giovedì 11 giugno 2020

OMBRE NERE

Negli ultimi dieci giorni vari sono stati i tentativi della destra più estrema,e nel calderone di questi infami metto a giusta causa i vari Salvini,Meloni e Pappalardo oltre che i ridicoli pseudo ultrà"ragazzi d'Italia",di fare propaganda finendo con diversi buchi nell'acqua e una grande dimostrazione di una palese ignoranza e stupidità delle merde in questione,che hanno sfoggiato in interviste la loro intelligenza e che si sono pure picchiati tra di loro.
Comunque è sempre preoccupante e non è da sottovalutare la loro presenza aiutata come sempre dalle forze del disordine e da chi ha permesso loro di prendere possesso di luoghi pubblici,ma la sensazione che le loro schermaglie anche interne unite al quasi sgombero della fogna di Cacca Povnd siano frutto di una lotta al potere e al denaro,"al chi ce l'ha più lungo"della compagna nera(vedi anche:madn sara-la-volta-buona? ).
Nel primo articolo(left.it )il resoconto di questi ultimi giorni e degli avvenimenti accaduti nella sfera neofascista parlamentare e non e soprattutto a Roma,mentre nel secondo l'inchiesta che porta il nome del titolo odierno del post con la vicenda di un ex legionario fascista che dopo solo pochi mesi di prigione è già ai domiciliari.
Tale Pasquale Nucera,'ndranghetista,è stato beccato con un vero e proprio arsenale sia in Italia che in Francia per ricostituire una milizia neofascista,rappresentante di Fogna Nuova e implicato in progetti criminali come chiarito dall'indagine che ha interessato tutta Italia,ma di questo i paladini dalla destra non hanno aperto bocca.

Per la destra italiana è stata proprio una settimana nera.

di Pino Casamassima
Prima il flop del raduno di Salvini e Meloni il 2 giugno, poi lo sgombero di CasaPound, infine i cuori neri che si menano tra loro a Circo Massimo (dove dovevano essere migliaia invece erano solo qualche centinaio). Mala tempora currunt, per la galassia che va dalla Lega a Forza nuova

Non ci sono più i bei tempi di una volta. Quelli in cui la destra neofascista marciava sfidando divieti prefettizi e promettendo mazzate ai compagni. Prendi quell’aprile di Milano. In rete, basta digitare “Giovedì nero”, che subito dopo il crac finanziario di Wall Street del 24 ottobre 1929, salta fuori il crac neofascista del 12 aprile 1973.

Quel giorno, a Milano, ci rimise la pelle il 22enne agente Antonio Marino. I feriti furono 35 (26 delle forze dell’ordine), 64 i fermi, 11 gli arresti. Fra gli oratori della manifestazione di estrema destra, oltre al condottiero neofascista Ciccio Franco, quello della rivolta del 1970 a Reggio Calabria dei Boia chi molla, anche il capelluto e mefistofelico segretario generale del Fronte della Gioventù, ossia il sempre esuberante Ignazio La Russa, figlio del senatore missino Antonino. All’epoca, colui che diventerà il ministro della Difesa del IV governo Berlusconi, fu perfino immortalato da Marco Bellocchio in un suo film (Sbatti il mostro in prima pagina) mentre aizzava la piazza contro il pericolo comunista.

Altri tempi. Tempi segnati dal furore del piombo e delle stragi. Oggi, per fortuna, le esibizioni delle destre radicali (si scrive così ma si legge neofasciste) si svolgono su una cifra macchiettistica. Oggi, la destra radicale (si scrive così ma si legge neofascista) incassa i permessi prefettizi. E in mancanza di forze dell’ordine o di compagni con cui fare a mazzate, lo fa da sé, in una sorta di orgia onanistica della violenza: battendosi cioè fra sé e sé. Per meglio dire: fra sé contro sé.

I Ragazzi d’Italia (si scrive così ma si legge neofascisti con sede a Brescia), ultras di fede calcistica (del Varese, dell’Inter, del Cesena e del Verona, della Lazio e della Roma) e Forza Nuova, si sono contrastati in una sorta di rivendicazione di primogenitura cesarista, con tanto di diritto o meno a parlare, come parlare, quando parlare. È successo infatti che l’annunciata adunata nera al Circo Massimo sia finita a schifìo, per dirla con Nino Manfredi.

Al comune grido di «Innalziamo il tricolore! Italia libera! Lotta per la giustizia sociale! Stiamo arrivando!» s’era organizzata l’ennesima marcetta romana, dopo quella del 2 giugno scorso col gotha della destra italica che aveva visto uniti (si per dire) Meloni, Salvini, Tajani. Nell’occasione, il papeetiano – in totale crisi d’astinenza da selfie – s’era finalmente sfogato, rigorosamente senza mascherina.

Esaltato da tutte quelle dimostrazioni d’affetto, per quegli slogan così commoventi, l’ex titolare dell’Interno s’era poi sentito titolato ad andare a Napoli a deporre un fiore e a offrire una di quelle preci che non risparmia nemmeno agli studi televisivi, sul luogo dove il poliziotto Pasquale Apicella era rimasto ucciso nello scontro fra la sua volante e il furgoncino dei rapinatori che avevano tentato una rapina in banca. Fiori e preghierine a mani giunte da chierico fedelmente ripresi da telecamere e telefonini a miglior vantaggio di tg e social, che tuttavia non sono bastati a non farlo cacciare via in malo modo dai napoletani per la poco nobile speculazione sulla morte di quell’agente (come testimoniato da diversi video).

Non un fiore né una Salve Regina, ma nemmeno mezzo vocalizzo da parte dell’ex invocatore dei «pieni poteri» per quelle forze dell’ordine bersagliate al Circo Massimo dalla violenza nera dei suddetti contendenti esibitisi in una curiosa interpretazione della dialettica hegeliana. Alla tesi di Simone Carabella (Curva Sud Roma, fra i suoi titoli): «Coi giornalisti io parlo quanno me pare»; seguiva l’antitesi di Giuliano Castellino (Fn): «No, tu nu’ parli»; con la sintesi: ‘na pizza ‘n faccia. Il tutto sotto le trionfanti note wagneriane della cavalcata delle valchirie. A Casa (Pound) ridono ancora. (E ce n’hanno bisogno d’una ventata d’allegria, poveretti, ché «c’è poco da ride’» – per dirla alla Verdone – dopo il dispiacere di quel provvedimento di sgombro).

Insomma, per le destre, mala tempora currunt (sed peiora parantur?): dalla marcetta della destra parlamentare nel giorno della festa della Repubblica (italiana, non sociale) non c’è pace per i cuori neri. La sfiga s’è accanita prima contro il triumvirato Meloni-Salvini (sì, vabbé, c’era pure Tajani), mortificandolo con un clamoroso flop, poi contro le tartarughe poundiane con tanto di sgombero (come non bastasse l’affronto di un anno fa della rimozione del nome in rigorosi caratteri romani ripresi dal fascismo), poi contro i cuori neri convenuti al Circo Massimo in una ennesima rappresentazione barbina urbi et orbi.

L’epilogo dei giorni neri è stato infatti il peggiore che si potesse immaginare, segnato com’è stato non dalla comunicazione di un preciso e dettagliato programma antagonista alle politiche governative, ma dalle papine. Non dalla forza della ragione, ma dalle ragioni della forza (in ciò, bisogna tuttavia riconoscerne la coerenza). Incipit è stato il contrasto/contatto fra Simone Carabella e Giuliano Castellino (poi le forze dell’ordine e i giornalisti sono stati, coerentemente, presi a sassate).

Per i meno edotti della raffinata galassia neofascista romana, ricordiamo i tratti specifici dei due cuori neri che invece di battere all’unisono si sono battuti fra loro. Simone Carabella è noto per i suoi tuffi nel Tevere a ogni capodanno, per la sua attività anticomunista sui social, per quella antimigranti per strada, per le sue dotte argomentazioni NoVax, e altre opere meritorie di siffatta natura che non potevano sfuggire a Giorgia Meloni: con un pedigree così blasonato, la capa dei fratellini non poteva che candidarlo – almeno – alle elezioni regionali del Lazio. L’altro, Giuliano Castellino, è dirigente romano di Fn, oltre a essere noto per molteplici contrasti con le forze dell’ordine costatigli alcune condanne (su di lui pende l’accusa per un’aggressione ai giornalisti dell’Espresso a gennaio 2019, per cui il Pm ha chiesto una condanna a sei anni, nonché per truffa in un altro procedimento, perché avrebbe sottratto 1,3 milioni di euro al Sistema sanitario nazionale insieme all’imprenditore Giorgio Mosca, ndr).

Le tifoserie dei due opposti estremismi nonostante il medesimo cromatismo politico, sono quindi entrate in azione pro domo proprio leader, e quando si sono accorti della cazzata, cioè che si stavano menando fra loro, hanno rivolto l’aggressione – manco a dirlo – verso i giornalisti nonostante le loro – giuste – vibranti proteste da Shel Shapiro («Che colpa abbiamo noi?»). Nel frattempo, la polizia s’era incazzata. E aveva cominciato a vibrare i manganelli, dopo essere stata presa pure lei a sassate e bottigliate.

A mezzo migliaio di chilometri stradali, ma ad anni luce di distanza politica, si svolgeva a Milano una manifestazione antigovernativa organizzata da alcuni sindacati di base unitamente a sigle della sinistra antagonista, che coinvolgeva 5mila persone. Una protesta sfilata in via Larga, cioè non a caso sotto il naso di Assolombarda, e conclusasi in piazza del Duomo, dove, oltre a fare la conta di quelle che per loro erano le politiche troppo filo confindustriali del governo Conte, venivano rilanciate le richieste di maggior tutela del lavoro sul fronte della sicurezza, visto che di lavoro si continua a morire. Il tutto, pacificamente.

Due diverse interpretazioni del dissenso, insomma, anche se in linea con le diverse genesi e le ancor più diverse palingenesi. Genesi e palingenesi che segnaliamo – laddove ce ne fosse bisogno – alla ministra Lamorgese semmai volesse emulare tal suo collega Paolo Emilio Taviani, che proprio in quel 1973 dalle effervescenze neofasciste summenzionate, sciolse Ordine Nuovo per il suo palese richiamo al fascismo (lo stesso di CasaPound, Forza nuova e similaria, insomma).

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La straordinaria indulgenza delle autorità verso “gli uomini neri”.

di  Federico Rucco 
Dopo sette mesi di carcere è stato messo agli arresti domiciliari. La notizia non è di quelle che fanno clamore nelle cronache, eppure il protagonista, tal Pasquale Nucera, è forse l’esempio più indicativo di cosa intendiamo quando parliamo della “rete degli uomini neri”.

Pasquale Nucera ha 65 anni, è diventato il referente di Forza Nuova nel Ponente della Liguria. E’ un ex legionario (“ex capitano della Legione Straniera” dice di se stesso) ed è stato indagato e arrestato a dicembre del 2019 per detenzione illegale di armi comuni da sparo.

Nucera lunedì scorso è stato messo agli arresti domiciliari nella sua casa in Liguria,  dopo essere finito dentro a novembre nell’ambito dell’indagine “Ombre Nere”, condotta dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta, relativa a un gruppo di persone appartenenti a una rete eversiva di estrema destra, diffusa in numerose province italiane grazie a una rete di contatti via web.

In Liguria, una delle cellule dell’organizzazione è stata identificata e disarticolata. Nella perquisizione compiuta nell’abitazione di Nucera, a Dolceacqua (Imperia) a fine novembre del 2019, erano state trovate, oltre a numerose armi bianche e a materiale propagandistico di estrema destra, due fucili ad aria compressa (di cui uno non denunciato), un fucile Flobert, varie repliche ad aria compressa di pistole e un ’silenziatore’ nonché numerose munizioni.

Nucera risultava inoltre aver nascosto in un’altra abitazione, ma in Francia – a Tenda, in Avenue de France – un vero e proprio arsenale di armi da fuoco (nove fucili e cinque pistole) sequestrate dalla polizia francese.

“Sono un ufficiale, congedato capitano della Legione straniera”. Così descriveva se stesso Pasquale Nucera, negli interrogatori fiume che lo avevano reso prima ‘ndranghetista di Montebello Ionico (Reggio Calabria) e poi ex collaboratore di giustizia, con una storia che attraversa gli anni neri delle Stragi e del progetto delle Leghe del Sud, con missioni da mercenario in Africa e nei Balcani.

E’ indicativo che l’indagine su questa “rete di uomini neri” sia partita dalla procura di Caltanissetta, in Sicilia, per poi estendersi al Nord.

L’inchiesta, durata due anni,  era partita dal monitoraggio di un militante neofascista della provincia di Enna autore di un aggressione. Seguendo i suoi contatti, gli inquirenti sono risaliti a una rete più estesa, persone residenti in Lombardia, Veneto, Toscana e Piemonte tenute insieme da «fanatismo ideologico» e intenzionate a «costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba e antisemita denominato ‘Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori’». Con tanto di dichiarazione programmatica: 25 pagine di delirio neonazista e suprematista.

Nell’operazione Ombre Nere che lo portò all’arresto alla fine del novembre scorso, Nucera veniva definito come il reclutatore di mercenari e uomini per fare il “lavoro sporco” dove serviva, all’estero ma anche in Italia.

Secondo i magistrati di Caltanissetta, Nucera si proponeva come addestratore per formare ‘milizie’ di chiara matrice filonazista, xenofoba e antisemita e magari anche per provocazioni spicciole. “Lanciamo una molotov contro l’Anpi, la facciamo tirare da un marocchino, così depistiamo”, diceva al telefono senza sapere di essere intercettato dagli investigatori.

Sul suo profilo social si faceva chiamare Yavres Leon e tra foto in mimetica, svastiche e inni al fascismo e Mussolini, sbandierava gli scatti con Roberto Fiore, leader di Forza Nuova.

Per età e curriculum Pasquale Nucera è una sorta di caso da studio per comprendere e conoscere che cosa sia stata – e forse e tuttora – la rete degli uomini neri che ha agito nel nostro paese.

Adesso andrà ai domiciliari. C’è da sperare che non faccia come un altro boss fascista con caratteristiche analoghe, Emanuele Macchi di Cellere. Beccato con una enorme partita di cocaina da Santo Domingo, era finito poco dopo agli arresti domiciliari a Ostia (di chiunque altro avrebbero buttato le chiavi della cella, ndr) dai quali fuggì piuttosto facilmente. Venne ribeccato in Francia.

Ma su casi di “lassismo giudiziario” come questi non sentiremo mai starnazzare Salvini o la Meloni.

mercoledì 10 giugno 2020

L'OMICIDIO MATTEOTTI

Sedici anni prima dell'entrata in guerra dell'Italia annunciata dal dvce con una folla sbraitante e sovraeccitata,che segnò l'inizio della fine del belpaese da lì a pochi anni,ci fu l'assassinio sempre per mano fascista dell'onorevole Giacomo Matteotti,rapito,pestato a sangue,accoltellato e sepolto nella periferia di Roma e che venne ritrovato solamente dopo due mesi.
Chiara la matrice fascista,con Mussolini mandante e il re accondiscendente,omicidio premeditato sia per la denuncia di brogli e violenze durante le elezioni che per la corruzione del regime che aveva ricevuto tangenti da una multinazionale americana del settore petrolifero per trivellare la Sicilia e la Libia.
L'articolo di Infoaut(10-giugno-1924-il-delitto-matteotti )ripercorre la cronaca e i successivi arresti della polizia politica fascista,che di fatto commisero il rapimento e l'assassinio e vennero condannati per evitare il diretto interesse verso colui che verrà appeso a Piazzale Loreto e un re schiavo del potere fascista,con una critica all'allora segretario del Partito Socialista Unitario che assieme a tutti i partiti socialisti non fecero abbastanza per evitare la caduta dell'Italia nelle mani dei fascisti.
Negli anni il movente politico,che è stato evidente fin da subito,è stato a volte oggetto di un tentativo di revisionismo storico come espresso in questo precedente post:madn revisionismo-sul-blog-di-grillo .

10 giugno 1924: il delitto Matteotti.

Il delitto Matteotti suscita numerose reazioni sia nella sinistra socialista e comunista sia nell'apparato dello stato fascista.

È il 10 giugno del 1924, sono da poco passate le quattro del pomeriggio, e Giacomo Matteotti si sta recando a Montecitorio, passando dal Lungo Tevere Romano.

Una macchina con a bordo: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, tutti membri della polizia politica fascista, si avvicina al deputato socialista.

I cinque fascisti, aggrediscono Matteotti e dopo una lunga colluttazione, durante la quale Giacomo cerca di farsi cadere di tasca la tessera di deputato, lo caricano in macchina rapendolo.

Dopo poco tempo trascorso in macchina e dopo essere stato pestato a sangue, Matteotti viene accoltellato sotto l'ascella e al torace da Giuseppe Viola.

Il corpo viene portato sulla via Flaminia e seppellito lontano dal centro della capitale. Verrà ritrovato solo il 16 agosto dello stesso anno.

Dal regime vengono inscenate delle indagini che portano all'arresto e alla condanna ad alcuni anni di carcere per alcuni degli assassini di Matteotti. Questo viene fatto per cercare di discolpare Mussolini e Vittorio Emanuele III come mandanti anche se nelle settimane posteriori all'omicidio se ne assumeranno le responsabilità politiche.

Le motivazioni di questo omicidio politico del regime fascista sono molteplici ed in parte presentano alcuni lati oscuri.

La cronaca storica tradizionale ci racconta come motivazione principale il fatto che Matteotti viene ucciso dopo il suo celebre discorso alla Camera dove denuncia i brogli e le violenze delle elezioni del regime.

Ma se si va ad approfondire la questione ci si accorge che le motivazioni sono più complesse e diversificate.

Matteotti stava per presentare alla Camera un dossier riguardante le tangenti e le mazzette che la Sinclair Oil americana pagava al Duce e al Re per poter trivellare il suolo siciliano e per i suoi interessi sul suolo libico.

Il dossier avrebbe rivelato le collaborazioni economiche americane e multinazionali al regime, ed è un'ulteriore prova di quanto il fascismo del ventennio sia stato espressione degli interessi e dei meccanismi economici e di sfruttamento del capitale.

L'omicidio di Matteotti non è il primo né l'ultimo compiuto dall'apparato fascista ma rappresenta una pratica politica del fascismo vecchio e nuovo.

Due righe devono essere spese però anche riguardo al personaggio politico di Matteotti, segretario del partito Socialista, che insieme al resto della dirigenza del partito di quegli anni fu complice dell'ascesa al potere del Fascismo mussoliniano. Infatti i socialisti, se non quando era troppo tardi, mai cercarono di ostacolare il fascismo in maniera decisa, ma si limitarono ad una blanda opposizione parlamentare e riformista.

È indicativa di ciò una famosa citazione di Matteotti di quegli anni riguardo al modo di opporsi al regime: " Il nemico è attualmente uno solo, il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall'uno, diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell'altro."

martedì 9 giugno 2020

I CAMICI DEL CLAN FONTANA:UNA DONAZIONE TARDIVA?

Non smette mai di stupire ovviamente in negativo la Regione Lombardia,e limitandoci solamente alla vicenda coronavirus ecco che ti spunta il parente che guadagna sopra all'emergenza,ai morti per dirla grossolanamente ma è quello che è.
La vicenda trapelata dal Fatto Quotidiano sul programma Report andato in onda ieri sera è nota:c'è una gara senza appalto per una fornitura di camici per un valore di 513 mila Euro che viene assegnata(non vinta,non c'è stata gara)alla Dama spa,cui dietro stanno la moglie di Fontana e suo fratello,il cognato del governatore dice che il tutto si è svolto a sua insaputa,dev'essere un bell'ambientino la sua famiglia vista la scarsa comunicazione.
Non finisce qui,si torna indietro e si nota che la fatturazione successivamente(quando sono stati colti con le mani nel sacco,a pensar male ci si azzecca spesso)è stata stornata in modo tale che quel mezzo milione di Euro sia risultata una donazione,e su questo iter burocratico-finanziario indagherà chi di dovere perché per una donazione non credo che questa sia una via molto fumosa.
L'articolo di Left(appalto-a-sua-insaputa )parla di un politico inetto e recidivo nella sua condotta immorale oltreché criminale,e per una volta abbandonato compare Gallera,il pessimo Fontana dà prova di sapere essere scandalosamente incapace anche se si trova da solo.
Nel secondo(contropiano perche-puntare-il-dito-contro-fontana )una carrellata di tutte le malefatte del boss lombardo,relative solamente al Covid-19 perché sennò la lista sarebbe ancor più lunga e grave,accumulate in breve tempo e con molta applicazione,mentre rimando,per la situazione generale della sanità lombarda,a questo link:madn sanita-lombardala-verita-fa-male-ai leghisti .
D'altronde la platea di chi si frega le mani avidamente per una catastrofe come può essere un terremoto,un'alluvione o per l'appunto una pandemia si allarga e se si sta un poco in silenzio si riescono a sentire le risate ed i gridolini di giubilo di chi sta aspettando una pioggia di miliardi dall'Europa,facendo a gara a chi riuscirà ad intascarsi di più,a titolo personale o tramite parenti ed amici,sulle spalle delle vittime.

Appalto a sua insaputa.

di Giulio Cavalli
Una nuova fiammante storia arriva dalla Lombardia del duo Fontana & Gallera e questa volta si impiglia tra le pieghe dei parenti del presidente, più precisamente nelle pieghe di bilancio della Dama spa che appartiene – tramite Divadue srl – per il 10% a Roberta Dini (moglie di Attilio Fontana) e per il resto delle quote – tramite una fiduciaria svizzera – a suo fratello Andrea Dini.

Il 16 aprile Regione Lombardia tramite l’agenzia regionale pubblica degli acquisti Aria spa acquista dalla moglie e dal cognato di Fontana camici per un valore di 513mila euro. I bravi giornalisti di Report (la puntata andrà in onda stasera) chiedono spiegazioni al cognato di Fontana: quello prima risponde che «non è un appalto, è una donazione. Chieda pure ad Aria, ci sono tutti i documenti» e poi si corregge aggiungendo che «effettivamente, i miei, quando io non ero in azienda durante il Covid, chi se ne è occupato ha male interpretato, ma poi me ne sono accorto e ho subito rettificato tutto perché avevo detto ai miei che doveva essere una donazione».

Dal canto suo il presidente Fontana, ha annunciato, tramite un comunicato, una querela nei confronti del Fatto quotidiano che ha anticipato il contenuto dell’inchiesta di Report, e ha diffidato la trasmissione di RaiTre «dal trasmettere un servizio che non chiarisca in maniera inequivocabile come si sono svolti i fatti». Nella nota Fontana ha ribadito la sua «totale estraneità alla vicenda» e ha precisato di aver «già spiegato per iscritto» agli inviati di Report di non sapere «nulla della procedura attivata da Aria spa» e di non essere «mai intervenuto in alcun modo». Ed ecco la replica di Ranucci (Report): «Non vedo proprio perché non dovremmo andare in onda. In fondo raccontiamo un bel gesto. Senza di noi e senza il Fatto Quotidiano nessuno avrebbe infatti saputo che l’azienda del cognato del presidente della Lombardia ha donato ai suoi cittadini materiale sanitario. E dal momento che Fontana dice di essere all’oscuro possiamo dire che tutto sia avvenuto a sua insaputa, sia in Regione che in casa. Insomma credo debba ringraziarci. Se non ce ne fossimo occupati noi avrebbe continuato a non sapere nulla».

In effetti a fine maggio risultano stornati i soldi con una nota d’accredito ma risulta piuttosto significativa la risposta di un appalto a sua insaputa che aggiunge un nuovo capitolo all’insaputismo dei nostri politici – alcuni dei quali negli anni hanno ricevuto appartamenti, favori, scambi e ogni volta ci hanno spiegato che non possono controllare tutto.

L’insaputismo del resto è lo stesso male che attanaglia quelli che continuano a concedere le piazze ai fascisti stupendosi poi che si comportino da fascisti oppure quelli che soffiano sulla violenza e poi si stupiscono della violenza oppure quelli che a sua insaputa hanno messo i malati in mezzo agli anziani delle Rsa.

Bisognerebbe scrivere una nuova legge morale: se qualcuno a sua insaputa è stato gravemente inopportuno allora è troppo superficiale per ricoprire un incarico pubblico. Solo così, forse, si potrebbe sconfiggere il virus dell’insaputismo che infesta la storia politica d’Italia.

Buon lunedì.

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Perché puntare il dito contro Fontana.

di  Marco Ferri   
Il punto non è che che la Giunta regionale della Lombardia sia stata inefficiente, ma che abbia agito nell’ambito di una logica politica che ha deliberatamente fatto a pezzi la Sanità pubblica, ha finanziato quella privata con oltre il 30% delle risorse pubbliche, che, per favorire i privati, ha desertificato la medicina di base. 

Il punto è che fedele a questa linea di condotta, la Giunta Fontana ha portato la regione alla catastrofe sanitaria, e non rendendosene conto, ha tentato di gestire la drammatica situazione con alterigia, retorica e fallimentari coup de theatre, come il flop dell’ospedalone nei padiglioni del Portello o la strage del Pio Albergo Trivulzio.

Coerentemente alla logica per cui il profitto è tutto, le associazioni degli industriali hanno caodiuvato le scelte della Regione: non sono state mai chiuse del tutto le fabbriche del bresciano e della bergamasca.

Come dice Guglielmo Forges Davanzati: “In sostanza, la malattia italiana consiste nell’avere una bassa domanda interna non compensata da una dinamica della domanda estera di importo sufficiente. La crisi sanitaria – e le guerre commerciali in atto – ovviamente amplifica questo fenomeno, giacché riduce le esportazioni nette. Va poi aggiunto che parte delle nostre esportazioni non sono altro che vendita di prodotti intermedi alla Germania o ai Paesi satelliti, così che la nostra crescita finisce per dipendere anche dagli ordinativi che arrivano dal nord d’Europa (*).” 

La polemica se toccasse alla regione o al Governo prendere la decisioni di istituire “zone rosse” è una porcheria degna della più sfacciata propaganda, tanto più che Fontana ha simulato fin da principio una pantomima secessionista, come a dimostrare la superiorità organizzativa della Lega nei confronti di Roma pigrona.

 Addirittura, si sono pervicacemente convocate conferenze stampa in competizione oraria con quelle della Protezione civile, che si sono poi dimostrate il palcoscenico della prodezze matematiche dell’assessore Gallera. 

Dunque, Fontana è stato efficiente nel perseguire una politica sanitaria sbagliata, nell’essere completamente succube alle volontà delle aziende che volevano consegnare le commesse – per paura di perdere fatturato e ordini, che sono venute prima della salute degli operai e delle loro famiglie, e dei loro vicini -, ligio alla consegna della propaganda antigovernativa, che è stata la perniciosa linea di condotta della Lega di Salvini, di cui Fontana si sente perfettamente organico, dimenticando che un presidente di Regione rappresenta la Stato, non la leadership di un partito. 

Una delle cose più nauseanti dell’emergenza Covid-19 è stata l’invenzione della categoria politica dei “Governatori del centrodestra”. 

La strage avvenunta nelle Rsa, il numero di morti a casa, tra atroci sofferenze, perché non c’erano posti letto, sono reati di cui Fontana forse risponderà davanti ai giudici. Dovrebbe farlo anche davanti alla sua coscienza, ma questo è un problema – e che problema! – tutto suo. 

Ma il fatto è che la gestione dell’emergenza ha messo a nudo che non solo il famoso “modello Lombardia” era un bluff, un trucco per spillare soldi sulla salute dei cittadini, e riceverne dalle casse della Regione, ma che tutta la Sanità pubblica italiana ha subìto da anni l’attacco delle privatizzazioni non solo delle prestazioni, ma anche del personale medico e paramedico, reso precario. Quando muoiono insieme pazienti, medici e infermieri significa che il sistema da sbagliato passa a criminale. 

Ecco allora che puntare il dito contro la Giunta Fontana è accusare quella classe dirigente che in Italia ha gestito la privatizzazione della Sanità pubblica, è accusare le politiche neoliberiste, che hanno tagliato welfare, schiacciato i salari, fatto a pezzi i diritti, prodotto disoccupazione e lavoro nero, è accusare l’imprenditoria italiana per l’ingorda miopia. 

L’uscita dalla pandemia è in realtà l’ingresso in una nuova durissima crisi economica. “L’economia italiana – dice ancora Guglielmo Forges Davanzati – arriva alla pandemia del coronavirus già in recessione e soprattutto in una traiettoria di declino che data almeno dalla svolta dei primi anni novanta. Si tratta di un arco temporale lungo, caratterizzato da una continua caduta della domanda interna e del tasso di crescita della produttività del lavoro. E si tratta di una stagione caratterizzata dalla sostanziale assenza di politiche industriali e dalla fiducia nelle privatizzazioni e nella deregolamentazione dei mercati, in particolare del mercato del lavoro.”

La novità è che la risposta non si cerca più nell’austerity, come è avvenuto con la crisi del 2008. Ma i consistenti finanziamenti pubblici annunciati non possono rimanere nella mani di chi ha condotto l’economia e la società di nuovo in un baratro. 

Il protagonismo delle istanze della base della società, cioè della classe lavoratrice, del precariato, delle donne, dei giovani disoccupati o malpagati, ma anche le intelligenze della ricerca scientifica, dell’ambientalismo, della creatività sono condizioni essenziali per svoltare la lunga gelida stagione del liberismo. 

Va organizzata e dispiegata una forte iniziativa politica per spingere a una corretta, lungimirante distribuzione dei finanziamenti pubblici promessi.

Mentre puntiamo il dito contro i responsabili, dobbiamo ricucire l’ordito di una nuova prospettiva economica e sociale, il tessuto di una nuova visione della politica. 

(*) G. Forges Davanzati, Il rilancio della domanda interna per uscire dalla recessione, “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 6 giugno 2020.

lunedì 8 giugno 2020

STUPIDITA',POLITICA E DEMOCRAZIA

Interessante il contenuto dell'articolo incentrato sulla stupidità e del suo connubio con la democrazia e la vita politica proposto da Contropiano,dove per apprezzarne al meglio la completezza con tanto di grafici rimando alla fonte originaria(scemocrazia-come-gli-stupidi-hanno-conquistato-il-mondo )dove in primo piano campeggia la foto di Pappalardo,autoproclamatosi leader degli invasati ignoranti e decerebrati dei gilet arancio,non per caso.
Abbiamo lottato per la democrazia?E' giusto allora che ci siano anche gli stupidi ed uno stuolo di politici profittatori di questa triste qualità umana,che può sempre peggiorare,esperienza personale e anche dal"sentito dire"anche se basterebbe scorrere le pagine dei social o vedere certi servizi televisivi dei notiziari.
Un articolo anche divertente con le differenziazioni e le classi della scemenza,con tanto di leggi fondamentali,tipi di persone e divisioni in gruppi con nominativi al di fuori della normalità,con la sicurezza racchiusa nella frase"gli stupidi al potere fanno più danni degli altri".
Insomma da leggere col sorriso sulle labbra essendo consapevoli comunque che questa è una disgrazia per l'umanità intera,con gli stupidi che vivono molto meglio delle persone intelligenti,che a loro volta hanno momenti di scemenza mentre il contrario purtroppo non accade.
Sul tema dell'ignoranza e della stupidità vedi anche:madn ignoranzaarma-di-distruzione-di-massa e madn il-razzismo-e-per-gli-stupidigli-idioti e gli ignoranti .

Scemocrazia.Come gli stupidi hanno conquistato il mondo.

di  Luigi Corvaglia * 
Carlo M. Cipolla era un simpatico professore di Economia a Berkeley che decise di fare un originale regalo a suoi amici per il Natale del 1976. Gli regalò un volumetto in edizione limitata stampato da una inesistente casa editrice denominata The Mad Millers (I mugnai folli).

La cosa non era nuova, infatti, tre anni prima gli amici del professore si erano visti consegnare un saggio intitolato Il ruolo delle spezie (e del pepe nero in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. Si trattava di un breve trattato umoristico, ma dotato di una sua logica, esattamente come il presente natalizio di tre anni dopo, intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana. Cipolla ne aveva individuate 5:
◦Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
◦Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
◦Terza Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
◦Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.
◦Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

La legge “aurea” è la terza. Infatti lì Cipolla individua due fattori utili per indagare il comportamento umano, ossia il fatto che tale comportamento procuri danni o vantaggi e se questi l’individuo li procuri a sé stesso oppure agli altri. Mescolando questi due fattori è possibile individuare quattro tipi di persone:
◦Intelligenti: perseguono il proprio vantaggio e quello degli altri
◦Sprovveduti: danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri
◦Stupidi: danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi
◦Banditi: danneggiano gli altri per trarne vantaggio.

Cipolla osserva che la maggior parte delle persone non agisce coerentemente (ad es. “una persona intelligente può talvolta comportarsi da sprovveduto, come assumere un comportamento banditesco”). L’unica eccezione alla regola è rappresentata dalle persone stupide che in genere “mostrano una massima propensione per una piena coerenza in ogni campo d’attività”.

Acquisiti questi concetti basilari, è interessante rivolgere l’attenzione ad un’altra quadripartizione ottenuta incrociando due fattori. La dobbiamo a colui il quale era capo di stato maggiore al momento dell’elezione di Adolf Hitler a Cancelliere della Germania, il generale Kurt Von Hammerstein-Equord, al quale è attribuita una storica frase:

"Divido i miei ufficiali in quattro gruppi: gli intelligenti, i diligenti, gli stupidi ed i pigri. Normalmente due di queste caratteristiche sono combinate tra loro nella stessa persona. Alcuni sono intelligenti e diligenti ed il loro posto è nello stato maggiore. Altri sono stupidi e pigri: compongono il 90% di qualsiasi esercito e sono adatti a compiti di routine. Chi è intelligente e pigro è qualificato per i massimi incarichi di leadership, perché possiede la necessaria chiarezza intellettuale e compostezza per le decisioni più impegnative. Bisogna guardarsi da quelli che sono allo stesso tempo stupidi e diligenti: a loro non si deve affidare alcuna responsabilità, combinano solo guai".

La cosa può essere riassunta così: gli intelligenti come gli stupidi si possono dividere in pigri e diligenti; i più affidabili sono gli intelligenti pigri e i meno affidabili gli stupidi diligenti. Chi siano gli stupidi ce lo ha spiegato Cipolla, sono coloro i quali procurano danno agli altri senza riceverne un vantaggio personale in cambio. Ora Hammerstein ci dice che gli stupidi pigri non fanno troppi danni; è ovvio che a produrre danni senza ricavare vantaggi sono gli stupidi attivi.

Hammerstein, però, sottolinea un altro importante aspetto, quello della posizione gerarchica. Più elevato il potere decisionale legato alla posizione, maggiore è la possibilità di produrre danni a sé e agli altri. Per questo il generale si premura di raccomandare di porre ai massimi incarichi di leadership gli intelligenti pigri.

Anche Cipolla diceva che “gli stupidi al potere fanno più danni degli altri“. In una condizione ideale il problema non dovrebbe porsi, perché i poteri decisionali sarebbero appannaggio dei più capaci e meritevoli. Nella realtà, esiste un implacabile meccanismo in grado di falsare la giusta ripartizione delle mansioni nell’impalcatura sociale; duole dirlo, ma è la democrazia.

Lo diceva Cipolla: “gli stupidi democratici usano le elezioni per mantenere alta la percentuale di stupidi al potere“.

Queste considerazioni ci portano ad introdurre un terzo personaggio: Jason Brennan. Questi è un filosofo politico di orientamento libertario, cioè un anarcoide ultra-liberale, per intenderci. Brennan ha scritto un provocatorio saggio intitolato Contro la democrazia. I cittadini hanno tutti uguale diritto di voto. E’ la maggiore conquista della modernità, quella della eguale dignità di ogni individuo. E’ per questo che la lettura del saggio di Brennan avviene sempre con prevenzione e fastidio. Vale la pena di superare questi sentimenti e seguire il ragionamento.

Attingendo al mondo del fantasy e della fantascienza, Brennan divide i cittadini in tre categorie: hobbit, hooligans e vulcaniani.

Gli hobbit sono personaggi della saga de Il signore degli anelli di J. R. R.Tolkien. Sono creature “quasi umane” che vivono per i fatti loro interessandosi poco del mondo e ignorando cosa avviene “fuori dalla loro Contea”.

I vulcaniani, invece, vengono dall’universo fantascientifico di Star Trek, la nota serie televisiva. Essi sono immaginati come umanoidi alieni dotati di un forte senso della ragione e della logica, espresse al massimo delle loro capacità tramite una totale repressione delle emozioni.

Brennan, pertanto, definisce “hobbit” coloro i quali hanno poco o nessun interesse per la politica e livelli molto bassi di conoscenza di idee, programmi e dinamiche; gli “hooligan” (cioè, i teppisti) sono quelli portati a sapere più degli hobbit, ma che ragionano di pancia, pertanto sono fortemente distorti nella valutazione delle informazioni e agiscono come tifosi di una squadra di calcio, con una spiccata tendenza a respingere pregiudizialmente tutte le tesi opposte alle proprie; i “vulcaniani”, invece, combinano una vasta conoscenza e una capacità analitica non inquinata dall’emotività o dal pregiudizio.

Quella magnifica cosa che è la democrazia prevede che i cittadini si comportino da vulcaniani, invece, gli elettori sono generalmente hooligans (mentre gli hobbit spesso si astengono o votano svogliatamente). Fermiamoci un attimo.

Riprendiamo le affermazioni di Cipolla e e Hammerstein. Il primo diceva che degli stupidi “è impossibile stabilire una percentuale, dato che qualsiasi numero sarà troppo piccolo” e Hammerstein che gli stupidi rappresentavano “il 90 per cento di ogni esercito“.

Insomma, se anche non fossero la maggioranza, come Cipolla, Hammerstein e la casistica di ognuno di noi sembrerebbe suggerire, gli stupidi sono di sicuro una percentuale talmente cospicua del totale di individui da far sì che le loro decisioni collettive prevalgano spesso e abbiano un’alta probabilità di soddisfare il criterio di danneggiare tanto gli altri (i contrari alla decisione) quanto sé stessi (l’aggregato dei decisori).

Pertanto, potremo trovare stupidi fra gli hobbit, ma questi sono pigri e, come ricordava Hammerstein, non fanno molti danni; ne potremo trovare perfino fra i vulcaniani, perché la conoscenza e la soppressione dell’emozione non ci assicurano contro la possibilità di danneggiare noi e gli altri, ma il vero ambiente ecologico dello stupido è il luogo in cui la logica non gode di grande apprezzamento, il tifo ha la meglio sull’analisi razionale e tutti sono convinti di essere nel giusto.

Lo stupido alligna, prospera e si riproduce fra gli hooligans, cioè in quella che Brennan ci dice essere la parte più cospicua del corpo elettorale. Ne consegue che il potere è detenuto dagli stupidi.

Come non bastasse, è difficile non tener conto, perché è sotto gli occhi di tutti, di quanto Cipolla asseriva nel lontano ’76:

I grandi personaggi carismatici/demagoghi moltiplicano/attirano gli stupidi trasformandoli da cittadini pacifici in masse assatanate.

Cipolla scriveva prima dell’avvento dei social network, prima dell’utilizzo massivo delle fake news nell’agone politico e prima della diffusione del pervasivo discredito delle competenze e della cultura di cui siamo spettatori nell’era del trionfo dell’ “uno vale uno”, il più democratico fra i motti democratici.

Infatti, una vena di anti-intellettualismo è ormai insinuata nei gangli vitali della nostra società, alimentata, come disse Isaac Asimov, dalla falsa nozione che la democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza“. E’ il fenomeno in base al quale l’opinione in materia scientifica di uno scienziato vale quanto quella di un idraulico informatosi su facebook. E’ la democrazia, bellezza!

Tom Nichols su questa morte della competenza ha scritto un libro recentemente pubblicato anche in Italia col titolo La conoscenza e i suoi nemici, in cui sottolinea come dalla disinformazione si passi all'”errore aggressivo”, perché questa insipienza cognitiva ed intellettuale si manifesta in forme rabbiose verso supposte elites culturali, politiche ed economiche, quando non verso potentati occulti, sfociando in un cospirazionismo che mette in pericolo la stessa democrazia che ne è stata madre.

Va infatti introdotto a questo punto un ulteriore elemento, non contemplato da Cipolla e Hammerstein, ma centrale in Brennan: l’ignoranza, appunto.

Come non bastasse la diffusa idiozia, la stragrande maggioranza degli elettori non ha la minima idea degli elementi basilari della questione per cui sta votando o delle questioni su cui le persone che sta delegando dovrebbero rappresentarla.

Su questo tema Brennan costruisce l’intero suo libro, portando una mole di dati a favore della tesi dell’incompetenza dei cittadini. Questa è indipendente dalla stupidità e deriva da un fenomeno noto come “ignoranza razionale“.

Questo significa che accanto alla franca stupidità, costituita dall’incapacità di utilizzare la logica per inadeguatezza congenita, esiste anche una logica che rende razionale la scelta di restare ignoranti.

Lo spiega bene il giurista Ilya Somin. In termini molto semplici, si può dire che il “gioco” (cioè la fatica di acquisire informazioni) non valga la “candela” (cioè, l’effettivo potere del singolo elettore di influire sull’esito del voto). Visti gli scarsi incentivi, è razionale dedicarsi ad altro piuttosto che pagare il costo di informarsi.  Purtroppo, però, le politiche che le persone difendono sono strettamente correlate a ciò che esse sanno.

Accanto a ciò, poi, l’uso illogico dell’informazione, cioè il fenomeno per cui utilizziamo alcune informazioni basiche per comportarci come degli appassionati di sport ( “la razionalità dell’irrazionalità” l’ha definita l’economista Bryan Caplan). Acquisiamo conoscenze sul calcio non tanto perché pensiamo di influenzare una partita, ma per accrescere il piacere che proveremo assistendo alla partita.

Affrontiamo quindi la politica nella stessa maniera partigiana di un tifoso, ma i tifosi non sono razionali e spesso sono… “hooligans”. Se a questo aggiungiamo che ormai l’antintellettualismo e l’anti-scientismo sono portati con l’orgoglio dell’individuo che non si fa infinocchiare dalle “verità ufficiali” e dai professoroni pagati chissà da chi, il quadro diventa sconsolante.

Comunque sia, come non gradiremmo essere operati da un medico incompetente e nemmeno che il nostro lavandino fosse riparato da un idraulico improvvisato, secondo Brennan, non dovremmo permettere che gli ignoranti esprimano il loro parere su questioni sulle quali non hanno la minima competenza.

Ciò perché, come Brennan sottolinea, il voto non è semplicemente una scelta individuale, ma «l’esercizio di un potere sugli altri». E’ il potere degli ignoranti di imporsi su tutti, inclusi i saggi e gli intelligenti (i vulcaniani). Talvolta questo potere conduce alla produzione di un danno collettivo, che investe quindi anche coloro i quali hanno promosso le politiche che l’hanno causato, soddisfacendo con ciò il criterio previsto dalla terza legge fondamentale della stupidità di Cipolla.

Questo trasforma i singoli individui semplicemente ignoranti di Brennan e Somin, magari non tutti stupidi, in un aggregato squisitamente stupido.

In definitiva, il quadro che viene a crearsi è quello di una mole di stupidi attivi e di ignoranti funzionali che realizzano una stupidità di gruppo, spesso aggressiva (hooligans), in grado di infarcire i governi di loro simili talmente attivi da essersi proposti per funzioni di governo; al di fuori, c’è una opinione pubblica a sua volta strabordante di conspecifici pronti a protestare davanti a qualunque manifestazione di determinazione vagamente razionale che il governo dovesse assumere a causa di mediazioni e per motivi di opportunità, nonostante la quota di idioti.

In pratica, si protesta perché la gestione non è abbastanza stupida quanto gli stupidi desiderano.

La soluzione proposta del libertario Brennan a questo stato di cose è decretare la fine del suffragio universale. Egli propone l’epistocrazia, un sistema in cui il potere politico è formalmente distribuito secondo le competenze mediante meccanismi che ponderano il peso dei voti.

La proposta è problematica proprio per essere assolutamente opposta alla mitizzata democrazia, scandalizza, confligge col nostro giacobino interiore ed è difficilmente praticabile anche per la indefinizione dei modi di valutazione delle competenze.

Ciò non toglie che la grande sfida della contemporaneità sia conciliare la partecipazione e la necessità di arginare la stupidità fatta regime.

 * da Claustrofobia

domenica 7 giugno 2020

SARA' LA VOLTA BUONA?

Il principio della derattizzazione da parte di Roma e che dovrebbe coinvolgere tutto il paese è ancora scritto sulla carta,mentre i copri in richiesta di cervello dei cagapovdisti della capitale minacciano di non andarsene dal loro rifugio dorato,visto anche che gli altri sgomberi sono risultati vani(vedi:madn sgombero-cantine-e-fogne ).
L'articolo di Left(left.it/2020/ )parla di questa nuova imminente cacciata dei fasci del nuovo millennio che assieme ai fognanuovisti stanno vivendo un periodo di baruffe interne,con le spartizioni degli affari illeciti loro passione infinita che finiscono per far finire in rissa i loro incontri pubblici.
Proprio come quello di ieri del gruppo"ragazzi d'Italia",un raduno di finti ultras già in preda alla cocaina di prima mattina che si sono scontrati per poi prendersela con i giornalisti che vanno bene quando devono declamare le loro"imprese"ed"eroiche gesta"ma che sono il primo capro espiatorio con cui prendersela(vedi il secondo contributo:contropiano ancora-una-gazzarra-fascista-a-roma ).
Insomma ancora coca,alcol e cinghiamattanza per questi incredibili derivati dell'involuzione umana che pure le scimmie si dissociano dicendo"questi non derivano da noi",dando la colpa genetica a mutazioni ancora in fase di ricerca,che suggeriscono mescolanza con dna di ratti,ovviamente senza offesa per i primati ed i roditori.

Il rosso non è il nero, lo sgombero di CasaPound sia solo un inizio.

di Pino Casamassima
Dalla caduta del Muro in avanti s’è andata espandendo una pandemia revisionista dal respiro corto – che tende a dare dignità politica ai neofascisti – il cui contagio non ha risparmiato nemmeno certe intelligenze della sinistra italiana

«Ora però tocca ai compagni» titola il Giornale coerentemente con le dolorose righe di Libero, che lamenta la disparità di trattamento riservata ai centri sociali. Dolori provocati dal provvedimento di sgombero per la sede romana di CasaPound, cioè dei «fascisti del terzo millennio» come loro stessi si qualificano. Dei dettagli sono piene le cronache e qui ci limitiamo al minimo per ragionare d’altro. «A conclusione di una indagine condotta dalla Digos della Questura di Roma – batteva una agenzia della Adnkronos della mattina di giovedì 4 giugno – la Procura della Repubblica capitolina ha chiesto e ottenuto dal gip un sequestro preventivo, con riferimento al reato di occupazione abusiva, dell’immobile in via Napoleone III, sede di CasaPound». I suoi dirigenti sono inoltre indagati per istigazione all’odio razziale e occupazione abusiva di immobile. A latere, ma non troppo, la Corte dei Conti chiede un risarcimento di 4.6 milioni di euro per omessa disponibilità del bene immobile e la mancata riscossione dei canoni da parte del Demanio. La promessa dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini di far sgomberare «tutti gli stabili occupati di Roma» ha infine trovato applicazione – ovviamente – non sotto il suo regno, ché qualche tartaruga aveva nel frattempo ricordato al papetiano che in quei «tutti» ci sarebbe stato anche lo stabile «storico» di via Napoleone III, ma sotto quello di Virginia Raggi, che un anno fa, per portarsi avanti col lavoro, fece rimuovere la scritta CasaPound dallo stabile nero. Un provvedimento, quello del Gip, che ha scatenato un putiferio dai caratteri però surreali alla luce di quella Costituzione secondo cui «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Pare chiaro, no? No.

Le gazzette di destra mettono infatti sullo stesso piano organizzazioni neofasciste e centri sociali. Eppure, la Costituzione vieta la riformazione del partito fascista, non demonizza opposti speculari. Esempio: quando il calciatore Lucarelli esultava col pungo chiuso non rischiava di commettere un reato diversamente da Di Canio col saluto romano (in base non alla Costituzione, questa volta, ma alla Legge Scelba, che considera reato anche il solo parlare del fascismo e/o dei suoi esponenti in termini positivi ). Ora, delle due l’una: o cambiamo la Costituzione o dichiariamo – coerentemente – fuori legge (nel senso di banditi, proprio) quei partiti/movimenti/organizzazioni/formazioni che si richiamano al fascismo. Per coerenza – nel caso in cui si modificasse la Costituzione togliendo quella sua «fastidiosa» cifra antifascista – andrebbero azzerate le leggi Scelba e Fiano.

Negli anni sessanta avevano una certa fortuna «telefilm» della serie «Ai confini della realtà». Serie che riavrebbe successo se riproposta ispirandosi a quanto succede a volte in questo – strano – paese in cui si promulgano le Costituzioni fra le più belle del mondo e leggi contro il fascismo, l’odio razziale, la discriminazione, e poi ci si infila in dibattiti surreali relativamente alla loro applicazione. Stando quindi alla Costituzione e alle leggi in vigore, organizzazioni – orgogliosamente – fasciste quali CasaPound, non hanno possibilità d’esistenza, al pari di tutte le altre nei cui petti battono cuori repubblichini non repubblicani: dal Fronte Nazionale a quella Forza Nuova cui diversi dispiaceri ha recentemente dato la trasmissione di Rai 3 Report con una inchiesta sui finanziamenti e i collegamenti politici internazionali. In coda, ma ugualmente meritorie di un ban sociale oltre che una dannazione politica, altre formazioni, come il Movimento Fascismo e Libertà (che ossimoro!), e quei Fasci italiani del Lavoro capaci di esprimere nel 2017 una consigliera comunale a Sermide e Felonica, paese della bassa mantovana: tale Negrini Fiamma (quando si dice il nome…), poi destituita dal Tar di Brescia per appartenenza a un movimento di palese ispirazione fascista. Le summenzionate grida di dolore pro CasaPound non meravigliano se arrivano da ambienti con loro compiacenti (anche perché CasaPound significa un serbatoio di voti non trascurabile), meravigliano invece assai quando alte, sonanti (e fastidiose) arrivano da quelle gole che hanno – da tempo – ingoiato e poi espulso ogni residuo ideologico, ché il termine stesso ormai (ideologico) li manda in crisi respiratoria.

Dalla caduta del Muro in avanti s’è andata infatti espandendo una pandemia revisionista dal respiro corto, il cui contagio non ha risparmiato nemmeno certe intelligenze della sinistra italiana. E se non c’è da meravigliarsi se a sostenere le ragioni delle tartarughe nere è un filosofino pret-a-porter da tv talk col ditino similislamista sempre alzato, visto che, non casualmente, scrive per Il Primato Nazionale, il quotidiano sovranista di CasaPound, petulando senza vergogna la bestemmia del marxismo sovranista, si resta perlomeno perplessi di fronte alle levate di scudi da parte di chi un tempo raccomandava un «antifascismo militante» unitamente a una perenne «vigilanza». C’è da chiedersi insomma cosa significhino ormai queste parole, ché, in buona sostanza, sono state dismesse, mentre quella «appartenenza» che faceva (e per me continua a fare) da spartiacque fra un pensiero e un altro, una cultura e un’altra, una politica e un’altra, è stata infiltrata da pensieri che confliggono col «pensiero partigiano» di Gramsci. (E sarebbe legittimo se ci fosse l’onestà di dichiarasi da esso ormai lontani). Ideologia è diventata anche per costoro blasfemìa. E demonizzati sono i sostenitori della persistenza della «ideologia», che però non è una brutta parola (per conseguenti brutte azioni) ma il termine col quale prima il filosofo Destutt de Tracy indicava l’antimetafisica della coscienza, e poi Marx l’insieme delle convinzioni d’ordine confessionale, politiche, morali espresse nella Storia dalle diverse classi sociali. Orbene, «l’ideologia» cui ci sentiamo di appartenere contrasta in modo speculare con quella che pervade il pensiero delle tartarughe destinatarie di quel provvedimento di sgombero che tanto clamore ha suscitato anche fra molti dei suddetti «ex».

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Ancora una gazzarra fascista a Roma, è la quarta in cinque giorni.

di  Federico Rucco
Alla fine non erano tanti, anzi, ma sono arrivati al Circo Massimo al grido di ‘Duce, Duce’. Sui social si fanno chiamare ‘Ragazzi d’Italia‘ e seminano in alcuni settori ultras delle curve, ma fra loro erano riconoscibili noti caporioni neofascisti come Giuliano Castellino e Simone Carabella. Il primo di Forza Nuova, il secondo del neonato Partito Nazionale. Tanto eccitati dall’evento che alla fine hanno fatto a botte anche fra di loro.

Il milieu dell’ennesima gazzarra fascista nella Capitale (ormai siamo alla quarta in dodici giorni) sono stati alcuni settori ultras di varie curve, scesi in piazza per protestare contro le misure adottate dal Governo nella fase dell’emergenza pandemica.

Ma le cattive abitudini non hanno tardato a manifestarsi. Su via dei Cerchi si è infatti scatenata prima una furiosa rissa tra gli organizzatori che ha poi innescato alcuni tafferugli con la Polizia e tentate aggressioni ai giornalisti e fotografi presenti. Sono volate bombe carta e bottiglie di vetro verso gli agenti schierati, cameramen e cronisti.

La rissa iniziale è stata scatenata tra il caporione romano di Forza nuova Giuliano Castellino e l’esponente dell’estrema destra Simone Carabella. Mentre quest’ultimo stava rilasciando dichiarazioni ai giornalisti, è arrivato l’altro caporione Giuliano Castellino che, indispettito dal fatto che Carabella gli stesse rubando la scena, gli ha intimato di lasciar stare le telecamere. A quel punto Castellino e Carabella sono venuti alla mani, di brutto. Cazzotti, calci, spinte.

La rissa e’ degenerata, coinvolgendo altri tifosi e fascisti. All’avvicinarsi degli agenti e dei cronisti sono partiti a quel insulti e spinte ai giornalisti e cameramen presenti e poi petardi verso la polizia, intervenuta in tenuta antisommossa e che ha fermato due manifestanti portandoseli di peso al di qua del proprio schieramento.

Da un video emergono però particolari piuttosto inquietanti e significativi. Colpisce quel confidenziale “Giuliano, Giuliano” (guarda dal minuto 6.35) con cui più funzionari di polizia chiamano Castellino per invitarlo a riportare la calma.

Colpiscono poi  altri funzionari che allontanano i giornalisti affermando che “il problema erano stati loro” (dal minuto 8.08).

Insomma davanti ad una esibizione muscolare ed anche aggressiva di squadrismo, i funzionari hanno minimizzato la prima e indicato il problema nei giornalisti. Per molto meno, in questi anni, quando a manifestare erano i movimenti sociali o la sinistra, questi si sono beccati cariche “lunghe e cattive”. E’ uno scenario che non quadra, non quadra proprio.

E mentre a Circo Massimo manifestava la destra “relittuale”, sempre ieri pomeriggio a piazza SS Apostoli manifestavano le “mascherine tricolori” di CasaPound (decisamente quattro gatti) . Fatevi due conti: mascherine tricolori, la destra istituzionale (Lega e Fdi), i supporter del generale Pappalardo, i relitti della diaspora neofascista.

Nella Capitale in cinque giorni li abbiamo visti in piazza tutti quanti. Roma ha urgenza di riscattarsi e ripulire un pò le proprie strade.

sabato 6 giugno 2020

UN ALTRO WEEKEND DI ASSEMBRAMENTI?

Questo è il primo fine settimana ufficiale dove la gente può viaggiare in Italia andando al mare o in montagna abbastanza liberamente,mantenendo sempre il distanziamento sociale e le norme di contenimento le cui obbligatorietà variano da regione a regione.
E si possono fare uscite e aperitivi,quelli già da qualche tempo,per rivedere amici e non congiunti dir si voglia anche in zone di confine regionale dopo tre mesi,situazioni paradossali che si sono avute soprattutto a ridosso di province divise territorialmente da poche centinaia di metri.
L'articolo di Infoaut(giovani-e-movida-il-cortocircuito-del-consumo )parla del termine"movida",il ritrovarsi in locali soprattutto per bere e socializzare,una delle situazioni più piacevoli per i giovani ma anche per quelli più in su con l'età,anche se le limitazioni non fanno apprezzare al meglio questi momenti di ritrovato stare assieme.
Tutto questo movimento crea problemi alle norme vigenti sia per i proprietari dei vari pub,bar e ristoranti che per i singoli cittadini,e l'ottica del contributo va nella direzione,parlando prevalentemente delle grandi città,di un progetto a monte di urbanizzazione creato per concentrare tutti questi locali in zone diciamo più facilmente gestibili e controllabili,di certo non per questo tipo di emergenza.
Il giro della movida è parecchio importante per l'economia italiana,nonché per la socialità dei ragazzi soprattutto dopo un lungo periodo di letargia collettiva,e continuare a colpevolizzare e militarizzare questi luoghi è il cane che si mangia la coda,con il fine del libero mercato organizzato male con progettazioni dove si sono visti nascere locali dietro locali e l'ordine pubblico ora ha subìto il contraccolpo contrario con un ordine pubblico difficile da gestire,con la voglia dei giovani d'incontrarsi,le necessità dei proprietari e le regole da rispettare,un bel cocktail,non solo da bere.

Giovani e movida: il cortocircuito del consumo.

Nell'Italia del coronavirus politici e giornaletti sono sempre a caccia del nuovo capro espiatorio su cui addossare la colpa dei propri fallimenti. Dai migranti, ai runner, ai pensatori su spiagge solitarie, e naturalmente, come da tradizione i giovani.

Ormai si parla solo di questo, di quanto sono irresponsabili i giovani ad accalcarsi la sera in giro per le piazze dei quartieri deputati alla movida. Intendiamoci, non è che qui si vogliano difendere i comportamenti nichilisti e le eccessive leggerezze, ma come al solito si riduce il problema a una questione "culturale" senza approfondire oltre, senza analizzare i modelli di socialità e consumo che questo sistema propone ai giovani.

Quando parliamo di movida parliamo di un'industria che in alcune città rappresenta una significativa fetta dell'economia. Un'industria che si basa quasi completamente sul consumo a prezzi più o meno accessibili e che nel tempo è andata a sostituire o ad integrare altre industrie, o modelli, del divertimento. Le città che hanno adottato questo modello (qui l'esempio di Torino) lo hanno fatto consapevolmente, consce che con l'aumento dei prezzi di altre attività, con la privatizzazione di alcune forme del divertimento, si sarebbe aperto un mercato enorme in cui sarebbe stato possibile drenare risorse da giovani e famiglie dentro i circuiti di un'economia che consuma il territorio, spesso sfrutta i lavoratori e, lo abbiamo ripetuto fino alla nausea, consuma i giovani che consumano. Il lievitare dei costi di altre forme di intrattenimento e socialità è stato insieme prologo e conseguenza di queste scelte strategiche di investimento fatte dall'alto. La movida raramente nasce spontanea, ma è decisa a tavolino tramite liberalizzazioni delle licenze, piani urbanistici, investimenti sui territori.

Ma, come in altri settori dell'economia, l'approdo del coronavirus in Europa ha sconvolto questo mercato. La necessità di un distanziamento sociale efficace (anche qui a causa delle incapacità di governo del fenomeno da parte delle istituzioni) mette in crisi questa logica del consumo di massa. Eppure sono state le istituzioni stesse, sotto pressione dei comparti imprenditoriali, a scegliere di riaprire le attività che afferiscono al settore della movida, con misure e norme pressoché ridicole. Nessuno sugli scranni del governo si è posto il problema di proporre un modello di socialità alternativa a basso prezzo ai giovani al tempo del coronavirus. Nessuno nelle singole città si è interrogato su come riformare il settore in maniera sicura e magari con un'offerta culturale e sociale di maggiore qualità. Perché nessuno ha preso provvedimenti di questo genere, magari assorbendo i lavoratori di questo comparto rimasti senza reddito? A parte il disinteresse totale che questo governo sta dimostrando per i giovani (avete presente i commenti degli universitari sul video di Conte durante le conferenze stampa?), proporre delle alternative del genere avrebbe voluto dire porre questo settore fuori dal mercato. Nessun privato si sarebbe adeguato a delle proposte del genere, e sui giornaloni si sarebbe scatenata subito la polemica.

Eccoci quindi al cortocircuito, mentre le istituzioni spingono a una ripresa del consumo as usual, allo stesso tempo si accaniscono sui consumatori "irresponsabili" e pensano di risolvere il problema con il solito combinato disposto di ordine pubblico, multe, militarizzazione e colpevolizzazione.

E' il giochino del libero mercato che si è fulminato, in tutte le sue articolazioni. Questo sistema non è in grado di prendersi cura delle persone che ci vivono, non è in grado di rispondere ai bisogni della maggioranza della popolazione. E attenzione, la socialità, la socializzazione con altri giovani, l'arricchimento culturale ed emozionale che ne deriva, è un modo per curarsi della vita e della salute psicofisica delle nuove generazioni, specialmente dopo tre mesi di isolamento.

Nel frattempo lo Stato paternalista ci regala un'altra delle sue esibizioni dell'assurdo con le frecce tricolore che sfrecciano sulle città maggiormente colpite dal virus. Naturalmente anche in questo caso vengono a formarsi assembramenti per osservare lo spettacolo, ma mirabilmente la colpa, ancora una volta, non è di chi ha organizzato la pantomima, ma di chi ha assistito. Non sarebbe stato meglio fare altro?

venerdì 5 giugno 2020

ANTIFASCISTA TERRORISTA?

Strano che Trump non abbia detto che la causa dei disordini provocati dall'ennesima morte violenta di un afroamericano ammazzato dalla polizia(vedi:madn lorrore )non sia stata opera dei cinesi,o di qualsiasi altra nazione che quelli come lui definirebbero"canaglia",additando invece le proteste agli antifascisti,che vorrebbe dichiarare terroristi.
Ma proprio nella maniera ufficiale con tutte le conseguenze che potrebbe comportare in fatto di repressione e di condanne,perché negli Usa ma anche nel resto del mondo,in Italia per esempio,allargare la sfera di chi protesta e chi fa lotta,chi è militante o complice e simpatizzante,in questi anni dove si è sdoganato anche il termine"terrorismo"a tutto quello che non piace allo status quo dei vari governi,potrebbe essere allo stesso tempo pericoloso ma anche ridicolo.
In quanto non esiste nessuna iscrizione ufficiale agli"Antifa",io lo sono,è un modo di proporsi di fronte alle questione della vita,così come altre centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo,con organizzazioni più radicate nel nord Europa mentre nel resto del mondo ci sono perlopiù rappresentanze informali,comunque tutte di sinistra e tutte contro le politiche neonaziste e neofasciste,contro il razzismo,il sessismo e il capitalismo,insomma direi proprio una bella cosa.
Evidentemente non per chi è razzista,sessista e capitalista ovviamente,e naturalmente di destra che sia estrema o meno,questo è chiaro ed è ribadito nell'articolo di Comune-info(se-lantifascismo-e-terrorismo )che riprende un discorso dei nazionalisti turchi solidali con Trump visto che i combattenti turchi dell'Ypg fanno parte della costellazione internazionalista dell'antifascismo,con tutto quello che ne consegue,dove nessuno ti obbliga ad esserlo e si è liberi di dedicarvisi con il contributo che ognuno vuole e può dare.

Se l’antifascismo è terrorismo.

di Michele Giorgio
Donald Trump è stato esplicito: gli “antifa” sono responsabili delle rivolte che scuotono il suo paese e, dunque, sono terroristi. Giusto, fa notare il governo turco, ma è a tutti noto che gli “antifa” sostengono anche le Unità di Protezione Popolare (YPG) combattenti del Rojava. Se ne deduce facilmente che anche le YPG vanno considerate dagli Usa dei terroristi, no? Si chiama sillogismo, indica una forma di argomentazione logica per cui da due affermazioni categoriche connesse se ne può ricavare – per deduzione – una terza conclusiva. Bisogna riconoscerlo: una sua logica, seppur assai malata, la richiesta di Erdogan a Trump ce l’ha. In fondo, quelli delle YPG non hanno accolto con simpatia né l’aggressione né i bombardamenti, tantomeno l’occupazione di parte del loro territorio su cui nessuno, Donald in testa, ha avuto da ridire. E poi gli Usa hanno smesso da tempo di elogiare la strenua resistenza dei curdi nella fase più calda della guerra contro l’Isis. Roba vecchia. Il problema di quel sillogismo, semmai, è un altro: quanti altri “antifa”scisti-terroristi ci sono nel mondo? E inoltre: non è che, siccome sulla Costituzione italiana c’è ancora scritto a chiare lettere quell’aggettivo inviso a Trump, poi tutti gli antifascisti del pianeta vorranno avvicinarsi alle nostre soleggiate coste?

La Turchia non cessa gli attacchi, non solo militari, contro il popolo curdo e tutti coloro che sostengono le sue aspirazioni. Ankara ieri ha chiesto alla Casa Bianca di colpire duramente gruppi e attivisti “Antifa” anche in Siria, in linea con l’intenzione di Donald Trump di dichiararli “terroristi” come ritorsione per l’appoggio che manifestano alle proteste di massa in corso negli Usa causate dall’omicidio dell’afroamericano George Floyd, soffocato da un agente di polizia. Trump, dicono i turchi, deve ora proclamare “terroristi” anche i combattenti delle Ypg, le unità di protezione popolare curdo-siriane – obiettivo delle offensive militari di Ankara nel Rojava, nel nord della Siria – perché sono appoggiati dagli “Antifa”.

Il termine “Antifa” (antifascista) si riferisce genericamente a una serie di organizzazioni e attivisti antifascisti che usano espressioni simili quando affrontano l’estrema destra e la repressione delle forze di sicurezza. Non esiste fisicamente un’organizzazione denominata “Antifa” ma simboli e slogan associati a questo nome vengono usati anche da gruppi e volontari stranieri che appoggiano le Ypg.

“Gli Stati Uniti devono mostrare la stessa sensibilità in Siria quando le Ypg e i (volontari) ‘Antifa’ puntano le armi sui soldati turchi o quando ci attaccano dopo essersi uniti al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan illegale in Turchia, ndr)”, ha sbraitato in un’intervista su 24 TV il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu che ha esortato Washington ad inserire le Ypg e tutte le organizzazioni politiche e combattenti curde nell’elenco dei gruppi terroristici.

Le Ypg hanno ricevuto sostegno dagli Stati Uniti, come parte del Syrian Democratic Forces (Sdf), nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Ma lo scorso autunno l’Amministrazione Trump, come molti avevano previsto, ha tradito i curdi avallando la sanguinosa offensiva militare turca nel Rojava finalizzata a distruggere l’Amministrazione Autonoma curda fondata sul Confederalismo democratico.

Le intenzioni manifestate da Trump contro gli “Antifa” sono vaghe ma hanno ugualmente fornito alle autorità e ai commentatori turchi – gli ultranazionalisti e quelli vicini al presidente Erdogan – il pretesto per cercare di ottenere il sostegno dei conservatori americani. La tv TRT ha pubblicato una serie di articoli che collegano le Ypg a coloro che si dichiarano “Antifa”. Parecchi giornalisti turchi filo governativi hanno pubblicato sui social foto di bandiere “Antifa” nel Rojava. Alcuni di essi hanno ricordato che un battaglione internazionale, formato in prevalenza da europei e statunitensi, ha partecipato alla guerra contro l’Isis all’interno delle formazioni combattenti curde.

Esponenti dell’estrema destra statunitense hanno prontamente espresso appoggio alle richieste turche.

Fonte: Nena News

giovedì 4 giugno 2020

IL RITORNO DI DE GREGORIO

Il noto criminale che ha calcato gli scranni parlamentari Sergio De Gregorio è stato arrestato dopo le sue innumerevoli iscrizioni nel registro degli indagati e accuse di riciclaggio e favoreggiamento della camorra,corruzione,associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio,truffa e false fatturazioni e corruzione in atti d'ufficio,quest'ultimo in relazione alla compravendita di voti dove Berlusconi e Lavitola furono condannati a tre anni per concussione,ma la prescrizione cancellò la pena detentiva,non la colpevolezza ricordiamocelo(ecco quando De Gregorio passò da Itala dei Valori al Pdl nella successiva legislazione,e col suo voto contribuì in maniera determinante alla caduta dell'allora governo Prodi,vedi:madn lennesima-condanna-di-berlusconi ).
Innumerevole pure la lista dei suoi accasamenti politici(Psi,Pdl,Idv,Forza Italia,Democrazia Cristiana per le Autonomie,nonché Italiani nel Mondo da lui da lui fondato),ecco che dai tre milioni di Euro presi dall'ex premier puttaniere si vede invischiato in 80 mila Euro estorti ad un barista romano in una rete di estorsione e di riciclaggio di cui è"lo stratega e il punto di riferimento indiscusso"in quanto possiede"una caratura criminale e scaltrezza davvero eccezionale"come dicono gli accusatori nel primo contributo(www.ansa.it ).
Invece nel successivo(www.ilfattoquotidiano.it )si fanno un poco i conti in tasca di questo truffatore e di tutte le ramificazioni con o senza prestanome in varie società di comodo create per riciclare il denaro sporco,mentre tra l'altro questo recidivo del crimine è pure un giornalista,che presto verrà cancellato dall'albo su richiesta degli ormai ex colleghi.

Estorsioni e riciclaggio, arrestato ex senatore De Gregorio

L'inchiesta è condotta dalla Squadra mobile di Roma

C'è anche l'ex senatore Sergio De Gregorio tra gli arrestati nell'operazione della Squadra mobile di Roma su un presunto giro di estorsioni e riciclaggio. Lo si apprende da fonti di polizia.
Sono nove le misure cautelari eseguite nell'ambito dell'operazione scattata stamattina.
L'ex parlamentare dell'Idv poi transitato nelle file del Pdl, Sergio De Gregorio, è passato alla storia politica e giudiziaria degli ultimi 20 anni per aver partecipato alla cosiddetta "operazione libertà", come venne chiamato il passaggio di deputati e senatori dal centrosinistra al centrodestra, voluto da Silvio Berlusconi, per far cadere il governo Prodi.

De Gregorio, in particolare, venne accusato di aver ottenuto da Berlusconi 3 milioni di euro per passare dall'Idv al centrodestra che poi lo sostenne per diventare presidente della Commissione Difesa del Senato.
Berlusconi venne processato per la compravendita di parlamentari, ma alla fine intervenne la prescrizione.

"Ha una caratura criminale e scaltrezza davvero eccezionale" dice il Gip di Roma descrivendo l'ex senatore Sergio De Gregorio, arrestato insieme ad altre otto persone con le accuse di estorsione, riciclaggio e auto riciclaggio in un'indagine della Direzione distrettuale antimafia coordinata dal procuratore aggiunto Ilaria Calò e dal sostituto Francesco Minisci.

"De Gregorio si conferma punto di riferimento indiscusso, lo stratega del gruppo, sempre pronto a 'sistemare' le cose - aggiunge il giudice Antonella Minunni nell'ordinanza custodia cautelare - è lui che risolve le questioni sorte all'interno del gruppo e che suggerisce ogni volta le strategie difensive. E' recidivo avendo riportato, tra l'altro, condanne per corruzione in atto contrario ai doveri d'ufficio".

"Vuoi tenere aperto questo bar o no? Vuoi che torniamo domani mattina e ti mettiamo i sigilli?". Così il gruppo criminale, guidato dall'ex senatore Sergio De Gregorio, minacciava il gestore di un bar di Roma se non avesse "consegnato loro la somma di 80 mila euro". L'episodio è citato nell'ordinanza cautelare firmata dal gip di Roma a carico di nove persone. I fatti risalgono al 29 aprile 2016. "Mentre era presente sul posto a rafforzare i propositi anche De Gregorio, nel ruolo di mandante", tre degli arrestati hanno minacciato il commerciante paventando i sigilli se non avesse pagato, "ovvero non avesse fatto consegnare" i soldi "da un cliente del bar di nazionalità romena, che li aveva sottratti per poi rendersi irreperibile". In base a quanto ricostruisce il giudice, gli arrestati hanno quindi costretto il titolare del bar a reperire "gli 80 mila euro, procurandosi così l'ingiusto profitto". La somma è stata "investita nelle attività commerciali di cui De Gregorio", assieme a un altro indagato, "era titolare occulto".

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De Gregorio, l’ex senatore “finanziò un diplomatico che gli aveva chiesto una campagna contro il governo albanese”.

È il retroscena che emerge dalle carte dell’operazione “Pianeta Italia”, coordinata dalla Dda di Roma. L’ex parlamentare di Italiani nel Mondo, noto per aver contribuito, nel 2008, alla caduta del governo Prodi, grazie al suo passaggio a Forza Italia, è accusato di estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio.

di Vincenzo Bisbiglia  | 4 Giugno 2020 
“Mi devo occupare della questione albanese”. Sergio De Gregorio – arrestato nell’ambito di una inchiesta della Dda di Roma – nel 2017 aveva finanziato le attività di Ilir Kulla, un alto diplomatico di Tirana, il quale aveva assegnato all’ex senatore il compito di “organizzare una campagna denigratoria nei confronti del governo albanese”, nel tentativo di far cadere il governo locale guidato dal premier Edi Rama. Kulla, fra l’altro, è il consigliere politico dell’attuale presidente della Repubblica, Ilir Meta, fattore che rischia di creare non poco imbarazzo negli assetti politici dello stato balcanico. È il retroscena che emerge dalle carte dell’operazione “Pianeta Italia” che ha portato a nove misure cautelari. L’ex parlamentare di Italiani nel Mondo, noto per aver contribuito, nel 2008, alla caduta del governo Prodi, grazie al suo passaggio a Forza Italia, è accusato di estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio. Al politico albanese, De Gregorio avrebbe versato la somma di 30.000 euro.

Di Gregorio, Kulla e la “questione albanese” – Ilir Kulla, 46 anni, è una personalità politica “molto in vista” in patria, come annotano gli inquirenti: esperto di sicurezza e “analista di geopolitica in buoni rapporti con l’Italia già da svariati anni”. Consigliere politico di due presidenti, l’attuale Ilir Meta e il suo predecessore Rexhep Mejdani, ai magistrati risulta essere “amico personale di Salah El Din Kuftaro, figlio del gran Muftì, massima autorità religiosa in Siria e direttore del Abou Nour, la più importante Fondazione Islamica del Medio Oriente (il 70% degli albanesi sono di religione musulmana, ndr)”. Non solo, “avendo ottime amicizie su Roma”, Kulla “è stato proprio uno degli intermediari per il rilascio delle due ragazze Simona Torretta e Simona Pari, sequestrate in Siria” nel 2004.

Secondo la ricostruzione, i 30.000 euro versati a Kulla facevano parte di una somma complessiva di 55.000 euro che De Gregorio aveva a sua volta ottenuto in prestito da tale Eraldo Barletta (non indagato): gli altri 25.000 euro erano stati “investiti” nella conversione del Bar Surma di via Flavia, in centro, ottenuta secondo i pm attraverso l’estorsione ai danni dei precedenti proprietari. Durante una conversazione del 30 gennaio 2017, intercettata dalla Squadra mobile di Roma, Barletta si lamenta con De Gregorio della mancata restituzione del prestito. All’opposizione dell’ex senatore, l’uomo replica che “Ilio (Ilir Kulla, ndr)… in Albania… ha dichiarato che non ha mai ricevuto soldi… da te… e da nessuno per te…”. “In base a quanto emerso dalle intercettazioni – si legge nell’ordinanza – Kulla aveva dato mandato a De Gregorio di organizzare, attraverso le sue conoscenze e i mezzi di comunicazione a sua disposizione, una campagna di stampa denigratoria per il governo albanese, che ne provocasse la caduta”. E ancora: “Lo stesso Kulla era giunto in Italia nel pomeriggio del 26 febbrai 2017 al fine di seguire da vicino la vicenda”.

La protezione a Udisens in cambio di soldi – Tutt’altra vicenda riguarda i rapporti con la società Udisens, che sembrava aver trovato protezione da parte del sodalizio guidato da De Gregorio. La società romana che si occupa di vendere apparecchi acustici – i cui vertici non sono indagati – secondo gli inquirenti avrebbero versato in tre tranche, fra il 2016 e il 2017, una somma pari a 15.250 euro sul conto della Italia Global Service srl, società della galassia dell’ex senatore. “Siamo andati a parlare in maniera civile per dirgli di lasciare in pace questo cristiano, perché era peccato che lo stavano distruggendo psicologicamente a lui e alla figlia”. De Gregorio diverrà anche socio della Udisens, avendo il compito di promuovere la Udisens International. “Io ti assisto – si sente dire all’ex forzista – ma lui sulla storia dei negozi non ha alternative… perché io gliel’ho messa in maniera tale che ho detto: io ti assisto, però io devo guadagnare… mica di posso assistere perché sei bello… perché ti chiami Udisens… voi lavorate, ma ho lavorato pure io”.

La promozione della Udisens avveniva anche attraverso il magazine online Pianeta Italia News, che fa riferimento alla Pianeta Italia srl, società al 79% di Giuseppina De Iudicibus, prestanome di De Gregorio e anche lei indagata. Al momento dell’arresto, l’ex senatore risultava residente in Portogallo, dove è registrata la Ittica Italiana srl, un’altra delle società utilizzata per riciclare i fondi derivanti dalle attività illecite, nata formalmente con lo scopo di realizzare “un allevamento di pesci”.

martedì 2 giugno 2020

2 GIUGNO.PERCHE' I FASCISTI IN PIAZZA?

I divieti stringenti in materia di assembramento non sono uguali per tutti,la polizia complice già sabato ha visto il comportamento molto accondiscendente verso quelli vestiti d'arancio,nostalgici fascisti più folkloristici che altro ma altrettanto farneticanti e pericolosi(vedi:contropiano militanti-di-potere-al-popolo-denunciati-pappalardo-e-fascisti-indisturbati )e lo stesso si è visto oggi con il trio Salvini-Meloni-Tajani che sono scesi in piazza pieni di tricolori a ribadire il loro nazionalismo e sovranismo.
Inveendo contro il governo Conte,molto di più ce l'hanno con il premier,ovviamente senza il rispetto delle distanze e mascherine un poco alla cazzo,con il razzista verde che fino a qualche stagione fa diceva sulla Festa della Repubblica"non c'è un cazzo da festeggiare"ora da bravo approfittatore e pur di fare vedere che c'è purtroppo per tutti va in piazza per pura propaganda.
Vabbeh Tajani conta di legno e la Meloni è quel che è,una piccola nostalgica che però sa adattarsi e si barcamena in alleanze che ogni tanto si dimentica di avere,frutto del patriottismo estremo rifugio di canaglie come chi la vota.
L'articolo proposto(torino.repubblica.it/cronaca )è un'intervista all'ex partigiano e docente universitario Gastone Cottino che giustamente vede questo impossessarsi del 2 giugno da parte dei fascisti,più per propaganda che per vero spirito di attaccamento alla Repubblica,anzi sono loro quelli dell'uomo forte,nostalgici del dvce e gli sconfitti senza diritto di replica di questa data,insomma vanno in piazza per ribadire il proprio funerale storico e politico.

Cottino: "Un fatto gravissimo che il 2 giugno in piazza vadano i fascisti. E che gli italiani lo consentano".
Intervista a un grande intellettuale, ex partigiano e docente universitario,

di Mariachiara Giacosa
«Il 2 giugno è una festa che non scalda il cuore degli Italiani: per noi la Repubblica è un fatto assodato, tanto che in piazza in Italia oggi vanno i fascisti e chi accetta una logica fascista, che oggi si declina nel razzismo e nell'intolleranza strisciante in Italia, e in generale in Europa. E' una vergogna». Con i suoi 95 anni non ha timore a dire quel che pensa Gastone Cottino, oggi diviso tra la sua casa di Torino e quella della famiglia materna a Borgo San Dalmazzo, nel Cuneese, dove si è rifugiato dopo le settimane trascorse in città per la quarantena imposta dall'epidemia di coronavirus. Una gioventù da partigiano, vissuta come “talpa” nella Prefettura di Torino, sede del capo politico del Partito fascista, dove Cottino viveva e lavorava con documenti falsi nelle vesti di un ex combattente sardo, viaggiatore di commercio per conto di un imprenditore canavesano. Da qui ha diretto la campagna per l'insurrezione e l'occupazione del municipio il 26 aprile del 1945. Nel dopoguerra, ruppe con il partito Liberale per poi militare nella sinistra e avviare la carriera accademica. E' stato prima docente di diritto commerciale e poi preside della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Torino della quale è professore emerito dal 2000.

Professore qual è lo stato di salute della Repubblica in Italia?

«Credo sia seriamente in discussione e insidiata dal montante fascismo che si respira nel nostro Paese, ma non solo. E' un fatto gravissimo, e indigna che in piazza il 2 giugno vadano i fascisti e che gli italiani lo consentano. In parte dipende anche dal fatto che non sia mai stata vissuta come una festa identitaria, nonostante il grande valore fondativo del 2 giugno del 1946 nella storia d'Italia».

Perché secondo lei?

«Un po' credo sia dovuto al calendario: il 2 giugno è vicino al 25 aprile che resta la festa dell'antifascismo su cui si riconosce la stragrande maggioranza degli italiani, e al Primo maggio che, anche nei momenti più difficili, è stato e resta il momento fondante dell'orgoglio operaio. La Repubblica è considerata un fatto normale, non c'è lo spirito anche un po' artefatto del 14 luglio francese. Poi c'è la scelta di celebrarla con una parata militare, che io personalmente non condivido, perché non risponde allo spirito che animò la scelta fatta dagli italiani 74 anni fa».

Cosa ricorda di quel periodo?

«C'era un conflitto durissimo, nei partiti, tra i partiti, ma persino nei rapporti personali. Si ruppero delle amicizie in quelle settimane. Tra monarchia e repubblica era davvero un dilemma morale tra il mondo che voleva cambiare pagina e chi invece voleva tornare al Medioevo. La monarchia ci aveva portato a più riprese in situazioni illiberali, ci aveva messo nelle braccia del fascismo, fino alla vergogna della firma posta dal re alle leggi razziali del 1938. Avevamo la sensazione che la scelta fosse tra progresso e conservazione e che quello fosse il punto da cui sarebbe passata o non passata la nuova Italia. In noi c'era lo spirito egualitario e libero che aveva animato le formazioni partigiane e che si sarebbe poi tradotto nello straordinario impegno dell'assemblea costituente».

Nonostante la forza dell'antifascismo e la voglia di cambiamento il risultato del referendum non fu travolgente

«Furono giornate tesissime: il voto fu contestato, per presunte irregolarità del ministro degli interni Romita, il Re di maggio sembrava non volesse andarsene e noi dopo l'entusiasmo iniziale siamo rimasti appesi al filo della decisione di Cassazione, che salvò il risultato, ma fu un momento drammatico. Il contrasto tra repubblicani e monarchici era radicale: chi voleva la monarchia impersonava la fedeltà a interessi che la Resistenza prima e la Costituzione poi, puntavano a mettere in discussione».

La frattura ideologica ebbe conseguenze negli anni successivi?

«Malgrado la repubblica, l'Italia ha conosciuto rigurgiti di quel conservatorismo. C'è stata la rimozione del fascismo, gli anni di Scelba con i processi ai partigiani. Più volte nella nostra storia quell'istanza ha alzato la testa. Ma il fascismo è stato sconfitto dalla storia e anche ciò a cui assistiamo ora è perdente».

lunedì 1 giugno 2020

GIUSEPPE UNGARETTI:E' IL MIO CUORE IL PAESE PIU' STRAZIATO

Oggi ricorre l'anniversario della morte del poeta Giuseppe Ungaretti,una tra le figure più conosciute ed apprezzate del panorama letterario nel novecento,rappresentante della corrente ermetica e del simbolismo,uomo di poche parole(anche nelle sue opere)e di una sensibilità acquisita in una vita che lo ha visto cambiare spesso nazioni e città.
I fatti delle prima guerra mondiali hanno condizionato nei suoi scritti"il poeta delle trincee",e il contributo qui sotto(formiche.net )parla della sua biografia,dalla nascita da genitori lucchesi in Egitto agli studi alla Sorbona a Parigi,dalla guerra all'adesione al fascismo fino al lavoro in Brasile e successivamente e Roma.

Poesia di cinema e letteratura. 50 anni dalla morte di Giuseppe Ungaretti.

di Eusebio Ciccotti
Nel ricordare la figura di Giuseppe Ungaretti, scomparso il primo giugno 1970, Eusebio Ciccotti avanza una nuova pista ermeneutica: il grande poeta inventò uno stile innovativo, squisitamente visivo, paragonabile al coevo nascente linguaggio del cinema

La notte tra il primo e il 2 giugno 1970 ci lasciava Giuseppe Ungaretti. Ai suoi funerali, rito cattolico, lo Stato italiano non era presente. Tra i tre più noti poeti ermetici, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo e appunto Ungaretti, come le antologie scolastiche ce li hanno tramandati a partire dal secondo Novecento, quest’ultimo fu quello che non ebbe mai il premio Nobel. Ma se si chiedesse ai giovani chi è il poeta più noto del Novecento risponderebbero Giuseppe Ungaretti, per le note poesie “da esame di terza media e di maturità”, ossia, Fratelli, San Martino del Carso, I fiumi, In memoria, testi poetici che i ragazzi amano e tra i quali citano, con disinvoltura, Ed è subito sera (Salvatore Quasimodo), inclusa nel corpus ungarettiano d’esame.

Nato ad Alessandria d’Egitto (1888) per via del padre Antonio lì trasferitosi per lavoro, il giovane Ungaretti cresce con la cultura araba e francese, la lingua ufficiale della scuola, mescidata con quella italiana dei genitori. Rientrato in Italia si trasferisce, poco dopo, a Parigi nel biennio 1912-1913, entrando in contatto con gli intellettuali delle avanguardie francesi. Guillaume Apollinaire, che in quegli anni guardava al Futurismo italiano con interesse (a Parigi passava molto tempo anche Filippo Tommaso Marinetti), e poi Pablo Picasso, Georges Braque, Max Jacob, André Salmon ed altri.

Lo scoppio della Prima Guerra mondiale lo fa rientrare in Italia; decide di partire volontario come soldato. La sua terribile esperienza del fronte darà vita, sul piano letterario, alla poi famosa silloge Il porto sepolto (1916). Un’autentica rivoluzione nella lirica italiana ed europea: brevi versi sino al verso-parola, assenza di punteggiatura, alternanza tra maiuscole e minuscole. Per fotografare con la polaroid della lingua l’atrocità della guerra, la morte congelata, le case sventrate e sbrandellate, l’arsura d’amore, il dramma esistenziale prima dell’Esistenzialismo. Versi di forte impatto visivo anche perché “le parole sono messe in fila come in trincea”, secondo la felice definizione di Edoardo Camurri. Nel 1925 aderisce al Fascismo, nel 1928 si converte al cattolicesimo. Nel 1933 esce la sua seconda importante silloge, Sentimento del tempo.

Durante un viaggio per conferenze in America latina, siamo nel 1936, gli viene offerta la cattedra alla università di San Paolo. Accetta e vi si trasferisce con la sua famiglia. Nel 1939 il suo figlio, Antonietto, di soli nove anni, muore per una appendicite malcurata. Lo shock confluirà una silloge-snodo, Il dolore, edita nel 1947.

Intanto, nel 1942, in pieno conflitto mondiale, rientra in Italia e viene nominato professore ordinario di Letteratura italiana alla Università della Sapienza di Roma, “per chiara fama”. Alla caduta del regime, viene epurato. Ma nel 1947 è reintegrato e insegnerà sino alla pensione. Nel 1958 altro lutto: dopo lunga malattia muore la moglie Jeanne. Diversi gli allievi, cresciuti intorno alla sua cattedra.

Leone Piccione, Raffaello Brignetti, Elio Filippo Accrocca e Mario Petrucciani, poi professore nella stessa Università. (Chi scrive fu allievo di quest’ultimo, e ascoltò, insieme a decine e decine di allievi, le testimonianze dirette su Giuseppe Ungaretti, nonché le fini analisi dei suoi testi poetici: autentiche scoperte per diciannovenni assetati di letteratura).

Nel 1968 il volto e la voce di Ungaretti diventano popolari, grazie alle sottili “introduzioni”, leggermente espressioniste, alle puntate televisive dell’Odissea (1968), film-tv, di Franco Rossi, che milioni di spettatori potevano seguire in prima serata (purtroppo, per via della tecnologia di allora, in bianco e nero; solo anni dopo lo si potrà godere nell’originale “a colori”).

È curioso come il lungo percorso artistico di Giuseppe Ungaretti, in questo caso critico, si leghi, poco prima della sua morte, per un momento, al medium televisione, non temendo egli, a 78 anni, la sfida di parlare a un occhio di vetro, alla telecamera. Ungaretti portava “le sue quattro ossa” (I fiumi) in primo piano, con la sua particolare lingua e recitazione, si faceva “introduzione” a Omero, e all’esemplare film-tv di Rossi. Questo ci ri-porta obbligatoriamente alla sua raccolta d’esordio, Il porto sepolto, che potrebbe esser letta anche da questo punto di vista, ossia secondo i codici del cinema.

Prendiamo una lirica amata dei ragazzi e sovente loro cavallo di battaglia agli esami di maturità. Veglia. /Un’intera nottata/Buttato vicino/A un compagno/Massacrato/Con la sua bocca/Digrignata/volta al plenilunio/con la congestione/delle sue mani/penetrata/nel mio silenzio/ho scritto/lettere piene d’amore/Non sono mai stato/Tanto/Attaccato alla vita./

È innegabile come le parole isolate del testo, circondate dal bianco della pagina, rimandino inequivocabilmente a delle immagini in primo piano o a particolari (del corpo umano) o dettagli (di oggetti). “La bocca digrignata” è un chiaro particolare del volto, o PPP (primissimo piano) che ci fa pensare alle chine dei soldati martoriati dalle esplosioni di Otto Dix. E quando la parola non corrisponde a un oggetto fisico inquadrabile, come nel caso dell’aggettivo “tanto” (di “attaccato alla vita”), qui il primo piano è tutto psicologico e, dunque, ancor più coinvolgente.

La lirica I fiumi, sottolinea il primo piano ungarettiano, come ad es., la soggettiva, che è ricorrente nei suoi versi: “E guardo”. Interessante anche il passaggio per stacco (o taglio) di inquadrature simili, ma diverse dal punto di vista della scenografia e dell’azione: /Di un circo/Prima o dopo lo spettacolo/. Ancora, il ricorso al rallenty, con eventuale sovraimpressione: “Il passaggio quieto/Delle nuvole sulla luna/”. Infine, eccoci alla dissolvenza incrociata che si sarebbe fissata alcuni anni dopo, ma già pre-vista da Ungaretti nello scomparire, nel dissolversi. appunto, di un fiume nel successivo: dal Serchio, al Nilo, alla Senna. Infatti, diversi documentari, ispirati a I fiumi, hanno proposto il passaggio fra i tre fiumi usando proprio la dissolvenza e inquadrando il pelo dell’acqua. E, unire fiumi lontani nel tempo e nello spazio, ma simili nei temi (l’acqua; la purificazione; lo scorrere della vita, ecc.) è un esempio di chiaro montaggio in parallelo, o montaggio logico.

Il 1916, oltre all’anno di pubblicazione del Porto sepolto è anche l’anno di uscita, in Usa, di Intolerance di David Wark Griffith. Il regista statunitense fissa definitivamente alcuni codici filmici fondamentali: il dettaglio (le spade dei Babilonesi), il primo piano (la piccola Cara in tribunale), il particolare (gli occhi della la ragazza Occhi Bruni), il montaggio in parallelo (il tema dell’“intolleranza” attraverso tempi e luoghi diversi: Babilonia conquistata da Ciro; la Giudea al tempo di Cristo; la Francia della notte di San Bartolomeo; il Novecento). Non è errato considerare Ungaretti “il Griffith della letteratura”.

Non sappiamo se e quante volte Giuseppe Ungaretti, nel biennio 1912-1913, la sera, oltre al teatro, abbia frequentato le sale di cinema con Guillaume Apollinaire e Max Jacob, spettatori incalliti, affascinati dal cinema americano e dalla serie poliziesca Fantômas (1913, regia di Luis Feuillade). Sta di fatto che quando una rivoluzione estetica è nell’aria la si raggiunge percorrendo diverse vie.