sabato 6 ottobre 2018

TRAINI HA AGITO PER ODIO RAZZIALE,OLTRE CHE AD UN PALESE RINCOGLIONIMENTO


La sentenza per il fascista Luca Traini che a febbraio fece il tiro al bersaglio con gente di colore a Macerata,episodio che ha avuto emulazioni dopo ma anche prima ce n'erano stati di atti simili,ha avuto l'aggravante dell'odio razziale per"crimini d’odio commessi da persone schierate per le loro scelte ideologiche di estrema destra e di orientamento razzista"come asserito dal Procuratore della città marchigiana.
I 12 anni sono pochi e dovuti al rito abbreviato per questa sentenza cui giungeranno ricorsi e appelli ovviamente,ma sono pochi se confrontati ad altre sentenze emanate verso antifascisti come nei casi di Piacenza e Cremona dove sono stati fermati durante manifestazioni antirazziste.
Gli articoli di Left(a-macerata-fu-strage-razzista )e Contropiano(scusate-volevo-solo-ammazzare-qualche-nero )parlano di questa sentenza scaturita dopo i fatti del 3 febbraio(madn pazzi-e-imbecillibenvenuti-nel-nuovo terrorismo italiano )mentre l'imputato,chiaramente appartenente all'estrema destra e già candidato per la Lega,un rincoglionito fatto e finito,sparava come ha detto per giustificarsi,contro ai pusher in un delirio di rabbia dopo la morte di Pamela Mastropietro.

A Macerata fu strage razzista. L’attentatore Luca Traini condannato a 12 anni con rito abbreviato.

di Checchino Antonini
Dodici anni di carcere per strage, tre anni di libertà vigilata che dovrà eventualmente scontare dopo il periodo di reclusione, riconosciuta l’aggravante dell’odio razziale e del porto abusivo d’armi, la pena tiene tuttavia conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato e delle attenuanti generiche visto che, in apertura di udienza, Luca Traini, aveva letto una dichiarazione spontanea in cui ha dichiarato di non essere razzista e di essere pentito. «Non provo nessun odio razziale – ha riferito – volevo fare giustizia contro i pusher per il bombardamento di notizie sullo spaccio diffuso anche a causa dell’immigrazione». Successivamente ha chiesto scusa alle vittime a cui dovrà comunque un risarcimento con somme da quantificare in sede civile. La Corte di Assise di Macerata ha sentenziato, dunque, nel pomeriggio che Luca Traini è uno stragista razzista, capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Il 29enne è l’autore, lo scorso 3 febbraio, del tiro a segno, a Macerata, contro diversi migranti in cui rimasero ferite sei persone.

Gli spari di Traini, a Macerata, risuonarono per ore in un sabato di febbraio, all’inizio della campagna elettorale per le politiche che, da Minniti a Salvini, in troppi vollero giocare sulla criminalizzazione dei migranti. Da subito il dilemma fu: ordinaria follia oppure ordinario fascismo? Quando lo catturarono si fece portar via avvolto in un tricolore, ostentando il saluto romano. Nel 2017, Luca Traini, è stato candidato della Lega Nord alle amministrative. È armato, con regolare licenza, e tatuato con un simbolo nazista teoricamente illegale. Il Comune, dai social network, invitò a rimanere chiusi in casa, nei luoghi di lavoro e nelle scuole, i mezzi pubblici fermati fino a nuovo ordine. Salvini – coda di paglia – provò a smarcarsi puntando l’indice su chi avrebbe riempito l’Italia di clandestini. Forza nuova, in evidente affanno rispetto all’aggressività di Salvini, si offrì di pagare le spese legali al razzista avvolto nella bandiera italiana che dice di aver voluto vendicare la giovane uccisa da un pusher nigeriano. No, non fu ordinaria follia: per il Procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, si tratta di «crimini d’odio commessi da persone schierate per le loro scelte ideologiche di estrema destra e di orientamento razzista». «Comunque – ha aggiunto il pm – le dichiarazioni spontanee dell’imputato dimostrano che è in corso un processo di ravvedimento». Quanto al verdetto, ha osservato: «Non si può essere soddisfatti quando si eroga una pena comunque la Corte ha accolto tutte le richieste del nostro ufficio». Il magistrato ha poi espresso soddisfazione invece per «una sentenza emessa in un tempo ragionevole in presenza di un fatto grave» e cioè otto mesi dagli eventi oggetto del processo.

Troppo poco 12 anni di carcere è stato il filo conduttore di alcune arringhe difensive delle 13 parti civili (sei le persone ferite) al processo in Corte d’assise: le richieste di risarcimento danni avanzate nei suoi confronti vanno dai 20mila ai 750mila euro chiesti da Jennipher Otiotio, nigeriana, una delle persone rimaste ferite più gravemente. Il suo legale, l’avvocato Raffaele Delle Fave, ha contestato l’entità della richiesta di condanna e il parere favorevole dell’accusa alla concessione delle attenuanti generiche: «L’imputato merita il massimo della pena» ha detto l’avvocato che ha ricordato poi una pronuncia del presidente di Corte d’assise Claudio Bonifazi, innescando un dibattito e il richiamo dallo stesso giudice. Anni fa inflisse dieci anni di carcere per possesso di 75 grammi di droga, ha affermato, rimarcando per Traini la necessità di una pena molto più alta. Ricordando i vari sconti di pena previsti nel corso della detenzione, calcolati per ogni sei mesi in carcere e la successiva semidetenzione, secondo Delle Fave, «si rischia che entro cinque anni l’imputato torni in libertà». «La pena deve servire come espiazione ma anche come opportunità di ravvedimento – ha affermato Gianfranco Borgani (per due parti civili) chiedendo una “pena equilibrata” – in modo che il condannato capisca la gravità del reato commesso».

Luca Traini «non ha avuto una particolare reazione ed è rimasto tranquillo» alla lettura del verdetto in quanto «avevamo valutato anche tra le altre cose una sentenza di questo tipo», dice il suo legale, Giancarlo Giulianelli, dopo la decisione dei giudici che depositeranno la motivazione entro 90 giorni. Già da ora la difesa annuncia il ricorso in appello la cui impostazione dipenderà da come l’Assise motiverà la condanna. «La sentenza – ammette il legale che contesta però la configurazione giuridica di tutti gli addebiti, a patire dall’accusa di strage aggravata dall’odio razziale – ci sta per questo tipo di reati». «La cosa più importante – ha proseguito – sono le sue dichiarazioni (di Traini; ndr): ha espresso idee con le quali conferma di avere sbagliato. Quello che ha scritto – ha aggiunto Giulianelli sui fogli letti in aula dal suo assistito -, lo ha fatto per se stesso e per i suoi cari». Anche per le parti civili sarà importante leggere le motivazioni per tirare le conclusioni.

«Ci auguriamo che si arrivi a una sentenza equa, giusta come in qualsiasi processo. Non ci interessa e non sappiamo nulla di questo processo, lo seguiamo come ne seguiamo altri sui giornali e qualsiasi accostamento con Pamela, fin dall’inizio, non ci piace», aveva detto all’Adnkronos Marco Valerio Verni, zio e legale della famiglia di Pamela Mastropietro, la 18enne romana che dopo essersi allontanata da una comunità di recupero fu uccisa e fatta a pezzi a Macerata. «Riteniamo che l’accostamento con la vicenda di Pamela – ha proseguito l’avvocato – all’inizio sia servito a qualcuno per far parlare di meno di quanto accaduto a Pamela». «Noi siamo concentrati sulle indagini» sull’omicidio di Pamela, ha continuato l’avvocato spiegando di non avere aggiornamenti ufficiali dalla procura. «Confidiamo nel lavoro della procura – ha concluso Verni – e speriamo che abbia fatto indagini a 360 gradi e che continui a svolgerle perché crediamo che Oseghale non possa aver fatto tutto da solo».

Prima e dopo Traini, il tirassegno al migrante, gli episodi di discriminazione e violenza razzista sono continuati. Il sindaco Pd di Macerata provò a far vietare la quantomai opportuna manifestazione antifascista convocata per il sabato successivo, il 10 febbraio. Invece, nonostante la città blindata, alcune migliaia di persone manifestarono, fuori dalle mura medievali perché quel sindaco pavido aveva ordinato negozi, teatri, musei e scuole chiusi, niente autobus, c’erano posti di blocco, elicotteri fare da rumore di fondo, i preti hanno interrotto anche messe e catechismo. Il corteo dai giardini di piazza Diaz, farà il giro delle mura e tornerà ai giardini, senza entrare in centro storico. Una manifestazione (fiancheggiata da decine di appuntamenti del genere in città lontane) che non s’è fermata nemmeno di fronte alle feroci minacce del ministro Pd dell’Interno, Minniti, di vietare i cortei e alla sconcertante “scioglievolezza” di Anpi, Arci, Libera e Cgil, di fronte all’equiparazione tra razzisti e antirazzisti, tra fascisti e antifascisti compiuta dal primo cittadino della città marchigiana. Dentro le organizzazioni coinvolte i dissensi furono evidenti, molti circoli e attivisti dell’Anpi e dell’Arci hanno aderito al corteo.

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“Scusate, volevo solo ammazzare qualche nero”.

Arriva con rito abbreviato la sentenza in primo grado del processo a Luca Traini: condanna a 12 anni. Il 2 febbraio scorso l’uomo sparò su un gruppo di stranieri a Macerata ferendone sei e celebrando poi il suo gesto con un saluto a braccio teso. Avvolto nel tricolore. Davanti al monumento ai caduti.

In aula ha letto le sue giustificazioni: “nessun odio razziale”. Difficile dire quello che non ti appartiene. Bisogna leggere gli appunti su un foglio per ricordarsi cosa è giusto dire per far finta che non sia successo niente. Per far tornare tutto come prima. Perché questa sentenza produce un po’ questo effetto: rimuove la realtà del razzismo di questo paese, sacrifica Traini per salvare la normalità del razzismo come nuova promessa politica nella forma dello scambio vantaggioso tra la sopraffazione esercitata e quella subita. Da marzo all’estate si sono contate più di trenta aggressioni a sfondo razziale. Botte, pestaggi, fucilate, tiri al bersaglio. Soumaila Sacko sarebbe ancora vivo se non fosse stato quel nero bracciante di Soumaila Sacko.

I tribunali ristabiliscono l’ordine dando a ciascuno il suo ma senza dare all’ordine ciò che gli è proprio, ovvero le forze che lo rendono vivo. L’ordine della giustizia cela l’ordine della realtà per continuare a governarlo in una forma astratta. Questa sentenza rimuove la realtà dello scontro sul razzismo in questo paese, un po’ come quell’altra sentenza del tribunale di Piacenza emessa martedì nei confronti di tre antifascisti scesi in piazza insieme a migliaia di altri tra il 2 febbraio e il 4 marzo per fermare le mani di altri fascisti e di chi le armava. I dodici anni e svariati mesi della sentenza di Piacenza equiparano la condanna democratica degli antifascisti alla condanna del fascista Traini, esattamente come i più di 13 anni comminati in cassazione ai quattro antifascisti condannati per la manifestazione di Cremona del 24 febbraio del 2015 dopo il tentato omicidio di Emilio da parte dei militanti di Casa Pound. Nessuna differenza alla luce della legalità democratica. A ognuno il suo. La giustizia opera a somma – quasi – zero.

È un'aritmetica del governo dei conflitti. Lo standard di garanzia democratica di cui l'antifascismo di sinistra è rimasto ostaggio lo ha sempre assunto come principio di tutela universale. Che inganno, lo stesso che Mimmo Lucano con parole chiare ha provato sempre a scartare ma al quale vorrebbe inchiodarlo una sinistra innamorata della legalità che in queste ore corre in soccorso del sindaco di Riace portando la bandiera dei suoi inquisitori. La tenuta di quest'ordine democratico oggi esige un razzismo strutturale. La legalità difenderà quest'ordine colpendone gli eccessi che lo turberanno: sia “la follia” di Traini o la ribellione all'ingiustizia di un facchino, un cuoco e un portapizze insieme a migliaia e migliaia di altre persone. Pari e patta. Oppure no. Oppure no perché restiamo antifascisti contro il regime di segregazione razziale e sociale su cui specula la politica, su cui si arricchisce il sistema legalizzato dell'accoglienza. Perché nonostante la legalità ci sarà sempre spazio per affermare che giustizia sociale e legge sono due cose distinte. Altro che scuse, altro che condanna. Il conto con Luca Traini è ancora aperto.

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