sabato 17 marzo 2012

LA FUCINA DI ASSASSINI

Breve articolo che parla nuovamente degli interventi"umanitari"e che sono in realtà vere e proprie invasioni e guerre,facendo riferimento sempre al soldato americano impazzito che ha massacrato sedici civili(e ora si pensa che prima dell'eccidio si sia macchiato pure di uno stupro),vedi il link http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/03/missione-di-incapace.html .
La caserma che ha forgiato il pluriomicida in divisa è indicata come una fabbrica di assassini e che molti veterani di queste missioni abbiano sviluppato enormi problemi comportamentali con picchi di suicidi spropositati.
La Joint Base Lewis-McChord di Tacoma vicino a Seattle è una fucina di macchine da guerra che nella vita spesso sono diventati assassini,stupratori,tossicodipendenti e criminali:il cinema statunitense e non solo riporta alla memoria i noti metodi di addestramento a dir poco duri sia dal punto di vista fisico e soprattutto mentale,che sommato a quello che si vive in guerra provocano questi stati di tracollo umano,quindi c'è solo da ribadire che tutte queste missioni mascherate con motivazioni di pace e create per motivi economici terminino al più presto.
Articolo preso da Senza Soste.

La fabbrica dei criminali in divisa.
Il sergente dell’esercito americano responsabile (unico?) della strage di civili afgani a Panjwai non proviene da una caserma qualsiasi, ma dalla più malfamata base militare degli Stati Uniti: la gigantesca Joint Base Lewis-McChord di Tacoma, nei pressi di Seattle.
E’ la stessa caserma da cui provenivano i soldati del ‘Kill Team’ del sergente Calvin Gibbs: quelli che nel 2010 se ne andavano in giro, sempre nella provincia di Kandahar, a uccidere civili afgani a sangue freddo per poi scattarsi foto sorridenti vicino ai loro cadaveri ai quali strappavano i denti per tenerseli come trofei. “Come si fa con le corna di un cervo che hai abbattuto”, spiegò freddo il sergente Gibbs al processo.
Dall’inizio delle guerre post-11 settembre, la Lewis-McChord – definita dalla rivista militare Stars&Stripes “la caserma più problematica dell’esercito Usa” – è diventata una vera e propria fabbrica di reduci di guerra psicopatici, regolarmente rispediti al fronte: qui si registra il più elevato tasso di suicidi e di sindromi mentali post-traumatiche (Ptsd) degli Usa e una lista di violenze e crimini commessi da veterani che non ha confronti.
L’ultimo caso, di gennaio, sembra ricalcato sulla trama del primo Rambo: il soldato semplice Brandon Barnes, reduce dalla guerra in Iraq, ha uno scontro a fuoco con dei ranger tra i boschi nei pressi della base, ne uccide uno e si dà alla fuga tra le montagne, fino a morire di freddo affogando in un ruscello.
In altri casi, i reduci della Lewis-McChord hanno ucciso agenti di polizia, commilitoni, mogli e figli.
L’autore del massacro di domenica, reduce da tre missioni in Iraq e in Afghanistan da dicembre, “non è un soldato canaglia: è la Lewis-McChord a essere una caserma canaglia”, ha commentato Jorge Gonzalez, direttore di GI Voice (organo dell’associazione di veterani anti-guerra Coffee Strong). “Da tempo chiediamo un’inchiesta parlamentare su quella base, teatro di così tanti episodi negativi”.
“In dieci anni – ha aggiunto Gonzales – la Lewis-McChord ha prodotto la strage di Panjwai, il Kill Team, un’epidemia di suicidi e di tossicodipendenza, omicidi e abusi sessuali, violenze domestiche contro le donne, compresa una figlia annegata con waterboarding e molto altro ancora. Tutto questo non è opera di qualche mela marcia, ma prodotto della sistematica disumanizzazione dei soldati di questa caserma. Tutto ciò continuerà fino a quando continueranno le guerre”.
Enrico Piovesana
tratto da http://www.eilmensile.it

giovedì 15 marzo 2012

NOVE SBIRRI INDAGATI PER IL PESTAGGIO DI STEFANO GUGLIOTTA

Il breve articolo odierno vuole essere un'aggiornamento di un fatto avvenuto nel maggio del 2010 e che vide protagonista suo malgrado il giovane Stefano Gugliotta,pestato a sangue dalla polizia al termine della gara di coppa Italia tra Roma e Inter ed incarcerato per sette giorni.
Fortunatamente le accuse false delle merde in divisa furono confutate grazie alle riprese effettuate da un telefonino e fornite coraggiosamente da un cittadino che si trovava lì per caso,sennò credo che il povero Gugliotta con una scusa o l'altra avrebbe ancor ora problemi con l'ingiustizia italiana.(Vedi il link col video del pestaggio:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/05/sbirri-merde.html ).
Ora ben nove agenti del reparto mobile sono finalmente sotto indagine per il crimine commesso e l'articolo tratto da Indymedia ne cita i nomi e cognomi.

Pestaggio dopo Roma - Inter Nove poliziotti a giudizio.
Pestaggio dopo Roma - Inter.
Nove poliziotti a giudizio.

Stefano Gugliotta, 26 anni, fu arrestato e picchiato nel 2010: lesioni gravi a una mandibola e gravissime al viso per uno sfregio.
Tutti rinviati a giudizio i nove agenti di polizia coinvolti nel pestaggio di Stefano Gugliotta, il giovane di 26 anni arrestato il 5 maggio del 2010 durante gli incidenti avvenuti a Roma al termine della finale di Coppa Italia Roma-Inter. Lo ha stabilito il gup Valerio Savio, che ha accolto le richieste del pm Francesco Polino. Sono tutti accusati di lesioni aggravate.
I nove agenti di polizia sono tutti appartenenti al Reparto Mobile, dovranno comparire come imputati in tribunale. Secondo l'accusa, gli imputati, «agendo con abuso di potere e violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione», hanno causato a Stefano Gugliotta «lesioni volontarie gravi alla mandibola» e «lesioni gravissime al viso per uno sfregio permanente». Il processo
prenderà il via il prossimo 5 giugno davanti ai giudici della decima sezione penale.
La sera del 5 maggio 2010 Gugliotta era in compagnia di un amico, in viale Pinturicchio, in attesa di andare con il proprio motorino ad una festa del cugino. Il giovane venne fermato dagli agenti per resistenza a pubblico ufficiale (dopo sette giorni venne, poi, scarcerato): ma un video girato con un telefono cellulare da un testimone, riprese la scena dell'aggressione.
I nomi dei nove poliziotti: Leonardo Mascia, Guido Faggiani, Andrea Serrao, Roberto Marinelli, Adriano Cramerotti, Fabrizio Cola, Leonardo Vinelli, Rossano Bagialemani, Michele Costanzo.
http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/445469/

mercoledì 14 marzo 2012

MISSIONE DI (INCA)PACE

Prendendo come spunto la strage compiuta dal soldato Usa domenica che ha ammazzatto a sangue freddo sedici civili afgani tra cui donne e bambini e che certamente è un atto che esula dall'intera missione internazionale in Afghanistan,vorrei risottolineare che la presenza come missionari di pace di tutte le forze armate(tra cui quelle italiane)dovrebbe almeno per decenza umana cambiare nome.
Risaputo il fatto che tali invasioni di massa in paesi ricchi di risorse naturale o di importante rilevanza strategica siano dettate non per la premura altrui ma per meri interessi economici la questione se continuare queste guerre o ritirarsi è una domanda che interessa molti governi e pure il nostro purtoppo non è esente da tali decisioni.
Quando ci sono da votare ingressi in missioni di non pace o solo continuazioni di esse o ci sono da stanziare fondi milionari che potrebbero essere utilizzati in maniera migliore per aiutare davvero le persone in difficoltà tutti gli schieramenti fanno comunella e votano positivamente a queste occupazioni militari.
L'articolo odierno che parla soprattutto della cronaca della strage avvenuta a Kandahar è preso dal sito Infoaut.

Afghanistan, soldato Usa fa strage di civili.

Un soldato americano ha fatto strage di civili in due differenti località nella provincia di Kandahar.

Strage a Kandahar: pesantissimo il bilancio che al momento conta quindici civili uccisi e altri cinque feriti. Tra le vittime ci sarebbero anche donne e bambini. La notizia, data dal Washington Post, è stata confermata da una nota del comando Isaf, la missione Nato presente in Afghanistan.
Secondo le prime risultanze delle indagini, il soldato, avrebbe agito da solo. Dopo avere lasciato la sua base, ha iniziato a sparare intorno alle 3 di notte locali, prendendo di mira civili in due distinti villaggi del distretto di Panjwai: Alokozai e Garrambai. Il distretto in questione, a sud-ovest di Kandahar City, è stato uno dei campi di battaglia più duri della guerra in Afghanistan.
Il ministro afghano Asadullah Khalid ha comunicato per il momento la morte di 16 persone. I feriti, tra i cinque e i nove, sono stati portati in un ospedale vicino, ma il bilancio resta incerto. Dopo la carneficina, il soldato si è consegnato ai suoi superiori ed è stato arrestato. Secondo il racconto di un reporter che si trovava sul posto ed è entrato nelle case, i bimbi uccisi non avevano più di 2-3 anni.
Agghiacciante la testimonianza del primo giornalisa arrivato sul luogo del massacro: "In una delle abitazioni c'erano i corpi di dieci persone, fra cui donne e bambini, che erano stati tutti uccisi e bruciati in una stanza. Un'altra donna invece giaceva morta all'entrata della casa. Sono stati uccisi e bruciati. Ho visto fra i cadaveri almeno due bambini di età fra i due e i tre anni, che erano stati bruciati", ha raccontato il giornalista.
Secondo il portavoce dei talebani si sarebbe trattato di un vero attacco, e non di un gesto isolato. Ahmadi ha detto che non uno, ma più soldati "hanno attaccato numerose case del villaggio di Balambi" e "secondo testimoni vi sarebbero una cinquantina di cadaveri", fra cui undici appartengono alla famiglia di Mohammad Wazir". Su internet il commento dei talebani è duro: "Le cosiddette forze di pace americane - si legge - si sono ancora una volta dissetate con il sangue di innocenti civili afghani nella provincia di Kandahar".
Casa Bianca e Obama si dicono dispiaciuti e amareggiati, promettono inchieste e, aggiunge il presidente Usa, "questo incidente è tragico e scioccante, e non rappresenta l'eccezionale carattere del nostro esercito e del rispetto che gli Usa hanno nei confronti del popolo afghano". Difficile farlo credere dopo la vicenda dei Corano bruciati e un'occupazione cghe dura ormai da più di dieci anni e che ha portato solo distruzione e guerra permanente.

martedì 13 marzo 2012

L'APOLOGIA DI TERRORISMO IN EUSKAL HERRIA

L'articolo tratto dal sito del mensile di Emergency e ripreso da Senza Soste è uno spaccato della storia che i Paesi Baschi stanno vivendo da decenni e questo esempio tangibile fa riflettere sulla repressione che è più simile ad un'annientamento del volere e delle speranze dei cittadini di fronte al fascismo istituzionale che controlla con soprusi,minacce e violenze la loro vita.
Non è possibile che in una nazione europea si possa venire condannati anche fino a due anni per apologia di terrorsimo se una persona manifesta col nome e la foto di un prigioniero politico che non sia suo stretto parente,dove se solo sospettato di qualche crimine sei incarcerato preventivamente anche per molti mesi o addirittura anni in prigioni lontane dalla tua dimora e per i primi cinque giorni non puoi avere assistenza legale o sanitaria.
In Euskal Herria invece tutto questo accade e intanto l'Europa delle istituzioni e delle garanzie tace e la Spagna e la Francia insistono nel voler negare l'indipendenza a questo Stato e continuano nella loro mortificazione sociale a suon di pestaggi,uccisioni e detenzioni.

Paesi baschi. Sara’ difficile tornare umani. Una storia.
Algorta, settantamila anime, una delle cittadine della gran Bilbao, che dal Botxo, dalla conca del centro, sfila per alcuni chilometri verso il mare. Sono le otto di sera e aspettiamo una encartelada. Ogni giorno qui, di fianco a un parco giochi per bambini, arrivano alcune decine di persone con dei cartelli legati a dei pezzi di legno. Ci sono le fotografie di amici o figli, prigionieri baschi. Il loro nome e un simbolo, quello del Paese basco con due frecce che dall’esterno indicano l’interno; significano fine della dispersione e il diritto per i prigionieri di tornare negli istituti di pena del loro paese. Nelle terrazze dei bar giovani e anziani bevono birra e vino, mangiano pintxos, le altalene ondeggiano, un padre gioca a palla con un bambino. Una sera gradevole, aperitivo in piazza.
Arrivano prima una, poi due macchine della polizia autonoma basca. Si chiama Ertzaintza, colori sociali, blu e rosso. Scendono due agenti, poi diventano quattro alzano il bavero fin sul naso per rendersi irriconoscibili.
Pochi minuti dopo, la’ dove uno striscione in plastica con scritte a pennarello invita alla manifestazione per le donne contro il patriarcato, si scorge una bandiera basca, poi un’altra, dei cartelli, delle foto. Gli agenti si fanno avanti. Andiamo a vedere.
Una signora, avra’ sui sessantanni. Sul paletto di legno la foto di un ragazzo e il suo nome. Jagoba. Un agente le si avvicina. Faccia a faccia, la signora con il suo cartello, l’agente a viso coperto.
“E’ suo figlio?”
“E’ mio figlio”.
Guardiamo un ragazzo con un cane al guinzaglio in una mano. Con l’altra regge un cartello con scritto un nome, ma la faccia non si vede, e’ coperta da un foglio giallo di plastica con una scritta a favore dei prigionieri politici.
-Siamo italiani, giornalisti. Possiamo scattare foto, vi va? Anche il viso? Solo i cartelli?
-Giornalista eh? Il giovane non crede a una parola.
-Ti mostro il tesserino?
- No, no. Ma di che giornale?
-E il mensile, possiamo parlare?
-Eh, e che ne so io di che linea e’ questo ‘E’?
-Raccontiamo conflitti, diffondiamo cultura di pace.
Sguardo sempre piu’ ironico. Poi raccontiamo di piu’, il lavoro che stiamo facendo, le persone intervistate. Alcune le conosce e ci fanno guadagnare la sua fiducia.
-Scusate, ma vedete anche voi come siamo messi. A volte arrivano dei ‘giornalisti’ e ci ritroviamo nel migliore dei casi con la nostra faccia su televisioni che ci demonizzano
-Nessun problema. Cosa vuole la polizia?
-Io non posso mostrare la foto di un prigioniero mio amico, non sono suo parente. Solo i parenti possono esibire il cartello con la foto. Gli altri no, e’ apologia di terrorismo.
-Come apologia di terrorismo?
-Si’ sono due anni che va cosi’. E se ti denunciano ti possono processare e la pena puo’ arrivare fino a due anni di carcere. O puo’ anche capitare che ti lascino in carcere preventivo per un pezzo prima di mollarti.
Si chiama Gorka e racconta, con rabbia. Tutti i giorni va li’ alle 20.00 in punto, per mezzora. Racconta della dispersione, dei prigionieri a migliaia di chilometri di distanza, dei viaggi dei familiari, che spesso per la stanchezza rimangono vittime. Incidenti stradali, morti. Oggi e’ successo a quattro persone. Non sono anche loro vittime di questo conflitto? Intorno ci sono alcuni giovani, ma soprattutto persone anziane.
Una signora con un cappotto, un collo di pelliccia, due orecchini graziosi, rughe agli occhi e un rossetto curato. Ha uno sguardo diritto.
-Ma lo vedete cosa stanno facendo?
Sdegno. Gli agenti tornano, identificano un altro parente. Poi parlano con le radioline. Settimana scorsa hanno sequestrato i paletti di legno con i cartelli. Potrebbero costituire prova, hanno detto. Ma prova di che? Un signore, sulla sessantina, giacca corta di loden, pantalone di lana e mocassini, un pacco sotto braccio. Ci racconta.
-Qui stiamo soltanto dicendo che se cumpla la ley, la loro legge. Prevede che il prigioniero sconti la pena vicino al luogo di residenza, prevede che chi ha scontato i tre quarti della pena possa uscire di galera, prevede che i prigionieri malati gravemente debbano essere scarcerati. Non si fa nulla di tutto questo. E noi siamo qui tutte le sere a ricordarlo. E’ apologia di terrorismo?
C’e’ un sapore di un’umanita’ incredibile in quelle trenta persone, con il loro cartello in mano.
E un amaro che resta negli occhi per la tristezza che si alterna al fuoco della rabbia, nei loro occhi.
Con la consapevolezza che il dolore e’ uno strumento utile per i giochi politici.
Non sara’ facile tornare umani.
p.s. Oggi cedo la mia foto del blog a Jagoba Terrones. Perche’ non e’ vietando agli amici di mostrarla, o umiliando sua madre, che si afferma lo Stato di diritto. Jagoba Terrones era un coordinatore di Gestoras pro Amnistia, sumario 18/98 del supergiudice Garzon. Arrestato nel 2001. Liberato e poi riarrestato nel 2009 con una condanna a dieci anni di carcere per attivita’ politica.
p.p.s. Oggi il quotidiano Gara ha raccontato che un documento del Consiglio generale del potere giudiziario spagnolo ammette che l’attuale regime di incomunicacion (cinque giorni prorogabili senza vvocati di fiducia e senza notizie ai familiari) non include nessuna delle raccomandazioni ulla prevenzione della tortura proposte dal Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio di Europa. Fra queste c’e’ la disposizione di registrazioni video dall’arresto fino agli interrogatori, il diritto a visite mediche con professionisti di fiducia e comunicazione con i familiari.
Angelo Miotto (foto: Massimo Di Nonno), tratto da www.eilmensile.it

sabato 10 marzo 2012

IL POPOLO RUSSO VUOLE RIBELLARSI

Lo scorso 4 marzo si dice che milioni di russi abbiano eletto Vladimir Putin Presidente della federazione russa sostituendo il suo cagnolino parcheggiato Medvedev dopo essere stato primo ministro e prima ancora sempre Presidente per due incarichi(il terzo mandato consecutivo non è previsto dallo statuto russo)...insomma negli ultimi tredici anni è stato il padrone incontrastato della Russia.
Questo ping pong di poltrone che gli ha permesso di stare sempre al vertice della piramide del potere e che piace molto al suo amico e compagno di merende Berlusconi(che non è sparito ma solo in letargo)
ha fatto sì che molti cittadini rimpiangono i"tempi bui"del comunismo con un crescente e grave ritorno di nazisti,molto più vicini al programma di Putin.
Il divario tra i pochissimi e molto ricchi russi e la quasi totalità del popolo che sopravvive a fatica è sempre più netto e la rabbia verso questa situazione sta lievitando sempre più così come le contestazioni per le strade e sul web.
La successione di articoli racchiude un periodo di tre mesi e comincia dalle prime manifestazioni di massa anti-Putin svoltesi alla vigilia di Natale arrivando fino all'indomani delle elezioni molto contestate dalle opposizioni e che hanno provocato nuovi cortei e centinaia di arresti tra compagni,oppositori ed anarchici,con i contribuiti di MIM(Miliano in Movimento)e Indymedia Lombardia.
Sulla situazione in Russia.

Matteo (ZAM) e Oleg    
Vent’anni fa, nella notte tra il 25 ed il 26 Dicembre 1991, la bandiera rossa con la falce ed il martello veniva ammainata dal pennone del Cremlino. Dopo alcuni anni di convulsioni cessava di esistere definitivamente l’Unione Sovietica. Oggi, a vent’anni di distanza, la Russia torna a vivere giorni convulsi.
Il 24 Dicembre si è assistito probabilmente alla più grossa manifestazione di piazza che Mosca ricordi dai burrascosi tempi della caduta dell’Impero sovietico.
Più di 100.000 persone hanno affollato in un gelo tipicamente russo Prospekt Akademika Sakharova.
Per chi conosce Mosca si tratta di uno degli immensi stradoni in stile staliniano che dalla periferia conducono al centro. Il vialone prende il suo nome da Andrej Sakharov. Fisico nucleare padre della bomba
atomica sovietica e succesivamente figura preminente del dissenso sotto il regime di Brezhnev.
Prospekt Sakharova, per una sinistra ironia, termina nella Piazza della Lubyanka.
La piazza dove, dai tempi della Ceka di Felix Dzerzhinsky sorge il famigerato palazzo dei servizi segreti russi.
Una folla immensa si snodava ieri fino all’immensa Piazza delle Tre Stazioni distante oltre un chilometro. E’ dalle elezioni politiche del 4 Dicembre che la mobilitazione cresce.
La piazza anti-Putin è estremamente composita e contraddittoria e per ora, sembra tenere insieme tutto ed il contrario di tutto. Al suo interno si possono trovare giovani universitari stanchi della stessa faccia al potere da ormai 10 anni con tanta sete di libertà e dinamismo, appartenenti alla nuova classe media russa che vorrebbero un paese più aperto ed europeo, pensionati nostalgici dei fasti dell’Unione Sovietica, comunisti rinfrancati dal sorprendente aumento dei loro voti alle elezioni di un mese fa, ultras ultranazionalisti delle varie squadre di calcio della capitale e responsabili proprio un anno fa di feroci scontri xenofobi ed anti-caucasici in Piazza del Maneggio…e l’elenco potrebbe continuare.
Alla mobilitazione di questi giorni, allo stato attuale, sembrano mancare due cose.
Un leader credibile (anche in vista delle presidenziali di Marzo) ed una piattaforma politica complessiva che vada oltre lo slogan “Rossija bez Putina” (Russia senza Putin).
Il leader comunista Zjuganov è troppo vecchio per poter essere un’alternativa credibile. Il Partito Comunista (KPFR) si dibatte ormai da tempo in un dilemma lacerante. Da un lato c’è la necessità di salvaguardare tutto l’immaginario legato ai fasti dell’Urss (la falce ed il martello, Lenin, Stalin, la Grande Guerra Patriottica, Gagarin, l’Armata Rossa…) per conservare il voto dei militari, dei pensionati e di chi vive nelle periferie dell’Impero. Dall’altro si fa strada la necessità di aprirsi al nuovo tentando di costruire qualcosa che possa sembrare un serio partito socialdemocratico.
Un’opzione politica di cui la Russia avrebbe un disperato bisogno visto che quello che è mancato in questi 10 anni di putinismo è stata proprio una seria politica di redistribuzione delle ricchezze derivanti dal petrolio e dalla crescita economica.
A questo si aggiunge la necessità di presentare una faccia giovane e nuova.
Inutile puntare sul leader nazionalista Vladimir Zhirinovsky (con un oscuro passato di informatore del KGB). Molto simile ad un Bossi in salsa russa e capace, con le sue spettacolari tirate populiste (tanto amate dai Russi), di risvegliare i peggiori umori xenofobi delle fasce più deboli della società post-sovietica, cariche di risentimento contro gli immigrati dal Caucaso e della Repubbliche Asiatiche visti come una concreta minaccia al proprio già miserabile tenore di vita.
I liberali russi sono un forza d’elite incapace di penetrare nel cuore della società russa. I Russi assocciano infatti la parola liberale ai disastrosi anni ’90.
Gli anni delle ruberie di Elstin. Gli anni della miseria più nera. Gli anni delle privatizzazioni dell’immenso patrimonio dello Stato sovietico (da qualcuno definite “la più grande rapina della storia dell’uomo”). Gli anni dell’arricchimento degli odiatissimi oligarchi.
Abbastanza irrilevanti sembrano anche i vari partitini di destra e sinistra che nuotano nel mare del crecente dissenso.
Un volto interessante sembra essere quello del giovane blogger Alexey Navalny che ieri, fresco reduce da alcuni giorni di galera per una precedente contestazione, ha arringato, con il suo fare teatrale, l’immensa folla in un crescendo di boati e slogan. Navalny ha promesso che alla prossima mobilitazione, in piazza, ci saranno un milione di persone.
Poi, ruggendo, ha minacciato Putin e Medvedev di un possibile assalto al Cremlino ed alla Duma. Un’affermazione piuttosto ardita anche in considerazione del fatto che lo Stato russo ha la memoria lunga e, prima o poi, presenta sempre il conto.
Il potere centrale sembra essere stato colto di sorpresa dal crescere della mobilitazione e, allo stato attuale, sta reagendo con una certa inattesa prudenza.
Putin resta in silenzio mentre il volto buono dell’apparato di potere, Medvedev, promette riforme.
La situazione è molto fluida quindi.
I Russi per lungo tempo sono stati effettivamente grati a Vladimir Putin per aver rimesso in piedi un paese umiliato ed in ginocchio, ripristinando ordine, un minimo di benessere ed una certa credibilità internazionale.
Chi si ricorda la Russia di fine anni ’90 non può non apprezzare il cambiamento in meglio.
Quello che è mancato però è il passaggio successivo.
Le ricchezze sono finite nelle mani di pochissimi, la tipica corruzione russa ha ripreso ad aumentare, la crisi economica si è fatta sentire ed il volto del potere non ha saputo mutare e venire incontro alle nuove esigenze della società.
La società russa sembra essersi quindi risvegliata dal suo tipico fatalismo ed apatia.
Sono “risvegli” periodici che generalmente fanno parlare il Mondo.
L’ultimo “risveglio” si è avuto tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90.
Erano i tempi della glasnost di Gorbachev. Milioni di cittadini sovietici, dopo decenni di torpore, riscoprirono il gusto per la politica. A muoversi erano soprattutto i giovani ed i militanti più aperti del PCUS.
Immensi cortei. Scioperi giganteschi (come quello dei minatori del 1991).
Una mobilitazione continua e vivace.
Chi non ricorda le manifestazioni che si opposero al Golpe dell’Agosto ’91 (quelle del famoso filmato di Elstin che arringa la folla parlando su un carro armato)?
Tanti i sogni e le promesse non realizzate.
A scrivere la parola fine a tutto ci pensò Boris Elstin nelle sanguinose giornate dell’Ottobre 1993 (quello della famosa canzone della Banda Bassoti Mockba 993). In quei giorni di rivolta contro lo stato di miserie e umiliazione in cui era sprofondata la società russa, Elstin decise di sciogliere il
Parlamento e di farlo prendere a cannonate dai carri armati.
Seguirono anni da incubo.
Oggi la società russa si è messa di nuovo in movimento.
Non limitiamoci però ad osservare solo quello che succede nelle strade della capitale (anche perché la Russia non è Mosca). Mentre la gente scende in piazza lo Stato russo persegue una nuova politica di potenza. Indice ne è il nuovo accordo strategico stipulato dell’Ottobre 2011 con Bielorussia e Kazakistan. L’obiettivo finale è una vera e propria Unione Eurasiatica.
Le ambizioni imperiali non tramontano mai…
Centoventimila in strada contro Putin.
 
autore:
da repubblica
Secondo gli organizzatori questo il numero di cittadini che hanno partecipato alla manifestazione, quarantamila per la polizia. Migliaia di agenti hanno controllato lo svolgimento della protesta pacifica senza intervenire. Alla protesta hanno partecipato anche comunisti e nazionalisti.
MOSCA - Proteste di piazza contro il primo ministro russo Vladimir Putin. Il dato della partecipazione secondo gli organizzatori è di 120 mila persone. Le proteste, oltre che a Mosca, si sono tenute anche a San Pietroburgo e in decine di altre città. A San Pietroburgo hanno partecipato circa 30mila persone. I dimostranti, molti coperti con cappotti di pelliccia visti i 20 gradi sotto lo zero, gridavano 'Putin vai via' e 'Russia senza Putin'. Alla protesta hanno partecipato anche comunisti e nazionalisti. La polizia ha aggiornato anche il dato sull'altro raduno, quello pro-Putin al Parco della Vittoria: 138.000 persone.
Al termine della manifestazione, i dimostranti hanno liberato in aria alcuni palloncini bianchi, simbolo della protesta pacifica. Il raduno si è chiuso con la richiesta di riforme che consentano una competizione politica democratica e nuove elezioni parlamentari e presidenziali. I manifestanti hanno chiesto anche il rilascio dei prigionieri politici e provvedimenti per le persone coinvolte nei brogli elettorali. Gli organizzatori della protesta hanno in programma una nuova manifestazione prima delle elezioni presidenziali del 4 marzo, nelle quali il premier è super favorito.
La giornata in piazza. L'opposizione russa ha battuto il temuto 'generale inverno' ed è riuscita a portare in piazza a Mosca oltre centomila persone (40.000 secondo la polizia) nella quarta grande manifestazione che ha chiesto a gran voce una "Russia senza Putin". Mentre il variegato movimento che si riunisce sotto lo slogan "per elezioni oneste" sfilava coi suoi palloncini bianchi, da piazza Kaluzhkaja a piazza Balotnaja - di fronte al Cremlino - in zona Poklonnaja si è svolta la contro-manifestazione filo-governativa. Organizzata dai Patrioti di Russia, ufficialmente l'evento è stato indetto contro il pericolo di una 'rivoluzione arancione' sul modello di quella ucraina filo-occidentale del 2004. A farla da padrone, i tricolori nazionali bianco-rossi-blu e slogan come "Chi se non Putin?", a ribadire la tesi con dello stesso premier e potenziale nuovo presidente, per cui un futuro senza di lui rischia di riportare la Russia al caos degli anni '90.
I cortei "Per elezioni oneste" si sono svolti in altre 90 città sparse tra Russia e i quattro continenti. A Novosibirsk, alcuni manifestanti hanno costruito una lapide di neve con le foto di Putin, Medvedev e Churov, su cui i bambini depositano fiori. "Siamo arrivati a un punto di non ritorno - ha detto uno dei dimostranti - la gente ha smesso di aver paura e ha capito la sua forza". Negli sgoccioli della sua campagna elettorale, Putin - finora piuttosto indifferente alle contestazioni - non potrà non tenerne conto.

Russia,a Mosca proteste anti putin il 5/3, 250 arrestati, 25 dei quali anarchici.

Il 5 di marzo gli anarchici russi hanno fatto un presidio a pizza Lubjanka dove il presidio non era autorizzato, poi in manifestazione sono andati a piazza Pushkin dove c'era un'altra protesta questa volta legale. Alle ore 20.40 gli organizzatori della protesta hanno detto alla gente di rimanere lì in piazza perché c'era Ilya Ponomarev un nuovo diputato della Duma. Gli Omon hanno iniziato a dire, ai manifestanti, dai megafoni delle loro macchine di andare verso la fermata di metro perché l'evento era finito e hanno circondati la piazza. Allora piccoli gruppi di manifestanti anarchici e non hanno provato a saltare la barriera della polizia, alcuni hanno riuscito a passare e altri sono stati detenuti.
Ci sono stati 250 detenuti nel centro di Mosca dei quali 25 sono anarchici.
notizie da. avtonom.org
video.
avtonom.org
http://www.youtube.com/watch?v=DFwaD-HMkP0&feature=relmfu
http://www.youtube.com/watch?v=pWynli_-VWA&feature=relmfu
http://www.youtube.com/watch?v=Qsq-tuUhuGc&feature=relmfu
http://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=pWynli_-VWA

venerdì 9 marzo 2012

STATE BBONI!!!

Titolo romanesco citando il massone Costanzo che è riferito al popolo verde che sempre più disorientato dalle cifre che escono dai tribunali che stanno indagando sui paladini dell'incorruttibilità e della tanto ostentata verginità da tangente(vedi il recente link:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2012/01/la-lega-ed-i-finanziamenti-pubblici.html )che vede uno ad uno i tasselli dei loro totem pagani demolirsi ed accartocciarsi come figurine Panini.
Il caso di Davide Boni,ex enfant prodige del Carroccio indagato come buona parte del consiglio della regione Lombardia per mazzette girate all'interno del suo partito,è l'ultimo che vede uno dei seguaci di Bossi&co.(anche se lui è porcheziano d'adozione)protagonisti di vicende truffaldine anche gomito a gomito con i loro più acerrimi nemici,tipo 'ndrangheta e simili.
Boni altri non è che una camicia verde di stampo reazionario e fascista,che ha preso caterve di voti da pensionati che guardano i suoi interventi su emittenti private del nord Italia decisamente col baricentro spostato a destra oltre che da giovanotti ignoranti che vedono nel verde(marcio)il loro sol dell'avvenire.
L'articolo odierno è stato preso dal sito"linkiesta.it".

Boni, il cowboy della Lega cresciuto nel mito di Borghezio.

Alessandro Da Rold
Uomo di fiducia dell'europarlamentare Mario Borghezio, il presidente del consiglio regionale lombardo Davide Boni si è sempre distinto nel Carroccio per gli attacchi contro i musulmani e per gli stivali camperos da cowboy con cui calcava le sagre leghiste. Ora è indagato per corruzione. Dice di essere estraneo ai fatti. E in Lega è partita la corsa a difenderlo, ma, dati i tanti nemici, c'è già chi pensa all'espulsione dal movimento.
C’è un episodio che racconta nel miglior modo possibile la vita politica di Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo della Lega Nord indagato per corruzione per una variante del piano urbanistico del comune di Cassano D’Adda. Un giorno, durante le polemiche per la scuola Islamica di via Ventura nel 2006, l’allora assessore all’Urbanistica arrivò di fronte all’edificio con degli stivali da cowboy bianchi per protestare tutto il suo dissenso contro l’occupazione islamica. «Perché se gli islamici vogliono la scuola, allora io chiedo una scuola per fare la cassoeula milanese!», spiegò in una sorte di milanese stretto con vocione alla Mario Brega di fronte ai giornalisti che rimasero tra il basito e lo stupefatto nel prendere appunti.
È una frase del tutto insensata per un politico normale, quasi come i deliri di Bossi su Monti di questi giorni. Resta però che l’abbinamento cassoeula-mussulmani ha sempre infiammato la pancia padana, che verso personaggi come Boni o come il suo mentore Mario Borghezio ha sempre avuto enorme rispetto e venerazione. Non si tratta di un colletto bianco come il tesoriere Francesco Belsito, a cui i militanti rinfacciano i soldi spediti in Tanzania. Nè un Alessandro Patelli, l’ex tesoriere condannato per la tangente Enimont negli anni '90. E non stiamo parlando neppure di un consigliere di provincia preso con le mani nella marmellata per qualche soldo preso a una sagra di paese.
L’elettorato, infatti, venera tipi come Davide Boni. Alle manifestazioni sono in tanti spesso a chiedere dove «sta il Boni?». Perchè vogliono salutarlo e stringergli la mano, dopo averlo visto sulle televisioni locali urlare contro «le barbe lunghe degli imam». E proprio qui sta il problema dell’indagine partita nei confronti di questo leghista nato a Milano nel 1962, tra i più giovani presidenti di provincia a Mantova dal 1993 al 1997, quando aveva appena 25 anni. Perché la base ha sempre visto Boni come uno dei duri e puri del Carroccio. Come un Matteo Salvini. Personaggi intoccabili dalla magistratura, secondo il severo (?) giudizio padano. Non a caso, alle ultime elezioni Boni è stato il più votato tra i leghisti in regione con più di 13 mila preferenze, aumentando il suo consenso di 2mila unità rispetto lo scrutinio del 2005.
Sposato con due figli. Amante delle macchine da corsa, ha una Porche Carrera, tra i più ricchi del consiglio regionale, il reddito del 2009 indica 217mila euro, Boni è stato tra i leghisti quello che ha speso di più per l’ultima campagna elettorale: 50 mila euro. Tutti di tasca propria. Ma nel Carroccio, va detto, non era più venerato come durante l’ultimo mandato di Roberto Formigoni in Lombardia. La voglia di visibilità che lo ha sempre contraddistinto in questi anni, (a volte è stato beccato pure a fumare in consiglio in spregio a ogni regola ndr), lo ha inimicato alla maggior parte del gruppo consigliare leghista. I battibecchi con il capogruppo Stefano Galli sono all’ordine del giorno, in particolare sulle competenze di chi doveva intervenire sui vari argomenti all’ordine del giorno.
In via Bellerio si racconta che negli ultimi tempi fosse rimasto un po’ isolato anche nello scontro tra i barbari sognanti di Roberto Maroni e il cerchio magico del Senatùr. Anche per colpa dell'indagine che lo ha travolto questa mattina mentre presiedeva in consiglio regionale. Un'inchiesta nata lo scorso anno che aveva coinvolto l'allora assessore di Cassano D'Adda Marco Paoletti, ora consigliere provinciale del Carroccio, uomo di fiducia proprio Boni e presunto tramite nel giro di tangenti. Forse anche per questo motivo, il cowboy del Carroccio aveva fatto fatica a prendere posizione. E qualcuno glielo aveva persino fatto presente. Soprattutto a Pavia dove era stato inviato come mediatore tra le fazioni in guerra, senza ottenere risultati tangibili.
Il suo gruppo di riferimento, poi, è sempre stato quello di Borghezio e di Max Bastoni, attuale consigliere comunale di Milano, famoso per una cartello elettorale dal nome «Bastoni per gli immigrati». È la fazione leghista dei duri e puri che non le mandano a dire a musulmani, comunisti o massoni. Sono vicini a iniziative come quelle della Guardia Padana, spesso mal tollerate in particolare dai maroniani che negli ultimi anni hanno cercato di smussare gli angoli dei discorsi politici dello stesso Senatùr.

giovedì 8 marzo 2012

SOLIDARIETA' CON LO STATO ED IL POPOLO INDIANO

Email appena inviata all'ambasciata indiana a Roma.

SOLIDARIETA’ CON LO STATO ED IL POPOLO INDIANO.
Gentili rappresentanti del popolo indiano in Italia,ho sentito la necessità di inviarVi questa missiva in quanto sono venuto a sapere che più quotidiani ed associazioni fasciste del mio paese hanno invitato i propri lettori e camerati a spedirVi email di protesta per l’ormai nota vicenda dei due assassini italiani in divisa che hanno provocato la morte di due pescatori nel mare antistante le coste del Kerala.
Dovete,e certamente lo sapete pure Voi,che certe manifestazioni di protesta provocano reazioni come quelle auspicate dai suddetti personaggi in numero discreto,e che comunque la maggioranza delle persone che giustamente la pensano come il Vostro governo stanno zitte proprio per il fatto d’essere convinte di stare nella ragione e nel frattempo si vergognano di essere rappresentati all’estero da simili personaggi che infangano il nome dell’Italia nel resto del mondo.
Mi sono sentito di scrivere queste poche righe credo anche a nome di molti miei connazionali che s’indignano di essere rappresentati da politici e burocrati ottusi che fanno del populismo e del falso onor di patria uno slogan per mettersi in evidenza davanti a televisioni e giornali,e che negano l’evidenza dei fatti anche se penso sia giusto che i due assassini abbiano diritto ad un regolare processo e se colpevoli ad una condanna,ovviamente in India e non in Italia!
Sono persuaso del fatto che chi commetta un reato in un paese straniero debba essere giudicato e nell’eventualità perseguito secondo i canoni del paese ospitante:sono sicuro,facendo un esempio,se nel caso che una persona venga trovata con qualche grammo di eroina in Iran(dove in tale circostanza si verrebbe quasi certamente condannati a morte)se la possa cavare con un processo in Italia dove per lo stesso crimine non verrebbe nemmeno arrestata.
Per il motivo cui Vi ho scritto se la giurisdizione passasse nelle mani della (in)giustizia nostrana non solo i due marò verrebbero rilasciati,ma ce li troveremmo con promozioni militari e a far presenza in vari salotti televisivi.
Sono stato ospite del vostro magnifico paese,sia dal punto di vista naturalistico e anche tramite tutti gli abitanti conosciuti sempre disponibili e cordiali,due volte, sempre rispettando la Vostra cultura e le Vostre regole com’è giusto che sia:se un paio di quelli che dovrebbero essere i nostri “delegati” abbiano sbagliato è giusto che paghino e mi scuso per loro che di certo non rappresentano me e nemmeno la maggior parte degli italiani.
Vorrei concludere e onestamente penso di aver dimenticato qualcosa nell’impeto dello scrivere,che se proprio dovreste accettare di riportarceli a casa che sia(non so se c’è in India e nel Kerala la pena di morte)solo in una bara ammantata dal tricolore.

mercoledì 7 marzo 2012

RAYO VALLECANO,EL ORGULLO DE LA CLASE OBRERA

Prendendo spunto dalla recente partita disputata dalla terza squadra di Madrid,il Rayo Vallecano,
contro la corazzata del Real e persa dopo un match combattuto per 0-1,Senza Soste omaggia la squadra del quartiere popolare Vallecas con un articolo in cui esalta le doti dei propri tifosi in campo sociale sostenendo la lotta della classe operaia assieme ad un dichiarato antifascismo militante.
Applauditi pure dall'allenatore Mourinho per il loro sostegno fantastico e anzi criticando la quasi assenza dei tifosi blancos,tradizionalmente gli ultras rayisti sono schierati politicamente con il sindacato anarchico dei lavoratori(CNT)ed il partito della sinistra radicale(Izquierda Unida):nelle ultime elezioni politiche questo quartiere della capitale spagnola ha avuto il maggior successo di voti di quest'ultimo partito comparato a tutta la città,di sua natura franchista.
Il contributo parla brevemente del derby appena giocato,della storia del club e dell'ideologia politica e sociale che contraddistinguono i suoi sostenitori,col gruppo dei Bukaneros tra i più attivi e presenti.

Vallecas, il quartiere che ha sfidato il Real Madrid e incantato Mourinho.
“La vittoria più difficile della stagione”. Con questa frase il tecnico Josè Mourinho, ha commentato l’ultima partita del Real Madrid(0-1) sul campo del Rayo Vallecano. Una sfida sofferta per i blancos, incerta fino al prodigioso gol di tacco di Cristiano Ronaldo. Del resto Rayo-Real è un derby, non solo cittadino, ma tra modelli sociali. Da una parte una squadra di stelle e merchandising, da sempre sovrapposta al potere centrale e alla dittatura franchista, dall’altra l’espressione di un quartiere popolare di Madrid, il “barrio” Vallecas, operaio e schierato a sinistra.
Trecento mila anime alla periferia sud della capitale spagnola, Vallecas è cresciuto negli anni ’50, per via della forte migrazione delle famiglie più povere della Spagna, quando divenne un quartiere poco abbiente e disordinato. La sua situazione peggiorò con gli anni ottanta, quando criminalità e spaccio di droga presero il sopravvento. Poi grandi interventi di urbanizzazione ne ridefinirono l’arredo urbano. Ma più di ogni operazione architettonica, a plasmare il quartiere è sempre stato l’orgoglio dei suoi abitanti. E come succede nelle migliori favole calcistiche gli umori della piazza ha spesso coinciso con il destino della squadra. Ai difficili anni ’80 del quartiere corrispose il declino della squadra che dopo aver toccato la massima serie alla fine degli anni ’70, barcollò tra la seconda e la terza divisione.
La svolta è nel ‘92, con l’ascesa alla presidenza di Maria Teresa Rivero, che presto diventa un emblema per gli appassionati del Rayo Vallecano, che gli intitolano lo stadio. La squadra si rinforza e per anni sale e scende dalla prima divisione cogliendo una storica qualificazione alla coppa Uefa nella stagione 1999-2000. Poi qualche tracollo e altrettanti successi fino alla stagione scorsa che ha sancito il ritorno nella Liga che conta.
Ancora oggi il quartiere continua a sentirsi una comunità “rayista”, a gioire e immalinconirsi per le imprese dei giocatori che indossano la “camiseta franjirojas”. Una maglia in passato finita sulle spalle anche di un certo Hugo Sanchez, che la impreziosì di 16 reti, prima di far ritorno in Messico.
Durante la settimana nei bar del quartiere, si beve San Miguel e gli argomenti di discussione si ispirano ai cimeli appesi alle pareti: gagliardetti della società, foto della squadra, simboli del CNT e della Izquierda Unida, rispettivamente il sindacato anarchico dei lavoratori e il partito della sinistra radicale. Una formazione che nelle ultime elezioni, proprio nel quartiere ha ottenuto il miglior risultato di tutta Madrid, tanto da meritarsi i ringraziamenti scritti della coordinatrice Carmen Cortès.
La domenica, o quando si gioca, lo stadio per anni intitolato all’ex presidentessa Teresa Rivero, dimessasi dopo la grave crisi finanziaria del febbraio scorso, si riempie in tutti i suoi 15.000 posti a sedere. La curva nord (la sud non è mai stata costruita), è animata dai gruppi del tifo organizzato, tra i quali spiccano i Bukaneros, presenti dal 1992 che all’amore per la squadra associano il sostegno alla classe operaria e un dichiarato antifascismo. Celebrando i tifosi come i migliori anarquistas, borrachos e antifascistas e esaltando lo spirito rivoluzionario della più umile squadra di Madrid, gli Ska-p, gruppo spagnolo di fama internazionale, hanno dedicato una motivetto ska al Rayo Vallecano.

Dopo il match con il Real Madrid, i tifosi di Vallecas, hanno ricevuto le lodi di Josè Mourinho in conferenza stampa. "Sono stati fantastici" ha dichiarato l'allenatore portoghese, che allo stesso tempo, ha invece criticato i tifosi madrinisti, che da primi in classifica, sono arrivati in appena trecento all'impianto. Per raggiungerlo, ha fatto intendere Josè, bastava prendere una metro, non sobbarcarsi centinaia di chilometri.
Ma si sa, coi soldi si possono comprare grandi giocatori, non grandi tifosi.
tratto da you-ng

martedì 6 marzo 2012

A BOLOGNA SBIRRI RAPINAVANO DURANTE LE RONDE

Mi viene da pensare che la proporzione delle mele marce con quelle sane nel corpo della polizia o in qualsiasi altro di quei gruppi militari o paramilitari animati da cotanto amor patrio misto a fascismo e condito da pestaggi e cameratismo sia parecchio a favore dalla parte della frutta marcescente.
Gli inquirenti che quasi con la baionetta puntata alla schiena con occhi lucidi e orecchie da cocker vengono intervistati parlando di arresti verso loro colleghi sono uno spettacolo che mi disgusta doppiamente in quanto i"tutori"dell'ordine pubblico sputano addosso al loro mandato e anche perchè chi li indagano sembrano molto restii a farlo e comunque sanno già che le pene detentive effettive saranno nel peggiore dei casi una passeggiata.
Il caso ultimo di Bologna,famosa già per essere stato teatro di qualcuno dei delitti della banda Uno bianca,alcuni poliziotti che ammazzavano colleghi,carabinieri,guardie giurate o semplici testimoni delle loro rapine,fa sì che quattro agenti della squadra mobile che fermavano e rapinavano molti extracomunitari durante le loro ronde siano stati consegnati alle patrie galere.
Solo un paio di links per rinfrescarsi la memoria su qualche impresa simile degli sbirri(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/01/quando-il-ladro-e-il-poliziotto.html e http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2010/09/sbirri-alla-sbarra.html )e dire la fonte dell'articolo sottostante che è stato preso da Indymedia Lombardia.

Bologna, rapinavano extracomunitari in arresto 4 Poliziotti.
Le vecchie abitudini sono dure a morire, sopratutto nella questura di Bologna, tristemente nota alle cronache per i fatti dell'"Uno Bianca" e che oggi vede un nuovo arresto di 4 poliziotti deviati che rapinavano/sequestravano/aggredivano cittadini extracomunitari nell'ambito dell'esercizio delle loro mansioni.
Fonte:
http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/articoli/1039019/furti-a-immigrat...
09:22 - La squadra mobile di Bologna ha arrestato quattro poliziotti in servizio sulle volanti, su ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Alberto Ziroldi e chiesta dal procuratore aggiunto Valter Giovannini e dal sostituto procuratore Manuela Cavallo. Gli agenti sono accusati di due rapine ai danni di extracomunitari durante controlli. In un caso una vittima sarebbe stata anche sequestrata e aggredita.
I quattro arrestati sono agenti in servizio che componevano due equipaggi. Gli episodi contestati sono due. In un primo caso la vittima fu rapinata da un equipaggio.
In un secondo caso un nordafricano, dopo la rapina da parte di un equipaggio, fu anche picchiato dopo che il secondo equipaggio (quello accusato della prima rapina) aveva raggiunto i colleghi. L'indagine della polizia nei confronti dei quattro agenti è scattata in autunno.

lunedì 5 marzo 2012

E ADESSO BASTA PERO'

Parafrasando la celebre canzone di Toto Cutugno ecco che gli inarrivabili Paguri di Don Zauker dicono la loro in maniera breve e piccante sulla vicenda degli assassini in divisi entrati giusto oggi in carcere come è giusto che sia visto che le autorità indiane hanno già permesso fin troppo alla diplomazia italiana di interferire(da noi si chiama collaborare)con la giustiza locale.
Anzi a Trivandrum avranno privilegi che non spettano agli altri detenuti,ed ecco subito la sequela di interventi nazionali di questo marcio patriottismo del cazzo verso due fascisti che fanno dell'italianità e della fierezza di essere italiani uno scudo di facciata proprio di rappresentanti di uno Stato militarizzato che paga queste"persone"con i soldi di tutti i contribuenti(e si fa pagare i loro sicari da privati),in giri di parole troppo simili al famoso"vi faccio vedere come muore un italiano"dell'altro mercenario Quattrocchi.
Sono contro ma veramente contro tutta questa politica e diplomazia e"opinione pubblica"creata ad hoc che difende questi due imbecilli e killer e a favore di una giustiza vera che per forza deve far pagare chi ammazza un'altra persona.
Amo il mio paese ma di certo episodi come questo mi fanno vergognare di essere italiano,e purtoppo ultimamente mi capita spesso.

Un italiano vero.
28 febbraio 2012
“Siamo italiani e ci comportiamo come tali.”
Queste le parole pronunciate dai due Marò accusati di aver sparato e ucciso, per errore, due pescatori indiani, credendoli pirati.
Cosa vuol dire?
  • Che passeranno le giornate a cantare le canzoni di Toto Cutugno?
  • Che pregheranno forteforte Padre Pio, perché interceda presso il governo indiano che però non lo riconosce come divinità?
  • Che chiederanno solo spaghetti al pomodoro e pizza, rifutando il cibo locale?
  • Che mentre sono in carcere, hanno lasciato la macchina comodamente parcheggiata in doppia fila?
  • Che a colazione pretendono solo caffè espresso?
  • Che leggono esclusivamente La Gazzetta dello Sport?
No, davvero, con tutto il rispetto per i due Marò (e anche per le loro presunte vittime, però) vorremmo tanto sapere cosa significa una frase del genere che tanto è piaciuta al ministro Terzi, al Presidente Napolitano e a tutti i TG.

venerdì 2 marzo 2012

DOMANI MANIFESTAZIONE PER I COMPAGNI BASCHI E PER IL MOVIMENTO NO TAV

Come preannunciato una quindicina di giorni fà in concomitanza del principio della settimana internazionale di solidarietà con il popolo basco(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.com/2012/02/comincia-la-sesta-settimana.html ),siamo alla vigilia dell'incontro clou a conclusione di questi giorni fitti di incontri,relazioni,concerti ed eventi organizzati a tale scopo.
Il ritrovo è per le ore 15 domani a Milano a Porta Genova,e le ultime tristi notizie provenienti dalla Val Susa hanno convinto gli organizzatori di ricordare questa lotta a fine corteo con uno spazio dedicato a chi resiste contro il progetto dell'alta velocità(movimento internazionale appoggiato pure da parecchi anni da Euskal Herria sotto il nome di AHT Gelditu!)e soprattutto per essere vicini a Luca Abbà.
Di seguito un comunicato di Askapena.

Inviamo di seguito il Comunicato dell'Organizzazione Internazionalista Basca Askapena sui fatti di Chiomonte; e a seguire il comunicato di indizione di un presidio solidale a Donostia, Paese Basco, questo sabato 3 marzo.

Nè TAV nè repressione ! Rispettate la volontà popolare !

Davanti alle gravissime conseguenze dell’operazione poliziesca di Lunedì scorso alla Maddalena di Chiomonte in Val Susa, e alla repressione che negli ultimi messi si è inasprita mei confronti del movimento popolare e massiccio che si oppone al treno ad alta velocità in Val Susa, Askapena, movimento internazionalista basco, vuole riconoscere e appoggiare il lavoro militante svolto dalle persone arrestate e, in maniera speciale, esprimere la sua solidarietà nei confronti del compagno Luca Abbà gravemente ferito durante l’operazione di recinzione dei lavori della TAV.
Il Treno ad Alta Velocità è l’esempio più chiaro del vero volto degli stati europei: Stati che stornano milioni di euro publici nelle mani dei grossi imprenditori dell’ingegneria civile, per finanziare un macroproggetto di nullo interese sociale e discutibile fattibilità economica che, in più, si dimostra fallimentare per riattivare l’economia. Tutto ciò mentre vengono tagliati i fondi dei settori pubblici che, oltre a generare lavoro, offrono servizi alla società. Questo progetto dimostra la sottomissione dei poteri publici agli interessi dei poteri economici.
Tutto ciò si fa con l’opposizione frontale di ampi settori della società e, in maniera speciale, delle popolazioni che abitano nei territori coinvolti dai lavori. Questo dimostra il carattere assolutamente antidemocratico delle misure e decisioni prese.
Si mantiene un silenzio totale sull’impatto, necessità e costo dell’opera, dimostrando il coinvolgimento e la complicità dei grandi gruppi mediatici, controllati in gran parte anche dagli stessi imprenditori. Si nega, in questo modo, il diritto che la popolazione ha di sapere quali saranno le conseguenze di un lavoro con queste caratteristiche.
Il progetto condanna popolazioni e territori rurali e di città minori a dovere subire le conseguenze dei grandi lavori di infrastruttura, senza che ne vedano alcuna conseguenza positiva. Solo cemento e distruzione del territorio, e deviazione di fondi publici verso il privato.
Criminalizza il movimento contro la TAV, che negli ultimi anni è riuscito a coinvolgere ampi settori sociali che sono stati capaci di valutare le gravi conseguenze che un’opera del genere può avere nel loro territorio e nell’economia pubblica.
Infine reprime gli esponenti del movimento contro la TAV, fisicamente, con arresti, multe, denuncie gravissime, applicazione di pene massime...
Euskal Herria e la Val Susa sono uniti da anni nella lotta contro questo assurdo e distruttivo proggetto, e hanno dovuto subire repressione e criminalizzazione da parte degli stati coinvolti in queste grandi opere.
Noi continueremo in avanti, rivendicando la ragione dell’interesse publico, dell’interesse ambientale, dell’interesse della popolazione, davanti agli interessi del capitale rappresentati dal treno ad Alta Velocità che distrugge il territorio, svuota i fondi pubblici e non risolve nessuno dei problemi di comunicazione che oggi ci sono in Europa.
È ora che l’Unione Europea e gli stati coinvolti fermino i lavori e sentano la voce di una gran parte della società che dice, sempre in maniera più forte: NO TAV!
Askapena
28 febbraio 2012
www.askapena.org
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DONOSTIA – Presidio solidale con la lotta NO TAV e con Luca

Sabato 3 marzo Presidio solidale NO TAV, ore 11 di fronte alla stazione di Renfe a Donostia, Paseo de Francia 22
Il popolo NO TAV sta lottando da più di 20 anni contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Una resistenza, nata in una piccola valle alpina, che è diventata un simbolo di forza e determinazione contro i perversi poteri del mercato.
Sabotaggi, azioni dirette, assemblee popolari e controllo diretto del territorio sono alcune delle strategie di resistenza del movimento, che è riuscito a restare unito nonostante tutti i tentativi di separazione e criminalizzazione che il sistema ha provato ad imbastire nei suoi confronti.
Le donne e gli uomini NO TAV hanno risposto ogni volta con più forza a tutti gli attacchi che lo Stato italiano ha effettuato per appropriarsi della loro terra, senza retrocedere di un solo passo dopo lo sgombero del campeggio resistente, noto come “Libera Repubblica della Maddalena”, o dopo l’ondata repressiva che ha sbattuto 25 compagni e compagne in carcere per aver cercato di frenare la costruzione di un’opera inutile e dannosa che obbedisce solo alla logia del profitto economico.
Il compagno Luca Abbá della Val Susa è gravemente ferito dopo esser caduto da un traliccio. Mentre un poliziotto cercava di farlo scendere con la forza, Luca ha ricevuto una scarica elettrica. Il suo stato di salute è grave per la scarica e la caduta, da circa 10 metri di altezza, e per il ritardo di oltre mezz’ora dei primi soccorsi. Il tutto è avvenuto all’interno delle proteste contro nuovi espropri in valle, nella mattinata del 27 febbraio.
LA LOTTA NO TAV NON HA FRONTIERE!

giovedì 1 marzo 2012

GUERRIGLIA IN VAL SUSA

Breve articolo di pura indignazione e di rabbia verso tutte le forze politiche italiane che appoggiano il progetto dell'alta velocità ed il loro braccio armato repressivo che sono tutti i poliziotti,carabinieri e celerini che terrorizzano,picchiano,arrestano ed ammazzano gli abitanti della Val Susa ed i manifestanti che solidarizzano e che combattono contro queste merde in divisa.
Tra Luca Abbà che lotta contro la morte,giornali fascisti che...vabbè meglio lasciarli nel loro triste mondo,carabinieri lodati per chissà cosa poi,irruzioni cameratesche in locali pubblici e spari ad altezza uomo la lotta No Tav è ormai una vera guerriglia e come tale d'ora in avanti avrà purtoppo i suoi morti e feriti da entrambe le parti.
E ciò finchè i politici(con la feccia del Pd piemontese in primo piano)continuino a far finta di essere soggiogati e costretti dall'Europa a proseguire questa farsa di lavori inutili,dannosi per il territorio e per le persone che vi abitano e utile solo per le tasche dei politicanti e delle mafie cui danno e daranno gli appalti di lavoro.
Articolo con molti links che fanno vedere scene vergognose dei nazisti in divisa che ne combinano di tutti i colori(ed ovviamente le scene più plateali e crude difficilmente possono essere riprese e se lo sono vengono sequestrate e distrutte).
Solo odio per voi,no pasaran!
La vendetta delle pecorelle: cariche sull'autostrada, spaccate le auto dei manifestanti, irruzioni in bar e pizzerie. Domani alle 18 riniziano i blocchi.
In Val di Susa sta succedendo di tutto. Verso le 21.15 la polizia ha caricato con lancio di lacrimogeni ad altezza d'uomo e pestaggi. Testimonianze narrano di scontri fra forze dell'ordine perchè alcuni di loro nell'avanzare stavano vandalizzando le macchine dei No Tav e tutto quello che trovavano davanti. Si parla di diversi feriti e fermati.
Girano anche immagini e video della polizia che entra nei bar e nelle pizzerie
Intanto il ragazzo che ieri si era reso protagonista delle prese di giro al carabiniere è stato portato via di peso dalla polizia (foto). Le sue parole, del tutto marginali rispetto alla vera partita che si stava giocando in valle, sono state prese a pretesto per deviare il dibattito sulla val di Susa da parte di tutti i telegiornali e le testate giornalistiche.
Dopo le cariche c'è stata un'assemblea partecipatissima a Bussoleno (vedi foto) dove il popolo No Tav ha dato appuntamento all'indomani alle 18 per i nuovi blocchi.
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