sabato 11 gennaio 2020

IL VALZER DELLE CONCESSIONI AUTOSTRADALI

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Tutti i proclami del post Morandi che avevano visto unite le forze politiche per togliere le concessioni autostradali ai privati via via,passato l'effetto clamore dell'evento,si sono farri meno prorompenti e minacciosi e infine si è visto che molte forze politiche si sono defilate da queste intenzioni.
Forse solo i pentastellati,o almeno la maggioranza di essi e di quelli che sono rimasti nel gruppo parlamentare che purtroppo per loro e per la politica in generale stanno perdendo pezzi,sono ancora(sempre a parole)disposti a dire basta ai considerevoli profitti che quasi una trentina di gruppi privati hanno approfittato delle generose concessioni statali grazie alla privatizzazione delle autostrade(
Che ha voluto dire aumento stratosferico dei pedaggi contro spese ridotte al lumicino per gli investimenti strutturali e soprattutto per le manutenzioni ordinarie e straordinarie i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti(vedi:madn autostrade-sempre-piu-pessime ).
L'articolo di Contropiano(revoca-concessioni-autostradali-ai-privati )parla degli ultimi crolli di porzioni di galleria che per fortuna non hanno coinvolto nessun mezzo,e di come sia più che necessario fare un passo indietro e porre nuovamente sotto la tutela dello Stato un servizio di primaria importanza come quello del settore dei trasporti.

Revoca concessioni autostradali ai privati. Che c’è ancora da discutere?

di  Stefano Porcari 
Dopo i crolli in galleria sulla A26 e la A10 una parte di intonaco della volta della galleria ‘Ricchini, nel comune di Quiliano (Savona), sulla A6 Torino-Savona è crollato intonaco sulla strada nella notte tra giovedì e venerdì. La discussione sulla revoca o meno delle concessioni autostradali a società private appare a questo punto un show tra “fulminati”, ma è anche emblematica delle convergenze trasversali tra destra e Pd sulla difesa degli interessi ben definito e della privatizzazione dei profitti.

Le autostrade sono un bene pubblico, pagato in questi decenni dallo Stato e dai cittadini che le utilizzano per la mobilità. Sono state concesse, arbitrariamente e stupidamente a nostro avviso, a società private che ne ricavano profitti consistenti pagando una concessione allo Stato.

I fatti, anche drammaticamente, si sono incaricati di dimostrare che la gestione privata delle autostrade – che ha come priorità il ricavarne profitti – non è adeguata a garantirne né la sicurezza né il ritorno previsto in termini di benefici economici per la collettività.

Il fuoco di sbarramento di Pd, Italia Viva, Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia – senza sostanziali differenze tra loro – contro la revoca delle concessioni ai privati, in questo caso alla società Autostrade per l’Italia del gruppo Atlantia/Benetton, la dice lunga su quali interessi stiano realmente a cuore a forze politiche che si dicono diverse e competitrici ma sistematicamente convergenti su almeno il 90% dei temi dell’agenda politica.

E’ allucinante che per prendere una decisioni qualcuno si schermisca dietro l’attesa della sentenza della magistratura sul crollo del Ponte Morandi. La magistratura è chiamata ad esprimersi su illeciti penali non su scelte politiche o economiche che attengono al governo o al parlamento.

E poi ci sono i fatti. Drammatici. Secondo una inchiesta condotta dal giornale Il Secolo XIX sono circa duecento le gallerie fuorilegge in tutta Italia: 105 sulla rete in concessione alla società Autostrade per l’Italia (Benetton), 90 gestite su quelle date in concessione ad altre società private. Un primo censimento è stato fatto dopo i controlli avviati in seguito al crollo avvenuto il 30 dicembre scorso all’interno della galleria Bertè, sulla A26, nei pressi del comune di Masone (Genova), poi c’è stato il crollo sulla A 10 e adesso quello sulla A 6. Il dato viene rilevato dopo le indagini sulla sicurezza della rete autostradale che il Ministero delle Infrastrutture ha avviato in seguito al disastro del ponte Morandi.

Una parte rilevante parte delle gallerie sulle autostrade non è a norma con i requisiti antincendio, con il rischio di una procedura di infrazione europea contro l’Italia.
La direttiva europea 2004/54, recepita in Italia nel 2006, fissava per le gallerie lunghe più di 500 metri requisiti di sicurezza su antincendio (ventilazione, rifugi, impianti di estinzione), illuminazione eccetera, dando tempo fino al 30 aprile 2019 per adeguarsi. Nella primavera del 2019 il Ministero delle Infrastrutture (retto allora dall’improbabile Toninelli) ha cercato di ottenere dall’Unione Europea una proroga al 2022 ma ad ottobre la Ue ha comunicato l’avvio degli atti per una procedura d’infrazione.

Ai costi dei ridotti introiti dovuti dall’aver concesso ai privati la gestione delle autostrade si aggiungerebbero anche quelli di una sanzione europea.

E ancora si sta a discutere se revocare ai privati le concessioni autostradali o meno?

venerdì 10 gennaio 2020

IL CASO DEL BOEING CADUTO A TEHERAN


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Se ne sono sentite di ogni sul disastro aereo che ha provocato la morte di 176 persone,col Boeing 737 ucraino esploso in volo sopra Teheran quando l'Iran stava compiendo attacchi verso basi Usa in Iraq,fatto che fin da subito ha fatto gridare agli stessi Stati Uniti,e di riflesso ai media occidentali,un errore dell'esercito iraniano che ha abbattuto l'aereo con a bordo una maggioranza di passeggeri iraniani e canadesi oltre che di altre nazionalità.
Il volo Teheran-Kiev quindi va ad inasprire il rapporto sempre più logoro tra gli Usa e l'Iran che ha trovato l'apice con la morte di Soleimani(madn che-il-conflitto-abbia-inizio ),con Washington che vuole le scatole nere mentre Teheran ha detto un secco no pur tuttavia coinvolgere nelle indagini le nazioni di appartenenza delle vittime.
L'articolo di Contropiano(boeing-ucraino )parla quasi esclusivamente delle ingerenze statunitensi nel pilotare le informazioni a tutto il mondo,ma offre anche altre ipotesi oltre a quelle fornite dall'Iran(causa tecnica tant'è che l'aereo stava ritornando all'aeroporto di decollo dopo pochi minuti)e dagli Usa(abbattimento provocato da un missile iraniano),come quelle di un attentato a bordo,scontro con droni americani e altre ipotesi al momento non ancora rivelate.

Boeing ucraino: per i media occidentali “non avrai altro colpevole che l’Iran”.

di  Fabrizio Poggi 
Il presidente dell’aviazione civile iraniana, Ali Abedzadeh, ha definito “voci insensate” gli annunci secondo cui il Boeing 737 della MAU sarebbe stato colpito da un razzo. “Dal punto di vista tecnico è impossibile che un razzo abbia colpito l’aereo ucraino” ha detto. Tanto più che è accertato che i piloti hanno tentato di tornare verso l’aeroporto: già per questo scompare la versione del missile.

Abedzadeh ha dichiarato anche che l’Iran non consegnerà a Washington le scatole nere dell’aereo, ma che comunque i tecnici della Boeing, così come quelli ucraini, canadesi e dei Paesi di appartenenza delle vittime, prendono parte a Teheran alle indagini sul disastro, costato la vita a 176 persone.

Ovviamente, non appena il Pentagono ha raccomandato a Kiev di cambiare la prima versione (quella che escludeva l’ipotesi di un attentato) ed ha diffuso la velina con la propria verità, tutti i “più seri” media del “mondo libero” si sono gettati a capofitto sulla versione del missile antiaereo iraniano “Tor-M1”, ovviamente di fabbricazione russa che, pur se “per sbaglio”, avrebbe colpito il velivolo civile ucraino.

Non si cura nemmeno di usare un condizionale – quasi d’obbligo in questi casi – Il Sole 24 ore, che sul proprio sito web riporta perentoriamente la certezza yankee: “Media Usa: Boeing 737 abbattuto sopra Teheran da un missile iraniano”, nascondendo poi nei sottotitoli che “Nessuna ipotesi è esclusa”. E poi, via di corsa a citare le americane Newsweek, Cbs, e l’intelligence americana, che “avrebbe intercettato segnali di due missili lanciati dagli iraniani”.

Segue poi un video del New York Times, insieme alle dichiarazioni del premier canadese Justin Trudeau, anche lui, citando imprecisate “fonti di intelligence”, convinto del missile iraniano, quando ieri i gli esperti canadesi avevano escluso ogni ipotesi di atto terroristico. Per quanto riguarda il coinvolgimento nelle indagini degli esperti della Boeing, cui, secondo Il Sole, Teheran avrebbe negato il permesso a partecipare alle investigazioni, bastano le parole di Abedzadeh citate prima.

Di contro, l’agenzia iarex.ru dice chiaramente che gli USA stanno ricorrendo alle menzogne pur di incolpare l’Iran del disastro. Questo perché, a parere del politologo Oleg Lavashov, tra gli osservatori sta prendendo peso l’ipotesi che sia stato invece proprio un drone USA a causare la tragedia.

Tra l’altro, afferma Lavashov, gli americani stanno operando con “banali campagne sui media”, e lo fanno anche in maniera “abbastanza poco professionale, contando sul fatto i media loro amici cantino sulle note USA“. I media americani citano ora a profusione le più svariate “fonti di intelligence” e di altro genere, pur di accusare l’Iran, dice ancora Lavashov; ma, “quando si trattava di scagionare Kiev per il Boeing malese, non si trovava nessuna fonte, dato che gli USA dispongono dei dati secondo cui il Boeing malese era stato abbattuto dall’Ucraina”.

C’è poi la CNN che, citando un’imprecisata “fonte d’intelligence”, parla di due missili terra-aria “SA-15” di fabbricazione russa.

E il segretario del Servizio di sicurezza ucraino, Aleksej Danilov, che nella mattina di giovedì aveva parlato di 4 versioni sulle possibili cause del disastro (razzo antiaereo “Tor”, scontro con uno o più droni, causa tecnica, attentato a bordo), già in serata parlava di 7 ipotesi, tre delle quali, rimanevano al momento “segrete”.

Molto più cauto, almeno in apparenza, il suo capo dello Stato, Vladimir Zelenskij, che venerdì dice che la versione del missile “non è esclusa, ma a oggi non è confermata.Tenendo conto delle dichiarazioni dei leader politici ai media, invitiamo tutti i partner internazionali – in primo luogo i governi di USA, Canada e Gran Bretagna – a presentare dati e prove riguardanti la catastrofe”.

Nella giornata di giovedì si era giunti al punto di mostrare “fotografie” dei resti di un razzo nella zona in cui era precipitato il Boeing, messe su twitter da tale Ashkan Monfared, il cui account, però, secondo il canale-telegram “Sheptun”, risultava da bloccato per altre numerose false informazioni. Inoltre, nota Sheptun, tutti i metadati delle foto erano stati anticipatamente cancellati e una semplice ricerca su Google e Jandex non fornisce risultati utili. Al momento, scrive Sheptun, “gli ‘esperti’ di fama mondiale di Bellingcat, e il loro fedele esercito di investigatori via Internet, stanno cercando di determinare l’origine della fotografia. Finora, tuttavia, senza successo“.

In generale, osserva il sito web fort-russ.com, le affermazioni di Trudeau costituiscono “il primo serio tentativo di legittimare i pettegolezzi originati per la prima volta da anonime fonti del Dipartimento di Stato, poche ore dopo l’incidente“. Trudeau ha dichiarato anche di aver condiviso questa “intelligence segreta” con i governi ucraino e olandese che hanno condotto le indagini sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014. Abbattimento che, peraltro”, nota fort-russ.com, “le recenti dichiarazioni del tenente-colonnello Vasilij Prozorov hanno dimostrato esser stato causato dalle forze di ‘Azov’ collegate al governo Poroshenko, d’intesa con l’intelligence britannica”.

Nessun media del “mondo libero” accenna, nemmeno di sfuggita, alla possibilità ventilata da fonti militari iraniane al canale Live Report, che il Boeing 737 ucraino possa esser stato abbattuto per errore da un missile lanciato da droni USA, a caccia di velivoli governativi iraniani; così come nessuna fonte occidentale fa parola dei resti di un drone MQ-1 “Predator” rinvenuti alla periferia di Teheran.

giovedì 9 gennaio 2020

ASPETTANDO LA PENSIONE E LA MORTE


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I dati che sono ancora al vaglio di chi fa indagini sul mondo del lavoro fanno registrare il dato preoccupante che la percentuale di oltre il 25 delle morti bianche siano di lavoratori che abbiano superato i sessant'anni di età.
Che siano lavoratori ancora impiegati secondo le regole o che svolgano mestieri in nero o che abbiano per scelta deciso di non andare in pensione e proseguire l'attività,il dato di fatto è che oltre una certa soglia i carichi,la fatica e lo stesso impegno fisico e mentale e l'attenzione scemino oltre una certa data anagrafica.
Il breve comunicato sindacale Usb(contropiano.org )fa riflettere in uno Stato dove la pensione è ben poca cosa a fronte di un'età pensionabile indefinita e comunque che si protrae sempre più,fermo restando il fatto che i diritti acquisiti in anni di lotte sindacali stiano scomparendo in un accordo tra le sigle sindacali confederali e gli ultimi governi che si sono insediati.

Più di un quarto dei morti sul lavoro nel 2019 erano ultrasessantenni.

di  Unione Sindacale di Base 
L’allungamento dell’età pensionabile ha portato, un risultato aberrante, nel 2019 oltre un quarto (oltre 25%) dei morti sul lavoro sono ultrasessantenni. Lavoratori che avrebbero potuto stare in pensione e invece per ridurre gli anni di godimento della pensione si arriva a mettere in pericolo la loro vita.

Tra la riduzione dei diritti c’è anche quello alla sicurezza che insieme ai ritmi e ai carichi di lavoro diventano insopportabili per un lavoratore anziano. Come se questo dato non bastasse inventano l’invecchiamento attivo, vale a dire spingere al lavoro anche dopo il pensionamento.

La progressiva riduzione della copertura delle pensioni rispetto ai salari, l’attacco ai diritti come la pensione di reversibilità, l’invalidità civile, le necessità familiari spingono i pensionati a lavorare anche dopo la pensione. Ma chi può lavorare e quale lavoro può essere svolto dopo il pensionamento, chiaramente ci si rivolge ai professionisti e non certamente a chi ha svolto lavoro usurante e faticoso.

La possibilità di cumulo del reddito da lavoro e della pensione apre sicuramente un nuovo mercato del lavoro che consente al pensionato di riprendere l’attività lavorativa o cambiarla scivolando nel lavoro nero. Quanti pensionati sanno che i contributi versati per il lavoro dopo il pensionamento danno diritto ad un incremento della pensione che viene però riconosciuto solo su richiesta dell’interessato. Così pensando di perdere eventuali contributi e incappando nella voracità dei datori di lavoro si accetta lavoro nero e grigio sottopagato.

Il vero invecchiamento attivo è l’impegno sociale a difesa dei propri diritti e alla conquista di nuove garanzie per i nostri bisogni.

martedì 7 gennaio 2020

LE VERITA'(TACIUTE)SUL CAPODANNO IN VIA GOLA


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Tutto il fango(e rimango moderato nei termini)gettato addosso ai compagni di Via Gola a Milano con notizie che li davano come criminali e assalitori dei vigili del fuoco,e solamente in pochi casi tali dichiarazioni sono state rettificate a dovere,è stato frutto di un giornalismo servile e abbastanza ignorante che ha voluto fare dell'antagonismo,di chi lotta per i diritti alla casa e al lavoro,di chi mette la faccia per avere giustizia sociale,rispetto e tutela dei più deboli,un bersaglio comodo e populista.
Un piatto freddo servito nei giorni successivi al Capodanno nei telegiornali nazionali,stantio e poco digerito dagli abitanti della zona e dai frequentatori di luoghi di aggregazione come il"Cuore in gola"che da anni resiste in una delle zone più belle di Milano,accanto ai navigli vicino al centro città che Sala vorrebbe pulito e senza conflitti né lotte...insomma il classico salotto buono della metropoli.
Ho dovuto addirittura affidarmi ad un link del Giornale(gola-identificati-assalitori-dei-pompieri ),l'unico di una testata nazionale che ha descritto il dopo e non solo il clamore dell'inizio dell'attacco di alcuni appartenenti a delle gang sudamericane e dei ragazzi originari del nordafrica.
Qui sotto i fatti e i relativi colpevoli,o presunti tali,si vede che lo straniero nelle bassezze di un quotidiano di tale sciatteria batte ancora il compagno o l'anarchico in termini di odio,con ferme reazioni delle istituzioni e comunque lo sdegno che dev'esserci per chi ha colpito,minacciato e comunque impedito il lavoro dei pompieri intervenuti.

Via Gola, identificati gli assalitori dei pompieri.

Si tratta di magrebini e sudamericani che occupano le case Aler. «Non sono anarchici».
fi Paola Fucilieri

La squadra mobile li ha già identificati e, al termine delle perquisizioni e di tutti gli accertamenti, nei prossimi giorni li denuncerà a vario titolo per resistenza, getto pericoloso di cose, incendio e furto aggravato.

Sono almeno una decina i ragazzini magrebini e sudamericani (questi ultimi tutti «latinos» appartenenti a gang) nel mirino della polizia per l'aggressione a bottigliate e a insulti dei vigili del fuoco in via Gola la notte di Capodanno. Si tratta di giovanissimi abusivi, residenti con le famiglie nelle case Aler di via Gola e via Pichi. Dall'analisi dei filmati finiti in rete e da quelli delle telecamere di sorveglianza infatti la Digos ha appurato con assoluta certezza che il centro sociale «Cuore in Gola» non ha nulla a che fare con il gruppo che, poco dopo la mezzanotte, ha accerchiato e assalito i pompieri impegnati a domare l'incendio di alcune masserizie che erano state gettate in strada - e proprio davanti al centro anarchico - e alle quali era stato dato fuoco. Uno di loro ha anche rubato le chiavi dell'autopompa e sarà l'unico a essere colpito dall'accusa di furto aggravato.

Aspra la reazione del viceministro dell'Interno, Matteo Mauri durante la visita di ieri al comando provinciale dei vigili del fuoco di via Messina. L'incontro con i pompieri, ha fatto sapere il rappresentante del governo, è stato organizzato «per dimostrare la vicinanza delle istituzioni e per assicurare, dopo aver sentito il questore, che i responsabili saranno presto individuati e che la reazione dello Stato sarà dura e decisa».

«Quanto è accaduto in via Gola è una cosa inaccettabile, vigliacca, assurda e perciò la risposta sarà molto netta - ci ha tenuto a ribadire Mauri -. Le istituzioni sono compatte, ho parlato con il questore Sergio Bracco che mi ha garantito che le indagini sono in fase avanzata e così le identificazioni. Sono già in rapporto con la Procura, quindi mi sento di dire che nel giro di poco saranno individuati i responsabili e poi ci si comporterà di conseguenza, bisogna dare un segnale molto netto. Colpisce molto quando vengono colpiti ambulanze, medici o vigili del fuoco, vuol dire che le basi della convivenza civile stanno venendo meno per alcuni» ha concluso il viceministro.

Importante ieri mattina anche l'intervento dell'ingegner Tommaso di Lena, dirigente del corpo e responsabile della prevenzione incendi, che ha spiegato che il falò di via Gola ha sfiorato la tragedia: «Non spento in tempi rapidi l'incendio avrebbe potuto trasmettere calore ai fabbricati vicini e alle auto parcheggiate con un tragico effetto domino».

Dai video analizzati sarebbe emerso subito che «Cuore in Gola» non ha avuto un ruolo in quanto accaduto. Gli atteggiamenti dei ragazzi coinvolti, infatti, non sono quelli tipici degli anarchici che nemmeno durante sgomberi o sfratti finora hanno mai aggredito i pompieri. Dalle immagini emergono anche delle pistole utilizzate dai partecipanti durante l'aggressione, armi che però sarebbero solo riproduzioni.

domenica 5 gennaio 2020

LO STERMINIO DEGLI ANIMALI IN AUSTRALIA


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La lunga estate caldissima,una di quelle che ha avuto le temperature più elevate di sempre,sta proseguendo nell'altro emisfero toccando nuovi record pure in Australia,e a causa di queste,frutto del grave dissesto naturale che risponde al nome di riscaldamento globale,sta provocando incendi devastanti da più di quattro mesi.
A differenza del Brasile(madn la-terra-bruciadi-nuovo )dove gli incendi che hanno devastato l'Amazzonia sono stati quasi tutti frutto dell'azione diretta dell'uomo,qui sono proprio le temperature impazzite,i venti e altri fattori meno tangibili ma decisivi,a far bruciare ettaro dietro ettaro intere foreste e territori dove ormai le vittime i stanno moltiplicando arrivando quasi a trenta mentre ben più numerose sono le vittime tra gli animali.
Nell'articolo del Mattino(incendi_australia_numeri_choc )si parla di mezzo miliardo tra uccelli,mammiferi e rettili intrappolati o incapaci di scappare dalle fiamme,uno sterminio sia di specie animali e vegetali alcune delle quali potrebbero essere già scomparse dalla faccia della terra.

Incendi in Australia, i numeri choc: «Morti 480 milioni di animali». In fiamme un'area più grande del Belgio.

Almeno 480 milioni di animali, secondo la stima di un ecologo, potrebbero essere morti nello Stato australiano del Nuovo Galles del Sud dall'inizio degli incendi boschivi a settembre. «Il dato - ha spiegato in una nota l'Università di Sydney - si basa su un rapporto del 2007 per il World Wild Fund for Nature (Wwf) relativo agli impatti del disboscamento sulla fauna selvatica australiana» nel Nuovo Galles del Sud.

La stagione degli incendi boschivi è iniziata quest'anno all'inizio di settembre. Finora, oltre 3,6 milioni di ettari di territorio, un'area più grande del Belgio, sono già andati bruciati, mentre oltre 1.800 case sono state distrutte o danneggiate. Per calcolare gli impatti del dissodamento del suolo sulla fauna selvatica del Nuovo Galles del Sud, gli autori del precedente studio avevano ottenuto stime della densità di popolazione dei mammiferi nel Nuovo Galles del Sud e poi lo avevano moltiplicato per le aree di vegetazione autorizzate a essere bonificate. Il professor Chris Dickman, co-autore dello studio originale, ha usato la stessa formula e ha stimato che 480 milioni di animali sono morti negli incendi boschivi nel Nuovo Galles del Sud da settembre.

Tutti e sei gli Stati australiani e un Territorio sono stati colpiti dagli incendi boschivi ma lo studio citato si riferisce solo al Nuovo Galles del Sud. «Gli autori hanno deliberatamente impiegato stime altamente prudenti nei loro calcoli. È probabile che la vera mortalità sia sostanzialmente superiore a quella stimata - ha affermato l'Università - Probabilmente molti degli animali sono stati uccisi direttamente dagli incendi, mentre altri sono morti successivamente a causa della perdita di cibo e riparo e per la predazione da parte di gatti selvatici e volpi rosse».

L'università ha affermato che la stima include mammiferi, uccelli e rettili, ma non comprende insetti, pipistrelli o rane. «È probabile che la vera perdita della vita animale sia di molto superiore a 480 milioni», ha aggiunto l'ateneo. A novembre, gli esperti di fauna selvatica hanno riferito al Parlamento del Nuovo Galles del Sud che almeno 2.000 koala erano morti negli incendi boschivi, sebbene questa stima fosse estremamente prudente. Gli esperti hanno riferito che la crisi degli incendi boschivi ha aumentato il rischio di estinzione del koala, aggiungendosi alla distruzione del loro habitat per usi agricoli e sviluppo urbano.

Gli agricoltori australiani hanno anche perso decine di migliaia di animali negli incendi boschivi e molti hanno dovuto sopprimere quelli in sofferenza per lo stress da calore e le ustioni. «Anche se non conosciamo ancora i numeri esatti, c'è stata una significativa perdita di bestiame in alcune parti del Paese, più di recente in aree come il nord dello Stato di Victoria e la costa meridionale del Nuovo Galles del Sud», ha detto Fiona Simson, presidente della National Farmers' Federation, precisando che il settore lattiero-caseario è tra i più colpiti.

sabato 4 gennaio 2020

CHE IL CONFLITTO ABBIA INIZIO


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Messo al muro dall'impeachment e accalorato dalle prossime elezioni ecco che Trump nel disinteresse degli americani dichiara guerra all'Iran dando il via all'operazione che ha ammazzato tra gli altri il generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad in Iraq tramite un attacco mirato di droni.
La classica goccia che farà traboccare il vaso è stata voluta contro lo Stato che più di tutti ha subito le ire statunitensi perché coinvolto a loro avviso in tutto quello che di male c'è ora in Medio Oriente,dalle proteste irachene e libiche,all'intervento nello Yemen fino alle famose minacce ad Israele.
L'articolo di Infoaut(iraq-l-impero-colpisce-ancora )parla dell'atto terroristico made in Usa con l'Iran pronta a scatenare l'inferno nell'intera zona,una polveriera da sempre e che da ieri sarà teatro di un nuovo conflitto,con un Trump(madn fermiamo-questo-folle )che ormai ha superato e di molto l'asticella della follia e che è pronto a sporcarsi comodamente le mani di sangue(purtroppo non solo di americani e iraniani)seduto alla Casa Bianca.
A margine il commento compiaciuto di Salvini che in campo internazionale conta nulla e che dobbiamo sorbircelo ahinoi entro i nostri confini,un personaggio che come Trump fa della pazzia e dei proclami a giorni alterni(vedi questione ebrei)il suo indegno messaggio politico.

Iraq: l'impero colpisce ancora.

Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all'Iran. Non si può definire in altro modo l'operazione che nella scorsa notte ha portato all'uccisione del generale Qassem Soleimani capo delle forze speciali al-Quds iraniane e figura centrare nel panorama politico-militare sciita.

L'omicidio di Soleimani e altre 12 persone nei pressi dell'aeroporto di Baghdad attraverso un attacco mirato di droni statunitensi arriva alla fine di una lunga serie di schermaglie che aveva coinvolto gli iraniani (e le varie milizie sciite che fanno riferimento a loro) da un lato e l'alleanza USA - Israele e Arabia Saudita dall'altro.

Il tempismo di questa operazione non è casuale per molti aspetti interni ed esterni tanto agli Stati Uniti quanto agli altri paesi coinvolti.

Da un lato per quanto riguarda gli assetti interni statunitensi si approssimano le elezioni presidenziali. In caso di scoppio di un'eventuale conflitto dispiegato c'è da aspettarsi che si polarizzeranno sulla questione della guerra. Non bisogna però pensare che la strategia trumpiana sia in qualche modo in discontinuità con quella precedente democratica, che puntava anch'essa alla destrutturazione degli assi del potere sciita e alla costruzione della coalizione tra sauditi e Israele. Piuttosto a cambiare è l'approccio: dall'ipocrita soft power democrats si passa alla spregiudicatezza totale nell'uso dei rapporti di forza del trumpismo. Una strategia rischiosa, considerata l'eventualità di impelagarsi in una guerra diffusa e di lunga durata. Specialmente in un contesto in cui la prima elezione di Trump è stata anche effetto di un certo anti-interventismo che il conservatore propugnava, ma lo scontro può tornare utile a scopi elettorali dopo lo scotto totale della vicenda siriana. 

Un altro fattore significativo nell'economia del conflitto sono state le mobilitazioni in Iraq e Libano (in una certa versione anche in Iran) contro il carovita e i sistemi confessionali. Queste mobilitazioni in parte spontanee hanno messo in difficoltà le componenti sciite filo-iran tanto in Libano, dove Hezbollah ha navigato per un po' nell'incertezza per poi schierarsi esplicitamente contro i manifestanti, ma soprattutto in Iraq dove una parte della movimento ha indicato come problematica la vicinanza del governo agli iraniani. Che queste proteste fossero in parte eterodirette dagli USA e dai suoi alleati regionali o meno, esse si sono presentate come un'occasione di destabilizzazione e di debolezza politica di cui gli Stati Uniti vogliono approfittare. Un primo obbiettivo raggiunto senza sforzo è stato quello della dimissione del premier iracheno Abdul Mahdi , considerato vicino agli Ayatollah, ma soprattutto promotore della richiesta del ritiro delle truppe USA dal paese. Purtroppo su questo punto toccherà riflettere a fondo, dato che, a differenza delle primavere arabe, in questa occasione il tentativo di "detournamento" delle piazze ai fini degli interessi statunitensi è stato quasi immediato e le pulsioni legittime dei soggetti che hanno attraversato quelle piazze (compresa la novità di una sostanziale istanza anti-confessionale) sono state immediatamente schiacciate dal gioco geopolitico più complessivo. Le rivendicazioni, potenti, di classe che riemergono ciclicamente in queste società vengono regolarmente schiacciate dagli interventi occidentali e in parte ripiegano in una dinamica nazionalista o confessionale, dunque l'intrusione imperialista non fa che impedire lo sviluppo di una possibilità emancipatoria. In questo momento in Iran decine di migliaia di persone stanno scendendo in piazza a Teheran per protestare contro l'omicidio di Soleimani e la costellazione di milizie sciite del medio oriente sta lanciando la mobilitazione contro Stati Uniti e Israele. C'è da aspettarsi che nessuno spazio di agibilità sarà possibile per le componenti più "genuine" che sono scese in piazza in questi mesi mentre i tamburi della guerra imperialista risuonano.

La lunga marcia degli Stati Uniti verso questa guerra d'altronde era già tracciata da tempo. Le scuse che l'amministrazione Trump accampa per giustificare l'attacco sono ridicole di per sé, ma se affiancate alla notizia dei trasferimenti di asset ed armi dalla Turchia all'Iraq di qualche giorno fa dimostrano tutta la loro ipocrisia. In Europa poi la politica dei palazzi si barcamena come sempre tra il triste colpo al cerchio e lo scontato colpo alla botte. Incapaci di prendere una posizione chiara contro una guerra perlomeno "scomoda" le istituzioni del vecchio continente si dividono tra chi alliscia il pelo all'imperialismo USA e chi esprime "preoccupazione" e "richiesta di spiegazioni". Nel nostro paese poi tra l'imbarazzo di chi ha fatto la gara per accreditarsi alla corte degli USA e la candidatura di Salvini, quasi immediata, a zerbino della Casa Bianca c'è da mettersi le mani ai capelli (e l'emigrazione forzata di migliaia di proletari che in uno scenario di guerra è inevitabile come combacia con le politiche sovraniste dei salviniani? Forse che la "bestia" si nutre proprio di questa materia). Quali posizioni assumeranno nel caso, adesso più probabile, che si arrivi ad un conflitto dispiegato?

Alle nostre latitudini la speranza è che questa ennesima iniziativa statunitense coaguli un minimo di opposizione critica alla guerra imperialista, che essa attraversi i movimenti e le mobilitazioni in corso (quelle ambientali in relazione all'ennesimo conflitto per il controllo di gas e petrolio alla faccia della conversione "green" ad esempio, ma anche le lotte femministe e quelle sui luoghi di lavoro) e che su questo tema si riesca a fare entrare in cortocircuito, perché no, anche una certa retorica sovranista in un momento in cui una confusa consapevolezza che il prezzo delle guerre a stelle e strisce lo si paga ben più nel vecchio che nel nuovo continente si fa sempre più diffusa.

giovedì 2 gennaio 2020

LA LIBIA E' LA NUOVA SIRIA


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Per la serie"revisionismo storico"ecco che l'Impero Ottomano si sta facendo sempre più grande e globale,arrivando fino all'Africa con l'intervento delle prime truppe turche impegnate in Siria contro Assad mandate dal sultano Erdogan in difesa del governo mai nato di al Sarraj.
Mentre l'Italia si è interessata negli ultimi giorni dello scorso anno alla guerra libica,l'ennesima negli ultimi anni,ma solamente per tutelare i propri interessi(petrolio e immigrazione),gli Usa per ora non mettono becco così come la Nato,mentre come accaduto in Siria ad esporsi di più sono proprio la Turchia e la Russia,dalla parte del"ribelle"Haftar.
L'articolo di Contropiano(libia-una-nuova-siria-sotto-casa )parla già dei primi sbarchi di cittadini libici,non gli altrettanto disperati provenienti da ogni dove dell'Africa che passano quasi tutti per le coste della Libia per affrontare i viaggi della morte per arrivare in Europa,ma proprio le prime di chissà quante centinaia di migliaia pronti a cercare riparo da una guerra civile sempre più sanguinosa.

Libia, una nuova Siria sotto casa e la politichetta a litigare sui migranti.

di  Ennio Remondino* 
La Libia stava diventando la nuova Siria a tre passi da casa e noi, orbi e schiocchi, fermi alla politichetta all’incasso di qualche voto in più in cambio di qualche migrante in meno, presto avremo mezza Libia -non i migranti dall’Africa della fame, ormai prigionieri e schiavi dei vari signori della guerra e trafficanti ma cittadini libici in fuga da una guerra sempre più feroce- a bussare alle porte dell’Europa.

Una Libia ormai campo di battaglia di jiadisti riciclati dalla Turchia, di contractors dalla steppa e di potenze armate di tante voglie di petrolio e di potere. Troppi protagonisti in campo e due grandi assenti: gli Stati Uniti del nemico europeo Trump, e la impotente Nato ricattata dalla Turchia di Erdogan che dopo aver aiutato il macello siriano, ora progetta un nuovo Mediterraneo ottomano.

In ‘terra caecorum’ una Siria sotto casa

Ankara trasferisce in Libia i miliziani jihadisti reduci dalla Siria. Escalation quotidiana dove i protagonisti del conflitto libico sono sempre di più i Paesi stranieri. A partire dalla Turchia, che dopo aver anticipato dal 7 al 2 gennaio il voto del parlamento per l’invio di suoi militari a sostegno di Tripoli, ha anticipato tutti inviando nella Tripoli minacciata un primo gruppo di combattenti di ritorno dalla Siria. Quanti, dove e come, notizie incerte e contraddittorie. A darne per primo notizia  stato un video che riprende alcuni ‘volontari’ appena giunti in territorio libico evocare la jihad. Immagini assai circostanziate, secondo alcuni esperti, che avrebbero individuato il punto di raccolta nel campo di Tekbali, sul fronte di Salaheddin, alle porte di Tripoli.

Al Sarraj per qual che vale, nega

Smentisce la presenza di combattenti siriani o altri mercenari a Tripoli è il quasi Governo di al Sarraj. Lui smentisce e altri smentiscono lui. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, creatura britannica anti Assad che svolge ora altre funzioni, parla di circa 300 combattenti trasferiti dal territorio siriano controllato dalla Turchia alla Libia. La gran parte provengono dal movimento «Hazm». Mervan Qamishlo, portavoce delle Forze democratiche siriane (alleato americano nella guerra all’Isis), sostiene che centinaia di combattenti del cosiddetto Fronte al-Nusra (la filiale siriana di al Qaeda), dello Stato islamico e dell’Esercito libero siriano, una fazione più moderata, si sono trasferiti in Libia.

Libia siriana si annuncia a Pozzallo

Disattenti quasi tutti, ma a Pozzallo la notte di Natale sono sbarcati 32 libici, cittadini libici veri e non migranti dalla disperata Africa. «Tutti appartenenti alla classe media, laureati, istruiti e senza segni di torture», precisa Mario Giro sull’Huffington Post. E l’ex vice ministro agli esteri, governi Renzi e Gentiloni, denuncia: «L’aver lasciato marcire il conflitto libico a causa della nostra ossessione migratoria, ci ha fatto perdere di vista la cosa più importante: più la guerra avanza e più la Libia assomiglia alla Siria (dalla quale sono fuggite 10 milioni di persone…). Dovevamo fare politica e operare per ricreare uno Stato in Libia. Ci siamo accontentati di trattare con ambigue milizie, troppo deboli per essere utili a qualcosa ma abbastanza mafiose per promettere mari e monti».

Il Jihad globale dalla Siria alla Libia

Libia Siria sempre più simili in cosa? Da conflitto di bassa intensità tra gruppi d’interesse armati e contrapposti, a una guerra aperta, con armi pesanti, combattuta da miliziani di varie nazionalità e diversi ‘padrini’ internazionali. Haftar alleato all’Egitto, ai Paesi del Golfo e alla Russia con cui combattono somali, sudanesi e mercenari ‘da altri jihad o contro-jihad’. Oltre ai contractor della Wagnar dalla Russia. Con Serraj stanno arrivando i ribelli siriani filo-turchi. «Il jihad globale ha internazionalizzato il conflitto in Medio Oriente e di espanderlo verso il Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana, con un intreccio tra lotta sunniti vs sciiti e sunniti tra di loro». Finale politico: Russia a Turchia su fronti opposti (come in Siria) ma capaci sempre di trovare accordi. «Paradossale che Mosca e Ankara riescano dove Parigi e Roma hanno finora fallito…».

*giornalista, già corrispondente estero Rai e inviato di guerra, da remocontro.it

martedì 31 dicembre 2019

FINALE COL BOTTO PER I NO TAV


Risultati immagini per nicoletta dosio
Il 2019,anno molto travagliato per le lotte sociali in generale ma soprattutto per quella contro il Tav,ha visto la storica attivista Nicoletta Dosio portata in carcere per via di una mobilitazione avvenuta in Val Susa ormai quasi dieci anni fa,per non avere scelto fin da subito alternative alla carcerazione come scelto dagli altri undici imputati per i fatti del 2011.
Già costretta a settant'anni di età a misure coercitive sulla sua libertà personale(madn ulteriori-restrizioni-per-nicoletta dosio ),ora è arrivata l'apertura delle porte del carcere nonostante un muro umano in strada ieri a Bussoleno per impedirne il trasferimento alle Vallette a Torino.
L'articolo di Contropiano(politica-news )parla di questo e degli attestati di vicinanza nei confronti di Nicoletta.

Stanno portando in carcere Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav.

di  Redazione Contropiano 
Ultim’ora. A Bussoleno un muro popolare cerca di impedire ai carabinieri di portare Nicoletta in carcere a Torino. In pratica è un corteo che a passo d’uomo sta accompagnando Nicoletta.

Intanto siamo qui alle Vallette aspettando l’arrivo di Nicoletta https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3264781313555104&id=193856920950966

I carabinieri si sono recati pochi minuti fa a casa di Nicoletta Dosio a Bussoleno e stanno eseguendo le pratiche per la sua immediata traduzione alle Vallette: un provvedimento nell’aria, dopo che questa mattina è stata resa nota la revoca della sospensione dell’ordine di carcerazione.

Nicoletta, condannata in via definitiva insieme ad altri 11 attivisti No Tav per una mobilitazione in Valsusa del 2011, si era rifiutata nei mesi scorsi di richiedere misure alternative alla carcerazione, preferendo il carcere all’accettazione di una misura palesemente ingiusta e spropositata.

L’ordine era stato inizialmente sospeso, nell’evidente imbarazzo di tradurre effettivamente in carcere una donna di oltre 70 anni e dopo alcune riuscite iniziative di solidarietà, come la partecipata assemblea organizzata da Potere al Popolo Torino il 7 novembre.

A breve aggiorneremo sulle iniziative di mobilitazione in solidarietà di Nicoletta e della lotta No Tav, ancora una volta oggetto di pesantissime operazioni repressive. Nel frattempo non possiamo che ribadire nuovamente la nostra incondizionata solidarietà a lei e a tutte le attiviste e gli attivisti colpiti da questi provvedimenti.

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Prime iniziative di protesta per l’arresto di Nicoletta Dosio

A Pisa martedì 31 dicembre ore 12 Piazza XX settembre

presidio per l’immediata liberazione di Nicoletta DosioI carabinieri si sono recati pochi minuti fa a casa di Nicoletta Dosio a Bussoleno e stanno eseguendo le pratiche per la sua immediata traduzione nel carcere delle Vallette a Torino.Un provvedimento nell’aria, dopo che questa mattina è stata resa nota la revoca della sospensione dell’ordine di carcerazione.

Nicoletta, condannata in via definitiva insieme ad altri 11 attivisti No Tav per una mobilitazione in Valsusa del 2011, si era rifiutata nei mesi scorsi di richiedere misure alternative alla carcerazione, preferendo il carcere all’accettazione di una misura palesemente ingiusta e spropositata.

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A Napoli domani 31 dicembre a via Largo Berlinguer

NICOLETTA DOSIO LIBERA! #NOTAV LIBERA!

Martedi appuntamento ore 10.30 Metro Toledo (largo Berlinguer)

Hanno appena portato in carcere Nicoletta Dosio, stamattina le avevano notificato la sospensione delle misure alternative.
Nessuna sbarra potrà fermare chi combatte per la libertà.
A Nicoletta arriverà tutto il nostro calore e il nostro abbraccio.
Chiediamo la liberazione immediata di tutte e tutti i notav detenuti per le loro mobilitazioni.
Diffondiamo la notizia, partecipiamo! Non restiamo in silenzio!
Nicoletta libera, notav liberi!

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A Firenze presidio in Prefettura (Via Cavour) martedi 31 gennaio dalle 15,30

Hanno appena portato in carcere Nicoletta Dosio, stamattina le avevano notificato la sospensione delle misure alternative.
Nessuna sbarra potrà fermare chi combatte per la libertà.
A Nicoletta arriverà tutto il nostro calore e il nostro abbraccio.
Chiediamo la liberazione immediata di tutte e tutti i notav detenuti per le loro mobilitazioni.

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A Bologna portiamo in piazza la nostra solidarietà a Nicoletta Dosio! Martedi 31 dicembre, ore 14.00 a Piazza di Porta Ravegnana

Nicoletta Dosio è stata arrestata. Questo è un salto nella repressione del movimento No Tav. Una repressione benedetta dal partito unico della TAV, che unisce PD e Lega, sindacati complici e Confindustria.
 Nicoletta è anche coordinatrice nazionale di Potere al Popolo, ma soprattutto è una compagna che da decenni si impegna in ogni lotta, anche e soprattutto quando le lotte non sono sotto i riflettori.

Dalla Val Susa allo Stretto di Messina passando per la nostra Bologna, Nicoletta c’è sempre stata e noi siamo con lei, complici e solidali, con tutta la nostra rabbia e tutta la nostra solidarietà.
 ORA E SEMPRE NO TAV! A SARÀ DÜRA!

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Milano. Appuntamento martedi 31 dicembre ore 12 in Prefettura, via Monforte 31

In questi momenti Nicoletta Dosio, esponente storico del movimento No Tav e coordinatrice nazionale di Potere al popolo, sta per essere portata in carcere dalle forze dell’ordine!

Nicoletta è stata condannata a più di un anno di carcere per una manifestazione assolutamente pacifica, e ha accettato serenamente, con l’orgoglio e l’amore per la sua terra che la contraddistingue da sempre, questa condanna Senza richiedere misure alternative, nonostante la sua età.

Lo diciamo qui e lo diremo chiaramente domani alle ore 12.00 davanti la prefettura di Milano in corso Monforte, e in tante altre parti d’Italia : Giù le mani da Nicoletta, giù le mani dal movimento No Tav!

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La solidarietà dell’Unione Sindacale di Base

Giù le mani da Nicoletta Dosio! In queste ore i Carabinieri stanno arrestando e traducendo in carcere la storica leader del movimento NO TAV Nicoletta Dosio per scontare la condanna che gli era stata definitivamente inflitta alcuni mesi fa assieme ad altri compagni attivi nella difesa della valle. Nicoletta aveva rifiutato gli arresti domiciliari e per un breve periodo la pena gli era stata sospesa. Oggi, approfittando delle festività di fine anno, la sospensione è stata revocata e la pena divenuta esecutiva. Nicoletta e tutti i compagni/e No Tav devono essere liberati subito, la lotta non si arresta! USB esprime piena solidarietà a Nicoletta e al movimento No Tav e invita tutte le proprie strutture a mobilitarsi per la sua liberazione partecipando alle iniziative delle prossime ore.

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Un messaggio di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)

La Telefonata che non avrei voluto ricevere. I carabinieri sono appena giunti a casa di Nicoletta Dosio per arrestarla e tradurla nel CARCERE de Le Vallette a Torino. Dove già sono reclusi altri militanti NOTAV.
VERGOGNA per un paese dove una professoressa di 74 anni pacifista e ambientalista da sempre nel movimento NOTAV e rappresentante di un partito di opposizione finisce in galera per 30 minuti di presidio ai caselli dell’autostrada.
Se una cosa simile succedesse in Russia o ad Hong Kong avrebbe i titoli di testa di TV e giornali.
Facciamo sentire il nostro sdegno e la nostra rabbia contro il potere degli affari e delle Grandi Opere devastanti, che colpisce chi lotta per i diritti delle persone e per la natura.
 MANIFESTIAMO SOLIDALI E COMPLICI CON NICOLETTA E CON TUTTE E TUTTI I NOTAV

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Il comunicato di Marta Collot candidata di Potere al Popolo per l’Emilia Romagna

Stamattina hanno notificato a Nicoletta Dosio la sospensione delle misure alternative e ora i carabinieri la stanno portando in carcere!
Questo è un salto nella repressione del movimento No Tav. Una repressione benedetta dal partito unico della TAV, che unisce PD e Lega, sindacati complici e Confindustria.
Nicoletta è anche coordinatrice nazionale di Potere al Popolo, ma soprattutto è una compagna che da decenni si impegna in ogni lotta, anche e soprattutto quando le lotte non sono sotto i riflettori.


Dalla Val Susa allo Stretto di Messina passando per la nostra Bologna, Nicoletta c’è sempre stata e noi siamo con lei, complici e solidali, con tutta la nostra rabbia e tutta la nostra solidarietà.
ORA E SEMPRE NO TAV! A SARÀ DÜRA!

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Un primo messaggio di Potere al Popolo

HANNO ARRESTATO NICOLETTA: LA PORTANO IN CARCERE!

Stamattina le avevano notificato la sospensione delle misure alternative.
Nessuna sbarra potrà fermare chi combatte per la libertà.
A Nicoletta arriverà tutto il nostro calore e il nostro abbraccio.
Chiediamo la liberazione immediata di tutte e tutti i notav detenuti per le loro mobilitazioni.


Diffondiamo la notizia, restiamo aggiornati per i prossimi momenti di solidarietà. Non resteremo in silenzio!

Nicoletta libera, notav liberi!

venerdì 20 dicembre 2019

UN CARCERE INTERO


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Quando si parla di potere non c'è alcuna distinzione tra i partiti di destra(FI e FdI)e quelli di centro(Pd),e il caso della Calabria con un numero talmente elevato di arrestati da riempire un intero carcere è emblematico dello schifo politico di questi anni e del forte legame tra lo Stato e la criminalità organizzata.
In un clima da tutti lo sapevano ma guai a parlarne,siamo comunque in una delle zone più omertose d'Italia,Giancarlo Pittelli,massone,avvocato e politico ex berlusconiano ed ora in forza dalla sorella d'Italia Meloni,è stato individuato come il tramite tra la 'ndrangheta(cosca Mancuso)e le istituzioni,uno che fa girare gli affari a suo piacimento e degli amici degli amici,uno di quelli che proprio si sapeva tutto ma che era riuscito ad andare in Parlamento(per l'appunto forse per questo).
Nei due articoli proposti(left gli-insospettabili-sospettati-da-sempre e contropiano retata-antimafia-in-calabria-decapitati-tutti-i-partiti )lo sdegno,la vergogna e forse l'inutilità di una maxi operazione che ha coinvolto non solo tutta Italia ma un bel pezzo d'Europa e anche gli Usa,perché questi criminali codardi hanno tessuto la loro rete infame di malaffare ovunque,nel nord grazie ai soggiorni obbligati degli anni novanta e nel resto del mondo per i loro traffici illeciti miliardari.

Gli insospettabili sospettati da sempre.

di Giulio Cavalli
Imponente operazione antimafia ieri in Calabria. Ne esce Vibo Valentia completamente assoggettata alla cosca dei Mancuso, ne escono cittadini lavoratori costretti a subire angherie di ogni tipo ed esce quella ‘ndrangheta che sembra essere completamente scomparsa dai radar delle agende politiche (ne parlavo proprio qui qualche giorno fa, che curiosa coincidenza) fatta di massoneria, mala politica e protezioni in alto.

Giancarlo Pittelli, ad esempio, a Catanzaro era (fino a ieri) uomo conosciuto e fin troppo riverito. Era lo stesso Pittelli che odiava pubblicamente De Magistris perché dodici anni fa aveva osato descriverlo in modo molto simile al suo ritratto che esce dalle carte dell’indagine coordinata da Gratteri. Più volte parlamentare di Forza Italia (e da poco passato a Fratelli d’Italia, come ogni buon annusatore del vento) è descritto come cerniera tra il mondo criminale e quello della politica, dell’imprenditoria, dell’università, sempre con la massoneria sullo sfondo. Eppure Pittelli a Catanzaro è il maestro di tanti avvocati che lo veneravano. Oggi, ovviamente, spariranno tutti: la caduta dei mostri sacri come Pittelli indica che sono cambiati i rapporti di forza.

L’ex vicepresidente della regione Nicola Adamo era anche lui nell’inchiesta di De Magistris di dodici anni fa. Altra sponda politica: ai tempi era il segretario regionale dei Ds. Poi è finito nell’inchiesta Eolo nel 2012, poi Rimborsopoli e a ottobre la procura di Catanzaro aveva chiesto il suo rinvio a giudizio per l’inchiesta sugli appalti riguardanti la costruzione della metropolitana leggera destinata a collegare Cosenza, Rende e l’Università della Calabria oltre al nuovo ospedale di Cosenza.

Persone insospettabili sospettate da sempre che rimangono dove sono perché la politica non ha gli anticorpi per prenderne le distanze. Ma mica solo la politica: sono sostenuti dai salotti, dai loro cortigiani, da pezzi interi delle città in cui vivono.

Gli insospettabili sospettati da sempre sono un classico letterario nelle nostre città: camminano fieri, a testa alta, fanno anche la morale agli altri (chiedete in giro di Giorgio Naselli, ex comandante del Reparto operativo nucleo investigativo dell’Arma di Catanzaro) e poi quando decadono sembra che non li conoscesse nessuno.

C’è bisogno di tanta vigliaccheria perché trionfino i prepotenti. E poiché la vigliaccheria non è reato quelli, i vigliacchi, si salvano sempre.

Buon venerdì.

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Retata antimafia in Calabria, decapitati tutti i partiti.

di  Alessandro Avvisato 
Non ci occupiamo di solito, delle retate antimafia. Non disponendo di inviati, e non volendo ridurci al ruolo di megafoni degli inquirenti (magistratura, polizie varie, ecc), preferiamo prendere atto e caso mai vede se c’è qualche ricaduta delle indagini sulla politica. Con questa logica, per esempio, abbiamo seguito “Mafia Capitale” o l’omicidio del fascista-tifoso-spacciatore Piscitelli (i media mainstream si sono fermati alle due ultime “qualifiche”, guardandosi bene dall’accennare alla prima).

Ma l’inchiesta calabrese del 19 novembre ha una dimensione tale (334 arrestati, 416 indagati) che avrebbe ricadute politiche a prescindere dall’identità degli arrestati. E’ comunque un pezzo di mondo regionale, una delle aree del potere.

Andando poi a guardare alcuni dei nomi coinvolti nell’inchiesta Rinascita-Scott (anche il nome richiederà qualche precisazione) si vede a occhio nudo che è stata devastata tutta la “politica” regionale, senza distinzioni di partito.

A cominciare da quel Giancarlo Pittelli, avvocato di primo piano ed ex parlamentare di Forza Italia, nonché a lungo coordinatore regionale della maison Berlusconi, sostenitore di rango della candidata proposta alle regionali, Jole Santelli, confermata nel ruolo mentre uscivano i lanci di agenzia sulla retata.

L’accusa nei suoi confronti è circostanziata e piuttosto secca: avrebbe “condiviso la modalità di gestione della cosca (Mancuso di Limbadi, che domina la provincia di Vibo Valentia. Ndr), aderendo alla politica gestionale di Luigi Mancuso”. Anche lui arrestato mentre fuggiva in treno verso Milano.

Ma Pittelli non è (o era) soltanto questo, visto il ruolo di primo piano rivestito nelle logge massoniche: “in quella particolare frangia di collegamento con la società civile rappresentata dal limbo delle logge coperte”. Un vero boss, secondo l’accusa, della ‘ndrangheta-massona, che avrebbe messo a disposizione delle cosche “il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio e per garantirne lo sviluppo nel settore imprenditoriale”.

Altro nome rilevante è quello di Gianluca Callipo, “cugino carnale” del re del tonno, individuato da Zingaretti come candidato presidente ideale del Pd alle ormai prossime elezioni regionali.

Agli arresti domiciliari, invece, ma non meno coinvolto, è Nicola Adamo, ex vicepresidente della giunta regionale Pd, marito di Enza Bruno Bossio, attualmente deputata dello stesso partito. Naturalmente al fianco dell’attuale governatore uscente piddino, Gerardo Oliverio.

Nelle peste anche Luigi Incarnato, commissario alla Sorical e coordinatore della campagna elettorale di Olverio. L’accusa nei suoi confronti è di aver ottenuto l’appoggio della cosca alle elezioni politiche del 2018, sempre per il Pd, finendo però egualmente battuto dal Cinque Stelle Massimo Misiti.

Poi una marea di professioni, funzionari, due capi o ex capi della Polizia Locale, un colonnello dei Carabinieri ex comandante dei Ros (reparti speciali!) di Catanzaro, imprenditori… Insomma: uno spaccato della “classe dirigente”, senza alcuna distinzione di partito, professionalità, specializzazione. Non c’è alcuna differenza tra “destra” (in questo caso Forza Italia, ma due anni fa Pittelli era passato a Fratelli d’Italia accolto con un post entusiasta di Giorgia Meloni).

Interessante, comunque, anche la “dedica” che il pool del giudice Gratteri ha voluto fare – intitolandogli l’operazione Rinascita-Scott – al capo della Dea, agenzia antidroga degli Stati Uniti, Hacker Scott.

Così, tanto per ricordare chi comanda ancora in questo paese…

mercoledì 18 dicembre 2019

IL FALLIMENTO DEL COP 25


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Già ben prima del suo inizio la conferenza sul clima di Madrid era già stata tacciata di fallimento e purtroppo così è stato(madn la-conferenza-di-madrid-una-riunione.inutile? ),in quanto su tutto e tutti è prevalso l'egoismo e l'enorme tariffario che sarebbe stato messo sul piatto per poter cominciare ad intraprendere un discorso serio su quello che concerne l'inquinamento e le emissioni nell'atmosfera dei veleni che produciamo per il nostro effimero benessere.
E non ci si limita alle sole defezioni modello Usa,la stessa Ue non riesce ad avere un piano di coesione tra gli Stati membri,un piano di politica comune riguardo il clima,altre superpotenze mondiali quali Russia,Cina ed India hanno fatto solo pochi passi per prevenire i cambiamenti climatici che poi muovono un insieme di conseguenze politiche e sociali che coinvolgono l'intero pianeta.
L'articolo di Left(cop25-la-montagna-non-ha-partorito-nemmeno-un-topolino )parla di questo buco nell'acqua colossale e le promesse già vane adesso di ritrovarsi al tavolo per l'anno prossimo,con l'orologio biologico della terra che è sempre più vicino al punto di non ritorno,se già non l'abbiamo superato.

COP25, la montagna non ha partorito nemmeno un topolino.

di Massimo Serafini
Il fallimento del vertice di Madrid sul clima, la COP 25, non sorprende. Quante/i hanno veramente a cuore la salvaguardia del pianeta lo avevano ampiamente previsto e denunciato. D’altronde che non avrebbero deciso nulla, lo anticipava il ritiro degli USA dagli accordi di Parigi. È evidente che la loro scelta di escludere il Paese che, insieme alla Cina, manda più gas serra in atmosfera, paralizza ogni decisione di tutti gli altri. A cominciare dall’Europa, che al di là dei proclami sull’agenda verde, non ha né la sufficiente unità, né la volontà politica di gesti unilaterali vincolanti. Prevederne quindi il fallimento non era complicato, ma questo non deve consolare nessuno, tanto meno impedire di essere impauriti dalla mancanza di decisioni capaci di contrastare il cambio climatico.

Questa volta non aver trovato un accordo è più grave. Dire, come di fatto dice la risoluzione finale della COP25, che un accordo ambizioso lo si troverà la prossima volta, cioè fra un anno, nei due vertici programmati di Bonn e Glasgow è allucinante. Soprattutto dopo che la comunità scientifica aveva avvertito che il tempo stava scadendo, che restano cioè solo 10 anni per invertire la tendenza e contenere l’aumento delle temperature nei due gradi o meglio in quel grado e mezzo, che la scienza consiglia. Scienziate/i a parte è la realtà drammatica e diffusa di eventi estremi, che vive buona parte della terra, devastata da inondazioni, uragani e desertificazioni, a dirci quanto deprimente sia questo ennesimo fallimento. Buttare via altro tempo, del poco che è rimasto, spinge all’impotenza e fa diventare, nella testa di tante/i, una chimera l’obiettivo di un aumento di soli due gradi. Da tempo è noto che governare il clima è un lavoro di lunga lena, che richiede, oltre alla volontà politica, tanto tempo.

Se nemmeno la dura realtà e i moniti pressoché unanimi del mondo scientifico hanno spinto i cosiddetti grandi della terra ad agire, non si capisce più cosa possa smuoverli.

Da oltre un anno, grazie a Greta Thumberg, è nato FridayForFuture, capace di manifestare con continuità la sua preoccupazione per il pianeta, oltre una angosciosa domanda alla politica di agire. Se ne sono accorti un po’ tutti, compreso i media, anche se spesso in modo truffaldino, tutti meno i decisori, quelli importanti e quelli meno. Mai come ora i due mondi, quello della società civile e quello della politica sono apparsi tanto distanti e senza comunicazione fra loro. E’ una rottura che fa paura, non perché ci mostra la loro insensibilità, ma perché racconta anche la nostra debolezza. Come è possibile che dopo un anno di mobilitazioni, i decisori politici ci ignorino e non sentono l’urgenza di prendere qualche decisione?

Parlare male dei Trump, Bolsonaro serve a poco, così come denunciare l’impotenza di Europa, Cina, Russia e India. Forse è bene che si affrontino anche i nostri limiti, capendo che quello che fin qui abbiamo messo in campo è insufficiente. Non gli fa nessuna paura di essere cacciati dal potere, l’unico linguaggio che sentono.

Prendere atto della nostra debolezza è facile a dirsi e difficile a farsi. Non basta riprendere le nostre manifestazioni se non si capisce come fare perché incidano di più. Il movimento ha bisogno di cambiare pelle, definire un suo progetto e trasformarlo in vertenze. E’ tempo di allargare lo sguardo, incontrare gli altri movimenti e le loro ragioni, quello femminista, quello per la pace e contro gli armamenti, quello per la giustizia sociale, quello per le libertà e nuovi diritti. Sarebbe straordinario e coinvolgente legare le mobilitazioni studentesche all’apertura, scuola per scuola, di una vertenza per avere i luoghi in cui si studia ad emissione zero. Altrettanto mobilitante sarebbe rispondere al destino precario, a cui vengono condannati milioni di giovani donne e uomini, coinvolgendoli nella costruzione di un nuovo modello energetico, rinnovabile e poco bisognoso di energia, proponendo nuovi stili di vita, la difesa del territorio, una riduzione del consumo di suolo, come le chiavi per produrre lavoro e ricchezza, smettendo di illuderli che la medicina possa essere la crescita, che da anni è senza lavoro e senza benessere. Allargare lo sguardo al movimento femminista che lotta contro il patriarcato, capendo che l’altra faccia del dominio sulla donna, è la violenza sulla natura.

Insomma la continuità della mobilitazione è indispensabile, ma per durare nel tempo e incidere nelle decisioni ha bisogno di vertenzialità e soprattutto di contaminare e farsi contaminare.

venerdì 13 dicembre 2019

PIAZZA FONTANA,FASCISTI E SERVIZI SEGRETI


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La commemorazione della strage di Piazza Fontana avvenuta ieri a Milano durante la seduta straordinaria del consiglio comunale ha lanciato finalmente segnali eloquenti su quello che già poche settimane dopo quel maledetto 12 dicembre 1969 si sapeva
Dopo decenni di depistaggi e di insabbiamenti la matrice fascista appoggiata e coperta dai servizi segreti dello Stato è venuta fuori con il rammarico di non avere visto nessun colpevole finire dietro le sbarre,una situazione che nel decennio successivo(e in alcuni casi anche oltre)si sarebbe ripetuta nuovamente e sempre con gli stessi protagonisti.
L'articolo(www.rainews.it Milano-Piazza-Fontana-50-anni )riporta le dichiarazioni di ieri avvenute a Milano mentre per la storia infinita di questa che è stata la madre di tutte le stragi della strategia della tensione rimando a questi links:madn fascisti-eversivi-ieri-come-oggi ,madn chi-cera-sa e madn il-contentino-per-pinelli .

Sala: "Strage è ferita che ancora sanguina".

Piazza Fontana, 50 anni dopo. Mattarella: "Fu strappo lacerante, no a revisionismi".

Seduta straordinaria del Consiglio comunale con il presidente della Repubblica, e i rappresentanti dell'associazione dei familiari delle vittime della strage. Mattarella: "Attacco a democrazia non è questione del passato". Dopo il Consiglio comunale il corteo per le strade della città fino alla piazza. Licia Pinelli: "Cinquanta anni, passaggio importante", archivio on line che raccoglie documenti e testimonianze.

12 dicembre 2019
Stringe le mani e si ferma a parlare con le vedove di Mario Calabresi e Giuseppe Pinelli, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prima dell'inizio della seduta straordinaria del consiglio comunale per il 50 esimo anniversario della strage di piazza Fontana. Il Capo dello Stato saluta Licia Pinelli con le due figlie Silvia e Claudia, e Gemma Calabresi con il figlio Mario. Un momento estremamente importante e significativo. In aula consiliare anche l'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini. Ci sono poi il prefetto di Milano, Renato Saccone, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Seduto fra il pubblico anche il giudice di Milano, Guido Salvini, che, nella figura di giudice istruttore, riaprì le indagini nel 2001, riportandole a Milano. È una seduta straordinaria del Consiglio comunale quella con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che è arrivato a Milano per ricordare cinquanta anni dopo quel 12 dicembre 1969, giorno della strage di piazza Fontana, in cui persero la vita in seguito allo scoppio di una bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura 17 persone e 88 rimasero ferite. Una tragedia che segnò l'inizio della strategia della tensione e degli anni di piombo.

Mattarella: "Rispetto della memoria, no a revisionismi".
"Il trascorrere del tempo non colloca tra gli eventi vecchi e da rimuovere l'attacco alla democrazia portato in quegli anni: non commetteremo l'errore di pensare che siano questioni relegate a un passato più o meno remoto". Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prendendo la parola davanti al Consiglio Comunale di Milano per la commemorazione del 50esimo anniversario della strage di piazza Fontana."Fu uno strappo lacerante; recato alla pacifica vita di una comunità e di una Nazione, orgogliose di essersi lasciate alle spalle le mostruosità della guerra, gli orrori del regime fascista, prolungatisi fino alla repubblica di Salò, le difficoltà della ricostruzione morale e materiale del Paese. Sono la nostra identità, il nostro Patto civile a essere usciti segnati da quegli avvenimenti. Occorre esserne consapevoli - osserva - per non correre il rischio di poterli rivivere. Immersi in pieno nella storia d'Italia, di cui l'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura rappresenta una pagina indelebile, affermiamo il dovere del rispetto di una memoria collettiva, in una vicenda di cui si conoscono origini e responsabilità", ha proseguito il presidente. "Disinvolte manipolazioni strumentali del passato - aggiunge - persistenti riscritture di avvenimenti, tentazioni revisioniste alimentano interpretazioni oscure entro le quali si pretende di attingere versioni a uso settario, nel tentativo di convalidare, a posteriori, scelte di schieramento, opinioni di ieri" .Il Capo dello Stato ricorda le parole del 2012 del suo predecessore, il Presidente Napolitano, in occasione della Giornata della memoria quando disse, 'non brancoliamo nel buio di un'Italia dei misteri: ci troviamo dinanzi a limiti da rimuovere e a problemi di giustizia e di verità ancora da risolvere, ma in un'Italia che ha svelato gravissime insidie via via liberandosene, che ha sconfitto il terrorismo, individuandone e sanzionandone a centinaia gli sciagurati attori, e che ha salvaguardato i presidi della nostra vita democratica'. Secondo Mattarella "l'attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato è stata, quindi, doppiamente colpevole". Ma il presidente ha anche ricordato: "La Repubblica è stata più forte degli attacchi contro il popolo italiano. I tentativi sanguinari di sottrarre al popolo la sua sovranità sono falliti", ha aggiunto. "La democrazia si dimostrò, al contrario, forte. In grado di battere il terrorismo, con gli strumenti propri di uno Stato di diritto, senza rinunciare mai al rispetto dei diritti fondamentali della persona. Sono i valori della nostra Costituzione" ha ribadito Mattarella. "Il ricordo delle vittime di piazza Fontana - sottolinea - sollecita ancor di più la Repubblica ad affermarne la permanente validità". Il Capo dello Stato ha poi sollecitato un impegno comune: "Nel momento in cui facciamo memoria delle vittime di piazza Fontana - e, con loro di Giuseppe Pinelli, del Commissario Luigi Calabresi - sappiamo di dover chiamare le espressioni politiche e sociali del Paese, gli uomini di cultura, l'intera società civile, a un impegno comune: scongiurare che si possano rinnovare in Italia le fratture terribili in cui si inserirono criminalmente quei fatti. Il destino della nostra comunità non può essere preda dell'odio e della violenza. Per nessuna ragione la vita di una sola persona può essere messa in gioco per un perverso disegno di carattere eversivo", ha concluso.

Sala: "Strage è ferita che ancora sanguina".
La strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969 è "una ferita che ancora sanguina, perché ancora lo Stato non è stato capace di definire la verità assoluta" su quell'episodio. Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, durante il suo discorso in Consiglio Comunale, alla presidenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione delle celebrazioni per il 50esimo della strage. I depistaggi che vennero dopo rimangono "un peso e una tristezza per Milano e per l'Italia", e talvolta "impediscono di andare oltre". Tuttavia "fare memoria è un dovere civico e morale perché il passato possa costituire nutrimento per il presente e il futuro". Il sindaco ha poi commentato "lo splendido gesto dell'incontro tra Gemma Carta Calabresi e Licia Rognini Pinelli" affinché sia di sprone per vivere un nuovo futuro guardando ad occhi aperti il passato". Il sindaco in precedenza aveva sottolineato la necessità di celebrare il ricordo di quella giornata "nelle scuole, facendo sì che i nostri ragazzi e i nostri nipoti sappiano cosa è stata per noi Piazza Fontana". In aula anche gli interventi dei rappresentanti dell'associazione dei familiari delle vittime della strage che, dopo tanti processi e una verità giudiziaria contestata, continuano a cercare risposte che ancora non hanno. La vicenda giudiziaria ebbe fine nel 2005, quando la Cassazione la chiuse con un'assoluzione generalizzata degli imputati presi in esame dall'indagine scaturita negli anni '90 dal lavoro sulle "Trame nere", del giudice Salvini. Il Consiglio precede il corteo che tradizionalmente parte da piazza della Scala per concludersi proprio in piazza Fontana, davanti alla Banca Nazionale della'Agricoltura alle 16.37, orario in cui esplose la bomba, dove è stato osservato un lungo silenzio. Evidente la commozione fra i parenti, in prima fila nel corteo commemorativo che si è radunato davanti al numero civico 4 della piazza a due passi dal Duomo, sede oggi di una filiale di Mps.

Arnoldi: "Oggi lo Stato più vicino. C'è verità storica, ma forse mai quella giudiziaria".
"Oggi lo Stato è più vicino? Si,già l'anno scorso con l'intervento del presidente Fico, che ci aveva chiesto scusa quattro volte pubblicamente a nome dello Stato, abbiamo avuto una sorta di soddisfazione. Quest'anno ancor di più con la carica più alta dello Stato che per la prima volta dopo cinquant'anni viene a Milano, ci incontra privatamente, ci invoglia ad andare avanti, e dice che effettivamente in quegli anni qualcuno dello Stato voleva portare a deviazione i vari processi per non arrivare a una verità". Lo ha detto Carlo Arnoldi, presidente delle vittime della strage di piazza Fontana, dopo il discorso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel cinquantenario dell'esplosione alla Banca nazionale dell'agricoltura. "Purtroppo la verità giudiziaria non l'abbiamo avuta, quella storica l'abbiamo e ce la teniamo stretta - ha aggiunto Arnoldi lasciando Palazzo Marino -. La verità giudiziaria credo che non l'avremo mai. Io mi auguro tanto che qualcuno parli ancora ma dopo cinquanta anni la vedo difficile. Diciamo che oggi la verità storica c'è su piazza Fontana, sappiamo chi voleva la strage, quindi Ordine Nuovo nelle persone di Franco Freda e Giovanni Ventura che non sono più processabili perché sono stati assolti due volte, prima a Catanzaro e poi a Bari. Ci attacchiamo a quello, sappiamo chi è stato, non avremo giustizia". "Però - ha proseguito Arnoldi - è importante che i giovani,le nuove generazioni ma anche i professori, la gente comune sappiano. Molte volte ci dicono che dopo cinquanta anni non si sa ancora chi è stato. Non è vero, si sa chi voleva quel giorno portare terrore e paura a Milano, in Italia e probabilmente portare anche a un colpo di Stato".

Licia Pinelli: "Cinquanta anni, passaggio importante.Anno di svolta".
"Quello di quest'anno è un passaggio importante, è una svolta. Ogni parola del presidente sarà un incentivo ad andare avanti per la democrazia. Parlare di mio marito Pino in un certo modo è anche un tassello per la democrazia". Dopo anni di silenzio, nel 50/0 anniversario della strage di Piazza Fontana Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, torna a parlare in un'intervista a Radio Popolare,spiegando che parteciperà oggi al consiglio comunale di Milano,con il presidente della Repubblica Giuseppe Mattarella.

Nasce archivio on line dedicato a Pinelli.
E proprio per ricordare la figura di Giuseppe Pinelli è stato realizzato un sito dove verranno archiviati i 5.000 articoli raccolti da Licia Rognini tra il 1969 e il 2015 su suo marito oltre a testimonianze, video e documenti: il progetto "Giuseppe Pinelli: una storia soltanto nostra, una storia di tutti" realizzato a cura del Centro Studi Libertari con la collaborazione di un comitato scientifico che comprende Claudia e Silvia Pinelli, le due figlie del ferroviere anarchico morto il 15 dicembre del 1969. Lo scopo del progetto, si legge in una nota, è quello di raccogliere materiali, documenti, memorie riguardanti la figura di Pinelli, la sua vita e le circostanze della sua morte, e renderle disponibili sul sito unastoria.archiviopinelli.it. Il progetto intende inoltre "recepire stimoli e segnalazioni,in modo da costruire una storia viva, dialogata, dal basso, e non ideologica".

lunedì 9 dicembre 2019

L'ESEMPIO LABURISTA


Risultati immagini per corbyn elezioni
A due anni e mezzo dalle ultime elezioni generali per la composizione per il Parlamento del Regno Unito,ecco che giovedì si torna al voto anticipato per la questione Brexit dove si profila un nuovo testa a testa tra conservatori e laburisti,con i primi che la spuntarono di poco più di due punti percentuali nel 2017(madn la-pessima-vittoria-e-la-buona-sconfitta ).
Il partito del leader Jeremy Corbin con il Manifesto laburista ha virato decisamente ancor più a sinistra mettendo dei paletti fissi su questioni annose come la povertà e la disuguaglianza sociale,con misure incisive sui redditi,gli orari di lavoro e la difesa delle industrie britanniche.
Nel programma,sintetizzato sotto nell'articolo di Contropiano(la-sfida-del-manifesto-laburista ),i punti più salienti del programma che vede anche delle parti riguardo i rifugiati ed i migranti,la situazione del mondo femminile peggiorata negli ultimi anni oltre al diritto della casa e di maggiori tutele sia in ambito lavorativo che sanitario.
Per quanto riguarda la Brexit non si mette in discussione al momento il referendum che vuole l'Uk fuori dall'Europa,ma non in modo che gli Usa possano conquistare economicamente e socialmente il paese e nel caso di un ritorno sui binari di una rinnovata intesa con l'Ue dei termini contro l'austerità.
Per ultimo in campo internazionale non dovranno più esserci favoritismo verso i veri paesi canaglia del mondo,guerrafondai e nemici della democrazia(Israele e Arabia Saudita su tutti),impegnandosi a diminuire i contributi per i conflitti in tutto il mondo.

La sfida del Manifesto laburista.

di  Giacomo Marchetti 
Il 12 dicembre, cioè giovedì di questa settimana, ci saranno le elezioni politiche In Gran Bretagna.

Abbiamo seguito quest’inedita campagna elettorale sin dalla convocazione delle “snap election”.

Nel contributo precedente, oltre a dare un quadro dello stato dell’arte della competizione elettorale, caratterizzata dalla forte polarizzazione tra Conservatori da un lato e Laburisti dall’altro, abbiamo analizzato dettagliatamente i contenuti dei primi due capitoli del Manifesto del Labour, dopo averne dato una sintetica visione d’insieme (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/12/02/la-campagna-elettorale-in-gran-bretagna-e-il-manifesto-del-partito-laburista-0121437)

Torneremo ad occuparci, prima delle elezioni, delle ultimi fasi della campagna elettorale, ora analizziamo la seconda parte del programma laburista.

Affrontare la povertà e l’ineguaglianze

I labouring poor sono un fenomeno che caratterizza l’attuale società britannica. Mentre le retribuzioni non hanno ancora raggiunto i livelli pre-crisi, i dividendi degli azionisti sono “schizzati” in cielo.

Così, mentre le classi subalterne sono state coinvolte in una spirale di indebitamento a causa dei bassi salari e dall’aumento complessivo del costo della vita, la parte più ricca ha potuto prosperare indisturbata.

“Delle 14,3 milioni di persone in povertà, nove milioni vivono in famiglie dove almeno un adulto lavora. I salari reali sono ancora più bassi di quelli percepiti prima dell’avvento della crisi, mentre i dividendi pagati agli azionisti sono aumentati dell’85%”

Il Labour vuole introdurre un salario minimo di almeno 10 sterline l’ora, dai 16 anni in su, ed un reddito di base universale.

Oltre a questo costituirà un Inclusive Ownership Funds (IOFs), rendendo i lavoratori proprietari di almeno il 10% delle aziende, con una distribuzione equa dei dividendi; per i quali è previsto un tetto, con una parte che servirà per finanziare il fondo per la transizione climatica Climate Apprenticeship Fund.

Aumentare il potere dei lavoratori attraverso l’organizzazione sindacale e la contrattazione collettiva è uno dei cardini del Manifesto, con una serie articolata di proposte che compongono due pagine del programma. In ambito governativo, per restituire parola ai lavoratori, verrà istituito un Ministero per i diritti dell’occupazione (Ministry for employment Rights).

La filosofia con cui il Labour si approccia alla questione è ben spiegata nel preambolo delle proposte:

“Siamo fieri delle conquiste del movimento sindacale nel dare alle persone una voce nei posti di lavoro attraverso la contrattazione collettiva. Non è solo una parte della nostra storia, ma è parte del nostro futuro. Solo cambiando i rapporti di forza in favore dei lavoratori otterremmo salari decenti, sicurezza e dignità al lavoro.

Il prossimo governo laburista trasformerà la vita delle persone in meglio attraverso la più grande estensione dei diritti dei lavoratori nella storia!”

Il progetto di riduzione dell’orario di lavoro è radicale.

“In un decennio ridurremo la media della settimana lavorativa full-time a 32 ore, senza perdita di salario, basata sull’aumento di produttività”

Sono i sindacati la maggior garanzia per un miglioramento della condizione lavorativa.

“Sindacati forti sono il mezzo migliore e più efficiente per i diritti al lavoro. Il Labour introdurrà un nuova, unificata Agenzia di Protezione dei Lavoratori” (Workers Protection Agency).

Il Labour riscriverà le regole complessive della politica industriale, promuovendo una mentalità che liberi dalle esigenze a corto termine degli azionisti, implementando il potere decisionale effettivo dei lavoratori in azienda, destinando un terzo dei posti nel board a direttori eletti dai lavoratori, “perché quando coloro che dipendono da una azienda hanno voce nella sua gestione, la ditta generalmente fa meglio e dura maggiormente”.

Allo stesso modo verranno introdotti criteri protezionistici per tutelare la base industriale della Gran Bretagna, prevenendo soggetti che ne minano la solidità con take-over ostili o il dissanguamento degli asset.

Le politiche dei Conservatori hanno penalizzato la componente femminile della popolazione. “Più dell’85% del peso dei tagli dei Conservatori e dei Lib Dem è ricaduto sulle spalle delle donne”

Il Labour creerà un nuovo Dipartimento per le Donne e le Eguaglianza, con un Segretario di Stato full-time ed una nuova Commissione Nazionale per le Donne.

Un attenzione particolare è rivolta a promuovere una parità di salario effettiva, l’abolizione delle discriminazioni attuali, la piaga delle violenze domestiche e degli abusi sessuali sul lavoro…

Razzismo e discriminazioni in genere saranno priorità dell’agenda governativa, promuovendo una cultura inclusiva che valorizzi le differenze e attui una vera realizzazione dei diritti civili.

Un paragrafo consistente è dedicato alla “comunità LGBT”, perché la politica dei Conservatori è stata piuttosto deficitaria nel rimuovere gli elementi di discriminazione.

Sulle politiche migratorie e sulla condizione dei rifugiati il Manifesto è chiaro, eliminando le storture del passato.

“Porremo fine alla detenzione indefinita, passeremo in rassegna le alternative alle condizioni inumane dei centri di detenzione, e chiuderemo Yarl’s Wood e Brook House.”

Con una politica di tutela dei rifugiati.

La sicurezza sociale per ciò che riguarda la presa in cura delle persone è stata minata dalle politiche dei Tories in differenti aspetti, che hanno fatto diventare la povertà un fenomeno endemico, rendendo strutture pubbliche come la DWP più orentate a “perseguitare” le persone che non ad aiutarle.

Nelle parole delle Nazioni Unite, la rete della sicurezza sociale in Gran Bretagna “è stata deliberatamente rimossa e sostituita con un etica persecutoria e di sostanziale mancanza di cura”.

Una delle piaghe che affligge il Regno Unito è la povertà infantile, che il Labour intende prendere di petto: “metteremo fine al fatto che 300.000 bambini vivono in povertà”.

Tutti i “soggetti deboli” sono stati colpiti, compresi i portatori di handicap.

Sugli anziani le politiche dei Conservatori sono state devastanti: “400.000 pensionati sono stati spinti nella povertà e una generazione di donne nate negli Anni Cinquanta hanno visto cambiare la loro età pensionabile senza una giusta comunicazione. Questo tradimento ha lasciato milioni di donne senza il tempo necessario per fare piani alternativi – con conseguenze personali talvolta devastanti.”

La questione abitativa è uno dei cardini della politica laburista, visti i connotati di vera emergenza che ha assunto. Le conseguenze della politica abitativa dei Tories negli ultimi 10 anni sono devastanti ed hanno come simbolo del loro fallimento la tragedia di Greenfell Tower.

“Ci sono meno case nuove per l’affitto a canone sociale, un milione di inquilini in più costretti all’affitto dai privati. 900.000 giovani in meno che possiedono una casa, più del doppio costretti a dormire in strada”. Il Labour creerà un nuovo Dipartimento per le Politiche Abitative, rinnoverà Home England, facendola diventare una agenzia in cui gli eletti locali siederanno nei posti di comando.

La soluzione più idonea per l’emergenza abitativa è identificata nella costruzione di case popolari – 150.000 l’anno – con una governance adeguata dei processi di “gentrificazione” e un ribilanciamento dei rapporti di forza inquilino/proprietario.

“Più di 11 milioni di persone affittano da un proprietario privato” e soffrono lo strapotere dei proprietari di casa, per non parlare della piaga dei “tenza-tetto”, tra cui ci sono 125.000 bambini.

Il Labour vuole cambiare la “cornice” istituzionale come prodotto di un processo costituente, e propende per la sostituzione della Camera dei Lords con un Senato che rappresenti i territori.

In generale il processo di de-centralizzazione dei poteri e di maggiore partecipazione delle istituzioni locali nei processi decisionali è auspicata, si coniuga con un maggiore autonomia garantita agli Stati dell’Unione.

L’ultima parola sulla Brexit

Il Labour constata il fallimento dei Conservatori nella conduzione delle trattative sulla Brexit, e giudica l’accordo raggiunto da Boris Johnson peggiore di quello raggiunto da Theresa May.

Allo stesso tempo si oppone ad una No-deal Brexit, vista come una minaccia di cui si potrebbe avvantaggiare solo l’amministrazione nord-americana – in specie per la privatizzazione del Sistema Sanitario Nazionale -, e propone di dare l’ultima parola ai cittadini, che saranno chiamati ad esprimersi sull’accordo che sarà raggiunto, predisponendo le basi giuridiche per la realizzazione del voto vincolante dei britannici su questa delicata questione.

Il Referendum proposto non sarà una messa in discussione di quello effettuato nel 2016, ma una sua implementazione.

I perni dell’accordo sulla Brexit, in caso di vittoria laburista, sarebbero l’unità commerciale della Gran Bretagna per “proteggere” il settore manifatturiero britannico e permettere al paese di beneficiare degli accordi commerciali GB-UE, prospettando uno stretto allineamento con il Mercato Unico.

Promuovere gli standard adottati dalla GB sui diritti dei lavoratori, i consumatori e la protezione dell’ambiente come soglia minima sulla quale non giocare al ribasso, continuare la cooperazione in aree vitali con le agenzie e programmi finanziati della UE, una chiara vocazione a continuare la cooperazione in materia di sicurezza poliziesca.

Il Labour assicura in ogni caso di tutelare le garanzie per i tre milioni di cittadini UE che vivono in GB per lavorare e vivere nel Regno Unito, così come vuole garantire il milione e più di britannici che vivono nel Vecchio Continente.

In caso di permanenza nella UE, la Gran Bretagna non accetterà lo status quo, a cominciare dalle politiche di austerity che sono state portate avanti fin qui, propugnando per un “riformismo radicale” imperniato su gangli vitali su cui si basa la politica del Labour.

“Se le persone decideranno di lasciare l’UE, un governo laburista lavorerà in maniera costruttiva con la UE su interessi vitali di mutuo interesse e il per beneficio reciproco della Gran Bretagna e dell’Unione Europea. Ma lasceremo la UE. La cosa più importante, con un governo laburista, avrete l’ultima parola sulla Brexit.”

Un nuovo internazionalismo

Il Labour vuole promulgare un War Powers Act “per garantire che nessun primo ministro possa bypassare il Parlamento per attuare una azione militare convenzionale”. Condurre un audit “sull’impatto dell’eredità coloniale britannica”, incrementare gli sforzi diplomatici britannici per la pace e la tutela del clima. Il riconoscimento di alcuni crimini dell’Impero britannico.

Intende promuovere una politica attiva dei diritti umani, invertendo il corso della vendita di armi a regimi repressivi, considerando che dal giugno 2017 i ministri Conservatori hanno firmato con loro più di “2 miliardi di vendita di armi”.

Propende per la sospensione immediata della vendita delle armi all’Arabia Saudita, utilizzate nel conflitto yemenita, e ad Israele, che le usa contro i palestinesi. “Condurre una riforma root-and branch del nostro regime di export di armi, affinché i ministri non possano più chiudere un occhio rispetto alle armi fabbricate in Gran Bretagna usate per colpire civili innocenti”.

Una politica internazionale attiva nei confronti delle popolazioni discriminate ed una diplomazia climatica attiva, insieme alla prevenzione dei conflitti e la promozione della pace sono tra gli obiettivi del “nuovo internazionalismo” del Labour, a cominciare dalla risoluzione del conflitto israeliano-palestinese.

Questo dovrebbe verificarsi all’interno di una risoluzione che propenda per i “due Stati”, rimuova il blocco sui Territori, l’occupazione e le colonie.

“Un governo laburista riconoscerà immediatamente lo stato della Palestina”, viene detto espressamente, suscitando le ire della lobby sionista.

Una riforma dell’ONU e l’incremento dei fondi per le operazioni di Peacekeeping dell’ONU, rispettando gli impegni nella NATO sono alcuni assunti programmatici

Il rinnovo del Trident nuclear deterrent e la promozione di un mondo libero da armi nucleari.

Il Labour vuole comunque confermare la spesa del 2% del PIL per le forze armate, tutelando il settore dell’industria militare, a partire dal navale e dall’aerospazio.

Una politica di sostegno attivo di tipo “non caritatevole” né imperiale nei confronti del Sud Globale, tesa a porre al centro i bisogni dei più, rispetto ai privilegi dei pochi, in particolare in sostegno delle organizzazioni sindacali, dei movimenti di donne ed in direzione della giustizia climatica, l’accesso al cibo e ai farmaci concludono gli obiettivi dichiarati delle 107 pagine del programma.