venerdì 7 febbraio 2020

IL CAOS IN TURINGIA


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Il grosso pasticcio che si è creato nel land della Turingia ha colto di sorpresa il mondo intero e non solo la Germania,perché i patti erano stati chiari,nessuna forza democratica sia di destra(se possono rientrare in questo elenco)che di altri schieramenti non si sarebbero coalizzati con i neonazisti dell'Afd,ma la brama di potere ha fatto sì che per quasi quarantotto ore si sia avuto un governo regionale con un presidente liberale,Kemmerich,sostenuto dalla Cdu e dai nazi.
Cosa che ha fatto arrabbiare i liberali e i cristiano democratici e soprattutto la Merkel,che pur non esercitando nessun ruolo nel partito ha ancora molto peso politico,che ha espresso senza mezzi termini e fatto sì che il presidente neoeletto desse le proprie dimissioni dando adito a nuove elezioni.
Il turno elettorale precedente aveva visto la Linke ottenere la maggioranza,ma la somma dei loro voti assieme a quelle dell'Spd e dei verdi non è stata sufficiente per un soffio ad ottenere l'incarico di governo,mentre l'Afd aveva sorpassato di poco il Cdu con l'ago della bilancia che sono stati i liberali,e questi ultimi tre con giochi sotto banco avevano trovato una coesione innaturale per un paese dalla storia come quella della Germania del dopoguerra.
Il primo articolo è di Left,quando in carica c'era ancora la meteora Kemmerich(signora-merkel-e-inaccettabile )mentre il secondo del Corriere(germania-si-dimette-kemmerich )parla delle ultime ore e di quello che è successo dopo le proteste che hanno visto anche manifestazioni in tutto il paese,anche nella capitale Erfurt in un land dove il 2 febbraio 1930 Hitler ricevette i consensi più ampi che diedero slancio alla sua scalata in capo al regime.

Signora Merkel, è inaccettabile che in Germania si sdogani l’estrema destra.

di Roberto Musacchio
È possibile che in un land della Germania venga eletto un presidente del partito liberale non solo con i voti della Cdu di Angela Merkel ma con il concorso decisivo dei rappresentanti della estrema destra? Purtroppo è accaduto, nello stupore generale. Nel land il presidente uscente era della Linke, qui anche primo partito. Un presidente molto apprezzato che ha portato la Linke stessa a crescere di quasi due punti raggiungendo il 31%. Purtroppo il forte calo della Spd e l’avanzata della destra di Afd ha tolto la maggioranza assoluta a Linke, Spd e Verdi.

I tre hanno comunque raggiunto un accordo di governo approvato dagli iscritti certi di poter confermare il presidente visto l’impegno di tutte le forze democratiche a non coalizzarsi con l’estrema destra. Invece al momento della votazione è successo un fatto gravissimo con un candidato liberale che ha preso i voti della Cdu e accettato quelli della estrema destra. Questo fatto non può essere considerato locale. E neanche solo tedesco. Sdoganare l’estrema destra in Germania è inaccettabile. E potrebbe compromettere il governo federale e il ruolo della Germania in Europa. Merkel deve assumersi le proprie responsabilità e sconfessare questa scelta del suo partito. È ciò che chiede la petizione che riportiamo. Analoga richiesta va avanzata al partito liberale in Germania e in Europa.

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Germania, in Turingia si dimette Kemmerich, eletto con i voti dell’estrema destra Afd.
Il premier del land, primo caso in tutta la Germania dal dopoguerra, aveva beneficiato dei voti dei neonazisti. Angela Merkel si era detta contraria.

Thomas Kemmerich, l’esponente liberale tedesco, eletto premier della Turingia grazie ai voti del partito di estrema destra Afd si è dimesso. Lo stesso Kemmerich, che aveva avuto il sostegno di Cdu, liberali e appunto Afd ha definito la scelta «inevitabile». I vertici nazionali della Cdu,a partire da Angela Merkel, avevano fortemente criticato quanto avvenuto in Turingia. Il partito della cancelliera, fino a ieri, aveva infatti sempre rifiutato qualunque accordo con movimenti «nostalgici» del passato nazisti.

La «parabola» di Kemmerich governatore della Turingia è durata in pratica 48 ore scarse; nel land dell’ex Germania Est si era creata una situazione di stallo e ingovernabilità in seguito alle elezioni regionali dell’ottobre scorso. La Linke, partito di sinistra radicale era stato il più votato con il 32% dei voti, seguita da Afd (22) che aveva sopravanzato di un soffio la Cdu di Angela Merkel. Nessuna soluzione per dare alla Turingia un governo e che escludesse l’estrema destra era però andata in porto. Su una alleanza con l’Afd i vertici nazionali dei maggiori partiti avevano posto il veto. A sorpresa, però, liberali e destra e Cdu hanno fatto convergere i loro voti su Kemmerich, provocando un terremoto politico. Sottolineato dal fatto che cade a 75 anni esatti dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz.

«Assieme ai miei colleghi, ho deciso di chiedere lo scioglimento del parlamento», ha dichiarato Kemmerich, parlando davanti ai giornalisti. «Vogliamo in questo modo arrivare a nuove elezioni al fine di rimuovere la macchia dell’appoggio AfD dal mandato di primo ministro. I democratici hanno bisogno di maggioranze democratiche, che ovviamente non possono emergere in questo parlamento. Non c’è stata cooperazione con l’AfD, non c’è né ci sarà». «Ieri l’AfD ha cercato di danneggiare la democrazia con un trucco perfido», ha quindi accusato Kemmerich spiegando come il partito abbia agito per schivarlo. Kemmerich ha quindi assicurato di essere in contatto con la Cdu così come con il presidente del partito Liberale Lindner.

giovedì 6 febbraio 2020

IL SALARIO MINIMO GARANTITO DI CITTADINANZA


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La Spagna,con il governo da compromesso storico al potere,ha alzato il salario minimo di cittadinanza a 950 Euro,compresa la quattordicesima(quindi da correggere il dato posto sopra nel grafico)con un intento di aumentarlo nei prossimi anni,o almeno entro la fine del mandato che peggio di noi ha visto una durata degli ultimi esecutivi assai precoce.
Questo dopo l'aumento delle pensioni mentre in Italia dopo il tanto discusso reddito di cittadinanza si scopre ai più che siamo una delle poche nazioni che in Europa non ha un reddito minimo di cittadinanza,che è prassi comune con cifre che variano attorno al 60% del valore di uno stipendio medio,ovvio che esistono differenze enormi all'interno dell'Ue,vedi Lussemburgo e Ungheria.
L'articolo di Left(non-il-reddito-il-salario-di-cittadinanza )parla di questo caso prettamente italiano,se si fa caso i paesi scandinavi aderenti all'Ue non lo hanno anche perché la loro politica sociale è assai diversa dalla nostra,e del disimpegno assoluto del governo italiano almeno ad intavolare un discorso serio su esso,aumentando allo stesso tempo al diseguaglianza e l'ingiustizia sociale.

Non il reddito: il salario, di cittadinanza.

di Giulio Cavalli
Il governo spagnolo ha aumentato del 5,5% il salario minimo: era uno dei più bassi in Europa, l’aumento porta la remunerazione a 950 euro per 14 mensilità. L’ambizione del governo, che nei giorni scorsi aveva annunciato anche un aumento delle pensioni, è quella di fissare il salario minimo al 60% dello stipendio medio entro la fine del mandato, il che equivarrebbe in termini pratici a circa 1.200 euro. In Francia Macron (sempre contestato perché in Francia hanno questa abitudine di manifestare facendo qualcosa in più di lagnarsi sui social) è stato costretto a ritoccarlo al rialzo: il salario minimo è di 1.521 euro. La Germania ha introdotto il salario minimo da poco e l’anno scorso l’ha ritoccato verso l’alto.

L’Italia? In Italia ogni volta che si discute di un salario minimo sembra che debba cascare il mondo. E non è un caso che siamo uno dei pochi Paesi europei a non avere un salario minimo. Forse varrebbe la pena considerare che la dignità passa attraverso un reddito dignitoso, benché questi ci vogliano convincere che bastino belle parole e buoni propositi.

In Europa si continua ad assistere a governi che hanno il coraggio di prendere decisioni che qui da noi risultano impraticabili. Se qui qualcuno proponesse un salario minimo ci sarebbe una schiera di politici amici di certa imprenditoria che ci disegnerebbe un futuro nero e un’invasione delle cavallette.

Non so se vi accorgete che su molti temi che qui vengono blindati con la solita frammetta del “non c’è alternativa” le alternative invece continuano a esserci e essere praticate nel resto del mondo. Forse ci sarebbe proprio bisogno di un partito che rilanci sul salario minimo per i lavoratori, sul diritto alla casa e su tutte quelle cose che negli ultimi anni sembrano diventate antiquariato politico (perché sono stati bravissimi a convincerci che è così) e che invece disegnerebbero un Paese attento davvero ai più poveri. Forse sarebbe anche un argomento su cui si potrebbe ritrovare la maggioranza che è al governo.

Ma ci hanno insegnato a fare sogni bassi, piccoli, stretti stretti.

Avanti così.

Buon giovedì.

mercoledì 5 febbraio 2020

IL SOLITO SCIACALLAGGIO FASCIOLEGHISTA


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E non si voleva scommettere sull'uso strumentalizzato volto al razzismo e alla propaganda elettorale da parte dei fascioleghisti per la questione coronavirus?
Ovviamente chi l'ha fatto ha vinto praticamente nulla tale era certa questa ennesima opera di sciacallaggio mediatico già ampiamente studiato e messo in opera in diverse occasioni da parte di Salvini & company,e l'esempio dei quattro governatori leghisti che hanno pensato di imporre un isolamento da chi rientra dalla Cina per tutti,anche per chi frequenta le scuole,è il nuovo caso creato a pennello.
A parte che questa domanda dei governatori di Lombardia,Friuli Venezia Giulia,Veneto e Trentino Alto Adige indirizzata tutti compatti al Ministero della Sanità dimostra il volere scavalcare una situazione già in atto da parte dello Stato,è un comportamento lampante di criminalizzazione dei cinesi(gli asiatici in generale visto che per loro un coreano,un cinese e un giapponese sono la stessa cosa)con un chiaro esempio di reato di procurato allarme.
Questo stato di terrorismo sanitario,diciamo così,ha già provocato decine di episodi gravi d'intolleranza verso le comunità cinesi di tutta Italia con gesti che non si sono limitati solamente agli insulti o alle ghettizzazioni ma anche a episodi di violenza fisica:articolo di Contropiano(leghisti-da-procurato-allarme ).

Leghisti da “procurato allarme”, tacciono tutti i finti “difensori della legalità”.

di  Alessandro Avvisato 
Lo sappiamo, dei comunisti veri non devono chiedere la galera per nessuno. Però…

Però noi abbiamo Nicoletta Dosio in carcere, condannata in via definitiva per una protesta al casello autostradale in Val Susa che ha provocato un danno di 38 euro alla società controllata da Gavio. Mentre Benetton, con 43 morti sulla coscienza per il crollo di Ponte Morandi, a Genova, non solo non vedrà un carcere neanche in fotografia (eventualmente fatta da Toscani, ci mancherebbe…), ma sta addirittura premendo – anche via Sardine – sul governo perché eviti accuratamente di prendere in considerazione una delle poche idee sensate dei Cinque Stelle: ritirargli la concessione a gestire ogni tipo di autostrada in questo paese.

Però qui tutti si lamentano dei “populisti di destra” che speculano sulle paure della gente e tutti i media “democratici” si preoccupano di rilanciare ogni loro starnuto controvento. Mentre i “politici” che dicono di condannare certe speculazioni da sciacalli non muovono un dito, terrorizzati dalla possibilità che una polemica ben fatta possa far guadagnare voti ai fascioleghisti e farli perdere a loro.

Però, oggi, noi ci vediamo rovesciare addosso da tutti i media questa stronzata: “I governatori di Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige hanno scritto una lettera congiunta al ministero della Sanità chiedendo che il periodo di isolamento previsto per chi rientra dalla Cina sia applicato anche ai bambini che frequentano le scuole”.

Non sappiamo quanti bambini ci siano tra i 57 cittadini italiani fatti rientrare dalla zona di Wuhan, in Cina, dove si è acceso il focolaio di Coronavirus. Però gli stessi media ci informano che “per almeno 15 giorni, i 57 rimarranno in isolamento in una palazzina alloggi all’interno del Centro sportivo olimpico dell’Esercito. A ciascuno è stata riservata una stanza con due letti e bagno privato, tv al plasma, telefono, wi-fi, armadi e una scrivania. Sono state anche prese in considerazione particolari necessità per gruppi familiari, in alcuni alloggi c’è la cucina. Lì saranno distribuiti i pasti e sarà soddisfatta qualsiasi esigenza degli ospiti, dai giornali ai libri. Senza contare gli accertamenti medici di controllo fino a metà febbraio, con i parenti che forse si trasferiranno in alberghi della zona. Poi il vero ritorno a casa”.

In pratica, dunque, nessun concittadino – né adulto né minorenne – potrà varcare quella soglia controllata da militari armati per i quindici giorni necessari a verificare che in loro non si manifestino i sintomi del contagio.

Dunque bis: in base a quale sragionamento da imbecilli i “4 governatori 4” chiedono che i bambini (eventuali) di ritorno dalla Cina “non vengano fatti entrare nelle scuole delle regioni da loro governate?

Colui che ha avuto la faccia di provare a rispondere è il leghista veneto Luca Zaia: «Non c’è nessuna volontà di contrapposizioni politiche, né tanto meno di ghettizzare: vogliamo solo dare una risposta all’ansia dei tanti genitori visto che la circolare non prevede misure in tal senso».

Geniale… Siccome nei cittadini “c’è ansia”, noi “4 governatori 4” invece di assumere i consigli della comunità scientifica cerchiamo di moltiplicarla.

E dire che anche Andrea Ammon, direttrice dell’Ecdc (European Centre for Disease prevention and Control) si affanna a spiegare che per il momento nell’Ue «la situazione è veramente sotto controllo». Una eventuale sospensione della libertà di circolazione nell’area Schengen per contrastare il nuovo coronavirus identificato in Cina «è di gran lunga al di là delle nostre competenze come agenzia scientifica».

Insomma: non c’è ragione di bloccare la circolazione di persone e merci attraverso tutti i paesi dell’Unione Europea, ma “4 governatori 4” iscritti alla Lega “chiedono” al governo di non far eventualmente entrare alcuni bambini a scuola dopo – DOPO – che dovessero aver finito il periodo di quarantena all’interno di una struttura militare, sotto il controllo dei (giustamente) lodatissimi  virologi che per primi sono stati capaci si sequenziare la struttura del virus.

Ma se non si riferiscono a questi bambini, di chi mai stanno parlando? Dei bambini cinesi che rientrano dalle vacanze di capodanno? Da qualsiasi provincia o regione di quel paese?  Sorvolando disinvoltamente sul fatto che da giorni sono sospesi tutti i voli da e per la Cina? E che via mare o via terra servono diverse settimane? Insomma: si riferiscono a tutti quelli con gli occhi a mandorla?


Qui siamo ben oltre quel “giorno dello sciacallo” che diversi commentatori ricordano. Qui siamo completamente dentro il reato di procurato allarme.

Non lo conoscete? Eccolo qui, come da codice penale, al’art. 568: “Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità (1), o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio [358] (2), è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da dieci euro a cinquecentosedici euro.” Non granché, ma almeno una sanzione concreta.

Di fatto, se uno di voi lettori scrive su un social quello che “4 governatori 4” hanno chiesto “con lettera ufficiale al governo” verrebbe inquisito e (giustamente) condannato alle pene indicate nell’art. 568. Se lo fanno i “4 governatori 4”, invece, tutti riportano le loro dichiarazioni senza nulla eccepire.

Che tacciano dei gazzettieri senza più credibilità e deontologia professionale, servi specializzati nel porgere il microfono e far sbobinare dalle segretarie quelle “dichiarazioni”, è in fondo la fetida “normalità” di questi tempi.

Ma che taccia persino la famosa “magistratura”, quella che sarebbe in teoria obbligata all’azione penale in ogni caso – e mai come in questo il reato è di “pubblica conoscenza” – è in realtà la riprova che “fra loro nun s’ingrugnano”. Competono per i posti di prima fila, certo, ma non fanno mica sul serio…

Se nessuno dei vari organi istituzionali fa nulla per stoppare con la necessaria “fermezza” (come si diverte la Storia a invertire il significato delle parole…) questo gioco al massacro fascioleghista, nessuno ci venga a dire che i “democratici” sono quelli che “fermeranno il fascismo”. Al massimo si metteranno d’accordo su chi deve pagare il caffè….

martedì 4 febbraio 2020

BREXIT E GLOBALIZZAZIONE


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Da qualche giorno la Gran Bretagna ha dato il suo definitivo bye bye all'Unione Europea,ed ancora sono molti gli interrogativi sulla futura gestione di questo divorzio sotto tutti i punti di vista da quelli prettamente economici a quel che riguarda l'immigrazione e la circolazione di merci e di persone da e per lo stretto della Manica.
L'articolo di Contropiano(cambia-il-mondo-dopo-la-brexit )propone tanti spunti di riflessione che vanno a ritroso nel tempo e che segnano una svolta epocale per il fenomeno della globalizzazione che tende sempre più a scomparire lasciando spazio a nazionalismi che se da un lato vengono ritenuti necessari dai vari leader che ne appoggiano l'idea(vedi Trump e Johnson),dall'altro sono oggetto di severa critica e fonte di apprensione dal punto di vista sociale.
L'avvicinamento sempre più tangibile tra Usa e Uk degli ultimi anni vanno di pari passo alle politiche disastrose per i risultati promessi dai vari Reagan e Thatcher che con le loro economie protezionistiche non hanno fatto altro che condizionare il mondo alla sovrapproduzione e alla ricerca di nuovi mercati da sfruttare non tendendo conto della delocalizzazione del lavoro in altri paesi poveri dove la manodopera costa una miseria rispetto che a quella dei paesi d'origine.
Col risultato che tutti abbiamo davanti gli occhi e con gli stessi interpreti(sovranisti e/o populisti e nazionalisti dir si voglia)che propongono politiche di paura e di dazi per ovviare ad errori commessi da loro,appesantendo ancor più maggiormente la situazione dei lavoratori che credono ancora a questi incapaci che starnazzano.

Cambia il mondo, dopo la Brexit.

di  Dante Barontini - Guido Salerno Aletta 
Viviamo in un paese di ciechi, e i media ne sono i primi responsabili. Come nelle peggiori dittature fasciste, le notizie che smentiscono la “narrazione” dominante non esistono. E quando pure sono costretti a darle, devono essere sminuite e depotenziate nelle loro implicazioni destabilizzanti.

Questo fenomeno è facile da vedere nel caso dei movimenti sociali e politici, ma è ancora più ferreo – se possibile – con i fenomeni economi, politici e internazionali che svuotano ciò che resta del “pensiero unico della globalizzazione”, incrinato definitivamente dalla crisi iniziata nel 2007-2008.

La Brexit, per esempio, è stata affrontata ridicolizzando uno dopo l’altro i leader britannici fautori dell’uscita dalla Ue. Compito facile, in effetti, con gente come Farage e Boris Johnson, un po’ meno con Theresa May; ma comunque molto al di sotto della semplice necessità di capire le implicazioni della Brexit.

Il solo fatto che dopo 70 anni un paese di prima fila rompa il patto originario, cui aveva aderito sempre con molte riserve, avrebbe dovuto far capire che un’era volge al tramonto. Si è preferito negarlo e minacciare – in forma di “previsioni autorevoli” sui giornali, molto più direttamente nelle sedi istituzionali – sfracelli economici dopo questa dolorosa “rottura”.

Ciò che sta morendo, lo diciamo da qualche anno ormai, è la fase storica della cosiddetta “globalizzazione”. Quella situazione per cui le “dinamiche di mercato” prevalgono e si impongono a tutte le altre formazioni istituzionali (Stati, governi, alleanze regionali, ecc), il che implicava anche un rovesciamento forte di dominanza della sfera economica – costitutivamente internazionale, perché globali, sulla sfera politica.

Ma questa prevalenza sempre più ferrea – come spiega perfettamente l’editoriale di Guido Salerno Aletta, sabato scorso, su Milano Finanza – ha fortemente destabilizzato la coesione sociale interna di tuti i Paesi più avanzati, o a “capitalismo maturo”, man mano che la manifattura per le merci di massa (inevitabilmente quella meno innovativa) veniva delocalizzata in Paesi di nuova industrializzazione (e con salari infinitamente più bassi).

Creando con ciò malessere sociale e squilibri finanziari, nei conti correnti e nel debito pubblico. La necessità di “frenare” la spesa pubblica, di conseguenza, impediva e impedisce agli Stati di prendere misure efficaci per ridurre il malessere sociale, migliorando in vari modi le condizioni di vita di grandi masse di popolazione che vanno impoverendosi.

Una tenaglia da cui, capitalisticamente, si esce nel solito modo: riportando il pendolo verso la prevalenza del nazionalismo – impropriamente e carognescamente chiamato “sovranismo” – che punta a costruire una maggiore coesione sociale da un lato concedendo misure di “sollievo” per la condizione popolare, dall’altro indicando “falsi nemici” per stornare l’attenzione da quelli veri: multinazionali, finanza, banche, classi dirigenti arraffatutto.

Johnson come Trump, Salvini come Orbàn, sono le risposte – per ora – a questa “esigenza capitalistica non più globalizzante”. Non ci sembra casuale che tra le prime azioni dopo il sugello finale alla procedura per la Brexit, i conservatori britannici abbiano messo in cantiere due “riforme” che erano da qualche anno nel programma del nuovo Labour targato Jeremy Corbyn: la nazionalizzazione delle ferrovie (privatizzate dalla loro principale icona, Margareth Thatcher!) e l’aumento del salario minimo di oltre il 6%.

Non si tratta solo di “misure politiche populiste” utili a consolidare il consenso verso i “nuovi conservatori sovranisti”. Sono misure necessarie a dare stabilità al sistema, ricostruendo un ambito “corporativo” in cui il rafforzamento della produzione capitalistica va di (impari) passo con una maggiore disponibilità di spesa in mano ai lavoratori.

E’ già successo, quasi cento anni fa. Il nazismo, per esempio, dopo che il capitale tedesco aveva spezzato la resistenza del movimento operaio, sviluppò il mercato interno in modo da garantire che la produzione avesse un “mercato” in grado di assorbirla. Per questo aumentò in modo sensibile i salari interni, chiamando addirittura altra manodopera dai paesi fascisti alleati (i gastarbeiter).

Un meccanismo che, come sappiamo, implica delle conseguenze inevitabili: la sovrapproduzione che comunque si crea va scaricata “conquistando mercati” per le proprie merci. Dunque con guerre commerciali, con la manovra sui dazi, i limiti all’immigrazione o ai diritti degli immigrati, fino alla conquista vera e propria di altri territori da controllare in via esclusiva.

Un qualcosa che può avvenire inizialmente anche per via pacifica – come con i trattati dell’Unione Europea, che hanno ridisegnato le filiere produttive europee in funzione di quelle tedesche – ma a lungo andare è generatore di guerre vere e proprie. Il neocolonialismo francese nell’ex France Afrique ne è un corollario altrettanto evidente.

Se questa è la dinamica per “nuovo presente” post-Brexit, in cui le cose diventano più chiare e confliggenti, che speranza ha chi pensa di “fermare il fascismo” schierandosi – elettoralmente e non solo – con quella frazione del grande capitale (i Benetton, per dirne uno) che insiste a difesa delle dinamiche della “globalizzazione” contro le esigenze dei popoli? Come i leader liberali europei degli anni ’30, anche oggi lentamente si vanno avvicinando ai fascisti, proponendo politiche di fatto identiche (l’autonomia differenziata, i “decreti sicurezza”, ecc) e indicando nemici “stranieri” di ogni genere (allora l’Unione Sovietica, oggi Cina, Russia, Iran, Venezuela, altri che possono entrare in classifica in qualsiasi momento).

Rompere con questo schema bipolare della paura e affermare un punto di vista che mette insieme, obbligatoriamente, una visione di classe e gli interessi dell’umanità in quanto tale, è il tremendo compito che abbiamo davanti. Ma l’alternativa è fare gli schiavi ciechi in un sistema agonizzante, che preferisce “morire con tutti i filistei” piuttosto che rinunciare al dio Profitto.

Buona lettura. Ma soprattutto, buone riflessioni. Tutto questo ci riguarda, anzi, ci costringe a prendere posizione e non essere “indifferenti”…

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Cambia il mondo, dopo la Brexit

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza (01 febbraio)

Il 2020 è cominciato con un filotto, messo a segno dai “sovranisti”: il 15 gennaio è stato firmato l’Accordo tra Usa e Cina sulla fase 1 delle trattative commerciali su base bilaterale; il 29 gennaio, sempre a Washington, il Presidente Donald Trump ha firmato l’USMCA, il nuovo Trattato con Messico e Canada che sostituisce il Nafta; lo stesso giorno, a Bruxelles, il Parlamento europeo ha approvato le modifiche proposte dal Premier britannico Boris Johnson al Withdrawal Agreement, spianando definitivamente la strada alla Brexit, dopo l’approvazione da parte del Parlamento britannico resa definitiva il 23 gennaio con il Royal Assent.

Da ieri 31 gennaio alle 23, ora di Greenwich, la Gran Bretagna non fa più parte della Unione europea. Niente sarà come prima.

Finisce un’era, dunque, in Occidente: sulla base di precisi verdetti elettorali, la Gran Bretagna da una parte e gli Usa dall’altra hanno risolto a favore dei rispettivi Stati il trilemma in base a cui la globalizzazione è incompatibile con la democrazia e con la sovranità nazionale.

Secondo i fautori del globalismo, gli Stati sarebbero un intralcio e la Democrazia va tollerata come un inutile orpello, perché entrambi interferiscono con la metrica del mercato, sinonimo di equilibrio: le decisioni vanno dunque assunte a livelli sovranazionali, da parte di tecnocrazie apolidi, in modo tale da rendere irrilevanti ad un tempo sia i confini tra gli Stati che le volontà popolari.

L’Ordoliberismo (la variante teorico-pratica del neoliberismo nata in Germania e imposta come imprinting ai trattati dell’Unione Europea, ndr) è una sorta di religione laica, secondo cui il ruolo degli Stati è soltanto quello di rendere quanto più efficiente possibile il mercato, costi quel che costi.

E’ dunque perfettamente inutile votare, come diceva Wolfang Schaeuble, l’allora Ministro delle finanze tedesco ed ora Presidente del Bundestag, al suo collega greco Janis Varufakis durante le trattative per definire le misure di salvataggio e le contropartite di austerità: anche se si cambiano i Governi, le regole rimangono immodificabili. L’Unione Europea, con i Trattati di Maastricht ed il Fiscal Compact, è emblematica di questa gerarchia dei poteri.

Il vento contrario alla globalizzazione spirava forte già da anni, ma i benpensanti vi si sono opposti con sdegno, bollandolo come un atteggiamento non solo eticamente deteriore quanto intrinsecamente pericoloso: il populismo travalica comunque nel nazionalismo ed è foriero dei conflitti già visti: dapprima commerciali, quindi militari.

D’altra parte, anche l’ultimo trentennio dell’800 fu caratterizzato da una forte globalizzazione dei mercati e dall’affacciarsi di nuovi Paesi produttori di materie prime ed in agricoltura: alla violenta deflazione dei prezzi che ne derivava, si reagì con una ancor maggiore competizione produttiva che aggravò il fenomeno. Lo sfruttamento delle colonie era insufficiente a riequilibrare i conti esteri, il Gold Standard impediva la svalutazione della moneta, e la guerra mondiale fu l’esito inevitabile di un conflitto, all’inizio tutto europeo, tra blocchi imperiali.

Stavolta, dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2010, ogni tentativo di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, al proclamato fine di proteggere l’occupazione e la produzione nazionale, è stato considerato prodromico ad un conflitto incontenibile. Senza riflettere mai sul fatto che sono stati gli squilibri strutturali sull’estero, finanziari e commerciali, degli Usa, dell’Irlanda, della Grecia, del Portogallo e della Spagna, a determinare il collasso dei mercati. La libertà dei commerci, senza equilibrio, è insostenibile.

Il Conservatore Boris Johnson portando a compimento la Brexit ed il Repubblicano Donald Trump con le sue guerre doganali hanno segnato la fine del sogno neoliberista proclamato dai loro rispettivi predecessori di partito: da Margareth Thatcher, che fu Premier del Regno Unito dal 1979 al 1990, e da Ronald Reagan che fu Presidente degli Usa dal 1981 al 1989.

Siamo di fronte al fallimento di due strategie parallele: il Big Bang finanziario propugnato dalla Thatcher e la New Economy sostenuta da Reagan non sono stati in grado di promuovere una creazione di occupazione e di reddito in grado di rimpiazzare il declino della manifattura dopo quello dell’agricoltura. Non è casuale il fatto che, nell’accordo con la Cina, gli Usa abbiano preteso un maggior export soprattutto per i prodotti agricoli e manifatturieri, inserendo quelli energetici al fine di assicurare un mercato a prezzi sostenuti dalla maggior domanda estera. Il peso dei servizi finanziari è rimasto marginale: i voti si contano, non si pesano.

In entrambi i casi, siamo di fronte ad un’onda lunga. Il Referendum sulla Brexit, tenutosi nel 2016, non fu determinato solo dalla strenua contrarietà di David Cameron alla introduzione nei Trattati europei del Fiscal Compact, dell’ESM e della Banking Union: Cameron aveva già espresso nella campagna elettorale del 2013 la volontà di rinegoziare le condizioni di partecipazione del Regno Unito nell’Unione.

Nel 2016, la campagna presidenziale di Donald Trump, che ebbe come slogan “Make America Great Again”, fu tutta impostata sulla necessità di riequilibrare i conti esteri, modificando i Trattati multilaterali che avevano penalizzato i lavoratori americani ad esclusivo vantaggio del Big Business e delle Multinazionali: Trump, appena eletto, ha messo sotto tiro l’avanzo commerciale strutturale di Cina, Messico, Canada, Giappone, Corea del Sud, Germania e Turchia. Dopo due anni di batti e ribatti, ha ottenuto dalla Cina l’impegno ad incrementare il proprio import dagli Usa per 200 miliardi di dollari in due anni; anche nei confronti dl Messico e Canada, con l’USMCA che sostituisce il Nafta che risale al 1994, ha ottenuto per gli Usa condizioni commerciali assai più favorevoli.

Non è casuale il fatto che ad abbandonare il tradizionale multilateralismo commerciale ed istituzionale siano due Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti, che hanno un rilevante passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, determinato soprattutto dalla componente merci che non viene compensata dai servizi finanziari, e che non è risolvibile a monte attraverso la svalutazione della moneta.

Gli squilibri socioeconomici e territoriali interni a questi due Paesi sono stati determinanti: l’occupazione prevalente nel settore dei servizi non ha compensato dal punto di vista reddituale i precedenti impieghi nel comparto manifatturiero mentre i redditi agricoli devono essere comunque sussidiati, più o meno direttamente. Se, ormai da lungo tempo, non è più il surplus della produzione delle campagne che consente l’urbanizzazione e l’industrializzazione, ma sono queste ultime a sostenere l’agricoltura, l’apertura progressiva ai mercati internazionali di prodotti agricoli e manifatturieri più convenienti in termini di prezzo ha reso sempre meno praticabile questa compensazione fiscale. Lo stesso settore manifatturiero scompare, sotto la pressione della globalizzazione modellata sul dumping sociale, fiscale ed ambientale.

Non è affatto casuale, quindi, che sia stato comune anche il tema del contrasto alla immigrazione incontrollata, che comporta la concorrenza sleale del lavoro in nero: non solo Donald Trump ha fatto del completamento del muro alla frontiera con il Messico un cavallo di battaglia elettorale, ma ha preteso un salario minimo più elevato per i lavoratori che in Messico producono automobili da vendere negli USA.

Cameron, parimenti, negli Accordi presi con Bruxelles e respinti nel referendum che ha dato luogo alla Brexit, aveva contrattato limiti più stringenti per la erogazione dei sussidi sociali e di disoccupazione agli immigrati europei, sempre più numerosi dopo la crisi del 2010.

D’ora in avanti, l’immigrazione in Gran Bretagna sarà gestita preferendo le qualifiche professionali più elevate.

Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.

In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambizioni per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.

C’è una questione dirimente: l’ambito di libertà che avrà il Regno Unito nel fare trattative commerciali autonome con altri Paesi. Non facendo più parte del Mercato interno europeo e non essendo neppure membro della Unione doganale, se le relazioni commerciali tra Uk ed Ue avverranno sulla base di un “accordo di libero scambio”, ciò potrebbe essere incompatibile con un accordo simmetrico tra Uk ed Usa, magari aderendo all’USMCA, visti i dazi imposti dalle altre due parti, Usa ed Ue.

Sarebbe però inconcepibile che, una volta importate a dazio zero dagli Usa in UK, le stesse merci potessero essere riesportate nella Ue evitando i dazi. Serve un paradigma nuovo.

Siamo già di fronte allo sdoppiamento del sistema delle relazioni internazionali: accanto a quello mercatista tradizionale su cui si basano il Wto e l’Ue, indifferente agli squilibri strutturali che determinano crisi ricorrenti, se ne sta formando un altro, guidato dagli Usa, che ripropone il modello delle relazioni intrattenute dall’Antica Roma con gli Stati clienti, laddove ai benefici concessi corrispondevano vincoli ed obblighi altrettanto precisi. L’accesso al gigantesco mercato americano sarà garantito in cambio, innanzitutto, dell’equilibrio nelle transazioni commerciali.

La Brexit segna una cesura ancora più netta, che non riguarda solo il processo aggregativo europeo: disconosce in modo radicale un progetto di relazioni internazionali in cui l’istanza economica e monetaria prevale sovranamente su quella democratica e nazionale.

Di Occidente ce n’è sempre uno solo, ma la globalizzazione mercatista non è più al suo zenit.

venerdì 31 gennaio 2020

STUDIARE FA BENE


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Che i banchi di scuola per molta gente siano oggetti da evitare e nel caso se occupati restino comunque degli oggetti in un contesto da dimenticare,gli italiani ancora una volta i dimostrano tra i primi quando ci sono le classifiche d'ignoranza.
Lo dimostrano i dati Eurispes(www.corriere.it eurispes-shoah )con il 15% dei connazionali che negano l'olocausto e lo stermino di ebrei e dei dissidenti per razza,religione,credo politico o per diversità fisica o mentale,mentre uno su quattro parlano ancora del Dvce come di un bambolotto che alla fine ha fatto qualcosa di buono,le solite idiozie che sistematicamente irrompono nelle cronache e nei libri(vedi il mafioso Dell'Utri:madn dopo-il-papa-buono-anche-il-duce-buono ).
Il fatto sostanziale rimane il bombardamento mediatico col quale ci propinano cattivi esempi e la verità che i politici(Pd in testa)sono riusciti a sdoganare il fascismo e renderlo ancora agibile politicamente ed istituzionalmente,una vergogna per i milioni di morti che hanno causato assieme ai nazisti e per chi ha combattuto e sta ancora combattendo contro questi infami.

Eurispes: la Shoah per il 15% degli italiani non è mai esistita. Il rapporto choc

Nel 2004 i negazionisti erano il 2,7%. Il Viminale: «Dati allarmanti, non dobbiamo sottovalutarli». E per un italiano su cinque «Mussolini è stato un grande leader».

di Alessandra Arachi
La Shoah? Per un italiano su sei non è mai esistita. È scritto nel rapporto Eurispes 2020, e a scorrere i suoi dati vengono i brividi, e non soltanto perché il 15,6 per cento degli italiani nega che la Shoah sia mai avvenuta ma anche perché poi c’è un altro 16,1 per cento di italiani che dice sì, la Shoah c’è stata ma non è stata un fenomeno così importante. Nel 2004 il negazionismo riguardava il 2,7 per cento degli italiani . «Sono dati allarmanti che non dobbiamo sottovalutare», dice Matteo Mauri, vice ministro dell’Interno, aggiungendo: «Il negazionismo continua ad infangare la memoria di questa tragedia».

Negazionismo attuale

Il negazionismo degli italiani non guarda soltanto al passato. Secondo l’Eurispes c’è un fenomeno molto diffuso che riguarda i giorni nostri. Ben il 61,7 per cento, infatti, dichiara candidamente che i recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati e non sono indice di un reale problema. Di più: il 37, 2 per cento la butta sull’ironia, sostenendo che quegli episodi di antisemitismo altro non sono che «bravate messe in atto per provocazione o per scherzo».

Mussolini rivisitato

Ma non è finita. Nelle pagine dell’Eurispes si legge che un italiano su cinque rivaluta Benito Mussolini. Per il 19,8 per cento, infatti «Mussolini è stato un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio», omettendo che fu proprio Benito Mussolini che nel 1938 emanò le leggi razziali, in linea con le altre affermazioni negazioniste contenute nel rapporto.

giovedì 30 gennaio 2020

UNA SOCIETA' DA RIFONDARE


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Il tema della divisione della società in classi è un argomento caro a una sinistra che sta tendendo sempre più a scomparire e che toglie la diseguaglianza dagli impegni politici quotidiani salvo farla riaffiorare durante le campagne elettorale salvo poi affossarle nuovamente quando e se si vince.
L'articolo di Left(la-giustizia-sociale-e-il-grande-inganno-della-meritocrazia )fa un'analisi di quelli che sembrano riflessioni banali ma che evidentemente tanto ovvie non sono,in quanto lo sviluppo dell'intera società è ostacolato dalla propria provenienza,talvolta anche geografica,ma più ordinariamente da quella del reddito,con il benessere che passa di generazione in generazione quasi esclusivamente alle famiglie di ceto sociale medio alto.
Si affronta anche il tema della meritocrazia,legata a doppio filo alla giustizia sociale dove solitamente chi effettivamente chi eccelle nel proprio lavoro avrà difficoltà a venire riconosciuti tali meriti in quanto gli italiani oltre ad essere un popolo di poeti,navigatori e santi è anche il paese dei leccaculo.
E questo incide malamente sullo sviluppo dell'intera società e lo si evince dalla scarsezza della classe dirigente e politica,dalla poca lungimiranza su troppi temi sociali(ambiente,salute,educazione,etc.)e lo si nota in maniera evidente dall'estero,dove ridono di noi e del nostro modo di fare e di pensare.
Tutto questo comporta alla tendenza a corrompere ed essere corrotti,a dare la colpa sempre agli altri(soprattutto se arrivati da poco o stranieri),al fatto di non riuscire in certe politiche a predicare bene e razzolare male.
Dove proprio la politica si basa sull'assistenzialismo o al volontariato,agli aiuti della chiesa e dove nel migliore dei casi il ricco fa l'elemosina al povero e nel peggio questo viene denigrato ed escluso in quanto scarto di tutta questa cialtroneria sociale.

La giustizia sociale e il grande inganno della meritocrazia.

di Fabrizio Moscato
La democrazia si fonda sul principio di uguaglianza, cioè sul riconoscimento a ognuno di uguali diritti e doveri. Tuttavia questa enunciazione formale non determina una reale parità fra cittadini per l’intervento di altri elementi ostativi, come il diverso ceto di provenienza. È evidente infatti come a fronte di un diritto uguale per tutti, possano intervenire fattori esterni capaci di condizionarne il godimento: così laddove è riconosciuto formalmente a tutti il diritto allo studio, sussistono differenze nelle reali possibilità di goderne in uguale misura tra chi ha un reddito o un patrimonio tale da poter impegnare tempo e risorse nella propria formazione e chi invece questa possibilità non ce l’ha, stretto dalla necessità di percepire un reddito o alleggerire il peso del proprio sostentamento sulle spalle della famiglia di provenienza.

Si tratta di una condizione che era ben presente ai membri dell’Assemblea costituente, che dopo aver enunciato il principio di uguaglianza quale cardine su cui si fondava la nuova Repubblica, avevano previsto anche un impegno pratico, un compito concreto cui lo Stato era chiamato, nella seconda parte dell’art. 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Eppure in Europa e negli Stati Uniti il mito della crescita infinita e della mobilità sociale aveva illuso molti, nel trentennio successivo al secondo dopoguerra, definito “glorioso” dall’economista francese Thomas Piketty, che tali discrepanze sarebbero state gradualmente diminuite, fino ad essere assorbite dalla progressiva crescita sociale dei ceti più deboli, con i figli destinati a guadagnare una qualità della vita migliore di quella dei propri genitori. In Italia in particolare, con il boom economico, molti pensarono che il conflitto fra classi sociali sarebbe stato sedato dal progressivo miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici.

Un mito, quello della crescita infinita, che si scontra con le ripetute crisi finanziarie globali: difficile ipotizzare che sia un caso che i “gloriosi trent’anni” di cui parla Piketty terminino quasi in perfetta coincidenza con la crisi inflazionistica del 1974, dovuta all’aumento del prezzo del petrolio. D’altronde anche un rapporto Unicef del 2014 dimostrava come la crisi economica del 2008 avesse determinato nei cosiddetti “Paesi ricchi”, una diminuzione del benessere dei bambini rispetto a quelli della generazione precedente. I numeri dunque restituiscono l’immagine di un sistema non solo incapace di creare ricchezza continua, ma anche inefficiente quando si tratta di distribuire la stessa all’interno dei singoli sistemi-Paese.

I dati raccolti da Istat e Ocse circa la mobilità sociale in Italia non sono confortanti: l’elasticità di guadagno intergenerazionale, cioè la possibilità che i figli guadagnino quanto i propri genitori, risulta molto elevata, tanto che passare da una fascia di reddito bassa ad una media potrebbe rendere necessario l’impiego di cinque generazioni nel corso di cento anni. Uno studio degli economisti Guglielmo Barone e Sauro Moccetti, pubblicato sul sito della Banca d’Italia, descrive una situazione ancora più cristallizzata: prendendo in esame i dati disponibili per la città di Firenze sin dal 1427, i patrimoni familiari sarebbero pressoché invariati da addirittura seicento anni, circa venti generazioni, con una certa tendenza di avvocati, banchieri, medici, farmacisti e orafi ad avere discendenti che praticano il loro stesso mestiere, l’accesso al quale è invece più difficile per discendenti di famiglie collocate in un ceto sociale più basso.

Questa scarsa mobilità sociale incide negativamente non solo sulla democrazia reale, impedendo di fatto che tutti godano effettivamente dei diritti garantiti dalle costituzioni democratiche, ma anche sul sistema economico, limitando fortemente la possibilità di elementi validi ma di estrazione sociale medio bassa, di ricoprire ruoli nei quali sarebbe maggiore l’apporto garantito al progresso collettivo: un fenomeno che finisce per frenare lo sviluppo quasi in ogni campo e che si pone in totale opposizione a quel “pieno sviluppo della persona umana “ cui ogni sistema dovrebbe tendere. Anche nel campo della cultura e della creatività c’è chi lancia l’allarme: Tiziano Bonini, autore radiofonico, scrittore e ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena, ha denunciato la presenza di «una classe che continua a produrre simboli, rappresentazioni del mondo, opinioni, narrazioni e una classe che le consuma, senza avere accesso ai mezzi di produzione». E quale sarebbe l’elemento distintivo fra queste due categorie? Ancora una volta la provenienza da famiglie che vivono in zone urbane, colte e con maggiore disponibilità economica, che permette ai più ricchi di formarsi, fare esperienze all’estero, partecipare a stage non retribuiti presso industrie culturali (case editrici, giornali, radio, tv) e rende la cosiddetta “gavetta” non più solo un dovere, ma un vero privilegio che, come tale, è riservato a pochi.

Questo aspetto non dovrebbe essere sottovalutato dalle forze progressiste che dichiarano di volersi far carico dell’elevazione morale e materiale della “working class”, contrapponendo al privilegio la meritocrazia, invocata quale panacea di tutti i mali. È evidente infatti come, sebbene la meritocrazia rappresenti un valore irrinunciabile, essa si riveli un grande inganno se chi misura l’ordine di arrivo non ha vigilato che le condizioni di partenza siano state le stesse per tutti. Se studiare è più facile per chi proviene dai ceti più abbienti, è facilmente prevedibile chi sarà ad ottenere i risultati migliori, in minor tempo, presso istituti di maggior prestigio. In Italia fu proprio il primo segretario del neonato Partito democratico, Walter Veltroni, a denunciare in apertura di un congresso la “rottura dell’ascensore sociale”: peccato che poi le scelte politiche dei i governi sostenuti dal Pd non abbiano mai dato in merito segni di sostanziale discontinuità rispetto alla destra, con la suddivisione fra chi ha maggiori possibilità di successo e chi non le ha che non è stata nemmeno scalfita.

Un aspetto che sembra permeare la vita di ognuno sin dai primissimi passi, come dimostra l’episodio che ha visto la scuola elementare IC di Via Trionfale a Roma presentare il proprio istituto dividendo in distinte classi sociali i bambini che frequentano le diverse sezioni, descrivendo quali siano quelle frequentate da professionisti e quali quelle con una maggiore presenza di bambini appartenenti a famiglie immigrate. Tutto ciò contribuisce a costruire una visione della società, dei modelli economici e della convivenza, imperniata sull’assunto che il successo rappresenti di per sé un elemento meritocratico, senza alcun riguardo verso le difficoltà che le classi svantaggiate devono affrontare per arrivare allo stesso punto sul traguardo, con una distorsione della realtà che arriva ad imputare l’insuccesso come una responsabilità di chi non ce la fa, non è competitivo, è incapace di adeguarsi agli standard richiesti o non ha voluto investire su sé stesso, anche quando, semplicemente, non era nelle condizioni di poterlo fare.
Ripartire dal riconoscimento delle diverse condizioni di partenza e impegnarsi nella rimozione degli ostacoli reali che incontra chi non proviene da una famiglia agiata, colta, in grado di sostenere ogni legittima aspirazione di miglioramento, è il dovere principale di chiunque oggi voglia rappresentare le istanze progressiste: per essere di sinistra non basta richiamarsi a valori come tolleranza e accoglienza, se non si comprende che sono figlie di questa visione anche le aberrazioni che spingono a vedere nella povertà una colpa, producendo ordinanze che vietano l’accattonaggio o multano chi rovista nei cassonetti, come se chi è costretto a farlo fosse nelle condizioni di poter pagare la propria indigenza.

Non mettere questo aspetto al centro della propria azione politica sarebbe invece funzionale soltanto a chi trae vantaggio dalle disuguaglianze, per speculazioni economiche o politiche, fondate sulla stigmatizzazione di chi rimane indietro che, nel migliore dei casi approdano a soluzioni assistenzialistiche che poco si discostano concettualmente dall’elemosina del ricco verso il povero, mentre nel peggiore finiscono con la demonizzazione di chi non ha nulla, vissuto come una minaccia per chi invece ha una posizione privilegiata, fosse anche di pochissimo. Rinunciare al contributo di quanti, per origini o vissuto, a parità di talento sarebbero in grado di garantire un approccio meno conforme alle cose e portare una sensibilità arricchita da un’esperienza diversa, sarebbe una responsabilità gravissima per chiunque creda ancora nell’idea di progresso collettivo e democrazia. Una responsabilità che, al netto di ogni valutazione legata al concetto stesso di giustizia sociale, non possiamo più evitare di assumerci.

FABRIZIO MOSCATO È IL DIRETTORE DEL FESTIVAL LIBERI SULLA CARTA

mercoledì 29 gennaio 2020

UNA PROVOCAZIONE PIU' CHE UN ACCORDO DI PACE

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Il piano che con superbia Trump ha illustrato ieri per risolvere la questione israelo-palestinese ha destato molti dubbi in tutto il mondo,figurarsi nel mondo arabo anche se qualche nazione ha detto che non è una pessima base su cui lavorare nell'immediato futuro.
Non basta però dire due Stati per due popoli per risolvere la questione tra Israele e la Palestina,anche se erano da decenni che nessuno parlava di una sostanziale divisione,ma bisogna entrare nel dettaglio di quello che sembra un'offerta di denaro ai palestinesi in cambio di tanti territori controllati(già di fatto da più di cinquant'anni)dagli israeliani.
Partendo da Gerusalemme capitale arrivando ai territori cisgiordani nonché delle colonie praticamente ad Israele verrebbe concesso tanto spazio in più,in maniera ufficiale e definitiva,ricordando la costruzione della barriera che non è ancora terminata e l'impossibilità per i palestinesi di muoversi già ora nei loro territori senza venire controllati e sottoposti a check point.
Insomma non proprio un piano di pace,ma cosa si voleva attendere da qualcosa partorito da Trump e da Netanyahu,due che hanno nella guerra la loro missione e questo fa pensare che questo accordo sia stato più una provocazione per scatenare qualcosa di più grande anche a livello di tutto il Medio Oriente,un un territorio caldissimo dove per ora chi è parte in causa non ha mai visto le proprie intenzioni almeno discusse in maniera seria.
Articolo di Contropiano internazionale-news .

Trump spiana la strada all’annessione di Gerusalemme e colonie a Israele.

di  Alessandro Avvisato 
Trump lo aveva definito l’Accordo del secolo e lo ha perseguito da un anno. In cambio della annessione definitiva di Gerusalemme e delle colonie a Israele, offre 50 miliardi di dollari ai palestinesi, esattamente come si faceva con perline e oggetti verso gli indigeni che cedevano terre, risorse e libertà ai colonizzatori.

Nella fotografia ufficiale insieme al premier israeliano Netanyahu, Trump a Washington ha delineato la soluzione con cui gli Stati uniti assegnano in via ufficiale – perché sul terreno è già così dal 1967 – quasi tutto il territorio della Palestina storica a Israele. Ai palestinesi, oltre i soldi, offre una serie Bantustan in Cisgiordania e la Striscia di Gaza – collegati da una combinazione di strade e tunnel – che saranno definiti come “Stato di Palestina” ma solo obbedendo ad una serie di rigide condizioni di sicurezza e di gestione amministrativa. 

C’è però un dettaglio che appare ancora molto ingarbugliato e dunque soggetto alle solite manovre israeliane sui fatti compiuti. Infatti il ridotto Stato di Palestina, avrebbe come capitale la zona araba di Gerusalemme Est, giustamente Michele Giorgio sottolinea che “come ciò potrà avvenire è un mistero se, come ha enfatizzato, tutta Gerusalemme resterà la capitale indivisa dello Stato di Israele. Funzionari statunitensi spiegano che la capitale palestinese in realtà sarà soltanto in alcune porzioni periferiche di Gerusalemme est”.

Infine con l’accordo, sarebbe riconosciuta la sovranità israeliana sugli insediamenti coloniali ebraici in Cisgiordania (condannati dall’Onu perché costruiti in violazione delle leggi internazionali) con l’impegno a non costruire nuove case per quattro anni, ma i coloni e il blocco dei partiti di destra guidato da Netanyahu non accetteranno mai un congelamento delle costruzioni e il primo segnale è arrivato proprio dal no all’accordo da parte del consiglio delle colonie ebraiche.

Ieri a a Gaza e in molte città della Cisgiordania ci sono state manifestazioni di palestinesi convocati per la “giornata della collera” contro l’Accordo del secolo. Il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha rifiutato di ricevere una copia delle 50 pagine del piano Usa e ha chiesto la convocazione d’urgenza della Lega araba, mentre c’è stato un incontro tra Al Fatah con Hamas.

Qui l’audio del Piano del Secolo tra Trump e Netanyahu

martedì 28 gennaio 2020

INSULTI OFFENSIVI DURANTE IL GIORNO DELLA MEMORIA


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In questi giorni dedicati al ricordo ed alla memoria delle vittime dell'infamia nazista ci sono stati numerosi atti vandalici che hanno offeso figli di deportati nei campi di concentramento e sterminio tedeschi con scritte contro gli ebrei e un duro attacco avvenuto a Rezzato(Bs)nei confronti di un bar gestito da una ragazza di origini marocchine.
Proprio a quest'ultimo gesto vergognoso è dedicato l'articolo(www.radiondadurto.org dove si possono ascoltare due interviste)visto che la violenza e l'odio perpetrati con la matrice chiara di estrema destra,in quanto adesso la ragazza ha paura a proseguire nella sua attività e per stasera è stato organizzato un aperitivo solidale proprio presso il bar Casablanca colpito da questi bastardi ratti di fogna.

REZZATO (BRESCIA): GRAVE RAID RAZZISTA. SVASTICHE E CELTICHE CONTRO IL BAR GESTITO DA MADIHA. MARTEDI APERITIVO SOLIDALE

Martedì 28 gennaio alle ore 18,30, Diritti per tutti, Centro sociale autogestito Magazzino 47 e un gruppo di abitanti di Rezzato convocano un presidio di solidarietà davanti al bar anche per raccogliere fondi con un aperitivo antisessista, antirazzista e antifascista per aiutare Madiha a ripartire.

Rezzato, hinterland orientale di Brescia, lunedì 27 gennaio, Giornata della Memoria 2020.

Nelle ore in cui si celebrano i 75 anni dalla liberazione del lager nazista di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica, che mostrò al mondo il genocidio perpetrato dai nazisti – con la fattiva complicità degli alleati fascisti -, in Italia si registra una violenta aggressione razzista.

Vetrate sfondate, tende esterne rotte, porte divelte. A terra, sul pavimento, una grande scritta, “negra troia”, con tanto di svastica e croce celtica.

E’ quanto si è trovata davanti, Madiha, la barista italiana di origini marocchine che gestisce il bar “Casablanca” di via Garibaldi, 54 a Rezzato, lungo la strada statale che collega Brescia capoluogo al paese dell’hinterland.

Madiha, che ha 36 anni ed è nata in Italia da genitori arrivati nel Bresciano dal Marocco, è stata svegliata verso le 2 di notte di lunedì 27 gennaio dall’allarme del bar. Una volta arrivata sul posto, ha visto quanto accaduto, con il bar pesantemente colpito dal raid razzista e sessista.

La nostra intervista a Madiha. Ascolta o scarica

La voce di Umberto, di Diritti per Tutti, con l’annuncio dell’aperitivo antirazzista, antifascista e antisessista di martedì 28 gennaio, alle 18.30, a sostegno di Madiha. Ascolta o scarica

lunedì 27 gennaio 2020

IL VOTO IN EMILIA ROMAGNA E CALABRIA


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La liberazione dell'Emilia Romagna,slogan di Salvini che bestemmiando paragona e bisticcia con la storia che evidentemente ha mai studiato,con la Liberazione dal nazifascismo che vide questa regione tra le più attive e che diede molte vite alla vittoria della guerra contro i traditori italiani e gli occupanti tedeschi.
In Calabria invece era tutto deciso,il centrodestra ha vinto in un territorio tra i più colpiti dal cancro della criminalità,con la 'ndrangheta a farla da padrona e con Berlusconi che è riuscito a strappare la leadership a Salvini e Meloni.
L'articolo di Left(niente-scherzavano )commenta il voto elettorale di ieri,le pescentuali dei votanti,l'astensionismo,il crollo dei pentastellati e l'aiutino della gioventù sardiniana,le buffonate di Salvini e soprattutto le vittorie di Bonaccini e Santelli,col primo premiato da quando Zingaretti ha detto che il progetto Pd è al termine e la seconda che è stata burlata dal puttaniere con becere battute e lei peggio a ridere di questo.

Niente, scherzavano.

di Giulio Cavalli
C’è qualcosa di inebriante nelle elezioni regionali che vengono ribaltate sul piano politico nazionale per accreditare eventuali crisi e ribaltoni: se non vanno come dovevano andare nei progetti di qualcuno diventano subito un “l’importante è partecipare”, “ce la siamo giocata” e altre amene sciocchezze del genere.

Salvini aveva promesso di liberare l’Emilia Romagna e poi prendersi l’Italia e invece l’Emilia Romagna si è liberata di lui e l’Italia continua ad avere un governo come sancito dalle elezioni che riguardavano il Parlamento perché no, non è sempre tutto campagna elettorale e no, non è obbligatorio votare ogni volta che qualcuno recrimina facendo casino. Però alcune osservazioni vale la pena farle.

Il Partito democratico risorge proprio nel momento in cui si era dichiarato morto. Con poco tempismo Zingaretti aveva annunciato il fallimento del progetto Pd e per tutta la sera ieri ha detto “viva il Pd!”. Forse, semplicemente, fare campagna elettorale sui contenuti senza preoccuparsi dei fuoriusciti rende tutto molto più interessante e forse qualcuno dalle parti del Nazareno può cominciare a rendersi conto che le questioni ombelicali (e i fuoriusciti con percentuali ombelicali) interessano poco e a pochi. Ora si potrebbe anche fare qualcosa al contrario rispetto a Salvini anche nelle politiche, i decreti Sicurezza, ad esempio, che dite?

Il Movimento 5 stelle (quelli che puntavano al 51%, ve lo ricordate?) affondano e forse sarebbe il caso che si occupino degli elettori oltre che dei quadri dirigenti. Di Maio ha abbandonato la nave prima dello schianto (tempismo perfetto) ma si ritrova anche lui l’acqua in cabina. Ora l’errore che può fare è quello di illudersi di pesare anche nel Paese reale per i parlamentari che si ritrova (e che diminuiscono in continuazione): lo faranno, sicuro.

Salvini l’ha messa sul personale, Bene, bravo, bis. E ieri si è riscoperto moderato. Bene, bravo, bis. Ora ci dirà che ce l’hanno tutti con lui, vedrete. Intanto il centrodestra che non vede l’ora di ammazzare Berlusconi deve fare i conti con Berlusconi che stravince in Calabria.

Poi c’è un dato generale: chi perde dice che ha alzato i toni ma stava scherzando, chi vince dice che ha vinto dappertutto e invece non è vero. Chissà però se ora accada tutto quello che non accadeva perché bisognava aspettare le elezioni regionali in Emilia Romagna. Siamo qui.

Buon lunedì.

giovedì 23 gennaio 2020

DUDA (LOOKS LIKE A NAZI)


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In un periodo zeppo di forum e conferenze alquanto inutili sull'economia,sull'ambiente,su temi che nascondono altri interessi ovviamente di potere e di economia,quello che si sta tenendo a Gerusalemme in questi giorni prima della giornata della memoria dedicata all'olocausto ebraico e di tutte le minoranze,etniche,religiose o ideologiche massacrati dai nazisti,sembra essere quello più in sistema rispetto ad altri,anche perché si rinnova la tradizione della memoria storica.
Giornata che corrisponde alla liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa,fatto ultimamente riconosciuto anche da Israele e per questo Putin in queste ore è il personaggio più in auge non solo a Gerusalemme ma anche sul piano internazionale.
Per l'Italia è presente il Presidente Mattarella e anche gli altri Stati sono rappresentati da importanti personaggi della sfera politica,ed il caso dell'assenza del Presidente polacco Duda e di quello lituano Nauseda sono il segnale nemmeno tanto velato che la Polonia e la Lituania hanno ancora tanta cenere con cui cospargersi il capo,nonostante un paio di anni fa lo stesso Duda fece varare una legge che punisca chiunque accosti la sua nazione come complice dei nazisti allo sterminio dei campi di concentramento(corriere.it duda-firma-legge-polonia-crimini-nazisti-lager ).
L'articolo di Contropiano(la-polonia-e-lolocausto-duda-non-va-in-israele )parla invece del contrario,dello stretto collaborazionismo polacco durante la seconda guerra mondiale verso i tedeschi,fatti storici che qualcuno vorrebbe cancellare dai libri di storia,come i negazionisti che parlano a vanvera a tutte le latitudini,e che poi sono combattono l'antisemitismo a giorni alterni(vedi Salvini).

La Polonia e l’Olocausto: Duda non va in Israele.

di  Fabrizio Poggi 
Vladimir Putin è oggi a Gerusalemme per partecipare al quinto Forum mondiale sull’Olocausto, presso il memoriale “Yad Vashem”, e in vista del 75° anniversario della liberazione del lager di Auschwitz. Dietro le quinte, si dice che potrebbe discutere con Benyamin Netanyahu la questione della giovane israeliana, condannata in Russia a 7 anni per traffico di droga. Ma, tema focale dei colloqui in margine al Forum (sarebbe più esatto dire che il Forum costituisce il pretesto per temi attualissimi) sarà senz’altro la situazione siriana, dopo l’assassinio di Soleimani e i nuovi colpi sferrati da Israele contro la Siria.

In Palestina, Putin si incontrerà poi col Presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abū Māzen, in una visita che è vista per lo più quasi solamente come simbolica. Poco probabile che qualcuno, soprattutto in questi tempi di anniversari, sollevi a Gerusalemme la questione del popolo palestinese e dei metodi da olocausto adottati da Israele nei suoi confronti.

Ma qui si parla di altro.

Tra la cinquantina di capi di Stato e dei presidenti di Parlamenti di Europa, Nord America e Australia che partecipano al Forum, non ci saranno né il presidente polacco Andrzej Duda, né quello lituano Gitanas Nauseda. Ci sarà invece il presidente ucraino Vladimir Zelenskij, che anzi spera in un colloquio faccia a faccia con Putin. A Gerusalemme, Putin inaugurerà anche il monumento alle vittime dell’assedio di Leningrado: sembra che in Israele vivano ancora oltre 1.300 sopravvissuti all’assedio.

Il fatto che Israele, proprio in questo momento, riconosca il ruolo dell’Armata Rossa nella liberazione di Auschwitz, rappresenta un significativo appoggio per Mosca, da mesi impegnata a rintuzzare le uscite polacche sul tema dello scatenamento della Seconda guerra mondiale e in particolare sul ruolo dei soldati sovietici nel conflitto. Sul tema specifico del lager nazista in Polonia, nei giorni scorsi il premier polacco Mateusz Morawiecki è arrivato a dire che il campo di sterminio avrebbe potuto esser liberato sei mesi prima, se l’Armata Rossa non se la fosse presa così comoda a coprire i 200 km che la separavano da Auschwitz; “l’Unione Sovietica fu tutt’altro che liberatrice; fu alleata della Germania nazista ed essa stessa si macchiò di crimini, sia prima che dopo la liberazione di Auschwitz”.

Duda non è andato in Israele perché, a quanto pare, se la sarebbe presa per il fatto di dover parlare dopo Putin o di non essere stato affatto inserito nell’elenco degli oratori ufficiali: “Non capisco perché in tale luogo, in un’occasione simile e in un anniversario così importante, possano intervenire i Presidenti di Germania, Russia, Francia, i rappresentanti di Gran Bretagna e Stati Uniti, ma non il Presidente della Polonia”. Varsavia sarà rappresentata dall’ambasciatore in Israele Marek Megirowski.

Ma, in vista dell’intervento di Putin, sembra che la cancelleria presidenziale polacca abbia predisposto uno staff di storici e di esperti in comunicazione, per rispondere “in tempo reale” alle parole del presidente russo a Gerusalemme, mentre l’ufficio del Primo ministro avrebbe già redatto una serie di articoli da pubblicare a pagamento sui giornali americani e israeliani per illustrare “la variante polacca” dei fatti storici.

In effetti, a Gerusalemme ci saranno Putin, Macron, Steinmeier, Zelenskij, il vice Presidente USA Mike Pence, e un buon numero di capi di governo. Non ci sarà Trump, che, peraltro, non andrà nemmeno in Polonia il prossimo 27 gennaio; e non andrà nemmeno Pence: alla cerimonia ad Auschwitz ci sarà il Segretario al tesoro Steven Mnuchin: che voglia dire qualcosa, dopo che Mosca non è stata invitata e sarà rappresentata solo dall’ambasciatore Sergej Andreev?

In Israele, oltre che Duda, non è andato nemmeno il lituano Nauseda, che ha deciso di trattenersi a Davos un giorno più del previsto; il paese baltico sarà rappresentato dallo speaker del Parlamento Viktoras Prantsketis. Al pari di Varsavia, che già da un paio d’anni condanna amministrativamente chiunque metta in dubbio la negazione della partecipazione polacca all’assassinio di ebrei (all’epoca, in Israele si ricordò la citazione dell’ex premier Yitzhak Shamir, che “ogni polacco assorbe l’antisemitismo con il latte materno”), anche Vilnius sta preparando un disegno di legge in cui si nega la partecipazione lituana all’Olocausto, il che ha già sollevato, prima ancora dell’approvazione, forti critiche delle comunità ebraiche baltiche e straniere. Critiche sono venute da parte di Pinchas Goldschmidt, capo del Consiglio dei rabbini d’Europa: “E’ un insulto diretto ai 240.000 ebrei lituani, al cui assassinio contribuirono molti esponenti politici e militari lituani, oltre alla popolazione locale lituana. Il governo lituano dovrebbe riconoscere la propria storia e non cercare di ignorarla o negarla”.

Su rubaltic.ru, Aleksej Iljaševič ricorda le parole di Efraim Zuroff, secondo cui i polacchi stessi hanno più ragioni per negare la partecipazione al genocidio degli ebrei: la Polonia come paese non esisteva più dal settembre 1939. In Lituania, invece, il governo provvisorio filo-nazista, nelle sei settimane di esistenza, riuscì a darsi molto da fare nella soluzione della “questione ebraica”, per non parlare del fatto che azioni antisemite, quali il pogrom di Kaunas, ebbero luogo prima dell’arrivo dei tedeschi”. Al contrario, si elevano al rango di eroi nazionali, komplizen quali Jonas Noreika o Juozas Ambrazevičius.

E’ un fatto, che i komplizen abbiano partecipato in maniera più che attiva a formare intere divisioni nazionali di SS o battaglioni inquadrati in divisioni SS tedesche, e si siano distinti nei massacri della popolazione civile, non solo ebrea, nei paesi occupati dai nazisti. Qualcuno ne ha fatto addirittura una questione di “misure”: Ilja Polonskij ha calcolato che, ad esempio in Francia – paese che fornì una non piccola parte di volontari alle divisioni SS che operavano in Europa orientale – il numero di collaborazionisti e polizei può esser valutato in 50-80 ogni 10.000 abitanti, in Olanda o Belgio 200-250, in Lussemburgo, addirittura, 526.

Ma si parla anche di 143 traditori ogni 10.000 abitanti nella stessa Unione Sovietica e tale cifra sembra da addebitare, tra le altre cose, anche all’alto numero di filo-nazisti in Ucraina e nei Paesi baltici. In Lituania, ad esempio, il numero è stato calcolato in 183,3 collaborazionisti; in Estonia si arriva poi a 884,9 e in Lettonia a 738,2: in pratica, un decimo della popolazione collaborò coi nazisti allo sterminio di soldati sovietici, popolazione civile locale, ebrei, zigani, non solo in patria, ma anche in Bielorussia, Polonia, Ucraina. A solo titolo di “curiosità”, vale forse la pena di ricordare come il principale ideologo nazista, Alfred Rosenberg, fosse nato a Reval (oggi Tallin) da una famiglia di tedeschi del Baltico.

Ma il 9 maggio è ancora lontano e la battaglia, per ora verbale, a distanza tra Mosca e Varsavia non fa che guadagnare tono ogni giorno che passa.

mercoledì 22 gennaio 2020

A DAVOS CON LA PANCIA PIENA


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A differenza del freddo delle montagne che circondano Davos,i più potenti del mondo se ne stanno al caldo ed in maniera molto esclusiva a chiacchierare sulle sorti dei loro interessi fregandosene ampiamente della maggioranza degli abitanti della terra e del suo pessimo stato di salute che va a braccetto con quello delle persone.
Nell'articolo sottostante(contropiano davos-fronte-abisso )si parte appunto con quello che ci vogliono fare vedere e sentire,perché il forum dell'economia mondiale di Davos da sempre è esclusivo e blindato(madn numeri-e-persone ),e prosegue con facili disamine sulla situazione attuale con una parte minima della popolazione mondiale che detiene quasi tutta la ricchezza.
Si fa qualche nome,su tutti Trump,che con i suoi metodi tradizionalisti e reazionari di vedere la politica e l'economia,con dazi e ricatti,getta soprattutto in Europa un clima di tetri presagi(madn le-conseguenze-sullaccordo-tra-pechino e washington ).
Come l'ultima grande conferenza farsa di Madrid dello scorso mese(madn il-fallimento-del-cop-25 )anche Davos non proporrà soluzioni concrete su come affrontare la povertà e limitare al massimo il nostro impatto devastante con la natura,sempre più messa alle corde dallo spietato sistema capitalistico che ormai con una sovrapproduzione fuori controllo nei prossimi anni produrrà una sempre più catastrofe sociale.

Davos di fronte all’abisso.

di  Claudio Conti - Guido Salerno Aletta * 
Seguire il vertice di Davos a grande distanza, senza neanche potercisi avvicinare, è complicato. I media mainstream ne danno un quadro sicuramente fasullo, ma qualche informazione utile trapela lo stesso. Guarda caso, come sempre, da quelle testate specializzate, lette da imprenditori e operatori finanziari, che non possono permettersi di fornire informazioni sbagliate come base per le decisioni di investimento.

Al di là della cronaca, l’analisi di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, stavolta centra il punto di crisi vera cui è giunto il modo di produzione capitalistico nel suo complesso – l’eccesso di capacità produttiva installata, che marxianamente inquadriamo come un aspetto della crisi di sovrapproduzione – e le due diverse ipotesi di “soluzione” che dividono il campo capitalista.

L’America di Trump ha scelto sicuramente una strada retrograda, che facilita una gestione ideologica reazionaria sul piano politico e culturale. Il resto del “mondo che conta” invece punta sul green deal per uscire dalla stessa impasse.

Entrambe le soluzioni, conviene dirlo subito chiaramente, presuppongono che non ci sia alternativa al capitalismo più brutale, al neoliberismo più sfrenato. Entrambe le soluzioni,insomma, prevedono morte e distruzione, profitti inimmaginabili e povertà sempre più diffusa. E una crisi ambientale inarrestabile.

La differenza sta fondamentalmente nel fregarsene della crisi ambientale oppure usarla come occasione di ulteriore business. Il che comporta un corollario politicamente importante: difendere soprattutto gli interessi e la struttura produttiva degli Stati Uniti (America first) oppure provare a disegnare una “globalizzazione di riserva”, con tanta vernice verde a nascondere sangue e povertà.

Non c’è un “meno peggio” da accettare obtorto collo. Non c’è alcun “progressismo capitalistico” proprio perché non c’è una via d’uscita capitalistica che permetta di salvare capra e cavoli, Ossia: ritorno alla crescita e tutti i singoli capitali esistenti, organizzati su base nazionale o multinazionale (“si comprano le aziende marginali solo per chiuderne gli impianti, come è evidente nel caso della siderurgia“, vedi l’Ilva).  Peggio ancora: “Dopo il passaggio dall’agricoltura all’industria, e da questa ai servizi, ora c’è solo la prospettiva di un aumento della disoccupazione tecnologica“).

La “soluzione Trump” prevede infatti la distruzione di capitali altrui e contemporaneamente anche di ciò che resta di equilibri ambientali. E anche la “soluzione Davos” prevede la stessa cosa, ma con una diversa – opposta – lista di capitali da sacrificare e obbiettivi ambientali da sbandierare (solo per la retorica, visto che nessuna impresa cambierà il suo modo di produrre in tempi utili per arrestare la corsa verso lo choc termico planetario).

Può stupire gli ingenui l’esplicita ironia con cui un analista economico inquadra anche Greta Turnberg tra le foglie di fico inventate per imbellettare il neoliberismo green. Ma basterebbe constatare la scomparsa dai media del movimento Friday for Future, non appena le sue assemblee – come quella nazionale a Napoli dello scorso ottobre – hanno cominciato a legare più esplicitamente crisi ambientale e capitalismo, nonché a schierarsi con le resistenze territoriali più odiate dall’establishment (“Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-TAV per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no TAP per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico. Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori”).

Al loro posto, negli stessi giorni, sono state “scoperte” le Sardine, sicuramente più disponibili a far finta di nulla su certe cose…

Ma queste sono le piccole cose di casa nostra, irrilevanti rispetto al futuro del pianeta e quindi dell’umanità.

L’anarchia mercantilista del capitalismo multinazionale è arrivata al suo limite fisico, perché l’ambiente naturale non è agli ordini delle esigenze del profitto e non lo si può “costringere” coattivamente né cancellarlo. Nell’ambiente ci stiamo dentro, non si può guardarlo a fuori e trattarlo come un oggetto disponibile a qualsiasi trattamento. L’esigenza di una pianificazione centralizzata – che sarebbe l’unica idea accettata per la soluzione di qualsiasi problema diverso dall’economia capitalistica – si fa strada addirittura in modo “perverso”, come l’accordo commerciale Usa-Cina che prescrive dettagliatamente quali produzioni e quali consumi dovranno essere implementati tra i due paesi che insieme fanno quasi la metà del Pil mondiale.

E, come giustamente viene subito notato, “in un sistema a somma zero, se la Cina comprerà più prodotti americani, dovrà ridurre l’import dagli altri Paesi”.

La guerra commerciale globale è appena agli inizi. Discettare di “politica” senza aver presente il quadro è una perdita di tempo.

*****

A Davos, tutti contro Donald Trump

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Tutti contro Donald Trump, a Davos. Lo hanno messo in mezzo, come in un panino televisivo ben confezionato, in cui la tecnica persuasiva contempla di dar subito conto delle opinioni di chi governa, per poi offrire un piccolo spazio all’opposizione e concludere riportando le opinioni della maggioranza.

Trump parlerà infatti solo in seconda giornata, martedì 21, a metà mattinata, dopo la grancassa sui rischi ambientali. Da solo, in una sessione dal titolo quanto mai anodino e per questo emblematico: “Miscellaneous”, lo spazio del dibattito che negli ordini del giorno viene rubricato come “Varie ed eventuali”.

Sembra quasi che la vera opposizione al Presidente americano non la facciano i Democratici a Washington, promuovendone l’impeachment, ma l’intero mondo che anche quest’anno si raccoglie al World Economici Forum.

D’altra parte, che Trump sia isolato, e non solo sulla questione del clima, è di tutta evidenza: non solo ha ritirato gli Usa dall’Accordo di Parigi, ma ha lanciato una sfida nei confronti della Cina che va molto al di là dei dazi commerciali. E’ in gioco, secondo il Presidente americano, il predominio globale dell’America. Il suo intervento, preceduto dalla sessione intitolata “Come salvare il Pianetaliberamente trasformabile”, verrà seguito da un dibattito su un altro tema che prosegue il controcanto: “Oltre la geopolitica”.

Il collante della nuova globalizzazione è duplice: non solo i rischi ambientali sono indivisibili, ma occorre superare i conflitti sempre più aspri tra le nazioni ed i blocchi. Tutto il contrario della estensione della Nato, che Trump ha appena auspicato per includervi i Paesi del Medio Oriente, ed alla prospettiva di farvi aderire da subito l’Australia in funzione anti-Cina.

Anche il soffitto di cristallo del maschilismo viene sfondato: nella home page del Meeting 2020, nelle foto degli ospiti di livello mondiale compare per prima Greta Thunberg, definita Climate and Environmental Activist; solo dopo, appaiato alla giovane svedese, compare Donald Trump, l’unico uomo in partita.

Occorre andare a fondo su questa contrapposizione di strategie che emerge a Davos.

Trump ha tre obiettivi principali: riequilibrare le relazioni commerciali verso l’estero iniziando con la Cina, chiedendo di aumentare le importazioni di merci e servizi statunitensi; riportare a casa una serie di produzioni di alta tecnologia fin qui delegate a Paesi terzi; considerare la sfida portata dalla Cina alla supremazia americana come una priorità assoluta, sul piano della contrapposizione geopolitica.

E’ importante, a questo punto, analizzare il mix di maggiori importazioni cinesi dagli Stati Uniti, su cui si fonda l’accordo appena raggiunto nella Fase 1 della trattativa. E’ un piano dirigista, che non lascia nessuno spazio alle dinamiche del mercato: la Cina si è impegnata ad acquistare ulteriori beni e servizi americani per 200 miliardi di dollari entro la fine del 2021, di cui 77 miliardi già nel 2020. Conseguentemente, l’export americano verso la Cina dovrebbe arrivare a 263 miliardi entro la fine di quest’anno ed a 309 miliardi nel 2021.

Il maggiore import cinese è predeterminato per settori merceologici: per i prodotti manifatturieri si tratta di +32,9 miliardi nel 2020 e +44,8 nel 2021; per i prodotti agricoli sono +12,5 miliardi nel 2020 e +19,5 nel 2021; per gli energetici +18,5 miliardi nel 2020 e +33,9 nel 2021; per i servizi appena +12,8 miliardi nel 2020 e +25,1 nel 2021.

A farne le spese sarà il resto del mondo: in un sistema a somma zero, se la Cina comprerà più prodotti americani, dovrà ridurre l’import dagli altri Paesi. E’ una pianificazione dirigista, inaccettabile per il mondo che si riunisce a Davos.

La strategia di Trump rifugge inoltre dalle prospettive di crescita fondata su nuovi paradigmi produttivi: punta sul riequilibrio delle produzioni tradizionali, con un rapporto tra merci e servizi che vale 3 ad 1. Per crescere, l’economia americana deve tornare all’agricoltura ed all’industria, e non insistere sui servizi. Non c’è niente di innovativo, a differenza di Ronald Reagan che già professava le virtù della New Economy basata su Internet.

Meno ancora ci si fida delle bardature regolamentari, come quelle ambientali dei Clean Air Act californiani. Le preoccupazioni climatiche, i rischi che derivano da un aumento della temperatura del Pianeta, la decarbonizzazione della produzione e la prospettiva di azzerare l’incremento delle emissioni di CO2 sono completamente assenti dall’agenda di Trump, mentre sono il fulcro di quella di Davos 2020.

Trump si propone di ridurre gli squilibri commerciali americani mantenendo invariate le politiche industriali e quelle finanziarie, intrattenendo relazione politiche bilaterali con i partner in attivo strutturale, per spostare i luoghi della produzione verso gli Usa e chiudere così la forbice con i consumi .

Di segno completamente opposto è la strategia che viene sposata a Davos, che si fonda sui rischi sistemici derivanti dai cambiamenti climatici e sulla insostenibilità ambientale delle produzioni in atto. Si propone un cambio di paradigma, che è allo stesso tempo produttivo e finanziario, analogo a quello cui si assistette del lancio di Internet, con la creazione del Nasdaq e con la valutazione finanziaria delle imprese del tutto svincolata dalle performance economiche attuali.

Già oggi, la capitalizzazione di Borsa di Tesla arriva a ben 85,8 miliardi di dollari, quando la somma di quelle di Ford e GM è di 87 miliardi. Il mercato sconta per Tesla una crescita ed una redditività futura impareggiabile, nonostante abbia venduto lo scorso anno meno di 400 mila vetture, quando GM ne ha vendute 2,9 milioni solo negli Usa e la Ford ben 123 mila in Italia.

I green bond costituiscono parimenti un nuovo segmento del mercato finanziario, che si muove in autonomia ed a cui gli operatori dedicano particolare attenzione. Anche le banche centrali saranno coinvolte: i prossimi Qe, chissà, avranno come oggetto l’acquisto di titoli ricompresi in questa categoria, nonostante le preoccupazioni per l’annacquamento delle caratteristiche di innovazione e di sostenibilità degli investimenti sottesi.

C’è una ragione fondamentale che unifica la strategia ambientalistica di Davos: siamo in presenza di un sovrappiù di capacità produttiva istallata ed ad una stasi generalizzata degli investimenti: si comprano le aziende marginali solo per chiuderne gli impianti, come è evidente nel caso della siderurgia. Anche il settore delle auto è ingolfato, e la creazione di gruppi sempre più grandi serve solo a mettere in comune gli investimenti in innovazione.

Dopo il passaggio dall’agricoltura all’industria, e da questa ai servizi, ora c’è solo la prospettiva di un aumento della disoccupazione tecnologica.

Detto con parole che erano di moda in altri tempi, a Davos si prefigura un “nuovo modello di sviluppo”, ma a condizione di mantenere in vita il modello capitalistico di produzione e di ridurre i rischi di una nuova crisi per il sistema finanziario. Così facendo, la instabilità sistemica non deriverebbe più dagli squilibri commerciali sull’estero o dalle ricorrenti bolle dei debiti e dei valori mobiliari o immobiliari, come è accaduto finora.

Senza avere il coraggio di affermarlo, è la fiducia nelle politiche monetarie ad essersi ormai azzerata, mentre ovviamente si continua a diffidare delle tradizionali manovre keynesiane. Serve una nuova politica dell’offerta, imposta a livello globale.

Invece di ridurre gli squilibri internazionali attuali, e di scongiurare i rischi legati alle varie bolle, si cerca una alternativa al paradigma della moltiplicazione dei consumi. La loro complicazione, stavolta, passa dalla creazione di un nuovo driver, la crescita fondata sulla sostenibilità ambientale.

Mentre Donald Trump, cerca assai brutalmente di mettere ordine al mondo attuale, a sfidarlo, a Davos, sarà Greta Thunberg. E’ un’icona senza identità politica e senza passato, cui si accodano i veri facitori del racconto, col marketing di un mondo tutto nuovo, bello e possibile: “Son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”.

martedì 21 gennaio 2020

SALVINI,UN CRIMINALE ITALIANO

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Già vedere Salvini o sentirlo parlare è come avere un grappolo di emorroidi,un fastidio continuo che provoca una rassegna di bestemmie e di lamenti,ed ora che da bravo narcisista e con altre varie patologie psichiche da uno di"quelli bravi",ci ha stressato sulla vicenda della nave Gregoretti e sul suo garantismo a giorno alterni(così come il suo antisemitismo)e sul fatto che si proceda ad essere indagato e processato.
Una vetrina elettorale cucita apposta per il suino milanese che non sarà mai dichiarato colpevole,anche dai giudici che intima di andare a lavorare,lui che è in politica da sempre e che le mani se le è sporcate solamente con rubli,diamanti e 49 milioni di Euro.
Salvini,che invoca il popolo,che afferma che dovrebbero costruire un'aula grandissima per contenere tutti i milioni di italiani che sono dalla sua parte,uno che è sostenuto dal popolo italiano e che in realtà è molto meno di tutto questo,un criminale come ce ne sono tanti,solo che lui ha fatto del gossip e soprattutto del nulla politico un'arma potente visto anche l'analfabetismo funzionale degli italioti.
Nell'articolo(left.it )ecco un relitto umano ormai caricatura di se stesso,un essere vile e schizoide che vuole farci affondare con lui alla guida di un Italia che abbiamo già visto in pochi mesi tutto il male e l'odio fatto e propagandato.
Un inetto,un'idiota che se davvero ci fosse una giustizia del popolo lo vedrebbe appeso ad un lampione come un suo funesto predecessore.

Come un coniglio che abbaia.

di Giulio Cavalli
Siamo alle battute conclusive, Salvini andrà a processo per avere lasciato alla deriva una nave militare italiana (la Gregoretti) con l’intento di lanciare un segnale all’Europa e per potere fingere di avere chiuso i porti anche se mai i porti siano stati chiusi. Oggi è il giorno tanto atteso e si voterà per l’autorizzazione a procedere. Si alzerà molto fumo, ci saranno molte parole e regnerà il chiasso. Il chiasso fa comodo a tutti, sia a quelli che possono fingere di avere vinto (chissà che cosa, poi, mandando qualcuno a processo) e ci saranno quelli che potranno insistere nel fare le vittime.

Salvini è riuscito a fare il solito Salvini, del resto è schiavo di se stesso, e dopo avere citofonato in giro un po’ a tutti con il piattino in mano ora si è inventato che si farà processare perché l’ha deciso lui. Sono come i fidanzati che vengono lasciati ma alzano il divino per dire «però volevo lasciarti prima io». Una cosa così. E come accade spesso per quelli che sanno di avere torto ora il trucco sarà quello di rivendere il fatto di essere processato come un tentativo di condanna. Forti questi garantisti, solo quando riguarda gli altri.

Poi c’è il solito refrain de “il popolo è con me”, ora rilanciato con un “è un processo al popolo”. Come se davvero Salvini fosse convinto di essere proprietario del sentire comune e come se non si rendesse conto che nessuna giudica le sue convinzioni politiche ma lo Stato ha il dovere di giudicare i suoi comportamenti. Di tutti. Di lui e del suo popolo che troppo spesso negli ultimi mesi è stato protagonista del’Italia peggiore.

Però in tutto questo c’è un punto sostanziale: Salvini era scappato da un processo per lo stesso motivo frignando dagli ex alleati del Movimento 5 Stelle, ha cercato in tutti i modi di salvarsi anche questa volta (nonostante come sempre dica che è una medaglia sul petto) e ora dice di volersi fare processare. Vi sembra credibile? Come un coniglio che abbaia.

Buon lunedì.