martedì 12 febbraio 2019
SI APRE IL PROCESSO POLITICO IN CATALUNYA
La lunga mano vendicatrice,piena di rancore e voglia di rappresaglia per ora nei tribunali dei nazionalisti spagnoli,sta avendo per loro l'inizio con l'avvio del processo contro gli indipendentisti catalani,persone chiave nella politica del nuovo Stato non riconosciuto dalla Spagna e dall'Ue.
L'articolo di Left(indipendentisti-catalani )a firma dell'eurodeputata Forenza richiama a questo processo che sarà seguito in diretta tv e che vede gli imputati accusati di crimini gravi come disobbedienza,ribellione e appropriazione di fondi pubblici,il tutto per il referendum(madn la-catalunya-alla-svolta-nonostante-la.spagna )per l'autodeterminazione e l'indipendenza catalana.
Uno scenario che coinvolge l'Europa intera in questo clima di disaffezione all'ideologia propriamente europea,con uno scenario prettamente giuridico di repressione in quanto si tratta palesemente di un processo politico a delle idee e non dovuto a fatti criminosi di violenza,quella sì perpetrata nei periodi prima e dopo ma soprattutto durante la consultazione popolare.
Indipendentisti catalani a processo. Organizzare un referendum è un crimine?
di Eleonora Forenza
Dopo aver subito una detenzione arbitraria preventiva di quattordici mesi, i nove prigionieri politici catalani (sei ex ministri regionali, l’ex presidente del Parlamento della Catalogna e due leader delle associazioni indipendentiste più grandi) devono affrontare oggi un lungo processo alla Corte suprema spagnola. Affrontano una serie accuse gravissime: ribellione, disobbedienza e appropriazione indebita di fondi pubblici.
Il loro crimine? Aver organizzato o sostenuto un referendum di autodeterminazione, seguendo il mandato democratico ricevuto nelle urne dal popolo catalano. Rischiano una pena di fino a 25 anni in carcere, dal momento in cui il crimine di ribellione, che implica una “rivolta violenta e pubblica” secondo la legge spagnola, è uno dei più gravi all’interno del codice penale spagnolo.
Tuttavia, l’innegabile verità è che non hanno né incitato né usato violenza, come affermato anche dal tribunale tedesco dello Schleswig–Holstein, che ha negato con questa motivazione l’estradizione del presidente del Governo catalano, Carles Puigdemont. In realtà, l’unica violenza esercitata proveniva dalla risposta violenta della polizia spagnola contro migliaia di elettori. Nessuna/o di noi ha dimenticato le immagini degli agenti di polizia che picchiavano le persone nei seggi elettorali, intenzionate soltanto a votare pacificamente: questa è un’immagine che non avremmo mai voluto vedere nell’Unione europea.
Insieme ai membri della piattaforma di dialogo Ue–Catalogna del Parlamento europeo, di cui faccio parte, deploriamo la risposta repressiva e giudiziaria delle autorità spagnole a un conflitto politico. Ci rammarichiamo per la falsa narrativa dietro le accuse e denunciamo che sì, si tratta di un processo politico. Il dialogo e la negoziazione, e non la reclusione e la persecuzione politica, dovevano essere gli strumenti per incanalare il dibattito sul legittimo diritto all’autodeterminazione della Catalogna.
Questo non è solo un affare interno spagnolo. Ha una chiara dimensione europea perché quanto accaduto si scontra con i valori fondamentali della nostra Unione, come la democrazia, la libertà di espressione, la libertà di riunione e la libertà di partecipazione politica. Anche il diritto a un processo equo è in pericolo, dal momento che i prigionieri politici hanno denunciato numerose irregolarità durante la fase preliminare al giudizio. Ad esempio, molti dei ricorsi depositati presso la Corte costituzionale spagnola sono ancora pendenti e ciò blocca il loro accesso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.
Seguiremo questo processo politico da vicino. Ci recheremo a Madrid per assistere come osservatori alle udienze, consci del fatto che le autorità spagnole stanno cercando di impedire il nostro accesso alle aule del tribunale. Lo faremo perché siamo fermamente convinti che i conflitti politici che coinvolgono i diritti fondamentali non siano un problema giuridico o magari di ordine pubblico. I catalani hanno il legittimo diritto di decidere democraticamente il loro futuro politico, e Madrid e Bruxelles hanno bisogno di politici con il coraggio di risolvere i conflitti politici non con accuse penali, ma con gli strumenti della democrazia.
Questo processo, che andrà in diretta tv, potrebbe calmare la sete di vendetta dei nazionalisti spagnoli più radicali, ma certamente non contribuirà a una soluzione ragionevole delle tensioni storiche tra la Catalogna e le istituzioni spagnole. È necessario che le istituzioni europee continuino a fare pressione per raggiungere una soluzione politica e democratica.
*L’europarlamentare Gue/Ngl Eleonora Forenza firma questo articolo a nome della piattaforma di dialogo Eu-Catalogna
lunedì 11 febbraio 2019
LA POLIZIA REPRIME,LA GENTE REAGISCE
Le reazioni allo sgombero dell'Asilo occupato di Torino sono sfociate,grazie alle provocazioni e alle cariche gratuite della polizia,in scontri tra le persone accorse a manifestare contro questa assurda decisione riguardo al centro sociale e le forze del disordine in un pomeriggio molto teso.
Ci sono stati 12 fermi e blocchi in alcune vie del centro,e scontri successivi presso la zona delle Vallette dove vi è situato il carcere cittadino;nell'articolo di Contropiano le reazioni con qualche frase del marcio Salvini che plaude alla repressione e violenza poliziesca(torino-manifestazione ).
Torino. Manifestazione contro sgombero del’Asilo Occupato. Cariche e lacrimogeni fino a sera. 12 fermi.
di Redazione Contropiano
Ieri a Torino era stato convocato un corteo in risposta allo sgombero dell’Asilo occupato e agli arresti con accuse pesantissime nei confronti di militanti di area anarchica, impegnati nella lotta contro i lager per i migranti, ex Cpt e Cie, oggi Cpr. L’appuntamento era stato dato alle ore 16 in piazza Castello.
Il corteo di circa 2000 persone si è mosso su via Po, Piazza Vittorio, via Giulia di Barolo, Corso Regina e si è diretto verso Porta Palazzo. Arrivato a Corso XI febbraio è stato però bloccato dalla polizia dispiegata in forze in tutta la zona che a un certo punto ha cominciato a caricare. Il corteo si è ricompattato dal lato di via XX settembre ma l’aria è stata resa ben presto irrespirabile dal fumo dei lacrimogeni. Su via Regina Margherita la nebbia dei lacrimogeni era pesantissima. Su via San Maurizio- Via Vanchiglia sono state erette delle barricate con dei cassonetti dati alle fiamme.
Il corteo si è poi disperso cercando di evitare i rastrellamenti nelle strade adiacenti. Ma alla fine della giornata si contano 12 fermati tra i manifestanti. Il Ministro degli Interni Salvini ha subito rilanciato dichiarazioni pesanti sulla manifestazione di Torino: “I torinesi sono ostaggio di qualche centinaio di delinquenti dei centri sociali. Tutto il mio supporto ai torinesi e alle forze dell’ordine, per questi criminali (che sono stati finalmente sgomberati pochi giorni fa) la pacchia è finita”. Una rivendicazione vera e propria da parte del ministro del clima repressivo imposto sulla metropoli torinese.
mercoledì 6 febbraio 2019
IL RITORNO DELL GUERRA FREDDA(ALLARGATA)
Dopo decenni di calma apparente ecco che il discorso del riarmo nucleare prende sempre più piede grazie al presidente Usa Trump,uno che come i suoi precedenti omologhi,ha sempre avuto come una tra le doti principali quella di essere guerrafondai.
La sospensione dei trattati firmati ormai più di trent'anni fa,che pure a Russia ha contribuito a fare,è l'ennesimo segnale d'allarme che non riguardano solo le due superpotenze del post seconda guerra mondiale,ma riguardano pure ora la Cina e l'Iran(nei due contributi presi da Contropiano:corsa-agli-armamenti e stranamore-trump non si parla di Israele,Corea e India)e Trump prende la scusa di poter allargare a tutti questi Stati l'accordo.
Ma questo altro non è che la solita propaganda statunitense,esperta esportatrice di democrazia con invasioni e occupazioni cui potrebbe in breve tempo aggiungersi quella del Venezuela,con l'Ue che se ne sta zitta pur avendo decine di vecchie e nuove potenziali sedi missilistiche,e una Nato dalla quale l'Italia e l'Europa intera dovrebbe uscire perché ha fatto la storia(negativamente)e un'adesione ulteriore ad essa sarà solo catastrofica.
Corsa agli armamenti: gli USA sospendono il Trattato INF, la Russia anche.
di Fabrizio Poggi
Gli Stati Uniti hanno ufficialmente sospeso per sei mesi gli obblighi derivanti dal Trattato INF (per i russi DRSMD: Accordo sui missili a media e corta distanza, cioè da 1.000 a 5.500 km e da 500 a 1.000 km) e si ritengono liberi di installarne a proprio piacimento dove e quando vogliono. Durante questi 6 mesi, come ha dichiarato il Segretario di stato Mike Pompeo, “se la Russia non tornerà al rispetto del Trattato, gli USA si ritireranno ufficialmente da esso”.
Al tempo stesso, Donald Trump ha dichiarato di sperare che “sapremo riunire tutti in una grande e bella sala per stipulare un nuovo accordo. Questo accordo sarà molto migliore e io lo vorrei vedere”. Il riferimento a “tutti” è chiaramente riferito, oltre che a USA e Russia, alla Cina e ai suoi nuovi complessi missilistici DF-26, rientranti nella categoria della media distanza e che, quando nel 1987 URSS e USA firmarono il Trattato, non erano (quantomeno ufficialmente) nemmeno all’orizzonte. Se poi Trump, ancora con quei “tutti”, intende riferirsi anche all’Iran, è da vedere quanta fiducia Teheran gli possa accordare, dopo la mossa unilaterale americana del ritiro dal cosiddetto “accordo sul nucleare iraniano” nei mesi scorsi.
Riassumendo, osserva topwar.ru, attendiamo una risposta concreta alla semplice domanda: se veramente il problema consiste nel voler ampliare il numero dei partecipanti al Trattato, allora a che scopo si è messa in piedi tutta questa sceneggiata sulle violazioni russe dell’accordo? Da tempo Mosca aveva proposto a Washington di cercare il modo per allargare la cerchia dei partecipanti al DRSMD, senza nel frattempo arrestarne l’efficacia: proposta sempre respinta dagli USA, che ora, al contrario, prima sospendono i propri obblighi e poi parlano di una “grande e bella sala” per i colloqui.
E’ così che Mosca non ha potuto far altro che denunciare i trucchi propagandistici yankee a proposito del non rispetto russo degli obblighi derivanti dal Trattato e il Ministero degli esteri già ieri aveva espresso indignazione per il fatto che per gli USA è diventata una tradizione quella di ricorrere “deliberatamente alla maniera divulgativa di redigere e presentare le proprie congetture”. La Russia “adempie costantemente, coerentemente e incondizionatamente ai propri obblighi”; l’atteggiamento USA, sostiene Mosca, è un “trucco puramente propagandistico” e il vero motivo delle dichiarazioni di Washington è il grave indebolimento delle posizioni statunitensi nell’arena internazionale.
Ma qual è la “materia del contendere”?
L’annuncio del ritiro USA dal Trattato era stato anticipato nella riunione dei Ministri degli esteri NATO del 4 dicembre scorso, quando lo stesso Pompeo aveva detto che Washington concedeva a Mosca 60 giorni per tornare all’esecuzione del trattato, e il Segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg aveva affermato che “la NATO dà alla Russia l’ultima possibilità di salvare” l’accordo. “La Russia ha messo a rischio gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti, non possiamo più essere limitati da un trattato finché la Russia lo violerà spudoratamente”, ha detto ora Pompeo; e ha aggiunto che se “la Russia non tornerà al pieno e verificabile rispetto del trattato entro sei mesi, distruggendo in modo verificabile i missili che violano il Trattato INF, i loro lanciatori e le relative attrezzature, il trattato cesserà di sussistere”.
Dall’altro lato la TASS ricorda come già dopo tre anni dalla firma del Trattato, entrato in funzione nel giugno 1988, Mosca avesse distrutto 1.846 missili delle categorie previste, contro gli 846 di Washington, quasi tre volte più lanciatori (825 e 289) e quasi sette volte più basi missilistiche (69 e 9). Ora, trenta anni dopo la conclusione del trattato, entrambi si accusano a vicenda di violare l’INF.
Mosca ritiene che il sistema antimissilistico USA “Aegis-Aegis Ashore” (già installato in Romania e in procinto di essere installato anche in Polonia e Giappone) sia in grado, all’occorrenza, di venir utilizzato come sistema di lancio per missili da crociera a medio raggio, il che costituirebbe una violazione diretta del trattato. Gli USA negano tale possibilità. La Russia si dice preoccupata anche per i droni da combattimento americani, il cui raggio operativo supera i mille km e le cui capacità e caratteristiche si avvicinano a quelle dei missili da crociera.
Sull’altro versante, la stampa americana parla dello sviluppo del “Novator 9-M 969”, missile da crociera basato a terra, presumibilmente destinato al complesso tattico-operativo (OTRK) “Iskander-M”, con portata di almeno 3.000 km. I russi assicurano tuttavia che la loro portata sia inferiore ai 500 km.
E via di questo passo.
In risposta alla mossa americana, oggi anche Mosca ha sospeso la partecipazione al Trattato INF: “Procederemo in questo modo” ha dichiarato Vladimir Putin nel corso di una seduta coi Ministri degli esteri e della difesa, Sergej Lavròv e Sergej Shojgù, “la nostra risposta sarà speculare: i partner americani hanno annunciato che stanno sospendendo la loro partecipazione al Trattato e anche noi la sospendiamo”.
Putin ha anche disposto che non si intraprendano per ora nuovi negoziati sul Trattato e ha sottolineato che Mosca, dopo la sospensione della partecipazione al trattato INF, non cesserà di sperimentare nuove armi, senza però aumentare il bilancio della difesa: “Non dobbiamo e non verremo coinvolti in una costosa corsa agli armamenti”, ha detto, sottintendendo quella che aveva aggravato la situazione economica dell’ultimo periodo di esistenza dell’Unione Sovietica.
Forse la Russia riuscirà a non farsi coinvolgere in tale corsa; ma è certo che lo farà anche il nostro paese, quale destinatario delle armi USA? Come reagirà il “governo del cambiamento” agli ordini di Washington e di Bruxelles, che certamente da tempo hanno già programmato il destino delle basi americane e NATO in Italia? Come reagirà quello che resta del movimento contro i missili USA sul nostro territorio?
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Stranamore Trump ci avvicina alla guerra nucleare.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
Che ha da dire il vergognoso parlamento europeo? Fuori dalla Nato!
Trump ha disdettato l’accordo di equilibrio nucleare con la Russia , sottoscritto negli anni 80 da Ronald Reagan, un presidente di destra radicale. Trump va oltre il suo pur reazionario predecessore e dà il via ad un folle riarmo nucleare. E lo fa nelle stesse ore in cui minaccia l’invasione del Venezuela a sostegno del suo golpe, che non sta riuscendo come voleva.
Se il mondo fosse governato dal diritto, oggi gli Stati Uniti sarebbero sottoposti alle più dure sanzioni globali. Invece gli USA impongono le sanzioni all’Iran che non ha armi atomiche e ovviamente mantengono quelle verso la Corea del Nord, che pure sta smantellando le sue poche bombe artigianali, che valgono un miliardesimo della potenza distruttiva dell’arsenale USA.
E la sempre più vergognosa Unione Europea balbetta, dopo essersi vilmente accodata con il suo parlamento alla guerra venezuelana di Trump. E l’Italia installa a Ghedi e ad Aviano micidiali bombe atomiche di nuova generazione.
Se il mondo fosse governato dal diritto e dai principi di cui blaterano tutti i servi di Trump, oggi gli USA sarebbero considerati e trattati come uno stato canaglia.
Ma nel mondo comandano i soldi e le armi, quelle nucleari prima delle altre, quindi Stranamore Trump può impunemente portarci sulla soglia dell’olocausto atomico.
Solo fermando e distruggendo l’impero americano si può salvare l’umanità. Fuori le bombe atomiche e la NATO dall’Italia, fuori l’Italia dalla NATO.
venerdì 1 febbraio 2019
LA RECESSIONE E UN GOVERNO CHE VIVE IN UN ALTRO PAESE
Come un qualsiasi altro premier avvicendatosi alla guida del paese anche l'attuale Conte vive in un mondo tutto suo,sotto ad una cupola dove tutto sono rose e fiori,afferma che il 2019 sarà un anno bellissimo e che la recessione conclamata ieri è solo passeggera e non bisogna soffermarcisi molto.
Mentre il resto del paese è allarmato per questo fatto,il governo del cambiamento scarica la colpa di questi conti in negativo verso gli esecutivi precedenti,questa recessione"tecnica"anche se a seguito di percentuali molto basse è comunque un segnale di ulteriore gravità per la maggior parte della popolazione.
Nell'articolo proposto(contropiano litalia-in-recessione-nella-scia-della-germania )si parla degli stessi risultati in Francia e Germania,e la sintesi di quello che tra le cause maggiori di questo stato,che altro non che la continua diminuzione del mercato interno anche se le esportazioni non vanno male,in parole povere la gente spende sempre meno per le spese personali e familiari.
L’Italia in recessione, nella scia della Germania.
di Francesco Piccioni
Siamo in recessione, questo è ufficiale. E, siccome siamo un paese ridicolo, è subito scattata la corsa a decidere “di chi è la colpa”? Come se l’economia di un paese fortemente interconnesso fosse una “variabile indipendente” dal sistema europeo e globale.
Vediamo intanto i dati. L’Istat ieri ha certificato che nel quarto trimestre del 2018 il prodotto interno lordo (Pil) è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e aumentato dello 0,1% in termini tendenziali (sull’anno).
Si tratta del secondo calo consecutivo (il terzo trimestre si è chiuso con un -0,1%) e dunque, per consuetudine statistica, si deve parlare di recessione tecnica. Insomma, è proprio così e non ci si può girare intorno.
Interessante però la prima disaggregazione dei dati fornita dall’Istat: “La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e in quello dell’industria e di una sostanziale stabilità dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta.”
Traduciamo per i non addetti ai lavori: industria e agricoltura sono andati male, hanno tenuto i servizi. Ma soprattutto cala fortemente il mercato interno, al punto da cancellare l’apporto positivo della crescita delle esportazioni.
Cosa significa? Che la grande maggioranza dei nostri concittadini fanno fatica a fare la spesa (in senso generale, dagli alimentari all’automobile alla casa) e quindi le aziende che producono soprattutto per il mercato interno – quelle piccole e medie, che non hanno grandi spazi nell’export – vedono contrarsi ordini e fatturato. Dunque il Pil cala, anche se quelle più grandi che vivono di esportazioni hanno continuato a crescere. Il che comporta un “effetto trascinamento” sulla produzione 2019 già in negativo dello 0,2%.
Su base annua – dal 1 gennaio al 31 dicembre – il Pil 2018 è cresciuto solo dello 0,8%, mentre la media dell’Eurozona è stata dell’1,8. Ma questo risultato, a prima vista molto più positivo di quello italiano, è a sua volta disastroso, perché negli ultimi tre mesi del 2018 il Pil dell’Eurozona ha rallentato la sua crescita come mai era accaduto negli ultimi quattro anni. In pratica il 2018 è stato per la zona euro l’anno con la più bassa espansione dal 2014.
Francia e Germania hanno chiuso l’anno con lo stesso risultato (+1,5%), mentre solo la Spagna sembra andare discretamente (+2,5, con +0,7% nel quarto trimestre). Ma anche lei in forte calo rispetto agli anni precedenti (oltre il +3% per quattro anni consecutivi).
La cosa interessante è che la discreta prestazione spagnola è frutto di una combinazione di fattori opposta rispetto a quella italiana: +2,7% la domanda interna, appena + 0,3 quella estera. Si vede che i salari di Madrid, pur espressi nella stessa moneta, hanno un potere d’acquisto maggiore (sono “relativamente” più alti, insomma, rispetto ai prezzi delle merci).
Prima di tutto due dati. L’indice Pmi manifatturiero tedesco era previsto a 49.9 punti (il livello 50 separa la recessione dalla crescita), ma il dato reale diffuso stamattina è anche peggiore: 49.7. L’industria tedesca è dunque in contrazione.
Anche Jens Weidmann, presidente di Bundesbank, prevede un pessimo futuro prossimo per l’economia del suo paese e per tutta l’Eurozona: “L’inflazione della zona euro nel 2019 potrebbe disattendere di molto le stime dello staff Bce a causa del calo dei prezzi del greggio, mentre il processo di normalizzazione della politica monetaria da parte dell’istituto centrale richiederà probabilmente diversi anni.”
Un tecnico gli farebbe notare che se tutte le attese per un’inflazione “desiderabile” (intorno al 2%) dipendono dal prezzo del petrolio – classificato come una “componente esterna” – allora significa che la dinamica interna core di prezzi e salari è strutturalmente al di sotto di quel livello. Ovvero che i salari sono fermi (eufemismo), e dunque la scarsità di domanda – non “di banane”, come piace dire a Cottarelli – impedisce ai prezzi di salire.
E in effetti nella ricca Germania tormentata dai bassi salari dei minijobs (grazie alle “riforme Hartz IV”) le vendite al dettaglio sono calate del -2.1% rispetto all’anno precedente. Chissà perché…
Il male italiano, insomma, è un male europeo, ma non per questo si può chiamare un “mezzo gaudio”, anche perché notevolmente peggiore della media.
Il “grande malato” – come lo chiama anche Ashoka Mody – è infatti la Germania che ha ridisegnato, dalla caduta del Muro in poi e grazie alle regole previste nei trattati europei, le filiere produttive di tutta Europa in funzione del proprio sistema industriale e secondo un modello neo-mercantilista. Ovvero “orientato alle esportazioni”.
Un modello che ha avuto successo e premiato la Germania, ma che ora ha “esaurito la sua spinta propulsiva” – la cosiddetta globalizzazione si è interrotta, aprendo una stagione di competizione tra aree continentali – scoprendosi incapace di modificare in corsa i propri assetti.
L’austerità non risana i conti pubblici (anzi… come testimoniano Grecia e Italia, tra gli altri) e congela la dinamica economica. Persino, ormai, quella tedesca che aveva tratto il massimo beneficio da quelle regole.
Ma è inutile chiedere a Berlino di ripensarsi. Non possono, dovrebbero smantellare tutto e subire il rischio dell’esplosione immediata delle contraddizioni fin qui tenute a bada proprio tramite i trattati europei e l’euro, ma che – dialetticamente – ne hanno create altrettante e incontrollabili, perché impreviste.
Come spiega solo ora Innocenzo Cipolletta, indimenticato ex direttore di Confindustria, “l’Unione Europea a 500 milioni di abitanti non può basarsi sull’export, deve pensare alla domanda interna aumentando i salari”. Autocritica no, ma constatazione del disastro sì…
Un quadro sistemico e storico più serio lo dà Pasquale Cicalese, che ricorda alcune semplici verità: “Immaginate che 26 anni fa vi era un’area economica che aveva un pil pari al Portogallo. Immaginate che quest’area economica in 26 anni abbia raggiunto un pil pari a tutta l’Ue con la prospettiva futura, stante così le cose, che nei prossimi anni la supererà abbondantemente. Bene, sapete quanto esporta l’Italia in quest’area? Il 3% del totale dell’export contro il 48% del totale dell’export verso l’Ue. Un’area economica quanto l’Ue come se non esistesse per l’imprenditoria italiana. Quest’area si chiama Cina e detiene il 32% della produzione industriale mondiale contro l 4,6% della Germania. In 26 anni costoro, in Europa, erano troppo intenti a parlare di costo del lavoro, abbattendo i salari, a chiedere sussidi, a riformare la costituzione, in luogo di fare i capitalisti in un mondo profondamente mutato. Mentre i sindacati si pappavano la torta della formazione professionale e dei patronati.”
Se questa è la situazione attuale, le polemichette italiche su di chi sia “la colpa” per il ritorno della recessione appaiono latrati da cagnolini ciechi.
Luigi Di Maio, per esempio, si copre di ridicolo dicendo, come un bambino alle prese con un gioco più grande di lui, “I dati Istat testimoniano una cosa fondamentale: chi stava al governo prima di noi ci ha mentito, non ci ha mai portato fuori dalla crisi”… Addirittura peggiore risulta il Pier Carlo Padoan che controbatte: “Quelle di Palazzo Chigi sul Pil sono dichiarazioni infami e ignoranti. I dati parlano chiaro. L’andamento negativo è cominciato con la nuova maggioranza e con l’impatto dello spread“.
Perché peggiore? Perché un economista vero, un tempo addirittura dirigente del Pci, non può ignorare che questa nuova crisi è sistemica, non “locale”. Coinvolge infatti tutto il pianeta, sia pure in modo differenziale, e investe tutti i meccanismi fondamentali attivi negli ultimi30 anni; per di più, è stata vista arrivare ormai da più di un anno. Soprattutto non può ignorare, al pari dei pochi leghisti che masticano di economia, che la posizione particolarmente debole dell’Italia dipende dal suo essere diventata in buona parte “contoterzista” delle grandi multinazionali tedesche. Se quelle frenano, l’Italia segue. Punto.
Una trasformazione avvenuta in oltre 20 anni, favorita in tutto e per tutto dai governi berlusconiani e prodiani (e dalemiani, montiani, lettiani, renziani…), addirittura “pretesa” con forza da Confindustria e soprattutto dalla sua componente Nordest. Quella che ha nutrito la bestia leghista e ora si ritrova con una classe politica inetta, senza più una prospettiva di crescita.
mercoledì 30 gennaio 2019
GLI USA VIRANO IL FRONTE DI GUERRA
La pressione statunitense che si sta esercitando per cominciare un vero e proprio conflitto bellico in Venezuela chiamando a rapporto mezzo mondo,sta aumentando sempre più e la presunta svista del consigliere per la sicurezza nazionale Usa Bolton che fa vedere l'appunto che loro sono pronti per un'invasione,ne è la conferma.
Un incursione possibile dalla Colombia visto che ci sono filmati di assembramenti di militari Usa presso il confine con lo Stato sotto attacco interno,fino a un certo punto perché la marionetta Guaidò è figlio di Sam e della Cia.
L'articolo di Contropiano(dallafganistan-al-venezuela )parla della futura dismissione della missione di"pace"statunitense in Afghanistan,seguita ieri dall'Italia non senza polemiche visto che pezzi del governo non ne sapevano nulla,e di un probabile spostamento del fronte di guerra proprio contro Maduro nel proseguo del world war tour degli Usa che puntualmente trova sempre terreno fertile in nazioni d'importanza o strategica oppure fonte di sfruttamento.
Dall’Afghanistan al Venezuela. Gli Usa si preparano a spostare il fronte di guerra.
di Alessandro Perri
Nel dicembre del 1990, il Field manual del Dipartimento dell’esercito degli Stati uniti, definiva le operazioni militari in un conflitto di bassa intensità come «una combinazione di mezzi, [che] adopera strumenti politici, economici, informativi e militari». Ma quando questi mezzi non risultano efficaci al raggiungimento di un obiettivo militare (e dunque, politico-economico), il passo successivo è quello della “guerra guerreggiata”.
È questo il messaggio “scappato” dalla cartellina del Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense John Bolton: in Venezuela siamo pronti all’escalation militare, che non è altro che la traduzione nostrana del «all options are on table» rilasciato dalla Casa bianca a seguito della “svista” del Consigliere. E non a caso, il già ridenominato “Piano Bolton” viene annunciato durante la conferenza stampa in cui si pubblicizzavano le sanzioni economiche alla Pdvsa, compagnia petrolifera venezuelana nazionalizzata da Chávez, i cui ricavi sono la fonte delle numerose misiones con cui il governo di Caracas finanzia lo “stato sociale”.
Contestualmente, il presidente Trump ha iniziato il 2019 all’insegna della ridefinizione della politica estera statunitense, non senza creare scompensi all’interno della squadra di governo. L’intenzione di ritirare la metà delle truppe dall’Afghanistan (da 14 a 7 mila) non trova i favori dei capi della National intelligence nordamericana che, con le parole del direttore Daniel Coats, avvertono il presidente del rischio di un Iraq 2.0 in caso di ritirata da Kabul in assenza di un governo capace di mantenere la stabilità nel paese, e dunque di giustificare ex post il quasi ventennale l’intervento a guida stelle e strisce.
Nell’appunto di Bolton, quelle sarebbero le truppe incaricate (almeno nel numero) di “aprire” il fronte venezuelano tramite lo storico alleato colombiano, i cui confini col Venezuela sono terreno privilegiato per ogni operazioni di disturbo alla democrazia dei vino tintos.
A una “democrazia” che promette guerra, una “dittatura” risponde col dialogo. L’appena rieletto presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato all’agenzia russa Ria Novosti di essere disposto ad aprire all’opposizione politica, anche con la mediazione di paesi terzi. Come dire, non proprio l’atteggiamento di chi ha qualcosa da nascondere nell’armadio di casa propria.
Picche, invece, sull’ultimatum lanciato dell’Unione europea circa la necessità di indire nuove “libere elezioni presidenziali” entro otto giorni, minacciando il «non riconoscimento della leadership del paese». A livello internazionale, la spaccatura è totale, come sancito dal voto Onu (17 a 16), in cui è stato decisivo il Messico guidato dal nuovo presidente Lopez Obrador, stavolta non allineato ai voleri di Washington. Le elezioni, al massimo, possono essere quelle dell’Assemblea nazionale, di cui l’autoproclamatosi “presidente del Paese” Guaidò è il, questo sì, presidente.
Come già scritto in queste pagine, sul sostegno al Venezuela ci si divide, perché nel qui e ora poca importano le contraddizioni presenti nel processo bolivariano che, in quanto processo e realtà che cammina, non può essere esente da errori. È la natura della sperimentazione, peraltro portata avanti dovendo contemporaneamente affrontare la sfida di chi continua a considerarla come “il giardino di casa”, e dei suoi fedeli seguaci.
Insomma, è la natura del momento storico che impone lo schieramento senza esitazioni dalla parte del popolo venezuelano, a cui solo la continuazione del processo chavista può, se non garantire, quantomeno tenere aperto l’orizzonte di un futuro fatto di giustizia sociale e riduzione delle diseguaglianze. Di contro, l’imperialismo targato Donald Trump torna a tuonare sui confini dei Caraibi, incalzato da quell’«America first» che passa, dopo i continui fallimenti in Medio oriente e dal sopravanzare della Cina, dal controllo dell’altra parte dell’America, quella Latina e rebelde.
martedì 29 gennaio 2019
IL DIETROFRONT DEL MINISTRO DI TUTTO SUL SUO PROCESSO
Come nel caso del più classico comportamento berlusconiano il ministro di tutto Salvini ha fatto dietrofront sul caso del processo per la nave Diciotti(madn salvini-indagato-per-il-caso-diciotti)e non è più disposto ad essere giudicato,il tutto nel giro di un giorno.
Ora si nasconde dietro a cavilli tecnici e all'importante ruolo cui ahinoi è stato insignito,e se anche altri leader di questo governo di cadaveri avevano chiesto di essere processati pure loro,dopo la giornata di sbornia ci si è svegliati con un altro sentimento.
Quello del puntare sull'immunità per avere svolto un'azione,o meglio per non averla fatta,nell'interesse della patria in nome(non nel mio)della difesa dei confini nazionali come se avesse dovuto esserci il preludio ad una guerra.
Solo che i soldati contro i quali si combatte sono dei poveracci,sempre la solita mobilitazione bellica contro gli ultimi mentre i veri criminali sono in giro,possibilmente seduti sugli scranni romani,qui di seguito il redazionale di Contropiano:salvini-ci-ripensa .
Salvini ci ripensa: “non fatemi processare per la Diciotti”.
di Redazione Contropiano
I dintorni di Palazzo Chigi, in questi giorni, stanno diventando pericolosi. Da lì dentro piove di tutto…
La richiesta di autorizzazione a procedere, avanzata dal Tribunale dei ministri, contro Matteo Salvini per caso della nave militare Diciotti – bloccata per sei giorni sul molo, senza far scendere né naufraghi né l’equipaggio (marinai militari italiani, mica scafisti…) – sta prendendo una piega diversa da quella immaginata nei primi giorni.
Lì per lì molti commentatori l’avevano presa come un “favore fatto a Salvini”, che avrebbe ingigantito la sua capacità di fare la vittima mentre sta “facendo gli interessi degli italiani”. E lo stesso ministro dell’interno ci aveva creduto, tanto da dire sprezzante “non chiedo l’immunità parlamentare” (da senatore eletto in Calabria).
Sulla base di questa valutazione, anche gli alleati pentastellati avevano anticipato un voto favorevole in Giunta autorizzazioni a procedere, certi di non fare un dispetto all’irascibile alleato e, contemporaneamente, di presentarsi come “coerenti” davanti alla propria – e scossa – base elettorale.
Ieri, invece, il ministro ha inviato una lettera ufficiale chiedendo alla Giunta di negare l’autorizzazione. Secondo lui “il processo non va fatto” perché “ai sensi dell’articolo 9, comma terzo, della legge costituzionale n. 1/1989, il Senato nega l’autorizzazione «ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo».”
La Giunta dovrebbe perciò decidere se le decisioni di Salvini a proposito della Diciotti siano o no riconducibili in quell’ambito di discrezionalità puramente politica.
E’ evidente che, leggendo bene le carte inviate dal Tribunale dei ministri, gli avvocati di Salvini abbiano capito di non poter essere totalmente certi dell’assoluzione e quindi abbiano consigliato una linea d’azione meno spavalda. Nei passi formali, almeno…
Tradotto: chiedi che sia fatta valere l’immunità e mettiti al sicuro (prudenza), ma sbraita pure quanto vuoi sul piano della comunicazione politica.
La marcia indietro ha messo nei guai i Cinque Stelle, che a questo punto non possono più votare perché il loro alleato vada a processo, rischiando una condanna. E quindi sono stati costretti per la milionesima volta a giravoltare rispetto ai propri “principi sacri”. “Dopo le ultime posizioni di Salvini, le condizioni sono cambiate: nel Movimento 5 Stelle esiste una prassi, si vota sì all’autorizzazione a procedere. Ma quella della Diciotti è stata una decisione collegiale che ha investito tutto il Governo”, avava commentato un imbarazzatissimo Emilio Carelli durante un talk show su Sky.
E a stretto giro è arrivato il soccorso governativo, con il povero Toninelli immolato sulla linea: “Io sono come ministro dei Trasporti responsabile della navigazione, fino all’attracco. Salvini è responsabile della sicurezza sulla terra ferma. Sulla Diciotti la decisione la abbiamo presa insieme, io, lui, il presidente del Consiglio e tutto il Governo del Parlamento. Se processano Salvini devono processare anche me e tutto il Governo. Se vogliono farlo diventare un processo al Governo ci siamo tutti”.
I rapporti tra potere politico e magistratura non sono mai stati idilliaci, ma che il “governo del cambiamento” sia obbligato a fare esattamente come tutti quelli precedenti, beh… è un fatto politicamente serio. Di quelli che in varia misura si pagano alle elezioni… Come avevamo scritto qualche settimana fa, “Sui migranti Salvini ha costruito in poco tempo la sua personale fortuna. Sui migranti può perderla”.
lunedì 28 gennaio 2019
SALVINI,SAVIANO,IL VENEZUELA E L'IMPERIALISMO
A loro modo Salvini e Saviano sono due cialtroni,differenze tra il modo di porsi e di parlare,di opinioni e di vedute ce ne sono,ma alla fine obbediscono agli stessi ideali del capitale e dell'imperialismo,come si può dedurre dalla stessa reazione di appoggio all'autoproclamato presidente venezuelano Guaidò(vedi:madn guaidonomen-omen ).
Perché nel polverone del Venezuela ognuno vuol dire la sua e il riconoscimento degli Stati che fino dal primo minuto(aizzati da Trump)hanno riconosciuto questo fantoccio contro il legittimo Presidente Maduro,scomodissimo politico che è subentrato al compianto Chavez.
Perché il Venezuela ha tanto petrolio,ha indubbiamente dei problemi ma anche la possibilità di venircene fuori senza golpe e senza ingerenze,che queste provengano dagli Usa o dall'Ue poco cambia,e personaggi che sembrano lontani come Salvini e Saviano trovano la quadra se c'è da pensare contro la libertà dei popoli(contropiano salvini-e-saviano-gemelli-golpisti ).
Salvini e Saviano, gemelli golpisti.
di Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)
Quasi con le stesse parole, uno in italiano, l’altro che è più star internazionale in spagnolo, Salvini e Saviano si sono schierati con il golpe organizzato da Trump contro Maduro.
Non è un caso, Salvini e Saviano sono due facce delle stesso regime, entrambe necessarie al suo sostegno. Quale regime? Ma è chiaro, quello imperialista e finanziario che domina il mondo e che non ammette paesi che cerchino di liberarsi dal suo dominio, come sta facendo il Venezuela da Chavez in poi. Per questo il Venezuela di Maduro é aggredito e affamato da una guerra economica vergognosa guidata dagli USA e dalla NATO.
Per SalviniSaviano uno che si proclama presidente durante una manifestazione, contro quello regolarmente eletto, non è una persona da ricovero sanitario o da arresto immediato, ma un leader della lotta per la la libertà. Che poi il presidente della prima potenza mondiale riconosca l’autonominatosi presidente come legittimo rappresentante del paese, a SalviniSaviano non fa orrore. I due non hanno nulla da dire sul disprezzo per ogni norma internazionale che Trump e i suoi servi manifestano, non pensano minimamente che solo all’epoca delle colonie gli stati imperialisti si comportavano così. No per SalviniSaviano non ci sono problemi, tutto questo è lotta per la libertà dei popoli.
Bene ora sappiamo che Salvini e Saviano sulle questioni di fondo la pensano allo stesso modo, che hanno la stessa idea di popolo e libertà e che, quando serve, Trump può contare su di loro.
Certo Salvini e Saviano continueranno a far polemiche tra loro per sostenere le reciproche audience mediatiche, ma stanno assieme, sono legati da indissolubile unità di vedute, sono due gemelli golpisti.
Due gemelli ai polsini di Trump e Bolsonaro.
venerdì 25 gennaio 2019
SALVINI INDAGATO PER IL CASO DICIOTTI
Salvini è riuscito ad essere il primo ministro degli interni(sua carica ufficiale visto che lvi è il ministro di tutto)ad essere indagato nella storia delle Repubblica italiana,e già accostare questo demente alla parola Repubblica fa un certo ribrezzo.
Il caso della nave Diciotti lasciata per una settimana in balia dei suoi mal di pancia nel periodo durante il quale limonava con Orban,alla fine lo ha trascinato verso un processo dove verrà giudicato per abuso d'ufficio e sequestro di persona.
L'articolo di Contropiano(il-vero-problema-del-salvini-indagato-sul-caso-diciotti )parla di quella ignobile guerra contro dei poveretti che alla fine si è vista ancora in decine di altri casi con respingimenti di navi che non potevano attraccare in Italia e degli scontri con Malta,la Spagna e la Francia,per non parlare delle beghe con l'Ue intera.
Il vero problema del Salvini indagato sul “caso Diciotti”.
di Dante Barontini
Un ministro sotto processo mentre è ancora in carica, in Italia è una rarità. Se poi si tratta di quello dell’Interno, il caso diventa unico. Se si tratta di Salvini, infine, si scivola rapidamente nella dietrologia da dementi.
Vedere autorevoli commentatori scrivere “i magistrati gli hanno fatto un favore elettorale” ci convince del fatto che in questo paese è saltato ogni ragionamento istituzionale e che, dunque, si naviga a vista in mezzo a una tempesta che acquista forza ad ogni momento.
Andiamo con ordine e vediamo di capire qual’è la questione.
In piena estate, Matteo Salvini dispose che la nave Diciotti – che aveva raccolto 177 migranti naufraghi in mezzo al Mediterraneo – non potesse sbarcare le persone a bordo, equipaggio compreso. La cosa si risolse solo il 25 agosto, dopo sei giorni in porto e altri passati in mare in precedenza, tra proclami altisonanti e un che di ridicolo che ben pochi vollero cogliere: la nave Diciotti, infatti, non era un vascello corsaro di qualche Ong straniera, ma una nave militare della Marina italiana, che aveva agito in base al diritto marittimo (internazionale, per forza di cose), alle normative disposte dallo Stato e agli ordini trasmessi dalla catena di comando (che non dipende dal ministero dell’Interno).
Un groviglio di considerazioni normative e giuridiche che convinse un magistrato siciliano ad aprire un’indagine, poi trasferita per competenza alla Procura di Catania. Ossia nelle mani di quel procuratore – Carmelo Zuccaro – che aveva tenuto per due anni sotto inchiesta alcune navi di Ong che raccoglievano naufraghi da barconi in procinto di affondare. Inchiesta che non produsse mai nulla, neanche degli indagati, ma fu molto usata mediaticamente – dalla Lega e in prima persona da Salvini – per raccontare la storiella delle Ong che erano “d’accordo con gli scafisti”, che “lucravano sul traffico di uomini”, ecc.
Quel procuratore, come previsto, stabilì che non si dovesse procedere contro il ministro perché la decisione di non far sbarcare migranti ed equipaggio per sei giorni era un “atto politico”, in quanto tale insindacabile.
Il Tribunale dei ministri, invece, ha inviato la richieste di autorizzazione a procedere contro il ministro – alla Giunta per le elezioni e le immunità parlamentari del Senato, presieduta da Maurizio Gasparri (non facciamo commenti…) – perché “la scelta del ministro di non autorizzare lo sbarco di migranti fino al 25 agosto, non possa essere qualificato come ‘atto politico’ in senso stretto e in quanto tale sottratta al sindacato dell’autorità giudiziaria”.
Al contrario. quello di Salvini “è stato un atto amministrativo che (…) ha determinato plurime violazioni di normative nazionali e internazionali che hanno comportato l’intrinseca illegittimità dell’atto amministrativo“.
Messa così, non resterebbe che vedere l’esito del procedimento, perché risulta davvero difficile decidere – giornalisticamente e politicamente – se si sia trattato di una cosa o di un’altra senza “analizzare le carte”.
Naturalmente Salvini usa questa richiesta nell’unico modo che conosce: fare la vittima su decisioni che lui prende per “difendere gli itagliani”, sparando frasi non sempre ben ponderate. Per esempio, dire “I giudici facciano i giudici, i ministri fanno i ministri ed esercitano i loro poteri” dovrebbe significare – in una democrazia liberale – che se un ministro eccede rispetto ai poteri che la Costituzione e le leggi gli affidano, i giudici abbiano l’obbligo di metterlo sotto inchiesta nelle modalità previste dalla legge. “Abuso d’ufficio”, dal punto di vista formale, e “sequestro di persona” da quello sostanziale.
Nel senso comune mediatizzato, invece, quella stessa frase viene veicolata nel significato opposto: “i ministri” fanno quello che vogliono e i magistrati si occupino di altro.
Ecco, la cosa più grave – da un punto di vista tranquillamente “liberale” – è proprio questa: Salvini e questo governo agiscono consapevolmente per sottrarre la sfera politica ai limiti della legge.
E ancora più grave è che i “sinceri democratici” che si dicono anti-salviniani e “antifascisti” chiedano ai giudici di non occuparsi di quel che fa il governo per “non fargli un favore”.
I buoi sono scappati, il “guardiano della Costituzione” si guarda bene dal segnalare il pericolo, “la legge” c’è solo per tenere sotto controllo i poveracci, si va verso un regime politico dei puri rapporti di forza…
giovedì 24 gennaio 2019
GUAIDO',NOMEN OMEN
L'ennesimo tentativo sventato di un golpe in Venezuela avvenuto negli scorsi giorni è stato il preludio dell'autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente ad interim dello Stato bolivariano,ennesima provocazione chock del nuovo fantoccio cui dietro ci sono gli Usa che spingono verso la capitolazione di Maduro(primo contributo:contropiano venezuela-maduro-alla-piazza ).
L'infame propaganda dei mass media ha dato la notizia di Trump che ha subito riconosciuto Guaidò come nuovo e legittimo leader venezuelano,cui si sono aggiunti quasi tutte le nazioni sudamericane(Bolivia compresa c'è molto che non va)e il Canada ma non il Messico,ed ha invitato l'Europa a fare lo stesso(secondo articolo:contropiano gli-usa-annunciano ).
Le proteste aizzate dalla Cia hanno provocato già una decina di vittime tra le fila dell'opposizione,mentre pure i sostenitori di Maduro sono scesi per le strade per protestare contro l'ennesima ingerenza statunitense volta a rovesciare il suo governo(per loro dittatura)per potere arraffarsi le ricchezze del territorio del Venezuela,niente di nuovo sotto il sole(vedi:madn la-fissazione-usa-ed-europea-per-il venezuela ).
Venezuela. Maduro alla piazza “Qui non si arrende nessuno, massima mobilitazione contro il golpe”.
di Redazione Contropiano
Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha annunciato la cessazione delle relazioni diplomatiche con il governo degli Stati Uniti e ha dato 72 ore per rimuovere tutto il suo personale dal paese.
Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, si è rivolto oggi al paese dal Balcone del Popolo nel Palazzo Miraflores (sede del governo), dove ha annunciato la rottura totale delle relazioni diplomatiche e politiche con il governo degli Stati Uniti per il loro coinvolgimento nel complotto in corso nel paese.
Il capo dello stato bolivariano ha denunciato che l’esecutivo statunitense sta dirigendo un’operazione per imporre un “governo fantoccio” in Venezuela che consegnerà la nazione agli interessi delle multinazionali.
“Hanno l’ambizione di mettere le mani sul petrolio, il gas e l’oro, diciamo loro: queste ricchezze non sono vostre, appartengono al popolo del Venezuela ed è così che sarà per sempre”, ha avvertito Maduro.
“Solo il popolo venezuelano mette e rimuove i presidenti”, ha detto, respingendo il colpo di Stato nel quadro di “una politica interventista che vuole collocare l’America Latina e i Caraibi come il cortile di casa degli Stati Uniti.
A questo proposito, il leader venezuelano ha ricordato che “i nostri problemi si risolvono in casa, contando sempre sul popolo, sulla classe operaia, sulle Forze Armate Nazionali Bolivariane, sulle donne. Nessuno deve ingerire negli affari interni del Venezuela!”.
Infine, il presidente Nicolás Maduro ha fatto appello alla calma della popolazione: “Nervi d’acciaio, calma e lungimiranza, qui non si arrende nessuno e noi porteremo alla vittoria della pace”. Diciamo no alla violenza, no al golpismo, massima mobilitazione e costante lotta popolare in tutte le comunità, parrocchie e stati del Paese”, ha concluso.
Anche il Presidente della Assemblea Nazionale Costituente del Venezuela (ANC), Diosdado Cabello, ha guidato la manifestazione di massa dei chavisti oggi a Caracas in difesa della pace e della sovranità della nazione sudamericana.
In questo contesto, Cabello ha denunciato i piani del colpo di stato promosso da un settore dell’opposizione politica che sono al di fuori della legge stabilita dalla Costituzione. “Sono in una grande trappola … credono in un paese fatto di schermi televisivi e social network”, ha detto.
Egli ha anche avvertito che se l’opposizione prenderà il potere svenderà le risorse naturali del Venezuela alle multinazionali straniere, privatizzerà la Grande Missione sulle abitazioni e il sistema pensionistico statale.
“Crediamo in un futuro di pace”, ma il popolo venezuelano non è un popolo sottomesso, questo è un popolo ribelle che ha imparato a difendersi ed è determinato ad essere libero”, ha detto il capo dell’Assemblea Nazionale Costituente.
A questo proposito, ha avvertito che fattori stranieri e le minoranze violente “cercheranno di provocarci” e ha chiamato ad una presenza permanente attorno al Palazzo Miraflores (sede del governo) per proteggere il mandato costituzionale del presidente Nicolas Maduro.
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Gli Usa annunciano di voler rovesciare il governo del Venezuela.
di Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana
Juan Guaidò, capo della destra venezuelana si è autoproclamato “Presidente ad interim nel corso di una manifestazione di piazza. Il presidente Usa Donald Trump ha subito annunciato che riconosce Guaidò come presidente ad interim del Venezuela. Trump ha definito “illegittimo” il presidente in carica Nicolas Maduro e ha detto che il parlamento guidato da Guaidò è “il solo ramo legittimo del governo debitamente eletto dal popolo venezuelano”. In pratica una dichiarazione aperta di sostegno ad un colpo di stato.
Qui di seguito un comunicato urgente della Rete europea di solidarietà con il Venezuela
Ieri sono definitivamente cadute tutte le maschere e l’Impero USA, per bocca del suo vicepresidente Mike Pence, ha promosso apertamente un colpo di stato in Venezuela.
Guarda il video dell’intervento di Pence in televisione
https://www.facebook.com/100010141869738/videos/815246622156726/?id=100010141869738
L’intenzione è quella di dare legittimità alla figura di Juan Guaidó come presidente di un governo di transizione, benché non sia stato eletto dal popolo. Il tutto si accompagna a nuovi scenari di violenza organizzata da gruppi fascisti appoggiati dagli Stati Uniti, ad appelli ai militari affinché rompano l’ordine costituzionale e ai lacchè del Gruppo di Lima, che se ne vanno in giro per i paesi parlando del Venezuela, quando in realtà cercano solo copertura per i loro loschi affari.Uno scenario amplificato dall’apparato mediatico delle grandi corporazioni.
Non possiamo distogliere lo sguardo. Tornano alla mente le violenze (le guarimbas) del 2014 e, più recentemente, quelle del 2017 in cui ad essere colpito è stato soprattutto il popolo venezuelano (morti, feriti, blocchi stradali, attentati alle strutture pubbliche, alle università, agli asili nido, ai mezzi di trasporto, agli spazi culturali, il blocco delle forniture di alimenti, medicine, bancomat, servizi pubblici…). Vediamo che, ancora una volta, si cerca di trascinare il Venezuela in un’altra fase di tensione e scontro senza preoccuparsi del popolo, della democrazia o della libertà, perché ci sono davvero altri interessi in gioco .
Non possiamo tacere.
Ecco perché, dalla Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana vogliamo nuovamente denunciare: le manovre degli Stati Uniti con i loro appelli per promuovere un colpo di stato in Venezuela; l’insistenza dell’Unione Europea nel parlare di “elezioni libere”, quando il popolo venezuelano ha deciso, il 20 maggio 2018, di ratificare nelle urne Nicolás Maduro come legittimo presidente costituzionale. Le oltre 80 organizzazioni che compongono la RED, esigono inoltre che qualunque “gruppo di contatto” eventualmente creato dalla Unione europea solo si adoperi ad accompagnare il popolo venezuelano in un processo di dialogo e di pace, nel rispetto delle azioni e delle misure che egli solo ha il diritto di decidere all’interno delle proprie normative.
Per questo motivo, rifiutiamo l’ingerenza imperialista, esigiamo il rispetto per la sovranità del popolo venezuelano e oggi, 23 gennaio, manifestiamo il nostro sostegno al Venezuela bolivariano.
Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana
Bruxelles, 23 gennaio 2019
mercoledì 23 gennaio 2019
GUIDO ROSSA E LA CACCIA ALLE STREGHE DEI BRIGATISTI
Forse perché ricorre una data piena,i quarant'anni,o forse soprattutto perché si è riaperta la caccia alle streghe dopo l'estradizione di Battisti contro i terroristi(rossi),sta di fatto che l'anniversario della morte del sindacalista Guido Rossa per mano di un commando di brigatisti rossi avvenuta il 24 gennaio del 1979 ha avuto un'eco mediatica tale da ricevere l'onore della presenza del Presidente della Repubblica Mattarella.
L'articolo proposto(www.ilsecoloxix.it/p/genova )propone la cronaca della giornata e la commemorazione di Rossa,ucciso dopo avere sputtanato e testimoniato contro Francesco Berardi,un operaio dell'Italsider reo di avere fatto circolare all'interno della fabbrica volantini delle Brigate Rosse e che venne arrestato e morì in carcere per un sospetto suicidio alcuni mesi dopo.
Questo ricordo in pompa magna è l'ennesimo piccolo ma pericoloso passo verso il completo sdoganamento del fascismo che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti ma sembra che solamente in pochi si stiano allarmando.
Vedi anche:madn i-casi-di-gugliardoconcutellie-battisti .
Quarant’anni dal delitto di Guido Rossa, il ricordo di Mattarella a Genova.
Emanuele Rossi,Mario De Fazio,redazione Web
Genova - Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella è arrivato questa mattina a Genova, per commemorare la figura di Guido Rossa, l’operaio e sindacalista ucciso dalle Brigate Rosse quarant’anni fa.
È la quarta visita del Presidente della Repubblica alla città in un anno, dopo quelle al Gaslini , per le esequie delle vittime del ponte Morandi , al Salone Nautico .
La cerimonia di commemorazione si è svolta nel padiglione 11 della fabbrica.
Mattarella: « Guido Rossa reagì alle forze oscure»
«Onoriamo oggi un uomo un lavoratore un militante politico e un delegato sindacale che di fronte alle forze oscure ebbe la forza di reagire e resistere. - ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il suo intervento - Il terrorismo è un attacco vile alle persone alle loro idee e alle istituzioni. Guido Rossa non indugiò e seppe cosa fare anche per gli altri».
«La democrazia prevalse e divenne più forte nel rispetto della Costituzione e grazie al movimento dei lavoratori nelle fabbriche. - ha continuato Mattarella - È con emozione che partecipo a questo ricordo qui. Non saremo mai veri protagonisti senza la memoria. Guido Rossa univa l’impegno nel suo lavoro a quello nel sindacato e nel partito comunista. Assumersi le proprie responsabilità è difficile ma è grazie a queste persone che l’Italia può progredire». «A decenni di distanza quell’impegno non è concluso. Si deve assicurare la giustizia. L’azione delle istituzioni per ristabilire piena luce, dove questa è ancora lacunosa, non può fermarsi. Così come una definitiva chiusura di quella pagina richiede che sia resa compiuta giustizia, con ogni atto utile affinché rendano testimonianza e scontino la pena loro comminata quanti si sono macchiati di gravi reati e si sono sottratti con la fuga alla sua esecuzione».
«Morti come quella di Eros Cinti sono inaccettabili, la sicurezza del lavoro è un diritto fondamentale. - ha detto anche il capo dello Stato parlando dell’operaio morto lunedì all’Ansaldo Energia.
E ha continuato: «Genova è una capitale del lavoro e deve colmare il gap infrastrutturale evidenziato dal crollo del Ponte Morandi. La ricostruzione è una priorità nazionale».
Bucci: «La forza e il coraggio di Guido Rossa ci siano di esempio»
«Il giorno del funerale me lo ricordo. - ha detto il sindaco di Genova Marco Bucci - Ero a militare e ricordo l’orgoglio di essere genovese di fronte alle immagini di quella piazza. Questa città ha segnato la storia e anche nella tragedia che ci ha colpito con il Ponte Morandi dimostreremo che siamo capaci di fare le cose bene e al giusto prezzo. La forza e il coraggio di Guido Rossa ci siano di esempio per fare di Genova la prima città del Mediterraneo».
Toti: «I terroristi pensavano di avere vinto e invece era la loro sconfitta»
«È la quinta volta che lei presidente viene a Genova a trovarci. Ci sono giornate in cui il presente cambia il futuro. I terroristi pensavano di avere vinto e invece era la loro sconfitta. Dopo il crollo del Ponte si è rinsaldato il patto sociale che ci fa essere tutti parte di questo paese», sono state le parole del governatore ligure Giovanni Toti.
La figlia di Guido Rossa: «Oggi preferisco non parlare»
«Oggi preferisco non parlare». Lo ha detto Sabina Rossa, figlia di Guido, avvicinata a margine della commemorazione del sindacalista ucciso 40 anni fa dalle Br. Proprio oggi sono apparse in centro a Genova delle scritte contro l’esponente della Cgil e operaio Italsider.
Le parole degli operai
Maestripieri (Cisl): «Da Mattarella parole che fanno riflettere»
«Le parole del Capo dello Stato, che ha ricordato il sacrificio consapevole di Guido Rossa, fanno commuovere, ma anche riflettere. Ha detto che la fabbrica, il luogo di lavoro, ha avuto un ruolo centrale nella sconfitta del terrorismo e che ancora oggi ha un ruolo centrale nella vita di ciascuno di noi», spiega Luca Maestripieri, segretario generale Cisl Liguria che aggiunge: «Sergio Mattarella ha voluto onorare Eros Cinti, l’operaio che lunedì ha perso la vita, schiacciato dal carico di una gru. Sentiamo il Presidente della Repubblica al nostro fianco, baluardo solido e fondamentale dei diritti dei lavoratori. Crediamo che decidendo di citare nel suo discorso questa tragedia aggiungendo che “la sicurezza sul lavoro e’ un diritto fondamentale” abbia inteso mettersi al fianco dei lavoratori, del sindacato, per chiedere tutele e scuotere una politica che non se ne fa carico. Ringraziamo il presidente Mattarella per essere venuto a Genova, per la quarta volta in pochi mesi, in un momento cruciale per questo territorio che ha bisogno di attenzioni non comuni da parte dello Stato mettendo al centro prima di tutto il lavoro», conclude Maestripieri
Palombo: «Un onore la presenza del Presidente Mattarella»
Il primo a parlare nella commemorazione è stato il rappresentante Fiom Armando Palombo: «È un grande onore la presenza del Presidente Mattarella che salutiamo con profondo affetto. Questa è la fabbrica di Guido Rossa ma anche una fabbrica con una lunga storia di battaglie sindacali, dal 68 alla riqualificazione ambientale. Negli ultimi 6 anni di amministrazione straordinaria abbiamo difeso il lavoro. Questa fabbrica è stata acquistata dal primo gruppo mondiale dell’acciaio e vogliamo sperare ancora di potere essere orgogliosi di questa fabbrica e di questa città».
Jehl (Arcelor): «I valori di Guido Rossa come un faro che ci guida»
Dopo di lui è intervenuto l’amministratore delegato di Arcelor Mathieu Jehl: «La storia di questa fabbrica è grande e noi siamo qui da poco ma vogliamo rispettarla. Erano anni difficili ma la storia di Guido Rossa ci insegna i valori che devono essere il faro, anzi la Lanterna che ci guida».
Don Franco Molinari: «Guido Rossa non ha mai agito per interesse personale»
Il cappellano del lavoro Franco Molinari ha ricordato i suoi 40 anni di servizio in Ilva, la visita di Papa Francesco e l’amicizia personale con Guido Rossa: «Ricordo un uomo che non ha mai agito per interesse personale ma per spirito di servizio e impegno sociale, sindacale e politico».
Ivano Bosco e il ricordo di Eros Cinti morto lunedì all’Ansaldo Energia
Il segretario della Camera del lavoro metropolitana Ivano Bosco ha ricordato Eros Cinti, l’operaio morto lunedì in Ansaldo Energia . «Incidenti del genere non devono ripetersi. - ha detto Ivano Bosco - Ogni giorno in Italia 3 persone non tornano a casa dal lavoro. Finiamola di parlare di tragica fatalità, la vita delle persone deve venire prima del profitto. Alcune normative inserite in legge di stabilità vanno nel senso opposto». «Genova è ricordata come una delle capitali del terrorismo ma in quegli anni fu anche la capitale della lotta al terrorismo, grazie ai sindacati», ha continuato. «La democrazia ha gli anticorpi senza bisogno di spettacolarizzazioni. - ha aggiunto Bosco - E senza lasciare morire a poche miglia dalle nostre coste centinaia di esseri umani».
Martina: «Qualche ministro studi la storia»
«La memoria è futuro e qui c’è la storia tragica ma incredibile di un sindacalista che ha lottato contro le Br e che ha avuto il coraggio di denunciare. È questa la nostra storia, di un Paese che ha reagito con organizzazioni popolari, sociali, alla deriva del terrorismo brigatista. Qualche ministro dovrebbe studiarla questa storia», ha detto il candidato alla segreteria del Pd Martina oggi a Genova per la commemorazione del sindacalista della Cgil Guido Rossa ucciso 40 anni fa dalle Brigate rosse. «Non si calpesta la storia di persone che hanno dato la vita per questo Paese combattendo nelle fabbriche, nelle città da sinistra, contro i brigatisti e contro il terrorismo» ha concluso Martina.
La targa
Dopo la cerimonia è stata scoperta una targa alla presenza di Mattarella. Ecco la scritta che compare sulla targa: “Contro ogni terrorismo, unità fratellanza e accoglienza fra tutti i lavoratori senza distinzione di provenienza, di religione e nazionalità. In occasione della visita del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, la rappresentanza sindacale unitaria a nome dei lavoratori di ArcelorMittal Genova pone questo ricordo in memoria del compagno della Fiom Guido Rossa barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979”.
martedì 22 gennaio 2019
IL NEOCOLONIALISMO FRANCESE CHE SFRUTTA TERRA E PERSONE
Di tutte le dichiarazioni che i pentastellati,soggiogati al ministro di tutto Salvini,si sono resi protagonisti soprattutto in chiave negativa,l'attacco alla Francia per via del neocolonialismo che sfrutta gli africani è una cosa forse un poco urlata e strumentale ma vera.
Le schermaglie tra Parigi e Roma non nate sicuramente dopo le parole di ieri di Di Maio e Di Battista,e il richiamo dell'ambasciatrice italiana di ieri è solo l'ultimo tassello di un'antipatia che va avanti da secoli verso i cugini d'oltralpe.
L'articolo di Contropiano(parigi-irritata )parla del problema che l'Africa ha con la Francia,o almeno di quelle nazioni che non hanno mai staccato il cordone ombelicale dalla nazione che aveva fatto del continente nero una terra da colonizzare e sfruttare sia con le persone che con le ricchezze del territorio,complici presidenti e politici fantoccio che non hanno mai fatto gli interessi degli indigeni.
Vedi anche:madn il-franco-cfa-emblema-di-un.colonialismo mai terminato .
Parigi “irritata” con il M5S per la denuncia della moneta coloniale in Africa.
di Rino Condemi
L’ambasciatore d’Italia in Francia, Teresa Castaldo, è stata convocata al ministero degli Affari Esteri francese, a seguito delle parole del vicepremier e ministro del lavoro Luigi Di Maio sulla Francia, che userebbe “il franco delle colonie” per finanziare il suo debito pubblico a spese dei Paesi africani. Lo ha riferito una fonte del governo locale.
L’ambasciatrice italiana è stata chiamata per chiarimenti sulle parole di Di Maio, che ha accusato la Francia di “impoverire l’Africa” e aggravare la crisi dei migranti, ha spiegato una fonte governativa all’Afp.
Oltre a Di Maio, anche l’altro leader del M5S – Di Battista – ci era andato giù pesante contro la Francia e il suo dominio economico/finanziario sulle ex colonie in Africa.
Ma l’offesa a “le Roi” Macron non è stata digerita dal “partito trasversale dell’establishment”. Infatti i primi a levare gli scudi contro i due M5S non sono state le autorità francesi ma giornali italiani come La Repubblica e Il Sole 24 Ore con titoli e articoli frontali contro Di Maio e Di Battista. Una zelanteria decisamente degna di miglior causa.
Il franco CFA (che significava inizialmente “franco delle colonie francesi d’Africa”) è il nome di due valute comuni a diversi Paesi africani, create per l’appunto nel 1945 dal governo di Parigi nelle colonie, la cui convertibilità esterna è garantita dal Tesoro francese. Oggi viene utilizzata in 14 Paesi africani, quasi tutti francofoni, e quasi tutti ex colonie francesi (fanno eccezione la Guinea equatoriale, ex colonia spagnola, e la Guinea-Bissau, ex colonia portoghese)
Com’è noto, non siamo affatto teneri con i dirigenti M5S per i disastri politici che stanno combinando in alleanza con la Lega, ma su questo tema dobbiamo ammettere che qualche ragione ce l’hanno. Anche se la banalizzano facendone un uso solo strumentale.*
Negli anni abbiamo documentato ampiamente il tallone di ferro coloniale che la Francia ha mantenuto sulle sue ex colonie, un dominio di cui il Cfa (insieme alle frequenti e ripetute spedizioni militari che Parigi ha inviato in Costa d’Avorio, Mali, Niger, e ancora prima in Ciad e poi in Libia) è uno strumento decisivo.
* Per la precisione: è vero che il franco Cfa è agganciato all’euro, con cambio fisso e quindi “strozza” le economie di quei paesi; è vero che è la Banca di Francia a stampare quelle due monete (Cfa Cemac e Cfa Uemoa) e a detenere il loro fondo comune di riserva di moneta estera, stimato in 10 miliardi di euro. Vero, insomma, che la Francia “ci guadagna” non poco e mantiene forzosamente quei paesi sotto la propria sfera di influenza. Ma da quei paesi proviene una parte non maggioritaria dei migranti che salgono sui barconi. L’assoluta maggioranza viene da Iraq, Siria, Sudan, Eritrea e Somalia (le ultime due ex colonie italiane).
Quindi i due pentastellati hanno detto una cosa vera (sfruttamento francese di una parte dell’Africa) per sostenere una tesi prevalentemente falsa (facendo dello sfruttamento francese l’UNICA causa dell’immigrazione dall’Africa)…
Il mondo è complesso, e ogni riduzione è una deformazione…
Per chi vuole approfondire ecco una breve rassegna degli articoli che abbiamo pubblicato sulla materia.
La generosa spesa pubblica di Parigi grazie al tallone di ferro sulle ex colonie in Africa
Il colonialismo della moneta. Il caso del Cfa in Africa
Due cose sul Franco CFA (sull’euro e l’Africa)
La Franciafrica o l’impero coloniale francese
lunedì 21 gennaio 2019
IL RAPPORTO OXFAM E LA POVERTA' IN ITALIA
I numeri che emergono dal rapporto Oxfam riguardo la tematica della disuguaglianza economica che è anche quella che fa scaturire quella sociale,sono sempre migliori per la classe ricca e peggiori per quelli che loro sfruttano.
L'articolo preso da Contropiano(italia-il-paese-piu-ingiusto-e-diseguale )parla inizialmente proprio di queste percentuali che sono sempre più impietose per i poveri,e fa un'analisi di come questo sia accaduto andando indietro nel tempo con la politica italiana di quando c'erano ancora Dc e PCI,e il ladrocinio dello Stato nei confronti della classe operaia in nome di una fantomatica lotta alla disoccupazione.
Un quadro d'insieme sempre più penoso e che non accenna a dare segnali positivi nei prossimi anni con l'odio di classe che aumenta sempre più.
Italia, il paese più ingiusto e diseguale.
di Sergio Scorza
L’Oxfam *, nel suo annuale rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata”, diffuso come ogni anno alla vigilia del World Economic Forum di Davos, scrive che, in Italia, il 5% più ricco degli italiani è titolare da solo della stessa quota di patrimonio posseduta dal 90% più povero e che il 20% più ricco possiede il 72% del patrimonio totale, mentre il 60% più povero ha appena il 12,4% della ricchezza nazionale.
Ma come siamo arrivati a questo fantastico risultato? Con un lungo e meticoloso lavoro di distruzione di tutte le conquiste precedenti, durato 40 anni e portato avanti nei decenni invariabilmente da tutti i governi che si sono succeduti in questo lasso di tempo, con il sostegno attivo delle burocrazie sindacali.
Se facciamo un bel salto indietro nel tempo, ritroviamo quei dirigenti del PCI che, nel 1976, decisero di collaborare con la Democrazia Cristiana e di proporre poi, nel 1978, un proprio ingresso nella maggioranza di governo.
Il ministro degli Interni, Francesco Cossiga, riteneva che la condizione per far entrare il Pci nella maggioranza fosse data “dalla capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica”, ovvero, l’adesione del PCI alla linea di austerità che era stata imposta al paese a partire dal 1976 dal governo Andreotti.
Il 24 gennaio 1978, su la Repubblica, comparve la storica intervista di Scalfari all’allora segretario generale della CGIL, Luciano Lama, intitolata “Lavoratori, stringete la cinghia” in cui Lama si dichiarò in “totale accordo” con Andreotti con queste parole: “se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.
Dunque, il lavoro per Lama tornava ad essere una semplice variabile dipendente dal capitale. Fu l’annuncio dell’avvio della così detta “politica dei sacrifici” che portò di lì a poco alla “svolta dell’Eur”, formalizzata nella conferenza sindacale della Cgil che si svolse, per l’appunto, al palazzo dei congressi dell’Eur, nel febbraio del 1978.
La svolta sindacale si realizzò nella Conferenza dei 1.500 delegati che consolidò la linea della moderazione salariale e di una maggiore flessibilità del lavoro con la richiesta di “riforme” nel settore dell’edilizia, dei trasporti, del fisco e della finanza pubblica.
La “svolta” però morì prima della “solidarietà nazionale” che aveva contribuito a preparare, prima che Andreotti rassegnasse le dimissioni a seguito del disimpegno del PCI nel gennaio ’79. Contro di essa si scagliò una parte consistente della base che fece pesare il suo dissenso nel corso della vertenza per i rinnovi contrattuali del ’78-’79.
La nuova linea di PCI e CGIL prevedeva moderazione salariale in cambio di un “programma di investimenti per garantire l’occupazione”.
Dicevano che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti e favorire, così, l’occupazione.
Ovviamente la maggiore occupazione non arrivò mai, ma i sacrifici restarono, divenendo anzi una costante nei decenni successivi; e la retorica dei sacrifici in cambio del “miglioramento dell’economia e nell’interesse generale” fu usata per smantellare progressivamente tutto il sistema di diritti conquistato dai lavoratori in precedenza.
Lo avevano capito benissimo gli studenti ed i compagni che avevano cacciato a pedate dall’università di Roma Lama ed i suoi tirapiedi, nel febbraio del 1977.
La fine della “scala mobile” ed il successivo accordo sul costo del lavoro del 1993 tra i sindacati Cgil-Cisl-Uil, la Confindustria e il Governo Ciampi, furono il completamento della svolta dell’Eur, con la definitiva cancellazione della scala mobile e l’ancoraggio dei futuri aumenti contrattuali all'”aumento della produttività”. Un accordo che diede l’avvio ad una sfrenata corsa, da parte dei padroni, all’intensificazione selvaggia dei tassi di sfruttamento ed al crollo verticale di salari e stipendi.
La cancellazione dell’art. 18 dello Statuto del lavoratori, il Jobs Act e lo smantellamento del welfare svenduto alle assicurazioni private hanno fatto il resto ed hanno portato i lavoratori italiani prossimi ad una condizione di semi-schiavitù e ad avere il triste primato delle retribuzioni più basse dell’Europa occidentale, l’età pensionabile più alta e servizi pubblici sempre più cari e scadenti.
* Oxfam è una confederazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo
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