martedì 12 maggio 2020
TASSE ITALIANE ALL'ESTERO
Tra i più ricercati paradisi fiscali degli ultimi anni l'Olanda sembra essere quello preferito da alcune delle maggiori aziende italiane che grazie alle regole europee che liberalizzano la circolazione dei capitali,e con essi i tributi e gli oneri che ne derivano.
L'articolo di Contropiano(non-regalaremo-le-nostre-tasse-alle-imprese )parla di questa diaspora di contributi di grandi e medie aziende,anche multinazionali,che vanno in giro per l'Europa e per il mondo a dare miliardi di Euro ad altri Stati(si calcolano sei)senza versarli all'erario italiano.
Non si parla di nessuna evasione fiscale,nessuna frode,tutto è alla luce del sole ed è legale,ma queste aziende non possono chiedere quindi aiuto allo Stato italiano per sopperire alle crisi economiche che periodicamente colpiscono il malato sistema capitalistico nostrano,europeo e globale.
Amplificato in questo periodo di recessione dovuto alla pandemia,con migliaia di aziende di tutti i settori e di tutti i campi d'azione,e che offrono lavoro a milioni di persone le cui tasse sono versate in Italia e che non hanno ancora ricevuto aiuti concreti.
Come minimo dovrebbero avere precedenza sulle altre le cui sedi fiscali sono oltre i nostri confini,se proprio queste ultime non dovessero ricevere nessun aiuto,che lo chiedano dove finiscono i loro contributi,ma sarebbe un discorso anche pericoloso prevedendo già i sicuri ricatti.
Il Lussemburgo,l'Irlanda,la Svizzera e il Belgio sono le sirene legalizzate che possono ricevere tasse che non saranno mai trasformate in opere e servizi pubblici in Italia,le famiglie citate qui sotto,gli Agnelli,Berlusconi e Ferrero,danno sì lavoro a migliaia di italiani ma non contribuiscono affatto al loro sviluppo sociale,non danno un Euro per contribuire alla sanità,all'istruzione e al trasporto pubblico,non versano nulla affinché l'operaio possa usufruire di tutti quei servizi che altre nazioni ricevono gratuitamente e di buon livello.
Non regaleremo le nostre tasse alle imprese che vanno in Olanda, anche se lo vuole la UE.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
Le grandi imprese italiane e le famiglie di ricconi, dagli Agnelli ai Berlusconi ai Ferrero a tanti altri, hanno trasferito sedi fiscali e legali all’estero ed in particolare in Olanda, dove pagano molto meno.
Sì, i nostri ricconi sono andati proprio nel paese il cui governo non vuol dare soldi a italiani e spagnoli, mentre glieli ruba legalmente come paradiso fiscale.
È tutto perfettamente “in regola con i trattati UE”, che impongono la libera circolazione dei capitali e non una regola fiscale comune. Cioè programmano la concorrenza tra Stati a chi fa più regali ai ricchi.
Con la crisi economica esplosa con la pandemia diversi governi – non quello italiano – si sono posti una domanda di buon senso. Perché dare aiuti di stato ad aziende che pagano le tasse all’estero? Perché versare i soldi dello Stato a chi intasca profitti extra proprio perché non paga lo Stato?
Come ci racconta Il Fatto, i governi di Francia, Danimarca e Polonia si sono posti questo problema, ma subito la Commissione UE ha fatto sapere che negare aiuti di stato ad aziende che hanno sedi in paradisi fiscali, “violerebbe la regola della libertà di circolazione dei capitali”.
Se ci voleva un’altra dimostrazione che la UE è il governo dei ricchi e delle multinazionali, eccola.
Bisogna negare aiuti di Stato a chi paga le tasse all’estero, bisogna smascherare gli europeisti e i sovranisti, che interrompono tutti i loro proclami sulla soglia delle sedi fiscale di FCA e Mediaset.
Facciamo una campagna su questo, non diamo i nostri soldi a chi porta i suoi all’estero. E all’inferno la UE che non vuole.
lunedì 11 maggio 2020
IL TERZO MARTIRE DEL GRUP YORUM
La parola martire è sempre stata strumentalizzata a scapito di una battaglia combattuta per avere dei miglioramenti che siano diritti della persona,lavorativi,di salute oppure legata alla guerra,a persecuzioni religiose e politiche,sta di fatto che implica sempre la morte di innocenti.
In poco più di un mese tre componenti del Grup Yorum sono deceduti a causa dello sciopero della fame per protestare contro la loro carcerazione politica accusati di terrorismo dal sultano Erdogan(vedi:madn mustafa-kocak e link relativo),il bassista Ibrahim Gokçek ha seguito la sorte di Helin Bölek e Mustafa Koçak anche loro morti dopo quasi un anno di privazione del cibo.
Tutte e tre fantasmi di loro stessi,i loro corpi spariti come quelli dei detenuti dei campi di concentramento nazisti,per loro scelta e tale determinazione ha permesso di rendere la loro storia famosa in tutto il mondo.
Appena due giorni prima della morte Ibrahim aveva cessato il proprio sciopero dopo la promessa di fare suonare nuovamente il gruppo(infoaut ibrahim-goekcek-del-grup-yorum-conclude-lo-sciopero-della-fame )che ha comunque altri componenti in arresto tra cui la moglie,ma le condizioni ormai gravissime non ne hanno impedito la morte.
Nell'articolo gli scontri avvenuti ad Istanbul durante i funerali del bassista con la polizia che ha impedito il corteo sequestrando la salma e scortandola con camionette e soldati armati fino alla località della sepoltura(contropiano /la-polizia-turca-attacca-il-funerale ),un ultimo vile atto contro non solo Ibrahim e il Grup Yorum ma contro il popolo turco.
La polizia turca attacca il funerale e arresta” la salma di Ibrahim Gokçek.
di Redazione Contropiano
Dopo la morte a causa delle gravissime condizioni di salute dovute ad uno sciopero della fame durato 323 giorni, la salma del bassista del Grup Yorum, Ibrahim Gökçek, è stata trasportata giovedì dall’obitorio dell’ospedale, dove era stato ricoverato a seguito dell’interruzione della sua forma di protesta, al Cemevi (Casa di Culto Alevita) nel quartiere Gazi di Istanbul.
Per tutta la notte tra giovedì e venerdì, il corpo di Ibrahim è stato sorvegliato, grazie alla presenza di numerosi compagni e attivisti presenti davanti al Cemevi, per impedire qualsiasi attacco fascista o rapimento della salma.
Nella giornata di ieri, era prevista la cerimonia funebre, alla quale però non ha potuto partecipare Sultan Gökçek, moglie di Ibrahim, anch’ella membro del Grup Yorum e detenuta in carcere da 4 anni. Sin dalla mattina, la polizia turca ha assediato il quartiere di Gazi, impedendo l’accesso alla strada dove si trova il Cemevi.
L’intera zona circostante è stata isolata da centinaia di poliziotti, assediata da camionette e auto blindate della polizia. Uno scenario simile a quello a cui si è assistito durante il funerale di Helin Bölek, cantante del Grup Yorum.
Di fronte al clima di repressione generale, il Grup Yorum ha chiamato a partecipare politici del partito HDP, artisti e attivisti per denunciare quanto stesse accadendo e dar prova della solidarietà popolare nei confronti dei membri del gruppo, accusati di terrorismo dal regime fascista guidato dall’AKP di Erdogan.
Migliaia di poliziotti hanno circondato il quartiere dove si sarebbe dovuta svolgere la funzione funebre. Nessuno è riuscito ad entrare, neppure i giornalisti.
La polizia ha attaccato, con lanci ripetuti di lacrimogeni e proiettili di gomme, la folla accorsa per partecipare alla cerimonia per onorare il sacrificio portato avanti da Ibrahim e dagli altri membri del Grup Yorum, che si battono per la libertà d’espressione e contro le persecuzioni giudiziarie e poliziesche. Una trentina di persone, tra cui il padre di Ibrahim Gokçek, sono state arrestate dalla polizia.
«La polizia è a caccia di persone che assistono al corteo funebre nel quartiere. Stanno usando munizioni di plastica e minacciano di sparare, se le persone non lasciano il luogo dove sono radunate per celebrare il Grup Yorum» ha detto in un video-messaggio l’avvocato Aysegül Cagatay.
«Ai poliziotti assassini, che continuano ad attaccarci, diciamo che non smetteremo di resistere! Non andremo da nessuna parte finché non adempiremo alla volontà di Ibrahim!», gridano dalla folla.
Dopo aver disperso numerosi manifestanti accorsi per la cerimonia funebre, la polizia turca ha fatto irruzione nell’edificio del Cemevi, portando via il corpo del bassista Ibrahim Gokçek e procedendo all’arresto dell’avvocato Didem Baydar Ünsal e di altri membri del Grup Yorum.
In seguito a questo gesto spregevole gesto, Bahar Kurt del Grup Yorum ha annunciato in un video che si stava recando alla caserma militare Mehmetcik Vakfi con la famiglia di Ibrahim. Un enorme contingente di polizia era in attesa della famiglia. Il carro funebre con la salma è partito poi scortato da diversi veicoli della polizia, in viaggio verso Kayseri, città natale di Ibrahim.
“Ancora una volta, l’AKP non poteva sopportare che migliaia di persone si prendessero cura del corpo di un musicista rivoluzionario e tenessero il loro servizio funebre secondo le proprie tradizioni e i propri desideri. Anche in questo caso, come per Helin Bölek, la salma dell'”avversario politico” è stata sequestrata con la forza e l’illegalità per impedire ad amici e parenti di piangere insieme ed esprimere la loro protesta contro l’ingiustizia. L’AKP non riuscirà mai a usare questa illegalità per impedire alle persone di sostenere Grup Yorum e tutti coloro che rischiano la vita per la libertà e la giustizia”, scrive in un comunicato il Comitato Solidale Grup Yorum, denunciando il ricorso al braccio armato e violento della polizia da parte del governo di Erdogan.
domenica 10 maggio 2020
L'AGEVOLAZIONE PER I LUOGHI DI CULTO
La levata di scudi a difesa della libera messa in libero Stato ha portato in settimana il governo a cedere alle pressioni politiche ed ecclesiastiche decretando le celebrazioni nelle chiese a partire da lunedì 18 maggio.
Con le dovute precauzioni e disposizioni i fedeli credo ora di tutte le confessioni potranno riunirsi pregare il loro dio e i propri santi aumentando il rischio di contagio alla faccia delle raccomandazioni scientifiche,mentre altri luoghi saranno ancora chiusi per le stesse motivazioni che non valgono per i luoghi di culto.
Non v'è da parte mia nessun proibizionismo di pregare chi si vuole,ognuno è libero di credere o meno a dei o folletti ci mancherebbe,ma se esistono delle regole e purtroppo ancora restrizioni è per il bene comune e questa agevolazione(left al-via-le-celebrazioni-religiose-solita-corsia-preferenziale-per-la-chiesa )va a scapito di innumerevoli altri luoghi come cinema,teatri e stadi(per questi mi rattrista ma è lunga l'attesa,giustamente)e altro ancora,in quelle ci si può infettare,in chiesa no(vedi anche:madn la-chiesa-porte-chiuse ).
Al via le celebrazioni religiose: solita corsia preferenziale per la Chiesa.
di Left Redazione
Come purtroppo avevamo previsto – noi di Left e la Uaar – il governo ha dato priorità alle riunioni di tipo religioso mentre altri tipi di riunioni continuano a essere vietate: teatro, presentazioni di libri, incontri in centri socio culturali, cinema, lo stesso diritto all’istruzione nella scuola pubblica
«Ancora una volta la politica si mostra debole nei confronti delle richieste di corsie preferenziali che pervengono dalla Chiesa. Così il governo ha dato priorità alle riunioni di tipo religioso mentre altri tipi di riunioni continuano a essere vietate (teatro, presentazioni di libri, incontri in centri socio culturali, cinema, lo stesso diritto all’istruzione nella scuola pubblica)». Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così il protocollo firmato da Palazzo Chigi, approvato dal Parlamento, che dà il via libera alle messe coi fedeli a partire dal 18 maggio. «Di fatto – prosegue Grendene – su pressione dei vescovi, il governo ha attuato un regime speciale per le riunioni a carattere religioso, regime speciale proibito dalla sentenza n. 45/1957 della Corte costituzionale. La libertà di riunione non deve consentire privilegi per qualcuno e divieti per altri. Nemmeno se questo qualcuno si ritiene il rappresentante di Dio in terra».
La Uaar, osserva Grendene, ha una biblioteca che non può essere aperta e una sala riunioni inaccessibile: «Le nostre assemblee non si possono tenere: non è discriminazione questa? Suona poi quantomeno forte parlare di norme ferree per la ripresa delle celebrazioni religiose: le regole stabilite dal Protocollo sono in realtà spesso approssimative, un’applicazione di principi affidata a parroci o volontari. E considerato che le inadempienze religiose in fase 1 sono state già tante, le abbiamo documentate, le ha riprese la stampa, chi ci dice che in fase 2 andrà meglio? Insomma – conclude Grendene – ci stupisce che quello stesso comitato tecnico-scientifico che pochi giorni fa sosteneva che le messe presentassero “criticità ineliminabili” ora abbia dato parere favorevole al protocollo. Che fine hanno fatto quelle criticità? Sparite per intervento divino?».
sabato 9 maggio 2020
MILANO NON SI FERMA,MILANO RESTATE A CASA,MILANO SI RIPARTE,MILANO SI RIFERMA?
Com'è vero che in un batter d'occhio in politica si fa presto a cambiare idea e prendere decisioni che sono il contrario di quelle prese il giorno prima,le scuse e le ammissioni di colpa se ci sono le si dicono a bassa voce,mentre i proclami si sbandierano ai quattro venti.
Ce li ricordiamo il sindaco Sala e il segretario Pd Zingaretti volato in fretta e furia da Roma a fine febbraio a fare gli aperitivi a Milano(poi l'attuale Presidente della Regione Lazio si ammalò subito dopo di Covid-19),la città che non si ferma,o Gori a Bergamo della città che corre(vedi:madn spunta-fuori-un-nuovo-untorelultra ),mentre ora tutto il contrario,a Bergamo dopo centinaia di morti e Milano che era la roccaforte capitale della Lombardia che delegava alle province circostanti il lazzaretto regionale per non farsi infettare.
Le immagini ritrite dei navigli che sembrano essere piene di gente con focali che chi s'intende un poco di fotografia,nemmeno tanto,sanno che l'effetto schiacciato è illusorio,hanno dato adito a sparlare di qualche decina comunque di rincoglioniti come principali nuovi untori senza nemmeno accusare apertamente la gestione regionale da cani che ha provocato la metà delle morti in Italia dovute al coronavirus.
L'articolo di Contropiano(milano-gli-spensierati-complici-dello-sceriffo-sala )parla di questa presa d'autorità di Sala che minaccia nuove restrizioni per via di quattro gatti mentre non vede,o meglio finge di non accorgersene,che il male è lì a poca distanza,basta guardare verso il Pirellone, parafrasando l'ormai troppo citato e stufo saggio che indica la luna e lo stolto che guarda il dito.
Milano. Gli spensierati complici dello sceriffo Sala.
di Nico Vox
Ma se negli States, comportamenti definibili demenziali quali quelli di partecipare a party, denominati per i tempi che corrono “Covid-19”, rischiano di rappresentare una coazione a ripetere e di per se pericolosi nella sua diffusione, come chiamarli quelli che nella Milano delle movide sui Navigli, in un sol giorno, han visto una loro riedizione?
Stupidi ed incoscienti? Oppure insofferenti a 2 mesi di clausura forzata? In entrambe le domande, le risposte più semplici ma nel contempo più naturali, identificano questi atteggiamenti, esplosi all’improvviso, come iper-soggettivistici, noncuranti di preoccupazioni che, al contrario, invece pervadono e preoccupano migliaia di lavoratori, costretti da lunedì 4 maggio, al rientro nei luoghi di lavoro.
E chi se ne è avvantaggiato è stato il prode sindaco di Milano, Sala, al quale non è sembrato vero il poter ripetere con altre parole, ma non con altri intenti, la “Milano non si ferma” con “Milano deve riprendere a lavorare”, ma non a divertirsi.
E i nostri baldi frequentatori dei Navigli questa volta gli hanno dato una mano, visto che non solo l’ex capo di Expo 2015 li ha sgridati come si fa ad uno scolaretto che ha appena compiuto una marachella, ma ha addirittura sottolineato con voce perentoria, che le sue dichiarazioni sono li ad essere come un vero e proprio ultimatum.
Chi dovremo ringraziare se e quando la scure della repressione, quella che si è materializzata a Milano il 25 Aprile, diventerà ordinaria amministrazione nel tentativo di “contenere” nuove e vecchie forme di protesta civile, come potrebbero essere i flash mob o molto più semplicemente lo stare in piazza o nelle strade con le giuste precauzioni di salvaguardia dal possibile contagio, mantenendo le distanze consentite dal decreto di marzo e che potrebbero subire antichi comportamenti delle “forze dell’ordine” così pesanti e massivi come avvenuto in via Padova, proprio in occasione della Festa della Liberazione?
Detto questo, non resta che sottolineare la gravità “dell’avvertimento” di Sala, il quale, giunto a questo punto, ricorda da vicino le puntuali esternazioni da sceriffo dell’omologo di Fontana, nel ruolo istituzionale, De Luca, presidente a sua volta, della Giunta Campana, sempre attento a rievocare, anche con l’innata vocazione vocale e posturale, un “condottiero” di quel tempo che fu.
venerdì 8 maggio 2020
75 ANNI FA IL TRIONFO SUL MALE IN EUROPA
Con la resa tedesca settantacinque anni fa ci fu la fine della seconda guerra mondiale in Europa,che continuò sul fronte asiatico fino al due settembre del 1945,il conflitto che più segnò la storia dell'umanità e che decretò la parola fine al Male assoluto del nazifascismo.
Ma come la lava che scorre sotto la crosta terrestre quell'odio intriso di menzogne è pronto a riesplodere e questo periodo è caratterizzato da continue piccoli terremoti,dei sentori che potrebbero far capire che tutto possa ritornare con la sua dose di tragicità e stupidità.
L'articolo di Contropiano(75-anni-fa-finiva-la-guerra-in-europa )celebra questa data importante della capitolazione della Germania nazista sconfitta dall'Unione Sovietica,dagli Alleati e da tutte le Resistenze delle nazioni occupate e tiranneggiate dai nazisti.
Si parla delle atrocità,dei milioni di morti e della consapevolezza che niente sarebbe stato come prima dell'inizio dei quella guerra,che ha lasciato nelle memorie,nella storie e nei confini un segno indelebile di morte e di una stentata rinascita,sempre così fragile e così minacciata da altri folli che si sono alternati nelle generazioni successive.
Perché c'è sempre chi ammira le ignoranti idee del nazifascismo e per fortuna che crede ancora che questo sia il Male assoluto,esulando dal significato religioso del termine,e c'è ancora chi tuttavia fa del comunismo che ebbe la fetta principale del merito della vittoria come un altro male assoluto,con delle decisioni prese a livello europeo semplicemente vergognose ed altrettanto becere(vedi:madn la-mozione-anticomunista-del-parlamento.europeo ).
75 anni fa finiva la guerra in Europa.
di Franco Astengo
L’ 8 maggio 1945 un emissario tedesco, il generale Jodl, firmava a Reims, presso il quartier generale alleato, la resa della Germania.
Il giorno successivo, analogo documento veniva firmato a Berlino, in presenza del maresciallo Zukov.
Finiva così la guerra in Europa: il clima era quello della speranza che chiudeva un’immensa catastrofe.
I responsabili della guerra venivano sommariamente sentenziati, o imprigionati e avviati verso processi come quello di Norimberga.
Si scoprivano le atrocità compiute, specialmente dopo il 1942, nei campi di concentramento nazisti.
Le vie della Germania verso gli altri paesi d’Europa erano percorse da colonne di profughi che tornavano alle loro dimore o, come i Tedeschi il cui territorio era stato ceduto alla Polonia, cercavano una nuova patria. Erano percorse anche da reduci laceri, affamati, stremati che, con i più diversi mezzi di fortuna, percorrendo strade che la guerra aveva distrutto, cercavano di ritornare nelle loro case.
L’Europa, quella parte d’Europa dove la guerra era stata combattuta, dove le frontiere avevano segnato i momenti di battaglia, guardava alla pace misurando l’immensità del compito della ricostruzione ma percorsa dall’emozione che la parola pace portava con sé.
Nessuna guerra aveva provocato nella storia conseguenze più vaste e profonde della Seconda guerra mondiale.
Esse non furono subito tutte visibili e anzi furono necessari alcuni anni perché si manifestassero appieno, tuttavia in questo caso non è esagerato affermare che nulla dopo il 1945 poteva tornare a essere quel che era stato nel 1939.
Sebbene questa sia soltanto la sede di una modestissima rievocazione storica è necessario, in primo luogo, pensare ancora all’aspetto umano di quella situazione.
Gli effetti materiali e morali della guerra furono enormi: il numero sconvolgente delle vittime, la distruzione di centinaia di città, la devastazione di fabbriche e campagne, la scoperta dei campi di sterminio.
Nessuno avrebbe mai più cancellare dalla propria mente l’idea che l’uomo occidentale, l’uomo che aveva saputo creare la società più raffinata, colta e opulenta della storia, fosse stato capace di scendere negli abissi del male, per trovarvi argomenti che dessero una motivazione, se non una spiegazione ragionevole di ciò che era stato compiuto.
Ancor oggi è impossibile dire con certezza quante siano state le vittime della guerra, al di là delle statistiche ufficiali.
Durante la seconda guerra mondiale si ebbero quasi 40 milioni di morti in combattimento, più del doppio delle vittime della prima guerra.
Ha ancora senso, oggi a 75 anni di distanza, soffermarsi nel trascrivere questi dati? Il dubbio può essere legittimo, ma per rispondervi è necessario sviluppare due considerazioni:
1) Quando i rapporti tra le nazioni producono una carneficina senza precedenti, ciò significa che le regole di convivenza sono così stravolte da rendere inevitabile un trauma. Crebbe allora in Europa una forza che divenne sempre più cieca, poggiando sul senso della paura rispetto a un futuro nel quale gli europei non sarebbero più stati dominatori. Gli Europei si erano lasciati avviluppare dalla paura del comunismo e della loro decadenza dal potere mondiale; finirono così con il subire l’egemonia dell’unica potenza che non aveva ancora esaurito la sua capacità di dominio;
2) La Seconda guerra mondiale scavò trincee di odio così profonde da far pensare che nessuno sarebbe mai stato capace di colmarle; lasciò dietro di sé l’eredità di un’esperienza così pesante e così penosa da imprimere nella mente dei sopravvissuti il desiderio di non vedere più il ripetersi di conflitti così vasti, che le armi nucleari avrebbero reso autodistruttivi.
Oggi come allora, in un momento così pericolosamente tragico per le sorti dell’umanità e di fronte al riaccendersi della possibilità di conflitti che potrebbero determinarsi nuovamente a livello globale, non possiamo che tornare al pensiero dominante in quel 1945: nessuno allora poteva più pensare alla guerra come a un momento di rigenerazione tra i popoli, o di irrobustimento della coscienza civica e nazionale.
In questo senso appare completamente sbagliata l’idea che un Paese possa ergersi a “gendarme del mondo” e proporsi di esportare “la democrazia” sulla punta della baionette.
Le conseguenze di ciò sono ancora sotto gli occhi di tutti.
Il ricordo dell’8 maggio 1945 deve ancora una volta coincidere con l’affermazione di un preciso pensiero: la Guerra è il sinonimo del Male. Senza alcuna giustificazione.
giovedì 7 maggio 2020
INDECENTE LA PROPOSTA DELLA MINISTRA BELLANOVA
Come mai si può essere contro una proposta di Teresa Bellanova,la Ministra dell'agricoltura,oggi per estensione delle politiche agricole alimentari e forestali,che a detta di molti anche di sinistra è un metodo per danneggiare la mafia e avere maggiori entrate per lo Stato,avere più sicurezza,legalità e più salute?
Perché vi sta solo l'economia alla base della proposta di regolarizzare a tempo decine di migliaia di immigrati irregolari,non vi è nulla di concreto sulla loro retribuzione e sui diritti dei lavoratori e sul loro benessere,continuerebbero a vivere in baraccopoli in situazioni pietose e pericolose.
Perché sarebbe come un tornare alla normalità del prima pandemia,una condizione di cose improponibile poiché il prima era già peggio,alle istituzioni fa comodo e soprattutto alle aziende agricole che tanto piangono la carenza attuale di manodopera avere gente che paghi con una manciata di Euro al giorno per il loro sacrificio.
Ovvio che il centrodestra abbia manipolato la propria contrarietà alla proposta su questa sanatoria,a loro certamente non sta a cuore la salute e la dignità di questi disperati,che non sono solamente immigrati irregolari ma anche soprattutto persone provenienti dall'est Europa bloccati alle frontiere a anche italiani.
Perché la solfa che gli stranieri ci rubano il lavoro è ritrita,la verità è che con condizioni lavorative adeguate con i pieni diritti di altre categorie di lavoratori e tutte le certezze di contributi pensionistici e di malattia e ferie e adeguati stipendi molti italiani lavorerebbero nei campi per la raccolta dei prodotti della terra,lo si è sempre fatto,i nostri nonni lo facevano e lo trovo un mestiere con elevata dignità pur se faticoso.
L'articolo di Left(ma-gli-stranieri-non-ci-avevano-rubato-il-lavoro )pone queste domande e non sta nel coro dei rappresentanti del governo che non rappresentano minimamente in toto la sinistra e gli applausi a questa idea di una schiavitù regolarizzata.
I caporali e la lotta al caporalato e le morti di cui abbiamo il modo di sapere di persone ammazzate di lavoro(madn la-morte-corre-sui-campi )possono essere spazzati via in poche settimane se davvero lo Stato lo vorrebbe,ma per i motivi di cui sopra fa comodo avere schiavi sottopagati che non protestano e che si fanno andare bene quel poco che viene loro elemosinato,e questo non è per certo prerogativa solamente del sud dell'Italia,in tutto il territorio nazionale esistono gli sfruttatori di manodopera,di questo non illudiamoci.
Ma gli stranieri non ci avevano rubato il lavoro?
di Leonardo Filippi
Seguendo la sola logica inumana del mercato, e non per una questione di civiltà, il governo apre a una sanatoria ad hoc: per lo stretto numero necessario e a tempo. Servono in fretta 300mila persone da mandare nei campi per evitare che si brucino i profitti dell’industria agroalimentare
«Oggi il primo problema che abbiamo in agricoltura è quello di reperire la manodopera. Ci mancano, come sostengono tutte le associazioni agricole, tra i 270mila e i 350mila lavoratori e lavoratrici per le prossime campagne di raccolta. Non possiamo permettere che un litro di latte o un chilo di frutta o di ortaggi vengano distrutti perché non abbiamo trovato le persone che si fanno carico della raccolta di questi prodotti. Se non siamo in grado di reperirle dobbiamo dare l’opportunità di lavorare in modo regolare, e non attraverso lo schiavismo dei caporali, anche ai cittadini immigrati che sono bloccati nei ghetti e che negli anni passati hanno lavorato in agricoltura in nero».
La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, incalzata da Roberto Vicaretti nella trasmissione Studio24 su RaiNews, è stata chiara. Il suo settore ha un grave problema. Mancano braccia disposte a raccogliere fragole, pomodori e prodotti di stagione. E presto i reparti frutta e verdura di supermercati ed alimentari potrebbero restare sguarniti. Per questo motivo si è riaperta in Italia la possibilità di una sanatoria, per regolarizzare i migranti senza documenti presenti nel Paese e disposti a lavorare in campagna. Una proposta per alcuni aspetti senza dubbio positiva, con cui si riconosce finalmente l’esistenza di decine di migliaia di “invisibili” impegnati in agricoltura, che spesso vivono e lavorano in condizioni indicibili. Ma il modo in cui il governo sembra intenzionato a procedere risponde principalmente ad esigenze economiche, mentre il benessere e i diritti del lavoratore finiscono in secondo piano. Senza considerare, inoltre, che restano del tutto aperte le criticità relative alle condizioni igienico-sanitarie a cui sarebbero esposti coloro che andrebbero a lavorare nei campi, ai loro alloggi, ai trasporti, alle loro tutele contrattuali. Temi rispetto ai quali perdura un consueto e preoccupante silenzio.
Ma, per analizzare il problema e le sue possibili soluzioni, partiamo dall’inizio. La penuria di braccianti si è manifestata principalmente per due motivi. Il primo è il blocco delle frontiere, che ha impedito l’accesso in Italia a decine di migliaia di lavoratori stagionali, provenienti perlopiù dall’Est Europa, Bulgaria e Romania in primis. Il secondo è la difficoltà per i lavoratori sans papier che abitano i vari ghetti del Sud (e non solo) di spostarsi e recarsi nei campi, con l’intensificarsi dei controlli di polizia durante il lockdown. Anche coloro che hanno i documenti in regola, in assenza di un contratto non possono muoversi con l’autocertificazione. Mentre i caporali, per paura, hanno fermato i furgoni. A Terracina, solo per fare un esempio, il 19 marzo la polizia ne ha fermati tre che viaggiavano stipati di braccianti: 25 lavoratori di origine bengalese e due italiani che li accompagnavano sono stati denunciati per il mancato rispetto delle disposizioni anti-contagio.
Così, le campagne italiane sono rimaste senza forza-lavoro. Una circostanza che, se consideriamo la disoccupazione al 9,7% di febbraio certificata dall’Istat, sconfessa in un colpo solo due dei luoghi comuni più amati dai fascioleghisti: “Gli stranieri ci rubano il lavoro” (poiché la loro assenza non è stata affatto rimpiazzata agilmente da braccia italiche) e “l’immigrazione irregolare spinge verso il basso tutele e salari” (visto che, anche con la temporanea assenza di un presunto dumping salariale, non si è registrato alcun balzo in avanti di retribuzioni e garanzie per i lavoratori agricoli).
Ora, per assicurare le raccolte in campagna, il governo sta lavorando ad una sanatoria. L’ultima si era avuta nel 2012, col governo Monti, ed era dedicata a colf e badanti. Nelle bozze di decreto che sono circolate negli ultimi giorni si spiega che «al fine di sopperire alla carenza di lavoratori nei settori di agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura», i datori di lavoro che intendano mettere sotto contratto di lavoro subordinato a tempo determinato «cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in condizioni di irregolarità» possono presentare istanza allo sportello unico per l’immigrazione. Il contratto «non superiore a un anno» genera, dopo una serie di verifiche burocratiche, un permesso di soggiorno, che «può essere rinnovato in caso di nuova opportunità di lavoro offerta dallo stesso o da altro datore di lavoro, fino alla scadenza del nuovo rapporto di lavoro». La misura dovrebbe coinvolgere circa 200 mila migranti. (La ministra Bellanova ha successivamente parlato di «un permesso di soggiorno temporaneo per sei mesi, rinnovabile per altri sei», a cui potrebbero accedere 600mila lavoratori, ma ha anche aggiunto di non «essere in grado di dirlo con certezza», ndr)
«Ciò che serve è una sanatoria per tutti gli stranieri privi di documenti, non solo in agricoltura, e deve essere svincolata dalla necessità di un rapporto di lavoro già esistente. Affidare la richiesta di regolarizzazione al datore di lavoro, come vorrebbe fare il governo, innesta una dinamica di possibile ricatto rispetto alle condizioni lavorative. Senza poi considerare che è difficile, in queste condizioni, un incontro immediato tra domanda ed offerta di lavoro», spiega a Left Sergio Bontempelli, operatore legale ed esperto di questioni legate allo status giuridico dei cittadini, che con l’Associazione Diritti e frontiere (Adif) ha curato una proposta di riforma fondata sulla regolarizzazione di chi è qui senza documenti tramite il rilascio di un permesso di soggiorno per “attesa occupazione”, sull’abrogazione dei decreti Salvini e sulla reintroduzione della protezione umanitaria. La proposta è stata tradotta pure in un testo di legge.
Anche l’Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) ha curato una controproposta simile, che ha raccolto centinaia di adesioni. «Se vogliamo sottrarre le persone prive di documenti al ricatto dei datori di lavoro dobbiamo concedere loro un permesso di ricerca lavoro di almeno un anno – ci dice Nazzarena Zorzella, avvocata e socia Asgi – durante il quale sia possibile trovare un’occupazione. Il nostro obiettivo principale deve essere quello di far emergere le persone da una condizione di invisibilità giuridica. Occorre riconoscere il diritto all’esistenza di uomini e donne che vivono già qui, in Italia, e bisogna farlo a prescindere dal settore in cui sono occupati. Ciò consentirebbe anche una più adeguata tutela della salute collettiva». Un’altra ipotesi è poi quella proposta da Emilio Santoro, docente universitario a Firenze e presidente del centro “L’Altro Diritto”. Egli suggerisce di utilizzare il decreto flussi, cioè il provvedimento con cui ogni anno il governo stabilisce il numero massimo di lavoratori stranieri autorizzati ad entrare in Italia. «Il decreto flussi anche in passato è stato usato per assumere chi già si trovava nel nostro Paese», spiega a Left il docente, «oggi la legge prevede che il visto di ingresso sia rilasciato nel Paese di origine del lavoratore, ma con la pandemia in corso e l’impossibilità di viaggiare si potrebbe prevedere di rilasciare direttamente il permesso di soggiorno in Italia a chi rientra nella quota prefissata. Prevedendo una quota sufficientemente ampia si potrebbero mettere in regola molti lavoratori stranieri, con una piccola modifica alla normativa vigente».
Regolarizzazione a parte, infine, restano inascoltate le richieste dei lavoratori agricoli circa la possibilità di trovare agilmente un impiego e di recarsi nei campi e trovare un alloggio in sicurezza. «L’articolo 8 della legge 199 (anticaporalato, ndr) istituisce le “sezioni territoriali” che hanno il compito di attuare il collocamento, il trasporto e l’accoglienza. Come mai non ci sono ancora in tutta Italia? – ha dichiarato Giovanni Mininni, segretario generale Flai, in un intervento sul Manifesto -. Quelle operative si contano sulle dita di due mani. Perché nel nostro Paese si consente il lusso di non applicare una legge se questa non piace ad alcune Istituzioni e ad una parte del mondo agricolo? Dov’è lo Stato?».
mercoledì 6 maggio 2020
TRUMP DA' LA COLPA A TUTTI PER MASCHERARE LA PROPRIA INCAPACITA'
Nonostante questo periodo dovrebbe essere di solidarietà e di condivisione dei problemi legati alla pandemia e di quelli che ne derivano,ci sono gli Stati Uniti,gli autoproclamati padroni del mondo,che sotto l'egida di Trump attaccano a tutto spiano quasi tutte le nazioni con motivazioni che non trovano supporto in dati scientifici,economici e sociali.
Abituati a fare questo da decine di anni ora lo spostamento delle colpe verso la Cina,manco farlo apposta il principale antagonista commerciale globale,per la creazione e la diffusione del Covid-19,è il tormentone del suo presidente e della sua cerchia di pappagalli(il segretario di Stato Pompeo il primo)che individuano in un laboratorio di Wuhan la causa di tutto questo,errore umano o scelta deliberata è ancora da chiarire(vedi il primo articolo:contropiano gli-stati-uniti-cercano-lescalation-contro-la-cina ).
Perché Trump ha le prove di quel che afferma ma non può divulgarle,il deja vu verso le prove fasulle create da Blair e Bush delle armi chimiche contro Saddam che distrusse l'Iraq è limpido(madn blair-bliar )così come l'incapacità e l'imbarazzo del governante statunitense.
Le elezioni di novembre si avvicinano e Trump si gioca molto su questa gestione della pandemia,e se le sue bugie attecchiranno nella mente degli americani qualsiasi cifra dei morti e dei contagiati verrà alleggerita perché la colpa principale del tracollo sanitario ed economico non sarà direttamente sua.
Nonostante gli scienziati e l'esperto Fauci del team anti coronavirus,che potrebbe avere le ore contate con la creazione di una task force alternativa per via delle sue dichiarazioni che assieme a quelle del mondo scientifico parlano di un virus nato in modo naturale e non creato in laboratorio.
Per non parlare del grande problema degli infetti e delle vittime in Usa si è tornati a parlare a ruota ancora della Corea del Nord(vedi:madn a-proposito-di-fake-news ),della Russia,del virtuoso Venezuela(vedi secondo contributo:contropiano onu-il-venezuela-esempio-da-replicare )che con la sua sanità pubblica sta contenendo con ottimi risultati il contagio a scapito di altri paesi sudamericani(Brasile in testa)e di altri paesi che sono un peso per il controllo totale del mondo da parte statunitense.
Gli Stati Uniti cercano l’escalation contro la Cina.
di Sergio Cararo
La guerra commerciale tra Stati Uniti sta rapidamente diventando una guerra sul piano politico.
Lo confermano l’escalation di accuse da parte del Segretario di Stato statunitense, Pompeo, sul fatto che il Coronavirus sia nato in un laboratorio cinese, accuse che hanno visto la dura replica della Cina affidata alle pagine del Quotidiano del Popolo, che così ha commentato le dichiarazioni di Pompeo: “Non importa quante volte una bugia venga ripetuta o quanto accuratamente venga fabbricata. Resta ciò che è”.
Ma forse i cinesi sottovalutano i danni della dottrina comunicativa del nazista Goebbels, secondo cui una bugia ripetuta continuamente ha serie probabilità di essere scambiata con la verità.
Il dato sicuramente più inquietante è che quella che si va delineando tra Stati Uniti e Cina è ormai una guerra politica, uno stadio superiore di quella dei dazi iniziata prima della pandemia e della crisi globale in cui siamo immersi. Una guerra politica è uno stadio posto a metà tra quella economica e quella militare vera e propria.
A dare un’idea di questo salto di qualità è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, il quale ha chiesto agli stati membri dell’alleanza atlantica di «proteggere i propri giganti economici dalle acquisizioni dei cinesi».
In secondo luogo va registrata l’attivazione di tutti gli apparati di sicurezza sia degli Stati Uniti che dei Five (Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda), i cinque paesi anglossassoni integrati tra loro da una alleanza storica e strategica che da sempre esula anche dalla Nato. Che però sembrano aver smentito di aver “prove” di manipolazione del virus…
Dal 27 marzo la US Defense intelligence agency, il servizio di spionaggio agli ordini del Pentagono, ha comunque cominciato a diffondere l’ipotesi di “incidente e grave negligenza” da parte della Cina. Eppure anche oggi il consulente capo della Casa Bianca per l’emergenza Covid, Anthony Fauci, in un’intervista a National Geographic è tornato a smentire le fantasiose – e pericolose – tesi dell’amministrazione presidenziale degli Stati Uniti. Rischiando, a quanto pare, l’ormai prossimo “licenziamento” insieme a tutta la task force anti-covid…
Ma nonostante smentite ripetute ed autorevoli, il 30 aprile scorso Trump aveva annunciato: «di avere le prove, ma di non poterle dire in pubblico».
Non v’è dubbio che all’innalzamento dei toni contribuisca la campagna elettorale americana; la rielezione o meno di Trump, a novembre, si gioca anche, o forse soprattutto, sull’efficacia della sua amministrazione sull’emergenza Covid-19, una crisi aggravata dal bilancio di morti che secondo alcune stime non sarà inferiore ai 100mila morti, dal boom della disoccupazione di massa negli Stati Uniti.
Alla Casa Bianca si stanno esaminando tutte le opzioni per far scattare vere e proprie rappresaglie economico-finanziarie contro la Cina, azioni che, se avranno seguito, potrebbero innescare una nuova crisi tra le due potenze, dalle conseguenze imprevedibili.
Trump e alcuni suoi collaboratori avrebbero discusso l’imposizione di sanzioni per un valore di mille miliardi di dollari sulle future importazioni cinesi per rifarsi delle devastazioni del coronavirus. Mentre il senatore repubblicano Marsha Blackburn ha ipotizzato addirittura di eliminare i pagamenti di interessi sui titoli del Tesoro statunitense in mano alla Cina.
Su questi scenari si ripropone un conflitto interno all’amministrazione Trump dove oggi pare prevalere la componente della “sicurezza nazionale”, dominata da falchi come il Segretario di Stato Pompeo e dagli esponenti del National Security Council, mentre appare in difficoltà la corrente dei consiglieri economici più disposta alla cautela.
E’ sempre utile rammentare che la Cina è il primo detentore estero di titoli del Tesoro statunitensi, ne possiede quasi 1.100 miliardi, pari al 17% del debito Usa in mano a soggetti stranieri. A marzo molti possessori di titoli Usa hanno cominciato a liberarsene ed è dovuta intervenire la Fed con acquisti massicci (quasi 700 miliardi) per evitare che i tassi schizzassero verso l’alto.
Insomma sia la guerra politica che quella economica degli Stati Uniti contro la Cina non sarebbero certo a costo zero. Non lo era prima della pandemia, figuriamoci adesso, ben dentro l’attuale crisi globale che sta cambiando il mondo in cui abbiamo vissuto.
E, per ora, non vogliamo azzardarci in previsioni sulle conseguenze di uno scivolamento verso una eventuale guerra militare.
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ONU: “il Venezuela esempio da replicare di contenimento della pandemia”.
di Thierry Deronne (Venezuela infos)
Il coordinamento del Sistema delle Nazioni Unite (ONU), presente in Venezuela, ha chiesto al governo di Nicolas Maduro l’autorizzazione per studiare la sua strategia di contenimento della pandemia di Covid-19.
“Gli esperti utilizzano l’espressione ‘strategia di soppressione’, come viene chiamata a livello epidemiologico, e chiedono l’autorizzazione per studiare questo modello per poterlo replicare in altri Paesi”, ha detto la vice-presidentessa della Repubblica Bolivariana, Delcy Rodriguez, al termine di una riunione del gruppo di lavoro permanente con gli esperti dell’ONU al Palazzo Presidenziale.
Delcy Rodriguez ha precisato che i funzionari dell’organizzazione internazionale hanno valutato il modello e il percorso epidemiologico che ha consentito al paese di registrare un appiattimento della curva di propagazione, dalle varie misure applicate sin dall’inizio fino all’appropriato allentamento della quarantena.
La vice-presidentessa ha spiegato che l’Organizzazione Panamericana della Salute ha accesso permanente ai risultati delle diagnosi e ha informato l’ONU della seconda fase di screening di massa che il Venezuela realizzerà nei prossimi giorni.
“L’estensione di massa dei test molecolari è destinata ad aumentare: ricordiamo che il metodo di sanità pubblica popolare istituito con l’aiuto di Cuba (“Barrio Adentro”) ci permette di andare casa per casa, di individuare e fermare la diffusione del virus alle sue radici”.
Un aneddoto significativo: alcuni medici di quartieri benestanti di Caracas (roccaforti dell’opposizione di destra) si sono rifiutati di effettuare i test per paura di essere infettati, chiedendo ai medici cubani di farlo, cioè a medici che hanno sempre stigmatizzato come “concorrenza sleale” alla loro medicina basata su una logica privatistica e di profitto.
Il presidente Maduro, dal canto suo, ha elogiato la capacità dei quartieri popolari, dove vive la maggioranza sociale, di dimostrare la disciplina, la pazienza e l’unità che hanno permesso di rafforzare il contenimento diffuso e lo screening di massa. “Abbiamo fatto grandi progressi, ma non abbiamo ancora completato la prima fase di test. Stiamo pianificando la seconda fase in dettaglio”.
Dall’inizio della pandemia fino al 1° maggio 2020, e nonostante il rafforzamento delle sanzioni statunitensi che impediscono al governo di acquistare tutte le attrezzature mediche necessarie, il Venezuela ha limitato il numero di morti a 10 (un tasso di 0,3 per milione di abitanti) e il numero di persone infette a 335 (con un tasso di guarigione del 43% tra questi pazienti, che vengono immediatamente trattati gratuitamente). Per consultare i dati di Covid-19 in Venezuela e nel mondo, l’OMS ha messo online una mappa in tempo reale.
Nicolás Maduro ha stimato che se non fossero state adottate per tempo misure di contenimento collettivo, il numero di casi di infezione sarebbe ora superiore a 213.000. Ha ricordato i tre possibili scenari secondo gli esperti: 1) mantenere il contenimento: un secondo focolaio potrebbe verificarsi, ma rimanere sotto controllo; 2) allentamento troppo rapido del confinamento: un secondo focolaio sarebbe peggiore del primo; 3) rimozione totale del contenimento: una seconda epidemia sarebbe peggiore di quella registrata finora in termini di numero di casi e di decessi e sarebbe incontrollabile fino all’anno prossimo.
Il presidente bolivariano ha detto che il Paese ha più di 27.000 letti d’ospedale e 4.500 letti in unità di terapia intensiva, con una capacità sufficiente per trattare i casi di Covid-19 una volta che sono stati rilevati attraverso lo screening massiccio e personalizzato da parte di squadre mediche durante le visite a domicilio (un modello, quello venezuelano, interamente oscurato dai media mainstream).
Mentre il virus esplode e la fame minaccia molti regimi neoliberisti in America Latina, un altro rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Sicurezza alimentare durante la pandemia di Covid-19”, preparato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), loda anche la politica del governo bolivariano.
Nel capitolo “Perturbazioni nella distribuzione e nel commercio alimentare”, l’esempio del Venezuela viene elogiato perché: “la Soprintendenza alla gestione agroalimentare ha progettato un piano di emergenza per garantire il funzionamento dell’intero sistema agroalimentare durante il periodo di contenimento (…) sono state attuate una serie di azioni per mantenere gli indici di fornitura dei 12 alimenti prioritari che fanno parte del paniere di base, garantendo l’esistenza della catena di distribuzione e del commercio”.
Infine, Juan Pablo Bohoslavsky, esperto indipendente delle Nazioni Unite, ha chiesto l’urgente abolizione di tutte le misure coercitive unilaterali (adottate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea) contro il Venezuela, ricordando che queste misure, che ostacolano la lotta contro il Covid-19, possono essere considerate come una violazione dei diritti umani, oltre alla necessaria lotta globale contro Covid-19.
martedì 5 maggio 2020
LA REGIONE LOMBARDIA COMINCIA A FAR PARLARE GLI AVVOCATI
Non è il primo e nemmeno l'ultimo post riguardante il massacro lombardo all'interno di un paese che è tra i principali tra i colpiti dal coronavirus,forse a livello europeo verremo superati in queste ore dalla Gran Bretagna in questo triste primato.
L'unanime condanna dei medici della Lombardia hanno fin da subito espresso le loro forti perplessità sfociate in vere e proprie accuse verso la dirigenza regionale(vedi:madn fontana-rifarebbe-tuttosalvini orgoglioso del governo lombardo e link relativi)dove il motto"prevenire è meglio che curare"è stato disatteso ed è frutto di una gestione locale della sanità da sciacalli,peggio ancora di quella nazionale con investimenti pressoché in gran quantità solamente per i privati,lasciando quella pubblica con le pezze al culo.
Il primo articolo(contropiano il-massacro-in-lombardia-colpa-dei-medici-dice-la-lega )parla proprio di questo e del governo regionale che mette le mani avanti e fa parlare gli avvocati:ci sono già indagini in corso soprattutto per le rsa ma guai in vista anche verso le Ast,quella di Bergamo è la prima sotto accusa,mentre Fontana,Gallera & co. ribadiscono la piena fiducia e supporto al"modello Lombardia"puntando il dito contro i medici.
Il secondo articolo invece è della metà dello scorso mese(cremaonline Un contagio ogni 40Gallera,dove sbagliamo )parla della provincia di Cremona che ha il tasso di contagiati rispetto alla popolazione più alto d'Italia(stando al 14 aprile)con interrogativi posti proprio all'assessore Gallera in un territorio tra i più devastati assieme a Bergamo,Brescia,Lodi e l'emiliana Piacenza.
Il massacro in Lombardia? Colpa dei medici (dice la Lega…).
di Redazione Contropiano - Annalisa Cretella *
Ci deve pur essere un motivo che spieghi perché i medici lombardi siano così severi con la Regione Lombardia (ossia con la Lega e in generale la destra che la dirige da quasi 30 anni). E probabilmente l’altissimo prezzo – in salute e vite spezzate – pagato dai medici di quella regione, e ancor più dalla popolazione, ha un suo discreto peso.
Anche perché, sul piano scientifico e organizzativo, nessuno più dei medici lombardi conosce davvero gli abissi di luridume ben nascosti sotto gli specchietti per le allodole sulle “eccellenze” della sanità regionale. Che è il risultato di una strategia di privatizzazione di lungo periodo, in cui è stata privilegiata l’ospedalizzazione rispetto alla prevenzione, sulla base di un ragionamento economicamente banale e sanitariamente devastante: la prevenzione costa, l’ospedalizzazione rende.
Avete presente l’antico proverbio “prevenire è meglio che curare”? L’esatto opposto…
A quel punto bastava – com’è stato fatto – dirottare sempre più risorse verso gli ospedali privati, creando “concorrenza” fasulla con quelli pubblici, nel mentre si smantellava la rete dei medici di base (gli unici che si possano accorgere che qualcosa non va a livello territoriale prima che esploda un problema irrisolvibile).
Il coronavirus si è incaricato di dimostrare che questa era una follia e che quella classe dirigente – amministratori servili e imprenditori avidi – è responsabile della strage verificatasi nella regione con più morti e contagiati al mondo. Quanto basta per definirla, sinteticamente, criminale. Senza nemmeno ricordare i salti mortali fatti per evitare che fossero dichiarate “zona rossa” la Val Seriana e altre aree ristrette.
I medici di base si erano espressi in modo molto chiaro, già quasi due mesi fa, denunciando la “caporetto” di un sistema sanitario che i Fontana e i Gallera continuavano a “narrare” come il paradiso.
E lo stesso avevano fatto subito dopo i chirurghi, a dimostrazione del fatto che il bubbone era troppo evidente per continuare a tenerlo sotto il tappeto.
Poi sono partite, tardive, le inchieste della magistratura sulla strage nelle case di riposo – non solo lombarde, ma in primo luogo lombarde – visto che addirittura una delibera della Giunta aveva “chiesto” a quelle strutture (spesso con un servizio medico limitato alle “cure palliative”) di ospitare un po’ di contagiati da Covid-19. Come accendere un cerino in un deposito di benzina…
A quel punto deve essere diventato chiaro anche ai più imboscati tra i servi che il gioco si faceva pericoloso. La velocità con cui Fontana e Gallera avevano scaricato sull’Ats regionale (Agenzia di tutela della salute) la responsabilità di aver suggerito quella delibera ha convinto i vertici di questa struttura a correre ai ripari.
Cercandosi un avvocato.
Siccome però la prassi dello scaricabarile è la regola più antica delle amministrazioni vigliacche, anche ma non solo di quelle “in quota Lega”, la ricerca della consulenza legale ha avuto di mira due obiettivi: gettare la croce sui medici (!) e difendere il “modello Lombardia”.
La consulenza è stata infatti affidata “all’avvocato Angelo Capelli del foro di Bergamo“. Ossia uno tra gli autori della riforma del sistema sanitario della Lombardia legaiola. Chi più di lui, insomma, è indicato per cercare di salvare capra, cavoli e anche se stesso?
Questa intervista realizzata dall’Agenzia Agi alla segretaria della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg) lombardi, Paola Pedrini, chiarisce senza ombra di dubbio quale sia la “cultura amministrativa” di certa gente.
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L’Ats Bergamo ha paura di aver sbagliato qualcosa. Mette le mani avanti e va dall’avvocato *
“Assurda” se non “bizzarra” per Paola Pedrini, segretario lombardo della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg) la richiesta di una consulenza legale da parte dell’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Bergamo, per accertare se ci siano state ‘responsabilità’ da parte dei medici di base nella gestione dell’emergenza “con particolare riferimento alla disponibilità e utilizzo dei dispositivi di protezione individuale“.
“E’ significativo come gesto – spiega – perché in realtà vuol dire che un po’ di paura l’agenzia ce l’ha, sta mettendo le mani avanti“.
“A Bergamo abbiamo il maggior numero di medici che si sono infettati o che sono morti: su 700 medici in provincia, 150 si sono ammalati e 6 sono deceduti. Quindi – aggiunge Pedrini – vedere che si cerca una consulenza legale per eventualmente cercare di girare la colpa sul medico stesso, mi sembra assurdo, ancora più che demoralizzante“.
E anche la “scelta dell’avvocato è stata infelice per noi“.
La consulenza, come si legge nella delibera firmata dal Direttore generale Massimo Giupponi, è stata affidata “all’avvocato Angelo Capelli del foro di Bergamo”. “Capelli è stato tra gli autori della riforma del sistema sanitario regionale che ai medici di famiglia non era proprio piaciuta – ricorda Pedrini -. Dunque, anche la scelta dell’avvocato è significativa, non è un avvocato qualunque per la sanità lombarda e soprattutto per Bergamo“.
La consulenza è ampia e riguarda anche come è stata gestita l’emergenza sanitaria nell’ospedale di Alzano Lombardo e nelle Rsa. Ma per i medici di base cosa si vuole accertare?
“Sui medici di famiglia – spiega – posso immaginare che l’Ats si chieda se effettivamente doveva fornirci i dispositivi di protezione perché non siamo suoi dipendenti, siamo liberi professionisti convenzionati con il sistema sanitario nazionale, sia noi che i pediatri di famiglia. Ma è una mia supposizione. Il punto è che in situazioni di emergenza la risposta è ‘sì’, sono l’Ats e la Regione che devono creare quanto meno un canale preferenziale per fornire dpi. Inoltre nel piano pandemico c’è proprio scritto che la fornitura dei dispositivi di protezione va fatta anche ai medici di famiglia“.
Dunque la ‘mossa’ dell’Ats non vi preoccupa?
“Siamo assolutamente tranquilli” assicura Pedrini.
Che ricorda anche che “fin dai primi casi di coronavirus i medici hanno cercato di approvvigionarsi di mascherine ma erano esaurite. Abbiamo provato anche come associazione a fare degli acquisti per i medici di famiglia, ma l’altro problema che è insorto è che questi ordini venivano bloccati, fermi 8 giorni e più, in dogana dalla Protezione Civile” perché tutti i dpi dovevano essere destinati alle strutture ospedaliere.
“Quello che ci fa ancora più male – aggiunge – è che ci aspettavamo che in un momento del genere, soprattutto a Bergamo dove la situazione è una delle peggiori, magari quei soldi potevano essere ben spesi per un consulente scientifico e non per un consulente legale“.
Ce ne sarebbe ancora bisogno?
“Certo, l’emergenza non è passata, i casi si sono ridotti ma – avverte – l’equilibrio è veramente precario, non siamo ancora pronti a superare le criticità che ci sono state nella Fase 1. I tamponi sono ancora insufficienti, le indagini epidemiologiche fatte sui contatti dei pazienti sospetti sono assolutamente insufficienti. Siamo ancora sul chi va là“.
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Provincia di Cremona. Casorati a Gallera: ‘un contagio ogni 40. Dove stiamo sbagliando?’
“Egregio assessore, in questa serata di Pasquetta, dopo aver letto i dati diffusi da Regione Lombardia, che registrava in provincia di Cremona 224 casi positivi non sono riuscito a non inviarle queste mie considerazioni”. Si apre con queste parole la lettera di Aldo Casorati, “come sindaco eletto nel Consiglio di rappresentanza della Ats Valpadana”, all’assessore Giulio Gallera.
Provincia più contagiata d'Italia.
“In una provincia di 358.955 abitanti abbiamo 4.945 contagi precisamente 1 ogni 73 abitanti. Registriamo il triste primato di Provincia più contagiata d'Italia. Bergamo 1/107-Brescia 1/115- Mantova 1/161- Lodi 1/90. Considerando che molti cittadini, in questo periodo epidemico sono stati curati a domicilio dai medici di medicina generale, come lei ben sa con strumenti di protezione molto scarsi o nulli, (si stima un numero pari ai ricoverati) e nella grandissima parte sono guariti senza aver fatto il tampone. Da questa considerazione si può dedurre che quel dato di 1 contagiato ogni 73 abitanti non è reale con una sottostima di circa il 50%. Potremmo stimare Assessore una persona contagiata ogni 40 persone? Se queste mie considerazioni sono realistiche e lei avrà più elementi per valutarle, la situazione nella nostra Provincia è veramente preoccupante”.
Analisi della situazione.
“Detto questo – prosegue Casorati - tutti ci poniamo tante domande: dove stiamo sbagliando? Nell’informazione? Nel controllo dei sintomatici? Nell’individuazione dei contatti? Nella nostra provincia non ci sono grandi agglomerati abitativi ma una miriade di piccoli paesi. Tutti concordiamo sulla necessità di fare al più presto una analisi approfondita della situazione, trovando spiegazioni per porre rimedi. In altre realtà dopo la grande fiammata si è notata un calo notevolissimo mentre da noi questo non succede. Come in tutto il territorio Lombardo, anche da noi è sentita con grande preoccupazione la situazione nelle Rsa (ospiti e personale). Sopratutto nel Cremonese vi è una importante e numerosa realtà. La conoscenza di questi dati potrebbe aiutarci a capire questa forte incidenza di contagiati?”
Usca per 160 mila abitanti.
Come sindaci del Distretto di Crema a cui appartengo, siamo da parecchio tempo attenti, collaborativi e molto preoccupati per questa situazione. In data 20 marzo unitamente ai rappresentanti dell’Ordine dei medici abbiamo inviato una lettera al direttore generale dell’Ats, nella quale chiedevamo un incontro. Siamo riusciti ad incontrarci per via telematica il giorno 8 Aprile. In data 6 aprile è stata attivata anche nel Distretto Cremasco l’Usca ma si tratta di una sola unità su 160.000 abitanti e anche negli altri territori della nostra Ats il rapporto Usca/abitanti è lo stesso. Con questo tasso epidemico non ritiene che si dovrebbe fare molto di più coinvolgendo maggiormente i medici di base che a mio parere hanno svolto un grandissimo lavoro curando i malati a domicilio”.
Riapertura graduale.
Secondo Casorati “un’altra buona iniziativa è l’apertura fatta in sicurezza di questi reparti post Covid soprattutto nelle strutture destinate alla riabilitazione. Una operazione lodevole per dare assistenza competente e preparata a questi malati guariti o in fase di guarigione. So che sul nostro territorio sono già disponibili in fase graduale 150 posti. Questa soluzione, può dare la possibilità di programmare una riapertura graduale di reparti nel nostro Ospedale che è stato pressoché totalmente trasformato in Covid. La soluzione che di andare a farsi operare/curare negli ospedali milanesi non può essere accettata. Un programma di riapertura graduale ed in sicurezza deve essere un obbiettivo delle dirigenze Asst, un chiaro segnale di fiducia che l’autorità sanitaria può trasmettere alla cittadinanza dimostrando la capacità, ed io sono convinto dopo i grandi sforzi fatti che sia realmente così, di avere sotto controllo l’epidemia”.
Una videoconferenza.
In chiusura, Casorati chiede che venga posta “attenzione al territorio creando una rete sempre più completa e sinergica dotandola anche di supporti informatici. Come vede, nessuna voglia di polemizzare, solo riflessioni e grande preoccupazione per i numeri e per le nostre Comunità unita alla disponibilità alla massima collaborazione. Tutto quanto premesso, le chiedo di potermi confrontare con lei unitamente agli altri due Sindaci rappresentanti nel distretto Cremasco, al più presto in una video conferenza”
lunedì 4 maggio 2020
MEGLIO SPENDERE IN ARMI CHE IN SANITA'
La questione sull'interrogazione del rappresentante dei cinque stelle Ferrara sulla sospensione di un anno del programma dell'acquisto dei famigerati F 35 e assieme la possibilità di ridiscutere e di ridimensionare(al ribasso)l'intero progetto è finito gambe all'aria per la coalizione del Pd,di Renzi e della destra all'opposizione che quando si parla di interessi forti la pensano allo stesso modo.
Il rispetto dei patti internazionali,le spese militari e e la fedeltà atlantica accomunano tutti questi schieramenti e quindi le spese folli per gli aerei da guerra continueranno nonostante l'emergenza coronavirus.
Quindi il miliardo di Euro da destinare alla sanità militare(manco quella pubblica e tuttavia comunque qualcosa)verrà speso e istantaneamente per arricchirsi militarmente impoverendo le casse statali,come spiegato nell'articolo di Contropiano(pd-e-destra-compatti-a-difesa-degli-f35 )cui aggiungo quest'altro(madn si-torna-parlare-di-f35 ).
Pd e destra compatti a difesa degli F35. Stoppata interrogazione del M5S.
di Sergio Cararo
Prima i parlamentari del Pd, poi il governo ed infine anche l’opposizione della destra, hanno nuovamente fatto muro contro una interrogazione parlamentare del deputato Gianluca Ferrara del M5S (commissione esteri) che chiedeva di sospendere per un anno il programma di acquisto degli aerei militari F35. Si conferma così come sulle spese militari agiscano le stesse convergenze di quello che abbiamo definito il Partito Trasversale del Pil, un partito in cui quelli che litigano di mattina si rivelano pienamente d’accordo il pomeriggio.
L’interrogazione di Ferrara chiedeva di sospendere il programma per un anno e di rivalutarlo nel suo complesso così da destinare più risorse alla sanità. E, insieme a quella del deputato, sul testo compaiono le firme di una cinquantina di deputati del M5S, quasi la metà dell’intero gruppo parlamentare alla Camera.
La proposta di destinare ad altri capitoli della spesa sociale i fondi previsti per l’acquisto degli F35 già in autunno aveva visto la levata di scudi sia del Ministro della Difesa Guerrini (PD) che della Lega, la quale a novembre aveva presentato una mozione per impegnare il governo a confermare gli impegni di spesa e quelli dell’alleanza con il complesso militare-industriale Usa.
Ma la mozione della Lega era stata bocciata, mentre veniva approvata una mozione di maggioranza che rinviava la questione, cassava ogni richiamo alla “rimodulazione” o “rinegoziazione” degli impegni all’acquisto degli F35 e manteneva sostanzialmente le cose come stavano.
Un particolare significativo è sono stati i voti dell’opposizione di destra (Lega, Fdi; FI) a favore del punto della mozione di maggioranza che di valorizzare gli investimenti sugli F35 nello stabilimento di Cameri e di “allargare ulteriormente gli ambiti di cooperazione internazionale nel campo aerospaziale e della difesa, al fine di massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici del distretto”.
L’interrogazione presentata da Ferrara e dai deputati M5S ha riposto la questione in piena emergenza Covid 19 chiedendo di spostare i fondi per gli F35 al capitolo della sanità “alla luce dell’evidente esigenza, nazionale e globale, di ridefinire le priorità della spesa pubblica, privilegiando le spese nei settori sanitari”.
L’interrogazione propone sostanzialmente una moratoria di dodici mesi sul programma F-35, mentre in un altro punto chiede al Ministero della Difesa di “valutare l’opportunità di rinegoziare e ridimensionare il programma”, valutando “programmi aeronautici alternativi economicamente più sostenibili e rispondenti alle necessità delle nostre forze aeree e agli interessi della nostra industria della difesa”.
Il Pd ha reagito subito e male a questa interrogazione. “Tutte le decisioni delicate come quelle che riguardano impegni assunti a livello internazionale vanno discusse all’interno della maggioranza e non attraverso iniziative unilaterali” ha tuonato il senatore Pd Alfieri. Più esplicito ancora un altro parlamentare del Pd, Enrico Borghi, il quale ci ha tenuto a ribadire che: “Da parte nostra non ci sarà nessun ondeggiamento; il Pd è un partito che sostiene l’atlantismo e rispetta gli accordi internazionali”.
Insomma gli F35 e l’ingente programma di spesa per acquistarli, circa 14 miliardi di euro, continuano a rimanere un tabù, anche in tempi di emergenza sanitaria e sociale come quelli in cui siamo immersi. Pd e destra scattano come un sol uomo quando c’è da sostenere le spese militari e l’atlantismo. Sono come i ladri di Pisa.
domenica 3 maggio 2020
A PROPOSITO DI FAKE NEWS
In termini di resurrezioni il Presidente e Leader Supremo della Repubblica Democratica della Corea del Nord Kim Jong Un sta decisamente battendo Gesù,in quanto per l'ennesima volta le fake news sulla sua dipartita si sono rivelate quello che sono(vedi anche:madn notizie-vere-e-false ).
Credo che prima o poi possano anche azzeccare qualcosa continuando a spararle grosse e a raffica viste le ormai innumerevoli notizie false sulle sue condizioni di salute,con il principale artefice Trump che per sviare le attenzioni sulle devastanti conseguenze della pandemia di Covid-19 che stanno mietendo migliaia di vittime negli Stati Uniti e milioni di disoccupati,in una nazione dove ben sappiamo che la salute e le relative cure possono permettersele solamente chi può pagarsele.
E i notiziari italiani subito a rilanciare questa ennesima morte del Rispettato Maresciallo in barba ai proclami su chi affidarsi realmente per avere delle notizie basate su attenti controlli e verifiche da parte di giornalisti che fanno della loro professione un vanto per l'informazione vera,vedi gli spot della Mediaset,non che la Rai e tutto il resto si siano poste tanto domande nel fornire questa notizia.
Articolo di Contropiano:la-resurrezione-di-kim-jong-un .
La “resurrezione” di Kim Jong Un.
di Francesco Fustaneo
Kim Jong Un riappare e lo fa dopo circa tre settimane di assenza da eventi pubblici che avevano alimentato dubbi nella stampa estera sul suo stato di salute. L’occasione è per inaugurare una fabbrica di fertilizzanti fosfatici a Sunchon, città ubicata a 50 chilometri a nord di Pyongyang.
Tra gli alti funzionari presenti, Pak Pong Ju vicepresidente della Commissione per gli affari di stato della RPDC, la sorella Kim Yo-jong (vicedirettrice del comitato centrale del WPK) e il premier Kim Jae-ryong.
A riportare per prima oggi la notizia, la KCNA (Korean Central News Agency), che ha anche pubblicato una serie di foto della cerimonia pubblica tra cui quella del presidente nordcoreano intento nel simbolico inaugurale taglio del nastro.
Smentita dunque l’ennesima fake news diffusa ieri, riportante la notizia della morte di Kim che aveva occupato le pagine di tutti i giornali e che tra le fonti citate menzionava le dichiarazioni di un presunto dissidente nordcoreano residente all’estero.
Si accresce così la fitta serie di bufale snocciolate sulla Corea del Nord, sintomatica dello stato in cui versa l’informazione mainstream: come dimenticarsi della falsa notizia secondo la quale Jang Song Taek era stato fatto sbranare da centoventi cani, letteralmente scopiazzata da un blog satirico cinese, della bufala sulla fucilazione di Ri Yong Gil, comandante in capo delle Forze Armate nordcoreane, passando per la leggendaria storia della nazionale di calcio nordcoreana incarcerata dopo la partecipazione ai campionati del mondo del 1966 in Inghilterra.
E la lista sarebbe ancora lunga: la fake della legge sull’obbligo del taglio di capelli sullo stile di Kim Jong Un, fino alle notizie alterate sui monumenti dedicati ai tre leader “visibili dalla luna”.
sabato 2 maggio 2020
SALVINI E RENZI SEMPRE PIU' DA VOMITO
Due personaggi su tutti non si rassegnano a passare in secondo piano nei notiziari alla televisione e sulle pagine dei giornali,i due Matteo,Renzi e Salvini(due articoli sui tanti che parlano delle loro vergognose condotte:madn larroganza-di-renzi e madn il-pirla )che non perdono occasione per dimostrare la loro incompetenza e tracotanza,la loro ignoranza e falsità.
L'articolo di Left(speculo-ergo-sum )parla brevemente dell'occupazione del Parlamento da parte dei leghisti facendo il gioco del contrario,dentro quando è chiuso e fuori quando è aperto,e di Renzi sempre con i suoi ricatti e con le frasi vergognose sui morti di Bergamo e Brescia,quando i vivi possono però parlare ed agire.
Aggiungo brevemente le reazioni sui social dagli ex seguaci riguardo il Matteo fiorentino,tutte d'indignazione verso il giullare a meno di un anno(settembre 2019)da quando si era staccato dal Pd per addentrarsi ancor più nell'emisfero del centrodestra(madn larraffone-fiorentino-saluta-il-pd ).
Speculo ergo sum.
di Giulio Cavalli
Speculatori che contravvengono le posizioni degli avversari politici solo per poter dissentire. Così accade che il governo prenda una decisione, una regione (come la Calabria dell’improvvida Santelli) decide di fare il contrario e poi i suoi sindaci fanno il contrario del contrario ritornando alla decisione del governo. Così si assiste a una serie infinita di avvitamenti che aggiungono sconforto e rabbia alla preoccupazione, allo sconforto e alla rabbia di un Paese ferito.
Speculatori che occupano di notte il Parlamento che non hanno mai frequentato di giorno e poi si mettono tutti in branco a registrare l’intervento del loro capo tribù Matteo Salvini che specula sul valore della libertà, lui, proprio lui, che solo limitando la libertà di qualcuno riesce a dare la sensazione di governare.
Speculatori come un ex presidente del consiglio che ha il coraggio di dire «se i morti di Bergamo potessero parlare direbbero di ripartire anche per noi». Fare parlare i morti è il modo migliore per mettersi al riparo dalle opinioni dei vivi. E Renzi lancia il suo ennesimo penultimatum a un governo che gli serviva solo per superare la soglia elettorale di sbarramento. Ora si arrabatta e assomiglia così tanto all’altro Matteo.
Speculatori che si appoggiano solo alla scienza per avere la scusa di non dovere fare politica. Speculatori che rincorrono solo il fatturato, la produttività. Speculatori invidiosi del virus che gli ha rubato la scena. Speculatori che in emergenza si occupano solo della propria autopreservazione. Speculatori che confezionano false notizie per cavalcare la paura.
Qualcuno diceva che ne saremmo usciti migliori e invece il quadro generale è quello di sempre, solo più spaventati e quindi più incattiviti. C’è una novità sostanziale: gli italiani, gli indisciplinatissimi italiani come vengono raccontati, sono stati più responsabili della propria classe dirigente. Loro, i loro figli e i loro poveri nonni. Questa è la lezione.
Buon venerdì.
venerdì 1 maggio 2020
PRIMO MAGGIO
Pensare che la strage della Portella della Ginestra avvenuta il primo maggio 1947 sia stata la prima di una lunga serie di attentati allo Stato italiano organizzati dallo Stato stesso non è un'eresia,così come è il primo vero atto terroristico di massa da parte della mafia nella storia della Repubblica(vedi:madn conclamata-lunione-tra stato,politica,mafia e forze dell'ordine ).
La storia di quella strage dovrebbe essere nota a tutti,e viene riportata nell'articolo di Infoaut(1-maggio-1947-portella-della-ginestra )dove undici persone vennero massacrate a colpi di mitraglia durante un comizio sindacalista per la celebrazione della festa dei lavoratori dalla banda del bandito Salvatore Giuliano,fin troppo decantato come personaggio da romanzo con un certo romanticismo e che alla fine era solo un criminale assassino al soldo dei mafiosi.
Un colpo,uno dei tanti che i siciliani hanno dovuto e che tutt'ora sono costretti a subire,ma che mai,allora come oggi,hanno piegato l'animo delle persone per bene che quella terra meravigliosa ha saputo dare all'Italia e al mondo intero.
1 Maggio 1947: Portella della Ginestra.
Quel primo maggio del 1947, in Sicilia non è una festa del lavoro come le altre. Il Blocco del Popolo (Pci, Psi, Partito d'Azione) ha appena vinto le prime elezioni regionali (20 aprile), in un clima di complessiva e aperta ostilità da parte degli agrari e dello schieramento di centro-destra. Salvatore Giuliano non è rimasto a guardare; durante la campagna elettorale in Sicilia, ha fatto affiggere manifesti in tutti i piccoli centri della provincia di Palermo, incitando a votare contro la "canea rossa".
Il timore è che la "grande ondata rossa" dalla Sicilia arrivi, di li a poco, a sommergere la DC e i suoi alleati anche sul continente, alle successive elezioni politiche del 1948. In quel clima, oltre a Giuliano, anche la mafia ha già fatto le sue scelte, schierandosi con il blocco delle destre e con la DC.
Il governo De Gasperi è in piena crisi (si dimetterà il 13 maggio); e seppure socialisti e comunisti siano ancora al governo, gli apparati di polizia e della sicurezza rispondono al comando di uomini legati alla vecchia classe dirigente. Il clima generale è - dunque - incandescente. Ed è in questo clima - fortemente condizionato dall'opzione atlantista del nostro Paese - che le mafie diventano strumento di controllo sociale e di indirizzo politico del nuovo corso repubblicano.
Il 28 aprile, Salvatore Giuliano riceve una lettera che gli viene consegnata dalla madre. La legge, la distrugge e si rivolge ai suoi uomini: "E' venuto il momento della nostra liberazione". Gli chiedono: che significa? "Bisogna fare un'azione contro i comunisti - risponde Giuliano - sparargli contro il primo maggio, a Portella della Ginestra". A Portella, infatti, il primo maggio è una festa che si concluderà nel sangue. Mentre Giacomo Schirò, calzolaio, segretario della sezione socialista di S.Giuseppe Jato, arringa la folla di contadini e lavoratori convenuti da tutti i paesi dell'entroterra, dalle pendici di monte Pizzuta arriva la prima sventagliata di mitraglia. Ne segue un'altra e un'altra ancora. Il pianoro in cui si svolge la manifestazione è sotto il tiro incrociato delle armi da fuoco, in una geometrica concentrazione di spari appositamente studiata per fare strage di vite umane e che si prolunga per quasi quindici minuti. Il bilancio è di 11 morti, due bambini e nove adulti, e 27 feriti.
Ma perché sparare sulla folla di lavoratori? A quali interessi risponde Salvatore Giuliano quando trasforma la sua banda di predoni in un gruppo di assassini? Domande che inchieste, dibattiti e processi non sono mai riusciti a chiarire fino in fondo.
Una sola cosa è certa. Per le connivenze e per i torbidi e oscuri rapporti venuti a galla tra poteri istituzionali e poteri illegali, Portella della Ginestra può ben definirsi come la prima strage di Stato.
La storia di quella strage dovrebbe essere nota a tutti,e viene riportata nell'articolo di Infoaut(1-maggio-1947-portella-della-ginestra )dove undici persone vennero massacrate a colpi di mitraglia durante un comizio sindacalista per la celebrazione della festa dei lavoratori dalla banda del bandito Salvatore Giuliano,fin troppo decantato come personaggio da romanzo con un certo romanticismo e che alla fine era solo un criminale assassino al soldo dei mafiosi.
Un colpo,uno dei tanti che i siciliani hanno dovuto e che tutt'ora sono costretti a subire,ma che mai,allora come oggi,hanno piegato l'animo delle persone per bene che quella terra meravigliosa ha saputo dare all'Italia e al mondo intero.
1 Maggio 1947: Portella della Ginestra.
Quel primo maggio del 1947, in Sicilia non è una festa del lavoro come le altre. Il Blocco del Popolo (Pci, Psi, Partito d'Azione) ha appena vinto le prime elezioni regionali (20 aprile), in un clima di complessiva e aperta ostilità da parte degli agrari e dello schieramento di centro-destra. Salvatore Giuliano non è rimasto a guardare; durante la campagna elettorale in Sicilia, ha fatto affiggere manifesti in tutti i piccoli centri della provincia di Palermo, incitando a votare contro la "canea rossa".
Il timore è che la "grande ondata rossa" dalla Sicilia arrivi, di li a poco, a sommergere la DC e i suoi alleati anche sul continente, alle successive elezioni politiche del 1948. In quel clima, oltre a Giuliano, anche la mafia ha già fatto le sue scelte, schierandosi con il blocco delle destre e con la DC.
Il governo De Gasperi è in piena crisi (si dimetterà il 13 maggio); e seppure socialisti e comunisti siano ancora al governo, gli apparati di polizia e della sicurezza rispondono al comando di uomini legati alla vecchia classe dirigente. Il clima generale è - dunque - incandescente. Ed è in questo clima - fortemente condizionato dall'opzione atlantista del nostro Paese - che le mafie diventano strumento di controllo sociale e di indirizzo politico del nuovo corso repubblicano.
Il 28 aprile, Salvatore Giuliano riceve una lettera che gli viene consegnata dalla madre. La legge, la distrugge e si rivolge ai suoi uomini: "E' venuto il momento della nostra liberazione". Gli chiedono: che significa? "Bisogna fare un'azione contro i comunisti - risponde Giuliano - sparargli contro il primo maggio, a Portella della Ginestra". A Portella, infatti, il primo maggio è una festa che si concluderà nel sangue. Mentre Giacomo Schirò, calzolaio, segretario della sezione socialista di S.Giuseppe Jato, arringa la folla di contadini e lavoratori convenuti da tutti i paesi dell'entroterra, dalle pendici di monte Pizzuta arriva la prima sventagliata di mitraglia. Ne segue un'altra e un'altra ancora. Il pianoro in cui si svolge la manifestazione è sotto il tiro incrociato delle armi da fuoco, in una geometrica concentrazione di spari appositamente studiata per fare strage di vite umane e che si prolunga per quasi quindici minuti. Il bilancio è di 11 morti, due bambini e nove adulti, e 27 feriti.
Ma perché sparare sulla folla di lavoratori? A quali interessi risponde Salvatore Giuliano quando trasforma la sua banda di predoni in un gruppo di assassini? Domande che inchieste, dibattiti e processi non sono mai riusciti a chiarire fino in fondo.
Una sola cosa è certa. Per le connivenze e per i torbidi e oscuri rapporti venuti a galla tra poteri istituzionali e poteri illegali, Portella della Ginestra può ben definirsi come la prima strage di Stato.
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