lunedì 18 settembre 2017

LE AMBIGUITA' DI PODEMOS E CATALUNYA EN COMU'


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Alla resa dei conti mentre mancano pochi giorni al voto che dovrebbe sancire un percorso d'indipendenza della Catalunya,i nodi vengono al pettine e due personaggi importanti come Pablo Iglesias leader di Podemos e Ada Colau sindaca di Barcellona e tra i fondatori di Catalunya en Comù con le loro dichiarazioni si dimostrano restii sul come e se affrontare tale data.
Nell'esaustivo articolo di Marco Santopadre(contropiano referendum-catalano-podemos-colau )si spiega la situazione che cambia quotidianamente con lo Stato spagnolo sempre più minaccioso con azioni per sequestrare le schede elettorali e promesse di tagli economici e sanzioni penali per gli amministratori locali.
Mentre comunque circa i due terzi dei sindaci catalani sfidano Madrid la Colau ha già dato disposizione di negare l'accesso ai seggi mentre assieme Podemos vogliono sì un percorso per l'indipendenza non solo per i catalani ma rimanendo nella legalità in quanto desiderano il bene placito del Parlamento,che mai arriverà in quanto fortemente nazionalista.
Una fase di stallo che prosegue e che ha già fatto apparire spaccature interne sia a Catalunya en Comù che in Podemos con ripercussioni che saranno anche a livello nazionale(vedi anche:madn la-catalunya-alla-svolta-nonostante-la.spagna ).

Il referendum catalano svela le ambiguità di Podemos e Colau.

di  Marco Santopadre
Dopo aver incubato per alcuni anni, nei giorni scorsi la maggioranza indipendentista del Parlament – i liberal-conservatori del PDeCat, i socialdemocratici di Erc e la sinistra radicale della Cup – ha dato avvio ad un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità attraverso l’approvazione di due importanti leggi.

La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.

La Corte Costituzionale di Madrid ha immediatamente sospeso le deliberazioni del Parlament dichiarandole incostituzionali, mentre la Procura di Madrid ha denunciato il presidente del Govern e tutti i suoi ministri, nonché la Presidente dell’Assemblea Catalana. La magistratura e il governo hanno anche direttamente minacciato tutti i sindaci catalani e gli alti funzionari della Generalitat avvertendoli che in caso di ‘disobbedienza’ le conseguenze penali ed economiche sarebbero consistenti. Il Ministero degli Interni ha ordinato alla Guardia Civil – la polizia militarizzata – e ai Mossos d’Esquadra di impedire la preparazione e la realizzazione della consultazione popolare. Mentre in molte città catalane centinaia di militari armati sono stati dispiegati nelle strade, agenti della ‘Benemerita’ hanno realizzato due blitz alla ricerca del materiale elettorale ‘fuorilegge’. La prima irruzione è avvenuta in una stamperia nella località di Costantì, vicino a Tarragona, nella quale però gli agenti non hanno trovato nulla di incriminante. Il secondo intervento invece ieri nella sede di un settimanale, El Vallenc, lungamente perquisita e resa inaccessibile; il direttore Francesc Fábregas è stato denunciato.

L’intervento della Guardia Civil ha provocato una mobilitazione popolare che ha portato in piazza negli ultimi giorni alcune migliaia di manifestanti indipendentisti che oltre a denunciare la repressione e la violazione della libertà di stampa hanno anche messo in ridicolo la scarsa efficacia dei blitz della ‘Benemerita’. Da vedere cosa faranno i Mossos d’Esquadra, se obbediranno al Conseller per la sicurezza catalano oppure se eseguiranno agli ordini del Ministro dell’Interno spagnolo. Finora gli agenti della polizia autonoma, guidati dall’indipendentista Pere Soler, hanno tenuto un profilo basso ma nei prossimi giorni dovranno schierarsi.

Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le ‘pintadas’ contro i catalani, correlate di fasci, svastiche e quant’altro, il premier Mariano Rajoy non ha scartato il ricorso all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che concederebbe al governo centrale la facoltà di sospendere lo Statuto di Autonomia della Catalunya e di fatto porterebbe al commissariamento della Generalitat.

E’ evidente che il gioco si stia facendo improvvisamente duro. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali sia di ambito locale che statale. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Alcuni settori dello stesso partito del President Carles Puigdemont, quel PDeCat che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum sta mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – hanno da tempo abbandonato l’approccio radicale originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più.

Podemos, così come del resto “Catalunya en Comú”, il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Ciò implica che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada, che ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero sulla loro indipendenza più di una volta.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro.

Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un artificio retorico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano. D’altronde Podemos, come del resto Izquierda Unida con la quale è alleata, non ha mai nascosto di essere contraria all’indipendenza della Catalogna e dei Paesi Baschi, e parla di una fantasmagorica ‘Spagna federale’ caldeggiata del resto in passato, almeno a parole, dalla sinistra spagnola tradizionale.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte si appella a Madrid affinché consenta lo svolgimento del referendum, dall’altra ha affermato nei giorni scorsi che avrebbe consentito la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avesse avuto l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e a condizione che non comporti rischi di ritorsioni spagnole sui funzionari e i dipendenti comunali. Poi, l’altro ieri, dopo l’annullamento delle leggi votate dal Parlament da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid, Ada Colau ha definitivamente chiuso la partita, negando la messa a disposizione dei seggi. La stessa scelta dei sindaci socialisti di alcune città della cintura ex industriale di Barcellona, mentre invece circa 650 primi cittadini e cittadine di altrettanti comuni catalani (su un totale di 947 totali) hanno aderito alla giornata elettorale sfidando il divieto di Madrid.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori del Procès ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e dello stesso movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i più significativi progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia ma in rottura con la legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza nazionali e tra le classi in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia, dimostrando tra l’altro quanto le proprie posizioni di principio garantiste sul piano nazionale siano poco più che alibi.

Ovviamente la linea di Iglesias e di Ada Colau sta provocando effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

L’11 settembre, nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata e oltretutto fuori da Barcellona, a Santa Coloma de Gramenet, perché non condivide i contenuti di quella convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana, ovviamente schierata a favore dell’indipendenza. Ma Domenech e Iglesias non potranno contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Mentre Podemos insiste sul fatto che accetterà il referendum solo se esso avrà il consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti a mobilitarsi per l’affermazione del Sì all’indipendenza, andando a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione’. Non mancano intanto le tensioni tra Podemos e la sua sezione basca per niente convinta della posizione ‘equidistante’ assunta dalla formazione statale.

Ma anche la creatura politica guidata da Ada Colau, Catalunya en Comú, è scossa dal dibattito interno e da pronunciamenti opposti, tant’è che ieri il coordinamento nazionale del partito ha deciso di demandare ad un referendum tra gli iscritti l’atteggiamento da adottare rispetto al referendum. Gli aderenti, circa 10 mila, dovranno decidere de il partito dovrà o meno dare indicazione ai propri elettori di partecipare o meno alla consultazione del 1 ottobre. Il verdetto si saprà il 15 settembre, ma comunque vada la formazione non sosterrà la campagna per il Si.

Marco Santopadre

sabato 16 settembre 2017

PARTIRO' PER BOLOGNA

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Basterebbe solo la lettura delle presenze che stasera si riuniranno in un concerto evento che si terrà all'Estragon di Bologna per fare venire voglia di scatenarsi al ritmo delle maggiori band antagoniste italiane,ma ci sono altri motivi per questa data segnata sul calendario da mesi.
Incontrare amici di ogni parte d'Italia,riuscire a raccogliere materiale utile per il Donbass(vedi specifica in basso)e ascoltare chi per la prima chi per la x volta gruppi e cantautori con le palle e che hanno sempre supportato col loro lavoro e le loro opere i compagni e le compagne in tutto il mondo.

A Bologna le band italiane più longeve di punk-ska-rap-hardcore

Il 16 settembre, star internazionali Roy Ellis e Fermin Muguruza

Roma, 14 set. (askanews) – “Partirò per Bologna” è il nome del festival in programma sabato 16 settembre all’Estragon di Bologna, dove sono attese oltre dieci delle migliori formazioni italiane dal rap al punk, dallo ska al folk all’hardcore. 

Quasi quarant’anni di storia musicale italiana undeground dai romani Klaxon a Filippo Andreani & Atarassia Gröp, che porta il suo mix di cantautorato, folk e punk. 

I Gang, band storica del rock italiano nata all’inizio degli Anni ’80 e i Ghetto 84, pionieristica formazione punk-Oi! di Bologna. 

Il rap conscious degli Assalti Frontali per poi passare ai bergamaschi Arpioni: un collettivo musicale composto di più di dieci elementi. 

Due gli ospiti internazionali come la leggenda del reggae-ska giamaicano Roy Ellis e Fermin Muguruza, uno dei punti di riferimento della scena musicale rock radikal basca. Alla storica formazione Banda Bassotti il compito di chiudere la serata, seguiti dal DJ set di Bologna City Rockers. 

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IL 16 settembre NON VENITE A MANI VUOTE!
RACCOLTA MATERIALE PER IL DONBASS ANTIFASCISTA
Per chiunque vuole contattarci privatamente per portarci materiale, la nostra mail: bassottixdonbass@gmail.com Quando uscite da casa per venire al concerto portate un pacco di pasta o portate un pacco di legumi o aspirine o quello che volete.
Non venite a mani vuote. In DONBASS migliaia di persone non hanno più pensione, reduci della Guerra Patriottica non ricevono più il sussidio, bambini non hanno medicine, i feriti non hanno cure adeguate perché manca quasi tutto.
LISTA che può aiutare a capire cosa serve: NO VESTITI
Servono Medicinali generici come antibiotici e aspirina, olio di semi o di olivo in latta o in plastica. Pappe per i neonati e le vitamine. Pannolini per bambini, pannoloni per adulti, assorbenti per donne, mutandine igieniche per le anziane. Caramelle per i cuccioli e dolcetti per i veterani. Molto importante la biancheria: asciugamani, lenzuola, traversine, coperte. Sedie a rotelle. Cereali, orzo da bere, riso. Latte in polvere. Tè. Scatolame vario, omogeneizzati e semolini. Prodotti per il corpo: detergenti per i neonati; amuchina; saugella liquida; tutto quanto può essere utile all'igiene dell'adulto e del bambino. Pasta Fissan. Prodotti per igiene intima.
Per chi puo' servono anche: Lista dei farmaci richiestici:
Ibuprofene 
Paracetamolo
Augmentin
Medrol
Methotrexate Cpr
Plaquenil Cpr
Calcio carbonato in bustine
Ugurol fiale
Tranex fiale
Kreon10000
Levetiracetam
Depakin 300 mg
NO PASARAN!
BANDA BASSOTTI - Agosto 2017 - ROMA - PIANETA TERRA

venerdì 15 settembre 2017

ASSAD IN VANTAGGIO SULLE MILIZIE ISIS


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Nelle scorse settimane la liberazione della zona di Deir Ezzor dopo l'occupazione delle forze Isis durato tre anni ha contribuito ancor più ad una vittoria sempre più vicina,anche se nell'articolo preso da Contropiano(la-guerra-siria-sta-finendo-assad-vincitore )la fanno più immediata e facile,di Assad e del suo esercito.
Si sottolinea il fatto che i paesi occidentali,in primis Usa,Gran Bretagna e Francia,ancora non diano la notizia quasi come un dato di fatto,ed anche gli alleati in zona più influenti politicamente e militarmente(Israele)che volevano la testa di Assad ora guardano agli ottimi risultati di quest'ultimo ed alla formazione di un consistente esercito iracheno al di là dei confini siriani come circostanze che non erano state preventivate.
E che fanno molta paura,sembra un controsenso perché fino a ieri il nemico ufficiale pubblico numero uno erano le milizie Daesh,ma chi ha sott'occhio la questione mediorientale sa benissimo che i loro avversari sono altri.

Fisk. “L’Occidente stenta a crederlo, ma la guerra in Siria sta finendo e Assad è il vincitore”.

di  Robert Fisk *  
Secondo il noto reporter di guerra, Robert Fisk, anche se l’Occidente non lo vuole credere, il conflitto armato in Siria sta per finire e il vincitore è il presidente siriano Bashar al-Assad, che voleva rovesciare.

“Ciò che è sempre stato impensabile in Occidente sta avvenendo: le forze di Bashar al-Assad sembra che stiano vincendo la guerra”, ha scritto, ieri, Robert Fisk, noto reporter di guerra e corrispondente del quotidiano britannico ‘The Independent’.

E non è solo che “sembra”, dice il giornalista, che racconta come l’esercito siriano stia liberando una per una tutte le aree ancora occupate dai terroristi.

Al momento, l’esercito siriano e i suoi alleati sono riusciti a rompere l’assedio imposto a Deir Ezzor da tre anni. Il generale Sohail Hassan, conosciuto come “la Tigre” (“l’ufficiale preferito del paese”) si è avvicinato al complesso della 137esima Brigata dell’esercito siriano a Deir al-Zur, mentre Mohamad Jadur, suo comandante, preparava le sue forze per liberare la base aerea della città.

Le vittorie ripetute dell’esercito siriano significano che è oggi uno dei più esperti sul campo di battaglia della regione: i suoi soldati hanno combattuto per la loro vita e ora hanno ricevuto la formazione in coordinamento delle truppe e nell’uso di informazioni da un unico centro di comando, ha spiegato Fisk.

In questo contesto, il corrispondente ricorda il fallimento dei bombardamenti statunitensi che hanno ucciso più di 60 soldati siriani nei pressi della base aerea che sarà liberata dal generale Jadur. I siriani, secondo il giornalista, non hanno mai creduto che fosse un “errore”, come dicono gli statunitensi.

Gli inglesi, osserva Fisk, già sembrano aver ricevuto il messaggio. La settimana scorsa, hanno rimosso i loro istruttori militari, che hanno cercato di addestrare “70.000 ribelli” per il rovesciamento del governo di Al-Asad.

E che dire di Israele? Chiede il giornalista. Il regime di occupazione della Palestina ha veramente creduto alla fine di Assad, andando persino a bombardare le proprie truppe per porre fine ai siriani e ai suoi alleati, mentre finanzia e dà assistenza medica agli estremisti in Siria.

Chiaramente il regime di Tel Aviv – come l’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, l’attuale Presidente Donald Trump, l’ex primo ministro britannico David Cameron, il primo ministro Theresa May e altri membri delle elite politiche occidentali – non ha mai immaginato che Assad avrebbe potuto vincere e che un potente esercito iracheno sarebbe potuto emergere dai detriti di Mosul, ha sottolineato Fisk.

Così “gli israeliani, abituati a chiedere aiuto da Washington, dovranno rivolgersi al [presidente russo Vladimir] Putin per uscire dal conflitto in cui si sono messi”, ha detto Fisk, avvertendo tutti i politici israeliani che parlavano apertamente di rovesciarlo o anche assassinarlo, che Assad non va da nessuna parte.

Fonte: The Independent

giovedì 14 settembre 2017

FASCI CACCIATI VIA A ROMA


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Com'era prevedibile ieri a Roma il Consiglio straordinario del IV municipio di Roma che doveva svolgersi nel quartiere Tiburtino III è stato fonte di scontri in quanto parecchi compagni ed abitanti della zona hanno voluto impedire tale consesso in quanto nato da pressioni poste dai fascisti.
Che si sono fatti vedere e che sono riusciti ad entrare nel centro anziani naturalmente grazie allo scudo della polizia,in modo che una quarantina di queste latrine avrebbero avuto modo di presenziare al consiglio municipale(fecce di Cacca Povnd provenienti soprattutto da Ostia e altre zone romane)mentre la gente del quartiere se ne sarebbe dovuta stare fuori.
Inaccettabile,e questo ha provocato scontri con i tutori dei fasci che comunque sono stati raggiunti all'interno del centro anziani e malmenati come giusto sia,e costretti ad uscire anche se fino a sera ci sono stati momenti di tensione fino a quando i ratti sono tornati nelle fogne.
Articolo di Contropiano:politica-news .

Roma. A Tiburtino III “non è aria” per i fascisti di Casa Pound.

di  Federico Rucco  
Un pomeriggio movimentato oggi pomeriggio nel popolare quartiere di Tiburtino III alla periferia est della Capitale. Come anticipato già questa mattina dal nostro giornale, la totale e complice irresponsabilità del consiglio del IV Municipio, aveva fatto si che un consiglio straordinario da tenersi nel quartiere, fosse il frutto di una intimidazione dei fascisti di Casa Pound (che avevano occupato a tale scopo il Municipio la scorsa settimana) e che  tale fosse anche l’ordine del giorno – il centro accoglienza migranti di via del Frantoio. Lunedi le realtà sociali del territorio riunite nel Nodo Territoriale Tiburtino, avevano a loro volta occupato il IV Municipio per chiedere che il consiglio straordinario – nato male e gestito peggio – venisse annullato, sia per questioni di merito che di metodo. I problemi del quartiere, come tutti i quartieri popolari in gran parte fondati su abitazioni dell’Ater, sono quelli irrisolti da almeno trenta anni: risanamento e sanatoria delle case popolari, i folli aumenti dei canoni che hanno portato alla chiusura le attività commerciali e sociali del quartiere desertificandolo, il degrado e l’abbandono delle scuole pubbliche che sempre più stanno tornando ad essere le “scuole dei poveri” dove nessuno vuole andare. Le poche decine di migranti del centro di accoglienza sono l’ultimo dei problemi.

La decisione presa nell’assemblea popolare di ieri a Tiburtino III era dunque quella di insistere per l’annullamento del consiglio municipale straordinario convocato nel centro anziani del quartiere. Dalle 15.30 decine di attivisti e abitanti della Tiburtina hanno cominciato a presidiare il centro anziani ribadendo la richiesta di annullamento e le priorità sociali del territorio.

Verso le 16.30 però una quarantina di fascisti di Casa Pound con tanto di bandiere, sono arrivati scortati dalla polizia che li ha fatti entrare nel centro anziani dove si sarebbe dovuto tenere il Consiglio municipale straordinario. Il risultato a quel punto sarebbe stata una seduta istituzionale con il pubblico rappresentato da una quarantina di squadristi. Cioè fascisti dentro  e abitanti e realtà della Tiburtina fuori.  Insomma uno scenario inaccettabile e l’inevitabile frutto solo della idiozia politica del consiglio stesso. La maggioranza dei fascisti – tra l’altro e per loro stessa ammissione – venivano da Ostia e da altri quartieri, dunque estranei.

Gli antifascisti hanno cominciato a quel punto a fare pressione. GUARDA IL VIDEO. La polizia si è schierata con caschi e manganelli per spingerli fuori dal cortile del centro anziani, ma così facendo hanno lasciato scoperta un’altra entrata da cui gli attivisti sono riusciti a entrare arrivando a contatto con i fascisti usciti dalla sala del consiglio. Nei brevissimi scontri i fascisti sono usciti malconci (vedi qui sotto le foto pubblicate dalla stessa Casa Pound che ha avviato il consueto vittimismo aggressivo).

E’ cominciato così un fronteggiamento con i fascisti assediati dentro protetti dagli agenti di polizia. A quel punto il Consiglio straordinario è stato annullato come sarebbe stato di buonsenso fare già nei giorni scorsi evitando tensioni e scontri nel quartiere.

Fino alle 19.00 sulla strada c’è stato un fronteggiamento con la polizia schierata con due cordoni per tenere le distanze. Nessuno voleva lasciare il presidio, fino a quando i fascisti non sono stati scortati dalla polizia fuori dal quartiere ed anche il presidio antifascista si è sciolto. Numerosi i capannelli con la gente del quartiere, e nei quartieri popolari viene alla luce come chi sa parlare il linguaggio dei problemi sociali reali sappia farsi comprendere assai meglio delle strumentalizzazioni dei fascisti. Insomma oggi a Tiburtino III abbiamo visto una fiera e vittoriosa giornata antifascista. Nei quartieri popolari”non è aria” per i fascisti.

mercoledì 13 settembre 2017

AUNG SAN SUU KYI E IL POPOLO ROHINGYA


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La situazione del popolo rohingya,una minoranza musulmana presente nel sud est asiatico ed in particolar modo in Birmania(Myanmar),è taciuta ai più ed il loro genocidio perpetrato dal governo birmano e la relativa fuga per scappare alla repressione non viene per nulla riportata nei telegiornali e sui quotidiani.
Il premio Nobel Aung San Suu Kyi tace su questo massacro che ha fatto centinaia di morti solo negli ultimi tempi e che ha causato la fuga di decine di migliaia di profughi nel vicino Bangladesh,che non sempre accoglie ed anzi preme per il rimpatrio dei rohingya verso situazioni ancor più tragiche.
L'alto commissariato Onu per i diritti umani recentemente ha affermato che questa minoranza presente in maniera consistente nello Stato del Myanmar del Rakhine(tutt'ora off limits per giornalisti e turisti)è tra le maggiormente perseguitate e che nella capitale Sittwe è in atto una pulizia etnica nei loro confronti.
Articolo di Senza Soste(myanmar ).

Myanmar: la paladina dei diritti umani accusa le organizzazioni umanitarie di terrorismo

Una nostra traduzione sulla situazione di violenza e pulizia etnica denunciata in Myanmar

La “pulizia etnica” contro i musulmani  rohingya

Tharanga Yakupitiyage IPS

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha denunciato che il riacutizzarsi della violenza in Myanmar (Birmania) ha costretto più di 18.000 rohingya a fuggire in meno di una settimana.

Lo spostamento è iniziato quando il governo di questo Paese dell’Asia sudorientale ha lanciato “operazioni di pulizia” dopo gli attacchi contro le postazioni di sicurezza del 25 agosto da parte del gruppo armato Esercito della Salvezza del Rohinyá Arakán (ARSA), che hanno provocato quasi 110 morti.

Ci sono denunce secondo le quali le forze di sicurezza avrebbero bruciato villaggi e lanciato attacchi contro i rohingya musulmani.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), circa 18.500 persone avrebbero attraversato la frontiera con il Bangladesh dallo Stato di Rakáin, e altre migliaia sarebbero intrappolate nella terra di nessuno tra questi due Paesi.

Ci sono anche dei resoconti sul fatto che alcune persone passano attraverso il fiume Nauf, dove le guardie bengalesi hanno già recuperato diversi corpi di circa 20 rohingya annegati.

“Condanno totalmente gli attacchi violenti contro il personale di sicurezza, che ha causato la perdita di molte vite e lo spostamento forzato di migliaia di persone”, ha detto l’alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Zeid Ra’ad al-Hussein, ma ha sottolineato la necessità che le forze governative rispondano in modo proporzionato.

“Disgraziatamente, i nostri timori diventano realtà. Decenni di continue e sistematiche violazioni dei diritti umani, così come le violentissime risposte delle forze di sicurezza agli attacchi a partire dall’ottobre del 2016, hanno contribuito ad alimentare l’estremismo violento in una situazione in cui tutti perdono”, ha proseguito.

In ottobre dell’anno scorso l’esercito della Birmania ha effettuato operazioni di repressione dopo gli attacchi di ribelli rohingya contro posti di controllo di confine, il che ha provocato quasi 90.000 profughi.

L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha definito “molto probabile” il fatto che gli attacchi contro civili rohingya in queste operazioni costituiscano crimini contro l’umanità.

Cosa che le autorità birmane hanno negato in ripetute occasioni.

Una lunga storia

Il governo da tempo contesta lo status di cittadini birmani del popolo rohingya, ha ridotto la loro possibilità di movimento e li ha esclusi dai servizi sociali, lasciando la maggioranza senza Stato e impoveriti.

L’Alto Commissariato per i Diritti umani ha descritto la comunità rohingya come una delle più “emarginate, perseguitate e vulnerabili del mondo”.

Il presidente del Centro di Ginevra per i Diritti Umani, Hanif Hassan Ali Al Qassim, ha chiesto al governo birmano di prevenire le violazioni dei diritti umani contro la popolazione civile nell’ambito dell’attuale escalation del conflitto militare.

“Le testimonianze inquietanti di rohingya in fuga da Myanmar confermano le gravi violazioni dei diritti umani che sono in atto contro la popolazione civile”, ha dichiarato.

“La società mondiale non può coprirsi gli occhi di fronte all’inquietante situazione in Myanmar. Il Centro di Ginevra fa appello per la fine immediata della persecuzione dei rohingya”, ha aggiunto Al Qassim.

Risposta dell’ONU

In risposta alla violenza in questo Paese asiatico, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) ha tenuto una discussione a porte chiuse nell’ultima settimana di agosto.

Non ci sono state dichiarazioni ufficiali, ma l’ambasciatore britannico Matthew Rycroft ha fatto appello a tutte le parti in causa a far raffreddare la situazione e a guardare la questione a lungo termine.

Rycroft ha aggiunto che il massimo organo di sicurezza sostiene ancora Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e consigliera di Stato della Birmania.

“Ci rimettiamo a lei perché venga utilizzato il tono corretto e vengano trovati i compromessi e la necessaria riduzione della tensione e risolvere il conflitto per il bene di tutto il popolo della Birmania”, ha dichiarato.

LA violenza è scoppiata appena due giorni dopo la pubblicazione dell’atteso rapporto della Commissione Consultiva dello Stato di Rakáin sulla situazione in questa regione.

“C’è una grave tensione e il rischio è sempre più alto. La violenza non porterà soluzioni durature per il problema del tormentato Stato di Rakáin”, ha dichiarato il presidente della commissione Kofi Annan.

“Tuttavia, lo status quo non può continuare”, ha aggiunto l’ex segretario generale dell’ONU.

Tra le raccomandazioni che figurano nel rapporto di 63 pagine per il governo birmano c’è quella di rivedere la legislazione sul diritto alla cittadinanza, concedere la libertà di movimento ai rohingya musulmani e investire nello sviluppo socio-economico dello Stato di Rakáin.

Annan ha avvertito che il mancato rispetto delle raccomandazioni potrà soltanto alimentare il ciclo della violenza e la radicalizzazione, aggravando la povertà cronica in questo Stato.

Inoltre, Zeid ha fatto appello al governo della Birmania a seguire le raccomandazioni per “ascoltare, anziché sacrificare le preoccupazioni in materia di diritti umani nell’interesse di mantenere la pace e l’ordine”.

Sostegno internazionale richiesto e criticato

Il direttore generale dell’OIM, William Swing, ha chiesto un maggiore sostegno internazionale per i civili che fuggono verso il vicino Bangladesh.

Questo Paese accoglie circa 500.000 rohingya da tre decenni, ha precisato.

Swing ha chiesto al Bangladesh di lasciar entrare un maggior numero di persone che fuggono dalla violenza, molte delle quali sono donne, bambine, bambini ed anziani, o faciliti l’accesso alle agenzie umanitarie perché possano soccorrerle.

Ha fatto anche appello alle autorità birmane dello Stato di Rakáin perché facilitino il lavoro delle agenzie umanitarie e  permettano un accesso senza restrizioni contribuendo così a stabilizzare la situazione e ridurre il numero delle persone che fuggono dal Paese.

Ma l’ufficio di Aung San Suu Kyi ha accusato le organizzazioni internazionali di collaborare con i “terroristi”, cosa che fa temere per la sicurezza degli operatori umanitari e la continua violenza.

“Sono estremamente preoccupato che le accuse infondate contro le organizzazioni internazionali mettano in pericolo il personale e rendano loro impossibile fornire un’assistenza fondamentale”, ha sottolineato Zeid.

“Questo genere di dichiarazioni è irresponsabile e serve solo ad aumentare la paura e fomentare la violenza”, ha aggiunto.

Fonte: http://www.ipsnoticias.net/2017/09/la-violencia-expulsa-a-miles-de-rohinyas-de-birmania/

Titolo originale: “La violencia expulsa a miles de rohinyás de Myanmar”

Tratto da www.rebelion.org, traduzione per Senzasoste di Nello Gradirà

martedì 12 settembre 2017

CONTRATTI A TERMINE


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Facendo riferimento ai dati Istat degli scorsi giorni sull'andamento dell'occupazione in Italia ed al relativo aumento sia degli occupati che dei disoccupati(madn occupati-e-disoccupati-in-aumento )nel contributo odierno fa testo il fatto che l'aumento dei posti di lavoro è dovuto quasi in maniera assoluta a contratti a tempo determinato mentre il numero degli inattivi che è passato ad essere ufficialmente disoccupati piuttosto che assunti pende verso i primi.
I dati forniti e commentati dal redazionale di Contropiano(l'occupazione-cresce-precaria )rendono l'idea di un mondo del lavoro dove quelli a contratto determinato sono sempre meno tutelati e sicuri,visto che c'è pieno di gente disposta a fare tutto o quasi al loro posto rosicchiando ulteriormente diritti lavorativi.
Infatti mentre le retribuzioni in generale sono diminuite,il costo del lavoro coerentemente ha subito un calo in conseguenza dell'ideologia del meno peggio,del lavorare per poco tempo a contratto ma lavorare,perdendo sempre più consapevolezza di potere avere quei sacrosanti diritti in materia di ore lavorative,salari,ferie e malattie che vanno via via scemando.

L’occupazione cresce, ma soltanto se è precaria.

di  Redazione Contropiano  
E’ triste vedere un istituto prestigioso piegare l’enfasi – nel pubblicare i dati – in modo che i media possano fare più facilmente da coro al governo. Specie in materia di occupazione, ossia della condizione vitale per l’esistenza stessa della popolazione.

Nulla da eccepire sui numeri, naturalmente, raccolti ed elaborati da ricercatori di alto livello, anche se spesso con contratti assai precari. Fosse lasciata a loro la possibilità di presentare gli stessi dati, l’enfasi laudatoria ne uscirebbe parecchio azzoppata…

Nella nota diffusa stamattina si dà conto degli andamenti del secondo trimestre del 2017, che segna una certa inversione nel numero (dunque anche nel tasso) dei disoccupati: una crescita congiunturale (+78 mila, +0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%).

La nota dell’Istat riferisce quasi per caso quel che dovrebbe essere invece il dato che rivela il fenomeno più rilevante nell’attuale mercato del lavoro: la sostituzione di lavoro a tempo indeterminato con lavoro a termine. Rifacendo il conto con gli stessi numeri dell’Istat, infatti, viene fuori che il totale degli occupati (78.000 in più) è dovuto alla convergenza di due fenomeni: la diminuzione degli “autonomi” (partite Iva monocommittenti, consulenti, ecc: -71.000) e la crescita senza freni dei lavoratori a termine (123.000 sui 149.000 nuovi assunti). I posti di lavoro a tempo indeterminato in più sono soltanto 26.000.

Questo in una congiuntura temporaneamente favorevole (i tre trimestri precedenti erano stati caratterizzati da un aumento della disoccupazione), registrata in termini di crescita del Pil pari allo 0,4% nel trimestre e all’1,5% su base annua.

La centralità assoluta dei contratti a termine testimonia, forse involontariamente, dell’incertezza con cui le imprese affrontano l’aumento congiunturale degli ordinativi: si prendono dipendenti usa e getta, da qui a tre o sei mesi, perché nessuno sa dire – neppure la Bce – se il trend leggermente positivo durerà più a lungo.

Fa pena dunque il concerto dei media mainstream che segnala come – tra il secondo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente – venga stimata una crescita di 153 mila occupati (+0,7%), che riguarda comunque soltanto i dipendenti (+356 mila, +2,1%), oltre tre quarti dei quali a termine, a fronte della rilevante diminuzione degli indipendenti (-3,6%).

Prendendo in considerazione l’arto temporale di un anno, insomma, la sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario risulta ancora più lampante.

Un piccolo esercito di lavoratori con salari più bassi e senza garanzie di continuità lavorativa, su cui dunque non viene costruita alcuna prospettiva produttiva di lungo periodo. Lo stesso calo degli “inattivi” (-0,3 punti) 15-64 anni rivela che “la riserva di grasso” in mano alle famiglie si è assottigliata, costringendo una parte a tornare sul mercato del lavoro, pronti ad accettare qualsiasi retribuzione.

Le variazioni degli stock – spiega la stessa Istat – sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso continuano a diminuire le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%). A fronte della riduzione complessiva delle transizioni dalla disoccupazione all’occupazione (-3,1 punti), i flussi dai disoccupati verso i dipendenti a tempo determinato aumentano (+0,9 punti). Riguardo agli inattivi, per le forze di lavoro potenziali è aumentata soprattutto la percentuale di quanti transitano verso la disoccupazione (dal 18,5% al 21,3% nei dodici mesi). Ovvero cercano nuovamente un lavoro, ma non lo trovano…

Le imprese, dal canto loro, colgono in pieno la debolezza dei lavoratori (che temono di perdere il posto) e dei disoccupati (disposti a fare qualsiasi cosa per qualsiasi salario). “Le ore lavorate per dipendente crescono (+0,2%) rispetto al trimestre precedente”.

Ne risentono ufficialmente anche le retribuzioni: “in termini congiunturali si registra una diminuzione dello 0,1% delle retribuzioni e dello 0,5% degli oneri sociali e, quale loro sintesi, un calo dello 0,2% del costo del lavoro”.

Se si può gioire per risultati così, allora tutto è possibile…

L'IMPORTANZA DELLE ELEZIONI SICILIANE


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Tutti guardano e a ragione alle elezioni regionali siciliane come un eccellente banco di prova non tanto per le percentuali che ogni partito arrafferà in tale consultazione ma per la tenuta o la creazione di nuove alleanze per il voto nazionale del 2018.
Quello di novembre in Sicilia,analizzando l'articolo di Popoff(regionali-sicilia-fava-pisapia-pd-e-sinistra-tormentone )che parla della situazione a sinistra,vede una parte politica sempre più allo sbando con formazioni nuovamente frammentate e con elementi che strizzano l'occhio al Pd in vista delle suddette elezioni del prossimo anno.
Personaggi come Pisapia,Bersani,D'Alema,tutti quelli che hanno appoggiato in differenti maniere Renzi e Alfano,dovrebbero avere la decenza di togliersi dalla politica per amor proprio e di un paese che deve ripartire senza questi pessimi elementi protagonisti di annate devastanti per tutto il movimento politico della sinistra italiana.

Sicilia, Pisapia scende dal tram del Pd ma non sale su quello di Fava.

Regionali Sicilia. Pisapia né col Pd né con Fava che intanto perde pezzi a sinistra  e imbarazza Rifondazione ma piace a Montanari.

di Giulio AF Buratti
Né con Micari, né con Fava. Pisapia interpreta il modello Sicilia per mostrare come procederà anche a livello nazionale: mai con il Pd coalizzato con Angelino Alfano «perchè non è centrosinistra» ma anche no al ritorno della sinistra Arcobaleno che l’ex sindaco di Milano vede nell’aggregazione siciliana tra Mdp, SI e Prc. Solo una settimana fa aveva dichiarato che i bersaniani  “si prenderanno la responsabilità di spiegare questa anomalia e in caso anche la sconfitta del centrosinistra”. Tira, invece, un sospiro di sollievo Mdp ma Pisapia chiarisce che se continuerà «il fuoco amico» e il tatticismo lui si farà da parte e tornerà a fare l’avvocato. Dopo un tormentone durato metà estate, Pisapia sembra rinunciare al suo tentativo di unire tutto il centrosinistra in un esperimento esportabile poi a livello nazionale. Una presa d’atto che sembra propedeutica alla decisione di stringere sulla costruzione di un nuovo partito di centrosinistra alternativo al Pd, quell’”Insieme” che fa entusiasmare il manifesto. Martedì i vertici di Mdp, da Bersani a Speranza, e quelli di Campo progressista cercheranno di fare davvero un passo avanti, così sono sicure le agenzie, e di far salpare la barca in vista dell’assemblea costituente di ottobre. «Con Pisapia siamo d’accordo sulle cose concrete, non ci perderemo nella metafisica delle sfumature e nel politicismo», promette Pier Luigi Bersani, il garante dell’ex sindaco dentro Mdp. L’obiettivo, spiega l’ex leader dem, è «mettere insieme un grande schieramento unitario con tutte le anime di sinistra di ispirazione ulivista in nome di una sinistra di governo».

Dicevamo sembra. Pisapia prevede che si andrà a votare con il proporzionale del Consultellum, che non prevede il premio alla coalizione, dunque è inutile pensare di riunificare il centrosinistra, Pd incluso, prima delle elezioni. Nè, chiarisce, «Campo progressista può accogliere un’eventuale richiesta di avere ‘nelle liste Pd alcuni posti più o meno blindati’». Porte chiuse ad offerte più o meno esplicite dei dem per cercare di coinvolgere l’ex sindaco di Milano nel progetto del ‘Pd largo’ renziano. Ma tra i dem la speranza non viene meno anche nella consapevolezza dello stop and go tra Mdp e Cp. «Credo che il centrosinistra non possa fare a meno del Pd, così come deve cercare a tutti i costi, e lo sta facendo, un dialogo aperto con Pisapia che è il vero collante». In realtà chi si era definito la «colla» del centrosinistra è stato Romano Prodi, a suo volta sostenitore del tentativo di Pisapia. L’ex premier, silente durante l’estate, tornerà a farsi sentire domenica 17 quando parteciperà alla summer school di Enrico Letta. Tra i più interessati i Verdi, che sperano che Pisapia faccia tornare a ridere il Sole e che leggono le mosse dell’ex sindaco dell’Expo come piace a loro, né di destra, né di sinistra: «Siamo profondamente convinti che sia necessario costruire una forza il cui obiettivo non debba essere rifondare la sinistra ma piuttosto realizzare una realtà nuova e innovativa, che guardi alle diverse culture politiche del Paese: da quella verde-ecologista alle civiche, da quella radicale fino alle esperienze di sinistra», fanno sapere Bonelli, Zanella e Co.

Riassunto delle puntate precedenti

Si terrà domenica 10 settembre (16.30, presso l’Astoria Palace Hotel di Palermo) l’assemblea della sinistra convocata da Ottavio Navarra e Claudio Fava per ufficializzare la candidatura di quest’ultimo alla presidenza della Regione siciliana. Ma Claudio Fava, imposto da Mdp e Si, per ora ha ottenuto l’effetto di frantumare il fronte che, fin dalla scorsa primavera, lavorava sulla base di un appello per una presenza alternativa al Pd e ai suoi derivati. Dopo Sinistra Anticapitalista che ha immediatamente bollato la candidatura Fava come un preludio dell’infinita ricerca di un nuovo centrosinistra, anche il Pci, gli ex cossuttiani, vanno via sbattendo la porta di una casa non più loro:

«Avevamo pensato che Navarra potesse essere la sintesi delle forze politiche, dei movimenti, delle associazioni, dei singoli che sostenevano l’idea di porre in essere una lista che rappresentasse l’unità della sinistra e l’alternatività al Pd – scrive in una nota Antonio Bertuccelli, segretario regionale Pci Sicilia – in questi mesi forze politiche, associazioni, militanti hanno lavorato in Sicilia, tra mille difficoltà, a costruire un percorso partecipato di alternativa che adesso viene azzerato dal prevalere di ristrette logiche di vertice. Massimo rispetto per la storia di Claudio Fava ma la sua candidatura, ad opera di Art.1-MDP, ha avuto sin dall’inizio l’evidente funzione di porre un’ipoteca moderata sulla costruzione della lista di sinistra. A ciò si aggiunge che essa è stata costantemente accompagnata da gravissime dichiarazioni di disponibilità nei confronti del PD da parte dei massimi esponenti di Art.1, da Rossi a Bersani. Anche il metodo con cui questa candidatura è stata imposta è inaccettabile. Apprendere che Navarra si sia accordato per una lista comune con Fava, espressione diretta delle politiche governative a guida Pd, ci dispiace ma noi rimaniamo coerentemente sulle nostre posizioni. Rigettiamo ogni tentativo di ricostruire il centrosinistra che giudichiamo fallimentare e sbagliato. Chiediamo a tutti e tutte coloro che hanno partecipato all’iniziale percorso di mostrare coerenza e confermiamo la volontà di lavorare con tutte le forze comuniste e antagoniste presenti nella società per rilanciare la lotta per il cambiamento in Sicilia».
A ruota Azione Civile, il gruppo legato a Ingroia,

«si chiama fuori dalle logiche verticiste che hanno portato alla candidatura di Claudio Fava», si legge in una nota. «Abbiamo creduto, insieme a tanti altri partiti, movimenti, associazioni ed attivisti che, una svolta, finalmente, fosse possibile in Sicilia. Abbiamo creduto nel sogno di quella che era stata chiamata l´isola possibile. Ció sulla base di un documento che parla di lavoro, di conversione ecologica del modello di sviluppo, di pace, di diritti, di costituzione. Con una caratteristica dirimente, essere alternativi al PD, nessuna possibilitá di dialogo. Noi, che non crediamo nelle riunioni della sinistra, ci siamo lasciati coinvolgere da chi ci voleva dimostrare, ad ogni costo, che questa volta ‘era diverso’! Ci hanno fatto credere che stavamo costruendo un percorso veramente democratico, dal basso e orizzontale. Abbiamo accettato la candidatura di Ottavio Navarra, che pur essendo ottima persona, non era stato individuato in un´assemblea, ma tirato fuori dal cilindro da qualcuno. Abbiamo ratificato la sua candidatura, raddrizzando il processo democratico, votandolo in due assemblee, per poi scoprire che si stavano facendo giochetti e accordi indicibili. Dopo tre mesi di lavoro, scopriamo che il nostro progetto ha subito una mutazione genetica, è diventato esattamente l´opposto di quello che doveva essere. Azione Civile non riconosce questo nuovo progetto che si è sostituito al nostro. Sono state commesse una serie di azioni scorrette nella sostanza e nel metodo. Si sono utilizzate logiche verticiste che speravamo fossero morte per sempre».
Sulla stessa linea d’onda Risorgimento socialista:

«Insieme ai compagni del PCI, abbiamo scelto di dire NO alla candidatura di Claudio Fava. Per le elezioni in Sicilia Risorgimento Socialista ha lavorato per costruire un’alternativa vera al fallimento del centrosinistra di Renzi, Orlando e Crocetta. Articolo Uno e Sinistra Italiana a questo progetto non hanno mai creduto: con due interviste a la Repubblica e il manifesto si sono inventati la candidatura di Fava, senza confrontarsi con nessuno. Ci dispiace, ma questa candidatura serve solo a due cose: portare a casa un consigliere regionale, e poi allearsi di nuovo col PD. Il nostro progetto politico è quello di costruire una sinistra che rompe con le regole di Maastricht e con la logica dell’austerità, a Palermo come a Roma: fare la ruota di scorta non ci interessa».
Bisogna dire che Fava ci ha messo del suo quando, dai microfoni di Radio24, ha candidamente ammesso di voler fare primarie con Micari, il rettore dell’Università di Palermo scelto da Orlando per guidare la coalizione Pd-Alfano: «Se da quella parte fossero disposti a ricostruire un perimetro concreto e omogeneo di centro-sinistra, cioè fuori Alfano e in discontinuità rispetto a Crocetta, ho detto che sarei anche disposto a primarie con Micari». E la sera prima, al Corsera: «Non mi candido contro il Pd. Abbiamo lavorato per settimane insieme su un punto di intesa programmatico di centrosinistra e invece, con l’abbraccio di Alfano, ecco una coalizione slabbrata, deturpata dalle esperienze politiche di governo di Alfano e dalle esperienze giudiziarie di alcuni suoi deputati. Come Pisapia, invochiamo un cambio di rotta».

«Se non ci fosse di mezzo Alfano farebbe l’accordo col PD in Sicilia e le primarie con Micari? Non credo ci sia bisogno di precisare che non è la posizione di Rifondazione Comunista che è alternativa al PD, che in questi anni ha portato avanti politiche indistinguibili dalla destra», ha detto Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, pur giudicando «positivo» che MDP, ora partito di Fava, «si consideri incompatibile con Alfano. Consiglierei a Fava e MDP di esplicitare l’idiosincrasia per Alfano innanzitutto a Roma togliendo la fiducia al governo Gentiloni che è il terzo consecutivo che sostengono di cui fa parte l’ex-vice di Berlusconi. Forse non se ne sono accorti ma Alfano è ministro con loro dal 2013».
Rifondazione, oggettivamente, è sui carboni ardenti perché aveva dato inizialmente credito al passaggio di testimone da Navarra a Fava e ora deve chiedere cheù

«Fava chiarisca che la lista che si sta costruendo è alternativa alle destre, al M5S ed al Pd indipendentemente da Alfano». Così Mimmo Cosentino segretario regionale Prc e Raffaele Tecce responsabile nazionale Enti Locali della segreteria nazionale- «Abbiamo salutato positivamente – aggiungono in una nota congiunta – la sua dichiarazione congiunta con Navarra con cui si creavano le basi per una lista unitaria della sinistra alternativa al Pd. Troviamo sconcertanti per questo le parole di Fava che reiterano ipotesi di alleanza col Pd e persino di primarie. Così non si aiuta la costruzione di una proposta politica forte in Sicilia e anzi si alimenta la confusione, la disaffezione e si regalano anche voti a M5S». «Siamo certi che Fava vorrà chiarire al più presto che, coerentemente a quanto scritto nel documento congiunto con Navarra, la lista che siamo costruendo è alternativa al Pd, prima e dopo le elezioni, indipendentemente dall’alleanza con Alfano. Questo chiarimento ed il rispetto della impostazione iniziale è per il Prc-se fondamentale».
Ma lo strappo di Mdp lunedì in Sicilia fa prendere le distanze dall’operazione Fava anche a Giuliano Pisapia che prova a compiere un estremo tentativo per tener vivo il progetto di Campo progressista, quello di un contenitore satellite a sinistra del Pd ma in dialogo con il partito di Renzi: l’ex sindaco di Milano ha infatti prima lanciato un appello a Fava e al candidato sostenuto dal Pd, Fabrizio Micari, a «costruire una piattaforma comune» e poi ha incontrato Roberto Speranza, con il quale ha deciso di mantenere aperto il dialogo. Pisapia ha riunito a Roma i dirigenti di Campo Progressista per una valutazione delle mosse di Mdp: «In Sicilia ha fatto delle scelte che non condividiamo». Alla riunione c’è chi ha chiesto una rottura con Mdp, con un appoggio immediato a Micari («Mdp sembra avere come unico mandato quello di far perdere il Pd» ha detto Mario Catania), mentre altri hanno spinto perché Pisapia si faccia promotore di una mediazione avanzata. Ne è nato un appello molto articolato: a Micari e Fava a dialogare per «aprire fin da subito un dialogo per costruire una piattaforma programmatica unitaria»; ai partiti a non proiettare in Sicilia lo schema nazionale. In particolare al Pd si chiede di rompere «alleanze ambigue e innaturali rispetto al mondo progressista», cioè quella con Ap di Angelino Alfano, e a Mdp di rinunciare «all’ennesima riproposizione di uno schema di testimonianza, seppur nobile, già fallito in passato».
Le ricadute nazionali (per la tenuta del governo ma, soprattutto, per la sinistra radicale) sono sotto gli occhi di tutti ma la matassa è ingarbugliata: bersaniani e pisapiani torneranno a incontrarsi la settimana prossima, una nota congiunta ha ammesso che sulla Sicilia esistono «valutazioni diverse», ma che queste «non incidono sulla prosecuzione del percorso unitario nazionale per la costruzione di un nuovo centrosinistra in discontinuità con le attuali politiche del Pd». Parole che per Mdp implicano la rottura con il partito di Renzi, e per Pisapia una ridefinizione del profilo del centrosinistra e delle sue politiche, ma con il Pd. Comunque «l’impegno comune» prosegue, con un incontro tra i dirigenti di Mdp e Campo progressista la prossima settimana. Martedì 12 settembre gli stati maggiori di Campo progressista e Mdp si incontreranno per decidere se Insieme andrà avanti.
Solo Nicola Fratoianni, che intravede in Sicilia l’anteprima di un quarto polo sembra essere soddisfatto della candidatura Fava che, peraltro, è stata costruita dalla filiale isolana di Sinistra italiana. Con lui, di certo Civati e Possibile, e Tomaso Montanari, uno dei promotori di Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, il cartello virtuale, per ora, scaturito all’inizio dell’estate dall’assemblea del Brancaccio. Montanari, in un articolo sul Manifesto di ieri ha scritto che il modello Sicilia è quello che ci vuole:

«Ci vuole una sola lista a sinistra del Partito Democratico… Crediamo che anche la situazione della Sicilia confermi questa lettura… Si apre un autunno cruciale: proseguono le assemblee regionali, si moltiplicano quelle in città di ogni dimensioni, si preparano quelle tematiche fissate per il fine settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Il loro formato è quello che abbiamo sperimentato da giugno in poi: aperto a tutti (associazioni, partiti, singoli cittadini) e senza dirigenze, egemonie o portavoce autonominati. Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci».

Dunque il dilemma è lo stesso di sempre: la rottura col Pd comprende anche la diffidenza nei confronti di chi ha le medesime responsabilità nelle scelte antipopolari degli ultimi quattro governi e delle infauste stagioni dell’Ulivo e dell’Unione? In altre parole: ha senso l’unità con D’Alema e Bersani? E la residualità della sinistra radicale ha a che fare col politicismo delle sue direzioni, con la condivisione di responsabilità in quelle stagioni?
Sciogliere questo dilemma potrebbe essere davvero la via maestra.

lunedì 11 settembre 2017

ENNESIME FATALITA' ANNUNCIATE


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Il weekend di maltempo che ha toccato quasi tutta l'Italia ha provocato i maggiori danni e le più grandi perdite in vite umane a Livorno e nelle zone adiacenti alla città toscana che ha visto alluvioni di acqua e fango tra le più tragiche di sempre.
Fin'ora ci sono sette vittime e almeno due dispersi spazzati via dall'irruenza dell'acqua in un territorio che come del resto in Italia ha nel dissesto idrogeologico un annoso problema sul quale la misera spesa pubblica destinata a risolvere la questione stenta a portare risultati adeguati alla grave situazione.
Si è parlato anche del solito scaricabarile sulle responsabilità di questi fatti nell'articolo preso da Senza Soste(11-settembre-livorno )e di un futuro nel quale le risorse statali devono essere per forza indirizzate verso la tutela di territori fragili e non verso la distruzione di essi.

L’11 settembre di Livorno.

A Livorno l’11 settembre è, più banalmente, il giorno dopo il 10 ovvero quella data a partire dalla quale si cerca di farsi un’idea del bilancio e delle prospettive di una città dopo quanto accaduto. Si tratta di un evento che ha avuto un impatto forte sulla città, forse persino storico, e che, come tutti gli eventi di questo tipo, obbliga a ripensare il futuro.

C’è davvero da ringraziare tutti coloro che hanno fatto, e stanno facendo, il possibile, e anche l’impossibile, per essere a disposizione in una situazione del genere (per informazioni logistiche seguite la nostra pagina Facebook o quella delle Brigate di Solidarietà Attiva oltre che le pagine istituzionali).

Per quello che ci riguarda non ci mettiamo, adesso, a distribuire colpe e ragioni. In una situazione di danno e di ricostruzione è un approccio inutile. Certo, il tempo deve aiutare la comprensione collettiva dell’ampiezza del fenomeno della criticità dell’assetto idrogeologico, dei rischi reali e strutturali che vive il nostro territorio. Una cosa però ci sentiamo di dirla: la prevenzione e la cura del territorio sono i primi fenomeni a venir meno in caso di austerità dei bilanci pubblici. E’ un fatto risaputo dall’800, da quando si cominciano a sacrificare i bilanci in nome della stabilità della moneta.

E oggi questa prevenzione e questa cura sono tanto più importanti quando in grado, oltre a tutelare l’assetto idrogeologico del territorio, di produrre occupazione. E di quella buona: legata alla tutela dell’ambiente e alla salute delle persone. La differenza con una recente opera, sul territorio (indovinate quale), che è costata 900 milioni e ha prodotto 30 posti di lavoro balza agli occhi. Qui di posti di lavoro legati alla cura e alla prevenzione territoriale, realisticamente, ce ne possono essere almeno venti volte di più di quelli prodotti da “grandi” opere del genere.

Certo, ci vogliono soldi, tanti. Certo, ci vuole spesa pubblica. Certo ci vogliono vigilanza e trasparenza per evitare sprechi e l’abitudine, ben radicata in Italia, di trasformare questo genere di posti di lavoro in mangiatoie per reti clientelari disposti a tutto meno che a curare il territorio. Ma si tratta di tutto fuorché di una spesa improduttiva che genera, anzi, innovazione.

Oggi queste parole, dopo quello che è successo, sono chiare a tutti. Ricordiamocelo soprattutto per il domani. Quando l’attenzione sarà calata e i problemi veri saranno rimasti tutti sul tappeto.

Redazione, 11 settembre 2017

domenica 10 settembre 2017

O LA LEGGE E' GIUSTA O LA GIUSTIZIA E' COSTRETTA NELL'ILLEGALITA'

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Uno degli esempi più lampanti che sono rimasti nella memoria della collettività antagonista italiana della consapevolezza della forza dei compagni nella loro unione nelle lotte sociali rimane il corteo di Milano del 10 settembre del 1994.
Come ricorda Infoaut(storia-di-classe )nell'occasione dello sgombero del Leoncavallo migliaia di persone provenienti da tutta Italia sfilarono per le vie del centro sfidando i posti di blocco polizieschi che volevano impedire che il corteo arrivasse in piazza del Duomo.
Momenti come quello nei successivi anni purtroppo se ne possono contare sulle dita di una mano.

10 settembre 1994: il corteo dell'opposizione sociale a Milano

"La polizia sta retrocedendo! La polizia sta retrocedendo!" Queste le parole della diretta radio di quel magnifico 10 settembre '94.

Opposizione sociale. Opposizione allo sgombero del Centro sociale Leoncavallo, difesa degli spazi sociali milanesi ma di tutta Italia.

Con queste parole il centro convocava la manifestazione: "Non possiamo dunque maggiormente indugiare dal mettere in campo un impegno che assuma la forma, nei mesi a venire, di una mobilitazione generale della variegata presenza autogestionaria, autorganizzata, anticapitalista. Gia' nei mesi passati quest'area politico sociale ha avuto la forza di formulare, nel complesso, una rinnovata capacita' progettuale alla ricerca di un tessuto possibile tra i fili delle sue molte componenti. Una duttile allenza, dicemmo, in grado di rispondere alla necessita' di opposizione radicale che questa fase politica ci consegna."
È il 10 settembre 1994 ed in 20.000 arrivano al concentramento delle 15 e 30 a Porta Venezia del corteo indetto dal Leonka. Il percorso è autorizzato fino a piazza Cavour anche se la richiesta compagni è di concludere in piazza Duomo.

Fin dal principio tutti sanno che quel giorno la risposta al governo cittadino dovrà essere forte e determinata, e cosi è.
Si parte. In testa aprono il corteo le mamme del Leonka. Dietro, il servizio d'ordine: decine e decine di compagni vestiti con le tute bianche e i fazzoletti che coprono il volto; dietro di loro la moltitudine.
All'appello lanciato dal Leoncavallo rispondo moltissime realtà antagoniste e una significativa fetta di cittadinanza milanese.
Durante il percorso viene bersagliato il Tribunale e altri luoghi simbolo delle repressione che ormai da mesi fa da cappa alle lotte sociali milanesi e agli spazi sociali.
"O LA LEGGE E' GIUSTA O LA GIUSTIZIA E' COSTRETTA NELL'ILLEGALITA' " queste sono le parole d'ordine che vengono praticate, e senza mediazioni.
Arrivato in piazza Cavour il corteo, che ritiene inaccettabile il divieto imposta dalla Questura di raggiungere Piazza Duomo, forza diversi blocchi della polizia e la mette in fuga in via Turati dando vita agli scontri più incredibili degli anni '90, che ancora oggi vivono nel nostro immaginario.

"La manifestazione e gli scontri di settembre a Milano possono essere visti, senza forzature e trionfalismi, come un momento particolare e significativo. Bisogna allora che questa esperienza rimanga,e si rafforzi nella memoria collettiva di decine di migliaia di giovani e compagni, come una tappa importante che rappresenta, con le forme di lotta espresse e con la partecipazione di massa raggiunta, non un accadimento eccezionale, ma un passaggio di crescita e di rafforzamento del movimento, che si può e bisogna ripetere" - Dall'opuscolo 10 settembre 1.9.9.4 dei compagni di Torino.

sabato 9 settembre 2017

MASSACRI SOCIALI


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Nell'anno dieci dall'inizio di una crisi globale di cui non si riesce a vederne una fine certa nonostante i proclami propagandistici che i politici e gli economisti ci propinano ogni giorno ma da molti anni,ha ragione da vendere il pezzo riportato da Contropiano(banchieri-sbirri-tagliagole )che in poche righe racconta degli orrori che sono venuti a crearsi con la diminuzione con tagli lineari sempre più profondi che non riguardano solamente la democrazia,i diritti e l'economia ma che interessano pure la moralità di popoli interi.
Dalle sollevazioni non contro i politici,i banchieri,gli opportunisti e speculatori che hanno giocato con i nostri pochi soldi ma contro quelli più ai margini della società(migranti,senza tetto,rom)si è intensificato il razzismo che l'austerità dei governi col timore che potessimo rientrare nel novero dei paesi del terzo mondo ci hanno inculcato a forza.
Gli stessi governanti che foraggiano i tagliagole libici pur di non far passare più nessuno dal Mediterraneo,che trasformano i nostri paesi in stati di polizia,mestieranti più che ministri con la licenza di emanare decreti contro i poveri e che hanno gettato benzina sul fuoco di un'odio mai placato che fomenta ideologie che sono tutto a parte democrazia.

Banchieri, sbirri e tagliagole.

di  Giorgio Cremaschi  
Non ci provino nemmeno a fare i furbetti ipocriti. I governanti europei, che pagano i tagliagole perché fermino nel deserto i migranti, sanno benissimo ciò che quelli fanno per fermarli. Altrimenti non li fermerebbero. Hanno delocalizzato la strage come fanno con il lavoro le multinazionali. Anch’esse perfettamente consapevoli dell’orrore che alimenta i loro superprofitti. D’altra parte questo massacro ha il consenso della maggioranza dell’opinione pubblica, come è sempre stato per tutti i genocidi. Un’opinione pubblica a cui da decenni viene spiegato che lo stato sociale, i diritti, la dignità della vita, costano troppo. E perciò bisogna selezionare.
 Da decenni le classi dirigenti con i loro mass media educano le persone ad odiarsi l’un l’altra. I giovani contro gli anziani, i disoccupati contro gli occupati, i precari contro i lavoratori più tutelati, i privati contro i pubblici, gli attivi contro i pensionati. Ogni volta che esplode una ingiustizia, subito si scova il colpevole in qualche sua vittima, che viene fatta apparire come privilegiata rispetto alle altre. Poi con la grande crisi si è definitivamente affermato che la coperta era troppo corta per coprire tutte e tutti. E per condurre il massacro sociale è stata usata l’Europa nella sua fisionomia più razzista. Lo vuole l’Europa – veniva affermato mentre si distruggevano lavoro, sicurezza sociale, beni comuni, salute – non vorrete finire tra i paesi del terzo mondo?
 I governanti europei con le loro politiche di austerità hanno seminato razzismo. E lo hanno alimentato con tutte le guerre che hanno intrapreso, quelle interne contro i propri popoli e quelle esterne verso i paesi dove bisognava esportare democrazia. E ora quasi non par loro vero che tutta la rabbia che hanno alimentato, invece che contro di essi , contro i banchieri, contro i supermanager, contro i ricchi, si scateni contro i migranti. Possono persino permettersi di sembrare magnanimi, no non si confondono certo coi fascisti imbecilli che sperano di risorgere come Ku Klux Klan. No loro difendono i valori della democrazia, ma con fermezza. Per questo hanno assegnato un ruolo fondamentale agli sbirri e li han fatti ministri. Legge e ordine, i poveri devono sparire. E guai a chi protesta.
 Quando le banche hanno deciso che le nostre democrazie europee erano troppo improduttive, hanno dovuto operare per smantellarle pezzo a pezzo. A volte si son dovute fermare per la reazione dei popoli, così è successo da noi il 4 dicembre di un secolo fa. Ma poi hanno ripreso il loro lavoro. Di cui oggi quasi non si parla più, perché c’è l’emergenza migranti che assorbe tutto. I modernissimi governanti europei di centrodestrasinistra hanno trovato le loro streghe da bruciare per calmare il popolo.
 Banchieri, sbirri, tagliagole sono tre pilastri sui quali oggi si regge questa associazione criminale chiamata Unione Europea. Per fermare l’orrore bisogna abbatterli, con tutta la costruzione.

venerdì 8 settembre 2017

LA CATALUNYA ALLA SVOLTA NONOSTANTE LA SPAGNA



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La Spagna e la Catalunya sono ai ferri sempre più corti per quanto riguarda il prossimo referendum per l'indipendenza calendarizzato originariamente per il prossimo primo ottobre e che ha avuto uno stop improvviso(ma ampiamente preventivato)dallo Stato spagnolo.
Che impone più che minacciare una serie di ritorsioni penali e pecuniarie in primis al presidente catalano Carles Puigdemont e poi a tutti i promotori di questa data attesa da decenni dal popolo catalano(madn la-consultazione-popolare-catalana ).
Un tiramolla di accuse e di scavalcamenti di legislazioni da un lato e l'inderogabile voglia di riscatto e di indipendenza dall'altra,appelli a non fare un passo indietro e di mantenere accessibili i seggi per la tornata referendaria perché la Catalunya non ha la minima intenzione di mancare ad un voto che potrebbe cambiare la storia non solo spagnola ma anche europea(articoli di contropiano.org/news/internazionale e www.ilfattoquotidiano.it ).

Convocato il referendum d’autodeterminazione di Catalunya.

di  Andrea Quaranta *  
Dopo una seduta durata quasi 12 ore, il Parlamento catalano ha approvato ieri la legge che fornisce copertura giuridica al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre, data già anticipata da alcune settimane dal governo della Generalitat.

Dopo una seduta durata quasi 12 ore, il Parlamento catalano ha approvato ieri la legge che fornisce copertura giuridica al referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre, data già anticipata da alcune settimane dal governo della Generalitat. Questo cruciale passaggio parlamentare è stato possibile grazie a un lungo processo di mobilitazione della società civile catalana (che ha portato alla formalizzazione di una maggioranza parlamentare indipendentista alle elezioni del 2015) e che ora più che mai sembra necessario per garantire la celebrazione effettiva del referendum e rendere così possibile la costituzione della nuova Repubblica.

Al momento della votazione i deputati del PP, del PSC e di Ciutadans hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Il referendum d’autodeterminazione di Catalunya è stato così approvato con i voti favorevoli della coalizione Junts pel Sí (formata dal PDeCAT e Esquerra Republicana de Catalunya) e della Candidatura d’Unitat Popular, l’astensione del gruppo parlamentare Catalunya Sí Que es Pot (formato da Iniciativa per Catalunya Verds, Esquerra Unida i Alternativa e Podem) e nessun voto contrario.

Nel corso del dibattito, la deputata della sinistra anticapitalista e indipendentista della CUP Anna Gabriel, ha sottolineato che coloro i quali negano il diritto all’autodeterminazione sono gli stessi che si oppongono a qualsiasi cambiamento sul terreno dei diritti sociali, consapevoli che il primo aprirebbe la porta agli altri. La deputata ha inoltre ricordato al capogruppo dei compagni di CSQP che il diritto all’autodeterminazione non può essere trattato come una questione meramente formale: così come il diritto di sciopero si conquista esercitandolo, anche quello all’autodeterminazione si consegue mettendolo in pratica, indipendentemente dalle maggioranze che si formano a Madrid o dalle minacce e gli avvertimenti legali dei Tribunali.

Ciononostante CSPQ si è astenuta, una scelta volta ad evitare la formalizzazione della rottura del gruppo, diviso tra i sostenitori del no e quelli più vicini al si. La divergenza di opinioni però è andata in scena ugualmente quando il capogruppo di CSQP (appartenente a IC e schierato per il no) ha rifiutato di dividere il tempo dell’intervento finale con i propri compagni (appartenenti a Podem e Esquerra Unida i Alternativa, tutti favorevoli al referendum sia pur con alcune sfumature) che si sono lamentati gridando: “deciderà la gente, ci vediamo il 1 ottobre!”.

da https://catalunyasenzarticolo.wordpress.com

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Referendum Catalogna, la reazione di Madrid: denunce e perquisizioni. Consulta sospende decreto di convocazione.

Il presidente Puigdemont ha chiesto ufficialmente ai sindaci di tutti i comuni catalani di confermare la disponibilità dei seggi usati abitualmente per le elezioni, i primi cittadini hanno 48 ore di tempo.

La Corte costituzionale spagnola, su richiesta del governo di Madrid, ha sospeso il decreto di convocazione del referendum di indipendenza del primo ottobre firmato la notte scorsa dal dal presidente catalano Carles Puigdemont. La consulta ha dichiarato ricevibili tutti i ricorsi presentati dall’esecutivo spagnolo contro le decisioni prese ieri dal governo e dal parlamento catalano.

Il giorno dopo l’approvazione della legge per il referendum le autorità della Catalogna sono finite nel mirino di Madrid. La Guardia Civil spagnola ha eseguito una serie di perquisizioni nel sud della regione a caccia di schede e materiale elettorale per il referendum di indipendenza del primo ottobre dichiarato “illegale” dal governo centrale. Gli agenti della polizia spagnola hanno sorvegliato una tipografia di Costanti, vicino a Tarragona, dove sospettava potesse essere stampato il materiale per il voto secessionista. Un’azione ridicolizzata dal ministro degli interni catalano l’indipendentista Joaquim Forn: “È molto divertente”.

Il procuratore capo di Madrid José Manuel Maza ha annunciato denunce penali contro il presidente Carles Puigdemont. La procura denuncerà anche i membri della presidenza del Parlament che hanno messo ai voti la legge sul referendum. Ordine è stato dato inoltre alla polizia di indagare su ogni azione “volta alla tenuta del referendum illegale”. Puigdemont ha chiesto ufficialmente  ai sindaci di tutti i comuni catalani di confermare la disponibilità dei seggi usati abitualmente per le elezioni, i primi cittadini hanno 48 ore di tempo.

Il Consiglio di stato spagnolo aveva approvato il ricorso che il governo di Madrid aveva presentato alla Corte Costituzionale. Il premier Mariano Rajoy aveva convocato una riunione straordinaria del consiglio dei ministri per approvare il ricorso. Rajoy e il leader dell’opposizione il socialista Pedro Sanchez avevano confermato la loro unità di azione contro la sfida indipendentista del presidente catalano Carles Puigdemont. Il premier ha consultato anche Albert Rivera, presidente di Ciudadanos, il terzo grande partito unionista spagnolo ostile al referendum  definito “illegale” da Madrid. Podemos è invece favorevole al ‘diritto di decidere’ dei catalani. Il referendum “non ci sarà. Questo voto – diceva Rajoy –  non si celebrerà in alcun caso, è un un chiaro e intollerabile atto di disobbedienza alle nostre istituzioni democratiche”

A Barcellona i partiti indipendentisti, che hanno la maggioranza assoluta nel ‘Parlament’ catalano, hanno presentato formalmente con procedura urgente e richiesta di modifica dell’ordine del giorno la legge di “rottura” dalla Spagna alla plenaria dell’assemblea di Barcellona, chiedendo che venga esaminata e approvata oggi. Davanti alle contestazioni dell’opposizione unionista la presidente Carmen Forcadell ha sospeso la seduta e convocato l’ufficio di presidenza.

giovedì 7 settembre 2017

LA DISPERAZIONE DEI MIGRANTI IN LIBIA


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Nell'appello di oggi di Medici senza frontiere c'è tutta l'urgenza,le reali paure e un accorato appello ai leader dell'Ue perché si possano muovere a favore dei migranti detenuti in Libia in pseudo campi di accoglienza che sono vere e proprie prigioni teatro di stupri,uccisioni,violenze ed estorsioni.
Mentre l'Italia si pavoneggia per il minor numero di migranti approdato sulle nostre coste c'è un mondo di disperazione di gente affamata,torturata e costretta a lavori forzati,notizie con provenienza da fonti certe e non chiacchiere al vento.
L'articolo di Left(medici-senza-frontiere-cinque-motivi )fa suo il comunicato di Msf e lo propone per scuotere le coscienze degli europei e non solo,affinché possa essere uno strumento soprattutto per i governanti di poter creare corridoi umanitari per mettere in salvo persone che stanno diventando sempre più bestie su cui lucrare piuttosto che uomini e donne da salvare.

Medici senza frontiere, cinque motivi per non bloccare migranti e rifugiati in Libia.

di Leonardo Filippi
«Presidente Gentiloni, permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?». Queste le parole finali della lettera che oggi 7 settembre Medici senza frontiere ha inviato non solo al primo ministro italiano, ma anche a tutti i leader europei. Una lettera che denuncia le atrocità subite quotidianamente dai migranti in Libia e mette nero su bianco le gravi responsabilità dell’Unione europea.

«Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi», si legge nella denuncia.

«La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa. Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni».

Medici senza frontiere ha assistito le persone nei centri di detenzione di Tripoli per più di un anno, come racconta la video testimonianza diretta della presidente nazionale di Msf Joanne Liu. «Quello che ho visto in Libia, lo descriverei come l’incarnazione della crudeltà umana al suo estremo. Ho ascoltato storie che mi tormenteranno per giorni, se non per anni», racconta nel video Liu.

«Le persone sono trattate come merci da sfruttare – prosegue poi la lettera, entrando nei dettagli -. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì. La loro disperazione è sconvolgente».

L’organizzazione umanitaria ha prodotto anche un altro video, 5 motivi per non bloccare migranti e rifugiati in Libia. Un mix di drammi, concentrati in un unico luogo: detenzioni arbitrarie e violenza, lavori forzati, rapimenti e le torture, violenza sessuale, fame e umiliazione. Il tutto è corredato da testimonianze dirette.

Il sito di news francese Infomigrants, nei giorni scorsi, aveva denunciato la medesima situazione, evidenziando la vera e propria riduzione in schiavitù di numerosi esseri umani bloccati in Libia.

Dalla Ue, risponde Cecilia Malmstroem, commissaria europea al Commercio, confermando di fatto le tesi della organizzazione non governativa. «È difficile – dice la commissaria – commentare un rapporto appena pubblicato ma ho visitato io stessa la Libia e ho visto le prigioni: la situazione era abominevole qualche anno fa e non ho informazioni che indichino che la situazione sia migliorata. L’Ue dà molti soldi alle organizzazioni internazionali, per lavorare con Unhcr e Iom per tentare di migliorare le condizioni in Libia, perché in effetti sono atroci»

Medici senza frontiere ha infine presentato 4 disegni (che abbiamo raccolto nella foto di apertura) che raccontano gli abusi. Disegni realizzati da migranti, tra cui un bambino di 10 anni.