lunedì 26 dicembre 2016

COSI' CELESTE


Risultati immagini per formigoni sei anni
Raffica di anni per gli imputati al processo milanese che vedeva politici,faccendieri e amministratori sotto accusa per il caso della fondazione Maugeri,con imputati eccellenti come l'ex governatore della Lombardia Formigoni,ora riciclato nel Ncd e sostenitore del governo Gentiloni(Renzi)nonché presidente della commissione agricoltura al senato.
Già capo indiscusso di Comunione e Liberazione,la setta politico-religiosa indispensabile in certi ambienti lavorativi e di potere,amico del prete pedofilo cremasco Mauro Inzoli,sovrano indiscusso del Pirellone per quasi vent'anni ed incappato in molte inchieste e scandali.
Dai suoi viaggi alle sue ville,dalle firme false all'ospedale San Raffaele,la P3,le discariche,l'ambiente e i soldi pubblici per il meeting ciellino di Rimini e per l'appunto l'affare Maugeri per cui è stato condannato a sei anni di carcere con un sequestro di beni per 6,6 milioni di Euro.
Sei anni per corruzione e anche se l'associazione a delinquere non è stata provata sono un bottino discreto se veramente questa entità di pena dovrebbe essere confermata,per uno che ha cominciato la carriera politica con la Dc per passare al Partito popolare,Cdu,Forza Italia,Pdl e Nuovo centrodestra.
Gli articoli sono presi da Repubblica(formigoni_processo_maugeri )e Left(formigoni-e-presidente-di-commissione-in-senato )cui suggerisco anche questi(madn formigoni-sta-peggio-di-molti e madn formigoni-ciellino-mafioso ).

Milano, Roberto Formigoni condannato a sei anni: "Favorì la Maugeri in cambio di regali e vacanze".

L'ex numero uno del Pirellone era imputato per corruzione. Assolto dall'accusa di associazione per delinquere. I giudici gli sequestrano 6,6 milioni e metà della famosa villa in Sardegna. Lui: "Sentenza ingiusta, la impugnerò. Il mio operato sempre corretto".


Sei anni di condanna e 6,6 milioni confiscati: per i giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano, Roberto Formigoni è colpevole. Colpevole del reato di corruzione nel processo con al centro la fondazione pavese Maugeri che si occupa in particolare di riabilitazione in campo sanitario. Ma non di quello di associazione per delinquere. "Ritengo ingiusta la sentenza e la impugnerò - è il commento del Celeste - E' stata condannata la persona Roberto Formigoni". E ancora: "Sono amareggiato ma sereno, una volta di più consapevole della assoluta correttezza del mio operato in tutti i lunghi anni di presidenza di Regione Lombardia. Mai, in nessun modo e in nessuna occasione, ho lasciato che interessi personali influissero sulle scelte di governo della cosa pubblica".

L'abbraccio dei pm. La condanna comprende anche sei anni di interdizione dai pubblici uffici e il versamento (in solido con il faccendiere Pierangelo Daccò e l'ex assessore Antonio Simone, suoi coimputati) di una provvisionale di tre milioni alla Regione (parte civile), una sorta di acconto in attesa che il giudice stabilisca l'entità del risarcimento. La sentenza è stata letta nella maxi aula della prima corte d'assise d'appello, la stessa dei processi a carico di Silvio Berlusconi. I pm che hanno sostenuto l'accusa, Laura Pedio e Antonio Pastore, non hanno voluto rilasciare commenti. Ma fuori dall'aula, subito dopo la lettura della sentenza, si sono abbracciati.

I giudici gli sequestrano 6,6 milioni. A Formigoni i giudici hanno confiscato beni per 6,6 milioni di euro: tra questi c'è il cinquanta per cento della celebre villa in Sardegna, il cui acquisto è stato uno dei punti centrali dell'inchiesta; nella sentenza si stabilisce il trasferimento dell'altra metà delle quote della proprietà ad Albergo Perego, amico e coinquilino nella residenza dei Memores Domini. Perego, invece, è stato assolto. La confisca più alta è quella disposta, però, per Pierangelo Daccò: oltre 23 milioni di euro. Per Simone la confisca è pari a 15,9 milioni, per l'ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri Costantino Passerino la confisca è per beni pari a 8 milioni. In totale i beni confiscati agli imputati hanno un valore di oltre 53,8 milioni.


Cinque condanne e cinque assoluzioni. Insieme all'ex governatore, sono stati condannati anche i presunti collettori delle tangenti: Daccò (9 anni e 2 mesi) e Simone (8 anni e 8 mesi). Condannati anche l'ex direttore amministrativo della Maugeri, Costantino Passerino (7 anni) e l'imprenditore Carlo Farina (3 anni e 4 mesi). Assolti invece Nicola Sanese, Alessandra Massei, Carla Vites (moglie di Simone), Alberto Perego e Carlo Lucchina, ex direttore generale della Sanità.

TEMI - Formigoni, ultimo atto (articoli, foto e approfondimenti)

Le accuse: favori/vantaggi. In base alla ricostruzione dell’accusa, Formigoni sarebbe stato il "promotore e organizzatore" dell'associazione a delinquere (ma da questa accusa è stato assolto "per non aver commesso il fatto") e avrebbe garantito stabilmente tra il 1997 e il 2011 favori alla Maugeri (per questo dalle casse della fondazione sarebbero usciti circa 61 milioni di euro) e tra il 2002 e il 2011 al San Raffaele (in questo caso dalle casse dell'ospedale sarebbero usciti 9 milioni di euro, ma questo era un altro filone del processo). Soldi confluiti su conti e società di Daccò e Simone, che poi avrebbero garantito a Formigoni circa otto milioni di euro in benefit di lusso, tra cui l’uso di yacht e il pagamento di vacanze. Il politico avrebbe ricambiato favorendo la Maugeri e il San Raffaele con atti di giunta, garantendo rimborsi indebiti per circa duecento milioni.

I VERBALI - "Così preparavamo alla Maugeri le bozze delle delibere al Pirellone"
  

I pm: "Milioni sottratti per i sollazzi di Formigoni". Il sistema corruttivo al centro del caso Maugeri ha portato a sottrarre "milioni di euro pubblici finiti in una percentuale del 25 per cento nelle tasche di Daccò e Simone per finanziare i sollazzi di Formigoni, dei suoi familiari e dei suoi amici". E' stato questo uno dei passaggi più duri delle repliche della pm Pedio.

Le vacanze in barca. Per dieci anni - aveva sostenuto in aula ancora Pedio - "Formigoni non ha speso un euro dei suoi soldi", utilizzando contante ottenuto da Daccò e Simone in tagli da 500 euro e facendo vacanze faraoniche e viaggi in barca. "Dal 2002 al 2012 - aveva anche sottolineato la pm - il conto bancario di Formigoni è stato silente", nel senso che non risultava essere uscito dal quel conto un solo euro. E lui in cambio, sempre secondo l'accusa, avrebbe favorito la Maugeri e il San Raffaele con atti di giunta garantendo rimborsi indebiti.

Le richieste di condanna. Per Formigoni, i pm Pedio e Pastore - in aula con loro per la sentenza c'era anche il procuratore capo Francesco Greco - avevano chiesto una condanna a nove anni di carcere, con un impianto di accuse che l'ex governatore definì: "Roba da fiction". La Procura aveva chiesto anche altre nove condanne, tra cui quelle a otto anni e otto mesi per i presunti intermediari delle tangenti, Daccò (già in carcere per il crack del San Raffaele) e l’ex assessore regionale Simone; 5 anni e mezzo era la richiesta per l'ex direttore generale della Sanità, Lucchina, e l'ex segretario generale della Regione, Sanese. Ancora, otto anni e tre mesi era la richiesta per l'ex direttore finanziario della Maugeri, Costantino Passerino; mentre 5 anni era quella per l'ex membro dei Memores Domini (l'associazione cattolica di cui fa parto lo stesso Formigoni), Alberto Perego.
  

Le reazioni politiche. Gelido il primo commento, a pochi minuti dalla sentenza, del successore di Formigoni in Regione: “Non ho commenti da fare. Prendo atto di questa vicenda e punto”, ha tagliato corto il governatore leghista Roberto Maroni. Vicinanza umana e sollievo per l’assoluzione dall’accusa più grave l'ha espressa Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare (e ciellino come Formigoni): "Gli sono vicino in questo momento di amarezza, ma sono lieto che l'accusa più infamante, quella di associazione a delinquere, sia caduta. E sono certo che nei successivi gradi di giudizio la sua estraneità ai fatti contestatigli verrà acclarata". Ha attaccato a testa bassa, e non solo l’ex governatore, il deputato 5 Stelle Alessandro Di Battista, che ha twittato: “Formigoni condannato a 6 anni per corruzione, è l'attuale presidente della commissione Agricoltura del Senato grazie ai voti del Pd".

DALL'ARCHIVIO
- Le accuse dei pubblici ministeri
- I favori di Formigoni alla Maugeri
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Le delibere preparate alla Fondazione Maugeri
- Formigoni conosceva i conti
- La vacanza ai Caraibi a spese di Daccò


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(Sì, ma Formigoni è presidente di commissione in Senato, eh)

Giulio Cavalli23 dicembre 2016
Va bene tutto. Anzi, ora tutti prendono la posa di chi sapeva già tutto da tempo. Formigoni condannato e secondo loro dovrebbe bastarci così, come funziona per quelle condanne che in molti vorrebbero conclusive anche per i ragionamenti etici e politici. La condanna a Formigoni di ieri invece lascia sul tavolo domande a cui ovviamente non risponderà nessuno:
  • dove sono quelli che per vent’anni ci dicevano che il “modello Formigoni” fosse un modello vincente? Dove sono quelli che cercavano di convincerci che una visione privatistica della sanità non sia portatrice di interessi particolari (oltre che di atti corruttivi)?
  • che ne dice Maroni che da Presidente della Regione Lombardia non ha dato segnali di discontinuità?
  • che ne dice quel centrosinistra lombardo (anzi quel centro centro centro sinistra lombardo) che per anni ha sperato di mantenere quell’impianto semplicemente sostituendo le cooperative (e i loro coaguli) azzurre con quelle rosse?
  • che ne dicono tutti i sopraffini osservatori e analisti politici di un Formigoni politico da sempre (e quindi con redditi facilmente verificabili) e  con uno stile di vita evidentemente al di sopra delle sue possibilità? Che ci dicono di questi quasi 7 milioni di euro sequestrati?
  • ma soprattutto: che ne dice il PD (e Renzi in quanto segretario ed ex Presidente del Consiglio) di Formigoni come alleato di governo e riabilitato dopo la sua rovinosa caduta in Lombardia? Ma ancora di più: chi lo ha eletto presidente di commissione in Senato (per essere precisi la Commissione 9ª – Agricoltura e produzione agroalimentare)?
A proposito di meritocrazia. Appunto.

Buon venerdì.

venerdì 23 dicembre 2016

LA BREVE FUGA(IN MEZZA EUROPA)DEL TERRORISTA DI BERLINO


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Non è durata molto la fuga di Anis Amri,il sospettato numero uno per l'attentato avvenuto negli scorsi giorni a Berlino quando ha indirizzato un tir che aveva rubato sulla folla intenta negli acquisti natalizi(madn dopo-ankara-ecco-berlino-nel-segno )facendo dodici vittime e decine di feriti tra i quali anche una ragazza italiana(una di quelle che per fortuna del ministro Poletti si era tolta fuori dai piedi).
Di lui da qualche ora si sa ormai già tutto,arrivato in Sicilia ed arrestato per aver appiccato un incendio in uno dei moderni lager per i migranti,ingestibile in prigione e non rimpatriato in Tunisia dopo i quattro anni di detenzione perché non lo riconoscevano e liberato per termini di legge,è segnalato come persona pericolosa e radicalizzata proprio in Italia,irrintracciabile ma presente da tempo in Germania,dopo aver girato mezza Europa in tre giorni è stato ammazzato stamattina durante un controllo di routine della polizia.
Si temeva che questo pericoloso personaggio potesse tornare in Italia dove aveva conoscenze,ed infatti ciò è prontamente accaduto:gli articoli di Contropiano(ucciso-milano-tunisino-ricercato-lattentato-berlino e lisis-parla-italiano )parlano della cronaca e del fatto che ora l'Isis vorrà vendicarsi quanto prima di questo assassinio(legittimo)attaccando direttamente l'Italia.
Dei proclami di Gentiloni e di Minniti per ora meglio non parlare,nonostante questa che sembra comunque nella sfortuna e nel pericolo di un terrorista così folle su suolo italiano una botta di culo,perché stavolta a questo giro di giostra l'antiterrorismo francese e tedesco devono solo stare zitti.
Con i due agenti di polizia che penso se la siano vista molto brutta nello svolgimento del loro lavoro,hanno avuto la fermezza di fermare per sempre un miliziano infido:come disse Bertolt Brecht,Sventurata la terra che ha bisogno d’eroi.

Ucciso a Milano il tunisino ricercato per l’attentato di Berlino.

di Redazione Contropiano
Anis Amri, il giovane tunisino di 24 anni ricercato per l'attentato di Berlino, è stato ucciso questa notte dalla polizia a Sesto San Giovanni, nell'hinterland di Milano.
L'uomo è stato ucciso durante un conflitto a fuoco con la polizia, ufficialmente durante un normale controllo stradale in piazza Primo Maggio a Sesto San Giovanni, intorno alle tre di questa notte. Amri avrebbe estratto una pistola e sparato agli agenti di una volante che hanno risposto al fuoco uccidendolo.
Secondo quanto riferito dalla polizia, la volante si sarebbe fermata di fronte alla stazione di Sesto San Giovanni, per un controllo di routine. L'uomo, alla richiesta di mostrare i documenti avrebbe tirato fuori una pistola dallo zaino e avrebbe sparato a un poliziotto, colpendolo a una spalla (le sue condizioni non sono gravi). Come da copione, secondo le prime versioni riportate, Amri avrebbe invocato Allah prima di sparare.
A quel punto gli agenti avrebbero risposto al fuoco, colpendo Amri, poi deceduto.  L'uomo è stato poi identificato grazie a impronte digitali e ai tratti somatici. Ancora non è chiaro se Amri fosse a piedi o in auto, né da dove e come fosse arrivato a Milano. Secondo alcuni documenti ritrovati (un biglietto ferroviario nello zaino) sarebbe arrivato dalla Francia.

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Se l’Isis parla italiano…

Tre giorni fa, l'Isis ha diffuso un video di 29 minuti invitando all'azione. Niente di molto diverso da altri video sempre ben confezionati dal punto di vista professionale, incluse le istruzioni su come sgozzare un ostaggio, come fabbricare un ordigno o l'esplosione di un prigioniero costretto a correre con uno zaino bomba addosso. Il “dettaglio” inquietante è che questa volta il messaggio del video era tradotto anche in lingua italiana, ed anche piuttosto bene. In passato c'erano stati altri video che annunciavano la bandiera dell'Isis su San Pietro o il Colosseo, ma era parte della guerra di propaganda.
Se c'è una logica dietro questo nuovo aspetto mediatico della guerra, è che l'Italia non può considerarsi al riparo dalle sue conseguenze.
L'altra notizia, più recente, è che il camion usato per l'attentato al mercatino natalizio di Berlino proveniva dall'Italia, dalla Brianza per l'esattezza, e che a guidarlo – dopo aver ucciso il camionista polacco che lo guidava – pare fosse un tunisino, Anis Amri, immigrato in Italia nel 2011, finito in carcere e lì formatosi come militante consacrato alla Jihad. Le autorità tedesche precisano al momento che il ricercato Anis Amri è solo sospettato e non necessariamente il colpevole dell'attentato.
Insomma la beata incoscienza di chi ritiene che l'Italia possa chiamarsi o tenersi fuori dalla "guerra mondiale a pezzi" in corso, viene a fare i conti con una realtà che la guerra te la porta dentro casa. E non potrebbe essere altrimenti.
Solo un babbeo, o la complice connivenza dei mass media e della maggioranza dei parlamentari, potrebbe infatti prendere come buona l'idea che i 200 militari italiani in Iraq o i 300 in Libia stiano lì solo per proteggere i lavori di una diga o la costruzione di un ospedale. In primo luogo verrebbe da chiedersi quanta forza militare dovrebbero schierare magari per fare una strada. In secondo luogo le cose vanno viste nella loro completezza.
Se governo italiano, parlamento e giornalismo embedded possono ritenere sufficiente e legittima la presenza militare in Iraq, Siria, Libia, la stessa cosa vista dall'altra parte non appare affatto così positiva. Anzi, è facilmente prevedibile che venga vissuta come atto ostile, come presenza estranea e minaccia militare. Dunque se c'è una guerra e si mandano in giro i soldati, si fanno volare i droni, si mettono a disposizione le basi e le navi per i bombardamenti, non è detto che “il nemico” (per quanto non convenzionale) non prenda in esame possibili ritorsioni e atti altrettanto ostili.
Insorgono su questo almeno tre problemi:
1) abbiamo scritto sugli striscioni e manifestato in piazza denunciando che “le guerre sono vostre, ma i morti sono i nostri”. Le scelte dei governi provocano infatti conseguenze e ritorsioni, soprattutto sulla popolazione civile, sia nel nostro che negli altri paesi coinvolti. I responsabili ne restano al riparo nei loro palazzi, protetti e circondati da misure di sicurezza che nessun visitatore di mercatini o pendolare di metropolitane può avere;
2) la guerra è in corso. E' una guerra a pezzi, si combatte in luoghi lontani dei quali si sa cosa accade solo se gli apparati ideologici di stato (spesso quelli statunitensi o francesi) decidono di far sapere qualcosa funzionale ai propri interessi. Si sa tutto su Aleppo, si sa niente su Mosul, Palmira o Raqqa ma anche su Bengasi, Misurata, Sirte etc. La mobilitazione emotiva dell'opinione pubblica dovrebbe così compensare i misfatti compiuti sul campo o i danni provocati dalle spregiudicate operazioni militari dei governi;
3) Se c'è una guerra in corso e alcuni Stati vi prendono parte, anche senza clamore ma concretamente, è inevitabile che la guerra ti arrivi dentro casa. L'Italia si trova esattamente in questa situazione. E se la guerra non è con un nemico convenzionale – che ha magari eserciti regolari, ambasciate, funzionari all'Onu, governi con cui negoziare tregue o conflitti – la guerra in casa ti arriva sotto forma di terrorismo e colpisce a casaccio, dove può o dove può far più male con il minimo sforzo. Quello dell'Isis non è un terrorismo selettivo, mirato a colpire i quartieri generali o le linee di comunicazione e/o rifornimento del nemico, ma è una guerra che si manifesta attraverso il terrore che riesce a provocare nella popolazione dello stato nemico mostrandone la vulnerabilità. Potremmo soffermarci a lungo sulla inesistente differenza nella produzione di terrore nella popolazione tra un attentato o un bombardamento condotto da droni, missili e aerei ad altissima tecnologia. Ma non è questo il punto. Se ci vanno di mezzo i civili il terrore è terrore e il terrorismo può essere anche di Stato.
L'Italia si è crogiolata fin troppo tempo nella beatitudine che le scelte dei propri governi – dalla guerra in Jugoslavia a oggi – non producessero prima o poi conseguenze anche all'interno del paese. In particolare l'interventismo militare in Medio Oriente e Africa ha contribuito a creare e disseminare le condizioni della guerra e di inimicizia profonde e durevoli. Se oggi gli effetti ti ritornano dentro casa la responsabilità non è solo del “nemico”.
L'Isis va sconfitto sicuramente e occorre sostenere tutte le forze che vanno in questa direzione, ma niente di tutto questo può assolvere le responsabilità dei governi italiani che hanno coscientemente trascinato da anni il paese dentro un gorgo dal quale sarebbe potuto tranquillamente rimanere fuori. La subalternità ai vincoli e agli obblighi della Nato o la inscindibile proiezione militare degli interessi economici (vedi Eni ed altri) in quelle aree, hanno prevalso sulla priorità della pace e della neutralità come precondizione delle relazioni internazionali.
Adesso c'è la guerra, nostro malgrado i governi del nostro paese ci hanno portato in guerra. Ci chiedono di arruolarci o rimanere silenti. Nè l'uno né l'altro, proprio perchè occorre essere consapevoli che “le guerre sono vostre ma i morti sono i nostri”. Se la popolazione civile del nostro paese verrà colpita – e dobbiamo augurarci di no – c'è un responsabile principale e uno secondario, guai a confonderne la gerarchia delle responsabilità.

LE BANCHE LA NUOVA FIAT

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Monte dei Paschi quasi sicuramente non sarà la prima e nemmeno l'ultima banca che verrà salvata grazie all'intervento diretto dello Stato che sotto la facciata di voler salvare i risparmi di migliaia di correntisti in realtà cerca di salvare un sistema di simbiosi tra finanza e politica,economia fatta di speculazioni e di scommesse azzardate e ripetutamente perse da chi dall'alto gioca con i risparmi(pochi)dei lavoratori e fa guadagni(alti)sulla loro pellaccia senza per questo dover incorrere a sanzioni come accade nel resto del mondo.
Perché al di là dei nostri confini,esempi illustri la Germania e anche se in minor parte gli Usa,chi specula e fa rapine(senza mano armata ma più fruttuose)in maniera criminale paga di tasca sua e va in carcere a scontare pene di anni chiunque esso sia.
L'articolo di Infoaut(il-governo-salva-monte-dei-paschi )parla dell'intervento dell'esecutivo che salva se stesso,para il culo alla cassa del Pd e investe 20 miliardi di Euro per salvare i propri agganci nel mondo finanziario e capitalista,i loro lacchè(o il contrario,devo ancora capirlo),in un clima di già visto e già preventivato come già annunciato pochi giorni fa(madn mps-ad-un-passo-dal-baratro ).
Già qualche decennio addietro la nota azienda degli Agnelli sempre indebitata aveva ricevuto miliardi di Lire per evitare,anche lì la facciata,licenziamenti di massa nella Fiat,cosa poi accaduta ugualmente,ed il salvataggio di Mps ha il sapore di quell'aiuto e vorrei vedere tra qualche tempo se i risparmi siano davvero tutelati mentre la scure dei tagli al personale sarà una cosa certa.

Il governo salva Monte dei Paschi e apre alla nuova truffa sul risparmio. 

Il Parlamento ha approvato il via libera all'operazione di salvataggio del Monte dei Paschi. Su iniziativa del governo è stata autorizzata una spesa di 20 miliardi e di maggiore indebitamento sulla spesa pubblica rispetto alle previsioni di bilancio per garantire entro il 2017 il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena e di altri istituti a rischio crack. Gentiloni si è spinto laddove Renzi, dopo lo scandalo Etruria, non poteva più spingersi e così ha deciso di aprire subito l'ombrello per le banche, incoraggiato dal mandato del Capo dello Stato, per il quale le priorità del nuovo esecutivo risiedono nella tutela del sistema bancario e nel calmare le acque turbolente dei mercati.
Il piano escogitato da Renzi con un prestito ponte gestito dalla cordata capitanata da JP Morgan e altri grossi istituti (Credit Suisse, Bofa Merrill Lynch, Deutsche Bank, Santander) è fallito. Insufficienti gli sforzi per coprire un fabbisogno di 5 miliardi di capitale ricorrendo solo agli investitori privati sul mercato. Si è anche sfilato negli ultimi giorni l'anchor investor superstite, il fondo sovrano del Qatar, l'ultima carta di Renzi, giocata alle porte del referendum per rassicurare i risparmiatori con la memoria fresca della truffa Etruria. Come nemesi e continuità perfetta del duo Renzi-Boschi nel giro di 48 ore, mentre i creditori capitanati da JP Morgan cominciavano a bussare alle porte, Gentiloni e Padoan hanno chiesto l'autorizzazione al parlamento e hanno dato avvio dell'operazione di salvataggio pubblico permettendo a MPS di sforare la data del 31 dicembre, entro la quale si sarebbe dovuto concludere l'aumento di 5 miliardi di capitale.
Con la conversione volontaria dei bond in azioni, MPS provava ancora ad affidare alle forze del mercato il secondo step per l'aumento di capitale. Un altro fallimento. 1,7 mld sono stati raccolti dalla conversione a fronte dei 5 miliardi necessari. Di questi 1,7 miliardi, un miliardo deriva dalle obbligazioni subordinate in mano agli investitori istituzionali, mentre 800 milioni dalla conversioni volontarie in azioni delle subordinate in mano ai piccoli risparmiatori. Cifre ben sotto gli auspici iniziali che confermano l'approfondirsi di una sfiducia nei confronti del sistema bancario dopo il decreto SalvaBanche di un anno fa. Un motivo, questo, confermato anche dalla costante fuga dei depositanti nell'ultimo anno. Ieri l'istituto annunciava di disporre di liquidità solo per altri quattro mesi: i prelievi sono aumentati vorticosamente e il titolo nell'ultimo anno ha perso il 90% del suo valore.
Secondo le normative europee, mentre da Bruxelles e Berlino sguardi incrociati si preoccupano allo stesso tempo del mantenimento della stabilità del sistema finanziario e si impensieriscono per l'aumento del debito pubblico dell'Italia, una ricapitalizzazione con aiuto statale deve accompagnarsi al cosiddetto Burden Sharing. Si tratta del principio della condivisione degli oneri nella ricapitalizzazione da parte di azionisti e obbligazionisti subordinati (un esercito di circa 40 mila piccoli risparmiatori). Sostanzialmente gli obbligazionisti si vedranno forzosamente costretti a cedere i propri risparmi per ristrutturare il capitale dell'istituto insieme a quanti volontariamente avevano già convertito i propri bond in azioni ma che ora vedranno crollare il valore dei propri titoli. Nient'altro che una procedura di Bail-in, la quale ammette e regolarmente successivamente rimborsi e arbitrati sui rimborsi, sui quali ad esempio, ancora combattono gli obbligazionisti di Etruria e le altre vittime del precedente decreto Salva Banche.

Il naufragio della strategia di Quantitative Easing che assolveva la BCE dal ruolo mancante di prestatore di ultima istanza, scarica sugli stati nazione il mantenimento della stabilità finanziaria con l'onere del salvataggio del sistema bancario. Questi, a loro volta lo scaricano sul risparmio con maggiore o minore violenza a seconda della prossimità al campo della Kerneuropa. Le distanze tra i livelli del dominio finanziario e le prospettive di impresizzazione e valorizzazione individuale fondata sul circuito risparmio/investimento/ indebitamento si contraggono violentemente, svelando un antagonismo latente di interessi in cui a restare stritolato è uno strato intermedio di consumo e di riproduzione sociale. A fare da garanti politici del compimento di questa erosione, nel tentativo compresente di scongiurare il punto di rottura della crisi a catena che si scatenerebbe con il crack di una banca troppo grossa per fallire, sono il Partito Democratico e l'esecutivo Gentiloni. Raccogliendo il testimone del renzismo post referendario questo esecutivo non ha davvero più alcuna promessa da spendere, se non qualche tiepida rassicurazione. Mentre ogni garanzia sociale è falcidiata dalle misure di spending review per il salvataggio delle banche si concede un aumento del debito pubblico. Il rifiuto soggettivo della truffa e l'incontro con le altre dimensioni sociali danneggiate dalle squilibrio redistributivo insito nel salvataggio del sistema bancario, rappresentano, anche per quei settori intermedi di classe tutelatisi attraverso il risparmio, l'unica risorsa per il mantenimento delle proprie condizioni di vita e degli standard di consumo e riproduzione sociale.

giovedì 22 dicembre 2016

POLETTI:LA STORIA DI UN PARACULO E DEL SUO CERVELLO IN FUGA


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Credo che la storia politica italiana,e parlo dal 1861 e quindi di un ampio lasso temporale,abbia mai avuto personaggi così biechi,incapaci ed arroganti come Giuliano Poletti,un paraculo come pochi visti in Italia,e solo da noi possiamo avere come attuale ministro del lavoro uno che non abbia mai lavorato in vita sua,un culo per tutte le poltrone che da buon parassita ha sempre saputo occupare(vedi:madn giuliano-poletti )
La foto di cui sopra è apparsa sui muri di Legacoop,l'unione delle cooperative di cui è stato il presidente e che è stato il suo trampolino di lancio per diventare ministro,in una successione amorale e sbafatrice propria della successione tra la Democrazia Cristiana ed il Partito Democratico.
Gente che sappiamo chi sia,la vediamo ogni giorno alla televisione o in strada,magari lavorano assieme a noi ma non per noi,mangiano a tradimento e fanno carriera non guardando in faccia a nessuno solo perché presenti in politica,solo perché fanno comodo ai politicanti avere uomini e donne di rappresentanza al posto ed al momento giusto.
Lo vedo tutti i giorni al lavoro,e lo vedono i miei colleghi,le cose si sanno e a loro non gliene frega un cazzo di parassitare sulle nostre teste:l'ennesima esternazione starnazzata da un Poletti sempre più tronfio e laido sui giovani che vanno a cercare lavoro all'estero è una cosa indecente in una Repubblica,farebbe schifo anche in una dittatura ma almeno qui lo si può dire apertamente che questo stronzo deve tornarsene a casa e cominciare a lavorare.
Gli articoli presi da Infoaut(prima-pagina e blog/varie/ )parlano del ministro che non vuole tra i piedi questi molti cervelli in fuga,e della risposta di una ragazza costretta come migliaia di altri giovani a compiere questi sacrifici per poter riuscire a portarsi a casa qualcosa.
Anche in Spagna l'omologo all'esecutivo di Poletti sta facendo figure di merda,mai raggiungendo nemmeno lontanamente l'apice di degrado del romagnolo(contropiano )che ora si vede attaccato anche dall'ormai inconcludente minoranza Pd,da quasi tutto il resto della politica del bel paese e che vede sotto la lente d'ingrandimento un suo figlio foraggiato dai soldi pubblici(corsera poletti-bufera-figlio-lui-non-emigra-perche-prende-soldi-pubblici-c06 )mentre al padre è arrivata la mozione di sfiducia.

L'unico cervello in fuga è quello di Poletti.

no a qualche giorno prima del referendum erano l'oggetto del desiderio del Partito del Sì, alla caccia disperata dei loro voti ritenuti decisivi per la vittoria finale. Alcuni esponenti del Pd avevano addirittura usato la retorica della "fuga dei cervelli" per spiegare il fatto che all'estero avesse stravinto l'ok alle riforme, in controtendenza a quanto avvenuto nei nostri confini. Ora, una volta tornati inutili, gli italiani all'estero diventano oggetto degli strali di un ministro Poletti sempre più incline alla gaffe che profuma di odio di classe.
Tra gli italiani all'estero Poletti conosce tante persone "che è meglio non avere tra i piedi". Sono probabilmente quelle stesse persone che, soprattutto dal Sud, hanno deciso di lasciare il nostro paese per effetto delle politiche sul lavoro e sul reddito realizzate negli ultimi trent'anni. Una scelta tutt'altro che facile, tutt'altro che presa a cuor leggero, che comporta l'abbandono di molto di ciò che si ha di caro; una scelta che non merita di essere umiliata come fatto dall'ex Presidente di Legacoop, che sul disprezzo per i lavoratori ha costruito l'intera sua carriera politica.
Politiche non hanno lasciato spazio ad alternative diverse dal languire nella iper-precarietà, nella disoccupazione, nel lavoro nero, quando non in attività ai confini della legalità. Politiche arrivate al punto di spacciare lo sfruttamento da McDonald's o Zara come attività formativa presente all'interno dei piani di alternanza scuola-lavoro. Politiche che hanno prodotto un processo di migrazione al di fuori dei confini del nostro paese che ha carattere strutturale, riproducendosi ogni giorno tra stage non pagati, voucher a manetta, contratti che sono solo pezzi di carta straccia.
Sacrifici, turni massacranti, stage pagati zero euro da cogliere come opportunità. Chi non ci sta è ostile all'interesse generale, che poi è sempre coincidente con quello di chi sfrutta e mai con quello di chi è sfruttato: è un debole, un privilegiato da attaccare e stigmatizzare.
Una volta erano i "bamboccioni" di Brunetta: quelli che si ostinavano a rimanere in casa coi genitori invece di uscire fuori a farsi ricattare nel meraviglioso mondo del lavoro odierno. Poi diventarono i "choosy" della Fornero, quelli con la puzza sotto il naso quando provavano a dire qualcosa contro l'effettiva schiavitù in cui consiste l'attualità dello sfruttamento.
Poletti, aggiungendosi al parterre de roi dei fini suoi predecessori citati sopra, si scaglia contro generazioni e generazioni di uomini e donne che andandosene hanno espresso un rifiuto, cosciente o meno, proprio al modello incarnato dal ministro del lavoro: quello dei giovani che d'estate "devono scaricare cassette di frutta", quello dell'Expo del "lavoro gratuito che è un'opportunità" che ora profuma - che sorpresa! - di inchieste giudiziarie, quello che si godeva gran cene con i protagonisti di Mafia Capitale.
Il problema è che il modello di Poletti e è molto materiale oltre che teorico: i dati dell'Inps di ieri, che testimoniano l'ennesimo boom nell'utilizzo dei voucher ( più 32% in un anno, 12 1,5 milioni venduti in totale), raccontano alla perfezione l'Italia del JobsAct. Quel paese dove finiti gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato quei tipi di contratti crollano mentre - anche qui, che sorpresa! - crescono i licenziamenti disciplinari che tutti a parte chi fingeva di non vedere sapeva benissimo fossero la vera ragione del provvedimento emanato dal governo. Del resto il governo si è vantato pubblicamente del livello basso degli stipendi italiani e soprattutto della loro scarsa crescita nel tempo..
Lo stesso Poletti nei giorni scorsi aveva svelato il segreto di Pulcinella, ovvero che una delle principali ragioni per votare a giugno sarebbe stata far saltare i tre referendum abrogativi delle principali funzioni del JobsAct: mostrando così come quel provvedimento fosse l'indiscutibile architrave del progetto di governo, il pilastro su cui si regge la legittimità di Renzi agli occhi di industriali e grande finanza. E in pochi possono farsi fregare dalla parole di Poletti su possibili modifiche alla disciplina dei voucher: del resto, quando lo stesso Ministro dice che il JobsAct fa bene al paese evidentemente non lascia spazio a molti dubbi.
Poletti è lo specchio di un Renzi e di un PD che se ne sono ampiamente fregati dell'esito referendario, mentre tirano dritti come un treno nel loro distaccarsi il più possibile dagli umori reali della popolazione. Se, dopo che l'81% dei giovani ti ha votato contro, la tua reazione è attaccarli invece di cercare di recuperarne anche un minimo il consenso, vuol dire che quella espressa da Poletti è una vera e propria strategia di isolamento dalla realtà. Una costruzione davvero lungimirante di sè stessi come Casta, non c'è che dire...
Se non altro, vista l'aria che tira nel Pd dopo lo scorso 4 dicembre, il ministro del Lavoro con le sue dichiarazioni ha un merito: quello di aver ulteriormente reso esplicito di cosa si parla quando ragioniamo dei due anni che ci siamo - speriamo per sempre - lasciati alle spalle.

Poletti, suo malgrado, ci mette di fronte al pensiero profondo del renzismo nei confronti dei giovani. E' odio di classe puro, purissimo, espresso dalla sua posizione di zombie che cammina, residuato di un'accozzaglia di governo duramente sconfessata il 4 dicembre e rimasta attaccata strenuamente alla poltrona in attesa di venti migliori. Ma di una cosa Poletti può essere certo..quell'odio è ampiamente ricambiato!

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Caro Ministro , noi quelli tra i piedi siamo gli stessi che faranno di tutto per vincere i referendum abrogativi contro il Jobs Act, dall’articolo 18 ai voucher. Costi quel che scosti noi questa partita ce la giochiamo fino all’ultimo respiro.
La mia lettera al Ministro del Lavoro ( per le imprese )
Caro Poletti, avete fatto di noi i camerieri d’Europa
Caro Ministro Poletti, le sue scuse mi imbarazzano tanto quanto le sue parole mi disgustano.
Siamo quelli per cui il Novecento è anche un patrimonio cinematografico invidiabile, che non inseguiva necessariamente i botteghini della distribuzione di massa, e lì imparammo che le parole sono importanti, e lei non parla bene.
Non da oggi.
A mia memoria da quando il 29 novembre 2014 iniziò a dare i numeri sul mercato del lavoro, dimenticandosi tutti quei licenziamenti che i lavoratori italiani, giovani e non, portavano a casa la sera.
Continuò a parlare male quando in un dibattito in cui ci trovammo allo stesso tavolo dichiarò di essere “il ministro del lavoro per le imprese”, era il 18 aprile del 2016.
Noi, quei centomila che negli ultimi anni siamo andati via, ma in realtà molti di più, non siamo i migliori, siamo solo un po’ più fortunati di molti altri che non sono potuti partire e che tra i piedi si ritrovano soltanto dei pezzi di carta da scambiare con un gratta e vinci.
Parlo dei voucher, Ministro.
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti sommerso dalle proteste sui social per la frase sui cervelli in fuga pronunciata a Fano. “Se 100mila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti 60 milioni di ‘pistola’”, ha detto Poletti. “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedì”. Poi, le scuse: “Mi sono espresso male. Penso semplicemente che non è giusto affermare che ad andarsene siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri”video Occhio alla notizia/ Fano tv
E poi, sa, anche tra di noi che ce ne siamo andati, qualcuno meno fortunato esiste. Si chiamava Giulio Regeni, e lui era uno dei migliori. L’hanno ammazzato in Egitto perché studiava la repressione contro i sindacalisti e il movimento operaio. L’ha ammazzato quel regime con cui il governo di cui lei fa parte stringe accordi commerciali, lo stesso governo che sulla morte di Giulio Regeni non ha mai battuto i pugni sul tavolo, perché Giulio in fin dei conti cos’era di fronte ai contratti miliardari?
Intanto, proprio ieri l’Inps ha reso noto che nei dieci mesi del 2016 sono stati venduti 121 milioni e mezzo di voucher. Da quando lei è ministro, ne sono stati venduti 265.255.222.
Non erano pistole, è sfruttamento.
Sa, qualcuno ci ha rimesso quattro dita a lavorare a voucher davanti a una pressa. È un ragazzo di ventuno anni, non ha diritto alla malattia, a niente, perché faceva il saldatore a voucher. Oggi, senza quattro dita, lei gli offrirà un assegno di ricollocazione da corrispondere a un’agenzia di lavoro privata. Magari di quelle che offrono contratti rumeni, perché tanto dobbiamo essere competitivi.
Quelli che sono rimasti sono coloro che per colpa delle politiche del suo governo e di quelli precedenti si sono trovati in pochi anni da generazione 1000 euro al mese a generazione a 5000 euro l’anno.
Lo stesso vale per chi se n’è andato e forse prima o poi vi verrà il dubbio che molti se ne sono andati proprio per questo.
Quelli che sono rimasti sono gli stessi che lavorano nei centri commerciali con orari lunghissimi e salari da fame.
Quelli che fanno i facchini per la logistica e vedono i proprio fratelli morire ammazzati sotto un tir perché chiedevano diritti contro lo sfruttamento. Sono quelli che un lavoro non l’hanno mai trovato, quelli che a volte hanno pure pensato “meglio lavorare in nero e va tutto bene perché almeno le sigarette posso comprarle”.
Sono gli stessi che non possono permettersi di andare via da casa, o sempre più spesso ci ritornano, perché il suo governo come altri che lo hanno preceduto, invece di fare pagare più tasse ai ricchi e redistribuire le condizioni materiali per il soddisfacimento di un bisogno di base e universale come l’abitare, ha pensato bene di togliere le tasse sulla casa anche ai più ricchi e prima ancora di approvare il piano casa.
È lo stesso governo che spende lo zero percento del Pil per il diritto all’abitare.
È lo stesso governo che si rifiuta di ammettere la necessità di un reddito che garantisca a tutti dignità.
Ma badi bene, non sono una “redditista”, solo che a fronte di 17 milioni di italiani a rischio povertà, quattro milioni in condizione di povertà assoluta, mi pare sia evidente che questo passaggio storico per l’Italia non sia oggi un punto d’arrivo politico quanto un segno di civiltà.
Ma vorrei essere chiara, il diritto al reddito non è sostituibile al diritto alla casa, sono diritti imprescindibili entrambi.
E le vorrei sottolineare che non è colpa dei nostri genitori se stiamo messi così, è colpa vostra che credete che siano le imprese a dover decidere tutto e a cui dobbiamo inchinarci e sacrificarci.
I colpevoli siete voi che pensate si possano spostare quasi 20 miliardi dai salari ai profitti d’impresa senza chiedere nulla in cambio- tanto ci sono i voucher- e poi un anno dopo approvate anche la riduzione delle tasse sui profitti. Così potrete sempre venirci a dire che c’è il deficit, che si crea il debito e che insomma la coperta è corta e dobbiamo anche smetterla di lamentarci perché, mal che vada, avremo un tirocinio con Garanzia Giovani.
I colpevoli siete voi che non credete nell’istruzione e nella cultura, che avete tagliato i fondi a scuola e università, che avete approvato la buona scuola e ora imponete agli studenti di andare a lavorare da McDonald e Zara.
Sa, molti di quei centomila che sono emigrati lavorano da McDonald o Zara, anche loro hanno un diploma o una laurea e se li dovesse mai incontrare per strada chieda loro com’è la loro vita e se sono felici. Le risponderanno che questa vita fa schifo. Però ecco: a differenza di quel che ha decretato il suo governo, questi giovani all’estero sono pagati.
Ma il problema non è neppure questo, o quanto meno non il principale.
Il problema, ministro Poletti, è che lei e il suo governo state decretando che la nostra generazione, quella precedente e le future siano i camerieri d’Europa, i babysitter dei turisti stranieri, quelli che dovranno un giorno farsi la guerra con gli immigrati che oggi fate lavorare a gratis.
A me pare chiaro che lei abbia voluto insultare chi è rimasto piuttosto che noi che siamo partiti. E lo fa nel preciso istante in cui lei dichiara che dovreste “offrire loro l’opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare”.
La cosa assurda è che non è chiaro cosa significhi per lei capacità, competenze e saper fare.
Perché io vedo milioni di giovani che ogni mattina si svegliano, si mettono sul un bus, un tram, una macchina e provano ad esprimere capacità, competenze, saper fare. Molti altri fanno la stessa cosa ma esprimono una gran voglia di fare pure se sono imbranati. Fin qui però io non ho capito che cosa voi offrite loro se non la possibilità di essere sfruttati, di esser derisi, di essere presi in giro con 80 euro che magari l’anno prossimo dovranno restituire perché troppo poveri.
Non è chiaro, Ministro Poletti, cosa sia per lei un’opportunità se non questa cosa qui che rasenta l’ignobile tentativo di rendere ognuno di noi sempre più ricattabile, senza diritti, senza voce, senza rappresentanza. Eppure la cosa che mi indigna di più è il pensiero che l’opportunità va data solo a chi ha le competenze e il saper fare.
Lei, ma direi il governo di cui fa parte tutto, non fate altro che innescare e sostenere diseguaglianze su tutti i fronti: dalla scuola al lavoro, dalla casa alla cultura, e sì perché questo succede quando si mette davanti il merito che è un concetto classista e si denigra la giustizia sociale.
Perché forse non glielo hanno mai spiegato o non ha letto abbastanza i rapporti sulla condizione sociale del paese, ma in Italia studia chi ha genitori che possono pagare e sostenere le spese di un’istruzione sempre più cara. E sono sempre di più, Ministro Poletti.
Lei non ha insultato soltanto noi, ha insultato anche i nostri genitori che per decenni hanno lavorato e pagato le tasse, ci hanno pagato gli asili privati quando non c’erano i nonni, ci hanno pagato l’affitto all’università finché hanno potuto.
Molti di questi genitori poi con la crisi sono stati licenziati e finita la disoccupazione potevano soltanto dirci che sarebbe andata meglio, che ce l’avremmo fatta, in un modo o nell’altro. In Italia o all’estero. Chieda scusa a loro perché noi delle sue scuse non abbiamo bisogno.
Noi la sua arroganza, ma anche evidente ignoranza, gliel’abbiamo restituita il 4 dicembre, in cui abbiamo votato No per la Costituzione, la democrazia, contro l’accentramento dei poteri negli esecutivi e abbiamo votato No contro un sistema istituzionale che avrebbe normalizzato la supremazia del mercato e degli interessi dei pochi a discapito di noi molti.
Era anche un voto contro il Jobs Act, contro la buona scuola, il piano casa, l’ipotesi dello stretto di Messina, contro la compressione di qualsiasi spazio di partecipazione.
E siamo gli stessi che faranno di tutto per vincere i referendum abrogativi contro il Jobs Act, dall’articolo 18 ai voucher, la battaglia è la stessa.
Costi quel che scosti noi questa partita ce la giochiamo fino all’ultimo respiro.
E seppure proverete a far saltare i referendum con qualche operazioncina di maquillage, state pur certi che sugli stessi temi ci presenteremo alle elezioni dall’estero e dall’Italia.
Se nel frattempo vuole sapere quali sono le nostre proposte per il mondo del lavoro, ci chiami pure. Se vi interessasse, chissà mai, ascoltare.
Marta Fana *Ricercatrice italiana a Parigi

da: radiondadurto.org

mercoledì 21 dicembre 2016

DOPO ANKARA ECCO BERLINO NEL SEGNO DELLA SIRIA

Risultati immagini per berlino attentato
La giornata di lunedì che ha insanguinato Berlino con l'ennesimo attacco di estremisti islamici con metodi inconsueti almeno fino a poco tempo addietro passa sotto il segno della Siria,una eco lontana ma che fa pensare e riflettere l'occidente visto che la guerra non si limita solo ai confini mediorientali ma si estende a macchia d'olio in tutta Europa.
Nel redazionale di Senza Soste(effetti-collaterali-guerra-siriana-sul-natale-europeo )si fa riferimento all'assassinio dell'ambasciatore russo in Turchia Karlov(madn la-russia-con-gli-occhi-dei-turchi )e alla carneficina che c'è stata a Berlino in un mercatino di Natale in centro.
Forse i fatti delittuosi si sono verificati a poche ore di distanza per caso ma non si saprà forse mai se il parallelismo di questi atti facciano parte di un piano strategico studiato a tavolino oppure l'opera di due cani sciolti con lo stesso obiettivo in testa.
Fatto sta che la Germania ora non dorme sonni tranquilli dopo gli attentati avvenuti in Francia ed in Belgio,in una escalation di episodi terroristici che stanno infiammando questo clima natalizio che si sta macchiando sempre più di sangue.

Effetti collaterali di guerra siriana sul natale europeo

Quelli di Ankara e Berlino sono fatti correlati o slegati tra loro? Ipotesi e scenari all'indomani della nuova duplice destabilizzazione dei rapporti fra Europa e Medioriente.

L’uccisione dell’ambasciatore russo ad Ankara e quella delle 12 persone a Berlino rendono indubitabile una affermazione: siamo di fronte ad effetti collaterali, contemporanei tra loro, della lunga guerra siriana e di tutte quelle che a questa sono correlate. Differenti possono essere però le combinazioni che hanno causato questi effetti. Certo, la contemporaneità, due fatti così gravi in un solo giorno, colpisce. Allo stesso tempo la drammatica complessità dello scenario mediorientale, e delle sue relazioni con il continente europeo, impongono riflessioni meno inclini all’affermazione spettacolo e più attenti alla ricostruzione del contesto.
Ad esempio, commentando una serie di fatti che a nostro avviso sono tutt’altro che consolidati, Repubblica commentava come quanto sta accadendo, mettendo nel contesto (alla Trump) anche la sparatoria di Zurigo, come “la risposta del califfato all’occidente”.  Il punto non è solo che, ancora dodici ore dalla strage di Berlino,  gli analisti tedeschi erano molto cauti e non avevano torto visto che la polizia ha ammesso di aver arrestato una persona sbagliata: una cosa è un’attentato pianificato da una rete, un’altra da un lupo solitario, di cui ne va valutata la tipologia. E anche se la Merkel ha parlato di possibile attentato terroristico gli esiti tra queste possibilità sono molto differenti. Il punto vero è che se i due fatti sono collegati gli effetti collaterali in Europa della guerra siriana trovano una regia. Altrimenti siamo alla sovrapposizione, non meno pericolosa ma di diverso segno, di effetti devastanti sul continente. Oppure, e neanche questo scenario è da scartare, può rivelarsi come effetto collaterale della guerra in Siria, una serie di fatti mortali costruiti dal media globali sullo stesso filo narrativo della stessa guerra santa. Anche quest’ultimo scenario, visto che l’Isis lo ha spinto al massimo, e riesce ancora a farlo nonostante le perdite, quello della centralità della guerra mediale non va trascurato. Perchè, da sempre, guerra sul campo e guerra mediale sono intrecciate come strumento bellico.
Si tratta quindi di capire se siamo di fronte a una spettacolare, brutale semplificazione di scenario, dove esiste una regia che distribuisce attentati in occidente nello stesso giorno, oppure ad una sovrapposizione di conflitti che si esaltano, pur essendo separati, in sinergia. Un esempio: se tiene la rivendicazione, fatta dallo stesso attentatore di Ankara ripreso sui ogni piattaforma mediale, di un omicidio fatto per vendicare Aleppo risulta difficile, nel contesto, farci entrare il califfato. Perchè Fatah al-Sham, erede di Al-Nusra, è implicata pienamente nella vicenda di Aleppo, come altri gruppi non islamici, ma è separata da Isis con propri obiettivi. Visto che Isis si è tenuta fuori da Aleppo. Senza contare che l’attentatore di Ankara, già nella scorta di Erdogan, va letto molto bene nella rete di contatti di cui faceva parte. E che dire di Berlino? Ipotizzando che si tratti di un attentato preparato da una rete va, eventualmente, ben collegato con il contesto siriano. Anche qui di scontato non c’è niente.
Altro esempio, occhio qui a guardare solo alla Siria: nello scenario Afpak, dimenticatissimo fronte afghano-pakistano, il maggior fornitore di truppe europee in Afghanistan è proprio la Germania. E si tratta di una guerra, quella afghana, che l’occidente sta perdendo (o non riesce a vincere da 15 anni a seconda dei punti di vista). Se l’attentato, e c’è davvero molto da dimostrare per arrivare a trasformare questo scenario in realtà, venisse dall’Afghanistan più che una reazione ad una disfatta, come a Aleppo, potrebbe anche trattarsi di una offensiva di forze vincenti in Europa. Quindi se sono due attentati che stanno nello stesso contesto, e nello stesso giorno, occhio a sinergie ma anche a differenziazioni. Potrebbe esserci una regia, autonoma rispetto al “califfato” sparato da Repubblica, in grado di distribuire attentati e far capire la propria forza. Potrebbe esserci una sinergia, la scelta di sincronizzare attentati diversi per ottimizzare l’effetto di reciproci obiettivi, il cui significato va capito bene. Oppure potrebbe esserci un effetto media, di bomba informativa, su eventi diversi.
Tutti questi scenari, in modo differente, danno lo stesso esito: effetti collaterali di guerra siriana sul natale europeo. Ma ci sono anche due esiti molto chiari da non sottovalutare: la Jihad, nelle sue diverse accezioni, si è occidentalizzata assumendo, dagli anni ’90, i linguaggio e le forme della comunicazione globale; l’occidente, anche qui nelle sue diverse accezioni, combatte guerre non solo asimmetriche ma nelle quali il concetto di amico e nemico si capovolge velocemente. Non è uno scenario nuovo, già accauduto durante il periodo coloniale ma lo è per gli schemi ai quali si era abitutata la politica almeno fino al dopo Torri gemelle. La situazione ricorda l’epoca della invasione araba dalle Spagna: per lungo tempo i due schieramenti, spagnoli e arabi, si usavano reciprocamente per dirimere controversie interne e conflitti di ogni tipo.
Andiamo infine a vede i paesi coinvolti: Russia e Turchia lo sono, da qualsiasi parte provenga realmente l’attentato, negli effetti politici dell’omicidio di Ankara. La Germania lo è, comunque sia andata, sulla questione dei profughi (la dichiarazione sullo stato di guerra di un esponente CDU guarda a questo) e delle elezioni del prossimo anno. C’è poi da capire, in caso in cui sia individuato chiaramente uno scenario “committente”, per la vicenda berlinese, come e se si lega alla vicenda siriana. Di sicuro però, l’insediamento del nuovo inquilino alla Casa Bianca, ci dirà molto di nuovo su questa guerra asimmetrica che si gioca, tra guerra sul campo e attentati, tra Europa e Medio Oriente.
redazione, 20 dicembre 2016

martedì 20 dicembre 2016

LA RUSSIA CON GLI OCCHI DEI TURCHI


Risultati immagini per morte karlov
Dei fatti delittuosi di ieri compresa la sparatoria nel centro islamico di Zurigo,l'attentato con un camion in un mercatino di Natale di Berlino e l'assassinio dell'ambasciatore russo avvenuto ad Ankara quest'ultimo è senza dubbio quello politicamente più rilevante.
Dei fatti di Berlino si parlerà più in avanti,mentre l'omicidio praticamente quasi in diretta e davanti a molti testimoni tra fotografi,giornalisti e persone intervenute per la mostra fotografica"La Russia con gli occhi dei turchi",è di una rilevanza molto grande.
Dopo l'abbattimento del jet russo da parte dei turchi del novembre dello scorso anno(madn la-turchia-esce-allo-scoperto )che fu l'atto dimostrativo più eloquente del supporto del regime Erdogan all'Isis,questo è la prova ulteriore che tra Russia e Turchia c'è sempre meno spazio per ulteriori provocazioni prima che Putin abbia voce grossa senza ritorno in un eventuale conflitto diretto tra le due nazioni.
Il poliziotto turco che non si sa se infiltrato o sia stato radicalizzato dopo dai jihadisti islamici che ha colpito con cinque proiettili alla schiena l'ambasciatore russo Andrey Karlov non potrà più parlare in quanto fatto fuori dalle forze speciali,così come non si potranno avere prove ad ora se sia stato un gesto isolato di un folle per l'intervento militare della Russia in Siria o spinto da qualcuno(Erdogan)a far fuori un personaggio politico di enorme importanza.
Fatto sta che proprio oggi c'è un incontro a Mosca con i ministri degli esteri turco,iraniano e russo per discutere della guerra in Siria ed il clima sarà più che teso,articolo preso da Contropiano(internazionale-news ).

Ankara, l’occhio che uccide. Assassinato l’ambasciatore russo.

di Enrico Campofreda
Cinque colpi secchi di pistola alle spalle e Andrey Karlov, l’ambasciatore russo ad Ankara, cade a terra stecchito. Ad assassinarlo un ventiduenne in abito scuro e cravattino, una mise da guardia del corpo. Invece il killer è un jihadista che grida come un ossesso per un minuto mentre le telecamere di varie tv, che riprendevano in diretta dalla Galleria d’arte Moderna dove s’è consumato l’omicidio, lo inquadrano. I microfoni, dai quali il diplomatico interveniva all’inaugurazione d’una mostra fotografica il cui titolo (‘La Russia con gli occhi dei turchi’) risuona come un macabro monito, registra tutto.
L’attentatore è un poliziotto, per introdursi nei locali ha mostrato un tesserino, ma evidentemente nessuno l’ha perquisito e ha controllato se fosse in servizio e soprattutto se fosse armato. Dopo la scarica di proiettili, ha lanciato proclami contro l’intervento militare russo in Siria e ha tenuto sotto tiro decine di persone che partecipavano all’evento. Quindi è stato abbattuto da agenti delle forze speciali accorsi per neutralizzarlo. L’azione appare preparata ad arte. Domani è previsto a Mosca un vertice fra i ministri degli esteri turco Cavusoğlu, quello russo Lavrov e iraniano Zarif proprio per discutere della situazione siriana. Non si sa se a seguito del sanguinoso attentato l’incontro verrà confermato. Il presidente Putin ha riunito i vertici dei propri servizi segreti.
Appena la notizia s’è diffusa Stati Uniti col rappresentante del Dipartimento di Stato Kirby, l’Unione Europea per bocca dell’Alta Rappresentante della politica estera Mogherini, l’Onu col portavoce Dujarric hanno condannato l’atto criminale ed espresso solidarietà alla Russia. Una nota del governo turco parla di provocazione per intossicare le relazioni fra i due Paesi, ma nelle strade della capitale s’erano svolte in più occasioni proteste contro i bombardamenti dell’aviazione di Mosca su Aleppo est, recentemente conquistata dall’esercito di Asad.
L’attentatore era a tutti gli effetti un agente dell’Accademia di Polizia, non si sa se come infiltrato islamista o se abbia abbracciato il jihad negli ultimi tempi. L’elemento appare come un miliziano a tuttotondo, non assimilabile alla rete dei fethullaçi, (i seguaci di Fethullah Gülen) ben presenti fra le forze dell’ordine, che da mesi le purghe erdoğaniane hanno smantellato. Secondo alcuni in buona parte, ma non del tutto. Certo è che un retroterra di diffuso sostegno islamico alle sorti dei sunniti siriani sottoposti all’offensiva dell’esercito lealista è ben presente in Turchia, nonostante i passi di distensione compiuti negli ultimi mesi dal presidente verso l’omologo russo e un parziale abbandono della linea di sostegno islamico al fronte ribelle.
Ora, il gravissimo atto di sangue, pone il governo di Ankara in seria difficoltà nel relazionarsi coi russi. Erdoğan, già afflitto da vari fronti di contrasto, dovrà scoprire quali fra i suoi nemici (e anche amici) gli abbia giocato questo tiro mancino. Porvi riparo non sarà facile perché la destabilizzazione è dietro l’angolo. 

lunedì 19 dicembre 2016

LA RABBIA SENZA CERVELLO

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Si sa che le bufale siano un problema abbastanza sentito e conosciuto in internet tant'è che notizie recenti vogliano che alcuni social network di primaria importanza facciano in modo di avere protezioni in tal senso ma con funzionalità che sono ancora ad uno stadio embrionale perché si basano sulle segnalazioni degli stessi utenti.
L'articolo preso da Senza Soste(fascisti-bufale-soldi-si-crea-un-pubblico-stupido )ci parla di questo tema e di come le false notizie siano create ad arte da istigatori della violenza di stampo quasi sempre legato ad ambienti e persone di estrema destra e dato lo stato d'ignoranza che pervade questa categoria i creduloni più o meno consapevoli stanno tutti da questa parta ideologica.
E si vede anche pure dalle"amicizie"che a largo spettro comprendono più che altro conoscenti,colleghi di lavoro,o contatti presi di qua e di la e quelli che cascano alla trappola,chi più e chi meno in maniera conscia o solo per creare odio ad arte danno spazio a queste notizie tendenziose e soprattutto false.
A parte che chi tira troppo la corda viene allontanato ci sono milioni di persone che non analizzano le fonti o si basano solo sul titolo per condividere o meno delle totali stronzate che se lette attentamente ma anche di sfuggita si capirebbe al volto trattasi di bufale.
Concludo il post con un articolo preso da ecn.org(il-garante-per-le-comunicazioni )che al contrario vedendo certi"dibattiti"televisivi,basterebbero programmi preserali di Rete4 o emittenti minori del nord Italia,si direbbe una bufala in quanto il contenuto che prevede che non si usino parole fomentatrici di odio,intolleranza e razzismo.

Fascisti, bufale e soldi. Come si crea un pubblico stupido

Da Contropiano.org un'altra puntata sul tema delle bufale sui social network e sui fascisti che le cavalcano.

Abbiamo perso il conto di quanti “rivoluzionari da tastiera” riprendono bufale postate sui social, diffondendole come se si trattasse di notizie certe, verificate, attendibili. E giù commenti, insulti, battute, litigate feroci. Tutte rigorosamente basate sul nulla.
Per carità, qualche errore si può fare. La fruizione sui sociale è determinata dalla loro stessa struttura, in cui una foto e un titolo “catturano” l’attenzione e il contenuto… chissenefrega.
Uno dei problemi più antipatici di questa “pratica” disinvolta e acritica è che molte si queste bufale vengono create a siti gestiti da fascisti, utilizzando nomi di di testate note, storpiate appena un po’. Lo scopo è duplice: fare qualche soldo ramazzando “click” facili e diffondere un sentiment fatto di rabbia disinformata, verso tutto e tutti, senza più distinguere nulla. Dei soldi ce ne frega poco, ma del sentiment ci preoccupiamo un po’, perché qualsiasi tentativo di condurre una lotta vincente contro il potere, l’avversario di classe (fascisti compresi, ovvio…), ha bisogno di informazione seria, consapevolezza sullo stato delle cose, capacità di distinguere amici e nemici e stronzi.
Il sedimentarsi di quel sentiment fatto di rabbia senza cervello è il contrario di quel che serve. Qualcosa di simile alla dietrologia da strapazzo (“tutti gli avvenimenti hanno un puparo che ci vogliono tener nascosto”), al qualunquismo becero del “sono sempre tutti uguali” (rafforzato peraltro dalle miserie politiche degli “onesti di mestiere”).
Che ci siano diversi fascisti dietro decine di bufalifici sempre attivi è cosa che ripetiamo da tempo vedi http://contropiano.org/documenti/2015/07/18/disinformazione-online-imola-oggi-e-altri-siti-razzisti-031918 oppure anche http://contropiano.org/documenti/2015/10/04/neofascismo-e-gruppi-estremisti-dietro-ai-siti-di-bufale-razziste-033232); qualche eccezione c’è, ma si tratta pur sempre di gente alla ricerca di un reddito da click, non certo “diffusori di verità nascoste”.
Una inchiesta pubblicata nei giorni scorsi ha individuato un ex Forza Nuova – tale Matteo Ricci Mingani – dietro siti come Gazzettadellasera.com, Liberogiornale.com, News24europa.com e News24tg.com, tutti riconducibili alla società Edinet, con sede a Sofia, in Bulgaria; società di cui Mingani è l’amministratore delegato. Un “personaggetto”, direbbe il De Luca in versione Crozza, che Repubblica ha raggiunto e intervistato.
Leggetevelo, così magari, la prossima volta che la mano vi parte in automatico per condividere una cazzata qualsiasi, da qualche parte del cervello parte un pensierino che dice “ma sarà vera, ‘sta stronzata?”
***
Mingani non è di certo un personaggio dal profilo basso. Come immagine di sfondo del proprio account Twitter – che è stato prontamente cancellato dopo la nostra conversazione – c’era lui in maglietta nera, braccio alzato per il saluto fascista. Sullo sfondo, la tomba del Duce a Predappio con il busto di Benito Mussolini. Le ultime notizie condivise risalivano al 2015 ed erano, guarda caso, news pubblicate da Gazzettadellasera.com. La sua bacheca Facebook non è da meno. Con rilanci di post di News24TG che incitano a sentimenti razzisti e “anti-casta”.
Nel 2012 Mingani è stato espulso da Forza Nuova: “Me ne sono andato io”, replica lui. E sempre nel 2012 ha presentato denuncia al comando dei Carabinieri di Albenga (Savona) contro Giorgio Napolitano e Mario Monti (rispettivamente presidente emerito della Repubblica ed ex presidente del Consiglio) e di tutti i ministri e i membri del Parlamento. Tra i reati contestati da “Ricci Mingani Matteo, cittadino SOVRANO”: “attentato contro l’integrità, l’indipendenza o l’unità dello Stato”; “attentato contro i diritti politici del cittadino” e “usurpazione del potere politico”.
Le posizioni politiche di Mingani sono state volutamente tralasciate dai debunker, – come chiariscono gli autori stessi dell’inchiesta a chi glielo fa presente su Twitter, – per non offrire il fianco a strumentalizzazioni inutili. O quantomeno lontane dal ”cuore” delle indagini, volte a smascherare il meccanismo delle bufale che sta a monte dell’istigazione all’odio. A noi, Mingani si è raccontato così.
Mingani, ha visto le notizie stamattina?
“Ho dato un’occhiata veloce”.
Lei cosa risponde alle accuse di Attivissimo e Puente?
“Ho già girato tutto agli avvocati. Farò querela? Non so ancora di preciso, in qualche modo procederemo. Io non c’entro nulla con questi. La mia è un’agenzia di server web, quindi mi occupo solo di preparare software, gestire WordPress e di altri aspetti tecnici. Insomma: offro un pacchetto con tutto il necessario per poter pubblicare, ma non sono responsabile di quello che pubblicano. Se l’autorità giudiziaria dovesse chiedermeli, sono pronto a far vedere i contratti e dare nomi e cognomi dei proprietari dei siti in questione”.
Questi siti, però, “ospitano i banner pubblicitari di Edinet con l’account kontrokultura”, gruppo da lei rilevato – scrive Attivissimo.
“Faccio anche da agenzia pubblicitaria, che distribuisco con il marchio Edinet.adv. I miei banner vanno su oltre 400 siti, magari fossero tutti miei”.
Ho davanti il suo profilo Twitter e ha anche condiviso dei post di Gazzettadellasera.com.
“Sì, li condividevo”.
Senta, ma quanto guadagnano siti come Gazzettadellasera.com & Co.?
“Su quei siti lì si va a guadagnare 30-40-50 centesimi ogni mille visitatori. Chi ci guadagna di più sono siti come Bufale.net o il sito di David Puente che utilizzano le bufale degli altri per fare traffico”.
E lei cosa ci ricava dai banner pubblicitari?
“Non posso dare la cifra esatta. Ma prendo una percentuale su quello che guadagna un web master. Ci sono tipologie di banner in cui guadagno di più e altre in cui la mia provvigione è minore”.
Non pensa che la diffusione di bufale crei dei problemi?
“Mah, il discorso delle notizie false è una polemica nata solo in questi giorni. Ma su LiberoGiornale.com c’è un disclaimer dove dice chiaramente che è tutto inventato. Del resto anche Lercio, per esempio, fa lo stesso…”
Nel sito di Edinet dichiara di essere anche un editore.
“Al momento gestisco direttamente solo KontroKultura e TeKnoKultura, i miei due primi blog. Poi esistono vivere sani.club e inviaggio.club, su cui scrivono collaboratori da tutta Italia e ogni tanto pure io”.
Leggo – sempre dal sito di Edinet – che gestite “direttamente oltre 36 tra blog e testate”. Allora, quali sono questi altri blog e queste altre testate?
“Ogni tanto, magari, si scrive qualcosa solo per farsi un pochino grandi e avere più clienti”.
Perché la società ha sede in Bulgaria?
“Ho dei contatti di lavoro in Bulgaria, sto lavorando con diverse società bulgare e passo lì gran parte della mia vita. Solo per quello”.
Qual è il suo orientamento politico?
“Non ho nulla a che vedere con Forza Nuova, ma sono sempre stato di destra e mi ritengo una persona di destra”.
Ma ha fatto parte di Forza Nuova, o no?
“Sì, ma non ci ho più nulla a che fare. Ho già pubblicamente spiegato che me ne sono andato e non sono stato buttato fuori, come sostengono loro. Le dimissioni interne sono state presentate il giorno prima del comunicato stampa relativo alla mia espulsione. Adesso, non faccio parte di nessun gruppo politico. Continuo a seguire la politica perché mi piace, ma non sono più un attivista”.

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I telegiornali e i programmi di intrattenimento dovranno evitare parole cariche di intolleranza, odio, razzismo quando parlano degli immigrati. Lo chiede il nostro Garante per le Comunicazioni, l’AgCom, in un "atto di indirizzo" di cui è curatore il commissario Antonio Nicita. Il Garante - intervistato da Aldo Fontanarosa - chiede, ad esempio, che espressioni come "invasione" dei migranti siano sempre supportate da dati sulle dimensioni reali del fenomeno. Se un ospite in studio utilizza frasi razzistiche in diretta, l’intervistatore dovrà prendere subito le distanze da questi toni. Non è in discussione la libertà delle testate giornalistiche di criticare le migrazioni e la loro gestione da parte del governo. Ma servono equilibrio e rispetto dei soggetti deboli, come i minori

http://video.repubblica.it/dossier/immigrati-2015/il-garante--basta-parole-di-odio-contro-gli-immigrati-nei-tg-e-negli-show/257222/257480

domenica 18 dicembre 2016

LA SOLIDARIETA' PER ALEPPO ARRIVA TARDI

Risultati immagini per solidarietà aleppo
Come è solito nei paesi occidentali la fratellanza e la solidarietà con persone che da anni vivono uno stato d'assedio e di guerra ma ubicate in aree di cui c'importa poco o nulla,e questo solo perché la disinformazione dei canali ufficiali tace per ignoranza o interessi superiori,arriva in maniera tardiva e tragicamente quando ormai c'è poco o nulla da fare.
La piccola presentazione all'articolo di Infoaut(aleppo-necessario-posizione )parla per l'appunto di Aleppo quando la città siriana è ormai distrutta completamente e le persone da sfollare ormai sono una piccola parte di quelle già scappate(e che poi facciamo barricate per respingerle)o già decedute.
Perché ci si dimentica che la guerra in Siria ufficialmente ha più di quattro anni ma la tensione e le prime avvisaglie sono ancora più datate,in quanto personalmente già nel 2010 non avevo potuto andare nel paese mediorientale in quanto altamente sconsigliato per via della situazione già in evoluzione di una guerra civile che ormai era già cominciata.
E ancora in questi giorni si parla dei ribelli anti Assad ammazzati ad Aleppo come un terribile fatto ma che in verità è la naturale conseguenza della guerra che solamente ora la Russia assieme alle truppe governative e ai curdi stanno combattendo contro l'Isis.
E i media occidentali hanno inculcato nella mente delle persone più malleabili(la quasi totalità)che Assad è il male(di sicuro assieme a Putin non è un santo)ed allo stesso tempo anche Daesh che sta combattendo lo è.
Nei pronostici Usa che senza combattere comunque tirano i fili anche di questo conflitto ha vinto quindi la Siria che assieme all'Iran erano le più papabili come sedi della prossima guerra mediorientale dopo Iraq e Afghanistan(vedi:madn iran-o-siriaquale-la-prima )dopo aver scatenato il conflitto in Libia.
Questa artificiale solidarietà che si vede in giro sui social e in televisione è un'altra mossa tattica statunitense ed europea per svilire per l'ennesima volta Assad,la Russia ed il popolo curdo mentre l'Isis che ormai sembrava alle corde mantiene le linee e paesi foraggiatori di Daesh come Arabia Saudita e Turchia gongolano bombardano pure Yemen e Kurdistan.

Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione.

 questi giorni abbiamo assistito a un vero e proprio tripudio di commozione e solidarietà per il destino di “migliaia di civili” di Aleppo e per i “ribelli” che hanno resistito per mesi contro il regime siriano ed oggi vengono  uccisi o evacuati dalla città. Tuttavia, se sui media e tra i vertici istituzionali europei tutti trattano la questione come se si trattasse di una realtà trasparente a tutti, il commento più comune è: “Mi spiace per quel che accade, ma non ci ho capito niente”. Laura Boldrini ha decretato lo spegnimento delle luci di Montecitorio “in segno di vicinanza e solidarietà” con “la gente che è ostaggio” nella città siriana. Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha deciso di spegnere la Tour Eiffel, mentre a Bruxelles sono state spente le luci del Grande Palace. Raramente si era visto una simile attenzione e un simile cordoglio per un evento di guerra, come ha fatto notare Fulvio Scaglione sul Post Internazionale, ricordando come le vittime civili in Iraq e in Afghanistan per mano di governi e forze armate legati all’Unione Europea, o quelle nella Striscia di Gaza per mano di Israele non soltanto non provocano un’analoga indignazione, ma sono minimizzate o occultate dalla nostra informazione.
Tanto più si infittisce questa “solidarietà” posticcia quanto più si inquina e distorce la descrizione della vicenda reale. Aleppo è stata, per quattro anni, divisa non in due, come dicono i giornalisti in queste ore, ma in tre: il regime a ovest, i movimenti islamisti ad est e le forze rivoluzionarie promosse dai curdi a nord. Questa situazione è stata il prodotto di due rivoluzioni tra loro parallele e antagoniste, quella teocratica (Aleppo est) e quella confederale (Aleppo nord). Per comprendere le premesse di questa situazione è necessario tenere presente che la lotta armata iniziata nel 2011, benchè connessa con la rivolta che l’ha preceduta, non è ad essa storicamente sovrapponibile, ed ha avuto bisogno, per sua stessa natura, di una pianificazione, un’organizzazione e un equipaggiamento che la popolazione civile non sarebbe stata in grado di procurarsi. Per questo la Siria è diventata non soltanto teatro di scontro sociale, ma anche internazionale. I milioni di dollari necessari alla logistica, all’armamento e alla propaganda dell’insurrezione, oltre che gli stipendi dei combattenti e il loro addestramento, sono arrivati ad Aleppo come altrove tra il 2011 e il 2012 dalle potenze regionali ostili all’asse siro-iraniano – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – e dai loro alleati europei e americani: Francia, Inghilterra, Stati Uniti.
Queste potenze hanno offerto nello stesso periodo la supervisione alla creazione di un’esercito ribelle (il Free Syrian Army o Fsa), la produzione di un’interfaccia politica di questo esercito (la Coalizione Nazionale Siriana, o Cns, espressione dei Fratelli Musulmani e di alcuni piccoli gruppi dissidenti) e una macchina propagandistica (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, espressione della Cns e finanziato e ospitato dall’Inghilterra). Due elementi, però, hanno complicato da subito questo disegno. Da un lato, la popolazione siriana ostile al regime non ha accettato questa “Coalizione” come rappresentativa delle sue istanze, perchè costituita da ricchi transfughi residenti all’estero, considerati estranei alle vicende del paese e non dissimili dalle elite che già governano la Siria. In secondo luogo, tanto una parte della popolazione, quanto l’Arabia Saudita e la Turchia si sono mostrate pronte a sostenere movimenti armati orientati all’imposizione di uno stato islamico d’impronta sunnita su tutto il paese, laddove Usa e Ue avevano pensato di poter supportare forme di radicalismo religioso “moderato” (si fa per dire) come quello, appunto, dei Fratelli Musulmani.
Il tentativo di sottrarre Aleppo all’autorità del governo iniziò sotto gli auspici turchi ed europei il 19 luglio del 2012 con un assalto armato dell’Fsa che a ben vedere lasciò piuttosto fredda, se non ostile, la popolazione della città, segnando l’inizio di una serie estenuante di offensive e controffensive di cui vediamo l’esito in questi giorni. I combattimenti, tuttavia, vennero sempre meno portati avanti dall’Fsa, diretto da ex ufficiali dell’esercito visti dalla popolazione come mercenari prepotenti e corrotti, che furono surclassati nelle operazioni militari e nel reclutamento dei civili, tra il 2012 e il 2013, da un’organizzazione anti-Assad alternativa, Jabat al-Nusra (oggi il suo nome è Fatah al-Sham), filiale siriana di Al Qaeda il cui obiettivo è instaurare uno stato islamico sui territori conquistati, e in prospettiva un califfato globale. (Durante il 2013, in seno a questa organizzazione, si creò un dissidio tra chi voleva dichiarare immediatamente uno stato islamico e i suoi vertici, contrari all’idea, e più favorevoli a un’imposizione della legge coranica a macchia di leopardo, e alla proclamazione del califfato in una seconda fase. Fu così che i propugnatori del “califfato immediato” si staccarono da Al Qaeda e formarono l’Isis, conquistando una parte dell’Iraq e attaccando ripetutamente le città europee e statunitensi).
La Turchia e l’Arabia Saudita, supportate dall’Ue, hanno sostenuto negli anni l’allargamento della corrente teocratica della rivoluzione contro il regime, dirottando ad essa il denaro e le armi inizialmente orinetati all’Fsa, che cessò di esistere, ma  hanno anche promosso la formazione di gruppi che, sebbene orientati come Al Qaeda e l’Isis all’instaurazione di uno stato islamico, sono direttamente controllati da Ankara e Riad. Questi gruppi, che fecero di Aleppo est una loro base e, come Al Qaeda e l’Isis, contano migliaia di combattenti, possiedono armi pesanti e gestiscono fondi di milioni di dollari, si chiamano Arhar al-Sham e Jaish al-Islam. Questi eserciti jihadisti hanno annichilito ad Aleppo, grazie al loro potere economico e militare, tutti i movimenti e i gruppi con loro in dissenso. C’è stata anche una vera e propria guerra civile interna all’insurrezione islamica, che ha contrapposto nel 2013-2014 Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam da un lato, aiutate dalle ultime bande vicine ai Fratelli Musulmani, e l’Isis dall’altro. In questa guerra civile interna al jihad globale, i quartieri di Aleppo est sono finiti nel 2014 nelle mani di Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam, mentre l’Isis ne è stato espulso. Al Qaeda e Arhar al-Sham hanno allora fondato, con altri gruppi salafiti (ossia promotori della restaurazione della società islamica del VII sec. dc), l’alleanza per Aleppo “Ansar al-Sharia”; Jaish al-Islam (anch’essa organizzazione salafita), invece, ne ha creata un’altra con gruppi minori, il cui nome è “Fatah Halab”.
Queste due “cabine di comando”, alleate e coordinate tra loro, non hanno costituito soltanto la direzione armata delle migliaia di miliziani che si sono contrapposti al regime a ovest e ai curdi a nord in questi giorni, ma anche il potere brutale che ha controllato Aleppo est in questi ultimi due anni, provocando vessazioni, persecuzioni, discriminazioni e violenze inaudite sulla popolazione civile, la cui vita quotidiana è precipitata in un incubo inedito per la storia di Aleppo, città caratterizzata dalla sua profonda modernità, varietà sociale e diversità religiosa, ideologica e culturale. Questo incubo ha impedito la continuazione di qualsiasi rivoluzione o opposizione nella città e ha letteralmente gettato gran parte della sua popolazione tra le braccia del regime, la cui oppressione, se comparata con quella dei salafiti dei quartieri orientali, è considerata un sollievo. Quando si sente parlare di “ribelli” o “opposizione” ad Aleppo, quindi, è necessario sapere che di questo si tratta e si è trattato, per quanto tale realtà sia disturbante o scomoda.
La macchina di propaganda che nasconde in questi giorni tutto questo è stata orchestrata dal governo islamista della Turchia, da quello dello stato islamico saudita, e dall’Unione Europea, che ha in questi due regimi i suoi alleati nell’area, e considera suo interesse a qualsiasi costo il rovesciamento, o almeno l’indebolimento e, se possibile, lo smembramento dello stato siriano. Dal momento che la parte della rivoluzione siriana supportata dall’Ue ha preso una direzione così reazionaria, i media europei, come sempre servili verso le politiche estere dei nostri governi, hanno in questi giorni completamente oscurato questa circostanza, descrivendo, ad esempio, Aleppo est come un luogo di semplice “opposizione” e “resistenza”, tacendo sui crimini commessi dai movimenti salafiti che Francia e Inghilterra continuano a supportare senza ritegno, sebbene l’imposizione delle corti della sharia come unico riferimento giuridico ad Aleppo est abbia rappresentato in questi anni un fenomeno contrario ai tanto sbandierati “diritti umani” e che sarebbe considerato “terroristico” (anche a causa delle sue forme paramilitari) dall’Ue in tutti gli altri contesti (è simile, a ben vedere, ai fenomeni presi a giustificazione di guerre e bombardamenti in moltissime aree del mondo, compreso il vicino Iraq).
La battaglia per la riconquista di Aleppo da parte del governo siriano viene raccontata diversamente, infatti, da quella dell’esercito iracheno per la conquista di Mosul, è non è silenziata come il massacro che l’Arabia Saudita e l’Egitto stanno compiendo contro la popolazione in rivolta dello Yemen, benché tali governi non siano meno oppressivi verso i propri popoli e quelli che bombardano. Qualcuno potrebbe pensare che questa familiare logica dei “due pesi e due misure” abbia a che fare con il fatto che i paesi dell’Ue sono collocati, nel medio oriente ricco di risorse energetiche, su uno dei due grandi “assi” geopolitici che contrappongono gli stati della regione: quello saudita, che comprende paesi come Turchia, Egitto e monarchie del Golfo, con cui l’Ue organizza i suoi affari, che da decenni si oppone per questioni di egemonia economica all’altro “asse”, quello iraniano, che comprende lo stato siriano. Non è un caso che, mentre l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Samantha Power accusa la Russia di essere “senza vergogna” per ciò che le sue forze speciali hanno fatto ad Aleppo, la narrazione degli eventi di questi giorni in Russia e in Cina (schierate invece, sempre per interessi economici, con l’Iran e la Siria) è del tutto opposta, somigliando a quella occidentale su Mosul: Aleppo vive una giusta e necessaria “guerra al terrorismo”.
In questo scenario di disgustosa disinformazione, censura e ipocrisia, l’Italia non si distingue. Media tra loro anche lontani, come il Corriere della Sera, Repubblica o Popoff Quotidiano, spiegano in queste ore che “l’opposizione” di Aleppo andrebbe appoggiata, anche perchè sarebbe l’unica che ha “sconfitto lo stato islamico”. Ciò è vero, come detto, ma è anche ridicolo, perchè tale “opposizione” è a sua volta uno “stato islamico”. Ciò che distingue lo stato islamico meglio conosciuto, dichiarato a Raqqa e Mosul, da quello di cui non ci dovrebbe esser dato sapere, instaurato da Ansar al-Sharia e Fatah Halab ad Aleppo est, è da un lato una diversa interpretazione della strategia jihadista, dall’altro la scelta dell’Isis di attaccare le città occidentali (cosa che ha indotto Usa e Ue a scorporare questa organizzazione dall’opposizione etichettata come “legittima” ad Assad, e a bombardarla) ma non certo le conseguenze del potere di questi soggetti sulla popolazione che deve patirne le angherie. In secondo luogo non è affatto vero che questa è l’unica “opposizione” alternativa allo stato islamico ad Aleppo, perché le Ypg-Ypj, unità di protezione del popolo e delle donne, difendono da anni i quartieri nord di Aleppo, le campagne settentrionali della sua provincia e, oltre ad aver contribuito alla cacciata dalla città prima dell’Isis e ora di Ansar al Sharia e Fatah Halab, stanno avanzando su Raqqa e si oppongono al regime dal 2004, armi in pugno dal 2012.
La sventurata popolazione di Aleppo subisce così, in queste ore – grazie a personalità ineffabili come Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power – la beffa della “solidarietà” di stati che hanno per anni finanziato e armato i loro aguzzini, e che ora surrettiziamente li presentano come vittime per i loro sporchi calcoli politici. Che questo vergognoso e ipocrita tributo sia stato proclamato, in queste ore, da personalità femminili, è tanto più assurdo se si considera che proprio la corrente teocratica della rivoluzione siriana sconfitta ad Aleppo est aveva promosso e imposto da cinque anni il declassamento delle donne di quei quartieri a oggetti di arredamento della vita privata degli uomini e dei miliziani, imponendo l’annichilamento completo della loro esistenza e di ogni loro protagonismo sociale (ciò che ancora accade a Idlib, tuttora sotto il loro controllo). Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power non hanno mostrato la stessa contrizione quando le combattenti donne delle Ypj curde che difendono un genere ben diverso di rivoluzione nella stessa città, negli scorsi mesi e in queste settimane sono state attaccate, assieme alla popolazione civile dei loro e di altri quartieri, con bombardamenti e armi chimiche proprio da Ansar al-Sharia e Fatah Halab.
Le Ypg e le Ypj si difendono ad Aleppo nel silenzio e nell’isolamento internazionale tanto dal regime quanto dai salafiti e hanno creato un’alleanza ben più vasta e forte delle cabine di comando oscurantiste di Aleppo est e Idlib: le Forze Siriane Democratiche che comprendono curdi, arabi, turcomanni e inglobano da un anno le ultime forze Fsa ancora esistenti, prima allo sbando, che assieme alle Ypg si contrappongono oggi tanto ai salafiti dell’Isis quanto a quelli di Al Qaeda, Arhar al-Sham o Jaish al-Islam; eppure delle imprese delle donne e degli uomini che portano avanti questa rivoluzione – la rivoluzione confederale – non c’è traccia sui nostri giornali, probabilmente perchè sono il fumo negli occhi per gli alleati turchi e sauditi dei nostri governi, combattendo non soltato la teocrazia e il patriarcato, ma anche il capitalismo. I veri rivoluzionari di Aleppo nord hanno accolto in queste settimane, tra l’altro, migliaia di quei profughi in fuga dai quartieri est che tanto stanno a cuore ai nostri governi, mentre venivano bersagliati, va detto, non  dal regime, ma proprio dai miliziani asserragliati nei loro quartieri con armi automatiche come punizione per voler “abbandonare” e “tradire” i “guerrieri di Allah” (lo stesso che sta facendo l’Isis nelle campagne a nord di Raqqa e a Mosul).

Battersi per la fine del regime di Bashar al-Assad è giusto, e molti siriani continuano a desiderare il cambiamento, ma non qualsiasi forza che si oppone a un regime è meglio del regime stesso. Il governo siriano non si combatte, in ogni caso, con la commozione ipocrita da tastiera o con i like su facebook, o censurando la verità su ciò che accade ad Aleppo, nè in nome di interessi economici nuovamente coloniali che non sono rivolti contro un regime, ma contro una popolazione, la sua indipendenza, la sua storia e la sua dignità. Le uniche luci che i nostri governi hanno spento da tempo, in rapporto alle guerre e al mondo in cui viviamo, sono quelle dell’informazione corretta e dell’intelligenza. Il cordoglio e la commozione di questi giorni non sono sinceri o, se lo sono, purtroppo si basano su un’ignoranza colpevole: poichè nessun governo ha mai detto la verità sulla guerra alla sua popolazione, ed è preciso dovere della popolazione informarsi e ottenere conoscenza per rispetto a chi muore anche a causa della ragion di stato europea e delle inaccettabili menzogne dei nostri giornalisti; e infine occorre prendere parte e lottare, e non piangere, poiché delle nostre lacrime – raramente sincere, troppo spesso imbarazzanti – i civili di Aleppo non se ne potranno fare nulla.