avevamo sperato non avvenisse mai. E invece dalla siccità di quest’inverno siamo passati alle piogge copiose di questi giorni e come era normale e purtroppo prevedibile, ecco il conto che ci viene presentato, tutto in una volta.

No questa volta non possiamo aspettare a indicare le colpe di quanto sta avvenendo perché chi ha responsabilità politiche di voler costruire il Tav e amministrare la Regione si deve sentire responsabile di questa situazione.

E’ criminale chi vuole ancora il Tav e non vuole abbandonare un progetto inutile in favore di tante piccole opere utili di cura e messa in sicurezza di un territorio che ne ha veramente bisogno. Siamo alla quarta frana in poco tempo a Bussoleno e non abbiamo mai visto i papaveri della Regione, intervenire, stanziare fondi, mettere in cima alle priorità la salvaguardia di una valle ferita dal fuoco e a rischio  e oggi colpita dall’acqua e dal fango.

Abbiamo invece sentito dire a Chiamparino, presidente della Regione “Finché sono qui prima di bloccare la Tav devono passare sul mio corpo”.

Ha detto proprio così e non lo abbiamo visto mettersi davanti alle nostre case per farsi passare sopra dal fango, come non lo avevamo visto farsi passare sopra dagli incendi per fermare il fuoco mesi fa.

No, lui dice che “che per bloccarla devono passarmi sopra” perché anche di fronte ad una realtà schiacciante sulle necessità dalle Valle di Susa e del Paese intero, si schiera a favore dei grandi interessi e delle priorità del sistema tav, di cui è un buon custode.

No questa volta non possiamo aspettare e vi accusiamo subito, senza paura, perché forti delle nostre ragioni e feriti nel nostro orgoglio di comunità, che ancora una volta dovrà fare da sé e fare a meno di voi, politici ipocriti, chiusi nei bei palazzi barocchi a fare il tifo per i cantieri militarizzati.

Non possiamo dire che vi passeremmo volentieri sopra, ma la tentazione è veramente tanta.

Forza Valsusa!

ps: Come Movimento No Tav anche in questo caso dobbiamo dimostrarci uniti e non lasciare sole le persone coinvolte in questa emergenza!
L’appuntamento è per domani mattina alle ore 9 presso “La Credenza” di Bussoleno.
 Diamo una mano concreta a chi ha bisogno : portiamo tutto l’occorrente per liberare le case da fango e detriti.

E se fosse come si dice in queste ore che Chiamparino potrebbe venire a Bussoleno per la sua parata davanti alle macchine fotografiche dei giornalisti, sapremo trovare il tempo da dedicargli.

giovedì 7 giugno 2018

SALVINI MAESTRO D'IGNORANZA E D'IGNORANTI


Risultati immagini per flat tax per i ricchi
Ieri ho dovuto rileggere più di un paio di volte la notizia data dal Televideo per vedere se ci fosse stato un errore di battitura oppure un refuso,ma la notizia di un Salvini che come al solito dall'alto della sua ignoranza pontifica su questioni non di sua portata(tutte)che ha dichiarato che la flat tax è giusta perché fa pagare meno tasse ai più ricchi è ripugnante.
E la spiegazione ancor di più,e mentre Berluscojoni la proponeva affinché ci fosse una diminuzione degli evasori fiscali,Salvini afferma che con questo metodo fiscale ovviamente i ricchi sempre più in grana possano offrire di più in termini di posti di lavoro ai sempre più poveri.
Questa balla enorme degna di pensieri ottocenteschi quando le monarchie regnavano in quasi tutta Europa,oltre che essere stata storicamente messa all'angolo offre l'immagine,se ce ne fosse ancora il bisogno di essere dimostrato,di un ricercatore di poltrone ottuso,reazionario e liberista,un uomo di merda come ben pochi.
L'articolo di Contropiano(la-pacchia-dei-ricchi-grazie-a-salvini )spiega questa che non è una provocazione ma un atto,detto per bocca di un ministro che non c'entra nulla con questioni economiche se non per i soldi intascati dai leghisti in modo oscenamente criminale,altrettanto delinquenziale di un modo di essere del nuovo esecutivo.
Propongo altri due post(madn il-rapporto-ocse-sulle-disuguaglianze e madn servili-con-i-ricchi-e-potenti-con-i deboli )in cui si dimostra che la forbice della disuguaglianza sociale andrà sempre più allargandosi e che la famigerata aliquota al 15%(almeno la cifra è quella per ora)è già stata un'idea dello scorso governo messa in atto da questo legittimo.
Non sto nemmeno a ripetere più di tanto che chi ha votato Salvini,almeno quelli che galleggiano sulla soglia di povertà,hanno dato in mano uno strumento che li penalizzerà ancor di più,ma sappiamo che l'Italia soprattutto di oggi è piena di chiacchieroni e anche parecchio ignoranti e stupidi.

La pacchia dei ricchi grazie a Salvini.

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo) 
Nell’irrefrenabile bisogno di fare emergere il suo sentire profondo, contando sulla complicità della grande stampa e sull’ottundimento – dell’opinione pubblica, Matteo Salvini questa volta ha esaltato la riduzione delle tasse per i ricchi.
 È giusto che chi ha tanti soldi ne versi meno allo stato, ha detto, perché così con quello che risparmia darà più lavoro ai poveri. Dopo aver dato sfogo sui migranti alla sua anima Casapound, ora Salvini libera il Berlusconi che è dentro di lui.
 In realtà nemmeno il magnate di Arcore, che grazie a Salvini guadagnerebbe decine di milioni all’anno per tasse risparmiate, era stato mai così spudorato quando rivendicava la riduzione del fisco per i più ricchi.

Berlusconi aveva sempre presentato la flat tax o simili come un strumento per ridurre l’evasione fiscale: secondo lui dovendo pagare di meno i ricchi almeno avrebbero pagato. Tutto qui. Era una bufala ovviamente, ma quella di Salvini è più grande.

In lingua inglese la teoria del ministro degli interni è chiamata la “twinckle down theory”. Letteralmente la teoria del gocciolamento verso il basso. Cioè più la mensa dei ricchi è piena, più gocciolano verso il basso avanzi che possono sfamare i poveri. Una teoria che nega ogni valore economico allo stato sociale e che riporta la politica ad una concezione ottocentesca del capitalismo. Che Salvini ha sposato in pieno.

Il milione di posti di lavoro promesso da Berlusconi nel 1994, torna, prudentemente senza una quantificazione, con la promessa che se Briatore e simili pagheranno un bel po’ di tasse in meno, ci saranno altrettanti occupati in più.

Una teoria barbara e stupida, totalmente falsificata dai fatti. Il reazionario ultra liberista Ronald Reagan la mise in pratica come presidente degli Stati Uniti negli anni 80. Ovviamente i ricchi ringraziarono, ma si tennero tutto quello che affluiva alla loro tavola. In compenso furono tagliate tante spese sociali pubbliche e alla fine degli otto anni reaganiani i poveri erano aumentati a decine di milioni.

La riduzione delle tasse ai ricchi nel nome del lavoro è la prima e la più sfacciata delle balle liberiste che dominano il mondo e che lo hanno portato alla crisi attuale. Salvini, dichiarando finita la pacchia per i migranti e proclamandone una ancora più grande per i ricchi, ha mostrato tutta la sua anima liberista e reazionaria. D’ora in poi chi ancora lo difende nel nome del popolo non potrà più in alcun modo essere considerato in buona fede.

mercoledì 6 giugno 2018

LA SENTENZA PER I FATTI DI ALTSASU


Risultati immagini per altsasu sentenza audiencia nacional
Ieri parecchie piazze basche si sono riempite di solidali e complici con gli arrestati di Altsasu che hanno avuto la sentenza da pare dell'Audencia National di Madrid per gli ormai famosi fatti dell'ottobre di due anni fa e di una rissa che ha coinvolto dei rappresentanti della Guardia Civil.
Nonostante la caduta dell'accusa assurda di terrorismo la mano pesante ha assicurato ai giovani detenuti(due già in galera)pene dai due ai tredici anni(la stessa per omicidio):quattro sono stati arrestati mentre altri due dovrebbero esserlo ancora,temendo un possibile rischio di fuga come dice un quotidiano di destra che parla di petizioni dei familiari della stessa Guardia Civil(galego.farodevigo.es ).
L'articolo di Infoaut(EH niente-terrorismo-per-i-fatti-di-altsasu-ma-pene-altissime )parla di questa condanna assolutamente politica in un periodo dove il partito principale della repressione nei confronti dei baschi,il Partito Popular,ha appena visto il suo capo Rajoy estromesso dall'incarico di premier(madn rajoy-e-lo-scandalo-corruzione-in-spagna ),e questo è un segno che i tribunali dell'inquisizione sono ancora appoggiati dagli stessi fascisti degni eredi del regime franchista.
Vedi anche:madn finita-letae-la-repressione? .

Euskal Herria: niente terrorismo per i fatti di Altsasu ma pene altissime.

Il tribunale di appello spagnolo, l’Audencia Nacional, ha negato ieri ci sia stato “terrorismo” nella maxi rissa scoppiata nella cittadina di Altsasu nell’ottobre 2016 a seguito di una provocazione poliziesca ma ha confermato pene altissime, dai due ai tredici anni, per gli otto giovani baschi sotto processo.

Il 15 ottobre del 2016 e i media di tutta la Spagna riportavano la notizia di un aggressione al bar Koxka a danno di due agenti della Guardia Civil da parte di 50 persone. Alla conferenza stampa tenutasi il giorno dopo gli abitanti di Altsasu hanno smentito con forza le accuse e affermato che gli agenti avevano causato la rissa dentro il bar. Uno di questi invece ha dichiarato che almeno sei erano stati quelli che li avevano attaccati. La sera stessa sono partiti gli arresti che hanno avuto l’appoggio e il sostegno del Presidente spagnolo Rajoy. Da allora, uno degli imputati è ancora in carcere, tre degli otto ci sono rimasti per 500 giorni, gli altri 4 per un anno.

Le finalità terroristiche dei reati contestati, sono state respinte, ma l’Audencia Nacional ha applicato le pene massime previste per i reati di resistenza e lesioni ad agenti di pubblica sicurezza con l’aggravante di “abuso di superiorità e odio per motivi ideologici e di ostilità nei confronti della Guardi Civil”. Insomma un vero accanimento politico che, pur non riuscendo ad assimilare alla casistica terroristica la resistenza alle provocazioni poliziesche, mira comunque a punire esemplarmente qualsiasi forma di contestazione alla presenza dello Stato spagnolo nel territorio basco con gli strumenti della provocazione e dell’abuso sistematico.

Ainara Urkijo è stata condannata a due anni di carcere, mentre tra gli altri sette sono stati condannati a pene che oscillano dai sette ai nove anni: Jon Ander Cob, Julen Goikoetxea e Aratz Urrizola. A tredici anni Oihan Arnanz e Iñaki Abad. A dodici Jokin Unamuno e Adur Ramírez de Alda. Si tratta dello stesso numero di anni di carcere comminati per un omicidio. Appresa la lettura della sentenza i genitori dei giovani si sono mossi in corteo per Iruñea, Pamplona, tra gli applausi di centinaia di altre persone: “invitiamo tutti a scendere in strada, continueremo a lottare per ottenere giustizia”.

martedì 5 giugno 2018

IL LAZZARO DI KIEV


Risultati immagini per arkady babchenko resuscitato
La spy story degna di un romanzo o di un film che nei giorni scorsi è passata almeno da noi in secondo piano,ma ben presente sui media internazionali,della morte e resurrezione del giornalista Arkady Babchenko,ex guerrigliero russo poi corrispondente di guerra fortemente contro Putin.
La polizia di Kiev,dove vive e lavora attualmente,aveva dato la notizia della sua morte salvo poi smentirla il giorno successivo presentando in una conferenza stampa il redivivo Babchenko spiegando che il suo assassinio è stato inscenato per potere arrestare il suo presunto killer ed i mandanti,degli agenti russi.
Non è stato confermato ancora nulla,non sarebbe certo la prima volta che Putin utilizzi per poi passare da immacolato degli strumenti risolutivi per fare tacere della gente e dei giornalisti,ma la dinamica e le spiegazioni ucraine lasciano più di un dubbio.
Il redazionale proposto(left.it )parla non solo del caso Babchenko ma di altri casi,delle relazioni sempre al limite tra Russia e Ucraina e del fatto che con questo modo di agire farsesco tutti i giornalisti ammazzati per il loro lavoro sono stati uccisi un'altra volta.

I mille interrogativi aperti del caso Babchenko.

Al Cpj, Comitato protezione giornalisti, Bebe, addetto ai contatti con la stampa, si scusa tanto: «Siamo sommersi di domande sulla questione, i miei colleghi stanno investigando, perdonami, non c’è tempo per un’intervista nei prossimi giorni, ma c’è questo».

Ciò che Bebe invia, è una serie di domande che l’organizzazione ha reso pubbliche e a cui sta cercando di trovare risposte plausibili. Il caso è quello di Babchenko: il giornalista russo Arkady, morto, ma anche “resuscitato”, a fine maggio a Kiev. «Quanto era credibile la minaccia alla vita di Babchenko? Che prove aveva l’Sbu, – che ha messo in scena il suo assassinio -, che i servizi segreti russi stessero orchestrando un omicidio?». Poi «perché sono stati accusati i segreti servizi russi prima di completare le indagini? Da quando e quanto sapeva la moglie del giornalista di tutto questo? Siamo contenti che Babchenko sia vivo», dicono ancora dal Cpj, ma allo stesso tempo «questa azione estrema delle autorità ucraine ha il potenziale per sminuire la fiducia pubblica nei giornalisti e ammutire l’ira della società civile quando i giornalisti vengono uccisi».

Tutti i giornali del mondo hanno comunicato con sgomento la notizia della morte dell’ex soldato, veterano delle guerre cecene e poi reporter di guerra, ma qualche ora dopo, i quotidiani hanno dato l’informazione opposta: quella della sua “resurrezione”. Babchenko si è presentato negli uffici dell’Sbu, servizi segreti ucraini, a Kiev, dove è stato mostrato il video del suo presunto omicida. L’unica cosa che si vede nell’inquadratura però sono le mani di qualcuno che conta molti soldi, banconota dopo banconota, proprio davanti all’obiettivo della telecamera: è il compenso per il suo assassinio che, secondo gli interlocutori in macchina, costa 30mila dollari. Il killer riceve la prima metà, l’altra, dice la voce fuori campo, la riceverà a lavoro compiuto. L’Cpj però mantiene i suoi interrogativi: «Non sono state date prove concrete durante la conferenza stampa delle autorità ucraine».

La prossima volta che un giornalista verrà ucciso in Russia, la gente comincerà a chiedersi se è vero, hanno scritto molti operatori della stampa, tra cui uno dei massimi esperti di servizi segreti russi, il giornalista Andrej Soldatov. La vicenda Babchenko farà storia. «La morte era un fake, il danno invece no. Babchenko è “resuscitato”, la verità non ci riuscirà così facilmente»: il suo caso non ha nemmeno lontanamente «danneggiato la narrativa di Mosca, hanno fatto invece un regalo alla propaganda», c’è scritto in un editoriale apparso sul Guardian. Non è firmato, ma condiviso dalla testata e dalla maggioranza degli operatori dei media che hanno pianto la morte del giornalista, hanno sorriso alla notizia del suo «ritorno in vita», ma poi hanno cominciato a fare domande. Babchenko non ha risposto se non così: «L’etica giornalistica è l’ultima cosa a cui penso in questo momento». Presto diventerà ucraino e abbandonerà la cittadinanza russa. Ora vive in una località segreta e ha promesso di «morire a 96 anni, dopo aver ballato sulla tomba di Putin».

Adesso servono motivi, evidenze, ragioni credibili: «Che prove ci sono contro questo presunto killer arrestato? E chi è l’uomo ora tenuto in custodia? Who is he, where is he?». Un uomo è stato messo in carcere: si chiama Boris German, ma, una volta in manette, ha accusato ancora un altro uomo e si è dichiarato, al contrario, collaboratore del controspionaggio gialloblu. Sarebbe stato al gioco per salvare la vita al giornalista. Mentre si continua ad indagare sul caso Babchenko, Maidan è tornata.

A Kiev il 26 maggio gli attivisti hanno sfilato vestiti da galeotti, a righe bianche e nere, con catene ai polsi: un simbolo della prigionia, un tributo di solidarietà agli oltre 60 prigionieri politici ucraini chiusi nelle carceri russe. I manifestanti hanno soprattutto chiesto la liberazione di Oleg Sentsov, il regista accusato dalle autorità di Mosca di aver organizzato attentati terroristici in Crimea dopo l’annessione della penisola alla Russia nel 2014. Si è marciato per lui anche a Tel aviv e Lipsia, fino a Vienna e Sydney, ma anche nella stessa Mosca. Sentsov è entrato in sciopero della fame il 14 maggio, deve scontare oltre 20 anni di carcere e, come ha riferito a sua sorella Natalia Kaplan, vorrebbe morire quando tutti saranno dietro lo schermo o negli stadi affollati della Federazione di Putin: «Sono felice se morirò durante i Mondiali di calcio per riportare l’attenzione sulla vicenda dei miei connazionali in prigione». Questa è notizia vecchia, la nuova però è che Sentsov è in terapia medica di sostegno e molti temono per la sua salute.

Dal caso Skripal a quello di Babchenko, l’indice dell’Ovest si leva sempre per accusare Mosca, ma il Cremlino ricorda che questo avviene sempre «senza prove». Nemmeno l’Ucraina è una patria sicura per i giornalisti: sono passati quasi due anni esatti da quando Pavel Sheremet, giornalista dell’Ukrainska Pravda, è stato ucciso a Kiev il 20 luglio 2016. Una bomba è esplosa nell’auto che guidava mentre stava raggiungendo Radio Vesti. Sheremet, – amico di Boris Nemtsov, ucciso alle porte del Cremlino nel 2015 -, era un feroce oppositore del governo Putin, ma il reporter criticava il leader russo almeno quanto quello ucraino, Poroshenko. Mentre si compie l’inszenirovka, la messa in scena di Babchenko, l’assassinio – reale – di Sheremet rimane in un dossier sommerso dalla polvere al dipartimento inchieste della capitale.

Ucraina: guerra e pace. E Russia, terra di scambi di prigionieri e celle chiuse. Dopo essere stata in carcere in Russia, dove era accusata dell’omicidio di due giornalisti russi in territorio di guerra, la soldatessa Nadezhda Savchenko è tornata a Kiev nel maggio 2016. La pilota è stata arrestata a fine marzo scorso, di nuovo, con la stessa accusa di Sentsov: terrorismo. Avrebbe pianificato di far saltare in aria la Rada, il Parlamento di Kiev. Nonostante si dichiari innocente, si è detta però pronta allo scambio prigionieri: la sua condanna la sconterà in Russia se «i 60 ostaggi del Cremlino saranno liberi. Capisco quale potrebbe essere il mio destino in Russia, ma se 60 ucraini e tatari della Crimea fossero scambiati per me, sono pronta a scontare 22 anni in una prigione russa».

Da Mosca, a Kiev, fino in Italia. Per la morte del fotoreporter Andy Rocchelli e del giornalista – all’epoca suo traduttore – Andrej Mironov, è stato accusato Vitaly Markiv, 29enne italo-ucraino, rinviato a giudizio in un’udienza preliminare tenutasi al tribunale di Pavia lo scorso maggio. Stesso mese, dalla primavera di oggi a quella di ieri: era maggio anche quattro anni fa, quando Andy e Andrej persero la vita nella Slaviansk sotto assedio. Nella cittadina dell’Ucraina dell’est i militari di Kiev erano sulla collina, le truppe dei filorussi erano a valle. Markiv, secondo l’accusa, era sulla collina. Il processo in cui anche la Fnsi, Federazione nazionale stampa italiana si è costituita parte civile insieme alla famiglia Rocchelli, comincerà il prossimo 6 luglio.

Dal 2014, primo anno della guerra in Donbass, il conflitto non è finito in Ucraina e il suo presidente non manca quotidianamente di ricordarlo. Fa domande alla comunità internazionale, ma raramente fornisce risposte. A inizio giugno è direttamente a lui che si è rivolto il Cpj: è l’ultima richiesta, ma senza punto interrogativo. È una lettera. «Caro presidente Poroshenko, siamo il Comitato protezione giornalisti, le chiediamo di tenere al più presto una conferenza stampa con gli ufficiali ucraini coinvolti nell’operazione Babchenko, perché abbiamo delle domande da rivolgerle».

lunedì 4 giugno 2018

'NDRANGHETA E RAZZISMO AL LAVORO ASSIEME


Risultati immagini per sacko soumayla vauro
L'assassinio del sindacalista maliano Sacko Soumayla ammazzato da ignoti,e che molto probabilmente lo rimarranno visto il contesto sociale mafioso di dove è avvenuto il fatto aggravato dal razzismo,è uno dei primi risultati del far west che vuole il nuovo governo ma che obiettivamente è il legittimo figlio dei decreti Minniti.
I due articoli proposti(left qui-dove-rovistare-tra-i-rifiuti-e-chiamato-rubare-e-si-spara/ e ecn antifa vibo-valentia-spari )parlano e commentano una vera e propria esecuzione,un tiro al bersaglio che avrebbe avuto la conseguenza della strage se fossero stati colpiti anche gli altri due amici presenti,mentre stavano prendendo delle vecchie lamiere che sarebbero dovute servire da materiale per la baraccopoli dove decine di migranti sfruttati della 'ndrangheta lavorano in condizioni disumane.
La zona è la stessa dove a gennaio morì la nigeriana Becky Moses in un incendio(madn il-rogo-nel-rifugio-dei-nuovi-schiavi )e dove nonostante le denunce e i casi di caporalato sotto al sole,nulla si muove,le istituzioni non esistono e comandano solo le 'ndrine che non possono vedere i migranti osare ribellarsi ma che vanno solo bene per essere degli schiavi.

Qui dove rovistare tra i rifiuti è chiamato “rubare”. E si spara.

di Giulio Cavalli
Colpi di fucile. Mirato, puntato come un tirassegno solo che qui è ancora più divertente perché a cercare di non farsi ammazzare c’è un uomo vero, in più “negro”. Sacko Soumayla è morto come si muore nelle zone di guerra, con un colpo ficcato dentro alla testa e le gambe che crollano. Sacko era entrato con i due suoi compagni Madiheri Drame, 30 anni, e Madoufoune Fofana, 27 anni, la vittima era entrata all’ex Fornace, una fabbrica abbandonata nella zona di San Calogero, vicino a Gioia Tauro e alcuni bianchi e puri scesi da un Panda hanno cominciato a prenderli a fucilate.

Cercavano lamiere per costruire una baracca da aggiungere alla baraccopoli di San Ferdinando, una zona di pacchia, come direbbe il ministro dell’Interno Matteo Salvini, dove non troppo tempo fa un incendio ha ucciso Becky Moses. Non è solo un omicidio a sfondo razziale, è una tentata strage se non fosse che gli altri due sono riusciti a mettersi al riparo.

Ma la decadenza di un Paese che assomiglia sempre di più all’odore dei conati salviniani sta soprattutto nei commenti all’accaduto: da una parte c’è la politica che tace quasi tutta perché con il governo giallo verde i “negri” possono morire e dall’altra ci sono quelli che giustificano l’accaduto dicendo che quelli stavano rubando.

Se rovistare tra i rifiuti e le macerie diventa un furto allora il degrado è compiuto: siamo nel tempo in cui avere vistosamente bisogno di aiuto, essere pubblicamente disperati e essere oscenamente poveri è insopportabile. Lo chiamano decoro, ordine, sicurezza e pulizia ma ha l’odore dell’intolleranza verso ciò che vorremmo nascondere dalla vista.

Fate così: stamattina gridate “ladro” a qualcuno che cerca di recuperare spizzichi di cibo dalla spazzatura. Guardatelo bene in faccia, come non reagisce. Quella è la fotografia di un’epoca.

Buon lunedì.

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Vibo Valentia, spari contro tre migranti Un morto. “Quattro colpi da un uomo”. ·
Indagini: “Movente è furto di alluminio”

L’omicidio è avvenuto tra Nicotera e Rosarno. La vittima, Sacko Soumaila che viveva nella tendopoli di San Fernando, aveva deciso di aiutare due connazionali a raccogliere in una fornace abbandonata alcune lamiere per le loro baracche. Nei giorni precedenti, il gruppo di extracomunitari - solitamente dedito ai furti - era stato notato da alcuni residenti della zona che avevano presentato un esposto ai carabinieri

 3 giugno 2018

“Stavamo raccogliendo delle lamiere quando si è fermata una Fiat Panda bianca vecchio modello ed è sceso un uomo con un fucile che ci ha sparato contro 4 volte”. Drane Maoiheri, maliano di 39 anni, racconta la sparatoria in cui è rimasto coinvolto ieri in un vecchio stabilimento abbandonato nelle campagne di San Calogero (Vibo Valentia), in cui è stato ferito di striscio ad una gamba. Una sparatoria nella quale è morto con un colpo alla testa il 29enne suo connazionale Sacko Soumaila. Ferito anche un terzo migrante, pure lui del Mali. Il movente, secondo quanto emerge dalle prime indagini e secondo la prefettura di Reggio, è una vendetta per un furto di alluminio.

“L’ho conosciuto nel 2006 – racconta Drane – quando sono giunti in Italia. Lui era già qua nella tendopoli. Era bravo e ieri era venuto con noi per aiutarci”. Soumali, infatti, viveva nella nuova tendopoli allestita nell’area industriale di San Ferdinando mentre gli altri due nella vecchia tendopoli che si trova a poche centinaia di metri dalla prima e caratterizzata da baracche tirate su alla meglio dai migranti. E le lamiere sono una delle componenti fondamentali per le baracche. Così, ieri pomeriggio, i due cittadini maliani che poi sono rimasti feriti, hanno deciso di andare a piedi in un vecchio stabilimento abbandonato nelle campagne di San Calogero (Vibo Valentia). E Soumali, che non ne aveva bisogno, ha deciso di aiutarli.

Soumayla è deceduto appena arrivato nel reparto di neurochirurgia degli ospedali Riuniti di Reggio Calabria. I carabinieri e la Procura di Vibo Valentia, guidata da Bruno Giordano, stanno cercando di ricostruire la dinamica. L’arma non è stata ancora trovata ma è sicuramente un fucile utilizzato prima per uccidere Sacko e poi per ferire gli altri due migranti.

Nei giorni precedenti, il gruppo di extracomunitari – solitamente dedito ai furti – era stato notato da alcuni residenti della zona che avevano presentato un esposto ai carabinieri. Ed è proprio da qui che sono partite le indagini coordinate dal sostituto procuratore Ciro Luca Lotoro. Una pista che potrebbe portare presto a una soluzione. E non si esclude che qualcuno si sia fatto giustizia da solo. “Stiamo lavorando – è l’unico commento del procuratore Giordano -. Abbiamo già acquisito una serie di elementi che probabilmente saranno significativi. Non posso dire di più”.

Anche se la sparatoria è avvenuta nel territorio di Vibo Valentia, visto che il migrante ucciso viveva nella tendopoli di San Ferdinando, la prefettura di Reggio Calabria nella tarda serata di sabato ha convocato una riunione d’urgenza del coordinamento delle forze di polizia. Al termine della riunione è stata programmata l’ulteriore intensificazione dei controlli nell’area che ospita la tendopoli dove soggiornano i migranti che lavorano nei campi della piana di Gioia Tauro. Gli inquirenti non si sbilanciano. “Abbiamo molti indizi che speriamo ci consentiranno di scoprire chi ha sparato. – dice uno di loro – Ma ancora dobbiamo chiudere il cerchio. Se poi – dice a ilfattoquotidiano.it di un investigatore – il colore della pelle avesse incentivato l’istinto omicida, questo è un discorso che ci dirà l’assassino se lo arresteremo”.

Usb: “La dottrina Salvini fa la prima vittima” – “‘È finita la pacchia, la dottrina di Matteo Salvini, ha fatto scorrere il primo sangue ieri sera in Calabria, il sangue di Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni sempre in prima fila nelle lotte dell’Unione Sindacale di Base per i diritti sindacali e sociali dei braccianti. Soumaila è stato ucciso da una delle fucilate sparate da sconosciuti da una sessantina di metri di distanza. Un tiro al bersaglio, diversi i colpi esplosi, contro ‘lo stranierò, da rispedire nel paese d’origine”. Così in una nota è l’Usb che oggi ha incontrato alcuni migranti nella tendopoli di San Ferdinando annunciando per domani lo sciopero dei braccianti. “Nella zona sono oltre 4000 – prosegue la nota – i braccianti, tutti migranti, distribuiti in vari insediamenti e utilizzati come manodopera nella raccolta degli agrumi a basso costo dai produttori di arance, clementine e kiwi. La maggior parte si concentra a San Ferdinando dove permangono gravi carenze igienico sanitarie a livello abitativo. Tutto questo al ministro di polizia Salvini non interessa”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/03/vibo-valentia-spari-contro-migranti-un-morto-vendetta-per-furto-di-alluminio/4400746/

venerdì 1 giugno 2018

UN GOVERNO LEGITTIMATO DAL POPOLO


Finalmente si è arrivati,a meno di clamorose smentite entro poche ore quando ci sarà la presentazione ufficiale,ad avere un esecutivo almeno votato dal popolo,quindi non ci si dovrà più nascondere dietro al paravento di governi tecnici e non legittimati dal voto popolare come gli ultimi.
Un percorso a ritroso che è cominciato dalla scelta dell'ex Presidente della Repubblica Napolitano che non fece votare gli italiani dopo il crollo del governo Berlusconi ma che impose il primo esecutivo di una triste sequela di governi che hanno portato il paese decenni indietro.
Potrebbe benissimo e sarà forse così essere un nuovo governo che farà anche peggio soprattutto nel sociale di quelli scorsi,con il duo fasciorazzista istituzionale Di Maio-Salvini,tant'è che però vedremo se le promesse varie urlate nella campagna elettorale verranno mantenute.
Sia nel bene che nel male ovviamente,con un previsto stop all'immigrazione,una più ampia privatizzazione della scuola,sanità e trasporti,il ripristino dei diritti dei lavoratori stroncati con il job act e la riforma Fornero,il reddito di cittadinanza e la creazione di un far west securitario stile Usa.
L'articolo di Left(sorci-verdi )non sembrerebbe nemmeno scritto da uno che è il presidente della Cgil in Toscana,visto che il suo sindacato è stato complice delle decisioni che hanno tagliato drasticamente i diritti dei lavoratori,fa un discorso che per forza deve fare risvegliare una sinistra che è tutto o quasi a parte il Pd,stando attenti a non far scivolare il paese sempre più verso una destra razzista e potenzialmente devastante.

Sorci verdi.

di Maurizio Brontini
Nasce il Governo giallo-verde-nero Salvini-Di Maio – con Fratelli d’Italia a sostegno della maggioranza di Governo -, liberista in economia, illiberale sul fronte dei diritti civili, xenofobo razzista e securitario.

Un Governo sostenuto dalle forze che hanno capitalizzato sul piano elettorale le insicurezze sociali prodotte dall’attacco al lavoro ed allo stato sociale dei Governi tecnici sostenuti dal Pd e da governi dal Pd direttamente guidati, attacco che ha avuto il suo punto più alto con Matteo Renzi e le sue scelte come il Jobs Act, la Buona Scuola, l’attacco al Sindacato ed il tentativo – fallito – di riscrittura costituzionale.

Un Governo con una forte investitura nelle classi popolari e nel mondo del lavoro, se come afferma una ricerca della Fondazione Di Vittorio il 33% degli iscritti della stessa CGIL ha votato M5Stelle ed un 10% Lega.

Precipitano in questo risultato processi di fondo e scelte dell’oggi e di ieri.

La scelta dell’oggi riguarda il Pd e Matteo Renzi, che ha scientemente spinto il M5Stelle verso la Lega, non aprendo neppure una interlocuzione parlamentare che avrebbe potuto condurre ad un esito ben diverso sul piano del Governo del Paese.

Una scelta politicamente grave, che corre il rischio di saldare definitivamente sia sul piano elettorale che sociale il blocco giallo-verde ad egemonia leghista.

Le scelte di ieri rimandano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed alla sua precisa responsabilità nel non aver permesso che il Paese andasse immediatamente al voto dopo l’implosione del Governo Berlusconi – alimentando e subendo il terrorismo dello spread e dei mercati – lavorando per la costruzione del cosiddetto Governo tecnico di Mario Monti, quello della controriforma Fornero sulle pensioni e la sostanziale manomissione dell’articolo 18. La Sinistra larga, se si fosse votato allora, avrebbe archiviato per sempre la stagione del Centrodestra, Lega compresa, e non avremmo avuto nello scenario politico né l’assalto vittorioso di Matteo Renzi al Pd di Bersani né l’esplodere della creatura della Casaleggio associati e di Beppe Grillo.

I processi di lungo periodo e di livello strutturale rimandano alla profondità della faglia rappresentata dal voto del 4 di marzo. Le politiche di austerità e di limitazione delle sovranità costituzionali portate avanti dai conservatori e dalla maggioranza delle forze appartenenti all’Internazionale Socialista hanno consegnato a livello di massa i cosiddetti sconfitti della globalizzazione alle forze reazionarie e xenofobe, che ripropongono nella propaganda e nell’agitazione politica elementi che hanno caratterizzato il fascismo “sansepolcrista” e tutte le destre sociali.

Temi che parlano e fanno presa su un mondo del lavoro non più rappresentato da tempo sul piano politico, impoverito e precarizzato, sfibrato dalla sfiducia nell’azione collettiva, individualizzato dal capitalismo post-fordista, annichilito dalla nuova ragione del mondo della retorica manageriale e dalla società della prestazione.

Un processo di privatizzazione e gestione privatistica ed aziendale della società e dei rapporti sociali che trova sul piano politico-istituzionale una ulteriore affermazione con il cosiddetto “contratto del Governo del cambiamento”, sanzione formale della vittoria dell’azienda sul lavoro e della aziendalizzazione della vita quotidiana – resa possibile anche dallo sfarinamento dei partiti di massa prodotto dalla gestione politica di Tangentopoli che trovò il suo punto più devastante dall’appoggio del PdS ai referendum di Mariotto Segni, decretando con il superamento della legge elettorale proporzionale a favore del maggioritario l’alterazione sostanziale dell’equilibrio Quarantottesco dei poteri.

Nella lunga traversata nel deserto che ci aspetta non sarà inutile fissare dei punti fermi.

L’Italia è una Repubblica parlamentare, non presidenziale, e tale deve restare.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La legge elettorale deve essere di solido impianto proporzionale.

Le maggioranze di Governo si ricercano in Parlamento.

La Costituzione Repubblicana ha la prevalenza sui Trattati Europei.

Bisogna abolire il pareggio di bilancio in Costituzione.

La nostra Costituzione permette perfino la transizione al Socialismo per via democratica.

Bisogna dare risposte concrete e materiali al bisogno di lavoro e di liberazione dal lavoro, di salario, di pensioni, di sanità e di scuola pubblica.

Chi pensa di opporsi al Governo Salvini-Di Maio in nome dell’austerità e del “non ci sono alternative” all’ordoliberismo tedesco consegnerà il nostro Paese alle forze della Destra Sociale più radicale.

Chi pensa di opporsi soltanto sul piano dei diritti civili senza legarli e farli marciare assieme ai diritti sociali spingerà ancor più le classi popolari verso la reazione.

La proposta di un Fronte Repubblicano avanzata dalle forze che hanno portato nel nostro Paese l’attacco al Lavoro ed allo Stato Sociale sono – oltre che risibili – pericolosissime perché produrrebbero una polarizzazione che correrebbe il rischio di essere definitiva tra élites europeiste tecnocratiche e liberiste e destre più o meno sociali securitarie, xebofobe e fasciste.

Eppure le elezioni americane e la situazione inglese dovrebbe averci insegnato qualcosa: per sconfiggere Trump non ci vuole la Clinton ma Sanders, per rivitalizzare il Partito Laburista non ci vogliono gli attardati epigoni delle terze vie e degli Ulivi mondiali ma un socialista moderno ed ottocentesco come Corbyn.

Maurizio Brotini è segretario Cgil Toscana

mercoledì 30 maggio 2018

LA DISCUSSIONE SULL'USCITA DALL'EUROPA IN EUSKAL HERRIA


Immagine correlata
Già da tempo organizzazioni ed espressioni di sinistra in tutto il continente stanno discutendo sull'opportunità di lasciarsi alle spalle il concetto dell'Europa unita così com'è stata concepita,un conglomerato sempre più ampio di nazioni che stanno vedendo sfiorire non solo il proprio tenore di vita ma soprattutto la società dove si vive,legate al denaro e non al mutualismo ed alla solidarietà tra le persone ed i popoli.
Infatti,lungi da fare un discorso di arricchimento legato al capitalismo ma di qualcosa si dovrà pur vivere,è la mancata coesione sociale il punto che più sta segnando il cammino,anche bello volendo vedere,di essere un insieme.
Non ci si sente cittadini europei così come lo sentono gli statunitensi,nessuno dice in terre lontane che è europeo ma piuttosto italiano,basco,francese o tedesco.
L'articolo(contropiano internazionale-news )parla dell'esperienza di Euskal Herria con una delle assemblee indette da Askapena con la presenza di varie realtà internazionali per parlare di questa uscita dall'Europa,una decisione che non si sta prendendo a cuor leggero ma visto che la solidarietà tra i popoli c'è sempre stata superando i confini andrebbe avanti comunque lo stesso.

Anche in Euskadi si discute dell’exit strategy dall’Unione Europea.

di  **** 
A Bilbao e in altri centri dei Paesi Baschi, l’organizzazione Askapena, storica realtà internazionalista del movimento della sinistra indipendentista basca, ha organizzato alcune conferenze pubbliche sul tema della rottura con l’Unione Europea. A questo ciclo di conferenze partecipano anche due compagni della Piattaforma Eurostop italiana.

Ieri a Romo, un quartiere di Getxo, nella zona di Bilbao, in una sala del Centro di Cultura Basco sono accorse una cinquantina di persone, soprattutto giovani, per ascoltare e discutere di un’alternativa reale alla vita sotto l’UE. L’argomento centrale ruotava intorno al fascismo, le sue forme e il suo sviluppo in Europa. C’è stato il racconto della guerra in Donbass da un compagno che l’ha vissuta direttamente, presente nella casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio di 4 anni fa quando venne bruciata dai fascisti e morirono decine di persone. Sono intervenute una compagna dei movimenti femministi e una compagna tedesca della rete di Blockoccupy e i compagni di Eurostop. C’è stato confronto rispetto all’impianto strategico che i popoli in lotta e le organizzazioni popolari devono assumere: l’Europa come spazio politico transnazionale dei movimenti e delle città solidali o rottura della gabbia UE con la prospettiva di creazione di un’area di solidarietà che si opponga l’imperialismo dei blocchi in competizione? Sia i compagni di Askapena quanto il pubblico hanno potuto notare la differenza qualitativa delle proposte in campo. La proposta della rottura della Ue e dell’area alternativa euromediterranea avanzata da Eurostop ha riscosso indubbiamente molto interesse.

Il giro di conferenze avviene in preparazione di una festa popolare del movimento indipendentista basco il prossimo 2 giugno nel contesto del lancio da parte di Askapena della campagna per l’uscita di Euskal Herria dall’Unione Europea.

martedì 29 maggio 2018

IL TENTATIVO TEDESCO DI FORMARE UN GOVERNO


Risultati immagini per dominio germania in europa
Mentre Cottarelli tornerà domani pomeriggio a trovare Mattarella per vedere se l'approccio tedesco abbia migliore sorte di quello di Conte per la formazione di un nuovo esecutivo,le dichiarazioni del commissario europeo al bilancio,il teutonico Oettinger,sono di una trasparenza estrema poiché afferma testuali parole che"i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto".
Una minaccia,una promessa,una cosa buona e cattiva allo stesso tempo?
Ha esagerato a fare questa dichiarazione in quanto ormai Di Maio e soprattutto Salvini avevano già messo da parte e da tempo la loro voglia adolescenziale di uscire dall'Euro e dall'Europa,e lo stallo di questi mesi e la querelle su Savona(madn cottarella-e-mattarelli)farà solo il bene per la Lega in quanto l'Italia,paese d'ignoranza atavica oltre che di forti debiti pubblici,premierà nuovamente gli ex del Roma ladrona.
I due redazionali di Contropiano(i-mercati-insegneranno-agli-italiani )e di Senza Soste(nome-dello-spread-sovrano )narrano del diktat europeo che già ha affossato senza via di ritorno la Grecia che grazie ai complici del capitalismo globale,FMI,banche,agenzie di rating e interessi di speculatori di ogni dove,che ormai viene sbandierato senza nessun pudore né ritegno.
Perché hanno capito che agli italiani le robe bisogna dirle in faccia senza nessun messaggio tra le righe sennò non ci si arriva alla comprensione,partendo dal premier e arrivando all'ultimo dei votanti,in un turbinio di moniti provenienti direttamente dalle alte sfere di Bruxelles.

“I mercati insegneranno agli italiani come votare”. Parola di commissario “tetesco”.

di  Redazione Contropiano 
Non fosse bastato il colpo di Sergio Mattarella, ora intervengono direttamente i boss della Commissione Europea a spiegare che non solo “la sovranità” appartiene ormai ai mercati globali, ma anche il diritto di voto individuale deve essere reimpostato integralmente.

A spiegarlo – secondo quanto anticipa su Twitter il giornalista Bernd Thomas Riegert, che ha intervistato il Commissario Ue a Strasburgo per l’emittente Dwnews – è il commissario europeo al Bilancio, non a caso tedesco, Gunther Oettinger: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto“. Ossia come dicono loro, altrimenti non vale più…

Nel suo delirio di onnipotenza come portavoce dei “mercati” – con cui intrattiene probabilmente rapporti continui, vista la straripante presenza di lobbisti legali a Bruxelles e Strasburgo – Oettinger si lascia addirittura sfuggire i dettagli di una strategia intenzionale concordata tra Unione Europea e “mercati”: “Lo sviluppo negativo dei mercati porterà gli italiani a non votare più a lungo per i populisti“. E’ bene sapere che in questo termine, a Bruxelles, si identificano sia alcuni partiti di destra, sia o forse soprattutto quelli di sinistra, a cominciare dalla sempre più forte France Insoumise, capace di raggiungere il 10,6% alle elezioni presidenziali ed essere al centro delle mobilitazioni popolari contro Macron che stanno scuotendo la Francia da oltre un mese.

E ancora: «Le regole sono chiarissime: i criteri del nuovo indebitamento e dei debiti complessivi vanno rispettate. Se questo non accade ci saranno colloqui molto seri. Anche il governo greco alla fine si è attenuto ai diritti e ai doveri dell’eurozona».

In pratica Oettinger spiega che l’attacco della speculazione ai vari paesi segue una logica condivisa dalla Commissione Europea: chi minaccia di non rispettare i diktat (come è avvenuto per la Grecia tre anni fa ed ora con il defunto governo grillin-leghista) deve essere sbranato con attacchi tali da generare il terrore nella popolazione di quel paese. Che in questo modo “imparerà” a obbedire agli ordini, invece di “montarsi la testa” con pretese pericolose come un po’ di welfare, la scuola pubblica e gratuita, un reddito minimo garantito, salari decenti, occupazione non precaria e magari anche un po’ di autodetrminazione nelle scelte fondamentali.

Una entrata a gamba tesa così sguaiata e reazionaria da spaventare i suoi stessi colleghi, fin qui “narratori” della bella favola secondo cui vivremmo in un mondo libero e democratico, visto che fin qui abbiamo almeno potuto votare apparentemente per chi vogliamo (non ci addentreremo ora sulle conseguenze del “marketing politico”).

E’ stato dunque il più conosciuto commissario agli affari economici, il francese ex “socialista” Pierre Moscovici, a cercare di ammorbidire i toni: “Gli italiani hanno bisogno di scegliere il loro destino ed avanzare con le loro regole democratiche verso il destino che si sceglieranno e allo stesso tempo di restare nell’ambito delle regole comuni e nell’euro, che è positivo per tutti noi“.

Tradotto: potete scegliere se essere spolpati fino alla morte, restando sotto i nostri ordini, oppure essere bombardati subito se provate a fare diversamente (qualunque sia la direzione, anche opposta, verso cui scegliete di andare).

I più disorientati, al momento, sono gli esponenti del Pd (ricordate? Il partito di Renzi…), che stavano aprendo la campagna elettorale proprio sul tema ormai non più nascondibile dell’Unione Europea («Siamo consapevoli che siamo gli unici con una chiara posizione europeista. Su queste basi lavoreremo nelle prossime settimane per costruire una larga e credibile coalizione di centrosinistra», concionava ancora ieri Ettore Rosato). Tanto da costringere il “reggente” Martina a far finta di indignarsi: “Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l’Italia”. Lo spiegasse a Mattarella, che ha messo i mercati davanti a tutto…

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

In nome dello spread sovrano

Mattarella, invocando il potere oscuro dello spread, ha silurato l’avventuriero Savona per incoronare il delfino Cottarelli. Ma, come era chiaro, la nomina di Cottarelli non avrebbe placato gli spread. In poche parole, è cominciato un periodo finanziario drammatico per questo paese, già visto nel 2011. La mossa di Mattarella, la nomina di Cottarelli, si è rivelata arrogante quanto inefficace 

“La democrazia dovrà venire a capo anche del problema della moneta”. Così scriveva, in un articolo del 1931, Karl Polanyi. Siamo del periodo degli effetti in Europa del crack di Wall Street del ‘29, dopo un decennio di crisi finanziaria in Gran Bretagna e Polanyi fa emergere, con tutta la sua drammaticità la contraddizione tra democrazia e moneta. La salute della prima non coincide con il protagonismo della seconda. Una contraddizione arrivata fino ai giorni nostri. La moneta, con i suoi derivati finanziari, è sempre in contraddizione con la democrazia. Il resto è marketing. Una contraddizione così grossa che oggi è stata risolta mettendo sul trono del sovrano lo spread.

Mattarella, invocando il potere oscuro dello spread, ha silurato l’avventuriero Savona per incoronare il delfino Cottarelli. Ma, come era chiaro, la nomina di Cottarelli non avrebbe placato gli spread. Nominato presidente del consiglio grazie al potere dello spread sovrano, Cottarelli è stato subito disarcionato. Da uno spread quota 320. In poche parole, è cominciato un periodo finanziario drammatico per questo paese, già visto nel 2011. E quanto abbia sofferto questo paese, dal 2011 a oggi, quanti rivolgimenti politici ci siano stati, è sotto gli occhi di tutti. Del resto, le crisi finanziarie durano anni, solo le trimestrali di cassa ne godono. Come l’ultima di BlackRock, uno dei più potenti fondi al mondo.

Cosa è accaduto? In fondo, qualcosa di semplice. Il debito pubblico italiano, il quarto del mondo che forma il terzo mercato obbligazionario del pianeta, quest’autunno tendeva ad allargarsi nonostate la cosiddetta crescita italiana fosse la migliore degli ultimi anni (e comunque, nel periodo, sempre la penultima in Europa). Nonostante che il costo del rifinanziamento del debito fosse calmierato dalla Bce, con i suoi acquisti, c’erano tutti i segnali che per l’Italia sarebbe stata di nuovo tempesta. All’epoca segnalavamo che il fondo Bridgewater, un altro molto importante, si stava posizionando per fare guerra finanziaria all’Italia e speculare

Come a marzo segnalavamo che, in questa situazione, l’alleanza Lega-5stelle, stava in uno scenario di inizio di guerra finanziaria con al centro il nostro paese. Proprio in contemporanea con i riposizionamenti di Bridgewater

Ora, la nuova crisi dello spread è riemersa alla fine della scorsa settimana, con l’ipotesi di un governo gialloverde a guida Savona, ed è esplosa con l’inizio della settimana, causando guadagni veri a Bridgewater (e ad altri fondi). E così il Cottarelli incoronato in nome dello spread sovrano si trova a governare su una distesa di macerie. La mossa di Mattarella, la nomina di Cottarelli, si è rivelata arrogante quanto inefficace.

Cosa è accaduto ulteriormente?

Gli spread quando aumentano, una volta acceso il conflitto, rappresentano una spirale: rendono più costoso il rifinanziamento del debito pubblico e svalutano il debito pubblico posseduto. Così il contagio si estende alle banche, che possiedono un’ampia fetta di debito pubblico nazionale (e infatti i titoli bancari crollano). Dalle banche italiane alle partecipazioni estere quindi perdono anche le borse di altri paesi e lo stesso euro. Anche perché, al momento, si intravede anche una crisi spagnola oltre ad altri fattori di tensione internazionale.

Ora, al momento, le tifoserie pro-Mattarella e quelle pro-governo gialloverde si stanno reciprocamente sbranando sulle responsabilità della crescita impetuosa dello spread. Il punto è che il terzo mercato obbligazionario del mondo, in una situazione finanziaria di nuovo difficile, produce naturalmente due frutti pregiati in periodi come questi: la possibilità di giocare al ribasso, guadagnando scommettendo sul crollo dei titoli pubblici di un paese, e la volatilità, un rapido saliscendi dei valori che può produrre grosse perdite ma anche grossi profitti.

Le parti attualmente in conflitto dovrebbero spiegare come uscire da questa situazione. La fazione gialloverde non mostra ricette reali. Dietro la fazione Mattarella, invece, spunta, se la crisi continua, il rischio del reale commissariamento, dall’estero, della spesa pubblica italiana. Mentre lo spread spadroneggia,sovrano. E la contraddizione tra democrazia e moneta rimane di quelle dolorose.

redazione, 29 maggio 2018