lunedì 18 gennaio 2016

DENIZ NAKI

La storia del calciatore tedesco Deniz Naki,di origini curde,va oltre il solo gioco del calcio e si arricchisce dal percorso politico e sociale che ha offerto sia in Germania che in Turchia,dove ora milita in seconda serie nell'Amed Sportif Faaliyetler,la squadra di Diyarbakir.
Memorabile l'esultanza a Rostock contro l'Hansa nel 2009 quando il suo St.Pauli,il team dove ha lasciato un ricordo indelebile,segno il secondo goal per la vittoria della squadra amburghese in pessimi rapporti con i tifosi filonazisti della città portuale sul Mar Baltico.
A fine gara andò sotto la curva dei nazisti facendo il segno del taglio della gola(duurante tutta la partita il compagno di squadra ghanese Takyi fu bersaglio di beceri cori)e andò a festeggiare sotto la curva del St.Pauli piantando il vessillo con il teschio di Jolly Roger nel terreno diventando un idolo per tutta la tifoseria.
Poi giocò per poco nella capitale turca Ankara dove venne aggredito e malmenato da tre ragazzi incontrati per strada per via delle origini curde,ed ora gioca proprio nella città che è considerata la capitale del Kurdistan.
 
Deniz Naki, il curdo cresciuto nella Hafenstraße
 
Il 6 novembre 2014 un calciatore del Gençlerbirliği, squadra di Ankara, viene fermato per strada da tre ragazzi, offeso e preso a pugni.
Uno di quei momenti in cui la rivalità calcistica supera ogni limite e da vita a scene che mai vorremmo vedere nel calcio, penserete.
Tutto questo se stessimo parlando di un normale calciatore. Tutto questo se non stessimo parlando di Deniz Naki.
Deniz Naki nasce nel luglio dell’89 a Düren, Germania, cittadina sulla E40 a metà strada tra Aachen e Koln. I genitori però non sono originari del posto. Vengono dalla provincia di Tunceli, sarebbe meglio dire Dersim, e sono dei curdi-aleviti
I problemi per la provincia di Dersim, antico nome curdo del luogo, iniziano con gli anni ’30 del ventesimo secolo. All’epoca Mustafa Kemal Atatürk, primo Presidente della Turchia, disse: “La questione del Dersim è la questione prioritaria della nostra politica interna. E’ necessario che il governo sia dotato di un’autorità ampia e illimitata e per eliminare a ogni costo questa ferita interna, questo repellente ascesso“. Che stava succedendo in quel lembo di terra dimenticato da Dio?
Nel Dersim hanno sempre vissuto svariate etnie in pace ed armonia tra loro. Incontravi curdi, armeni, aleviti, sunniti e cristiani. Tutti con una particolarità: non avevano nessuna intenzione di sottomettersi a qualcuno. Hanno provato ad introdurre la giurisprudenza islamica e la sharia, ma il Dersim disobbediva.
Negli anni 1937/38 l’eliminazione del “repellente ascesso” di cui parlava Ataturk equivalse allo sterminio di più di 70.000 mila innocenti tra cui donne e bambini e alla deportazione in Anatolia occidentale della maggioranza dei sopravvissuti. Solo uccidendo i suoi abitanti, la sua linfa vitale, riuscirono a far piegare la testa al Dersim.
Tra i primi anni ’80 e l’inizio del ventunesimo secolo il governo turco ha ripreso le armi contro quelle popolazioni con la scusa della lotta al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, obbligando attraverso torture e distruzioni 30.000 persone a fuggire da quelle terre.
Tra loro c’erano anche i genitori di Deniz, che sfuggì a quell’orrore.
Deniz fin da piccolo riesce a legare le letture di Öcalan al pallone che rientra sul destro per chiuderla sul primo palo e a quindici anni entra a far parte delle giovanili del Bayer Leverkusen, 45 minuti da casa. Con le aspirine ci rimarrà fino al 2009, quando la società lo manda a farsi le ossa a Ahlen tra le fila del Rot Weiss Ahlen, la squadra dei minatori tanto antipatica ad Hitler, al tempo in seconda divisione.
Dopo la felice esperienza con i RWA Deniz fa la cosa più ovvia da fare quando sei un calciatore comunista in Germania.
Stagione 2009, Deniz Naki passa al FC St. Pauli.

Al Millerntorn passerà gli anni più felici, sia calcisticamente che umanamente, della sua vita diventando un leader e un beniamino dei tifosi in soli 3 anni, grazie soprattutto a quella partita contro l’Hansa Rostock.
Il 2 novembre del 2009 al DKB Arena di Rostock in campo ci sono i padroni di casa da una parte e il St. Pauli dall’altra, la squadra degli scarti della società amburghese. Non è una partita come le altre perché alle bandiere antifasciste e ai pugni chiusi degli ospiti si contrappone una tifoserie di estrema destra come quella di Rostock. Prima dell’inizio della partita qualche tifoso è dovuto ricorrere a qualche garza in testa.

Il St. Pauli si porta in vantaggio con Lehmann, ma l’apocalisse arriva con il raddoppio di Deniz. Non ci vede più, è un toro impazzito. I libri di Apo gli hanno insegnato che i veri scarti della società non sono quelli che stanno impazzendo per il suo goal, ma quelli che hanno passato tutta la partita a fischiare Takyi, compagno di squadra ghanese. Deniz è cresciuto odiando i nazisti, che sia dell’Illinois, di Istanbul o di Rostock. Ha il sangue agli occhi e fa un gesto inaspettato e insensato. Va sotto la curva dei tifosi di casa, abbraccia i compagni e festeggia. Poi si volta un secondo verso i tifosi che lo stanno offendendo e si passa il pollice sul collo. “Vi taglio la gola“. A fine partita festeggerà la vittoria andando sotto la sua di curva e piazzando la bandiera con il teschio sul soffice manto erboso del fortino avversario. L’antifascismo ed il St. Pauli avevano vinto, la Federazione squalificherà Naki e la società lo multerà ma dalle parti della tutti girano con la maglia del St. Pauli ed un nome sulla spalle. Naki, 23.
Nel 2012 lascia Amburgo per Padernborn, ma è solo di passaggio dato che nell’estate del 2013 arriva ad Ankara sponda Gençlerbirliği. La prima stagione termina con 20 presenze e un po’ di fatica a trovare spazi e goal, la seconda inizia a malapena. Agli inizi di novembre arriva infatti la notizia che il giocatore tedesco ha rescisso il contratto con la società. Il motivo? C’è scritto all’inizio dell’articolo. Tre ragazzi, probabilmente ultras del Gençlerbirliği, lo hanno avvicinato chiamandolo “sporco curdo” ed offendendolo per le sue frasi anti-ISIS apparse sul suo profilo Facebook e per la solidarietà espressa ai compagni impegnati nella lotta a Kobane. “Mi urlavano “che sia maledetta Kobane, che sia maledetta Sinjar”, racconta in un’intervista, “ho provato a calmarli, ma all’improvviso uno di loro mi ha colpito in un occhio, ho gli ho tirato un pugno per difendermi e sono scappato. Mentre mi stavo allontanando mi hanno urlato “non è stato abbastanza il primo avvertimento? Questo è il secondo e l’ultimo. Lascia il paese, questa città e questa squadra”.
Naki ha immediatamente lasciato il club tornando in Germania precisando però che “Anche se sto andando via, e lo faccio per la sicurezza della mia famiglia, voglio che sappiate che la paura non mi fermerà dal portare avanti i valori in cui credo”.
Dopo qualche mese da svincolato arrivano le prime proposte. All’inizio si pensa ad un romantico ritorno al St. Pauli, sul web si scatenerà anche una mobilitazione dei tifosi amburghesi per riportarlo a casa, ma dalle parti di Diyarbakır, una delle città turche con la maggior presenza curda, nella società di calcio della città, il Diyarbakır Büyükşehir Belediyespor, qualcosa sta cambiando. Senza nessuna autorizzazione infatti il nome viene cambiato in Amedospor SK, vecchio nome curdo della città.
Deniz decide di andare dove c’è più bisogno.
Nel luglio del 2015 Deniz Naki è un nuovo giocatore dell’Amedospor.
settembre 2015

domenica 17 gennaio 2016

A MODENA ANCORA LA POLIZIA DALLA PARTE DEI NEOFASCISTI

Ieri a Modena è capitato ancora che in Italia,paese liberato dal giogo nazifascista dai partigiani e da una guerra,sia stato teatro di un presidio di Fogna Nuova autorizzato dalla prefettura dello stesso Stato che ha cacciato i nazifascisti vigliacchi e traditori con la lotta ed il sangue.
Naturalmente la voce del popolo antirazzista e antifascista si è fatta sentire con una manifestazione di protesta per dichiarare il totale disprezzo verso l'organizzazione neofascista e contro queste ideologie che fanno della xenofobia uno di loro principali cavalli di battaglia.
Come al solito le forze dell'ordine sono state dalla parte dei fascisti difendendo i quattro ratti del presidio dal tentativo di attacco da parte degli antagonisti modenesi con qualche tafferuglio e manganellata verso loro.
A breve ci saranno a Bologna e Milano due incontri a livello europeo che vedranno la presenza di neofascisti e di neonazisti provenire da diverse nazioni,un altro banco di prova per la loro cacciata definitiva dalla storia dell'umanità sia italiana che mondiale.
Articolo preso da Infoaut.

Modena: il corteo popolare meticcio antifascista forza i divieti.

Ieri pomeriggio la manifestazione meticcia e antagonista modenese ha dovuto fare i conti con una città inverosimilmente militarizzata. Le ragioni di un tale dispiegamento oppressivo vanno ricercate in una operazione mediatica, generata da una settimana di dichiarazioni allarmanti, in cui associazioni di categoria e governance locale hanno alimentato la tensione sulle possibili derive violente che avrebbero potuto caratterizzare questa giornata.
La prefettura si è fatta carico di autorizzare il presidio neo fascista, adducendo le solite, inconcepibili motivazioni, quali la salvaguardia della forma istituzional-democratica, lasciando spazio a ideologie che del razzismo e della xenofobia fanno il loro messaggio centrale. La risposta delle istituzioni locali e dei sindacati confederati è stata quella di raccogliersi nel solito, scontato e ininfluente “teatrino” in piazza Torre, sotto al sacrario dei partigiani caduti per mano della ferocia nazifascista.

Il blocco sociale meticcio che fa dell'antifascismo e dell'antirazzismo una pratica politica quotidiana non crede che possano bastare manifestazioni di posa o di facciata a fronte di iniziative esplicitamente fasciste. Il corteo ha sfilato per le strade cittadine facendosi carico di rappresentare le istanze reali di chi subisce il peso di politiche che producono distruzione del welfare e impoverimento soprattutto delle fasce sociali più deboli. Studenti, lavoratori precari, migranti e occupanti hanno trovato nella giornata di oggi un momento di ricomposizione sotto lo slogan “fuori i razzisti e i fascisti dalle città”.

La volontà della manifestazione di esprimere il proprio contenuto politico, per le strade di un centro cittadino blindato, si è scontrata con un impianto repressivo che ha risposto manganellando la testa del corteo, creando diversi feriti e riconfermando la ferma volontà di proteggere i neofascisti. Il corteo si è immediatamente ricompattato e ha proseguito il proprio percorso, sino all'arrivo in largo Garibaldi. In questa piazza incredibilmente presidiata dalle forze dell'ordine, il blocco meticcio ha lanciato i propri slogan, comunicando alla città come non sia nella discriminazione e nell'autoritarismo la soluzione alle problematiche reali che affrontiamo quotidianamente. La conclusione di questa giornata ha visto numerosi interventi che hanno sottolineato come solo proseguendo lotte ricompositive sul territorio il fascismo e il razzismo potranno essere eliminati dai quartieri e dalle città.

venerdì 15 gennaio 2016

15 ANNI DI WIKIPEDIA

L'articolo proposto da Senza Soste parla dell'anniversario,il quindicesimo,della nascita di Wikipedia,l'enciclopedia on line più cliccata in Internet con una media di 60 milioni di contatti giornalieri.
Quando si parla di informazione on line,che comunque mediamente è più affidabile di quella sui mass media convenzionali almeno del secolo scorso,c'è sempre il dubbio della veridicità di quello che si legge,della possibilità di bufale,della certezza delle fonti.
Wikipedia,spesso usata sia da Senza Soste che da me,fornisce buoni spunti di partenza e di arrivo se ci si vuole documentare sia per poter arricchire la propria conoscenza sia come aiuto nel poter scrive blog o articoli.
Da quel che emerge Wikipedia,nonostante dubbi di possibili controlli da parte di governi o di multinazionali,di possibili manipolazioni e di contributi errati,grazie ad alcuni paletti elencati sotto,come il contraddittorio tra tesi diverse,può essere uno strumento di una reale documentazione equiparabile come esattezza,obiettività e credibilità all'Enciclopedia Britannica,come è emerso da studi super partes.

Quanto è libera Wikipedia? 15 anni fa la nascita della più nota enciclopedia on-line.

Nel 2000 a San Francisco Jimmy Wales (economista, 34) e Larry Sanger (filosofo, 32), decidono di creare un nuovo sito che riesca a fare concorrenza a Encarta, l’enciclopedia on-line della Microsoft. Lo chiamano “Nupedia”. I contenuti inseriti, non coperti da copyright, avrebbero potuto essere utilizzati liberamente dai lettori. Per revisionarli vennero scelti alcuni esperti, e il carattere collettivo del loro lavoro sarebbe stato garanzia di una maggiore imparzialità. Si trattava però di un procedimento lento e macchinoso, per cui alla fine si decise di consentire a chiunque lo volesse di inserire delle voci. Fu scelto il nome “Wikipedia” dalla parola hawaiana “Wiki” (rapido). Il sito di Wikipedia venne lanciato il 15 gennaio 2001, e per sottolineare la natura non commerciale dell’operazione viene scelto il suffisso “.org”. Attualmente è il 7° sito del mondo per numero di visite (60 milioni di accessi al giorno). È disponibile in 280 idiomi tra i quali dialetti e lingue morte.
La versione italiana è costituita da circa 280 milioni di parole a fronte dei 50 milioni dell’Enciclopedia Treccani. Wikipedia non ha personale stipendiato e si regge su donazioni e contributi di privati e aziende che coprono i costi per i server e le altre spese di gestione. Di farla crescere si occupa un esercito di circa 38 milioni di volontari di cui più di 70mila attivi. La regola fondamentale è che non si può inserire niente che non sia già stato pubblicato altrove. Il codice di condotta impone di riportare le fonti in maniera equilibrata (cioè sia pro che contro una determinata tesi), privilegiare un’ottica globale e non localistica, evitare il marketing politico o commerciale ed escludere le voci che riguardano eventi futuri. Esistono gruppi di discussione con lo scopo di creare un consenso sull’impostazione delle pagine.
Il sito riceve dalle 25.000 alle 60.000 richieste di aggiornamento al secondo, e verificare la credibilità dei contenuti inseriti non è semplice, ma da una ricerca pubblicata nel 15 dicembre 2005 dalla rivista Nature emerge che la credibilità di Wikipedia è più o meno pari a quella dell’Enciclopedia Britannica. Dal canto suo l’Enciclopedia britannica ha pubblicato numerosi articoli per confutare questa tesi. Esiste un gruppo di amministratori (diversificati per livelli di responsabilità) che hanno la possibilità di cancellare contenuti e bloccare gli utenti “rompiscatole”. Il loro ruolo è quindi talmente centrale che il carattere “orizzontale” del sito rimane praticamente sulla carta. Chi sono gli amministratori? Come vengono scelti in realtà?
Una descrizione entusiastica è quella offerta dal libro “Te la dò io Wikipedia”, di Francesco Bini, ma naturalmente esistono numerosi articoli di segno opposto, che ironizzano sulle bufale “storiche” e criticano la scarsa imparzialità del sito soprattutto su temi “caldi” di politica internazionale come l’America Latina o il Medio Oriente. C’è chi ipotizza l’influenza di potenti lobby che ne condizionerebbero i contenuti, e in proposito è uscita nel 2007 la “lista nera dei manipolatori” compilata dal sito “Wikipedia scanner”: vi comparivano i governi di Usa e Portogallo (?!), multinazionali come la Microsoft, organizzazioni internazionali (Onu, Amnesty International) e grandi gruppi mediatici (Bbc, New York Times, Reuters). Alcuni mesi fa l’Indipendent ha pubblicato la notizia che alcuni truffatori avrebbero tentato di ricattare personaggi famosi minacciandoli di alterare le loro biografie. Chi invece ha aggiunto alla biografia di Tony Blair la qualifica di ubriacone e maniaco sessuale sembra aver agito per puro divertimento.
Per quanto ci riguarda, noi spesso consultiamo Wikipedia per i nostri articoli e consigliamo un utilizzo “laico” del sito. Wikipedia può essere una buona fonte di “partenza” dalla quale si possono ricavare informazioni di base da approfondire poi consultando altre fonti. Fatto sta che tempo fa avevamo deciso di creare la pagina di Senza Soste ma il contenuto non fu accettato. Nonostante avessimo tutte le registrazioni formali come testata, qualcuno degli amministratori (chi?) non ci riteneva un media abbastanza “ufficiale”. Ci riproveremo a breve e vi faremo sapere...
Nello Gradirà
Pubblicato sul numero 111 (gennaio 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

giovedì 14 gennaio 2016

CHI TRAFFICA LE ARMI OLTRE I NOSTRI CONFINI?

Si sa ormai da tempo che l'Italia è uno dei maggiori produttori di armi al mondo,siamo nella top ten in questa non invidiabile classifica guidata in maniera netta dagli Stati Uniti seguiti dalla Russia e dalla Francia,ma siamo al primo posto per l'export di armi vendute e quindi non vendute direttamente nel paese di produzione.
Questo mercato che è molto sul filo del rasoio tra la legalità e l'illegalità era stato oggetto di una puntata di Report nello scorso novembre,incentrata soprattutto sul commercio di armamenti poi finiti nella mani dei miliziani dell'Isis in diversi modi come spiegato nell'articolo qui sotto preso dal sito Osservatorio Repressione(http://www.osservatoriorepressione.info/bande-di-fascisti-golpisti-e-di-criminali-protetti-gestiscono-in-italia-il-traffico-illegale-di-armi/ ).
Nel programma veniva alla luce un coinvolgimento diretto di persone legate al mondo del fascismo e del terrorismo nero,trafficanti,mercenari e industriali che soprattutto sottobanco riescono a fornire paesi soprattutto africani e mediorientali di armi e munizioni oltre che elicotteri destinati ad uso civile ma facilmente modificabili in assetto da guerra.
Si va dalla Somalia al Qatar,dalla Siria al Brasile in un crescendo di affari da milioni di Euro che non hanno molta pubblicità in quanto è molto pericoloso indagare sia come magistratura che come dossier giornalistico d'informazione in quanto,essendoci in palio parecchi soldi,non ci si fa scrupoli ad eliminare fisicamente coloro che cercano di portare alla luce il traffico internazionale di armi(vedi il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin).
 
Bande di fascisti golpisti e di criminali protetti gestiscono in Italia il traffico “illegale” di armi.
 
E’ una storia di pazzi. Sono le vicende raccontate e snodate durante Report di domenica 15 novembre sulla RAI. Bisognerà fare la tara; è plausibile che alcune siano false piste o spacconate; ma l’impianto della trasmissione è terrificante. In poche parole: c’è una struttura parallela italiana che vende armi e addestra uomini destinati alle guerre che dilaniano il Medio Oriente in connessione con industrie italiane e con i rimasugli della banda fascista criminale della mafia del Brenta, molto simile alla banda della Magliana; sovrintende al tutto una cricca di camorra e una Gladio in sedicesimo denominata legione Brenno.
Molte persone, stamani, dicevano che tutto era evidente, era tutto noto, non c’è niente di nuovo. Ma è una risposta sciocca, superficiale e sardonica. La verità è che si intuiva qualcosa, l’industria delle armi italiana era sospettata di triangolazioni con piroette zozze varie; ma nessuno poteva prevedere quanto è stato svelato durante Report dal giornalista Ranucci.
La trasmissione comincia con George Smiley, nome di copertura di un importante trafficante di armi. George, è nato in Italia, ma vive tra Londra, Dubai e Malta, che esordisce dicendo: ” Tutti i paesi occidentali fanno i conti con i rifugiati che scappano dalle guerre, ma nessuno si preoccupa di bloccare il traffico di armi verso Africa e Medio Oriente. Senza le armi, da quelle parti si tirerebbero i sassi. (..)L’Italia ha armato l’Isis a sua insaputa, armando la Siria di Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passate all‟Isis. Lo scorso febbraio, poi i militari sotto la guida dei nostri servizi hanno addestrato nello Yemen, un centinaio di combattenti arabi da utilizzare contro l’Isis. Si sono dileguati e si sono arruolati nelle milizie dell‟Isis.”
Si tratta pertanto di un errore bestiale per chi opera nel campo dell’intelligence: una defaillance micidiale che avrebbe dovuto comportare svariate destituzioni dai rispettivi corpi di appartenenza se la notizia fosse vera. Ma nessuno ha saputo di nessuna destituzione.
Smiley nel corso dell’intervista aggiunge alla domanda su cosa sia Andrea Pardi e la Società Italiana Elicotteri: “Pardi ha cercato di vendere elicotteri che apparentemente sono ad uso civile, ma hanno componenti militari oppure possono essere modificati per utilizzarli in guerra. SIGFRIDO RANUCCI Senta, ma è possibile che Agusta e Finmeccanica non sappiano nulla dell‟attività di Pardi? GEORGE SMILEY Questo non lo so. Certo è singolare che dentro Finmeccanica non ci sia nessuno che si chieda dove vanno a finire gli elicotteri di Pardi. Le società come quelle di Pardi potrebbe servire a vendere in paesi, dove Agusta non può vendere ufficialmente. Come l‟Iran. Il gioco, da quello che so, doveva essere questo. Pardi ha cercato di far immatricolare 38 elicotteri dell‟Agusta Bell in Brasile. Li avrebbe poi venduti alla Keystone Trade Oil and Gas, una società creata qui a Londra esclusivamente per questa operazione. Poi, hanno usato come testa di legno una vecchia donna afghana per firmare il contratto. Così gli elicotteri venivano rivenduti in Nigeria, grazie anche all‟aiuto di un mediatore israeliano, ma c’era un accordo perché fossero destinati in Iran.”
Ranucci afferma infine su Pardi “ Pardi ha rapporti anche con Craig Russo Soroudi, il cittadino iraniano – diventato poi socio di Massimiliano Colagrande, arrestato a Roma a febbraio in un’inchiesta di camorra. Emergerà dopo che Colagrande è vicino all‟ex Nar e boss di Mafia Capitale Massimo Carminati.”
Il sovrintendente di questo tipo di operazioni anche oggi è un certo Giancarlo Carpi, veneto, di professione ufficiale camionista. D’altronde è ben noto che nel passato nei vertici di servizi paralleli come Gladio e Anello c’erano delle persone “comuni”; stando alla vulgata il capo dell’Anello era un presentatore di una trasmissione RAI per bambini. Tornando a Report e a Carpi questi aveva fondato con altri la struttura militare segreta, denominata “Legione Brenno”. La legione Brenno era nata nel 93, in coincidenza con lo scoppio della guerra tra serbi e croati. Carpi aveva partecipato segretamente alla guerra, a fianco delle milizie croate. Il giornalista Ranucci così commenta: ‟l’esistenza dei legionari di cui faceva parte Carpi viene scoperta a Mestre, mentre sulla loro auto trasportavano kalashnikov e bazooka. Quando la polizia cerca di fermarli i legionari sparano, feriscono un poliziotto che rimarrà a vita sulla sedia a rotelle. Si scoprirà dopo che Carpi e i suoi avevano anche progetti golpisti, a cominciare da un attentato al presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro”. Nella stampa del novembre 1998 abbiamo trovato una notizia della Legione Brenno; era il 12 novembre 1998: su strano.net troviamo: “Arrestati per ordine della Procura di Napoli 40 persone tra cui esponenti della camorra, della ‘ndrangheta, della banda della Magliana, titolari di esercizi commerciali, intermediari d’affari, un funzionario di banca, un ispettore di polizia e un ex maresciallo dei carabinieri. Le accuse vanno dal traffico e spaccio di droga all’associazione per delinquere finalizzata alla contraffazione di banconote, certificati di deposito e titoli di credito. Arrestati Giancarlo Carpi, di Padova, Loris Apostoli e Giampaolo Ambrosi di Verona, inoltre Bruno Forzato di Venezia non è stato arrestato perché ha deciso di collaborare, mentre Marino Sacchetti di Treviso è riuscito a sfuggire alla cattura, tutti appartengono all’organizzazione di estrema destra “Legione Brenno”, costituitasi all’inizio degli anni ’90. Sono state inoltre perquisite le abitazioni di una decina di altri affiliati a tale organizzazione a Imperia, Verona e Forlì. Sono accusati di essere gli autori della sparatoria contro i poliziotti di una volante della polizia a Marghera che aveva intimato l’alt alla vettura sulla quale viaggiavano la sera del 3 settembre 1995. Nel bagagliaio di tale vettura furono trovati granate, plastico, un lanciamissili e delle mitragliette Skorpion. La Legione Brenno, di cui facevano parte ben 4 ex carabinieri, ha affiancato in Croazia i miliziani fascisti dell’HOS (eredi degli ustascia) durante la guerra contro Serbia e Bosnia. I membri della Legione Brenno rientrando in Italia portarono con se armi ed esplosivi ”.
Il processo ai componenti della Legione Brenno fu curiosamente poco o punto seguito dalla stampa nazionale. L’iter giudiziario fu molto benevolo: nessuna condanna per cospirazione politica mediante associazione, nessuna condanna per banda armata, i reati di sangue derubricati in modulazioni minori. Proprio come è avvenuto per gli scontri a Roma del 15 ottobre 2011, dove senza armi e senza reati di sangue ci sono state condanne ad anni e anni di reclusione di alcuni dimostranti che però erano “zecche” sovversive!
Comunque gli uomini della Brenno, a partire da Carpi, sono persone attenzionate ben note alle forze di polizia e ai servizi; eppure sembravano agire comodamente nello “sport” dei traffici di armi.
Nello snocciolarsi della trasmissione emergono altre persone inquietanti, trafficanti africani di armi ovvero di diamanti, presunti camorristi, sedicenti appartenenti ai servizi segreti. In particolare c’è un uomo di Caserta che faceva da addestratore “ Giancarlo Carpi per l’addestramento dei somali, aveva coinvolto anche un fruttivendolo di Caserta, con precedenti penali: Francesco Chianese, detto “ O Santulillo”; con il figlio, sarebbe il riferimento sul territorio dell‟ex-latitante Michele Zagaria, il più potente e feroce dei capi del clan dei casalesi.” Il Chianese vanta anche di avere uno zio nei servizi, circostanza che è facilmente verificabile, con cui interagiva e parla nell’intervista di omicidi coperti. Il Chianese accenna poi a un agente dei servizi implicato: un certo Giuseppe Carvelli, calabrese. Altri dei servizi o delle forze di polizia, oggi in congedo, sono per Ranucci il Colonnello Intorcia, sedicente ancora in servizio, e il carabiniere Fracasso. Si arriva poi all’Aeroporto dell’Urbe dentro la Società Italiana Elicotteri che vende anche per conto di Finmeccanica. Bene. Inoltre c’è dentro una cittadina somala che di professione gestisce un negozio di parrucchiera e ortofrutta a Roma: Osman Lul è la leader della comunità somala in Italia e nel 2007 è stata candidata alle primarie del Partito Democratico.
Da ultimo, Il Fatto quotidiano titola oggi martedì: “Verso il Qatar, indicato come principale sostenitore economico del Califfato, abbiamo esportato tra il 2012 e il 2014 armi per 146 milioni di €”.
Insomma, l’Italia (e i paesi europei) da che parte stanno? Si vuole “aiutare” le forze pro Assad e invece si aiutano uomini che passano all’Isis; intanto si danno armi italiane a go go al Qatar indicato come principale sostenitore economico dell’Isis. Si ordiscono dal nostro territorio torbidi intrallazzi di vendite di armi a paesi dove sarebbe proibito e gli orditori sono dei criminali golpisti contro le istituzioni, con uomini che si muovono tra apparati, fascisti armati e banditi di peso. Si parla di guerra all’Isis ma non si bloccano i flussi di capitali verso il Qatar. I Curdi sono i più strenui nemici combattenti contro l’Isis ma non si mormora nulla contro la Turchia che bombarda i Curdi. Si parla di contrasto all’economia del Califfato, ma questo è libero di portare decine di autobotti di petrolio al giorno in Turchia ovvero di vendere coi suoi agenti a Londra, a Berlino e New York decine di beni artistici di estremo valore depredati a Palmiria, a Raqqa, in Mesopotamia.
Che senso ha bombardare in Siria se non sono recisi i mille legacci tra Occidente, i cosiddetti paesi islamici moderati e il Califfato? Di che stiamo parlando?
Claire Lacombe

mercoledì 13 gennaio 2016

IN TURCHIA SEMPRE DUE PESI E DUE MISURE NELL'INFORMAZIONE

La notizia rimbalzata prepotentemente dell'attentato di un kamikaze Isis a Istanbul che ha mietuto dieci vittime in visita alla città turca,fa da contraltare mediatico al silenzio che invece è stato dedicato all'assassinio di tre attiviste politiche e sociali curde avvenute nei giorni scorsi.
Si tratta di una rappresentante del Partito Democratico delle Regioni,Sevê Demir,della copresidente del Consiglio del Popolo Pakize Nayır e della militante dell'organizzazione delle Donne Libere Fatma Uya.
Ovvio l'interesse di Erdogan a tacere sui misfatti del suo esecutivo e dell'esercito che sanno compiendo un genocidio in Kurdistan e del proprio manipolo di uomini che stanno compiendo omicidi mirati di giornalisti,politici e simpatizzanti del popolo curdo.
Gli articoli di Senza Soste e di Contropiano entrambi a firma di Enrico Campofreda(http://contropiano.org/internazionale/item/34693-turchia-il-trionfo-della-morte )parlano dell'ormai conclamato doppiogiochismo turco che si traveste da difensore e paladino del mondo occidentale ma che nell'anima foraggia e sostiene il movimento Daesh.
 
Turchia, assassinate tre dirigenti curde.
Enrico Campofreda - tratto da http://www.contropiano.org

C’è modo e modo di assassinare a sangue freddo. I boia sauditi lo fanno con la spada, i compari-antagonisti che provano a superarne fondamentalismo e cinica ferocia usano coltellacci, poi c’è chi spara indiscriminatamente sui civili. L’ha fatto ancora l’Isis a Parigi, lo fa lo Stato turco da due mesi accanito contro le popolazioni kurde del sudest del Paese. Lo fa e se ne vanta per bocca del presidente Erdoğan, orgoglioso dei tremila e cento kurdi assassinati, che lui definisce terroristi, siano militanti del Pkk o semplici cittadini, compresi tredicenni o donne ultra ottuagenarie.
La furia repressiva del presidente alleato, di cui s’occupa e che preoccupa la Casa Bianca, imbarazzata di fronte ai recenti farneticanti paralleli con Hitler, ha stroncato le vite di altre tre attiviste: Sevê Demir, Pakize Nayır, Fatma Uya, impegnate in vari ruoli.
Sevê aveva conosciuto le carceri di regime dov’era stata rinchiusa dal 2009 per cinque anni. Era quindi diventata rappresentante del Partito Democratico delle Regioni nell’area di Mardin e Şırnak. Pakize era copresidente del Consiglio del Popolo a Silopi, Fatma militava nell’organizzazione delle Donne Libere. Bastava questo per considerarle pericolose terroriste, secondo la crescente paranoia razzista che il presidente turco teorizza ormai apertamente.
Così in uno dei centri assediati da un mese assieme a Cizre e Sur - Silopi -  la polizia ha compiuto il 4 e 5 gennaio nuovi raid e arrestato 57 persone, fra cui alcuni odiati giornalisti. Nei conflitti a fuoco unilaterali, visto che sparavano solo agenti e cecchini dell’esercito turco, le tre donne sono state colpite mortalmente assieme a un giovane. Tutto ciò non è casuale visto che l’establishment turco ha sdoganato l’esecuzione a sangue freddo e garantisce l’assoluta copertura ai propri apparati della forza che colpiscono  nel mucchio i cittadini della comunità kurda e praticano una meticolosa eliminazione di attivisti più o meno noti.
La logica e l’effetto sono quelli d’una pulizia etnica perpetrata nel silenzio assoluto delle leadership internazionali. Le autopsie compiute sui cadaveri delle tre donne e su quello del giovane uomo hanno rilevato danni abnormi tanto da ipotizzare un vero e proprio tiro al bersaglio. Le salme risultano crivellate di pallottole, undici quelle che hanno stroncato la Demir con armi di diverso calibro che scavavano fori da 5x3 cm e da 2x1. Il referto medico, purtroppo macabro, parla di scatole craniche aperte in due; ciò lascia il dubbio sul tipo di armi usate e può far pensare a esecuzioni praticate con  micro cariche esplosive. L’uomo ucciso è massacrato di colpi tanto che il riconoscimento non è stato ancora possibile. Crescono l’orrore e la rabbia nella comunità interna e i kurdi presenti in altre nazioni; manifestazioni e proteste ci sono finora state in Germania, Francia, Austria e Sizzera. 
7 gennaio 2015

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Turchia, il trionfo della morte.

In quel trionfo della morte che è diventata la Turchia odierna, dove anche un luogo della Storia come Sultanahmet resta deserto, non solo per l’ennesima strage del Daesh ma per il divieto assoluto partito direttamente dal presidente Erdoğan di far circolare chiunque non vesta una divisa, in un Paese diviso in due: sudditi e terroristi (quest’ultimi distinti in kamikaze reali e bombaroli presunti) tutto diventa difficile. Ancora soltanto tre anni fa cento e uno erano le opportunità che lo Stato Turco si dava, pur dovendo fare i conti con la vanagloria del nuovo Atatürk che ha fatto di tutto per far sognare la patria e intossicarla, insieme al suo partito, alla gente che lo sostiene e ancora lo vota e anche a se stesso. L’attuale spettralità del luogo incantato sul Bosforo, dove Nabil Fadli ha fatto vibrare una cintura esplosiva che pareva un arsenale, è dovuta a ovvie ragioni di sicurezza. Ma la stampa locale rimasta ancora libera, diversamente da 32 colleghi giacenti in prigione, e occupata di fronte a circa ottocento dismissioni dal lavoro spesso forzate, parla di oscuramento delle immagini e soffocamento delle voci. Dopo le prime rapide zoomate su cupole e minareti guardati a vista dagli agenti, nessuna telecamera è stata ammessa in loco.
E’ la smania di blocco e controllo dell’informazione che il rabbioso presidente agita da tempo nelle vicende interne, mentre cerca microfoni e vetrine sul fronte internazionale. Su entrambi i terreni trova ostacoli, in casa per la criminalizzazione praticata verso chiunque s’azzardi a criticare il suo progetto autoritario, mentre gli errori e l’ambiguità di politica estera diventano boomerang, come mostra la pericolosa prossimità verso un jihadismo di confine tollerato e in taluni casi aiutato. Nella baraorda che ormai ne caratterizza le gesta sono seguite mosse non di armi fornite (tutti ricordano lo scoop di Cumhurriyet sulle munizioni fatte transitare verso la Siria nelle casse di medicinali) bensì usate: contro un caccia russo e ultimamente anche contro i miliziani dell’Isis. Un passo che ha irritato l’altro megalomane che infiamma il Medio Oriente, Al Baghdadi, capace di vomitare esplosivo su uno dei maggiori business turchi: il turismo. La via è simile alla tattica della ‘terra bruciata’ praticata nei resort del Mar Rosso, sebbene a Istanbul schizzi esponenzialmente, visti i milioni di turisti che transitano solamente nella Moschea Blu e che da oggi potrebbero disertare quella e le altre bellezze anatoliche. Dopo Parigi e Tunisi questa guerra si combatte ovunque; in Occidente e Oriente, ogni perla del passato può diventare un bersaglio, Palmira insegna.
Non è Erdoğan lo statista capace di sciogliere nodi intricati. Lui ne crea, sempre di più complicati e scorsoi. Se le esplosioni di Diyarbakır (4 morti a giugno), Şuruc (33 vittime a luglio), Ankara (103 martirizzati a ottobre) potevano esalare tanfo di Intelligence, per l’uso funzionale al progetto securitario, settario e anti opposizione messo in atto dal partito islamico, cosa che vale per l’omicidio dell’avvocato attivista Elçi a novembre, l’attentato di ieri segue logiche che il Califfo sperimenta in tutta l’ampia fascia di Maghreb e Mashreq. Lì da due anni conduce attacchi con esplosioni, fucilazioni, decapitazioni, crocefissioni. Ora tocca alla terra del sultano doppiogiochista con velleità di uomo-stato. Nella bolgia Erdoğan c’era già entrato di sua volontà trascinando l’intera nazione in un conflitto fra simili, rompendo la pacificazione in corso con la comunità kurda, sbattendo in faccia a Öcalan gli sforzi per il superamento di contrapposizioni ed esclusioni. Ne è nata la guerra civile in corso dalla scorsa estate, coi tremila e cento kurdi assassinati nelle strade di cui il presidente si vanta. Finora sono costati alla Turchia oltre duecento militari, morti anch’essi e un orizzonte fosco, segnato dall’esecuzione di civili, visto che della tragica lista circa cinquecento sono caduti con un kalashnikov in mano. Gli altri sono uomini, anche vecchi, sono donne e ragazzi. I più recenti a Van, altre dieci vite spezzate nella spirale che accompagna la Turchia oscurata da questo cupio dissolvi cercato e subìto.

martedì 12 gennaio 2016

LE BRICIOLE OFFERTE DEL GOVERNO ITALIANO PER LE TORTURE DI BOLZANETO

La notizia è ancora del dicembre dello scorso anno ma è venuta a galla negli ultimi giorni,ovvero il tentativo,anzi una proposta di risacimento dell'attuale esecutivo italiano nei confronti di alcuni manifestanti del G8 di Genova 2001 che furono massacrati di botte a Bolzaneto e nella scuola Diaz.
Visto che le sentenze ultime a livello europeo(vedi anche:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/04/la-sentenza-europea-sulle-torture.html )hanno sanzionato l'Italia per quello che è già stata definito come la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale per i pestaggi avvenuti alla Diaz,il governo mette le mani avanti e propone 45 mila Euro a chi ha denunciato lo Stato italiano per i pestaggi nella caserma di Bolzaneto.
Quindi siccome le richieste del caso Cestaro hanno già avuto accoglimento lo scorso aprile da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo,il governo Renzi ha mangiato la foglia e ha messo le mani avanti offrendo quella somma di denaro per abbandonare la causa anche se nessuno ha accettato.
Questa scelta di dignità potrebbe però far trovare a mani vuote i richiedenti perché l'Italia,nonostante le pressioni europee,non riconosce il reato di tortura,ma è comunque una scelta condividibile e degna di rispetto e di solidarietà.

45mila euro non cancellano Bolzaneto.

Meschina e indecente mossa del governo Renzi nei confronti delle vittime di violenze da parte della polizia durante il G8 di Genova del 2001: la proposta di un indennizzo di 45 mila euro in cambio della disponibilità ad abbandonare le accuse e i ricorsi fatti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dai manifestanti torturati all’interno della caserma di Bolzaneto.
Con questa mossa il governo Renzi vuole cercare di cancellare i ricorsi che vedono lo Stato italiano sul banco degli imputati per le violenze perpetrate all’interno della caserma Bolzaneto e all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova. Nulla di sorprendente se si pensa che dalle file del Partito Democratico provengono alcuni tra quanti si sono sempre opposti all’apertura di una commissione parlamentare su questi fatti.

Il ministro Gentiloni nel dicembre dello scorso anno, in accordo con Alfano, ha infatti inviato una proposta alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per cercare una conciliazione con i ricorrenti, ovvero l’elargizione di 45 mila euro. Un tentativo di “conciliazione amichevole” che è però stato rimandato al mittente dalla maggioranza delle vittime di Bolzaneto, dato che in pochissimi hanno accettato questa proposta insultante e vergognosa. Una conciliazione monetaria non è certo quello che si vuole ottenere e nessuna cifra può bastare per riparare gli abusi subìti, indegne violenze che hanno trovato il loro posto sotto le più comuni pratiche di tortura.

La volontà è invece quella di arrivare a una sentenza. Non solo per quanto riguarda i fatti di Bolzaneto ma anche per la Diaz, per la quale l’Italia è già stata condannata alcuni mesi fa in seguito al ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, manifestante picchiato all’interno della scuola.

Non saranno certo i soldi a cancellare la volontà di andare fino in fondo a questa storia. Una giustizia vera non arriverà certamente dalle sentenze dei tribunali, anche perché quelli italiani - non riconoscendo il reato di tortura - hanno fatto in modo che tutti i reati attribuiti alle forze dell’ordine siano finiti prescritti. Ma si tratterebbe comunque di una sentenza che comporterebbe un precedente importante, anche in vista dell’altro ricorso (non ancora concluso) presentato da 40 manifestanti che si trovavano all’interno della scuola Diaz. Ed è proprio questo che il governo Renzi vuole evitare con queste vergognose proposte di “conciliazione”.

lunedì 11 gennaio 2016

MANIFESTAZIONI PER I PRIGIONIERI POLITICI A BILBAO E BAIONA

La mobilitazione di sabato scorso che ha avuto nelle città di Bilbao e di Baiona il fulcro delle rivendicazioni di migliaia di cittadini baschi sui temi dei prigionieri politici,ha avuto un enorme successo ed il fatto che una manifestazione compatta sia avvenuta anche nel territorio francese la dice lunga sulla coesione di un popolo diviso tra due Stati.
I temi del riavvicinamento dei carcerati ai luoghi di origine,la liberazione di quelli gravemente ammalati e il rispetto dei diritti fondamentali dei baschi che sono costantemente violati sono stati il piatto forte delle proteste.
E tante associazioni,di volontari per permettere visite a familiari ed amici ai carcerati a centinaia di chilometri di distanza,politiche e sindacali,hanno contribuito alla riuscita degli eventi nonostante le ultime elezioni la coalizione Eh Bildu ha raccolto molto meno di quello che si poteva ottenere.
Articolo di Infoaut.

Paesi Baschi. 71mila persone in difesa dei prigionieri politici baschi.

Sabato scorso si è tenuta a Bilbao l'annuale mobilitazione per reclamare a gran voce la fine della dispersione dei prigionieri politici baschi, l'immediata libertà per coloro che sono gravemente malati e il rispetto dei diritti dei prigionieri politici che continuano ad essere costantemente calpestati.
A differenza degli anni passati, quest'anno le organizzazioni indipendentiste basche in difesa dei diritti dei prigionieri hanno organizzato due manifestazioni: una a Bilbao e una a Baiona, nel paese basco in territorio francese. 63 mila a Bilbao, 8mila a Baiona. Sono questi i numeri delle due manifestazioni di quest'anno, che rappresentano un esito positivo delle mobilitazioni, al di sopra delle aspettative.

La manifestazione di Bilbao era formata da 6 fungoncini che aprivano il corteo, le stesse che settimana dopo settimana percorrono le strade spagnole e francesi per aiutare i famigliari dei prigionieri a visitare i propri cari. I cartelli luminosi affissi sui veicoli segnalavano i km che separano i prigionieri nelle carceri più importanti in cui sono rinchiusi: 780 km per Alicante, 850 per Cordoba e Murcia, 875 per Granada, 945 per Clairueaux e 1.040 per Almería, tutte distanze imposte dalla politica penitenziaria dello Stato spagnolo e che obbligano i famigliari a percorrere viaggi interminabili per vedere i propri cari. A seguire i fungoncini, i famigliari dei prigionieri gravementi malati, con addosso dei cartelli che richiamavano i loro nomi e la malattia da cui sono affetti. Dietro di loro le file composte da centinaia di famigliari e ancora più indietro lo striscione che richiamava l'attenzione su i "diritti umani, la risoluzione e la pace" e il ritorno a casa dei prigionieri.

La mobilitazione a Bilbao si è conclusa con i consueti interventi di alcuni compagni, politici e sindacalisti e il messaggio finale scaturito continua ad appellarsi agli stati spagnolo e francese, affinchè affrontino la risoluzione del conflitto, allo stesso tempo facendo appello alla società basca ad essere soggetto attivo a favore della pace. In una fase delicata e di cambiamento all'interno del movimento sociale basco, le manifestazioni di sabato hanno dato un segnale forte rispetto alla questione dei prigionieri politici, attualmente ancora circa 400 rinchiusi nelle carceri (spagnole e francesi): se da una parte la società basca continua a tenere a cuore il destino e le condizioni degli incarcerati politici, dall'altra manda un segnale forte anche rispetto al desiderio di una risoluzione per il proprio Paese, con la possibilità e l'auspicio di riattivare la lotta per i diritti dei prigionieri, interpellando in questo modo anche quei soggetti politici che hanno deciso di rimanere al margine della risoluzione proposta, e di tutto quello che ne concerne.

sabato 9 gennaio 2016

L'ORA DI ARRAFFARE


Durante la visita di Renzi e della delegazione di imprenditori privati e pubblici invitati per siglare accordi milionari per delle commesse e degli appalti in Arabia Saudita(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2015/11/renzi-darabia.html )è emerso che gli sceicchi arabi hanno regalato a questi signori dei Rolex e altri cronografi da valore dai 4 mila Euro in su(ben oltre i 150 Euro che Monti impose come valore massimo di doni oltre i quali i dipendenti pubblici non devono accettare)causando vere e proprie risse per poterseli accaparrare.
La vicenda che si può leggere qui(http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/08/governo-in-visita-in-arabia-saudita-la-missione-finisce-in-rissa-per-i-rolex-in-regalo/2356663/ )sta facendo il giro del mondo con i soliti commenti che accomunano l'italiano medio corrotto ed individualista,fanfarone e viscido.
Il contributo sotto invece preso da Contropiano(http://contropiano.org/politica/item/34634-un-rolex-o-un-cartellino-sempre-marciume-e )traccia un parallelismo con i nove dipendenti romani del museo nazionale di arti e tradizioni popolari che scientificamente timbravano e se ne andavano per i fatti loro,in una sorta di marciume e decadenza che connotano un'indecenza che si sembrava superata dai tempi di tangentopoli e che invece riaffiora sempre a più riprese.
Più in fondo il commento desolato di un ricercatore italiano della Harvard University che come molti altri connazionali sia abitanti in Italia che all'estero si vergognano per come certi nostri politici si comportano,visto che non lo fanno loro.

Un Rolex o un cartellino, sempre marciume è.

C'è qualche differenza tra i nove dipendenti romani del Museo nazionale di Arti e tradizioni popolari pedinati dai carabinieri nel loro vagabondare dopo aver timbrato il cartellino e gli sconosciuti membri della delegazione italiana a Ryad, accapigliatisi per la spartizione di uno stock di orologi Rolex benignamente buttati lì dai sauditi?
Una differenza morale, etica, di consapevolezza del proprio ruolo di “funzionari pubblici nell'esercizio delle proprie funzioni”, vogliamo dire. Non ci sembra proprio.
Gli accompagnatori di Matteo Renzi – come sempre, in parte funzionari della Farnesina, in parte “collaboratori di fiducia” del premier e dei vari ministri al seguito; insomma, personale in prestito – secondo la ricostruzione proposta da Il Fatto Quotidiano si sono esibiti davanti a tutti in una pochade degna della migliore commedia all'italiana (ricordate Brutti, sporchi e cattivi?), che resterà per sempre negli annali della diplomazia internazionale. D'ora in poi qualsiasi interlocutore del nostro paese saprà che basta ben poco per ottenere un via libera, un contratto, un occhio o due chiusi su qualche massacro.
I nove disgraziati travet sorpresi a rubare uno stipendio resteranno invece nella cronaca spicciola, materiale in più per i luoghi comuni confindustriali e di destra sugli “scansafatiche” che lavorano negli enti pubblici.
La differenza è dunque nell'entità del danno, proporzionato al grado ricoperto. Un danno limitato, nel caso degli impiegati, immenso in quello della “delegazione ufficiale italiana” (il solito mix di pubblico e privato che va tanto di moda nel mondo neoliberista, in cui il “pubblico” serve soltato a far fare affari ai privati, per il resto si riduca al minimo, ovvero alla polizia).
In entrambi i casi vediamo sul palcoscenico il marciume di un paese, della sua popolazione, stretta e costretta nell'individualismo più miserabile, in cui l'arraffare la prima cosa che viene a tiro è l'unica cosa “sensata”. Salvo ovviamente maledire tutti gli altri che fanno altrettanto.
Una sola differenza è stra-evidente. Per stanare ben nove "fannulloni" è stata messa in piedi un'operazione in stile "anti-terrorismo", con telecamere, microfoni, pedinamenti, fino ad arrivare alla sanzione massima prevista dai regolamenti attuali (un anno di sospensione dalle funzioni e dallo stipendio).
Nel secondo caso nulla. Solo silenzi imbarazzati, un rumore lontano di "panni sporchi lavati in famiglia", un vago sentore di "ragazzi, restituite qualcosa, così ci inventiamo una comunicazione che riduca il danno di immagine". I "fannulloni" vengono espostial pubblico ludibrio e consegnati al lavorio dei media, i cortigiani vengono protetti sol silenzio. Perché la cifra vera del potere italico, specie al livello infimo cui ormai si è attestato, è immortale: durissimi con i sudditi, garantisti solo con se stessi.
Qui di seguito il commento amaro di Francesco Erspamer, ricercatore italiano, professor alla Harvard University, da cui traspare l'orrore per quel vede ormai da lontano.
Vorremmo poter rispondere positivamente alla sua domanda finale. Anche per questo saremo in piazza sabato prossimo, 16 gennaio.

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Francesco Erspamer

State sicuri che la vicenda dei Rolex sauditi farà il giro del mondo e provocherà all'immagine dell'Italia più danni che lo scandalo Volkswagen alla Germania. Giustamente. Perché il popolo tedesco può sentirsi tradito dai dirigenti della casa automobilistica e non riconoscersi in loro. Il popolo italiano invece si rispecchia pienamente in quei dirigenti superpagati e ovviamente mediocri che si sono azzuffati per prendersi gli orologi di lusso regalati dal governo di Ryad in cambio della complice accettazione della sua sponsorizzazione del terrorismo e delle decapitazioni dei dissidenti.
Vergognoso, viene da dire leggendo l'articolo denuncia del "Fatto quotidiano" (il resto della stampa si conferma al servizio del regime renziano e tace). Ma la parola vergogna ormai non significa più nulla, come da decenni quella di onore. Di certo gli avidi e incapaci dirigenti di cui sopra non hanno proprio idea di cosa sia. Sono dei vincenti, non lo ricordate? E chi ha successo ha ragione, qualunque cosa abbia fatto: è il principio fondamentale del liberismo.

Ma neppure gli italiani sanno cosa sia la vergogna. Non tutti, ma una parte troppo ampia si riconosce nel mondo della Leopolda e nei suoi comportamenti e gli altri fanno finta di niente. L'unica cosa che conta è l'apparenza e le celebrity sono al di sopra della legge: effetto della deregulation etica che nessuno oppone. Pensate all'idolatria per Valentino Rossi malgrado la gigantesca evasione fiscale per la quale è stato condannato (ma ha pagato pochissimo): altro che Rolex ha potuto permettersi.
Se la gente davvero detestasse i furbi e gli stronzi, come accaduto in epoche passate e ancora accade in altri paesi, un po' di corruzione ci sarebbe lo stesso ma non queste manifestazioni di oscena arroganza. Renzi e il Pd sono l'immagine dell'Italia di oggi: cafona, opportunista, arrivista ma anche piagnona e per questo perdonista. Basterebbe l'azione decisa di un quarto della popolazione per cambiare le cose e arrestare questa deriva, salvare il tanto di buono e di bello che c'è ancora nella nostra tradizione.

Ma c'è davvero un 20% di italiani che ancora crede in qualche valore civile e culturale e che è disposto all’impegno, a un minimo di coerenza, a qualche rinuncia?

venerdì 8 gennaio 2016

I CRIMINALI DI COLONIA E LE COLPE DELLA POLIZIA

Lo scoppio ritardato degli stupri e le molestie avvenute a Colonia a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno fa parlare ancora dell'emergenza profughi e la cancelliera Merkel ha fatto bene a fare il distinguo tra chi richiede asilo,gli immigrati in generale e i criminali,che non hanno colore e provenienza.
Il vero scandalo è stata l'assoluta libertà con la quale gli aggressori,in maggior parte di origine araba,hanno potuto fare quello che volevano in un contesto sì di festeggiamenti per il capodanno,ma comunque in un clima di attenzione e di estrema vigilanza viste le minacce terroristiche arrivate da parte dell'Isis e il conseguente stato di allerta arrivato presso le polizie delle maggiori città europee.
Infatti poche ore fa si è dimesso il capo della polizia di Colonia mentre la notizia di molestie sessuali fioccano con determinante ritardo per le indagini un po' da tutta Europa,un fatto che potrebbe essere deleterio per colpire i criminali responsabili.
Naturalmente chi sbaglia deve pagare,è da vedere ora se per i vigliacchi coinvolti,richiedenti o meno l'asilo,possano scontare la pena in Germania o dove si sono compiuti i reati,perché se fossero solamente espulsi alla fine non avrebbero pagato nulla per quello perpetrato.
Articolo preso da "Il fatto quotidiano" (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/08/colonia-donne-molestate-capodanno-18-richiedenti-asilo-tra-le-31-persone-arrestate/2357284/ ).

Colonia, donne aggredite a Capodanno: “18 richiedenti asilo tra i 31 identificati per furti e lesioni”.

I dati diffusi dal portavoce del ministero dell’Interno tedesco, Tobias Plate. Intanto si dimette il capo della polizia della città della Renania. Merkel: "Qui non si tratta in prima linea di profughi, ma di criminalità". Casi di molestie anche in Svezia.

"Qui non si tratta in prima linea di profughi, ma si tratta di criminalità“. Angela Merkel, che nei mesi scorsi aveva aperto le porte ai migranti, torna con queste parole sul sex mob della notte di Capodanno di Colonia, dove decine di donne sono state derubate e molestate. Ma ora quello che è successo la notte di San Silvestro diventa un caso politico che deborda oltre i confini tedeschi, soprattutto alla luce dei dati diffusi dal portavoce del ministero dell’Interno tedesco, Tobias Plate. Nel corso di una conferenza stampa ha annunciato che su 31 persone indagate e identificate dalla polizia per le molestie della notte di San Silvestro, 18 avevano presentato domanda di asilo in Germania e sono accusati di furto e lesioni personali. Disordini e violenze che oggi hanno portato anche al “pensionamento anticipato” del capo della polizia della città tedesca Wolfgang Albers, 60 anni, già aspramente criticato nei giorni scorsi dal sindaco Henriette Reker per la gestione della sicurezza nella notte del 31 dicembre. A comunicargli la decisione delle dimissioni forzate è stato il ministro dell’Interno del Land, Ralf JaegerIl foglio con le scritte in arabo: “Voglio scopare” – Due dei richiedenti asilo arrestati nella notte, ha riferito l’emittente Wdr, avevano con sé cellulari con immagini relative ad aggressioni a donne (secondo quanto riportato dal Koelner Stadt Anzeiger). Altri due, invece, scrive la Bild online, erano in possesso di un foglio con scritte, in arabo e in tedesco, frasi con espliciti riferimenti sessuali. Tutti appunti presi a mano. E tra le frasi segnate, “voglio scopare”, “grandi tette”, “ti voglio baciare”, “sto scherzando con lei”, “io la uccido”. Nove dei sospettati sono di origine algerina, otto del Marocco, cinque iraniane e quattro siriane. Ci sono anche due cittadini tedeschi, un iracheno, un serbo e un cittadino degli Stati Uniti. Finora nessuno dei 18 è collegato a casi di molestie e rispetto alle tre denunce per delitti sessuali al momento non vi sono per ora dei sospettati.
Merkel: “Niente sconti, la verità deve emergere” – Notizie di cronaca dalle conseguenze politiche entro e oltre i confini della Germania che, secondo la stima è del presidente dell’Ufficio federale delle Migrazioni e dei Rifugiati (BAMF) Frank-Jürgen Weise, deve valutare ancora circa 660mila richieste di asilo. “360mila che sono state già presentate devono ancora essere analizzate”, ha detto. “Inoltre calcoliamo che esistono persone che si sono registrate ma ancora non hanno presentato la loro domanda di asilo. Sicuramente saranno altre 300mila”, ha affermato. Numeri che segnalano un afflusso importante di migranti soprattutto dai paesi arabo-musulmani, contro il quale si oppone la Slovacchia, decisa a bloccarli. La cancelliera Angela Merkel interviene ancora una volta per specificare attraverso il portavoce Georg Streiter che “non si tratta in prima linea di profughi, ma si tratta di criminalità” e allo stesso tempo ritiene importante “che la piena verità sia messa sul tavolo” senza “sconti ed edulcorazioni”. Al contrario, si avrebbe un “danno” allo stato di diritto e alla grande maggioranza dei profughi che non ha alcuna colpa e cerca protezione. In più, ha precisato,  “ovviamente non è accettabile che una piccola minoranza metta a rischio questo con reati del genere”.
La polemica sul caso tedesco arriva anche in Olanda. In una lettera aperta al premier olandese Mark Rutte il leader del partito xenofobo Pvv Geert Wilders parla di “terrorismo e jihad sessuale“, ed invita a “chiudere subito i confini” del Paese e ad iniziare “a de-islamizzare l’Olanda”. Wilders ricorda che da anni le “violenze sessuali di non-Occidentali” sono una piaga in Svezia e Norvegia e afferma che tutto “questo ora sta venendo verso di noi”.
“Oltre 200 denunce”. Violenze anche in Svezia – Intanto continuano ad aumentare le denunce, che superano le 200: lo Spiegel scrive che “soltanto la polizia di Colonia ne ha registrate 170, 3/4 delle quali sono relative ad attacchi sessuali” e un portavoce della polizia ha confermato al magazine che tra i fermati ci sono due ragazzi di 16 e 23 anni, originari della Tunisia e del Marocco. E oltre a Colonia, Amburgo, Salisburgo e Zurigo anche in Svezia sono stati registrati episodi di violenze contro le donne a Capodanno. Un ragazzino di 15 anni e un giovane di 20 anni sono stati arrestati a Kalmar, in Svezia e nel Paese almeno 15 donne hanno denunciato di essere state molestate. Il portavoce della polizia Johan Bruun, aggiungendo che due richiedenti asilo sono stati informati da interpreti di essere sospettati e che si stanno cercando altri sospetti. Le donne sono state circondate e palpeggiate in una piazza affollata, ha precisato, nessuna delle ragazze è rimasta ferita ma che molte erano terrorizzate. “Siamo consapevoli di quanto successo in Germania, ma ci stiamo concentrando sulle indagini su quanto accaduto a Kalmar”, ha detto ancora Bruun, riferendosi alle violenze di Capodanno a Colonia.

GLI IMMACOLATI

Anche gli immacolati piangono,subiscono una diaspora senza fine,sono intruppati e collusi con camorristi come gli umani,scesi dal loro piedistallo divino come un angeli in caduta libera verso l'inferno della mediocrità politica italiana fatta di corruzione e di infamità.
Ovvio che non racchiudo tutti gli elettori ed i politici del Movimento 5 Stelle entro questo insieme di arrampicatori sociali e di politici criminali,ma dal canto loro non devono più ergersi a paladini dell'onestà a tutti i costi e unici difensori della morale politica e sociale,in quanto le mele marce si annidano ovunque e la sete di potere fa gola a tutti nessun partito o movimento escluso.
Perché la situazione di Quarto,comune napoletano poco più popolato di Crema,è emblematico di tante situazioni italiane e non mi riferisco solo al sud anche perché ormai anche vicino a noi purtroppo esistono realtà di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose o commissariati per motivi più o meno gravi.
Non si può entrare ed indagare per nessun candidato di qualsiasi colore per capire la reale possibilità che questi sia agli ordini della mafia o sia la criminalità stessa,solo che alcune realtà politiche hanno nel loro dna molti più geni che portano a questo,e almeno fino ad oggi il M5 stelle è uno di quelli che si salva dal discorso generale:almeno fino ad ora.
L'articolo preso da"Il fatto quotidiano"(http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/07/m5s-e-camorra-blog-grillo-difende-il-sindaco-di-quarto-mai-ceduto-a-pressioni-politiche/2355754/ )parla delle prime dichiarazioni di Grillo,sul fatto che il consigliere De Robbio sia già stato sospeso,che i suoi voti non abbiano inciso sull'elezione della sua candidata(!?)e della realtà che sta cercando di arrampicarsi sui vetri per poter difendere il sindaco Rosa Capuozzo(in carica da giugno)che non ha denunciato le minacce ricevute dall'ex consigliere comunale.
Un pastrocchio che porta gli ormai ex immacolati pentastellati al livello del Pd,di Forza Italia e della Lega,senza citare i partiti minori,nel magna magna italico d'eccezione che ci rende lo zimbello d'Europa e non solo,altro che cambiamenti dal basso qui ci si rapporta al piattume ed al pattume di un politica che fa nella maggior parte dei casi gli interessi di pochi sulle spalli di molti.
Aggiungo pure questo link dell'aprile 2013 quando già si parlava di dispotismo interno al movimento di Grillo e di Casaleggio(http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/26/sesso-bugie-videotape-addio-alla-diversita-grillina/13310/ ).

M5S e camorra, blog Grillo difende il sindaco di Quarto: “Mai ceduto a pressioni politiche”.

Il leader del Movimento 5 Stelle dopo 20 giorni di silenzio pubblica un post sul blog per difendere Rosa Capuozzo, al centro delle polemiche per l'indagine che vede coinvolto un ex membro del consiglio comunale. Esposito (Pd): "Da Casaleggio a Casamonica il passo è breve".

"Il sindaco M5S di Quarto e l’amministrazione sono parte lesa e non hanno mai ceduto alle pressioni politiche dell’ex consigliere De Robbio“. Dopo 20 giorni di silenzio, il blog di Beppe Grillo ha pubblicato un post per difendere Rosa Capuozzo, al centro delle polemiche per l’indagine che vede coinvolto un ex membro del consiglio comunale. Il 23 dicembre scorso infatti è uscita la notizia che l’ex portavoce è indagato per tentata estorsione aggravata ai danni del sindaco del suo partito e voto di scambio. La prima cittadina è sempre stata difesa dai membri del direttorio e ora proprio il blog in un articolo con 8 domande e risposte ribadisce: “I voti raccolti dall’ex consigliere non sono stati determinanti e l’indagato è già stato espulso”.
L’accusa della Direzione distrettuale antimafia di Napoli è che De Robbio abbia usato la fotografia di un presunto abuso edilizio della Capuozzo per ricattarla e pilotare l’affidamento del campo sportivo. La Capuozzo ha cambiato versione per tre volte: davanti ai pm prima ha detto di non aver subito ricatti, poi ha riconosciuto di aver percepito “l’intimidazione” e ha detto, si legge nel verbale, che lei stessa ha usato la parola “ricatto”. In una conferenza stampa successiva invece, ha fatto marcia indietro e ha detto di non essersi mai stata minacciata: “Perché il sindaco non ha denunciato l’ex consigliere?”, si legge oggi sul blog di Grillo. “Perché non si è mai manifestata una minaccia tale da evidenziare un reato penale nei suoi confronti ma solo pressioni e richieste di tipo politico che sono sempre state respinte”.
Il Pd nelle scorse ore ha chiesto le dimissioni del sindaco “per evitare l’ennesimo scioglimento per mafia”. Nelle intercettazioni al centro delle polemiche, pubblicate da ilfattoquotidiano.it a dicembre scorso, si sente un imprenditore sospettato di legami col clan camorrista Polverino, Alfonso Cesarano, che dà indicazioni di appoggiare al ballottaggio il candidato sindaco M5S: “Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant’anni. Si devono portare là sopra, e devono mettere la X sul Movimento 5 Stelle“. E poi ancora: “L’assessore glielo diamo noi praticamente. E lui ci deve dare quello che noi abbiamo detto che ci deve dare. Ha preso accordi con noi. Dopo, così come lo abbiamo fatto salire così lo facciamo cadere”.
Il leader M5S sul blog oggi pubblica un elenco di 8 domande e risposte. Si parte dal consigliere M5S al centro dell’inchiesta, “è stato indagato dalla Dda? Sì ma va precisato che l’ex consigliere De Robbio è stato espulso dal Movimento 5 Stelle il 14 dicembre 2015 per comportamenti palesemente non conformi al programma, una decina di giorni prima che ricevesse l’avviso di garanzia”. I voti sono stati determinanti? “No è falso. Il M5S ha vinto con il 70.79 per cento dei voti pari a 9.744 preferenze contro i 4.020 degli avversari. L’ex consigliere De Robbio ha raccolto 840 voti”. Alla domanda se sia vero che il sindaco ha ceduto alle richieste dell’ex consigliere De Robbio sullo stadio: “No, le ha respinte facendo sì che rimanesse in mani pubbliche anziché in mani private”. Quanto alla possibilità che la camorra abbia condizionato il M5S nella cittadina alle porte di Napoli, “assolutamente no. Le indagini dimostrano che il sindaco e l’amministrazione sono parte lesa e non hanno mai ceduto alle pressioni politiche avanzate dall’ex consigliere De Robbio“. Non solo. “Il sindaco si oppose anche alla sua nomina a presidente del consiglio Comunale di Quarto nonostante fosse il più votato”. Quanto infine alla disponibilità della prima cittadina ad essere ascoltata dalla commissione Antimafia, questa c’è “assolutamente – assicura Grillo – Il M5S dal primo momento si è reso totalmente disponibile affinché l’argomento venisse affrontato in antimafia ascoltando anche il sindaco di Quarto”.
Esposito (Pd): “Da Casaleggio a Casamonica il passo è breve” – Sulla vicenda di Quarto interviene anche Stefano Esposito, senatore del Partito Democratico. “Vi ricordate il funerale di Vittorio Casamonica a Roma? Quello con la carrozza e l’elicottero, che scandalizzò giustamente mezzo mondo? Ebbene, oggi si scopre che fu l’imprenditore Alfonso Cesarano, titolare di una ditta di pompe funebri e legato al clan camorrista dei Polverino, a organizzare il tristissimo show dello scorso agosto. Si tratta proprio dello stesso Cesarano intercettato mentre dava indicazioni di votare il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle al Comune di Quarto, Rosa Capuozzo“. Poi Esposito ha agigunto: “Risparmio il florilegio di accuse che i Cinque stelle riservarono, all’epoca, al Pd, annunciando perfino una denuncia. Parole imbarazzanti, alla luce dei fatti emersi nelle ultime ore. Che dire? Da Casaleggio a Casamonica, il passo è breve”, conclude l’esponente dem.

giovedì 7 gennaio 2016

IL FALSO SLOGAN SULLE BOLLETTE ENERGETICHE

Le chiacchere abbaiate da Renzi e dal suo governo verso la fine dell'anno sulla diminuzione delle bollette dell'energia elettrica e del gas sono state le solite buffonate urlate per placare il popolo,ma addentrandoci nel tema,lo hanno fatto altri che si sono districati tra i tecnicismi e i giri di parole del comnicato,si capisce che l'effetto per la maggior parte degli italiani sarà il contrario.
Si calcola che ben l'82% dei 29 milioni e mezzo di utenze(si parla della bolletta energetica)non beneficerà da questa riforma tariffaria ma verrà penalizzata,mentre solo pochi,i più ricchi ed i più spreconi,avranno dei benefici.
E' questa la linea del governo che come al solito toglie il denaro alla massa più povera della popolazione per arricchire ed agevolare ancor più la parte benestante con un nuovo piano di tariffe che abolirà la progressività dell'importo da pagare trasferendo i costi di rete nella parte fissa della bolletta senza far risparmiare chi consuma di meno.
La progressività tariffaria era l'ultimo baluardo esistente in bolletta che faceva sì che pagava di meno chi consumava di meno e in maniera maggiore chi consumava di più:Assoelettrica(di Confindustria)alla faccia dell'inquinamento e delle firme delle conferenza di Parigi sull'ambiente fa sì che le lobby legate ai produttori di energia elettrica possano prosperare.
Con il relativo aumento della Co2 nell'ambiente,visto che il 60% dell'energia elettrica in Italia deriva ancora da centrali a petrolio,carbone e gas,col lasciapassare del ministro allo sviluppo economico Federica Guidi che altri non è che il delegato di Confindustria presso il governo Renzi.
Articolo preso da Senza Soste.

Bolletta energetica meno cara? Sì per chi spreca e consuma di più e per i più ricchi .

Il 29 dicembre i media, scritti e parlati, hanno dato la notizia della diminuzione delle bollette elettriche. La fonte della notizia era un lungo comunicato dell'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico. Chi ha avuto la possibilità di leggere il comunicato sette pagine di chiacchiere spesso incomprensibili, tecnicismi e statistiche ad uso e consumo di giornalisti poco propensi ad approfondire ha notato che le notizie erano due: oltre alla diminuzione delle bollette elettriche e del gas, giustificata con il crollo dei prezzi petroliferi, c'era anche la comunicazione che con il 2016 sarebbe partita la riforma del sistema tariffario:
L'inizio 2016 inoltre si pone come crocevia di applicazione di diverse riforme dell'Autorità, dal nuovo periodo di regolazione elettrico alla nuova bolletta 2.0, dalla remunerazione più selettiva delle infrastrutture ai primi passi della roadmap dellAutorità verso l'uscita dalle Tutele di prezzo, passando attraverso la 'liberazione' del vettore elettrico, quello ambientalmente più sostenibile tra tutti i vettori energetici diffusi, dai vincoli derivanti da un passato che ne minavano la par condicio rispetto agli altri vettori”.
Non c'avete capito nulla? Naturale visto che questi giri di parole, altisonanti quanto criptici come gli altri che infarciscono il comunicato della AEEGSI , nascondono l'ennesima fregatura che solo gli addetti ai lavori cioè le lobby della produzione di energia elettrica e pochi altri sono in grado di comprendere.
Ma, allora, cosa accadrà nel 2016? Sostanzialmente partirà la riforma delle tariffe elettriche che nel giro di tre anni (2016/2018) abolirà la progressività cioè il meccanismo grazie al quale paga meno chi consuma meno e progressivamente di più chi consuma di più e sposterà i costi di rete sulla parte fissa della bolletta senza far risparmiare chi consuma meno. Il risultato di questa riforma è che quando essa sarà a regime le utenze che consumano meno pagheranno di più mentre quelle che consumano di più pagheranno di meno. L'Autorità ha giustificato questa decisione anche col fatto che i nuclei familiari più numerosi sarebbero oggi più penalizzati perchè consumano di più. La realtà è ben diversa: solo il 6% delle utenze che consumano sopra il 3 KW sono composte da famiglie numerose. E' stato calcolato che con questo scherzetto un residente con consumi molto bassi, ad esempio il pensionato che vive solo ed è costretto a consumare poco perchè con la pensione non ce la fa, pagherà almeno un centinaio di euro in più l'anno mentre una utenza media tre o quattro persone - ci rimetterà almeno una ventina di euro l'anno. Al contrario i più spreconi e quindi anche più ricchi - potranno risparmiare dai 40 ai 600 euro l'anno.
Secondo le associazioni ambientaliste e dei consumatori, l'82% delle 29,5 milioni di utenze verrà penalizzato dalla riforma. Ancora una volta si strizza la maggioranza della popolazione per dare ai ricchi!
Il motivo di questa controriforma è presto detto: incentivare i consumi elettrici. Naturalmente l'Autorità riempie i suoi comunicati con stucchevoli riferimenti alla sostenibilità ambientale - si parla di maggiore equità (sic) e di sviluppare sistemi meno inquinanti come le pompe di calore - dimenticando che incentivare i consumi elettrici fa piacere all'Assoelettrica, il branco confindustriale che riunisce i produttori di energia, i cui impianti sono oggi sottoutilizzati a causa della crisi e del progredire delle rinnovabili, ma cozza contro tanti bei discorsi sulla decarbonizzazione, cioè sulla diminuzione delle emissioni di CO2 legate all'utilizzo di fonti fossili. Infatti gran parte della produzione elettrica circa il 60% - deriva ancora da centrali a petrolio, carbone e gas.
Da notare che la riforma è partita con l'assordante silenzio del governo che l'ha tacitamente sostenuta; d'altra parte cosa avrebbe potuto fare di meglio Federica Guidi, il delegato confindustriale che nel governo Renzi fa le funzioni di ministro dello sviluppo economico?
Si poteva fare diversamente? Se proprio si voleva riformare il sistema tariffario si sarebbe dovuto mantenere la progressività in modo da premiare chi risparmia energia e utilizza le rinnovabili con l'autoconsumo, incentivando e non penalizzando lo sviluppo delle rinnovabili, dal solare al minieolico.
Ma questo avrebbe voluto dire sferrare un ulteriore colpo alle multinazionali dell'energia. Meglio non farne di nulla e infinocchiare la gente coi bei discorsi sullo storico successo della Conferenza di Parigi sull'ambiente. Discorsi, appunto.
Inviato a Senza Soste da Jack La Cayenne
7 gennaio 2015