lunedì 19 ottobre 2015

MANIFESTAZIONE PER LA LIBERAZIONE DI ARNALDO E RAFA

Sabato scorso a San Sebastian c'è stata una grande manifestazione per chiedere subito la liberazione dei prigionieri politici Arnaldo Otegi e Rafa Diez Usubiaga,il primo politico basco di Batasuna(partito indipendentista basco dichiarato illegale nel 2003)e il secondo ex segretario generale del sindacato Lab(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2009/10/ancora-arresti-in-euskal-herria.html )ormai in carcere dall'ottobre del 2009.
Otegi dovrebbe essere scarcerato la prossima primavera e la voce di una sua candidatura a Presidente del governo basco è sempre più insistente,e la sua ingiusta detenzione ne fa di lui un personaggio ancora più carismatico ed importante nel panorama politico di Euskal Herria.
L'articolo di Contropiano a firma Marco Santopadre(http://contropiano.org/internazionale/item/33504-paese-basco-ventimila-in-piazza-per-la-liberazione-di-arnaldo-otegi )parla del pomeriggio di sabato a Donostia mentre questo che propongo a firma di Angelo Miotto(http://www.qcodemag.it/2015/10/17/freeotegi-freethemall/ )parla di tutta la storia di Arnaldo Otegi e dei suoi incontri col leader basco.

Paese Basco, ventimila in piazza per la liberazione di Arnaldo Otegi.

Nelle carceri spagnole non sono rinchiusi solo i militanti dell’Eta, ma anche molti dirigenti politici e sindacali arrestati e incarcerati per reati d’opinione. Non è un caso che pochi anni fa, quando l’Unione Europea protestò – non troppo vivacemente, ovvio - con la Turchia per gli arresti di alcuni parlamentari curdi, il governo di Ankara rispose che applicava misure che alcuni paesi avevano già applicato, citando appunto il caso di Madrid.
Nella lunga lista di attivisti e dirigenti politici detenuti a Madrid per soli reati d’opinione spiccano Arnaldo Otegi, ex portavoce di Batasuna, e Rafa Diez Usubiaga, l’ex segretario generale del sindacato basco Lab.
Per chiederne la immediata liberazione sabato scorso a Donostia sono scese in piazza quasi 20 mila persone in una marcia che è partita alle 17,30 dal Boulevard della città sfilando dietro uno striscione che recitava in basco “Arnaldo eta Rafa Askatu. Politika Askatu”, cioè “Arnaldo e Rafa liberi. Liberate la politica”.Subito dietro lo striscione di apertura del corteo c’erano i figli di Otegi e di Rafa Diez e poi Miren Zabaleta, Sonia Jacinto e Arkaitz Rodríguez, tre dirigenti della sinistra indipendentista basca arrestati anch’essi per un reato d’opinione all’interno del caso ‘Bateragune’ e scarcerati neanche una settimana prima dopo aver scontato ben sei anni di prigione a causa dell’accusa di far parte dell’ETA. Imputati e condannati nello stesso processo ma a pena detentive leggermente più lunghe, Otegi e Diez è previsto che vengano scarcerati il primo tra circa sei mesi e il secondo nel 2017.
I due massimi dirigenti della sinistra patriottica basca furono arrestati nel 2009 nel corso di una maxiretata scattata contro coloro che la magistratura accusò di voler ‘ricostituire’ il partito Batasuna, disciolto e posto fuori legge pochi anni prima dallo Stato Spagnolo con l’accusa di essere il braccio politico dell’organizzazione armata ETA. In primo grado la condanna fu a ben 10 anni di reclusione, poi ridotta in appello a sei anni e mezzo.
Naturalmente alla marcia hanno partecipato moltissimi esponenti delle varie anime della sinistra indipendentista – Eh Bildu, Amaiur, Sortu, Ea, Aralar, Alternatiba - e del movimento sindacale basco. Ma all’iniziativa hanno preso parte, seppur a titolo individuale, anche una ventina di esponenti istituzionali di Podemos, il cui segretario locale, Roberto Uriarte, aveva affermato che non avrebbe sostenuto la manifestazione ma che non ci sarebbe stato niente di male se altri esponenti del partito  avessero partecipato. Dentro Podemos il dibattito sull’adesione al corteo – che alla fine non c’è stata – è stato abbastanza infuocato, con alcuni settori del movimento, come quelli della Navarra, della Bizkaia e dell’Araba che nei giorni precedenti avevano già firmato un appello che chiede il rispetto dei diritti umani per gli arrestati.
Presenti nelle prime file anche numerosi componenti della delegazione catalana e addirittura alcuni dirigenti del Partito Socialista del Paese Basco.
Arkaitz Rodríguez, uno dei tre condannati nel caso Bateragune appena uscito di prigione, nell’intervento finale ha assicurato che lo "Stato Spagnolo non vuole la pace e preferisce la guerra perché non ha alcuna offerta politica da fare a questo paese”. "Lo Stato può lasciar cadere il ramoscello d’olivo tutte le volte che vuole ma in nessun caso potrà impedire a Euskal Herria di conquistare l’indipendenza” ha aggiunto.
Sulla stampa basca e spagnola in questi giorni sono stati pubblicati alcuni interventi di analisti e commentatori secondo i quali Arnaldo Otegi, una volta uscito dal carcere nella primavera del prossimo anno, potrebbe essere candidato a lehendakari (presidente della Comunità Autonoma Basca) alle prossime elezioni regionali. Otegi è considerato il principale artefice della svolta che portò alla fine del decennio scorso alla fine della lotta armata da parte dell’Eta e alla rifondazione del partito della sinistra indipendentista basca su nuove basi contrarie all’uso della violenza politica.
Per la sua scarcerazione si sono mobilitati in questi anni esponenti politici, intellettuali e premi Nobel di diversi paesi – tanto che Otegi è stato ribattezzato “il Mandela basco” – nella quasi completa indifferenza, come capita spesso, della grande stampa italiana.

sabato 17 ottobre 2015

GLI OMICIDI DI STATO TEDESCHI A STAMMHEIM

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Sono passati trentotto anni dagli strani suicidi che avvennero tra la notte del 17 e del 18 ottobre a Stammheim,nei pressi di Stoccarda,dove tre guerriglieri della Raf tedesca vennero trovati morti in circostanze a dir poco misteriose e un'altra combattente riuscì a sopravvivere per miracolo.
In quella che ancor oggi è considerata un'esecuzione sommaria e non un triplice suicidio si arrivò dopo che fu rapito un ex ufficiale SS,Hans-Martin Schleyer,"riabilitato"e allora Presidente degli industriali tedeschi,per ottenere la liberazione di sei appartenenti alla Raf detenuti in carcere.
Dopo il rifiuto alla richiesta da parte del governo ci fu anche un dirottamento di un aereo Lufthansa da parte di uomini della Raf e di un gruppo di palestinesi che si risolse nel sangue a Mogadiscio ed il giorno successivo ecco le morti di tre esponenti di spicco della Rote Armee Fraktion,tra cui il primo leader Andreas Baader,che con la compagna Ulrike Meinhof(trovata anch'essa deceduta in carcere e impiccata alla finestra della cella dopo la sua effettiva morte)formarono il leggendario gruppo che portava il loro nome.
Fatto sta che questi che furono palesi omicidi di Stato avvennero in un contesto di totale isolamento dei detenuti in un regime di carcerazione vergognoso:era alquanto impossibile anche il fatto che potessero passare addirittura una pistola in una cella vista la reazione della Germania Federale che impose dopo il rapimento di Schleyer la sorveglianza a vista dei detenuti appartenenti alla Raf.
Articolo di Infoaut.

17 ottobre 1977: i "suicidi" di Stammheim.

La notte tra il 17 e il 18 ottobre 1977 i militanti della Rote Armee Fraktion Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe furono trovati morti nella loro cella.
Il primo ucciso da un colpo di pistola alla nuca, la seconda impiccata ad un filo elettrico, il terzo trovato in fin di vita in cella a causa di una botta in testa, morì il giorno seguente in ospedale.
Inolte Irmagard Moller, altra militante della RAF venne salvata in ospedale nonostante le gravissime ferite (quattro coltellate al petto).
Il 5 settembre 1977 la RAF rapì a Colonia il presidente della confidustria tedesca, nazista, era stato gestore dell industrie di Boemia e Moravia ai tempi dell'occupazione nazista, Hans-Martin Schleyer.
La RAF comunicò che l' industriale sarebbe stato tenuto prigioniero fino alla liberazione dei sei detenuti a Stammheim.
La reazione dello Stato tedesco fu dura, per legge, venne decretato il totale isolamento di tutti i militanti della RAF detenuti nelle carceri della Germania Federale.
Il 9 maggio 1976 dopo anni di duro isolamento e di sciopero della fame collettivo dei membri della RAF contro le condizioni inumane della loro detenzione Ulrike Meinhof fu trovata impiccata alle sbarre della cella.
Anche in questo caso la polizia e la direzione del carcere parlarono di suicidio collettivo, fu da subito evidente che non poteva trattarsi di un suicidio.
Sia perchè non era credibile che dei detenuti in regime di isolamento, che giornalmente venivano cambiati di cella e che erano sorvegliati a vista dai secondini, fossero riusciti a far entrare armi nel carcere e sia per le modalità con cui si sarebbero ammazzati.
Il 19 ottobre con una lettera inviata al giornale francese Liberation, la RAF annunciò di aver posto fine, dopo 43 giorni, alla "miserabile e corrotta esistenza" di Hanns-Martin Schleyer.
Il giorno successivo la legge che imponeva l'isolamento per i militanti della RAF in galera fu revocata dal presidente tedesco.

venerdì 16 ottobre 2015

IL PROCESSO AGLI ASSASSINI DI PAVLOS FYSSAS

I due articoli presi da Infoaut e riportati qui sotto parlano dell'omicidio di Pavlos Fyssas,il rapper antifascista greco ucciso il 18 settembre del 2013 per mano di un gruppo di fascisti del partito razzista Alba Dorata(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/09/greciasbirri-e-neonazi-in-galera.html )che dopo una decina di giorni vide il proprio leader Michaloliakos arrestato assieme a tanti appartenenti al partito e poliziotti conniventi.
Il primo articolo parla della reazione della madre di Pavlos che al processo contro Giorgos Roupakiàs,colui che materialmente procurò le lesioni mortali con tre coltellate al cuore,ha scagliato contro l'imputato una bottiglietta d'acqua in segno di sdegno e di rabbia.
Nel secondo si parla delle intercettazioni tra componenti di Alba Dorata dalle quali è certa la premeditazione dell'agguato con la diretta complicità del mandante individuato nello stesso Michaloliakos:inoltre ci sono pure le chiamate e le testimonianze dei poliziotti presenti appena dopo il raid mortale in cui si parla di tante persone contro poche e del fatto che Pavlos fosse tenuto da tre fascisti mentre Roupakiàs infieriva con i colpi fatali.
 
La madre di Pavlos scaglia bottiglietta contro assassino nazista.
 
Oggi si è svolta un'altra udienza relativa all'omicidio del compagno greco e rapper antifascista Pavlos Fyssas, in arte Killah P., accoltellato a morte il 18 settembre di due anni fa dai fascisti di Alba Dorata. Durante l'udienza di oggi la mamma di Pavlos è stata chiamata a testimoniare. Dichiarazioni che giungono nette e solide da parte della madre del giovane ucciso, che accusa direttamente i vertici del partito di estrema destra, in particolare il leader del partito Nikos Michaloliakos, ritenuto il mandante dell'omicidio.
Trovandosi ancora una volta faccia a faccia con i responsabili, mandanti ed esecutori dell'assassinio, la madre di Pavlos ha scagliato contro le loro facce sporche e putride una bottiglia di plastica. Il gesto ha espresso non solo disprezzo ma soprattutto rabbia, un atto che verrà ricordato a lungo, soprattutto da chi quella bottiglia in faccia l'ha ricevuta. Una bottiglietta in faccia lanciata all'assassino del proprio figlio non dovrebbe quindi destare scalpore nei quotidiani che in queste ore fanno uscire la notizia, bensì far riflettere sulla dignità umana di una donna che non potrà di certo avere il proprio figlio indietro attraverso i banchi di un tribunale, ma che continua a dimostrare la sua forza e la sua consapevolezza.
7 ottobre 2015
 
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Come fu organizzato l'omicidio di Pavlos Fyssas.
 
Ore 00.01.47:Centrale, vediamo alcuni individui che inseguono…di Alba Dorata, inseguono delle persone in via Tsaldari. Li vogliono prendere.
 
Ore 00.05.20: Centrale, una persona è…ha…è coperta di sangue, forse per una coltellata. Ci ha detto di essere stata aggredita da un’altra persona…
Ore 00.05.43: Centrale, siamo in via Tsaldari, Panaghì Tsaldari 62. Sia il ferito che la persona da lui indicata come aggressore sono Greci.
Ore 00.06.33: Centrale, mandate un’ambulanza. Il ferito è stato probabilmente accoltellato al cuore. Ora ha perso i sensi.
Le comunicazioni radio dei poliziotti presenti sul luogo del delitto sono eloquenti. L’aggressione che si concluse con l’omicidio di Pavlos Fyssas nella mezzanotte tra il 17 e il 18 settembre 2013 era stata pianificata. La squadraccia di Nikea si radunò davanti alla sede della sezione locale e poi, a bordo di moto e automobili, si diresse verso Keratsini e la caffetteria «Korali».
Il bersaglio della quarantina di albadorati era una comitiva di giovani che stava uscendo dalla caffetteria. I componenti della squadraccia aggredirono le loro vittime armati di bastoni, spranghe, caschi e tirapugni. Durante l’aggressione, sull’altra corsia di via P. Tsaldari, a un certo punto apparve una Nissan Almera grigio metallizzato.
Il guidatore scese dall’auto e con un coltello sferrò tre colpi fatali a uno dei giovani che, secondo la testimonianza giurata di un poliziotto, era tenuto fermo da altri albadorati. Pavlos Fyssas, 34 anni, noto nella zona per il suo antifascismo, indicò il suo assassino in Ghiorgos Roupakiàs, poi esalò l’ultimo respiro.
Subito dopo l’omicidio, il 19/9/2013, Michaloliakos si affrettò a smentire che Roupakiàs fosse un albadorato, sostenendo che «il 45enne era solo un “passante” nelle settanta sedi di Alba Dorata. Non era un membro…», mentre Kassidiaris in Parlamento dichiarò: «Vorrei esprimere il mio dispiacere e condannare l’episodio di ieri, un atto criminale: l’omicidio avvenuto a Keratsini…
Sia chiaro, Alba Dorata non ha assolutamente alcun rapporto con questo episodio e condanna fermamente l’accaduto». Nell’ottobre del 2013 M. Arvanitis arrivò addirittura a dire al «Nouvel Observateur»: «l’assassino di Pavlos Fyssas non è un albadorato. È un comunista, che si è infiltrato nel nostro partito per compiere l’omicidio e farsi arrestare»!
Roupakiàs naturalmente non solo non era un semplice “passante” nelle sedi di Alba Dorata, ma era un membro importante della sezione di Nikea, di cui era il responsabile amministrativo, come risulta dall’elenco delle sezioni redatto dalla stessa A.D. D’altronde, lo stesso Roupakiàs nella sua deposizione davanti agli inquirenti I. Klapa e M. Dimitropoulou (14/4/2014) ha dichiarato: «ho rivolto un saluto alla sezione di Sparta come cassiere della sezione di Nikea, almeno così mi aveva presentato Gheorghios Patelis, caposezione di Nikea, perché Gheorghios Tsakanikas non era presente».
Nell’estate del 2013 nella sede della sezione locale di Sparta Roupakiàs prese la parola prima che fosse data a I. Kazantzoglou, responsabile dell’attività politica dell’organizzazione locale di Nikea, e disse: «La strada che abbiamo scelto di percorrere è difficile e in salita…ma sappiamo molto bene che albadorati non si nasce né si diventa. Albadorati si muore».
Roupakiàs pronunciò il suo emozionante (per i presenti) discorso davanti al caposezione Patelis, che applaudì le sue parole. L’assassino di Pavlos Fyssas inoltre appare in una serie di fotografie e di video mentre partecipa a gite, manifestazioni, raduni, campeggi della sezione locale di Alba Dorata.
Di solito indossa pantaloni mimetici, stivali e la maglietta nera dell’organizzazione nazista. Ma c’è anche il messaggio inviato dalla sezione di Nikea al cellulare dell’albadorato K. Korkovilis (15/7/2013): «alle 14.00 uomini, donne, gioventù in sede, importante. Vi prego di informare Roupakiàs…»; mentre un altro accusato, G. Dimou, riferì (dichiarazione del 4/10/2013) che «durante una distribuzione di generi alimentari di A.D. a Nikea, mi presentarono Roupakiàs come il responsabile di quella manifestazione».
La prima telefonata
Ovviamente, l’omicidio commesso da Roupakiàs non fu un evento fortuito, ma l’esito dell’aggressione pianificata e attuata da Alba Dorata. Tutto iniziò la sera del 17 settembre 2013, nella caffetteria «Korali», dove, oltre alla comitiva di Pavlos Fyssas, si trovavano anche alcuni membri di Alba Dorata.
Nella caffetteria c’erano Ioannis Angos, responsabile della sicurezza della sezione di Nikea, e Leon Tsalikis. Alcuni testimoni oculari, amici di Pavlos Fyssas, quella sera videro anche Anastasios Michàlaros uscire dalla caffetteria. Lo stesso Michàlaros appare anche nel video in cui Lagòs annuncia in sostanza l’aggressione ai sindacalisti del PAME a Pèrama, avvenuta solo cinque giorni prima dell’omicidio di Pavlos Fyssas.
Nonostante all’inizio l’avesse taciuto, Angos confermò, durante la sua deposizione ai magistrati (1/11/2013), di essere stato l’autore della telefonata (alle 23.19) al suo superiore gerarchico, responsabile dell’attività politica della sezione locale, I. Kazantzoglou, per informarlo della presenza della comitiva di P. Fyssas nella caffetteria. Angos assicurò di non aver chiesto l’intervento di nessuno, ma di aver semplicemente riferito a Kazantzoglou che la comitiva di Fyssas lo disturbava e che lo stesso non sa «cosa abbia pensato Kazantzoglou e perché sia andata com’è andata».
Comunque, Angos era particolarmente attivo al telefono quella sera. Nei tabulati telefonici sono registrate conversazioni con membri dalla sezione locale di Nikea, poco prima e poco dopo l’omicidio.
Il caposezione Patelis, con il grado più alto nella scala gerarchica della sezione di Nikea, conferma che Kazantzoglou gli telefonò pochi minuti dopo la conversazione di quest’ultimo con Angos (deposizione del 28/2/2014), anche se assicura che la conversazione riguardava la distribuzione di volantini in vista dell’imminente comizio di Michaloliakos a Nikea. Poi, circa alle 23.30, Patelis mandò un messaggio ai membri dalla sezione di Nikea.
Come risulta dal telefono cellulare di Kazantzoglou, trovato dopo l’omicidio nella macchina di Roupakiàs e sequestrato, il messaggio diceva: «Tutti in sede. Chi è vicino. Non aspetteremo chi non è nei paraggi. Adesso». Patelis ammette di aver mandato i messaggi (28/2/2014), ribadendo ancora una volta che stava organizzando il volantinaggio.
Andiamo in battaglia
Ma la versione di G. Dimou è diversa. Come risulta dalla sua deposizione (4/10/2013), appena ricevuto il messaggio chiamò Roupakiàs per sapere il motivo della convocazione sotto la sede. Roupakiàs gli rispose che avrebbe chiesto e lo avrebbe richiamato; poi chiamò Patelis, che gli ordinò di dirigersi in sezione entro 10 minuti.
Arrivato lì, Dimou trovò la sede chiusa e vide per strada alcune motociclette con a bordo albadorati vestiti con indumenti militari, e uno di questi gli disse: «Stiamo andando in battaglia. Hanno preso due dei nostri, andiamo a liberarli». Ma anche Roupakiàs dichiarò (10/10/2013) che quando arrivò alla sede, dopo la conversazione con Dimou, vide alcuni albadorati in moto, tra cui anche Patelis e Kazantzoglou, e che quest’ultimo gli disse: «Hanno aggredito uno dei nostri a Keratsini».
Athanassios Tsorvas, membro della sicurezza della sezione locale di Nikea (deposizione del 14/10/2013), rivelò che l’appuntamento sotto la sede di Nikea era stato organizzato con messaggi scritti. Il 17 settembre 2013 ricevette il messaggio di Patelis e chiamò suo cugino Nikolaos Tsorvas, che aveva ricevuto lo stesso messaggio.
I due albadorati arrivarono alla sede di Nikea e lì vicino videro le moto e le automobili dei loro camerati, che si stavano già dirigendo in colonna verso Keratsini. Riconobbero l’automobile di Roupakiàs, che seguirono fino al luogo dell’omicidio. Dopo l’arresto di Roupakiàs, Tsorvas provò a comunicare con l’assassino per sapere cosa fosse successo, e con Patelis, che gli rispose «attacca e non richiamare».
Desta particolare interesse la dichiarazione del 4/2/2014, con cui in sostanza Tsorvas confermò che l’aggressione era stata pianificata: «Non l’ho capito fino a quel momento. Non ho pensato che alla fine con quel messaggio ci avevano ordinato di partecipare all’aggressione; ci sono andato solo per curiosità, e perché volevo aiutare quelli di Alba Dorata».
Dopo il suo arresto, Roupakiàs ebbe una conversazione con Patelis. Come rivelò lo stesso caposezione (3/10/2014), Roupakiàs gli telefonò circa 20 minuti dopo l’accaduto «e io pensai di avvisare subito il mio superiore, Ioannis Lagòs». In effetti Lagòs è il responsabile delle sezioni della zona del Pireo, come da lui stesso dichiarato (2/10/2014).
Il caposezione Patelis
La serie di messaggi inviati da Patelis ai membri della sezione di Nikea, in cui ricorre la formula «ordine di Lagòs», è un altra prova della struttura gerarchica dell’organizzazione nazista. Nel messaggio del 13/9/2013, il giorno dopo l’aggressione ai sindacalisti del PAME, in cui si invitavano i membri a essere pronti a recarsi alla sede di Pérama, c’è la nota: «ordine di Lagòs»; come nel messaggio (1/6/2013) che diceva «non deve andare storta, c’è in mezzo anche Lagòs», o quello del 15/2/2013: «SOS 6 persone per domani. Ordine di Lagòs».
Dimou ha dichiarato che dopo l’omicidio di Pavlos Fyssas, il 19/9/2013, il cassiere della sezione di Nikea G. Tsakanikas lo chiamò al telefono e gli disse che Lagòs voleva vederlo. Alla fine Dimou non incontrò Lagòs nella sede centrale di A.D., ma si incontrò nella sede di Nikea con Tsakanikas, che minacciò lo stesso Dimou e la sua famiglia, facendogli pressioni per non mettere in mezzo la sezione di Nikea, e perché dicesse che era stato lui a chiamare Roupakiàs sul luogo del delitto. Tsakanikas (11/3/2014) ha smentito le accuse di Dimou, ma ha confermato che l’incontro tra i due c’è effettivamente stato, con l’”incoraggiamento” di Lagòs.
Lagòs, come da lui stesso confermato (2/10/2013), la sera del 17/9/2013 scambiò una serie di chiamate con Patelis, in un arco di tempo che va dalle 21.20 alle 02.44, prima e dopo l’omicidio. Sette chiamate, effettuate e ricevute da Patelis, registrano quanto accaduto tra le 23.26.56 e le 23.50.21. In questo intervallo di tempo l’aggressione viene pianificata e attuata. Conversazioni di Lagòs con Patelis e Tsakanikas sono avvenute anche nei giorni successivi (19/9, 20/9, 22/9 con Patelis, 23/9 con Tsakanikas).
Lagòs assicura che l’unico argomento di conversazione con Patelis il giorno dell’omicidio fu l’imminente visita di Michaloliakos a Nikea. Anche il Capo Michaloliakos conferma. Risultano anche due chiamate di Michaloliakos a Lagòs, e di Lagòs a Michaloliakos avvenute alle 00.37, cioè circa 40 minuti dopo l’omicidio.
Ma anche la mattina del giorno seguente (18/9/2013), dalle 10.30 alle 12.37, il telefono fisso di Patelis ha ricevuto tredici chiamate da un fisso intestato a Nikolaos Michaloliakos, mentre alle 12.21 Patelis chiamò un altro fisso, sempre intestato al Capo.
Michaloliakos, nella sua deposizione al Tribunale di primo grado di Atene (2/10/2013), ha assicurato che le chiamate sono state fatte dalla sede di A.D. in via Mesoghìon, da cui era assente, e ha dichiarato di essere stato informato dell’accaduto a mezzogiorno del giorno dopo l’omicidio. Ma se prendiamo in considerazione quanto dichiarato da Patelis, cioè che circa 20 minuti dopo l’omicidio parlò con Roupakiàs e informò subito il suo superiore, allora Lagòs sapeva cos’era successo quando parlò con Michaloliakos. Chi crederebbe mai che Lagòs non abbia informato il suo Capo?

giovedì 15 ottobre 2015

LA INTERUNIT DEL DONBASS

 
Qui di seguito preso dal sito di Contropiano(http://contropiano.org/internazionale/item/33267-donbass-nasce-il-gruppo-internazionalista-antifascista-di-supporto-alla-resistenza )il comunicato del Commissario politico della Brigata fantasma "Dobri" che fa un appello internazionalista a tutti i compagni e le persone che hanno a cuore la causa del Donbass e un mondo senza gli orrori del nazifascismo.
Sulle ali della strica Brigata internazionalista spagnola che combatté Franco e gli alleati tedeschi negli anni 30 e 40 il motto di tale nuovo Gruppo internazionalista antifascista di supporto alla Resistenza sarà "No Pasaran!" .
Questo gruppo non sarà prettamente militare ma avrà ben accetti tra le loro fila uomini e donne che potranno dar vita a missioni politiche e umanitarie,con l'informazione reale come base per avere successo.
 
Donbass: nasce il gruppo internazionalista antifascista di supporto alla Resistenza.
 
La Brigata Fantasma ha dato vita all'unità internazionalista antifascista che combatterà in Donbass, nominata "InterUnit". Questa opererà nei territori della Repubblica Popolare di Lugansk sotto il Comando della Brigata.Il Commissario politico della brigata Alexey Markov "Dobri" dichiara: 
«Da parte del Comando della Brigata Fantasma (Prizrak) mi appello a tutti gli antifascisti e i comunisti del mondo per unirvi nella nostra lotta contro il nazismo risorto. 
Questa guerra riguarda ognuno di voi, non è un piccolo conflitto locale, è uno scontro di due ideologie come alla fine degli anni 30 - inizio anni 40 del secolo scorso. Dipende solo da voi chi vincerà questa volta: le forze progressiste dell'umanesimo e dell'evoluzione oppure le foze oscure del nazismo.
Qui a fianco a noi - spalla a spalla - combattono volontari da diversi paesi come la Spagna, l'Italia, la Serbia, Israele. 
Vorrei che ogni giorno diventassimo sempre più, così che la nostra vittoria sia la vittoria di tutte le forze progressiste dell'umanità. 
Davanti all'unità internazionale creata nella nostra brigata non ci sono missioni solo militari ma anche politiche e umanitarie. Le persone che vengono da noi da altri paesi, che supportano la nostra volontà alla lotta e portano la solidarietà dei popoli del mondo con il popolo della Novorossiya in lotta, hanno compiti non solo militari ma anche politici e quelli dell'informazione.»
Attualmente la InterUnit è composta da sette combattenti. A breve il loro numero crescerà grazie all'arrivo di nuovi volontari da ogni parte del mondo, ma anche perché vi stanno convergendo degli internazionalisti antifascisti che operano in altre forze delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.
InterUnit è un gruppo militare politico che raccoglie l'eredità della Resistanza al nazifascismo e alle altre lotte di liberazione che hanno caratterizzato il secolo scorso, dalla Guerra Civile Spagnola prende il proprio motto: "No Pasaran!".

mercoledì 14 ottobre 2015

NOTARNICOLA A TORINO

L'articolo preso da Infoaut parla oggi direttamente del sito che si occupa di contro informazione e della festa che si tiene alla Cavallerizza Reale di Torino da venerdì a domenica prossima caratterizzata da incontri e dibattiti tra i quali uno che vede protagonista il poeta e scrittore Sante Notarnicola.
La polemica aperta da rappresentanti politici trasversali a Torino che non vogliono la presenza dell'ex bandito della banda Cavallero attiva negli anni 60,vicino all'estrema sinistra dell'epoca,vede infatti personaggi che vanno dai piddini ai fascisti passando da Sel al Movimento 5 stelle,uniti e indignati per quello che sinceramente non è un"caso"degno di cotanta risonanza.
Infatti Notarnicola per i reati commessi ha già pagato anni su anni di carcere e dopo un regime di semi libertà oggi è un uomo libero,riabilitato e autore di poesie e di scritti di successo di pubblico e di critica.
C'è da evidenziare il fatto che diversi politicanti torinesi indicati sotto e contro la presenza del poeta alla Cavallerizza siano portabandiera della libertà di espressione e di parola:allego il programma della festa di Infoaut(https://www.facebook.com/events/729254167186928/ ).

Di cosa ci parla il “caso” Notarnicola.

Povertà in aumento, sfratti per morosità incolpevole, fine degli ammortizzatori sociali, indebitamento, firme false, spese pazze in Regione, scuole che cadono a pezzi, sanità sempre più cara... invertite pure l'ordine degli addendi secondo quelle che sono le vostre priorità, il risultato non cambia: sono questi gli argomenti che scottano a Torino, di questo si dovrebbe discutere. Succede invece che i politicanti di casa nostra (Comune di Torino), personaggi il cui stipendio mensile è dalle 3 alle 10 se non 20 volte quello di noi comuni mortali, si accaniscano a discutere della liceità di invitare un signore di settant'anni a parlare di un fatto storico avvenuto in questa città una cinquantina di anni fa...
L'Infoaut Fest, che si terrà alla Cavallerizza da venerdì 16 a domenica 18 ottobre, ha calendarizzato in programma (in mezzo ad altri numerosi di battiti in cui si parlerà di migrazioni, Kurdistan, condizioni del lavoro e lotte operaie in Cina) la presentazione di un video, seguito da dibattito con l'intervistato, sui fatti di piazza Statuto nel 1962, quando centinaia di lavoratori contestarono la Uil per la firma di un contratto separato.

Nello specifico odierno si contesta a Sante Notarnicola la sua appartenenza alla banda Cavallero (responsabile di diverse rapine negli anni '60 – sui fatti si veda il bel film del 1975 “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani, con GianMaria Volonté nei panni di Cavallero). Per quei fatti Notarnicola è stato condannato all'ergastolo, scontando 28 anni filati di detenzione. Dal 1995 è in regime di semilibertà, a Bologna, dove gestisce un locale in via del Pratello. Scrive racconti e poesie ed è stato ospite di numerose iniziative culturali e politiche (le cose non sono in antitesi, anzi) in giro per il paese. Dal 21 gennaio 2000 è libero. Non si capisce dunque a cosa si attacchino i signori del Comune. Tra l'altro Notarnicola viene a parlare non di rapine, non di carcere, non dei suoi sodalizi di prigioniero (cosa che sarebbe comunque legittima ed interessante!) ma di piazza statuto nel 1962... Il fondo del problema di questo non-caso è la mentalità da inquisitori che informa la classe politica e giornalistica italiana riguardo i cosiddetti “anni di piombo”. Non si può discutere nel merito di quel frangente storico, si presuppone sempre e comunque una condanna morale senza appello. Ma la Storia si fa anche con punti di vista diversi, riletture, interrogando gli sconfitti, ascoltando chi c'era, contraddicendo... Il discorso si farebbe lungo e non è di questo che stiamo parlando (non è neanche di quello che verrà a parlare Sante). Resta il fatto che parliamo di un uomo che ha scontato la sua pena e che a norma di diritto è libero.

Leggiamo invece oggi, sulle pagine del quotidiano “La Stampa” (Stop per l’ex bandito alla Cavallerizza), che “Gianguido Passoni ha annunciato l’intenzione di Palazzo Civico di portare la vicenda all’attenzione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico che si riunisce stamane”. Nella sostanza Passoni (che si è fatto eleggere con lo slogan Torino bene comune) chiede al Prefetto (?!?) di intervenire per impedire un dibattito pubblico... Fermo restando che non accetteremmo nessun tipo di divieto e che ci batteremmo per far svolgere comunque l'incontro, la domanda che si pone è su quale appiglio giuridico si fonderebbe la decisione d'impedire di parlare manu militari a un “libero cittadino” che ha ampiamente saldato, come si suol dire, i suoi conti con la “giustizia”. Ai difensori del diritto il compito di rispondere...

Tra l'altro, è piuttosto significativo constatare che quando Sante si trovava, solo qualche mese fa, a presenziare nella sede del Comune di Torino alla commemorazione funebre per l'avvocato e partigiana Bianca Guidetti Serra (una compagna che ben sapeva da che parte stare), non abbiamo sentito nessun'oca starnazzare.

E questi signori che si fanno in questi giorni paladini del lecito e del non lecito, passiamoli in rassegna uno per uno:

Maurizio Marrone, (post?)-fascista che ama farsi ritrarre in pose marziali e a braccio teso, senza particolari doti politiche, il bellimbusto ha costruito la sua carriera di politicante andando a perseguitare chi deve lottare per sopravvivere (profughi, immigrati e poveri in generale), cercando ogni scusa per far perdere tempo a chi in questa città si batte per cambiare le cose. In una città sull'orlo dell'abisso, perde tempo a fare interrogazione sui centri sociali, contro radio blackout, per lo sgombero occupazione abitative di sfrattati (a meno che stiano sul suo libro paga).

Vittorio Bertola, espressione dell'ala forcaiola dei 5 Stelle (ma piuttosto contestato da molt* colleghi di partito), si limita a fare il pappagallo delle posizioni altrui, avvallandole. Un personaggio che è saltato agli onori della cronaca per le Quattro proposte sull'immigrazione, che fanno sembrare Salvini un segretario dell'ONU ai diritti dei rifugiati.

Gianguido Passoni, già summenzionato, sta sugli scranni del Comune dal lontano 1999 e occupa dal 2006 la poltrona di Assessore al Bilancio e ai Tributi, passando disinvoltamente dalla casacca dei Comunisti Italiani alla più sicura collocazione sotto l'ala del sindaco Fassino. La sua dichiarazione è la nostra preferita, una vera perla per cui l'occupazione, ospitando Sante, diventerebbe politica e non più culturale (l'occupazione della Cavallerizza è un fatto politico, piaccia o meno al Gianguido): “l’evento che avviene nella Cavallerizza occupata da chi invoca l’uso con finalità di tutela di un bene comune: che c’entra con queste finalità la festa antagonista? Quale programmazione culturale legata alla Cavallerizza ha la presenza di Notarnicola?”. Forse è meglio che torni a far di conto, su quello è bravo! È infatti lui che sta trattando de facto la svendita della Cavallerizza ai privati. De te fabula narratur!

Michele Curto, dopo la gavetta tra gli studenti medi, con uno sguardo già ben saldo alla carriera futura nella politica che conta, entra come consigliere comunale nelle fila di Sel, sponsorizza l'occupazione garantita di via Asti e trova lavoro ad un po' di amici e colleghi nelle coop rosse che gestiscono l'emergenza migranti, inserendosi in un ambito lucroso ma dimenticandosi di pagare i lavoratori, obbligandoli anzi a svolgere il loro compito con scarsissime risorse (Terra del fuoco e Babel non pagano i dipendenti che lavorano nell’accoglienza profughi).

Silvio Viale, ex militante di Lotta Continua convertito al neoliberismo, dal Partito Radicale si trova ora ben collocato nel Partito Democratico. Su questo personaggio – impegnato ossessivamente a far prediche sulla legalità – sospendiamo il giudizio. Difficile prendere lezioni da uno con gli scheletri (bruciati) negli armadi. A buon intenditore...

La cosa più pietosa di tutto questo scandalo montato ad arte, è la profonda connivenza che ormai lega il ceto politico istituzionale, al di là delle casacche indossate. Pur avendo sempre messo al primo posto il mantenimento del (proprio) posto di lavoro, sacrificando lotte e istanze di trasformazione all'equilibrio istituzionale, era difficile che un consigliere del Pci andasse a braccetto o a prendere il caffé con un esponente del Movimento Sociale. Questi invece banchettano insieme, si fanno i selfie, ridono e scherzano mentre decidono di questioni vitali sulle nostre teste. Facendo, tutti, gli interessi del mediocre Marrone.

A tutti loro, comunque, InfoAut invia un sentito ringraziamento per la pubblicità insperata. L'avessimo saputo prima non avremmo stampato manifesti e altra propaganda. La tre giorni si è gia conquistata una certa notorietà.

A quanti sono interessati alle attività svolte, ribadiamo che la tre giorni si svolgerà come programmato. Se Comune e Prefetto decideranno di impedire il dibattito (manderanno la Celere in Cavallerizza?) tra le varie opzioni potremmo scegliere di spostarci in qualche altro luogo pubblico, magari prendendo un digestivo in piazza Castello con Sante durante la visita del segretario ONU Ban-Ki Moon.

A proposito degli occupanti della Cavallerizza, veniamo a sapere di un comunicato dai giornali, prima che uscisse sul sito o qualcuno ci chiamasse. Siamo pronti a partecipare a qualunque dibattito pubblico su “libertà di espressione, censura”...ecc, con la tranquillità di chi ha ben chiare le proprie posizioni, ma non quando a dettare l'agenda e i termini della discussione sono Marrone, Passoni o quanti fanno prediche mentre si approntano a svendere uno spazio che molt* di noi hanno contribuito a far vivere, a partire dall'occupazione di un anno e mezzo fa.

Ci vediamo da venerdì per l'Infoaut Fest 2015, festival di parte in un mondo schierato.

Organizzatori e organizzatrici dell'Infoaut Fest

Torino, 13 ottobre 2015

martedì 13 ottobre 2015

MANTOVANI E LA TRASPARENZA

La notizia fresca fresca dell'arresto del Vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani sta facendo tremare tante poltrone e altrettante chiappe si stanno serrando al pensiero che questo sia solo il primo di una lunga serie di arresti e di indagini per corruzione,concusione,turbativa d'asta e abuso d'ufficio,tutti reati ascritti al politico ex senatore Pdl ora Forza Italia.
I settori interessati sono quelli dell'edilizia scolastica e della sanità,potremmo avere quindi ripercussioni anche a Crema per l'obbrobrio della scuola ciellina,in un turbine di reazioni e di commenti che per ora si stanno rincorrendo sul web vista la novità della notizia.
Proprio stamattina dove essere presente alla Giornata della trasparenza organizzata dalla regione Lombardia,ma il piccolo contrattempo pare che l'apertura dei lavori la farà da San Vittore:vedremo se si scateneranno altre polemiche nella città dell'Expo che si sta esaurendo,con richieste di dimissioni e di voti anticipati.
Articolo preso da Il Fatto quotidiano:http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/13/tangenti-arrestato-mario-mantovani-vicepresidente-della-regione-lombardia/2121845/ .

Mario Mantovani, arrestato vicepresidente della Regione Lombardia: “Corruzione e turbativa d’asta”.

Mantovani è stato assessore alla salute, senatore e sottosegretario alle Infrastrutture del governo Berlusconi. Ci sono altri nove indagati tra cui l'assessore al Bilancio Massimo Garavaglia, braccio destro del governatore Roberto Maroni. La nota della procura di Milano fa riferimento a "varie turbative d'asta sia nel settore della sanità sia nel settore dell'edilizia scolastica"

lunedì 12 ottobre 2015

LE SCORTE DI GIGI D'ALESSIO

Due parole per presentare un articolo preso da Il fatto quotidiano che riporta la notizia dell'arresto di tre poliziotti in servizio a Caserta per reati legati allo spaccio di droga,cosa non rara ma il vero scoop è stato quello del coinvolgimento di Gigi D'Alesso in quanto le persone accusate avrebbero fatto da scorta al cantante con auto di servizio.
A me,a parte che musicalmente mi fa abbastanza ribrezzo,mi è sempre stato antipatico ancor prima di alcune sue uscite come quella all'indomani dello tsunami dove a fronte di migliaia di morti lui era preoccupato di avere i bagagli a mollo,oppure che la camorra è sbagliata ma aiuta la gente povera.
Insomma classico uomo di merda e pure camorrista(ma non diteglielo).

Caserta, arrestati tre poliziotti: “Scorta a Gigi D’Alessio con auto di servizio e sesso con prostitute in commissariato”.

Indagati in un'inchiesta della Dia di Napoli insieme ad altre 13 persone, uno di loro è anche accusato di aver coperto lo spaccio di droga a Marcianise. Un altro, secondo gli inquirenti, faceva invece parte di una delle presunte organizzazioni criminali coinvolte, capeggiata da un pregiudicato del clan camorristico Belforte

Scorte a Gigi D’Alessio con auto di servizio e sesso in commissariato con delle prostitute. Queste alcune delle accuse fatte dalla Polizia di Stato di Caserta a tre colleghi, arrestati con altre 13 persone, in un’inchiesta dove vengono contestati anche i reati di associazione per delinquere, spaccio di droga, usura, truffa, corruzione, concussione e abuso di ufficio. L’ordinanza di arresto è stata emessa dal Gip del Tribunale di Napoli Carlo Modestino.
I tre poliziotti coinvolti sono Alessandro Albano, sovrintendente di 48 anni, e gli assistenti Domenico Petrillo, di 41 anni, e Nunziante Camarca, di 37 anni. Sono accusati di peculato per aver scortato il cantante napoletano alla presentazione di un cd, a una sala bingo e in discoteca, utilizzando delle auto di servizio. Inoltre, secondo le indagini della squadra mobile di Caserta coordinate dalla direzione distrettuale Antimafia di Napoli,  i tre hanno avuto prestazioni sessuali con prostitute sia all’interno del commissariato di Marcianese (Caserta), sia all’interno di auto di pattuglia.
La Dia ha ricostruito la due presunte organizzazioni criminali attive nel Casertano che venivano gestite da Donato Bucciero, presunto affiliato al clan camorristico Belforte, e da Giuseppe Liberato. Come base logistica dello spaccio veniva utilizzato un negozio sportivo di Marcianise.
L’agente Camarca, secondo gli inquirenti era parte integrante dell’organizzazione: si occupava di consegnare le dosi di cocaina ai clienti. Il poliziotto è anche accusato di riciclaggio per aver ricevuto da Bucciero due assegni da 2700 euro l’uno, provenienti da presunte attività usuraie.
Il sovraintendente Albano è accusato di non aver indagato sulle attività criminali dei due gruppi in cambio di denaro. Dovranno quindi difendersi dalle accuse di corruzione, abbandono del posto di lavoro, falso ideologico, truffa e rivelazioni di notizie coperte da segreto d’ufficio.

Riceviamo e pubblichiamo da Gigi D’Alessio:
Capisco che la notorietà è una condizione difficile ma comincio a credere che nel mio caso si tratti di un genere letterario.Non c’è giorno che non debba leggere cose mi riguardano e che mi lasciano basito.Quella di oggi è solo l’ultima.Vedere il mio nome associato ad una operazione anti mafia mi produce sbalordimento e irritazione assoluta.Nel mio caso non viene mai rispettato non dico la privacy, di cui pare non abbia diritto, ma neanche un criterio di opportunità che cade davanti all’esigenza di fare un titolo di giornale.Vengo prelevato dalla polizia o dai carabinieri e talvolta dai vigili urbani ogni qual volta faccio un concerto o partecipo ad un evento per ragioni di ordine pubblico. Non sono io che scelgo chi mi viene a fare la staffetta o quale corpo si occupa dei miei spostamenti, mi attengo a disposizioni che mi vengono date.Poi se un mio fan come del resto succede per altre migliaia decide di prendere un aereo per seguire un mio concerto a New York, cosa certamente non inusuale, e che questo sia un poliziotto o un ingegnere non è certamente una variabile di cui mi occupo anche se questo pare sia sufficiente per vedere il mio nome infilato in una storia di cui ovviante non so nulla.

sabato 10 ottobre 2015

ORRORE AD ANKARA

Dopo gli atti di viltà da parte dei reparti speciali della polizia turca nel nord del Kurdistan(http://www.senzasoste.it/istituzioni-totali/kurdistan-del-nord-non-si-fermano-le-atrocita-da-parte-delle-forze-armate-turche )dove a Şırnak un giovane ventiquattrenne è stato giustiziato e trascinato con una corda dietro ad un blindato,reo di essere nipote di un parlamentare del partito filo curdo dell'Hdp,oggi ad Ankara è andato di scena l'orrore.
Infatti appena prima dell'inizio del corteo per la pace presso la stazione centrale della capitale turca più bombe sono esplose causando decine di morti e centinaia di feriti:le notizie sono fresche in quanto tutto è accaduto stamattina e purtroppo la conta dei morti potrebbe aumentare.
La matrice invece è quella che conduce al presidente Erdogan e alle sue squadre della morte che da decenni stanno insanguinando tutto il territorio turco con prevalenza della zona curda:a questo punto è ora di dare una svolta politica dura da parte dell'Europa contro il suo regime che è a favore del terroristi Isis nonostante la facciata di buonismo che offrono al mondo intero.
Articolo di Senza Soste(http://www.senzasoste.it/internazionale/terrore-ad-ankara-bombe-contro-la-marcia-della-pace-decine-di-curdi-morti )con un video che ricorda sia Brescia che Bologna.
 
Terrore ad Ankara. Bombe contro la Marcia della Pace, decine di curdi morti (il video dell'eplosione).
  

La guerra del regime turco contro i curdi e le sinistre è anche una guerra sporca, come hanno dimostrato le bombe lanciate contro i comizi del Partito Democratico dei Popoli alla vigilia delle elezioni legislative del 7 giugno scorso. Allora però i morti non fermarono l’avanzata elettorale delle sinistre e dei curdi che tolse la maggioranza assoluta dei seggi al partito islamista di Erdogan. E allora, una volta convocate nuove elezioni, il regime ha scatenato i bombardamenti delle città curde all’interno dei propri confini e i raid contro le postazioni della guerriglia sulle montagne del Kurdistan iracheno, causando finora molte centinaia di vittime (almeno duemila secondo le stime dello stesso esecutivo turco).
Pochi giorni fa quattro giovani curdi, presunti membri delle organizzazioni della resistenza curda, sono stati giustiziati a freddo dalle squadre speciali dell'esercito, nel distretto

di Bismil, (provincia di Diyarbakir), senza che vi fosse stato alcuno scontro a fuoco. Le foto dei quattro cadaveri - uno dei quali aveva la testa completamente fracassata - sono state diffuse dalla polizia con a fianco di ognuno un'arma, per rendere credibile la versione ufficiale. Dell'omicidio sono accusati i membri del JITEM (Intelligence della Gendarmeria e Unità Antiterrorismo), già responsabili di numerosi episodi di guerra sporca a partire dagli anni ’90.
Ed esattamente come negli anni '90, stamattina, le bombe sono tornate a far strage di manifestanti inermi.
Mentre scriviamo le notizie su quanto è accaduto nella capitale turca sono ancora frammentarie. Si sa che due forti esplosioni hanno colpito a metà mattinata un incrocio stradale a poca distanza dalla stazione ferroviaria centrale causando una strage. Il bilancio è ancora provvisorio, ma si parla di alcune decine di morti – dai trenta ai quaranta, a seconda delle fonti – e di almeno un centinaio di feriti. 
Le esplosioni hanno colpito la folla di sostenitori del Partito Democratico dei Popoli – l’HDP – e di alcuni partiti di estrema sinistra che stavano affluendo nella capitale turca provenienti da tutto il paese e che si apprestavano a partecipare alla “Marcia della Pace” organizzata da uno schieramento trasversale composto oltre che dai partiti curdi e di sinistra anche da alcuni sindacati di classe - in particolare il Kesk e il Disk - dagli ordini professionali e dalle associazioni per la difesa dei diritti umani all’insegna dello slogan “Lavoro, pace, democrazia”. Una manifestazione convocata per dire no alla caccia ai curdi e agli oppositori di sinistra scatenata dal regime a partire da luglio e che oltre ad una vasta operazione militare senza precedenti negli ultimi anni – migliaia di arresti, militanti giustiziati dalle forze speciali, città assediate e bombardate – ha visto in numerose occasioni passare all’azione anche bande di squadristi delle formazioni nazionaliste di estrema destra o direttamente riconducibili al partito del presidente Recep Tayyip Erdogan. Bande che si sono dedicate all'assalto e alla distruzione di giornali, sedi associative e politiche, e al linciaggio di cittadini individuati come curdi.
Immediatamente dopo l’esplosione degli ordigni i promotori della manifestazione hanno cancellato la marcia chiedendo insistentemente ai partecipanti di tornare alle loro case e ai luoghi di provenienza. Si teme infatti che altri attentati possano colpire gli attivisti dell’Hdp e delle altre formazioni della sinistra curda e turca affluiti ad Ankara.
La polizia in assetto antisommossa è intervenuta con i gas lacrimogeni e sparando in aria per disperdere i manifestanti inferociti che avevano attaccato un'auto della polizia dopo le esplosioni.
La dinamica di quanto avvenuto stamattina nella capitale turca richiama direttamente l'attentato che il 20 luglio fece strage di giovani curdi e turchi di sinistra che a Suruc si preparavano a recarsi a Kobane per partecipare ad una missione di ricostruzione della città assediata e distrutta dallo Stato Islamico. E - mancando solo tre settimane al voto per il rinnovo del parlamento - alle due esplosioni che il 5 giugno scorso, colpirono la folla al comizio finale dell'Hdp a Diyarbakir. Che siano stati i kamikaze di Daesh o i servizi di Ankara cambia davvero poco, tanto stretto è il legame e l'intreccio tra il regime islamista turco e i terroristi dello Stato Islamico. Quella di oggi ad Ankara è stata una "strage elettorale" e la responsabilità non può che essere addossata ad un presidente e ad un partito che non esitano a versare il sangue dei propri cittadini pur di conquistare qualche deputato in più...
10 ottobre 2015
vedi anche

venerdì 9 ottobre 2015

ROMA LIBERA?

Alla fine il sindaco di Roma Marino ha abbandonato la sua personale lotta contro i mulini a vento e si è dimesso ieri sera dopo mesi di agonia politica,pugnalato alle spalle dal suo stesso partito che ha esultato non così platealmente come l'opposizione e in maniera proprio ostentata l'estrema destra e il movimento cinque stelle che come al solito non ha ancora trovato il posto dove stare,comunque per non sbagliare guarda a destra.
Nessuno è triste o amareggiato per questa scelta,negli ultimi tempi e quasi sempre per colpe non sue(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/07/roma-al-collasso.html )visto che alla fine l'abbandono alla carica di sindaco l'ha fatta per qualche migliaia di Euro di spese comunque consentite e per qualche bugia di troppo,nulla d'eccezionale a fronte delle balle cui siamo abituati dai politici in generale e a rimborsi spese che superano i milioni di Euro come accadde in regione Lombardia(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/03/topo-gigio.html ).
Il podestà Alemanno,il vero cancro che la città ha avuto negli ultimi decenni,non ha mai avuto almeno dall'opinione pubblica nemmeno la metà delle critiche e delle infamie addossate a Marino,che come si evince dall'editoriale di Infoaut è stato scaricato in primis dal Pd che anche qui ha fatto una magrissima figura che pagherà sicuramente nei prossimi turni elettorali,soprattutto sommato col resto(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2009/04/alemanno-fascista-di-merda.html ).
Ora per un po' di tempo,a parte di clamorosi ripensamenti che giusto dovrebbero avvenire entro una ventina di giorni,sarà il prefetto sbirro Gabrielli a finire le privatizzazioni e a portare avanti il carrozzone del giubileo e quello osceno economicamente parlando delle olimpiadi.
E compare Sabella neo assessore alla legalità e alla trasparenza che credo non si sia dimesso,uno dei soliti sbirri con le mani sporche di sangue di Bolzaneto che ha fatto carriera,a braccetto del sovra citato per traghettare nuovamente Roma nelle mani della destra,o M5stelle che intanto non cambia molto la solfa.

Marino capitola.

Alla fine è caduto per delle cene. Scontrini alla mano Marino ha assistito alla sfilata di prese di distanza, smentite e dimissioni. Prima il papa che nega di averlo invitato a Philadelfia, poi la comunità di Sant'Egidio che nega di esserci stato a cena, per finire gli assessori Esposito, Causi e Di Liguori, imposti a luglio dal governo, che si sono dimessi mettendolo di fronte all'impossibilità di proseguire il suo mandato.
Mentre Roma viene consegnata nelle mani del prefetto Gabrielli e il Movimento 5 stelle, l'estrema destra e quello che resta del centrosinistra inaugurano la campagna elettorale si fa senso comune l'idea che Marino sia caduto per "troppa onestà".
Sarebbe la sua estraneità al mondo dei poteri forti, la sua distanza dal mondo di Mafia Capitale ad aver determinato l'isolamento del sindaco marziano, come lui stesso rivendica anche nell'ultimo messaggio alla città.
La verità è che Marino ha servito degli interessi per nulla deboli. Ha candidato Roma per i giochi olimpici del 2024, ha approvato la costruzione di un intero nuovo quartiere con la scusa dello stadio della Roma, ha promosso la trasformazione delle ex caserme in appartamenti di lusso e dei cinema chiusi in megastore, aveva da poco confermato l'intensione di privatizzare i servizi pubblici.
Per sostenere questi interessi ha trovato alleati in questura, nelle opposizioni, nelle consorterie e nelle lobby come i suoi predecessori, ha affrontato a muso duro solo i senza casa, i lavoratori del comune, gli autisti dell'atac, gli occupanti di spazi sociali. Poco cambia se ad avvantaggiarsi non sono stati Buzzi & Carminati ma Parnasi e le cooperative cattoliche.
Marino è caduto perché non serviva più. Era un sindaco outsider candidato in polemica con l'establishment del Partito Democratico in un periodo in cui quel partito non era in grado di esprimere una leadership credibile. Era il sindaco di un'altra fase.
Oggi c'è Gabrielli. Uno sbirro per pilotare la svendita del patrimonio immobiliare e dei servizi pubblici, per normalizzare i conflitti, per annichilire tutto ciò che oppone resistenza.
Oggi c'è il giubileo. Una vetrina per nascondere la continuità degli affari che la logica dell'emergenza continua a garantire sulla pelle di senza casa, migranti e rom.
Per chi ha a cuore la giustizia sociale la priorità rimane rompere questa vetrina e cacciare questo sbirro, con Marino o senza Marino.

giovedì 8 ottobre 2015

DAR DA MANGIARE AGLI AFFAMATI

Ogni tanto nella tragedia dell'immigrazione verso l'Europa una buona notizia da raccontare la si trova ancora,come nel caso del panettiere greco Dyonisis Arvanitakis che abita a Kos,una delle isole più frequentemente utilizzate per sbarcare in territorio europeo.
Nella semplicità e nella sfuggevolezza di quest'uomo sta tutto quello che ogni singola persona potrebbe e dovrebbe fare verso i più deboli ed i più emarginati,verso quelle persone che hanno maggior bisogno di aiuto in questo momento.
Perché il lavoro che svolge ogni giorno,produrre e consegnare al porto cento chili di pane in più rispetto al suo normale lavoro,è sì un sacrificio ma non ha prezzo il sentirsi utili e d'aiuto,in quanto Dyonisis ha provato sulla sua pelle cosa vuol dire aver fame ed emigrare in un paese lontano dove non conosci nessuno e nemmeno la lingua.
Articolo preso da La Stampa(http://www.lastampa.it/2015/10/07/esteri/il-panettiere-di-kos-che-dona-chili-di-pane-ai-rifugiati-tutti-i-giorni-Z6nS6okQ2HWoYbyO6GSUEK/pagina.html ).

Il panettiere di Kos che dona 100 chili di pane ai rifugiati tutti i giorni.

La storia di Dyonisis Arvanitakis, «l’eroe del Dodecaneso» che ha commosso il mondo.
 
di Francesco Zaffarano
 
«Europa è quel panettiere di Kos che tutti i giorni va al porto per dare da mangiare alle anime affamate e stanche», scandiva lo scorso 9 settembre il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker davanti al parlamento di Bruxelles, durante il discorso annuale sullo Stato dell’Unione. «Lui come gli studenti di Monaco e Passau che portano vestiti alla stazione e i poliziotti austriaci che accolgono i rifugiati che arrivano esausti al confine». Sono storie di piccoli gesti che raccontano un’Europa che non è meno reale di quella che per troppo tempo non è riuscita ad agire. Quel panettiere di Kos non è frutto di un artificio retorico, è una persona in carne e ossa che non sente il peso di essere un simbolo: «Io mi limito ad aiutare, nient’altro». 
Il suo nome è Dyonisis Arvanitakis e ha alle spalle una storia che gli permette di guardare con occhi diversi a quello che sta succedendo sulle coste della Grecia. Già, perché una volta l’immigrato era lui: è il 1957 quando Dyonisis, decide di lasciare casa sua, nel Peloponneso per scappare dalla miseria. All’età di quindici anni, si imbarca per un viaggio di quaranta giorni verso l’Australia ed è lì che per la prima volta si trova dall’altra parte della barricata: «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese - racconta - e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro».
Da allora sono passati molti anni. Nel 1970, dopo aver lavorato come panettiere in Australia, essersi sposato e aver messo da parte abbastanza soldi, Dyonisis riesce a tornare in Grecia, a Kos, da dove viene la moglie Evangelia. Nel villaggio di Zipari apre la sua prima bottega, oggi una delle più importanti dell’isola, gestita assieme al figlio Stavros. Le cose però cambiano quando cominciano ad arrivare i primi barconi e, con loro, i suoi viaggi verso il porto col furgone carico di pane.
Riuscire a parlare con Dyonisis non è facile. L’eroe del Dodecanneso, come lo chiamano alcune testate greche, si divide tra il porto di Kos e il forno della sua panetteria come se gli anni non fossero passati. E quando un giornalista lo cerca o chiama al telefono la risposta è sempre la stessa: «Dyonisis non c’è». Alla porta della sua bottega, qualche giorno fa, ha bussato anche Brandon Stanton, il fotografo reso celebre dai ritratti del progetto Humans of New York, che lo ha voluto immortalare, immerso tra centinaia di pagnotte: un uomo di poche parole e molto lavoro ma che ha un’idea chiara di quello che sta succedendo e soprattutto di ciò che è chiamato a fare. Nient’altro che dare una mano.
«Ho cominciato a caricare il furgone di pane per donarlo a quelle persone. Ogni giorno ne facciamo circa 100 chili in più ma arrivano sempre più persone, l’Europa dovrebbe venire a vedere cosa succede qui». Alcuni dei profughi lo aiutano, lavorano per lui, «ma la situazione diventa sempre più complessa e ogni volta mi domando se è il caso di smettere o continuare». A voler rallentare sarebbe suo figlio, che con lui gestisce affari: «È contento di ciò che facciamo ma preferirebbe che non esagerassi». Ogni giorno però è come quello precedente e Dyonisis riempie il retro del furgoncino per tornare al porto. Se continua è solo perché non può dimenticare quello che ha patito da giovane: «Quando ero un ragazzo, nel Peloponneso si pativa la fame e oggi è lo stesso, per questo scappavamo. Vivere per strada, non avere da mangiare, non conoscere la lingua sono cose che non si scordano facilmente».

mercoledì 7 ottobre 2015

NOVITA' SU TPP E TTIP

Come si dice oggi due piccioni con una fava,poiché i due articoli presi da Senza Soste contribuiscono e si supportao l'un l'altro in quanto parlano di due elementi concatenati che sono le firme dei contratti di libero scambio del commercio chiamati Tpp e Ttip.
Dell'ultimo citato se n'era già parlato nei mesi scorsi(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/11/verso-la-disoccupazione-globale.html )e la stesura di questo tipo di contratto transatlantico con gli Usa che vogliono avere il dominio economico sull'Europa con quest'ultima che fa la gnorri ma tutto è calcolato:del resto ci sono voluti anni per arrivare ad un accordo,ancora da ratificare in ogni paese membro,per arrivare ad una quadra per quanto riguarda il Tpp.
Quest'ultimo è l'accordo di partenariato tra le nazioni che si affacciano sull'oceano Pacifico,quindi con paesi americani,oceanici ed asiatici(con l'inclusione del Vietnam ma l'esclusione della Corea del Sud tra i nomi più rilevanti).
Ed è quello spiegato nella prima parte del contributo mentre nel secondo viene dato rilievo a settimana prossima dove tra il 10 ed il 17 ottobre ci saranno manifestazioni(forti di tre milioni di firme raccolte)a livello globale contro la riuscita del Ttip,che secondo molti metterà in ginocchio le economie prima europee e poi statunitensi,con l'agricoltura che farà da apripista al collasso dei vari settori economici.
Perché dietro alla parola "libero" associata a scambio e commercio non ci sta il significato di libertà cui tutti bramiamo e tifiamo,ma dietro v'è celato il vantaggio solo per i più forti(Usa)e per le multinazionali.
 
Firmato il Tpp. Mezzo Pacifico in mano agli Usa.
 
Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org.
 
Finita l'epoca del Wto e della globalizzazione, è l'ora dei trattati transoceanici che tentano di cementificare blocchi economico-commerciali. Inevitabilmente, da subito o in prospettiva, in “competizione” feroce con tutti gli altri.
La firma apposta ieri ad Atlanta, in Georgia, al trattato Trans Pacific Partnership (Tpp) è un atto di guerra. Commerciale, per ora. Così come lo sarà, se verrà concluso un negoziato ancora più difficile, il Tras-Atlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) tra Stati Uniti ed Unione Europea.
Solo dodici i paesi aderenti: gli stessi Usa, Australia, Cile, Canada, Messico, Giappone, Nuova Zelanda, Malaysia, Vietnam, Brunei, Perù e Singapore. In pratica, Vietnam a parte, solo paesi anglofoni o “colonie” storiche degli Stati Uniti.
Inutile dire – lo scrivono tutti i giornali mainstream – che il “nemico” è esplicitamente la Cina.
Tra i grandi assenti si deve sottolineare l'assenza di un'altra storica “base” americana come la Corea del Sud, di cui stranamente non parla nessuno, pur vantando multinazionali di prima grandezza (Samsung. Hyundai, Lg, Ssanyong, Daewoo, ecc).
I contenuti dettagliati dell'accordo, circa 30 capitoli, saranno pubblicati solo tra qualche mese, dopo l'approvazione dei parlamenti dei paesi aderenti. E non sarà un processo scontato, a partire proprio dagli Stati Uniti, a causa non solo dell'opposizione repubblicana e di qualche parlamentare democratico (quelli più legati ai sindacati, timorosi della caduta dei salari derivante dalla libera circolazione di merci prodotte a costi inferiori), ma anche delle multinazionali statunitensi dell'automobile.
La prima a invitare esplicitamente il Congresso a respinere il trattato è stata la Ford. E non a caso proprio il settore auto (oltre al farmaceutico, e in generale la regolamentazione dei diritti sui brevetti) è stato tra i punti più ostici del negoziato, protrattosi al di là della scadenza prevista (domenica) a causa del braccio di ferro con il Giappone.
Le ragioni dell'ostilità di Ford (e più discretamente di general Motors e Fiat-Chrysler) riguardano ufficialmente la “manipolazione delle valute”, che non viene affrontata in nessun capitolo del Tpp. Fosse solo questo, non sarebbe in fondo un gran problema; le “svalutazioni competitive” possono agevolmente essere affrontate da un sistema produttivo che ha alle sue spalle la Federal reserve.
Ma il punto vero del contendere, in questo solo comparto, riguarda la “percentuale minima di valore” contenuto in un prodotto creata nel paese esportatore. Sembra complicato e in effetti un po' lo è, perché è questione che investe la dimensione e l'estensione delle filiere produttive globali. In pratica, si trattava di stabilire la soglia al di sotto della quale un prodotto giapponese (o di qualunque altro paese aderente al Tpp) non può esser più considerato made in Japan (o altrove) perché contenente troppi componenti fabbricati in altri paesi, a più basso costo. E quindi da sottoporre a tariffe di importazione più o meno alte.
Nel trattato Nafta, cui aderiscono Usa, Canada e Messico, questa soglia minima è fissata al 62,5%, mentre nel Tpp il Giappone (unico tra gli aderenti a fare concorrenza alle auto Usa) ha strappato un molto più comodo 45%. Le auto nipponiche, che incorporano un alto numero di componenti fabbricati in Cina o in altri paesi asiatici, potranno perciò essere importate negli Usa, Canada e Australia (i principali mercati del Tpp per le quattro ruote) senza dover più esser caricate di tariffe doganali pesanti: solo il 2,5% per le auto propriamente dette, ma ben il 25% per i segmenti ad alto guadagno e alto gradimento su quei mercati, come suv, pickup e monovolume.
L'altro ostacolo rilevante è stato rappresentato dalla durata dei brevetti, soprattutto sui farmaci. Gli Usa avrebbero voluto ovviamente almeno dodici anni di “divieto” prima di consentire la fabbricazione di farmaci generici o equivalenti, mentre tutti gli altri paesi hanno premuto – con successo, a quanto pare, per ridurre questo periodo di monopolio a un intervallo variabile tra i 5 e gli 8 anni.
Discussioni che possono sembrare esoteriche, ma che definiscono una volta per tutte la possibilità di sfruttare commercialmente le scoperte scientifiche e le loro applicazioni tecnologiche. Ovvero, in questo caso, il periodo di tempo durante il quale si può conservare il “vantaggio competitivo” sui concorrenti.
Perché questo è il segreto vero di qualsiasi trattato commerciale o di qualsiasi unione monetaria tra paesi che presentano un livello di sviluppo differente: il vantaggio è sempre per il più forte. Per questo la propaganda – o, come si dice adesso, “la comunicazione” - gonfia fino all'inverosimile la storiella dei “vantaggi per tutti”. Chiedetelo ai messicani, se è vero...
6 ottobre 2015
 
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Stop Ttip: raggiunti i 3 milioni di firme, l'Europa si mobilita contro i trattati di libero scambio.
 
Dal 10 al 17 ottobre dei 3 milioni di firme raccolte in tutto il continente, centinaia di migliaia di persone scenderanno in piazza per chiedere l’interruzione dei negoziati sul TTIP e gli altri accordi di libero scambio. L’obiettivo della mobilitazione internazionale è intrecciare le molteplici istanze promosse dalla società civile, costruendo un grande blocco di opinione pubblica contraria ad un sistema di commercio internazionale che mette i diritti umani e civili in secondo piano rispetto agli interessi delle grandi multinazionali e dei gruppi finanziari.
A cominciare da sabato 10 ottobre, le campagne internazionali Stop TTIP organizzeranno eventi, mobilitazioni, presidi in centinaia di città, tutti con un intento preciso: fermare il Trattato transatlantico fra USA e Ue, bloccare il negoziato TiSA sulla liberalizzazione di tutti i servizi e impedire la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio fra Ue e Canada.
«I movimenti tornano in piazza per affermare che serve una netta inversione di rotta – dichiara Marco Bersani, fra i portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Il TTIP dev’essere fermato subito per riaprire la strada ad un nuovo modello sociale, fatto di beni comuni, diritti e democrazia, in Italia e in Europa».
La più grande manifestazione è attesa a Berlino, e ad essa parteciperà anche una parte della campagna italiana. Nel nostro Paese sono previsti presidi in decine di centri urbani, dove loschi businessmen & women si riverseranno nelle strade per svendere ai cittadini acqua, sanità, cibo e diritti. Alla parte creativa verrà affiancata una massiva campagna di pressione istituzionale, con valanghe di tweet ed e-mail che affolleranno gli account dei parlamentari italiani troppo “distratti” in merito a un tema che riguarda da vicino la vita di ciascun cittadino.
Il 6 ottobre, nel frattempo, si è conclusa con un successo senza precedenti la prima fase della raccolta di firme dell’iniziativa autorganizzata dei cittadini europei contro il TTIP e il CETA. È stato superato anche il tetto dei 3 milioni di adesioni, a dimostrazione che esiste una opposizione vasta e trasversale agli accordi di libero scambio. Questo dissenso è in costante crescita e non può più essere trascurato dalle istituzioni: il processo di ratifica del CETA non deve avvenire ignorando le preoccupazioni della società civile, così come le trattative su TTIP, TiSA e TPP non godono del consenso necessario per proseguire. La continua mancanza di trasparenza da parte dei negoziatori è inaccettabile e le numerose mine per la democrazia contenute in questi accordi devono essere disinnescate. Ne è un esempio il TPP, Trans Pacific Partnership, “fratello” del TTIP sul fronte del Pacifico. Dopo un lungo negoziato segreto, gli Stati Uniti insieme ad altri 11 Paesi di America, Asia e Oceania sono giunti ad un accordo che ora passerà al vaglio dei governi nazionali.
«Oltre ad essere svincolato dal rispetto dei patti internazionali sul cambiamento climatico, il TPP presenta innumerevoli punti critici – descrive Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – Porterà ad un aumento della deforestazione e dell’inquinamento, renderà più difficile l’accesso ai farmaci generici per le fasce più povere di popolazione e conterrà una clausola ISDS che permetterà di anteporre i profitti delle multinazionali ai diritti dei popoli».
«Le mobilitazioni delle prossime settimane, e l'obiettivo di tre milioni di firme raggiunto e superato, segnano la prima grande vittoria dei movimenti della società civile – dichiara Monica di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Ogni minimo tentativo da parte della Commissione europea e dei governi di tenere sotto silenzio un negoziato così importante è fallito miseramente, e più si scoprono le carte più risulta insostenibile la ricetta che le lobbies economiche vogliono propinarci. Ci sono milioni di cittadini che non sono disposti a mettere sul piatto standard di qualità, un tessuto economico fatto di piccola e media impresa, una pesante riorganizzazione del tessuto sociale europeo in cambio delle finte promesse fatte da chi, grazie a questo trattato, risulterà vincitore. Dalla crisi si esce in modo diverso: scommettendo sui territori, su un'agricoltura sostenibile e sempre più localizzata, sulla difesa dei diritti e non sul loro lento smantellamento. Questo sosteniamo come Campagna Stop TTIP Italia e questo verrà ribadito in centinaia di piazze di tutta Europa nei prossimi giorni».
Stop Ttip Italia
6 ottobre 2015

martedì 6 ottobre 2015

LA CLASSE OUVRIERE

Nel gennaio 2014 ad Amiens due manager della Goodyear vennero sequestrati dai lavoratori fino a quando non ottennero rassicurazioni sul loro posto di lavoro messo in bilico(si parlava di 1200 persone)non perché l'azienda andasse male ma solo per criteri di quotazioni in borsa(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/01/buon-anno.html ).
Non sono passati due anni ed ecco un altro eclatante caso ha invaso i telegiornali di ieri con le immagini di altri due dirigenti stavolta di Air France che hanno vissuto dei brutti momenti in quanto sfuggiti ai propri dipendenti inferociti per l'annuncio di nuovi tagli al personale dopo aver già perso più di diecimila dipendenti nel coso degli ultimi tre anni.
Al di la delle cause per cui si sono annunciati altri 2900 licenziamenti,la vicenda Air France ricorda quella nostrana di Alitalia con pasticci e sperpero di soldi da far rabbrividire,uno scandalo senza precedenti che aveva intasato le cronache di qualche anno fa.
L'articolo sotto preso da Infoaut parla dei fatti di ieri accaduti nella sede di Air France e mette in mostra la risposta muscolare dei cugini francesi che al di là dei cliché che gli attribuiamo di essere fighetti sono in realtà all'opposto nostro e mostrano le palle quando di mezzo c'è il posto di lavoro.

Air France: quasi linciato un manager dopo l'annuncio di licenziamenti.

Giornata tesa oggi nella sede di Air France. Il Comitato centrale d'impresa, durante il quale s'incontrano sindacati e direzione, è stato violentemente interrotto da diverse centinaia di dipendenti dopo l'annuncio che il piano di ristrutturazione previsto per la compagnia di bandiera francese porterà al licenziamento di circa 2'900 persone. I manifestanti hanno fatto irruzione nella sede di Air France chiedendo le dimissioni della direzione dell'azienda.
Al centro della contestazione si è trovato Xavier Broseta, direttore delle risorse umane. Il dirigente è stato quasi linciato dalla folla: calci, insulti e camicia strappata per questo manager di 45 anni, "salvato" dalla polizia e costretto a lasciare l'incontro coi sindacati scavalcando la recinzione intorno alla sede della compagnia . Anche il Direttore generale Frédéric Gagey, è stato visto lasciare precipitosamente la riunione.
I sindacati confederali CGT, FO et Unsa avevano indetto uno sciopero a partire da questa mattina per protestare contro il piano di ristrutturazione che prevede, oltre che i licenziamenti, un aumento delle ore di volo a remunerazione costante e altri tagli, lasciando così cadere nel vuoto l'appello a uno "sforzo comune" per il bene dell'azienda fatto dal porta-parola del governo Stéphane Le Foll.