venerdì 21 agosto 2020

POPULISTI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI

Lo stratega che tanto ha fatto per permettere a Trump di prendere possesso degli Usa e di una buona fetta del resto del Mondo,Steve Bannon,da ieri è finito in manette per frode ed appropriazione indebita riguardo le cospicue donazioni ricevute per la costruzione del muro tra gli Stati Uniti ed il Messico(madn il-muro-di-trump ).

Non è il primo nome importante che esce fuori dalla cerchia di Trump che viene arrestato,quasi tutti ormai licenziati visto l'esuberanza vulcanica del presidente che tanto si confonde con i sintomi di una malattia mentale,così come quest'altro articolo fa notare(wired trump-consiglieri-campagna-2016-reati ).

Invece in quello proposto da Contropiano(arrestato-steve-bannon-grosso-guaio-per-il-mondo-di-trump-e-di-salvini-meloni )si da ampio spazio ai consigli ed alle relazioni avvenute in Italia con Salvini e la Meloni,accomunati da una politica di estrema destra e da un populismo che scatena ovazioni in due terre dove l'ignoranza regna sovrana anche se siamo divisi da un'oceano.

Molto rilievo pure all'acquisto della Certosa di Trisulti in provincia di Frosinone acquistata da una congrega che fa riferimento a Bannon nonostante faccia parte del patrimonio monumentale italiano,in uno scenario che è tutt'ora sotto indagine.

Arrestato Steve Bannon. Grosso guaio per il mondo di Trump (e di Salvini/Meloni).

di  Federico Rucco

Steve Bannon, lo stratega e consigliere della campagna elettorale di Donald Trump, e’ stato arrestato con l’accusa di frode e appropriazione indebita. Ad annunciarlo è stata la procura di New York che ne ha ordinato l’arresto.

Secondo la procura di New York, Bannon insieme ad altre tre persone ha “orchestrato uno schema per defraudare centinaia di migliaia di dollari di donazioni” raccolti dalla campagna di raccolta fondi online ‘We Build The Wall’. La campagna ha totalizzato oltre 25 milioni di dollari per costruire un muro lungo la frontiera meridionale degli Stati Uniti.

I quattro sono stati arrestati con l’accusa di cospirazione per frode informatica e cospirazione per riciclaggio di denaro. Sono accuse, che comportano ciascuna una pena massima di 20 anni.

“We Build the Wall” è stata lanciata come campagna GoFundMe alla fine del 2018, con l’obiettivo di raccogliere direttamente dal pubblico il denaro necessario per costruire un muro anti migranti alla frontiera del Messico, malgrado l’opposizione del Congresso a quella che era una delle maggiori promesse elettorali del presidente americano Donald Trump.

Bannon avrebbe intascato più di un milione di dollari tramite una organizzazione no profit da lui controllata. I quattro avrebbero trasferito il denaro raccolto verso l’organizzazione no profit e poi verso un società fantasma, grazie a fatture false.

Steve Bannon ha avuto modo di farsi conoscere anche in Italia, dove negli anni scorsi ha tenuto un serie di conferenze ed incontri con esponenti della destra politica e religiosa.

A marzo del 2018 si incontrò in modo molto “riservato” con Salvini a Milano, mentre nel settembre 2018 è intervenuto ad un dibattito con Giorgia Meloni al festival annuale Atreju, organizzato da Fratelli d’Italia.

Secondo più di qualche osservatore, dietro la costruzione de “La Bestia” salviniana sui social network ci sarebbe proprio la consulenza di Steve Bannon.

Più nota è la controversia sulla splendida Certosa di Trisulti (in Ciociaria) acquistata da una fondazione legata alla rete di Bannon ed il cui acquisto era stato contestato, tardivamente, dal Ministero dei Beni Culturali. La rete di Bannon voleva farne un centro studi per il suo universo nero. Ed a maggio aveva anche vinto la prima partita legale con il Mibac.

La Dignitatis Humanae Institute (Dhi), ossia l’associazione religiosa di destra finanziata da Steve Bannon, ha infatti vinto la prima battaglia legale per rimanere nella Certosa di Trisulti.

In una sentenza pubblicata il 26 maggio, il Tar del Lazio ha rigettato il tentativo del Ministero per i Beni culturali di revocare il contratto di locazione di 19 anni dell’abbazia costruita dai monaci certosini nel XIII secolo e concessa oltre due anni fa alla Dhi.

 I giudici hanno concluso che il Ministero non aveva agito entro il termine previsto per l’annullamento degli appalti pubblici. Il verdetto è una sconfitta grave per il Mibact che sosteneva che la clausola del limite di tempo non avrebbe dovuto essere applicata in quanto il Dhi aveva fatto dichiarazioni «false e mendaci» nella sua domanda di locazione, accusa per la quale, secondo i giudici amministrativi, il Ministero non è riuscito a fornire prove e che dovrà essere dimostrata in un Tribunale penale prima che il contratto di locazione possa essere revocato.

Le mani allungate dalla rete di Steve Bannon sulla Certosa di Trisulti e sul progetto di costruzione di una destra in Italia simile a quella statunitense, sono state oggetto di una puntata di Report che ha provocato più di qualche mal di pancia, tanto che la Digos si recò nella redazione di Report per acquisire il materiale usato dai redattori per la loro inchiesta.

giovedì 20 agosto 2020

CINQUE STELLE:DA MOVIMENTO A PARTITO,DAL POTERE ALLA FINE

Dopo aver superato di poco il decennio di esistenza ecco che il Movimento 5 stelle è prossimo alla scomparsa,ed il colpo di grazia è stato decretato dagli stessi,pochi(nemmeno 50 mila)votanti al referendum interno sui quesiti del mandato zero e sulle alleanze(vedi l'articolo:www.adnkronos.com/fatti ).

Famosi a parole per essere il nuovo della politica,gli amministratori grillini facevano un vanto del loro disaffezionamento alla poltrona giurando sull'unicità dei loro mandati,poi aumentati a due ed ora in numero illimitato,forse perché non sono riusciti ad avere ricambi degni di nota oppure per il torpore che mano a mano ne ha contraddistinto il percorso politico.

Il potere ha dato alla testa alla maggior parte dei politici pentastellati,ed anche la possibilità di alleanze-inciuci con altre rappresentanze è un modo di ritornare all'antico e,ricordo in poco più di dieci anni,di rapportarsi e di conformarsi alla politica.

Con le regionali alle porte dove si prevede una tremenda mazzata sia essi concorrano da soli che con il Pd o altre realtà,possono confidare vista l'ignoranza più totale degli italiani,a strappare la vittoria di Pirro col risultato referendario sul taglio dei parlamentari(e della democrazia)da sempre cavallo di battaglia dei grillini...proprio come il mandato unico,l'assoluta indipendenza politica,i No Tav etc.

M5S, sì a modifica mandato zero e alle alleanze.

Pubblicato il: 14/08/2020

Sì alla modifica del cosiddetto 'mandato zero' e alle alleanze con i "partiti tradizionali" sul territorio. La base 5 Stelle ha deciso: alle 12 si è conclusa la votazione su Rousseau, con il via libera ai due quesiti proposti dal capo politico Vito Crimi. Sono 39.235 i voti favorevoli al quesito sul mandato zero (80,1%), mentre i sì alle alleanze sono stati 29.196 (59,9%).

Di Maio: "Inizia una nuova era"

Zingaretti: "Voto 5S su alleanze positivo, ma non sosterremo mai Raggi"

"Hanno partecipato alle due votazioni un totale di 48.975 aventi diritto che hanno espresso complessivamente 97.685 preferenze", si legge in un post sul Blog delle Stelle. Grazie all'esito di questa votazione, il sindaco di Roma Virginia Raggi potrà candidarsi alle elezioni del prossimo anno per un nuovo mandato.

"Sono contento della grande partecipazione degli iscritti a questo voto. Da oggi i parlamentari e consiglieri regionali potranno riportare la loro esperienza nei comuni, e viceversa i consiglieri comunali e gli attivisti potranno essere attori di quel ricambio necessario per non far diventare la politica una professione". Così su Facebook Davide Casaleggio, presidente di Rousseau, commenta l'esito della votazione.

Crimi: "E' nuova esperienza di democrazia diretta"

Raggi: "Avanti a testa alta, compito complesso ma uniti vinceremo"

"Il MoVimento in questi anni - ha continuato Casaleggio - ha sempre dimostrato che le decisioni si prendono tutti assieme. Il vero organo collegiale decisionale del movimento sono sempre stati gli iscritti ed è sempre stata la grande differenza dalle altre forze politiche".

"Ho sempre pensato - aggiunge - che i processi partecipativi debbano coinvolgere tutti con percorsi di informazione e di approfondimento come quelli che abbiamo attivato in passato per la legge elettorale e per indicare il nome del Presidente della Repubblica. In questa direzione ci impegneremo nei prossimi mesi e ne discuteremo il 4 ottobre".

"Voglio anche ringraziare tutto il team Rousseau che, in questi giorni di vacanza per molti, ha garantito il voto e sta dando assistenza senza sosta alle migliaia di candidati che stanno preparando i documenti per il deposito delle liste regionali e comunali", conclude il figlio del cofondatore del M5S.

mercoledì 19 agosto 2020

LA GUERRA DELL'ACQUA IN ROJAVA

Una delle tattiche di guerra per annientare la resistenza di una città o di un'intera regione,soprattutto in terre dove già esiste una secolare carenza,è quella di togliere l'acqua alla popolazione,così come toglierne i viveri,lo si è fatto da sempre ed è un modo crudele e lungo per mettere in ginocchio una delle parti del conflitto.

Da decenni Israele utilizza anche questa tattica nei territori palestinesi ed oggi spostati un poco più a nord è quello che sta attuando l'esercito turco nel Rojava presso la città di Heseke posta al confine nord orientale,dove già una siccità stagionale eccezionale si è aggiunta ai problemi della pandemia di coronavirus.

Da settimane i turchi che controllano le dighe poste sull'Eufrate e sul Tigri fanno sì che l'acqua arrivi a singhiozzo nel territorio,costringendo la popolazione a rifornirsi di acqua con cisterne con sempre maggiore fatica,lasciando le terre coltivate prive di sostentamento e quindi con raccolti insufficienti per sfamare.

L'articolo(comune-info.net )racchiude un appello alla comunità internazionale per fare cessare questa ignobile tattica di guerra che sta cominciando ad avere effetti devastanti soprattutto verso la popolazione più debole ed indifesa nel silenzio più totale.

La Turchia toglie l’acqua nel Rojava.

Gulistan 17 Agosto 2020

La sete è un’arma micidiale. Se poi si unisce alla mancanza di elettricità, gas, alla difficoltà di accesso al cibo e al rischio derivante dalla pandemia, la resistenza diventa quasi impossibile. Per questo la campagna “Make Rojava Green Again” ha lanciato, attraverso la lettera aperta di una donna di Heseke, un appello urgentissimo rivolto alla solidarietà di chiunque abbia a cuore il destino di un milione di persone delle città e delle regioni di Heseke e Tel Tamir cui l’aggressione del regime turco da dieci giorni ha interrotto la fornitura di acqua potabile. Le forze mercenarie assoldate dalle forze turche per l’aggressione al Rojava controllano ora la stazione idrica di Allouk (Elok), la sola che distribuisce acqua potabile nella regione, e questo, purtroppo, non è il solo caso in cui la mancanza di acqua viene utilizzata come arma per indebolire la resistenza in un periodo in cui le temperature sono proibitive: le dighe turche sull’Eufrate colpiscono l’agricoltura di quella regione della Siria nord orientale in modo durissimo da diversi mesi. L’acqua non è mai stata così bassa

A tutte le organizzazioni e agenzie internazionali pertinenti,

A tutto il mondo

A tutti coloro che hanno a cuore l’umanità,

Heseke in questo momento sta affrontando una situazione terribile a causa del taglio dell’acqua per più di dieci giorni, da parte della Turchia e dei suoi delegati, che controllano Serekaniye (Ras-al-Ain) e tutta la campagna vicina, dove si trova la centrale idrica di Alouk.

Questa centrale è l’unica fonte di acqua potabile per l’intera regione di Tel Tamer e Heseke.

Inoltre, Heseke soffre della carenza di elettricità, gas, pane e dei prezzi elevati dei costi di gestione giornalieri.

Questo cattivo clima con altissime temperature da un lato, e la pandemia di Corona nell’altro, mette la vita a più di un milione di persone in pericolo e a rischio. In queste difficili circostanze dobbiamo diffondere un appello di emergenza a tutto il mondo per interferire e contribuire a salvare la vita dei civili e considerare Heseke come una città veramente allo stremo.

L’uso dell’acqua come arma da parte della Turchia.

Negli ultimi mesi, la Turchia ha intensificato la pressione sulla Siria nord-orientale utilizzando l’acqua come arma. Si tratta di un grave attacco che sta già causando una grave crisi ambientale e umana e colpisce la Mesopotamia nel suo complesso!

Se continuasse così, ci sono buone probabilità che l’intera Mesopotamia, ricca dei suoi mille anni di storia, si trasformi in un deserto …

Esempi di attacchi turchi sono:

Tagliare il flusso d’acqua dal fiume Eufrate.

Con le loro dighe, si stima che la Turchia abbia il potenziale per tagliare completamente l’acqua del fiume per 3 anni. Già ora, poiché l’acqua è stata drasticamente ridotta per alcune settimane, ha un effetto drammatico sull’agricoltura nella Siria nord-orientale e sulla natura. L’acqua dell’Eufrate non è mai stata così bassa nella storia umana!

Taglio della stazione centrale idrica di Allouk.

La stazione idrica Allouk che fornisce acqua all’intera regione di Heseke / Tel Tamir si trova nella regione invasa di Serekaniye e l’acqua viene regolarmente interrotta per giorni e settimane.

Ora è la decima volta che i mercenari turchi tagliano l’acqua, lasciando più di un milione di persone senza acqua già da più di 10 giorni. L’unico modo per dare acqua alla gente è portare migliaia di cisterne d’acqua in tutti i quartieri di Heseke.

Poiché anche i mercenari turchi non lasciano mai abbastanza pressione per farla uscire dalla centrale, non consentono ai depositi d’acqua di Heseke di riempire tutto il quartiere, il che significa che alcuni di loro sono stati privati dall’acqua per mesi!

Ridurre l’acqua del fiume Tigri.

Lo stato turco riduce anche il livello del fiume Tigri, un’altra grande fonte d’acqua per l’agricoltura del Rojava. Il fiume è il confine tra Siria e Turchia e la Turchia impedisce anche alla gente del posto di usare l’acqua o di installare canali o pompe sparandogli addosso dal confine.

Mentre il lato turco (o dovremmo dire il Kurdistan settentrionale sotto occupazione) del fiume è di un verde lussureggiante, il lato siriano è giallo-marrone …

Inquinare i fiumi.

La Turchia toglie l’acqua nel Rojava. I mercenari turchi inquinano anche i corsi d’acqua nelle aree invase di Serekaniye e Gire Spî, rendendo l’acqua imbevibile per le regioni a valle .

martedì 18 agosto 2020

MORTO ROMITI IL NEMICO DELL'OPERAIO

Uno dei più grandi nemici dei lavoratori italiani è morto dopo una lunga vita fatta di arroganza e di cattiveria nei confronti degli ultimi,degli operai e dei sindacati,è stato colui che ha cominciato l'era del regresso e della perdita di tutti i diritti sindacali ottenuti con sacrifici e con dei martiri nel corso di decenni.

L'articolo di Contropiano(e-morto-romiti-un-uomo-nero-del-capitalismo-italiano )ne traccia giustamente un profilo negativo definendolo uomo nero del capitalismo italiano,un mangiateste anche verso chi era al suo stesso livello dirigenziale,insomma un poco di buono che ha fatto della spietatezza un'arma vincente.

Una figura che con i suoi licenziamenti ha messo in ginocchio migliaia di operai con le loro famiglie in nome del capitalismo e della produzione,un nemico del popolo,che ha calpestato i diritti dei lavoratori rimanendo sempre ai posti di comando.

Si delinea un riassunto della sua carriera professionale,della Fiat,dell'amicizia interessata con Agnelli e Cuccia,non proprio due santerelli proprio come lui,in un giorno dove nessun lavoratore piangerà una lacrima per lui anzi si stapperanno qualche bottiglie.

E’ morto Romiti, un “uomo nero” del capitalismo italiano.

di  Sergio Cararo   

E’ deceduto a 97 anni Cesare Romiti. Ai più giovani è un nome che non dice nulla. Per un’altra generazione è l’uomo che guidò gli interessi della Fiat nel decisivo scontro di classe nel 1980 contro gli operai della principale fabbrica italiana e, conseguentemente, contro tutto il movimento operaio nel nostro paese.

Romiti è stato il volto dell’arroganza padronale e della determinazione nel mettere in ginocchio la classe operaia alla fine di un ciclo di emancipazione storica dei lavoratori e dell’intera società. Una emancipazione che mal si adattava agli interessi materiali ed ideologici del capitalismo in Italia.

Come molte altre, la sua è una storia che nasce dal basso ma che sin da subito si integra perfettamente con i poteri forti fino a diventarne un uomo di fiducia e di punta per tutto il lavoro sporco.

Nel 1947, a 24 anni viene assunto al Gruppo Bombrini Parodi Delfino di Colleferro in provincia di Roma. Si tratta di una grande fabbrica di produzioni militari sotto il controllo della Difesa e dei servizi segreti italiani e statunitensi. Ne diventa il direttore finanziario. Per dare un’idea della valenza dell’impianto in cui il giovane Romiti fa la gavetta, insieme a lui lavora anche Mario Schimberni, quello che sarà il futuro presidente della Montedison.

Dopo la fusione con la Snia Viscosa, nel 1968, Romiti diventa direttore generale e qui inizia a costruire un rapporto di fiducia personale con Enrico Cuccia, ossia il principe nero di Mediobanca (il salotto dominante della finanza in Italia). Lo stretto rapporto con Cuccia gli farà da battistrada nel diventare il principale manager privato in Italia.

Dopo alcuni anni come amministratore delegato all’Alitalia, nel 1974 su richiesta di Gianni Agnelli Cuccia lo segnala come direttore centrale di finanza, amministrazione e controllo del gruppo Fiat e nel 1976 ne diventa l’amministratore delegato.

La dolorosa ristrutturazione della Fiat nasce proprio in quel salotto privato di Mediobanca in cui Romiti è di casa. E sarà Romiti a pianificare lo scontro frontale per piegare gli operai della Fiat. Prima con i 61 licenziamenti politici nel 1979 e poi con i licenziamenti di massa nel 1980.

Il 5 settembre 1980 la Fiat mette in cassintegrazione per 18 mesi 24mila dipendenti (quasi tutti operai). L’11 settembre – dopo una settimana di trattative con i sindacati– la Fiat annuncia 14.469 licenziamenti. Romiti, definisce i licenziamenti essenziali per non fare fallire l’azienda. Sono giorni e giorni di picchetti ai cancelli della fabbrica che viene addirittura occupata. L’allora segretario del Pci Berlinguer terrà un comizio ai cancelli della Fiat annunciando (in minoranza nella segreteria del Pci) il suo sostegno alla lotta.

Romiti, sostenuto dall’intero sistema politico/mediatico (La Repubblica inclusa per intendersi, con De Benedetti avrà un rapporto di odio/amore per anni ndr), accentua lo scontro e organizza la Marcia dei Quarantamila (impiegati e funzionari della Fiat ma anche commercianti ed esponenti dell’anticomunismo diffuso) in funzione antioperaia. 

I sindacati Cgil Cisl Uil invece di rispondere chiamando alla mobilitazione il movimento operaio, calano le braghe e accettano il piano Fiat sulla cassa integrazione a zero ore che diventeranno poi licenziamenti veri e propri. Nelle assemblee operaie negli stabilimenti Fiat i sindacalisti verranno presi a ombrellate, contestati e rincorsi dagli operai che si sentono traditi. Con la sconfitta del 1980 alla Fiat inizierà il ciclo regressivo delle conquiste sociali e sindacali nel nostro paese.

Con la sconfitta degli operai alla Fiat e il rapporto fiduciario con il banchiere dei banchieri Enrico Cuccia, Romiti condizionerà anche la stessa famiglia Agnelli e diventa il manager più potente d’Italia fino a metà degli anni ’90. Dimessosi dalla Fiat (con una buona uscita di 105 miliardi più 99 per il patto di non concorrenza, ndr), passerà alla Gemina, la finanziaria che controllava il gruppo editoriale Rcs (Corriere della Sera).

Insomma Romiti è stato un vero e proprio “Uomo nero” del capitalismo italiano, spietato e potentissimo, sia contro gli operai che verso i competitori nel suo mondo. Il fatto che nel 2009 sostenne l’appello all’unità per far eleggere Napolitano a Presidente della Repubblica (in contrasto con Berlusconi) gli ha assicurato la pubblica benevolenza da salvatore della patria del tutto immeritata. La dipartita di Romiti non merita neanche una lacrima.

lunedì 17 agosto 2020

BORBONI LADRONI

Sono due settimane che l'ufficialità della notizia dell'esilio volontario dell'ex re spagnolo Juan Carlos Primo di Borbone per motivi prettamente giudiziari in quanto sotto la lente d'ingrandimento della magistratura(anche svizzera)per via di svariati reati legati al fisco e alla propria ricchezza personale di dubbia provenienza.

Conservatore e fascista,ha legato indissolubilmente il proprio nome e quello della Spagna al franchismo e a tutto ciò che la dittatura di destra portò nel paese iberico dagli anni trenta fino agli anni settanta,con pesanti strascichi che si notano tutt'ora.

Il figlio,che prosegue nella politica reazionaria del padre anche se la monarchia è più che altro una sorta di spaventapasseri nel paese,comunque detiene molto potere sia sociale che soprattutto economico,e le ricchezze incalcolabili detenute dalla corona spagnola come evidenziato nell'articolo di Contropiano(spagna-operazione-salvare-la-corona )vengono cullati dall'attuale governo Psoe-Podemos con questi ultimi sempre più simili ai nostri grillini per incoerenza ed incompetenza politica.

Già dall'abdicazione verso Felipe(re-juan-carlos-di-spagna-abdica )si capiva che il livello di corruzione aumentati sempre più con scandali ormai quasi mensili,avevano consigliato all'ex reggente di passare in secondo piano,e gli ulteriori sviluppi di quelle indecenze lo hanno costretto ad un ulteriore spostamento nell'ombra,ora è ad Abu Dhabi.

L'articolo si conclude con un riferimento al"terrorismo musicale"che fece arrestare qualche tempo addietro alcuni artisti spagnoli per avere aperto gli occhi e parlato di tutte le nefandezze compiute dai reali del loro paese(madn lodio-giustificato-nella-musica(e perseguito) ).

Spagna. Operazione “salvare la corona”.

di  Andrea Quaranta  

I fatti erano noti da mesi e facevano presagire una mossa della famiglia reale volta a mettere la corona al riparo dall’ultimo scandalo che minacciava non solo di travolgere il re emerito Juan Carlos (indagato in Svizzera e in Spagna per riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale e corruzione) ma anche di far traballare il trono del figlio Filippo. 

La trama era stata scoperta da alcune inchieste giornalistiche inglesi e svizzere, che ne avevano rivelato i dettagli, mentre Filippo VI cercava di prendere le distanze dal padre e annacquare la vicenda. 

Ma è difficile mettere la sordina ai cento milioni di dollari che nel 2008 sarebbero transitati dalla monarchia saudita al conto svizzero dell’ex sovrano e approdati alla fondazione Lucum, una entità finanziaria con sede a Panama e ora chiusa, il cui beneficiario risultava essere, dopo Juan Carlos, l’attuale re Filippo VI, secondo quanto rivelato dal quotidiano inglese The Telegraph. 

La somma sarebbe stata una commissione in nero legata all’aggiudicamento dei lavori dell’alta velocità da Medina a La Mecca a un consorzio di imprese spagnole.

La necessità di arginare la prevedibile indignazione dell’opinione pubblica (la cui fiducia nella monarchia è scesa in Catalunya a livelli minimi, dietro la chiesa e le banche) è così all’origine della pezza cucita dal governo e da Filippo VI alla istituzione più rappresentativa del regime del ’78: la fuga del re emerito non è un gesto impulsivo e disperato, ma un’operazione dei più alti poteri dello stato, preparata con cura per salvare una corona sempre più sommersa dalla corruzione. 


Come in un gioco di prestigio, il governo PSOE-Podemos ne ha organizzato la sparizione esibendosi in una imbarazzante commedia delle parti. In un primo momento il segretario del PSOE, rispondendo alla domanda se era a conoscenza della mossa del re emerito, ha dichiarato che “i nostri uffici sono discreti. Tra la mia persona e la casa reale c’è una riservatezza che intendo preservare“, lasciando intendere di sapere più di quanto era disposto a raccontare. 

La reazione sdegnata non solo dei partiti indipendentisti di tutto lo Stato (ERC, CUP, BNG, EH Bildu…), ma anche dei soci di governo, ha costretto i socialisti a correggere il tiro, affermando tardivamente di non aver accordato con la casa reale la fuga dell’anziano ex governante. Ma tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza del re emerito  viene gestito direttamente dal ministero dell’interno, attualmente occupato dal socialista Fernando Grande-Marlaska. 

Per quanto riguarda il ruolo svolto da Podemos nella vicenda, nonostante il partito vanti la vicepresidenza del governo (occupata da Pablo Iglesias) e sia dunque presumibilmente al corrente delle scelte del governo di coalizione, sembra aver potuto fare ben poco per evitare la fuga dell’anziano Borbone, mostrando una volta di più lo scarso peso specifico di cui gode nel governo. 

A questo proposito è interessante l’opinione di uno storico militante dell’esquerra independentista, lo scrittore Julià de Jòdar, secondo il quale “Podemos è vittima di un miraggio: fare la politica del PCE di Carrillo durante la transizione. Lottare per ottenere un posto nell’establishment che l’establishment non ti concederà mai, perché se lo stato spagnolo ha una caratteristica distintiva (sia durante il franchismo che nella transizione) è l’anticomunismo. Chiunque si dica comunista non sarà mai accettato, né dalle élites economiche né dall’oligarchia politica“. 

E nonostante abbia cercato disperatamente di smarcarsi dalla posizione di Sánchez, la formazione della sinistra spagnola è stata aspramente criticata dall’esquerra independentista. 

Secondo Vidal Aragonés, deputato della CUP alla camera catalana, il repubblicanesimo di Podemos, privo di misure tattiche e strategiche per raggiungere l’obbiettivo, si riduce alla occasionale difesa di un simbolo, la repubblica spagnola, dietro il quale si nasconde la difesa dell’unità di Spagna. Perciò Aragonés ha ribadito la scommessa per la repubblica catalana, una rottura in grado di riaprire un processo di democratizzazione in tutto lo Stato. 

La persistente corruzione e l’impunità della corona non sono che ulteriori elementi rivelatori del fallimento della transizione e mostrano tutti i limiti delle istituzioni liberaldemocratiche in Spagna (dove le famiglie arricchitesi col franchismo continuano a rappresentare l’élite economica del paese). Riproponendo la favola della transizione modello, Pedro Sánchez ha difeso la monarchia e la fuga di Juan Carlos affermando di considerare “pienamente vigente il patto costituzionale“. 

Peccato che questo patto non abbia mai incluso una votazione popolare sull’istituzione monarchica, la cui legittimità risiede ancora nel regime franchista. Juan Carlos infatti accetta il titolo offertogli da Franco nel 1969 giurando con la seguente formula: “ricevo da Sua Eccellenza il Capo dello Stato e Generalissimo Franco la legittimità politica sorta il 18 luglio del 1936, in mezzo a tanto patimento, triste ma necessario perché la nostra patria recuperi nuovamente il suo destino“. 

Difficile essere più chiari. Una fedeltà al fascismo spagnolo che i partiti democratici ingoiano all’epoca come un rospo, ribadita solennemente da Juan Carlos dopo la morte del Generalissimo, quando il Borbone sale al trono e giura “nel ricordo emozionato di Franco” di “difendere i principi fondamentali del movimiento nacional”.

«Repubblica sí, sempre, però catalana, come unica garanzia di un nuovo patto istituzionale che non si porti dietro né i fantasmi della dittatura né le oligarchie inamovibili“, ha affermato la deputata della CUP a Madrid Mireia Vehí. 

E gli anticapitalisti e indipendentisti catalani hanno rilanciato la loro proposta radicale per le prossime settimane proponendo una serie di misure per cambiare le condizioni delle classi popolari: esproprio di tutte le risorse sanitarie private e servizi pubblici al 100%, fine delle esternalizzazioni, abolizione della riforma del lavoro e riduzione dell’orario, nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia, esproprio delle proprietà immobiliari degli istituti finanziari e alloggio degno per tutti, istituzione di una banca pubblica, esercizio del diritto all’autodeterminazione dei Països Catalans e uscita dall’Unione Europea. 

Per la CUP, infatti, il recente accordo di Bruxelles è in perfetta continuità con le ricette liberiste seguite da decenni dai governi europei che, secondo gli anticapitalisti e indipendentisti catalani, semplicemente “vogliono sostituire gli uomini in nero della Troika con quelli grigi dei paesi frugali“. 

Perciò la CUP ritiene più che mai necessario difendere la sovranità dei popoli davanti alla UE, al capitale finanziario (rappresentato dall’Íbex35, il principale indice di borsa spagnolo) e allo stato.  Istituzioni davanti alle quali per la formazione dell’esquerra independentista “non c’è altra soluzione che l’autodeterminazione“.

***

Il video del giuramento di Juan Carlos si trova all’indirizzo https://youtu.be/sX-ZW-AgybI

Nel 2018,, un collettivo di musicisti formatosi per l’occasione compose l’evocativo singolo Los Borbones son unos ladrones, in solidarietà con i rapper Pablo Hasél e Valtònyc, accusati di istigazione al terrorismo e ingiuria alla corona: il video, girato nella prigione franchista recentemente dimessa della Model di Barcellona, si può vedere qui sotto.

venerdì 14 agosto 2020

IL BONUS E LA LOGICA DELLA FLAT TAX

Tornando sul discorso dei bonus accaparrati da numerosi politici e anche da professionisti con guadagni anche superiori ai 100 mila Euro l'anno(madn lo-scandalo-dei-bonus-nel-periodo referendario )ecco un articolo breve da Contropiano(ora-e-chiaro-perche-la-flat-tax-fa-schifo )che spiega semplicemente che la richiesta fatta dai parlamentari e da centinaia di amministratori pubblica ai fini di legge è coerente.

Moralmente invece si sa che è uno schifo ed una vergogna,ma i 600 Euro li hanno potuti richiedere chi non becca un quattrino o chi ne prende 15 mila al mese,una regola sbagliata e figlia della logica della flat tax,con molti politici della Lega che ne hanno beneficiato e con scuse varie cercano di far finta di nulla,l'ennesima ruberia di questi politici razzisti e ladri(madn nuova-lega-vecchia-mafia ).

Ora è chiaro perché la “flat tax” fa schifo?

di  Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)   

Lo scandalo per i parlamentari che con 13000 euro al mese hanno comunque chiesto e preso i 600 di aiuto concessi per le partite IVA, porta ad un doppio insegnamento.

Il primo, più scontato, è il giudizio su una classe politica che si dimostra sempre peggio, anche perché questi signori qualcuno li avrà pure scelti, e non si venga a dire gli elettori, perché le liste sono bloccate. Se poi ai parlamentari aggiungiamo i tanti consiglieri e assessori regionali, anch’essi più che lautamente retribuiti, che avrebbero ottenuto l’aiuto pubblico, la fotografia di una classe politica indecente diventa un maxi poster.

Tuttavia la lezione più importante è probabilmente un’altra. Questi deputati avevano pieno diritto ad ottenere quei soldi pubblici perché essi non erano condizionati ad alcuna soglia di reddito. Tanto è vero che sono andati anche a professionisti che li guadagnano con una sola piccola parcella.

Questo non è un errore, ma una scelta politica nella logica della Flat Tax, cioè di quel sistema di tassazione – inventato da Reagan e oggi rivendicato da Salvini e dalle destre liberiste di tutto il mondo – che dispone una aliquota unica, indipendentemente dalla ricchezza di chi deve pagare. Un sistema che regala tanti più soldi a chi più ne ha.

Evidentemente anche il governo PD M5S è entrato in quella logica ed infatti continuamente sentiamo esponenti di quei partiti promettere la riduzione delle tasse per tutti, quando invece esse dovrebbero essere ridotte ai poveri e aumentate ai ricchi.

Insomma è il comune sentire liberista di tutto il palazzo della politica che ha fatto sì che i 600 euro andassero sia a chi 13000 euro li guadagna in un mese, sia a chi non riesce a prenderli in un anno.

È chiaro ora perché la FLAT TAX fa schifo?

giovedì 13 agosto 2020

LA SITUAZIONE(CHE VOGLIONO FARCI CREDERE)IN BIELORUSSIA

 

La Bielorussia non è un paese amico e comodo a certo giornalismo e a certi"democratici occidentali"e la nomea di essere una dittatura ormai è una prassi in ogni dove del mondo in cui il comunismo ed il socialismo ha ancora qualche presenza,vedi Venezuela,Cuba,Corea del Nord,ma anche la Cina spesso è un regime.

D'accordo,il Presidente Lukaschenko sono anni che continua ad essere il leader-padre della nazione,anche troppi,una sorta di Putin che non ha giocato con Medvedev allo scambio delle poltrone da premier a capo dello Stato solo per rimanere nell'area geografica.

D'altronde una nazione che non ha ancora subito l'egemonia statunitense ed occidentale di che cosa potrebbe essere tacciata se non di regime dai rappresentanti politici e mediatici di quella sfera d'appartenenza?

L'articolo di Contropiano(la-bielorussia-tra-dittatori-comunisti-e-nazi-majdanisti-democratici )parla di questo tra gli ultimi baluardi a non essere una marionetta nelle mani Usa e delle"grandi democrazie" europee,e le ultime elezioni dove Lukaschenko ha ottenuto ancora l'80% dei voti e la sua avversaria politica Svetlana Tikhanovskaja(una Guaidò del vecchio continente)se n'è andata a frignare nei"democratici"paesi baltici ma critica anche l'operato di Minks perché la Bielorussia non è certamente il paradiso.

Ma da qui a finire come una nuova Ucraina il passo non è necessariamente lungo,ricordiamoci dei fatti di Maidan e della forte deriva nazista che l'altro Stato ex Urss ormai sempre più in un declino economico e sociale(madn lucraina-e-la-confusione-mentale propria del nazismo )ha avuto in poco tempo senza scordarci della guerra in Donbass,ferita ancora aperta in Europa che sostengono la"democratica"Kiev.

La Bielorussia tra “dittatori comunisti” e nazi-majdanisti “democratici”.

di  Fabrizio Poggi  

Cosa sta succedendo in Bielorussia? È in atto a Minsk l’ennesima “majdan”, che ha attraversato negli anni praticamente tutte le ex Repubbliche sovietiche, con risultati fortunatamente non uniformi? È veramente crollato l’appoggio popolare a Aleksandr Lukašenko e, dunque, quell’ormai fatidico 80% di voti accreditatogli domenica scorsa dagli elettori dovrebbe esser ribaltato a favore della principale candidata avversaria, Svetlana Tikhanovskaja, che da Vilnius si autoproclama “vincitrice”?

Non è davvero semplice raccapezzarsi nell’attuale situazione bielorussa e gli attori esterni, ufficiali e non, sono davvero tanti e quasi tutti, chi più apertamente, chi meno, sarebbero stati felici di sbarazzarsi di quello che, ormai dal 1994, i demo-liberali sono usi qualificare come “ultimo dittatore d’Europa”: un titolo che, per dire, non sembra di aver mai sentito uscire dalle loro bocche a proposito di un Petro Porošenko qualsiasi. 

Tra l’altro, nel comune linguaggio liberale, la qualifica di “dittatore” o la categoria di “dittatura”, sono sempre assoluti e rigorosamente privi di qualsiasi riferimento di classe: dittatura su chi, su quale classe, e democrazia per chi, per quale classe.

In effetti, non è che, specialmente negli ultimi anni, Bats’ka [padre-patriarca, boss: bat’ko in ucraino, bat’ka in russo. Il cliché di “bats’ka” fu appioppato a Lukašenko già al suo primo mandato presidenziale, per sottolineare i suoi modi abbastanza rustici, quasi contadineschi, con pretese di “padre della nazione”) abbia fatto molto per consolidare veramente i rapporti con questa o quella delle capitali confinanti. 

Lo stesso “stato unitario” Russia-Bielorussia – ormai quasi una saga – conosce da anni alti e bassi abbastanza bruschi. E non si può dire che le responsabilità siano sempre venute da est del Berezina; anche se ieri, Lukašenko, nell’indicare i “burattinai” che da Varsavia, Praga, Kiev, “consigliano ai manifestanti bielorussi di accordarsi pacificamente con il governo perché ceda volontariamente e pacificamente il potere”, ha citato anche “un certo flusso di persone, arrivate in Bielorussia, purtroppo, anche dalla Russia”. 

Sarà un caso che, a fronte delle “calde congratulazioni” giunte a Lukašenko, ad esempio, da Cina e Cecenia, quelle del Cremlino siano state abbastanza di prammatica. Alla Duma russa, qualcuno ha addirittura chiesto di non riconoscere la sua vittoria e si è arrivati anche a proporre sanzioni contro la Bielorussia.

Insomma: non è facili districarsi nelle vicende di un paese che – non ce ne vorranno i nostri che, sulla scia dei comunisti russi zjuganovisti, alludono alla Bielorussia quasi come a un paese socialista – insieme a indubbi successi sul piano sociale e forse uno dei più prosperi tra gli stati dell’ex URSS, pur non ricco di risorse naturali, sta oggi attraversando un periodo abbastanza difficile, assediato a ovest dalle mire economiche e politiche USA-UE e controllato a vista da est per i suoi ripetuti zig-zag che, con o senza Lukašenko, potrebbero significare “democratiche” basi militari USA e NATO nel paese. 

Lo scorso febbraio, dopo la visita a Minsk del Segretario di stato Mike Pompeo, Lukašenko parlò di “partenariato prioritario” con gli Stati Uniti, anche se, per ora, la Bielorussia rimane praticamente l’unico paese (insieme alla Russia) dell’ex Patto di Varsavia, in cui non siano presenti basi e armamenti USA. 

Tra tali zig-zag e giravolte, non vanno dimenticati i ripetuti abbracci del “bats’ka” prima con Porošenko e ora con Vladimir Zelenskij e la posizione negativa bielorussa su Donbass e Crimea; lo scorso aprile, Lukašenko aveva dichiarato nero su bianco che Kiev dovrebbe fare di tutto per liquidare le Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk! 

Questo, nonostante Minsk ospiti sin dal settembre 2014 le cosiddette trattative sul Donbass. Sino all’ultimo, c’è stato il rischio che i famosi “33 uomini verdi” russi (della compagnia privata “Wagner”) arrestati in Bielorussia nei giorni precedenti il voto, venissero consegnati all’Ucraina, in quanto ex combattenti nel Donbass. 

D’altra parte, il conflitto con Mosca, a parere del politologo russo Rostislav Iščenko, sarebbe opera di una ben determinata cerchia governativa che, in questo modo, intenderebbe preparare per Lukašenko lo stesso destino del presidente ucraino Viktor Janukovič, stretto tra i “prestiti” occidentali e i “crediti condizionati” russi e, ondeggiante nella scelta, fu infine deposto dal nazi-majdan e costretto a fuggire in Russia. 

Il continuo cercare di destreggiarsi di Minsk tra est e ovest, il tentare di ricattare ora l’uno ora l’altro, senza definirsi fino in fondo alleata di questo o di quello, alla lunga rischiano di portare più guai che benefici, tanto più che, a Washington come a Bruxelles, a parte qualche necessità di smercio (in particolare: il gas di scisto yankee) la Bielorussia interessa quasi esclusivamente come ulteriore tassello nell’accerchiamento della Russia. 

Come che sia, attingendo ai fatti più o meno “oggettivi”, si deve constatare, per ora, la continuazione degli scontri tra manifestanti e polizia, con il largo uso, da parte dei primi, del canale telegram “NEXTA” per il coordinamento delle azioni, dopo che il governo aveva chiuso i collegamenti via internet: insomma, una sorta di “rivolta-twitter”, con le istruzioni diffuse da un canale operante dalla Polonia e registrato a nome del ventiduenne Stepan Putilo. 

E il politologo Sergej Markov ipotizza su news-front uno scenario per cui, proprio dalla Polonia sanfedista e dalla Lituania delle redivive Waffen SS, d’accordo con Washington (quest’ultima, ufficialmente, almeno per ora mantiene un certo riserbo) si starebbe organizzando un percorso “venezuelano”, facendo della Tikhanovskaja la “Guaidò” bielorussa e riconoscendola quale “presidente”: non a caso, è già all’ordine del giorno il suo incontro con Mike Pompeo, a Varsavia o a Vilnius.

In ogni caso, non pochi osservatori rilevano come “bats’ka” abbia non tanto perso le elezioni, quanto subito “una schiacciante sconfitta nella guerra informativa”, come testimonia appunto NEXTA, messo in piedi nel giro di pochi giorni in vista delle elezioni e che continua tuttora a diffondere istruzioni sulle azioni da intraprendere contro la polizia e le autorità locali. 

In questo quadro, Lukašenko, a differenza di Janukovič, che aveva lasciato disarmati i reparti di polizia contro nazisti e banderisti a majdan, potrebbe ordinare (sembra che, di fatto, sia già così) di rispondere col il pugno duro ai gruppi di manifestanti, tra cui spiccano non pochi polacchi, baltici, ucraini e altri “democratici” confinanti. Difficile ipotizzare un compromesso tra le parti, anche per le spinte che all’opposizione vengono da Kiev, Varsavia, Paesi baltici, USA.

Sul fronte politico, la russa ROTFront ha pubblicato una dichiarazione della sezione bielorussa di “Per l’Unione e il partito comunista dell’Unione”, in cui si afferma che, dopo varie “sconfitte subite a opera dei lavoratori, l’oligarchia finanziaria mondiale, sotto le vesti democratiche di combattente per i diritti umani e con l’aiuto della sua ‘quinta colonna’, ha avviato in Bielorussia un’aggressione ibrida, cercando di spingere la classe operaia a scioperare. Tuttavia, la classe operaia ha reagito: i lavoratori hanno votato secondo i propri interessi e non per quelli oligarchici stranieri. Da qui, ecco ora i tentativi di spingere allo sciopero i collettivi di lavoro, con gruppi di provocatori che si affollano agli ingressi di alcune fabbriche. Tuttavia, non è vantaggioso per i lavoratori scioperare per gli interessi degli oligarchi stranieri. Ricordiamo come i minatori russi avessero aiutato il “democratico” Eltsin in Russia, e come lui li avesse ringraziati, chiudendo le miniere”.

Da parte sua, ROTFront commenta che “Con tutto il rispetto per i nostri compagni, non possiamo essere d’accordo con la loro idea che votare per Lukašenko significhi votare per gli interessi dei lavoratori. La politica socioeconomica di Lukašenko differisce solo in quanto i processi di privatizzazione e di aumento dei prezzi sono lenti e controllati dalle autorità. Sappiamo molto bene come finiscono questi processi. Il regime di Lukašenko è una forma di dittatura borghese. Come i suoi colleghi nello spazio post-sovietico, egli non è in grado di risolvere le contraddizioni sociali fondamentali. Ciò significa che, nel profondo della società bielorussa, matureranno costantemente i presupposti per un’esplosione sociale. La tragedia del vicino popolo ucraino è che il malcontento popolare è stato cavalcato da una fazione borghese, nel ruolo di marionetta USA. I lavoratori che avevano sinceramente protestato contro il regime di Janukovič, si sono rivelati pedine nelle mani di persone che non erano diverse da Janukovič. I lavoratori bielorussi possono rinnovare il destino dei loro fratelli ucraini, se si uniscono ai ranghi dei manifestanti sotto false bandiere e per interessi loro estranei”. 

Secondo la sezione bielorussa del VKPB (il partito fondato da Nina Andreeva, recentemente scomparsa) hanno dichiarato che “i banderisti bielorussi, dopo aver perso le elezioni, cercano ora di organizzare una majdan a Minsk”. Si può già “dire che il “maidan” di Minsk sta crollando, che i nazisti falliranno. Ma non è questo un motivo per rallegrarsi particolarmente: la costruzione del capitalismo in Bielorussia continuerà, qualunque sia l’esito degli eventi. Quanto a Lukašenko, è il presidente borghese di uno stato borghese. E anche se in realtà ci siamo schierati dalla sua parte” – contrariamente alla linea generale del VKPB, in Bielorussia hanno partecipato alle elezioni, votando per ‘bats’ka’ – “ora ci prepariamo alla lotta. Sebbene ci proibisca di manifestare il 1 maggio, il 9 maggio, il 7 novembre, mentre consente ai nazisti di tenere le proprie adunate, con lui abbiamo condizioni più accettabili per la nostra lotta di quanto non lo sarebbero nel caso di una vittoria del majdan“.

Davvero stretta la strada per i lavoratori bielorussi, tra dittatura borghese e “nazi-democrazia” liberale.

martedì 11 agosto 2020

LO SCANDALO DEI BONUS NEL PERIODO REFERENDARIO

 

Il pudore ed il rispetto verso milioni di italiani che veramente hanno bisogno di aiuti economici rapidi e certi non sono di casa verso i cinque parlamentari che hanno chiesto,e si crede che tre di essi abbiano anche ricevuto,i 600 Euro di bonus che spetterebbero a partite Iva e altre categorie lavorative colpite dalla crisi post pandemia.

I nomi non ci sono ancora ma allo stato delle cose sarebbero tre leghisti,un renziano ed un grillino ad avere approfittato della situazione nonostante il loro stipendio mensile sia più alto di quello di una buona fetta dei lavoratori italiani in un anno,in una situazione tipicamente italiana dove la disciplina e l'onore evocati dalle regole costituzionali che in maggior modo devono essere seguite da chi ricopra cariche istituzionali,sono invece causa di giusto ribrezzo e scandalo.

Gli articoli di Contropiano(i-quacquaraqua-della-politica-attaccati-al-bonus-covid e i-cinque-furbetti-lorrore-e-il-dibattito )parlano di questo oltraggio alla decenza sociale che parte per l'ennesima volta dai banchi della politica,soprattutto in un periodo di campagna elettorale referendaria dove certi giornalisti rincarano la dose confondendo scientificamente le idee per ottenere un risultato positivo al quesito di settembre quando si chiederà agli italiani se ridurre o meno proprio il numero dei parlamentari,fuorviandone il contesto per favorire un ulteriore impoverimento della democrazia.

Tutto questo ovviamente tralasciando gli altri beneficiari del bonus,si arriva fino a duemila amministratori pubblici,per non parlare di alcune categorie come notai ed avvocati che sono presenti in queste lista che l'Inps dovrebbe rendere pubbliche in quanto trattasi di soldi di tutti.

I quacquaraquà della politica attaccati al “bonus Covid”.

di  Dante Barontini   

Com’è che non siamo affatto sorpresi?

L’ultimo scandaletto politico agostano – a Camere chiuse non si può pretendere molto – riguarda cinque parlamentari che avrebbero chiesto e ottenuto il “bonus Covid” da 600 euro, destinato a partite Iva e altre figure lavorative colpite dalla crisi pandemica.

Insieme a loro, secondo la segnalazione della direzione centrale Antifrode, Anticorruzione e Trasparenza dell’Inps, struttura ad hoc voluta dal presidente Pasquale Tridico, circa 2.000 tra amministratori locali e sindaci.

I “boatos” riferiscono che i cinque parlamentari sarebbero rispettivamente tre della Lega, uno della renziana Italia Viva e uno eletto tra i Cinque Stelle (ma potrebbe anche essere uno dei “fuoriusciti”).

Diciamo che l’unica cosa incomprensibile è il mantenimento, per ora, del segreto sui loro nomi, per ancora meno comprensibili motivi di privacy. Se c’è infatti una categoria che non può pretenderla – tranne che per fatti privatissimi, come quelli familiari – è proprio quella di parlamentari; per definizione, infatti, ogni loro atto deve essere conoscibile dal pubblico.

L’atto, di per sé, è miserabile. Chiedere altri 600 euro, conoscendo meglio di tutti le pieghe della legge (da loro votata o magari contro cui avevano votato, com’è il caso dei leghisti), godendo dei quasi 15.000 euro mensili garantiti dalla carica, dà la statura morale di questa feccia. Si capisce, in qualche misura, che si tratta di “peones”, semplici “schiacciabottone a comando”, esclusi dalla possibilità di “grattare” in grande, e dunque attentissimi ai piccoli dettagli, alle molliche che sgocciolano giù dal tavolo.

Dalle nostre parti abbiamo visto come tale bonus non sia stato dato a persone senza reddito e senza proprietà, per motivi incomprensibili ai profani. Quindi non per una eccessiva “permissività” del decreto presidenziale.

Ma la dimensione numerica degli “abusivi”, tenuto conto della marea di amministratori locali coinvolti (si potrebbero giustificare solo quelli di certi comuni sperduti che fanno la loro funzione per due spiccioli di rimborso…), restituisce plasticamente la “qualità” fognaria dell’attuale classe politica, senza alcuna distinzione tra “partiti” (ormai da tempo semplici aggregati di clientele, pacchetti di tessere, ecc, capaci dai catturare “consensi volatili” con slogan da osteria).

In un certo senso, è il punto di arrivo della “discesa in campo della società civile”, dei “non professionisti della politica”, aperto a suo tempo da Berlusconi e perfezionato do 30 anni dai “grillini”. Al di là infatti della contrapposizione “morale” tra i vari fenomeni (la cultura dei “cazzi propri” simboleggiata dal Caimano e la retorica della “legalità” che ha portato per un breve attimo i Cinque Stelle a diventare primo partito, così come il razzismo intrinseco di Lega e “meloniani” o l’affarismo “europeista” del Pd), c’è un tratto comune a tutti, che ha coinvolto entusiasticamente anche i residui della sedicente “sinistra” (chi non ricorda la “pulizia etnica” praticata da Bertinotti nei confronti dei militanti di esperienza per “date spazio” a campioni della “nuova politica” come Gennaro Migliore e Vladimir Luxuria?).

E quel tratto comune era appunto l’ignoranza e l’estraneità alla politica, sia rispetto alle “grandi visioni” che alla “struttura dei valori”.

Sembrava una “svolta purificatrice”, è stato il traboccare delle fogne che già la “vecchia politica” democristiana e craxiana faticava a contenere, subordinando (e utilizzando) le clientele come vettore di consensi.

Di fatto, le clientele sono rimaste, ma senza più il “tappo istituzionale” rappresentato da politici di professione. Ossia da quelli formati nell’arco di una vita – dalla semplice iscrizione alla gavetta dell’attivismo territoriale o categoriale, dalle prime prove nelle amministrazioni locali attraverso cui si selezionavano poi gli aspiranti alle cariche parlamentari e alle poltrone di governo – per mediare tra una moltitudine di interessi, seguendo un minimo (molto minimo e alla fine quasi nulla) di logica politica generale.

Che differenza vedete – quanto a “competenza” – tra un Toninelli o una Azzolina e le torme di “nani e ballerine” portati ai vertici dal cavaliere?

L’estinzione del ruolo della politica, sotto la pressione congiunta della prevalenza dell’economia e del “trasferimento di sovranità” alle istituzioni sovranazionali (UE, Nato, Bce, ecc), ha portato naturalmente con sé l’estinzione della “professionalità”.

Parlamento e amministrazioni locali sono oggi popolate da “miracolati” che sono riusciti ad entrare in una istituzione che dà qualche potere (decidere l’allocazione di risorse pubbliche sempre meno rilevanti, lungo la catena di comando che va da Bruxelles all’ultimo municipio metropolitano o paese della provincia).

Come si fa, allora, a stupirsi ancora, a “scandalizzarsi”, davanti al fatto che poi questi quacquaraquà – perfettamente consapevoli che la loro stagione da “miracolati” durerà un battito di ciglia – provano a “massimizzare gli introiti” racimolabili in quel breve lasso di tempo?

Avete creduto alla “società civile”? E’ questa. Merda secca, senza onore e senza uno straccio di dignità. Figuriamoci di idee…

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I cinque furbetti: l’orrore è il dibattito.

di  Massimo Zucchetti   

Non pensavamo che, alla tradizionale scuola di vita cui vengono iniziati i deputati del nostro Parlamento, nessuno più insegnasse certi fondamentali. 

Molti deputati italiani conoscono fin troppo bene cosa voglia dire il privilegio, l’arroganza, il delirio d’infallibilità da “eletti dal popolo sovrano” (in realtà, sappiamo che sono solo dei nominati, dopo imbarazzanti votazioni al buio su un sito di poche decine di internauti, o – peggio – dopo sanguinose lotte a coltello fra valvassori e valvassini per entrare nella “lista” buona, a rimorchio del Dominus di turno). 

Non importa: da lotte intestine, non necessariamente escono nomine di merda. Spesso – e parlo dei “buoni” – si tratta di persone pressoché prive di esperienza e inadatte al ruolo, che però si applicano, studiano, si fanno consigliare, si documentano. E fanno un buon lavoro. 

Altri purtroppo seguono la traccia indelebile lasciata dai democristiani e loro alleati a partire dagli anni ’50, diventando loro degni eredi nell’arte di dissimulare l’interesse privato o di partito nella cosa pubblica. 

Ma anche in questi ultimi casi, vale la prima delle regole non scritte: se proprio devi rubare, malversare, favorire ingiustamente, raccomandare, bisogna essere cauti e bisogna che ne valga la pena. Stupido correre rischi per approfitticchiare, quando con un solo Grande Latrocinio si può ottenere molto di più: meglio essere integerrimi, o perlomeno fingersi tali. 

I cinque deputati “furbetti del sussidio” da 600 euro, invece, non hanno rispettato neppure questa regoletta minima di decenza. 

Quello che però fa orrore, ed indica il degrado morale desolante di parte dell’intellighenzia e dell’opinione pubblica italiana, è il dibattito di questi giorni: in sostanza, “dato che la Legge non vieta espressamente a un deputato del Parlamento di chiedere un sussidio destinato alle Partite Iva sul lastrico, beh allora ‘tecnicamente’ potevano farlo, la colpa è a monte, di chi fa la legge, non di chi trova l’inganno“. 

Ecco: questo ci fa orrore e lo ripudiamo. 

In un paese civile, è appena ovvio che almeno i rappresentanti in Parlamento debbano comportarsi “con disciplina e onore” (art. 54 della Costituzione). Ci sono regole minime di morale e di decenza. Oltre che nei deputati e amministratori pubblici, anche nei cittadini e nella pubblica opinione. 

Non c’è cavillo, interpretazione o scusante. Se guadagni 12mila euro al mese, non rubacchi 600 €. È immorale. Costoro devono dimettersi. E noi dobbiamo imparare che – come in certi paesi anglosassoni o del nord Europa – deve esserci la presunzione automatica di buona fede ed onestà. 

Non dobbiamo avere leggi dettagliate fino al minimo codicillo che ci costringano a comportarci correttamente, sorvegliati da occhiuti controllori. Deve essere già scritto a fuoco nella nostra coscienza di cittadini: sono passati oltre due secoli dal 1789, ma ancora, evidentemente, “non ci siamo”. 

La prima volta che viaggiai per lavoro a spese di una Università statunitense, al rientro mi preparai a chiedere il rimborso delle spese sostenute, esibendo una lunga collezione di ricevute e pezze d’appoggio varie. 

L’amministrativo dell’università (era il MIT) mi spiegò con pazienza; fai il calcolo di quanto hai speso e scrivi: tot di trasporti, tot di albergo e tot di pasti, poi fai la somma, e quello ti rimborsiamo. E “gli scontrini”? Beh, mettili in una busta e tienili lì per un po’, nell’improbabile caso che servano. 

Va da sé, però, che se io avevo speso 1500$ e ne chiedevo 3000 di rimborso, e se per caso veniva fuori, non è che mi dicevano “ahi, ahi, cattivo bambino: restituisci le caramelle e non farlo più“. Mi licenziavano. 

Quindi, in automatico, ma senza tanti isterismi o crocifissioni pubbliche in sala mensa, i cinque si dimettano, e finisce lì. 

Non possiamo più permetterci né di essere governati o rappresentati da mariuoli, né di trovare naturale che – se un pertugio in una legge lo permette – ci si comporti da mariuoli. 

Se no, è inevitabile che dei mariuoli eleggano e si ritrovino rappresentati da mariuoli.


lunedì 10 agosto 2020

LA ZONA ROSSA MAI NATA

 

Come era già noto sin dai primi momenti nel dare le colpe per quello che si è(oppure non si è)fatto durante i primi periodi della pandemia l'immagine dello scaricabarile tra le parti,chi voleva aprire tutto(e l'ha fatto nelle prime settimane con risultati tragici)e chi voleva chiudere tutto o quasi,è l'icona del made in Italy che nessuno vuole,quello dell'incapacità politica di prendere scelte e quando lo si fa è un susseguirsi di polemiche e di liti.

Addirittura ora Fontana & company,protagonisti indiscussi di una forte letalità in Lombardia e complici di non avere chiuso la Val Seriana,perché è di questo specifico angolo d'Italia che parla l'articolo preso da Contropiano(zona-rossa-in-val-seriana-il-segreto-di-pulcinella ),attaccano ora il governo,o meglio lo rifanno con un'arroganza che solamente chi sa di essere colpevole può avere,dando la colpa della stage avvenuta nella provincia di Bergamo e in quelle limitrofe all'esecutivo.

La latitanza a comando della Regione Lombardia(madn coronavirus-colpa-nostra(?) )ha fatto sì che le percentuali che ora vengono rese note abbiano di fatto colpito con il coronavirus la metà di alcune zone lombarde tra le province di Bergamo,Brescia,Cremona e Lodi,e dopo la prima zona rossa dichiarata nel lodigiano(Casalpusterlengo,Codogno e comuni limitrofi)con l'influenza di Assolombarda e Confindustria nazionale non si è arrivati ad altre zone rosse,o meglio dopo qualche giorno si è arrivati ad avere tutta l'Italia zona rossa,mentre alcuni accorgimenti che furono stati definiti come zona arancione(la Lombardia ed altre province tra Emilia Romagna,Veneto e Marche)erano troppo blandi e praticamente le restrizioni non arginarono l'avanzata del Covid-19.

Ora che i verbali del comitato tecnico scientifico hanno evidenziato che la zona rossa della Val Seriana era stata fortemente consigliata(si ricordano ancora le numerose pattuglie delle forze dell'ordine ammassate ai confini pronte a chiudere tutto)sono stati resi pubblici ci si rende conto che qualcuno ha sulla coscienza migliaia di morti e che se ne sta ancora a comandare al suo posto.

“Zona rossa” in Val Seriana… Il segreto di Pulcinella.

di  Redazione Contropiano 

La notizia di ieri è nota: 

Il Comitato tecnico scientifico, nella riunione del 3 marzo nella sede della Protezione civile propose di “adottare le opportune misure restrittive già adottate nei Comuni della zona rossa anche in questi due comuni”, ovvero Alzano Lombardo e Nembro e questo “al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”. Lo si legge nel verbale della riunione reso pubblico dal consigliere regionale della Lombardia Niccolò Carretta che lo scorso 6 aprile ha fatto una richiesta al Pirellone di accesso agli atti riguardo la zona rossa bergamasca.

Ma il governo non la decretò, facendo un’operazione diversa e completamente sbagliata.

Perché fece questa scelta?

Abbiamo detto fin dal primo momento che a “premere” per una misura più “equlibrata” era stata Confindustria, allora ancora guidata da Boccia, ma in cui era già straripante il peso della filiale regionale interessata, Assolombarda (famosa come i “nazisti dell’Illinois”, tra gli imprenditori).

Qualche giorno fa era uscito fuori l’audio del colloquio tra il ministro della Salute, Speranza, e i governatori di Veneto e Lombardia, che certificava un sottile gioco di “scarica-barile”, con Fontana & co. che manifestavano apertamente la propria contrarietà alla chiusura della Val Seriana, ma lasciando anguillescamente al governo la responsabilità di prendere la decisione definitiva.

Il governo, dal canto suo, capiva l’antifona – se i militari avessero bloccato quella ed altre zone dove il contagio era fuori controllo, i governatori e i sindaci della Lega avrebbe fatto fuoco e fiamme; Confindustria l’avrebbe accusato di voler affossare l’economia delle più importanti regioni italiane – e quindi sceglieva la famosa, sempiterna, idiota “via di mezzo”: niente “zona rossa” limitata a dove il contagio c’era, e via alla “zona arancione” per mezza Italia (tutta la Lombardia e altre 14 province).

Senza però alcuna limitazione – per alcuni giorni – alla circolazione delle persone residenti nelle zone ad alto contagio, che infatti percorrevano l’Italia avanti e indietro in cerca delle “regioni covid-free”. E quindi “esportando”, in moltissimi casi, il virus in aree che ne erano fino a quel momento immuni.

Abbiamo sempre ammesso che tra noi non ci sono virologi ed epidemiologi, solo gente che sa usare il cervello. E quindi ci permettiamo di riportare per intero quello che abbiamo detto in medias res. Era l’11 marzo, e non siamo degli indovini…

“ 

Il Pil o la vita

di Dante Barontini

Piccolo esercizio matematico: i casi positivi di Covid-19, alla sera di lunedì 10 marzo (10.149), a parità di popolazione tra Italia e Cina, sarebbero stati circa 236.500. Come dovrebbe esser noto, i dati ufficiali di Pechino riferiscono 80.735 casi. Da noi sono dunque il triplo, per ora.

Basterebbe questo per qualificare l’efficacia con cui il governo italiano ha affrontato l’epidemia fin dal suo primo manifestarsi. E naturalmente, al contrario della sua esplosione in Cina, qui il fenomeno era ormai atteso, non ignoto.

Ora si sta discutendo di misure ancora più ferree su tutto il territorio nazionale, ma alcune cose vanno dette subito.

Se tutto il territorio è “zona rossa”, allora non c’è nessuna “zona rossa”

Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.

Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, “per motivi di lavoro”. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria “messa al sicuro” a forza di messaggi “io resto a casa”.

Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava “zona rossa” tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute “focolaio” per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva “liberato” il virus su un’area eccezionalmente vasta.

La logica sanitaria del confinamento è stringente: da, o in, un focolaio nessuno deve uscire o entrare. Se si alza la sbarra prima che “l’influenza” si sia esaurita, si facilita la diffusione del contagio. In un Paese di queste dimensioni, esistono certamente molte zone da “blindare” per un periodo di quarantena e altre di media rischiosità, in cui le misure di profilassi sono meno drastiche. Rendere tutto “uguale” sembra una cosa radicale, ma in realtà rende impossibile dei controlli seri. Ci si affida insomma alla “responsabilità” degli individui, piuttosto che alla gestione generale della situazione secondo un approccio scientifico.

Non è una nostra illazione da profani, ma la critica feroce mossa dal prof. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, giustamente considerato uno delle massime autorità tra gli infettivologi italiani. “E’ una sciocchezza che si apra la zona rossa iniziale. Sono 16 giorni [domenica 8, ndr] dal primo caso in quella zona, ma c’è stato almeno un mese di diffusione dell’infezione, è evidente che ci sono ancora dei problemi e non è finito il tracciare necessario dei contatti. Rimescolare le carte è una mezza follia, non ha senso”.

Con il decreto di lunedì sera, questo errore tragico è stato esteso a tutta l’Italia.

Il Pil o la vita

Se si vuole davvero fermare il contagio, imitando la Cina, bisogna prendere misure politiche di ben altro impatto.

La Cina, a Wuhan e in altre zone, ha chiuso l’attività economica e convinto la gente a restare chiusa in casa, limitando ad un minimo vitale le uscite per gli approvvigionamenti alimentari e medicinali. Laggiù, insomma, “a lavorare” è andato soltanto il personale sanitario, la quota di forze dell’ordine ritenuta necessaria, i lavoratori di alcuni supermercati (riforniti dall’esercito), farmacie e pochi altri servizi indispensabili (rete elettrica, acqua, ecc).

La Cina ha insomma rinunciato volontariamente alla quota di Pil prodotta in quelle zone in alcuni mesi – e Wuhan è la “Detroit cinese”, per la concentrazione di fabbriche automobilistiche – pur di battere in tempi rapidi il virus.

La popolazione e le imprese private hanno “capito” l’impostazione governativa senza troppi sforzi, perché a tutti i soggetti economici è stata garantita la copertura statale delle perdite, salariali o di profitto che siano. Nessun licenziamento, niente “ferie forzate”, tasse bloccate, banche che non chiedono “il rientro” dai prestiti concessi, ecc.

Qui si è invece cercato, stolidamente e fin dall’inizio, di “contemperare” le esigenze sanitarie (chiusura drastica di alcune zone) con la priorità considerata assoluta: continuare a produrre, a qualsiasi costo. Qui il governo ha promesso “aiuti”, con cifre risibili (adesso si comincia a parlare di 10 miliardi, ma si è partiti con 3,6) rispetto alla dimensione del problema. Ma nessuna garanzia per chi stava perdendo il salario o addirittura il posto di lavoro. Senza garantire alle imprese niente altro che i soliti “incentivi”, già dimostratisi inefficaci in situazioni di crisi assai meno drammatiche. La sintesi infelice è in un titolo del Corriere della Sera (“Battere la paura del caos in Borsa: soldi alle imprese, fiducia a famiglie”), dove la differenza di trattamento è esplicita.

Il risultato è facilmente prevedibile: il virus arriverà ovunque, magari un po’ più lentamente grazie allo stop alle manifestazioni pubbliche della movida (ma chi potrà mai limitare quelle private?), e anche il Pil subirà egualmente colpi durissimi.

Chi ha voluto la botte piena e la moglie ubriaca resterà quindi dolorosamente deluso dal calo del Pil. Ma il prezzo del dolore, in massima parte, sarà sulle spalle della popolazione che lavora, tra periodi di malattia, quarantene, ricoveri, morti, perdite di salario o anche del posto.

Una classe politica indecente

Nell’analisi di questa crisi, ripetiamo, occorre separare nettamente – sul piano degli obbiettivi e della logica – l’aspetto sanitario e quello economico, stabilendo una decisa priorità per la salute della popolazione. Se si continua a privilegiare invece la produzione, sarà un disastro. Anche per la produzione.

Possibile che nessuno, tra gli attuali decisori, sia in grado di capirlo?

Vista da fuori le decisioni del governo sembrano la risultante tra almeno tre ordini di mediazioni differenti, in alcuni casi tra interessi apertamente “antagonisti”.

Quella tra scienziati e politici è palese già nella citazione del prof. Galli. Si comprende che gli scienziati stanno prospettando “misure eccezionali”, ma che i politici provvedono a stemperarle, per “salvaguardare la produzione” sotto la pressione di Confindustria e non solo. Invece di aumentare il numero delle zone rosse vere e proprie, per esempio, incrementando anche i controlli per impedire “fughe”, si è preferito allargarle, fino a farle coincidere con tutto il territorio nazionale, rendendole così sanitariamente inutili.

Il secondo ordine riguarda invece i rapporti tra le diverse cordate pomposamente chiamate “partiti”. Qui ormai è stata selezionata una “classetta dirigente” capace di tener d’occhio i sondaggi e gli umori popolari, sparando slogan acchiappeschi a ogni occasione; ma senza più un briciolo di visione autonoma, tantomeno di grande respiro. In questa “classetta” ognuno tiene d’occhio i gruppi di interesse che lo hanno sollevato a un ruolo visibile, e se ne fotte degli interessi generali, perché non è in grado nemmeno di comprenderli.

In questo lugubre gioco si distinguono nettamente i leghisti, vero formicaio impazzito di grida ogni giorno diverse, anzi opposte, col passare delle ore. Si ricorda giustamente il Salvini che passa in due giorni dal “chiudiamo tutto” (intendendo le frontiere, all’inizio della crisi) al “riapriamo tutto” (le attività economiche, anche nelle “zone rosse”).

E si potrebbero citare quei sindaci di paesini che “non trovavano motivo” di veder finire il proprio Comune nella lista delle “zone rosse” neanche quando i loro compaesani finivano uno dietro l’altro in ospedale oppure al cimitero.

O si potrebbero citare Fontana e Zaia, tra sceneggiate con la mascherina e proteste per tre province (venete) messe in lista “rossa”; salvo poi accettare senza fiatare l’estensione a tutto il territorio nazionale.

Ma non è sembrato più brillante, diciamo, quel sindaco piddino di Bologna che domenica “rifletteva” sull’opportunità di chiudere anche la sua città per “solidarietà” con le altre province dell’Emilia Romagna (come se le misure di profilassi sanitaria si potessero valutare col metro della “piacioneria”).

Ora molti di questi personaggetti, sotto la spinta delle notizie tragiche provenienti dagli ospedali, sotto la pressione di imprese locali che scelgono di chiudere temporaneamente i battenti per abbassare i costi vivi, cominciano a chiedere la sospensione anche delle attività produttive. Cosa che fino a qualche ora fa consideravano “una follia”. Ognuno può dunque valutarne la serietà…

A un secolo di distanza, insomma, ci ritroviamo ancora una volta in una “guerra” guidati da generali che ordinano “offensive” ad capocchiam, ognuna più catastrofica della precedente, ma prontissimi a fucilare i propri soldati se non obbediscono a ordini sconclusionati.

La preoccupazione per i conti pubblici

Ma il terzo ordine di mediazioni, altamente presente all’interno della compagine governativa, riguarda la “tenuta dei conti pubblici” alla luce dei trattati di Maastricht. Si capisce, insomma, che il freno tirato sulla chiusura di tutte le attività produttive – il gigantesco “buco” in tutti i vari decreti in materia – dipende in ogni fase dalla discussione con la Commissione Europea sul quanto si possa sforare il deficit rispetto alle prescrizioni/previsioni per l’anno in corso.

E’ stato fin dall’inizio questo il vero faro nella notte di un governo senza statisti, incapace di decisioni autonome e impossibilitato – per una scelta quasi trentennale che ha prodotto solo disastri – finanche a pensare di rompere alcuni vincoli scritti sulla sabbia.

Fin quando quella scelta – l’adesione all’Unione Europea e al sistema di trattati che ne è derivato – ha inciso molto negativamente sulla capacità di crescita economica del Paese, sulle condizioni di vita e di lavoro della sua popolazione, compresi la perdita di diritti pagati col sangue e salari al di sotto del livello di sopravvivenza, qualcuno poteva forse dire che questo era il prezzo da pagare per diventare liberale come gli altri. Tutti sulla stessa via dell’austerità.

Ora però un’epidemia si sta incaricando di dimostrare che quella scelta è suicida non solo sul piano economico-industriale, ma in senso stretto. Stronca la salute di una popolazione di 60 milioni, determinerà la morte di un numero per ora imprecisabile di persone, riporterà la sua economia indietro di decenni.

Rompere la gabbia, restare vivi

Se vogliamo che questo paese abbia un futuro occorre separare nettamente il momento della lotta al coronavirus da quello del rilancio economico.

Il confinamento del contagio, sull’esempio cinese, impone il fermo di tutte le attività pericolose perché facilitano la diffusione del contagio. Dunque anche le attività economiche.

Per rassicurare tutti – lavoratori ed imprese – che il “fermo” non diventerà l’impossibilità di sopravvivere, lo Stato deve garantire l’erogazione dei salari e il ripiano delle perdite d’impresa per il periodo strettamente necessario a combattere l’epidemia.

Ciò comporta ovviamente una spesa in deficit di dimensioni al momento non precisabili, al livello di un Piano Marshall, ma assolutamente necessaria per restare in vita come Paese, popolo e singoli individui. Si deve fare quel che serve, non quello che ci viene consentito da regole scritte per altre epoche e altri interessi.

Un sistema di alleanze diseguali, di trattati pensati per aumentare la competizione interna anziché la “solidarietà continentale”, non consente questa decisione vitale?

E allora quel sistema va rotto, prima che ci finiamo di rompere tutti noi.

Tra i “meriti” dell’epidemia c’è infatti anche quello di dimostrare che o un sistema economico serve per far star meglio le popolazioni che ci vivono dentro, oppure è bene che venga definitivamente rotto.

E’ nelle emergenze vere che il vecchio muore e il nuovo prende vita. Il sistema neoliberista sta tirando le cuoia, dall’Europa agli Stati Uniti. E’ ora di aiutarlo nel trapasso, altrimenti ci trascina tutti a fondo.

Poi, siccome non ci contentiamo di “dire la nostra”, ma vogliamo documentare uno dei momenti più disgraziati della storia recente di questo Paese, vi proponiamo qui di seguito alcuni degli articoli che hanno “colto nel segno”, venendo anche letti da decine di migliaia di persone.

In definitiva: queste “rivelazioni” ci sembrano decisamente la scoperta dell’acqua calda…

Il disastro italiano è un mix tra nazismo imprenditoriale che non ha voluto chiudere nessuna attività fin quando la realtà non li ha costretti, servilismo leghista-forzitaliota e paura fottuta del govenro Pd-M5S.

Un coacervo di infamia e vigliaccheria che ha prodotto più di 35.000 morti…

E non è affatto finita, come dimostra la curva dei contagi di questi giorni. 

P.s. Per aggiornare l'”esercizio aritmetico” dell’11 marzo, oggi in Italia siamo arrivati a contare 250.00 contagiati. In proporzione alla popolazione (tra 22 e 23 volte quella italiana), è come se in Cina ce ne fossero stati 5 milioni e mezzo. Ci sembra un confronto interessante, sull'”efficacia” del “modello italiano” (ed europeo, e occidentale) di contrasto della pandemia. E anche sul piano strettamente economico, il confronto è impietoso…

venerdì 7 agosto 2020

PROLUNGARE L'AGONIA


Non ci sono e non ci saranno mezzi termini e parole adatte per quello che da mesi ci si trascina dietro e che immancabilmente avverrà prima o poi grazie al sistema del capitale a cui ci siamo prostrati e le cui conseguenze saranno devastanti nei prossimi anni.

Parlare di bloccare i licenziamenti fino a fine anno prolungando la cassa integrazione per centinaia di migliaia di lavoratori è una reale prosecuzione di un'agonia la cui parole fine è già segnata,tra non molto ci saranno numerose persone senza lavoro causa le conseguenze del Covid 19,risultato nella gran parte dei casi come una scappatoia degli industriali che saranno ben contenti di avere una produttività anche maggiore con sempre meno maestranze all'opera,il sogno del capitalista accelerato dalla pandemia.

L'articolo di Contropiano(licenziare-per-crescere-lultima-menzogna-degli-avvoltoi )parla della necessità impellente del padronato,di tutti i settori,di licenziare,e facendolo dicono che sia un bene per la società ed in primo luogo per chi lasciano a casa,poi naturalmente la produzione o meglio la sovra produzione non se la potrà permettere nessuno di acquistare visto che gli stipendi non i saranno più sostituiti forse da panacee come sussidi o bonus umilianti per chi li dovrà richiedere.

Sperando solamente che ciò che sta accadendo e che succederà se non alla fine dell'anno in quello successivo risvegli la lotta di classe in Italia ed in tutto il mondo sovvertendo lo status quo del padrone che ha comandato con i mezzi a disposizione le regioni ed il governo durante questa crisi(vedi Confindustria)mettendo in ginocchio la società prima ancora dei lavoratori(vedi:madn produciconsumacrepa ).

“Licenziare per crescere”, l’ultima menzogna degli avvoltoi.

di  Dante Barontini

Le imprese vogliono licenziare per “rafforzare l’economia”, bloccata dalla crisi.

Anche a prima vista, anche agli occhi di un profano, c’è qualcosa di marcio in questa pretesa. Perché se è vero che un’azienda privata non può tenere occupate più persone di quante ne servano, nell’insieme di un’economia le cose vanno in un altro modo: se la disoccupazione cresce, i consumi calano e si mette in moto una spirale discendente. Le aziende a quel punto licenziano altra gente perché le vendite calano, quindi si vende ancora di meno e così via…

I furbetti annidati nei media di regime ridacchiano, di fronte a questa constatazione: “ma noi compensiamo con le esportazioni!”.

Era quasi  vero, anche se misura largamente insufficiente a compensare la debolezza del mercato interno. Non lo è più. 

Finché la cosiddetta “globalizzazione” tirava, questo neo-mercantilismo da poveracci (fai degradare un Paese come l’Italia o un continente, l’Europa, per favorire un pugno di multinazionali) aveva una parvenza di successo, anche se ha per decenni seminato i disastri che ora vengono alla luce.

Ma già prima della pandemia questo schemino teutonico e confindustriale era entrato in profonda crisi, al punto che la “stagnazione” sembrava un destino persino accettabile, visto che l’alternativa era il crollo.

Ma con la pandemia il gioco è saltato completamente. Se tutti sono in crisi, e soprattutto i principali paesi importatori dei “nostri” prodotti (Usa, Russia, ecc), anche la dinamica delle esportazioni subisce gravi colpi.

Se poi si è costretti ad aggiungervi i problemi derivanti dalla “guerra dei dazi” scatenata da Trump (sia verso la Cina che vero l’Europa, anche se i media preferiscono parlare solo della prima), allora lo schema “abbasso i salari qui, per esportare di più altrove” diventa una trappola mortale.

Ma i “nostri” grandi industriali da strapazzo non possono neanche pensare di cambiare pensiero. Il “sistema” che hanno contribuito a creare non offre alternative.

E dunque aprono il fuoco, attraverso i loro media (non ce n’è uno che non sia di proprietà di qualche grande gruppo industriale che si occupa di tutt’altro), perché dall’attuale fase di stallo si esca con un nuovo assetto costruito intorno al comando totale delle imprese sullo Stato e sulla società.

La parola d’ordine “libertà di licenziamento” contiene e nasconde molto altro. A cominciare dall’eliminazione dei contratti nazionali di lavoro (strumento storico di difesa dei lavoratori dipendenti delle piccole aziende, dove il sindacato difficilmente è presente), e quindi dall’abbassamento dei salari reali.

Dal punto di vista dei conti aziendali, in effetti, non si capisce quale sia l’”urgenza” di licenziare lavoratori che sono al momento in cassa integrazione (quasi sempre “in deroga” o “straordinaria” causa Covid-19), di fatto a carico dello Stato. Insomma, quelli stipendi li paga per il momento qualcun altro…

Ma se il motivo dell’”urgenza” non è questo, allora bisogna capire le dinamiche reali, invece che quelle “narrate”.

Un’impresa può trovare conveniente licenziare un certo numero di lavoratori in cig in un solo caso: quando prevede di poter aumentare la produzione nei prossimi mesi (previsione relativamente facile, dopo mesi di rallentamento o addirittura blocco). 

Qual è il calcolo? Togliersi dalle spese future lavoratori con salari e diritti contrattuali normali e sostituirli con precari (a termine, in collaborazione, ecc), con salari molto più bassi e soprattutto senza alcun diritto né rappresentanza sindacale (persino quella evanescente della “triplice concertativa”!).

Una massa straordinaria di disoccupati, infatti crea una situazione il cui il “valore di mercato” della forza-lavoro si abbassa decisamente. Se non sai come vivere, accetti qualsiasi proposta (e ne girano, dicevamo qualche settimana fa, alcune che “offrono” 380 euro al mese per 65 ore di lavoro settimanale!) “competendo” con i tuoi simili al prezzo più basso.

Però, certamente, dire che questo è il primo o uno degli obbiettivi della campagna “libertà di licenziare” è alquanto impopolare. Meglio chiamare al lavoro i “comunicatori” assunti con contratto giornalistico perché confezionino una “narrazione” più suadente.

Vi offriamo qui un esempio, tratto da IlSole24Ore, casualmente organo di Confindustria e dunque voce diretta del neo presidente carlo Bonomi.

“Il binomio sussidi-divieti che ha caratterizzato le politiche del lavoro post-pandemia ha spento sul nascere un possibile incendio occupazionale, ma non può diventare la linea guida per progettare l’uscita dall’emergenza, in quanto irrigidisce troppo il mercato del lavoro e danneggia i soggetti più deboli (i giovani, le persone in cerca di una ricollocazione, i lavoratori flessibili e i precari).”

Capito? Vogliono licenziarci “per il nostro bene”, per “non danneggiarci”… Un mercato del lavoro “rigido”, per capirci, è quello dove uno chiamato a lavorare “pretende” di essere pagato il giusto.

Si vede che uno come Tito Boeri era stato troppo tecnico e “freddo”, spiegando che in realtà licenziare avrebbe favorito “maggiore velocità nella ri-qualificazione” dei neo-disoccupati…

Questi sono i signori che decidono delle nostre vite. E non se ne andranno mai volontariamente… Dunque, è il caso di mettersi in movimento.

P.s. Vedi anche, per altri miti dello stesso genere; https://altreconomia.it/lavoro-ricerca-sfata-mito-flessibilita/

giovedì 6 agosto 2020

SCIACALLI DELLE STRAGI

Strage di Bologna: la storia di Mambro e Fioravanti e i dubbi 40 ...



Il circo politico che ogni anno fa tappa a Bologna per commemorare le strage fascista di Stato del 2 agosto 1980 quest'anno nonostante le restrizioni per il coronavirus hanno fatto molta notizia,vuoi per il quarantesimo anniversario e la cifra tonda e anche per alcune polemiche nate dal ricordo di questa data.
I familiari delle vittime che da quattro decenni sentono sempre la stessa solfa sono abituati ad essere trattati con burocratica riverenza dallo Stato che ha tolto la vita dei loro cari e dimenticati per il resto dell'anno,da quarant'anni.
E ci sono pure i soliti sciacalli che mangiano sui cadaveri delle stragi,quest'anno c'è stata pure l'unione di quella di Ustica voluta da Mattarella per accorpare alla mala maniera il tutto,e l'articolo proposto da Contropiano(il-tempo-degli-sciacalli-sulle-stragi-di-stato )narra uno dei tanti depistaggi riguardo il giovane Mauro Di Vittorio cui si è accanito negli anni un personaggio schifoso come Enzo Raisi,ex carabiniere e missino,oltre che parlamentare,che negli anni si è prodigato,alla pari di molti altri,a uccidere più volte le vittime di quella strage(vedi anche,sempre tratto da Contropiano:strage-di-bologna-i-documenti ).
E mentre si cercano ancora i mandanti(vedi:madn il-capitolo-finale-sui-mandanti-della strage di bologna ),ormai sappiamo chi e ormai non potranno più avere la loro condanna in questo mondo,chi piazzò le bombe ormai sono trattati da star e per loro non c'è nessun accanimento nonostante siano stati condannati,per questo attentato ed altri episodi criminosi,a molti ergastoli e godano di libertà che nessuno vuole discutere.

Il tempo degli sciacalli sulle stragi di Stato.

di  Redazione Contropiano - Paolo Persichetti  
Come Pollicino, ma al contrario, andiamo raccogliendo indizi e prove della “riscrittura della Storia” in atto. Sulle stragi di Stato, per ora, e a partire ovviamente da quella più tremenda, alla stazione di Bologna nel 1980.

Un processo lungo, perché non si può fare tutto d’un colpo (non ci sono possibilità di “grandi rivelazioni”). Con protagonisti alcune volte scontati e altre meno (fascisti, carabinieri, a volte carabinieri che sono anche fascisti, giornalisti che passavano per progressisti, gli immancabili servizi segreti nazionali e di qualche impresentabile “Stato alleato”, ecc).

In parte sembra la riedizione in grande stile di una “dietrologia di destra”, che sfrutta abilmente le mille cazzate dette, scritte, rimescolate e ribollite dalla dietrologia sedicente “di sinistra” (di ascendenza Pci-Pds-Ds-Pd o come si chiamerà tra qualche tempo); quella, per intenderci, secondo cui le stragi erano “solo fasciste” e non anche “di Stato”.

In parte molto più grande è una “narrazione” del potere dominante che, coerentemente, vuole stabilire il suo segno anche sul terreno della “ricostruzione storica”.

I personaggi, ripetiamo, sono quelli che sono: ominicchi e quacquaraquà mossi da basse motivazioni individuali (una poltrona da recuperare, un supplemento di stipendio da spendere, qualche visibilità o relazione promettente per il futuro…).

L’operazione è invece molto seria, pericolosa, “strategica”. Perché arriva direttamente da quel potere che le stragi le ha prima ordinate, poi coperte depistando le indagini, in barba alla retorica dal palco delle commemorazioni.

A voi questa nuova puntata.

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Enzo Raisi, lo sciacallo che si nutre della memoria di Mauro Di Vittorio, vittima della strage di Bologna

Enzo Raisi è un ex: ex carabiniere, ex missino, ex parlamentare di fede finiana poi spazzato via dalla dura legge dello scrutinio. 

L’ex Raisi, avvinto da insanabile nostalgia per gli anni ruggenti passati sul cadreghino, è tornato alla ribalta durante un convegno tenuto da alcuni parlamentari della destra in occasione del 40esimo anniversario della Strage di Bologna. 

Senza vergogna è tornato ad accusare Mauro Di Vittorio di essere il trasportatore della bomba esplosa nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, il 2 agosto 1980. 
Non è vero, ovviamente. E non serve qui nemmeno citare l’archiviazione della indagine bis sulla strage che ha definito Di Vittorio «vittima oggettiva» della esplosione (leggi qui). 

Per diversi anni Raisi ha vilipeso il suo cadavere: ha invertito l’onere della prova e preteso che il morto dimostrasse la propria innocenza; 
gli ha attribuito una identità politica di comodo, quella di «Autonomo», membro del collettivo del Policlinico, per dimostrare i suoi legami con Saleh e la vicenda dei missili di Ortona; 
ha diffuso notizie false sulle condizioni del suo corpo al momento del ritrovamento, affermando che fosse completamente carbonizzato, lasciando intendere che fosse vicinissimo alla bomba, per meglio dire che la tenesse con sé, così insinuando che la perizia giurata di ricognizione del cadavere presente negli atti giudiziari fosse falsa; 
ha sostenuto che non avesse documenti d’identità ma che viaggiasse in incognito (leggi qui) e che la carta ritrovata fosse giunta intonsa all’obitorio dalle mani dell’anziana madre (leggi qui); 
così dicendo ha dato del falso ideologico al verbale di riconsegna dei suoi effetti personali redatto dalla Polfer ed ha calunniato la povera madre; 
ha giurato che il suo diario di viaggio era un clamoroso falso e che il biglietto della metropolitana parigina che aveva in tasca ai pantaloni (leggi qui) fosse la prova provata che egli non si sarebbe mai diretto a Londra ma avrebbe fatto tappa a Parigi per prendere in consegna da Carlos la valigia con l’esplosivo. 

Affermazioni reiterate in un lunghissimo elenco di interviste, conferenze stampa, interventi sui social, interpellanze parlamentari, in un libro, Bomba o non bomba. Alla ricerca ossessiva delle verità, Minerva edizioni 2012.

All’epoca erano in molti a dargli man forte: Valerio Fioravanti, che gli correggeva le bozze e manovrava dalle retrovie. Sempre Fioravanti, senza il minimo scrupolo, tempo prima, aveva sollecitato una lettera di buona condotta alla sorella di Mauro Di Vittorio, Anna. 

Lettera che venne poi girata al tribunale di sorveglianza facilitando l’uscita in liberazione condizionale di Francesca Mambro (leggi qui). 

Girava persino voce che quel “perdono” celasse, in realtà, un sentimento di colpa dei familiari per una verità indicibile: la responsabilità di Mauro. 

Giornalisti come Andrea Colombo, che scriveva dell’«Autonomo romano» senza porsi il problema di fare la benché minima verifica.
 

Poi, col tempo, davanti alle evidenze, anzi sarebbe meglio dire scivolosamente, in diversi (non quelli che ho citato) presero le distanze: chi prima, chi tardi, chi in modo netto, chi in maniera subdola, ma nessuno osò più evocare il nome di Di Vittorio. 

Raisi sembrava rimasto solo a ribadire le sue convinzioni come Hiroo Onoda, il soldato giapponese ritrovato dopo 30 anni in un’isola delle Filippine dove si era nascosto per continuare da solo la seconda guerra mondiale. 


Non era così, le calunnie di Raisi hanno trovato di nuovo ascolto e sono state raccolte tra le dieci domande poste da un intergruppo di parlamentari, ‘La verità oltre il segreto’, alla vigilia del 2 agosto scorso (si ratta del quesito numero 9: «Perché sulla vittima Mauro Di Vittorio, legato ad ambienti dell’estrema sinistra romana che per tutti quel giorno doveva essere in Inghilterra, rimasto a lungo non identificato perché senza documenti e stranamente riconosciuto da madre e sorella che in teoria non sapevano della sua presenza a Bologna, non sono mai state fatte ricerche approfondite ma ci si è accontentati di una semplice dichiarazione della sorella che per altro ha dato diverse versioni su come sia arrivata a sapere della notizia della morte del fratello nella strage di Bologna?»).

Mauro Di Vittorio è stato ucciso molte volte, la prima il 2 agosto e poi ripetutamente dal 2012. Oltre al corpo lacerato e ustionato, al cranio perforato, hanno voluto rubargli l’anima assassinando anche la sua memoria. 

Raisi, insieme ad una pattuglia di parlamentari della destra, è tornato a farlo ancora una volta alla vigilia di questo quarantennale.

 * da Insorgenze.net