mercoledì 23 novembre 2016

L'UCRAINA E LA CONFUSIONE MENTALE PROPRIA DEL NAZISMO



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A due giorni dai festeggiamenti ucraini svoltisi soprattutto a Kiev in ricordo della rivolta di Maidan emergono altri messaggi di odio verso i vicini del Donbass e dopo quelli di natura religiosa simili a quelli accaduti in Italia dopo il terremoto(la guerra nel sudest dell'Ucraina è la punizione divina per i comunisti del Donbass)ecco quelli istituzionali arrivati direttamente dal ministro della cultura.
Infatti Evgenij Niščuk ha parlato con i metodi nazisti propri del governo di Kiev cui armiamo ancora l'esecito assieme all'Unione Europea,di inferiorità genetica della popolazione del Donbass e al contrario della purezza della razza ucraina che in molte città ora sotto al comando russo è stata irrimediabilmente compromessa.
L'articolo preso da Contropiano(internazionale-news )parla delle esternazioni di carattere religioso e politico dei rappresentanti ucraini che però stanno per essere in una certa maniera abbandonati a loro stessi ed alla confusione mentale propria di un'ideologia sull'esistenza della razza pura che vediamo qui sotto ha portato a parallelismi anche attuali con la Croazia nazionalista.

Kiev: la popolazione del Donbass “geneticamente impura”.

Se è lecito spendere una parola a suffragio dell'Ucraina del post-majdan, allora non si può fare a meno di ammettere che le cronache “intellettuali” golpiste non danno il tempo di annoiarsi. Dopo le esternazioni “spirituali del patriarca scissionista Filaret, secondo il quale la guerra nel sudest dell’Ucraina è la punizione divina scagliata contro i senzadio del Donbass; dopo la “scomunica” minacciata dal metropolita della diocesi Lutskaja e Volynskaja Mikhail Zinkevič, contro quei fedeli ucraini che osino pregare non “nella vostra lingua ucraina”, ma invece “nella lingua dell’occupante”; dopo le “rivelazioni” sulle scoperte geografiche, giuridiche, pittoriche dovute alla ingegnosità ucraina; ecco che ora il genio golpista si arricchisce di un'altra rivelazione, questa volta nel campo della genetica. Il (con rispetto parlando) “Ministro” della cultura di Kiev, l'attore tetral-cinematografico Evgenij Niščuk delizia il sapere universale sulla “inferiorità genetica” o “non completa purezza genetica” degli abitanti del Donbass. La “mancanza” sarebbe dovuta al fatto che parte della popolazione è “importata” e, come conseguenza, la cultura ucraina progredisce lentamente. “Se parliamo della genetica di zone quali Zaporože o il Donbass” ha detto il (vedi sopra) “Ministro”, “là non vi è genetica, sono zone di importazione. La stessa città di Čerkassy è per metà di importazione. Perché? Perché si aveva paura dello spirito di Ševčenko. Era il metodo sovietico” ha sentenziato il (di nuovo) “Ministro”, rispondendo a una domanda sulle ragioni della lenta diffusione della cultura ucraina nel Donbass. Il mondo ha appreso la nuova “scoperta” dalle onde del programma “Libertà di parola” (nel caso specifico, è il caso di dire: purtroppo!) del canale ICTV.Forse anche per questo, a Kiev si studia così attentamente il metodo croato di pulizia etnica nella ex Republika Srpska Krajina, con le relative fasi dell'operazione “Tempesta”, con cui 150.000 soldati croati ebbero la meglio su 27.000 miliziani serbi e deportarono poi più di 250.000 civili serbi, distruggendo oltre 20.000 loro abitazioni.
Il paragone tra le mosse dei golpisti ucraini nei confronti del Donbass è fatto da Evgenij Krutikov, che su Vzgljad scrive di come l'ex consigliere presidenziale e attuale procuratore generale ucraino, l'elettrotecnico Jurij Lutsenko, inviti a studiare l'esperienza della “pacifica reintegrazione dei territori occupati” della Krajna e, allo scopo, abbia addirittura dato vita a una commissione mista croato-ucraina. Tutto, pur di non attuare nemmeno uno dei punti degli accordi di Minsk sulla soluzione pacifica della questione del Donbass; d'altronde, il comandante delle truppe di Zagabria che vent'anni fa guidò l'operazione “Tempesta” era un ucraino, il generale Zvonimir Červenko.
Già nel 2014 Lutsenko aveva suggerito, sull'esperienza croata, di utilizzare gli intervalli di cessate il fuoco per raccogliere le forze, grazie anche agli ingenti aiuti tedeschi e statunitensi, prima di sferrare un attacco su larga scala. Al netto di quanto ascritto a Milosevic, secondo cui egli avrebbe “scambiato” la Krajna con la fine delle sanzioni alla Serbia, sta di fatto che, in ogni caso, Zagabria, all'epoca, non aveva nemmeno bisogno di ricorrere agli schemi del “Ministro” ucraino Zinkevič e di dimostrare che i serbi erano persone di rango inferiore: l'appoggio occidentale era comunque assicurato.
Ma, in attesa di tale “pulizia” etnica golpista, qualcuno, al di là dei confini ucraini, sta iniziando artigianalmente a fare la sua parte. Nelle città polacche di confine, in cui vive anche una parte di ucraini, questi ultimi vengono sempre più spesso fatti oggetto di aggressioni. L'ultimo episodio è del 19 novembre scorso, a Rudnik nad Sanem, nel voivodato della Precarpazia, circa 180 km a nordovest dell'ucraina L'vov. Anche se i media polacchi e gli stessi ucraini aggrediti intendono smentire ogni ragione etnica, tali incidenti si stanno ripetendo con progressione preoccupante. Una settimana prima, una rissa gigantesca tra ucraini e polacchi era scoppiata a Częstochowa, nel voivodato della Slesia.
D'altronde, qualche comune discendenza “veteronazista”, al di qua e al di là della Vistola, non può non riflettersi negli odierni “complimenti” polacco-ucraini; c'est la vie. 
 
Fabrizio Poggi

martedì 22 novembre 2016

TUTTO RENZI MINUTO PER MINUTO

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I servizi e le interviste dedicate ai premier da parte della televisione pubblica è risaputo che occupino più spazio rispetto ad altri nonostante le denunce e le segnalazioni dei garanti per un'equa presenza distribuita tra i vari partiti e movimenti politici.
Tutti tentativi dell'authority che ovviamente non trovano seguito con i vari capi di governo di qualsiasi colore che soprattutto durante periodi elettorali e consultazioni popolari come quella che preme sul calendario presenziano stabilmente sui teleschermi.
L'articolo pescato da Senza Soste(media-e-potere )parla di Renzi che sulle reti Rai sta addirittura trovando più tempo di parola e di notizia che ai tempi di Minzolini con Berlusconi su Rai 1 e dello stesso tempo riservato all'ex premier puttaniere sulle reti di sua proprietà(e-brava-la-rai ).
Naturalmente il servilismo di Mediaset è differente da quello della tv si Stato che come spiegato sotto è tanto attenta alla campagna per il Si di Renzi così come è riconoscente delle nomine e degli incarichi nella televisione pubblica.
Che a differenza di tutte le altre europee parla di politica ma prevalentemente di proclami e non di azioni politiche più del doppio delle altre nazioni dove c'è anche più garanzia di pluralità delle presenze e dei tempi di parola.

Sui telegiornali Rai il premier occupa il 24% del ‘tempo di parola’ e il 36% del ‘tempo di notizia’. Lo dicono i dati dell’Agcom. Quando Minzolini dirigeva il Tg1, Berlusconi non aveva così tanto tempo a disposizione, ed è tutto dire. Il Tg2 ‘di destra’ che batte il Tg1 in attenzioni renziane, pur rimanendo l’ammiraglia Rai ‘House organ’ di Palazzo Chigi. In precedenza l’Agcom era stata accusata di aver ritardato la consegna dei dati alla commissione di Vigilanza. Dati di questa estate, nei telegiornali Rai: per il No solo il 22% del tempo di notizia. A chi sostiene il Si tutto il resto. E Renzi e Boschi che da soli coprono i due terzi dell’area dei favorevoli, vedremo se a vincere o a perdere.
Sarebbe bastato guardare qualsiasi telegiornale Rai, o qualsiasi trasmissione di intrattenimento su qualsiasi argomento per capirlo. Tutto Renzi minuto per minuto, in qualsiasi occasione, sempre ed ovunque. Ora lo certifica l’Agcom, l’autorità per le garanzie nella comunicazione. Dopo un silenzio durato troppi mesi l’Agcom pubblica i numeri sul pluralismo politico delle televisioni. Lo spazio dispari dedicato al Sì e al No nel prossimo referendum, ma non solo. A stupire, se paragonato alle rilevazioni di qualche anno fa, in era berlusconiana, lo spazio riservato dai telegiornali Rai al premier Matteo Renzi.
Il documento Agcom ci dice che i tiggì pubblici gli offrono una media del 24% del ‘tempo di parola’ e del 36% del ‘tempo di notizia’. In testa c’è il Tg2 con il 26% e il 41% dei tempi, segue il Tg1 di Mario Orfeo, ‘House organ’ di Palazzo Chigi, con cifre di poco inferiori (21,5% e 36,5%). Percentuali inedite anche nella storia non esaltante dell’indipendenza da governo e potere del ‘Servizio pubblico Rai’. Servizio poco pubblico in appalto privato. Un telegiornale che dedica un quarto o un terzo, se non più, delle proprie notizie al presidente del consiglio in persona, non al governo, è cosa mai vista.
Cifre da Mediaset ai tempi di Berlusconi, solo che lì il premier era anche il proprietario. La Rai pubblica, anche nei decenni del potere totale democristiano, era rimasta molto al di sotto di quei ‘valori’ (nel senso di numeri). Sino al 2013, con l’avvento di Renzi. La Rai che già con Berlusconi, Monti e Letta aveva comunque dedicato al capo del governo un’attenzione esagerata rispetto ad altri Paesi, il nefasto ‘pastone politico’, comincia adesso con i telegiornali a pedinare passo passo il premier, ovunque vada, di qualsiasi cosa parli. E i numeri salgono a livelli di regime. Triste informazione in triste Paese che la subisce.
Sempre il confronto col peggio di ieri. Berlusconi tra il 2009-2011 ottiene circa il 12% del ‘tempo di parola’ (dichiarazioni dirette), Monti durante il suo mandato quasi il 18% , Letta il 15. Appena arrivato, invece, Renzi, supera a marzo del 2014 punte del 30%, poi si attesta su una media di oltre il 18%, prima di salire nel corso dell’ultimo anno al 20-21%, sino al record per ora imbattibile del 34% a dicembre 2015! Se mai vincesse il Si, figuriamoci il dicembre di quest’anno. Altro dato interessante è la premiership assoluta, anche nelle comparsate tv. Ministri e sottosegretari meno protagonisti, sempre più spazio al premier.
Con l’ultimo dato fornito dall’Agcom che riguarda la seconda metà di ottobre, il premier è al 24% del tempo di parola: cioè un quarto del tempo concesso agli attori politico-istituzionali se lo mangia il Presidente del consiglio. A cui i tiggì, non contenti di averlo fatto parlare così tanto, dedicano pure un terzo delle notizie che raccontano loro, pastone politico ed altro. Non succedeva nemmeno negli anni ’50, dove il presenzialismo mediatico con le relative forzature spesso poco dignitose per apparire, era prerogativa di ministri e sottosegretari. La presidenza del Consiglio aveva un ruolo molto ‘sacrale’ e apparentemente sopra le parti.
Solo Rai con la ‘opposizione’ informativa di Mediaset? Manco per ridere. Nei tiggì di Mediaset il quadro non muta anche se può apparire politicamente curioso che Renzi qui raccolga tanto spazio, in fortissima controtendenza rispetto ad altri presidenti del consiglio diversi da Berlusconi. A Renzi va ancora meglio su Sky, che gli concede un tempo di notizia del 38%. Peggio il principale organo d’informazione del Paese, al momento ancora il Tg1, che con la direzione Orfeo-Renzi batte il Tg1 di Mizolini-Berlusconi, in spazi ed attenzioni. Senza contare Porta a Porta e la Rete Uno che la vicinanza al potere coltivano per loro conto.
Pluralismo televisivo, sempre rivendicato e mai raggiunto, verso il definitivo addio? Cos’è che spinge i direttori dei tiggì a dedicare tanto spazio a Renzi? La chiacchiera quotidiana, le battute ad effetto del «maledetto toscano»? Anche Berlusconi parlava molto e faceva le battute. Cosa c’è di nuovo? Avere introdotto un uso martellante di tutti i media, nessuno escluso, i social soprattutto. Berlusconi, usava soprattutto la tv, analizza Giandomenico Crapis su il Manifesto, Renzi è la sua versione web. Renzi si impone in tv grazie a Facebook, Twitter, radio, e un sistema organizzato di microeventi centrati sulla sua persona.
Una strategia accorta che risulterebbe comunque vana o almeno frenata se in Italia esistesse un sistema informativo decente. I ‘piccoli accadimenti’ della piccola politica che producono ‘non notizie’ veicolate dal ‘non giornalismo’. Antica questione tra lottizzatore, lottizzato e troppi lottizzabili. Circuito perverso che intossica informazione e politica assieme. Un premier in perenne sovraesposizione mediatica, e il sistema tv dell’informazione nazionale intossicato dalla politica in tv ovunque. Oltre ovviamente all’interferenza diretta e pesante nel governo della Rai servizio pubblico in appalto illegittimo a privati.
Indicativa un vecchia ricerca dell’Osservatorio di Pavia sulla presenza della politica nei telegiornali della Rai. Il solo record europeo del Paese: i Tg del nostro servizio pubblico dedicano oltre un terzo alla pagina politica, più del doppio di quelli inglesi, francesi, tedeschi e spagnoli. Nei tg Rai la percentuale media dedicata alla pagina politica è del 34,8% mentre negli altri quattro tg europei è del 16,5%, meno della metà. Peggio: lo spazio della politica è caratterizzato per lo più da esternazioni: il 55 per cento contro il 25,4 delle testate europee, che invece privilegiano le azioni dei politici anziché le loro intenzioni.
16 novembre 2016

lunedì 21 novembre 2016

TORNA L'INCUBO DEFLAZIONE

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L'articolo odierno parla di economia e di macroeconomia parlando della deflazione,un calo generale dei prezzi che tuttavia non è così un buon segnale anche se per i portafogli sempre meno pieni ed a breve termine è un sollievo.
Al contrario a lungo termine è preoccupante questo fatto ed al contrario dell'inflazione che è l'aumento dei prezzi questo stato di cose frutto della decennale crisi è complice di licenziamenti e della sovrapproduzione che non giova all'economia come descritto nel redazionale di Contropiano(torna-la-deflazione ).

Torna la deflazione, l’economia è ferma.
Parlare dei dati sull'inflazione non sarà divertente, ma chiarisce alcune dinamiche economiche e sociali abbastanza decisive. Perché permettono di misurare la distanza abissale tra “narrazione” governativa e realtà empirica.
E stamattina l'Istat ha dato la sua mensile informazione sullo stato delle cose nel mondo dei prezzi,sottolineando con garbo che siamo di nuovo in piena deflazione, dopo l'illusione di settembre, che aveva fatto sperare nel contrario.
Che i prezzi non salgano – nella media – potrebbe sembrare una buona cosa, specie se i salari sono fermi o addirittura in calo. E dal punto di vista del lavoratore dipendente con pochi soldi è certamente una buona cosa.
Ma sul piano macroeconomico è l'esatto contrario. Se i prezzi non salgono gli imprenditori non investono, perché significa che i consumi di massa sono fermi o in calo. Dunque, non c'è spazio per produrre di più. Al massimo si può puntare a sostituire alcuni prodotti con altri…
Nel mese di ottobre 2016, dice l'Istat, “l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC) diminuisce dello 0,1% su base mensile e dello 0,2% su base annua (la stima preliminare era -0,1%) mostrando nuovamente tendenze deflazionistiche dopo la ripresa (+0,1%) di settembre”.
A determinare ancora una volta il calo è il prezzo dei prodotti energetici, trainati dal petrolio. Il quale – mediamente – non cala più, anche se ovviamente presenta sbalzi di prezzo quotidiani che su base mensile tendono a tracciare una linea piuttosto piatta.
Ma sono soprattutto i prodotti alimentari (specificamente i “non lavorati”, -0,4%, da +0,4% di settembre) a dare la cifra della crisi dei consumi di massa, ovviamente alimentata dai bassi salari e dalla pesante disoccupazione reale (ricordare sempre che i criteri statistici ufficiali riconoscono come “occupato” chi lavora anche una sola ora in una settimana).
Stesso discorso per i Servizi ricreativi, culturali e della cura della persona; la cui crescita si azzera dal +0,6% di settembre. Del resto, se si contraggono i bisogni primari (alimentari), a maggior ragione lo faranno quelli, diciamo così, “non essenziali” per la semplice sopravvivenza.
Una conferma diretta viene dai cosiddetti “prodotti ad alta frequenza di acquisto”, il famoso “carrello della spesa”, ossia i beni di primissima necessità, che aumentano solo dello 0,1% in termini congiunturali (su base mensile) e registrano invece una crescita su base annua stabile ad appena lo 0,2%.
Ne deriva che l'inflazione di fondo scende velocemente, passando in un solo mese dal +0,5% di settembre allo 0,2 del mese successivo.
Dunque, dice l'Istat, l'inflazione acquisita per il 2016 risulta pari a -0,1%.

sabato 19 novembre 2016

SENTENZE NO TAV


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La sentenza d'appello per le condanne dei disordini avvenuti a fine giugno e inizio luglio del 2011 in Val Susa hanno visto accettare la dura linea d'accusa con condanne di un certo rilievo che partono dai sei mesi e che arrivano fino a quattro anni e sei mesi.
Ancora un caso di giustizia che esulando i risultati si è portata avanti per più di cinque anni e in molti casi il carcere preventivo è stato utilizzato a vanvera e per reati non gravi,ma vista la linea dura partita col giudice Caselli e proseguita con piemme come Rinaudo e Padalino l'impianto accusatorio ha sempre visto il popolo No Tav come il nemico pubblico numero uno.
Nonostante parecchi magistrati che da anni hanno confidenza con le decine di processi imbastiti per punire chi lotta contro l'opera inutile,costosa e marcia con le infiltrazioni mafiosi,e che hanno parlato di presenza di tante buone persone,pochi delinquenti e con buone motivazioni ma fatti sbagliati,sono state poche le assoluzioni e le limature delle condanne.
Enormi invece le somme da pagare per le spese processuali e per multe varie ai vari imputati in quanto si è voluto toccare il portafoglio delle persone coinvolte,articolo preso da Infoaut(la-storia-non-si-riscrive-nei-tribunali ).
Aggiungo altri due link che parlano dei disordini di quei giorni quando ci fu anche a corollario delle proteste la morte di una pensionata a Venaria da un blindato dei carabinieri diretto a Chiomonte e della battaglia avvenuta al presidio della Maddalena(madn inquietanti-accadimenti-attorno-alla val di susa e madn ancora-merda-sui-manifestanti-no-tav ).

Maxiprocesso No Tav: condanne ancora spropositate ma la storia non si riscrive nei tribunali.

Un'ultima udienza dell’appello del maxiprocesso contro i notav (la condanna in primo grado ha visto condannare 47 dei 53 No Tav a più di 140 anni complessivi di galera e ad un risarcimento che supera il centinaio di migliaia di euro) che ha incarnato tutto il pensiero che ha mosso (e muove tutt’ora) la procura di Torino nei confronti del movimento notav. Un movimento popolare che ha saputo da sempre rispedire al mittente ogni forma di accusa, politica o giudiziaria, di cui è stato fatto oggetto. Anche oggi il Procuratore generale ha provato a riscrivere la storia e le giornate di lotta del 27 giugno e del 3 di luglio del 2011 che hanno visto migliaia di notav, sgomberati prima dalla Maddalena e poi tutti insieme adoperatisi nell’assedio di quello che poi è divenuta l’enorme zona rossa con al centro il cantiere tav.
Giornate storiche che non lasciano dubbi se non in quegli uomini di legge che intendono riscrivere all’interno dei tribunali (e sulla pelle delle persone) una storia distorta, piegata all’interpretazione di chi nella lotta per il proprio futuro, per la propria terra e per la libertà di tutti ci vede solo reati di ogni genere.
E’ andato in scena l’ennesimo accanimento contro gli imputati, a rappresentanza del movimento tutto, per attaccare una lotta lunga 25 anni che a dire dei magistrati, è fatta da persone per bene e anche da delinquenti; da buone ragioni e pratiche sbagliate. Una requisitoria tutta politica che ha proseguito sulla strada aperta e battuta con astio dall’allora procuratore Giancarlo Caselli. Vi sono innumerevoli mostruosità non solo etiche ma anche e sopratutto giudiziarie con: imputati riconosciuti nello stesso momento in due posti completamente diversi, prove frammentarie e il tentativo di coprire tutto con un mega-concorso morale.
E’ un processo politico (nonostante a volte tentino di far passare i notav come delinquenti inclini alla violenza senza motivo), non vi è ombra di dubbio, lo dimostra il dibattito in aula con le esortazioni del procuratore ai giudici a giudicare con fermezza secondo una logica tutta politica di questi fatti, mascherata da episodi singoli (persino mal verificati)
Per esemplificare quanto sostenuto, riportiamo qualche riga dell’intervento del procuratore, trascritta dal sito tg maddalena:
“Non passeranno alla storia questi soggetti, se ne dimenticheranno presto perché  (…) hanno del disordine, dell’aggressione, fatto un sistema che gira per l’Italia, per l’Europa ma che non ha nulla a che vedere con la protesta. Se non facessimo così, se il giudice non affermasse che il comportarsi in questo modo, al di là dei singoli episodi, farebbe avvicinare pericolosamente questo stato ai livelli delle FARC … non voglio che accada mai in questo paese, dove la libertà di manifestare è consacrata nella costituzione (…) anche lo Stato ha diritto alla sua sfera di libertà e di azione che può essere contrastata con tutti i mezzi possibili immaginabili  ma non con la violenza.”
Al quale ha riposto molto bene l’Avv.Pelazza:
“Dicendo che questi soggetti saranno dimenticati dalla storia, che sono gruppuscoli privi di valenza politica e insignificanti, il PG chiede un anatema nei loro confronti, chiede che voi siate giudici conflittuali, ma voi siete giudici in una società nella quale il conflitto esiste o per lo meno dovrebbe esistere, perché ricordo che il conflitto fa parte della storia, là dove il conflitto non c’è più siamo di fronte a modelli sociali che fanno paura, dall’89 in poi quando il conflitto è cessato siamo entrati nel periodo della società della guerra (…)”
La giuria ha accolto in parte la linea dell’accusa generando 38 condanne con pene che vanno dai 6 mesi ai oltre 4 anni e 6 mesi, alle quali si aggravano le provvisionali economiche. Si attenuano così alcune pene ma la legge mira al portafoglio degli imputati.
Al termine della sentenza i notav sono usciti in corteo attraversando la città fino a Porta Susa, scandendo la marcia con interventi, tra cui anche quello di Nicoletta Dosio, evasa e presente in solidarietà ai condannati.
In ogni caso nessun rimorso, ci vediamo in Clarea.
Lunga vita alla lotta notav, lunga vita ai ribelli della val Susa! tutti liberi! tutte libere!

da NoTav.info

venerdì 18 novembre 2016

NICOLA COSENTINO,IL CAMORRISTA CHE VENNE SCARICATO DA BERLUSCONI


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Nicola Cosentino,ex sottosegretario Pdl e storico coordinatore campano per Forza Italia,è stato condannato a nove anni di reclusione per la grave ed infamante accusa di concorso esterno in associazione camorristica.
Quello che a suo tempo Berlusconi disse di lui già implicato in vicende di criminalità"Garantisco io",è uscito colpevole dal processo cominciato cinque anni e mezzo fa(una vergogna un iter burocratico simile)e risultata principale figura di collegamento tra il potente clan dei casalesi ed il Parlamento italiano.
Non è stato arrestato fino al 2013 perché deputato con la garanzia dell'immunità ma dopo quella data Berlusconi lo ha scaricato e per lui si sono aperte le porte del carcere poi tramutatasi in arresti domiciliari.
Durante questo interminabile procedimento penale sono state sentite decine di testimonianze dove è emersa la stretta collaborazione con elementi di spicco della camorra in cambio di voti per aggiudicare appalti e favorire la camorra su più campi.
L'articolo è preso da Il fatto quotidiano:nicola-cosentino-condannato e aggiungo questo dell'aprile 2014 e altri collegati a questo(madn cosentino-camorrista ).

Nicola Cosentino condannato a nove anni per concorso esterno in associazione camorristica.

Il pm della Dda di Napoli Alessandro Milita aveva chiesto 16 anni di condanna. La sentenza è arrivata al termine di lunghissimo processo iniziato il 10 marzo 2011 e spalmato in 141 udienze, forse il più lungo mai celebrato con un solo imputato
di | 17 novembre 2016

Nove anni di reclusione. E altri due anni di libertà vigilata al termine della pena. Durissima condanna per l’ex sottosegretario Pdl Nicola Cosentino, a lungo coordinatore campano di Forza Italia, accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Questa la sentenza della prima sezione collegio C del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta dal giudice Giampaolo Guglielmo.
Assoluzione solo per un capo d’imputazione residuale, quello relativo allo scambio di assegni e titoli di credito tra esponenti del clan e impresa di famiglia, la Aversana Petroli. Tra novanta giorni apprenderemo le motivazioni. Il pm della Dda di Napoli Alessandro Milita aveva chiesto 16 anni di condanna. La sentenza è arrivata al termine di lunghissimo processo iniziato il 10 marzo 2011 e spalmato in 141 udienze, forse il più lungo mai celebrato con un solo imputato. In cinque anni e mezzo il pm Milita e gli avvocati Agostino De Caro e Stefano Montone hanno formato una lista testi di 300 persone e ne hanno sentite circa 110, di cui 16 collaboratori di giustizia collegati in videoconferenza dai luoghi protetti. Tra i testimoni sono stati sentiti i big del clan dei Casalesi, oggi pentiti di camorra, tra cui l’ex reggente del clan Bidognetti Luigi Guida, Gaetano Vassallo, Anna Carrino, Franco Di Bona, e alcuni tra i leader della politica campana, tra cui l’ex Governatore della Campania Antonio Bassolino, sentito a febbraio 2012 per rispondere a domande sulla gestione del commissariato per l’emergenza rifiuti. Sono stati sentiti anche il suo ex braccio destro Massimo Paolucci, l’ex parlamentare Lorenzo Diana, l’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli.
Le 199 pagine dell’ordinanza di arresto nei confronti di Cosentino vengono firmate il 7 novembre 2009 dall’allora gip di Napoli Raffaele Piccirillo. Arresto più volte respinto dalla Camera fino al 15 marzo 2013, giorno in cui Cosentino, non ricandidato per decisione di Berlusconi e privo delle guarentigie parlamentari, si costituisce presso il penitenziario di Secondigliano. Dopo qualche mese di carcere e di arresti domiciliari fuori regione, a fine 2013 Cosentino torna libero e si rimette a fare politica. È l’ispiratore di ‘Forza Campania’, gruppo consiliare regionale che intende fare la fronda alla gestione napoletana e campana di Luigi Cesaro e Domenico De Siano, e mettere in difficoltà il ‘rivale’ Stefano Caldoro, all’epoca Governatore azzurro. Ma il 3 aprile 2014 torna in carcere con accuse di estorsione ai danni di un imprenditore dei carburanti, un concorrente dell’impresa di famiglia, la Aversana Petroli, leader di mercato nell’area di Casal di Principe e dintorni. Due anni e due mesi ininterrotti di carcere, terminati il 1 giugno 2016, quando il tribunale revoca la misura attenuandola negli arresti domiciliari a Venafro con divieto di comunicare all’esterno della cerchia dei familiari più stretti.

Cosentino è stato accusato dalla Dda di Napoli di concorso esterno in associazione camorristica. Secondo l’accusa, è stato sin dal 1980 e fino al 2014 il referente politico-istituzionale dei clan Casalesi, dai quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale e capacità di intimidazione, e ai quali avrebbe offerto la possibilità di partecipare ai proventi degli appalti del ciclo dei rifiuti e delle assunzioni. L’impianto accusatorio si è concentrato intorno alle vicende della nascita dell’Eco 4 con a capo i fratelli Sergio e Michele Orsi (quest’ultimo ucciso nel 2008 dall’ala stragista del clan di Giuseppe Setola), imprenditori vicini al clan dei Casalesi, nonché società operativa del Consorzio Ce4 con a capo Giuseppe Valente, diventato poi nel corso del dibattimento uno dei principali testi della Procura. L’Eco 4 fu “società a partecipazione mafiosa”, sostiene il pm Milita, Questo il contesto in cui la Procura ha collocato gli sversamenti illeciti nel casertano e fuori regione, e la mancata realizzazione dell’inceneritore di Santa Maria la Fossa. Cosentino avrebbe fatto finta di appoggiare i comitati che si battevano contro l’impianto, per favorire invece un altro progetto. Cosentino avrebbe avuto un controllo assoluto delle assunzioni e degli incarichi all’interno della Eco4.
L’inchiesta giudiziaria prende il via dal pentimento di Gaetano Vassallo, il ministro dei rifiuti del clan Bidognetti. “L’ Eco 4 è una mia creatura, la Eco 4 song’io”, avrebbe detto l’ex parlamentare a Vassallo. A verbale il pentito ricostruisce i suoi contatti e i suoi rapporti con l’ex parlamentare, si sarebbe recato a casa di Cosentino per incontrarlo – ne descrive le stanze agli inquirenti – e discutere di un suo ruolo in una società controllata dalla Eco 4. Vassallo racconta che Cosentino gli risponde no, spiegandogli che in quel momento gli interessi economici dei clan si erano spostati a Santa Maria la Fossa e lì comandava il gruppo camorristico degli Schiavone, che avevano estromesso i soldati di Bidognetti.
Cosentino avrebbe poi cercato di costruire un vero e proprio ciclo dei rifiuti alternativo e concorrenziale a quello ufficiale gestito da Fibe-Fisia-Impregilo attraverso il contratto stipulato con il commissariato per l’emergenza, ovvero attraverso l’Impregeco. Per il pm, Cosentino da un lato aveva un progetto, quello di realizzare il ciclo integrato dei rifiuti nel Casertano, e per questo con loro e con la Impregeco mette in atto un piano. Dall’altro, sfruttava il suo ruolo e le sue relazioni per favorire la camorra in cambio di voti. “La camorra non votò Cosentino e non c’è alcuna prova contro di lui e ci troviamo di fronte ad un vuoto probatorio”, ha invece replicato la difesa composta da Stefano Montone e Agostino De Caro nel corso dell’arringa del 27 ottobre scorso.
I legali hanno messo in discussione l’attendibilità dei collaboratori di giustizia “completamente inaffidabili per le versioni discordanti”. Nell’udienza di oggi si è consumato un ultimo, duro scontro, sulla circostanza che Cosentino nel 2008, poco dopo le rivelazioni dei primi verbali di Vassallo, ha promosso iniziative politiche e parlamentari per creare una sezione Dda a Santa Maria Capua Vetere. Per il pm Milita questo fu un tentativo per “frantumare” il ‘modello Caserta’ della Dda di Napoli che stava ottenendo ottimi risultati nei contrasto ai clan dei Casalesi, e quindi indebolire anche le indagini a carico dell’ex sottosegretario. Un progetto che secondo Milita era sostenuto anche da Donato Ceglie, pm attualmente al centro di varie inchieste giudiziarie, di recente assolto a Roma nel suo primo processo, che all’epoca era sostituto procuratore a Santa Maria ed era legato ai fratelli Orsi. De Caro ha controbattuto: “È una tesi che poggia su una cultura del sospetto che non può approdare a una sentenza emessa in nome del popolo italiano”. Gli avvocati hanno preannunciato ricorso in Appello.

giovedì 17 novembre 2016

RENZI,PALLONCINI E STRONZI CHE GALLEGGIANO

Referendum, Renzi: "Se vince il no? Non resto a galleggiare nella palude"
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Referendum, Renzi: "Se vince il no? Non resto a galleggiare nella palude"
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Referendum, Renzi: "Se vince il no? Non resto a galleggiare nella palude"

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Dopo aver appena sentito una frase detta da Renzi in cui non galleggerà più se dovesse vincere il No al referendum la prima associazione che mi è balzata per la mente è stata quella dello stronzo che ci azzecca parecchio,ma subito dopo il clown malvagio Pennywise ha fatto breccia nel mio cuore.
Non solo per via del parallelismo tra la carriera pagliaccesca del personaggio nato dalla penna di Stephen King e quella del grullo nato dalla Dc e da Berlusconi,ma anche per via del galleggiamento famoso dei palloncini e quello che non si è capito bene se potrebbe rientrare nella promessa fatta agli italiani di togliersi fuori dai coglioni dopo questo mandato bissata da quella di levarsi se dovesse passare il No.
Fatto sta che oggi è solo il premier giocondo di Firenze a parlare con questo contributo preso dal redazionale di Today(www.today.it )anche perché leggendo tutta la farina del suo sacco non c'è nemmeno molto bisogno di dover sottolineare che quello detto è una cazzata prodotta da uno che non ha il polso della reale situazione italiana vivendo nel suo mondo dentro la sua bolla di sapone...che prima o poi esploderà.

Dal premier ancora forti appelli per il sì al referendum costituzionale di dicembre. "Oggi siamo al bivio. Finalmente si fa questo salto", ha ribadito il premier.
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Referendum, Renzi: "Se vince il no? Non resto a galleggiare nella palude"
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Dopo "tutta la fatica fatta" "finalmente siamo ad un punto meraviglioso.“

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L'Italia si semplifica. Finalmente fa questo salto". Ma "il cavallo sembra aver paura di fronte all'ostacolo", spiega il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, da Fabio Fazio a "Che tempo che fa", dove è tornato a lanciare forti appelli ad approvare il referendum di dicembre sulle riforme costituzionali. "Abbiamo un futuro dove siamo protagonisti, lo vedranno i nostri figli Perché dire no? -si è chiesto metaforicamente - oggi siamo al bivio".
"Questa riforma è un treno che ripassa tra 20 anni, se ripassa.
Abbiamo fatto una fatica pazzesca per arrivare fino a qua e ora su questi temi abbiamo quasi la paura oggi di dire sì. Il cavallo di fronte all'ostacolo ha improvvisamente paura". Lo ha affermato. "Forse abbiamo commesso degli errori, io per primo, forse ho un po sottovalutato anche il senso della fatica" dopo mesi e mesi di governo. "Però se si deve stare a galleggiare è bene che ci vada qualcun'altro. Io non sono in grado di essere quello che rimane nella palude".
"Se dobbiamo lasciare le cose come stanno vengano altri a fare i professionisti del galleggiamento". Renzi ha evitato di esporsi alla domanda sul se lascerà la carica in caso di vittoria del no. Ma ha chiarito, "questo referendum non è il congresso del Pd, chi vuole fare il congresso del Pd deve aspettare il 5 dicembre". Lo ha affermato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, da Fabio Fazio a "Che tempo che fa" su Rai 3 sul referendum costituzionale. "E' l'Italia che è in ballo - ha aggiunto - io vedo i ragazzi nelle scuole che discutono. Dobbiamo andare avanti".
Quanto a Trump, "la gente vuole scegliere il cambiamento, in alcuni casi fa un po paura". "Noi Trump lo rispettiamo". Sull'annuncio del presidente eletto di voler espellere 3 milioni di clandestini "io aspetterei il Trump presidente" perché magari "sarà diverso dal Trump candidato. L'ho chiamato come è giusto che sia, ci siamo salutati con un 'ciao'. Sono molto fiducioso che l'Italia e gli Usa continueranno a lavorare insieme".
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mercoledì 16 novembre 2016

UN FERITO GRAVE PER NON ESSERSI FERMATO ALL'ALT DELLA POLIZIA

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Può dire forse di essersela ancora cavata il pensionato romano che rimarrà privo della vista da un occhio dopo un colpo di pistola avvenuto ad un posto di blocco lungo la Via del Mare mentre era diretto dal fratello residente ad Ostia,il fatto è che il settantunenne Efisio Pilurzi ha rischiato la vita e non solo la vista lo scorso weekend.
Il pezzo preso da La Repubblica(cronaca news )non fornisce però molto di più rispetto alla cronaca dell'accaduto,senza la controparte e senza la specifica di quello che sembrerebbe un posto di controllo e non di blocco.
Fatto sta che il poliziotto L.R.agente scelto della polizia da dieci anni non è nuovo al grilletto facile essendo già stata contestatagli un uso leggero delle armi,insomma un pericolo ambulante più che il povero malcapitato che errore sue pur viaggiando a velocità ridotta non si è accorto del controllo.
Decine di persone non hanno avuto la fortuna del Pilurzi di poter raccontare come sia andata visto che solitamente si spara per uccidere anche se non sono riuscito a trovare un numero preciso cercando in internet qualche fonte attendibile,anche perché si da il caso che mai nessun agente o simile sia poi stato condannato.
Se come detto sopra è quasi sempre reato non fermarsi ad un alt intimato da chi preposto per farlo,bisognerebbe cambiare una legge che risale ancora prima della nascita della Repubblica italiana in modo che non ci siano vittime tra chi non si ferma(bande e strisce chiodate per esempio).

Efisio Pilurzi: "Ho 71 anni, non ho visto l'alt, colpito da un agente senza pietà".

Il pensionato denuncia: "È vero, mi sono fermato dopo il segnale, ma solo per questo avevano il diritto di colpirmi?"


Roma-"Non lo so perché quel poliziotto ha sparato, mi sono fermato quando ho visto la paletta dell'alt. Adesso ho perso un occhio e non so cosa farò". Parla tra rabbia e dolore Efisio Pilurzi, il pensionato di 71 anni che sabato sera a bordo della sua Fiat 500 d'epoca non ha visto un posto di blocco sulla via del Mare verso Ostia, forzandolo. Un agente del reparto Volanti che stava soccorrendo un pedone investito poco prima, quando ha visto la macchina superare il blocco ha impugnato la pistola e ha sparato due colpi. Uno ha centrato il parabrezza, che si è frantumato: le schegge hanno colpito al volto la vittima che ha perso l'occhio sinistro.

Cosa ricorda di quei momenti drammatici?
"Stavo procedendo sulla via del Mare, verso casa di mio fratello a Ostia. In lontananza ho notato le luci di un'ambulanza e macchine della polizia. Ho rallentato, non sarò andato oltre i 20 km orari. Il posto di blocco non l'ho visto, altrimenti avrei cambiato strada, poi è successo tutto in pochissimi secondi: il poliziotto ha alzato la paletta dell'alt, ho fermato la macchina e poi ho sentito due spari. Uno dietro l'altro".

Quindi la sua auto era ferma quando sono stati sparati i colpi?
"Sì, ne sono sicuro. Una manciata di istanti dopo sono partiti i proiettili. Uno ha colpito il vetro, mi sono messo una mano davanti al viso ma era già troppo tardi. Una scheggia ha colpito l'occhio sinistro. Non lo sentivo più e c'era sangue ovunque. Quando sono sceso dall'auto ho chiesto al poliziotto: "Ma che hai fatto? Perché?". Non si è neanche voltato per rispondermi".

Cosa è accaduto dopo?
"Sono stato soccorso dai medici dell'ospedale Grassi di Ostia. Quando hanno visto in che condizioni era il mio occhio mi hanno trasferito d'urgenza all'Umberto I dove ho subito un intervento di sette ore. I dottori non hanno potuto fare nulla, è la prima cosa che mi hanno detto quando mi sono svegliato. Che l'occhio non c'era più".

Gli investigatori della Mobile stanno ricostruendo la dinamica, per ora non ci sono indagati: l'agente ha riferito di aver sparato perché temeva di essere investito. Lei che cosa farà?
"Ho già dato mandato a mio fratello di denunciarlo. Ammetto di aver forzato il posto di blocco, ma un poliziotto può sparare

 per questo?".

Cosa farà una volta a casa?
"Non so rispondere a questa domanda. Sono un ex muratore con la passione per la scultura. Anche da pensionato ho continuato a fare ristrutturazioni. Non so cosa sarò ancora in grado di fare".

martedì 15 novembre 2016

NOSTALGIA DEL PATTO DI VARSAVIA?


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Lo scorso weekend nelle repubbliche moldave e bulgare si sono avute le elezioni presidenziali che hanno suggellato le vittorie al secondo turno(al primo non c'era stata la maggioranza dovuta secondo gli ordinamenti delle due nazioni)e che vedono Igor Dodon e Rumen Radev capi di Stato rispettivamente di Moldavia e Bulgaria.
Entrambi portavoce e rappresentanti dei partiti socialisti hanno in comune la stessa voglia di riavvicinamento con Mosca con tutte le differenze sociali e politiche dovute rispetto a quando nel 1991 trovò fine il Patto di Varsavia,ed anche i due neopresidenti hanno storie diverse con Dodon studioso e politico di vecchio stampo e con Radev proveniente dalla carriera militare.
Proprio quest'ultimo ha espresso fin da subito la volontà di una Bulgaria fuori dalla Nato dopo dodici anni di appartenenza,pronta ad allontanarsi dagli obblighi e dai paletti ristretti e di autorità imposta dall'Ue.
Assieme alla Moldavia si augurano l'abbattimento delle sanzioni contro la Russia e la parola fine ai conflitti ucraini e siriani dove Mosca ha un'influenza e una capacità politica e militare di porre termine a questi sanguinosi conflitti che si stanno protraendo da anni.
Quindi non tutto l'est europeo parlando soprattutto dell'Ungheria e in parte della Polonia non si stanno estremizzando verso la destra nazionalista ma tentano riuscendoci di avviare strategie più in linea ai metodi socialisti.
Articolo preso da Contropiano(moldavia-bulgaria ).

Moldavia e Bulgaria. A est qualcosa di nuovo.

di Fabrizio Poggi 
Ad est – non dappertutto, per carità – ci si orienta verso Mosca. I neo presidenti, appena eletti, di Moldavia e Bulgaria sembrano voler andare in quella direzione.
A Kišinev, dove due settimane fa, al primo turno, nessun candidato aveva avuto la maggioranza, il leader del Partito socialista, Igor Dodon, ha ottenuto ora il 52,6% dei voti (manca lo scrutinio dei seggi in USA e Canada, ma non potrà ribaltare il risultato) contro la concorrente, la filo-UE Maia Sandu, leader del partito “Azione e solidarietà”, ferma al 47,3% e che, secondo la moda yankee, minaccia ora “dimostrazioni di massa”, non riconoscendo il risultato. Dodon si è congratulato con Sandu per il “risultato onorevole” e l'ha invitata a un tavolo di discussione, senza destabilizzare il paese. Sembra (non ci sono ancora dati ufficiali) che l'affluenza sia stata di tutto rispetto, anche perché queste erano le prime elezioni dirette del presidente della repubblica dal 1996; dal 2000 infatti, il presidente veniva eletto dal Parlamento. Ci sarebbe stata addirittura carenza di schede, in particolare in vari seggi all'estero: Bologna, Parma, Parigi, Mosca, Bucarest; in Portogallo sarebbe andata perduta l'intera partita di schede.
Dodon, che ha già ricoperto cariche pubbliche in passato, (vice primo ministro nel 2008-2009 e Ministro dell'economia nel 2006-2009) alla vigilia del voto aveva dichiarato che, in caso di vittoria, la sua prima visita all'estero sarebbe stata a Mosca, “per avviare l'elaborazione di un accordo di partenariato strategico” e rinnovare l'export verso la Russia, limitato dopo la firma dell'accordo di associazione e libero commercio con la UE. Dodon si è sempre detto “sicuro della vittoria. Le persone sono stanche dei sette anni della coalizione filo UE, della miseria, della corruzione, dell'illegalità e vogliono vivere in uno Stato proprio e non nel distretto di un altro paese”. Il leader socialista si è espresso anche per la permanenza delle forze di pace russe in Transnistria, fino alla completa soluzione politica della vicenda, attraverso la federalizzazione della Moldavia, cui si oppone Sandu. Secondo la Tass, tutti i candidati avevano impostato la campagna elettorale soprattutto su temi esteri: chi additando la solita "mano del Cremlino", chi, sull'altro versante, il "Comitato regionale di Washington", chi ancora la ventilata unione con la Romania. Se i socialisti hanno additato Maia Sandu quale "burattino degli Stati Uniti" – dove ha studiato e ha lavorato alla Banca Mondiale – diffondendone le immagini con Angela Merkel, Donald Tusk e Jean-Claude Juncker, pare addirittura che l'ex presidente rumeno, Traian Băsescu, abbia ottenuto a spron battuto la cittadinanza moldava per poter votare Maia Sandu, la quale propagandava, insieme a partnership strategica con Washington, stretti contatti con Kiev, anche la futura unione con la Romania.
Come da copione, non mancano le minacce dell'ennesima “rivoluzione arancione”, come quella che, nel 2009, sotto le bandiere di UE e Romania, aveva portato all'incendio del Parlamento e della residenza presidenziale, dopo la vittoria elettorale del Partito comunista. Ovviamente, Bruxelles era dalla parte degli arancioni: gli esiti di sette anni di coalizione filo UE si sono visti anche nelle dimostrazioni di un anno fa contro l'oligarchia al potere, nel rifiuto della politica governativa da parte dell'80% della popolazione e nella caduta dal 70% al 37% dei favorevoli all'integrazione con Bruxelles. Inoltre, la vittoria di Donald Trump sembra aver giocato un ruolo non secondario pure a Kišinev: “Per gli Stati Uniti diventerà meno importante il colore geopolitico della leadership moldava", ha detto in un'intervista a NewsMaker l'ex vice Ministro degli esteri moldavo Andrei Popov, secondo cui Washington rinuncerà a tutta una serie di progetti moldavi, avviati dalla cerchia della Clinton.
Anche in Bulgaria, al secondo turno presidenziale ha prevalso il candidato della coalizione facente capo al Partito socialista, il generale dell'aviazione Rumen Radev, che ha superato almeno di un 4-5% (il risultato non è definitivo) l'avversaria Tsetska Tsačeva, della coalizione filogovernativa GERB – "Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria". Al primo turno, domenica 6 novembre, nessun candidato aveva raggiunto il 30% necessario all'elezione: Radev si era fermato al 25,4% e Tsačeva al 21,9%. Ora il neoeletto presidente si è detto contrario alla permanenza della Bulgaria nella Nato (di cui il paese è membro dal 2004) e nella UE e si è espresso per relazioni più strette con la Russia. Il Primo ministro, il falco Bojko Borisov, che aveva promesso di dimettersi in caso di vittoria di Radev, pur sperando nella vittoria della Tsačeva, sembra aver mantenuto la parola, aprendo una crisi che non sembra di facile soluzione.
Di contrapposto all'aperta politica antirussa e filoatlantica dell'ex Presidente Rosen Plevneliev e di Bojko Borisov, Radev ha dichiarato che l'auspicato “approfondimento del dialogo con la Russia, consentirà di ridurre contrapposizione e tensioni, portando alla normalizzazione della situazione in Siria e Ucraina". Riguardo alle sanzioni antirusse, ha sottolineato che questa “è materia di responsabilità del governo. Ma, come Presidente, mi impegno al dialogo, per cercare una soluzione con i colleghi della UE”. Sul piano interno, ha detto che, “nonostante le minacce di apocalisse”, gli elettori hanno “votato per il cambiamento e la democrazia, vincendo apatia e paura".
Un soggetto che invece non cambia politica verso la Russia è l'Unione Europea. L'Alto rappresentante UE per gli affari esteri, Federica Mogherini, ha dichiarato che Bruxelles non intende mutare la propria posizione nei confronti della Russia, anche se la Casa Bianca, dopo l'arrivo di Donald Trump, perseguirà un riavvicinamento con il Cremlino. La UE, ha sentenziato la Mogherini, “ha una posizione di principio sulla questione dell'annessione della Crimea e sulla situazione in Ucraina, e non la cambierà, indipendentemente da eventuali mutamenti di posizione da parte di altri paesi, USA compresi”.
Ipse dixit et salvavit eos; ovviamente, dalla “aggressione russa!
 
Fabrizio Poggi

lunedì 14 novembre 2016

BITONCI L'INFAME A CASA

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Questo è stato il primo weekend passato dalla città di Padova senza la presenza autoritaria,razzista ed omofoba di Massimo Bitonci,già primo cittadino di Cittadella,parlamentare leghista e presidente della Liga Veneta,uno dei personaggi più scioccanti del panorama politico italiano per via delle ripetute prese di posizione contro immigrati,gay e comunisti nonché querelante seriale.
Dopo due anni e mezzo di nulla Padova ora sarà commissariata per essere traghettata a prossime elezioni la prossima primavera,grazie come sottolineato dall'articolo preso da Contropiano(padova-cucu-bitonci )non grazie ad una sollevazione popolare ma dalle dimissioni di massa di 17 consiglieri comunali su 32 compresi 5 della maggioranza dopo l'addio di tre assessori in orbita Lega e Forza Italia negli scorsi mesi.
Dietro a questo naturalmente anche interessi di potere e di soldi come la costruzione di un nuovo ospedale in periferia e la sua oggettiva inadeguatezza a ricoprire la carica di sindaco in una delle città più importanti socialmente ed economicamente del Nord Est italiano.

Padova. Cucù, Bitonci non c’è più.

di Aldo Romaro
Venerdì notte è caduta la giunta leghista che da due anni governava Padova. Massimo Bitonci non è più il sindaco della più grande città governata dalla Lega Nord.

Purtroppo non è stata una rivolta popolare quella che ha posto fine al governo di Bitonci,  ma solo una classica "manovra di palazzo": la giunta è caduta per le dimissioni in contemporanea di 17 consiglieri su un totale di 32.
Si sono dimessi i consiglieri di opposizione (sette del PD, due del Movimento 5 Stelle, due di Padova 2020, uno della lista "Con Ivo rossi sindaco di Padova"), ma anche cinque consiglieri che facevano parte della maggioranza, o comunque ne avevamo fatto parte nel passato: due di Forza Italia, uno del Centro Democratico, uno della lista "Saia sindaco"  e uno del gruppo misto, Fernanda Saia, sorella del "Saia sindaco", ora assessore alla Polizia Municipale della stessa giunta Bitonci.
Ufficialmente la decisione di questi 17 consiglieri di dimettersi assieme per silurare Bitonci dipenderebbe solo ed esclusivamente dal decisionismo esasperato del sindaco che più volte in questi due anni ha scatenato conflitti all'interno della Giunta Comunale, portando alle dimissioni di ben tre assessori:  quello alla cultura (leghista), quella alla politiche abitative e sociali (leghista pure lei) e quello al bilancio (di Forza Italia).
Quindi il quarto assessore in conflitto con Bitonci, Maurizio Saia, invece che dimettersi, avrebbe concertato la manovra di palazzo che ha posto fine alla Giunta Bitonci.
Ma questa spiegazione sembra un po' semplicistica, e lascia perplessi vedere un Maurizio Saia, fascista tutto d'un pezzo, promotore assieme a Forza Nuova di manifestazioni  contro "l'invasione" dei migranti, complottare assieme con il Partito democratico e i 5 Stelle per far fuori il leghista Bitonci.
E dovrebbe destare ancora più perplessità il fatto che voci di palazzo danno tra gli sponsor dell'operazione il parlamentare padovano Nicolò Ghedini (sì proprio lui, l'avvocato di Berlusconi) e il coordinatore di Forza Italia in Veneto Marco Marin.
E allora c'è da chiedersi, ad esempio, quanto peso abbia in questa vicenda la questione del nuovo ospedale di Padova. 
Un anno prima dell'elezioni di Bitonci, nel 2013, la Regione Veneto, il Comune di Padova (allora rappresentato dal sindaco reggente Ivo Rossi del PD), l'Università, l'Azienda Ospedaliera e l'Istituto Oncologico Veneto avevano siglato un accordo di programma per il progetto di un nuovo ospedale che sarebbe dovuto sorgere nell'estrema periferia ovest della città.
Chiaramente le risorse per la costruzione del nuovo ospedale sarebbero state in buona parte private e ottenute attraverso il project financing, con tutte le conseguenze negative per i lavoratori e gli utenti che si erano già verificate con il nuovo ospedale di Mestre, costruito anch'esso in project financing.
Inoltre le aree per il nuovo ospedale sarebbero state acquistate delle catene di supermercati Famila e Pam che le avevano rilevate tra il 2002 e il 2003 con il progetto, poi fallito, di costruirvi un grande centro commerciale.  
Infine tutta l'operazione apriva gli spazi ad una possibile speculazione edilizia sul sito del vecchio ospedale che si sarebbe dovuto dismettere e che sorge in pieno centro storico di Padova.
E infatti uno dei punti di programma che probabilmente aveva portato più voti a Bitonci nella campagna elettorale del 2014 è stato proprio quello in cui il futuro sindaco si impegnava a ristrutturare l'ospedale già esistente e a stracciare il progetto del nuovo ospedale.
Poi però una volta eletto il sindaco ha cambiato idea e ha proposto un proprio progetto di nuovo ospedale mettendo a disposizione della Regione Veneto un area di proprietà del comune nella periferia est e chiedendo in cambio la cessione al Comune da parte della Regione dell'area in cui oggi sorgono le cliniche universitarie che andrebbero dismesse.
Una permuta che si doveva firmare proprio in questi giorni e che avrebbe permesso al Comune di avere il controllo sul futuro delle aree "liberate" dalla vecchia struttura ospedaliera.
Oggi invece con le dimissioni in massa dei consiglieri e la caduta del sindaco leghista ritornano in gioco tutte le ipotesi per il nuovo ospedale e per il riuso dell'area del vecchio.
Si tratta solo di una coincidenza? Come diceva Andreotti "A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina".

domenica 13 novembre 2016

LA SUORA DEL BUSINESS DEL DOLORE

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Con questo articolo,come del resto per molti altri,andrò controcorrente e sarò magari tacciato di blasfemia perché parlare male dei santi non si fa in Italia e soprattutto di Madre Teresa di Calcutta che è vista come simbolo di bontà e di carità.
Ma l'Italia è anche la nazione dove i terremoti sono l'emanazione di Dio contro le unioni civili,dove i preti pedofili non finiscono in carcere,dove associazioni e club di bacia balaustre legati all'estremismo cattolico sono dichiaratamente di appartenenza fascista.
Quindi grazie anche all'articolo di Senza Soste(madre-teresa-il-dolore-come-business )si rivaluta quello che la suora albanese ha compiuto in India nel corso di decenni e di tutti i soldi,e sono parecchi,ricevuti attraverso donazioni ed investiti in conventi per proselitismo religioso e mai investiti veramente nelle costruzioni di ospedali o di strutture ricettive per i bisognosi.
Un ospedale da 40 posti era stato fondato dalle missionarie della carità ma nel lontano 1952,e da più parti erano stati contestati sia i metodi curativi utilizzati che le condizioni igieniche e i servizi offerti ai malati,con carenze evidenti dal punto di vista medico.
Infatti grazie al fatto che il dolore avvicina a Gesù erano e sono vietati gli antidolorifici,e questa cultura del dolore e del sacrificio ha fatto ammazzare centinaia di persone che potevano essere benissimo ancora vive senza queste ideologie bigotte senza nessun fondamento scientifico.
Tant'è che quando ha dovuto essere curata è andata in Florida presso strutture private di eccellenza e anche le cause di beatificazione prima e di santità poi come spiegato sotto offrono lacune anche dal punto di vista"miracoloso".
E per rimanere in tema del Dio vendicativo anche per la suora del business del dolore l'Aids era una punizione divina per le condotte sessuali improprie...e con questo la santa è servita.

La suora albanese era contraria perfino anche all’uso di antidolorifici per i malati terminali 

Il 4 settembre scorso in Vaticano è stata santificata la suora albanese Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, più nota come Madre Teresa di Calcutta, morta nel 1997 all’età di 87 anni, una delle icone religiose più note a livello internazionale.
Secondo le regole della Chiesa cattolica, per la beatificazione occorre che il candidato sia stato autore di un miracolo documentato, e altrettanto avviene per la santificazione.
Nel caso di Madre Teresa si tratta in entrambi i casi di stupefacenti miracoli a distanza: era stata beatificata da Karol Wojtyla nel 2003 grazie alla guarigione di tale Monica Besra, una donna indiana che risolse improvvisamente una forma di tubercolosi dopo aver appoggiato sull’addome un’immagine della suora. In base a un’indagine condotta dal governo indiano, il presunto miracolo si è rivelato falso. La donna è stata guarita dalle medicine ricevute in un ospedale, e i medici della struttura dov’è stata curata hanno denunciato pressioni subite dalle suore per tacere.
Per la santificazione è stata invece omologata la guarigione di un brasiliano affetto da un’infezione cerebrale: la moglie avrebbe pregato con un santino di Madre Teresa nelle mani. Quest’anno il miracolato ha raccontato la sua esperienza al meeting di CL a Rimini.
Madre Teresa, trasferitasi in India appena diciottenne, fondò nel 1950 la congregazione delle “Missionarie della carità”, dirigendola con estremo autoritarismo, e due anni dopo aprì un piccolo ospedale da 40 posti letto, il Nirmal Hriday, destinato ai moribondi che venivano respinti dagli ospedali pubblici.
Per quanto possa essere sorprendente, vista l’incredibile quantità di donazioni ricevute, si tratta dell’unica struttura sanitaria costruita da Madre Teresa. Questo ospedale l’ha resa famosa in tutto il mondo, ma ha attirato durissime critiche, provenienti anche da fonti molto autorevoli, inerenti la sua gestione e il trattamento dei malati.
Piuttosto esplicito il settimanale tedesco Stern, che nel 1998 titolò “Madre Teresa, dove sono i tuoi milioni?” I soldi delle donazioni finivano di solito nella costruzione di nuovi conventi, che in genere non forniscono alcuna assistenza alla popolazione ma hanno solo un ruolo di proselitismo.
Le note riviste mediche “Lancet” e “British Medical Journal” hanno puntato l’indice sulle terapie praticate, giudicate assolutamente insufficienti ed inefficaci. Si parlava di scarsa professionalità, diagnosi molto superficiali, carenti condizioni igieniche, riutilizzo di aghi con pericolo di contagio, mancanza di acqua calda, pessima qualità del cibo: «Tra i malati incurabili finivano spesso anche poveracci che sarebbero potuti guarire con le cure appropriate, ma che finivano anche loro per morire a causa delle infezioni e dell’inedia».
Qualche giornalista addirittura ha paragonato i malati di Madre Teresa agli internati nei lager. E “Le Monde” scriveva: «La suorina albanese era interessata a promuovere i suoi disumani principi dottrinali su sventurati moribondi che finivano nel suo ospizio, destinati a non uscirne più e a morire nella sofferenza, giacché la missionaria non permetteva l’uso di antidolorifici”.
Madre Teresa si opponeva esplicitamente alle cure mediche: «Se accetti la sofferenza e la offri a Dio, ti darà gioia. La sofferenza è un grande dono di Dio. Il dolore avvicina a Gesù».
Lei probabilmente era già abbastanza vicina a Gesù, tanto è vero che quando ha avuto bisogno di cure non ha esitato a procurarsele in strutture private di alto livello situate all’estero, come la Mayo Clinic di Jacksonville (Florida).
Uno studio canadese del 2013 parlava di “metodo opinabile nella gestione dei malati, controversa gestione dell’enorme quantità di soldi ricevuti, strani agganci politici”.
Dal punto di vista politico, Madre Teresa si caratterizzava per un assoluto fondamentalismo, e considerava un tradimento le riforme del Concilio vaticano secondo. Ha sempre manifestato posizioni ultraconservatrici: contraria all’aborto, alla contraccezione e al divorzio. E naturalmente «L’Aids è semplicemente una giusta retribuzione per una condotta sessuale impropria».
Nello Gradirà
Pubblicato sul numero 119 (ottobre 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

sabato 12 novembre 2016

PRONTO UN ALTRO SALVAGENTE PER VERDINI?


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Il procedimento giudiziario che riguarda la loggia P3 e che si sta tenendo a Roma e che vedrà il dibattito proseguire a febbraio dell'anno prossimo,vede figure della politica,ex giudici e imprenditori invischiati per aver tentato,ed in alcuni casi esserci riusciti,di corrompere e di condizionare il regolare funzionamento degli organi costituzionali.
E per questo tra la quasi ventina di imputati c'è stata solo un'assoluzione e le varie condanne partono da poco più di un anno di reclusione fino ai quasi dieci per una figura chiave di molti misteri italiani degli ultimi decenni,il faccendiere Flavio Carboni.
Implicato dal caso Calvi a quello della scomparsa di Emanuela Orlandi passando per la banda della Magliana fino a Licio Gelli e la P2,il mafioso Pippo Calò,il Banco Ambrosiano e gli appalti per l'eolico in Sardegna,Carboni è una figura di spicco degli intrecci tra Stato e mafia.
Spunta fuori ancora il nome di Nicola Cosentino e quello del sempre presente Denis Verdini,ex braccio destro di Berlusconi ed ora rappresentante dell'alleanza liberal popolare e autonomie,attuale stampella indispensabile del governo Renzi.
Una figura raccapricciante non solo del panorama politico ma di tutto quello che è potere in Italia,banche,finanza,aziende,mafia(vedi anche:madn p2-o-p3-sempre-mafia-e )e che è appeso appunto al bisogno viscerale dell'autorità e del comando cambiando partito come uno si cambia le mutande.
Nell'articolo preso da Left(left verdini-e-carboni-imbarazza-il-governo )si parla di questo intrigo tra segreti di Stato e ruberie varie che coinvolgono non solo lo Stato italiano ma anche il Vaticano e con essi le grandi opere,gli appalti e le mani della mafia su parecchi esecutivi italiani degli ultimi decenni,con la possibilità di non vedere ancora Verdini e compari criminali alla sbarra grazie all'immunità parlamentare.

Inchiesta P3, le richieste di condanna per Verdini e Carboni imbarazza il governo.

di Checchino Antonini.
Una superloggia,la P3: un comitato d’affari che avrebbe gestito l’assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici. E, tra il settembre e l’ottobre 2009 avrebbe tentato di avvicinare i giudici della Corte Costituzionale per influire sul giudizio relativo al Lodo Alfano, la legge sull’interruzione dei processi per le alte cariche dello Stato. Inoltre, avrebbe provato a ottenere la candidatura dell’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, alla carica di presidente della Regione Campania in cambio appunto degli interventi compiuti sulla Corte Costituzionale. Un processo, quello in corso a Roma, che potrebbe confermare l’esistenza di un volto criminale nei vertici del Pdl e gettare un’ombra sulla maggioranza di governo.
Nove anni e mezzo di reclusione per Flavio Carboni e quattro anni per il senatore Denis Verdini. Sono alcune delle richieste di condanna avanzate dalla procura di Roma nei confronti di 18 imputati accusati, a seconda delle posizioni della violazione della legge Anselmi sulle società segrete, associazione per delinquere, corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento ai partiti e diffamazione nell’ambito del processo sulla cosiddetta P3.
Stando alla procura, gli imputati avrebbero violato la legge Anselmi, tentando di condizionare il funzionamento degli organi costituzionali. Oltre che per Carboni e Verdini, i pm Mario Palazzi e Rodolfo Sabelli, hanno sollecitato altre 16 condanne e una assoluzione. In particolare una pena di 8 anni e mezzo di reclusione è stata chiesta per Pasquale Lombardi, ex giudice tributarista, e per l’imprenditore Arcangelo Martino, considerati insieme a Carboni gli organizzatori dell’associazione per delinquere contestata. In merito al medesimo procedimento, sono state chieste condanne minori per posizioni che non rientrano nell’associazione per delinquere. Tra questi ultimi, 1 anno di reclusione è stato richiesto per l’ex governatore della Sardegna Ugo Cappellacci; 1 anno e 6 mesi per Nicola Cosentino; cinque anni per Vincenzo Carbone, ex primo presidente della Cassazione; e un 1 anno e 6 mesi per l’ex assessore della Regione Campania Ernesto Sica. A decidere sulle richieste dell’accusa saranno i giudici della nona sezione penale. La prossima udienza è fissata per il prossimo 3 febbraio.
Flavio Carboni, sassarese del ’32, grande amico di Pippo Calò, cassiere di Cosa Nostra, sembra il comune denominatore di questo e altri misteri italiani degli ultimi trent’anni: dalla banda della Magliana all’omicidio di Roberto Calvi, dal sequestro Moro ai piani sovversivi di Licio Gelli, fino al caso Orlandi. Negli anni ’70 fa fortuna con investimenti in società immobiliari, finanziari ed editoriali, acome le speculazioni edilizie a Olbia e in Costa Smeralda. La sua prima e unica condanna è stata di 8 anni e sei mesi di reclusione per il fallimento del Banco Ambrosiano, insieme a Licio Gelli e Umberto Ortolani. Carboni è stato accusato di concorso nell’omicidio del banchiere Roberto Calvi, avrebbe poi venduto la borsa e i documenti di Calvi a un alto prelato dell’Istituto per le Opere di Religione, il monsignor Pavel Hnilica. Nel ’78, durante il sequestro Moro, Carboni aveva avvicinato esponenti della Dc proponendosi di chiedere l’intervento della mafia per la sua liberazione. Il suo nome è entrato anche nell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.
Entrato e uscito da diverse inchieste, per truffa, bancarotta, concorso in corruzione, finanziamento illecito, Denis Verdini è stato l’artefice del Patto del Nazareno, ex coordinatore del Pdl e poi stampella di Renzi nell’attuale maggioranza di governo dopo la rottura col cavaliere. Un passato nel Pri, poi in Forza Italia e un presente in Ala, Alleanza liberal-popolare/Autonomie. Dall’inchiesta emerge che il 23 settembre 2009 avrebbe avuto luogo un incontro in casa Verdini con Carboni, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, oltre ad Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi. In questa riunione si sarebbe delineata la strategia di persuasioni indebite da adottare sui giudici della Consulta intorno all’approvazione del lodo che il 7 ottobre seguente verrà poi bocciato perché ritenuto incostituzionale.
L’allora leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro definisce la cupola che si sarebbe costruita attorno a Flavio Carboni una «nuova loggia massonica», con le stesse caratteristiche della vecchia loggia Propaganda 2. Pier Luigi Bersani, ex segretario del Partito democratico, chiede all’esecutivo di far luce sulla vicenda, mentre il senatore e capogruppo dell’Udc Giampiero D’Alia richiede l’intervento della Commissione parlamentare Antimafia.

venerdì 11 novembre 2016

SEMPRE PIU' PRIVATO IN ENTRAMBE I SENSI

Risultati immagini per privatizzazione
Ennesima riproposizione del tema in materia della privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici a favore di persone ma quasi sempre di società che del benessere della gente poco importa ma di produrre profitti a scapito della qualità del servizio interessa parecchio.
L'articolo preso da Senza Soste(politica )parla dei comuni italiani che sono intrappolati da leggi,tra le quali l'ultima è la vergognosa Madia-Renzi(vedi:madn il-decreto-ronchi-berlusconi-no-mentre ),che impongono quasi la scelta di dover fare gestire privatamente servizi che sono sempre stati pubblici.
Sottolineo il"quasi"poiché come già detto più volte(vedi per esempio:madn enti-locali-sotto-attacco )comuni come quello di Crema la scelta l'hanno avuta per poter andare avanti a gestire in house parecchi servizi come piscina e illuminazione pubblica,e guarda caso dopo la privatizzazione di tali beni pubblici le tariffe si sono alzate e la qualità è peggiorata(parlo in maniera specifica del centro natatorio in quanto il bando per l'illuminazione pubblica era stato vinto da una società di criminali ed era saltato tutto).
Per non parlare della gestione dei parcheggi con riduzione dell'orario con un aumento del tariffario e di tutti i tagli al personale o al cambio delle loro mansioni nei casi più fortunati.
Comunque il pezzo sotto parla dell'Italia in generale ma con i risultati che i cittadini poi riescono a verificare nel quotidiano,senza parlare molto dell'istruzione e della sanità che vanno oltre certi aspetti che riguardano soprattutto i piccoli comuni ed enti locali.


L'indebitamento degli enti locali è la strada per la privatizzazione dei servizi pubblici. Per questo è necessario un audit dal basso in grado di mettere in crisi le politiche liberiste
Marco Bersani - tratto da ilmanifesto
Quando si dice che gli enti locali sono uno dei luoghi di precipitazione della crisi, perché è soprattutto su di essi che si sono scaricate nel tempo le misure liberiste di austerità previste dai vincoli finanziari di Maastricht, non si sta facendo una considerazione astratta: secondo l’ultimo rapporto Ifel (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale) dell’Anci, sono 84 i Comuni italiani in stato di dissesto e 146 gli enti locali (10 Province) che, in stato di pre-dissesto, hanno aderito alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Si sta parlando di un trend in ascesa: se nel 2011 erano 3 i Comuni finiti in default, sono diventati 21 nel 2014.
Ma cosa significa per un Comune entrare in pre-dissesto o in default? «Sono da considerarsi in condizioni strutturalmente deficitarie gli enti locali che presentano gravi ed incontrovertibili condizioni di squilibrio», dice il Testo unico degli Enti locali (Tuel). Se il deficit è in qualche modo recuperabile con un piano di sacrifici che la Corte dei conti approva si può accedere alla «procedura di riequilibrio finanziario pluriennale», il pre dissesto. Ma se «l’ente non può garantire l’assolvimento delle funzioni e dei servizi indispensabili» o se i creditori vantano crediti cui non si può far fronte con mutui o entrate proprie, allora scatta il dissesto (art. 244 del Tuel).
Ma cosa significa per i cittadini? In questo caso è molto facile da capire: tagli drastici alla spesa corrente, dismissione dei servizi, tariffe alle stelle e aliquote massime sulle imposte. Di fatto gli abitanti di un territorio dismettono i panni di membri di una comunità con dei diritti garantiti per diventare singoli individui il cui accesso ai servizi è determinato dalle proprie capacità economiche nell’orizzonte della solitudine competitiva.
Ma chi ha provocato questa esplosione di dissesti finanziari? In parte la colpa è dei molti amministratori che, dentro la crisi della democrazia rappresentativa, hanno utilizzato la macchina pubblica per favorire interessi personali, di casta e di clan, con bilanci allegri basati su entrate presunte a cui corrispondevano uscite certe da scaricare sulle amministrazioni successive. Ma pochi affrontano il nodo strutturale delle politiche liberiste e di austerità che sono state scientificamente applicate agli enti locali, all’unico scopo di metterli in difficoltà e costringerli alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, alla vendita del patrimonio pubblico, alla messa a disposizione del territorio per grandi opere, grandi eventi e grandi speculazioni finanziarie. Anche su questo punto sono i dati a confermare: nonostante la quota parte del debito pubblico attribuibile ai Comuni corrisponda solo al 2,4%, il contributo richiesto agli stessi – tra tagli ai trasferimenti e patto di stabilità – è passato dai 1.650 miliardi del 2009 ai 16.655 miliardi del 2015.
Quanto sopra scritto evidenzia come la delega della gestione del debito e della finanza locale ai tecnocrati e agli amministratori comporti la riproduzione di un ciclo che, dai vincoli dell’Unione Europea, a cascata viene scaricato sulle condizioni di vita delle persone e delle comunità locali.
La pratica dell’audit del debito, ovvero un’indagine indipendente e autonoma da parte degli abitanti di un territorio sul debito dell’ente locale, è il percorso da avviare per smascherare la trappola del debito e del patto di stabilità, per riprendere in mano il destino delle comunità territoriali, per riappropriarsi della democrazia. Che, ogni volta che antepone gli interessi delle lobby finanziarie e immobiliari all’incomprimibilità della spesa necessaria a garantire servizi adeguati e di qualità, smette di essere tale.
16 ottobre 2016