martedì 19 maggio 2020
L'ENNESIMA RICHIESTA DI SOLDI PUBBLICI DELLA LOBBY TORINESE
Come era facile pronosticare è arrivata la domanda di Fca per usufruire di aiuti statali italiani per 6,3 miliardi di Euro,così come è sempre successo nel belpaese l'azienda privata torinese degli Agnelli e ora Elkann ormai da decenni,privatizzando i profitti e socializzando i debiti(vedi:madn lasse-tremonti-marchionne ).
Proprio settimana scorsa(vedi:madn tasse-italiane-allestero )si era parlato dei possibili aiuti forniti ad aziende dal nome e dalla storia italiana che però per i loro comodi hanno spostato le loro sedi in altre parti d'Europa e del mondo dove si pagano meno contributi,ed ecco puntuale la richiesta Fca(sede fiscale ad Amsterdam e legale a Londra)di poter campare nuovamente sulle spalle degli italiani,cosa che va avanti dagli anni settanta,che è ciò riportato nel primo contributo(left fca-ossia-un-prestito-statale-da-6,3-mld ).
Nel secondo(contropiano il-dittatore-dello-stato-libero-di-repubblica )invece ecco in prima persona il nuovo boss Elkann che nelle ultime settimane ha rivoluzionato i comandi delle testate di cui è ormai il proprietario e che fanno da portavoce al business che ha creato dal nulla,effettivamente ha ereditato tutto e non è frutto di certo di qualche sua genio particolare o di un semplice lavoro,il tutto cominciato nel 2016 con le fusioni tra alcuni dei più noti gruppi editoriali italiani(vedi:madn tempi-di-fusioni-editoriali ).
Tutto questo porterà a ricatti cui il governo sarà tenuto ad essere attento,come al guinzaglio perché non sarebbe la prima volta che la lobby delle auto di Torino ora globalizzata minacci di chiudere stabilimenti oppure delocalizzarli(intanto lo hanno sempre fatto lo stesso),quindi Elkann è stato storicamente messo nella condizione del"o lo Stato ci dà i soldi o chiudiamo",nella grande tradizione della famiglia Agnelli.
Fca, ossia, un prestito statale da 6,3 mld nella tradizione degli Agnelli.
di Left redazione
Non si capisce quale livello di garanzia possa offrire una azienda che nei prossimi mesi farà parte di un gruppo con sede all’estero di cui non avrà la presidenza. A fronte di questo prestito miliardario, quale piano industriale potrà pretendere il governo italiano?
Giovedì 14 maggio. «Alla luce dell’impatto dell’attuale emergenza dovuta al Covid-19, Fca congela il pagamento dei dividendi». Un – sospettabile – livello di sensibilità da madre Teresa di Calcutta. La fregatura, infatti, c’è. Seppur nascosta, è tuttavia facilmente smascherabile con un sonoro «Buuu!». Si tratta infatti non di azione da buon samaritano. Procedere alla spartizione avrebbe infatti significato non poter battere cassa, ché non sarebbero state rispettate le clausole contenute nel decreto governativo relativamente alla presentazione di una richiesta di un prestito alla Sace (la società di Cassa depositi e prestiti specializzata nel settore assicurativo e finanziario) che ne garantirebbe l’80% con erogazione da parte di Intesa San Paolo. Nella fattispecie, parliamo di un prestito per un valore che questo decreto, stabilendolo al 5% dei ricavi in Italia, porta la cifra a 6,3 miliardi di euro, cioè oltre il doppio della nuova mancia prevista per il dead man wolking Alitalia. Richiesta che Fca non poteva farsi sfuggire, come avevano insegnato i padri nobili del ramo italico dell’azienda: quella famiglia Agnelli che, storicamente, quando la fabbrica aveva «necessità impellenti» (così le chiamava “il patriarca” Giovanni, cioè il nonno dell’Avvocato) batteva cassa al governo col malcelato sottinteso che un eventuale rifiuto avrebbe significato mettere per strada migliaia di operai, cioè di famiglie: bombe sociali. Una “pressione” cui dovette piegare la mascella più volte perfino l’uomo della provvidenza.
Quel duce del fascismo, che «in una memorabile giornata» in fabbrica, il 30 settembre del 1933, «davanti alle maestranze che spontaneamente lo acclamavano romanamente» – come risulta da sobrie cronache dell’epoca -, fu definito dal “patriarca” dell’azienda, «salvatore della Patria». In quella occasione, “il salvatore” seriale delle patrie aziende grazie alle non casuali munificenze dell’Iri, inizialmente battezzata nel 1933 come “salvatore” delle banche, eliminò un pericoloso concorrente: quella Ford che aveva osato impiantare uno stabilimento a Trieste accordandosi con Isotta Fraschini per penetrare il mercato italiano. Una blasfemia per Agnelli cui provvide il dux chiudendo d’imperio quell’oltraggio. «Il tempo sinistro del sovversivismo distruttore, che da noi culminò con l’episodio tragico dell’occupazione delle fabbriche, è passato per sempre. Sorse Mussolini, il liberatore, il costruttore, e l’Italia che non poteva morire fu tutta con lui»: queste sono invece le parole di Giovanni Agnelli il 14 maggio 1939 all’inaugurazione degli stabilimenti Mirafiori alla presenza del “liberatore” in camicia nera. Camicia nera indossata anche dal “patriarca”, ma che aveva fatto tingere da una bianca a sua moglie, spiegandole che prima o poi avrebbe dovuto ritingerla, quella camicia, nel solco di diversi bucati politici i cui cromatismi, nati nell’età giolittiana, sarebbero proseguiti per molti e molti polli e rampolli successivi. Una tradizione che avrebbe visto gli Agnelli specializzarsi nella mungitura della vacca statale in quella stalla in cui s’insegnava come socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Tradizione cui tiene fede – se non altro per non interrompere così nobili tradizioni di famiglia – l’ultimo rampollo, aspirante presidente, seppur senza comando, alla cui leva saranno i francesi della Peugeot del futuro colosso che nascerà dalla fusione con Fca calendarizzata per l’inizio 2001.
E siccome siamo a poco più di un semestre da quel parto programmato, la puerpera Fca non può farsi sfuggire l’occasione di una flebo da 6,3 miliardi, trattandosi – fra l’altro – non di un prestito, né di un bond, ma di una linea di credito a un tasso agevolato (agevolatissimo). Fin qui i “fatti loro”. Ci sono poi i “fatti nostri”, vale a dire le garanzie che sia io sia gli altri cinquantanovemilioni e rotti di italiani dovremmo pretendere per tramite del governo. E qui si aprono questioni complicate: non si capisce infatti quale livello di garanzia possa offrire una azienda che nel volgere dei prossimi mesi farà parte di un gruppo di cui non avrà la presidenza. A fronte di questo prestito, quale piano industriale potrà pretendere il governo? Altro dettaglio non da poco: Fca ha sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra, cioè nella capitale di quell’UK che sta negoziando la Brexit. Conte, ha “chiarito” che stiamo parlando «di una fabbrica italiana che occupa moltissimi lavoratori italiani» e, a scanso di intuibili e petulanti richieste di spiegazioni da parte della stampa, ha fatto filtrare la “stravaganza” che una azienda beneficiata di cotanti miliardi debba però avere sede fiscale in Italia e sede legale a Torino. Come non bastasse, con un tweet di quelli tosti, Carlo Calenda ha fatto tremare i polsi alle vene Fca (si fa per dire): «La sede legale e fiscale torna a Torino sennò saremmo nel surreale», dimenticando che quando era ministro dello sviluppo economico dei governi Renzi e Gentiloni, graziava di cassa integrazione un’azienda i cui vertici non venivano mai manco convocati. Per rispondere a eventuali – anzi, sicure – prossime obiezioni e richieste di chiarimenti, Fca ha convocato per il 26 giugno prossimo l’assemblea annuale degli azionisti. Ad Amsterdam.
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Il dittatore dello stato libero di Repubblica.
di Redazione Contropiano
Cadono le foglie di fico e si vede tutto. C’è proprio poco, diciamolo subito!
Sotto le giaculatorie sulla “libertà di stampa”, in un Paese in cui ben pochi giornali – in genere molto minori – sono in mano a “editori puri” (imprenditori che fanno dell’editoria il proprio business principale, in termini di fatturato e ricavi), si cela una realtà servile piuttosto squallida.
La situazione è peggiorata – anche se non sembrava possibile – con il doppio salto mortale della proprietà di Repubblica-L’Espresso e La Stampa. Con Debenedetti – da una vita proprietario del giornale fondato da Eugenio Scalfari – che prima compra il quotidiano torinese da sempre proprietà della famiglia Agnelli, poi (sotto la pressione dei figli) rivende tutto… agli Agnelli.
I quali, con la classe che li contraddistingue da sempre, cambiano il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, proprio nel giorno della mobilitazione nazionale in suo favore, minacciato più volte da fascisti rimasti fin qui sconosciuti (bisogna ammettere che la vista della polizia italiana è su questo fronte particolarmente deficitaria…).
Se uno fosse un po’ dietrologo potrebbe sospettare che la sostituzione sia arrivata a coronamento di un’operazione piuttosto spericolata.
Ma lasciamo perdere le malignità, anche se fondate su “coincidenze oggettive”…
John Elkann, principale erede dell’impero dell’Avvocato, mette al suo posto Maurizio Molinari, che fino a quel giorno aveva diretto il quotidiano torinese. Mentre a La Stampa approda Massimo Giannini, onnipresente prezzemolino televisivo del neoliberismo redazionale, cresciuto e allevato proprio a Repubblica. Deve essere una garanzia di fedeltà, crediamo…
Personaggio parecchio controverso anche Molinari, con una vita trascorsa a fare l’inviato in Israele e negli Stati Uniti, senza che nessuno abbia mai potuto registrare un qualche timido accenno di critica verso le politiche di quei due Paesi. E dire che non sarebbero mai mancati fondati motivi…
Anche qui le voci di redazione, da una vita, lo avvicinano ripetutamente al Mossad o alla Cia, con più insistenza sulla prima “ditta”. Ma sono certamente malignità, sapete come sono fatti i giornalisti…
Comunque sia, in un solo mese Molinari ha ridisegnato Repubblica – un giornale di destra liberista, iper-establishment fighettoso, per motivi incomprensibili catalogato tra la “stampa di sinistra” (forse in omaggio a quando L’Espresso bastonava il potere democrisiano, invece di fargli da palo come negli ultimi 40 anni…) – in un fogliaccio para-trumpiano, anti-cinese e anti-russo (lo era anche prima, ma con toni un po’ meno da Pentagono…) e naturalmente confindustriale in stile Assolombarda.
Il tutto in nome della “difesa della democrazia” e della “libertà di stampa”.
Poi accade che ci sia quella scabrosa notizia della Fiat-Fca che, non riuscendo a convincere Banca Intesa – sua storica fiancheggiatrice torinese – a prestarle 6,3 miliardi di euro, si fa venire la brilante idea di chiedere allo Stato italiano di farle da “garante”.
Non serve essere degli economisti sofisticati per capire che significa. Se la Fiat-Fca non dovesse essere in grado di restituire quei soldi a Banca Intesa – cosa quasi certa, visto il precipizio in cui è sprofondato il mercato automobilistico con la pandemia – a Banca Intesa glieli daremo noi. I contribuenti che pagano le tasse (Fiat non lo fa più, ha messo la sede fiscale in Olanda…).
Una sfrontatezza un po’ eccessiva anche per i navigati giornalisti di Repubblica, che si riuniscono in assemblea e approvano un comunicato critico su come il loro giornale sta affrontando il tema (un classico caso di “conflitto di interessi” giornalistico, tra verità e business padronale).
Il Comitato di Redazione (la struttura sindacale) ne chiede la pubblicazione, come previsto dal contratto di lavoro (quello dei giornalisti è un po’ più garantista di quello metalmeccanico o dei braccianti…).
E Molinari mostra la vera faccia della “democrazia” in Uso a Tel Aviv o Washington. E si rifiuta di pubblicarlo.
Punto.
Non si critica il padrone, ma dove vi credete di essere…
Qui di seguito lo stupefatto articolo di Professione Reporter,
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Repubblica, Molinari non pubblica il comunicato del cdr sui 6,3 miliardi alla Fca
Alle ore 15 di lunedì 18 maggio è stata convocata a Repubblica un’assemblea. Ordine del giorno: il caso Fca, ex Fiat e il prestito da 6,3 miliardi che ha chiesto di garantire alla Sace, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Il comitato di redazione mette sul piatto le sue dimissioni, dopo il rifiuto del direttore Maurizio Molinari a pubblicare un comunicato, così come prevede il contratto di lavoro all’articolo 34.
Repubblica di domenica 17 maggio ha dedicato un richiamo in prima e l’intera pagina 26 alla vicenda, con due pezzi, uno di Paolo Griseri nel quale si spiega che il prestito andrà a beneficio del lavoro in Italia e uno del caporedattore Economia e finanza Francesco Manacorda intitolato “Una formula innovativa che aiuterà migliaia di imprese”.
Qui si racconta che Fca fa un quarto del suo fatturato in Italia, che “paga in Italia tutte le tasse sulla attività nel nostro Paese”, che il settore automotive assicura il 6 per cento del Pil nazionale e il 7 per cento dell’occupazione.
Il cdr protesta, il sindacato interno dei giornalisti ritiene che si tratti di una copertura dell’evento squilibrata a favore dell’azienda controllata dal principale azionista del giornale, la Exor di John Elkann. Chiede di pubblicare un comunicato sul giornale. Molinari rifiuta.
Il cdr convoca l’assemblea (in video) con due punti all’ordine del giorno: ricadute del caso Fca, dimissioni del cdr. Molinari ha dato la disponibilità ad intervenire all’assemblea, per illustrare le sue ragioni.
L’insediamento del nuovo direttore in poco più di un mese ha già vissuto vari momenti di tensione con la redazione.
Sciopero quando il predecessore Verdelli è stato sostituito proprio nel giorno (23 aprile) in cui, secondo i gruppi neonazisti che lo minacciavano, sarebbe dovuto morire.
Polemica sull’istituzione del premio per il miglior giornalista della settimana con 600 euro in palio.
Esodo, per solidarietà con Verdelli e per i mutamenti avvenuti nei contenuti del giornale, di alcuni collaboratori come Gad Lerner, Enrico Deaglio, Pino Corrias. Clamore per la decisione di Molinari di scrivere un fondo ogni domenica sotto quello del Fondatore Eugenio Scalfari.
Ora è la volta del caso Fca e dei 6,3 miliardi di prestito a tasso agevolato da parte di intesa San Paolo con garanzia pubblica.
lunedì 18 maggio 2020
L'ANTICOMUNISTA
I cento giorni dalla nascita di Karol Józef Wojtyła,che con una brillante e precoce carriera nell'azienda della chiesa divenne Papa col nome di Giovanni Paolo II dopo l'ancora misteriosa morte di Albino Luciani il suo predecessore,sono un'occasione per una forte critica di un uomo che anche dopo la sua morte ebbe privilegi e un'altra fulminea scalata nel mondo dei beati e dei santi(vedi:madn credenti-o-creduloni? ).
L'articolo di World Socialist Web Site(papaGP2 )traccia la sua vita,le sue opere e un profilo scritto appena dopo la sua morte quando già era in odore della beatificazione e santificazione,il Papa dei giovani e dei viaggi,che fece della politica più della fede il punto forte del sua lungo pontificato,il terzo in assoluto dall'invenzione dei successori di Gesù Cristo.
L'anticomunismo fu una sua fissa fin dai tempi in cui era bambinetto,quando la Polonia era sotto l'occupazione nazista e grazie all'Unione Sovietica e tutti i mangia preti e bambini vennero liberati,e i milioni di dollari elargiti a Solidarność furono investiti dai fondi dello Ior(Banco Ambrosiano,Calvi e compagnia bella)per annientare il comunismo in Polonia e nell'Europa dell'est,che culminò con la caduta del muro di Berlino.
Un Papa col pensiero di destra,reazionario,col chiaro appoggio verso le dittature del Sudamerica che ne è la prova lampante,amico intimo del dittatore cileno Pinochet più volte incontrato,nemico dei sandinisti(criticò pesantemente Oscar Romero),fu colui che beatificò l'antisemita Pio IX ed il collaborazionista dei nazifascisti Pio XII.
Inoltre c'è il suo disprezzo di fatto per le donne,il rifiuto dell'omosessualità,l'omertà sui casi di pedofilia nella chiesa e il divieto assoluto di contraccezione che sta causando tutt'ora in realtà del così detto terzo mondo sofferenza e malattie e sostenitore dell'Opus Dei.
Insomma un demonio vestito di bianco che fece della sua potenza un'arma contro il pensiero comunista causando più tragedie che opere di bene,il sui successore fu un ex nazista(madn il-papa-di-hitler )e l'attuale Francesco sembra essere meglio con le sue parole,che comunque non cambiano l'idea basa di una concezione contro il comunismo anche se grandi fette della sinistra lo vedono come un salvatore.
Papa Giovanni Paolo II: un obituario politico.
Marius Heuser e Peter Schwarz
16 aprile 2005
Quest’articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 6 aprile 2005
Fra il bombardamento mediale che ritrae Papa Giovanni Paolo II come un santo contemporaneo e presenta senza critiche la sontuosità e il misticismo del funerale vaticano, quasi nulla di serio è stato detto sulla personalità di Giovanni Paolo II o del suo vero ruolo nella storia contemporanea. Le questioni politiche che hanno dominato la vita di Karol Joseph Wojtyla e che hanno caratterizzato il suo papato di 27 anni sono appena sfiorate.
La Chiesa Cattolica Romana è stata un bastione di reazionarismo politico per secoli, prima come un asse portante del sistema feudale, quando oppose la Riforma Protestante, e più tardi come protettrice dell’ordinamento borghese. Indipendentemente dalle qualità individuali dell’uomo che siede sul trono della Chiesa, il suo ruolo è intensamente politico.
Nella persona di Giovanni Paolo II, il papato ha trovato una figura che combinava idee profondamente reazionarie—sia in politica che in religione—con una considerevole esperienza nel destreggiarsi con stati capitalisti e con regimi stalinisti. Ha utilizzato quell’esperienza per giocare un ruolo chiave negli eventi convulsivi dell’ultimo quarto di secolo.
Karol Joseph Wojtyla è nato il 18 maggio 1920 nella città di Wadowice in Polonia, figlio di un ex ufficiale dell’Impero Austriaco. Perse la madre all’età di 9 anni e il padre a 21. Considerato un buono studente, iniziò gli studi di filosofia e letteratura a Cracovia nel 1938 e sviluppò un fervido interesse per il teatro. Sotto l’occupazione tedesca, fu costretto ai lavori forzati. Durante questo periodo decise di diventare prete. Nel 1942 si iscrisse al seminario clandestino nell’Arcidiocesi di Cracovia.
Il primo novembre 1946 venne ordinato sacerdote. Trascorse i due anni successivi a Roma, dove conseguí un dottorato in teologia e misticismo di San Giovanni della Croce. Continuò gli studi in Polonia. Dopo la sua laurea, assunse l’incarico di insegnante all’Università Cattolica di Lublino nel 1954.
Il 28 settembre 1958 divenne vescovo e nel 1964 arcivescovo di Cracovia. Il 1958 fu un anno critico nella vita e nel destino del Vaticano. La morte di Papa Pio XII quell’anno mise fine ad un regno che aveva screditato la Chiesa in seguito alla collaborazione del papa con vari regimi fascisti in Spagna, Italia e Germania, e al rifiuto del Vaticano di opporre lo sterminio degli ebrei europei.
Pio XII veniva succeduto da Papa Giovanni XXIII (1958-1963) e Paolo VI (1963-1978), i quali sollecitarono cambiamenti sostanziali nel rito cattolico e nella pratica religiosa, inclusi il comportamento della massa riguardo la lingua parlata e altre riforme liberali. Giovanni XXIII e Paolo VI inoltre cercarono di dissociare la Chiesa dall’anti-semitismo che era stato implicito nella dottrina cattolica.
Nella sua funzione di arcivescovo di Cracovia, Wojtyla entrò in diretto conflitto con il regime stalinista. Wojtyla non mise in discussione la politica di regime, piuttosto insistette che la Chiesa Cattolica mantenesse la sua influenza ideologica. Cosí riuscí ad assicurare la costruzione di una chiesa nella città industriale di Nova Huta. Nel 1967, Wojtyla veniva nominato cardinale.
L’elezione di Wojtyla a papa il 16 ottobre 1978 venne percepita come un fenomeno sensazionale. Per la prima volta in 455 anni, da quando cioè l’olandese Adriano VI occupò il trono di San Pietro per un anno, un papa straniero era a capo della gerarchia cattolica. Dopo diverse fumate nere risultanti dall’irrisolta gara fra due aspiranti italiani, nell’ottavo ballottaggio 94 dei 111 cardinali votarono in favore del candidato polacco. A 58 anni di età, il nuovo papa era insolitamente giovane.
Il significato politico di questa decisione era inequivocabile. Dalla fine degli anni ’60, sia gli stati capitalisti dell’Europa Occidentale che quelli dell’Est dominati dallo stalinismo erano stati frequenti campi di violente battaglie sociali. I predecessori di Wojtyla, Giovanni XXIII e Paolo VI, avevano cercato di rispondere a queste sommosse sociali con riforme della dottrina della Chiesa e del regime interno.
Nella prima metà degli anni ’60, il Concilio Vaticano Secondo apriva la via ad un certo allentamento dei dogmi della Chiesa e ad un accettazione di un ruolo più determinante per vescovi e laici. Giovanni XXIII aveva anche introdotto una politica più rilassata verso l’Unione Sovietica, e la sua iniziativa veniva continuata dal Paolo VI. Entrambi cercarono di stabilire un rapporto di cooperazione più stretto con i regimi stalinisti.
Albino Luciani, il quale con il nome di Giovanni Paolo I prendeva il posto di Paolo VI nel 1978, voleva continuare questo percorso. Ma dopo soli 33 giorni dalla sua nomina, il nuovo papa veniva trovato morto nel suo letto. Le circostanze esatte della sua morte non vennero mai chiarite poiché il Vaticano si rifiutò di permettere un’autopsia.
La presa del potere più alto nella Chiesa da parte di Wojtyla rappresentò una svolta ideologica e politica. Il nuovo capo della Chiesa veniva presto osannato come un papa per la restaurazione, che cambiava la Chiesa più apertamente in una forza di opposizione allo spirito modernista dei tempi. Promosse un culto per i santi e la Madonna, a cui era personalmente dedicato, professò una rigida moralità sociale, rafforzò l’autorità di Roma sulle diocesi, e disciplinò numerosi critici teologi. Politicamente, la nomina di un papa polacco rappresentava una sfida alla leadership di Mosca sotto Leonid Brezhnev.
Il Papa e Solidarnosc
Al tempo dell’elezione papale, il conflitto fra la classe lavoratrice e il regime stalinista in Polonia si era esacerbato drasticamente. Fin dalla ribellione operaia del 1956 sanguinosamente repressa, la Polonia era stata danneggiata da una serie di conflitti. Nel 1970, un’onda di scioperi contro gli aumenti dei prezzi forzò le dimissioni del capo di governo e di partito Wladyslav Gomulka. Il suo successore, Edward Gierek, dovette revocare gli aumenti di prezzi.
Nel 1976, Gierek tentò di nuovo un aumento dei prezzi, causando scioperi, manifestazioni di massa e lotte di barricata. Negli anni successivi, venivano formati il Comitato per la Difesa dei Lavoratori ed altri comitati fondatori di sindacati, e nel 1980—dopo una nuova ondata di scioperi contro il rialzo dei prezzi—queste organizzazioni si fusero per dare vita al sindacato Solidarnosc, che vinse il seguito di milioni di lavoratori.
Il fenomeno emergente di un potente movimento operaio in Polonia fu seguito con grande preoccupazione dai governi ad Est e ad Ovest. La diffusione del movimento polacco nell’Unione Sovietica ed in altri paesi dell’Est non solo avrebbe minacciato i regimi stalinisti, ma avrebbe ispirato nuove lotte militanti fra i lavoratori dell’Ovest. Un’onda di lotte simili era stata ridotta appena alla metà degli anni ’70 dall’unione dei burocrati socialdemocratici e sindacalisti.
Non dovrebbe sorprendere che il Cancelliere Tedesco Helmut Schmidt, socialdemocratico, supportò consistentemente il governo di Gierek contro i lavoratori polacchi. Schmidt mantenne addirittura un’amicizia personale con Gierek.
Giovanni Paolo II era ben consapevole del pericolo di una violenta rivoluzione in Polonia e nei paesi dell’Est. Cercò di assicurare che il regime stalinista venisse sovvertito da destra, non da sinistra, dando supporto ad una leadership pro-imperialista all’interno della classe lavoratrice polacca. In tale direzione, venne aiutato non solo dalla CIA, ma anche dalle varie operazioni estere della AFL-CIO (unione di sindacati americani) che erano alleate con la CIA e con il Dipartimento di Stato statunitense.
L’ostilità di Giovanni Paolo II e della Chiesa allo stalinismo è equiparata dai mass media ad una devozione per la democrazia. Questa è una distorsione grottesca della realtà. Il papa presiedeva un’istituzione che aveva intransigentemente opposto la democrazia per più di 500 anni, risalendo alla Riforma, quando la Chiesa Cattolica cercò di mantenere saldo il potere e la ricchezza del clero come classe feudale.
Il pregiudizio della Chiesa verso lo stalinismo non mirava a lottare contro la politica antidemocratica e classista della burocrazia stalinista—tutto ciò anzi coincideva con le operazioni interne della Chiesa stessa come istituzione. La gerarchia ecclesiastica è di per sé una casta, originata in una società pre-capitalista ed oggi irradicata nelle relazioni sociali capitaliste.
La Chiesa Cattolica è, dopo tutto, il pù grande singolo proprietario di beni nel mondo. Ecco perché la Chiesa diede supporto a dittatori sanguinari dell’America Latina, i quali difendevano la proprietà capitalista, ma opponevano regimi stalinisti nell’Unione Sovietica e nei paesi dell’Est basati su proprietà nazionalizzata.
Su questa base fondamentalmente reazionaria, la Chiesa Cattolica supportò apertamente Solidarnosc. Meno di otto mesi dopo la sua nomina, il nuovo papa si cimentava nel suo primo “viaggio di pellegrinaggio” in Polonia, seguito da ulteriori visite nel 1983 e nel 1987. A gennaio del 1980, Giovanni Paolo II concesse un’udienza ad una delegazione di membri di Solidarnosc guidati da Lech Walesa. Racimolando da varie fonti, il Vaticano riuscì a collettare almeno 50 milioni di dollari in supporto per il sindacato per gli anni successivi.
L’obiettivo del Vaticano, tuttavia, non era quello di aiutare la causa dei lavoratori e le loro richieste sociali. Piuttosto, mirava a mantenere il movimento sotto l’influenza reazionaria dell’ideologia cattolica e del nazionalismo polacco, assicurando che tale movimento non si sviluppasse in una minaccia internazionale all’ordine esistente. La gerarchia cattolica, la cui esperienza nel difendere l’autorità e l’ordine spazia in un millennio e mezzo, era ben consapevole che un movimento popolare come quello sviluppatosi in Polonia non si sarebbe controllato imbrigliandola passivamente, ma doveva essere influenzato attivamente e dirottato verso una direzione diversa.
La nomina di un papa polacco già di per sé significava una stabilizzazione del Cattolicesimo in Polonia. Wojtyla non si stancava mai di fare riferimento alle sue radici polacche, lusingando il nazionalismo polacco e presentando la Polonia come la nazione cattolica per eccellenza. Davanti ad una folla giubilante in Piazza della Vittoria a Varsavia, lodava il contributo fatto da “la nazione polacca allo sviluppo dell’umanità”, che poteva essere compreso e apprezzato solo attraverso Cristo. Il suo discorso culminava con la frase “Non ci può essere un’Europa giusta senza una Polonia indipendente sulla mappa dell’Europa!”
Senza l’intervento del papa in Polonia, gli eventi non avrebbero preso il corso disastroso che alla fine condusse a disoccupazione di massa ed estrema povertà per i lavoratori polacchi. All’inizio, all’interno del movimento di Solidarnosc esistevano tendenze non solo cattoliche, ma anche fortemente secolari e socialiste. Queste, però, soffrivano di una mancanza di prospettiva effettiva contro il regime stalinista.
L’intervento del Vaticano contribuì sostanzialmente alla sottomissione del movimento al controllo dell’ala cattolico-nazionalista intorno a Lech Walesa—un uomo che combinava la sua reputazione di leader operaio militante al cantiere navale Lenin con una generosa dose di bigottismo cattolico. Lo stesso Walesa ha riconosciuto apertamente il ruolo del papa. Nel 1989, dichiarava: “L’esistenza del sindacato Solidarnosc e di me stesso sarebbero inconcepibili senza la figura di questo grande polacco e grande uomo, Giovanni Paolo II.”
Mentre il papa dava aiuti politici e finanziari a Solidarnosc, cercava di mantenerlo al di fuori di un conflitto aperto contro il regime. In ripetute occasioni chiese di mantenere la moderazione e la calma. Mentre gli scontri con il governo divenivano più violenti, Solidarnosc interveniva più frequentemente per tenere a bada e controllare i lavoratori.
Walesa costantemente stressava che Solodarnosc non stava perseguendo potere: “Non vogliamo governare, piuttosto vogliamo essere riconosciuti dal governo, e vogliamo controllarli quando ci governano per assicurarci che facciano il loro lavoro.” Wojciech Jaruzelski, il quale nel dicembre del 1981 dichiarò legge marziale ed arrestò migliaia di lavoratori e leader di Solidarnosc, successivamente riconobbe apertamente il controllo dimostrato dal papa. In un’intervista televisiva in occasione della morte del papa, disse: “Il papa si astenne dall’incitare emozioni sociali a quel tempo.”
In seguito, il papa apparve progressivamente sempre più preoccupato dalla rapidità in cui, dopo il collasso del regime stalinista, Solidarnosc perdeva credibilità di fronte alla classe lavoratrice quando i leader del sindacato assunsero il potere e assicurarono la reintroduzione del capitalismo. Giovanni Paolo II temeva, con una certa ragione, che l’influenza della Chiesa Cattolica potesse risentirne come risultato, e che il nuovo ordine venisse compromesso.
Durante visite al suo paese nel 1991 e 1993 si dichiarava contrario ad una copia del capitalismo occidentale. Durante il suo ultimo viaggio in Polonia nel 2003, fu persino più esplicito. Quando ci si dimentica del prezzo pagato per la libertà, disse, non si è lontani dall’”anarchia”. Fece un discorso a Solidarnosc consigliando di mantenersi al di fuori della politica, e puntò alle ovvie ingiustizie in Polonia—salari non pagati, piccole imprese spazzate via, lavoratori a cui venivano negati ferie e congedi per ragioni familiari.
Giovanni Paolo II e la politica americana nei confronti dell’Unione Sovietica
La decisione della Chiesa Cattolica di nominare un papa polacco era strettamente connessa con un cambio di rotta della politica estera americana verso l’Unione Sovietica. Sotto il presidente Jimmy Carter e, ancora più apertamente, sotto il suo successore Ronald Reagan, un periodo di détente aprí la strada a un vero confronto.
Come arcivescovo di Cracovia, Wojtyla aveva già mantenuto un intenso scambio epistolare con il polacco Zbigniew Brzezinski, il quale prese la carica di consigliere di sicurezza nazionale durante il governo Carter. Brzezinski, il quale aveva partecipato al funerale del predecessore di Wojtyla come rappresentante ufficiale degli USA, rimase a Roma per l’intero periodo delle elezioni papali del 1978 che collocarono Wojtyla a capo della Chiesa.
Questa collaborazione si intensificò durante la presidenza Reagan. A proposito di quel periodo, l’allora ambasciatore al Vaticano James Nicholson, racconta di una “alleanza strategica” tra Washington e il Vaticano contro l’Unione Sovietica. Secondo le informazioni raccolte dai giornalisti Carl Bernstein e Marco Politi, che scrissero un libro sulla diplomazia segreta del Vaticano, il direttore della CIA William Casey e il vice-direttore Vernon Walters cominciarono ad avere discussioni riservate con il papa a partire dal 1981. L’argomento principale era l’appoggio finanziario e logistico a Solidarnosc.
La burocrazia al potere a Mosca reagì contro il crescere della pressione esterna e di quella sociale interna dando inizio alla politica della restaurazione capitalista. Le radici della salita al potere di Mikhail Gorbachov alla guida del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, anche se ciò sembrerebbe ironico, si trovano negli stessi cambiamenti oggettivi che portarono Wojtyla alla santa sede a Roma. Gli eventi della Polonia avevano scosso fortemente la burocrazia del Kremlino. Essa tentò di evitare simili sviluppi nell’Unione Sovietica creando una nuova base per il suo dominio tramite l’introduzione della proprietà capitalista. Fu questo il significato essenziale della perestroika di Gorbachov.
Nel dicembre del 1989, Gorbachov divenne il primo ed unico segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica ad avere un’udienza al Vaticano. Tre anni più tardi, Gorbachov lodava il ruolo del papa con le seguenti parole: “Tutto ciò che avvenne in quegli anni nell’Europa dell’Est sarebbe stato impossibile senza la presenza di questo papa.”
Il papa e l’America Latina
Se da un lato Giovanni Paolo II adornava i suoi interventi in Polonia e nell’Europa dell’Est con il manto della “libertà” e “indipendenza”, l’essenza reazionaria del suo orientamento politico venne rivelata apertamente in America Latina. In quel contesto egli si schierò con le classi dirigenti, prendendo misure disciplinari contro quegli esponenti della cosiddetta “teologia della liberazione” che si erano battuti assieme agli oppressi nelle lotte contro le dittature militari di destra.
Nel corso della sua prima visita in Nicaragua nel 1983, Giovanni Paolo II rimproverò in pubblico il prete Ernesto Cardenal, che, assieme ad altri due prelati, era ministro nel governo sandinista. Nel 1995, durante un’altra visita in Nicaragua, il papa condannò l’Iglesia Popular (Chiesa del Popolo) e quello che chiamava l’ecumenismo sbagliato “di quei Cristiani impegnati nel processo rivoluzionario.” Allo stesso tempo, egli promosse a cardinale l’arcivescovo di destra Miguel Obando y Bravo, nemico acerrimo dei sandinisti.
Molti teologi della liberazione furono dimessi dal loro posto da Giovanni Paolo II e sostituiti da vescovi e preti conservatori. François Houtard scrive nel Le Monde Diplomatique: “Gruppi religiosi di base che erano nati nel Sud America, caratterizzati dall’autonomia e dalla protezione degli interessi dei poveri vennero isolati e in alcuni casi persino distrutti. I preti che li appoggiavano vennero rimossi e fu a loro proibito di accedere alle infrastrutture della comunità, e a volte dei nuovi gruppi vennero fondati con lo stesso nome ...”
Allo stesso tempo, i sostenitori delle dittature di destra scalavano i più alti uffici della Chiesa. Il nunzio papale alla dittatura militare argentina, Pio Laghi, e il nunzio alla dittatura militare cilena, Angelo Sodano, sono oggi entrambi cardinali.
Sodano aveva lodato il dominio despotico e assassino di Pinochet in Cile con queste parole: “I capolavori possono anche contenere dei piccoli sbagli. Vi suggerirei di non concentrare la vostra attenzione su queste imperfezioni del dipinto, ma sull’impressione generale, che è meravigliosa.” Quando un mandato di cattura per Pinochet fu emesso nel 1998 mentre l’ex ditattore si trovava a Londra, il papa stesso difese pubblicamente il generale fascista cileno.
La beatificazione di papa Pio IX, un anti-semita dichiarato, di papa Pio XII, il quale collaborò con i Nazisti e il regime di Mussolini, e del cardinale Stepniak, che era vicino al regime fascista croato durante la seconda guerra mondiale, sono altre espressioni tipiche delle convinzioni di destra di Giovanni Paolo II.
Le politiche conservatrici della Chiesa
Nelle sue politiche ecclesiastiche, Giovanni Paolo II era un reazionario, perfino se paragonato alle dottrine estremamente conservatrici della Chiesa Cattolica. Egli tentò di sovvertire lo spirito, se non la lettera, delle riforme attuate dal Concilio Vaticano Secondo negli anni sessanta.
Prima di tutto c’è il culto della Madonna e dei santi. Con le sue 473 beatificazioni, egli ha creato più del doppio dei santi di tutti i suoi predecessori negli scorsi 400 anni.
La morale sessuale imposta dall’enciclica Evangelium Vitae, rifiuta non solo l’aborto, ma anche qualsiasi forma di contraccezione. Ogni atto sessuale che non sia mirato alla riproduzione viene considerato immorale. Persino i profilattici vengono condannati—una posizione che va considerata specialmente distruttiva e socialmente inumana, tenendo conto della devastante epidemia di AIDS in Africa e in molte altre parti del mondo. In Germania, contro la forte resistenza dei vescovi e dei membri della Chiesa, il papa insistette perché la Chiesa abbandonasse le commissioni atte a dare informazioni alle donne incinte, che facevano parte della struttura messa in atto nel paese per l’aborto legale.
Anche la politica conservatrice del papa riguardo i cambiamenti di personale portò a ripetuti scontri. Egli provocò controversie quando impose dei vescovi conservatori in molte diocesi, per esempio Wolfgang Haas a Chur, Joachim Meisner a Colonia, Hans Hermann Gröer a Vienna, e Kurt Krenn a St. Pölten. A teologi critici come Leonardo Boff, Eugen Drewermann, Hans Küng e Tissa Balasuriya fu proibito sia l’insegnamento che la pubblicazione dei loro libri.
Il teologo svizzero Hans Küng, che fu bandito dall’insegnare all’interno della Chiesa a seguito di un suo articolo pubblicato nel 1980 che criticava il papa, descrive l’atmosfera interna della Chiesa ed il ruolo di Giovanni Paolo II in questo modo: “[Il papa è] l’autorità che sta creando un numero inflazionario di beatificazioni, e che, allo stesso tempo, dirige con poteri dittatoriali la sua inquisizione contro teologi, preti, frati, e vescovi impopolari; soprattutto, quei credenti che si distinguono per il loro spirito critico e per un vigoroso riformismo vengono perseguitati in maniera simile all’inquisizione. Proprio come Pio XII perseguitava i più importanti teologi dei suoi tempi (Chenu, Congar, de Lubac, Rahner, Teilhard de Chardin), così Giovanni Paolo II (e il suo grande inquisitore Ratzinger) perseguitava Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, il Vescovo Gaillot (Evreux) e l’Arcivescovo Hunthausen (Seattle). Il risultato: una Chiesa di sorveglianza, in cui le denunce, la paura e la mancanza di libertà sono rampanti. I vescovi si considerano governatori mandati da Roma invece che servi dei credenti, i teologi scrivono in maniera conformista, o non scrivono affatto.”
Se da un lato le voci critiche sono state soppresse, l’organizzazione fondamentalista e strettamente gerarchica Opus Dei è riuscita ad estendere la sua influenza nella gerarchia ecclesiastica. Molti dei suoi membri sono stati nominati vescovi e cardinali. Quest’ordine ora possiede una considerevole influenza nella Curia, e potrebbe giocare un ruolo significativo nella scelta del prossimo papa.
L’Opus Dei fu fondata nel 1928 da Josemaria Escrivá a Madrid. Con un numero di iscritti di circa 80.000 in tutto il mondo, l’ordine è relativamente piccolo. Esso fiorì durante il regime di Franco nella Spagna fascista, dove rappresentanti dell’Opus Dei occuparono fino a dieci posti ministeriali.
Escrivá, beatificato da Giovanni Paolo II nel 2002 solo ventisette anni dopo la sua morte, descrisse Hitler come il “salvatore della Chiesa spagnola.” L’ordine è organizzato come una setta segreta, con il suo codice di condotta che va dal voto di silenzio fino alle preghiere frequenti ed il castigo corporale con flagello e cintura. Esso propaga un culto della maschilità e dell’ autorità, definisce le donne come “inferiori” e richiede la subordinazione e la stretta obbedienza.
A differenza di molti dei suoi predecessori, Giovanni Paolo II seguì una politica di apertura verso le altre religioni. Egli fu il primo papa a visitare una chiesa protestante (1983), una sinagoga (1986) e una moschea (2001). Ogni anno, a partire dal 1986, un raduno di preghiera mondiale ha luogo in cui le diverse religioni pregano assieme. Nel 2000, il papa visitò il monumento commemorativo dell’Olocausto in Israele e chiese perdono per i peccati commessi dai cristiani nel corso della storia - senza però ripudiare il silenzio di Pio XII sull’Olocausto.
Queste manifestazioni esterne di tolleranza, che emersero soprattutto dalla necessità di rafforzare la religione come pilastro di una società borghese in crisi, sono in netto contrasto con l’intolleranza esibita da Giovanni Paolo II nei suoi insegnamenti. Solo due anni fa, il papa proibì di fare la comunione assieme a membri di altre denominazioni, e la dichiarazione “Dominus Jesus” appoggiata dal papa nega che la chiesa riformista sia in effetti una chiesa, mentre critica altre religioni per i loro difetti sostanziali.
Crisi della Chiesa
Nonostante le sue vedute di destra, Giovanni Paolo II è sempre stato conscio del fatto che la Chiesa è in grado di fungere da sostegno al potere esistente solo se è in grado di presentarsi come protettrice degli oppressi. Il papa scrisse molti testi sulla dottrina sociale cattolica, in cui denunciava gli eccessi e le cattive conseguenze sociali del capitalismo. Durante un viaggio a Cuba, egli criticò aspramente il neo-liberalismo e i suoi effetti.
Queste critiche non erano in alcun modo dirette contro l’ordine capitalista come tale. Dal momento in cui il socialismo emerse nel tardo ottocento come una potente forza all’interno della classe lavoratrice, la Chiesa Cattolica ha cercato di limitare la sua influenza articolando una dottrina sociale che, se da un lato condanna la rivoluzione socialista, dall’altro muove delle moderate critiche al capitalismo e discute con compassione la situazione dei lavoratori e dei poveri. Giovanni Paolo II operava dall’interno di questa tradizione. Per questo, egli rifiutò in principio il socialismo come dottrina atea nell’Enciclica “Centesimus Annus”.
La netta presa di posizione del papa contro la prima e la seconda guerra in Iraq va vista in questo quadro. Con la sua tradizione di un millennio e mezzo, la gerarchia cattolica pensa più a lungo termine dei politici borghesi che sono fissati sul breve termine. Il Vaticano comprende che la condotta spietata degli Stati Uniti in Medio Oriente nel lungo termine minaccia di destabilizzare l’intero ordine mondiale capitalista—compresa la Chiesa Cattolica.
Poco prima dell’inizio della seconda guerra in Iraq, il papa ricevette il vice primo ministro Iracheno Tariq Aziz, un cristiano, e mandò degli inviati a Washington e a Bagdad nel tentativo di prevenire il conflitto. Lo condannò poi con queste parole: “La guerra dei forti contro i deboli ha più che mai rivelato le profonde divisioni tra ricchi e poveri.”
La retorica di pace e di armonia sociale di Giovanni Paolo II, in netto contrasto con la sua ideologia e politica, assieme ai suoi più di cento viaggi all’estero—intrapresi con grande cura per il loro valore propagandistico—hanno giocato un certo ruolo nella crescita del numero di cattolici durante il suo pontificato. Il numero dei membri della Chiesa Cattolica nel mondo viene notato ora oltre un miliardo, di cui la metà vivono nel Sud e Nord America.
Queste cifre non possono però nascondere l’immensa crisi in cui si trova la Chiesa. La crescita dei suoi membri non ha mantenuto il passo con la crescita della popolazione mondiale. Il numero di cattolici come frazione della popolazione sta crescendo solo in quelle aree dove essi sono una piccola minoranza, come in Africa e in certe regioni dell’Asia. In proporzione, la Chiesa ristagna nel Sud America e diminuisce in Europa e in Nord America. Nell’America Latina, è ormai noto il fatto che la Chiesa Cattolica sta perdendo terreno nei confronti di vari gruppi evangelici protestanti.
Nonostante gli sforzi dei mass media di canonizzare Giovanni Paolo II, la morsa della Chiesa sulle grandi masse della gente continua a calare, e il clero cattolico continua a subire un grave discredito, anche tra coloro che si considerano cattolici. La perdita di fedeli attivi e convinti si riflette in una crisi finanziaria che confronta la Chiesa in molti paesi. Negli Stati Uniti, le scuole Cattoliche stanno chiudendo in molte delle cittá principali, come Detroit.
Questa crisi si è intensificata a causa dei recenti scandali di abusi sessuali che hanno coinvolto preti e funzionari della Chiesa. È ormai chiaro che Giovanni Paolo II ha cercato di occultare gli atti sessuali commessi contro i bambini che ebbero luogo durante il suo pontificato.
Il suo ruolo nell’occultare questi abusi nella Chiesa statunitense, irlandese, austriaca ed altre ancora, e poi nel minimizzarne il significato una volta scoperti, sottolinea l’ipocrisia del Vaticano sulle questioni di moralità sessuale. Ciò è in netto contrasto con le incessanti intrusioni moraliste della Chiesa nelle normali pratiche sessuali della gente comune, e sottolinea quale sia la preoccupazione principale di Giovanni Paolo II e del Vaticano: la difesa della casta clericale e del suo potere, autorità ed immunità da ogni esame critico.
Giovanni Paolo II era una figura carismatica, capace di rallentare in qualche modo il calo del sostegno di massa per la Chiesa e di tenere insieme questa istituzione. La sua scomparsa intensificherà le pressioni interne ed esterne su questa istituzione antica, sclerotica e reazionaria. Gli assurdi sforzi da parte dei mass media di usare la morte di Giovanni Paolo II per promuovere la Chiesa sono l’espressione contraddittoria della crisi di questa istituzione, e dell’ordine borghese che essa difende.
domenica 17 maggio 2020
ANCORA SUI SUPERMERCATI
Da domani tutti i supermercati riapriranno presumibilmente i reparti per intero in quanto tutti gli esercenti commerciali potranno riaprire,compresi quelli dell'abbigliamento,casalinghi e arredo,quindi si ritornerà ad avere nessuna corsia chiusa,almeno questi i proclami e le direttive che comunque potrebbero subire variazioni in base all'andamento della pandemia a livello nazionale e regionale.
Questo è il terzo articolo della serie degli esercizi commerciali nel periodo coronavirus,uno al mese dall'inizio delle restrizioni(vedi:madn /il-lavoro-nei-supermercati-in-questo.specifico periodo e madn lavoratori-e-clienti-nei-supermercati.a pasquetta )sperando di non parlarne più in termini pessimistici e comunque di denuncia anche a giugno,visti i comportamenti che si sono tenuti e che continuano ad esserci tra le corsie di super ed ipermercati.
L'articolo proposto da Left(una-storia-per-la-fase-2 )è una dichiarazione di una lavoratrice di Firenze del settore che per sua scelta dopo poco tempo dall'imposizione delle restrizioni ha scelto di prendersi un mese di aspettativa per i suoi buoni motivi,per la famiglia,lo stress e quant'altro.
Si va dai primi giorni di accaparramento ingiustificato,solamente solo poche referenze sono mancate nelle prime settimane,ad una normalità che comunque negli atteggiamenti e nei comportamenti di non tutta la clientela per fortuna,sono sempre gli stessi.
Non per sputare nel piatto dove si mangia ma se uno era maleducato o quantomeno irrispettoso degli altri non è che la pandemia gli abbia concesso l'intercessione per potere cambiare,chi ti tossiva addosso prima lo fa pure adesso con la mascherina,che in questo caso è come non averla.
Solamente nei primissimi giorni c'era gente che almeno faceva finta di non farsi beccare in coppia a fare la spesa,si distanziavano di qualche metro per ritrovarsi in cassa,mentre già prima di metà marzo spudoratamente giravano assieme,alcuni con tanto di famiglia intera nonostante ci sia ancora l'obbligo di fare la spesa singolarmente o accompagnando ed essere accompagnati nei casi di disabilità o di non potere lasciare i figli a casa da soli.
La distanza di un metro gli uni dagli altri pura utopia,sia tra la clientela stessa che con gli addetti e le cassiere,fornite in un secondo momento di divisori in plexiglass:non sono mancate le persone ovviamente che scrupolosamente si sono e si attengono alle disposizioni,e lo facevano pure prima,non si tocca per educazione gente che non conosci e non gli parli a dieci centimetri dalla faccia.
Tutti bravi e belli in fila per il distanziamento sociale all'esterno e poi dentro le strutture commerciali il caos,se parli a ragione di rispettate le norme ti guardano storto se va bene,altrimenti insulti,e poi si grida al rogo ai pensionati in giro o a chi corre,in una rappresentazione fin troppo conosciuta dell'italiano medio,quella del delatore.
La storia raccontata finisce con i controlli sierologici e i successivi tamponi estesi alle categorie più a rischio e che non hanno mai smesso di lavorare,tra cui oltre che gli operatori sanitari proprio i lavoratori dei supermercati,ma qui si parla di Toscana mentre qui in Lombardia è tutta un'altra vergognosa storia.
Una storia per la fase 2.
di Giulio Cavalli
Ieri mi è capitato di chiedere a chi mi segue sui social in quali condizioni stiano lavorando e abbiano lavorato. C’è una lettera che vale la pena leggere:
«Lavoro in uno dei più grandi supermercati della mia città, Firenze. Credo di poter dire anche il nome della catena per cui lavoro che è Unicoop Firenze. Ovviamente non abbiamo mai smesso di lavorare. Ho vissuto in prima persona i giorni delle spese pazze, della corsa agli accaparramenti insensati, quando le persone prendevano e mettevano nei carrelli tutto ciò che irrazionalmente, credevano potesse essere indispensabile per la loro sopravvivenza. E ho vissuto anche gli scaffali vuoti che neanche a Natale e quei primi giorni di ingressi contingentati, senza mascherine e senza distanziamento e barriere in plexiglas. Lavorando al rifornimento degli scaffali, puoi immaginare quanto fosse complicato cercare di mantenere quelle distanze e soprattutto mantenere i nervi saldi. I primi giorni di paura e di smarrimento che ti sembravano tutti malati, tutti contagiosi, tutti troppo vicino e ti sembrava di vederle quelle goccioline di respiro e di sentirle addosso, pure quando tornavi a casa e ti sentivi già malata e non sapevi se potevi toccare o anche solo sfiorare chi viveva con te. Quando a tutti veniva detto di stare tappati in casa che fuori c’era il pericolo, a noi veniva detto che eravamo un servizio essenziale.
Ci hanno dato mascherine, guanti. Hanno messo le barriere alle casse e strisce gialle per terra per delimitare le distanze. Ma non è stato facile. Mentre fuori droni e elicotteri davano la caccia a runners solitari, dentro al supermercato le persone si assembravano allegramente fra i nostri scaffali. Una volta fatta la fila, ordinata e tranquilla, dentro era tutto come un giorno qualunque dell’anno.
A parte il silenzio, interrotto solo dagli annunci, che era evidente, nessuno ascoltava, che invitava alla distanza, ad affrettare gli acquisti e ad entrare uno per nucleo familiare. Molti di noi hanno preso ferie, permessi, chi si è messo in malattia e chi, come me, ha deciso di prendere un mese di aspettativa, ovviamente non retribuita. L’ho fatto perché stavo perdendo l’equilibrio, perché ogni volta che ci chiamavano eroi pensavo che no, non volevo essere eroe ma solo una lavoratrice che fa il suo dovere che non è salvare vite, a costo della propria, ma rifornire uno scaffale.
L’ho fatto perché quelle 6 ore di lavoro, nonostante tutti i dispositivi di sicurezza di cui eravamo forniti, erano diventate una sequenza di movimenti alienante.
Sono andata fuori tema, scusa. Torno alle tue domande iniziali. Il presidente della mia regione ha avviato uno screening sierologico su tutti coloro che non hanno smesso di lavorare, soprattutto nelle categorie più a rischio, quindi prima fra tutte, dopo operatori sanitari medici, la mia.
L’adesione è su base volontaria e la prestazione completamente gratuita.
Viene gestita dal datore di lavoro che prende le adesioni e poi fissa l’appuntamento per ognuno di noi nella struttura che effettua il test.
Sono strutture private convenzionate che forniscono questo servizio.
Mi hanno chiamata dopo pochi giorni dall’inizio dello screening, mi hanno fatto il prelievo di sangue e il giorno dopo ho avuto il risultato, che ho dovuto comunicare al mio medico.
Io sono risultata negativa ma posso raccontarti l’esperienza di una mia collega che è risultata positiva ad uno dei due tipi di anticorpi.
Il giorno dell’esito del test è stata contattata dal direttore sanitario della struttura che le ha fornito il numero verde da chiamare per effettuare il tampone e le è stato offerto di effettuare il periodo di isolamento in un albergo allestito appositamente per questa evenienza. La collega ha preferito restare a casa.
Dopo due giorni le hanno fatto il tampone con la pratica del drive in, quindi non è neanche uscita dalla macchina e meno di 24 ore dopo ha avuto il risultato, fortunatamente negativo. La famiglia non è stata testata perché non è stato reputato necessario visto il risultato del tampone e perché gli anticorpi a cui era positiva dimostrano un contatto con il virus lontano nel tempo. I giorni in cui è stata lontana dal lavoro saranno considerati malattia. Quindi sì, nel luogo dove lavoro ci vengono forniti tutti i dispositivi di sicurezza necessari, anche se il buon senso dei clienti non può essere fornito da nessuno. E sì, nella regione in cui vivo veniamo testati e tracciati e trattati nei tempi direi ragionevoli di una settimana, fra il momento del test e l’esito finale del tampone. Martedì finisce il mio mese di aspettativa e tornerò a lavorare. Torno con tanti dubbi e un po’ di paura ma dobbiamo conviverci, lo dicono tutti».
Buona fase 2. A noi.
Buon venerdì.
sabato 16 maggio 2020
BERLUSCONI INVOCA LO SCUDO PENALE PER GLI IMPRENDITORI
Da quando il giullare fiorentino consentì nuovo spazio politico al pagliaccio di Arcore ecco che,complice gli acciacchi e le demenze già ampiamente comprovate ancor prima che raggiungesse la sua età attuale,Berlusconi torna ad avere agibilità politica e dopo il lungo stop imposto per le sue azioni criminali che non lo hanno visto scontare nemmeno un giorno in carcere,propone soluzioni alternative e discutibili riguardo il coronavirus(secondo articolo preso da uno dei suoi megafoni,l'altro,il TG5,propone da una settimana servizi ed articoli di almeno un minuto dedicato a lui sui 5-6 dedicati alle news del mattino:il giornale due-sfide-berlusconi-aiuti-medici-e-imprenditori ).
Che nella tradizione del centro destra è fatto di slogan e di propagande impossibili da attuare,come l'azzeramento delle tasse per il 2020,cioè per i soliti noti lavoratori non dipendenti,quelli le tasse le pagano sempre e comunque,e il più facilmente attuabile scudo penale per le aziende e gli imprenditori che non verrebbero perseguiti dalla giustizia in caso di contagi e di morti avvenute sul posto di lavoro,sempre retaggio della peggior politica sua e dei suoi alleati,quella di scampare alla galera sempre e comunque.
Discorso che è strettamente legato a quello scritto nel primo contributo(contropiano impunita-su-contagi-la-confindustria )e che vede nuovamente Confindustria che ragiona come Berlusconi e che propone l'impunità per il contagio e discute sulla possibilità dell'infortunio per chi ha contratto il coronavirus sul posto di lavoro,in aperta lotta con l'Inail visto che una buona fetta dei contagiati nel periodo del recente pieno lockdown arrivano proprio dagli infettati nelle aziende,negli ospedali e in tutti i luoghi lavorativi.
Mi scuso per l'immagine che contiene il simbolo del partito dell'ex premier puttaniere e di uno dei programmi delle sue reti più odiosi e infamanti,fatti malissimo da pseudogiornalisti pessimi,falsi e venduti.
Impunità su contagi. La Confindustria contro l’Inail e la sicurezza dei lavoratori.
di Unione Sindacale di Base
Dal 7 aprile al 7 maggio, ancora sotto lockdown, si sono verificati 83.311 nuovi contagi. L’ISS ci dice che su 9.360 casi diagnosticati il 20% ha contratto il virus in occasione di lavoro. L’INAIL, d’altra parte, certifica al 4 maggio oltre 37.000 contagi (17% del totale) sui posti di lavoro, con una età media di 47 anni.
Questi dati, parziali e largamente sottostimati, restituiscono perfettamente in quali condizioni siano stati costretti a lavorare – o a recarsi al lavoro – milioni di lavoratrici e lavoratori che non hanno potuto scegliere di “restare a casa”. Ma che a casa, dalle proprie famiglie, ci tornavano a fine turno di lavoro diventando a loro volta vettori di infezione.
Del resto, nel periodo di massima chiusura in questo Paese erano attive oltre il 52% delle attività produttive, dichiarate essenziali, alle quali sono andate via via aggiungendosene altre: a metà aprile erano 200.000 le aziende riaperte in deroga, il 55,8% delle quali nelle regioni più colpite dal virus.
A ben vedere dunque le misure di contrasto all’epidemia sono state dettate non dal rispetto del diritto alla salute delle lavoratrici e dei lavoratori, e dei cittadini tutti, ma dalla volontà di profitto delle imprese e dall’impossibilità del SSN di tenere botta ai ricoveri a causa dei ripetuti tagli, definanziamenti e assenza di prevenzione.
Ora, nella fase di riapertura e a pandemia ancora in corso, Confindustria non solo rivendica con “furore ideologico” sgravi, soldi a fondo perduto, detrazioni, indennizzi, senza vincoli e controlli dello Stato – puntualmente concessi nel decreto “rilancio” appena presentato dal governo, per un valore che supera il 50% della manovra stessa – ma pretenderebbe pure uno scudo penale che metta al riparo le imprese dalla responsabilità di mettere in sicurezza le lavoratrici e i lavoratori.
Da Confindustria è partito un feroce attacco all’INAIL, colpevole di riconoscere il Covid-19 tra le cause di infortunio e nonostante i ben 453 milioni a fondo perduto (50 attraverso il Cura Italia e 403 col Decreto Rilancio) che la stessa INAIL ha messo a disposizione delle imprese per l’acquisto dei dispositivi di sicurezza e per la sanificazione dei luoghi di lavoro.
Siccome le malattie infettive sono sempre state riconosciute come “causa di infortunio” (non se lo è certo inventato il Cura Italia!) e la denuncia di infortunio di per sé non produce alcun automatismo nel riconoscimento di una condotta colposa, che resta da accertare e che può essere penalmente sanzionata solo a seguito della sua individuazione, altrimenti viene archiviata (come avviene nella maggior parte dei casi d’altronde!), cosa si nasconde davvero sotto la richiesta di Confindustria che, peraltro, necessiterebbe dell’abbattimento di almeno un paio di articoli del Codice Penale?
L’attacco sottende in realtà una vera e propria rivendicazione di avere mani libere sulle condizioni e sull’organizzazione del lavoro, l’insofferenza verso ogni regola, seppur minima, che tuteli i lavoratori, l’indignazione per la lesa maestà di possibili, quanto improbabili, controlli da parte di quello Stato al quale si chiede continua assistenza senza contropartite.
La storiella padronale dello “spirito anti-imprenditoriale” si infrange sulla realtà degli ultimi 30 anni che ben racconta come questo capitalismo straccione intenda perseverare nella socializzazione delle perdite a fronte della privatizzazione dei profitti.
E allora, non solo giù le mani dall’INAIL, e da qualsiasi servizio pubblico svolga funzioni determinanti a tutela dei lavoratori, ma vanno rafforzati diritti e tutele per tutti e tutte.
L’aumento costante e consistente degli infortuni, solo aggravati dall’epidemia in atto, determinati dal continuo peggioramento delle condizioni di lavoro richiede un intervento che metta al centro il rispetto della vita e della salute dei lavoratori.
Il Primo Maggio abbiamo lanciato la proposta del reato di omicidio sul lavoro, su questa strada intendiamo proseguire. Perché deve finire il tempo del lavoro senza diritti e senza dignità, è il momento di inchiodare i padroni alle loro responsabilità.
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Le due sfide di Berlusconi: "Aiuti a medici e imprenditori".
Il Cavaliere critico col governo: "Vergognoso togliere il bonus ai sanitari. Scudo penale per le aziende"
Presidente Silvio Berlusconi, lei per rilanciare l'economia italiana avrebbe cancellato le tasse per il 2020? O le nostre casse non ce lo consentono?
«Avrei certamente sospeso tutti i pagamenti per il 2020, in modo da non togliere risorse ad attività che già lottano per sopravvivere.
Lo Stato con una mano continua a chiedere denaro ai cittadini, con l'altra non paga i debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Ecco, io credo che si debba davvero fare tutto il necessario adesso, subito, per evitare il collasso delle imprese e la perdita di posti di lavoro. Questo 2020 deve essere considerato come un anno sabbatico in cui concentrare tutto il deficit possibile per mettere in sicurezza il 2021. Se lasciamo che le aziende chiudano, si mette in moto una spirale pericolosissima: meno sono le persone che lavorano e più calano i consumi e i risparmi, e questo porta alla chiusura di altre aziende, porta a nuovi licenziamenti e così via. E significa anche minore gettito fiscale e più spesa sociale - perché naturalmente non possiamo lasciar morire di fame chi rimane senza lavoro e quindi fare più deficit. Occorre uno shock fiscale per la ripartenza con una flat tax a un livello molto contenuto e occorre un poderoso taglio alla burocrazia, con l'abolizione del regime delle licenze e delle autorizzazioni preventive per chi fa impresa. Naturalmente, poi è necessario usare al meglio l'aiuto dell'Europa che sarà decisivo».
Le riaperture commerciali nei ristoranti e la burocrazia del metro: Cipriani, dell'Harry's Bar di Venezia ha detto che con queste regole non riaprirà. Ha ragione?
«Ho ascoltato con grande apprensione lo sfogo di Arrigo Cipriani, che dà voce al sentire comune di tanti suoi colleghi. Ha perfettamente ragione. Negli Stati Uniti e in tutto il mondo si siano presi provvedimenti che consentono il funzionamento degli alberghi e dei ristoranti e la pronta erogazione degli aiuti ai lavoratori e agli imprenditori mentre in Italia ai lavoratori e agli imprenditori non è arrivato assolutamente nulla. Il settore della ristorazione, come quello del turismo, purtroppo è fra i più penalizzati. Conciliare le esigenze sanitarie con il funzionamento dei ristoranti e dei bar è molto difficile, ma non impossibile. Come minimo, ridurre i coperti significa diminuire i ricavi a parità di costi fissi. D'altronde anche se i ristoranti potessero riaprire normalmente, sarebbero comunque in difficoltà. Molti italiani non hanno lavoro, non hanno denaro da spendere, chi lo ha preferisce tenerlo da parte, preferisce risparmiare in vista di un futuro incerto piuttosto che pagarsi una cena al ristorante. Ma tutto il turismo è fermo e certamente per quest'anno farà numeri molto bassi. Da imprenditore capisco benissimo la sofferenza di chi ha messo in piedi un'attività, le ha dedicato la vita, e ora la vede crollare senza averne colpa. Per questo mi ha indignato il fatto che nei giorni scorsi a Milano dei ristoratori siano stati pesantemente multati, per aver espresso in una piazza, in modo civile e senza assembramenti, la sofferenza della loro categoria. D'altronde capisco anche le preoccupazioni delle autorità sanitarie perché il coronavirus purtroppo non è affatto scomparso. La soluzione credo non vada cercata discutendo di mezzo metro in più o in meno fra i tavoli, quanto piuttosto aiutandoli concretamente, attraverso contributi a fondo perduto, attraverso agevolazioni fiscali, attraverso il blocco delle tasse nazionali e locali e con il prolungamento della cassa di integrazione per i loro dipendenti».
In questa crisi da coronavirus si assiste ad una decrescita costante della nostra economia e ad una sempre maggiore presenza del lavoro via computer da casa. Sta vincendo la ricetta politica, seppur nel dramma da Covid-19, di Grillo e Casaleggio?
«Questo sarebbe il terzo disastro che verrebbe ad abbattersi sul nostro Paese. Dopo quello sanitario e quello economico, avremmo anche un disastro politico e culturale. Per fortuna però non è così. Al contrario, questa crisi sta dimostrando l'importanza della competenza, della professionalità, dell'esperienza, che noi abbiamo messo con spirito costruttivo a disposizione delle istituzioni. Le idee grilline sulla decrescita felice si stanno dimostrando folli e pericolose: ora rischiamo davvero la decrescita e non c'è proprio nulla di felice. Potrebbe essere una tragedia per tanti italiani, per tante famiglie, per tante imprese. Mi auguro che da questo dramma possa uscire se non altro mutato il paradigma politico dell'Italia e si ponga davvero fine all'era dell'incapacità al potere. Del resto, innovazioni come lo smart working non le ha certo inventate Grillo. Sono anni che le aziende studiano come introdurlo, perché comporta vantaggi per tutti, per le aziende, per i lavoratori, per la collettività, ma ha anche diverse controindicazioni, soprattutto in termini di produttività. Tutto questo comunque non ha nulla a che fare con le fumose ideologie di Grillo e di Casaleggio.
La misura che Conte e il Governo non hanno messo nel decreto e che lei invece avrebbe messo?
«Sarebbe un elenco molto lungo. Ma per prima cosa non ho visto i mille euro per tutto il personale sanitario, per i medici e per gli infermieri che in questi 100 giorni hanno rischiato la vita. C'è proprio da vergognarsi. Potrei elencarle i tanti settori dimenticati, per esempio l'agricoltura, per la quale invece di introdurre i voucher si è adottata una sanatoria sui clandestini che non è solo inutile ma è anche pericolosa: una sanatoria che non accontenta il mondo agricolo, accontenta soltanto erronee richieste di una sparuta minoranza. Potrei parlare della scuola paritaria, 12 mila scuole e un milione di studenti con le loro famiglie, che sono stati abbandonati completamente a sé stessi. Potrei parlare delle concessioni balneari, di cui non è garantita la proroga automatica di fronte ai nuovi investimenti necessari per la riapertura. Potrei parlare della mancanza di uno scudo penale per i datori di lavoro diligenti, che adottano correttamente le misure anti-coronavirus e tuttavia oggi sono penalmente responsabili se un dipendente si ammala. Su questi e tanti altri aspetti daremo battaglia in Parlamento, sperando che la disponibilità di Conte a collaborare con l'opposizione questa volta non sia solo di facciata».
venerdì 15 maggio 2020
LA LOMBARDIA "PRIVATA" DELLA SALUTE
E' doveroso il ritorno per puntualizzare lo stato in cui la regione Lombardia,la più colpita dagli effetti del coronavirus al momento e con ampi margini di ulteriore vergognoso e tragico aumento nelle prossime settimane,condannando nuovamente l'operato della giunta e dei due imbecilli Fontana e Gallera(vedi:madn arrestateli-subito )che ribadiscono le ennesime balle sul come la regione abbia contenuto meglio di altre il contagio.
Al momento la Lombardia ha un terzo dei casi accertati(con tamponi in numero percentuale minore di altre regioni,e che si pagano di tasca propria),la metà dei morti ed un trend in aumento,cosa che è il contrario che nel resto della nazione.
La gran parte delle rsa regionali hanno avuto un terzo di deceduti a singola struttura,c'è il solito scaricabarile delle colpe prima ai cinesi(i famosi primi presunti untori)poi al governo,hanno nel mezzo della pandemia comprato pagine di quotidiani per difendere il"modello Lombardo"e continuato a fare propaganda nonostante i numeri li condannano senza possibilità di replica.
Ma la perla di tutto questo marciume è l'ospedale in fiera di cui si parla nei due articoli proposti(contropiano leffimero-ospedale-milanese e left la-piramide-di-fontana-e-gallera )e dove c'è ampia dimostrazione dell'inettitudine criminale recidiva della sanità regionale della Lombardia,rappresentata da due tra i più spregevoli e odiosi rappresentanti figli della politica marchettara e propagandistica leghista e del centro destra in generale,senza riuscire a fare nulla di concreto,anzi sommando danni,complici e sostenitori dell'aziendalizzazione ospedaliera del comparto pubblico foraggiando il settore privato da decenni.
L’effimero ospedale milanese.
di M. D.
Secondo il dott. Antonio Pesenti, responsabile dell’Unità di Crisi della Regione Lombardia per le terapie intensive, l’Ospedale della Fiera di Milano, voluto dalla giunta Fontana e inaugurato con grande strepito ai primi di aprile, potrebbe essere smantellato già alla fine del mese di maggio.
“Questo ospedale sarà il simbolo della battaglia vinta contro il Coronavirus e sarà il simbolo della ripresa della Regione”, aveva tuonato il governatore lombardo Fontana. Speriamo non sia così, perché vorrebbe dire che la ripresa si trasformerà in un clamoroso disastro.
Era apparso subito chiaro che l’operazione Ospedale Fiera era sbagliata e continuava a ripercorrere la strada fallimentare dell’ospedale d’”eccellenza” lombardo.
Il progetto era palesemente di difficile realizzazione per la difficoltà a reperire il personale necessario e le attrezzature e anche sbagliato dal punto di vista medico, poiché non può essere funzionale un ospedale con la sola terapia intensiva e senza le altre competenze specialistiche che la devono sostenere.
Inoltre, era evidente la provvisorietà di un ospedale realizzato negli spazi della Fiera, che ben presto dovrà confrontarsi con la necessaria ripresa della sua attività.
In breve, dalla sua apertura sino a oggi l’Ospedale Fiera ha ospitato una decina di pazienti a fronte di uno spreco di 21/26 milioni di euro – cifre chiare non ne sono state fornite – che avrebbero potuto essere impiegati per riadattare strutture permanenti inutilizzate, per la prevenzione e assistenza territoriale e per l’aumento del numero di tamponi; cioè per quelle esigenze che oggi sono fondamentali per immaginare una ripresa meno pericolosa delle diverse attività in Lombardia.
Tra l’altro il governo, in vista di probabili riacutizzazioni dell’epidemia, ha chiesto alle regioni di mantenere una riserva di posti letto di terapia intensiva e sembra che la struttura della Fiera non possa garantire gli standard indicati dal Ministero della Salute.
In pratica, si rischia di dover spendere altri soldi per costituire tale “riserva” negli ospedali sul territorio, per non correre il rischio di trovarsi impreparati a nuove eventuali emergenze. Questo avendo sprecato donazioni private e fondi pubblici che hanno contribuito in parti uguali al costo di questo ospedale rivelatosi inutile.
Il clamoroso fallimento del progetto dell’Ospedale della Fiera è la palese conferma della Caporetto della giunta leghista che ha interpretato l’emergenza Covid-19 come un problema di terapia intensiva, dimenticando completamente tutte le altre strutture sanitarie più utili a prevenire e contenere il fenomeno.
Una giunta che continua tenacemente a favorire il privato, anche per quanto riguarda i test sierologici a cui alcune imprese od organizzazioni potrebbero voler sottoporre i propri lavoratori e collaboratori.
Tali test si potranno effettuare solo in strutture private e se una persona risulterà positiva dovrà in seguito sottoporsi a tampone, a un prezzo calmierato di 62 €, ma solo per i tamponi e reagenti attualmente disponibili. In futuro non si sa.
Si tratta comunque di un ennesimo regalo ai laboratori privati e della dimostrazione della non volontà della giunta lombarda di farsi carico dei problemi dell’epidemia, come sarebbe doveroso in un caso così grave.
Parallelamente, la giunta regionale lombarda non prende in considerazione il cosiddetto test “pungidito”, di pratica molto semplice e veloce e di costo assai modesto – tra i 5 e i 10€ -che potrebbe essere adatto allo screening di massa di aziende, di scuole e di comunità. Un test tra l’altro facilmente ripetibile e la cui risposta è rapida.
E’ vero che tale test non garantisce certezza sulla contagiosità della persona, ma solo sul suo avvenuto contatto con il virus ed è soggetto a errori, ma è così anche per il test sierologico attraverso prelievo in vena. Ci si chiede quindi perché non possa essere considerato utile.
Inoltre, sulla questione dei test sierologici, la Procura di Milano ha aperto un fascicolo sul comportamento della giunta Fontana, scaturito dalla decisione della Regione di revocare la manifestazione d’interesse (preliminare per la gara) aperta il 6 aprile, decidendo per l’affidamento diretto senza valutare quindi altre offerte, alla ditta Diasorin.
Questa indagine si aggiunge a molti altri esposti presentati dai familiari di anziani deceduti nel Pio Albergo Trivulzio, di lavoratori del Don Gnocchi di Milano, dei portavoce nazionali di Potere al Popolo e di altri cittadini colpiti da lutti che probabilmente potevano essere evitati.
La situazione che si configura è non solo di incapacità, ma anche di corruttela politica e di incuranza della salute, ma anche delle condizioni di vita dei cittadini lombardi che ha caratterizzato le giunte di destra degli ultimi decenni in Lombardia. Per questo si motiva la richiesta di revoca dei poteri alla giunta regionale nel suo insieme e non solo per l’assessorato al welfare.
Infatti, non ha senso pensare a una destituzione – pur giusta – dell’assessore Gallera senza prendere in considerazione la politica complessiva seguita dalla giunta, che ha propugnato la parola d’ordine dell’aziendalizzazione nella sanità ma anche di tutti gli altri settori, come i trasporti e la formazione professionale, con relative privatizzazioni.
Il malgoverno della Lombardia si articola in tutti i quadranti sociali anche se oggi si avverte maggiormente nella sanità. Questa politica, nella sua complessità, nella suo avere pervaso tutti i settori della società, porta oggi la Lombardia ad avere il triste primato dei contagi in Italia e la più alta percentuale di decessi nel mondo rispetto ai contagiati.
Si tratta quindi di rilanciare la presenza pubblica nella gestione della società, nella sanità come in tutti gli altri campi della vita produttiva e sociale. Questo si potrà fare solo se la giunta Fontana se ne andrà.
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La piramide di Fontana e Gallera.
di Giulio Cavalli
L’ospedale anti Covid alla Fiera di Milano voluto dalla giunta lombarda sta per chiudere. Costo dell’operazione: 26 milioni di euro. Pazienti curati: 25. Un flop monumentale
Dunque l’ospedale faraonico anti coronavirus in Fiera a Milano, fortemente voluto dal duo tragicomico Fontana-Gallera, chiuderà i battenti. Per fortuna non ci sono stati abbastanza malati per riempirlo e, soprattutto, per nostra sfortuna il disastro della programmazione lombarda dal punto di vista sanitario può essere fotografato con il suo smantellamento.
L’avevano tanto desiderato, i capi della Lombardia, con quel desiderio che li coglie ogni volta che c’è da edificare, da innalzare, da costruire spot e propaganda. Fa niente che la stragrande maggioranza dei medici chiedesse con quei soldi di rinforzare le strutture esistenti e fa niente che tutti ne avessero contestato la mancanza di personale e la zona troppo periferica per poter lavorar in rete.
Costo totale dell’operazione: circa 26 milioni di euro. Immaginate cosa si sarebbe potuto fare con una cifra del genere: medici e infermieri assunti, tamponi, tracciamento, telemedicina. Di tutto.
L’hanno inaugurato il 31 marzo 2020 con quelle inaugurazioni che piacciono tanti ai berlusconiani e ai leghisti, con l’icona di Bertolaso in prima fila, con un bel assembramento che li ha svergognati sui giornali di tutto il mondo.
Avrebbe dovuto avere 600 posti: alla fine ne ha avuti 200. Per 25 ospiti in totale. Oggi sono tre, anche se non ci sono conferme ufficiali. È costato un milione di euro a paziente, fate voi.
Ce l’hanno presentato come la soluzione a tutti i problemi, è stato contestato da tutti i medici («fa ridere i polli» disse il professore Gattinoni) e ora viene spazzato via totalmente. Non rimarrà niente. O almeno, quasi niente: quei 26 milioni sono passati di mano in mano e hanno ingrassato chi dovevano ingrassare.
Intanto a Bergamo costruivano un ospedale da campo in pochi giorni e con la collaborazione gratuita di ultrà e alpini, per dire.
L’ospedale temporaneo in Fiera è la piramide di Fontana e di Gallera, un monumento innalzato mentre servivano buone pratiche e cure. A differenza delle piramidi vere non rimarrà nemmeno un mattone ai posteri ma la vergogna sì, quella rimarrà tutta.
A proposito: si difendono dicendo che sono soldi delle donazioni. Chiedete ai donatori come sono felici, se vi capita.
Buon giovedì.
giovedì 14 maggio 2020
CUBA TORNA NELLA LISTA NERA USA PER TERRORISMO
Che la notizia della riammissione di Cuba nella black list statunitense per terrorismo circolasse nell'aria praticamente da quando Trump divenne il nuovo presidente era cosa risaputa,il suo predecessore Obama l'aveva tolta,mantenendo comunque l'embargo(il bloqueo),durante la sua presidenza e dal febbraio dello scorso anno era imminente tale nuova aggressione politica per via del rifiuto de L'Avana di estradare membri dell'ELN della Colombia.
Il fatto che l'inserimento nella lista nera sia avvenuto pressoché in concomitanza con la denuncia internazionale di Cuba del proprio Ministro delle Relazioni Estere relativa al complice silenzio Usa dopo l'attentato all'ambasciata cubana a Washngton del 30 aprile(vedi:italiacuba.it attentato-contro-lambasciata-di-cuba ),è il simbolo della lunga rappresaglia contro la nazione che salva vite e ripudia la violenza e la morte e che promuove la solidarietà,la pace e la fratellanza tra i popoli del mondo(vedi anche l'esempio dei medici in Italia:madn bienvenidos-crema ).
L'articolo di Contropiano(provocazioni-usa-cuba-di-nuovo-nella-lista-nera )parla della decisione del Dipartimento di Stato del Congresso statunitense in merito non solo al caso colombiano ma anche del Venezuela,del presunto narcoterrorismo del governo Maduro(vedi:madn trump-paga-per-la-testa-di-maduro )e non giriamoci tanto intorno,perché Cuba in barba all'embargo imposto dal 1962 è ancora uno dei pochi Stati al mondo,comunista,che abbia saputo non solo tenergli testa ma addirittura sovrastarli eticamente.
Provocazioni Usa: Cuba di nuovo nella “lista nera”.
di Maddalena Celano *
L’amministrazione nordamericana ha giustificato l’annessione di Cuba alla lista nera in quanto ha rifiutato di estradare in Colombia i membri dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) che hanno partecipato ai colloqui di pace, svoltisi tra il 2017 e il 2019, a La Habana.
Dato che gli Stati Uniti hanno rapporti di sicurezza a lungo termine con la Colombia e condividono, con la Colombia, l’importante obiettivo antiterrorista di combattere organizzazioni come l’ELN, il rifiuto di Cuba dimostrerebbe che non stia collaborando con il lavoro statunitense.
Pompeo ha anche accusato il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, di ospitare “numerosi fuggitivi della giustizia degli Stati Uniti, ricercati per violenza politica, molti dei quali vivono a Cuba da decenni”. In particolare, ha citato Joanne Chesimard, condannato per aver ucciso un agente di polizia, del New Jersey, nel 1973.
Questa designazione implica anche che, “la vendita o la licenza per l’esportazione di articoli e servizi di difesa”, in queste nazioni sarebbe vietata. Nel caso del Venezuela, il Dipartimento di Stato accusa il governo di Nicolás Maduro di “continuare a creare un ambiente permissivo ai terroristi nella regione”, tra cui, hanno menzionato, le FARC e l’ELN.
Inoltre, Pompeo ha ricordato che lo scorso marzo hanno accusato Maduro e altri 14 “Chavistas” di “narcoterrorismo” per la loro presunta collusione con le FARC, con l’obiettivo di “inondare” gli Stati Uniti di cocaina, per più di due decenni.
In realtà, Cuba attende una risposta per l’attacco violento, diretto contro la sua ambasciata, negli Stati Uniti, avvenuto lo scorso mese.
Cuba, al contrario, è da anni impegnata a salvare vite umane in Africa (con le sue brigate di medici ed insegnanti), in America Latina, in Asia e, ultimamente, persino in Europa.
Cuba è al servizio della vita e ripudia violenza e morte, ha dichiarato Miguel Diaz Canel, sul suo profilo Twitter
Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha ribadito questo 11 maggio che l’isola è in attesa di una risposta alle sue denunce contro la violenza armata, commessa da un uomo (o gruppo di uomini) con mitragliatrici, presso l’Ambasciata della Repubblica di Cuba a Washington. “Non dimentichiamo una lunga storia di terrorismo contro i nostri diplomatici. Cuba salva vite e ripudia violenza e morte”, ha ribadito Miguel Diaz Canel.
Nelle prime ore di questo giovedì 30 aprile 2020, un individuo ha sparato con mitragliatrice contro l’edificio dell’Ambasciata della Repubblica di Cuba, negli Stati Uniti. Fortunatamente, non sono stati riportati danni al personale della missione, ma vi sono stati danni materiali all’edificio, derivanti dall’impatto dei colpi.
Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha dichiarato ore dopo che il governo cubano stava aspettando i risultati delle indagini da parte delle autorità statunitensi in merito all’aggressione armata contro l’ambasciata.
Il 4 maggio 2020, il ministro degli Esteri cubano, ha denunciato su Twitter che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e il suo segretario, Mike Pompeo, probabilmente sono complici dell’atto terroristico perpetrato contro il quartier generale diplomatico dell’isola.
Allo stesso modo, Díaz-Canel, ha recentemente espresso, sui social network, di non aver ottenuto ancora alcuna risposta o informazione da parte degli USA relativa all’aggressione contro la missione cubana a Washington.
Questo equivale a riportare indietro la storia dell’isola, quando negli anni ’90, Cuba, oltre alle criminali sanzioni unilaterali (imposte sempre dagli USA) dovette subire anche una lunga serie di attentati terroristici e dinamitardi, contro il corpo diplomatico cubano ma anche contro semplici civili.
* Socialismo Contemporaneo
mercoledì 13 maggio 2020
ARRESTATELI SUBITO!
Le ultime notizie che giungono non da asteroidi che viaggiano a mille anni luce da noi,ma dalla Lombardia,pianeta terra,vogliono fare pagare ai cittadini i test sierologici e gli eventuali tamponi ai cittadini,presso i laboratori privati ovviamente(vedi il secondo contributo :milano.corriere.it/notizie/cronaca ),davvero vivono in un altro pianeta e sono stati presi in balia degli eventi ormai da tre mesi.
Una regione peggio che in stato comatoso senza possibilità di ritorno,in tanti parlano di commissariamento(contropiano regione-lombardia-meravigliateci )ma l'arresto,il fare vedere che un minimo di giustizia in Italia è rimasto,fare pagare chi ha sbagliato fin da subito e non vuole correggere il tiro,anzi non rimpiange nulla di quello che ha fatto(vedi:madn la-regione-lombardia-comincia-far parlare gli avvocati e link allegati).
Non finisce tutto qui,leggendo il primo articolo proposto(www.linkiesta.it ospedale-fiera-milano-fontana-chiude )l'ospedale che doveva essere dei miracoli a breve chiuderà nella vergogna più totale,un'arma a salve sfoderata per mera campagna propagandistica,un buco nell'acqua colossale,una totale sconfitta della regione lombarda governata da criminali ed incapaci.
Poco più di una decina di pazienti per questo tanto decantato ospedale in fiera,mentre tutti o quasi i nosocomi regionali erano al collasso,con centinaia di morti tra i pazienti e i lavoratori,l'ennesimo spreco di denaro servito per farsi belli,cosa non riuscita e per questo i responsabili,Fontana e Gallera per primi,la devono pagare cara.
Il grande flop | Il super-ospedale in Fiera aperto il 6 aprile chiuderà tra due settimane.
di Linkiesta
Ha una capienza di 205 pazienti ma ne ha ospitati finora solo 25. Realizzato in tempi record con 21 milioni di euro, doveva essere il simbolo del rilancio della Regione nella lotta al coronavirus. Ne ha segnato il fallimento.
Un flop totale. L’ospedale allestito in corsa dalla Regione Lombardia alla Fiera di Milano potrebbe chiudere in un paio di settimane. Lo riporta il sito Fanpage.it, che intervista il professor Antonio Pesenti, primario di anestesia e rianimazione del Policlinico di Milano, nonché responsabile dell’Unità di crisi della Regione per le terapie intensive.
L’astronave – Bertolaso dixit – non è mai decollata. L’unica cosa che ha preso il volo, però, sono stati i 21 milioni di euro pagati in tutta velocità per allestire una struttura con una capienza di 205 pazienti, che però ne ha ospitati finora solo 25. Al momento sarebbero solo tre.
Inaugurato con grande solennità (e scarso rispetto delle norme di distanziamento sociale) dopo un mese di lavori, si è trasformato quasi subito, almeno per molti, nel simbolo del fallimento lombardo nella lotta al coronavirus.
Pesenti non è d’accordo: a suo avviso il nuovo ospedale era nato per essere una «scialuppa di salvataggio» e fornire letti in più per pazienti in terapia intensiva. Al 10 marzo, sottolinea, «nessuno poteva prevedere dove si sarebbe fermata l’epidemia e le previsioni erano catastrofiche. Si parlava di 140mila posti di terapia intensiva solo in Italia».
La richiesta dei medici è stata ascoltata dalla direzione sanitaria ed è partito il progetto, «come hanno fatto i cinesi, gli inglesi, gli spagnoli». Agire nell’emergenza con una nuova struttura.
Tanti restano scettici. L’ospedale, alla fine, non è servito («Per fortuna il 6 aprile, il giorno in cui la Fiera è stata consegnata, il numero dei ricoveri ha iniziato a scendere», ha aggiunto), ma il fatto stesso che sia stata concepita una struttura centrale per ospitare i pazienti – quando piuttosto serviva individuare i focolai e isolarli, anziché raggrupparli – è un segno ulteriore della confusione ai vertici della Regione.
Alla quale vanno sommati i ritardi sulla fornitura di mascherine e tamponi, i disguidi (per essere benevoli) nel coordinamento con le strutture locali e, infine, la comunicazione zoppa e disorientata.
E adesso? Con i contagi in calo e i reparti di terapia intensiva ormai sollevati dall’emergenza, si pensa anche alla completa dismissione.
Proprio così. «A breve chiuderemo le attività», cioè tra due settimane. Anche perché il governo sta lavorando a un decreto che, per prevenire altre emergenze, obbligherà le Regioni ad avere una scorta di posti in terapia intensiva.
«Se la Fiera corrisponderà ai requisiti che saranno richiesti, allora resterà in piedi». Altrimenti «verrà chiusa o smantellata, quello che c’è dentro impiegato in altri ospedali o altre attività di assistenza». Una fine ingloriosa.
Ma per i vertici della Regione è quasi una fortuna: avranno l’opportunità, insperata, di cancellare più tracce possibili della loro gestione della crisi.
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L’assistenza
Lombardia, sì ai test sierologici Covid da privati: tampone obbligatorio per i positivi, al prezzo di 62,89 euro
Non c’è un prezzo stabilito per i prelievi del sangue, mentre per il tampone il prezzo consigliato è di 62,89 euro. I contagiati segnalati all’Ats. Le regole per le aziende.
Via libera ai test del sangue proposti da privati per trovare gli anticorpi al coronavirus. Con l’obbligo di sottoporre i positivi anche al tampone (da acquistare al prezzo consigliato di 62,89 euro) e di non togliere energie alle analisi per il pubblico. La Regione detta le linee guida per l’esecuzione al di fuori del Sistema sanitario regionale dei test sierologici, utili a dire chi si è imbattuto nel Covid-19 ma non in grado, al momento, di dire chi è ancora contagioso. Le delibere tanto attese sono arrivate ieri. L’assessore alla Sanità Giulio Gallera (FI) sottolinea che «il test sierologico non ha una valenza diagnostica, ma epidemiologica, quindi abbiamo previsto che per certe comunità o gruppi, come le aziende, si possa fare uno screening» per capire come il virus si sia diffuso.
Chi lo propone dovrà occuparsi di tutto, dall’acquisizione dei test sierologici ai contatti con i laboratori per le analisi. Ed è tenuto ad acquistare preventivamente un numero di tamponi pari al 10 per cento del personale che desidera sottoporre allo screening. Anche il tampone sui positivi agli anticorpi da coronavirus sarà a carico dei privati, visto che la rete del sistema sanitario regionale ha già molto lavoro. I positivi saranno anche segnalati alle Ats per essere monitorati, così come dovrà essere comunicato l’avvio dell’indagine con tutti i dettagli (più sotto, la procedura nel dettaglio). Dato per assodato che i laboratori non potranno processare meno tamponi di quanti ne analizzano oggi, l’incremento di produttività dovrà essere destinato all’80% al pubblico e al rimanente 20% alle richieste del privato. La tariffa di riferimento per i tamponi è 62,89 euro, mentre non c’è un prezzo consigliato per il test sierologico.
Le due delibere suscitano le critiche dell’opposizione in Regione. «La Lombardia parte in ritardo e non risolve il Far West che si è già creato — dice il capodelegazione del Pd in commissione Sanità Gian Antonio Girelli —. Molte aziende hanno riaperto il 4 maggio, eppure le regole sui test arrivano solo oggi. La Regione dà il via libera ai tamponi a pagamento, quando da tempo denunciamo che se ne fanno troppo pochi e ci è stato risposto che il problema è la carenza di reagenti. Evidentemente non è così». E il consigliere Massimo De Rosa (M5s) si chiede: «Per quale motivo Regione ha atteso oltre un mese?».
Il Pirellone ridefinisce anche una delle regole per il ritorno in comunità di chi è stato in isolamento durante la fase di lockdown. Solo i casi accertati di Covid dovranno sottoporsi a doppio tampone finale. I sospetti della Fase 1 potranno uscire dopo 14 giorni senza sintomi o lontani da un caso accertato e a loro verrà proposto, su base volontaria, il test sierologico pubblico. Per tutti i pazienti sospetti della Fase 2, invece, è previsto un tampone in tempi rapidi e l’isolamento dei contatti. Anche loro verranno sottoposti a tampone se avranno sintomi o, in assenza di sintomi, a fine quarantena.
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