martedì 9 ottobre 2018

PERICOLO DITTATURA ISTITUZIONALE IN BRASILE


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La grande differenza di voti tra i due candidati alla presidenza del Brasile,quello di estrema destra Bolsonaro e il rappresentante del Partito dei Lavoratori(PT)Haddad,fa tremare la democrazia non solo brasiliana ma di un continente intero,in un periodo storico che vede le forze della destra appoggiate dagli Usa conquistare sempre più nazioni.
Il ballottaggio del 28 ottobre vede come gran favorito Bolsonaro con un vantaggio enorme rispetto ad Haddad,addirittura quasi 17 punti percentuali,che la sinistra,presentatasi frammentata al primo turno elettorale vista l'impossibile candidatura di Lula con Haddad che ha corso in campagna elettorale solo un mese,ha già annunciato un'unione per il secondo turno.
L'articolo di Left(elezioni-in-brasile )parla di un rischio evidente di una dittatura istituzionale dopo anni di incisiva lotta contro i singoli personaggi della sinistra progressista del Brasile,con Lula capro espiatorio totale,ma comunque una linea politica che non ha pagato e che ha fatto sì che altri partiti fondamentali nel bene e nel male nella storia del paese siano praticamente scomparsi dalle scelte degli elettori.

Elezioni in Brasile: il volto “nuovo” del cesarismo e un vecchio mondo che cade in frantumi.

di Gianni Fresu.
Una svolta politica in tre atti: il primo è stato un Golpe istituzionale il secondo un Golpe giudiziario, ora siamo al terzo momento, quello elettorale, con il quale si è data parvenza di legittimità democratica ai primi due, dopo aver utilizzato ogni mezzo necessario a raggiungere questo scopo. La mobilitazione di tutti i gli organi di formazione dell’opinione pubblica funzionale a una sola narrazione possibile, dunque la lotta furibonda per garantirne il controllo monopolista, è paradigmatica. Nei Quaderni Gramsci ci ha spiegato che di fronte all’equilibrio di forze «a prospettiva catastrofica», il cesarismo è una soluzione arbitrale, la cui natura progressiva o regressiva può essere compresa con lo studio storico della realtà concreta e non con astratti schemi sociologici: è del primo tipo quando aiuta, seppur attraverso compromessi e temperamenti, la forza progressiva a trionfare; è di senso opposto quando il suo intervento aiuta a far trionfare la forza regressiva.

Se il Brasile del 1964-68 rientrava nelle forme classiche del “cesarismo tradizionale”, che necessità dei “colpi di Stato militare in grande stile”, quello di oggi fa parte a pieno titolo del cesarismo di tipo moderno, nel quale le complicazioni date dalla presenza di mezzi nuovi a disposizione e la maggior complessità della società civile, rendendo il fenomeno molto diverso da quello tradizionale. Lo sviluppo del parlamentarismo, l’affermarsi dell’associazionismo attraverso i partiti e i sindacati, con ampie burocrazie pubbliche e private trasformano la stessa funzione della polizia non più solo mobilitata dallo Stato nella repressione della delinquenza, ma posta a servizio della società politica e della società civile per garantire il dominio politico ed economico delle classi dirigenti.

Nel Quaderno 13 Gramsci rafforza ancora questo concetto, al punto da sostenere che gli stessi partiti politici e le organizzazioni economiche delle classi dominanti vanno considerati «organismi di polizia politica, di carattere preventivo e investigativo». Nel mondo moderno l’equilibrio a prospettive catastrofiche non si verifica tra forze in grado di fondersi e unificarsi, nemmeno dopo un processo «faticoso e sanguinoso», ma tra forze il cui contrasto risulta insanabile e destinato ad approfondirsi con le forme cesaree di controllo della società. Nonostante ciò, anche una forma sociale in crisi («il vecchio muore») ha margini di sviluppo e perfezionamento organizzativo potendo contare sulla debolezza relativa della «forza progressiva antagonistica» che ne rappresenterebbe la negazione. In tal senso il cesarismo moderno sarebbe più poliziesco che militare, proprio perché utilizza tutti quegli strumenti preventivi e investigativi necessari a mantenere le forze ostili in condizione di minorità.

Andando oltre le categorie analitiche, analizzando in controluce il voto, emergono alcuni segnali molto evidenti. Al di là di un contesto generale avverso e difficile da affrontare, il Pt ha sbagliato tattica e prospettiva, imponendo la candidatura di Lula pur sapendo che mai avrebbero reso possibile la sua competizione. Così Haddad ha fatto praticamente un mese di campagna elettorale, avendo tutti i media contro, mentre Bolsonaro è in corsa da anni. Questa scelta, che si spiega come atto di riconoscenza verso Lula contro un provvedimento illegittimo, ha però impedito alla sinistra di presentarsi unita al primo turno, annullando al contempo qualsiasi segnale di novità e rinnovamento, che pure era necessario.

Le uniche note positive sono due: 1) tutto il fronte progressista si è rapidamente posizionato ed è già mobilitato su una linea unica rispetto al secondo turno; 2) il Pt, nonostante la sconfitta di alcuni dirigenti storici, ottiene il gruppo parlamentare più consistente alla camera con 57 deputati. Ma nessuna illusione, la destra ha il vento in poppa. La peggior droga in questi casi è confondere i propri desideri con i rapporti di forza, ossia, credere che alla fine la realtà ti darà ragione.

In Brasile è già iniziata un’altra era politica nuova e totalmente imprevedibile, sia perché del tutto inedita, sia per la natura prepolitica delle nuove forze alla testa di questo processo. Una conferma viene dal risultato disastroso del partito della destra liberale tradizionale, che da sempre incarna lo spirito nazionale dell’antipetismo. Il Psdb (al ballottaggio alle precedenti presidenziali) partito di potere incredibilmente influente, capace di eleggere presidenti e governatori in tutto il Paese si è presentato con il suo uomo più forte, il governatore uscente dello Stato di São Paulo Geraldo Alckmin, prendendo appena il 5% dei voti. Bolsonaro ha saputo unificare e centralizzare il fronte della destra (da quella più estrema alla moderata), esattamente quel che invece non è riuscito (fino a ora) alla sinistra.

sabato 6 ottobre 2018

TRAINI HA AGITO PER ODIO RAZZIALE,OLTRE CHE AD UN PALESE RINCOGLIONIMENTO


La sentenza per il fascista Luca Traini che a febbraio fece il tiro al bersaglio con gente di colore a Macerata,episodio che ha avuto emulazioni dopo ma anche prima ce n'erano stati di atti simili,ha avuto l'aggravante dell'odio razziale per"crimini d’odio commessi da persone schierate per le loro scelte ideologiche di estrema destra e di orientamento razzista"come asserito dal Procuratore della città marchigiana.
I 12 anni sono pochi e dovuti al rito abbreviato per questa sentenza cui giungeranno ricorsi e appelli ovviamente,ma sono pochi se confrontati ad altre sentenze emanate verso antifascisti come nei casi di Piacenza e Cremona dove sono stati fermati durante manifestazioni antirazziste.
Gli articoli di Left(a-macerata-fu-strage-razzista )e Contropiano(scusate-volevo-solo-ammazzare-qualche-nero )parlano di questa sentenza scaturita dopo i fatti del 3 febbraio(madn pazzi-e-imbecillibenvenuti-nel-nuovo terrorismo italiano )mentre l'imputato,chiaramente appartenente all'estrema destra e già candidato per la Lega,un rincoglionito fatto e finito,sparava come ha detto per giustificarsi,contro ai pusher in un delirio di rabbia dopo la morte di Pamela Mastropietro.

A Macerata fu strage razzista. L’attentatore Luca Traini condannato a 12 anni con rito abbreviato.

di Checchino Antonini
Dodici anni di carcere per strage, tre anni di libertà vigilata che dovrà eventualmente scontare dopo il periodo di reclusione, riconosciuta l’aggravante dell’odio razziale e del porto abusivo d’armi, la pena tiene tuttavia conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato e delle attenuanti generiche visto che, in apertura di udienza, Luca Traini, aveva letto una dichiarazione spontanea in cui ha dichiarato di non essere razzista e di essere pentito. «Non provo nessun odio razziale – ha riferito – volevo fare giustizia contro i pusher per il bombardamento di notizie sullo spaccio diffuso anche a causa dell’immigrazione». Successivamente ha chiesto scusa alle vittime a cui dovrà comunque un risarcimento con somme da quantificare in sede civile. La Corte di Assise di Macerata ha sentenziato, dunque, nel pomeriggio che Luca Traini è uno stragista razzista, capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Il 29enne è l’autore, lo scorso 3 febbraio, del tiro a segno, a Macerata, contro diversi migranti in cui rimasero ferite sei persone.

Gli spari di Traini, a Macerata, risuonarono per ore in un sabato di febbraio, all’inizio della campagna elettorale per le politiche che, da Minniti a Salvini, in troppi vollero giocare sulla criminalizzazione dei migranti. Da subito il dilemma fu: ordinaria follia oppure ordinario fascismo? Quando lo catturarono si fece portar via avvolto in un tricolore, ostentando il saluto romano. Nel 2017, Luca Traini, è stato candidato della Lega Nord alle amministrative. È armato, con regolare licenza, e tatuato con un simbolo nazista teoricamente illegale. Il Comune, dai social network, invitò a rimanere chiusi in casa, nei luoghi di lavoro e nelle scuole, i mezzi pubblici fermati fino a nuovo ordine. Salvini – coda di paglia – provò a smarcarsi puntando l’indice su chi avrebbe riempito l’Italia di clandestini. Forza nuova, in evidente affanno rispetto all’aggressività di Salvini, si offrì di pagare le spese legali al razzista avvolto nella bandiera italiana che dice di aver voluto vendicare la giovane uccisa da un pusher nigeriano. No, non fu ordinaria follia: per il Procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, si tratta di «crimini d’odio commessi da persone schierate per le loro scelte ideologiche di estrema destra e di orientamento razzista». «Comunque – ha aggiunto il pm – le dichiarazioni spontanee dell’imputato dimostrano che è in corso un processo di ravvedimento». Quanto al verdetto, ha osservato: «Non si può essere soddisfatti quando si eroga una pena comunque la Corte ha accolto tutte le richieste del nostro ufficio». Il magistrato ha poi espresso soddisfazione invece per «una sentenza emessa in un tempo ragionevole in presenza di un fatto grave» e cioè otto mesi dagli eventi oggetto del processo.

Troppo poco 12 anni di carcere è stato il filo conduttore di alcune arringhe difensive delle 13 parti civili (sei le persone ferite) al processo in Corte d’assise: le richieste di risarcimento danni avanzate nei suoi confronti vanno dai 20mila ai 750mila euro chiesti da Jennipher Otiotio, nigeriana, una delle persone rimaste ferite più gravemente. Il suo legale, l’avvocato Raffaele Delle Fave, ha contestato l’entità della richiesta di condanna e il parere favorevole dell’accusa alla concessione delle attenuanti generiche: «L’imputato merita il massimo della pena» ha detto l’avvocato che ha ricordato poi una pronuncia del presidente di Corte d’assise Claudio Bonifazi, innescando un dibattito e il richiamo dallo stesso giudice. Anni fa inflisse dieci anni di carcere per possesso di 75 grammi di droga, ha affermato, rimarcando per Traini la necessità di una pena molto più alta. Ricordando i vari sconti di pena previsti nel corso della detenzione, calcolati per ogni sei mesi in carcere e la successiva semidetenzione, secondo Delle Fave, «si rischia che entro cinque anni l’imputato torni in libertà». «La pena deve servire come espiazione ma anche come opportunità di ravvedimento – ha affermato Gianfranco Borgani (per due parti civili) chiedendo una “pena equilibrata” – in modo che il condannato capisca la gravità del reato commesso».

Luca Traini «non ha avuto una particolare reazione ed è rimasto tranquillo» alla lettura del verdetto in quanto «avevamo valutato anche tra le altre cose una sentenza di questo tipo», dice il suo legale, Giancarlo Giulianelli, dopo la decisione dei giudici che depositeranno la motivazione entro 90 giorni. Già da ora la difesa annuncia il ricorso in appello la cui impostazione dipenderà da come l’Assise motiverà la condanna. «La sentenza – ammette il legale che contesta però la configurazione giuridica di tutti gli addebiti, a patire dall’accusa di strage aggravata dall’odio razziale – ci sta per questo tipo di reati». «La cosa più importante – ha proseguito – sono le sue dichiarazioni (di Traini; ndr): ha espresso idee con le quali conferma di avere sbagliato. Quello che ha scritto – ha aggiunto Giulianelli sui fogli letti in aula dal suo assistito -, lo ha fatto per se stesso e per i suoi cari». Anche per le parti civili sarà importante leggere le motivazioni per tirare le conclusioni.

«Ci auguriamo che si arrivi a una sentenza equa, giusta come in qualsiasi processo. Non ci interessa e non sappiamo nulla di questo processo, lo seguiamo come ne seguiamo altri sui giornali e qualsiasi accostamento con Pamela, fin dall’inizio, non ci piace», aveva detto all’Adnkronos Marco Valerio Verni, zio e legale della famiglia di Pamela Mastropietro, la 18enne romana che dopo essersi allontanata da una comunità di recupero fu uccisa e fatta a pezzi a Macerata. «Riteniamo che l’accostamento con la vicenda di Pamela – ha proseguito l’avvocato – all’inizio sia servito a qualcuno per far parlare di meno di quanto accaduto a Pamela». «Noi siamo concentrati sulle indagini» sull’omicidio di Pamela, ha continuato l’avvocato spiegando di non avere aggiornamenti ufficiali dalla procura. «Confidiamo nel lavoro della procura – ha concluso Verni – e speriamo che abbia fatto indagini a 360 gradi e che continui a svolgerle perché crediamo che Oseghale non possa aver fatto tutto da solo».

Prima e dopo Traini, il tirassegno al migrante, gli episodi di discriminazione e violenza razzista sono continuati. Il sindaco Pd di Macerata provò a far vietare la quantomai opportuna manifestazione antifascista convocata per il sabato successivo, il 10 febbraio. Invece, nonostante la città blindata, alcune migliaia di persone manifestarono, fuori dalle mura medievali perché quel sindaco pavido aveva ordinato negozi, teatri, musei e scuole chiusi, niente autobus, c’erano posti di blocco, elicotteri fare da rumore di fondo, i preti hanno interrotto anche messe e catechismo. Il corteo dai giardini di piazza Diaz, farà il giro delle mura e tornerà ai giardini, senza entrare in centro storico. Una manifestazione (fiancheggiata da decine di appuntamenti del genere in città lontane) che non s’è fermata nemmeno di fronte alle feroci minacce del ministro Pd dell’Interno, Minniti, di vietare i cortei e alla sconcertante “scioglievolezza” di Anpi, Arci, Libera e Cgil, di fronte all’equiparazione tra razzisti e antirazzisti, tra fascisti e antifascisti compiuta dal primo cittadino della città marchigiana. Dentro le organizzazioni coinvolte i dissensi furono evidenti, molti circoli e attivisti dell’Anpi e dell’Arci hanno aderito al corteo.

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“Scusate, volevo solo ammazzare qualche nero”.

Arriva con rito abbreviato la sentenza in primo grado del processo a Luca Traini: condanna a 12 anni. Il 2 febbraio scorso l’uomo sparò su un gruppo di stranieri a Macerata ferendone sei e celebrando poi il suo gesto con un saluto a braccio teso. Avvolto nel tricolore. Davanti al monumento ai caduti.

In aula ha letto le sue giustificazioni: “nessun odio razziale”. Difficile dire quello che non ti appartiene. Bisogna leggere gli appunti su un foglio per ricordarsi cosa è giusto dire per far finta che non sia successo niente. Per far tornare tutto come prima. Perché questa sentenza produce un po’ questo effetto: rimuove la realtà del razzismo di questo paese, sacrifica Traini per salvare la normalità del razzismo come nuova promessa politica nella forma dello scambio vantaggioso tra la sopraffazione esercitata e quella subita. Da marzo all’estate si sono contate più di trenta aggressioni a sfondo razziale. Botte, pestaggi, fucilate, tiri al bersaglio. Soumaila Sacko sarebbe ancora vivo se non fosse stato quel nero bracciante di Soumaila Sacko.

I tribunali ristabiliscono l’ordine dando a ciascuno il suo ma senza dare all’ordine ciò che gli è proprio, ovvero le forze che lo rendono vivo. L’ordine della giustizia cela l’ordine della realtà per continuare a governarlo in una forma astratta. Questa sentenza rimuove la realtà dello scontro sul razzismo in questo paese, un po’ come quell’altra sentenza del tribunale di Piacenza emessa martedì nei confronti di tre antifascisti scesi in piazza insieme a migliaia di altri tra il 2 febbraio e il 4 marzo per fermare le mani di altri fascisti e di chi le armava. I dodici anni e svariati mesi della sentenza di Piacenza equiparano la condanna democratica degli antifascisti alla condanna del fascista Traini, esattamente come i più di 13 anni comminati in cassazione ai quattro antifascisti condannati per la manifestazione di Cremona del 24 febbraio del 2015 dopo il tentato omicidio di Emilio da parte dei militanti di Casa Pound. Nessuna differenza alla luce della legalità democratica. A ognuno il suo. La giustizia opera a somma – quasi – zero.

È un'aritmetica del governo dei conflitti. Lo standard di garanzia democratica di cui l'antifascismo di sinistra è rimasto ostaggio lo ha sempre assunto come principio di tutela universale. Che inganno, lo stesso che Mimmo Lucano con parole chiare ha provato sempre a scartare ma al quale vorrebbe inchiodarlo una sinistra innamorata della legalità che in queste ore corre in soccorso del sindaco di Riace portando la bandiera dei suoi inquisitori. La tenuta di quest'ordine democratico oggi esige un razzismo strutturale. La legalità difenderà quest'ordine colpendone gli eccessi che lo turberanno: sia “la follia” di Traini o la ribellione all'ingiustizia di un facchino, un cuoco e un portapizze insieme a migliaia e migliaia di altre persone. Pari e patta. Oppure no. Oppure no perché restiamo antifascisti contro il regime di segregazione razziale e sociale su cui specula la politica, su cui si arricchisce il sistema legalizzato dell'accoglienza. Perché nonostante la legalità ci sarà sempre spazio per affermare che giustizia sociale e legge sono due cose distinte. Altro che scuse, altro che condanna. Il conto con Luca Traini è ancora aperto.

venerdì 5 ottobre 2018

L'ARRESTO DI GIANFRANCO CASTELLOTTI IN TURCHIA


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La notizia degli ennesimi arresti da parte della polizia turca comandata dal sultano Erdogan,di persone che fanno opposizione al suo regime,stavolta è passata anche da noi in quanto è stato arrestato un italiano,Gianfranco Castellotti che fa parte dell'Anti-Imperialist Front Italia.
E Contropiano ha ripreso il comunicato dell'associazione(gianfranco-castellotti-arrestato-dalla-polizia-di-erdogan )che denuncia questo arresto assieme ad altri sette turchi che sono finiti in galera(vedi anche:madn contro-ogni-legge )durante una retata in un centro culturale:Castellotti era a Istanbul per seguire il processo al gruppo musicale Grup Yorum reo di avere espresso il proprio dissenso,che in Turchia equivale a terrorismo.
E proprio grazie allo stato d'emergenza dopo il discusso golpe del luglio 2016 gli arrestati non possono vedere i propri avvocati per un tempo indeterminato(l'ambasciatore italiano dice che Castellotti dovrebbe rimanere in carcere sicuramente fino a lunedì)come succede nei Paesi Baschi d'altronde,e soprattutto non può ricevere i medicinali cui è costretto a vivere.

Libertà per Gianfranco Castellotti arrestato dalla polizia di Erdogan.

di  Anti-Imperialist Front Italia 
Il nostro amico e compagno Gianfranco Castellotti, instancabile attivista internazionalista impegnato per molti anni nella difesa dei militanti della sinistra turca, è stato fermato stamattina nel Centro Culturale Idil di Okmeydani / Istanbul insieme ad altri sette oppositori turchi.

Era in Turchia per seguire il processo ai nove musicisti del leggendario gruppo musicale Grup Yorum in prigione da quasi un anno.

Nonostante i suoi problemi di salute e nonostante l’inasprimento della repressione in Turchia, Gianfranco Castellotti è sempre stato al fianco dei suoi compagni turchi: negli incontri di sostegno alle famiglie dei manifestanti uccisi durante la rivolta di Gezi, nei sit-in degli insegnanti colpiti dalle purghe del regime, al processo agli avvocati dell’Associazione dei giuristi progressisti e dell’Ufficio degli avvocati per il popolo, ai concerti e ad altre attività politiche e culturali organizzate da Grup Yorum.

Conosceva i rischi che avrebbe corso recandosi in Turchia, ma tirarsi indietro era per lui fuori discussione. Aveva bisogno a tutti i costi di trasmettere il suo calore umano e il suo spirito combattivo ai militanti rinchiusi nelle fredde celle delle prigioni di tipo F.

Al momento, Gianfranco Castellotti è stato privato della libertà e delle medicine. La sua detenzione potrebbe durare diversi giorni a causa del regime d’emergenza attualmente in vigore in Turchia.

Noi, firmatari di questa lettera, chiediamo al governo italiano di mettere in atto ogni sforzo possibile per ottenere l’immediato rilascio del nostro amico Gianfranco Castellotti e il suo rimpatrio nelle migliori condizioni.

ANTI – IMPERIALIST FRONT – ITALIA

Le compagne e i compagni solidali di Massa Carrara e della Toscana

giovedì 4 ottobre 2018

29 MARZO 2019


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Il congresso dei conservatori britannici di Birmingham conclusosi ieri ha lasciato un partito intero in un caos totale in quanto c'è una guerra intestina sugli accordi che la Gran Bretagna sta stipulando con l'Unione Europea per la data importante del 29 marzo dell'anno prossimo,l'ufficializzazione della Brexit.
Il tempo scorre in fretta e in questi poco più di cinque mesi potrebbe accadere pure che vi siano elezioni anticipate,magari già a novembre,se la premier May avesse la sfiducia in Parlamento,viste anche le uscite di luglio un giorno dopo l'altro dei ministri Davis(per la Brexit)e Johnson(degli esteri)che hanno fatto tanto scalpore nella politica britannica.
Al punto che Corbyn,il leader dei labour,da semplice spina nel fianco si sta trasformando in un serio antagonista della premier May se ma dovessero esserci elezioni anticipate,fermo restando che anche una buona fetta dei laburisti aveva votato a favore dell'uscita dell'Uk dall'Ue.
Infatti Corbyn,uscito trionfalmente dal proprio congresso di Liverpool,non sarebbe propenso ad un altro referendum che potrebbe inficiare quello di due anni fa(madn vince-il-leave-in-uk )anche se la soluzione resterebbe in stand by,tanto ad una profonda revisione degli accordi stipulati con l'Europa,un'uscita più a sinistra.
Dato che il principale antagonista che la May ha in casa,proprio il dimissionario ministro degli esteri ed ex sindaco di Londra Johnson,vorrebbe una Brexit molto più dura di quella proposta dall'attuale premier,con pesanti ripercussioni su lavoratori sia extra Ue che dell'Unione,sull'immigrazione e sullo scambio di merci e capitali verso l'estero come spiegato nell'articolo preso da Contropiano(internazionale-news ).

Londra. Lo spettro delle elezioni anticipate e la partita geo-politica della Brexit.

di  Giacomo Marchetti 
Questo mercoledì si conclude a Birmingham il congresso dei Tories, i conservatori britannici.

Tutti i commentatori politici hanno rivelato il clima da “guerra civile” consumato in questi giorni attorno al tema della Brexit, che vede opposti i sostenitori dell’ipotesi d’accordo proposto dalla Premier Theresa May, sottoposta a Salisburgo ai 27 Paesi europei che l’hanno bocciata all’unanimità, e l’ala degli hard brexiters alla testa della quale vi è il caustico ex sindaco di Londra Boris Johnson, che a luglio si è dimesso dal suo incarico di Ministro degli Esteri.

Come da tradizione Shakespeariana, Johnson aspira al “Golden Round” fino ad ora sulla testa della sua “collega” di partito.

In sintesi, l’obiettivo del governo May sarebbe quello di mantenere una unione doganale e mercato unico solo per i prodotti agricoli e industriali, escludendo capitali e servizi, nonché la libera circolazione delle persone. La premier vorrebbe rimandare la soluzione del problema irlandese, per non mettere a rischio l’unità della Gran Bretagna. L’Europa difende l’integrità del mercato unico, e rilancia per Londra due opzioni secche, scegliendo o un “modello norvegese”, cioè quello di un Paese che seppur restando fuori dalla UE rispetta tutte le regole del mercato unico e versa la sua quota nel bilancio UE, o quello canadese, un Paese terzo a tutti gli effetti che ha stipulato con Bruxelles un accordo di libero scambio.

Se l’UE ha fatto sapere che non si dà una terza opzione, Theresa May ripete che “nessun accordo è meglio di un pessimo accordo”.

La crisi del partito su questo argomento non sembra avere possibili mediazioni, se non un muro contro muro che, in caso di sfiducia della Premier in sede parlamentare riguardo al giudizio sull’esito del braccio di ferro con la UE, porterebbe a elezioni anticipate.

Le Snap election sarebbero una grande opportunità per i laburisti, nonostante la strada in salita, viste le caratteristiche del sistema elettorale della Gran Bretagna.

Se si confrontano i due Congressi, quello del Labour da poco concluso a Liverpool e quello dei Tories, salta agli occhi la capacità all’interno della formazione di Jeremy Corbyn di essere riusciti a formulare una posizione sulla Brexit in grado di accogliere le istanze della parte del Partito favorevole ad un secondo referendum, guidata dal collettivo People’s Vote. Questa porzione ha sostenuto con una ovazione l’intervento di Keri Starmer, ministro ombra della Brexit, che ha dichiarato: “Nessuno esclude la possibilità di restare”, senza però ipotecare alcuna decisione, evitando così lo scontro fratricida e l’ipotesi altrettanto pericolosa di andare contro la volontà popolare democraticamente espressa.

La questione è complessa. Una parte del partito ritiene poco opportuna una riedizione del referendum (tra cui Corbyn, il suo consigliere economico e importanti leader sindacali), un’altra propende invece per questa ipotesi, sebbene i tempi piuttosto stretti la rendano molto improbabile – la data programmata per la Brexit è il 29 marzo -, e preferibile l’opzione delle elezioni anticipate a Novembre.

È comprensibile chi all’interno del Labour vuole rimettere in discussione non tanto l’esito del voto popolare, quanto il risultato dei negoziati che sono stati condotti dai conservatori in maniera decisamente perdente, vista la loro litigiosità e inconcludenza, e tutti improntati ad una “uscita da destra” dalla UE, anche in termini di immigrazione.

Secondo un sondaggio l’86% dei membri dei Labour sono a favore di un nuovo voto popolare, mentre è certo che il 37% di coloro che hanno votato per il partito laburista alle precedenti edizioni, poco prima si erano espressi per il Leave al referendum.

Intanto, proprio tra le file del Labour, sta prendendo piede una ala che alimenta una discussione su come l’uscita “a sinistra” dalla UE sia una ipotesi auspicabile, e trovano spazio tesi fin qui abbastanza marginalizzate: lo riporta Lerry Elliott in un recente articolo del “The Guardian” citando l’ultimo libro di Costas Lapavitas: The Left Case Against the UE.

Scrive Elliott: “L’Ue, sostiene Lapavitsas, non è uno stato-nazione per cui la sinistra possa combattere al fine di conquistarlo e quindi modellare il modo in cui viene gestito. Piuttosto, è un colosso transnazionale orientato verso il neoliberismo. L’attaccamento della sinistra europea alla UE, vista nel suo ipotetico sviluppo intrinsecamente progressivo, le impedisce di essere radicale, anzi la integra nelle strutture neoliberali del capitalismo europeo. In questo modo la sinistra è stata sempre più tagliata fuori dal suo storico blocco sociale, dagli operai e dai poveri d’Europa, che naturalmente hanno cercato una voce altrove“.

Il Labour raccoglie i frutti della fine della capacità attrattiva dell’ideologia liberista, della sua incapacità di essere in grado di costruire nuovamente una narrazione efficace attorno al “capitalismo del XXI Secolo”, che è l’idea-forza dei Tories così come è stata da loro definita al Congresso, e di rilanciare su un ambizioso progetto politico per “ricostruire” la Gran Bretagna su basi differenti, senza che a beneficiare della ricchezza sia solo uno strato sottile della società: “for the many” come recita il suo slogan.

Il suo programma, checché ne pensano i laburisti è “oggettivamente” incompatibile con il dispositivo della UE.

Ma veniamo a come l’UE vede la Brexit.

Con l’inasprirsi del confronto tra differenti attori e aree geo-politiche, l’Unione Europea teme “compattamente” quali possano essere per lei gli effetti negativi di un possibile cuneo che la minacci da vicino, e preferisce che la Gran Bretagna cerchi “le grande large”, per citare De Gaulle, piuttosto che il Continente, qualora potesse anche solo velatamente in una minaccia.

In che senso?

Vediamolo nel dettaglio grazie alla lucida analisi fattane da Adriana Cerretelli, sul Sole 24 Ore del 25 settembre.

L’articolo s’intitola “il muro contro muro fra Londra e Bruxelles”:

“L’Europa teme la nascita di una nuova Singapore sulle rive del Tamigi, a un passo dalle sue frontiere: non può impedirla, ma non intende favorirla con un atteggiamento accomodante sul rispetto delle regole del mercato unico. (…) Concedere alla May di far circolare le merci britanniche liberamente nel mercato unico, svincolandola però da tutti gli obblighi di contorno, cui invece devono attenersi le industrie concorrenti della UE, significherebbe di fatto regalare alla Gran Bretagna la possibilità di diventare un grande hub di produzione e/o assemblaggio per americani, cinesi o qualunque altro paese terzo, che avrebbe il vantaggio di far entrare i prodotti finiti sul mercato europeo senza barriere da superare né dazi da pagare. Non sarebbe un buon servizio all’industria né alla tenuta del mercato interno”.

La Brexit quindi è un vero e proprio rompicapo politico per i Conservatori in lotta tra di loro, con un Labour in ascesa – non più solo competitor, come all’epoca di Tony Blair, ma risolutamente antagonista rispetto ai Tories – ed una UE che, conscia dell’esacerbarsi della competizione internazionale, si sta velocemente attrezzando a riguardo contro vecchi e nuovi nemici.

Impossibile stabilire quale sarà l’esito finale della lunga crisi della governance del neo-liberismo in Gran Bretagna, ma suona come una beffarda nemesi storica il fatto che le parole pronunciate da un minatore, durante la durissima lotta che i miners ingaggiarono con la Lady di Ferro a metà degli anni Ottanta, ora potrebbero adattarsi fatalmente dalla bocca dell’attuale Premier: to the bitter end!

mercoledì 3 ottobre 2018

LA POLITICA DEL BALCONE


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Di annunci dai balconi l'Italia francamente ne farebbe anche meno,ma l'ideologia di fondo del governo ricalca perfettamente quella di Mussolini e della sua epoca che quasi cent'anni fa diede una bella spinta indietro al belpaese con l'avvento della dittatura fascista.
Ma l'articolo proposto oggi(left festeggiare-i-risultati-piuttosto-che-gli-annunci )parla della manovra economica futura,con l'indebitamento e la sfida all'Ue,cose per carità fattibili ed anche sognate ma il fine ultimo di questo,cioè i soldi del debito che saranno riversati agli italiani,lasciano perplessi.
In primo luogo la Lega,da sempre contro l'assistenzialismo,per motivi d'interesse politico vedi la flat tax e una maggior violenza nella campagna contro l'immigrazione,accetta di buon grado il reddito di cittadinanza che non risolve nessun problema lavorativo e che aumenterà il numero dei disoccupati.
Ma fa specie anche la levata di scudi contro questa manovra del Pd e di Forza Italia assieme,un controsenso direbbero in molti ma io direi il proseguo delle linee politiche e soprattutto economiche e di materia fiscale che i due partiti che si sono alternati al potere nell'ultimo ventennio,hanno sempre portato avanti.

Festeggiare i risultati, piuttosto che gli annunci.

di Giulio Cavalli
Non sono un economista e non discetto di economia con la presunzione di essere la voce esatta di una scienza (che tra l’altro esatta non è) ma da osservatore, preferibilmente da sinistra, assisto con un certo sgomento alla ripetizione di una scena già vista che non mi pare abbia portato molta fortuna in tempi recenti: sfidare la manovra del governo facendo leva sugli scenari apocalittici declamati dai mercati (parola che si svuota e diventa feticcio ogni giorno di più) è il modo migliore per accelerare la distanza tra opposizione e persone e opposizione e realtà.

Per rapporto deficit-pil la manovra di questo governo rischia addirittura di essere austera: è superiore al 2,3% del governo Gentiloni ma è addirittura più bassa di quella dell’austerissimo Monti. Il tema non è l’indebitamento (e insistere su questo risulta piuttosto patetico, tristemente goffo) ma come si intende utilizzarlo per eliminare le disuguaglianze e rilanciare il Paese. Contrarre un debito per comprarsi una fuoriserie che non riuscirò mai nemmeno a mantenere o per acquistare una casa in cui invecchiare con tranquillità può essere uguale nei numeri ma profondamente diverso per senso di responsabilità.

Risulta poco credibile, sinceramente, assistere per l’ennesima volta alla gara di volume dei catastrofisti da una parte e dei salvatori della patria dall’altra: leggere i giornali in questi ultimi giorni ci riporta a un mondo che dovrebbe disintegrarsi nel prossimo futuro (ma ve le ricordate le invasioni di cavallette che avrebbero dovuto seppellirci per il referendum costituzionale?) oppure che addirittura ha cancellato la povertà senza che ce ne accorgessimo (e chissà quando ricominceremo a parlare responsabilmente, tra la classe dirigente).

Così accade che quelli festeggino gli annunci dal balcone e questi altri chiedono di fidarsi delle loro valutazioni del disastro prossimo venturo dopo averne sbagliate parecchie negli ultimi mesi. Una guerra tutta sugli annunci: lì si festeggia o si dispera. I risultati sono un particolare che sembra non interessare a nessuno. Il fallimento (o il successo) è solo una questione di narrazione. E così perfino i numeri finiscono per diventare solo un altro campo su cui sgolarsi.

Avanti così.

Buon lunedì.

martedì 2 ottobre 2018

IL PRIGIONIERO POLITICO MIMMO LUCANO


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Che l'arresto effettuato dalla guardia di finanza del sindaco di Riace Mimmo Lucano sia politico non vi è dubbio alcuno,in una delle zone d'Italia a maggior controllo della criminalità con troppi sindaci ammanettati perché rappresentanti diretti o meno della 'ndrangheta.
Il suo arresto spiccato dal Gip di Locri su ordine della Procura della Repubblica,quindi direttamente da quel coglione di Salvini,è dovuto per il favoreggiamento all'immigrazione clandestina e per illeciti nella gara per la gestione del servizio di raccolta dei rifiuti.
L'articolo preso da Contropiano(arrestato-mimmo-lucano-sindaco-di-riace )parla di questo clamoroso atto di sfida dello Stato contro chi ha fatto della propria cittadina un simbolo che ha fatto il giro del mondo per quello che è riuscito a fare con i migranti,un'integrazione e una cooperazione tra abitanti e diverse persone di svariate culture e paesi che vivono fianco a fianco senza le esasperazioni di altri luoghi.
E' questo che evidentemente non è andato già al ministro dell'interno che grazie alla sua posizione ha svolto un suo privato interesse,non come quello del sindaco che se ha saltato passaggi burocratici o organizzato matrimoni di convenienza a lui non è entrato in tasca nulla.
C'è chi dice che questa sia la fine del mito del sindaco dei migranti e del"modello Riace",ma se riuscisse a venircene fuori potrebbe diventare un personaggio ancora più scomodo per questo governo razzista e reazionario.

Arrestato Mimmo Lucano, sindaco di Riace.

di  Redazione Contropiano 
Ci sono arresti che non possono proprio sembrare “normali”.

La Guardia di finanza stamattina ha arrestato e posto ai domiciliari il sindaco di Riace, Domenico Lucano, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. L’arresto é stato fatto in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica. Disposto anche il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem.

Domenico Lucano è diventato più conosciuto di quanto non lo è qualsiasi sindaco di un paese del Mezzogiorno per una ragione semplice: ha proposto, con le modeste risorse di cui dispone quel comune e quel territorio, un autentico laboratorio dell’integrazione. Un modello che funziona, toglie l’humus ai conflitti su base etnica o “di colore”, fa non solo “convivere” ma cooperare persone con culture ed esperienze molto, ma molto diverse.

Il reato di “immigrazione clandestina” è un’invenzione di Bossi e Fini, ed è il classico reato che produce “crimine” là dove non c’è. Fuggire da un paese in guerra o alla fame per i mutamenti climatici (o per le ruberie di “classi dirigenti”, complici servizievoli delle imprese occidentali) non è infatti un “reato”, ma una eventualità esplicitamente ammessa dalla legislazione internazionale.

Come fa una legge a creare criminali? Rendendo le persone “colpevoli” per il solo fatto di esistere e vivere, a prescindere dai comportamenti che terranno una volta entrati in un paese. Creando dei “colpevoli” quella legge impedisce che le persone possano trovare lavoro, ospitalità, attività regolari. Le costringe a stare in mezzo a una strada, creando così problemi di convivenza che altrimenti non esisterebbero o avrebbero dimensioni quasi irrilevanti.

Il “modello Riace” ha rotto questo schema, suggerendo così possibilità di integrazione – oltretutto a costo quasi zero! – e suscitando l’odio implacabile dei fasciorazzisti ora al governo. Lucano è così entrato spesso in polemica anche con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che è arrivato a definirlo “uno zero”.

Attacchi e indagini  non sono nati oggi. Una fiction Rai sul “modello Riace” (con Beppe Fiorello nei panni del sindaco) non è mai stata mandata in onda, nonostante Mimmo fosse stato inserito nella lista delle personalità “più influenti al mondo”. Un anno fa la stessa procura aveva iscritto Lucano nel registro degli indagati con le ipotesi di concussione e truffa: in quel caso gli veniva contestato il sistema dei bonus e delle borse lavoro assegnati “al di fuori delle regolari procedure”.

Lo sappiamo, molti di voi penseranno: “ma una procura come quella di Locri, in un territorio dove da decine di anni i sindaci finiscono in galera perché espressione diretta della ‘ndrangheta, dove latitanti e faide non mancano, non ha proprio nulla di più importante da indagare?” Evidentemente le “pressioni dall’alto” vanno in altra direzione…


E’ naturalmente sempre possibile che un amministratore locale costretto a fare i salti mortali alle prese con un bilancio asfittico – il “patto di stabilità” europeo scende a catena da Bruxelles fino all’ultimo municipio di montagna – possa sbagliare in qualche passaggio burocratico; ma non sfugge che in questo caso non si sta parlando di “arricchimento personale”. Proprio l’accensione dei riflettori sull’esperienza di Riace, del resto, ha reso quell’amministrazione una “casa di vetro” (cosa che invece non si può certo dire per la Lega, partito del ministro).

Questa “operazione Xenia” – anche i nomi scelti a volte sono rivelazioni – somiglia insomma più a un attacco politico che non a una vera inchiesta “al di sopra di ogni sospetto”.

giovedì 27 settembre 2018

LA FAMIGLIA PERFETTA DEI TIMORATI DI DIO


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La proposta di legge del leghista Pillon in materia di famiglia,dalle separazioni all'affidamento dei figli arrivando alle adozioni e agli assegni familiari,è frutto di una mente retrograda di uno dei primi aderenti ai Family day(madn lipocrisia-del-mondo-cattolico-nel giorn della famiglia ),l'orgia insulsa degli integralisti cattolici come Adinolfi,il ministro Fontana,Gasparro e compagnia cantante.
L'articolo di Left(ddl-pillon-dove-stato-fa-rima-con-patriarcato )parla di questo clima puritano di timorati di Dio che altri non sono che i rappresentanti di estrema destra dei falsi diritti della famiglia tradizionale,un riemergere dal passato di vecchie chimere come il patriarcato e la conseguente mortificazione della donna all'interno della famiglia stessa,donna fattrice e muta come volevano i fascisti.
In questo articolo(espresso il-ddl-pillon-e-la-strategia-del-governo-per-svuotare-i-diritti )invece tutti i temi trattati come la privatizzazione anche del sistema giudiziario,con il ruolo del mediatore obbligatorio e a pagamento,l'impossibilità di una donna maltrattata di uscire fuori fisicamente dal matrimonio con i propri figli,soprattutto per quelle con difficoltà economiche.
Inoltre si parla di un sballottamento tra genitori in maniera equa e dell'abolizione degli assegni familiari in quanto questo sistema dividerebbe proprio a metà,un poco come minacciò Salomone,i figli avuti assieme.

Ddl Pillon, dove Stato fa rima con patriarcato.

di Carla Corsetti 
Quando nel nostro ordinamento è stato introdotto il principio della bigenitorialità, si era inteso sostenere che il progetto educativo del minore dovesse essere condiviso da entrambi i genitori i quali avrebbero dovuto mantenere entrambi un rapporto equilibrato con la prole, pur nella disgregazione del rapporto matrimoniale o di convivenza.

Il principio della bigenitorialità avrebbe dovuto declinarsi nella consapevolezza, da parte di entrambi i genitori, di dover sostenere una eguale responsabilità nella crescita dei figli.

Molti padri, ma anche molte madri, hanno invece interpretato il principio di bigenitorialità come una nuova spranga da usare contro l’altro genitore, una nuova arma per strumentalizzare i figli ad uso delle proprie frustrazioni.

Il modello patriarcale di famiglia, già fallimentare di per sé, attraverso il consumismo capitalistico è esploso in tutta la sua pericolosità.

La famiglia tradizionale, veicolata dalla favolistica religiosa, ha avuto una corrispondenza nei modelli consumistici pubblicitari, i quali hanno contribuito ad introdurre nell’immaginario collettivo, una idea di modello familiare inesistente e utopico.

Le famiglie perfette sono aspirazioni illusorie, la realtà è fatta in gran parte di genitori che non si sopportano, che si tradiscono, che si odiano.

I figli, anche se amati, sono spesso vissuti come l’ostacolo alla propria affermazione e alla propria “felicità”.

Separazioni e divorzi sono la soluzione agli incubi permanenti.

I politici italiani, spalmati su tutto l’arco parlamentare, hanno sempre ostentato il proprio impegno a dare “sostegni alle famiglie”, ma poi è sempre prevalsa una riserva mentale di fondo che relegava il problema al femminile e dunque, un bonus, un contributo assistenziale, una mancetta governativa potevano ritenersi sufficienti, senza impegnarsi più di tanto per elaborare politiche di ampie prospettive rivolte alla genitorialità.

La deriva pentafascioleghista, nella incapacità di cogliere gli aspetti più delicati delle dinamiche familiari, si è diretta ora verso il diritto di famiglia con il preciso scopo di devastare quelle tutele, spesso inattuate e solo teoriche, che tuttavia le leggi consentivano.

Attraverso il senatore Pillon è approdato in Parlamento un disegno di legge ispirato al fondamentalismo religioso, nel quale si prevede che i coniugi che intendono separarsi debbano passare attraverso un procedimento a pagamento di mediazione obbligatoria.

La obbligatorietà della mediazione è un altro tassello verso la privatizzazione del sistema giudiziario, ma ciò che rileva in questo contesto è che la disparità di reddito tra uomini e donne, diventerà ostacolo alla scelta di separarsi da parte del soggetto economicamente più debole, che generalmente è la donna.

Se è vero che molti femminicidi si verificano dopo che le mogli sono scappate da mariti e compagni violenti, il senatore Pillon ha trovato una soluzione per impedir loro di scappare, ed ha ideato una moltitudine di ostacoli pratici ed economici per paralizzare la via di fuga alle donne malmenate, compresa una valutazione sulla capacità reddituale al fine di consentire l’affidamento dei figli.

Le madri, pur di non essere separate dai figli a causa del basso reddito, accetteranno di restare con i mariti violenti.

La centralità del progetto educativo, quale presupposto della bigenitorialità, viene sostituito dalla divisione identica dei tempi di permanenza presso entrambi i genitori.

I figli diventano palline da ping pong, rimbalzati da una casa all’altra, senza continuità abitativa, in una condizione di destabilizzazione permanente.

A queste condizioni, una donna sana di mente può solo decidere di farsi sterilizzare.

*

Carla Corsetti, avvocato, è segretario nazionale di Democrazia atea e fa parte del coordinamento nazionale di Potere al popolo

martedì 25 settembre 2018

UN DECRETO FIGLIO DI QUELLO DI MINNITI


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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge sulla sicurezza e l'immigrazione fortemente voluto da Salvini e che il premier Conte non ha tardato ad accontentare mandando avanti l'iter burocratico che potrebbe avere slittamenti temporali per l'autorizzazione definitiva vuoi per la presentazione degli emendamenti da parte dell'opposizione ma anche per decidere la costituzionalità del decreto stesso.
Perché in primis questo è solamente il proseguimento naturale del decreto Minniti(madn minnitiluomo-del-manganello-e-dellolio di ricino )osannato dal Pd ora dall'altra parte della barricata,e anche perché vi sono degli articoli che vanno contro la carte dei diritti dell'uomo come l'impossibilità del richiedente asilo di essere giudicato nei tre gradi previsti dalla legge(ora ne basta uno).
Una legge molto razzista,sono in gioco le cittadinanze,saranno aboliti i permessi di soggiorno per motivi umanitari,le permanenze nei lager dei centri per il rimpatrio raddoppieranno di tempo,ci sarà una politica dei rimpatri stessi massiccia e che farà aumentare il numero dei clandestini e non di certo diminuirlo,insomma un decreto dettato dalla rabbia e dall'odio usando poco o niente il cervello ed il ragionamento.
Sono stati inseriti anche articoli riguardo il decoro urbano almeno dei salotti buoni delle città,anche questo figlio del decreto Minniti,punizioni per i poveri e per chi occupa le case anche se in stato di necessità,taser anche alla polizia locale e Daspo ai senza tetto.
Gli articoli sono di Contropiano(decreto-salvini-guerra-ai-poveri-e-leggi-razziali )e Left(la-sicurezza-che-manca-in-italia )dove in quest'ultimo si puntualizzano veramente i fatti salienti riguardo la sicurezza che manca in Italia,quella delle infrastrutture e nel caso delle situazioni di emergenza che si ripropongono quotidianamente.
SSuggerisco anche questo articolo di Infoaut(ddl-immigrazione-la-spettacolarizzazione-del-razzismo-istituzionale )scritto ancor prima dell'approvazione al CdM che analizza dettagliatamente i nuovi punti di questo decreto.

Decreto Salvini: guerra ai poveri e leggi razziali.

di  Sergio Scorza 
Qualche minuto dopo che il Consiglio dei Ministri aveva approvato all’unanimità il decreto legge in materia di “sicurezza e immigrazione”, ovvero, il provvedimento che modifica la normativa in materia di accoglienza dei richiedenti asilo – abolendo i permessi umanitari – ed inasprisce ulteriormente la guerra ai poveri inaugurata dal precedente governo Gentiloni, Matteo Salvini era già su Facebook a scrivere: «#DecretoSicurezza, alle 12,38 il Consiglio dei Ministri approva all’unanimità! Sono felice. Un passo in avanti per rendere l’Italia più sicura ».

I due decreti legge su “immigrazione e sicurezza” sono stati unificati in un solo testo di 42 articoli. Quasi a cercare di attenuare la portata del decreto il presidente del consiglio Conte, subito dopo, ha detto ai cronisti «Non cacciamo nessuno dall’Italia dall’oggi al domani, ma rendiamo più efficace il sistema dei rimpatri. In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei trattamenti, creiamo un intervento per una disciplina più efficace ». Ed aggiunge che in quel Decreto legge «ci sono pure norme contro la mafia e il terrorismo». Poi Salvini e Conte, insieme, hanno esibito sorridenti un cartello con l’hashtag #decretoSalvini e la scritta «sicurezza e immigrazione».

Le associazioni umanitarie, l’Anci e lo stesso ufficio legislativo della Presidenza della Repubblica, nei giorni scorsi, avevano espresso molte perplessità tanto sui contenuti del provvedimento quanto sulla effettiva sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione per i decreti legge. Lo stesso Conte ha ammesso a denti stretti che c’è stata un’interlocuzione, al livello massimo di esponenti e tra le strutture tecniche, e che il Presidente della Repubblica “avrà tutto l’agio, quando riceverà formalmente il testo, per fare eventuali rilievi. Cortesia vuole che al Quirinale si preannuncino i contenuti e si anticipi un testo. Ed è stato fatto anche in questo caso. Sarebbe stato un fuor d’opera che il testo circolasse nelle redazioni e al Quirinale non fosse stato mandato nulla”.

Ma cosa c’è nel Decreto? È già detto, innanzitutto, l’abolizione dei permessi umanitari ed una serie di modifiche sostanziali al sistema di accoglienza SPRAR, ovvero, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del Ministero che in Italia gestisce i progetti di accoglienza, di assistenza e di integrazione dei richiedenti asilo a livello locale.

Gli articoli dall’1 al 16 contengono le misure in materia di permessi di soggiorno, di protezione internazionale e di cittadinanza. “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari” è sostituito dai “permessi speciali”, per “motivi di salute”, “violenza domestica”, “calamità nel paese d’origine”, “cura medica” ” ed “atti di particolare valore civile”. SPRAR sarà riservato semplicemente ai titoli di protezione internazionale ed ai minori non accompagnati. I richiedenti asilo saranno collocati nei CARA (Centri di accoglienza per I richiedenti asilo). Sarà molto più facile negare o revocare la protezione internazionale, sospendere la domanda d’asilo e revocare la cittadinanza italiana.

La durata massima di permanenza negli orridi CPR (Centri per il rimpatrio) passa da 3 a sei mesi al fine di conseguire l’espulsione. Oltre a quelli già presenti sul territorio è previsto la «costruzione» di altri CPR. Ai fini del “potenziamento delle attività di rimpatrio” il decreto stanzia 500mila euro per il 2018 e 1,5 milioni per il 2019 e 2020.

Il ministro dell’Interno ha sostenuto davanti ai cronisti parlamentari la bontà del “suo decreto” con la consueta sensibilità e profondità di pensiero: «Non lediamo nessuno diritto fondamentale: se sei condannato a casa mia e spacci ti accompagno da dove sei arrivato … Se sei condannato in via definitiva è di buon senso toglierti la cittadinanza.”.

Dunque niente più SPRAR per richiedenti asilo ma solo per “rifugiati e minori non accompagnati”. Nel decreto è prevista per i richiedenti asilo la sospensione della domanda “in caso di pericolosità sociale” con invio ai CPR in caso di condanna in primo grado. Dunque il richiedente asilo non ha più diritto ai tre gradi di giudizio ed una  condanna in primo grado sarà inappellabile e definitiva, ciò in aperta violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge mediante l’introduzione di una giustizia speciale per i migranti lasciati in quel limbo in cui restano per lunghi periodi di tempo in attesa di essere riconosciuti come esseri umani e, come tali, detentori di diritti fondamentali, tra i quali, quello di avere una giustizia giusta ed un processo equo.

Ai ministri gialli e verdi andrebbe ricordato che quel principio è fondamentale quando si parla di diritti umani  e che sta dentro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 7,  laddove si dice che “Tutti sono eguali davanti alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.

A fugare ogni residuo dubbio sul carattere repressivo e reazionario dell’esecutivo gialloverde c’è la parte del Decreto Legge dedicata alla “sicurezza” che estende il “Daspo” ai senza tetto; introduce la  dotazione del taser anche alla polizia locale e prevede un inasprimento delle pene fino  a 4 anni di carcere per chi occupa stabili, anche se in stato di necessità.

Il ministro dei Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro (M5S) sul decreto ha dichiarato: «In Consiglio dei ministri non c’è stato alcuno scontro», aggiungendo che, in ogni caso, «saranno Camera e Senato a vedere di migliorare il testo. Ora sarà centrale il lavoro del Parlamento”. Ma ha poi aggiunto che, a suo parere, ”non vi è nessun dubbio sulla costituzionalità del decreto “.

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La sicurezza che manca in Italia.

di Simona Maggiorelli
Il crollo del viadotto Morandi ha messo dolorosamente davanti agli occhi di tutti qual è la sicurezza che davvero manca al nostro Paese. A minacciare il diritto all’incolumità di chi vive in Italia non sono certo i migranti come vogliono far credere politici xenofobi che hanno costruito il proprio successo elettorale sulla paura di invasioni (inesistenti). È inaccettabile il braccio di ferro che, ancora una volta, i ministri Salvini e Toninelli hanno ingaggiato sulla pelle di chi scappa da guerre e dalla povertà, cercando un futuro altrove. Nel mirino del governo giallonero questa volta sono finiti 177 migranti che, mentre scriviamo, non hanno ancora un approdo sicuro benché si trovino a bordo della Diciotti della guardia costiera italiana! . (Sabato 25 agosto il Viminale ha dato il via agli abarchi). In un colpo solo sono stati calpestati i valori della Costituzione e l’articolo 33 della convenzione di Ginevra. Negati i diritti umani fondamentali, come hanno denunciato Magistratura democratica e Asgi (Sempre domenica è arrivata la notizia che Salvini è indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio nda).

Il governo legastellato si accanisce sulle persone più vulnerabili, additandole come nemici del popolo italiano e intanto pensa a imporre l’iniqua flat tax che premia i più ricchi invece di rimboccarsi le maniche, mettendosi a lavorare ad un massiccio piano di messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture. In quella stessa drammatica settimana di ferragosto scosse di magnitudo 5.1 sono state registrate in Molise e successivamente in Emilia (3.9). Sono già trascorsi due anni dal terremoto che devastò regioni del centro Italia e ancora oggi lo scenario è quello di paesi bombardati con la popolazione locale che vive in condizioni precarie, come raccontano Federica Tourn e Stefano Stranges in un ampio reportage dalla Valle del Tronto. I terremoti sono eventi naturali difficili da prevedere. Ma si può fare prevenzione per evitare crolli di case, ponti, infrastrutture.

Non è stata una fatalità naturale a far crollare il 14 agosto il ponte genovese di cui erano ben note le fragilità dovute all’usura del tempo e dei materiali. Un’opera all’avanguardia quando fu costruita, ma che aveva bisogno di manutenzione, di un monitoraggio moderno e scientifico, come gran parte dei 50mila ponti sparsi per l’Italia. Sulle cause del disastro di Genova costato vite umane indaga la magistratura. Emergeranno le responsabilità. Ma pensando alle vittime, insieme al dolore, cresce la nausea per il comportamento di una classe dirigente italiana composta da politici e industriali irresponsabili. È agghiacciante la leggerezza con cui sono stati svenduti a privati beni pubblici, essenziali, come le autostrade, senza imporre ai gestori, che ne ricavano lauti profitti, adeguati investimenti per la manutenzione e la modernizzazione delle strutture.

Dall’Italia spa ideata da Andreotti nel 1991 per arrivare alla stagione delle svendite e delle cartolarizzazioni, politici di centrosinistra e di centrodestra si sono dati man forte in questa operazione scellerata di messa all’incanto di beni comuni, per fare cassa nell’immediato, senza peraltro nemmeno ricavarci cifre consistenti. La storia chiama in causa i governi Berlusconi e il provvedimento salva Benetton votato anche da Salvini nel 2008. Ma chiama in causa pesantemente anche Prodi che dette il via alla stagione dei saldi e poi, D’Alema, Amato, Di Pietro ecc. È stata la sagra delle privatizzazioni all’italiana. Anche per colpa di un centrosinistra sedotto dal neoliberismo alla Blair, che considerava la Borsa l’ombelico del mondo. Correre ai ripari oggi pensando a un piano di ri-nazionalizzazioni non è facile, ma è un tema che merita una discussione pubblica, è un tema che la sinistra dovrebbe riproporre con forza, come sta facendo Corbyn che è riuscito a risollevare il Labour rifiutando l’ideologia liberista della Terza via. E non basta.

Poco prima che si verificasse il dramma di Genova su Left cercavamo di riflettere sul futuro delle città, (le mani sulla città) strette nella morsa della speculazione finanziaria e della corsa al cemento. Tema centrale, ineludibile. A Genova c’erano  studi per spostare su rotaia parte del traffico di merci. Ma si parla da anni della Gronda e di altri progetti e ha continuato a prevalere un modello di sviluppo legato al traffico su gomma. Il caso del capoluogo ligure purtroppo non è unico e isolato. Anche grazie a provvedimenti come lo Sblocca Italia  sostenuto dal ministro Lupi durante il governo Renzi, un Paese fragile dal punto di vista idrogeologico come l’Italia è sempre più a rischio. È quanto mai urgente aumentare il livello di sicurezza. Serve un gigantesco piano di monitoraggi con sensori e tecnologie satellitari, per fare la tac alle infrastrutture, come suggerisce l’urbanista Paolo Berdini, che insieme all’architetto e docente di Scienza delle costruzioni Ugo Tonietti e al giurista Mario Sentimenti, da diversi punti di vista, offrono importanti spunti di riflessione e proposte per rimettere al centro la questione del controllo pubblico, della prevenzione e della conoscenza. Tema chiave, perché il Paese possa uscire dallo stato di arretratezza in cui versa.

Proprio per questo proponiamo oltre alla storia di copertina, un’ampia contro copertina dedicata alla scuola.

lunedì 24 settembre 2018

PACE FISCALE=CONDONO


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Lo hanno capito anche i muri che la tanto declamata pace fiscale altro non è che un condono bello e buono,un altro grande regalo che i governanti faranno agli evasori fiscali più incalliti e ricchi,un ritorno in pompa magna delle politiche berlusconiane che incitavano pure l'evasione.
Basta non dirlo ai grillini che sono stati convinti dal loro padrone Salvini,sempre più padrone di questo esecutivo,perché secondo loro sarà un aiuto per tutti gli italiani,senza pensare a chi lavoratore dipendente che non ha problemi di evasione in quanto lo Stato già gli mangia una grossa fetta di stipendio,che guarda a questo escamotage salvaricchi con rabbia e schifo.
L'articolo di Contropiano(condono-pace-fiscale-deficit )parla di questa azione del governo volta per l'appunto a premiare chi ruba e fa il furbetto.

Condono, pace fiscale, deficit.

di  Franco Astengo 
Il governo, in questa fase convulsa di preparazione della manovra, gioca sulle parole tra “Condono” e “Pace Fiscale”: in realtà si sta preparando un grosso premio a quella che è stata l’enormità dell’evasione fiscale accumulata nel corso degli anni.

Si parla di 1.050 miliardi.

Arrivano al pettine i nodi creati dal modello economico – produttivo ispirato dal centro-destra nella  sua versione “classica” degli ultimi anni’90 del XX secolo e del primo decennio del secolo che stiamo vivendo: quello degli “spiriti animali del capitalismo”, della “imprenditoria rampante”, di un in molti casi ingiustificato e avventuristico, “spirito imprenditoriale” alimentato dalla filosofia del “sogno”, stile “american way life”.

Tutto questo emerge benissimo, ad esempio, in un’intervista rilasciata dall’ex-sindaco di Padova e attuale sottosegretario, Bitonci, che in un assoluto crescendo giustificazionista parla di “ci hanno imposto il nero o non abbiamo potuto lavorare, aiutateci”.

E’ la filosofia del considerare lo stato criminogeno e di considerare quindi l’evasione un “diritto naturale”, del resto proclamata dallo stesso Berlusconi nel suo famoso discorso di giustificazione dell’evasione e dell’elusione tenuto all’ANCE il 2 aprile del 2008 nel corso della campagna elettorale che registrò una rimonta del centrodestra, superato dall’eterogenea “Unione” per soli 24.000 voti.

Il centrosinistra dell’epoca ebbe le sue pesanti responsabilità sotto quest’aspetto per aver espresso una contraddittorietà di fondo tra la “bellezza delle tasse” evocata da Padoa Schioppa e l’adesione complessiva al modello che, a partire dal discorso sulle privatizzazioni dell’industria pubblica, approdò all’accettazione piena e supina del neo – liberismo.

Sono risultati profondamente sbagliati i modelli dei “distretti del Nord – est”, della “fabbrichetta”, del “sciur Brambilla” anni ’80: è lì che nasce la questione dell’evasione fiscale a dimensioni gigantesche, equilibrata drammaticamente dall’esplosione del debito pubblico e fautrice di disuguaglianza, sfruttamento, lavoro nero svolto in particolare dagli immigrati (pensiamo alle concerie di Vicenza), di arricchimenti indebiti.

Così sono stati distrutti i settori portanti e decisivi dell’industria italiana, si è abdicato a qualsiasi idea di programmazione economica, si è data via libera a un mercato selvaggio del quale – appunto – i 1.050 miliardi di evasione e contenzioso fiscale rappresentano l’espressione più evidente, si sono impoveriti interi pezzi di società, demoliti settori portanti come quelli dell’amministrazione pubblica, della scuola, dell’Università.

La differenza tra centro destra e centro sinistra, a suo tempo, è stata quella che il centro destra ha perseguito ferocemente la strategia dell’arricchimento per poco e della disarticolazione e anestetizzazione della società italiana, mentre il centro sinistra in alcune sue parti ha perseguito una stupida politica di accreditamento a palazzo e in altre parti esaltandola necessità di unirsi contro il pericolo della destra facendo finta di non accorgersi di stare sviluppando proprio la politica della destra (un classico “storico”).

So bene che la giustificazione a tutto ciò è stata data dal procedere della tecnologia, dalla necessità di scrostare imposizioni corporative, dall’irrompere della globalizzazione, dallo spostarsi dell’economia verso la finanziarizzazione da cui la scaturigine della crisi del 2008. Non mi è parso però il caso di starci dentro all’epoca, accumulando anche una buona quota di propaganda espressa da luoghi comuni, in una sorta di adeguamento continuo al ribasso, come è stato fatto anche attraverso il tirar fuori come alternativa“i beni comuni”, il “mutualismo” in attesa di riscoprire i falansteri di Fourier e i pre- marxisti. Tutte belle cose ma del tutto insufficienti rispetto alla bisogna che stava esprimendosi pesantemente sulle condizioni materiali di vita, di lavoro, di ambiente.

Sono questi punti sui quali riflettere, così come sarebbe il caso di pronunciarci sulla questione del deficit.

Abbiamo sempre sostenuto la necessità di utilizzo del “deficit – spending” e osteggiato fortemente le politiche rigoriste imposte dall’UE.

Adesso è il caso di affermare che la questione risiede nell’utilizzo dei margini di deficit (al di là della trattativa con Bruxelles): un conto è l’utilizzo del deficit allo scopo di varare un forte piano di programmazione economica e di intervento pubblico destinato all’innovazione tecnologica, alla creazione di lavoro “vivo e vero”, di adeguamento delle infrastrutture, di difesa ambientale (come dimostra purtroppo ancora Taranto) e ben diverso è il quadro che si presenta di utilizzo del deficit per misure assistenziali come il reddito di cittadinanza.

Questo va detto chiaro: il reddito di cittadinanza contiene in sé il rischio di rivelarsi una misura assistenziale che nasconde anche una idea negativa del lavoro (ben diversa dall’idea marxiana del “liberarsi” del lavoro); ricordando anche e sempre che, ad esempio, il tema delle pensioni dovrebbe essere legato, per quel che riguarda l’INPS, alla scissione tra assistenza e previdenza di cui si parla dal 1958 e adesso sparita dall’agenda.

Così come è sicuramente una misura di ulteriore agevolazione verso i ricchi l’altra faccia della medaglia per la quale si vorrebbe utilizzare il “deficit – spending”.

Assistenzialismo, “pro ricchi”, aumento delle diseguaglianze questa pare essere, in pratica, la cifra che esprime attualmente il governo italiano anche oltre il tema politico generale dello spostamento a destra insito nelle logiche razziste – sovraniste.

Personalmente con nessun timore, anzi con orgoglio, di essere definito un retrogrado cultore delle “magnifiche sorti e progressive” e dell’antico scontro di classe: ma rimane questo il punto vero di distinzione filosofica e politica.

sabato 22 settembre 2018

AGGUATO A BARI DOPO UNA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA


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Non perdono occasione i cameratti di CagaPovnd di fare cinghiamattanze tra famiglie e bambini piccoli e poi dire di essere stati provocati ed attaccati,naturalmente con le forze del disordine pronte a fare quadrato attorno a loro picchiando a loro volta poi anche loro compagni e compagne.
E'accaduto nuovamente ieri sera a Bari nel rione Libertà dove un corteo organizzato da varie associazioni riunitisi sotto il nome della rete"Mai con Salvini"ha sfilato per il centro contro le politiche dell'attuale esecutivo,e l'articolo di Contropiano(bari-aggressione-fascista )riporta la testimonianza dell'europarlamentare Eleonora Forenza presente alla manifestazione.
Visto un personaggio politico di spicco la polizia ha fermato una trentina di fascisti del nuovo millennio così per dare un segnale ma che alla resa dei conti non porterà nessun strascico giudiziario di rilievo,mentre due compagni sono stati feriti,uno in maniera grave,durante l'attacco premeditato delle merde fognarie avvenuto a manifestazione conclusa,quindi un agguato vero e proprio.

Bari. Aggressione fascista, due compagni feriti.

di  Redazione Contropiano 
“Stavamo tornando dalla manifestazione quando abbiamo incontrato una donna eritrea con un passeggino spaventata perché in via Eritrea, dove c’è la sede di CasaPound, era bloccata da un gruppo di persone, spaventata perché in questo quartiere non è facile avere la pelle scura. A quel punto ci siamo allontanati e ci hanno rincorso e ci hanno aggredito con cinghie e cazzottiere: una squadraccia fascista che ci ha inseguito e picchiato, tra passeggini e bambini. Eravamo inermi abbiamo cercato di scansare i colpi”. E’ questa la testimonianza dell’eurodeputata Eleonora Forenza su quanto accaduto a Bari, nel quartiere Libertà, ieri sera.

Nel pestaggio sono rimasti feriti in due compagni Antonio Perillo, trasportato in ospedale con una grave ferita alla testa, e Claudio Riccio.

Nel pomeriggio un corteo antirazzista di 500 persone aveva sfilato per le vie del centro di Bari per protestare contro le politiche del Governo. Alla manifestazione hanno aderito comitati e associazioni cittadine riunite nella rete “Mai con Salvini”. Il corteo, era partito da piazza Umberto e si era diretto a piazza Redentore attraversando le strade del rione Libertà, in cui più tardi è avvenuta l’aggressione fascista e che, oltre ad ospitare una sede di Casa Pound, era stato il teatro di una manifestazione con Salvini una settimana fa.

La polizia, che da tempo sapeva della presenza fascista, invece di bloccare gli aggressori, ha circondato i compagni prontamente accorsi e li ha manganellati a sua volta… Poi, di fronte all’evidente problema politico (un europarlamentare aggredito non è cosa che si possa tenere sotto silenzio nelle camere di un commissariato…), avrebbe proceduto al fermo di alcuni dei picchiatori.

venerdì 21 settembre 2018

UN GOVERNO STABILMENTE SUL BARATRO


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Questo esecutivo che dopo i canonici cento giorni non ha combinato nulla a parte fare campagna elettorale ad oltranza,vede negli ultimi giorni lo spettro,e non si sa se possa ritenersi una cosa positiva o meno vista l'inesistenza almeno per ora di un'opposizione seria,di dissidi legati ad un rinnovamento di antiche alleanze.
Infatti pace fatta tra Salvini,Berlusconi e Meloni che correranno assieme alle regionali e alle prossime europee,così come hanno fatto lo stesso cammino elettorale per le ultime politiche che hanno visto la nascita del pastrocchio Salvini-Di Maio.
Proprio quest'ultimo discute animatamente col ministro Tria per via dei conti che tenendo conto delle promesse elettorale sia di lega che dei pentastellati non riescono minimamente a sopperire alle richieste dell'esecutivo.
Perché lo si sapeva già ancora prima della nascita del governo attuale che ciò promesso non aveva il supporto economico sufficiente per essere realizzato,ed ora si tenta di strappare fino all'ultimo Euro ancora alle spese sociali,ai fondi per le periferie ma guai parlando di patrimoniale(anzi la flat tax ne è proprio l'antitesi)e di aumento dell'Iva,l'unica soluzione per il ministro dell'economia e delle finanze assieme ad un aumento del deficit(cosa sgradita all'Ue)per portare a casa qualche soldino.
Gli articoli di Contropiano(il-centrodestra-mette-unopa-sul-governo e un-governo-cosi-compatto-che-puo-anche-andare-a-casa )parlano delle richieste che senza sforare i parametri europei mai potrebbero essere accolte,ma anche senza questo,facendo un volo pindarico mettendoci fuori dall'Ue,sarebbe ancor più tragico per i servizi basilari dello Stato,che invece dovrebbero essere riconquistati dopo anni di privatizzazioni ed aumentati di quantità e di qualità.

Il centrodestra mette un’opa sul governo.

di  Redazione Contropiano 
Il governo è così “compatto” che si prepara ad affrontare le prossime elezioni (regionali ed europee sono quelle certe, per ora) fermamente diviso. Il centrodestra si è nuovamente unito sotto la leadership di Salvini, con Berlusconi e Meloni ridotti a paggetti che devono portare la loro dotazione di voti (tra il 10 e il 12%, secondo l’ultimo sondaggio Swg) per cercare di superare la soglia che garantisce la maggioranza assoluta dei parlamentari. Alle politiche, naturalmente. In teoria tra quasi cinque anni…

Il vertice di ieri ha risolto molte delle poche ruggini esistenti tra i tre componenti del centrodestra. E del resto lo scarto nei consensi elettorali attesi, tra la Lega e gli altri, è così ampio da ridurre a zero qualsiasi ipotesi di vera “contrattazione”.

La prova empirica si sta per avere già stamattina, con il nuovo tentativo di issare Marcello Foa alla presidenza della Rai. Forza Italia, contraria alla prima prova, dovrebbe ora garantire un voto favorevole. Avere una Rai a trazione leghista è indubbiamente un vantaggio enorme per Salvini, mentre per i Cinque Stelle – che pure voteranno a favore, come la prima volta – sarebbe un disastro sul lungo periodo, oltretutto preparato con le proprie mani.

Ufficialmente la ritrovata unità del centrodestra ha un raggio d’azione limitato (alcune nomine, elezioni regionali e altre locali), ma già la nota ufficiale stesa a fine incontro da Giorgetti segnala la preoccupazione di “rassicurare” l’alleato di governo: “Il governo Lega-5Stelle lavorerà, e bene, per tutti i cinque anni previsti, rispettando punto per punto il contratto di governo e la voglia di cambiamento degli Italiani”.

Formalmente non fa una grinza, ma è solare il contrasto tra un’alleanza su tutto (come centrodestra) e un’altra di governo tenuta insieme soltanto da un “contratto”. Sul piano politico l’intesa di ieri rafforza le pretese della Lega dentro il governo, perché diventa la “carta di riserva” in caso di contrasti insanabili sulla legge di stabilità; a cominciare, per esempio dalla platea ammissibile per il reddito di cittadinanza, su cui la Lega già spara il suo slogan per fessi: “solo agli italiani”… Tanto che Di Maio si è affrettato a farlo suo (“’Con le migrazioni irregolari non si può non restringere la platea”).

In realtà la partita si gioca sulla proporzione di quanto verrà “portato a casa” per poter dire – prima di qualsiasi altra elezione – “qualcosa abbiamo fatto, tutto e subito non era possibile, ecc”. Già ora si può notare che la bilancia è pesantemente spostata a favore dei temi leghisti, che hanno avuto grande visibilità e dunque popolarità, perché “a costo zero” (blocco delle navi, decreto migranti in preparazione, taser ai poliziotti, sgomberi violenti a gogò, armi a volontà ai privati, ecc).

Sui provvedimenti che costano, invece, il “terzo polo” del governo – rappresentato dal ministro Tria – ha l’ultima parola, ed è evidente che non molto potrà essere conseguito davvero. Solo per dirne una di oggi: la promessa di tagliare le accise sui carburanti (una risale addirittura al terremoto di Messina, oltre un secolo fa!) è praticamente irrealizzabile, tanto le compagnie petrolifere hanno già programmato gli aumenti a partire dal primo gennaio. Il massimo che questo governo potrà fare, dunque, è cancellare questi aumenti già previsti.

Come scriviamo dal varo di questo governo, i grillini sono destinati alla parte del vaso di coccio. E ogni giorno che passa si nota di più…

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Un governo così “compatto” che può anche “andare a casa”.

di  Alessandro Avvisato   
Non è una nostra cattiveria, ma una dichiarazione fatta dal vicepremier nonché “capo politico” del movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, a Radio24 stamattina. La radio de IlSole24Ore, ossia di Confindustria, non un’emittente qualsiasi.

Per la precisione, Di Maio si è espresso così: “Questo è un governo compatto, che sta mettendo insieme le risorse, che ci sono, per mantenere le promesse fatte agli italiani perché il M5s non ha dimenticato le promesse fatte in campagna elettorale. Siccome i soldi ci sono le cose si possono realizzare: io ho detto che un governo serio trova le risorse, perché sennò è meglio tornare a casa, è inutile tirare a campare“.

Inizio e fine del discorso fanno a cazzotti, ma non ci sembra il caso di ironizzare sulla logica imperfetta, perché ci sembra in assoluto la prima volta l’ipotesi di una caduta del governo fa capolino nei discorsi dei Cinque Stelle.

I problemi sono molti, e sempre i soliti. La discussione e le liti intorno alla legge di stabilità (l’ex legge finanziaria, quella che decide per il prossimo anno come graduare le spese dello Stato e le entrate fiscali) ogni anno riproduce gli stessi riti e identiche liti. Ogni partito di governo e gruppo di pressione interno spinge per soddisfare i propri sostenitori, finanziatori, elettori. Nessun “cambiamento”, in questo.

Il problema principale lo conoscono anche i sassi: tutte le promesse elettorali fatte da Lega e Cinque Stelle comportano spese incompatibili con i vincoli posti dall’Unione Europea. Questo è un dato oggettivo. Da questa contraddizione si può uscire solo in due modi: o infrangendo i trattati europei (con conseguente attacco della speculazione finanziaria, sanzioni della Commissione, stretta da parte della Bce, downgrading dei titoli di stato da parte delle agenzie di rating, ecc) o dimenticando le promesse.

Il governo grillin-leghista – è l’unica differenza rispetto a quelli precedenti, ma neanche troppo – sta ancora provando a navigare tra Scilla e Cariddi, forzando un po’ i limiti posti dai vincoli europei e depotenziando molto le promesse elettorali. Il ragionamento di entrambi i partiti di governo è semplice: almeno qualcosa di simbolico tocca darlo, altrimenti il consenso va a finire da qualche altra parte. Ma anche riducendo al minimo la portata di flat tax, reddito di cittadinanza e ritocchi alla legge Fornero, il costo eccede – e di molto – i confini posti dall’Unione Europea, che pretende riduzione del deficit e del debito pubblico.

Tradotto il slogan, bisogna perciò “trovare le coperture”. Nella testa di qualcuno c’erano ben 75 miliardi di “tagli di spesa” che potevano essere socialmente “indolori”, e avrebbero garantito un robusto – seppure non completo – mantenimento delle promesse. 

Ma andando a vedere nel dettaglio si scopre che non è affatto così. Secondo i grillini si potevano recuperare 40 miliardi dalle tax expenditures, cioè di detrazioni, deduzioni e sconti fiscali. Quelle alle famiglie, ma anche alle cosiddette Sad (sussidi dannosi per l’ambiente), come le accise scontate sui carburanti per autotrasporto, pesca e agricoltura. Però per i grillini sarebbero da aumentare mentre per la Lega sarebbero da ridurre, e quindi probabilmente resteranno come sono (e 17 miliardi spariscono dalle “nuove risorse”).

Stesso discorso per i 30 miliardi di possibili tagli alla spesa pubblica, compresi i famosi “costi della politica” (massimo 1 miliardo, al di là delle chiacchiere). Per i Cinque Stelle potevano sparire sia i trasferimenti «improduttivi alle imprese» che il bonus da 80 euro di Renzi; che sarebbero stati compensati dalla riduzione delle tasse. 

E infine, ma solo alla fine, un leggero aumento del deficit di bilancio (tra 10 e 15 miliardi l’anno, ossia tra lo 0,6 e lo 0.8% del Pil) che secondo il “garante dei conti” – Tria – è il massimo che si può ottenere dalla Commissione europea.

Se le prime due voci si sgonfiano, tecnicamente restano solo due possibilità l’aumento del deficit a livelli che la Ue non può accettare oppure l’aumento dell’Iva (altri 12,5 miliardi sarebbero serviti a sterilizzare gli aumenti automatici). Una misura che colpisce i consumi, specie nelle fasce più povere (un 2% in più sul prezzo di tutte le merci diventa un problema per chi ha i soldi contati, non certo per chi sta benone).

E lo stesso Tria ha confermato che questa ipotesi è tra quelle principali, allo studio nel ministero dell’economia. Per ora solo come extrema ratio per far fronte a due partiti che premono disperatamente per alzare la spesa senza disturbare troppo la Ue.

I “tre governi in uno”, al dunque, stanno tirando ognuno la corda nella propria direzione. E tra i tre sono i Cinque Stelle gli unici senza paracadute (la Lega ha in tasca l’accordo con Berlusconi, Meloni e cespuglietti vari; gli “europeisti” devono obbedire e basta a Bruxelles).

Si capisce, dunque, perché la possibile caduta del governo – se non saranno soddisfatte le poste di spesa sufficienti per realizzare almeno pezzi del programma grillino – faccia ora capolino tra le crepe di un esecutivo “assolutamente compatto”.

mercoledì 19 settembre 2018

IL RAPIMENTO DI PADRE PIERLUIGI MACCALLI


In molti paesi africani la lotta per contrastare la miseria e la povertà è questione quotidiana,ed in troppi ancora la fame uccide e le condizioni igieniche e sanitarie sono estremamente pessime,e nonostante la tiritera dell'"aiutiamoli a casa loro"questa povera gente viene supportata solamente da organizzazioni private,no profit o dai missionari della chiesa cattolica.
Che a parte la tematica di evangelizzazione sulla quale si può discutere,opera concretamente da decenni per alleviare le sofferenze di popolazioni africane sparse in tutto il continente,e proprio Padre Pierluigi Maccalli,un missionario della diocesi di Crema originario di Madignano,è stato rapito in Niger nella zona parrocchiale di Bomoanga vicina alla capitale Niamey molto probabilmente da un gruppo di jihadisti.
Una persona non solo,come la maggior parte dei preti missionari,portatore della parola di Dio ma anche costruttore di pozzi,ambulatori e scuole,in prima linea contro le barbare pratiche religiose come l'infibulazione e insegnante per giovani contadini.
Gli articoli di Contropiano e SMA(Società delle missioni africane dove lavora,niger-rapito-un-sacerdote-italiano e p-pier-luigi-maccalli-rapito )parlano dei momenti del rapimento e del timore che i jihadisti possano ucciderlo.

Niger. Rapito un sacerdote italiano della Società delle Missioni Africane.

di  Agenzia Fides 
“Nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 settembre, è stato rapito da presunti jihadisti attivi nella zona, padre Pierluigi Maccalli, della Società delle Missioni Africane (SMA).” A dare la notizia a Fides è padre Mauro Armanino, missionario a Niamey.

“Da qualche mese la zona si trova in stato di urgenza a causa di questa presenza di terroristi provenienti dal Mali e dal Burkina Faso” aggiunge p. Armanino.

Padre Maccalli, originario della diocesi di Crema, già missionario in Costa d’Avorio per vari anni, si trova nella parrocchia di Bomoanga, diocesi di Niamey. Da tempo mette insieme evangelizzazione e promozione umana: scuole, dispensari e formazioni per i giovani contadini. Attento alle problematiche legate alle culture locali, aveva organizzato incontri per affrontare temi e contrastare pratiche legate alle culture tradizionali, tra le quali anche la circoncisione e l’escissione delle ragazze, attirandosi anche una certa ostilità. Potrebbe essere questo – notano fonti locali – uno dei moventi per il rapimento, avvenuto una settimana dopo il suo rientro da un periodo di riposo in Italia.

La Missione cattolica dei Padri della SMA si trova in zona Gourmancé (Sud-Ovest) alla frontiera con il Burkina Faso e a circa 125 km dalla capitale Niamey. Il popolo Gourmancé è interamente dedito all’agricoltura e stimato in questa regione attorno a 30 mila abitanti. La Missione è presente dagli anni ’90, e i villaggi visitati dai missionari sono più di 20, di cui 12 con piccole comunità cristiane, distanti dalla missione anche oltre 60 km.

La Chiesa cattolica in Niger sostiene fortemente che attraverso le opere sociali cresca il regno di Dio ed è per questo che la Missione di Bomoanga ha un programma di impegno di Promozione Umana e di Sviluppo attraverso le sue “cellule di base” chiamate CSD (Comité de Solidarité et Developpement). La povertà è strutturale, i problemi di salute e igiene sono enormi, l’analfabetismo diffuso e la carenza di acqua e di strutture scolastiche ingenti. La mancanza di strade e di altre vie di comunicazione, anche telefoniche rendono la zona isolata e dimenticata.
 (18/9/2018 Agenzia Fides)

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P. Pier Luigi Maccalli rapito nella sua missione di Bomoanga in Niger.

Uomini armati, che si spostavano in moto, hanno fatto irruzione ieri notte alle 21.30, ora locale, nella missione di Bomoanga, a 120 km a ovest di Niamey, la capitale, e molto vicino alla frontiera con il Burkina Faso.

Hanno sparato in aria delle raffiche di mitra, e fatto prigioniero p. Pier Luigi Maccalli, missionario SMA di 57 anni, originario della diocesi di Crema. P. Pier Luigi aveva passato due mesi in Italia, ed era ritornato nella sua missione da una decina di giorni.

I rapitori lo hanno derubato del computer e del cellulare, e caricato su una moto. Si sono poi diretti verso la casa delle suore, che nel frattempo si erano messe in salvo. L’hanno saccheggiata, e poi hanno fatto la stessa cosa con la vicina chiesa.

Un confratello indiano, che vive insieme nella stessa missione di p. Pier Luigi, è anche  lui riuscito a scappare e a mettersi in salvo.

I rapitori, con  p. Pier Luigi, sono infine ripartiti verso il confine con il Burkina Faso, si presume verso una zona coperta da una fitta vegetazione, in cui è facile nascondersi.

Nessuna rivendicazione è giunta finora.

P. Mauro Armanino, missionario SMA in servizio a Niamey, presume che i rapitori siano dei jihadisti, terroristi islamici, che sono attivi nella zona da qualche tempo, provenienti dal Mali e dal Burkina Faso .

Fonti locali dicono che negli ultimi mesi le forze dell’ordine avevano messo in guardia i missionari, perché erano stati registrati movimenti sospetti di miliziani jihadisti proprio al confine con il Burkina Faso.

P. Pier Luigi è a Bomoanga dal novembre 2007. Oltre che all’evangelizzazione, in questi anni si è molto dedicato alla promozione umana, al servizio dei bisogni sociali della popolazione della parrocchia: scavo di pozzi, costruzione di scuole e ambulatori, corsi di formazione per i giovani contadini. Aveva organizzato anche incontri di sensibilizzazione per contrastare pratiche tradizionali nefaste, come le mutilazioni genitali femminili.